La lingua dei segni (8)

 Categoria: Le lingue

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Del carattere naturale delle lingue è necessario evidenziare che si ritrova in relazione al suo uso nello sviluppare culturalmente gruppi umani distinti oltre alla sua capacità creativa infinita e all’arbitrarietà del segno linguistico già proposto da Sassure (1960) e non nel modo o canale di trasmissione utilizzato. Barrera Linares e Fraca de Barrera (1999) spiegano che “i sordi a causa della privazione scelgono un sistema linguistico diverso, non orale, però nemmeno diverso strutturalmente dalle lingue orali dato che si basa sui suoi stessi principi” (1999:50).

Pérez de Arado (2005) spiega che le lingue dei segni sono comparse tra le persone sorde come “una risposta creativa a una condizione personale e sociale, rivelando tutta la sua capacità di rappresentazione simbolica della realtà, allo stesso modo delle lingue parlate” (p.81). In parallelo alle definizioni che la collocano in una sorta di compensazione creata dalla natura umana quando si è impossibilitati ad accedere al codice orale. Skliar (1999) ribalta questa percezione sottovalutata facendo un’acuta riflessione a riguardo:

“Molti ritengono che questa creazione linguistica si origini perché la deficienza uditiva impedisca ai sordi di accedere all’oralità; per cui non c’è altro rimedio che inventare una lingua. In questo modo le lingue dei segni sembrano essere una consolazione e non un processo e prodotto costruito storicamente e socialmente dalle comunità dei sordi (p.69)”.

È una concezione influenzata dai pregiudizi del linguaggio, il quale la associa alla lingua orale come unico modo di trasmetterlo. E quindi, qualsiasi altro modo o via di produzione viene neutralizzata come patologica. Bisogna osservare che ciò che Larrosa (2005) cataloga come “la condizione babelica del linguaggio umano” (p.81), nel senso di pluralità, instabilità e confusione presente in tutte lingue come un fatto tipico della natura dell’uomo. Situazione che porta a un’influenza reciproca nei nessi presenti nelle lingue umane. Lo elabora non al singolare e con la maiuscola (il Linguaggio) ma come invenzione filosofica per raggiungere l’unità, ma la contrario come una forma per risaltare la condizione umana al plurale.

Quest’evento rende palese “che ci sono molti uomini, molte storie, molti modi di ragionare, molte lingue e sicuramente molti mondi e molte realtà” (p.81). È opportuno ricordare quanto precede quando si è in presenza di una costante pretesa di imporre una sola realtà, una sola lingua, un solo mondo e una sola razionalizzazione.

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A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)