Elogio della traduzione (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

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Ci sono altri scrittori che, a differenza dell’austriaco e dei suoi accoliti, hanno innalzato l’arte del tradurre. Borges diceva che, in realtà, è il testo originale quello che è infedele alla traduzione.  Questa apparente folle idea riassume una poetica di questa professione che, invece di mettere al primo posto la corrispondenza parola per parola, lo vede come un atto di creazione letteraria. Di fatto, Borges, nel suo curriculum, metteva avanti le sue traduzioni all’opera originale. Nabokov, da parte sua, collocava la sua versione in inglese di Eugenio Oneguin, di Pushkin, al vertice del suo apporto ai testi universali.

Chi traduce deve rischiare e dosare in parti uguali e capire che essere fedeli non equivale ad essere servili. Più di un teorico ha osservato che c’è un’evidente contraddizione nell’insistere sul fatto che il codice etico al quale il traduttore si deve sottomettere si basa sull’obiettività e sul non intervento, una concezione secondo la quale si pretende di convertire un partecipante fondamentale di questa transazione linguistica in un’entità diafana la cui esistenza paradossalmente si nega. Il traduttore, inteso così, sarebbe un mero strumento ottico che permette di “focalizzare” un’opera scritta in una lingua straniera, tuttavia ricordiamo che qualsiasi lente, inclusa la più precisa, getta un’anomalia nell’immagine risultante. Affermava Alphonse de Lamartine: “Nella mia opinione, l’opera letteraria più difficile è la traduzione”, e quella difficoltà risiede nell’utopico che è cercare di ascoltare nell’altro la tua propria voce e, allo stesso tempo, parlare con quella voce estranea. Solo quando si pretende questa chimera, il traduttore rispetta il difficile obbligo di essere fedele, allo stesso tempo, a due padroni di uguale esigenza, l’autore dell’opera ed il lettore della traduzione.

Si perde qualcosa nel tradurre un testo da una lingua all’altra? Ogni atto comunicativo è pieno di errori e confusioni. Dice un antico proverbio yiddish che una persona ascolta una parola ma ne comprende due. Tradurre è l’arte dell’approssimazione e per questo bisogna saper convivere con l’errore. “Fallisce meglio” ripeteva Beckett, perché il fallimento è inevitabile. Sottolineava Ivo Andrić che è facile scoprire le imperfezioni o anche gli errori nell’opera dei migliori traduttori, però è molto difficile capire la complessità ed il valore del loro lavoro. Traduciamo e continueremo traducendo, perché se vogliamo ampliare le nostre coordinate e andare incontro ad altre culture non ci rimane altro rimedio. Attraversando la frontiera dell’idioma, ci confiscano sempre qualcosa alla dogana, ma vale la pena arrivare a destinazione con la valigia piena. Tradurre è il trionfo di un’utopia, quindi con lei vinciamo. In fin dei conti, come disse la poetessa Elizabeth Bishop, l’arte di perdere non è nessun disastro.

Fonte: Articolo scritto da Marta Rebón e pubblicato il 16 aprile 2019 su El Pais

Traduzione a cura di:
Mariella Ingino
Traduttrice letteraria