I realia sono parole e locuzioni che denotano cose materiali culturospecifiche, appartenenti cioè a una determinata lingua/cultura, e che, in quanto tali, non trovano corrispondenze precise in altre. La traduzione dei realia implica quindi una scelta onerosa che si sposta lungo i due poli estremi dell’addomesticamento e dello straniamento: l’addomesticamento è un avvicinamento del “testo” (considerato nel suo significato più esteso, ovvero di qualsiasi tipo di produzione scritta o orale) tradotto al lettore e alla sua cultura, un procedimento target-oriented dove il traduttore compie un vero e proprio lavoro di scalpello per smussare ed eliminare tutte le asperità, ovvero tutto ciò che può apparire estraneo o incomprensibile in quanto appartenente a un diverso background culturale; lo straniamento è invece un procedimento source-oriented, dove avviene l’opposto: si cerca di avvicinare il lettore al testo, lasciando intatte alcune peculiarità, soprattutto linguistico-culturali, dello stesso, magari fornendo, nel caso di testi scritti, un apparato critico che aiuti nell’interpretazione, come note a piè di pagina o glossari. Bruno Osimo nella sua opera “Il manuale del traduttore”, dedica un paragrafo a parte al problema della traduzione dei realia e ne analizza le varie strategie di resa, in certa misura differenti da quelle usate normalmente nella traduzione:
1. Neutralizzazione del realia (si pensa possa causare dei problemi o si trova difficoltà a tradurlo, e per questo motivo si omette);
2. sostituzione con un realia della cultura ricevente;
3. esplicitazione del realia (viene fornita una spiegazione/descrizione).
Tra i realia si collocano anche le parole legate al cibo e non è un caso se «sono tra le più intraducibili e tra le meno tradotte». Un esempio vistoso di questo si può individuare nelle versioni doppiata in italiano (ma questo vale anche nel caso di altre lingue, come lo spagnolo o l’inglese) degli anime (spesso chiamati impropriamente “cartoni animati”) giapponesi, dove la tendenza a mantenere il nome originale dei cibi è praticamente inesistente. Le scelte di traduzione dominanti sono invece incentrate alla sostituzione con un altro realia più familiare alla realtà culturale degli spettatori e alla neutralizzazione; anche la tecnica dell’esplicitazione viene utilizzata in pochissimi casi. Questo è dovuta probabilmente allo scopo che ci si prefigge, ovvero rendere la visione dell’anime immediata e scorrevole, eliminando o cambiando tutto quello che può apparire estraneo alla cultura ricevente o che (si pensa) non verrà compreso, fomentando indirettamente una sorta di “pigrizia culturale”.
Autore dell’articolo:
Agnese Ciccone
Traduttrice EN-ES>IT
Siena