Il difficile mestiere del traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

Fare il traduttore può spesso apparire come il lavoro ideale: lavorare dove, quando e come si vuole (anche in pigiama!), poter gestire autonomamente i propri tempi, leggere libri in anteprima, guadagnarsi da vivere comodamente seduti al computer, svolgere un lavoro appassionante e interessante. Tutte cose verissime. Eppure quello del traduttore non è certo un lavoro perfetto, a volte, la sua vita può essere davvero dura. Perché? Ecco qua:

1) Lavorare dove si vuole, tipo da casa, è un bel vantaggio certo, ma… quando il postino suona nel bel mezzo di un passaggio complicato? Quando in casa guardano la televisione o ascoltano musica a tutto volume e la concentrazione sfugge in ogni momento?

2) Lavorare da soli sì, che bello, potersi organizzare il proprio tempo, però bisogna anche saperselo organizzare. Evitare distrazioni ma comunque sapersi porre dei limiti. Insomma, non bisogna distrarsi ma neanche andare avanti a oltranza. È necessario imparare a un certo punto a spegnere il computer. Solo così un traduttore potrà avere una vita “normale”.

3) Le prove da superare non finiscono mai. Per lavorare con una nuova casa editrice o agenzia di traduzione ci sarà sempre un test di traduzione da affrontare. È comprensibile. Ma, pur facendo un ottimo lavoro, non è detto che il test andrà bene, ci potrà infatti essere sempre qualcuno con più esperienza o con tariffe più basse che verrà preferito.

4) Il pagamento, altro tasto dolente. La maggior parte dei clienti chiede il classico lavoro fatto “per ieri” eppure i pagamenti spesso tardano ad arrivare, soprattutto quando si parla di clienti privati. Ecco dunque che arriva a un certo punto il momento di sollecitare il pagamento per il lavoro svolto, magari già da qualche mese. C’è chi è più bravo in queste cose e chi lo è meno. Ad ogni modo è una vera scocciatura.

5) La sfida della traduzione in sé stessa è, per la maggior parte delle volte, davvero stimolante per chi questo mestiere lo fa con vera passione. A volte però il compito di riportare un concetto in una lingua diversa dall’originale si fa davvero arduo. La preparazione linguistica da sola non basta, ad esempio, per tradurre giochi di parole, slogan o battute divertenti, ciò che serve è una grande creatività e una profonda conoscenza delle due culture.

6) E comunque, per essere un traduttore, non basta “conoscere le lingue”, bisogna avere anche una grande padronanza della propria lingua madre (quella verso cui si traduce), bisogna costantemente aggiornarsi e mai sospendere la propria formazione. In questa professione non si può mai dire di essere arrivati. Ci sarà sempre qualcosa in più da imparare.

7) Il tutto deve poi essere fatto nel rispetto dell’autore, del suo stile, delle sue intenzioni. Il traduttore c’è, ma quello più bravo è quello che non si vede, quello che riesce a farsi invisibile. Quindi, se è davvero bravo probabilmente il suo lavoro certosino non verrà nemmeno notato.

Diciamocelo dunque, quello del traduttore è un mestiere davvero difficile, eppure pieno di tutte le cose più belle che la vita ha da offrire: sfide, parole, storie, creatività, conoscenza, nuovi mondi. Quindi, probabilmente – anzi, sicuramente – ne vale la pena!

Autrice dell’articolo:
Eleonora Tedeschi
Traduttrice, editor, giornalista
Firenze