Lettera aperta al traduttore principiante

 Categoria: Traduttori freelance

Era da molto tempo che avevo in mente di scrivere qualcosa di simile, però aspettavo di avere un motivo concreto. L’inizio dell’anno nuovo? Una ricorrenza del blog? Sembra che se non vi sia un motivo specifico, è un po’ come scrivere a vuoto, come parlare per dare fiato alla bocca. Come se io scrivessi, perché mi è successo qualcosa e, no, nel mio caso non è così. Scrivo questo, perché le reti sociali possono essere nocive, possono condurci sulla strada sbagliata e possono farci sentire male. Scrivo per te, alunno che mi leggi abitualmente e che forse sei già all’ultimo anno di studi e non sai cosa fare con la tua vita, finita l’università. Però, scrivo anche per me, dato che a volte fa molto bene volgere lo sguardo al passato, per vedere cosa ha funzionato e cosa no e quale sia la direzione giusta da prendere. Scrivo, soprattutto, perché è da molto tempo che osservo certa amarezza o frustrazione in alcuni casi: “all’università ci dipingono tutto nero”, “non mi avevano mai spiegato questo e non so cosa fare”, “non trovo lavoro”, “che fortuna per te che hai x libri tradotti alle spalle!”, “non mi considera nessuno”, ecc. Poco tempo fa, un ragazzo ha lasciato un commento in questo blog, in cui si lamentava di quanto siano poco solidali tra loro i traduttori, del fatto che nessuno lo avesse aiutato, né gli avesse dato alcuna opportunità per cominciare a lavorare e per continuare ad imparare. Sono consapevole del fatto che non sia l’unico a pensarla così.

Molte volte sui social sembra che tutto sia facilissimo e di colore rosa: “guarda che serie accattivante hanno assegnato a Tizio!” oppure, “Caio è pieno di lavoro!”, o ancora, “lui è interprete a New York, come deve stare bene!” Nessuno parla, però, di cosa ci sia dietro; i rifiuti, gli errori, le ore infinite di traduzione, i giorni senza lavoro a fissare la parete e a rigirarci i pollici. E, comunque, perché mai dovrebbero parlarne? Sui social ognuno è libero di raccontare ciò che più preferisce, non è vero? Alla fine dei conti, non sono i blog, i social, dei mezzi di comunicazione dal carattere del tutto personale? Sì, e alcuni di noi cerchiamo semplicemente di proporre idee e condividere esperienze che, alla fine, non sono altro che cognizioni soggettive. Nonostante questo, inconsapevolmente, molte volte ci paragoniamo agli altri e finiamo col sabotare noi stessi.

Non sei solo. Tutti ci siamo passati. Quando ho letto il commento del ragazzo di cui ti ho parlato prima, ho pensato ai miei inizi e mi sono sentita pienamente identificata nelle sue parole. Se non hai fretta, fatti un tè o un caffè e te lo racconto.

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Fonte: Articolo di Scheherezade Surià pubblicato il 19/02/2017 sul suo blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Francesca Regni