4) Quarta traduzione: traduzione attualizzante del contesto. Per meglio rendere la portata del fenomeno Gesù, Jewison lo riporta ai giorni nostri (o meglio, agli anni ᾿70), attualizzandolo: e Gerusalemme diventa il set di un musical da figli dei fiori.
Ma non si tratta semplicemente di un tentativo di avvicinare l’originale al fruitore per meglio farglielo comprendere.
Qui l’attualizzazione e l’adattamento alla cultura ricevente provocano un effetto straniante; questo perché è molto difficile che il film rappresenti per qualcuno il primo contatto con gli eventi narrati nel Vangelo. Avviene qualcosa di simile anche nel Vangelo secondo Matteo di Pasolini e in Je vous salue, Marie di Jean-Luc Godard. Proprio perché sappiamo perfettamente che fuori il tempio di Gerusalemme non si vendevano orologi e che i giudei non portavano pantaloni a zampa d’elefante, che gli abitanti di Cafarnao non potevano avere un accento lucano (come nel Vangelo secondo Matteo) o che la Madonna non era figlia di un benzinaio (come in Je vous salue, Marie) la nuova prospettiva può avere una funzione artistica, in quanto catalizza la nostra attenzione e di conseguenza prolunga la durata della nostra percezione, come ricorda Lotman, citando Sklovskij in Il problema del testo, per poi aggiungere: “L’effetto artistico è raggiunto ‘a mezzo del cambiamento del sistema di segnalazione, per così dire, del rinnovamento del segnale, che distrugge lo stereotipo e costringe a una tensione per raggiungere la comprensione dell’opera.’ ”
Ne deriva che ogni adattamento presente nell’opera non porta all’appiattimento del senso originario, rischio nel quale frequentemente possono incorrere le traduzioni target-oriented, ma anzi l’introduzione di una prospettiva dichiaratamente straniata ha la funzione di stimolare la riflessione del lettore. La carta vincente di quest’espediente sta proprio nella sua onestà: non si cerca di far credere allo spettatore ciò che gli si mostra, e di conseguenza egli può percepirlo non come verità ma come metafora. Il lucano di Pasolini non si sostituisce al giudeo, ma vi si sovrappone e innesca nella mente del fruitore una serie di analogie.
5) Quinta traduzione: all’interno del film troviamo un’ulteriore ricorso a una traduzione intersemiotica dell’implicito. Gesù, solo nel Getsemani, prega Dio di allontanare da lui il calice della sofferenza, ma ben sapendo che non è possibile, pieno di rassegnazione mista a rabbia invoca un segno: “Can you show me now that I’ll not be killed in vain? (…) Show me there’s a reason for you wanting me to die”, “Fammi vedere adesso che non sarò ucciso invano (…) Mostrami che c’è una ragione per cui tu vuoi che muoia”.
E Dio risponde, ma per immagini. Foto di quadri che ritraggono Gesù in croce, dipinti sacri di ogni tempo si susseguono sullo schermo. Cristo ha avuto la risposta che voleva: verrà ricordato.
L’opera fece scalpore, attirando su di sé critiche di blasfemia, acclamazione e tiepidi consensi, un po’ come fece scandalo il suo prototesto – e qui intendiamo Gesù stesso. L’opera non era in alcun modo blasfema (“Don’t you get me wrong”, canta Giuda, “Non fraintendermi”): studia appunto le reazioni ed evita di pronunciarsi sulla verità o meno della resurrezione, tant’è che la sua narrazione s’interrompe prima, nel momento in cui la troupe, Giuda in coda, abbandona Gesù sulla croce e riparte col furgoncino. Il film si chiude con l’inquadratura di un controluce della croce al tramonto, anche se a un occhio attento appare una sagoma nel deserto, che cammina seguita da un piccolo gregge.
Autore dell’articolo:
Mirta Cimmino
Traduttrice EN-FR-ES>IT
Napoli