L’arte del tradurre

 Categoria: Storia della traduzione

1. La traduzione come scienza linguistica
La teoria della traduzione è stata – a partire dalla seconda guerra mondiale – ricca di controversie da parte dei grandi traduttori che si sono più volte interrogati su questa particolare “arte”: la continua lotta tra il bisogno di conservare l’originaria fedeltà e l’eccitante scoperta che il testo potesse trasformarsi nel momento in cui veniva trasposto in un’altra lingua (spesso con l’intenzione di migliorarlo). È proprio negli anni Cinquanta che la letteratura teorica sulla traduzione inizia un vero e proprio percorso di auto riflessione con lo scopo di fornire agli esperti una serie di utili strumenti pedagogici. Questo percorso prenderà poi una piega più scientifica, consentendo alla traduzione di diventare una vera e propria scienza linguistica.

Gli studi dell’americano Eugene A. Nida portano alla conclusione che il lettore della traduzione deve reagire allo stesso modo del lettore del testo originale, ponendo quindi l’attenzione sul testo comunicativo e sulle reali intenzioni del testo, quello che vuole esprimere in rapporto alla lingua e al contesto di partenza.

Si può quindi dedurre che l’atto del tradurre consiste innanzi tutto nel decodificare il sistema interno di una lingua e la struttura del testo nella lingua di partenza, al fine di poter creare una copia del sistema testuale che abbia gli stessi effetti sul lettore di arrivo. Una buona traduzione è convincente dal punto di vista stilistico, metrico, fonosimbolico e anche da quello degli originali effetti sull’emotività del lettore.

Ciò che aumenta esponenzialmente la difficoltà della traduzione sono gli ambiti che differenziano le diverse culture, per i quali bisogna avere sempre un occhio di riguardo: l’ecologia, la cultura materiale, la cultura sociale, quella religiosa e quella linguistica (Nida, 1945) [1].

Lo sviluppo di diversi interessi semiotici e l’espansione dell’informatica sono fenomeni che spingono un numero sempre maggiore di traduttori ad usare procedimenti come il transcodage e la negoziazione, processo attraverso il quale, per ottenere qualcosa bisogna rinunciare a qualcos’altro. Tradurre significa sempre rinunciare ad alcune delle sfumature che il testo di partenza implica: l’interpretazione iniziale deve stabilire quali e quante delle possibili scelte possano essere omesse. Anche se la negoziazione non sempre appaga equamente le due parti in gioco, non bisogna mai allontanarsi troppo dal proposito iniziale. Dando per scontato che il contenuto espresso da una parola sia tutto ciò che corrisponde ad una determinata “voce” di un dizionario, bisogna tenere conto delle varie accezioni della parola stessa, non solo per quanto riguarda l’aspetto lessicale, ma anche quello sintattico, morfologico, di relazione tra suono e grafia, ecc. Spesso queste non possono essere sostituite con un sinonimo “secco”, ma con una definizione, una parafrasi o un esempio. Proprio per questo motivo, bisogna disambiguare il contesto per poter capire quale termine equivalente possa essere scelto per la lingua d’arrivo. Erroneamente, i “non addetti ai lavori” potrebbero essere portati a pensare che la traduzione letterale francese/italiano sia un semplice esercizio di sostituzione terminologica, dato che si tratta di due lingue discendenti dallo stesso ceppo latino e da culture affini.

Si può dire che, in generale, le due lingue sono false amiche.

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Autrice dell’articolo:
Francesca Peracchione
Freelance translator
Genova


[1] Eugene A. NIDA, Theory and practice of Translation, Leiden, 1969.