L’Inglese per l’Unione Europea (2)

 Categoria: Le lingue

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La Brexit è l’occasione giusta perché l’inglese diventi la lingua della UE

Un’ulteriore obiezione dei nemici giurati dell’inglese è che altre entità statali come gli USA, il Canada o la Svizzera funzionano senza una lingua ufficiale unica. Ma a differenza della UE hanno una storia plurisecolare come entità politiche unitarie e una forte lingua maggioritaria;

di contro, solo il 18% dei cittadini della UE è di lingua madre tedesca. Il plurilinguismo dell’India è quanto di più simile alla UE ci sia a livello internazionale, ma anche da quelle parti infuria il dibattito se adottare una sola lingua ufficiale per favorire la coesione.

L’obiezione più stringente è che sostituire la babele europea con l’inglese come unica favella sia un’idea elitaria; tuttavia è proprio per questo che la UE dovrebbe fare di più per promuovere l’inglese al ruolo di unica lingua europea di comunicazione. L’attuale inerzia ha creato un’Europa in cui una casta di privilegiati poliglotti formati nelle università europee può muoversi agevolmente da un paese all’altro e dominare i dibattiti comunitari. Un maggiore impegno a favore dell’inglese in Europa e nelle singole nazioni ne promuoverebbe la conoscenza presso quei cittadini UE che attualmente non lo parlano.

Alla fine non si tratta di scegliere fra un’Europa anglofona o fra una completamente multilingue, ma fra una pia illusione e i fatti. Nicolas Véron, economista francese che lavora a Bruxelles, fa notare che l’inglese è già di fatto la lingua di lavoro della UE, il che ha permesso a lui e ad altri, nel 2005, di creare Bruegel, uno dei primi think tank a livello comunitario. Qualcosa come il 97% dei tredicenni europei sta imparando l’inglese, e il numero dei corsi universitari in inglese è cresciuto dai 725 del 2002 a più di ottomila. I movimenti politici continentali si esprimono per la gran parte in inglese: il sito web e gli interventi sulle reti sociali di Fridays for Future, così come quelli del movimento populista di destra Identitarian, sono in inglese. Ad un raduno di leader sovranisti a Milano prima delle elezioni europee, i leader di Finlandia, Danimarca, Olanda, Repubblica Ceca e Germania hanno rivolto i propri saluti alla folla in inglese.

Diffondete il verbo

Prendere atto formalmente di come stanno le cose permetterebbe alla UE e ai governi nazionali di concentrare più risorse nella diffusione dell’inglese. Tali risorse – alcune delle quali si potrebbero ricavare dalla riduzione dell’enorme numero di traduttori e interpreti della UE – potrebbero essere impiegate per corsi di lingua per i lavoratori più anziani e meno istruiti. Stimolerebbe più mezzi di comunicazione a scrivere in inglese, favorendo così la nascita di media autenticamente paneuropei.

Il maggiore ostacolo è simbolico. Umberto Eco scrisse: «La traduzione è la lingua dell’Europa». La UE è orgogliosa delle sue tante lingue usate ogni giorno, che ogni anno diventano sempre più diffuse ed accessibili grazie al progresso degli strumenti di traduzione automatica. Tuttavia adottare l’inglese come lingua comune dovrebbe essere visto come il complemento di questa tradizione e non come una sfida ad essa. La quintessenza dell’Europa è la diversità, e il suo caleidoscopio di lingue e dialetti deve essere promosso e protetto; ma è anche unità, un’unità possibile solo con una lingua comune, anche se non padroneggiata alla perfezione. Diffondere capillarmente l’inglese e al contempo difendere le lingue native della UE non significherebbe tradire l’ideale di un’Europa cosmopolita, bensì portarlo a compimento.

Fonte:  Articolo pubblicato il 15 giugno 2019 sul sito dell’Economist

Traduzione a cura di:
Luca Falzoni
Traduttore freelance tecnico/scientifico EN,DE > IT
Cilavegna (PV)