Uno spagnolo zoppicante

 Categoria: Le lingue

Anni fa, durante un viaggio in Argentina, contattai l’autore di un romanzo che avevo tradotto. Mi diede appuntamento in una via del centro di Cordoba, dove giunsi in anticipo. Iniziai a osservare il via vai, poi ingannai l’attesa facendo due passi, tenendo d’occhio, nel camminare, la faccia dei passanti e bene a mente quella sul retro del volume tradotto. Ero forse al quarto andirivieni quando lo vidi avvicinarsi e sorridermi. Un’ora dopo mi resi conto che lo scrittore mi aveva teso la mano senza avermi mai visto prima, neppure in fotografia. “Avevi un modo straniero di camminare”, spiegò trangugiando il suo mate.

Non stonerebbe, questo aneddoto, nella Gelosia delle lingue, di Adrián N. Bravi[1]; né forse questo libro sul comodino dei traduttori. Sebbene soprattutto di chiunque si trovi, per scelta o necessità, a esprimersi stabilmente in un’altra lingua, tratti il libro. Viene in mente l’opera, tra gli altri, di Cioran, Kundera, Conrad. Viene in mente, soprattutto, la zia dell’autore, che lo strazio dell’emigrazione verso l’Argentina lo riferisce da decenni in castigliano senza cedimenti, e invece in lacrime, ancora mezzo secolo dopo, quando le tocca raccontarlo in italiano. Segno, scrive Bravi, che “forse i ricordi parlano solo la lingua in cui sono accaduti” e che solo pájaro può chiamarsi l’uccello che rincorreva nel giardino della sua infanzia. Scegliere un’altra lingua serve, allora, a dimenticare. È il caso di un personaggio del Romanzo L’amico ritrovato o di Beckett, il francese afasico dei cui personaggi non è solo una opzione stilistica.

Ma abbracciare un altro idioma può anche essere una scelta gioiosa, come nel caso dell’autore. Dalla lingua madre, insomma, ci si emancipa. È traducendola in spagnolo che Doña Marina tradisce il proprio popolo consegnandolo a Hernán Cortes; nel condominio segreto, racconta Anna Frank, venivano ammesse tutte le lingue civili, eccetto, pertanto, il tedesco; da ultimo è in italiano che Milton sceglie di scrivere dei poemetti amorosi.

Alla lingua madre, tuttavia, si torna. Apprezzandone ciò che un tempo ci era abituale. Accorgendoci di averla, in fondo, sempre declinata. In friulano sono il primo e l’ultimo libro di Pasolini. “Parlava il russo in quindici lingue” riporta l’epigrafe del testo di Bravi, citando Julia Kristeva. Senza che però le altre lingue conosciute non influenzino la materna riabbracciata. Un fenomeno che trascende il semplice accento: “l’italiano – riferisce l’autore – ha trasformato la mia percezione del tempo.

Quando la lingua diventa vessillo d’identità nazionale è in realtà orgoglio di interferenze. Lo registrano linguisti e scrittori, lo dimostrano i gerghi bonaerensi. O, aggiungiamo noi, quella miscela di suoni mediterranei e anglosassoni che, sotto il nome di llanito, a Gibilterra dà un nome alle cose. Perché, osserva Bravi, anche se il suo sguardo, il suo stesso comportamento, sono dettati dalla lingua madre, l’uomo resta un animale migratorio.

Come in certe scuole di recitazione, concludiamo, in cui l’immedesimazione si avvale della prossemica, prima di intraprendere la lettura di un testo, chi è chiamato a tradurlo forse dovrebbe provare a incamminarsi.

Autore dell’articolo:
Dott. Luca De Feo
Firenze


[1] BRAVI A.N. La gelosia delle lingue, EUM, Macerata, 2017.