Approccio e strategia traduttiva

 Categoria: Tecniche di traduzione

I forestierismi non adattati
Molto spesso, mentre traduciamo una bellissima storia avvincente, ci imbattiamo in parole straniere che non hanno nessuna corrispondenza nella lingua italiana. Come affrontare la traduzione di queste parole così intrise di significato per l’autore ma assolutamente impossibili da rendere nella nostra meravigliosa e complessa lingua?

Partiamo dal primo significato del verbo tradurre, come definito dal vocabolario Treccani: verbo transitivo, dal latino traducĕre “trasportare, trasferire”. Il verbo tradurre è composto da trans “oltre” e ducĕre “portare”, rifatto sull’analogia di condurre e sim. (http://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/tradurre/)

Come tutti i traduttori sono solita dar peso alle parole, al loro significato, alla loro origine. Cercare il traducente giusto, la parola, o l’espressione, che riesce a “trasportare” il lettore “oltre” il confine nazionale per renderlo partecipe, talvolta protagonista, di una storia meravigliosa. Nella traduzione letteraria, spesso il traduttore si trova a decidere che tipo di approccio scegliere, bisogna porsi sempre delle domande: voglio un lettore viaggiatore, curioso, che decide d’intraprendere un viaggio per comprendere una cultura diversa dalla propria e cercare di dare un significato a quella parola? Da qui la scelta del traduttore di lasciare il termine in lingua originale. Oppure,voglio un lettore che non vuole lasciare il divano, non viaggiare con la fantasia ma vuole semplicemente rilassarsi e farsi “trasferire” nel mondo descritto dall’autore del libro? Da qui la scelta di cercare un traducente o parafrasare il termine per cercare di passare il messaggio al nostro lettore.

Personalmente credo che tradurre la letteratura sia una delle più grandi sfide del traduttore, significa instaurare un proprio legame con i personaggi, i luoghi descritti e vivere, in un certo senso, l’avventura prima di descriverla nella nostra lingua. Bisogna entrare nel personaggio, nella storia, viaggiare per primi nella cultura del paese della lingua sorgente perché quello che per me è una pizza ai peperoni, non è una pepperoni pizza per un americano!

Tempo fa, nel tradurre un libro fantasy, ambientato nella Malesia degli anni ’30, mi sono dovuta calare nel personaggio e intraprendere un viaggio virtuale nell’Asia del periodo prebellico per scegliere se lasciare,o parafrasare, delle parole tipiche del linguaggio malese. Dopo molte ricerche, mi sono affidata al mio lettore viaggiatore, ho scelto di lasciare quei termini nella lingua originale per non perdere quella magia che scaturiva dal racconto. Ci sono state altre volte però, che ho dovuto adattare i termini alla cultura italiana e accontentare così il mio lettore da divano.

Carlo Collodi, nella prefazione del suo libro I racconti delle fate, scrive:
“Nel voltare in italiano i Racconti delle fate, m’ingegnai, per quanto era in me, di serbarmi fedele al testo francese. Parafrasarli a mano libera mi sarebbe parso un mezzo sacrilegio. A ogni modo, qua e là mi feci lecite alcune leggerissime varianti, sia di vocabolo, sia di andatura di periodo, sia di modi di dire: e questo ho voluto notare qui in principio, a scanso di commenti, di atti subitanei di stupefazione e di scrupoli grammaticali o di vocabolario. Peccato confessato, mezzo perdonato: e così sia.”

Autrice dell’articolo:
Federica Bulciolu
Traduttrice freelance EN>ITA FRA>ITA
Torre del lago Puccini, Viareggio (LU)