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		<title>Traduzione &#8211; Tradimento? (3)</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 05:55:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Easy Languages</dc:creator>
				<category><![CDATA[Traduttori freelance]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando leggiamo un romanzo, un saggio o una poesia nella nostra lingua,  giudichiamo se ci piace o meno, cosa ci trasmette e possiamo dire, ah sì questo libro mi è proprio piaciuto, mi ha rilassato, divertito, coinvolto, emozionato, annoiato, ecc.. diamo un giudizio positivo o negativo sull’autore, lo consigliamo o meno a un amico, a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando leggiamo un romanzo, un saggio o una poesia nella nostra lingua,  giudichiamo se ci piace o meno, cosa ci trasmette e possiamo dire, ah sì questo libro mi è proprio piaciuto, mi ha rilassato, divertito, coinvolto, emozionato, annoiato, ecc.. diamo <strong>un giudizio positivo o negativo sull’autore</strong>, lo consigliamo o meno a un amico, a un collega, al nostro vicino di casa. Gli diciamo leggi il libro di tal dei tali. Non ci sogneremo mai di <strong>guardare chi l’ha tradotto</strong>. Ma è anche grazie al traduttore che il libro vive nelle nostre mani di lettori, prende forma e colori, è il traduttore che ci porta per mano a scoprire ogni angolo recondito del libro, ci svela ogni segreto, aprendoci gli occhi sul mondo illusorio e fittizio creato dall’autore.  E’ grazie anche al lavoro di chi ci ha sudato ogni giorno o notte su quel testo perché le parole ci procurassero piacere o spavento, noia o sbigottimento che noi riusciamo ad entrare in contatto coi personaggi e con le emozioni che essi ci trasmettono.</p>
<p>Molto spesso il traduttore è costretto, per la comprensione del testo e non solo, a percorrere altre strade che lo portano a studiare quel testo in maggiore profondità, ma di quello studio e di quella sua conoscenza nulla verrà svelato al lettore. Ed eccoci arrivati alla bellezza di questo lavoro che sta proprio nel porsi davanti al testo, per leggerlo, esaminarlo, farlo nostro e sentirne le parole fluire dalle nostre mani quando battiamo i tasti del nostro computer. La sensazione che si prova nel ricreare quel mondo, nel sentirlo nella nostra testa, nel nostro cuore, nella nostra pancia. Vivere le stesse pulsioni che l’autore ha vissuto prima di te. Amarlo, odiarlo e invidiarlo per aver saputo ricreare l’universo che descrive con quelle parole e solo con quelle. Tentare di ricrearlo nella maniera più fedele possibile ma sentirsi impossibilitati a imitarlo pedissequamente. Sforzarsi di fare apparire ogni parola scelta come quella naturale e sequenziale per quel costrutto. Combattere con ogni indecisione e incertezza immedesimandoci a tal punto nella storia da far sì che in alcuni momenti il nostro rapporto con l’autore sia profondo.<br />
Ma soprattutto non far vincere il proprio io cercando di sminuire un significato, di cambiare un umore, d’ingigantire una locuzione. Essere fedeli alla misura delle cose. Questa è la vera difficoltà. Trovare l’equilibrio in mezzo alla marea di emozioni generate dal coinvolgimento e prodotte dal nostro cuore. Non dimenticare mai il nostro ruolo e compito. Come sostiene la Basso nel suo saggio: “Un po’ di imbarazzo ci vuole, di fronte al testo di un altro, meglio non dimenticarlo”.</p>
<p>Non dimenticare mai che lo stesso autore cerca di intervenire e farsi avvertire il meno possibile. Per cui ancora di più il traduttore non dovrà far percepire la sua presenza. Come ha scritto Eco in proposito: “<strong>Il successo del traduttore </strong>è proprio il raggiungimento dell&#8217;invisibilità: è solo nei <strong>libri mal tradotti</strong> che si avverte come nella lingua di arrivo si stabiliscano delle forzature, dei giri faticosi di parole, se non addirittura delle inverosimiglianze.” Il suo ruolo, quindi, è quello di “trasdurre”, di traghettare le parole<strong> da una lingua all’altra</strong>, dall’autore al lettore. E nel suo ruolo di Caronte non deve mai dimenticare di restare sulla sua barca senza farsi travolgere dalla corrente delle sue reazioni.</p>
<p>La quarta parte di questo articolo verrà pubblicata domani.</p>
<p>Autore dell’articolo:<br />
Ester Formichella<br />
Traduttrice EN-ES&gt;IT<br />
Benevento</p>
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		<title>Traduzione &#8211; Tradimento? (2)</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 05:10:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Easy Languages</dc:creator>
				<category><![CDATA[Traduttori freelance]]></category>

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		<description><![CDATA[Nei diversi saggi sulla traduttologia, quando si fanno esempi concreti di traduzione si tende sempre a precisare che si sono individuate diverse possibilità traduttive, non quelle corrette e quelle scorrette. Qui sta il punto. La traduzione non è una scienza esatta, non è un calcolo matematico che per quanto tu possa girarci intorno il risultato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nei diversi <strong>saggi sulla traduttologia</strong>, quando si fanno esempi concreti di traduzione si tende sempre a precisare che si sono individuate diverse <strong>possibilità traduttive</strong>, non quelle corrette e quelle scorrette. Qui sta il punto. La traduzione non è una scienza esatta, non è un calcolo matematico che per quanto tu possa girarci intorno il risultato è sempre quello e non ci sono altre possibilità.<br />
Traducendo ci imbattiamo in varie forme interpretative, ognuna con una sua visione di quello che l’autore voleva intendere in quella frase, in quel preciso contesto. Sta alla individualità del singolo traduttore prediligerne una al posto di un’altra, in base al rapporto simbiotico o critico che ha stabilito con quel testo, con quell’autore, col suo mondo intimo. E laddove non riesce a trovare una soluzione in quel preciso momento, bisogna avere, per citare nuovamente la Basso: “Il coraggio di aspettare una parola anche per qualche minuto, o il coraggio di non trovarla affatto e di lasciarla indietro, per poi tornarci più tardi, domani”.</p>
<p>Ed è proprio questo ciò che mi succede in questi giorni. Sto traducendo un nuovo romanzo di un’autrice francese naturalizzata americana, Catherine Texier, un romanzo incentrato sulla storia di una scrittrice di successo cinquantenne e della sua relazione con un giovane immigrato clandestino nato in Russia. Ebbene dopo una prima stesura, sono tornata sui miei passi per rivedere e rileggere soprattutto il primo capitolo che devo inviare a una casa editrice.<br />
Non è la prima volta che affronto un testo di quest’autrice avendone già tradotto il primo romanzo circa una quindicina di anni fa e come io potevo essere diversa allora così lo era anche lei. Quel testo pieno di descrizioni cupe, dove New York viene descritta come città di stravizi e perdizioni, lascia il passo a una nuova visione della vita un po’ meno tetra e buia. Anche se la sua scrittura, asciutta e scarna, rimane inconfondibile e questa cosa mi aiuta nel momento dell’interpretazione.</p>
<p>Ritornando al coraggio di aspettare una parola, mi è successa una cosa simile per una descrizione all’apparenza insignificante: dei ravioli che galleggiano in una pentola.<br />
Lei li descrive come “<em>puffed and white like dead, pillow-shaped fish coming belly up</em>”, cioè “bianchi e gonfi come un cuscino, come un pesce morto che riemerge a pancia all’aria.” Ma non sono riuscita a rendere l’aggettivo “<em>pillow-shaped</em>”. All’inizio pensavo a un pesce palla ma non è questo il termine inglese per indicarlo per cui avrei scritto qualcosa di errato. Poi ho pensato alle diverse forme di un pesce ma più che una forma allungata o tondeggiante, non mi veniva in mente nulla. La traduzione letterale “a forma di cuscino” dice sicuramente poco a un italiano che sa benissimo come è fatto un raviolo. Per cui, al momento, ho deciso di non tradurlo, rinunciando a qualcosa e assumendomene la responsabilità, consapevole che quella parola all’apparenza insignificante in realtà esprime qualcosa di fortemente visivo. Ma è molto probabile che pensandoci e ripensandoci mi verrà qualcosa di più adatto.</p>
<p>Una situazione all’apparenza così banale è molto comune nel <strong>lavoro di un traduttore</strong> e vi garantisco che toglie il sonno a chi crede in questo lavoro e lo fa con dedizione e sensibilità. Sensibilità è un’altra delle parole chiavi nel lavoro di un traduttore. La sensibilità verso un testo che non viene di sicuro data dalla lettura di tutti i diversi saggi che vengono continuamente pubblicati su un autore che vogliamo tradurre ma dalla lettura dei suoi testi e dal rapporto di simbiosi che riusciamo o meno a creare con lui.<br />
Perché non dimentichiamo che il traduttore ha una notevole responsabilità: è anche grazie al suo lavoro che i lettori conosceranno un autore e il suo mondo.</p>
<p>La terza parte di questo articolo verrà pubblicata domani.</p>
<p>Autore dell’articolo:<br />
Ester Formichella<br />
Traduttrice EN-ES&gt;IT<br />
Benevento</p>
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		<title>Traduzione &#8211; Tradimento?</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 04:10:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Easy Languages</dc:creator>
				<category><![CDATA[Traduttori freelance]]></category>

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		<description><![CDATA[Per tentare di riscattare quel mondo oscuro e ignoto che è per molti la traduzione, mi piace cominciare riportando le parole di colei che viene unanimemente considerata una delle migliori traduttrici italiane, Susanna Basso, vincitrice del premio Mondello 2006. Quando Ilide Carmignani nel suo saggio Gli autori invisibili le chiede se ha mai pensato a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per tentare di riscattare quel mondo oscuro e ignoto che è per molti la traduzione, mi piace cominciare riportando le parole di colei che viene unanimemente considerata una delle <strong>migliori traduttrici</strong> <strong>italiane,</strong> Susanna Basso, vincitrice del premio Mondello 2006. Quando Ilide Carmignani nel suo saggio <em>Gli autori invisibili</em> le chiede se ha mai pensato a scrivere qualcosa di suo, la Basso risponde:<br />
“Il mio lavoro è prendere la parola da altri, ma non prendere mai la parola. Credo che la traduzione sia un po’ come pregare, per la devozione che richiede. Scrivere invece è un po’ cantare.”<br />
Eccoli quindi i due temi che saranno stasera alla base del nostro incontro: la scrittura da un lato e la traduzione dall’altro, la Cenerentola del “mondo dell’espressione” contrapposta alla sorellastra.<br />
Cosa intendeva dire la nota traduttrice paragonando la traduzione al pregare e la scrittura al cantare? Cos’hanno in comune, in cosa si differenziano, quale delle due è la più faticosa, quale la più appagante?</p>
<p>Si sente sempre parlare di “urgenza della scrittura”. Lo scrittore è colui o colei che scrive perché ha qualcosa da dire, perché ha personaggi che gli girano nella testa, ha delle storie da raccontare. Il testo letterario prende l’avvio da un moto dell’immaginazione che genera una reazione, a quanto si dice, non facile da descrivere e che dà origine all’ispirazione.<br />
L’ispirazione dà l’avvio alla storia e sarà la scintilla da cui lo scrittore con le sue innate capacità, siano esse pazienza, costanza o ostinazione, produrrà un testo che potrà o meno essere un capolavoro, comunque un testo frutto della sua fantasia ma al contempo una lunga e interminabile sequenza di parole e frasi che trasmetteranno emozioni e empatia. Il suo “canto” prenderà vita e cercherà di trovare la strada dell’immortalità.</p>
<p>Il traduttore, al contrario, non ha un’urgenza, ma uno scopo. Il suo compito è trasferire l’urgenza dello scrittore nelle parole e nel ritmo della sua traduzione, il tutto con meticolosità e attenzione. Non aspira a nessuna immortalità essendo consapevole che la sua traduzione sarà sottoposta a continue revisioni nel corso degli anni. Non può essere irruento ma misurato e accurato, deve comprendere il linguaggio dell’autore, il suo ritmo, i silenzi e i moti segreti.<br />
Deve studiare ed analizzare non se stesso, come fa lo scrittore, ma colui che sta traducendo.<br />
Il traduttore si ritroverà a “pregare”, ad analizzare il testo chiuso ed isolato da tutti, in piena “devozione”.</p>
<p>Proviamo a immaginare un traduttore, una persona sola, con davanti un testo composto da migliaia di parole. Immaginate la responsabilità che ha nel mettersi davanti a questo testo e a cominciare a decifrare, decodificare ogni singola parola, rendere ogni pausa, ogni virgola, ogni consecutiva. Deve trasmettere le stesse emozioni e sensazioni che l’autore ha provato a lasciare in quelle parole. Deve infondere alle parole la stessa musicalità e ritmo, trovare la stessa linearità o tortuosità. Deve scegliere la parola giusta, proprio quella e non un suo sinonimo perché quella si presta meglio nel complesso della frase e dell’unità del periodo.<br />
Abbiamo però detto che questa persona è sola. Sola nell’interpretazione. Come fa a non sbagliare? Come possiamo essere sicuri che la sua sia un’<strong>interpretazione</strong> <strong>fedele</strong> di quello che lo scrittore voleva trasmettere? Come possiamo essere certi che la sua traduzione non sia una <strong>interpretazione che tradisce il testo originale</strong>?<br />
Come sostiene Massimiliano Morini nel suo saggio <em>La traduzione</em>, in questa fase di chiusura, di solitudine, può accadere che il traduttore sia “portato…a semplificare e normalizzare il testo d’arrivo laddove il testo di partenza era…più complesso e anomalo”.</p>
<p>Ecco il grande <strong>rischio in cui può incorrere il traduttore</strong> nella sua solitaria e devota preghiera, la semplificazione, tentare di snellire il testo per renderlo più fruibile al lettore. Non è compito del traduttore aiutare il lettore nella comprensione, bisogna che il testo conservi le sue ambiguità e i suoi punti bui laddove sono presenti. <strong>Compito del traduttore</strong> è guidare il lettore alla scoperta di un testo che nell’originale non comprenderebbe, interpretarlo, coglierne le sfumature lessicali e culturali per poi far approdare il tutto nella lingua e nella cultura d’arrivo.</p>
<p>La seconda parte di questo interessante articolo verrà pubblicata domani.</p>
<p>Autore dell’articolo:<br />
Ester Formichella<br />
Traduttrice EN-ES&gt;IT<br />
Benevento</p>
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		<title>“Posizione orizzontale”: scelte traduttive (3)</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 04:46:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Easy Languages</dc:creator>
				<category><![CDATA[Traduzione letteraria]]></category>

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		<description><![CDATA[Sempre parlando dei mezzi di trasporto pubblico, l’električka è un treno elettrico che fece la sua comparsa nel 1926 e che fu introdotto a Mosca solo tre anni più tardi. La sua funzione è quella di collegare le zone periferiche urbane al centro della città, ed è stato tradotto con treno elettrico električka. Per quanto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sempre parlando dei mezzi di trasporto pubblico, l’<em>električka</em> è un treno elettrico che fece la sua comparsa nel 1926 e che fu introdotto a Mosca solo tre anni più tardi. La sua funzione è quella di collegare le zone periferiche urbane al centro della città, ed è stato tradotto con <em>treno elettrico električka</em>.<br />
Per quanto riguarda <em>ŽŽ</em> è un <em>živoj žurnal</em>, ossia un <em>live journal</em> russo. La traduzione di questo termine è stata dunque <em>žž, un live journal</em>. Ho deciso di non tradurre direttamente con <em>live journal</em> per non far sbiadire <strong>l&#8217;atmosfera russa del romanzo</strong>.<br />
Le abitazioni <em>serija П­44Т</em> sono state tradotte con <em>serie di palazzine kruščeviane P-44T</em>. Si tratta di una tipologia di palazzina russa di diciassette piani ciascuno dei quali ospita degli appartamenti. Generalmente hanno una pianta rettangolare e sembrano dei veri e propri monoliti di cemento. I primi modelli P 44T fecero la loro comparsa nell’URSS negli anni Settanta, per poi diffondersi esponenzialmente anche negli anni Novanta e nel 2000.</p>
<p>Un&#8217;altra espressione degna di nota, ricorrente nel romanzo e culturalmente connotata è <em>lovlja tački</em>, tradotto con <em>farsi dare uno strappo</em>. Letteralmente questa espressione significa “prendere un taxi al volo”, ma in realtà non si tratta di fermare legalmente un taxi e pagarne la corsa una volta giunti a destinazione. Si tratta bensì di mettersi sul ciglio della strada e alzando la mano attirare l’attenzione di un automobilista (nel caso si ritenesse che questo sia poco affidabile, si può con un cenno della mano indicargli di andarsene). L’improvvisato taxista accosta, e ci si mette d&#8217;accordo sulla destinazione e la tariffa stabilita in modo del tutto estemporaneo. In un primo momento si era pensato di tradurre con <em>farsi dare un passaggio</em>, ma questo implica a mio avviso una certa familiarità con la persona disposta ad accompagnarci nel luogo stabilito, oltre che ad essere meno colloquiale di <em>farsi dare uno strappo</em>.</p>
<p>Durante la traduzione ho incontrato anche dei termini (nomi di riviste, supermercati e festival cinematografici) che non erano necessariamente simboli della cultura russa o sovietica. Ma ancora una volta, per rendere chiaro al lettore di cosa si stesse parlando senza rinunciare al sapore culturale veicolato dalla parola nella lingua originale, ho deciso di riportare la <strong>traslitterazione seguita da una breve traduzione</strong>.<br />
Termini come <em>Russkoe Pivo, Vertolet, Russkij Avangard , Anekdoty</em> e <em>Strelka</em> sono stati trascritti ed esplicitati.<br />
Il <strong>sistema di traslitterazione</strong> adottato per la <strong>trascrizione dei caratteri cirillici</strong> è quello scientifico di Ettore Lo Gatto.</p>
<p>Autore dell’articolo:<br />
Alessandra Sterzi<br />
Traduttrice EN-RU&gt;IT<br />
Medole (MN)</p>
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		<title>“Posizione orizzontale”: scelte traduttive (2)</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 12:22:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Easy Languages</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le difficoltà maggiori riscontrate durante la traduzione riguardano quei termini russi connotati culturalmente o di cui non esista un traducente esatto in italiano. Per rendere i nomi delle vie, delle strade e di altri riferimenti spaziali ho deciso di scrivere in italiano solo l&#8217;indicazione del tipo di luogo, seguito dalla sua traslitterazione. Ad esempio Svjatoozerskaja [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Le difficoltà maggiori riscontrate durante la traduzione</strong> riguardano quei termini russi connotati culturalmente o di cui non esista un traducente esatto in italiano.<br />
Per rendere  i nomi delle vie, delle strade e di altri riferimenti spaziali ho deciso di scrivere in italiano solo l&#8217;indicazione del tipo di luogo, seguito dalla sua traslitterazione. Ad esempio <em>Svjatoozerskaja ulica</em> è stato tradotto con <em>via Svjatoozerskaja</em>, oppure <em>Leningradskij prospekt</em> è stato tradotto con <em>corso Leningrad</em>. In tutti questi casi si sono mantenute le desinenze della lingua originale, riportata al nominativo.</p>
<p>La stessa <strong>scelta traduttiva</strong> è stata applicata anche ai luoghi pubblici come le chiese, le cattedrali in cui il nome del luogo traslitterato era accompagnato dalla sua indicazione (ovviamente solo nel caso in cui fosse presente nel testo originale). Ricorrente nel romanzo, ad esempio, è <em>chram Ioanna Vojna</em>, tradotto con <em>cattedrale di Ioann Vojna</em> (ossia il nome proprio al nominativo maschile singolare).</p>
<p>Nel corso della traduzione ho trovato molti termini, più o meno connotati culturalmente, che non hanno un corrispettivo esatto nella lingua italiana. Questi termini sono: <em>MKAD, maršrutka, električka, P-44T , ŽŽ</em> e <em>lovlja tački</em>.<br />
Al fine di conservare il sapore russo di queste parole, ho deciso di lasciarle nella forma originale dandone solo una brevissima spiegazione alla loro prima occorrenza. Non volevo lasciare il lettore completamente all’oscuro di ciò di cui si stava parlando (credo che una descrizione inserita come nota a pié di pagina avrebbe interrotto l&#8217;armonia narrativa)<br />
<em> MKAD</em> è l’acronimo di <em>Moskovskaja Kol’cevaja Avtomobil’naja Doroga</em>, letteralmente l’anello viario automobilistico di Mosca. Fu aperta nel 1961, la MKAD ha otto corsie asfaltate che si estendono per 109 km esatti lungo i confini della città. Anche se non è un&#8217;autostrada, presenta svincoli verso le maggiori vie di comunicazione, pochi semafori e un limite di velocità di 100 km/h. Tra gli autisti, è conosciuta come &#8220;La strada della morte&#8221;, per via della poca illuminazione.<br />
Per un lungo periodo, la <em>MKAD</em> ha svolto la funzione di limite amministrativo della città di Mosca, fino agli anni Ottanta, quando la capitale russa ha iniziato ad annettere il territorio circostante la cintura viaria. Per questi motivi non è paragonabile a nessuna tipologia di strada italiana. Per non perdere la sua connotazione culturale ho dunque tradotto con <em>enorme cintura stradale MKAD</em>. Ritengo che questa variante spieghi brevemente il significato dell&#8217;acronimo, dando anche l&#8217;idea delle sue dimensioni.</p>
<p>La <em>maršrutka</em> è un pulmino giallo che offre un servizio taxi collettivo all’interno della città di Mosca. Si tratta di pulmino di linea molto diffuso e usato dai moscoviti nei loro spostamenti urbani. Anche in questo caso ho deciso di limitarmi a traslitterare il temine facendolo seguire da una breve spiegazione, ossia <em>pulmino taxi maršrutka</em>.</p>
<p>La terza e ultima parte di questo articolo seguirà domani.</p>
<p>Autore dell’articolo:<br />
Alessandra Sterzi<br />
Traduttrice EN-RU&gt;IT<br />
Medole (MN)</p>
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		<title>“Posizione orizzontale”: scelte traduttive</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 14:57:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Easy Languages</dc:creator>
				<category><![CDATA[Traduzione letteraria]]></category>

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		<description><![CDATA[Per la redazione della tesi di laurea magistrale ho tradotto in lingua italiana l’ultimo romanzo inedito &#8220;Posizione Orizzontale&#8221; dell&#8217;autore russo postmoderno Dmitrij Danilov. Con questo articolo, vorrei portare il mio lavoro di ricerca come esempio di alcune difficoltà che un traduttore letterario si trova ad affrontare davanti ad un lavoro che, a mio avviso, non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per la redazione della tesi di laurea magistrale ho <strong>tradotto in lingua italiana l’ultimo romanzo inedito</strong><strong> &#8220;Posizione Orizzontale&#8221;</strong> dell&#8217;autore russo postmoderno Dmitrij Danilov. Con questo articolo, vorrei portare il mio lavoro di ricerca come esempio di alcune difficoltà che un <strong>traduttore letterario</strong> si trova ad affrontare davanti ad un lavoro che, a mio avviso, non può e non deve fermarsi alla mera trasposizione testuale da una lingua di partenza ad una lingua di arrivo. <strong>L&#8217;atto del tradurre</strong> implica delle dinamiche ben più complesse e profonde che filtrano dalla superficie formale dei segni a quella più sostanziale della semantica, della comprensione del senso delle parole, del contesto e della poetica di un autore.</p>
<p>L&#8217;opera originale presenta delle peculiarità stilistiche ben definite e ricorrenti che durante la traduzione si è volutamente deciso di rispettare nel modo maggiore possibile. L&#8217;intento è stato quello di rimanere aderenti al testo di partenza in tutti i suoi aspetti, sia dal punto di vista formale che contenutistico, nell’intento di rendere al lettore una versione del romanzo che rispecchiasse in modo fedele l&#8217;originale. “Posizione orizzontale” è ricco di <em>realia</em> ed elementi caratteristici della cultura sovietica e russa contemporanea. Talvolta, è stato difficile non lasciarsi tentare dall&#8217;addomesticamento di certi termini che, a mio giudizio, se lasciati nella loro forma originale, non sarebbero stati pienamente compresi dal lettore, ma questi casi sono molto limitati all&#8217;interno della traduzione. Detto ciò ritengo doveroso precisare che, a mio avviso, il fine della traduzione non sia quello di adattare un testo facendosi guidare dal principio della comprensibilità, bensì quello di cercare di riprodurre nel migliore dei modi il testo di partenza, anche se talvolta questo va a discapito della chiarezza contenutistica (spesso il testo originale è volutamente poco chiaro o lascia agio a più interpretazioni). Come sostiene Umberto Eco nel suo <strong>saggio sulla traduzione</strong> “Dire quasi la stessa cosa” qualsiasi traduzione perde inevitabilmente &#8220;qualcosa&#8221; dell&#8217;originale, e il traduttore deve essere consapevole di questo limite cercando comunque di rimanere sempre attinente al principio della verosimiglianza e della coerenza col testo di partenza. Creare una trasposizione esatta del testo di partenza è impossibile, ma si può cercare di riprodurre &#8221;lo stesso effetto&#8221; stando il più vicini possibile all’originale.</p>
<p>Durante <strong>la traduzione del romanzo</strong> di Danilov, ho cercato di celare la mia presenza e i miei interventi, per dare ai destinatari della lettura una versione il più obiettiva e realistica possibile del <strong>romanzo russo</strong>. Ritengo che il traduttore debba fungere da “membrana osmotica” tra le due strutture portanti del processo creativo e ricettivo della lettura: l&#8217;autore e il lettore.<br />
<strong>La funzione del traduttore</strong> è quella di intermediare senza intervenire, lasciar affluire le informazioni e le forme dell’opera, farle proprie, e restituirle fedelmente al lettore scremate di qualsiasi forma di soggettività (modifiche o interpretazioni del testo). L’etimologia stessa del termine “tradurre” (dal latino <em>trans-ducere</em> ossia portare dall’altra parte) racchiude in sé un elemento commutativo che il traduttore deve riuscire a gestire con cura, in modo ponderato e calibrato. In seguito a quanto premesso, ora illustrerò le mie<strong> strategie traduttive</strong>.</p>
<p>All’articolo che seguirà domani il compito di svelare queste <strong>scelte traduttive.</strong></p>
<p>Autore dell’articolo:<br />
Alessandra Sterzi<br />
Traduttrice EN-RU&gt;IT<br />
Medole (MN)</p>
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		<title>Il potenziale creativo della traduzione</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 04:50:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Easy Languages</dc:creator>
				<category><![CDATA[Traduttori freelance]]></category>

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		<description><![CDATA[Il lavoro del traduttore – o della traduttrice – viene sovente inteso come attività più tecnica che intellettuale, come mansione subalterna al volere dell&#8217;autore o dell&#8217;editore (sebbene anche questa figura abbia subito un declino nel passaggio dall&#8217;editore-intellettuale all&#8217;editore-imprenditore, avvenuto in Italia verso la fine degli anni &#8217;80). Nell&#8217;industria editoriale attuale il traduttore riveste un ruolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>lavoro del traduttore</strong> – o della traduttrice – viene sovente inteso come attività più tecnica che intellettuale, come mansione subalterna al volere dell&#8217;autore o dell&#8217;editore (sebbene anche questa figura abbia subito un declino nel passaggio dall&#8217;editore-intellettuale all&#8217;editore-imprenditore, avvenuto in Italia verso la fine degli anni &#8217;80). Nell&#8217;industria editoriale attuale il traduttore riveste un ruolo di scarsa responsabilità cui si accompagna, in Italia più che nel resto d&#8217;Europa, un compenso altrettanto poco significativo, indice della scarsa considerazione di cui questa figura gode e che può tradursi in limitata auto-consapevolezza del proprio ruolo.</p>
<p>Al <strong>traduttore letterario</strong>, vengono spesso richieste innanzitutto fedeltà e aderenza al testo, in nome di quel principio della letterarietà che, sebbene debba indubbiamente valere come idea regolatrice, non sempre è garanzia di fedeltà alle suggestioni che l&#8217;autore intendeva suscitare nei suoi lettori. Questo accade, ovviamente, perché le lingue naturali non possono in alcun modo essere intese come sistemi pienamente codificabili tali da garantire una corrispondenza biunivoca nel passaggio da un sistema linguistico all&#8217;altro; soprattutto nel caso in cui i due sistemi siano notevolmente distanti, sia da un punto di vista intrinseco, ovvero prettamente linguistico, sia da un punto di vista estrinseco, ovvero della cultura di cui sono espressione.<br />
Per questo al “<strong>buon traduttore</strong>” è richiesta non solo una profonda<strong> conoscenza delle lingue</strong> di partenza e di arrivo, ma anche delle culture in cui queste lingue si radicano, senza dimenticare che a uno stesso sistema linguistico possono afferire più culture, le quali a lungo andare provocano dei cambiamenti nelle lingue stesse (si pensi, per esempio, al filone della letteratura post-coloniale).</p>
<p>Se il “fattore cultura” è sufficiente a dimostrare come la <strong>figura del traduttore</strong> non possa essere sostituita da un computer, è la particolare sensibilità per il linguaggio, le sue sfumature e le sue assonanze ciò che qualifica il buon traduttore come artigiano, come artista, come creativo. Nelle grandi traduzioni, le cosiddette <strong>traduzioni d&#8217;autore</strong>, è possibile riconoscere la “mano” di chi ha operato sul testo caratterizzando l&#8217;opera con il proprio stile senza con questo soffocare il testo originale (si pensi alle traduzioni di Montale). In questo senso il tradurre è da intendersi come atto di ri-creazione, azione che consente di dare nuova vitalità a un&#8217;opera ampliandone l&#8217;orizzonte semantico e dotandola di nuove sfumature di significato.<br />
Questo concetto di traduzione come “rivitalizzazione dell&#8217;opera” è stato elaborato dal primo Romanticismo tedesco (Schiller, Novalis ma anche il Goethe più tardo) per essere poi ripreso nel Novecento da Walter Benjamin e successivamente da altri critici della letteratura, tra cui in Italia Franco Fortini. Accanto a riflessioni di natura teorica non sono mancati esempi di messa in opera di questo modello, alcuni dei quali enfatizzati fino all&#8217;eccesso tanto da dare origine vere e proprie opere autonome, totalmente svincolate dal testo di partenza; si pensi per esempio al Pindaro di Hölderin o all&#8217;Eraclito di Heidegger.</p>
<p><strong>Traduzioni estreme</strong> come quelle appena citate non possono certo essere prese a modello, ma possono servire a dimostrare come, al pari delle altre arti, anche la traduzione si presti alla sperimentazione e alla provocazione. In questo senso le “<strong>traduzioni impossibili</strong>” di Hölderlin devono valere come orizzonte trascendentale – come tale non raggiungibile né imitabile – all&#8217;interno del quale si situa il traduttore, finalmente conscio della propria responsabilità nei confronti dell&#8217;opera originale e del <strong>potenziale creativo della traduzione</strong>.</p>
<p>Autore dell&#8217;articolo:<br />
Stefania Marinoni<br />
Traduttrice ES&gt;IT<br />
Pisa</p>
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		<title>La Torre di Babele e lo studio delle lingue</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 04:56:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Easy Languages</dc:creator>
				<category><![CDATA[Traduttori freelance]]></category>

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		<description><![CDATA[Si narra nel libro della Genesi, che in principio tutti gli uomini parlassero una sola lingua e conoscessero le stesse parole. Essi, forse spinti da un desiderio di grandezza e di elevarsi a Dio, vollero innalzare una torre altissima che arrivasse al Cielo. Secondo un’interpretazione allegorica del racconto biblico, Dio non apprezzò particolarmente questa ambizione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si narra nel libro della Genesi, che in principio tutti gli uomini parlassero una sola lingua e conoscessero le stesse parole. Essi, forse spinti da un desiderio di grandezza e di elevarsi a Dio, vollero innalzare una torre altissima che arrivasse al Cielo. Secondo un’interpretazione allegorica del racconto biblico, Dio non apprezzò particolarmente questa ambizione degli uomini, da lui percepita come atteggiamento di sfida nei suoi confronti, e fece in modo che il loro progetto non giungesse a termine. Dio per questo volle punire le genti e le condannò all’incomprensione reciproca, dando origine ad una moltitudine di <strong>lingue differenti nel mondo</strong>.</p>
<p>Che le diverse lingue parlate su tutto il pianeta siano o meno il risultato di una punizione divina sugli uomini, certo è che la “<strong>comprensione linguistica</strong>” tra diversi popoli costituisce oggi un aspetto di forte interesse e rilievo dal punto di vista linguistico, traduttivo e culturale.</p>
<p>La conoscenza di più lingue costituisce per un essere umano un’enorme fonte di ricchezza in un mondo caratterizzato ormai dal plurilinguismo e dalla multiculturalità: chi parla diverse lingue, o perché bilingue di nascita o perché ha compiuto degli studi in tal senso, possiede una mente aperta a nuove culture e a tutto ciò che la caratterizza e contraddistingue: usi, costumi e mentalità. Infatti, un parlante bilingue si trova su un piano privilegiato perché mostra verso “l’altro” una certa disposizione al confronto, al dialogo, all’accettazione, alla comprensione e alla tolleranza reciproca. <strong>Conoscere le lingue</strong> dunque, non solo è un passaporto per il mondo e una carta fondamentale per affermarsi in ambito lavorativo, ma è soprattutto una ricchezza sul piano interiore e morale. Forse tante guerre e conflitti passati hanno alla base l’<strong>incomprensione linguistica</strong>: non capirsi linguisticamente genera spesso il fraintendimento e questo è un “male” per l’umanità intera. Professiamo dunque lo <strong>studio delle lingue</strong>, la curiosità verso le rispettive culture e ne trarremmo tutti dei benefici sul piano personale e umano.</p>
<p>Se dovessi parlare della mia esperienza personale, direi che probabilmente è sempre esistita in me una curiosità inconsapevole verso le altre culture: ricordo che da sin da piccola avevo una predilezione per i bambolotti di colore e per i cartoni animati ambientati al di là delle nostre frontiere! Non mi rendevo conto ma, il gioco per me era un momento di confronto e di crescita, “l’altro” non era per me “diverso” ma era fonte di arricchimento e soddisfacimento della mia curiosità di bambina, curiosità che mi ha accompagnato nel corso della vita e che ha segnato il mio percorso di studi: la Laurea in Lingue per la Mediazione Linguistica e la <strong>specializzazione in traduzione</strong>, mi hanno “aperto” in maniera consapevole al Mondo.</p>
<p>Siate dunque curiosi, perché la curiosità è il motore della vita e della conoscenza!</p>
<p>Autore dell’articolo:<br />
Simona Melis<br />
Traduttrice ES-FR&lt;&gt;IT<br />
Cagliari (CA)</p>
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		<title>La traduzione giuridica (2)</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 04:39:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Easy Languages</dc:creator>
				<category><![CDATA[Servizi di traduzione]]></category>

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		<description><![CDATA[Per linguaggio giuridico si intende l’uso che gli specialisti fanno della lingua comune per riferirsi a delle realtà tipiche del loro ambito professionale. Si tratta di un linguaggio plurifunzionale e pluridimensionale. È plurifunzionale poiché circola in tutti i canali della sua formazione: partecipa alla funzione legislativa, giurisdizionale, alla creazione della dottrina e dell’amministrazione. È pluridimensionale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per <strong>linguaggio giuridico</strong> si intende l’uso che gli specialisti fanno della lingua comune per riferirsi a delle realtà tipiche del loro ambito professionale. Si tratta di un linguaggio plurifunzionale e pluridimensionale. È plurifunzionale poiché circola in tutti i canali della sua formazione: partecipa alla funzione legislativa, giurisdizionale, alla creazione della dottrina e dell’amministrazione. È pluridimensionale perché la <strong>comprensione di un messaggio giuridico</strong> dipende dall’emittente e dal destinatario: può avvenire tra un giurista e un profano oppure tra giuristi, entrambi dotati di una formazione giuridica<strong>.</strong> È dunque un <strong>linguaggio specialistico</strong> caratterizzato da un proprio vocabolario e da alcune peculiarità stilistiche tipiche del discorso giuridico. Si tratta di un vocabolario tecnico, preciso ed in costante evoluzione. È tecnico perché è utilizzato da “tecnici” come i giuristi e gli avvocati, è preciso poiché a ciascun termine corrisponde una specifica nozione ed è in costante evoluzione poiché segue le evoluzioni del diritto il quale introduce nuovi concetti e quindi nuovi termini.</p>
<p>Dunque, a mio avviso, <strong>tradurre un testo giuridico</strong> è un’operazione complessa dal momento che il diritto è strettamente legato alla lingua e alla cultura che esso veicola e, poiché il diritto è una scienza sociale, i fenomeni che esso descrive sono difficilmente applicabili da una lingua e cultura ad un’altra e soprattutto da un sistema giuridico ad un altro. Inoltre, la presenza di <strong>sistemi giuridici</strong> differenti pone il problema della non corrispondenza delle nozioni e quindi dei termini. Le principali difficoltà sono dunque legate al vocabolario e allo stile. Per <strong>stile giuridico</strong> si intende il modo di scrivere del legislatore. È uno stile neutro dal momento che il legislatore non ha alcun intento letterario, deve solo trasmettere in modo chiaro e fedele un messaggio privilegiando così l’obiettività e l’imparzialità; è uno <strong>stile tecnico</strong> poiché risponde ad una esigenza di precisione e di comprensibilità del messaggio giuridico da comunicare ed infine è uno stile concreto che mira alla chiarezza. Sulla base di quanto detto, possiamo affermare che il <strong>traduttore giuridico</strong> deve aver maturato delle specifiche competenze, ed in particolare:</p>
<p>1. la <strong>competenza linguistica</strong>, cioè la capacità di comprendere le lingue oggetto della traduzione;<br />
2. la <strong>competenza traduttiva</strong>, che è la capacità di cogliere il senso del testo di partenza e di renderlo nella lingua d’arrivo senza cambiarne il senso ed evitando le interferenze;<br />
3. la <strong>competenza metodologica</strong>, cioè la capacità di documentarsi su uno specifico argomento e di saperne utilizzare la relativa terminologia;<br />
4. la <strong>competenza disciplinare</strong>, ovvero la capacità di tradurre dei testi che appartengono ad uno specifico settore di specializzazione;<br />
5. la <strong>competenza tecnica</strong>, cioè la capacità di utilizzare degli strumenti di <strong>ausilio alla traduzione</strong> ed in particolare le memorie di traduzione e la traduzione automatica.</p>
<p><strong>La traduzione giuridica</strong> risulta quindi una delle traduzioni più complesse poiché il diritto è il prodotto di una cultura e acquisisce in ogni società un carattere unico. La sua dimensione culturale si riflette non solo nei termini propri di un <strong>sistema giuridico</strong>, ma anche nel modo di esprimerli e quindi nello stile e nella sintassi. Se la traduzione di un testo letterario rende il traduttore più libero di interpretare e di riesprimere il senso del testo di partenza, la <strong>traduzione di un testo giuridico</strong> limita l’intervento del traduttore poiché i termini esprimono delle nozioni ben precise che bisogna conoscere al fine di una corretta riespressione del contenuto giuridico nel testo di arrivo.</p>
<p>Autore dell’articolo:<br />
Elisa Reale<br />
Traduttrice freelance EN-FR&gt;IT<br />
Lecce</p>
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		<title>La traduzione giuridica</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 04:43:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Easy Languages</dc:creator>
				<category><![CDATA[Servizi di traduzione]]></category>

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		<description><![CDATA[Il traduttore professionista generalmente ha davanti a sé una vasta gamma di tipologie testuali da tradurre: dal testo letterario a quello argomentativo, da quello tecnico a quello scientifico ecc. Ma si sa, poter tradurre veramente bene ogni tipologia testuale implica una perfetta conoscenza di tutti i tipi testuali e del loro relativo linguaggio. Questo comporta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>traduttore professionista</strong> generalmente ha davanti a sé una vasta gamma di tipologie testuali da tradurre: dal testo letterario a quello argomentativo, da quello tecnico a quello scientifico ecc. Ma si sa, poter tradurre veramente bene ogni tipologia testuale implica una perfetta conoscenza di tutti i tipi testuali e del loro relativo linguaggio. Questo comporta una conoscenza vasta e approfondita di ogni argomento e <strong>settore traduttivo</strong> a cui nemmeno un madrelingua potrebbe mai aspirare. Da ciò si evince chiaramente la necessità del traduttore di specializzarsi in uno o più settori traduttivi dove possa concentrare tutta la sua attenzione e sviluppare le sue <strong>competenze traduttive</strong>. Un settore particolarmente arduo ma interessante è quello giuridico. Si tratta di tradurre testi fortemente contestualizzati e caratterizzati da un linguaggio strettamente settoriale. Infatti ciascun paese ha un proprio sistema giuridico inteso come un insieme di norme che regolano la vita di una determinata comunità.</p>
<p>Possiamo individuare principalmente due tipi di ordinamenti giuridici: il sistema del <em>Civil Law</em> e quello del <em>Common Law</em>. Il primo è quello dominante a livello mondiale ed è caratterizzato dal fatto che le norme giuridiche sono prodotte dal legislatore (codici, decreti, leggi, fonti legislative) e il giudice deve attenersi ad esse godendo così di un limitato potere di intervento normativo in quanto emanate da un organo sovrano eletto direttamente dal popolo. Si tratta così di un sistema di diritto codificato. Questo sistema si contrappone a quello del <em>Common Law</em> di matrice anglosassone, dove la principale fonte di diritto è rappresentata dalla giurisprudenza e non da un sistema codificato. Questo significa che ciascun giudizio si basa su quello precedentemente emesso da una sentenza in riferimento ad un caso molto simile ad esso.</p>
<p>A partire da questa sommaria suddivisione si possono già individuare alcune problematiche che il traduttore<strong> </strong>dovrà affrontare nell&#8217;effettuare <strong>la traduzione giuridica</strong>. Prima di tutto il traduttore che dovrà tradurre da una lingua anglosassone verso una lingua latina (es. dall’inglese all’italiano) dovrà ben conoscere entrambi i <strong>sistemi giuridici</strong>, sia quello inglese che italiano (<em>Common Law vs Civil Law</em>), e quindi i loro principi e funzionamento. Solo una conoscenza approfondita di un determinato sistema giuridico consente di capire il significato del testo da tradurre, ma questo non basta se non si conosce anche il relativo linguaggio.<br />
Da ciò ne deriva un doppio impegno per il <strong>traduttore giuridico</strong>: conoscere approfonditamente il sistema giuridico di un determinato paese e il linguaggio specialistico che ne deriva, e questo vale sia per la sua lingua madre verso la quale andrà a tradurre sia per la lingua di partenza dalla quale tradurrà. Ora vediamo di capire cos’è un <strong>linguaggio giuridico</strong> e da cosa è caratterizzato.</p>
<p>La seconda parte dell’articolo verrà pubblicata domani.</p>
<p>Autore dell’articolo:<br />
Elisa Reale<br />
Traduttrice freelance EN-FR&gt;IT<br />
Lecce</p>
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