Una professione fra arte e mestiere

 Categoria: Traduttori freelance

La traduzione è una delle professioni meno conosciute in Italia. È un mestiere difficile, un’arte da cesello, ma nessuno, ovviamente a parte gli addetti ai lavori, i familiari e gli amici degli addetti ai lavori, pare conoscerlo bene, né interessarsene.
I traduttori da anni lottano per l’affermazione e il riconoscimento di una professione tanto affascinante quanto complicata e misteriosa ma che al momento non è nemmeno protetta da albo. Non esistono nemmeno dei tariffari fissi. Il prezzo varia secondo capacità, tempistiche, lingue di lavoro, settori di specializzazione.

Ma come si diventa traduttori? E una volta diventatolo, quanto si lavora? Si può vivere di sola traduzione? Queste sono le domande che tutti quelli che si avvicinano alla traduzione si fanno e fanno ai professionisti che conoscono più o meno direttamente. Il fatto è che non esiste una risposta unica perché ogni caso è differente. Si tratta, infatti, di una professione che offre opportunità variegate, sbocchi diversi e ha bisogno di costanza, pazienza e tantissima umiltà. Doti che, se pur nobili e apprezzabili, fanno a pugni con il bisogno concreto di dover lavorare e di doverci anche vivere, di traduzione. Si è così sviluppata, negli anni, la curiosa immagine del traduttore “asceta”, un po’ intellettuale, che vive traducendo tutto il giorno senza quasi avere necessità di alcun tipo. “È un lavoro che si fa per passione, che si fa gratis, che prima di entrare nel giro ce ne vuole, che si trova solo attraverso determinati canali, che si ottiene grazie al passaparola…” queste le frasi d’ordinanza.

Dopo quasi dieci anni di esperienza nel settore, posso dire che non esiste una regola per diventare traduttori e per poterne vivere. Certo, questa sfida rende il lavoro ancora più affascinante e misterioso. E riguarda soprattutto la traduzione letteraria. Per quella tecnica, le cose sono un po’ diverse. Se la traduzione letteraria si avvale principalmente di pochi eletti, fortunati (e anche bravi, va detto) da poterci guadagnare la pagnotta, il settore tecnico ospita molti lavoratori soddisfatti. Conosco parecchie persone che vivono bene facendo il traduttore informatico, industriale, legale, traducendo bilanci, contratti e manuali. Lavorano tutti come matti e, forse, sono anche sottopagati per quello che fanno e per la qualità del lavoro che producono.

Per diventare traduttori bisogna studiare moltissimo, formarsi a lungo, leggere a bizzeffe, allenarsi a più non posso. Bisogna leggere libri nella propria lingua e in quella di lavoro, guardare la Tv del Paese di riferimento, conoscerne la cucina, la musica, le tradizioni, la cultura politica e quella religiosa, il pensiero della gente. Bisogna viaggiare e frequentare persone di quel Paese, andare a corsi e laboratori di traduzione specialistica e, ancora, leggere giornali, visitare siti. Non solo. Bisogna anche essere tenaci e passionali e sapere che non è abbastanza frequentare corsi che, se non vengono messi a frutto nel modo giusto, rischiano di diventare pezzi di carta che conducono alla strada del traduttore improvvisato. Per imparare a tradurre bisogna farlo, questa è la sola verità, e imparare molto sul campo. E non si deve avere troppa paura di commettere errori. Tutti li hanno commessi, li commettono e li commetteranno. Le parole sono scie luminose e ce n’è un gran bisogno, anche di quelle straniere, ed è un regalo che solo la traduzione ci può fare. Bisogna solo studiare, faticare, sudare. E osare un po’, perché, come dice Sepulveda, “Vola solo chi osa farlo”.

Autore dell’articolo:
Claudia Verardi
Traduttrice professionista en>it, fr>it,
Caserta