Nell’articolo di ieri abbiamo presentato l’europaio, una lingua derivata dall’indoeuropeo che Carlos Quiles, un linguista autodidatta spagnolo, vorrebbe diventasse la lingua unica dell’UE.
Secondo lui, in questo modo si otterrebbero due grossi benefici: da un lato l’abbattimento dei costi di traduzione e, dall’altro, l’eliminazione delle diatribe fra le lingue che aspirano ad esercitare il ruolo di lingua franca nell’ambito dell’UE.
A dispetto del suo entusiasmo, la sua proposta non è stata molto ben accolta né dall’UE, che ha ribadito con decisione la propria vocazione multilingue, né dalla comunità dei linguisti, i quali sono tutti d’accordo nel sostenere che non è assolutamente possibile ricostruire l’indoeuropeo propriamente detto.
Gli studiosi presumono sia la lingua dalla quale si sono originate quasi tutte le lingue europee e alcune lingue dell’Asia occidentale, però non hanno elementi sufficienti per stabilire come fosse davvero.
Effettivamente, non c’è alcuna testimonianza scritta dell’indoeuropeo. Di questa lingua si conosce davvero poco, e ciò che si sa non è in alcun modo sufficiente né per parlarlo né per tradurre un testo.
A queste critiche, Carlos Quiles risponde dicendo che sebbene l’indoeuropeo puro non possa essere recuperato, è possibile utilizzare le conoscenze di cui disponiamo per creare una versione moderna come è stato fatto con l’ebraico.
L’europaio, è solo l’ultimo degli esperimenti linguistici con ambizioni universali. Il più celebre resta comunque l’esperanto, che, secondo stime piuttosto ottimistiche, vanta ben due milioni di parlanti nel mondo.
A differenza dell’esperanto, l’europaio non è una lingua “creata in laboratorio” e, da un punto di vista tecnico, usa l’alfabeto latino, quello cirillico e quello greco, sebbene vengano usati anche quello armeno, quello arabo-persiano e il devanagari.