Spirito segreto di una lingua

 Categoria: Le lingue

Uno degli aspetti più affascinanti delle lingue, per chi le studia o le traduce, è la loro misteriosa natura di esseri quasi viventi. Le lingue nascono, lentamente, l’una dall’altra; si nutrono di oggetti, pensieri, esperienze dei popoli che le usano; crescono e mutano, mettono radici o seccano, si fondono e si fecondano; muoiono, né tenerle sotto campane di vetro ne prolunga la vita. Parole e costrutti sorgono non voluti, si diffondono, migrano o scivolano via dall’uso, oltre l’illusione di controllo delle grammatiche, dei progetti, dei poteri di ogni sorta.

Così, viva com’è, ogni lingua ha un corpo e una sorta di spirito. Descrivere il primo e comprenderne i meccanismi è un compito arduo; si avvale però di dati misurabili e di eccellenti strumenti d’analisi, quali la scienza linguistica oggi fornisce e continua ad affinare. Molto più sfuggente – eppure a suo modo autoevidente – è il secondo. Chi nega, anche a un primo impatto, che il tedesco e il francese abbiano due “carismi” diversi? Chi, traducendo testi pur semplici dall’arabo all’italiano, non si è dovuto misurare con modi distanti di sentire, esprimere e organizzare il mondo? E come per gli esseri umani si è tentati di inquadrare un carattere in pochi stereotipi, così per le lingue sono in agguato infiniti luoghi comuni: “lingua da poeti”, “da commercianti”, “da militari”, “fredda”, “dura”, “musicale”, “romantica”. Eppure, come per qualcuno che si voglia conoscere, soltanto anni di frequentazione e d’ascolto, d’immedesimazione e di messa alla prova in contesti diversi possono portare a una vera familiarità, e perciò a comprensione.

In questo processo si scopre, tra l’altro, come ogni lingua sembri meglio attrezzata per certi scopi o, viceversa, abbia meno risorse per raggiungerne altri. Chi scrive ha constatato negli anni che il tedesco, grazie alla produttività del suo sistema di prefissi e suffissi e alla duttilità dei sostantivi composti, permette di esprimere contenuti analitico-astratti con una precisione e una brevità inarrivabili per l’italiano; mentre questo ha una frequenza di espressioni figurate, e soprattutto uno slancio a crearne liberamente di inedite, straordinari: un parlante italiano anche incolto intesse metafore, iperboli, ironie, metonimie, antonomasie a ritmo incessante senza saperlo, ed incappa in seri problemi di comunicazione se mantiene lo stesso stile in un’altra lingua.

Dunque la traduzione è un processo quanto mai delicato, paragonabile alla trascrizione di una melodia per vari strumenti, o alla recitazione di uno stesso monologo da parte di vari attori. Per Elisa non suonerà identica sul pianoforte, sull’organo o sul controfagotto, né To be or not to be farà lo stesso effetto se impersonato da un bimbo, un giovane o un vecchio: ogni lingua darà il suo vivo carattere ai testi che in essa prendono forma. Il traduttore si farà amico di quel suo segreto spirito e cercherà – con umiltà e audacia – di trarne il massimo, come fa il compositore coi suoi strumenti e il regista coi suoi attori. Vi saranno limiti invalicabili, ma anche gustose sorprese. Di tutte le infinite traduzioni in tedesco di Odi et amo di Catullo, solo una ha mai fatto balzare in piedi, folgorata, l’alunna men che mediocre di un liceo di provincia: “Prof, ora ho capito!”. Era quella, in prosa, nel suo dialetto materno.

Autrice dell’articolo:
Paola Franchi
Filologa, insegnante e bloggerin
Baden bei Wien (Austria)