La traduzione nella narrativa (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

Nell’ambito degli studi in lingua italiana, il discorso sulla traduzione nella narrativa è stato portato avanti da Antonio Lavieri, docente di traduttologia presso l’Institut Supérieur d’Interprétation et de Traduction di Parigi e di linguistica francese nelle università di Bergamo, Bologna e Trento. La sua Translatio in fabula (2007), seppure successiva a quella di Hagedorn, si scontra anch’essa con la scarsità di materiale critico di riferimento. Nel 2007 l’argomento appare ancora poco studiato e in particolare Lavieri analizza il ruolo del personaggio-traduttore e dedica uno spazio particolare alle opere dell’argentino Jorge Luis Borges, della canadese di lingua francese Nicole Brossard e dello scrittore e critico marocchino di lingua francese Adbelkebir Khatibi. Anche in questo caso, quindi, l’approccio è di tipo comparatistico e il proposito è quello di «superare la discorsività argomentativa della teoria e la scrittura fizionale dei testi narrativi» (Lavieri, 2007:  8) e mettere in luce come la traduzione si presenti con un carattere di riflessione, o uno «spazio di riflessività», come lo chiama Jean-René Ladmiral, nella prefazione al testo di Lavieri (Lavieri, 2007: 11).
Probabilmente dopo che la traduzione ha subito il fascino «esercitato dal miraggio linguistico che ha infiammato gli animi negli anni dello strutturalismo, della semiologia, della narratologia» nasce «l’esigenza di una poetica della traduzione, e della letteratura, che si faccia luogo d’incontro del pensiero estetico e linguistico, di un’antropologia critica e interdisciplinare del tradurre che denunci le insufficienze della nostra tradizione, delle nostre pedagogie, al di là delle settorializzazioni disciplinari e delle ideologie che pervadono il mondo accademico e il comune senso del linguaggio » (Lavieri, 2007: 25).

La traduzione, perciò, trova nella letteratura una forma alternativa di rappresentazione delle sue problematiche complesse con il solo aiuto della ragione, ricalcando un po’ quello che è stato il percorso di narrativizzazione della storia, secondo il critico uruguaiano Fernando Ainsa. Problematizzare la traduzione all’interno della narrativa assume, perciò, a nostro parere, un valore simile a quello che è accaduto per la storia all’interno del romanzo. Fernando Ainsa nel suo saggio «La riscrittura della storia», riflette sulla capacità della narrativa a riempire le mancanze della storia ufficiale, fatta di grandi teorie e di grandi eroi. Molto spesso le finzioni della narrativa ricostruiscono una realtà più veritiera a partire dall’inconscio collettivo e dalle esperienze della gente comune. Forse, in qualche modo, anche la teoria della traduzione si è svincolata dal dogmatismo delle grandi produzioni saggistiche per lasciare spazio alla riflessione, a partire dalla attività pratica di un traduttore che fa delle sue problematiche e riflessioni elementi romanzati. «La traduzione è un operatore di riflessione» scrive Jean René Ladmiral nell’introduzione a Translatio in fabula «e la letteratura un mezzo per pensare la traduzione e ripensare la stessa letteratura» (Lavieri, 2007: 8). Si tratta quindi di un tipo di scrittura che opera una «convergenza inizialmente paradossale fra finzione e conoscenza, fra l’opera di finzione e il sapere all’opera» (Lavieri, 2007: 12), che nasce dalla consapevolezza che «la traduzione non poteva restare dominio esclusivo dei traduttologi» (Lavieri, 2007: 14). Questo innovativo punto di vista, è probabilmente frutto di una nuova concezione della narratività e del mondo funzionale: «La riflessione sul potere euristico della finzione, sulla finzionalità del sapere e sul contenuto cognitivo dell’arte e della letteratura si è sviluppata, da una parte, grazie agli studi di Paul Ricoeur sulla narratività del sapere e il potere euristico della finzione condotti in Temps et récit e a quelli di Michel de Certeau sul carattere performativo del racconto storico, frutto della crisi dello strutturalismo degli anni Sessanta e, dall’altra, grazie alle ricerche che fanno capo all’epistemologia delle scienze naturali che, proponendo una nouvelle alliance tra arte e scienza, estendono il modello finzionale alla scienza moderna e a tutti i sistemi simbolici» (Lavieri, 2007: 16).

Ecco allora come negli ultimi anni «filosofia, antropologia letteraria e, in alcuni casi, persino psicanalisi, psicologia e psichiatria, hanno visto nei mondi d’invenzione – e non solo in quelli letterari – la capacità di produrre un pensiero antropologico o terapeutico» (Lavieri, 2007: 14).
Lavieri è dell’opinione che la letteratura, al pari della saggistica, sia in grado di farsi portavoce delle problematiche traduttive.
A questo proposito si può aggiungere che Italo Calvino considera il saggio un tipo di scrittura che «va definendosi secondo questi modi della parzialità e della distanza: e che tali modi di approccio al mondo passino dal romanzo al saggio improntando i testi dell’uno e dell’altro di formule stilistiche fondamentalmente identiche, indica una continuità e circolarità di scrittura che approda alla coscienza del carattere autoriflessivo del testo letterario» (Patrizi, 2001, 135).
Lavieri parla di vero e proprio boom letterario che, nell’ultimo decennio, ha avuto il tema della traduzione e lo dimostra elencando una serie di opere, che saranno prese in considerazione.

La terza ed ultima parte dell’articolo verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Anna De Pari
Laurea magistrale in Letterature e traduzione interculturale
Traduttrice EN-ES>IT
Roma