Ogni bilingue è un traduttore? (6)

 Categoria: Traduttori freelance

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Implicazioni nell’abilità innata dei bilingui per la traduzione
Psicolinguisticamente, la parola “innato” indica un’abilità linguistica ereditata, che permette al bambino di parlare prima e meglio degli altri a causa del contatto col suo ambiente. Significa anche che nei bambini esiste una predisposizione nell’imparare a parlare una lingua che sentono nel loro ambiente.

È un’attività volontaria, intrapresa quando si hanno già appreso, completamente o in parte, le strutture e il vocabolario di base della propria lingua madre. Molte persone, ovviamente, non imparano altre lingue oltre quella materna; è quando si entra in contatto con una seconda lingua che ci si rende conto di quanto sia complessa una lingua e quale sia lo sforzo richiesto per apprenderla. Quindi, conoscere una lingua è un grosso ostacolo per impararne un’altra, e non si deve pensare che la competenza in entrambe sia sufficiente per essere un traduttore perfetto. È un dato di fatto che una persona normale padroneggia la propria lingua madre con inconscia facilità, e la gente varia nell’abilità di imparare altre lingue, come variano le loro abilità intellettuali; essere bilingue non vuol dire essere qualcuno in grado di comprendere la complessità dell’altre lingue imparate. Il bilinguismo tardivo porta all’interferenza reciproca tra le lingue, in particolare nel significato delle parole, nella grammatica e a livello della struttura.

Come già menzionato, l’età non è l’unico fattore per identificare la traduzione col bilinguismo, ma ci sono altri fattori come la personalità, il contesto, la motivazione e l’ambiente, fattori essenziali da applicare alla predisposizione alla traduzione. L’abilità cresce col tempo, e ciò contrasta con l’idea di traduzione naturale legata all’età: con la pratica costante l’atto traduttorio perde di naturalezza.

Cos’è quindi la traduzione naturale ? La traduzione è stata considerata come un modo di comunicare da diversi teorici, come Catford (1965), Toury (1995), Nida (1964) e altri. Toury (1995: 248), per esempio, la definisce da una prospettiva socio-culturale come produzione di un testo comunicativo. Da questa definizione, che implica socializzazione, deriva la strategia del riscontro attraverso cui il traduttore riceve ciò che è noto come riscontro normativo. Le norme della società riflettono la lingua d’arrivo e la cultura. Non c’è comunque una sola maniera di fare una traduzione perché non esistono criteri universali di appropriatezza. Questi criteri differiscono da un gruppo sociale all’altro.

Bisogna sottolineare che prima di tutto, un bilingue precoce spesso non conosce così bene le lingue da poter tradurre, alcuni addirittura soffrono di quello che è chiamato alinguismo, uno stato in cui una persona non ha pieno controllo delle lingue che parla. In secondo luogo, i bilingue precoci non conoscono così bene la cultura della lingua d’arrivo da poter fare una traduzione di qualità o non riescono a riconoscere quali aspetti della lingua di partenza e della sua cultura vadano trattati con particolare attenzione. Terzo, a un bilingue precoce spesso mancano le abilità linguistiche analitiche per poter lavorare su un testo difficile.

D’altra parte, un bilingue tardivo può non possedere la stessa conoscenza profonda dei colloquialismi, dello slang e dei dialetti che un bilingue precoce ha, anche se secondo Bell Rogers (1976: 132) bilinguismo corrisponde a biculturalismo, il che vuol dire che chiunque si definisce bilingue deve essere ferrato anche sulle due culture coinvolte.

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Fonte: Articolo scritto dal Dottor S. O. Kolawole e pubblicato nell’aprile del 2012 su Translation Journal

Traduzione a cura di:
Alexis Gagliardi
Laurea in Scienze della Mediazione Linguistica
Torino