La necessità di tradurci (2)

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Le epoche lugubri coincidono con la censura di opere straniere. Alla ricerca del tempo perduto si tradusse in cinese, per la prima volta in versione integrale, tre decadi fa con un titolo di rimando fluviale. “Perduto” si trasformò in “come acqua”, provocando in questo modo nuovi richiami: la definizione confuciana del “tempo” come “acqua” o l’associazione teista tra “acqua” e “virtù”. Il progresso della letteratura non si comprende senza questa logica di vasi comunicanti. Esaminiamo ora la lingua russa: maturò con traduzioni del francese e del tedesco. In seguito il russo restituì il favore quando si tradussero in altre lingue le opere di Tolstoj, Dostoevskij o Cechov. Grazie a loro i modernisti britannici scoprirono una nuova forma di plasmare la psiche. Virginia Woolf si decise ad apprendere il russo e a firmare traduzioni insieme ad un emigrato ucraino. In epoca sovietica, quando Hemingway o Faulkner si tradussero nella lingua di Pushkin, rivoluzionarono la generazione di scrittori degli anni sessanta, ecc. Viaggi di andata e ritorno nel tempo e nello spazio che espandono gli orizzonti mentali dei territori.

La lingua dell’Europa è la traduzione, diceva Eco. Una maniera concisa di esprimere che ci sono una moltitudine di lingue e che, quando si traducono tra loro, si crea un dialogo arricchente basato sull’ospitalità. In un mondo sempre più distratto, tradurre esige un attento ascolto. O, per lo meno, prova a farlo. Oggi, dove è normale silenziare l’opinione contraria con un clic, fare spazio per incorporare la diversità significa andare controcorrente.

Tra loro, le lingue fraternizzano con meno complessi rispetto a quanto fanno i loro rispettivi parlanti. È la natura viva delle lingue: ignorare le imposizioni, attraversare le frontiere, contaminarsi. E la traduzione, come privilegiato ponte di unione, è una lezione di convivenza. “Due culture, due lingue,

due paesi si traducono – si integrano, si differenziano, si mescolano – in questa traduzione ideale permanente, che costituisce la realtà della sua relazione”, afferma Claudio Magris. Da poco la consigliera della cultura del governo catalano ha dichiarato che nel parlamento della Catalogna si parla troppo spagnolo rispetto al catalano. Il diavolo si cela nei dettagli, e questo suo “troppo” mi ha sorpresa, a 2.300 km di distanza, leggendo un passaggio di Leo Spitzer; un filologo come la consigliera che nel 1933 dovette emigrare da Colonia, dove perse il suo posto di lavoro come professore universitario. Esiliato a Istanbul, scrisse della deterritorializzazione delle lingue: “qualsiasi lingua è umana prima che nazionale: la lingua turca, la lingua francese e quella tedesca appartengono prima di tutto all’umanità e, in seguito, ai francesi e ai tedeschi”. Dimostrare stima per tutte le lingue senza eccezioni è qualcosa che ci si aspetta in primis da un filologo e successivamente anche da un’alta carica della cultura. Dovrebbe essere sempre presente, anche nel resto della Spagna.

Fonte: Articolo scritto dalla traduttrice Marta Rebón e pubblicato il 26 luglio 2020 su El País

Traduzione a cura di:
Biagioli Federica
Master in traduzione presso l’Università Complutense
Madrid (Spagna)