La lingua inglese nel mondo (3)

 Categoria: Le lingue

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La realtà linguistica in Nigeria è tale che la maggior parte della popolazione tende infatti a imparare innanzitutto l’inglese, per poi utilizzare la lingua materna (molto spesso proprio il Nigerian Pidgin) solo in contesti quotidiani o di bassa rilevanza. Ciò che quindi è importante sottolineare è che, sebbene le lingue pidgin continuino a essere parlate, questo avviene sempre meno, e l’inglese rimane comunque la lingua privilegiata quando si tratta di scegliere l’idioma più corretto per un contesto formale o un romanzo: il prestigio derivante dall’uso dell’inglese infatti era ed è rimasto indiscutibile anche nei territori ex coloniali, dove oggi come allora si continuano a privilegiare i parlanti nativi o chi usa una tipologia di inglese il più vicina possibile allo Standard English.  Nonostante tutto però, molte comunità africane hanno continuato a produrre una cultura resistendo alle costrizioni sociali e psicologiche imposte dai coloni, e ciò è riscontrabile dal quantitativo di usanze e costumi indigeni che sono comunque arrivati fino a noi.

Ecco, considerare la letteratura e le lingue autoctone al pari degli usi e costumi locali sarebbe già un passo avanti essenziale per continuare a difendere tali realtà che costituiscono comunque un patrimonio culturale inestimabile. È questa dunque la direzione da prendere per proteggere e salvaguardare la storia e la cultura dei Paesi ex coloniali; anziché continuare a considerare i vari pidgin come varietà di broken English, ovvero come un inglese di serie B, si dovrebbe cercare di seguire l’esempio di molti letterati, professori, avvocati e giornalisti africani che non vogliono abbandonare la loro lingua e che continuano a difenderla parlandola e parlandone.

Per finire, da un punto di vista letterario, purtroppo ancora oggi solo alcuni autori preferiscono utilizzare le loro lingue materne nei romanzi, data la maggiore visibilità e vendibilità sul mercato internazionale che l’inglese può invece assicurare loro, relegando così gli idiomi autoctoni a qualche piccola battuta dei personaggi minori o a qualche termine, come detto all’inizio dell’articolo. Per il futuro possiamo solo sperare che si sviluppi una più forte collaborazione tra governi, linguisti e studiosi affinché tali lingue riprendano un ruolo di primo piano, anche per fronteggiare lo strapotere e il fenomeno della globalizzazione linguistica, in maniera che non solo la cultura ma anche la storia di queste comunità non venga dimenticata poiché, come diceva Frantz Fanon in un suo saggio che ho amato molto, lo splendido Black skin, white masks, “to speak means to be in a position to use a certain syntax, to grasp the morphology of this or that language, but it means above all to assume a culture, to support the weight of a civilization”.