La traduzione e i rifacimenti nel Medioevo

 Categoria: Storia della traduzione

Nell’attività di traduzione medievale è opportuno tenere conto di tre parametri essenziali:

- <<l’indispensabilità della funzione critica ed ermeneutica che nell’accostamento ad un testo>> letterario << deve essere concomitante, se non addirittura preliminare, alla pura prassi della traslitterazione linguistico-semantica: funzione che permette di dosare, tra l’altro, il margine di libertà concesso a quel lettore privilegiato che è traduttore, legato al testo da imprescindibili vincoli di fedeltà>>.

- << la precarietà della traduzione>>

- << l’inevitabile riduttività implicita in ogni operazione del tradurre; poiché risulta illusoria qualsiasi ipotesi di recuperare tutte le implicazioni possibili del messaggio, la traduzione finisce con l’essere sempre un’operazione parziale>>[1]

Nell’ambito delle traduzioni medievali, il traduttore oltre alle conoscenze basiche e indispensabili come: la conoscenza linguistica, culturale e storica, dovrà considerare il pubblico a cui è destinata la traduzione e l’acquisizione del messaggio.

Le traduzioni in ambito medievale infatti riguardano tre diversi tipi di processi:

Il filologo medievalista, durante la sua operazione di parafrasi del testo, deve dimostrare di aver compreso esattamente il testo da lui analizzato, offrendo al lettore specialista una serie di giustificativi, mediante l’utilizzo di note e di un commento sulle scelte testuali compiute.

Un’operazione differente invece è quella della traduzione letterale, in cui il filologo riporta in una lingua d’arrivo, un testo che sia comparabile a quello di partenza nei contenuti e che permetta, anche al lettore non esperto linguisticamente e tecnicamente dell’area culturale, di comprenderne il significato nella propria lingua in parallelo con l’originale.

Infine abbiamo una terza versione, destinata ad un pubblico “ingenuo”, in cui non appare il confronto diretto con l’originale, ma in cui si garantisce comunque la professionalità della traduzione, in cui anche nella sua autonomia si garantiscono gli stessi criteri applicati nella traduzione sinottica.

In un saggio del 1959, Roman Jakobson individuò tre tipi di traduzione:[2]

- endolinguistica: caratterizzata dalla riformulazione del testo
- Interlinguistica: caratterizzata dalla traduzione propriamente detta
- Intersemiotica: riguardante la trasmutazione di un messaggio da immagini a testo

Nella cultura medievale la trasmutazione è fornita dalla traduzione di immagini pittoresche di contenuto sacro o facenti parte delle letterature agiografiche.

In età medievale si sono prodotte una serie di testi ad alto contenuto artistico, come “Lascantigas de Santa Maria” di Alfonso X di Castiglia.

La traduzione e il rifacimento rappresentano insieme alla prosificazione e ad altre manipolazioni il testo “secondo”. Il termine “secondo” testo designa quel testo che viene dopo un altro testo, oppure un testo fatto secondo un altro testo.

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Autrice dell’articolo:
Federica Turrisi
Laurea Magistrale in Truduzione Specialistica
Università degli studi da Bari A. Moro


[1] Giuseppe Tavani, TRADURRE IL MEDIOEVO: come?
[2] Roman Jakobson, Aspetti linguistici della traduzione (1959)