L’arte del tradurre (2)

 Categoria: Storia della traduzione

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2. Scendere a compromessi con il testo
Prima di iniziare una traduzione, è d’uopo procedere all’analisi di quest’ultimo dal punto di vista sintattico, semantico, grammaticale e anche dei contenuti. Ciononostante, bisogna tenere conto del fatto che spesso gli scrittori fanno scelte stilistiche marcate che contravvengono ai dettami della grammatica. Non bisogna poi mai perdere di vista il fatto che l’autore sia il solo a poter autorizzare eventuali modifiche del traduttore, purché non venga intaccato il significato generale dell’opera. Le modifiche possono andare dalla sostituzione di una parola all’omissione di un intero brano, a patto che le perdite vengano compensate.

Spesso il traduttore sente forte la tentazione di aiutare l’autore e cerca di sostituirsi a lui: il risultato porterà ad un’opera perfetta ma non ad una perfetta traduzione. Talvolta tradurre significa voltare le spalle alla propria lingua per evitare che produca effetti di senso che nel senso originale non erano stati previsti.

Nel libro Dire quasi la stessa cosa[1], Eco sostiene che “la traduzione, come ogni interpretazione è una chiarificazione enfatizzante” ed analizza alcuni casi di ambiguità, causati a volte dall’autore a volte dal traduttore. Quello più interessante e pertinente al nostro discorso è il caso in cui l’autore originario ha commesso un peccato di non voluta ambiguità: in questo caso non possiamo non citare i nomi propri di personaggi e luoghi. Sempre Eco suggerisce che, quando l’errore da parte dell’autore non è intenzionale, è possibile farglielo notare per poter chiarire meglio cosa intendeva dire e, magari, permettergli di riformulare in un’edizione successiva dell’opera.

Ci sono poi casi in cui il traduttore è vincolato da una scelta letteraria obbligatoria, cercando di rendere l’effetto di senso complessivo a scapito, ad esempio, di giochi di parole. Per prima cosa, quindi, è necessaria una standardizzazione della lingua di partenza: cercare di capire cosa l’autore volesse dire è il punto di partenza di ogni traduzione.

Esiste anche il caso in cui il traduttore perde qualcosa, come da sempre succede a chi tenta di tradurre: si perde perché non esiste il corrispettivo nella lingua d’arrivo, ma si guadagna qualcos’altro perché ci si scervella per parafrasarlo e per far sì che susciti lo stesso effetto nel lettore italiano.

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Autrice dell’articolo:
Francesca Peracchione
Freelance translator
Genova


[1] Umberto ECO, Dire quasi la stessa cosa, Bergamo, Tascabili Bompiani, 2012