Ogni bilingue è un traduttore? (3)

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La distinzione tra bilinguismo composto e coordinato va posta sotto esame. Negli studi fatti su persone multilingue, molti hanno mostrato un comportamento intermedio tra il bilinguismo composto e coordinato. Alcuni autori suggeriscono che la distinzione andrebbe fatta solo a livello grammaticale invece che sul vocabolario, altri usano il termine “coordinate bilingual” come sinonimo per coloro che hanno imparato due lingue fin dalla nascita, e altri hanno proposto di lasciar cadere la distinzione.

Nel bilinguismo, ci sono sempre problemi per quanto riguarda il bilinguismo bilanciato, l’idea della prevalenza  di una lingua, del perché non si può parlare di bilinguismo perfetto, per cui è difficile valutare l’equivalenza per quanto riguarda la traduzione. Si può solo misurare la dominanza di una lingua sull’altra.

A livello di competenze cognitive, quei bilingue che sono prolifici in due o più lingue, come quelli composti o coordinati, risultano avere una migliore abilità cognitiva, e imparano meglio un’ulteriore lingua in tarda età rispetto ai monolingue. Scoprire molto presto che i concetti possono essere organizzati in più di un modo dà ai bilingue un vantaggio.

Un collegamento continuo tra due lingue non mutualmente intellegibili e una che non conduce né a soppressione né a estensione di entrambe è traduzione. E quando due persone che parlano due lingue diverse devono conversare, la traduzione è necessaria anche attraverso una terza parte o direttamente. Paul Kholer (1973) discute la relazione tra bilinguismo e traduzione donando esempi studiati, considerando i livelli lessicali della traduzione e il ruolo che gioca il bilinguismo. Kholer va oltre dicendo che non esiste una traduzione automatica che sia soddisfacente per la semplice ragione che la struttura della lingua è complessa e le parole hanno più di un significato che dipende dal contesto in cui sono usate, e la traduzione automatica non può discriminare i vari significati di una parola.

La traduzione è un’applicazione pratica della teoria del significato. Il significato può essere analizzato a diversi livelli e in differenti unità, cioè dalla parola alla frase, all’enunciato, fino al testo. L’importanza del significato nella traduzione si può osservare nell’affermazione di Peter Newark (1982), il quale definisce la traduzione come “rendere il significato di un testo in un’altra lingua nel modo in cui l’autore ha inteso il testo”. Eugene Nida la definisce come “riprodurre nella lingua d’arrivo il messaggio della lingua di partenza prima in termini di significato e in secondo luogo in termini di stile”. Si osserva quindi che al significato va data priorità in qualsiasi traduzione perché il significato è la costante e va mantenuta tale; la forma può variare a seconda dello stile del traduttore o del testo.

La traduzione secondo Catford (1965: 20) implica semplicemente “la sostituzione o rimpiazzo del materiale testuale di una lingua con il materiale testuale equivalente di un’altra”. Il concetto di equivalenza pone comunque dei problemi perché può essere interpretato in varie maniere. Nell’equivalenza, non solo la parola viene presa in considerazione, ma anche il contesto.

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Fonte: Articolo scritto dal Dottor S. O. Kolawole e pubblicato nell’aprile del 2012 su Translation Journal

Traduzione a cura di:
Alexis Gagliardi
Laurea in Scienze della Mediazione Linguistica
Torino