Le parole sono importanti (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Una volta che il testo è stato messo per iscritto, abbiamo la seconda fase cruciale, quella in cui attraverso gli occhi del lettore il testo viene capito, apprezzato oppure non tocca le corde giuste, viene frainteso; su questa fase lo scrittore non può più intervenire e solitamente, per fortuna, non ci prova neanche.
Il traduttore invece, quando è chiamato in causa, vive sospeso proprio tra questi due momenti, in una terra di mezzo tra l’autore del testo ed il lettore. Lui sì, interviene, e fa la differenza – qui le parole sono importanti – perché ha il potere di distruggere la poetica di un autore, come anche di distruggere l’impatto a livello pubblicitario di una semplice brochure, oppure di consegnare al lettore straniero il testo di partenza in tutta la sua ricchezza, in tutte le sfumature, pur lavorando nell’invisibilità.

Sono musicista prima che traduttrice, ed è proprio la musica che mi ha portato a vivere per un periodo e viaggiare continuamente in Spagna, quindi non posso evitare un paragone musicale.
Penso ad un concerto o ad una sinfonia di Mozart, per esempio. Alcuni dei suoi temi nella loro semplicità hanno già qualcosa di assolutamente geniale, ma la vera bellezza sta nel loro sviluppo e nell’arrangiamento. Chi si trova a riarrangiare un capolavoro musicale, ovvero a trascrivere un’opera adattandola ad un altro organico strumentale, deve fare i conti con un numero diverso di strumenti, con timbri ed estensioni diverse, ed addirittura con la tradizione culturale che sta dietro ad uno strumento. Ha letteralmente il potere di trasmettere la bellezza dell’opera ma anche quello di distruggerla, di renderla inefficace e incomprensibile, tanto quanto un’interprete mentre la suona.

Il traduttore pur con minore libertà ha un compito simile, si muove con alcune limitazioni, per esempio si trova a combattere con il fatto che non ogni concetto esiste in ogni lingua, o che alcuni concetti sono impossibili da comprendere per un lettore che non conosce profondamente il paese e la cultura della lingua di partenza; nonostante questo lavora con lo stesso labor limae, in un continuo domandarsi, cercare di capire, reinventarsi per fare in modo che niente vada perso nella traduzione.

Autore dell’articolo:
Elisa Azzarà
Traduttrice freelance ES>IT
Pisa

Le parole sono importanti

 Categoria: Traduttori freelance

Quando frequentavo il liceo, la nostra insegnante di italiano rispondeva furiosa alle goffe spiegazioni che gli studenti accampavano per giustificare gli errori di forma, sintassi, punteggiatura, la scelta di termini inadeguati. La risposta era sempre la stessa: “Non avete ancora capito che la forma ed il contenuto sono la stessa cosa?”.
Alla luce di questa frase continuo a ridere di cuore di fronte alla celebre scena di Palombella Rossa, in cui Nanni Moretti letteralmente aggredisce e schiaffeggia la povera giornalista che lo intervista a suon di frasi fatte e luoghi comuni: “Ma come parla? Ma come parla?? Le parole sono importanti!!!”

Non ho dimenticato quelle della mia insegnante ed anzi credo che continueranno a darmi la caccia ed a pungolarmi per molto tempo, ogni volta che rischierò di scrivere una traduzione pigra, inesatta, disonesta nei confronti del testo di partenza.
Il senso dell’onestà in fondo è legato a quello della responsabilità, per cui un buon traduttore conserva la propria onestà intellettuale quando capisce di avere un vero e proprio ruolo di responsabilità. Non esiste messaggio verbale che possa arrivare intatto al destinatario, passando indenne attraverso la forma che ad esso si dà.
Nel momento della redazione di un testo avviene un passo fondamentale, perché è in questo momento che il concetto acquisisce la sua prima forma, indossa il primo vestito. La scelta della parola esatta, di un aggettivo al posto di un altro, sono semplicemente tutto. Non a caso molti pensano che un buon romanzo si riconosca dalle descrizioni, quelle in cui sembra che non avvenga niente, ma si dice tutto. Il Gattopardo sarebbe la stessa meraviglia senza la descrizione della tavola imbandita, senza quella della morte del Principe? Non una parola di più, non una di meno.

Leggendo Diario di un millennio che fugge di Lodoli per esempio ho avuto spesso un senso di disorientamento, la sensazione di non capire in quale direzione andasse il romanzo, ma ogni frase uscita dalla penna dell’autore rendeva quel viaggio degno di essere vissuto. Non so come ma nell’immaginario comune lo scrittore sembra essere colui che ha una buona idea, qualcosa da raccontare, quando in realtà lo scrittore è soprattutto colui che partendo da una buona idea sa fare un incessante e sapiente labor limae.

La seconda e ultima parte dell’articolo verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Elisa Azzarà
Traduttrice freelance ES>IT
Pisa

La tecnologia sostituirà i traduttori? (2)

 Categoria: Strumenti di traduzione

Da circa un anno infatti è stata rilasciata un’applicazione per Android chiamata Google Conversation Mode. Al momento del rilascio erano disponibili solo tre lingue (inglese, spagnolo e tedesco) ma la promessa di poter comunicare senza sforzi deve aver allettato molti uomini di affari sempre in viaggio per lavoro e gli svogliati che di imparare una lingua straniera non volevano saperne. L’utilizzo dell’applicazione è facile ed intuitivo: tu parli e lui ripete nella lingua del tuo interlocutore. Così si viene ad avere una conversazione uomo-macchina-uomo che sconcerterebbe chiunque. Potrà anche essere un’applicazione che può aiutarti in casi di estrema necessità come ad esempio malaugurati casi in cui qualcuno finisce in ospedale e non sa proprio come farsi capire però io ritengo che non tutto possa basarsi su algoritmi, statistiche e voci metalliche.

Tradurre non è un atto meccanico in cui si legge parola per parola e la si traduce, nel tradurre si mette cuore, passione e anche un pizzico di empatia. Il traduttore non legge semplicemente un testo e lo rende appetibile per il pubblico che dovrà leggere un libro o un articolo nella lingua di arrivo, il traduttore deve pensare quasi le medesime cose che l’autore di un testo (di qualsiasi natura esso sia) voleva comunicare. Perché tradurre non è un processo sterile e automatico e non sempre le idee possono passare da lingua a lingua senza subire delle, seppur minime, modifiche. Non si può tradurre alla lettera, altrimenti il testo non avrebbe senso, e nemmeno ci si può discostare troppo dai termini di partenza. Il traduttore quindi opera un atto di mediazione, scende a compromessi con le lingue, cerca di rendere la sua traduzione quanto più aderente al testo di partenza. Questo non è di certo un lavoro che una macchina può compiere, come può un computer sapere come tradurre un’espressione di slang come l’americano “It’s raining cats and dogs”? Se si fa un tentativo su Google Translate il risultato è “Piove cani e gatti”, la traduzione corretta invece è “Piove tantissimo”.

È difficile creare un programma che basi le sue traduzioni anche su espressioni idiomatiche, perifrasi e slang ed è più gratificante a livello umano avere rapporti con persone invece che con macchine, quindi è per questo che nel futuro della traduzione vedo l’uomo al centro, un po’ come un nuovo Umanesimo delle lingue.

Autore dell’articolo:
Lorena Bellano
Traduttrice EN>IT
Bologna

La tecnologia sostituirà i traduttori?

 Categoria: Strumenti di traduzione

È indubbio che in questi ultimi anni la tecnologia stia facendo progressi da gigante, soppiantando in alcuni settori il ruolo base che l’uomo assumeva nello svolgere determinate mansioni. Sarà questo anche il futuro dei traduttori? Di recente è stato pubblicato un articolo su Repubblica in cui viene svelato come Ashish Venugopal l’ideatore di Google Translate, il noto motore di Google che permette a milioni di persone nel mondo di traduttore in maniera più o meno grammaticalmente corretta frasi in lingue che vanno dall’arabo allo yiddish passando per lo swahili e il persiano, abbia improntato le basi del suo programma su un approccio di tipo statistico: per tradurre un vocabolo da una lingua A ad una lingua B non ci verrà più detto quale regola applicare (questo metodo di traduzione appartiene alla vecchia scuola) ma il nuovo sistema ci darà qualcosa in grado di funzionare sempre, forse non corretta, ma che comunque funziona. Il potentissimo computer del dottor Venugopal basa le sue deduzioni tra documenti tradotti in tutte le lingue dell’Onu e scava inoltre tra i classici della letteratura e delle religioni. In questo modo si può creare una base statistica di incidenza delle parole e voilà, il gioco è fatto.

Ma basta davvero questo computer, seppur potente, a scalzare il primato del traduttore in carne e ossa, che ha studiato lingua e cultura di un determinato paese, passato notti insonni sulla dura grammatica araba e sulle flessioni del cinese e vedere così il suo lavoro rimpiazzato da un automa? A tal proposito mi viene in mente una puntata di CSI in cui il poliziotto usava un dispositivo di riconoscimento vocale per parlare con una potenziale indiziata. Il suo funzionamento era piuttosto semplice: la giovane donna parlava in russo e il futuristico marchingegno ripeteva il tutto in inglese con solo un paio di secondi di ritardo. Se sembra solo una fantasia televisiva, un qualcosa lontano anni luce da ciò a cui siamo abituati rassegniamoci, anche qui Google ha messo il suo zampino.

A domani la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Lorena Bellano
Traduttrice EN>IT
Bologna

Il rapporto tra scrittura e traduzione (3)

 Categoria: Traduttori freelance

Fin dall’inizio della collaborazione, soprattutto nel caso di case editrici indipendenti e di lingue e ambiti letterari meno noti, il traduttore diventa facilmente la figura di riferimento cui vengono affidati compiti di vario genere e soprattutto letture di libri e manoscritti; sviluppa così competenze assai particolari: attraverso la stesura delle schede di lettura apprende a valutare un testo in rapporto al suo valore intrinseco, sì, ma anche all’aderenza a una certa linea editoriale e alla capacità di ricezione del nostro paese, competenze che, combinate con quelle da specialista, gli torneranno poi assai utili nella sua attività di scouting personale.

Traduttore e scrittore, tuttavia, hanno molto in comune anche al di fuori del campo editoriale, in quella che potremmo definire la natura stessa del loro lavoro. Oggi, quando non si individua sufficiente autorevolezza nel testo originale, come ad esempio nel caso di certa letteratura di genere o per ragazzi, resta molto difficile tracciare una linea netta fra traduzione e riscrittura: il libro può subire tagli o addirittura ampliamenti, lo stile può essere profondamente modificato, una scena completamente riformulata, i riferimenti culturali possono essere eliminati o sostituiti con altri appartenenti alla lingua di arrivo. Nessun testo è completamente originale, poiché lo stesso linguaggio, nella sua essenza, è già una traduzione, innanzitutto del mondo non verbale, e, inoltre, perché ogni segno e ogni frase sono la traduzione di un altro segno e di un’altra frase. Nella vita quotidiana nel suo studio, il traduttore legge e poi scrive. Lo scrittore fa il contrario. Forse entrambi preferirebbero ogni tanto sfuggire alla condanna di questa sequenza: poter leggere il testo prima di scriverlo, poterlo scrivere prima di leggerlo.

C’è un gioco di specchi fra traduttore e scrittore e una sorta di coazione a ripetere nel tradurre. Ripetere un libro già esistente in una lingua straniera è il ‘compito misterioso’ del traduttore, il suo lavoro. Non è possibile ma deve essere fatto. La ‘ripetizione’, è un concetto a tal punto enigmatico da mettere in dubbio la causalità e il flusso temporale. Spesso, traduttore e scrittore entrano in contatto per discutere dubbi e persino scelte di traduzione. La traduzione ha, infatti, come tutte le altre forme d’interpretazione, questa caratteristica di laboratorio aperto, di indagine accanita, di cammino verso l’opera, di continuo movimento di differenziazione, cui si può chiedere tutto, tranne l’unicità rotonda, autonoma e autosufficiente, del testo originale. Inoltre, l’autore della versione italiana resta sempre e comunque il traduttore, onori e oneri, e come ogni scrittore scrive per un determinato lettore e editore, così ogni traduttore traduce per qualcuno nello spazio e nel tempo. Le sue scelte non sono mai casuali: bisogna esaminare la cultura di partenza e di arrivo, le loro relazioni, il committente, il pubblico ideale, come ben sa chi ha frequentato i Translation Studies. Anche questi condizionamenti, in fondo, sono uno dei tanti aspetti che scrittore e traduttore hanno in comune.

Autore dell’articolo:
Emanuela Boccardi
Traduttrice Freelance EN-ES>IT
Foggia

Il rapporto tra scrittura e traduzione (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Solitamente tradurre è per la stragrande maggioranza dei traduttori, non solo un lavoro – un lavoro scelto, fortemente voluto – ma una vera passione, a cui è molto difficile rinunciare malgrado non porti né grandi denari né grandi riconoscimenti. È un profondo e duplice piacere: piacere della lettura e piacere della scrittura. Per chi ami queste due attività, non vi è lavoro che le combini meglio, che le colleghi più intimamente. Il traduttore ha il privilegio di veder diventare la sua lettura materia di lettura altrui, il privilegio di trasformare l’atto creativo del leggere in un nuovo testo, unico e originale, opera d’ingegno protetta a tutti gli effetti dal diritto d’autore.

I traduttori però non avvertono solo piaceri e privilegi: la responsabilità professionale di dare voce italiana a uno scrittore appare assai gravosa per molti motivi, non solo intrinseci alle difficoltà del lavoro di mediazione, ma anche estrinseci e squisitamente pratici. L’editoria, per motivi ben comprensibili sia culturali sia di mercato, rivolge il suo interesse soprattutto alla produzione letteraria contemporanea. Ieri fino a cinquant’anni e oggi fino a settanta dalla morte dello scrittore, i diritti dell’opera sono di regola ceduti in esclusiva a un solo editore per paese, in modo da consentirne lo sfruttamento economico pieno e senza intralci.
Diretta conseguenza di questo limite è che la versione del traduttore prescelto dalla casa editrice acquirente sarà per lungo tempo, in certi casi per sempre, la sola presente nelle librerie e nelle biblioteche, in altre parole sarà l’unica attraverso cui si potrà accedere al testo. E tutto ciò che sfuggirà all’interpretazione di quel traduttore, sarà assolutamente negato ai lettori, agli studiosi e alla cultura italiana in genere.

Tuttavia una cattiva traduzione, oltre a danneggiare il lettore, che crede di leggere una certa opera e ha invece davanti una pallida imitazione, oltre a danneggiare la cultura del nostro paese, che riceve un messaggio immiserito, oltre a danneggiare la nostra lingua, l’italiano, abbrutendola e privandola di stimoli vitali, danneggerà in primo luogo lo scrittore, umiliando irreparabilmente il suo lavoro, limitandone la diffusione e l’influenza, allontanando i potenziali lettori, portando pagine culturali e critica a ignorare il testo, spingendo l’editoria a non intraprendere traduzioni di altre opere dello stesso autore. Forse proprio per superare tali limitazioni e lavorare su testi più congeniali, al traduttore capita di farsi promotore di proposte, di presentare agli editori opere inedite a suo avviso meritorie di pubblicazione. Del resto, che vi ambisca o meno, il traduttore col tempo si trasforma spesso in consulente, quando non si fa revisore o redattore, evoluzione abbastanza naturale vista la terziarizzazione di gran parte del lavoro di editing.

La terza e ultima parte di questo articolo verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Emanuela Boccardi
Traduttrice Freelance EN-ES>IT
Foggia

Il rapporto tra scrittura e traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Riflettere sul rapporto tra scrittura e traduzione o scrittore e traduttore significa da un lato entrare nel vivo della realtà socioculturale in cui il traduttore opera, una realtà che condiziona fortemente le sue relazioni e le sue scelte, e dall’altro penetrare i suoi atteggiamenti psicologici, le sue fatiche e gratificazioni. Il rapporto che lega il traduttore e lo scrittore è rappresentato da un vincolo di mutua dipendenza: se il traduttore senza lo scrittore non esiste, lo scrittore senza il traduttore esiste soltanto nei ristretti confini della sua lingua. “Solo la traduzione può liberare tutta la bellezza racchiusa in un testo letterario straniero” recita orgogliosamente il claim del British Centre for Literary Translation, coniato dall’ex direttore Peter Bush, traduttore inglese di Juan Goytisolo. “La letteratura non è un’arte universale come la pittura, o meglio lo è solo grazie alla traduzione. La letteratura è piuttosto come la musica” spiega Bush, “ha bisogno di un interprete per dar voce a note che altrimenti resterebbero mute”. “La traduzione è il sistema circolatorio delle letterature del mondo” esemplificava con una bella metafora Susan Sontag nel suo libricino Tradurre letteratura (Archinto 2004), e costituisce, oggi più che mai, un passaggio obbligato per lo scrittore che desidera raggiungere tutti i suoi potenziali lettori.

La globalizzazione – pensiamo a fenomeni fino a poco tempo fa sconosciuti come l’uscita di un libro in lingua originale e traduzione in quindici o venti paesi contemporaneamente, Harry Potter docet – ha fatto sì che senza traduzioni uno scrittore si senta culturalmente isolato, quasi invisibile, defraudato della stragrande maggioranza del suo pubblico, costretto forse a sottrarre tempo alla scrittura per dedicarsi con fatica ad attività più remunerative, ad esempio la traduzione.

Il passaggio in un’altra lingua
, tuttavia, resta comunque un momento spinoso per lo scrittore. Primo Levi, a questo proposito, scrive: “Vale la pena di dire una parola anche sulla condizione dello scrittore che si trova ad essere tradotto. Essere tradotti non è un lavoro né feriale né festivo, anzi, non è un lavoro per niente, è una semi-passività simile a quella del paziente sul lettino del chirurgo o sul divano dello psicoanalista, ricca tuttavia di emozioni violente e contrastanti. L’autore che trova davanti a sé una sua pagina tradotta in una lingua che conosce, si sente volta a volta, o a un tempo, lusingato, tradito, nobilitato, radiografato, castrato, piallato, stuprato, adornato, ucciso. È raro che resti indifferente nei confronti del traduttore, conosciuto o sconosciuto, che ha cacciato naso e dita nelle sue viscere: gli manderebbe volentieri, volta a volta o a un tempo, il suo cuore debitamente imballato, un assegno, una corona di lauro, o i padrini” (Tradurre ed essere tradotti, in L’altrui mestiere, Einaudi 1985).

A domani la seconda parte di questo interessante articolo.

Autore dell’articolo:
Emanuela Boccardi
Traduttrice Freelance EN-ES>IT
Foggia

Il problema della traduzione dei realia

 Categoria: Problematiche della traduzione

I realia sono parole e locuzioni che denotano cose materiali culturospecifiche, appartenenti cioè a una determinata lingua/cultura, e che, in quanto tali, non trovano corrispondenze precise in altre. La traduzione dei realia implica quindi una scelta onerosa che si sposta lungo i due poli estremi dell’addomesticamento e dello straniamento: l’addomesticamento è un avvicinamento del “testo” (considerato nel suo significato più esteso, ovvero di qualsiasi tipo di produzione scritta o orale) tradotto al lettore e alla sua cultura, un procedimento target-oriented dove il traduttore compie un vero e proprio lavoro di scalpello per smussare ed eliminare tutte le asperità, ovvero tutto ciò che può apparire estraneo o incomprensibile in quanto appartenente a un diverso background culturale; lo straniamento è invece un procedimento source-oriented, dove avviene l’opposto: si cerca di avvicinare il lettore al testo, lasciando intatte alcune peculiarità, soprattutto linguistico-culturali, dello stesso, magari fornendo, nel caso di testi scritti, un apparato critico che aiuti nell’interpretazione, come note a piè di pagina o glossari. Bruno Osimo nella sua opera “Il manuale del traduttore”, dedica un paragrafo a parte al problema della traduzione dei realia e ne analizza le varie strategie di resa, in certa misura differenti da quelle usate normalmente nella traduzione:

1. Neutralizzazione del realia (si pensa possa causare dei problemi o si trova difficoltà a tradurlo, e per questo motivo si omette);
2. sostituzione con un realia della cultura ricevente;
3. esplicitazione del realia (viene fornita una spiegazione/descrizione).

Tra i realia si collocano anche le parole legate al cibo e non è un caso se «sono tra le più intraducibili e tra le meno tradotte». Un esempio vistoso di questo si può individuare nelle versioni doppiata in italiano (ma questo vale anche nel caso di altre lingue, come lo spagnolo o l’inglese) degli anime (spesso chiamati impropriamente “cartoni animati”) giapponesi, dove la tendenza a mantenere il nome originale dei cibi è praticamente inesistente. Le scelte di traduzione dominanti sono invece incentrate alla sostituzione con un altro realia più familiare alla realtà culturale degli spettatori e alla neutralizzazione; anche la tecnica dell’esplicitazione viene utilizzata in pochissimi casi. Questo è dovuta probabilmente allo scopo che ci si prefigge, ovvero rendere la visione dell’anime immediata e scorrevole, eliminando o cambiando tutto quello che può apparire estraneo alla cultura ricevente o che (si pensa) non verrà compreso, fomentando indirettamente una sorta di “pigrizia culturale”.

Autore dell’articolo:
Agnese Ciccone
Traduttrice EN-ES>IT
Siena

Traduzione audiovisiva di testi dialettali (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Il Cockney fa parte dei dialetti dell’est ma anche di quelli centrali e si può definire il dialetto tradizionale della classe lavoratrice londinese, infatti il termine è apparso per la prima volta nel quattordicesimo secolo usato dalla gente di campagna per appellare i nativi di Londra che, non conoscendo i lavori e le fatiche manuali, non conoscevano la vita vera.
La dialettologia ha da sempre concentrato i suoi studi sui dialetti rurali e tradizionali, trascurando così le forme utilizzate dalla maggioranza della popolazione che vive in città. È una tendenza dovuta all’interesse degli studiosi di ottenere informazioni sulla varietà più conservativa della lingua standard piuttosto che su ogni variazione sociale presente nell’area. I dialetti urbani sono classificati come meno conservativi e tendenzialmente più nuovi, visti come risultati di immigrazioni da aree rurali. È, dunque, anche a causa di questa tendenza della dialettologia, che le origini del Cockney sono incerte e difficili da tracciare perché è sempre stato un linguaggio tanto diffuso quanto prettamente orale. Si può probabilmente affermare che il Cockney sia nato come un vero e proprio linguaggio gergale, definito poi Cokney Rhyming Slang solo nel ventesimo secolo, nell’epoca vittoriana, e come tutti i linguaggi gergali, si sia quindi sviluppato per l’esigenza di un gruppo di non farsi capire da chi non vi appartiene.

Al contrario di quanto accade per le controverse origini, non vi sono dubbi o perplessità nell’affermare che il Rhyming slang del cockney si basa sulla capacità di sostituire una parola con un’altra o, qualora non vi fosse, con un’intera frase che possa rimare con la prima.
Il livellamento del dialetto Cockney di cui si è accennato prima è riscontrabile nel doppiaggio del film “My Fair Lady” dove il dialetto Cockney della protagonista è reso in italiano con un misto tra napoletano e barese dando vita ad un linguaggio mai sentito prima, creato appositamente per l’occasione e riconducibile al Sud Italia perchè è in questa area geografica che vengono collocate le persone più povere della società che inevitabilmente spesso conoscono solo il loro dialetto. In realtà l’adattamento migliore per la traduzione del dialetto Cockney sarebbe potuto essere il dialetto romanesco il quale condivide con il primo l’uso di un tono di voce alto e talvolta volgare.
Un altro esempio di una traduzione del dialetto Cockney quanto mai forzata è senza dubbio il caso di “Lock, Stock and Two Smoking Barrels” dove il Rhyming slang caratteristico del dialetto londinese è reso con una quantità eccessiva di rime, idea non del tutto sbagliata ma che in questo caso contribuisce a fare si che il testo sia percepito come qualcosa di estraneo all’italiano, più vicino ad un elemento esotico non localizzato.

Detto questo sembra doveroso sottolineare che nell’ultimo lavoro di traduzione audiovisiva svolto si è deciso di standardizzare inevitabilmente l’accento Cockney che caratterizza la serie televisiva This is England ’86 ma di mantenere comunque vivi tutti i tratti riconducibili al mondo skinhead giovanile attraverso la riproduzione quanto più fedele dei termini usati dai protagonisti.
In virtù di quanto detto crediamo che la standardizzazione del dialetto, ove non è possibile renderlo con una soluzione plausibile e appropriata, sia la scelta migliore che può comunque far sì che si rispetti il senso ultimo e l’atmosfera dell’originale.

Autore dell’articolo:
Petrini Marta
Traduttrice EN>IT
Roma

Traduzione audiovisiva di testi dialettali

 Categoria: Servizi di traduzione

La trasposizione di un testo audiovisivo, grazie alla vasta diffusione di prodotti audiovisivi attraverso diversi canali di fruizione, è a partire dagli anni Novanta uno dei campi di ricerca più fertile in quanto è spesso caratterizzato da una gamma esaustiva e completa di esempi linguistici e offre così, grazie alla sua dimensione visiva e sonora contemporaneamente, la possibilità di analizzare un numero consistente di variazioni fonologiche, sintattiche e lessicali.

La “screen translation”, termine inglese più generico e adatto, ha quindi un ruolo fondamentale e parlando di questa non ci si può esimere dal considerare l’eterna diatriba tra chi sostiene il doppiaggio e i fautori della versione originale del testo con i sottotitoli. Questi ultimi sono a volte considerati troppo fragili in quanto, partendo dal presupposto che conoscere la lingua di partenza in tutte le sue sfaccettature sarebbe la cosa più auspicabile ma anche la più improbabile, la lettura dei sottotitoli provoca inevitabilmente una disattenzione del fruitore rispetto alle immagini e a come queste si sincronizzano con il parlato, portando quindi alla dispersione dell’humus dell’opera. D’altra parte però il doppiaggio è protagonista di uno sconveniente paradosso se si pensa che meglio è realizzato e più occulta la natura di testo tradotto del proprio testo, bisogna infatti rivolgersi a un doppiaggio mal realizzato per mantenere viva l’idea di traduzione. Inoltre, al contrario dei sottotitoli vincolati dalle restrizioni imposte dalla loro disposizione sullo schermo, il doppiaggio è condizionato dalla sincronizzazione, quindi dalle immagini, le quali spesso contraddicono le parole stesse. La tecnica del doppiaggio è da considerare una scelta innaturale se si pensa che insegna a fare sempre meno caso a incongruenze logiche di vario tipo (unità di misura), ha un costo quindici volte superiore al sottotitolaggio e lascia passare il messaggio implicito che in tutto il mondo si parli la lingua dello spettatore oramai disabituato a pensare alle differenze culturali.

Quale che sia la decisione del traduttore, sia che questo sia orientato verso i sottotitoli o verso il doppiaggio, è importante non trascurare la tendenza che attualmente è andata stanziandosi nel campo della traduzione audiovisiva in Italia, di modernizzare il contesto linguistico lasciando però inalterato qualche elemento di partenza al fine di riprodurre così il senso dell’esotico proveniente dalla consapevolezza di stare guardando un film straniero. Le cose cambiano quando si deve affrontare la traduzione audiovisiva di testi dialettali: lo sforzo che attualmente viene impiegato per mantenere la cultura di origine tramite elementi culturali e linguistici inalterati, non risulta pari nella traduzione di una parlata dialettale la quale, probabilmente perché in Italia queste sono sempre state viste come elementi di comicità non adatte a testi drammatici (escludendo il dialetto siciliano legato alla Mafia che è usato in più contesti), viene standardizzata, tradotta in modo arbitrario e scorretto con un dialetto italiano, o più spesso resa attraverso espressioni errate legate ad un linguaggio informale il quale a sua volta non è ricollegabile ad un’area geografica precisa.
È questo il caso che investe la traduzione del dialetto Cockney e del suo Rhyming slang.

Domani verrà pubblicata la seconda e ultima parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Petrini Marta
Traduttrice EN>IT
Roma

La traduzione: non sono solo parole (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Nel caso della traduzione tecnica, invece, più che una conoscenza dell’autore, è necessario possedere una conoscenza approfondita di tutto ciò che riguarda gli aspetti socio-culturali del paese della lingua da cui traduce, oltre che naturalmente del proprio paese. Per tradurre un testo legale, per esempio, è necessario conoscere somiglianze e differenze dei rispettivi sistemi giuridici.

C’è inoltre un altro aspetto di fondamentale importanza da tenere in considerazione: il lessico. In più di un’occasione mi è capitato di confrontare un testo di partenza con il rispettivo tradotto, prestando particolare attenzione al parallelismo dei termini nelle due lingue. In molti casi ho notato una corrispondenza inesatta, fenomeno che può dipendere da due principali fattori:
- una superficialità, in parte accompagnata da un’incompetenza, del traduttore;
- una mancanza nella lingua di arrivo del termine da tradurre.
Nel primo caso, l’inadempienza è del traduttore e, a meno che non se ne accorga per tempo, “il danno è fatto”.

Nel secondo caso, partendo dal presupposto che ciascuna lingua possiede un lessico molto ricco e che talvolta si corre il rischio di non riuscire a trovare la corrispondenza esatta nella lingua di arrivo, il traduttore deve mostrarsi abile nell’individuare il termine e/o il concetto che maggiormente si avvicina. In casi come questo, più che un dizionario, si rivelano di grande aiuto i cosiddetti “testi paralleli”, la cui consultazione e il cui confronto permettono al traduttore di arricchire e approfondire la propria conoscenza del sistema semantico – lessicale di entrambe le lingue, consentendogli inoltre di individuare la soluzione più appropriata. Sulla base della mia esperienza personale, in molti casi l’uso dei testi paralleli si è sempre rivelato più utile di qualunque vocabolario che, pur riportando la traduzione dei termini talvolta inserendoli anche in un contesto, non sempre offre la possibilità di conoscerne e impararne il corretto utilizzo. Quest’ultimo si apprende realmente solo tramite “esperienza diretta”: considerando il termine nel contesto in cui compare, cercando più testi sul medesimo argomento in entrambe le lingue e confrontandoli.

Traendo una conclusione azzardata, si potrebbe quasi affermare che l’uso dei testi paralleli sta all’uso del dizionario come l’apprendimento di una lingua sul campo sta all’apprendimento di una lingua su libri di testo: per imparare una lingua l’esperienza sul campo si rivela fondamentale per apprenderne quelle sfumature e particolarità che i libri di testo e di grammatica non possono offrire; analogamente, per realizzare una traduzione che sia all’altezza delle aspettative del destinatario, la consultazione di testi paralleli è fondamentale qualora quella del dizionario risulti limitata. Il lavoro del traduttore, per una traduzione che possa essere definita tale, richiede perciò uno studio e una ricerca continua, non limitata ai soli sistemi linguistici e a quegli strumenti che possono essere considerati di più scontata e immediata consultazione.

Il mondo della traduzione diventa così un mondo magico e complesso, sempre pronto a stupire, a sorprendere e a regalare infiniti mondi, non smettendo mai di indurre chi ne è coinvolto a formarsi ulteriormente e ad arricchire la propria cultura.

Autore dell’articolo:
Damiana Troian
Traduttrice DE-EN>IT
Genova

La traduzione: non sono solo parole

 Categoria: Traduttori freelance

Cosa significa fondamentalmente “tradurre”? Diverse possono essere le definizioni: una fra quelle che aderisce maggiormente al mio pensiero è quella di “rendere un concetto in un altro sistema linguistico (e non solo)”. Il contenuto da tradurre può essere costituito da un libro, da un romanzo, da un manuale tecnico, così come da una semplice frase. La traduzione del testo, quindi, sembra facilmente realizzabile se ci si limita a considerare il testo di partenza che, con l’aiuto di un vocabolario, viene tradotto vocabolo per vocabolo nella lingua di arrivo. Le cose non sono però così semplici. La traduzione deve rispondere ai canoni di un “sistema linguistico”, ragion per cui non è sufficiente il solo supporto (assolutamente fondamentale anche per i traduttori più esperti) del vocabolario. Per tradurre e per saper tradurre sono necessarie (oltre ad una padronanza linguistica tanto della lingua di arrivo quanto di quella di partenza) una conoscenza dei sistemi linguistici, di entrambi i paesi, della loro cultura, della loro società, del loro modo di vivere e di pensare. Sono dunque queste le basi fondamentali che permettono di realizzare traduzioni appropriate, in grado di trasmettere al destinatario della lingua di arrivo lo stesso messaggio che viene percepito da quello della lingua di partenza. È proprio questo il fulcro e lo scopo di quella che viene comunemente chiamata “traduzione”: attendere le aspettative del destinatario che pensa, ragiona e agisce sulla base del proprio sistema linguistico e culturale.

Spesso si parla di “testo originale” e di “testo tradotto” per riferirsi rispettivamente al testo di partenza e al testo di arrivo. Ma è davvero appropriato parlare di “testo originale”? Non può essere considerato “originale” anche un testo tradotto, in quanto rielaborazione e resa di un testo in una lingua A verso una lingua B? Il traduttore, in quanto capace di rendere un concetto nella propria lingua madre e adattarlo al sistema linguistico relativo, non può essere considerato in qualche modo un autore? Da questo interrogativo sorge spesso il dubbio su quale versione fornire del testo da tradurre: se utilizzare una traduzione “letterale”, traducendolo parola per parola in modo da creare un’aderenza perfetta tra i due testi, rischiando però di non rispettare quelle che sono le regole morfosintattiche della lingua di arrivo, oppure una traduzione “libera”, che consenta al traduttore di distaccarsi dal testo di partenza (al quale tuttavia rimane sempre fedele), per adattarlo ai parametri e alle regole linguistiche e grammaticali della lingua di arrivo.
Entrambe le modalità di traduzione si rivelano importanti: quella letterale permette di capire cosa esattamente sta dicendo l’autore; quella libera permette di trasmettere il messaggio con una trasparenza tale da far percepire il testo non come tradotto, ma come scritto ex-novo.

È tuttavia mio parere che la versione finale di ogni traduzione debba essere “libera”, in modo da permettere al destinatario della lingua di arrivo di poter leggere un testo scorrevole, riducendo al minimo le tracce, gli artifici e le spie della transcodificazione. In questo caso, autore e traduttore elaborano un testo per comunicare un messaggio: l’autore dà origine al concetto, il traduttore, dopo averlo fatto suo, lo rielabora per trasportarlo nel sistema linguistico diverso. Solo in questo senso il traduttore potrebbe essere così considerato alla stregua di un autore. Per poter essere visto come tale, nel caso della traduzione letteraria, per il traduttore è spesso necessario conoscere tutte quelle informazioni utili alla realizzazione di una traduzione fedele, come la vita e le opere dell’autore, il periodo in cui ha vissuto, il modo in cui ha vissuto, la sua linea di pensiero.

La seconda e ultima parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Damiana Troian
Traduttrice DE-EN>IT
Genova

Il fenomeno dello Spanglish

 Categoria: Le lingue

Il fenomeno dello spanglish, la fusione tra lo spagnolo e l’inglese americano, affonda le sue radici nell’Ottocento, quando gli Stati Uniti conquistarono gran parte del territorio messicano, comprese le città di Los Angeles e San Francisco. Già da allora la popolazione di origine messicana, obbligata a imparare l’inglese, iniziò a fonderlo con il castigliano, come segno di identità e di resistenza ai nuovi governanti. Lo spanglish ebbe poi un ulteriore diffusione nel secondo dopoguerra, con la migrazione massiccia di messicani negli USA.
Questo che poteva sembrare un semplice tipo di espressione popolare, di strada, acquisì uno status più elevato negli anni Settanta grazie ai Nuyorican Writers, un gruppo di scrittori originari di Porto Rico ma cresciuti a New York. In questo contesto di interazione culturale fiorì la letteratura in spanglish, che viene sintetizzata in maniera particolarmente efficace nel breve racconto satirico “Pollito chicken”, pubblicato nel 1977 dalla portoricana Ana Lydia Vega. Protagonista della storia è una donna da anni emigrata negli USA che ha perso la sua identità portoricana e anzi disprezza le sue umili origini; queste però finiscono per riemergere inaspettatamente nel corso di una sensuale vacanza nella terra d’origine. Il seguente estratto dal racconto ci dà un’idea di come inglese e spagnolo si fondano per dar vita alla narrazione:

Al llegar, se sintió all of a sudden como un frankfurter girando dócilmente en un horno de cristal. Le faltó aire y tuvo que desperately hold on a la imagen del breathtaking poster para no echar a correr hacia el avión. La visión de aquella vociferante crowd disfrazada de colores aullantes y coronada por kilómetros de hair rollers la obligó a preguntarse si no era preferible coger un bus o algo por el estilo y refugiarse en los loving arms de su Grandma en el countryside de Lares.

La scelta delle parole espresse in inglese dipende dal singolo scrittore, non esistono regole precise, anche se ad esempio i portoricani hanno una serie di parole stabilite che si usano con maggior frequenza nella lingua anglosassone. Ad esempio, al telefono si risponde con hello e si saluta con bye; o ancora, per dire “parcheggio”, invece dello spagnolo aparcamiento si usa l’inglese parking.
Oggi uno dei più grandi promotori dello spanglish è il filologo messicano Ilán Stavans, che ha pubblicato un dizionario apposito e ha tradotto il don Chisciotte in questa lingua ibrida. Per un confronto diretto con la nostra lingua, possiamo proporre l’attacco del primo capitolo in italiano (traduzione di Bartolommeo Gamba) con la trasposizione realizzata da Stavans:

Viveva, non ha molto, in una terra della Mancia, che non voglio ricordare come si chiami, un idalgo di quelli che tengono lance nella rastrelliera, targhe antiche, magro ronzino e cane da caccia.

In un placete de La Mancha of which nombre no quiero remembrearme, vivía, not so long ago, uno de esos gentlemen who always tienen una lanza in the rack, una buckler antigua, a skinny caballo y un grayhound para el chase.

Definire lo spanglish un impoverimento o volgarizzazione del castigliano significa non tener conto della grandezza del fenomeno e soprattutto del suo valore culturale, sociale e simbolico. Per comprenderne l’importanza è sufficiente riportare le parole del pittore e scrittore chicano Guillermo Gómez-Peña: “Lo spanglish è la nostra unica patria. Molti messicani che, come me, hanno vissuto vari anni negli Stati Uniti e poi tornano alla loro terra di origine si sentono e sono stranieri. Il Messico ci dice che non siamo messicani e gli Stati Uniti ci ripetono ogni giorno che non siamo anglosassoni. Solo lo spanglish e la sua cultura ibrida mi hanno conferito quella cittadinanza che entrambe le nazioni mi hanno negato.”

Autore dell’articolo:
Marco Menchi
Traduttore ES-EN>IT
Montemarciano (AN)

Google Translator Toolkit

 Categoria: Strumenti di traduzione

Google Translator Toolkit, fornito dal noto motore di ricerca, è un’applicazione che semplifica il processo di traduzione.

Per usare le sue funzionalità è sufficiente disporre di un account gratuito Google e si può cominciare subito a lavorare. È possibile tradurre un file locale, una pagina web o un articolo di Wikipedia. Analizziamo il processo:

Caricare il file, la pagina web o l’articolo Wikipedia – Per iniziare il processo di traduzione occorre caricare il documento in questione, inserire l’URL di un file sul Web o inserire il nome o l’URL di un articolo Wikipedia. È necessario assegnare un nome al progetto e inserire la combinazione linguistica. È inoltre possibile condividere la memoria di traduzione (TM). Infatti, se non viene specificata alcuna TM, i segmenti tradotti saranno memorizzati nella TM globale condivisa, altrimenti basta creare una nuova TM per limitare la condivisione dei segmenti tradotti. Infine si può specificare un glossario che andrà utilizzato come riferimento principale per la terminologia specifica della traduzione.

Tradurre – Google Translator Toolkit convertirà il file e in pochi secondi apparirà a schermo la classica interfaccia di traduzione, dove a sinistra avremo il testo originale e a destra la traduzione. L’applicazione evidenzierà a sinistra la frase che stiamo traducendo, mentre a destra ci suggerisce la traduzione effettuata da Google Translator. Ovviamente la traduzione suggerita andrà sostituita, perché come ben sappiamo, Google Translator può essere utile per cercare una parola al volo (e la maggior parte delle volte neanche per quello). Quindi basta sovrascrivere il testo e cliccare il tasto Avanti>>. Ci sposteremo al nuovo segmento e così via, fino a completare la traduzione.

Scaricare, condividere… – Una volta completata la traduzione si può scaricare, condividere con altri utenti, eseguire il controllo ortografico… Le funzioni offerte, tutte accessibili dal menù superiore, sono poche ma basilari.

In conclusione, Google Translator Toolkit è una buona applicazione per la traduzione assistita. Certo, non sarà mai e poi mai al pari degli altri programmi, come ad esempio SDL Trados, ma per essere gratuito è un ottimo strumento per i traduttori ai primi anni di esperienza che non dispongono di fondi sufficienti per acquistare i fratelli maggiori.

Autore dell’articolo:
Francesco Foresta
Traduttore EN-FR>IT
Narni (TR)

Come rendere locale un contenuto globale

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Nel corso degli ultimi decenni si è assistito a una evoluzione esponenziale del processo di globalizzazione, che ha investito tutti gli ambiti socioeconomici.
Nel caso specifico del settore linguistico, la diffusione sempre maggiore di Internet e degli strumenti informatici di supporto alla traduzione ha portato notevoli vantaggi sia per i traduttori che per i committenti, in termini di organizzazione e gestione di progetti multilingua, mantenimento della coerenza terminologica e stilistica, volume del materiale tradotto.

Col termine internazionalizzazione, strettamente correlato al concetto di globalizzazione, si indica il processo che ha come obiettivo l’adattamento di un prodotto per agevolarne la localizzazione, senza rendere necessaria una nuova progettazione. Generalmente, un prodotto viene internazionalizzato durante il ciclo di sviluppo, pertanto il processo di internazionalizzazione precede le fasi successive di localizzazione. Tale flusso di lavoro riduce notevolmente i tempi e i costi di produzione, garantendo il rilascio di un prodotto finale perfettamente inserito nella realtà locale cui è indirizzato. Per citare un esempio, il processo di internazionalizzazione per un’applicazione software può riguardare la separazione del testo traducibile dal testo che costituisce il codice dell’applicazione. Tale operazione agevola il successivo processo di traduzione, riducendo la possibilità per i traduttori di commettere errori o di modificare il codice di programmazione. Un altro esempio di internazionalizzazione riguarda la stesura del testo che verrà successivamente tradotto. Tale compito viene generalmente svolto dai technical writer, che scrivono per un pubblico globale, elaborando cioè il contenuto affinché sia facilmente adattabile alle varie culture locali.

Il termine localizzazione, traduzione dall’americano localization, deriva invece dalla parola inglese locale, che significa “piccola regione”. Nel linguaggio tecnico il termine indica il processo di preparazione di versioni specifiche di un prodotto destinato a un ambito locale, mediante l’adeguamento a requisiti culturali appropriati. Inizialmente, la localizzazione prevedeva esclusivamente la traduzione e l’adattamento di applicazioni software e relative guida in linea e documentazione annesse. Tuttavia, grazie all’enorme sviluppo di Internet e delle tecnologie IT, la localizzazione oggi comprende anche la traduzione e l’adattamento di siti Web e più in generale di tutte le applicazioni tecnologiche basate sul World Wide Web.
In tale contesto globale, è evidente che la traduzione, insieme alle attività di revisione e correzione ad essa correlate, rappresenta solo una delle fasi di un progetto più ampio di internazionalizzazione e localizzazione. Un progetto di localizzazione completo comprende, infatti, numerose altre attività, quali la gestione di progetti multilingua, lo sviluppo e il testing del software e della documentazione in linea, la conversione dei documenti in formati che ne agevolano la traduzione e l’impaginazione, la gestione delle memorie di traduzione e lo sviluppo di strategie di supporto e consultazione per la traduzione.

Un’altra differenza sostanziale tra traduzione e localizzazione risiede nel fatto che la traduzione, intesa secondo l’accezione tradizionale, viene eseguita solitamente sul prodotto finito, spesso già presente sul mercato. La localizzazione, invece, prevede la traduzione e l’adattamento del prodotto durante le fasi di progettazione, sviluppo e testing, garantendone in tal modo il contemporaneo rilascio in più lingue e paesi committenti. Grazie alla localizzazione, le aziende produttrici di software sono in grado di incrementare le vendite e la diffusione dei loro prodotti su scala globale, senza contare inoltre che spesso sono proprio i regolamenti comunitari e governativi a imporre la traduzione della manualistica e, più in generale, della documentazione nella lingua locale, senza la quale la commercializzazione del prodotto non è consentita. Si tratta, è evidente, di strategie produttive e di mercato perfettamente in linea con l’era della globalizzazione.

Autore dell’articolo:
Maria Porrone
Traduttrice EN-ES>IT
Torino

Quali sono le 4 verità?

 Categoria: Traduttori freelance

Imparare una lingua non è mai facile. Si comincia fastidiosamente dalla grammatica, dal vocabolario, primi requisiti di apprendimento. Poi la cultura del paese, i proverbi, le locuzioni della lingua, la storia permettono di capirne tutte le sottigliezze. E su questo punto, ogni lingua, anche se sembra assomigliarsi attraverso qualche parola, è diversa nella sua complessità.

A questo proposito mi viene in mente una storia alla quale ho assistito. Riguarda una locuzione in francese tradotta addirittura in italiano in una discussione. Era una banale discussione tra amici italiani e francesi come abbiamo tutti ogni tanto. A un certo punto l’amico francese parlando di una terza persona dice in italiano: “La prossima volta gli dico le quattro verità!”. L’amico italiano, curioso, aggiunge: “Hai ragione! Ma quali verità?”. L’amico francese: “Come quali? Non so”. L’italiano di nuovo: “Hai detto le quattro verità. A me puoi dirle quali sono?”. Una scena degna del gran Toto’ (famoso interprete nel teatro e del cinema italiano). Finalmente l’amico francese si spiega: “Sai in Francia quando abbiamo voglia di dire francamente le cose a qualcuno, cioè dire a qualcuno il fatto suo si dice: – dire les quatre vérités -. In realtà non si sa quali sono queste quattro verità. E’ un’espressione francese che si usa e abusa senza sapere da dove viene. In italiano, letteralmente, questa locuzione non esiste e non significa proprio niente.

Esistono tanti proverbi, locuzioni in tutte le lingue che spesso non si possono tradurre parola per parola. Queste espressioni sono tante, ricche. Esse animano le discussioni, i libri, le storie e danno una propria identità alla lingua. Fanno parte del patrimonio culturale e da un paese all’altro ci sono delle differenze. Per esempio, nei proverbi in Francia si parla spesso di gatto, in Italia preferiscono i cani. In francese si dice: “ne reveillez pas le chat qui dort” e diventa in italiano: “non svegliare il cane che dorme”, o ancora in francese “chat échaudé craint l’eau froide” si dice in italiano “cane scottato dall’acqua calda teme la fredda”. Insomma, potremmo quasi dire che finalmente l’Italia e la Francia sono come cane e gatto… Chissà? Attraverso la storia di entrambi i paesi le loro lingue potrebbero insegnarci tante cose sulla loro storia, i loro scambi, confronti.

Per concludere, come il protagonista del mio racconto, non dirò le quattro verità, nemmeno una.
Ognuno ha la sua. Ma l’apprendimento di una lingua, in tutta la sua complessità, richiede di andare al di là della grammatica, del vocabolario, liberarsene per cominciare ad apprezzare le sottigliezze, le differenze, la singolarità di una lingua che contraddistingue gli abitanti del suo paese.

Autore dell’articolo:
Magali Mazzolini
Traduttrice FR<>IT
Parigi

Difficoltà di traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Chi parla una lingua straniera spesso concentra la sua attenzione sulla dimensione della morfologia e del lessico. Un anglosassone che osserva un latino ha l’impressione di aggressività, perché la lingua è molto più vocalica, rumorosa e viene usata con un tono di voce più accentuato dell’inglese. A questo “urlare” si aggiunga poi il fatto che i latini si interrompono spesso e agitano le mani, rendendo la sensazione di aggressività una certezza. Al contrario la persona mediterranea ritiene che il tono contenuto, la voce bassa e i lunghi silenzi degli inglesi siano segni di presunzione, distacco e mancanza di entusiasmo. Da qui nasce la difficoltà di traduzione per la maggior parte di noi quando ci imbattiamo in lingue di culture molto distanti dalle nostre: così quando uno spagnolo, un italiano o un tedesco parlano in inglese, essi traducono le parole ma non il loro modo di concettualizzare, di costruire un testo, per cui traducono in inglese con la loro struttura linguistica (un forte uso dei pronomi relativi per esempio), cosicché il testo risulta prodotto in inglese ma non è un testo inglese.

Quando nei primi anni sessanta il regista Jaques Dassin si ritrovò ad adattare ai tempi odierni il mito di “Fedra” per il cinema, capì subito la difficoltà che l’idioma ellenico portava con sé. Gli interpreti Anthony Perkins, Melina Merkouri e Raf Vallone dovevano muoversi su scenari teatrali e recitare in versione moderna le liriche antiche. Un famoso critico e letterato, Paul Ricoeur, soleva sostenere a questo proposito che la “traduzione perfetta” è impossibile.
Ma ricordiamoci che l’impero di Alessandro Magno fu un impero multilingue e multiculturale; l’impero romano era multilingue, multiculurale e multireligioso. Così come anche l’Unione Europea ha scelto lo stesso modello interculturale, variegato e plurilingue.

Credo che la chiave per una buona traduzione sia osservare la lingua e la cultura, capirne gli animi oltre che le parole, i diversi modi di pensare oltre che di esprimere i periodi ipotetici, perché nella nostra società ormai i modelli culturali variano così rapidamente che non ci si può soffermare solo al puro e semplice studio di una lingua. Si deve insegnare a osservare la cultura.

Autore dell’articolo:
Irene Pappalardo
Lingue e Letterature Straniere Traduttrice GR>IT
Trieste

Il sapore di una cosa ben detta

 Categoria: Traduttori freelance

“Una cosa ben detta conserva il suo sapore in tutte le lingue”, diceva John Dryden nel 1668.
Ma cosa si cela dietro una parola di uso così comune come “lingua”? Questa piccola parola, simbolo apparente di differenza, cela in realtà un significato di comunanza.
La parola lingua deriva, infatti, dalla radice indoeuropea *dngwa-: questo strano miscuglio di consonanti, utilizzato millenni or sono per descrivere l’organo della parola e al tempo stesso, il complesso ed astratto concetto di linguaggio, ha dato origine poi alle parole che in tutte le lingue europee descrivono ancor oggi lo stesso concetto. Passando attraverso il latino dingua, poi evolutosi in lingua grazie al contatto con il dialetto sabino, questo antico suono echeggia ancora nel vocabolo inglese tongue, nel tedesco Zunge, nel francese langue, nel rumeno limba e nello spagnolo lengua. L’etimologia di questo vocabolo ci dimostra quindi che anche dietro quella che sembra un’insormontabile differenza, quale può essere appunto la barriera linguistica, si cela in realtà un’antica radice comune.

Lo scopo della traduzione si potrebbe quindi definire proprio come la ricerca di questa primitiva unità. Nell’era delle grandi comunicazioni, comunicare è importante, ma è fondamentale comunicare bene.
Non basta infatti tradurre in maniera meccanica, letterale, perché si rischia di tradire il senso profondo di un testo, il suo spirito: “Tradurre è anzitutto comprendere, ma non è poi semplicemente riprodurre quanto si è compreso”, scrive Benvenuto Terracini (“Il problema della traduzione”, 1983). Per comprendere una lingua, bisogna conoscere il popolo che la parla, la scrive e la vive: per questo per il mio lavoro di traduttrice dal francese, ritengo fondamentale la mia esperienza di vita, studio e lavoro in Francia, che mi ha permesso di vivere appieno questa lingua meravigliosa, che difficilmente si lascia imbrigliare da scarne strutture grammaticali, dove le eccezioni superano le regole e rendono questo linguaggio così vivo.

Tradurre: dal latino traducere, condurre, trasportare. In accordo con l’etimologia di questo verbo, mi piace dunque immaginare la traduzione come un veicolo ideale che ci può permettere di valicare le frontiere della differenza linguistica, per avvicinarci ad altri popoli. In una traduzione ben fatta le differenze diventano una ricchezza, non un ostacolo alla comprensione, ma anzi, il mezzo che ci permette di riscoprire le radici comuni che avvicinano culture così lontane geograficamente, ma così vicine nella loro umanità, e così valorizzate dalla differenza.
Solo così allora, una cosa ben detta potrà davvero conservare il suo sapore in tutte le lingue.
Anche tradurre è, come far musica e poesia, come dipingere un quadro e scolpire una statua, sforzo e anelito di conquistare e di possedere la propria realtà. (Manara Valgimigli).

Autore dell’articolo:
Francesca Romana Valente
Archeologa
Traduttrice FR>IT
Roma

La mia passione per le lingue

 Categoria: Traduttori freelance

Non tutti hanno questo “dono” se così si può chiamare: una sorta di propensione innata verso qualcosa, quella capacità di sapere fin da piccoli cosa si vuole essere nella vita ma soprattutto la capacità di restarci attaccato a vita e di non perdere mai l’entusiasmo. Questo è quanto successo a me: quando all’ultimo anno di liceo, tutti si mangiavano la testa per decidere quale indirizzo universitario scegliere, io me ne stavo seduta tranquilla, sapendo che il mio destino l’avevo deciso già anni prima e non avevo bisogno di pensarci neanche per un minuto. E’ un dono sì, perché avere già fisso in mente il proprio obiettivo, è, a mio parere, il primo passo per raggiungerlo.

La mia passione per le lingue, ma soprattutto per l’inglese, è nata quando da piccola iniziavo a seguire quei telefilm americani che appassionano tutte le ragazzine: Beverly Hills 90210 in primis, 7th Heaven… da lì la voglia di vedere i vari episodi in lingua originale, da lì l’amore verso questa nuova lingua, il bisogno fisso di vedere almeno un film o un episodio di una serie in inglese al giorno (e lo faccio tuttora, sono quindi in tutto 11 anni che lo faccio) un corso da seguire, le lezioni alle scuole medie, poi le lezioni al liceo quando ormai la padronanza aumentava sempre di più, tanto che ormai quel tanto meritato 10 diveniva fisso e un dato di fatto, finalmente l’università, l’affiancamento all’inglese del cinese (ma non era mica la stessa cosa), la laurea triennale e poi finalmente, quella magistrale, tanto sudata, ma finalmente arrivata a completamento di un ciclo voluto e ricercato da tanti anni.

Ora chissà cosa mi riserverà il destino: sicuramente andrò avanti con la stessa determinazione che mi ha contraddistinto per ben 11 anni e la speranza che davvero “la passione si potrà trasformare in professione”.

Autore dell’articolo:
Erika Di Dio
Laureata in “Scienze della traduzione” presso l’Università “La Sapienza” di Roma
Roma

Traduttore: professione o missione? (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Come già sottolineato in precedenza, l’uso corretto del dizionario richiede una pazienza certosina che, purtroppo non tutti hanno ed è per questa ragione che, oggi, si preferisce fare sempre più ricorso agli ausili messi a disposizione dalla tecnologia informatica, che consentono con un solo click di tradurre, in tempi rapidi, testi di lunghezze anche estese. E’ vero che oggi tutti quanti sono sottoposti a ritmi di vita frenetici e, di conseguenza, non si è disposti ad avere pazienza e ad attendere, per cui si vuole tutto e subito, a discapito della qualità. A questo punto, mi piacerebbe però chiedere a uno studente che si serve, a esempio, di Google per tradurre un testo, se ha letto con attenzione la traduzione una volta terminata, rendendosi così conto degli errori di concetto e di grammatica presenti (esempio, soggetto al singolare e verbo al plurale) e chiedendosi se la consultazione del dizionario non fosse stata la soluzione migliore. Sarà anche possibile ricorrere all’informatica, ma dopo è necessario intervenire con un accurato lavoro di revisione per eliminare gli errori presenti.

Sinceramente io, quando devo tradurre testi medici, non uso alcun supporto informatico, ma consulto con attenzione i dizionari e i testi universitari, anche se tutto ciò richiede un lasso di tempo più lungo per le consegne. Mi rendo conto che altre persone non la pensano come me, esempio i clienti che si rivolgono ad una agenzia per le traduzioni del materiale, chiedendo che il tutto sia consegnato in tempi brevi.

Per me tradurre non è semplicemente un lavoro, ma una vera e propria missione, in quanto si deve trasmettere un messaggio e, se questo non è chiaro, si rischia di indurre a commettere errori anche gravi (come già accennato per la professione medica). Poiché credo in questa missione, spero che la figura del traduttore non sia sostituita con mezzi informatici.

Autore:
Giuseppina Perotti
Traduttrice freelance EN>IT
Retorbido (PV)

Traduttore: professione o missione?

 Categoria: Traduttori freelance

La passione per le lingue straniere si è manifestata quando frequentavo la scuola media inferiore (periodo compreso tra gli anni 1973 e 1976). Allora andava di moda studiare il francese, rispetto all’inglese. Oggi, la tendenza si è invertita e si preferisce insegnare l’inglese, in quanto considerata lingua a carattere internazionale; di conseguenza, deve essere conosciuta e parlata in tutti i settori, soprattutto a livello professionale, indipendentemente dalla professione svolta.

Sin dalle prime lezioni mi sono appassionata allo studio della lingua francese, al punto che ho iniziato a leggere dei romanzi gialli in questa lingua e, durante le ore di lezione, pensavo direttamente in francese e non in italiano, come purtroppo facevano e fanno ancora oggi molti studenti. Ovviamente lo stimolo a pensare direttamente nella lingua straniera studiata era trasmesso dalle docenti, le quali spiegavano in francese e incitavano noi allievi a ricordare il maggior numero possibile di termini e di espressioni idiomatiche; inoltre, durante le lezioni, si ascoltavano dischi incisi da docenti madrelingua, onde poter esercitare l’orecchio all’ascolto e alla comprensione dei vari contenuti, abituandosi all’accento tipico dei soggetti madrelingua. Altro particolare da ricordare poiché molto importante, è il corretto uso del dizionario di lingua straniera appreso durante questi anni di studio: sfortunatamente, ancora oggi, si notano studenti che purtroppo usano scorrettamente questi dizionari. Quando si deve tradurre un termine dall’italiano in una lingua straniera (qualunque essa sia), non ci si deve fermare alla prima parola trovata, ma è necessario leggere tutta la parte dedicata al termine in questione, comprendendo il contesto della frase in cui si trova, onde evitare errori gravi. Mi rendo conto che tale lavoro richieda una pazienza certosina, ma rappresenta l’unico modo per svolgere correttamente un determinato compito.

Parallelamente alla passione per lo studio delle lingue straniere, ho evidenziato anche quella per le scienze biologiche applicate al settore medico. Grazie a questa tendenza, ho frequentato prima il liceo scientifico e poi la facoltà di scienze biologiche. Nel liceo ho approfondito lo studio del francese e ho appreso anche l’inglese. Nel lasso di tempo dedicato prima agli studi universitari, e poi alla frequenza dei laboratori di un policlinico come ricercatrice, ho notato che nelle biblioteche erano e sono presenti testi e riviste mediche pubblicati non solo in inglese, ma anche in francese, in tedesco e in spagnolo. L’aver appreso ciò mi ha indotto a studiare da autodidatta il tedesco e lo spagnolo, onde poter tradurre e comprendere le tematiche trattate nei vari testi. Ovviamente la conoscenza del tedesco e dello spagnolo è elementare, come quella del danese, dello svedese, del norvegese e del finlandese, sempre studiati da autodidatta (confesso che non sarei in grado di sostenere una conversazione in queste lingue) ma, grazie alla consultazione oculata dei dizionari (come ricordato in precedenza) affiancata da una ottima conoscenza della materia medica e del relativo gergo tecnico (come già rimarcato da una traduttrice di testi giuridici) è possibile tradurre il testo, dalla lingua d’origine in italiano, in modo corretto e comprensibile per coloro che devono poi tradurre le conoscenze apprese nella pratica clinica (medici, infermieri, terapisti). A tal proposito, si ricorda che un testo medico, tradotto per esempio dall’inglese in italiano e contenente uno o più errori di concetto, può indurre un medico a eseguire procedure non corrette su un paziente, mettendone a repentaglio la stessa vita e causandone la morte.
Ho intitolato il presente articolo: Il traduttore: professione o missione? Ora ne spiego la ragione.

Nella seconda parte dell’articolo che pubblicheremo domani, l’autrice ci spiegherà la motivazione del titolo.

Autore dell’articolo:
Giuseppina Perotti
Traduttrice freelance EN>IT
Retorbido (PV)

La difficoltà di essere traduttori

 Categoria: Problematiche della traduzione

La crisi economica sta investendo ogni settore della nostra vita quotidiana e anche quello della traduzione non sembra assolutamente immune alla tendenza attuale. A fronte di una richiesta sempre maggiore di utilizzare le lingue come veicolo di informazioni di qualsiasi tipo, ciò che viene richiesto a noi traduttori è il costante aggiornamento sulla lingua che si evolve, la costante ricerca della perfezione di scelte traduttive che saranno “la base” per accordi commerciali, cooperazioni tra tecnici provenienti dai paesi più disparati anche nella prospettiva di progetti di sviluppo tecnologico: tutti servizi che forniamo e che purtroppo nel nostro paese sono davvero mal retribuiti.

Nell’era dei devices di traduzione assistita, il mio lavoro di traduttrice mi ha portata a scontrarmi con variegate tipologie di clienti che di fronte a un costo moderato di un lavoro consegnato entro i termini richiesti, nel rispetto di un’accurata ricerca terminologica, non si sono di certo nascosti dietro la presunzione secondo la quale, avendo più tempo a disposizione, una traduzione “fai da te” sarebbe stata la soluzione ideale per risparmiare. E l’atteggiamento è sempre lo stesso, sia che si affrontino temi economici, piuttosto che giuridici, legali, scientifici o letterari.

La mia esperienza di traduzione di manuali tecnici d’installazione d’impianti petroliferi, atti notarili o articoli scientifici mi permette di pensare alla traduzione non come il riportare semplicemente un concetto da una lingua a un’altra, ma è il frutto di uno studio accurato, fatto di ricerche del “mondo nel quale ci si immerge”, di comprensione dell’argomento con il quale ci si interfaccia, di studi terminologici che permettono alla lingua di veicolare agevolmente la conoscenza di nozioni trasmissibili e rese comprensibili solo attraverso una traduzione attendibile.
Basta allora con lavori di centinaia e centinaia di pagine sottopagati perché “c’è crisi”, basta svilire in questo modo un lavoro che permette e sempre permetterà la comunicazione fra i popoli.

Autore dell’articolo:
Chiara Tramice
Traduttrice tecnica EN-FR>IT
Roma

Problematiche nella traduzione

 Categoria: Problematiche della traduzione

Esistono delle problematiche nella traduzione e nell’interpretariato che il traduttore o l’interprete deve saper affrontare, come per esempio la presenza nel testo di espressioni dialettali. Queste frasi non possono essere tradotte in senso strettamente letterale; bisogna usare termini o espressioni che riportino nella lingua in cui si sta traducendo il concetto che l’autore ha voluto esprimere.
Per esempio:
Bueno, a dormir pibe. A las cinco le metemos. Mañana atravesaremos el Colorado.” (Ernesto Sábato “Sobre héroes y tumbas”).
“Dai ragazzo, ora andiamo a dormire. Alle cinque partiamo. Domani attraverseremo il Colorado.”

“Nada es verdad ni mentira, todo es según el color del cristal con que se mira” (Poema de Campoamor). “Non c’è nulla che sia verità o menzogna, tutto dipende dal colore del cristallo attraverso cui guardiamo”.

In ambito tecnico esistono termini diversi nella stessa lingua per descrivere un oggetto.
Per esempio: “chiave avviamento” in latinoamericano “suiche” dall’inglese “switch”, in spagnolo “llave de arranque”.

Nell’àmbito scientifico quale quello chimico, farmacologico e medico la traduzione deve essere il più fedele possibile al testo originale. Riporto alcuni esempi.
In campo chimico:
“Il riscaldamento provoca la decomposizione della porzione organica , lasciando un residuo inorganico. Per evidenziare la presenza del residuo si aggiunge H2O2 e si scalda. Come già detto, in tal modo si accelera la combustione della parte organica fino ad ottenere, dopo ripetuti trattamenti con H2O2, il residuo bianco-grigio della porzione inorganica”.

El recalientamento provoca la desintegración de la porción orgánica, dejando un residuo inorgánico. Para evidenciar la presencia del residuo se agrega H2O2 y se calienta. Como ya se ha reiterado, en este modo se acelera la combustión de la parte orgánica hasta conseguir, después de tratamientos repetidos con H2O2, un residuo blanco-gris de la parte inorgánica”.

In campo medico:
“Il midollo spinale si trova all’interno nel canale midollare, compreso tra il corpo delle vertebre e i suoi prolungamenti posteriori. Le vertebre si distinguono per regione in: cervicali (collo), toraciche (torace), lombari e sacrali. Il coccige è l’ultimo segmento della colonna vertebrale”.

La médula espinal se halla en interior del canal medular, entre el cuerpo de las vértebras y sus prolongaciones traseras. Las vértebras se clasifican por zonas: cervicales (cuello), torácicas (tórax), lumbares y sacrales. El cóccix es el último segmento de la columna vertebral”.

Autore dell’articolo:
Federico Scottoni
Traduttore e Interprete bilingue ES<>IT
Segrate (MI)

Austriaco o tedesco?

 Categoria: Le lingue

L’austriaco non è propriamente una lingua. Non esiste. La lingua ufficiale dell’Austria è il tedesco. Tanto è vero che in Austria a scuola imparano il tedesco e nella maggior parte delle scuole è addirittura vietato parlare in dialetto, cioè in austriaco. Dunque per i traduttori non si pone nessun problema? A loro questo non importa? Eppure…

… eppure il tedesco che gli austriaci imparano a scuola non corrisponde al tedesco della Germania. Infatti, viene chiamato “gepflegte Umgangssprache” (accurata lingua parlata) e non “Hochdeutsch” (tedesco standard). Questo non importa?

… eppure ci sono differenze fonetiche. In tedesco si dice “die Mathematìk” (la matematica), cioè si pronuncia con l’accento sulla “i” e in austriaco invece si dice “die Mathemàtik”, l’accento cade sulla “a”, oppure “die Chemie” (la chimica), dove il suono “ch” viene pronunciato “sce” [sce'mi:] in Germania, mentre in austriaco diventa “k” [ke'mi:]. In tedesco quando le lettere finali sono “-er” vengono pronunciate “-er”, mentre in austriaco diventano “-a”. Questo non importa?

… eppure in Austria ci sono molte parole completamente diverse. Parole che dette in Germania non vengono comprese e a volte, anche se raramente, accade il contrario. Parole che non sono sbagliate, perché si trovano pure nel dizionario. Per esempio “der Stuhl” (la sedia) in austriaco è “der Sessel” e “die Küsschen” (i baci) in austriaco vengono chiamati “die Bussi”, o “der Mülleimer” (la pattumiera) è comunemente chiamata “der Mistkübel” in Austria. La maggior parte delle differenze però le troviamo nel cibo. Abbiamo “die Konfitüre” (la marmellata) che diventa “die Marmelade”, “die Aubergine” (la melanzana) è “die Melanzani” e “die Aprikose” (l’albicocca) è “die Marille”. A volte cambia pure il genere come “DER Pfannkuchen” (la frittata) {m} e “DIE Palatschinke” {f}; a volte entrambe le varianti sono usate in Austria come “die Tomate” (il pomodoro) e “der Paradeiser”. Talvolta si usa la stessa parola, però con un significato diverso. Per esempio “kleben” che in tedesco viene usato esclusivamente per dire “etwas zusammen kleben” (incollare qualcosa), mentre in Austria può voler dire “jemanden eine kleben” (mollare uno schiaffo a qualcuno). Le differenze sono così ampie che nelle scuole in Austria utilizzano dizionari austriaci e non tedeschi. Questo non importa?

… eppure anche i modi di dire sono diversi. Per esempio, in Germania è comune dire “aufgehen wie ein Pfannkuchen” (lievitare come una frittata), mentre in Austria si dice “aufgehen wie eine Buchtel” (Buchtel = dolce di pasta lievitata farcito di marmellata). Questo non importa?

… eppure ci sono differenze anche nella grammatica. Mentre in tedesco si dice “den Pass DABEIhaben” (avere il passaporto con sé) in austriaco diventa “den Pass MIThaben”. In Germania è giusto dire “er HAT am Boden gesessen” (era seduto per terra) quando in Austria sarebbe “er IST am Boden gesessen”. Questo non importa?

Dal punto di vista legale la costituzione dell’Austria nell’articolo 8 stabilisce il tedesco come lingua ufficiale. Lo stesso articolo però dice anche che “die österreichische Gebärdensprache”, cioè il dialetto, è riconosciuto come lingua autonoma e che essendo parte della cultura va conservato e mantenuto. Allora davvero non è importante? Più di 8,4 milioni di persone parlano “l’austriaco”, tutto questo non importa?

Come madrelingua “austriaca” e aspirante traduttrice a me si pone il problema. A me importa. Il mio orgoglio come austriaca vuole che traduca usando parole austriache, la grammatica imparata a scuola è quella austriaca, la mia pronuncia, anche se mi impegno, ha comunque un accento austriaco. Se sono costretta a tradurre in “Hochdeutsch” allora devo consultare il dizionario per sapere come si dice realmente in Germania, devo imparare le loro regole di grammatica e i loro modi di dire. E quindi? Traduco in tedesco o in austriaco?

Autore dell’articolo:
Manuela Niessl
Aspirante traduttrice IT<>DE
Traisen (Austria)

La lingua persiana (2)

 Categoria: Le lingue

Premettiamo che la lingua persiana, nel corso dei secoli, si è sempre servita di sistemi di scrittura stranieri. Nel caso dell’antico persiano (attestato in epoca achemenide) venne adottato un sistema di scrittura cuneiforme, per il medio persiano o pahlavi, lingua dei sasanidi (224-654), si utilizzò invece un sistema di scrittura derivato dall’aramaico. Per il fārsi infine, le cui prime attestazioni scritte risalgono al IX secolo, si scelse di utilizzare l’alfabeto arabo. Ciò è dovuto non solo a una contiguità areale ma a una ragione storica: la dominazione araba del territorio iranico che, a partire dalle conquiste musulmane (VII secolo), si protrasse per diversi secoli fino ad essere spazzata via dall’invasione mongola (XIII secolo) e la conseguente adozione dell’arabo quale lingua della fede e lingua ufficiale del califfato.

Questo alfabeto “persianizzato” presenta alcune varianti rispetto all’originale: l’adozione di quattro caratteri (p, č, j, g) corrispondenti a suoni non esistenti in arabo ([p], [ʧ], [ʒ], [g]) e la diversa pronuncia di alcune lettere. L’influenza dell’arabo si riflette non solo nel sistema di scrittura, ma anche nel lessico: in persiano sono presenti moltissimi lemmi derivati da radici arabe; il verbo fahmidan (capire) ad esempio, deriva dalla radice trilittera araba fa-hi-ma (dallo stesso significato) alla quale è stato aggiunto il suffisso –idan tipico dei verbi all’infinito in persiano. Una peculiarità di questa lingua è quella di aver conservato, in alcuni casi, due parole per esprimere uno stesso concetto: quella prettamente persiana e quella di origine araba; nel caso del concetto di “casa”, “dimora” ad esempio, è possibile utilizzare il termine persiano xāne e quello arabo manzil (pronunciato manzel in persiano). Per questo motivo, sebbene non si tratti di un requisito strettamente necessario, un traduttore che conosce entrambe le lingue è agevolato nel comprendere intuitivamente il significato di alcuni termini.

Per concludere, il persiano, essendo anch’esso una lingua indoeuropea, può essere, al contrario di quanto si pensi comunemente, agevolmente appreso da un italiano: le principali regole grammaticali sono facilmente memorizzabili in pochi mesi. Certo, ciò non esclude la necessità di studio e pratica costanti (regola valida nell’apprendere una qualsiasi lingua straniera). A volte però, in ciò che escludiamo a priori perché celato sotto la maschera della diversità (nella fattispecie un diverso sistema di scrittura), troviamo la nostra strada.

Autore dell’articolo:
Piera Biffardi
Laurea magistrale in Lingue e Civiltà orientali
Napoli

La lingua persiana

 Categoria: Le lingue

Nel corso della mia carriera universitaria ho suscitato numerose reazioni di meraviglia, rispondendo alla domanda di amici e conoscenti “ma tu cosa studi?”. A causare lo stupore non è mai stata la mia prima lingua, l’arabo (il cui studio è ormai piuttosto diffuso e di moda in Italia), bensì la seconda, il persiano.

Tralasciando la lunga serie di battute di dubbio gusto su gatti, tappeti e persiane, la prima domanda più frequente è sempre stata “ma perché, non è una lingua morta?”. Ebbene no, il persiano è una lingua attualmente parlata da più di cento milioni di persone nel mondo, lingua ufficiale di tre stati: Iran, Afghanistan (nella variante chiamata dāri, seconda lingua dopo il pashtu) e Tagikistan (dove l’alfabeto utilizzato è però quello cirillico). Il nome della lingua, fārsi, è un aggettivo derivato da Fārs, nome di una regione meridionale dell’Iran, culla dell’impero achemenide (550-330 a.C circa). Purtroppo in Italia c’è molta disinformazione su lingue e culture considerate “esotiche” e lontane dalla nostra realtà linguistica e culturale. Ecco la seconda cosa che ho avuto modo di notare: comunemente si pensa che la lingua persiana sia molto simile a quella araba o addirittura un suo dialetto, forse perché l’Iran è un paese musulmano e talvolta si tende a confondere questi due concetti, arabo e musulmano, o forse perché in persiano si utilizza l’alfabeto arabo. Gli iraniani invece, sono molto più simili a noi di quanto crediamo.

Il persiano, in base alla classificazione filogenetica delle lingue, è infatti una lingua indoeuropea: appartiene alla stessa famiglia linguistica, ad esempio, delle lingue romanze (italiano, francese, spagnolo ecc.) e delle lingue germaniche (inglese, tedesco, svedese ecc.); fa parte del ramo indoiranico (come l’hindi) e del sottogruppo iranico che comprende altre lingue parlate nell’area, come il pashtu e il kurdo. L’arabo è invece una lingua semitica, come l’ebraico. Per renderci conto della parentela di alcune lingue europee con il persiano, è sufficiente leggere alcune parole di uso comune di cui intuiamo immediatamente il significato, come: pedar (padre), mādar (madre), dokhtar (figlia, ragazza, simile a daughter in inglese), barādar (fratello, simile a brother in inglese), ast (terza persona singolare presente del verbo essere, simile a est in latino). Bisogna distinguere l’origine della lingua dalle ragioni storiche che possano aver causato l’influenza di altri idiomi, nonché distinguere la lingua vera e propria (e le sue regole) dal sistema di scrittura.

La seconda e ultima parte di questo interessante articolo sarà pubblicata domani.
Autore dell’articolo:
Piera Biffardi
Laurea magistrale in Lingue e Civiltà orientali
Napoli

Approcci alla traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Ogni singola esperienza ha contribuito alla mia crescita. Non solo lo studio della grammatica, della morfologia, della sintassi e della pragmatica contribuisce a formare un buon traduttore bensì ogni esperienza di vita, dalla più banale alla più importante. Durante il mio percorso di studi ho avuto la grande fortuna di poter confrontare due realtà universitarie diverse: quella italiana e quella tedesca. Seppur differenti tra loro, entrambi i modelli educativi hanno punti forti e difetti.

In Germania ho studiato presso la Facoltà di Traduzione e Interpretariato dell’Universität des Saarlandes, dove ho avuto modo di confrontarmi con un approccio alla traduzione molto diverso rispetto a quello sperimentato all’Università di Torino. Non ci era permesso di utilizzare dizionari, neppure per traduzioni relativamente specialistiche. All’inizio fu un trauma staccarsi dai modelli su cui mi ero basata fino ad allora, ma in seguito ne riuscii ad apprezzare i lati positivi. Mi resi conto che uno degli errori più frequenti che si fa quando si traduce verso la propria lingua madre è quello di essere troppo legati al dizionario. Ne risulta quindi un testo in pseudo-italiano, cioè in una lingua artificiale che qualsiasi parlante nativo non utilizzerebbe mai in un contesto comunicativo naturale.
All’Università di Torino l’approccio alla traduzione era completamente diverso. Qualsiasi dizionario, enciclopedia e motore di ricerca ci era a disposizione per tradurre. In tal modo si era in grado di documentarsi sull’argomento ed ampliare le proprie conoscenze, cosa fondamentale se non si è molto ferrati in quella determinata materia.

Quale dei due approcci risulta, quindi, più utile? A mio avviso lo sono tutti e due. Un buon traduttore non deve soltanto essere in grado di esprimersi correttamente nella lingua di arrivo, bensì di utilizzare un linguaggio naturale. Il testo tradotto non deve dare l’idea di essere un calco del testo straniero, ma deve suonare naturale all’orecchio interno del lettore a cui è destinata la traduzione. D’altro canto è necessario che il traduttore abbia una solida base culturale e tecnica, a seconda della tipologia di testo. Strumenti ausiliari quali dizionari tecnici, enciclopedie e internet sono di fondamentale importanza per arricchire il proprio bagaglio culturale. Insomma si può dire che il traduttore deve possedere una certa elasticità mentale per aprirsi a diversi approcci alla traduzione. Non si può mai smettere di imparare e migliorare sé stessi!

Autore dell’articolo:
Federica Bertocco
Traduttrice DE-EN-FR > IT
Santena (TO)

Traduzione – Tradimento? (5)

 Categoria: Traduttori freelance

Ed ecco come a questo lettore agevolato gli si imputa il tradimento. Lui deve restare un mediatore umile e moderato affinché il suo lavoro possa svolgersi in maniera precisa e invisibile.
Ma cosa significa tradimento? Quando qualcuno di noi tradisce un marito o una moglie che sia, un amico, un ideale, una vocazione lo fa perché non si sente più attratto da quella persona, lo fa perché è venuta meno quella passione o attrazione che era espressione di un’unione, di una comunione di interessi e intenti, di un legame. Allora per tutto quello che abbiamo detto sinora dobbiamo augurarci che il traduttore non sia mai un traditore perché se così fosse il suo lavoro ne uscirebbe malconcio, non avrebbe più il contatto diretto col testo e la sua interpretazione suonerebbe falsata e trita.
Forse potremmo azzardarci a dire che qualora ci fosse un tradimento del traduttore nei confronti dell’autore del testo originale che traduce ciò significherebbe per il traduttore in questione non essere giunto a una simbiosi con lo scrittore, non aver fatto suo il testo, i personaggi, le ambientazioni, la lingua usata, tradendo l’autore per averne dato un’interpretazione non all’altezza.
D’altronde non sarebbe corretto non menzionare che così come ci sono tantissimi traduttori di livello, ce ne sono altrettanti improvvisati e incapaci di affrontare un testo e interpretarlo nella maniera più fedele possibile, anche perché i tempi stretti, i bassi guadagni, appiattiscono le competenze e le professionalità e non stimolano l’interesse allo studio e all’approfondimento.

Ed è questo ciò che accade in molte traduzioni “tecniche” che si illudono che una volta assorbito il tema di fondo del contratto, dell’articolo sia esso legale, economico, medico, si possa far ricorso ad una sorta di traduzione standard in merito a determinate parole, costrutti, locuzioni avverbiali o aggettivi. Non c’è cosa più errata perché, anche in questo caso, l’intervento del traduttore è fondamentale, e per quanto possa essere meno emotivo e più razionale, comunque dovrà richiedere l’accuratezza terminologica acquisita in anni di studi anche grazie all’aiuto dei dovuti dizionari, sempre indispensabili in un lavoro dove l’approfondimento non deve mai mancare. Laddove non pare esserci il bisogno di ricorrere a sinonimi o a locuzioni particolari per arricchirne la lingua ma piuttosto ad una scrittura più concisa e chiara che tenda a discostarsi il meno possibile dall’originale, l’abilità del traduttore sarà quella di creare una lingua pulita e fedele al testo d’origine senza sbavature o parole di troppo, ma che neanche tenda a cristallizzarsi in locuzioni ed espressioni, dove il nostro italiano viene offeso e snaturato e indicato con fare dispregiativo come “l’italiano delle traduzioni”.
La traduzione tecnica, laddove voglia essere accurata e precisa, necessita della stessa passione e attenzione di quella letteraria. Certo potrò essere meno coinvolta dal tradurre un dettagliato manuale di chimica piuttosto che uno degli ultimi romanzi di Zafón o di Philip Roth ma il lavoro del traduttore deve comunque essere un lavoro di ricerca sulla lingua straniera in ogni minimo dettaglio, per capire il significato di una parola e la sua derivazione, per approfondire una materia che mai avremmo pensato di conoscere nemmeno nella nostra lingua madre, e il tutto per il puro piacere solitario della conoscenza e al contempo per la gioia di apprendere anche nella nostra lingua nuove parole, sempre sottoposte a cambiamenti.

La traduzione è una scoperta quotidiana, è un lavoro dove il senso critico e la pazienza non possono mai venir meno. E’ un lavoro che va affrontato di petto e poi lasciato riposare come un impasto messo a lievitare, perché nella testa le parole continuano a circolare e a seguire una propria strada, perché alla fine, dopo aver percorso un corridoio lungo e tortuoso, pieno di anfratti e cunicoli, troveranno la loro strada con una nuova veste frutto di emozioni, rimpianti, nostalgia e rammarico.

Autore dell’articolo:
Ester Formichella
Traduttrice EN-ES>IT
Benevento

(Questo testo riprende alcuni temi trattati durante una conferenza tenuta a Palmanova nell’ambito di un incontro organizzato dall’Associazione “Libermente” il 12/05/2010)

Traduzione – Tradimento? (4)

 Categoria: Traduttori freelance

Il fascino di questo lavoro di analisi e di studio, di isolamento non riconosciuto né economicamente gratificato, sta, a mio parere, in un aspetto molto importante che è quello che, prima di ogni altra cosa, il traduttore è un lettore, anche se un “lettore agevolato”, nel senso che pur ponendosi come qualsiasi altro lettore davanti a un testo ma ne ricreerà uno proprio che renderà pubblico e verrà riconosciuto da tutti come tale. Come ci ricorda sempre Basso: “Il traduttore è l’unico lettore che esercita il privilegio di trasformare l’atto creativo della lettura in prodotto”.

Ed è proprio questa prima fase, la fase di lettura, che risulta essere un momento importante nel lavoro di un traduttore. Quando si è giovani ed inesperti si crede di poter cominciare a tradurre subito, senza aver scorso neanche per un momento il testo. Lì è l’errore di molti, perché è dal primo contatto col testo che scaturirà la sintonia o meno con esso.
Il traduttore comincerà, come accade alla maggior parte dei lettori, a scorrere le parole e ad immaginare nella sua mente le varie scene, a ricreare un film, ad avvertirne gli odori, a riconoscere o meno le ambientazioni, gli sembrerà di capire il testo, di averlo già tradotto nella sua mente e di pensare di poterlo riprodurre con facilità.
In questa prima fase notiamo già che ad agevolarlo rispetto a un comune altro lettore è il fatto che, nel momento in cui legge, lo fa in una lingua che non è la sua lingua madre ma una lingua che lui conosce e che pertanto decodificherà automaticamente. Proprio come può accadere a chiunque di noi in metro, su un tram o camminando lungo una strada della nostra città, quando incontra un cartellone o un manifesto pubblicitario che reclamizza un’auto, un succo di frutta, un orologio con parole “straniere”, alcune talmente note da non sembrargli più tali. Il bello della miscela degli idiomi in questo nostro mondo postmoderno sta proprio nel fatto che tutto si mescola e si confonde. Il pastiche impera. Per cui non facciamo più caso se una parola deriva dall’inglese, dal francese, dallo spagnolo o dal latino. Nell’istante in cui la vediamo, la leggiamo, la riconosciamo, la nostra mente la decodifica, ce la rende intelligibile, decifrabile, comprensibile.

Dicevamo, dunque, che il traduttore è un lettore agevolato per il fatto di conoscere la lingua originale pur restando comunque un lettore comune che in quanto tale ha la piena possibilità e capacità di dare un’interpretazione del testo come farebbe chiunque, lettore colto o meno che sia, nel momento in cui si pone davanti a un testo.
Cosa succede invece con questo lettore agevolato, il nostro traduttore? Laddove ogni lettore comune può dare un’interpretazione del testo, non si capisce perché il traduttore, in qualità di lettore, non possa darne una sua interpretazione, e rischia costantemente di essere tacciato di tradimento del testo originale. Deve leggere il testo, comprenderlo, analizzarlo, scorporarlo per poi ricomporlo in un’altra lingua. Ma guai se si azzarda a darne un’interpretazione. Non può, non è il suo compito, deve solo traghettare il testo in un’altra lingua.
E’ mai possibile che un traduttore, un individuo in carne e ossa, e non una macchina, possa non metterci qualcosa di suo in quello che sta facendo?
In quale lavoro non si mette un po’ della propria esperienza, della propria vita, delle proprie passioni, dei propri problemi. Come faceva notare Steiner alcuni anni fa: “la traduzione, prima di essere un esercizio formale, è un’esperienza esistenziale.”

A domani la quinta e ultima parte di questo interessante articolo.

Autore dell’articolo:
Ester Formichella
Traduttrice EN-ES>IT
Benevento

Traduzione – Tradimento? (3)

 Categoria: Traduttori freelance

Quando leggiamo un romanzo, un saggio o una poesia nella nostra lingua,  giudichiamo se ci piace o meno, cosa ci trasmette e possiamo dire, ah sì questo libro mi è proprio piaciuto, mi ha rilassato, divertito, coinvolto, emozionato, annoiato, ecc.. diamo un giudizio positivo o negativo sull’autore, lo consigliamo o meno a un amico, a un collega, al nostro vicino di casa. Gli diciamo leggi il libro di tal dei tali. Non ci sogneremo mai di guardare chi l’ha tradotto. Ma è anche grazie al traduttore che il libro vive nelle nostre mani di lettori, prende forma e colori, è il traduttore che ci porta per mano a scoprire ogni angolo recondito del libro, ci svela ogni segreto, aprendoci gli occhi sul mondo illusorio e fittizio creato dall’autore.  E’ grazie anche al lavoro di chi ci ha sudato ogni giorno o notte su quel testo perché le parole ci procurassero piacere o spavento, noia o sbigottimento che noi riusciamo ad entrare in contatto coi personaggi e con le emozioni che essi ci trasmettono.

Molto spesso il traduttore è costretto, per la comprensione del testo e non solo, a percorrere altre strade che lo portano a studiare quel testo in maggiore profondità, ma di quello studio e di quella sua conoscenza nulla verrà svelato al lettore. Ed eccoci arrivati alla bellezza di questo lavoro che sta proprio nel porsi davanti al testo, per leggerlo, esaminarlo, farlo nostro e sentirne le parole fluire dalle nostre mani quando battiamo i tasti del nostro computer. La sensazione che si prova nel ricreare quel mondo, nel sentirlo nella nostra testa, nel nostro cuore, nella nostra pancia. Vivere le stesse pulsioni che l’autore ha vissuto prima di te. Amarlo, odiarlo e invidiarlo per aver saputo ricreare l’universo che descrive con quelle parole e solo con quelle. Tentare di ricrearlo nella maniera più fedele possibile ma sentirsi impossibilitati a imitarlo pedissequamente. Sforzarsi di fare apparire ogni parola scelta come quella naturale e sequenziale per quel costrutto. Combattere con ogni indecisione e incertezza immedesimandoci a tal punto nella storia da far sì che in alcuni momenti il nostro rapporto con l’autore sia profondo.
Ma soprattutto non far vincere il proprio io cercando di sminuire un significato, di cambiare un umore, d’ingigantire una locuzione. Essere fedeli alla misura delle cose. Questa è la vera difficoltà. Trovare l’equilibrio in mezzo alla marea di emozioni generate dal coinvolgimento e prodotte dal nostro cuore. Non dimenticare mai il nostro ruolo e compito. Come sostiene la Basso nel suo saggio: “Un po’ di imbarazzo ci vuole, di fronte al testo di un altro, meglio non dimenticarlo”.

Non dimenticare mai che lo stesso autore cerca di intervenire e farsi avvertire il meno possibile. Per cui ancora di più il traduttore non dovrà far percepire la sua presenza. Come ha scritto Eco in proposito: “Il successo del traduttore è proprio il raggiungimento dell’invisibilità: è solo nei libri mal tradotti che si avverte come nella lingua di arrivo si stabiliscano delle forzature, dei giri faticosi di parole, se non addirittura delle inverosimiglianze.” Il suo ruolo, quindi, è quello di “trasdurre”, di traghettare le parole da una lingua all’altra, dall’autore al lettore. E nel suo ruolo di Caronte non deve mai dimenticare di restare sulla sua barca senza farsi travolgere dalla corrente delle sue reazioni.

La quarta parte di questo articolo verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Ester Formichella
Traduttrice EN-ES>IT
Benevento

Traduzione – Tradimento? (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Nei diversi saggi sulla traduttologia, quando si fanno esempi concreti di traduzione si tende sempre a precisare che si sono individuate diverse possibilità traduttive, non quelle corrette e quelle scorrette. Qui sta il punto. La traduzione non è una scienza esatta, non è un calcolo matematico che per quanto tu possa girarci intorno il risultato è sempre quello e non ci sono altre possibilità.
Traducendo ci imbattiamo in varie forme interpretative, ognuna con una sua visione di quello che l’autore voleva intendere in quella frase, in quel preciso contesto. Sta alla individualità del singolo traduttore prediligerne una al posto di un’altra, in base al rapporto simbiotico o critico che ha stabilito con quel testo, con quell’autore, col suo mondo intimo. E laddove non riesce a trovare una soluzione in quel preciso momento, bisogna avere, per citare nuovamente la Basso: “Il coraggio di aspettare una parola anche per qualche minuto, o il coraggio di non trovarla affatto e di lasciarla indietro, per poi tornarci più tardi, domani”.

Ed è proprio questo ciò che mi succede in questi giorni. Sto traducendo un nuovo romanzo di un’autrice francese naturalizzata americana, Catherine Texier, un romanzo incentrato sulla storia di una scrittrice di successo cinquantenne e della sua relazione con un giovane immigrato clandestino nato in Russia. Ebbene dopo una prima stesura, sono tornata sui miei passi per rivedere e rileggere soprattutto il primo capitolo che devo inviare a una casa editrice.
Non è la prima volta che affronto un testo di quest’autrice avendone già tradotto il primo romanzo circa una quindicina di anni fa e come io potevo essere diversa allora così lo era anche lei. Quel testo pieno di descrizioni cupe, dove New York viene descritta come città di stravizi e perdizioni, lascia il passo a una nuova visione della vita un po’ meno tetra e buia. Anche se la sua scrittura, asciutta e scarna, rimane inconfondibile e questa cosa mi aiuta nel momento dell’interpretazione.

Ritornando al coraggio di aspettare una parola, mi è successa una cosa simile per una descrizione all’apparenza insignificante: dei ravioli che galleggiano in una pentola.
Lei li descrive come “puffed and white like dead, pillow-shaped fish coming belly up”, cioè “bianchi e gonfi come un cuscino, come un pesce morto che riemerge a pancia all’aria.” Ma non sono riuscita a rendere l’aggettivo “pillow-shaped”. All’inizio pensavo a un pesce palla ma non è questo il termine inglese per indicarlo per cui avrei scritto qualcosa di errato. Poi ho pensato alle diverse forme di un pesce ma più che una forma allungata o tondeggiante, non mi veniva in mente nulla. La traduzione letterale “a forma di cuscino” dice sicuramente poco a un italiano che sa benissimo come è fatto un raviolo. Per cui, al momento, ho deciso di non tradurlo, rinunciando a qualcosa e assumendomene la responsabilità, consapevole che quella parola all’apparenza insignificante in realtà esprime qualcosa di fortemente visivo. Ma è molto probabile che pensandoci e ripensandoci mi verrà qualcosa di più adatto.

Una situazione all’apparenza così banale è molto comune nel lavoro di un traduttore e vi garantisco che toglie il sonno a chi crede in questo lavoro e lo fa con dedizione e sensibilità. Sensibilità è un’altra delle parole chiavi nel lavoro di un traduttore. La sensibilità verso un testo che non viene di sicuro data dalla lettura di tutti i diversi saggi che vengono continuamente pubblicati su un autore che vogliamo tradurre ma dalla lettura dei suoi testi e dal rapporto di simbiosi che riusciamo o meno a creare con lui.
Perché non dimentichiamo che il traduttore ha una notevole responsabilità: è anche grazie al suo lavoro che i lettori conosceranno un autore e il suo mondo.

La terza parte di questo articolo verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Ester Formichella
Traduttrice EN-ES>IT
Benevento

Traduzione – Tradimento?

 Categoria: Traduttori freelance

Per tentare di riscattare quel mondo oscuro e ignoto che è per molti la traduzione, mi piace cominciare riportando le parole di colei che viene unanimemente considerata una delle migliori traduttrici italiane, Susanna Basso, vincitrice del premio Mondello 2006. Quando Ilide Carmignani nel suo saggio Gli autori invisibili le chiede se ha mai pensato a scrivere qualcosa di suo, la Basso risponde:
“Il mio lavoro è prendere la parola da altri, ma non prendere mai la parola. Credo che la traduzione sia un po’ come pregare, per la devozione che richiede. Scrivere invece è un po’ cantare.”
Eccoli quindi i due temi che saranno stasera alla base del nostro incontro: la scrittura da un lato e la traduzione dall’altro, la Cenerentola del “mondo dell’espressione” contrapposta alla sorellastra.
Cosa intendeva dire la nota traduttrice paragonando la traduzione al pregare e la scrittura al cantare? Cos’hanno in comune, in cosa si differenziano, quale delle due è la più faticosa, quale la più appagante?

Si sente sempre parlare di “urgenza della scrittura”. Lo scrittore è colui o colei che scrive perché ha qualcosa da dire, perché ha personaggi che gli girano nella testa, ha delle storie da raccontare. Il testo letterario prende l’avvio da un moto dell’immaginazione che genera una reazione, a quanto si dice, non facile da descrivere e che dà origine all’ispirazione.
L’ispirazione dà l’avvio alla storia e sarà la scintilla da cui lo scrittore con le sue innate capacità, siano esse pazienza, costanza o ostinazione, produrrà un testo che potrà o meno essere un capolavoro, comunque un testo frutto della sua fantasia ma al contempo una lunga e interminabile sequenza di parole e frasi che trasmetteranno emozioni e empatia. Il suo “canto” prenderà vita e cercherà di trovare la strada dell’immortalità.

Il traduttore, al contrario, non ha un’urgenza, ma uno scopo. Il suo compito è trasferire l’urgenza dello scrittore nelle parole e nel ritmo della sua traduzione, il tutto con meticolosità e attenzione. Non aspira a nessuna immortalità essendo consapevole che la sua traduzione sarà sottoposta a continue revisioni nel corso degli anni. Non può essere irruento ma misurato e accurato, deve comprendere il linguaggio dell’autore, il suo ritmo, i silenzi e i moti segreti.
Deve studiare ed analizzare non se stesso, come fa lo scrittore, ma colui che sta traducendo.
Il traduttore si ritroverà a “pregare”, ad analizzare il testo chiuso ed isolato da tutti, in piena “devozione”.

Proviamo a immaginare un traduttore, una persona sola, con davanti un testo composto da migliaia di parole. Immaginate la responsabilità che ha nel mettersi davanti a questo testo e a cominciare a decifrare, decodificare ogni singola parola, rendere ogni pausa, ogni virgola, ogni consecutiva. Deve trasmettere le stesse emozioni e sensazioni che l’autore ha provato a lasciare in quelle parole. Deve infondere alle parole la stessa musicalità e ritmo, trovare la stessa linearità o tortuosità. Deve scegliere la parola giusta, proprio quella e non un suo sinonimo perché quella si presta meglio nel complesso della frase e dell’unità del periodo.
Abbiamo però detto che questa persona è sola. Sola nell’interpretazione. Come fa a non sbagliare? Come possiamo essere sicuri che la sua sia un’interpretazione fedele di quello che lo scrittore voleva trasmettere? Come possiamo essere certi che la sua traduzione non sia una interpretazione che tradisce il testo originale?
Come sostiene Massimiliano Morini nel suo saggio La traduzione, in questa fase di chiusura, di solitudine, può accadere che il traduttore sia “portato…a semplificare e normalizzare il testo d’arrivo laddove il testo di partenza era…più complesso e anomalo”.

Ecco il grande rischio in cui può incorrere il traduttore nella sua solitaria e devota preghiera, la semplificazione, tentare di snellire il testo per renderlo più fruibile al lettore. Non è compito del traduttore aiutare il lettore nella comprensione, bisogna che il testo conservi le sue ambiguità e i suoi punti bui laddove sono presenti. Compito del traduttore è guidare il lettore alla scoperta di un testo che nell’originale non comprenderebbe, interpretarlo, coglierne le sfumature lessicali e culturali per poi far approdare il tutto nella lingua e nella cultura d’arrivo.

La seconda parte di questo interessante articolo verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Ester Formichella
Traduttrice EN-ES>IT
Benevento

“Posizione orizzontale”: scelte traduttive (3)

 Categoria: Traduzione letteraria

Sempre parlando dei mezzi di trasporto pubblico, l’električka è un treno elettrico che fece la sua comparsa nel 1926 e che fu introdotto a Mosca solo tre anni più tardi. La sua funzione è quella di collegare le zone periferiche urbane al centro della città, ed è stato tradotto con treno elettrico električka.
Per quanto riguarda ŽŽ è un živoj žurnal, ossia un live journal russo. La traduzione di questo termine è stata dunque žž, un live journal. Ho deciso di non tradurre direttamente con live journal per non far sbiadire l’atmosfera russa del romanzo.
Le abitazioni serija П­44Т sono state tradotte con serie di palazzine kruščeviane P-44T. Si tratta di una tipologia di palazzina russa di diciassette piani ciascuno dei quali ospita degli appartamenti. Generalmente hanno una pianta rettangolare e sembrano dei veri e propri monoliti di cemento. I primi modelli P 44T fecero la loro comparsa nell’URSS negli anni Settanta, per poi diffondersi esponenzialmente anche negli anni Novanta e nel 2000.

Un’altra espressione degna di nota, ricorrente nel romanzo e culturalmente connotata è lovlja tački, tradotto con farsi dare uno strappo. Letteralmente questa espressione significa “prendere un taxi al volo”, ma in realtà non si tratta di fermare legalmente un taxi e pagarne la corsa una volta giunti a destinazione. Si tratta bensì di mettersi sul ciglio della strada e alzando la mano attirare l’attenzione di un automobilista (nel caso si ritenesse che questo sia poco affidabile, si può con un cenno della mano indicargli di andarsene). L’improvvisato taxista accosta, e ci si mette d’accordo sulla destinazione e la tariffa stabilita in modo del tutto estemporaneo. In un primo momento si era pensato di tradurre con farsi dare un passaggio, ma questo implica a mio avviso una certa familiarità con la persona disposta ad accompagnarci nel luogo stabilito, oltre che ad essere meno colloquiale di farsi dare uno strappo.

Durante la traduzione ho incontrato anche dei termini (nomi di riviste, supermercati e festival cinematografici) che non erano necessariamente simboli della cultura russa o sovietica. Ma ancora una volta, per rendere chiaro al lettore di cosa si stesse parlando senza rinunciare al sapore culturale veicolato dalla parola nella lingua originale, ho deciso di riportare la traslitterazione seguita da una breve traduzione.
Termini come Russkoe Pivo, Vertolet, Russkij Avangard , Anekdoty e Strelka sono stati trascritti ed esplicitati.
Il sistema di traslitterazione adottato per la trascrizione dei caratteri cirillici è quello scientifico di Ettore Lo Gatto.

Autore dell’articolo:
Alessandra Sterzi
Traduttrice EN-RU>IT
Medole (MN)

“Posizione orizzontale”: scelte traduttive (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

Le difficoltà maggiori riscontrate durante la traduzione riguardano quei termini russi connotati culturalmente o di cui non esista un traducente esatto in italiano.
Per rendere i nomi delle vie, delle strade e di altri riferimenti spaziali ho deciso di scrivere in italiano solo l’indicazione del tipo di luogo, seguito dalla sua traslitterazione. Ad esempio Svjatoozerskaja ulica è stato tradotto con via Svjatoozerskaja, oppure Leningradskij prospekt è stato tradotto con corso Leningrad. In tutti questi casi si sono mantenute le desinenze della lingua originale, riportata al nominativo.

La stessa scelta traduttiva è stata applicata anche ai luoghi pubblici come le chiese, le cattedrali in cui il nome del luogo traslitterato era accompagnato dalla sua indicazione (ovviamente solo nel caso in cui fosse presente nel testo originale). Ricorrente nel romanzo, ad esempio, è chram Ioanna Vojna, tradotto con cattedrale di Ioann Vojna (ossia il nome proprio al nominativo maschile singolare).

Nel corso della traduzione ho trovato molti termini, più o meno connotati culturalmente, che non hanno un corrispettivo esatto nella lingua italiana. Questi termini sono: MKAD, maršrutka, električka, P-44T , ŽŽ e lovlja tački.
Al fine di conservare il sapore russo di queste parole, ho deciso di lasciarle nella forma originale dandone solo una brevissima spiegazione alla loro prima occorrenza. Non volevo lasciare il lettore completamente all’oscuro di ciò di cui si stava parlando (credo che una descrizione inserita come nota a pié di pagina avrebbe interrotto l’armonia narrativa)
MKAD è l’acronimo di Moskovskaja Kol’cevaja Avtomobil’naja Doroga, letteralmente l’anello viario automobilistico di Mosca. Fu aperta nel 1961, la MKAD ha otto corsie asfaltate che si estendono per 109 km esatti lungo i confini della città. Anche se non è un’autostrada, presenta svincoli verso le maggiori vie di comunicazione, pochi semafori e un limite di velocità di 100 km/h. Tra gli autisti, è conosciuta come “La strada della morte”, per via della poca illuminazione.
Per un lungo periodo, la MKAD ha svolto la funzione di limite amministrativo della città di Mosca, fino agli anni Ottanta, quando la capitale russa ha iniziato ad annettere il territorio circostante la cintura viaria. Per questi motivi non è paragonabile a nessuna tipologia di strada italiana. Per non perdere la sua connotazione culturale ho dunque tradotto con enorme cintura stradale MKAD. Ritengo che questa variante spieghi brevemente il significato dell’acronimo, dando anche l’idea delle sue dimensioni.

La maršrutka è un pulmino giallo che offre un servizio taxi collettivo all’interno della città di Mosca. Si tratta di pulmino di linea molto diffuso e usato dai moscoviti nei loro spostamenti urbani. Anche in questo caso ho deciso di limitarmi a traslitterare il temine facendolo seguire da una breve spiegazione, ossia pulmino taxi maršrutka.

La terza e ultima parte di questo articolo seguirà domani.

Autore dell’articolo:
Alessandra Sterzi
Traduttrice EN-RU>IT
Medole (MN)

“Posizione orizzontale”: scelte traduttive

 Categoria: Traduzione letteraria

Per la redazione della tesi di laurea magistrale ho tradotto in lingua italiana l’ultimo romanzo inedito “Posizione Orizzontale” dell’autore russo postmoderno Dmitrij Danilov. Con questo articolo, vorrei portare il mio lavoro di ricerca come esempio di alcune difficoltà che un traduttore letterario si trova ad affrontare davanti ad un lavoro che, a mio avviso, non può e non deve fermarsi alla mera trasposizione testuale da una lingua di partenza ad una lingua di arrivo. L’atto del tradurre implica delle dinamiche ben più complesse e profonde che filtrano dalla superficie formale dei segni a quella più sostanziale della semantica, della comprensione del senso delle parole, del contesto e della poetica di un autore.

L’opera originale presenta delle peculiarità stilistiche ben definite e ricorrenti che durante la traduzione si è volutamente deciso di rispettare nel modo maggiore possibile. L’intento è stato quello di rimanere aderenti al testo di partenza in tutti i suoi aspetti, sia dal punto di vista formale che contenutistico, nell’intento di rendere al lettore una versione del romanzo che rispecchiasse in modo fedele l’originale. “Posizione orizzontale” è ricco di realia ed elementi caratteristici della cultura sovietica e russa contemporanea. Talvolta, è stato difficile non lasciarsi tentare dall’addomesticamento di certi termini che, a mio giudizio, se lasciati nella loro forma originale, non sarebbero stati pienamente compresi dal lettore, ma questi casi sono molto limitati all’interno della traduzione. Detto ciò ritengo doveroso precisare che, a mio avviso, il fine della traduzione non sia quello di adattare un testo facendosi guidare dal principio della comprensibilità, bensì quello di cercare di riprodurre nel migliore dei modi il testo di partenza, anche se talvolta questo va a discapito della chiarezza contenutistica (spesso il testo originale è volutamente poco chiaro o lascia agio a più interpretazioni). Come sostiene Umberto Eco nel suo saggio sulla traduzione “Dire quasi la stessa cosa” qualsiasi traduzione perde inevitabilmente “qualcosa” dell’originale, e il traduttore deve essere consapevole di questo limite cercando comunque di rimanere sempre attinente al principio della verosimiglianza e della coerenza col testo di partenza. Creare una trasposizione esatta del testo di partenza è impossibile, ma si può cercare di riprodurre ”lo stesso effetto” stando il più vicini possibile all’originale.

Durante la traduzione del romanzo di Danilov, ho cercato di celare la mia presenza e i miei interventi, per dare ai destinatari della lettura una versione il più obiettiva e realistica possibile del romanzo russo. Ritengo che il traduttore debba fungere da “membrana osmotica” tra le due strutture portanti del processo creativo e ricettivo della lettura: l’autore e il lettore.
La funzione del traduttore è quella di intermediare senza intervenire, lasciar affluire le informazioni e le forme dell’opera, farle proprie, e restituirle fedelmente al lettore scremate di qualsiasi forma di soggettività (modifiche o interpretazioni del testo). L’etimologia stessa del termine “tradurre” (dal latino trans-ducere ossia portare dall’altra parte) racchiude in sé un elemento commutativo che il traduttore deve riuscire a gestire con cura, in modo ponderato e calibrato. In seguito a quanto premesso, ora illustrerò le mie strategie traduttive.

All’articolo che seguirà domani il compito di svelare queste scelte traduttive.

Autore dell’articolo:
Alessandra Sterzi
Traduttrice EN-RU>IT
Medole (MN)

Il potenziale creativo della traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Il lavoro del traduttore – o della traduttrice – viene sovente inteso come attività più tecnica che intellettuale, come mansione subalterna al volere dell’autore o dell’editore (sebbene anche questa figura abbia subito un declino nel passaggio dall’editore-intellettuale all’editore-imprenditore, avvenuto in Italia verso la fine degli anni ’80). Nell’industria editoriale attuale il traduttore riveste un ruolo di scarsa responsabilità cui si accompagna, in Italia più che nel resto d’Europa, un compenso altrettanto poco significativo, indice della scarsa considerazione di cui questa figura gode e che può tradursi in limitata auto-consapevolezza del proprio ruolo.

Al traduttore letterario, vengono spesso richieste innanzitutto fedeltà e aderenza al testo, in nome di quel principio della letterarietà che, sebbene debba indubbiamente valere come idea regolatrice, non sempre è garanzia di fedeltà alle suggestioni che l’autore intendeva suscitare nei suoi lettori. Questo accade, ovviamente, perché le lingue naturali non possono in alcun modo essere intese come sistemi pienamente codificabili tali da garantire una corrispondenza biunivoca nel passaggio da un sistema linguistico all’altro; soprattutto nel caso in cui i due sistemi siano notevolmente distanti, sia da un punto di vista intrinseco, ovvero prettamente linguistico, sia da un punto di vista estrinseco, ovvero della cultura di cui sono espressione.
Per questo al “buon traduttore” è richiesta non solo una profonda conoscenza delle lingue di partenza e di arrivo, ma anche delle culture in cui queste lingue si radicano, senza dimenticare che a uno stesso sistema linguistico possono afferire più culture, le quali a lungo andare provocano dei cambiamenti nelle lingue stesse (si pensi, per esempio, al filone della letteratura post-coloniale).

Se il “fattore cultura” è sufficiente a dimostrare come la figura del traduttore non possa essere sostituita da un computer, è la particolare sensibilità per il linguaggio, le sue sfumature e le sue assonanze ciò che qualifica il buon traduttore come artigiano, come artista, come creativo. Nelle grandi traduzioni, le cosiddette traduzioni d’autore, è possibile riconoscere la “mano” di chi ha operato sul testo caratterizzando l’opera con il proprio stile senza con questo soffocare il testo originale (si pensi alle traduzioni di Montale). In questo senso il tradurre è da intendersi come atto di ri-creazione, azione che consente di dare nuova vitalità a un’opera ampliandone l’orizzonte semantico e dotandola di nuove sfumature di significato.
Questo concetto di traduzione come “rivitalizzazione dell’opera” è stato elaborato dal primo Romanticismo tedesco (Schiller, Novalis ma anche il Goethe più tardo) per essere poi ripreso nel Novecento da Walter Benjamin e successivamente da altri critici della letteratura, tra cui in Italia Franco Fortini. Accanto a riflessioni di natura teorica non sono mancati esempi di messa in opera di questo modello, alcuni dei quali enfatizzati fino all’eccesso tanto da dare origine vere e proprie opere autonome, totalmente svincolate dal testo di partenza; si pensi per esempio al Pindaro di Hölderin o all’Eraclito di Heidegger.

Traduzioni estreme come quelle appena citate non possono certo essere prese a modello, ma possono servire a dimostrare come, al pari delle altre arti, anche la traduzione si presti alla sperimentazione e alla provocazione. In questo senso le “traduzioni impossibili” di Hölderlin devono valere come orizzonte trascendentale – come tale non raggiungibile né imitabile – all’interno del quale si situa il traduttore, finalmente conscio della propria responsabilità nei confronti dell’opera originale e del potenziale creativo della traduzione.

Autore dell’articolo:
Stefania Marinoni
Traduttrice ES>IT
Pisa

La Torre di Babele e lo studio delle lingue

 Categoria: Traduttori freelance

Si narra nel libro della Genesi, che in principio tutti gli uomini parlassero una sola lingua e conoscessero le stesse parole. Essi, forse spinti da un desiderio di grandezza e di elevarsi a Dio, vollero innalzare una torre altissima che arrivasse al Cielo. Secondo un’interpretazione allegorica del racconto biblico, Dio non apprezzò particolarmente questa ambizione degli uomini, da lui percepita come atteggiamento di sfida nei suoi confronti, e fece in modo che il loro progetto non giungesse a termine. Dio per questo volle punire le genti e le condannò all’incomprensione reciproca, dando origine ad una moltitudine di lingue differenti nel mondo.

Che le diverse lingue parlate su tutto il pianeta siano o meno il risultato di una punizione divina sugli uomini, certo è che la “comprensione linguistica” tra diversi popoli costituisce oggi un aspetto di forte interesse e rilievo dal punto di vista linguistico, traduttivo e culturale.

La conoscenza di più lingue costituisce per un essere umano un’enorme fonte di ricchezza in un mondo caratterizzato ormai dal plurilinguismo e dalla multiculturalità: chi parla diverse lingue, o perché bilingue di nascita o perché ha compiuto degli studi in tal senso, possiede una mente aperta a nuove culture e a tutto ciò che la caratterizza e contraddistingue: usi, costumi e mentalità. Infatti, un parlante bilingue si trova su un piano privilegiato perché mostra verso “l’altro” una certa disposizione al confronto, al dialogo, all’accettazione, alla comprensione e alla tolleranza reciproca. Conoscere le lingue dunque, non solo è un passaporto per il mondo e una carta fondamentale per affermarsi in ambito lavorativo, ma è soprattutto una ricchezza sul piano interiore e morale. Forse tante guerre e conflitti passati hanno alla base l’incomprensione linguistica: non capirsi linguisticamente genera spesso il fraintendimento e questo è un “male” per l’umanità intera. Professiamo dunque lo studio delle lingue, la curiosità verso le rispettive culture e ne trarremmo tutti dei benefici sul piano personale e umano.

Se dovessi parlare della mia esperienza personale, direi che probabilmente è sempre esistita in me una curiosità inconsapevole verso le altre culture: ricordo che da sin da piccola avevo una predilezione per i bambolotti di colore e per i cartoni animati ambientati al di là delle nostre frontiere! Non mi rendevo conto ma, il gioco per me era un momento di confronto e di crescita, “l’altro” non era per me “diverso” ma era fonte di arricchimento e soddisfacimento della mia curiosità di bambina, curiosità che mi ha accompagnato nel corso della vita e che ha segnato il mio percorso di studi: la Laurea in Lingue per la Mediazione Linguistica e la specializzazione in traduzione, mi hanno “aperto” in maniera consapevole al Mondo.

Siate dunque curiosi, perché la curiosità è il motore della vita e della conoscenza!

Autore dell’articolo:
Simona Melis
Traduttrice ES-FR<>IT
Cagliari (CA)

La traduzione giuridica (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Per linguaggio giuridico si intende l’uso che gli specialisti fanno della lingua comune per riferirsi a delle realtà tipiche del loro ambito professionale. Si tratta di un linguaggio plurifunzionale e pluridimensionale. È plurifunzionale poiché circola in tutti i canali della sua formazione: partecipa alla funzione legislativa, giurisdizionale, alla creazione della dottrina e dell’amministrazione. È pluridimensionale perché la comprensione di un messaggio giuridico dipende dall’emittente e dal destinatario: può avvenire tra un giurista e un profano oppure tra giuristi, entrambi dotati di una formazione giuridica. È dunque un linguaggio specialistico caratterizzato da un proprio vocabolario e da alcune peculiarità stilistiche tipiche del discorso giuridico. Si tratta di un vocabolario tecnico, preciso ed in costante evoluzione. È tecnico perché è utilizzato da “tecnici” come i giuristi e gli avvocati, è preciso poiché a ciascun termine corrisponde una specifica nozione ed è in costante evoluzione poiché segue le evoluzioni del diritto il quale introduce nuovi concetti e quindi nuovi termini.

Dunque, a mio avviso, tradurre un testo giuridico è un’operazione complessa dal momento che il diritto è strettamente legato alla lingua e alla cultura che esso veicola e, poiché il diritto è una scienza sociale, i fenomeni che esso descrive sono difficilmente applicabili da una lingua e cultura ad un’altra e soprattutto da un sistema giuridico ad un altro. Inoltre, la presenza di sistemi giuridici differenti pone il problema della non corrispondenza delle nozioni e quindi dei termini. Le principali difficoltà sono dunque legate al vocabolario e allo stile. Per stile giuridico si intende il modo di scrivere del legislatore. È uno stile neutro dal momento che il legislatore non ha alcun intento letterario, deve solo trasmettere in modo chiaro e fedele un messaggio privilegiando così l’obiettività e l’imparzialità; è uno stile tecnico poiché risponde ad una esigenza di precisione e di comprensibilità del messaggio giuridico da comunicare ed infine è uno stile concreto che mira alla chiarezza. Sulla base di quanto detto, possiamo affermare che il traduttore giuridico deve aver maturato delle specifiche competenze, ed in particolare:

1. la competenza linguistica, cioè la capacità di comprendere le lingue oggetto della traduzione;
2. la competenza traduttiva, che è la capacità di cogliere il senso del testo di partenza e di renderlo nella lingua d’arrivo senza cambiarne il senso ed evitando le interferenze;
3. la competenza metodologica, cioè la capacità di documentarsi su uno specifico argomento e di saperne utilizzare la relativa terminologia;
4. la competenza disciplinare, ovvero la capacità di tradurre dei testi che appartengono ad uno specifico settore di specializzazione;
5. la competenza tecnica, cioè la capacità di utilizzare degli strumenti di ausilio alla traduzione ed in particolare le memorie di traduzione e la traduzione automatica.

La traduzione giuridica risulta quindi una delle traduzioni più complesse poiché il diritto è il prodotto di una cultura e acquisisce in ogni società un carattere unico. La sua dimensione culturale si riflette non solo nei termini propri di un sistema giuridico, ma anche nel modo di esprimerli e quindi nello stile e nella sintassi. Se la traduzione di un testo letterario rende il traduttore più libero di interpretare e di riesprimere il senso del testo di partenza, la traduzione di un testo giuridico limita l’intervento del traduttore poiché i termini esprimono delle nozioni ben precise che bisogna conoscere al fine di una corretta riespressione del contenuto giuridico nel testo di arrivo.

Autore dell’articolo:
Elisa Reale
Traduttrice freelance EN-FR>IT
Lecce

La traduzione giuridica

 Categoria: Servizi di traduzione

Il traduttore professionista generalmente ha davanti a sé una vasta gamma di tipologie testuali da tradurre: dal testo letterario a quello argomentativo, da quello tecnico a quello scientifico ecc. Ma si sa, poter tradurre veramente bene ogni tipologia testuale implica una perfetta conoscenza di tutti i tipi testuali e del loro relativo linguaggio. Questo comporta una conoscenza vasta e approfondita di ogni argomento e settore traduttivo a cui nemmeno un madrelingua potrebbe mai aspirare. Da ciò si evince chiaramente la necessità del traduttore di specializzarsi in uno o più settori traduttivi dove possa concentrare tutta la sua attenzione e sviluppare le sue competenze traduttive. Un settore particolarmente arduo ma interessante è quello giuridico. Si tratta di tradurre testi fortemente contestualizzati e caratterizzati da un linguaggio strettamente settoriale. Infatti ciascun paese ha un proprio sistema giuridico inteso come un insieme di norme che regolano la vita di una determinata comunità.

Possiamo individuare principalmente due tipi di ordinamenti giuridici: il sistema del Civil Law e quello del Common Law. Il primo è quello dominante a livello mondiale ed è caratterizzato dal fatto che le norme giuridiche sono prodotte dal legislatore (codici, decreti, leggi, fonti legislative) e il giudice deve attenersi ad esse godendo così di un limitato potere di intervento normativo in quanto emanate da un organo sovrano eletto direttamente dal popolo. Si tratta così di un sistema di diritto codificato. Questo sistema si contrappone a quello del Common Law di matrice anglosassone, dove la principale fonte di diritto è rappresentata dalla giurisprudenza e non da un sistema codificato. Questo significa che ciascun giudizio si basa su quello precedentemente emesso da una sentenza in riferimento ad un caso molto simile ad esso.

A partire da questa sommaria suddivisione si possono già individuare alcune problematiche che il traduttore dovrà affrontare nell’effettuare la traduzione giuridica. Prima di tutto il traduttore che dovrà tradurre da una lingua anglosassone verso una lingua latina (es. dall’inglese all’italiano) dovrà ben conoscere entrambi i sistemi giuridici, sia quello inglese che italiano (Common Law vs Civil Law), e quindi i loro principi e funzionamento. Solo una conoscenza approfondita di un determinato sistema giuridico consente di capire il significato del testo da tradurre, ma questo non basta se non si conosce anche il relativo linguaggio.
Da ciò ne deriva un doppio impegno per il traduttore giuridico: conoscere approfonditamente il sistema giuridico di un determinato paese e il linguaggio specialistico che ne deriva, e questo vale sia per la sua lingua madre verso la quale andrà a tradurre sia per la lingua di partenza dalla quale tradurrà. Ora vediamo di capire cos’è un linguaggio giuridico e da cosa è caratterizzato.

La seconda parte dell’articolo verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Elisa Reale
Traduttrice freelance EN-FR>IT
Lecce

Come non imparare l’italiano

 Categoria: Traduttori freelance

Il titolo “come non imparare l’italiano” è un poco strano, lo so, ma deve essere così perché è riferito a problemi che troviamo quando una persona impara una lingua diversa, in questo caso l’italiano. Io sono madrelingua spagnola, e prima d’iniziare a studiare l’italiano tanta gente mi diceva che sicuramente non avrei avuto bisogno di studiarlo, che era possibile imparare solo ascoltando…niente di più sbagliato! Dopo aver studiato l’italiano per più di un anno (e continuo a studiare), ho capito che ci sono degli ostacoli che possono creare confusione per imparare questa lingua, oggi scriverò uno di questi: i falsi amici.

Tante volte ho sentito dire che l’italiano è facile da imparare perché sono tante le parole identiche, questa è un’affermazione sbagliata. È vero che esistono tante parole uguali tra lo spagnolo e l’italiano, ma hanno un significato completamente diverso, questo invece di essere un vantaggio diventa un problema al momento d’imparare.
In linguistica si conoscono come “falsi amici” quelle parole o frasi di una certa lingua che presentano una notevole somiglianza con altre di una lingua diversa, ma con un significato completamente differente.
I falsi amici sono più comuni fra le lingue con una somiglianza nella pronuncia o nella grafia, come succede tra lo spagnolo e l’italiano. Questi sono alcuni esempi di falsi amici:

Burro: Spagnolo = asino
Brutto: Spagnolo = stupido
Largo: Spagnolo= lungo
Loro: Spagnolo = pappagallo
Caldo: Spagnolo =brodo
Cintura: Spagnolo = vita
Gota: Spagnolo = goccia
Nudo: Spagnolo = nodo
Ponte: Spagnolo = mettiti
Rata: Spagnolo = ratto
Vaso: Spagnolo = bicchiere

Come potete vedere, questo è uno dei tanti fenomeni linguistici che rendono più difficile l’apprendimento dell’italiano, perché naturalmente quando uno si trova davanti a una parola straniera che sembra simile a una parola appartenente alla propria lingua madre, si tende a pensare che le due parole abbiano lo stesso significato.
Tuttavia questo è un problema completamente superabile con tanto studio e pratica costante della lingua che si vuole imparare, l’uso dei numerosi dizionari di falsi amici che aiutano a evitare interpretazioni sbagliate e tenere sempre presente che esiste il rischio di commettere errori quando ci si abbandona a riflessi automatici nell’uso della lingua, invece di pensare attivamente.

Autore dell’articolo:
Rivera Ugarte Jeimy Patricia
Traduttrice EN-IT>ES