Confessioni di un traduttore di manga (4)

 Categoria: Servizi di traduzione

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Come faccio quello che faccio
Ad essere onesto, non so come gli altri traduttori di manga ottengano il loro testo finale. Io so solo come faccio io. Quello che sto per dirvi su come opero potrebbe essere l’esatto contrario di come lavora qualcun altro. O potrebbe anche essere lo stesso. Sarebbe interessante da scoprire. A dire la verità, mi dà un poco di agitazione sentire quello che persone come Matt Smith, Fred Schodt, e Matt Alt diranno di questo articolo. O anche lo stesso Jay Rubin; annuirà consciamente con concordia? O con scherno? Lo vedremo.

Non ho fatto una scuola per fare questo, né qualche tipo di tirocinio o addestramento, quindi se il mio processo appare debole la colpa è interamente mia. Come ogni artista ho sviluppato il mio metodo attraverso la pratica e l’esperienza. Per evitare fraintendimenti, la traduzione di manga è una forma d’arte, così come la scrittura, il disegno, la colorazione, il lettering o qualsiasi altro delle miriadi di lavori che si aggiungono ad un fumetto pubblicato. C’è un motivo per il quale i CAT tools sono inutili per i manga, non siamo tecnici.

Parte della questione è la natura del linguaggio. Il giapponese non si presta facilmente alla traduzione. È un linguaggio altamente legato al contesto, ben diverso da un linguaggio poco legato al contesto come l’inglese. Questo significa che il giapponese usa meno parole e fa maggiormente affidamento sul contesto culturale per comunicare quello che accade sulla scena. Si dice spesso della letteratura giapponese che per ogni parola sulla pagina ce ne sono tre non scritte.  È ai lettori che spetta riempire i vuoti.

Come se non bastasse, il giapponese ricorre a quattro sistemi di scrittura: kanji, katakana, hiragana e romanji. Ognuno può leggermente distorcere il significato o aggiungere ulteriore contesto al contenuto di una frase. Una persona che parla in katakana probabilmente ha un accento straniero; oppure le singole parole possono cambiare il sistema di scrittura per porre enfasi, come l’inglese usa il corsivo o il grassetto. Si può addirittura scrivere una parola in kanji, come “maestro”, e poi allegare a esso un apice in hiragana per dire “signore della guerra” come significato aggiuntivo. Oltretutto, il giapponese fa massiccio uso di frasi idiomatiche e ripetizioni. Navigare il complesso mondo dei livelli di cortesia giapponese può essere pericoloso persino per coloro nati e cresciuti in quella cultura. Intraprendono spesso il percorso con meno ostacoli e usano e riusano una fraseologia socialmente appropriata, affidandosi al contesto culturale per dare il vero messaggio.

L’inglese è relativamente diretto: il più delle volte le persone dicono quello che intendono. Il giapponese è “Shaka; quando caddero le mura”.

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Fonte: Articolo scritto da Zack Davisson e pubblicato il 7 marzo 2016 su The Comics Journal

Traduzione a cura di:
Edoardo Vòllono
Aspirante Traduttore
Bari