Sulla traduzione letteraria

 Categoria: Traduzione letteraria

Nel leggere un libro spesso mi capita di soffermarmi a pensare a come io avrei espresso un concetto, una frase, una sensazione, nella lingua che, a parte  l’italiano, meglio conosco: il tedesco.  E’ avvincente la ricerca di varie soluzioni lessicali, dettate, oltre che dalle indispensabili conoscenze grammaticali e sintattiche, anche dall’esigenza di restare assolutamente fedele al pensiero dell’autore, utilizzando quindi la capacità di “spostarsi” da una traduzione prettamente letterale, da strutture diverse dalle abituali e – fattore a mio parere importantissimo – dalla propria personale  interpretazione, dalle proprie emozioni: spessissimo ciò che leggiamo ci rimanda a noi stessi e il nostro sentire, ancor prima del pensiero, ritrova stati conosciuti, vissuti o sperati. Del resto la forza di un libro consiste in gran parte anche in questo: nel farci ritrovare; e il lettore è avido di queste sensazioni, per le quali forse mai avrebbe trovato espressioni più confacenti. Arduo si presenta quindi  il compito del traduttore che  deve allinearsi invece in modo preciso al sentire dell’autore, ricreando il suo messaggio con le stesse sfumature, con lo stesso stile, fedelmente, libero da qualsiasi personale condizionamento.

A questo proposito mi è molto utile leggere un libro in lingua originale  e poi rileggerlo e analizzarlo in italiano (mai il contrario): nell’idioma in cui è nato ho  una possibilità molto maggiore di coglierne l’essenza, in base alle mie conoscenze, alle mie intuizioni. In una lingua straniera si corre credo un po’ meno il rischio di ricondurre a sé, per il fatto che per quanto immediata sia la comprensione, le parole non ci arrivano così direttamente come  in quella  madre; si frappone l’elaborazione mentale che non consente di calarcisi così a fondo; è più semplice, per un italiano,  riferire a sé un’emozione che gli giunge nella sua lingua, senza il passaggio intermedio della traduzione, che a volte può un po’ fiaccare la trasmissione dell’idea.  Penso che un buon traduttore sia egli stesso un autore che dà vita a  qualcosa di nuovo, e questo non perché il risultato  si scosti dal senso dell’opera originaria, bensì perché viene raggiunto con altri mezzi, attraverso un’altra lingua, fino a  creare  una assonanza tra i due scritti. Assonanza: forse è questo il termine che mi pare più calzante a definire  un’ armonia di  intenti, suoni e significati.  E arrivare ad una assonanza fa sì che il traduttore si trasformi in vero e proprio interprete del pensiero altrui.

Articolo scritto da:
Paola Boano
Traduttrice freelance DE-> IT   IT-> DE
Diplomata al “Goethe Institut” di Torino
Ivrea (TO)