@Email my heart (4)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Terza parte di questo articolo

Leggenda e Realtà a confronto : il Mito della chiocciola

I :- “Da più punti di vista, approdando al mitologico, la sua carriera si snoda in un percorso lunghissimo che sfocia nella vita reale. Cosa ci può narrare in proposito? ”-

C: -“Beh, ecco…sono un pochino in imbarazzo per il lungo elenco… ma rappresento :

1- l’anello nuziale che unisce uomo e donna, figura simbolo tipica della matematica e dei linguaggi informatici.

2- Definisco gli interruttori di molti elettrodomestici.

3- Mi riferisco alla sezione aurea, che ritorna divinamente in serie e forme spiraliformi matematiche presenti in natura.

4-La simbologia biblica di Alpha e Omega, come Inizio e Fine, mi richiama.

5-Sono simbolo dell’anarchia, come entità prima per i Greci e teoria fisica matematica.

6-Ricordo gli anelli che circondano il pianeta Saturno, anche dio romano dell’agricoltura e dell’abbondanza : ecco spiegato il motivo della mia collocazione nei mercati e nei cicli della natura.

7-Ricordo inoltre Cronos, dio del tempo che mangia tutto cio’ che crea e regola i cicli delle stagioni, in base alla rotazione e rivoluzione dei pianeti, poiché Saturno per i Romani=Cronos in greco.

8- Suggerisco come anello concetti di chiusura,perimetro,separazione tra periferia e centro,labirinto, associati ai problemi e al nodo della nostra Rete; si tratta  di un enigma che però tiene unite le maglie della rete, complicando,intricando, ma allo stesso tempo legando i membri di una relazione sociale.

9-Sono uno dei paradossi della simbologia di Internet, vale a dire una rete che avvolge il globo e separa l’esperienza reale da quella virtuale, estendendo le comunicazioni nello spazio e nel tempo, liberando lo scambio delle informazioni tra le sue maglie.

10-Sono circolare come una ruota, che ricorda i cerchi nel grano, il mistero di Atlantide, sfociato nel labirinto di Cnosso, stilizzato come un cervello, fondamentale per risolvere i problemi della vita. Labirinto non chiuso, ma con due passaggi esterni: una via d’uscita e una d’ingresso.

11-Per navigare nei labirinti della Rete, esplorandoli come in un viaggio tra i continenti, sono come una matassa di filo, una bussola o la rosa dei venti, tipici dell’orientamento su terra e mare, per quest’ultimo sfruttando correnti e stelle come punti di riferimento.

12- Rievocando simboli anche orientali, sono una contraddizione unica,tipica della lotta vitale degli opposti.

Quinta parte di questo articolo >

Articolo a cura di:
Beatrice Brasolin
Interprete e traduttrice EN-FR-DE-ES > IT
Vigevano (PV)

@Email my heart (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Gli Utilizzi più disparati di una vera protagonista…

I:- “ D’accordo, tutti gli indirizzi, dagli albori del web, portano dunque Lei, la celebre chiocciola, come simbolo ufficiale… ma quanti utilizzi l’hanno vista e la vedono protagonista? ”-

C:- “ Dunque, mi faccia pensare…sarei lieta di citare i più curiosi in assoluto!

-         In informatica mi preoccupo di separare il nome dell’utente dal nome di dominio, negli indirizzi di posta elettronica, ad esempio marilisa@gmail.com e su twitter annuncio il nickname di ciascun utente, ad es @beatricesofia

-         Come ho raccontato prima, i mercanti e commercianti veneziani mi utilizzavano, ma in che modo? Come abbreviazione dell’espressione “contenuto in”; ogni giorno dovevano caricare e scaricare dalle navi un mare di merce, dunque esistevano molte abbreviazioni come la mia, ad es 1l acqua@ 1 bot vetro, cioè un litro di acqua contenuto in una bottiglia di vetro.

-         Compaio nella posta comune, come segno simile a c/o, ad indicare “presso”, quindi mi trovo negli indirizzi della corrispondenza, per indicare il luogo in cui vive/lavora il destinatario.

-         In motoristica ed elettronica ad es “Potenza:100kW@5000giri/min” =la potenza massima di 100 kW è raggiungibile ad un regime di 5000 giri/min come ad es “Tensione a vuoto:100 V @ T=25°C” precisa, essendo tale valore variabile con la temperatura, che la sua misura è stata effettuata a 25°C. In qualità di “at” sono quindi adoperata per identificare le prestazioni condizionate, dipendenti dal regime di funzionamento o dalle condizioni ambientali in cui si effettua la misura.

-         Negli eventi sportivi degli U.S.A. mi trovo come separatrice dei nomi delle due squadre contendenti, ad indicare quale delle due (in genere la seconda) gioca sul campo casalingo, ad es LA Lakers@ Boston Celtics ,che vuole dire che la partita ha luogo a Boston.

-         In Contabilità mi preoccupo di indicare il cambio di una moneta in un’operazione con valuta estera; in questo caso derivo da “al Cambio di”= AC (contrazione) = @ o,  nei versamenti di contanti in conto corrente, sono utilizzata per comporre gli articoli di partita doppia nel libro giornale, ad es “Banca c/c Cassa”, cioè “conto di dare (Banca) al conto di avere (Cassa)” e sono interpretabile come l’unione della lettera “a”, la cui gamba prosegue sino ad avvolgere la lettera stessa formando una lettera “c”

ecc ecc…”-

Quarta parte di questo articolo >

Articolo a cura di:
Beatrice Brasolin
Interprete e traduttrice EN-FR-DE-ES > IT
Vigevano (PV)

@Email my heart (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

In volo nel Cyberspazio…

I:- “ Come è approdata, quindi, nel campo dell’informatica? ”-

C:- “ Il mio papà adottivo si chiama Raymond (per gli amici Ray) Tomlinson (R.I.P.), ricercatore (ingegnere e programmatore) laureato al MIT, che stava lavorando per l’azienda BNN= Bolt Beranek and Newman e nel team di sviluppatori del progetto ARPANET(la BBN forniva alla neonata ARPANET gran parte del software e dell’hardware necessario a portare avanti un progetto così promettente), la rete universitaria di origine militare (creata dal DARPA=Dipartimento della Difesa americano) da cui sarebbe nata Internet, perciò sua antenata. Egli invio’ il primo messaggio elettronico con un dispositivo telescrivente Teletype Modello 33, impiegandomi per indicare il luogo o l’istituzione del destinatario: non ero presente come lettera in un nome, perciò non creavo confusione, ed indicavo allo stesso tempo un utente seduto “at” (in italiano “ad”) uno specifico computer. Da quel momento in poi  Ray ha stravolto per sempre il modo di comunicare fra gli esseri umani!!!Correva l’anno 1972 ed egli, definendomi “solo una preposizione sulla tastiera”,mi scelse, perché sono tanto particolare da essere unica come icona standard e simbolo perfetto, rispetto a tutti gli altri segni di punteggiatura tradizionali,ovvero insostituibile nel mondo digitale. Il primo messaggio dal primo indirizzo email della storia tomlinson@bbm-tenexa fu scambiato tra due macchine vicine, Tenex A e Tenex B, collegate solamente dalla rete Arpanet. Il contenuto della prima mail, forse qualcosa come “test” o “1234” o il  mito della sigla “QWERTYUIOP” (la prima riga di lettere della tastiera), dall’aneddotto molto curioso, era probabilmente un insieme di più lettere senza importanza, tanto da essere dimenticato dall’autore stesso, come sottolineato nel suo blog .  Accompagnai così i primi nickname e fui estesa agli unici 12 siti esistenti in cui Arpanet era già operativa. Sempre nel suo blog,il mio babbo, impegnato a sfatare i falsi miti createsi intorno all’invenzione dell’email, scrisse questa  bella riflessione : “Don’t believe everything you read on the web. Remember, there are humans behind those web pages and humans make mistakes.”(Non credete a tutto ciò che leggete sul web. Ricordate, ci sono degli esseri umani dietro a quelle pagine web e gli esseri umani commettono errori).”-.

Terza parte di questo articolo >

Articolo a cura di:
Beatrice Brasolin
Interprete e traduttrice EN-FR-DE-ES > IT
Vigevano (PV)

@Email my heart

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Sulla scia di una simpatica canzone in tema, l’epica chiocciolina ci racconta, in un’ intervista esclusiva, la sua biografia, dalla nascita al suo successo mondiale, ricco di immagini e valori curiosi, a seconda delle latitudini.

Un po’ di Storia…

INTERVISTATORE:- “ Signora Chiocciola, ho sentito dire che Lei vanta origini italiane. Da quale epoca arriva, dunque, lemme lemme? ”-

CHIOCCIOLA:-“Se Lei percorre a ritroso le tracce storiche da me lasciate, approda nella Serenissima,ovvero la fiorente Repubblica di Venezia, nell’anno 1500; io sono di discendenza veneziana, infatti comparii per la prima volta presso i commercianti e mercanti del posto, ma anche fiorentini, in rappresentanza dell’anfora, molto anticamente misura di peso e di capacità. Tanti documenti e lettere, squisitamente mercantili e commerciali, mi nominavano, tanto che i mondi arabo-ispanico e greco-latino mi scelsero, indicandomi con il termine arroba=anfora (equivalente al peso di 25 libbre), e, in seguito, il mondo navale anglosassone decise di utilizzarmi, designandomi con l’espressione “at price/rate of=al prezzo di” e facendomi seguire da un valore numerico indicante la quantità di moneta; sono cosi’ sopravvissuta e scivolata, senza nemmeno accorgermene, sulla tastiera della macchina da scrivere, tanto utile ai ragionieri e dattilografi del globo…Sono rimasta lì, a lungo dimenticata, ad attendere che qualcheduno mi riscoprisse, accorgendosi di me.”-

Anche della Scrittura …

I:- “ E dal punto di vista grafico che cosa ci racconta? ”-

C:- “ Nasco comunque tracciata con il mio singolare stilema, come fusione, unione stilizzata della vocale “a” e della consonante “d” scritte in minuscolo, che formano la locuzione latina ad=verso (moto a luogo) o che  possono valere come abbreviazione delle parole latine a(nnus) ‘anno’, a(ut) ‘o’, a(lius) ‘altro’, a(nte) ‘prima’o come fusione tra le lettere “a” e “c”, perché il cerchio attorno alla “a” presenta la forma di una “c”. I popoli anglofoni hanno poi modificato il mio significato da “ad”a “at”, da “verso a” a “presso” , da moto a luogo a stato in luogo in grammatica, curvando l’asta della lettera d verso sinistra; tale cambiamento si è reso necessario per differenziare “ad” da “AD”, Anno Domini.

Nei titoli dei processi dei Tribunali Criminali Pontifici, nei secoli XVII-XVIII, ero presente come indicazione del Tribunale “versus”= “contro” (l’imputato).

Sono poi arrivata sulle macchine da scrivere Lambert del 1902 (prodotta dalla Lambert Typewriter Company di New York )e nella IBMSelectric del 1961 , ad abbreviare la frase commerciale inglese da me citata in precedenza ,e, successivamente, sono stata inserita nel set originale dei caratteri ASCII.

Sono comunque sempre rimasta un’elegante abbreviazione con svolazzo…”-

Seconda parte di questo articolo >

Articolo a cura di:
Beatrice Brasolin
Interprete e traduttrice EN-FR-DE-ES > IT
Vigevano (PV)

Lettera aperta al traduttore principiante (9)

 Categoria: Traduttori freelance

< Ottava parte di questo articolo

Lo stesso vale per quanto riguarda le case editrici. È già da un po’ di anni, sembra preistoria, ma credo 10 anni ormai, dopo una delle mie “battute di invio curricula”, feci una prova per la casa editrice VM (lascio le iniziali come nei programmi di gossip, onde evitare…) adesso inesistente, e mi scelsero. Con la promessa di un lavoro regolare, proponevano delle tariffe irrisorie: 5,5 € i 2100 caratteri. Però, ho pensato, intanto meglio iniziare e poi ci sarà modo di chiedere di più. Errore grossolano. E non solo riguardo alle tariffe, anche l’organizzazione della casa editrice era nefasta, non mandavano mai esempi giustificativi al traduttore e alla fine chiusero, dovendo molti soldi ai collaboratori esterni. Ho avuto la fortuna di essere pagata, però non tutti possono dire lo stesso, purtroppo. Inoltre, non riuscirono a pubblicare molte traduzioni, tra le quali un romanzo bellissimo di Brandon Sanderson da me tradotto e caduto nel dimenticatoio. Tariffe e condizioni a parte, il trattamento ancora una volta è anch’esso importante. Lavoriamo e siamo delle persone, non robots senza anima. Ricordo quanto furono comprensivi con me la maggior parte dei miei clienti, quando mio padre fu in punto di morte, alcuni anni fa. Furono dei mesi di incertezza, di corse all’ospedale nel momento meno opportuno e di notti insonni. Avevo vari progetti a metà, che rimasero nell’aria o che dovettero essere poi riassegnati. Ci fu chi fu comprensivo e chi affatto, come un’azienda per la quale dovevo fare descrizioni audio. Come succede con gli amici, è nei momenti peggiori che vedi la qualità umana e ti rendi conto se vale la pena o meno continuare a lavorare per e a seconda di chi. E con il tempo, ti renderai conto che dare la priorità è vantaggioso.

Lavori con più tranquillità e, inoltre, molto meglio, sapendo che quel determinato cliente paga bene e a tempo, che è flessibile, nel caso avessi qualche imprevisto. In sostanza, caro lettore principiante ti capisco e quasi tutti, almeno io, abbiamo cominciato così, con incertezze, insicurezze e paure. Non saranno tutte rose e fiori, però non lasciare che ti facciano credere che sia un futuro nero come la pece. Come tutto nella vita, se veramente vuoi dedicarti alla traduzione, provaci, lavoraci e cerca di non abbatterti. Perché questa professione, ne vale la pena.

Lettera aperta al traduttore principiante (8)

 Categoria: Traduttori freelance

< Settima parte di questo articolo

Clienti
Prima ti dicevo che lavorare come freelance è un’arma a doppio taglio. Il fatto di non avere un superiore è una bugia: noi siamo i nostri stessi superiori e, a tratti, arriviamo ad essere troppo duri con noi stessi. Anche se è difficile organizzarci e non dedicare al lavoro più tempo del dovuto, possiamo scegliere con chi lavorare. All’inizio questo può non risultarti facile, perché vuoi tradurre e fare esperienza, però con il tempo non è male controllare e valutare con chi ti interessa continuare a collaborare e con chi no.

Anche io ho cominciato traducendo per 4 centesimi a parola, per questo so cosa vuol dire, quando qualcuno di noi dà conferenze, scrive sui blog o in altri mezzi e ti dice di cominciare con una tariffa più alta, perché poi aumentarla è molto difficile. All’inizio del mio essere freelance, per una delle prime agenzie di traduzioni per cui ho lavorato e che mi offrì incarichi continui, mi facevo pagare questa cifra e ti prometto che quasi tutti erano documenti inviati per fax scannerizzati in pdf non editabili. Dei gioielli, sì. Nonostante questo, all’epoca mi dissi che era un modo di cominciare e mi tappai il naso. Quando, pochi mesi fa, la stessa agenzia mi ha ricontattato per un progetto simile e con la stessa tariffa, ho fatto presente che se l’importo non fosse aumentato, non avrei accettato il lavoro; era una cifra ridicola e il lavoro considerevole. Mi hanno risposto che non sarebbe stato possibile, così dissi: …che liberazione! Sono consapevole che quando si inizia non si hanno molte scelte, però è bene sollevare la questione.

Nona parte di questo articolo >

Fonte: Articolo di Scheherezade Surià pubblicato il 19/02/2017 sul suo blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Francesca Regni

Lettera aperta al traduttore principiante (7)

 Categoria: Traduttori freelance

< Sesta parte di questo articolo

Però, sai una cosa? Se quello che scrivo oggi può esserti utile, ti dirò solo di essere te stesso, di pubblicare ciò che vuoi, di condividere i tuoi risultati sui social se ti va o di lamentarti di ciò che ritieni opportuno se te lo senti. Ti dirò anche di lavorare, di stare attivo e, allo stesso tempo, di non fare confronti. Tu sei tu con le tue contingenze. Non farti abbattere da una prova di traduzione non superata. Funziona come per i gratta e vinci: continua a giocare. Ci sono momenti peggiori e migliori, giorni più tranquilli e notti senza quasi dormire, per arrivare a consegnare in tempo un lavoro. Tieni sempre presente che se guadagni meno, non significa che traduci peggio di Tizio o Caio.

Nonostante questo, bisogna aver bene a mente che la traduzione è un amante esigente, soprattutto se si lavora come freelance. Devi essere allo stesso tempo: traduttore, responsabile di progetti di traduzione e contabile. Il fatto di essere proprietario del tuo tempo è un inganno, perché molte volte capita che finisci col dedicare ad un lavoro più tempo di quello che dovresti.

E se mi permetti un consiglio, un consiglio da madre, sii un buon collega. Sii gentile con tutti quelli che ti circondano, anche se solo virtualmente. Conoscerai molte persone lungo la strada e alla fine imparerai a separare i conoscenti dai veri colleghi. Io ho la fortuna di avere un bel gruppo, un gruppo di amici traduttori ed editori al mio fianco (non farò nomi, sapete che mi sto riferendo a voi) che mi danno una mano e con i quali a volte condivido la traduzione, un bicchiere di vino, e un po’ di frustrazioni.

Perché ti dico questo? Perché un’altra maniera di cominciare è facendo gruppo con altri colleghi, per la tua promozione o altre promozioni, ma anche cercando un mentore, un professionista attivo che possa darti dei consigli (come il sistema che offre Asetrad). Nel mio caso, lavoro oggi stesso con una traduttrice che me lo ha chiesto e, per il momento, è una buona esperienza per entrambe.

Ottava parte di questo articolo >

Fonte: Articolo di Scheherezade Surià pubblicato il 19/02/2017 sul suo blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Francesca Regni

Lettera aperta al traduttore principiante (6)

 Categoria: Traduttori freelance

< Quinta parte di questo articolo

Reti e ragnatele
Non ti ingannare: un blog non è la panacea di tutti i mali. Fallo se ti va, però non è garanzia di nulla. Non curarlo troppo o sentirti continuamente obbligato a scrivere qualcosa, è una perdita di tempo e un motivo di frustrazione. Da molto tempo ho deciso di scrivere quando mi pare e quando ho veramente qualcosa da dire. Pubblicare per pubblicare, avere l’obbligo di scrivere solo per una visita o due al mese, non fa per me. Non voglio finire avendo una collezione di links a cose che (nemmeno io stessa) andrò a consultare. Però, ancora una volta, è bene chiarire che niente è fiore per un giorno. Nel mio caso ho aperto il blog e il mio account twitter quasi nello stesso momento. Era il 2011 e stavo finendo il Master in Traduzione Audiovisuale della UAB. Avevamo una materia di orientamento al lavoro e la professoressa ci raccomandò di uscire allo scoperto e di entrare nel mondo… delle reti sociali. Ci parlò di alcuni blog sulla traduzione (credo di ricordare che ci parlò di quello di Pablo Muñoz, Curri, Eugenia Arrés e quello di Eva Martínez) e mi sembrò un’idea bellissima per parlare di quello che sapevo o di quello che stavo imparando, man mano. Come tutto, almeno una volta va provato – soprattutto se non è nulla di nocivo – e così ho cominciato. In quel momento, erano già sei anni che lavoravo come freelance e pensavo di avere cose da raccontare.

All’inizio non conoscevo nessuno, né ovviamente mi leggeva nessuno; però, ho potuto subito comprovare che si trattava di una maniera fantastica di imparare dagli altri. In generale, posso dire che essere presente sui social è stato molto positivo per me. Ho conosciuto professionisti fantastici, ancora più fantastici come persone, grazie alla mia visibilità crescente sono stata invitata a congressi molto interessanti e mi hanno offerto progetti altrettanto interessanti, anche se io penso che ci sia dell’altro oltre alla visibilità. Non credo nelle facciate senza un buon lavoro strutturale interno. Ancora una volta, ci sono anni e anni di lavoro alle spalle.

Perché, e questa è l’altra faccia della medaglia, essere visibile ha anche i suoi lati negativi. Ci sono i vari commenti: “sì ma questa traduce solo romanzi rosa”, “ripete quello che ha detto l’altro giorno”, “non capisco perché prova a tradurre letteratura erotica” e i momenti di frustrazione, quando si condivide qualcosa di cui si fraintende il fine reale con cui si è condivisa, o quando non si è riusciti ad esprimere con chiarezza quello che si voleva dire. Perché non dirlo: mi sono sbagliata e mi sbaglio, ovvio. Esiste sempre la possibilità che la gente si faccia un’idea erronea di te, però lo deve nascondere perché “sei visibile” e queste cose accadono.

Settima parte di questo articolo >

Fonte: Articolo di Scheherezade Surià pubblicato il 19/02/2017 sul suo blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Francesca Regni

Lettera aperta al traduttore principiante (5)

 Categoria: Traduttori freelance

< Quarta parte di questo articolo

Mi sono messa in contatto con un’associazione di traduttori, per chiedere informazioni riguardo a questo caso e non ho avuto alcuna risposta. Ho parlato con un’avvocatessa che, non ti nascondo, mi ha fatto stare nel suo studio più di un’ora per cercare materiale giuridico in internet e determinare il mio grado di responsabilità. Ero esterrefatta. Alla fine, le venne in mente che, avvalendomi della poca gravità degli errori commessi e del fatto che l’agenzia aveva ammesso la non correzione finale del testo, potevo offrirmi di pagare una somma a parte. E fu così che ho pagato 400 euro. La cosa migliore è stata che, poco dopo, quella stessa agenzia mi contattò per un’altra collaborazione. Che strano! E io che pensavo di non essere all’altezza del lavoro. Ovviamente, non ho accettato. Questo è importante: decidi con chi vale la pena lavorare e con chi no, oh mio giovane padawan! Parleremo ancora di questo tema. Successivamente, ho passato una settimana a rifiutare lavori, pensavo: e se sbagliassi qualcosa di più grave? In quel periodo traducevo, dal tedesco al castigliano per un’altra agenzia, delle parti di testo su incidenti, cartelle cliniche e documenti riguardo a sinistri stradali. La mia autostima era a pezzi. Però, come dicono, The show must go on, no?

Succederanno molte cose durante il tuo percorso professionale. Ovviamente, ci saranno momenti più brutti e cose che forse non pubblicheremo sui social. Per esempio, sicuramente non faremo presente che non abbiamo superato la prova di traduzione per quella casa editrice o che non abbiamo consegnato a tempo una traduzione e un cliente si è lamentato e l’agenzia ce l’ha fatto pesare. Non faremo presente che abbiamo dimenticato la consegna di un testo e che abbiamo passato una notte intera, dandoci dentro con la tastiera per rimediare al nostro errore. Non faremo presente che ci è capitato di consegnare un documento incompiuto, perché non ci siamo accorti di alcune finestre o documenti in più, rispettivamente nel documento excel o nell’archivio zip. E non sono casi isolati, succede a tutti.

Questo processo di apprendimento non finisce mai. Dopo dodici anni, mi succede ancora di imbattermi in alcuni errori in qualche progetto, mi sbaglio o mi distraggo. Accetto degli incarichi anche se sono oberata di lavoro per paura di dire di no oppure, non mi impongo abbastanza per aumentare una tariffa in casi concreti urgenti, accettati più che altro per obbligo. Credimi, continuo ancora a lavorarci su.

Per questo, quando do consigli agli studenti che incontro alle mie conferenze o in questo stesso blog, non è perché io sappia più di altri, ma semplicemente perché ho avuto esperienza concreta e ho risolto in un modo o nell’altro. È chiaro che molte volte non possiamo controllare l’idea che qualcuno si fa di noi e ci sarà sicuramente chi pensa che io mi do delle arie. E questo mi porta al punto seguente, il blog e i social, elementi di cui sono consapevole ti hanno parlato all’università.

Sesta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo di Scheherezade Surià pubblicato il 19/02/2017 sul suo blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Francesca Regni

Lettera aperta al traduttore principiante (4)

 Categoria: Traduttori freelance

< Terza parte di questo articolo

Sulla qualità e altre creature
No, nemmeno io ho finito l’università con una competenza impeccabile in materia di traduzione. Ho superato alcune prove e alcune non le ho superate, però, diverse agenzie cominciarono ad assegnarmi incarichi in modo abbastanza regolare; deduco che non lo facevo poi così male. La pratica, come in qualsiasi altro lavoro, è essenziale. Lo è anche leggere molto, sia testi in lingua originale (per continuare a pulire la nostra lingua B) sia in lingua “meta” (per esprimerci di volta in volta meglio nella nostra stessa lingua) e traduzioni. Sì, credo fermamente che possiamo apprendere dagli altri traduttori. A volte leggo traduzioni e faccio un confronto con il testo originale, appuntandomi (mentalmente o meno) le soluzioni più buone che il traduttore in questione ha trovato. Credimi, da tutto si impara. E, parlando di tutto ciò che si può apprendere, incontrerai dei sassolini sul tuo cammino o pietre più grandi, addirittura rocce. Tutto fa parte del processo. Il primo anno come freelance, ho avuto un incarico di lavoro il 23 dicembre; mi ricorderò tutta la vita. Si trattava di un piccolo volume per un’agenzia di traduzione di Granada: la traduzione di un opuscolo dal castigliano al catalano per una catena di centri di bellezza. In totale il lavoro ascendeva a 30 euro. Erano giorni particolari, sembrava un testo facile e può darsi che non abbia posto tutta l’attenzione che avrei dovuto. Non ho fatto caso a due errori di ortografia e ho sbagliato la traduzione di un testo riguardo a una pianta medicinale, anche se questo l’ho saputo solo il giorno D. Il giorno D fu il giorno in cui l’agenzia mi comunicò che il cliente si era lamentato del fatto che il testo era stato stampato con degli errori e che si sarebbero dovuti cestinare tutti gli opuscoli. Ho visionato il testo e ho evidenziato gli errori, chiedendo se ci fossero state delle correzioni successive alla mia traduzione. No, non ce n’erano state, però l’unica responsabile, secondo l’agenzia, ero io.

Quinta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo di Scheherezade Surià pubblicato il 19/02/2017 sul suo blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Francesca Regni

Lettera aperta al traduttore principiante (3)

 Categoria: Traduttori freelance

< Seconda parte di questo articolo

Conosco altri colleghi che, come me, hanno cominciato con pochi clienti nel loro portfolio, hanno inviato moltissimi curricula e bussato ad altrettante porte, dapprima hanno iniziato come responsabili di progetti in piccolissime agenzie e sono tornati poi di rimbalzo alla traduzione. È difficile riuscire a crearsi un buon portfolio di clienti, è qualcosa che richiede il suo tempo come chiunque potrà confermarti. Come dicevo, finita la specializzazione, Olivia de Miguel, direttrice e professoressa della stessa, che aveva notato il mio interesse e apprezzava molto il mio modo di lavorare, mi passò il contatto di una casa editrice del gruppo Planeta, che si occupava dei marchi aziendali Deusto e Gestión 2000. Per loro ho tradotto alcuni manuali e libri su innovazione aziendale e simili.

Ora penserai: “Ah! Sei stata raccomandata!” Insomma, non è del tutto corretto; io preferisco dire che sono stata semplicemente messa in contatto. Tieni presente che nessuno, solo perché qualcuno ti segnala, ti continuerà a dare del lavoro se non lo fai bene. Però, e questo è molto importante, è vero che la fortuna può essere un fattore decisivo. Diciamolo, il lavoro è importantissimo, devi essere sempre pronto ed essere motivato, voler fare ciò che fai, però, allo stesso tempo, non possiamo scartare il fattore fortuna: essere al momento giusto, nel posto giusto.

Può essere che quel CV che hai inoltrato a marzo non lo terranno in considerazione fino allo stesso mese dell’anno successivo (sì mi è successo anche questo!) però, proprio in quel momento avranno bisogno di qualcuno e voilá. O, forse conosci qualcuno che conosce qualcun altro, ecc.; inoltre, d’ora in avanti, è molto importante che tutti sappiano di cosa ti occupi.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo di Scheherezade Surià pubblicato il 19/02/2017 sul suo blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Francesca Regni

Lettera aperta al traduttore principiante (2)

 Categoria: Traduttori freelance

< Prima parte di questo articolo

All’ultimo anno dell’università, sono andata per un semestre a Saint Andrews, in Scozia. Non era un Erasmus, dato che il mio primo Erasmus l’ho fatto in Danimarca (e lì non ho fatto un bel niente, dovevamo solo scrivere un diario linguistico sulle nostre esperienze nel paese). In quell’ultimo anno, ho voluto studiare fuori e farlo sul serio. Al mio rientro, mi mancava poco per finire gli studi, mi sono dovuta mettere al pari con qualche materia che non era possibile convalidare e, allo stesso tempo, ho cominciato a pensare a che cosa avrei fatto, finita l’università. Così, ho iniziato a cercare case editrici e agenzie di traduzione, perché, a differenza di alcuni miei compagni, io avevo ben chiaro a che lavoro volevo dedicarmi. Ho ricevuto alcune risposte negative, molti “al momento non abbiamo posizioni aperte, però includiamo i tuoi dati nella nostra base dati” e molti più silenzi, per risposta. Però, non potevo fermarmi. Ho cominciato a collaborare con SOS. RACISME, traducendo documentazione dall’inglese e dal castigliano, al catalano; volevo avere esperienza dimostrabile e se, inoltre, riuscivo ad aiutare in qualcosa, meglio ancora.

Inizi

Ricordo che alla fine dell’università mi sentivo persa. La cosa più semplice, per usare un eufemismo, era continuare a studiare per specializzarmi (continuare a studiare dopo l’università è quella cosa che ti avvolge nella carta fatta di bollicine) così mi sono iscritta alla specializzazione di traduzione letteraria dell’Università Pompeu Fabra di Barcellona. Correva l’anno 2004, proprio così, “correva”, perché il tempo vola e io andavo a lezione, davo lezioni di inglese (una delle prime cose che cominciai a fare, per avere un sostentamento) e cominciavo a tradurre. Dato che non ricevevo incarichi con regolarità, il commercialista mi consigliò di usare la partita iva a intermittenza, disattivandola e mantenendola attiva in uno stesso mese, mese nel quale avrei fatturato tutto il lavoro fin lì svolto. Da quel momento in poi, mi sono mossa come una formichina. Perché tutto te lo devi guadagnare.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo di Scheherezade Surià pubblicato il 19/02/2017 sul suo blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Francesca Regni

Lettera aperta al traduttore principiante

 Categoria: Traduttori freelance

Era da molto tempo che avevo in mente di scrivere qualcosa di simile, però aspettavo di avere un motivo concreto. L’inizio dell’anno nuovo? Una ricorrenza del blog? Sembra che se non vi sia un motivo specifico, è un po’ come scrivere a vuoto, come parlare per dare fiato alla bocca. Come se io scrivessi, perché mi è successo qualcosa e, no, nel mio caso non è così. Scrivo questo, perché le reti sociali possono essere nocive, possono condurci sulla strada sbagliata e possono farci sentire male. Scrivo per te, alunno che mi leggi abitualmente e che forse sei già all’ultimo anno di studi e non sai cosa fare con la tua vita, finita l’università. Però, scrivo anche per me, dato che a volte fa molto bene volgere lo sguardo al passato, per vedere cosa ha funzionato e cosa no e quale sia la direzione giusta da prendere. Scrivo, soprattutto, perché è da molto tempo che osservo certa amarezza o frustrazione in alcuni casi: “all’università ci dipingono tutto nero”, “non mi avevano mai spiegato questo e non so cosa fare”, “non trovo lavoro”, “che fortuna per te che hai x libri tradotti alle spalle!”, “non mi considera nessuno”, ecc. Poco tempo fa, un ragazzo ha lasciato un commento in questo blog, in cui si lamentava di quanto siano poco solidali tra loro i traduttori, del fatto che nessuno lo avesse aiutato, né gli avesse dato alcuna opportunità per cominciare a lavorare e per continuare ad imparare. Sono consapevole del fatto che non sia l’unico a pensarla così.

Molte volte sui social sembra che tutto sia facilissimo e di colore rosa: “guarda che serie accattivante hanno assegnato a Tizio!” oppure, “Caio è pieno di lavoro!”, o ancora, “lui è interprete a New York, come deve stare bene!” Nessuno parla, però, di cosa ci sia dietro; i rifiuti, gli errori, le ore infinite di traduzione, i giorni senza lavoro a fissare la parete e a rigirarci i pollici. E, comunque, perché mai dovrebbero parlarne? Sui social ognuno è libero di raccontare ciò che più preferisce, non è vero? Alla fine dei conti, non sono i blog, i social, dei mezzi di comunicazione dal carattere del tutto personale? Sì, e alcuni di noi cerchiamo semplicemente di proporre idee e condividere esperienze che, alla fine, non sono altro che cognizioni soggettive. Nonostante questo, inconsapevolmente, molte volte ci paragoniamo agli altri e finiamo col sabotare noi stessi.

Non sei solo. Tutti ci siamo passati. Quando ho letto il commento del ragazzo di cui ti ho parlato prima, ho pensato ai miei inizi e mi sono sentita pienamente identificata nelle sue parole. Se non hai fretta, fatti un tè o un caffè e te lo racconto.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo di Scheherezade Surià pubblicato il 19/02/2017 sul suo blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Francesca Regni

Lord Woodhouselee (2)

 Categoria: Storia della traduzione

< Prima parte di questo articolo

Di certo questi principi sono aperti alla discussione e in alcuni casi ovvi sono deliberatamente ignorati o persino ridicolizzati. La Bibbia, ad esempio, non suonerebbe per nulla piacevole se fosse scritta in inglese americano moderno. Piuttosto, le varie versioni moderne, basate sulla traduzione di King James, sembrano essere ciò che la gente vuole e qualsiasi altra cosa sembra  imprecisa o fasulla. La traduzione letteraria, in particolare la poesia, spesso non riesce a catturare la modalità di scrittura dell’originale, o come disse Robert Frost: “la poesia è ciò va perso nella traduzione.” Dopotutto, come ricrei il metro del poeta romano Orazio in una lingua come l’inglese (che è metricamente molto differente), o in giapponese (che non ammette la metrica nel modo in cui la usavano i romani)?

Inoltre, la maggior parte dei traduttori attualmente sono mercenari; operano sulla base di un “lavoro su commissione” e per questo devono piacere ai loro clienti oppure, se “in-house”, devono soddisfare i capi dei loro team e aderire a qualsiasi tipo di regole d’azienda o protocolli esistenti. Molte volte ho sentito dei committenti dirmi di ignorare questo o di cambiare quello, o di usare un termine che sapevo essere scorretto o irregolare, oppure insistere su un maggiore formato o su cambi stilistici. Tutto questo potrebbe far rivoltare Woodhouselee nella tomba, ma egli scriveva di traduzione letteraria, e non pensava ai traduttori freelance moderni che lavorano con clienti residenti in fusi orari differenti, comunicando via e-mail, ricercando terminologie e conoscenze riguardanti la materia sul Web, il tutto con scadenze molto ravvicinate.

Woodhouselee ha molto da offrire. Il fatto che il libro sia ancora disponibile e meritevole di essere letto è significativo in sé è per sé. Ma per quanto riguarda tutti i suggerimenti su come tradurre, dobbiamo rimanere vigili sulle realtà delle nostre situazioni particolari, che possono variare a seconda del cliente, dell’agenzia, della compagnia, e possono cambiare persino all’interno di uno stesso documento.

Traduzione libera dell’articolo “Lord Woodhouselee” pubblicato sul sito Language Realm.

Lord Woodhouselee

 Categoria: Storia della traduzione

Nel caso in cui non conosciate il suo nome, Lord Woodhouselee, propriamente noto con il nome di Alexander Fraser Tytler (1747-1813), è l’autore del Saggio sui Principi della Traduzione, che nonostante sia stato pubblicato nel 1791, è ancora oggi rilevante. Egli stabilisce i principi della traduzione e fornisce delle linee guida per un giudizio qualitativo che sono sorprendentemente attuali.

I tre principi di Woodhouselee sono i seguenti:

  1. Una traduzione dovrebbe offrire una trascrizione completa delle idee dell’opera originale;
  2. Lo stile e la modalità di scrittura dovrebbero essere della stessa natura di quelli del testo originale;
  3. Una traduzione dovrebbe avere tutta la fluidità della composizione originaria.

Nessuno di questi principi sorprenderebbe un traduttore moderno, tuttavia spesso si tratta comunque di questioni delicate. Quindi prendiamole un po’ in esame una per volta.

Il primo principio sembra abbastanza ovvio. Significa nessun errore o omissione, ma include anche l’idea che una traduzione non sia una copia o una riproduzione, bensì un lavoro originale in sé e per sé, anche se il suo contenuto è interamente basato sul lavoro di un altro. Il traduttore non dovrebbe introdurre aggiunte, emendamenti o annotazioni, tranne forse quando lavora su testi letterari esoterici. Il traduttore non dovrebbe giocare al gioco di riscrivere un testo originale esprimendo così “ciò che l’autore intendeva” o “ciò che l’autore avrebbe detto.”

Il secondo principio è similmente ovvio, benché difficile da applicare nella pratica. Significa che il traduttore deve non soltanto avere una completa padronanza della lingua di destinazione (la lingua madre del traduttore, in quasi tutti i casi), ma deve anche essere in grado di percepire i tocchi stilistici e comprendere il loro significato nel testo originale. Un semplice esempio dall’ambito della traduzione di brevetti dovrebbe essere sufficiente: “significa” è il termine scelto in un brevetto americano quando si spiega come funziona l’invenzione; di norma non è necessario alcun articolo che in qualsiasi altro documento sarebbe grammaticalmente e stilisticamente peculiare, ma in un brevetto è ciò che facciamo. Un traduttore di brevetti che traduce nella lingua inglese questo deve saperlo, altrimenti la natura della traduzione sarà imprecisa.

Il terzo principio è il più difficile da realizzare, perché richiama l’assioma russo che dice che se una traduzione è bella non è fedele, e se è fedele non è bella. C’è un delicato equilibrio da raggiungere qui, in altre parole, e i traduttori devono aspirare ad essere buoni scrittori nella loro lingua madre e devono conoscere tutte le sottigliezze dell’argomento e della lingua in cui lavorano, in modo tale da produrre una traduzione con “tutta la fluidità della composizione originale”. In altre parole, una traduzione non dovrebbe sembrare una traduzione.

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Traduzione libera dell’articolo “Lord Woodhouselee” pubblicato sul sito Language Realm.

Com’è nata la mia passione per le lingue (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Per quanto riguarda le mie esperienze traduttive, le materie studiate alla SSML Carlo Bo mi hanno permesso di interfacciarmi con la traduzione da e verso la lingua (le lezioni comprendevano sia traduzione ITA >ENG sia ENG > ITA, stesso discorso per spagnolo), iniziando prima con testi brevi per poi arrivare man mano a testi aventi tematiche e strutture più complesse. Ho esplorato vari settori, dagli articoli di giornale, scienza, medicina, letteratura, ambito giuridico, agricoltura e così via.

Il terzo anno il focus del programma si è spostato sull’apprendimento delle terminologie tecniche di alcuni dei settori precedentemente menzionati. Questo studio mi ha permesso di ampliare il mio lessico, la mia capacità di memorizzazione di svariati termini appartenenti ad ambiti diversi ed ovviamente la conoscenza dei suddetti ambiti.

Oltre alla traduzione tecnica apprezzo particolarmente anche la traduzione editoriale, la quale per me è stata oggetto di approfondimento delle mie due tesi. Ritengo che sia una tipologia di traduzione creativa e stimolante: il traduttore si immerge nei romanzi che traduce e ne assimila la storia e le sfaccettature.

La mia prima tesi consisteva in una ritraduzione delle pagine 79-83 del libro La sombra del viento (tradotto in Italia con il titolo L’ombra del vento) di Carlos Ruiz Zafón. Prima di ritradurle ho letto e studiato le scelte traduttive di Lia Sezzi, la traduttrice della versione italiana del romanzo già citato. Questo lavoro è stato di fondamentale importanza per me: vedere le scelte traduttive degli altri traduttori è utile per analizzare in modo critico la resa finale e domandarsi cosa può averli spinti ad effettuare determinate scelte linguistiche. Inoltre, è sempre interessante vedere come lavorano i traduttori più esperti.

Stesso discorso per quanto riguarda la tesi della magistrale, la quale trattava delle opere della scrittrice inglese Beatrix Potter. Verso la fine mi sono concentrata sull’analisi di tre traduzioni differenti di cinque opere in particolare della scrittrice (The Tale of Peter Rabbit, The Tale of Jemima Puddle Duck, The Tale of Timmy Tiptoes, The Tale of Squirrel Nutkin e The Tale of Tom Kitten). Si è trattato di un lavoro lungo e approfondito durato quasi un anno. Sono stata molto soddisfatta del risultato e del sostegno della mia relatrice, frutto di mesi di duro lavoro.

Mi ritengo soddisfatta del percorso universitario intrapreso. Ho seguito le mie passioni ottenendo dei buoni risultati. Il mio desiderio è di trasformare la passione per le lingue e per la traduzione in una professione. So bene che ci saranno vari ostacoli e problemi da fronteggiare, ma sono desiderosa di lasciare anch’io un modesto contributo a questa nobile arte.

Autrice dell’articolo:
Stella Zecchini
Traduttrice ENG<>ITA e SPA<>ITA
Bologna

Com’è nata la mia passione per le lingue

 Categoria: Le lingue

Fin da piccola sono sempre stata affascinata dalla diversità e dalle altre culture. Sotto questo punto di vista i miei genitori non mi hanno mai fatto mancare nulla, sono sempre stata circondata dai libri, i quali mi venivano regalati ad ogni occasione. Mi hanno sempre affascinato la scrittura e la lettura, il saper mettere insieme parole ed emozioni è un mestiere nobile e non per tutti, bisogna possedere oltre ad una cultura personale notevole, un discreto grado di coinvolgimento, nel senso di sapersi coinvolgere e saper coinvolgere l’altro tramite la narrazione.

Personalmente ritengo che la lingua italiana sia dotata di infinite sfumature, come ogni lingua straniera, ed il requisito imprescindibile per conoscere appieno una lingua straniera e saperla tradurre è conoscere bene la propria. È un principio che mi è stato insegnato dai professori che ho avuto e che condivido appieno, avendoci oltretutto avuto a che fare in svariate situazioni.

Tornando alla mia passione per le lingue, una volta diventata un’accanita lettrice in brevissimo tempo, aggiungendoci il fatto che sono stata una delle prime della classe ad imparare a leggere e scrivere, inizialmente i miei approcci alla lingua inglese non furono subito brillanti, era strano per me il fatto che una parola si scrivesse in un determinato modo e si pronunciasse in un altro.

Eppure, man mano che la studiavo e apprendevo nuovi concetti per me divenne un gioco irrinunciabile, un gioco che mi interessava sempre di più. Ero sempre più desiderosa di sapere tutto sulle lingue straniere. Come tutti i bambini della mia epoca, in un primo momento ho iniziato a studiare l’inglese alle elementari, alle medie si aggiunse il francese, al liceo lo spagnolo, raggiungendo così tre lingue straniere di studio. Ero sempre più entusiasta di ciò, a tal proposito scelsi un liceo linguistico. Ho avuto insegnanti eccezionali con cui sono rimasta in contatto tuttora, i quali non soltanto mi hanno motivata sempre più a raggiungere dei buoni risultati, bensì sono stati capaci di tirare fuori il meglio di me e infondermi ancora di più l’amore smisurato verso le lingue straniere.

Quando è arrivato il momento di scegliere l’università avevo le idee molto chiare in merito: volevo perfezionare le lingue straniere e concentrarmi sulla traduzione e l’interpretariato. Al liceo iniziai ad appassionarmi anche al doppiaggio per conto mio. Imparai che non sempre le battute rese in lingua originale corrispondevano perfettamente al labiale italiano, per varie motivazioni, tra cui la sincronia, le differenze tra cultura di partenza e cultura d’arrivo, i modi di dire eccetera eccetera. Non bisogna dimenticare che il doppiaggio è un tipo di traduzione, e così da cosa nasce cosa, ecco nato in me il desiderio di scoprire di più riguardo a questo mondo. Scelsi la SSML Carlo Bo di Bologna, il cui piano di studi comprendeva lo studio di una prima lingua (l’inglese per tutti) e di una seconda, a scelta tra francese, spagnolo e tedesco. A malincuore abbandonai il francese e mi orientai sullo spagnolo, mi è sempre piaciuta di più come lingua, a livello di suoni, grammatica e cultura in generale.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Stella Zecchini
Traduttrice ENG<>ITA e SPA<>ITA
Bologna

L’interprete: un vero e proprio stratega

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Multitasking, autodisciplina, capacità di controllo dello stress e applicazione mirata delle tecniche apprese durante gli studi di interpretazione: queste sono solo alcune delle caratteristiche che caratterizzano un buon interprete. È ormai risaputo come l’interpretazione di conferenza sia una delle professioni più impegnative e stressanti in assoluto.Ma da dove deriva questo stress e cosa fare per tenerlo sotto controllo?

L’interpretazione simultanea è un processo cognitivo molto complesso in cui numerose attività vanno gestite e coordinate simultaneamente. L’interprete si trova in una cabina isolata acusticamente, ascolta tramite cuffie il discorso pronunciato dall’oratore in sala riunioni e provvede simultaneamente alla traduzione parlando al microfono.

A seconda della situazione comunicativa specifica, c’è una maggiore o minore pressione sulle risorse mentali dell’interprete. Senza contare poi le difficoltà legate alle differenze tra le lingue in questione, a un’elevata velocità d’eloquio, a un’inflessione dialettale più marcata o a un argomento altamente specialistico. A questo punto, sorge spontaneo chiedersi: di quali superpoteri dispone l’interprete per far fronte a tutte queste problematiche?

Non esiste una formula magica per far scomparire questi problemi in un battibaleno. L’interprete professionista, però, durante la sua formazione ha imparato un certo numero di tattiche, o strategie, che gli consentono di destreggiarsi abilmente anche nelle situazioni più complesse. Vediamone insieme alcune:

-       Anticipazione: anticipare significa iniziare a tradurre prima che l’oratore abbia pronunciato gli elementi necessari per farlo nel testo originale. Ciò non significa affatto che l’interprete tirerà ad indovinare, bensì che utilizzerà indizi testuali, conoscenze proprio sull’argomento o collocazioni ricorrenti.

-       Waiting: l’interprete aspetta l’enunciazione degli elementi mancanti, ritenuti necessari per poter formulare la frase nella lingua di arrivo. In questo modo avrà a disposizione tutte le informazioni indispensabili. Il rischio? Aspettando a lungo, aumenta il carico sulla memoria a breve termine che potrebbe avere come conseguenza una perdita di informazioni.

-       Segmentazione: divisione del testo originale in unità più piccole. Ciò significa, ad esempio, suddividere un periodo complesso in brevi frasi principali. Così facendo, l’interprete inizia immediatamente ad elaborare e a riprodurre parti delle unità di senso senza mettere sotto pressione la propria memoria.

-       Stalling: questa strategia consiste nell’inserire nel discorso informazioni già note o ridondanti per riempire le pause ed evitare un lungo silenzio che potrebbe non essere percepito positivamente dagli ascoltatori.

Queste strategie, e molte altre ancora, possono rendere la vita dell’interprete più semplice, aiutandolo a barcamenarsi nelle situazioni più insidiose. Ma attenzione: vietato improvvisare! Come recita il proverbio tedesco Die Übung macht den Meister (letteralmente, “l’esercizio fa il maestro”), prima di cimentarsi in una di queste strategie in una situazione comunicativa reale, è necessario esercitarsi ed interiorizzarle fino a farle diventare automatiche.

Autrice dell’articolo:
Laura Frascarelli
Traduttrice & interprete DE/EN -> IT

Perugia

La sfida della traduzione audiovisiva

 Categoria: Servizi di traduzione

L’articolo in esame affronta il problema  della traduzione e della trasmissione di emozioni in un contesto particolare, cioè quello della sottotitolazione cinematografica. In questo articolo, che mira a riflettere sul modo in cui le emozioni possono essere tradotte da una lingua all’altra, l’autore ha scelto di focalizzarsi su un sentimento specifico, quello della rabbia.

Per svolgere la sua ricerca, l’autore ha ben pensato di passare dalla parte del mezzo cinematografico per identificare, fra tre diversi film, le espressioni di rabbia che si trovano sia nel contenuto audiovisivo che nei sottotitoli tradotti. Attraverso le scelte dei traduttori, i risultati della sua ricerca ci mostrano che diversi elementi vengono presi in considerazione, nello specifico il passaggio dalla lingua orale a quella scritta e le tendenze linguisitiche suscitate dalla rabbia, che non sono necessariamente uguali da una lingua all’altra. Inoltre, “non possono essere trascurate le variabili culturali [...], in quanto sono estremamente complesse quando si parla di emozioni” l.9. Come trasmettere, dunque, l’emozione della rabbia destreggiandosi tra due universi semiotici e linguistici differenti?

Una delle strategie messe in evidenza nell’articolo consiste nel giocare sull’effetto prodotto dai sottotitoli. In effetti, per veicolare la rabbia attraverso i sottotitoli in italiano e trascrivere efficacemente la velocità del parlato, che aiuta ad esprimere questo sentimento in forma orale, i traduttori hanno deliberatamente scelto di inserire due sottotitoli nello stesso campo visivo con l’ausilio di trattini per contrassegnare la successione delle battute sullo schermo. Ciò mi ha particolarmente interessato.

Questa attenzione ai dettagli deve essere preoccupante sia per i traduttori audiovisivi che per i traduttori letterari, se non in misura maggiore per questi ultimi. In effetti, come è menzionato nell’articolo, l’audiovisivo svolge un ruolo chiave nella percezione delle emozioni, molto più dei sottotitoli. L’espressione facciale dei personaggi, i loro gesti, le loro azioni, la loro intenzione possono da soli essere rivelatori di una certa emozione. D’altra parte, i traduttori letterari devono proseguire senza questi elementi e utilizzare tutti gli strumenti a loro disposizione per tenere conto delle emozioni; anche se costretti ad usare la loro creatività a costo di allontanarsi dalla forma iniziale della racconto.

Questo articolo interessantissimo mi ha davvero permesso di sviluppare una riflessione su molti quesiti relativi alla traduzione e alla comunicazione.

Fonte: Articolo scritto da N.Kalidi e pubblicato il 15 giugno 2017 sul sito Open Edition

Traduzione a cura di:
Jessica Incorvaia

Tre miti sulla traduzione finanziaria

 Categoria: Servizi di traduzione

Lavori in banca, vero?

Quando, qualche giorno fa, una delle mie amiche mi ha chiesto – un po’ perplessa – perché non lavorassi in banca, ha confermato un sospetto che già avevo. La gente non ha idea di che cosa faccia un traduttore finanziario, e probabilmente anche un traduttore in generale. Ho letto tanti post sui blog in tema di miti e luoghi comuni sui traduttori, sulla differenza tra traduttori e interpreti e sul lavoro freelance in generale.  La maggior parte delle persone, persino i nostri amici e conoscenti, spesso non sa nulla del nostro lavoro e concepisce la traduzione in modo bizzarro.

Mito N.1: i traduttori finanziari lavorano in banca
Anche se molti dei miei clienti lavorano per banche, società finanziarie o fondi comuni di investimento, io sono una professionista freelance indipendente e, prima di tutto, una linguista. Un traduttore finanziario, così come anche un traduttore tecnico specializzato in altri settori, è prima di tutto un traduttore, un linguista, una persona che ha imparato e parla lingue straniere e magari ha studiato tecniche di traduzione. Ovviamente, devi anche conoscere il tuo campo di specializzazione, es. finanza, macro e microeconomia, come funziona la borsa valori, cosa siano uno stato patrimoniale e un conto economico e così via. Tuttavia, puoi lavorare per clienti diversi e specializzarti in finanza o legge o altre aree (e non devi essere necessariamente un avvocato per tradurre documenti legali). D’altra parte, non è detto che un esperto di finanza conosca le lingue straniere e le tecniche traduttive. Probabilmente lui/lei capisce l’inglese o il giapponese, ma potrebbe non essere in grado di tradurre in italiano.

Mito N.2: sicuramente sai come e dove investire… sei un traduttore finanziario!
Quando dico che traduco documenti finanziari, la maggior parte della gente è convinta che io sia la maga dei mercati azionari e molto ricca. Fino a qualche anno va, la cosa mi faceva sorridere. Ora, dopo più di 20 anni di esperienza, vorrei rispondere: “Beh, se uno è grado di tradurre il manuale di una caldaia dal tedesco all’italiano, non ha bisogno di chiamare l’idraulico quando la caldaia non funziona, giusto?”. Scherzi a parte, provo a spiegare che io leggo e traduco molto sui mercati finanziari, e sono aggiornata sui trend di mercato e sulle performance dei fondi di investimento. Tuttavia, leggo quanto basta – ai fini del mio lavoro – per sapere che ogni società di investimento ha la propria visione sui trend di mercato e applica diverse strategie per diverse necessità. Così come un idraulico ha bisogno della chiave inglese, a un traduttore servono i dizionari. Se dovessi fare degli investimenti, chiederei l’assistenza di un consulente finanziario.

Mito N.3: la traduzione finanziaria dev’essere noiosa!
Tutte le professioni sono a volte noiose, a volte entusiasmanti. Questo vale anche per la traduzione finanziaria. Come ho detto nella mia recente intervista, quando andavo a scuola desideravo tradurre romanzi e racconti. Negli anni, ho capito che la finanza e l’economia, come anche la legge e la politica, sono parte della vita di tutti i giorni. Probabilmente, tradurre le notizie sullo “shutdown” degli USA o sulla ripresa economica della Cina è per me più interessante ed estremamente connesso alla vita reale.

Nella maggior parte dei casi, un traduttore finanziario è anche un freelance, un imprenditore che deve essere un traduttore, un project manager e deve avere competenze di marketing e contabilità… ma questa è un’altra storia.

Fonte: Articolo scritto da Francesca Airaghi e pubblicato su Financial Translation Hub

Traduzione a cura di:
Alsea Alessia Esposito
Traduttrice finanziaria EN>IT
Como

Il linguaggio giovanile inglese e italiano

 Categoria: Le lingue

Le forme di comunicazione giovanile italiane e inglesi sono numerose (musica, fumetti, messaggi telematici e dei telefoni cellulari, scritte e graffiti), dalle quali i teenagers sperimentano continuamente nuovi canali espressivi, dove la prima regola è la proprietà di linguaggio per creare delle parole nuove, leggere, rapide, precise, semplici e brevi.

Si tratta di un giocoso ed espressivo linguaggio giovanile vista l’estrema variabilità interna di un modo di adoperare, trasformare, in parte anche innovare la lingua italiana e inglese, che è proprio delle nuove generazioni. Particolarmente interessante è l’analisi di questo nuovo lessico o gergo soprattutto per le aperture metaforiche che da esso nascono; si pensi ad esempio, al linguaggio tecnologico in tutti i suoi aspetti che ha generato metafore derivate dal computer e da Internet.

Gli aspetti dei linguaggi giovanili dipendono dai cambiamenti che avvengono nelle modalità di aggregazione dei giovani, negli usi comunicativi nei quali cambia la componente linguistica quanto la componente paralinguistica, conversazionale, cinesica (in particolare gestuale e prossemica), nel rapporto fra gli strati linguistici ai quali attingono le varietà giovanili, ad esempio, l’arretramento dei dialetti, il rinnovamento dei gerghi, l’espansione della pubblicità, l’allargamento dell’area d’uso di una lingua colloquiale.

Si possono, quindi, riscontrare determinate influenze sui linguaggi giovanili che attingono, volontariamente e consapevolmente, parte della terminologia giovanile.

Il linguaggio giovanile italiano e inglese è caratterizzato inoltre dalla rapidissima usura e dall’altrettanto rapido ricambio del proprio bagaglio lessicale, ed inoltre viene percepito soggettivamente dai giovani stessi come flusso continuo, produttore di strumenti comunicativi ed espressivi realizzati just in time e destinati a funzionare per il breve lasso di tempo in cui l’euforia verbale ha l’occasione di esprimersi attraversando gli anni della gioventù. Non cambiano, quindi, le regole e le funzioni, ma le forme dove la vitalità e le caratteristiche del linguaggio giovanile provano che sia vivo, immaginoso, irridente, dissonante e dissacrante.

Autore dell’articolo:
Conti Paolo
Traduttore EN-PT>IT
Roma

L’utilizzo della lingua in campo scientifico

 Categoria: Servizi di traduzione

Anticamente non esisteva nessun problema legato alla lingua impiegata in campo scientifico, infatti, fino al ‘500, tutte le Università usavano un’unica lingua, il latino, e i professori, da qualsiasi Paese provenissero, potevano capirsi tra loro come fossero connazionali.

L’uso universale del latino fra i dotti del Medioevo è ben noto e spesso citato come situazione invidiabile, ma non tutti sanno come esso venne meno per lasciare il posto alle lingue nazionali dei diversi Paesi d’Europa.

Sembra che il primo a rompere la tradizione sia stato Bombast von Hohenheim, più noto come Paracelsus, che nelle sue lezioni cominciò ad usare il tedesco.

Fra i primi ad usare una lingua nazionale in scritti scientifici è da ricordare lo stesso Galileo Galilei, non perché non conoscesse il latino ma perché era convinto che l’antica lingua non fosse più adatta alle nuove idee.

Nel corso del Medioevo, il latino visse in una condizione speciale, come strumento di quel tesoro culturale letterario, filosofico e religioso che si era diffuso in tutta Europa dopo la caduta dell’impero romano, benché non fosse più usato come lingua vivente.

Tuttavia, quando l’umanità ebbe qualcosa di nuovo da aggiungere al precedente patrimonio culturale, l’antica lingua non fu più sufficiente e ciò si verificò nei nuovi campi del sapere come scienza, matematica e fisica.

È questo il principale motivo che rende assurda l’idea che il latino (o l’esperanto) possa ancora servire come lingua internazionale della scienza.

Se osserviamo la storia dobbiamo concludere che in realtà non è mai veramente esistita una lingua comune per gli studiosi di tutto il pianeta. Il latino fu soltanto, per un certo periodo, la lingua della cultura del territorio limitato in cui si era diffuso il Cristianesimo.

Successivamente, ebbe un ruolo importante il francese, poi il tedesco, e ultimamente, si evidenzia l’importanza dell’inglese, soprattutto per l’influenza degli Stati Uniti, economicamente e culturalmente.

Per ciò che concerne la scienza è necessaria non solo una lingua atta all’informazione scritta ma anche una lingua che serva al contatto diretto tra gli scienziati, sia nei congressi che negli eventi.

Da ciò deriva l’importanza del ruolo del traduttore e dell’interprete durante eventi scientifici come convegni, congressi, fiere a carattere scientifico-ambientale, dove risulta fondamentale il ruolo del traduttore nel “traslare” i termini specifici degli atti ufficiali nelle 2 o 3 lingue ufficiali scelte per il congresso; talvolta risulta indispensabile anche il ruolo dell’interprete simultaneo per la comunicazione effettiva tra i partecipanti.

Oggigiorno, principalmente a causa dei tagli nelle spese di traduzione e interpretariato, spesso gli atti, le brochure e i documenti ufficiali degli eventi vengono tradotti solo in inglese, creando quindi non poche difficoltà nella comprensione e nella comunicazione; allo stesso modo, spesso nei congressi gli interpreti non vengono più utilizzati a causa di problemi di restrizioni nel budget.

Non bisogna dimenticare, che l’utilizzo di termini scientifici rende necessaria una conoscenza approfondita di termini tecnici, ognuno con il proprio ben preciso significato e la propria particolare accezione.

Nel 1866, il filosofo tedesco Nietzsche scrisse “Certamente un giorno l’umanità avrà una lingua comune e certamente un giorno l’uomo viaggerà volando nell’aria”.

Da molto tempo si è assistito alla realizzazione della seconda previsione del filosofo, mentre, per quanto riguarda la prima, a livello universale, questa non sarà forse mai completamente perseguibile o perseguita.

D’altro canto, riferendosi al campo scientifico, la necessità primaria di comprendersi l’un l’altro in maniera chiara, immediata ed inequivocabile, per condurre attività e ricerche che coinvolgono molti paesi in diversi settori di interesse vitale per l’interra razza umana, deve pretendere una valorizzazione del ruolo della traduzione professionale.

Autrice dell’articolo:
Martini Giulia
Traduttrice EN-ES>IT
Milano

Le difficoltà della traduzione medica (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

< Prima parte di questo articolo

Tipo di comunicazione
Nelle traduzioni mediche, il pubblico al quale il testo è indirizzato influenza la traduzione. A seguito dei molti tentativi fatti per elencare i diversi tipi di comunicazione nei testi medici,li possiamo raggruppare in quattro categorie: tra professionista e professionista (tra un medico e un altro), tra un professionista e un semiprofessionista (tra un medico e uno studente di medicina o un infermiere), tra un professionista e un non professionista (tra un medico e un paziente) e tra non professionisti (tra un giornalista e un lettore).Questi registri esistono anche nell’ambito della traduzione medica: medico-medico, medico-paziente e paziente-paziente. Quest’ultimo si riferisce ai documenti scritti dai non esperti per altri pazienti affetti dalla medesima patologia. Di seguito riportiamo esempi dei tre principali registri esistenti per un termine medico:

  • registro medico (ad esempio candidosi)
  • registro generico (ad esempio candida)
  • registro misto (ad esempio candida o candidosi)

L’ostacolo per il traduttore medico è quello di determinare quale delle tre, o più, potenziali traduzioni corrispondono a ciascuna delle situazioni comunicative sopra descritte. La traduzione considerata più precisa dipende spesso dalla specialità della medicina. Ad esempio, nella frase seguente sulle vaccinazioni estrapolata dal New England Journal of Medicine:”Abbiamo lanciato una campagna di vaccinazione per proteggere i rifugiati da difterite, morbillo, orecchioni, pertosse, rosolia e tetano”, l’autore usa sia un termine appartenente al registro medico (“pertosse”) sia uno proprio di quello colloquiale (“orecchioni”). Tuttavia, il significato è comprensibile dal momento che si tratta di vaccinazioni.

Un altro esempio
Trombo è il termine medico equivalente a coagulo di sangue appartenente a un registro più generico La frase seguente, tratta dal giornale sopra citato, opta chiaramente per il termine più colloquiale:
“In questo paziente, l’individuazione tramite TC di un segnale luminoso e lineare nell’arteria cerebrale media destra suggerisce la presenza di un coagulo di sangue e le prime impercettibili variazioni ischemiche nell’area servita da questa arteria rafforzano la diagnosi di infarto in evoluzione”.I dizionari possono solo parzialmente aiutare il traduttore ad affrontare il problema. A tale proposito, Newmark ha affermato: “che non bisogna considerare un dizionario, sia bilingue che monolingue, alla stregua di un’autorità. Spesso esso contiene troppi sinonimi decontestualizzati, parole obsolete o ‘parole da dizionario’, ovvero parole che si trovano solo nei dizionari”. Se un traduttore medico lavora con testi medici inerenti a una sola specialità, allora il registro non dovrebbe presentare particolari problemi. La lingua di partenza o di arrivo di molti testi medici è l’inglese poiché quest’ultima rappresenta la lingua franca della professione medica. Un buon traduttore medico saprà come affrontare la varietà di registri tra la lingua di partenza e di arrivo.

Conclusione
Quando si lavora per la prima volta su un testo medico, il traduttore deve innanzitutto identificare il suo registro e tradurlo nella lingua di destinazione. Questo può essere difficile per il traduttore quando un termine esiste o nella lingua di partenza o in quella di destinazione e quando ci sono diversi termini nella lingua di arrivo. Oltre al registro, il traduttore medico incontra gli stessi problemi che affrontano i traduttori di altre discipline, vale a dire quelli legati alla sintassi, alla grammatica, allo stile, alla terminologia e altri ancora. Considerato un settore estremamente difficile da tradurre, tutti i traduttori medici hanno generalmente una formazione medica di cui si avvalgono durante la traduzione.

Fonte: Articolo scritto da Denise Recalde e pubblicato il 31 gennaio 2017 sul sito Day Translations

Traduzione a cura di:
Elisa Bencini
Traduttrice EN, DE > IT
Firenze

Le difficoltà della traduzione medica

 Categoria: Problematiche della traduzione

Quando un traduttore deve affrontare la traduzione di documenti medici, deve tradurre collocazioni particolari, espressioni idiomatiche, connotazione, registro, stile, struttura, terminologia e sintassi al fine di effettuare una traduzione accurata. Ai fini di questo articolo, saranno approfonditi quei problemi che emergono solo a livello lessicale e non quelli che emergono a livello dell’equivalenza grammaticale, testuale e pragmatica.

Problemi che emergono a livello lessicale durante la traduzione
Il significato lessicale di una parola è il significato che questa ha in una determinata lingua che si è evoluta attraverso l’uso. È possibile identificare diversi tipi di significato associati all’origine lessicale di una parola e, più precisamente, essi sono: prepositional meaning, presupposed meaning, expressive meaning e evoked meaning. Il prepositional meaning è il significato basilare della parola, quello più palese e più chiaro. La connotazione, o expressive meaning, rappresenta, invece, le sfumature di significato che si aggiungono al prepositional meaning. Un esempio di questo è la differenza tra i verbi odorare (emanare un odore) e puzzare. Essi hanno lo stesso prepositional meaning ma differiscono in merito all’expressive meaning.Il presupposed meaning deriva dalla collocazione. Ad esempio, l’aggettivo sturdy (robusto) è prevalentemente utilizzato per descrivere gli animali, le piante e gli oggetti inanimati piuttosto che gli esseri umani. L’evoked meaning si riferisce al registro o al dialetto. Il registro è la lingua utilizzata per una specifica interazione o situazione, ad esempio un adulto che si rivolge a un bambino.  Mona Baker, nel suo libro “In other words” identifica nelle rese sbagliate di uno qualsiasi di questi quattro tipi di significati la causa di una traduzione scadente a livello lessicale. Fortunatamente, nelle traduzioni mediche, diversamente da quelle legali, c’è corrispondenza tra il prepositional meaning della lingua di partenza e quella di arrivo, poiché le malattie e l’anatomia del corpo umano sono essenzialmente le stesse in tutto il mondo. La traduzione medica, tuttavia, disorienta il traduttore quando si tratta di evoked meaning e di presupposed meaning poiché non c’è corrispondenza tra la lingua di partenza e di arrivo. Per quanto riguarda il presupposed meaning, ciò è dovuto al modo diverso in cui ogni lingua realizza le collocazioni.

I diversi registri della traduzione medica
Ciò che distingue, in termini di difficoltà, la traduzione medica dalle altre traduzioni tecniche è la presenza di registri multipli. Ad esempio, molte parti del corpo e malattie hanno un nome in un registro più elevato, registro medico, e un altro in un registro più colloquiale. Ne sono un esempio il termine torace contrapposto a petto e il termine pertosse contrapposto a tosse canina. Peter Newmark, autore di “A layman’s view of medical translation”, afferma che il motivo per il quale esistono diversi registri medici è dovuto a ragioni storiche e al fatto che le specialità della medicina si sono evolute separatamente:”Il registro della lingua medica nelle lingue europee è una giungla di sinonimi: esistono diverse parole per stessa patologia adottate in base al punto di vista, anatomico, clinico o patologico, e in base a quando e dove viene utilizzata l’espressione. Ad esempio,brucellosis (brucellosi) ha almeno 25 sinonimi solamente in inglese mentre nelle altre lingue europee se ne contano dai 6 ai 12″.La traduzione medica è considerata particolarmente difficile poiché il traduttore deve conoscere come funziona il corpo, come si evolve una malattia, ecc. Si potrebbe sostenere che anche un traduttore che lavora su un testo di elettrotecnica sui sistemi di trasmissione di potenza dovrebbe sapere come funziona il sistema. La differenza è che un traduttore di un testo di ingegneria può denominare una parte della macchina e il sistema in un registro più colloquiale per tutti gli altri testi che risulterebbero per il profano semplicemente meno dettagliati. L’esistenza di due registri nelle traduzioni mediche non presenterebbe al traduttore molta difficoltà di per sé, se non per il fatto che un certo numero di lingue ha soltanto una parola per entrambi i registri, mentre altre lingue hanno due o più parole. Quando si traduce con due o più opzioni un singolo termine medico dalla lingua di partenza in quella di arrivo, si deve considerare il contesto e il registro.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Denise Recalde e pubblicato il 31 gennaio 2017 sul sito Day Translations

Traduzione a cura di:
Elisa Bencini
Traduttrice EN, DE > IT
Firenze

Le lingue che interessano ai russi

 Categoria: Le lingue

La popolazione russa è molto interessata allo studio delle lingue straniere e riesce ad apprenderle con estrema facilità, soprattutto rispetto agli italiani. Io, per esempio, dopo tre mesi che studiavo l’italiano, riuscivo a comprendere parecchio della lingua italiana e a tradurla. Al contrario mio marito, che è italiano, -pur essendo andato a lezione di lingua russa -, riusciva a stento a farsi capire dalle sue amicizie russe.

Tra le lingue straniere studiate dai russi, l’inglese è ritenuta la lingua più utile secondo la stragrande maggioranza della popolazione. Dopo, nella graduatoria, c’è il tedesco, seguono lo spagnolo, il cinese e il francese.

A proposito della lingua francese, bisogna sottolineare che ebbe un forte sviluppo,dopo che la Francia di De Gaulle creò un asse privilegiato con l’Unione Sovietica, unico paese occidentale ed europeo. Nella mia città, Omsk, nella Russia occidentale, – una città di oltre un milione di abitanti -, fu istituita una facoltà di lingua francese all’Università, unica lingua straniera da noi studiata poi nelle scuole medie e superiori.

Noi russi siamo un popolo che può ritenersi poliglotta, in quanto sono sempre di più gli abitanti che apprendono una lingua straniera, in massima parte preferendo l’inglese, lo spagnolo, il cinese ed appunto il francese.

Nelle grandi città russe, come Mosca, Leningrado, Ekaterinburg, moltissima gente, negli ultimi venticinque anni si è messa a studiare l’inglese, tanto che essa è una lingua molto conosciuta in Russia.

Quasi tre quarti della popolazione, specialmente tra i giovani, sostiene che  una lingua straniera possa sempre servire nella vita.

Al dipartimento di lingue straniere della Scuola Superiore di Economia dell’Università di Mosca, oltre all’inglese, che è una lingua obbligatoria, sono scelte, in ordine decrescente il tedesco, lo spagnolo, il cinese e il francese. Gli studenti possono scegliere una seconda lingua fra le seguenti lingue straniere: arabo, giapponese, cinese, spagnolo, tedesco, francese, portoghese e italiano. La maggioranza ha scelto però il tedesco e lo spagnolo.

La lingua più scelta, secondo un recente sondaggio, è l’inglese mentre, all’inizio del 2000 c’è stata una grande richiesta per il cinese, poi calata negli anni successivi.

Per gli studenti delle scuole elementari e medie la scelta della lingua è decisa dai genitori. Per la scelta incidono anche altri fattori, in quanto, solo per esempio, il tedesco e lo spagnolo vengono scelti perché lì il corso di laurea magistrale costa meno, se non è addirittura gratuito.

Ultimamente si sono avute richieste per il coreano, l’hindi e il finlandese, poi in maggioranza abbandonate per mancanza di prospettive di lavoro.

I russi studiano le lingue non solo per obiettivi professionali. Ci si impegna a studiare le lingue per poterle usare nei viaggi e poter conversare con gli abitanti locali.

C’è chi  ha iniziato a studiare il tedesco perché lavorava come giornalista in Russia e desiderava scrivere per la stampa tedesca.

La lingua più esotica che abbiano mai studiato i russi è il persiano.

Autrice dell’articolo:
Irina Vonciskaya
Traduttrice RU-IT

I problemi della traduzione

 Categoria: Problematiche della traduzione

L’atto traduttivo rappresenta due mondi paralleli, due culture che si avvicinano senza in realtà sfiorarsi mai. La traduzione riguarda il passaggio di significati da una lingua all’altra. Questo implica la necessità di ottenere un testo tradotto che sia quanto più fedele possibile all’originale. Senza ombra di dubbio ciò rappresenta un motivo di grande sfida linguistica per il traduttore che spesso durante il lavoro si imbatte in problemi legati alle lingue. Infatti, la caratteristica propria di quest’ultime è quella di possedere ognuna nel proprio bagaglio culturale, determinati modi di dire, frasi fatte, parole legate al mondo della culinaria e delle tradizioni che risultano intraducibili per altre culture, e quindi nell’atto traduttivo si presentano come residui comunicativi dato che il più delle volte è difficile trovare un corrispondente linguistico. Comunque sia ci sono vari procedimenti ai quali un traduttore può ricorrere per ovviare al problema, tra questi ricordiamo l’adattamento, la perdita, la compensazione, il calco, il prestito, ecc.. L’errore più comune è quello di aggiungere troppi elementi al prototesto provocando un risultato del tutto errato. In questo caso siamo in presenza di una compensazione di tipo invasivo e per quanto il testo possa apparire fluente e ben costruito, esso si discosterebbe troppo dall’originale e quindi sarebbe considerato frutto di una cattiva traduzione. I modi di dire delle diverse lingue, rappresentano uno degli esempi più famosi di difficoltà traduttiva perché nascondono al loro interno tutto un sistema linguistico – culturale che sovente risulta intraducibile. Il bravo traduttore sa che in questi casi è necessaria la sostituzione, vale a dire ricercare un modo di dire appartenente alla sua cultura che però sia equivalente a quello del testo di partenza.

Altri concetti chiave legati al problema della traduzione sono l’addomesticamento e lo straniamento, i quali conducono alla decisione di modernizzare o arcaicizzare un testo. Sono tutti fenomeni che mirano in qualche modo a cambiare l’opera di partenza perché si tratta sempre di una scelta del traduttore, il quale è portato in qualche modo a negoziare e a manipolare ciò con cui lavora. Quanto affermato, è legato al fatto che non si traduce solo la lingua, ma anche la cultura, è per questo che una traduzione può essere source o target oriented, vale a dire orientata verso il suo testo di partenza o quello di arrivo. La scelta consiste nel preferire ciò che è presente nella narrazione fonte ad esempio un determinato tipo di lingua, un certo contesto storico, determinate connotazioni sociali oppure puntare il tutto verso il mondo che è più vicino al traduttore, ecco perché si è soliti scegliere la via dell’addomesticamento, una sorta di terza uscita tra il modernizzare e l’arcaicizzare. Accade spesso, infatti, che un libro possa appartenere a un periodo storico molto distante. Questo porta con sé non pochi problemi perché il mondo descritto presenta caratteristiche che per i lettori odierni risulterebbero quasi irreali. Il bravo traduttore deve essere in grado di addomesticare il testo riproponendo gli stessi elementi in chiave moderna e/o comprensibile ai propri lettori.

Nel complesso si deve necessariamente asserire che il lavoro del traduttore è indissolubilmente legato a un rispetto di tipo morale nei confronti dell’autore del libro, perché ogni sua scelta deve dipendere da una selezione di dati preesistente. Diventa conseguenza naturale a questo punto che non si possa ottenere un’equivalenza completa di due sistemi linguistici a causa delle differenze che per loro natura possiedono.

Autore dell’articolo:
Bruno Giannetti
Traduttore DE-FR-EN>IT

Traduzioni scientifiche professionali

 Categoria: Servizi di traduzione

Salve a tutti, sono un fisico-matematico, laureatosi nel vecchio ordinamento, per intenderci quello in cui erano previsti 18 esami annuali, due colloqui in altrettante lingue straniere di importanza scientifica e, naturalmente, la tesi finale. Come tutti i fisici laureatisi nel vecchio ordinamento, al primo ed al secondo anno ho dovuto studiare su un paio di libri consigliati dal docente, scritti in lingua inglese, e quindi in una lingua che non era la mia. Successivamente, cioè dal terzo anno di corso in poi, i libri americani e/o inglesi erano la norma, per poter dare gli esami dei vari corsi. Nonostante quell’inizio abbia costituito, per me, una “terapia d’urto”, col tempo si è rivelato fruttuoso, non solo per i miei studi successivi; infatti, attualmente ho una collaborazione, in qualità di traduttore di testi di brevetti di invenzione, dall’Inglese verso l’Italiano.

Tuttavia, ciò su cui intendo richiamare l’attenzione dei cortesi lettori di questo breve articolo, è la questione se anche un fisico-matematico e più in generale un laureato in materie scientifiche, possa, a buon diritto, eseguire traduzioni scientifiche professionali, al pari dei colleghi laureati in lingue e letterature straniere.

Ritengo che la risposta non possa che essere positiva. Infatti, da studente mi capitava di leggere alcuni testi di matematica o di fisica tradotti, e in quelle occasioni, notavo che i traduttori erano fisici o matematici che insegnavano o insegnano tutt’ora, in prestigiose istituzioni educative del nostro Paese. Inoltre, un professionista, che abbia ricevuto il compito di tradurre in lingua italiana, per esempio, un libro o un articolo di fisica nucleare, deve avere una minima conoscenza in tale campo di studi.

Non è certo ragionevole pretendere che un traduttore laureato in lingue debba essere costretto a studiarsi la Fisica Nucleare, in breve tempo, almeno nelle sue linee essenziali, prima di mettere mano alla traduzione vera e propria. Ecco perciò che si apre uno spiraglio, per assumere dei fisici, quali possibili candidati per effettuare traduzioni del tipo sopradetto.

Lo stesso discorso può essere fatto se, invece della Fisica Nucleare, debba essere tradotto un libro o un articolo sugli “operatori di simmetria delle equazioni differenziali”, per esempio. Infatti tale argomento, specificatamente matematico coinvolge i concetti e le teorie, come la teoria dei Gruppi, delle Algebre di Lie e naturalmente le stesse equazioni differenziali, i quali concetti e teorie possono, secondo me, essere maturati solo durante l’intero corso di laurea scientifica, ovvero esame dopo esame.

A tutto ciò, va aggiunto, e qui parlo a titolo personale, il notevole numero di articoli scientifici americani, che ho dovuto leggere durante il corso di laurea, e il di cui studio mi ha permesso di apprendere lo stile di scrittura che gli scienziati americani o inglesi utilizzano per esporre le loro idee.

Prima di concludere, vorrei chiarire, che quanto esposto non vuole essere una proposta di ingerenza da parte di un gruppo di persone su una professione che non è la loro, ritengo però che una traduzione scientifica eseguita con cognizione di causa su ciò che si deve tradurre, se non doverosa, è certamente preferibile a qualunque altra.

Autore dell’articolo:
Giulio Belli
Traduttrice medico-scientifica
Torino

La traduzione è possibile?

 Categoria: Problematiche della traduzione

Al di là del concetto sottolineato dall’approccio strettamente linguistico secondo il quale la traduzione implica il trasferimento del significato contenuto in una serie di segni linguistici in un’altra serie di segni linguistici attraverso l’uso competente del dizionario e della grammatica, il processo implica anche un’intera serie di criteri extra-linguistici.

Esistono due approcci diversi.
Da una parte, c’è un atteggiamento mentale secondo cui la traduzione è impossibile; questo è dovuto al fatto che, quando le persone parlano lingue diverse, percepiscono la realtà in modi diversi poiché vivono in mondi diversi. Questo atteggiamento mentale era popolare presso i ricercatori Americani Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf. Sapir sosteneva che “nessuna coppia di lingue è sufficientemente simile da essere considerata come rappresentante della stessa realtà sociale. I mondi in cui società diverse vivono sono mondi distinti, non semplicemente lo stesso mondo con etichette diverse” [Sapir citato in Bassnett, 22].
Juri Lotman, un semiologo sovietico sostiene il dibattito di Sapir dichiarando che la società, la cultura, la letteratura e l’arte sono i prodotti di una lingua che costituisce la parte più centrale della cultura. “Nessuna lingua può esistere a meno che non sia immersa nel contesto culturale; e nessuna cultura può esistere se non ha nel suo centro la struttura di una lingua naturale”. [Lotman in Bassnett 23]

Per quanto riguarda il secondo approccio, Roman Jakobson, un linguista russo, ha distinto tre tipi di traduzione; intralinguistica – all’interno di una lingua, interlinguistica – tra due lingue all’interno dello stesso sistema di segni linguistici e intersemiotica – tra due sistemi di segni. Egli ha spiegato che la traduzione è possibile, ma non ci si può aspettare di ottenere un’equivalenza completa tra il testo sorgente e il testo di arrivo poiché tale equivalenza è impossibile in una traduzione intralinguistica con l’uso di sinonimi, così come lo è in una traduzione interlinguistica. Jakobson spiega ulteriormente che ogni unità della lingua è costituita da connotazioni e associazioni che sono impossibili da trasferire. Conclude che “la traduzione è solo un’adeguata interpretazione di un’unità linguistica di un codice straniero e che l’equivalenza è impossibile”. [Bassnett, 23].

Autore dell’articolo:
Marco Gori
Traduttore PT-EN-RU>IT
Pistoia

Straniamento e Domesticazione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Lawrence Venuti, nel testo The Translator’s Invisibility, A History of Translation analizza i processi e le caratteristiche della strategia di straniamento e domesticazione. Egli definisce la traduzione come: “l’energica sostituzione della differenza linguistica e culturale del testo straniero con un testo che sarà comprensibile al lettore della lingua d’arrivo”. Egli afferma chiaramente che generalmente ci si aspetta che il prodotto traduzione sia comprensibile al destinatario proprio come l’originale lo è per il destinatario nella lingua sorgente. Il traduttore adatta il testo in modo da renderlo comprensibile al lettore; modifica gli elementi in modo che siano percepiti come familiari e riconoscibili. La traduzione deve adattarsi alla situazione culturale e politica del lettore della lingua di arrivo. Questa è una strategia di domesticazione, un testo completamente tradotto reso facilmente comprensibile al lettore attraverso il suo adattamento alla realtà circostante.

In alternativa, egli descrive un processo di traduzione di un testo con l’intenzione di mantenere il suo carattere di estraneità, in modo che il lettore della traduzione possa notare la sua “diversità”. Questa strategia fu nominata “straniamento” e ha acquisito numerosi seguaci proprio come la strategia di domesticazione, dovuto al fatto che entrambe le strategie hanno i loro vantaggi e svantaggi.

Friedrich Schleiermacher, un filosofo tedesco, afferma che ci sono solo due metodi di traduzione. Uno di questi consiste nello spostare l’autore della trattazione originale verso il lettore della traduzione, cioè nel manipolare il testo in un modo da farlo sembrare familiare al destinatario. L’altro metodo implica lo spostamento del destinatario della traduzione verso l’autore della trattazione originale, cioè nel mantenere tutti gli elementi potenzialmente difficili da comprendere nella loro forma originale e nel forzare il lettore ad accettarli.

È interessante che la domesticazione e lo straniamento possano essere più o meno popolari e diffusi in molti paesi. Alcune società, più di altre, sono più tolleranti verso i testi che hanno subito il processo di straniamento e quindi meno comprensibili. Venuti indirizza l’attenzione verso le società di lingua inglese e il fatto che esse non accettino elementi stranieri in una trattazione che ha le sue radici nell’etnocentrismo, nell’imperialismo e nel narcisismo. Egli afferma che “la cultura Anglo-Americana […] è stata dominata a lungo dalle teorie di domesticazione che consigliano una traduzione fluente”.

Autore dell’articolo:
Giovanni Bianchi
Traduttore DE-EN>IT
Milano

Strategie vs tecniche di traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Prima di incominciare un processo di traduzione, è importante selezionare un approccio globale da applicare al testo. Per farlo occorre prendere in considerazione numerosi fattori quali: il contesto storico, la cultura di partenza e di arrivo, i destinatari sia dell’originale che della traduzione. Questo approccio è relativo al testo nel suo insieme e gli conferisce un carattere specifico. Si fa riferimento a questo concetto come strategia di traduzione e sono stati distinti due metodi diversi: straniamento e domesticazione.

Durante il processo di traduzione, d’altra parte, un traduttore può imbattersi in parole e locuzioni problematiche che sono strettamente connesse alla cultura sorgente. Nei Translation Studies ci si riferisce a queste come elementi culturali o concetti culturalmente specifici e, secondo Mahmoud Ordudari, questi “sembrano essere i compiti più ardui per un traduttore”. Questi elementi sono stati analizzati e descritti da numerosi studenti e le loro conclusioni saranno citate in seguito in questo corso.

Peter Newmark, nel suo Textbook of Translation descrive la differenza tra i metodi di traduzione e le procedure di traduzione. Egli spiega che i primi si riferiscono all’intero testo, mentre le procedure di traduzione sono utili nel caso di piccole unità linguistiche, come parole, locuzioni o frasi. Inoltre, Venuti enfatizza il fatto che le strategie di traduzione “implicano i compiti di base nello scegliere il testo straniero da tradurre e nello sviluppare un metodo per tradurlo”. Egli impiega il concetto di “domesticazione e straniamento” per riferirsi alle strategie di traduzione. Ne parleremo in modo più approfondito nell’articolo di dopodomani (ndr).

Autore dell’articolo:
Giovanni Bianchi
Traduttore DE-EN>IT
Milano

Analisi di discorsi e registri (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Ora passiamo a Baker e al suo testo sulla traduzione. Nel suo lavoro guarda all’equivalenza a una serie di livelli: parola, sopra la parola, grammatica, ma dedica la massima attenzione a ciò che Halliday definisce metafunzione testuale, vale a dire alla struttura tematica e alla coesione, e soprattutto a livello pragmatico.

A proposito di struttura tematica sottolinea due aspetti principali. Il primo è che la struttura tematica è realizzata in modo diverso nelle diverse lingue. Il secondo è l’importanza della marcatura relativa nell’analisi del Source Text, che aiuta il traduttore a capire se usare una forma marcata nel Target Text o meno.

Passiamo ora alla coesione. Baker sottolinea, come nella struttura tematica, che le strategie di coesione potrebbero dover differire tra Source Text e Target Text. L’obiettivo del traduttore è quello di produrre un Target Text che sia collegato logicamente nella mente del ricevente del Target Text.

Questo mi porta al mio prossimo punto, il lavoro di Baker sulla pragmatica. Lo ha definito come lo studio del significato così come viene trasmesso e manipolato dai partecipanti alle comunicazioni, quindi lo studio del linguaggio in uso. Baker considera tre principali concetti pragmatici: coerenza, presupposizione e implicazione.La coerenza di un testo, che è correlata alla coesione, dipende dall’esperienza del ricevente del mondo. La presupposizione si riferisce alla conoscenza che il mittente assume che il destinatario possieda e sia in grado di utilizzare per comprendere il messaggio. L’implicazione è ciò che l’oratore intende o implica piuttosto che ciò che viene detto.

L’ultima opera influenzata dal modello di Hallyday è quella di Hatim e Mason. A differenza di Baker, che si concentra sulla funzione testuale, prestano un’attenzione particolare alla realizzazione nella traduzione delle funzioni ideazionali e interpersonali. Nello specifico hanno sottolineato come i traduttori con le loro scelte possano causare uno spostamento in queste funzioni e alterare il valore di verità del messaggio Source Text.

Ma l’aspetto a cui sono principalmente interessati è il discorso e il modo in cui linguaggio e testi comunicano relazioni sociali e di potere. Ecco la loro definizione di discorso: “modalità di parlare e scrivere che coinvolgono gruppi sociali nell’adottare un particolare atteggiamento verso l’area dell’attività socioculturale ”

Anche se in realtà non forniscono un modello da applicare, propongono una serie di elementi che il traduttore deve tenere in considerazione nel loro lavoro e analisi. Abbiamo visto lo spostamento delle funzioni e l’implicanza sociolinguistica del discorso, ma c’è un altro punto da considerare, vale  dire gli elementi dinamici e stabili di un testo. Questi non sono presentati come opposti binari ma come un continuum e sono collegati alle strategie di traduzione. In effetti gli elementi stabili di un testo sono quelli che richiedono un approccio abbastanza letterale mentre con elementi dinamici la traduzione letterale non è un’opzione percorribile e il traduttore deve affrontare sfide più interessanti.

Autore dell’articolo:
Giorgio Pisacane
Dottore in Lingue e Letterature Straniere
Napoli

Bibliografia
Munday, Jeremy (2012) Introducing Translation Studies – Theories and Applications, Routledge

Analisi di discorsi e registri

 Categoria: Tecniche di traduzione

In questo articolo vorrei esporre degli approcci all’analisi di discorsi e registri, che hanno preso piede negli studi traduttivi dal 1990, traendo origine dal lo sviluppo della linguistica applicata

Le teorie principali sono la grammatica funzionale sistemica di Halliday e alcune altre che sono state influenzate dal suo modello, vale a dire quelle di House, Baker e infine Hatim e Mason.

Cominciamo con  la grammatica funzionale sistemica di Halliday. Nel suo studio si concentra principalmente sulle scelte linguistiche, l’obiettivo della forma di comunicazione, la struttura socioculturale e la forte interrelazione tra di loro.
In cima troviamo l’ambiente socioculturale, che condiziona il discorso, che condiziona il genere e in questo modo fino alla lessico-grammatica, che si riferisce alla scelta del lessico, della grammatica e della sintassi. Analizziamo ora gli ultimi tre elementi del modello di Halliday, i quali sono particolarmente rilevanti per la sua teoria e interconnessi. Il registro è costituito da un campo, vale a dire ciò di cui si sta scrivendo, tenore, che riguarda chi sta comunicando e a chi, e modalità, cioè la forma di comunicazione. Ognuna di queste variabili è associata a una delle 3 metafunzioni relative al livello della semantica del discorso. Esse sono le metafunzioni interpersonale, testuale e  ideazionale, e di nuovo ognuna di esse è legata a un certo aspetto delle realizzazioni della lessico grammatica. Questa era una panoramica sui principali concetti della teoria di Halliday, che ci conduce al prossimo argomento: il modello di valutazione della qualità della traduzione di House. House elabora un metodo di valutazione basato principalmente sull’analisi del registro di Source Text e Target Text. La sua nozione di registro si basa sulla definizione di Halliday ma va oltre, incorporando alcuni elementi aggiuntivi.

Esaminiamo ora il metodo di House. Innanzitutto viene analizzata il Source Text, a partire dal registro. Un profilo del registro fornisce le linee guida per la descrizione del genere e quindi viene fatta una “dichiarazione di funzione”. Queste tre operazioni sono ripetute per il Target Text.

Ora le due analisi possono essere confrontate e questo consente l’identificazione di errori o mancate corrispondenze. House distingue tre tipi di discordanze: errore nascosto, errori apertamente errati e errori del sistema di destinazione. Infine viene fatta una dichiarazione di qualità e la traduzione può essere categorizzata in uno dei due tipi: traduzione aperta e traduzione nascosta. La traduzione nascosta non è chiaramente diretta al pubblico del Target Text, mentre la traduzione nascosta “gode degli status di una Source Text originale nella cultura Target”.

Seconda parte di questo articolo >

Autore dell’articolo:
Giorgio Pisacane
Dottore in Lingue e Letterature Straniere
Napoli

Bibliografia
Munday, Jeremy (2012) Introducing Translation Studies – Theories and Applications, Routledge

Qual è la lingua “migliore”? (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Penso che ogni lingua abbia i suoi pro e contro. Ad esempio, penso che per i traduttori che vivono negli Stati Uniti il francese e il tedesco siano lingue molto appetibili, perché c’è un buon equilibrio tra la mole di lavoro e le tariffe, e perché i traduttori che risiedono negli Stati Uniti hanno alcuni vantaggi finanziari (un costo della vita solitamente più basso, e il fatto che non pagano l’IVA). Inoltre anche il fuso orario degli USA è un vantaggio, dato che i clienti europei possono mandare il lavoro a fine giornata del loro fuso orario, ed ottenere risposta il mattino dopo. Comunque, la cultura europea del business è basata su rapporti diretti, e può essere molto difficile trovare e mantenere clienti diretti in Europa, a meno che non ci si possa recarvici con una certa frequenza.

In termini di necessità urgente, ritengo che le lingue mediorientali e asiatiche siano sicuramente quelle vincenti. Penso inoltre che la combinazione linguistica giapponese /inglese sia tra le più pagate, se non la più pagata, in molte indagini di mercato. Ma la mia sensazione è che per alcune di queste combinazioni linguistiche c’è molta concorrenza da parte di traduttori che non sono di madrelingua inglese, ma che traducono in inglese comunque, anche se non dovrebbero. Inoltre, queste culture sono molto meno simili alla cultura americana rispetto alla cultura europea, ed è probabilmente più difficile per i traduttori che sono cresciuti negli Stati Uniti “adattarsi” in Cina o in Arabia Saudita, di quanto non lo sia in Spagna o in Svizzera.

Poi c’è l’affinità personale/soggettiva: amo il suono della lingua italiana e portoghese. Sono così nerd che a volte ascolto i notiziari italiani o portoghesi alla radio (su TuneIn), anche se non li riesco a capire affatto. Attraversare le Dolomiti in bicicletta la scorsa estate è stata una delle migliori vacanze della mia vita: amo l’Italia! Se dovessi pensare esclusivamente al reddito potenziale, probabilmente sceglierei il giapponese, ma mi trovo ad avere serie difficoltà con le lingue basate sui caratteri, come ad esempio quando mio marito ed io abbiamo viaggiato in Nepal, ed io non avevo particolari difficoltà con la lingua parlata, ma non ero in grado di leggere nulla, mentre per lui era l’opposto.

In ogni caso, basta pensieri sconnessi in merito alle varie lingue! Cari lettori, cosa ne pensate? Uno studente di liceo vi manda un’e-mail chiedendovi “Che lingua dovrei studiare?” E voi rispondete…

Fonte: articolo originale pubblicato in inglese l’8 aprile 2013 da Corinne McKay sul Blog Thoughts on Translation

Autore dell’articolo:
Marina Rossi
Traduttrice EN-ES>IT
Grottaferrata (RM)

Qual è la lingua “migliore”?

 Categoria: Le lingue

L’articolo di oggi è una traduzione dall’italiano all’inglese di un articolo scritto da Corinne McKay e pubblicato l’8 aprile 2013 sul Blog Thoughts on Translation.

Anni fa avevamo ricevuto una traduzione dello stesso articolo ad opera di un’altra traduttrice, Raffaella Esposito. Non è la prima volta che capita un evento del genere, anzi, ultimamente è accaduto in diverse occasioni.

Come abbiamo sottolineato in quelle circostanze, non è detto che una delle due versioni sia migliore dell’altra, anzi è assolutamente plausibile che siano entrambe valide seppur diverse fra loro.
Vi invitiamo a leggere l’articolo “La traduzione non è matematica” come approfondimento.

Qui di seguito la traduzione dell’articolo di Corinne McKay eseguita da Marina Rossi.

Mi viene spesso posta questa domanda, in diverse forme:

  • Vorrei diventare un traduttore/interprete: quale lingua dovrei studiare?
  • Qual è la lingua maggiormente richiesta nel campo della traduzione e dell’interpretariato?
  • Qual è la lingua migliore che un traduttore o un interprete dovrebbe conoscere?

La risposta, così come la risposta a molte domande riguardanti il lavoro da freelance, è un fragoroso dipende. Esprimerò qui le mie opinioni, poi cortesemente esprimete anche le vostre (così che le possa usare per rispondere a questa domanda la prossima volta che mi verrà posta!)

Per me “richiesta” e “migliore” sono due cose differenti. Ad esempio negli Stati Uniti la lingua generalmente più richiesta è senza dubbio lo spagnolo. È la seconda lingua più parlata negli USA, dopo l’inglese (a ciò aggiungo uno dei miei aneddoti preferiti, cioè che gli Stati Uniti non hanno una lingua ufficiale!). Ma quando le persone domandano a proposito della lingua “migliore”, solitamente essi si riferiscono a una sorta di equilibrio tra domanda e potenziale profitto, anche quando non si esprimono in questi termini. E in termini di potenziale profitto, i traduttori dallo spagnolo si trovano ad affrontare molte sfide, a cominciare dall’elevata competitività dei traduttori che vivono in America Latina, il cui standard di vita è assai più basso, e i quali hanno lo stesso fuso orario dei clienti statunitensi. A ciò bisogna aggiungere che, essendoci così tanti parlanti spagnoli negli Stati Uniti, i traduttori ed interpreti professionisti spesso si scontrano con la mentalità del “tutti possono tradurre” diffusa tra alcuni aspiranti traduttori e interpreti e persino tra alcuni clienti. Quindi, nonostante l’elevatissima richiesta per quanto riguarda la lingua spagnola negli Stati Uniti, non è probabilmente la lingua che incoraggerei a imparare, soprattutto se si sta iniziando da zero.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: articolo originale pubblicato in inglese l’8 aprile 2013 da Corinne McKay sul Blog Thoughts on Translation

Autore dell’articolo:
Marina Rossi
Traduttrice EN-ES>IT
Grottaferrata (RM)

Errori di traduzione passati alla storia

 Categoria: Problematiche della traduzione

Quello della traduzione non è mai stato un lavoro facile. Senza dubbio le lingue sono molto complesse e non sempre esistono parole che hanno esattamente lo stesso significato in due lingue diverse, in quanto ci sono sempre piccole sfumature a creare differenze. Inoltre può capitare che due termini molto simili abbiano significati totalmente differenti. Volete conoscere alcuni dei più grandi errori di traduzione della storia? Di seguito viene riportato ciò che un professionista della traduzione non deve fare.

Nel corso della storia le barriere linguistiche hanno lasciato segni significativi. Talvolta i traduttori sono riusciti a contestualizzare molte espressioni; nonostante ciò, altri non sono stati così fortunati e hanno causato delle confusioni storiche.

Se non si conosce una lingua, la cosa migliore da fare è rivolgersi a un buon traduttore. Se qualcuno l’avesse pensata così per gli esempi successivi, la storia avrebbe potuto addirittura prendere un corso diverso, in quanto un errore di traduzione può portare a conseguenze importanti.

Errore di traduzione 1: Alieni su Marte
Nel 1877 l’astronomo Giovanni Schiaparelli cominciò a osservare e analizzare la superficie marziana. Nei suoi appunti classificò le zone più scure come “mari” e quelle più chiare come “continenti”. Inoltre descrisse una serie di “canali”, intesi come formazioni naturali che ricordavano una gola.
Anni più tardi, nel 1908, l’amico Percival Lowell, riesaminando il lavoro di Schiaparelli, arrivò alla conclusione che i “canali” fossero stati costruiti da esseri intelligenti per trasportare l’acqua che scarseggiava sulla superficie marziana, dalle calotte polari fino alle regioni desertiche. In altri termini, l’uso della parola “canali” diede origine alla teoria che su Marte esistessero strutture artificiali per il trasporto dell’acqua costruite da brillanti ingegneri marziani.
Questa affermazione sollevò un gran polverone e così ebbe origine il mito sull’esistenza dei marziani.

Errore di traduzione 2: La bomba atomica
Nel 1945 si cercò di negoziare la resa dell’impero giapponese durante la Seconda guerra mondiale. Di fronte all’ultimatum, il primo ministro giapponese Kantaro Suzuki utilizzò la parola “mokusatsu“, che equivale a “no comment, ci stiamo ancora pensando”, ma che può anche essere interpretata come “ignoriamo e disprezziamo”. È facile intuire quale delle due scelse il governo statunitense, dal momento che solo dieci giorni dopo vennero sganciate le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.

Errore di traduzione 3: Le corna di Mosè
Per scolpire “Il Mosè” agli inizi del XVI secolo, il celebre artista Michelangelo fece ricorso alla traduzione di San Girolamo. L’artista, imbattendosi nella parola ebraica “karan” (raggiante), la confuse erroneamente con “keren“, che significa “corna”.
Quando l’errore di traduzione venne notato, tutti gli artisti dell’epoca decisero di modificare le loro opere per aggiungere raggi splendenti; nonostante ciò, Michelangelo preferì mantenere il progetto originale.

Errore di traduzione 4: Desideri carnali
Jimmy Carter, ex presidente degli Stati Uniti, sapeva come attirare l’attenzione delle folle. In un discorso pronunciato nel 1977 in Polonia, un errore da parte del suo interprete fece sembrare che il presidente stesse esprimendo desideri sessuali nei confronti del Paese, allora comunista. L’interprete fece credere che Carter desiderasse sessualmente i polacchi, ma emerse che quello che quest’ultimo voleva veramente comunicare fosse il suo interesse di conoscere “i desideri per il futuro” dei polacchi.
Senza dubbio, la traduzione è una professione che non deve essere sottovalutata e forse un’arte per tanti, che richiede molto tempo e dedizione. È importante prestare particolare attenzione alle questioni che possono apparire semplici, dato che non è tutto oro ciò che luccica.

Fonte: Articolo pubblicato sul sito di Aire Traducciones

Traduzione a cura di:
Giada Atzeni
Traduttrice e interprete ENG/ESP>ITA
Cagliari

La soggettività del traduttore (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

La cooperazione e la scommessa interpretativa del testo in Umberto Eco

< Prima parte di questo articolo

La cooperazione si attua a tre livelli: a livello della Manifestazione Lineare, a livello delle strutture del discorso e a livello delle strutture narrative. L’applicazione delle competenze linguistiche alla Manifestazione Lineare permette di trasformare le espressioni in un primo livello di contenuto: grazie alle sue conoscenze enciclopediche e al suo bagaglio culturale generale, il lettore può risalire al livello delle strutture del discorso, dove può riassumere parti significative di discorso in macro-proposizioni narrative, le quali costituiranno l’intreccio (gli eventi così come sono raccontati) del testo.

Queste macroproposizioni consentono al lettore di risalire alla fabula (lo schema di base della narrazione) del testo e di cooperare all’interpretazione a livello delle strutture narrative. La cooperazione interpretativa, invece, si realizza nel tempo: mentre prosegue nella lettura, il lettore entra in uno stato di attesa che lo porta a fare previsioni sul corso degli eventi e sui mondi possibili che veicolano.

Secondo Eco il traduttore si trova nella doppia posizione dell’autore, che deve immaginare il lettore del suo testo, e del lettore, che interpreta e attualizza il testo che ha davanti. Al pari di quest’ultimo, il traduttore fa ipotesi sui mondi possibili che il testo rappresenta, pur sostenendo le congetture più plausibili: davanti a una voce di dizionario, sceglierà l’accezione del termine che reputerà più adeguata al contesto o al mondo possibile che ha preso in considerazione. È proprio qui che entra in gioco la soggettività del traduttore: nella scommessa interpretativa che fa su i vari livelli di senso e su quali privilegiare.

Allo stesso modo della cooperazione, l’interpretazione può avvenire a livello della Manifestazione lineare, a livello delle strutture del discorso e a livello delle strutture narrative. La prima permette di accedere alle forme dell’espressione, ovvero alla fonologia, alla morfologia, alla sintassi e al lessico del testo. La seconda permette di accedere alla forma del contenuto e fare quindi alcune distinzioni come, per esempio, tra una pecora e una capra (ogni cultura da forma ai propri contenuti in modo diverso). La terza permette di accedere alla sostanza del contenuto: ogni elemento di forma del contenuto acquisisce il proprio senso nel processo di enunciazione. La sostanza del contenuto può assumere forme diverse secondo il tipo di testo: può essere puramente linguistica, metrica o fonosimbolica, come nel caso della poesia, ecc.

Eco insiste sul fatto che il processo interpretativo non segue una cronologia verticale,dall’alto verso il basso o viceversa, ma che, in ogni momento, il traduttore fa la sua scommessa interpretativa e decide quale tra i livelli preferire.

Autrice dell’articolo:
Mafalda Morelli Ottiger
Traduttrice editoriale
Napoli

La soggettività del traduttore

 Categoria: Traduzione letteraria

La cooperazione e la scommessa interpretativa del testo in Umberto Eco
Nel 1979, Umberto Eco pubblica una raccolta di studi che vanno dal 1976 al 1978, con l’intento di presentare un discorso organico sulla cooperazione interpretativa del testo. Il punto di partenza di tale cooperazione è il lettore, principio attivo del testo ed elemento fondamentale della sua genesi. Secondo Eco, il testo è una forma espressiva molto complessa che, nella sua manifestazione linguistica, ha bisogno essere attualizzata dal lettore (come nel caso delle riprese anaforiche);  la complessità maggiore deriva dai suoi “non-detto”,elementi che non si manifestano a livello dell’espressione e che il lettore deve attualizzare a livello del contenuto. La cooperazione tra autore e lettore si fonda su questi spazi che sono stati lasciati volontariamente vuoti: per funzionare, un testo ha sempre bisogno di qualcuno che lo aiuti a funzionare e che ne riempia gli spazi vuoti.

Per quanto riguarda i testi come i romanzi, Eco specifica che l’Emittente e il Destinatario non partecipano alla cooperazione in qualità di poli dell’atto di enunciazione, o come persone fisiche, ma come strategie discorsive: l’autore si manifesta nel testo non solo come il semplice soggetto dell’enunciato, ma anche come uno stile o come un intervento esterno, presente nel tessuto generale del testo.

Nel momento in cui organizza la sua strategia testuale, l’autore prevede un Lettore Modello in grado di attualizzare il testo, che abbia le stesse competenze dell’autore e che faccia riferimento allo stesso sistema di codici. Il suo ruolo è di procedere all’interpretazione del testo seguendo un cammino che, in senso inverso, raggiunga quello percorso dall’autore quando ha prodotto il testo.

Eco definisce allora due tipi di testi: i testi chiusi, destinati a un Lettore Modello ben definito e che non necessitano di grande cooperazione per farsi capire; i testi aperti, che si prestano a varie letture e nei quali l’autore spinge o controlla il Lettore attraverso livelli di interpretazione diversi. Tutti i testi si compongono di una Manifestazione Lineare, ciò che si percepisce con la lettura o l’ascolto, e di un Senso o dei sensi. L’esplicitarsi della Manifestazione Lineare avviene tramite le conoscenze linguistiche, ma il processo è molto più complicato per quanto riguarda l’attualizzazione dei sensi.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Mafalda Morelli Ottiger
Traduttrice editoriale
Napoli

Traduzioni professionali contro MT

 Categoria: Strumenti di traduzione

Con l’avanzare delle tecnologie  e delle cosiddette “Machine translation” sembra che la traduzione professionale stia diventando un settore sempre più di nicchia. Eppure, nonostante sia alla portata di tutti inserire il testo in casella e così, come per magia, ritrovarselo “tradotto”, esistono sfumature che una macchina non potrà mai cogliere. Se da un lato Google Traduttore e il nuovissimo “Interpreter mode” di Google Assistant assicurano un sistema di traduzione efficiente, semplice e addirittura in tempo reale, dall’altro esiste un’umanità imprescindibile in ogni lingua, che la tecnologia non potrà mai trasmettere.
Facciamo un esempio banale, ma efficace, sulla questione:

  • In inglese l’espressione “I love you” può riportare due significati: “Ti voglio bene” o “Ti amo” in italiano. Si tratta di due mondi emozionali completamente diversi, per la nostra lingua, eppure una macchina non sa distinguerli. Un traduttore professionale, analizzando anche il resto del testo, il carico sentimentale che ne deriva e la complessità degli argomenti trattati, si renderà facilmente conto, nella maniera più semplice e istintiva possibile, quale accezione dovrà dare a quel termine. In pratica, se quell’”I love you”, vorrà significare amore o affetto. Eppure Google Traduttore non sa farlo: se si prova a digitare “What a friend you are, I love you”, che qualsiasi essere umano tradurrebbe “Che amico che sei, ti voglio bene”, per Google traduttore vuol dire “Che amico che sei, ti amo”.

Dopo aver analizzato l’aspetto più sentimentale della traduzione, in cui l’essere umano vince (ad armi impari) con la macchina, di seguito si annoverano altre caratteristiche, e vantaggi, che un traduttore professionale può apportare al testo di riferimento:

  • Conoscenza della lingua “a tutto tondo”. Un traduttore professionale tradurrà un testo nella sua lingua madre applicando tutte le conoscenze derivate dall’”esperienza” con quella lingua, impossibile da riportare nella grammatica e nella semantica “da vocabolario” di una macchina. In poche parole? Il professionista traduce un testo come se fosse stato scritto proprio nella sua lingua madre;
  • Creatività, caratteristica essenziale e prettamente umana. Un traduttore professionista riuscirà a riadattare il testo applicando lo “stile” della propria lingua madre. Inoltre, se ad alcune espressioni è impossibile dare un significato letterale, il traduttore, con la dote creativa, riuscirà ad attribuirgli il significato più vicino possibile alla propria lingua madre;
  • Tecnicismi e conoscenza del settore di riferimento in cui si contestualizza il testo. Traduzioni mediche, legali o tecniche in generale, richiedono una conoscenza pregressa nella materia, che solo un traduttore professionista, “scelto” e specializzato, rispetto a una macchina, potrà dare;
  • Ambito culturale, gli usi e costumi di una lingua. Tradurre un testo certamente vuol dire riportarlo fedelmente nella propria lingua madre, ma nel rispetto di quest’ultima. Se un termine, un vocabolo, un’espressione o un’intero testo, tradotti letteralmente, possono in un certo qual modo “offendere” l’ambito culturale in cui la lingua si muove e si diffonde, un traduttore professionista saprà come “riadattarlo”  e “contestualizzarlo” nel migliore dei modi. In questo caso, contro la macchina, a vincere è la sensibilità.

Sicuramente, tra i vantaggi elencati, figura quanto può essere importante, e inimitabile, la capacità di traduzione di un essere umano. Esiste però anche qualche svantaggio: costi maggiori e tempi molto più lunghi.

Viene spontaneo allora interrogarsi, nell’analisi tra i pro e i contro, su quanto valga la pena scegliere un traduttore professionista rispetto alla sempre più gettonata “Machine translation”. La risposta è, in realtà, molto semplice: dipende da quanto tenete alla vostra traduzione!

Autrice dell’articolo:
Melania Cacace
Giornalista e copywriter
Napoli

Terminologia e terminografia

 Categoria: Tecniche di traduzione

Benché la terminologia affondi le proprie radici nel XV secolo quando furono redatti i primi lessici professionali con le prime raccolte terminologiche, la disciplina è tuttavia un concetto relativamente giovane, se considerata nell’accezione odierna del termine, e risale a dopo le conquiste scientifiche e tecnologiche dei secoli XIX e XX. E’ dunque intorno agli anni 70 / 80 del 1900 che, grazie alle opere di Eugen Wüster e Helmut Felber, vengono poste le basi teoriche per la disciplina conosciuta oggi con il nome di terminologia. Tale disciplina ebbe una spinta propulsiva a seguito della rivoluzione delle tecnologie informatiche che, difatti, hanno notevolmente promosso lo sviluppo ulteriore e la divulgazione dei lavori terminologici e terminografici. Di pari passo con lo sviluppo della disciplina in questione si percepì il bisogno di rifondare l’ente di normazione internazionale che assunse il nome di ISO, International Organization for Standardization; furono inoltre incentivate le attività delle scuole impegnate nello studio e nella divulgazione di terminologie coerenti e si procedette alla creazione di grandi banche terminologiche consultabili online.
La terminologia, da non confondere con la lessicologia[1] e con la lessicografia,[2] è “la disciplina che studia sistematicamente i concetti e le loro denominazioni, cioè i termini, in uso nelle lingue specialistiche di una scienza, un settore tecnico, un’attività professionale o un gruppo sociale, con l’obiettivo di descrivere e / o prescriverne l’uso corretto.”[3] Tuttavia, con tale termine, non solo si indica la disciplina generale ma si definisce anche “l’insieme dei termini che rappresentano un sistema concettuale di un dominio particolare.”[4] La terminologia in quanto disciplina si trova quindi a dover descrivere in modo sistemico i termini, intendendo con ciò parole, espressioni, locuzioni impiegati in settori di lavoro ben circoscritti, in una o più lingue; diffondere le conoscenze tecniche attraverso strumenti terminologici quali glossari, schede terminologiche, mappe e banche dati; definire delle norme specifiche in base alle quali si cerchi di disciplinare l’utilizzo dei termini.

La terminografia è invece “l’attività che, applicando i principi e metodi della terminologia, si occupa della registrazione, elaborazione e presentazione dei dati terminologici, acquisiti mediante la ricerca terminologica.”[5] Durante l’attività terminografica è consigliabile e preferibile perseguire un approccio onomasiologico che parte dai concetti di un dato ambito specialistico e non dal lessico e che porta alla realizzazione di due sistemi concettuali monolingue in due fasi distinte. Dopo quindi aver condotto le fasi intralinguistiche, è possibile procedere alla comparazione dei due sistemi in modo da verificare le corrispondenze e le identità concettuali. La terminologia e la terminografia sono quindi due discipline di primaria importanza per un interprete e un traduttore che si accinga a tradurre testi e / o orazioni in ambito tecnico-scientifico specialistico in quanto la comprensione del messaggio di arrivo da parte del fruitore della traduzione scritta o orale è strettamente vincolata all’impiego di termini nella LA che siano coerenti, equivalenti e adeguati. Per adempiere a ciò nel migliore dei modi, è dunque essenziale che l’interprete o il traduttore conduca un’accurata e sistemica attività terminologica e terminografica che assicuri una traduzione efficace ed efficiente.

Autrice dell’articolo:
Sara Romanelli
Docente Universitario
Traduttrice e Interprete di Conferenza Freelance ITN<>ENG ITN<>DEU


[1] Per lessicologia si intende lo studio del lessico, l’insieme delle parole e locuzioni di una lingua o di un ambito, in tutte le sue forme. Studia, registra e descrive le parole e i termini, sia del linguaggio generale sia delle lingue speciali., Cfr. H. Rieger, Cos’è la terminologia e come si fa un glossario., fascicolo in Pdf, 2010, p. 4
[2] Per lessicografia si intende la disciplina che si occupa di redigere dizionari o lessici, attraverso la raccolta, classificazione e la definizione delle parole, che vengono riassunti in singole voci sotto forma di lemmi., Cfr. H. Rieger, Cos’è la terminologia e come si fa un glossario., fascicolo in Pdf, 2010., p. 7
[3] H. Rieger, Cos’è la terminologia e come si fa un glossario., fascicolo in Pdf, 2010, p. 4
[4] Ibidem
[5] Ivi, p.7

Dizionario di inglese giuridico: By-law

 Categoria: Strumenti di traduzione

Sai che cos’è un bylaw? E un bye-law? E, magari, sai il loro significato sia il medesimo in tutto il mondo anglosassone? Te lo spieghiamo in questo articolo. Continua a leggere, è possibile che tu ti sorprenda.

Oggi analizziamo un termine che sembra facile, ma che non lo è.
Innanzitutto, ha un significato nel Regno Unito e un altro negli Stati Uniti.
Se questo fosse poco, lo si può trovare scritto in quattro modi diversi: by-law, bylaw, bye-law e byelaw. Andiamo con ordine.

Origine
Secondo il dizionario Merriam-Webster (clicca qui), si ritiene che il termine bylaw tragga origine dall’antica lingua dei popoli nordici (Old Norse) con questa forma: bȳlǫg. Di lì potrebbe essersi evoluto all’inglese medio (Middle English) come bilawe ed esser giunto all’inglese moderno come bylaw.

Nella lingua nordica antica la parola bȳlǫg era composta da bȳr (o bye in danese) che equivaleva a città o paese e lag o lǫg ovvero legge.
Bȳlǫg = legge di un paese.
Sicuramente ricorderai che il popolo danese ha influenzato fortemente una vasta zona dell’est delle isole britanniche. Là sono vissuti per anni diversi popoli di questa regione europea e sono giunti ad avere un sistema giuridico proprio (per chiamarlo in qualche modo) conosciuto come Dane Law.

Da tale byr nordico o bye danese deriva oggi il nome di alcune città inglesi quali Derby, Whitby o Grimsby.

Prima accezione (Br_En)
Con queste premesse risulta chiaro che città + legge (byr + log) diano luogo a ciò che oggi conosciamo come by-law e che in Inghilterra è utilizzato, in particolare, per designare le ordinanze comunali, i regolamenti locali o la normativa di un comune.

By-law o bylawè, pertanto, una norma promulgata da un’autorità locale che viene applicata unicamente in tale ambito territoriale.

Tale tipo de norme o regolamenti aventi forza di legge (with force of law) vengono pronunciate da determinati organismi quali i comuni e altre amministrazioni locali dotate di poteri legislativi delegati in virtù di legge parlamentaria (Act of Parliament).

Come indicato dal Duhaime Legal Dictionary (clicca qui), tali norme locali promulgate da tali enti vengono denominate bylaws o anche regulations, ma mailaws o statutes.

Però, attenzione, tale significato del termine risulta applicabile unicamente nel Regno Unito, dov’è stato coniato, e in alcuni altri paesi quali Canada e Australia. Mentre negli Stati Uniti significa un’altra cosa.

Seconda accezione (Us_En)
Negli Stati Uniti tale termine viene utilizzato per fare riferimento alla normativa interna di imprese o di altre organizzazioni.

Si tratta di norme (rules) che servono per organizzare i relativi procedimenti interni, disciplinare le attività e fissare i diritti e gli obblighi dei rispettivi soci o membri. E sono ciò che in spagnolo sono conosciuti come estatutos o estatutos sociales [in italiano, statuto della società].

Di fatto, si tratta della prima accezione contenuta nel Black’s Law Dictionary che, sebbene sia la bibbia dell’inglese giuridico, non possiamo dimenticare che viene pubblicato negli Stati Uniti.

A rule or administrative provision adopted by an organization for its internal governance and its external dealings.

Perciò ora sai che cos’è un bylaw in ciascuna sponda dell’oceano.

E, per concludere, una breve postilla sulle differenze linguistiche tra USA e UK. Questo statuto societario che negli Stati Uniti viene denominato bylaws, nel Regno Unito si chiama Articles of Association.

Potrebbero avere ragione coloro che affermano che Inghilterra e Stati Uniti siano due nazioni sorelle separate da una stessa lingua.

Fonte: Articolo pubblicato il 26 aprile 2020 sul sito Traducción Jurídica

Traduzione a cura di:
Silvia Ragagnin
Specializzata in traduzioni giuridiche
Pordenone