Tradurre un Paese

 Categoria: Traduttori freelance

“Fai come se fossi a casa tua” ti dice solitamente un amico quando t’installi per qualche giorno presso di lui. Pensi di conoscerlo, magari bene, ma spesso non è così. E poi, almeno per un tipo come me, non è mai possibile sentirsi totalmente a casa propria quando non sei nella tua vera abitazione, anche se probabilmente dal tuo amico ci spendi tempo da anni.

Con le lingue è lo stesso. Sei laureato, magari hai soggiornato più volte nel paese della lingua che parli o scrivi correntemente, ma non ti senti mai a tuo agio sino in fondo, perché se ami davvero le lingue, nel mio caso l’inglese e il francese, “senti” sempre che ti sfugge qualcosa, che non sei mai soddisfatto del tuo livello di conoscenza di un idioma: accipicchia quel vocabolo in quel determinato contesto mi manca – pensi – certe espressioni mi sorprendono sempre, si scoprono nuove sfumature di pronuncia, in continuazione, ma qual è quella più appropriata? E poi, chi ama le battute, fa fatica a far sganasciare dalle risate un inglese o un francese seppur conosca a menadito quelle lingue. O si tratta di boutade universali, o la situazione comica è del tutto casuale e allora la risata è assicurata, ma se si tenta di tradurre o interpretare il sense of humour di determinati comici, l’effetto non è lo stesso nella lingua di destinazione e spesso chi ascolta sgrana gli occhi stupefatto, ma non coglie appieno l’ironia. Ma anche termini che apparentemente ci paiono simili, sono profondamente diversi tra, ad esempio, il francese e l’inglese. Tutta la mia tesi di laurea, oramai risalente a tanti anni fa, era incentrata sulla differenza semantica del termine “liberale” presente nell’opera “La Démocratie en Amérique” di Alexis de Toqueville e nella sua traduzione in inglese di Andrew Reeve. In Francia e in Inghilterra il termine “liberale” è interpretato molto diversamente per ragioni storiche, politiche, culturali. Infine il linguaggio tecnico: da diversi anni tratto i linguaggi dell’automazione, della meccanica, dell’elettronica, del packaging. Gli inglesi utilizzano una terminologia composita (aggettivo o gerundio+nome) molto descrittiva per rendere macchinari o sistemi, mentre francesi e italiani tendono a sostantivizzare. In genere se leggo un testo inglese devo confessare che comprendo meglio il funzionamento di un macchinario complesso perché la lingua inglese tende a semplificare.

In conclusione, le lingue sono un universo sfaccettato, spesso enigmatico, ma sempre stimolante. Bisogna necessariamente avvicinarsi a un popolo e tentare di pensare con un’altra testa. Solo in quel caso una traduzione diviene (quasi) perfetta.

Autore dell’articolo:
Elena Marzorati
Traduttrice tecnica di lungo corso e giornalista freelance
Cesano Maderno (MB)