Il pubblico

 Categoria: Traduzione letteraria

C’è una domanda classica che il poeta si pone: “E se non esistesse nessuno nel mondo, smetteresti di scrivere?”. E si risponde: “No, non smetterei di scrivere”.

Temo fortemente che questa non sia una domanda adatta ai traduttori. Non potrebbero dare una risposta così bella o così sublime come il poeta.

Non c’è traduttore senza pubblico. Il traduttore non scriverebbe una riga senza un destinatario, perché è dall’esistenza del destinatario che nasce la necessità della traduzione. Non ci sono traduttori solitari, traduttori riservati, esiliati interiori. Se ci sono in qualche caso concreto, lo sono in parallelo ad una dimensione pubblica, come vizio privato che completa la loro vera personalità. Traduciamo per comunicare. Se qualche pulsione mistica ci domina, non è una pulsione originaria, ma prometeica.

Ciò nonostante, difficilmente si può trovare un esempio maggiore di scollegamento rispetto a quello che si verifica tra i traduttori e il loro pubblico naturale. Il lettore medio cresce e si forma abituato a pensare che il traduttore non esista, che se esiste non è importante, che se è importante non è ad ogni modo così rilevante da non poter essere sostituito con facilità. Questa usanza si è radicata a tal punto che i lettori acculturati sono incapaci di menzionare il nome del traduttore di un’opera importante che li ha colpiti, o addirittura noi traduttori dimentichiamo di citare i nostri colleghi nelle bibliografie. Non è che il traduttore sia irrilevante per il lettore, è molto meno: è strumentale. Quando il lettore non avverte la sua presenza si sente soddisfatto, quando l’avverte pensa che lo strumento abbia qualche pecca e debba essere disdegnato e sostituito. Il fuoco arde nel focolare e basta: nessuno ricorda che qualcuno lo abbia rubato dal cielo per consegnarlo agli uomini.

Tuttavia accade che questo strumento dia origine a qualcosa che non esisterebbe senza di lui: la letteratura universale.

Non c’è letteratura senza traduzione. Ci sono le letterature, ma senza traduzione non esiste lo stupore di constatare proprio quello che il traduttore meno si aspetta quando inizia il suo viaggio d’esplorazione: che tutto ciò che incontrerà al di là dei mari e delle montagne c’era già nella sua terra d’origine, espresso con altri suoni, vestito con altri indumenti. Ciò che i traduttori offrono al mondo non è solo la semplice constatazione del riconoscimento della primogenitura. Cos’è l’esotismo, se non la narrazione in altre parole di ciò che si conosce già?

La narrazione in altre parole di ciò che si conosce già, che fa sì che i nostri occhi si fissino di sorpresa sulle proprie parole, nella capacità infinita di raccontare lo stesso e che non sia lo stesso, di raccontare lo stesso e che aggiunga qualcosa in più, di ritornare alla fonte per assicurarsi che vi sgorghi acqua sempre nuova. Come da qualsiasi altra fonte. La traduzione non è come uno di quegli edifici pubblici da cui svetta un cartello che dice: “Questa fonte utilizza sempre la stessa acqua”.

Quando scriviamo un’opera nostra, non chiamiamo questo semplicemente letteratura? O era fuoco?

Fonte: Articolo scritto da Carlos Fortea e pubblicato il 26/08/2011 su “El Trujamán“, la rivista di traduzione dell’Istituto Cervantes

Traduzione a cura di:
Diletta Pugnali
Docente di lingua e traduttrice EN, ES > IT
Fano (PU)