La traduzione: fucina della lingua

 Categoria: Traduttori freelance

Ai tempi delle medie il mio compagno di banco mi sorprese per via di un suo bizzarro hobby. Un giorno, durante la ricreazione, aveva cominciato a scrivere i numeri in ordine crescente su un quaderno: “uno, due, tre, quattro, cinque…” e da allora non si era più fermato. Portava avanti questo curioso passatempo, nel suo tempo libero, con un’assiduità ed una tenacia che mi colpivano profondamente. Aveva già riempito diversi quaderni continuando la numerazione, quando gli chiesi per quale ragione lo faceva e a che punto avrebbe avuto intenzione di fermarsi (considerando che la sequenza avrebbe potuto continuare all’infinito); mi rispose che aveva iniziato per curiosità e che egli stesso era desideroso di scoprire fin dove sarebbe riuscito ad arrivare. Altro fatto che attrasse la mia attenzione fu che, come riflesso di questa attività, i suoi voti in matematica, nonché la sua abilità nel calcolo mentale, migliorarono visibilmente.

Ci si potrebbe domandare a questo punto cosa ha a che vedere tutto ciò con la traduzione. Probabilmente nulla, o forse soltanto quella strana legge di natura secondo la quale più ci si avvicina con una disposizione positiva a qualcosa e più questa ci dispiega i propri tesori.
Jünger sosteneva che la sua passione per l’entomologia non si esauriva in una mera opera di classificazione, ma rappresentava un modo per gettare uno sguardo sul funzionamento della natura, per scoprirne le leggi e carpirne i segreti.
Allo stesso modo la traduzione, intesa come passione personale, come hobby o come lavoro, rappresenta un’occasione unica per entrare in contatto con i meccanismi intrinseci della lingua, per visitare quella fucina dalla quale hanno origine certi fenomeni dell’idioma.

A tale proposito mi ritorna in mente un episodio avvenuto durante il mio primo anno di università. Stavamo leggendo un testo letterario quando ci imbattemmo nell’espressione idiomatica ingleseto bite the dust”. Il professore chiese se qualcuno conoscesse il significato dell’espressione e l’unico a sapere che essa era un sinonimo di “to die” fu un collega con la passione per la musica (e per la traduzione). Quando il professore chiese come facesse a sapere il significato dell’espressione, egli rispose affermando di essere un fan sfegatato dei Queen e ammise di aver tradotto per hobby tutti i testi della band; il professore ribatté canticchiando “another one bites the dust” e l’arcano fu risolto.

Questo per dire che la traduzione, a qualsiasi livello essa venga praticata, rappresenta comunque un’occasione concreta di educazione e di conoscenza. Dopotutto lo stesso Giacomo Casanova nel suo Histoire de ma vie confessava di aver imparato a scrivere correttamente in francese traducendo lettere…

Autore dell’articolo:
Salvatore Malandrino
Laurea in Lingue e Culture Europee ed Extraeuropee
Traduttore EN-ES>IT
Comiso (Rg)

La difficile Arte della Traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Già nel 46-45 a.C., nel tradurre i discorsi di Demostene e di Eschine, Cicerone rifletteva sull’arduo problema della traduzione interlinguistica affermando: “Io li ho resi comportandomi non da semplice traduttore ma da scrittore. Non ho ritenuto necessario rendere ogni parola con una parola; e tuttavia ho conservato intatto il significato essenziale e il valore di tutte le parole”. Perché in realtà al lettore doveva importare che gli si offrisse, di queste stesse parole, non il numero, ma per così dire il “peso”.

Partendo dunque da questa riflessione ciceroniana, per fornire al lettore una traduzione che sia degna di questo nome, il traduttore moderno dovrebbe sempre tener presenti il significato, il valore, il senso di ciò che traduce proprio in qualità di “scrittore” egli stesso.
In effetti, chi opera in questo campo a livello professionale, vede la propria condizione oscillare fra la figura di modesto divulgatore entro una cultura altra di messaggi che non può decifrare a pieno, e quella di super intellettuale capace di unire in un connubio sovranazionale il (vero o presunto) genio poetico proprio ed altrui, dal momento che sovente si assiste a tentativi che vanno dalla pretesa di rendere visibile il cosiddetto “spirito della lingua”, all’estrema indeterminatezza di termini quali “significato” e “senso”, alla labilità di parole come “sfumature” e “fiuto”, fino alla rozza separazione fra atto del tradurre ed atto dell’interpretare.

A mio modesto parere, se teniamo conto del fatto che ogni atto comunicativo è di per sé una traduzione e la traduzione quasi una “missione”, il traduttore deve considerarsi soprattutto ed appunto un “comunicatore”, un “tramite”: qualcuno cioè in grado di mettere in comunicazione culture diverse e distanti tra loro avvalendosi della propria abilità, della propria “arte”: la difficile arte della traduzione fatta di passione, dedizione, pratica e conoscenza.

Autore dell’articolo:
Pina Mariarosaria Benevento
Traduttrice EN>IT
Caserta

Il traduttore, ponte tra culture diverse

 Categoria: Traduttori freelance

Al giorno d’oggi il traduttore è una figura di grande importanza, in un mondo sempre più globalizzato nel quale gli scambi sia commerciali che culturali sono in grande aumento, la necessità di creare un ponte tra le culture è reale e tangibile, il ruolo del traduttore è pertanto quello di creare un ponte tra culture diverse.

E’ innegabile che delle volte, nonostante la vicinanza fisica, ci sia una grande lontananza culturale che solo un traduttore competente e sensibile può colmare utilizzando tutte le sue capacità di trasposizione e di scrittura. Un bravo traduttore conosce bene sia la realtà del testo di partenza sia quella del testo di arrivo. Tradurre significa rendere comprensibile in una lingua un testo che in origine è scritto in un’altra, tuttavia la traduzione non è solo trasposizione da una lingua di partenza a una lingua di arrivo, altrimenti basterebbe un buon vocabolario e tutta il processo diventerebbe meccanico e scontato. Ogni testo nasce in un contesto culturale ben preciso, al suo interno ha rimandi, termini specifici e affinché questo diventi comprensibile al lettore di arrivo bisogna mediare oltre che al significato letterale anche quello culturale. Solo dei traduttori, che oltre alla preparazione tecnica hanno la sensibilità di capire nel profondo il testo e di trasporlo poi nella lingua di arrivo portando quanto più possibile dell’anima del testo di partenza, sono in grado di mettere in atto questo processo. Il ruolo del traduttore non è solo quello di mediare il messaggio linguistico trasponendo da una lingua all’altra un testo o un messaggio ma è anche quello di fare da mediatore del messaggio culturale facendo in modo che il lettore che si trova al di fuori dal contesto di provenienza del testo riesca a venire in contatto con questo e possa entrare nel testo e nel contesto grazie all’arte del tradurre e alla maestria del traduttore.

Il nostro non è un mestiere facile o banale, come qualcuno può pensare, al contrario è un mestiere molto difficile, richiede studio, dedizione, tempo, capacità, sensibilità. Tutto questo delle volte non basta per rendere il testo fino nel profondo, per capirlo e trovare la chiave giusta per tradurlo. Le scelte traduttive delle volte possono essere contestate, può essere contestato l’uso di un termine piuttosto che un altro, gli errori, i falsi amici sono da sempre i nemici giurati del traduttore ma la soddisfazione di vedere una traduzione terminata è sempre grande, dà la sensazione di essere un ponte tra due culture.

Autore dell’articolo:
Magda Giaiotti
Università degli Studi di Udine – Laurea Magistrale in Traduzione e Mediazione culturale
Traduttrice SL-HR-DE>IT
Udine

Cervelli in viaggio: apprendere nuove lingue

 Categoria: Traduttori freelance

In Giappone si parla napoletano. Ecco cosa ho scoperto sulla celebre enciclopedia virtuale Wikipedia. Al numero settantasette della lista delle “lingue per numero di parlanti” regna, infatti, la voce “napoletano” e, accanto, il seguente elenco: Italia meridionale, Canada, Stati Uniti, Brasile, Norvegia, Argentina, Belgio, Francia, Giappone, Portogallo. In poche parole: siamo ovunque. Gli immensi capovolgimenti sociali, politici ed economici degli ultimi tempi hanno condotto inevitabilmente ad una rivoluzione sul piano culturale. A seguito del processo di globalizzazione, stiamo assistendo ad una vera e propria diaspora del XXI secolo, con le mete più diverse.

Il fenomeno può essere analizzato da più punti di vista: da un lato, si presenta l’ormai celebre fuga dei cervelli; giovani talentuosi, che vedono liquefarsi i propri sogni in una società malata e ferma, decidono di cercare fortuna altrove… ovunque, purché ci sia un futuro. La patria abbandonata perde, così, capitale umano, cultura e dignità. Sono fiduciosa nella ripresa del nostro Paese, ma perché ciò accada è indispensabile un capovolgimento della mentalità capitalistica in vigore, che dà valore a ciò che non dovrebbe averne a discapito delle attività culturali e dell’educazione. Ma non sono solo gli italiani a fare le valigie in Europa: a pari merito vediamo soprattutto spagnoli e greci, dilaniati dalla crisi.

D’altro canto, perché ciò sia possibile, è necessario apprendere una lingua straniera. Ecco, se vogliamo, il lato positivo di tutta la faccenda: nella disgrazia, si tirano fuori le unghie e si allena la mente. Aumenta la consapevolezza di se stessi, la coscienza critica ed il senso di appartenenza alla cultura europea, grazie al moltiplicarsi di progetti di studio e lavoro per i giovani, promotori della mobilità trans-nazionale. Si diffonde lo scambio umano, culturale, sociale, si aprono nuove prospettive e si scoprono talenti che non si credeva di possedere. Entrare a contatto con persone provenienti dai luoghi più disparati ci mette davanti ad inevitabili differenze, ma anche ad inaspettate similitudini.

Io appartengo al gruppo dei cervelli in fuga, o potremmo meglio definirli “in viaggio”. Dopo una formazione umanistica, linguistica, mediatica e numerosi tirocini non retribuiti che mi toglievano energia e speranza, ho deciso di mettermi alla prova in due radio austriache, in un’esperienza a tutto tondo che mi restituisse stimoli, speranza e voglia di fare. E che mi permettesse di far conoscere alcuni talenti musicali nostrani all’estero.

Da sempre amante dei viaggi, ma al contempo fiera di appartenere al Belpaese, metto le mie conoscenze linguistiche a disposizione di coloro che vogliono apprendere, con incontri individuali e traduzioni, nel pieno rispetto del significato originario del testo e del contesto socio-culturale a cui questo fa riferimento.

Autore dell’articolo:
Maria Sanna
Traduttrice EN-FR>IT, insegnante di italiano, conduttrice radiofonica
Italia-Austria

Tradurre con il cuore

 Categoria: Traduttori freelance

Nel mondo in cui viviamo le frontiere sono soltanto un dettaglio politico e geografico, i nuovi mezzi di informazione hanno messo le ali alle parole e ai pensieri, che corrono senza sosta da un continente all’altro dando il benvenuto all’aurevoir che si sono lasciati alle spalle un battito d’ala fa. I Marco Polo e gli Amerigo Vespucci dei nostri giorni per avere successo hanno bisogno di stringere nelle mani la fiaccola della conoscenza linguistica e l’audacia del libero pensiero. Un parigino e un brasiliano, così come un londinese e un giapponese al giorno d’oggi possono respirare la stessa aria e camminare sugli stessi sentieri grazie al grande sviluppo dello studio delle lingue.

Su internet non si fa che leggere che la globalizzazione ha unificato il mondo, mettendo così in primo piano figure professionali come il traduttore e l’interprete: è la verità, è sempre più necessaria la comunicazione tra persone che vanno a letto mentre altre bevono il caffè del mattino, e a causa di una concorrenza illimitata e dalle più variegate qualità è sempre più importante comunicare nel modo più diretto, immediato e ad effetto possibile per avere successo in qualsiasi campo.

Ecco il perché del sorgere di innumerevoli scuole, facoltà e specializzazioni per chi voglia incamminarsi nel tortuoso sentiero del mondo della traduzione. Aziende e agenzie molto spesso richiedono anni e anni di esperienza a chi voglia anche solo pensare di autocandidarsi per un lavoro da traduttore presso le loro strutture, tarpando le ali e la possibilità di fare strade a giovani che chiedono solo la possibilità di mettersi in gioco per dimostrare la loro bravura. Le scuole di traduzione sono ottime e assolutamente formanti, ma a volte fanno sembrare la traduzione un processo scientifico, un qualcosa di apatico e asettico. La traduzione di una lingua in un’altra tocca tasti delicatissimi, entrando e ammirando per poi convertire un intero mondo culturale e di folklore, arrivando a toccare l’intimità più vera di un popolo. Il traduttore è un abile accordatore, un mago della parola, un incantatore di allitterazioni e un sognatore di mondi sempre in evoluzione: tradurre è arte e come ogni arte, la parte della conoscenza è solo la prima fase di una lunghissima strada di vita, emozioni, esperienze e continua crescita personale e linguistica.

La traduzione più vera non è quella dei programmi CAT (utili in molti contesti): si deve tradurre con il cuore e con gli occhi pieni di emozioni, non tutte le scuole lo insegnano e non tutti possono impararlo, è una dote innata.

Ovviamente per svolgere il lavoro del traduttore sono indispensabili e fondamentali una cultura generale e settoriale importante, la conoscenza della lingua con cui si lavora e abilità ed educazione nei rapporti interpersonali. Ciononostante non bisogna sottovalutare un cuore pieno di patos, né sbarrare la strada a chi è troppo giovane per avere esperienza.

Autore dell’articolo:
Azzurra Bisogni
Traduttrice freelance
Modica (RG)

Il ruolo del traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

Vorrei iniziare con una citazione per far capire la mia visione sulla traduzione e sul ruolo del traduttore:

Solo hay dos caminos. O bien el traductor daja el escritor lo más tranquilo posible y hace que el lector vaya a su encuentro, o bien deja lo más tranquilo posible al lector y vaya a su encuentro el escritor.” (Scheleiermarcher)

Tradurre è un’arte, è qualcosa di personale, non esiste una traduzione assoluta, ogni traduttore ha una sensibilità diversa rispetto ad un altro. Il lavoro del traduttore non è così facile come invece si può pensare. Un vero traduttore deve avere una buona preparazione linguistica sia della lingua verso la quale deve tradurre sia della sua lingua madre in quanto deve sempre ricercare il termine giusto e appropriato, deve tenersi sempre informato, aggiornato per avere una grande conoscenza dell’attualità perché non si sa mai che tipo di traduzione gli può capitare.

Uno degli aspetti a mio parere più importanti per fare una buona traduzione è quello culturale, perché non basta riportare i termini tradotti da una lingua all’altra, ma bisogna anche localizzarli, vedere se possono essere adatti per una determinata cultura, se sono capiti allo stesso modo, se hanno lo stesso impatto del testo originale. Io vedo la cultura come un insieme di valori e di abitudini condivisi da un gruppo di persone che varia in base al luogo geografico in cui si trovano ed è condizionata da molti fattori e tra quello più importante c’è proprio quello linguistico. Quindi bisogna valutare non solo ciò che si sta dicendo ma anche come lo si sta dicendo, in che contesto, con che emozione e con che intenzione.

Il traduttore ha molte responsabilità: deve essere fedele, ossia riportare tutte le informazioni in modo veritiero, non può aggiungere o togliere informazioni, deve cercare un’equivalenza per un termine tradotto, però questo non sempre è possibile, deve essere invisibile, non deve mettere opinioni o commenti e il testo tradotto deve essere fatto in modo che sembri un testo originale.

Autore dell’articolo:
Gaia Graciotti
Aspirante traduttrice ES>IT
Laureata in Discipline della Mediazione Linguistica
Osimo (AN)

Aggiornamento lingua e ruolo del traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

Il traduttore ha un ruolo nell’aggiornamento della lingua? Tradizionalmente il traduttore è l’operaio silenzioso e industrioso nel retroscena, che traduce ed interpreta un testo, tuttavia la plasticità di lingue come l’inglese, reso tale da una globalizzazione sempre più veloce, spinge il traduttore a fare scelte e interventi sempre maggiori.
Sia per le traduzioni tecniche che per quelle letterarie, l’utilizzo del linguaggio ai giorni nostri richiede sempre di più una lingua chiara, funzionale e sintetica che serva ad una comunicazione multimediale e diretta.

Due esempi: il primo è che il linguaggio finanziario negli ultimi anni si è evoluto per descrivere prodotti finanziari nuovi (tutta la banda dei derivati finanziari: swaps, CDS, CDOs ecc.), così come i parametri che fino a poco tempo fa erano riservati alle sale di mercato delle banche (vedi lo spread). Qui il traduttore ha avuto il compito arduo in tempi recenti di assicurare una traduzione tecnica e scorrevole. La finanza ormai parla una lingua ibrida di inglese e altro, ricca di sigle, acronimi e termini matematici che mettono in difficoltà anche gli insiders.
Il secondo è la scelta coraggiosa di alcuni traduttori di aggiornare il linguaggio dei grandi classici con idiomi correnti (vedi Richard Freeman “Fathers and Sons” di Turgenev). D’altra parte, come si aggiornano i costumi e le scenografie delle opere liriche e teatrali per dare un sapore moderno al messaggio dell’autore, così si possono aggiornare gli idiomi per conservare l’impatto che il messaggio ebbe all’epoca, liberandolo dagli ingombri linguistici di altri tempi.

Le traduzioni si prestano a critiche e a discussioni e le scelte di altri traduttori possono essere talvolta discutibili, tuttavia credo sia molto importante tradurre dando uno spazio maggiore a quelli che sono i nuovi usi della lingua che partono da un consenso comune, anche se più o meno ufficiale, più che da iniziative personali.
La sensibilità del traduttore deve sempre essere sempre sintonizzata sul bilancio di perdita e di guadagno di una traduzione al fine di ricreare il messaggio originale. Nel tradurre dall’inglese verso lingue come l’italiano e il francese si sacrifica sempre una qualità essenziale dell’inglese che è la sinteticità.
Il traduttore si trova di fronte ad una miriade di scelte, non sempre facili, nel tradurre una lingua in cui le influenze dello slang sono particolarmente accentuate, inoltre, deve addentrarsi nel campo minato dei modi di dire inglesi “importati”, entrati nel parlare comune all’estero, che sono intraducibili, parole tecniche usate quasi esclusivamente in inglese, ed anche errori di traduzione introdotti e perpetrati dai media che restano nel linguaggio comune con accezioni non totalmente corrette.

Una traduzione non è mai perfetta. Anche i traduttori più esperti si trovano a fare scelte di compromesso o che equivalgono al male minore e inoltre, la percezione della lingua può cambiare molto da lettore a lettore.
Il ruolo del traduttore deve essere quello di barometro del presente sull’uso della lingua, attenendosi a regole non scritte che cambiano di continuo, anche in tempi brevi, per ridare una comunicatività nel suo lavoro che sia al passo con i tempi.
Una mission impossible della comunicazione ma che guidata da intuizione e lavoro svolto con dedizione, gli ricava una nicchia nell’aggiornamento della lingua da artigiano esperto, attento alle novità e ai cambiamenti della società.

Autore dell’articolo:
Katia Palma
Traduttrice EN-FR<>IT
Toulouse (Francia)

Traduzione: la verità delle parole

 Categoria: Traduttori freelance

Parole. Le persone le pronunciano con una tale semplicità che quasi sembrano innate.
La verità delle parole credo sia insita nell’essere umano, dato che sono una sua espressione.
Ma soffermandoci ad analizzare l’idea che ci evocano quando le sentiamo, potremmo trovarci di fronte a diverse alternative e, soprattutto, a diverse sensazioni. Ad esempio, in inglese troviamo due parole che indicano lo stesso (o quasi) concetto: “Home” ed “House”. Il dizionario Oxford così le giustifica:

- Home: the place where one lives permanently, especially as a member of a family or household.
- House: a building for human habitation, especially one that consists of a ground floor and one or
more upper storeys.

Dalle due definizioni notiamo subito come l’intenzione delle due sia radicalmente differente: se una fa riferimento all’aspetto più umano dell’abitazione, ossia alla famiglia e ai suoi componenti, l’altra si riferisce unicamente all’edificio.
Il significato di “home” in italiano viene a perdere la connotazione “umana”: “Costruzione a uno o più piani adibita ad abitazione per uno o più nuclei familiari”, mentre in inglese “home” si riferisce ad un posto, ad un luogo che la famiglia si gode per trascorrere il tempo, in italiano “casa” viene ad assumere subito il significato di “costruzione”. Ed ecco che “casa” si avvicina, infatti, ad “house”.

In portoghese ci si imbatte invece in “Edifício destinado à habitação; vivenda. (Sin.: morada, domicílio, habitação, residência.) / Conjunto das coisas que se relacionam com a vida doméstica”. Anche qui si perde l’aspetto umano ma non in maniera così forte come in italiano: edificio destinato all’abitazione. Permane il concetto di “costruzione” come in italiano ma si osserva la presenza di una “attività” che si identifica con l’abitare un luogo. A mio avviso, l’uso di “adibito” nella definizione italiana non fa riferimento all’attività umana compiuta dagli abitanti nell’atto dello svolgimento della vita domestica. Si riferisce, in effetti, al tipo di edificio che viene costruito ossia ad un edificio tipo che si configura come “luogo dove gli esseri umani possono trovare accoglimento”. Motivo per cui, si è spinti a pensare che la costruzione dell’edificio avvenga prima che l’edificio stesso possa essere “adibito”, per usare lo stesso termine della definizione, a “casa”. In portoghese, d’altro canto, l’aspetto umano, sempre a mio avviso, viene sottolineato dall’uso della parola “destinado”: non si fa riferimento al tipo di edificio in sé, piuttosto allo scopo della costruzione, ossia con l’idea di costruire un edificio che abbia lo scopo di accogliere esseri umani. In altre parole, in italiano, la concezione dell’edificio in quanto “casa” non precede la costruzione della stessa mentre in portoghese sì. L’attività svolta all’interno della casa viene poi specificata, infatti, alla seconda accezione del termine: “Insieme delle cose relazionate alla vita domestica”.

In spagnolo, il celeberrimo dizionario della Real Academia sottopone al lettore una chiara ed esauriente suddivisione:

- Edificio para habitar.
- Edificio de una o pocas plantas destinado a vivienda unifamiliar, en oposición a piso.
- piso (vivienda).
- Edificio, mobiliario, régimen de vida, etc., de alguien.
- familia (grupo de personas que viven juntas).

Ritengo che l’approccio della definizione spagnola sia quello più corretto ai fini della traduzione. Potremmo infatti trovarci di fronte ad un caso in cui la parola “casa” necessiti di essere tradotta con “famiglia”. Avendo la certezza che, in spagnolo, esiste anche questa accezione, il traduttore è giustificato. Altrimenti, si deve ricorrere all’istinto, che io ritengo essere una dote fondamentale per l’interpretazione dei testi. Il supporto chiaro e deciso (nella fattispecie, mi sento di prendere ad esempio il dizionario della Real Academia) di un dizionario ci offre quella certezza sulla base della quale consegniamo il nostro testo tradotto con più tranquillità.

Molto spesso gli studenti sono portati ad un eccessivo ragionamento sulle parole ed io stesso mi includo in questa categoria. Tuttavia, credo che questo “eccessivo” ragionamento sia necessario per abituare la mente a valutare le diverse alternative che la lingua ci propone. Si ricordi sempre che le parole sono l’espressione dell’essere umano. Le parole vengono mischiate, ordinate, combinate per ottenere delle strutture, regolate dalle grammatiche (considerate, a volte, come il pilastro di una lingua ma che, in effetti, ne rappresentano unicamente una regolamentazione); si tenga presente, però, la loro origine: l’espressione di ciò che l’essere umano sente o vuole indicare. E’ per questo che il traduttore non potrà e non dovrà mai essere una macchina.

Autore dell’articolo:
Jacopo Mosconi
TraduttoreEN-ES-PT>IT

Correttezza è buona comunicazione

 Categoria: Traduttori freelance

C’è chi sostiene che la traduzione, soprattutto in campo artistico-letterario, non sia altro che una versione dell’opera, l’interpretazione personale del traduttore. Allora com’è possibile che in Italia non riusciamo a farne a meno? Sì, forse amiamo i personalismi, in ogni caso trovare in Italia un cinema con proiezioni in lingua originale con sottotitoli è un’impresa, mentre all’estero è la normalità.

Paradossalmente però siamo restii nel creare valide traduzioni per ogni nuovo vocabolo che ci arriva dall’estero, quelli inglesi ma non solo; così: , trailer, spelling, computer e garage sono traducibili con bande-d’annonce, épeler, ordinateur, e garage in francese; tráiler, deletreo, ordenador e garaje in spagnolo; ma non hanno traduzione in italiano.

Di per sé quello di assorbire vocaboli provenienti da altre lingue non può essere un difetto se ci rende più internazionali, eppure spesso non conosciamo neanche la loro giusta pronuncia e non sappiamo scriverli correttamente. Ammettiamolo, ci piace storpiare le parole, “italianizzarle”, a testimonianza di questo nell’ultimo anno ognuno di noi ha imparato almeno una parola straniera in modo sbagliato. Chi non ricorda i famosi indignados spagnoli? Essendo un vocabolo spagnolo la “gn” di indignados si legge con il suono duro e non con quello dolce tipico dell’italiano, eppure in tutti i telegiornali d’Italia l’abbiamo sentita pronunciare all’italiana!

L’Italia ha una grande storia di varietà linguistiche, tuttora da nord a sud è un susseguirsi di dialetti e parlate, i nostri addirittura non sono neanche considerabili dialetti, la definizione vuole, infatti, che i dialetti siano quelle varietà linguistiche comprensibili dai parlanti la lingua dominante, in questo caso l’italiano, eppure noi sappiamo che non è affatto così. Quindi conosciamo bene cos’è la varietà e che una parola mal pronunciata può avere un diverso significato del tutto erroneo rispetto a quello che vogliamo comunicare addirittura potrebbe risultare offensivo. Per fortuna noi italiani siamo bravissimi a sdrammatizzare ma non scordiamoci che la correttezza in una lingua è sempre fondamentale per la buona comunicazione!

Autore dell’articolo:
Giulia Rolando
Traduttrice ES-FR>IT
Bologna

L’ideogramma cinese: espressione pittorica

 Categoria: Traduttori freelance

L’amore per la Terra cinese e il sogno nutrito fin da bambina di vivere in Cina sono la forza propulsiva delle mie traduzioni e dei miei racconti bilingue. Appassionata di letteratura e di geografia umana, ritengo che, per avere una profonda conoscenza della Cina e della sua affascinante lingua, sia necessario convivere quotidianamente con il popolo cinese, immergersi nell’atmosfera autentica dei villaggi abitati da numerose e diverse etnie, svolgere continue ricerche sulla storia, gli usi e i costumi della sua civiltà.

Dopo aver studiato la lingua cinese all’Università, allo scadere del ventesimo secolo sono approdata in Cina e subito ho avvertito un sottile filo rosso collegare i giorni della mia vita alla lingua e alla cultura tradizionale locale. Quando visitai per la prima volta Pechino, ebbi subito un particolare approccio con la scrittura e la pronuncia degli ideogrammi cinesi: straordinarie espressioni pittoriche, che racchiudono in sé pensieri, emozioni e precisi significati simbolici. Un pomeriggio presi un taxi e mi diressi a Liu Li Chang, la via antica degli artisti e degli antiquari. Lungo una strada brulicante di persone dai capelli d’inchiostro, tra centinaia di negozi che vendevano vasi di porcellana e cloisonné, mobili, lacche, statuette, giade e oggetti in tartaruga, incontrai una giovane pittrice originaria di Xian, che dipingeva delicati acquarelli raffiguranti concubine della corte imperiale. Entrai nel suo negozio, un bugigattolo stretto tappezzato di quadri e acquistai due suoi dipinti: alcune dame di epoca Tang dalle guance rosa pesca come petali di fiore, disegnate con estrema precisione con un piccolo pennello dalla punta sottilissima. Prima di partire per la Cina avevo ordinato un blocchetto di bigliettini da visita da distribuire agli amici che avrei conosciuto; su quei rettangoli di carta bianca e lucida erano incisi il mio nome e cognome italiani (Fiori Picco) e dipinti i due simboli che li rappresentavano, ovvero il picco di una montagna e un fiore che cresceva sulla cima: una composizione bucolica e decisamente naif, adatta a uno dei suoi acquarelli. La pittrice nel guardarlo esultò e mi diede la traduzione corrispondente in lingua locale, il nome cinese che adottai per sempre: Xue Lian, il Loto delle Nevi, un fiore che cresce sulle vette dell’Himalaya, pianta medicinale, vegetale rarissimo e prezioso, emblema sacro ai monaci buddisti, simbolo di purezza e di forza interiore perché sbuca in mezzo ai ghiacciai perenni, in condizioni climatiche rigidissime.

In due semplici sillabe dal suono melodioso sono racchiusi tanti piccoli frammenti di una cultura antica da preservare, di un mondo arcano e misterioso da cui attingere sapienza, spiritualità, poesia e gioia di vivere.

Autore dell’articolo:
Fiori Picco
Docente di lingua cinese, interprete, traduttrice letteraria e autrice Siae. Università Ca’ Foscari di Venezia
Brescia

La lingua di un popolo

 Categoria: Traduttori freelance

Le belle traduzioni sono il mezzo più veloce e più sicuro per arricchire una lingua” (Jean de le Rond d’Alembert 1717-1783 filosofo francese).

La lingua di un popolo è un suo gioiello splendente che contemporaneamente indica l’altezza della sua civiltà. Più crescono i popoli, più vengono coltivate e migliorate le loro lingue. Tutte le lingue dei popoli vengono rispettate sia per popoli culturalmente evoluti o no. Questo è il motivo per cui l’apprendimento delle lingue è molto importante per la vita e l’evoluzione culturale dell’uomo. Chi, dice Goethe, non conosce le lingue straniere non sa nulla della sua, e questo ruolo importante viene interpretato dalle traduzioni. Fin dall’antichità, i Romani con le opere greche, o il caso degli Ittiti come dice I.Th. Kakridi abbiamo i primi campioni di traduzioni. Naturalmente, non possiamo dimenticare il movimento di maggior traduzione di quel periodo che è la traduzione – salvataggio di antichi testi greci dalle traduzioni in arabo e poi diffuse in tutta l’Europa.

La traduzione non è importante solo nella diffusione della conoscenza, la religione, la letteratura e la cultura in generale, svolge un ruolo importante, anche, nel determinare lingue nazionali come quella inglese associata a ripetute invasioni straniere e nelle rispettive lingue straniere (latino, anglosassone, danese, francese) e notoriamente include molti prestiti dal greco e dalle lingue scandinave ed altre , ma anche portato all’invenzione di nuovi alfabeti per le esigenze di traduzioni specifiche. Un esempio ben noto è l’invenzione dell’alfabeto cirillico (sulla base di greco) e le prestazioni grafiche in lingua slava dai Santi Cirillo (c. 827-869) e Metodio (c. 825-885), per il bisogno di tradurre le sacre scritture e per la cristianizzazione degli Slavi.

Autore dell’articolo:
Konstantinos Kokologiannis
Poeta-traduttore GR<>IT
Nicosia – Cipro

Tradurre: fatica, scoperta e soddisfazione

 Categoria: Traduttori freelance

L’insaziabile fame di libri scoperta non appena fui in grado di leggere, la curiosità innata per i discorsi e i pensieri altrui, e la passione per la scrittura. Credo siano queste caratteristiche, più che una ponderata volontà di intraprendere una professione, ad avermi portato a lavorare come traduttrice. Nel mio catalogo mentale tradurre rientra tra quelle professioni, come molti sport, in cui per raggiungere buoni risultati contano la predisposizione, la fortuna e l’allenamento.

Quando mio padre, titolare di un piccolo studio editoriale, mi propose di tradurre alcuni capitoli di un manuale di fotografia dall’inglese, mi ci buttai senza troppe riflessioni. Avevo da poco concluso il liceo scientifico, e le mie conoscenze dell’inglese si limitavano agli studi scolastici, mentre la fotografia era una materia a me del tutto oscura. Scoprii presto a mie spese quanto l’opera di traduzione fosse tutt’altro che semplice o meccanica, con mille insidie e difficoltà che non immaginavo nemmeno lontanamente, ma non volli demordere. Con fatica (in alcuni casi, con moltissima fatica) andai avanti, un passo alla volta. Lavoravo seduta a un tavolino nella camera di mia nonna, sballottata dai duplici momenti di sconforto derivanti dagli ostacoli lavorativi e dal peggiorare delle sue condizioni di salute. Lei non visse a sufficienza per vederlo, ma infine uscì il primo libro con il mio nome come traduttrice.
Nei dieci anni successivi, se ho ottenuto progressi è stato grazie a tenacia e inesauribile pazienza, che mi hanno insegnato a confrontarmi con i temi più diversi: dalla chitarra al giardinaggio, dagli oceani alla cura dei neonati. Ho scoperto che ogni volta è come immergersi in un’atmosfera particolare, fatta di costruzioni sintattiche, meccanismi logici e parole di un ambito specifico, e che devi essere pronto a non dare mai nulla per scontato, avvicinandoti a ogni testo come a una nuova scoperta. Così come con le persone che incontri ogni giorno, occorre sia avere gli strumenti per capire sia saperli usare senza pregiudizi, con un pizzico di umiltà.

Con l’esperienza, mi sono fatta l’opinione che per ottenere una traduzione soddisfacente sono sicuramente necessarie le fondamentali competenze linguistiche, ma sono altrettanto indispensabili doti di comprensione umana e di espressione comunicativa. Il traduttore è il tramite, il postino che compie la delicata missione di capire, con occhi benevoli, mente aperta e attenzione vigile, quello che l’autore ha voluto scrivere, per restituire al lettore il messaggio originale, consegnandolo con parole a lui comprensibili. Andando controcorrente rispetto a un mondo in cui sempre più si tende a prediligere la quantità di parole a scapito del loro valore, chi diventa nello stesso tempo spettatore e voce narrante dovrebbe essere sempre guidato da uno schietto rispetto per il significato, non solo letterale, di ogni vocabolo, di ogni frase, per attuare quella sorta di magia che nessun traduttore automatico è in grado di compiere.

Autore dell’articolo:
Lia Orlandi
Traduttrice EN>IT
Blevio (Como)

Legame fra testo di partenza e di arrivo

 Categoria: Traduttori freelance

Per tradurre è necessario mettersi nella condizione di scegliere il miglior modo per trasferire un significato da una lingua all’altra, un passaggio nel quale occorre negoziare fra due sistemi di pensiero e di esperienza.
Sono convinta che uno degli obiettivi da porsi sia l’eleganza, che anzitutto significa “capacità di scelta”e di ascolto del testo. Eleganza che rende possibile la ricerca delle migliori espressioni disponibili per rendere l’espressività della lingua di partenza, cosa assai complessa nei dialoghi.

Nella traduzione professionale, la specificità di un testo corrisponde al pubblico a cui essa è rivolta e al tipo di messaggio che viene trasmesso. Una traduzione di servizio funziona se trasmette con il più basso rumore di fondo il messaggio iniziale. Al contrario, per la traduzione di un articolo di giornale, ci si può permettere di interferire in maniera lieve per mezzo di adattamenti ed espressioni che la lingua di arrivo impone, realizzando una traduzione che mira alla“comunicazione” e alla “fruibilità immediata”. Infine nella traduzione di un testo di maggiore prestigio, il traduttore è erede delle scelte dello scrittore, quindi ha il compito di rendere le sue intenzioni e la forma alla luce dei vincoli che la lingua di arrivo impone. Tradurre diventa così un doppio esercizio di volontà, ripagato da un lavoro più affine che fedele al testo di partenza: pertanto la lettura può essere agevolata da scelte più vicine alla lingua di arrivo. Bisogna scegliere in che misura sacrificare certe caratteristiche del testo di partenza – come i trattini, o riferimenti che abbiano un significato forte nel testo – che nella resa finale possono mettere in difficoltà il lettore. Ho conosciuto traduttori fieri sostenitori della scelta di non agevolare troppo la lettura scorrevole, per ricreare piuttosto l’effetto che il testo di partenza ricerca. È una rinuncia all’adattamento per onorare la sensibilità della lingua del testo originario.

Esistono quindi molteplici sfumature di posizione verso il testo di arrivo o verso il testo di partenza: può addirittura rivelarsi più creativo imporsi i vincoli che il testo di partenza contiene al suo interno. Non significa soltanto trovare una via di mezzo, ma restituire quel quid quasi invisibile dal quale scaturisce la godibilità della lettura, dando la giusta misura ai dettagli e all’ordito complessivo: si comprende meglio l’idea che tradurre non è né semplice tradire, né una riproduzione gemella e zoppa di un testo, ma la creazione di un figlio maturo e in grado di contenere un significato autonomo, che mantiene però significativi legami con il testo originale.

Autore dell’articolo:
Anna Quatraro
Laurea in Mediazione Linguistica e Culturale,
Master Oblique, redattore editoriale, Roma
FR-EN>IT
Padova

Il lavoro di traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Un lavoro di traduzione richiede di per sé un attento lavoro sul testo scegliendo, a seconda del medesimo, di prestare una maggiore attenzione al significato letterale, come nei testi d’uso, o una particolare attenzione al ritmo ed alla musicalità del verso, come in poesia, magari concedendosi qualche piccola licenza sul piano del significato. Tradurre significa interpretazione, studio, ricerca, ma soprattutto la creazione di un ponte tra culture diverse, di cui si deve tener conto quando ci si approccia al testo.

In ambito musicale si è persa la consuetudine di mettere in musica le opere tradotte preferendo, ove possibile, l’originale. Ciò accade non solo per la complessità della traduzione ma per il senso di straniamento che provoca un’opera tradotta: un ascoltatore attento si renderà conto che “qualcosa non combacia”.

Un traduttore musicale lavora quindi sul piano letterario e sul piano tecnico.
Il piano letterario riguarda ciò che un compositore scrive a proposito delle proprie opere o, nel caso l’autore non abbia lasciato indicazioni, il parere degli studiosi. Chi ama la traduzione non potrebbe non amare il testo che ha sotto le mani, e chi ama la musica non può non emozionarsi leggendo le parole di chi ha lasciato tracce nella storia della musica.

Sul piano tecnico ci si approccia ai testi specifici con molta attenzione, sapendo che un termine sbagliato può provocare non solo l’errore ma anche un’incongruenza tra un’eventuale illustrazione e la frase tradotta.

La cosa più emozionante è sapere che un interprete può scegliere un certo modo di eseguire un pezzo perché ha trovato una traduzione nella sua lingua; o sapere che una persona potrebbe comprendere meglio un argomento in una buona traduzione. Ѐ emozionante sapere di avere creato un ponte tra due culture, tra due persone, restando dietro le quinte.

Autore dell’articolo:
Marina Garau Chessa
Traduttrice EN-ES-DE>IT
Sassari

Il mondo della traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Solitamente addentrarsi nel mondo della traduzione non risulta essere un compito facile. La strada che si presenta al giovane e inesperto traduttore è molto lunga e difficile da percorrere. Spesso, purtroppo, i titoli non sono sufficienti (diplomi, lauree, master) e qualche volta la conoscenza di una o più lingue straniere non è abbastanza per svolgere questo mestiere.

In questa prospettiva, apparentemente sfavorevole, risulta quindi complicato cominciare a muovere i primi passi nel mondo delle traduzioni affinché qualcuno possa notare il nostro lavoro. Ecco allora che può risultare di grande aiuto trovare qualcuno già avviato in questo settore, e che magari può essere in grado di insegnarci quelli che sono “i trucchi del mestiere” affinché il giovane traduttore possa trovare l’agognata retta via. Attraverso la guida e i consigli di un traduttore più esperto, si possono capire quelli che sono gli standard richiesti dalla maggior parte delle agenzie di traduzione, mettendoci in grado di poter cominciare la propria carriera nel mondo della traduzione.

I consigli che questa guida può offrire sono vari, solitamente i più importanti riguardano:

- Come presentare il proprio lavoro, rispettando le scadenze.
- Come e quanto libera può essere una traduzione, e magari anche le tariffe da richiedere all’inizio.
- L’attrezzatura di cui avremo bisogno (Vocabolari, libri, programmi di assistenza sulla traduzione).
- Come pubblicizzare i propri servizi.

Oltre a queste utili informazioni, ovviamente, la nostra guida sarà in grado di rispondere a molti altri dubbi che perfezioneranno le nostre traduzioni. Inoltre, il traduttore esperto non potrà, ovviamente, assumerci o offrirci lavoro, ma sicuramente sarà in grado di aiutarci ad avere un’idea più concreta di quello che è e che comporta il lavoro affascinante del traduttore.

Autore dell’articolo:
Giacomo Manfreda
Aspirante traduttore EN<>IT

Traduzioni di qualità o a basso costo?

 Categoria: Traduttori freelance

Tutti vorremmo tradurre, da casa con il nostro PC e guadagnare dei soldini però non è proprio così che funziona! Intanto è chiaro che non esistono criteri universali per tradurre poiché l’argomento o settore fa da padrone e ci impone delle regole.

Le traduzioni di opere letterarie chiedono che venga rispettato quello per le quali sono state create, e cioè lo stile, trasmettendo emozioni e sentimenti.
Non possiamo sacrificare quindi il concetto (cosa molto seria per B. Croce) né lo stile che contraddistingue un autore, ma invece si può variare un sostantivo, un verbo o addirittura tutto un periodo, perché attenendoci ad una traduzione parola per parola si distruggerebbe lo stile di un’opera nonché il suo aspetto lirico e poetico; ad esempio, espressioni come “plus ça change, plus c’est pareil” oppure “don’t give up” non possono essere tradotte alla lettera. Mentre, quando si traduce un libro di fiabe per bambini dove si trasmette un messaggio e non la poesia, si può tradurre alla lettera pur perdendo la caratteristica culturale se si tratta di racconto ambientato in un luogo diverso, per esempio in Canada dove innumerevoli etnie vivono più o meno in armonia e si esprimono in modo diverso rispetto agli italiani.

Le traduzioni di tipo tecnologico, scientifico, ecc. si devono effettuare alla lettera nei limiti del possibile, poiché se nel manuale dell’auto si indica un pezzo come “il sensore di temperatura non andremo a tradurre il concetto (la funzione svolta dal pezzo) bensì l’esatto corrispettivo nell’altra lingua e via di seguito.

A livello giuridico, a mio giudizio ( poiché non ne ho esperienza), si deve esaudire il concetto e allo stesso tempo attenersi alle parole, infatti ci sono delle forme ed espressioni precise per tradurre una laurea o un certificato, quindi ritengo sia meglio specializzarsi nel settore.

Ma come la mettiamo con i traduttori automatici, software, ecc.?
Spesso, all’estero mi sono ritrovato con libretti delle istruzioni tradotti “alla Totò e Peppino”! Una grande quantità di depliant e a volte articoli sono tradotti con errori grossolani.

Forse anche il lavoro di traduttore/traduttrice si sta abbassando qualitativamente a causa delle macchine e dello sfruttamento della mano d’opera a basso costo in Asia?

Autore dell’articolo:
Vincenzo Donato
Dottore in Filosofia
Messico

L’inglese e…la psicologia

 Categoria: Traduttori freelance

Nel 2004 ho preso la decisione di iscrivermi alla Facoltà di Psicologia. Uno degli strumenti di cui mi sono avvalsa maggiormente nello studio degli argomenti relativi alle discipline del mio corso di laurea, è stato rappresentato dagli articoli in lingua inglese. Sino a quel momento avevo avuto modo di conoscere e di studiare le regole grammaticali, sintattiche e stilistiche della lingua inglese e di entrare in diretto contatto con il mondo della letteratura inglese. Poi ho avuto la possibilità di scoprire l’ingente mole di articoli in lingua inglese riguardanti la psicologia. Generalmente si tratta di testi che presentano degli studi che sono stati fatti in merito ad un determinato tema; essi solitamente presentano la seguente struttura:

abstract che analizza gli aspetti principali dello studio;

introduzione: essa è volta a descrivere le premesse teoriche sulle quali lo studio si fonda e ad enunciare l’ipotesi di base della ricerca;

metodo: soggetti e loro reclutamento, strumenti di misurazione e procedure: questa parte è finalizzata in primo luogo, ad enunciare i principali dati relativi ai partecipanti dell’esperimento e a spiegare in che modo essi sono stati reclutati; in secondo luogo essa mira a descrivere le tipologie di strumenti di misurazione che sono stati utilizzati (ad esempio, test, questionari ecc.) e le procedure messe in atto ai fini della realizzazione del progetto;

risultati: in questa parte vengono enunciati i risultati dell’esperimento attraverso tabelle o grafici; tali risultati sono sottoposti ad analisi statistiche;

discussione dei risultati: i dati ottenuti vengono attentamente analizzati e confrontati con le ipotesi di base di ricerca esposte nell’introduzione;

conclusioni: a conclusione della ricerca, vengono espresse delle considerazioni personali sullo studio e suggeriti possibili sviluppi futuri per le ricerche nello specifico settore di cui l’articolo si occupa;

bibliografia: vengono enunciati i riferimenti bibliografici di cui gli autori dell’articolo si sono serviti per realizzare il loro progetto.

Sin da subito ho potuto notare quanto sia difficile studiare questi articoli; non è infatti necessario solo tradurre le parole dall’inglese all’italiano ma anche e soprattutto analizzare in maniera dettagliata ogni loro aspetto poiché bisogna essere in grado di valutare criticamente lo studio presentato.

Autore dell’articolo:
Luigia Tatiana Porcelli
Laurea in Psicologia clinica-Master in Neuropsicologia Clinica
Padova

Il traduttore è un traditore? (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Eppure, non possiamo fare a meno di pensare alla lezione che ci impartì san Girolamo nell’Epistola LVII del De Optimo Genere Interpretandi, in cui enuncia con semplicità il suo principio di base: “Non verbum e verbo, sed sensum exprimere de sensu”, ossia rendere il senso piuttosto che le parole dei testi, considerare il testo nell’insieme e non come un’agglutinazione di parole individuali che fanno senso solo nella loro significazione intrinseca. Non entreremo qui nel dibattito che infuria sin dalla notte dei tempi, quello di interrogarci sulla fedeltà di una traduzione rispetto al testo originale. Forse solo i teorici della traduzione possono ancora dare credito a questo dibattito, ma quelli che traducono sanno molto bene che tutto non si può tradurre sempre in modo ottimo. I giochi di parole, per esempio, rimangono spesso intraducibili, ma possiamo trovare una soluzione nell’adattarli alla cultura della lingua in cui si traduce. I traduttori sanno pure che il loro lavoro è un sapiente miscuglio di parecchie competenze che riuniscono conoscenza, comprensione, pazienza ma anche adattabilità e passione. Quella di non scoraggiarsi e di cercare di tradire il meno possibile l’autore di origine.

Per questo Valery Larbaud, scrittore e traduttore dell’inizio del Novecento questa volta, usa un’immagine che rispecchia proprio l’etica del traduttore. Considera questi “verborum pensitatores”, vale a dire “pesatori di parole”, grazie a bilance mentali che permettono di trovare la parola giusta, quella che tradurrà meglio, in tutte le sue sfumature di significato e in tutte le sue sonorità, la parola che l’autore aveva scelto. Di fatto, il traduttore deve fare scelte ed esse dipendono dal fatto che egli è umano e in conseguenza, ha una personalità propria con convinzioni sul proprio lavoro. Ma essere umano è prima di tutto un vantaggio per il traduttore perché, come potremo accertarcene ogni volta che la curiosità ci spingerà a voler convincerci della nostra utilità, tutti i software che svolgono traduzioni automatiche provocheranno in noi grasse risate nei confronti del senso che daranno al testo tradotto. Questo ci rassicura sul nostro lavoro, sia attuale che futuro e ci rincora a continuare a dare il meglio di noi stessi sventando i tranelli del controsenso! Critiche rispetto al nostro lavoro, ce ne saranno sempre, ma non dobbiamo dimenticare che il difetto più grande della traduzione è di non essere l’originale.

Autore dell’articolo:
AurélieLherminier, francese
Traduttrice IT>FR
Grenoble

Il traduttore è un traditore?

 Categoria: Traduttori freelance

Il traduttore è un traditore? Che cosa dobbiamo pensarne? Noi, traduttori, possiamo proprio nasconderci dietro questa paronomasia per cercare scuse ai nostri errori? E da dove viene questa espressione che sembra ossessionare il traduttore e perseguirlo lungo tutta la sua vita?

Il dibattito è stato aperto tanti anni fa e ripreso in Francia da un autore, Albert Cohen che, fatte alcune ricerche, è rimasto senza una risposta soddisfacente relativa al fatto che la suddetta paronomasia  sia basata su testimonianze storiche precise. Se la paronomasia traduttore-traditore funziona ottimamente in italiano, nelle altre lingue moderne come il francese – traducteur-traître – o l’inglese – translator-traitor –, essa perde in modo totale il gioco con le sonorità. Ma questo non significa per forza che le origini dell’espressione si trovino nell’italiano. Infatti, Joachim du Bellay afferma, nel capitolo VI della Défense et illustration de la langue française, pubblicata nel 1549, che alcuni traduttori meriterebbero di più l’appellativo di “traditeurs” (e non di “traîtres”). La parola esiste davvero in quell’epoca, appartiene al lessico ecclesiastico ed è usata comunemente con il significato di traditore. La troviamo pure nelle opere di Nostradamus che risalgono allo stesso decennio. Inoltre, in italiano, i termini dell’espressione odierna esistevano con la stessa forma ortografica. Del resto, possiamo notare che la parola inglese “traducer” designa un diffamatore. Con tutto questo, il problema dell’origine dell’espressione ci sembra ormai molto meno pertinente rispetto alla significazione della parola “tradurre”.

In realtà, se ci concentriamo sull’origine latina di questo vocabolo, ci rendiamo conto che “traducere”, oltre i sensi di “far passare” e di “tradurre”, significa anche “ingannare” a partire dal momento in cui comincia a svilupparsi il cristianesimo. Questo coincide peraltro al periodo in cui grandi scritti vennero tradotti; accenno ovviamente alla Bibbia. Così, ci fu un’epoca storica in cui le due pratiche, sfortunatamente, si confondevano… Bella etica quella del traduttore!

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
AurélieLherminier, francese
Traduttrice IT>FR

Strategie traduttive

 Categoria: Traduttori freelance

La traduzione è un’attività molto antica che risale al III secolo a.C., all’epoca alessandrina. Fin dall’antichità si è tradotto per motivi commerciali, per divulgare opere e generi letterari.

La traduzione è la trasposizione di un messaggio scritto in una lingua di partenza in uno scritto in un’altra lingua. L’atto del tradurre, però, non si limita al semplice trasferimento dei segni linguistici, ma è un processo più complesso, di natura multidisciplinare, costituito da diverse operazioni e strategie traduttive dove il traduttore deve tenere conto anche della mediazione culturale. Importante è anche conoscere la cultura del testo di partenza e di arrivo oltre che le due lingue, poiché anche due lingue molto vicine, come ad esempio l’italiano e il francese, possono presentare delle difficoltà nella traduzione legate alla cultura, come le festività. Infatti, ”l’epifania” italiana non ha un preciso corrispondente in francese, dove invece si festeggia con la “galette des rois”, il traduttore può in questo caso optare per la non traduzione, per il corrispondente della lingua d’arrivo o per un binomio traduttore esplicativo.

Il processo traduttivo è dunque costituito da scelte che il traduttore deve compiere tenendo conto delle diverse culture, ma anche del destinatario, cioè il lettore modello a cui si rivolge il testo. A volte le caratteristiche culturali possono essere tanto diverse al punto da richiedere al traduttore la modifica del testo per mantenere l’equivalenza funzionale. Il successo di un testo tradotto dipende dalla capacità quindi del traduttore di elaborare una strategia traduttiva adatta a un numero elevato di lettori.

La traduzione è un’attività indispensabile per la società odierna, è grazie ad essa che popoli diversi tra loro per cultura, lingua possono comunicare tra loro ed allargare i propri orizzonti, in un mondo dove ormai non esistono confini.

Autore dell’articolo:
Valentina Paolino
Laureata FR-SP-EN<>IT
Pozzallo (RG)

Tradurre significa scoprire culture diverse

 Categoria: Traduttori freelance

La lingua e il contenuto di un testo riflettono una cultura specifica. Tradurre significa scoprire culture diverse. Il traduttore ha il compito di tenere conto delle differenze culturali cercando di adottare la strategia migliore in modo tale da creare un “metatesto” comprensibile. I traduttori devono possedere quindi una buona conoscenza della storia e della cultura in cui un testo e’ nato, svolgendo una funzione di intermediario. Inoltre, il traduttore deve cercare di trasmettere le informazioni in modo più preciso possibile, evitando di aggiungere abbellimenti o materiale proprio.

I testi di culture diverse dalla nostra sono ricchi di termini culturalmente specifici. Queste parole, chiamate “realia” non hanno corrispondenze precise in altre lingue. Quindi il traduttore solitamente opta per mantenerle inalterate per preservare l’ambientazione culturale del testo originale, a meno che non ci siano differenze di alfabeto o si tratti di espressioni legate alla cultura, che riportate nel testo tradotto non avrebbero più alcun significato. In questo caso sono necessarie spiegazioni in nota o nell’apparato meta testuale. È importante che il traduttore riesca a trasmettere, oltre al significato semantico, anche l’aspetto connotativo, elemento essenziale per una completa percezione dell’immagine.
Se questi termini difficilmente traducibili vengono tradotti, il traduttore riesce a rendere il testo maggiormente scorrevole ma andando a discapito dell’autenticità della cultura del testo di partenza. Queste constatazioni mettono in luce l’importanza della presa di coscienza delle diverse culture e la difficoltà del lavoro di un traduttore nel rendere un testo comprensibile soprattutto se privo di apparato metatestuale. D’altra parte se questi termini vengono lasciati come nel testo originale, il testo finale risulterà arricchito perché è stato inserito un elemento di un’altra cultura senza mascherarlo, ampliando la visione culturale del lettore e producendo un effetto di straniamento.

Un esempio chiaro che semplifica quanto detto fino ad ora possono essere i testi di autori sudafricani. Vivendo in una nazione in cui le lingue principali sono l’inglese e l’afrikaans, gli scrittori di questo paese pur scrivendo in inglese inseriscono spesso parole nella seconda lingua citata. La presenza di parole di questo tipo: Voortrekker, oupa, oupagrootje, tannie, braaivleis, volk, ecc, contribuisce a dare la forte impressione di entrare in contatto con la mentalità degli Afrikaans. Sono parole che riflettono un diverso modo di pensare, una diversa concezione del mondo. Ad esempio braaivleis non ha una precisa parola equivalente in italiano o in altre lingue, perché appartiene ad una tradizione tipica del Sudafrica.

Autore dell’articolo:
Lisa Boretti
Laureata in Lingue e Letterature europee e americane
Firenze

Il buon traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

E’ soltanto negli ultimi anni che ho capito la fortuna di essere bilingue. Nata e cresciuta per gran parte della vita a Londra (GB) e per diversi anni in Italia dove attualmente vivo, ho potuto acquisire la cultura e conoscenza linguistica di entrambi i paesi. L’inglese, la mia madrelingua e l’italiano mi sono sempre state richieste durante la mia formazione e sono sempre servite da aiuto ai vari amici e parenti che necessitavano di “traduzioni” in una lingua o nell’altra. Un giorno, capii che questa mia capacità di tradurre poteva servire e che in fondo questo lavoro lo poteva fare chi conosce bene due lingue. Ho preso la specializzazione con un Master in Traduzione capendo i requisiti necessari di questo mestiere.

Quindi, cosa fa di un traduttore un buon traduttore? La mia esperienza mi ha insegnato che il buon traduttore, capito bene il concetto del testo di partenza, deve innanzitutto scegliere la semplicità per rendere la lettura del testo di arrivo del committente il più scorrevole e di facile lettura possibile, riportando fedelmente le idee del testo di partenza usando le medesime parole quanto più possibile. E’ molto importante non cercare di cambiare il testo di partenza facendo delle aggiunte, omissioni o riassunti e rispettare ciò che vuole comunicarci l’autore del testo originale. Naturalmente si devono rispettare tutte le regole e le tecniche necessarie che comporta il “tradurre” facendo attenzione anche all’accuratezza dei particolari. La continua evoluzione delle lingue richiede di mantenersi sempre aggiornati circa nuove terminologie e modi di dire. Solamente usando questi piccoli “tools” si riesce a dare alla traduzione quella “rifinitura” che fa la differenza.

Spesso si ricorre all’uso di “traduttori automatici”, molto utili per chi vuole risparmiare tempo e fatica. Il traduttore automatico però non riconosce e non capisce il significato delle parole usate nel loro contesto, e non può fare altro che effettuare una traduzione basandosi sul dizionario e sulla grammatica. I traduttori automatici quindi dovrebbero essere usati da traduttori professionisti, altrimenti si rischia di tradurre tutt’altro concetto di quello che si voleva trasmettere!

Per concludere, ogni traduzione rappresenta per me una sfida diversa, una strada da percorrere, dove scavalcare ostacoli e raggiungere nuovi traguardi imparando sempre qualcosa di nuovo!

Autore dell’articolo:
Francesca Ashley Foxley
Traduttrice freelance EN<>IT
Ravenna

La traduzione: semplice solo in apparenza!

 Categoria: Traduttori freelance

“Tradurre? E che ci vuole?” potrebbe pensare qualcuno, “Basta avere un’infarinata generale di una lingua ed è un gioco da ragazzi!” Ebbene, questo è un grosso errore! Perché? Per diversi motivi.
Il primo motivo è che la conoscenza della lingua straniera non è che un mattone del muro che bisogna costruire per poter essere bravi traduttori. E, certo, non basta avere un’idea o sapere qualche frase qua e là, ma ci vuole una conoscenza approfondita, un buon vocabolario alla base e le regole grammaticali ben assimilate. Per far questo ci vuole tempo, mesi, anni e anche più.

Un secondo motivo è che chi la pensa come sopra non considera minimamente che la cultura sia un fattore determinante. Questo non è affatto vero. Il background, ovvero il passato, le tradizioni, la cultura di un popolo e, di conseguenza, la sua cultura influenzano il modo di pensare, di ragionare, di capire, di agire e di reagire delle persone. E la lista potrebbe continuare…

Il terzo e ultimo motivo che vogliamo analizzare è che il traduttore in gamba deve dedicare molto tempo al suo lavoro, non pensando che lo possa fare nei ritagli di tempo, come passatempo o distrazione.
Ci vogliono, come per tutti i lavori, costanza, impegno, dedizione e passione. Questo pretende sacrificio, ma si sa, senza di esso non si ottiene nulla.
La nostra lista potrebbe continuare, ma questo è già sicuramente un buon inizio per lavorare come traduttori. Prestate attenzione a questi punti e… buon lavoro a tutti i traduttori, presenti e futuri!

Autore dell’articolo:
Matteo Bernardini
Traduttore EN-RO>IT
Ponsacco (PI)

Il traduttore è un ricercatore

 Categoria: Traduttori freelance

La mia passione per la lingua italiana è nata con il primo viaggio in Italia da quando ho potuto scoprire tutta la ricchezza di questo paese, cioè la melodia di questa lingua, la bellezza dei paesaggi e la cultura che è come un ponte perché unisce i cittadini con la loro terra.

Anche se ho studiato Lingue e Culture Moderne proprio in Italia, la verità è  che non  basta conoscere una lingua solo dal lato linguistico perché, altrimenti, gli elementi di cultura resteranno completamente estranei. Uno può distinguere bene i segni del linguaggio, ma non riuscirà a capire il senso di un dialogo tra due italiani in una certa situazione. Perché? La lingua non esiste senza cultura, la quale penetra in essa fin dal suo inizio. La cultura è un bagaglio storico di ogni lingua senza il quale un viaggiatore non può partire per andare all’estero perché non comprende le indicazioni per la strada giusta. Chiunque vuole imparare una lingua straniera, ma specialmente il traduttore, diventa un ricercatore che fin in fondo deve scoprire il patrimonio culturale. Per questo motivo è sempre più facile  catturare le differenze culturali durante un soggiorno all’estero perché, per capire bene un atteggiamento degli stranieri, bisogna vedere dal vivo ed acquistare esperienza. La comprensione del comportamento di uno straniero è un secondo passo nella strada infinita di imparare una lingua. All’età di dodici anni, non conoscendo neanche una parola italiana, ho vissuto per tre mesi solo con italiani nel Molise. Come risultato ho imparato tanto, tanto di più in questi tre mesi rispetto a quanto avevo imparato studiando un’altra lingua straniera per tre anni nella scuola nel mio paese. A parte che dodici anni è, linguisticamente parlando, l’età ritenuta come la più adatta nell’adolescenza per imparare una lingua straniera, ho comunque fatto anche  uno sforzo intellettuale cercando di  osservare attentamente come parlavano e come si comportavano i molisani, individualmente o nei diversi gruppi, nelle varie situazioni di vita quotidiana. Questa esperienza non si può ottenere in nessuna scuola ma bisogna viaggiare, osservare o meglio guardare nel profondo di ogni situazione, ascoltare e finalmente scoprire “quali strade sono giuste per diventare un esperto linguistico-culturale”.

Un viaggiatore impara molto più velocemente e grazie alle sue utili osservazioni, potrà affrontare più facilmente tutte le difficoltà che incontrerà durante il processo di traduzione. Ogni traduttore sa che a volte il suo lavoro porta tanti dubbi e spesso ci vuole tanto tempo per trovare la soluzione giusta; qualche volta passano giorni per riuscire a mettere anche una sola parola in un certo contesto. Uno dei famosi traduttori, E. Nida, ha sottolineato che grazie all’equivalenza dinamica, il testo tradotto compie più facilmente il senso vero nel target language.  Questa metodologia permette al traduttore di cercare il significato delle parole, ovvero delle frasi, tramite il target culture. In questo modo il traduttore non si limita a trovare solo il significato letterale, ma viaggia oltre tutti i confini linguistici per arrivare allo scopo, cioè rispecchiare il senso che porta il testo originale.

Autore dell’articolo:
Patrizia Rzepecka-Gielnik
Traduttrice EN-IT>PL
Laureata in Lingue e Culture Moderne e in Traduzione
Wrocław (Polonia)

Il linguaggio dell’economia e della finanza

 Categoria: Traduttori freelance

La lingua dell’economia e della finanza è a tutti gli effetti un linguaggio specialistico. Con “linguaggio specialistico” o “lingua speciale” s’intende la varietà funzionale di una lingua naturale, che dipende da un settore di conoscenze specialistico e che quindi viene utilizzata da un gruppo di parlanti ristretto, per soddisfare i bisogni comunicativi di quel settore e facilitare la comunicazione tra di loro. Come, ad esempio, la lingua della medicina viene parlata dal gruppo ristretto dei medici.
Fra le caratteristiche delle lingue speciali, si possono annoverare tra le più importanti la precisione, la mono-referenzialità, l’oggettività e non-emotività, l’economia e la chiarezza.

Tuttavia, se si prende in considerazione la lingua speciale dell’economia in un particolare genere testuale, quello dell’articolo di quotidiano, emergono osservazioni interessanti. In primo luogo, si può facilmente notare una certa soggettività ed emotività di questa lingua speciale. Infatti, se si prova ad analizzare un qualsiasi articolo di argomento economico su un quotidiano, si possono riscontrare numerose figure retoriche, prime fra tutte le metafore, che spesso lasciano trasparire l’opinione dell’autore e fanno sì che i testi economico-finanziari della stampa presentino caratteri simili a quelli letterari. Facendo riferimento ad alcuni esempi individuati in testate quali “La Repubblica” o “Il Corriere della Sera”, è stata notata la presenza di metafore che fanno riferimento a particolari categorie della vita reale. Ad esempio, metafore che fanno riferimento alla sfera della salute, come l’espressione largamente utilizzata “economie in salute” per fare riferimento a nazioni che non presentano particolari difficoltà da un punto di vista economico-finanziario; oppure la parola “contagio”, usata in particolare per esprimere la paura o il rischio di un fallimento come quello che ha investito la Grecia. Ed ancora, espressioni che fanno riferimento alla meteorologia, come l’espressione “turbolenza”, per indicare situazioni di disordine e instabilità, in modo particolare per quanto riguarda i mercati finanziari. Per non parlare delle espressioni che fanno riferimento alla sfera bellica, come l’utilizzo del verbo “combattere”, impiegato in contesti in cui la crisi economica e i problemi ad essa collegati vengono delineati come il nemico da sconfiggere.

Da un punto di vista prettamente linguistico, quindi, la tipologia di linguaggio economico-finanziario considerata in questo articolo devia dalle caratteristiche di oggettività e non-emotività normalmente attribuite alle lingue speciali. Inoltre, l’utilizzo di espressioni figurate non fa altro che far trasparire la fervida immaginazione dell’autore. Infatti, i testi economico-finanziari difficilmente sono del tutto informativi ed oggettivi e le espressioni linguistiche utilizzate rappresentano molto spesso spie di soggettività.

Autore dell’articolo:
Zaira Fiori
Traduttrice EN-DE>IT
Ponsacco (PI)

Una buona traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Fare una buona traduzione non significa semplicemente tradurre “parola per parola”: se fosse così semplice basterebbe affidarsi ad un traduttore online ed il gioco sarebbe fatto. Ci avete mai provato? Il risultato è tanto veloce, quanto… incomprensibile.

Il mio primo capoufficio aveva l’abitudine di dire ai clienti di lingua anglofona: “We will do the bridge”; è vero che “bridge” significa ponte, ma non nel senso che intendeva lui, non per spiegare che gli uffici sarebbero stati chiusi più giorni in occasione della festività di turno. Molti di noi sono convinti di saper parlare bene un’altra lingua, questo vale soprattutto per l’inglese, perché lo hanno studiato a scuola, hanno frequentato qualche corso e soprattutto si sono esibiti con il loro migliore inglese durante le vacanze estive, nel tentativo di “attaccare bottone” con il vicino di ombrellone in spiaggia. Eppure pare che a livello europeo siamo tra i più scarsi in fatto di conoscenza linguistica. Non parliamo poi di effettiva padronanza linguistica.

Il compito di un traduttore, nonché la sua principale soddisfazione, è quella di consentire a chiunque di leggere e assaporare le idee altrui, anche quando sono espresse in una lingua diversa e sconosciuta, di agire da tramite tra il lettore e l’autore rendendo il suo pensiero accessibile a tutti. Per capire un testo straniero non basta solo tradurre quell’insieme di parole, ma è importante comprendere il significato globale del discorso, le sfumature di significato e soprattutto, secondo me, avere la capacità e la sensibilità di trovare la parola che meglio rappresenta, nella propria lingua madre, ciò che voleva esprimere l’autore nel testo originario.
Quanto sopra a livello macroscopico: è evidente poi che bisogna capire le singole parole, sapendo che sovente ci si può trovare di fronte a neologismi, a espressioni dialettali, allo slang giovanile o a termini tecnici e chissà cos’altro. In questi casi arrivano in aiuto i dizionari tecnici, la propria esperienza di traduttore e interprete e, perché no, anche l’umiltà di chiedere, quando è possibile, delucidazioni a chi ha scritto il testo.

Infine, ciliegina sulla torta, è fondamentale conoscere bene la propria lingua, padroneggiarla, oserei perfino dire amarla, al punto da rendere quanto scritto in lingua originale nel modo più armonioso ed elegante possibile. Insomma… conoscere altre lingue offre la possibilità di entrare in contatto con popoli diversi da noi, con la loro cultura, il loro modo unico di ragionare e di approcciarsi alle cose, consente di viaggiare autonomamente visitando anche luoghi lontani dai soliti circuiti turistici, di stringere nuovi rapporti di amicizia, di fare esperienze di studio o lavoro all’estero e, cosa più importante, di aprire i propri confini!

Autore dell’articolo:
Elena Mancardi
Traduttrice FR-EN>IT
Borgo San Dalmazzo

Metodo e sensi per imparare una lingua (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Mi ricordo ancora lo schema d’attacco che buttai giù al mio ritorno dal soggiorno in terra inglese. Recitava più o meno così:

1. Listening: dai film, ai telegiornali, dalle trasmissioni radio ai podcast su internet, annotarsi tutte le parole sconosciute, le espressioni idiomatiche, i modi di dire, le collocazioni, ecc. Cercare poi di farsi venire in mente delle frasi chiave e di uso comune attraverso l’ausilio dei corpora e che siano facili da memorizzare;

2. Reading: sottolineare e prender nota di tutte le espressioni interessanti tipiche del parlato e dello scritto presenti in articoli di giornale, riviste online, magazine, ecc. Classificarle poi in una tabella e tenerla sott’occhio quando si deve scrivere un testo;

3. Speaking: fare un uso attivo e sensato del maggior numero di nuovi vocaboli, incontrati nelle letture e negli ascolti;

4. Writing: cercare di esercitare la scrittura in più ambiti, così da arrivare a padroneggiare bene i diversi linguaggi settoriali, usando possibilmente parole ed espressioni nuove incontrate negli ascolti e nelle letture;

Questo metodo per imparare una lingua straniera ha sempre dato i suoi frutti ed è grazie alla costante applicazione di queste strategie a ogni singola azione quotidiana che il mio vocabolario inglese è aumentato in maniera esponenziale. Non c’è pertanto voluto molto perché questo piano d’attacco lo applicassi anche alla mia seconda lingua straniera, il tedesco. Devo dire che questa sistematicità, una sorta di escamotage di fronte all’immensità lessicale, sebbene rischi di sfociare in infinite liste di nuove costruzioni linguistiche, si è rivelato molto utile anche in ambito traduttivo, e grazie a questo sono riuscito ad acquisire maggiore sensibilità nell’interpretazione dei testi. Ciò di cui inoltre mi sono reso conto nei miei anni di studio è un altro aspetto fondamentale per l’apprendimento linguistico: il coinvolgimento sensoriale. Più sensi entrano in gioco quando veniamo in contatto con le strutture linguistiche, più alta è la possibilità che queste si ancorino in modo permanente nella memoria a lungo termine. Facciamo un semplice esempio: se leggo e pronuncio la parola artichoke avrò una certa percentuale di possibilità di ricordarla. Ma se io, oltre a leggerla e a pronunciarla, coinvolgo il gusto e l’olfatto mangiando l’artichoke la percentuale di memorizzarla aumenta. Se la lingua si trasforma poi da oggetto di studio a medium affettivo come nel caso delle amicizie, dei rapporti di tandem o magari degli amori, ecco che si ha il massimo coinvolgimento sensoriale da cui deriva il massimo apprendimento.

Dunque, per concludere, la mia ricetta personale è: strutturare con precisione scientifica l’approccio alla lingua straniera e non imparare solo con l’intelletto ma anche con tutti i nostri sensi.

Autore dell’articolo:
Francesco Galli
Traduttore EN-DE<>IT
Firenze

Metodo e sensi per imparare una lingua

 Categoria: Traduttori freelance

Sì, lo so, è una domanda la cui risposta può sembrare scontata (quante volte abbiamo detto o ci siamo sentiti dire “leggi, fai gli ascolti, guarda la tv!”? Tante, vero?), eppure siamo di fronte a un quesito al quale spesso diamo una risposta poco precisa o troppo superficiale, e che lascia spazio alle più diverse interpretazioni. Del resto è ancora abbastanza diffusa l’idea, ed è proprio questa la risposta che sentiamo più frequentemente, che se si vuole imparare una lingua straniera bisogna leggere (e tanto), ascoltare trasmissioni radiofoniche in lingua, guardare i canali delle emittenti straniere o consultare pagine web. Certo, tutto ciò serve, nessuno lo mette in dubbio. Ma la domanda qui è un’altra: in che modo ciò diventa davvero utile? In altre parole, che uso facciamo di queste strategie di individual learning, generalmente adottate quando siamo alle prese con una lingua straniera? Quanto riusciamo effettivamente a capire e a ricordare di tutto ciò che ascoltiamo o leggiamo in una lingua straniera? Tutto sta nel capire la differenza tra apprendimento attivo (ciò che capiamo, ma non riusciamo poi a inserire in un contesto comunicativo) e apprendimento passivo (ciò che capiamo, immagazziniamo, ma non riusciamo poi a riutilizzare).

In virtù di ciò, io sono dell’idea che noi non saremo mai in grado di appropriarci di una nuova lingua se il nostro approccio ad essa è confuso e mal organizzato. E cioè, non possiamo pretendere di diventare degli esperti in una qualsiasi lingua straniera senza uno studio sistematico, senza un vero e proprio piano di attacco che sia efficace, senza agire, come accennavo prima, attivamente. Per questo l’unico modo è pianificare il metodo di apprendimento di una lingua, prima di tutto cercando di capire quali sono le varie abilità peculiari dei linguaggi, e solo dopo individuare le migliori strategie per acquisire competenze. Per dirla con termini abbastanza noti a tutti, userò l’inglese: reading, listening, speaking e writing. Sono queste le aree in cui si modulano i linguaggi. Forse non tutti sono coscienti del fatto che in fondo il loro è un apprendimento tendente al passivo, convinti che sia sufficiente mettersi davanti a uno schermo piatto, accendere la radio o passare in edicola per acquistare un quotidiano straniero. Facciamo un esempio: chi di voi guarda un film con un dizionario accanto? Molti di voi direbbero: “Certo che no, mi prenderebbero per matto!”; oppure: chi di voi prima di iniziare a leggere un articolo lungo 6-7 pagine (e nelle testate straniere ce ne sono non pochi) si procura un evidenziatore per poi annotarsi tutte le espressioni interessanti dal punto di vista linguistico? Immagino che la reazione più comune sia questa: “Ma che fatica! Se faccio così, questo articolo non lo finisco più! Ho ben altro da fare!” Vi ricorda qualcuno? Beh, a me sì.

Fino a un paio di anni fa mi affacciavo alla lingua straniera in maniera troppo passiva, mi fermavo a un approccio globale che rischiava di essere anche superficiale e, solo dopo aver trascorso un mese e mezzo in Inghilterra frequentando un corso sul miglioramento delle mie competenze linguistiche in tutti le aree di cui parlavo prima, mi resi conto che c’era qualcosa che non andava nel modo in cui io stavo ampliando il mio vocabolario. Da allora decisi che a seconda dell’area linguistica con la quale avrei avuto a che fare mi sarei comportato di conseguenza.

Nella seconda parte dell’articolo che verrà pubblicata domani vi parlerò delle mie strategie per imparare una lingua straniera.

Autore dell’articolo:
Francesco Galli
Traduttore EN-DE<>IT
Firenze

La linguistica: cos’è e perché è utile?

 Categoria: Traduttori freelance

È difficile dare una definizione di “linguistica”. Spesso, quando dico di essere una linguista, la gente mi chiede: “Ma quante lingue parli?”. Effettivamente, ne parlo tante, ma non è necessario sapere molte lingue per essere un linguista. La linguistica è la scienza che studia scientificamente il linguaggio, le sue strutture sintattiche, morfologiche e semantiche. La sintassi si occupa dei rapporti fra gli elementi della frase: in un’espressione come “Luigi è bravo” individuiamo un soggetto (Luigi), un predicato (è) e un nome predicativo (bravo). La morfologia studia gli elementi di significato all’interno dei confini della parola: nell’aggettivo “bravo” distinguiamo il tema ‘brav-’ – che ci dà il significato primario della parola – e la desinenza ‘-o’, che ci dice che la forma è maschile e singolare (e si oppone perciò a “brav-a”, “brav-i”, “brav-e”). La semantica, infine, si occupa del significato, sia di lessemi (parole) che di intere costruzioni. Nella mia tesi di dottorato mi sono occupata dei diversi modi di esprimere il concetto di “possesso”, e l’impresa non è stata facile: qual è il significato comune di espressioni come “ho un cane”, “ho il raffreddore” e “ho un problema”? Perché si può dire “ho un problema” ma non “possiedo un problema”? Le disquisizioni su questo tema sono infinite, fra gli studiosi.
Ad ogni modo, le due branche che mi piacciono di più della linguistica sono la linguistica storica – che si occupa dello sviluppo e del mutamento delle lingue nel tempo – e la linguistica tipologica – che si occupa di individuare strutture universali, presenti in tutte le lingue del mondo, e di osservare come ogni lingua le faccia proprie.

Facciamo due brevi esempi. In italiano diciamo ‘padre’, in inglese ‘father’, tedesco ‘Vater’, sanscrito (un’antica lingua indiana) ‘pita’, in greco ‘pater’. La somiglianza è innegabile: tutte queste parole non solo hanno simile significato, ma anche una simile forma fonetica. Prendiamo ancora la desinenza dell’accusativo (il caso che indica l’oggetto di un verbo transitivo): è –M/ -N in latino (regeM ‘re’), greco antico (lukoN ‘lupo’), sanscrito (rajaM ‘re’), lituano, slavo antico, persiano….Non può essere una coincidenza! Osservando questi e da altri esempi, nell’Ottocento, i pionieri della linguistica indoeuropea capirono e provarono che un numero enorme di lingue, parlate in Asia ed Europa, derivavano in realtà da una comune lingua madre, parlata circa 5000 anni fa, il proto-indoeuropeo: latino e lingue romanze, lingue germaniche, slave, baltiche, albanese, armeno, persiano, hindi, e molte altre ancora sono lingue sorelle – come prova la linguistica storica.
È possibile però comparare anche lingue diverse fra loro, che non hanno parentela. Da questa comparazione emergono interessanti dati: alcune lingue, per esempio quelle semitiche, come arabo ed ebraico, non distinguono fra “passato” “presente “ e “futuro”, ma solo fra azioni completate e azioni in corso. In alcuni casi lingue diverse fra loro possono influenzarsi a vicenda. È il caso del finlandese e del russo: in finlandese “io ho” si traduce “presso di me è”: minulla on talo “presso di me è una casa = ho una casa”. Il russo ha un verbo avere, come le altre lingue slave, ma usa per esprimere il possesso principalmente una costruzione che significa “presso di me è”: u menja dom “presso di me è una casa = ho una casa”. In questo caso il russo è stato influenzato dalle lingue finniche, come il finlandese, che sono parlate in una zona geograficamente attigua a quella dei dialetti russi.

Tutte queste cose possono sembrare astratte, interessanti, ma poco utili per un uso pratico delle lingue. In realtà è vero il contrario! È vero che si può usare l’italiano, o il russo, senza conoscere nulla delle loro strutture grammaticali, della loro appartenenza alla famiglia indoeuropea, o sull’origine della costruzione russa per esprimere il verbo “avere”. Si può…ma si perde molto! Al contrario, da linguista, traduttrice da svariate lingue europee e da amante delle lingue, posso dirvi che quanto più si sa di una lingue e della sua storia, più si conoscono le strutture fondamentali del linguaggio, tanto più si penetra in profondità nel “segreto” di una lingua, la si sente propria e la si comprende a fondo. Ovviamente, bisogna anche conoscere la cultura di cui è veicolo; la letteratura che ha espresso, etc.: tutte queste informazioni sono ciò che costituisce l’humus di un traduttore, ciò da cui partire per tradurre persino un contratto legale o una perizia tecnica: perché le parole non sono mai solo parole, sono sempre parte di un organismo vivo che chiamiamo lingua.

Autore dell’articolo:
Lidia Federica Mazzitelli
Dottore di ricerca in Linguistica slava
Traduttrice RU-EN-DE-SL-PL>IT

La traduzione di un mito aborigeno (3)

 Categoria: Traduttori freelance

Quella che segue è invece la traduzione in inglese del solo testo aborigeno.

1. To ashes the fire burnt down, to ashes it burnt,
To ashes the fire burnt down.
2. To ashes all burnt down, in ashes he lies,
He lies.
To ashes, not seeing in ashes he lies.
3. Lying in the ashes not seeing
Lying in the ashes.
4. The fire-brand burnt it.
Ashes, the fire!
The fire-brand burnt it.
Ashes, the fire.

5. Akilyawa he calls himself, the Aranda
name for “dragon lizard”,
He looks at his bare bones and leaves
his burnt camp.
5a. He leaves his burnt camp, he looks at his bare bones
He calls himself Akilyawa,
He looks at his bare bones and leaves his burnt camp.
(half sung)
Now arise!

6. It was evening, twilight, evening
Twilight, and the mulga was burnt, it was evening.
7. He picks up sticks,
He picks up sticks,
With his hands he builds a humpy.
8. The salt lake Mirlaka is there, it glistens,
He makes a noise as he vomits, it glistens.

9. He sees he has turned greyish white, there he sees he is greyish white,
There lies his tail. When he scratches himself it falls apart.
He sees he has turned greyish white, there.

9a. He sees he has turned greyish white, somewhere, when he scratches himself,
He sees he has turned greyish white, somewhere, when he scratches himself.

10. I am the Knob-tailed Gecko, the Knob-tailed Gecko,
I am the Knob-tailed Gecko, the Knob-tailed Gecko.
My body I bury below.
10a. My body I bury below
My body I bury below.
I am the Knob-tailed Gecko, the Knob-tailed Gecko,
I am the Knob-tailed Gecko, the Knob-tailed Gecko.
My body I bury below.

A questo punto proponiamo la traduzione in italiano della versione inglese e del commento aggiunto in inglese al testo originario aborigeno. Il commento era stato fornito, in lingua originale, a Duwell e Dixon da Mick McLean Irinyili, discendente della gente Wangkangurru, un popolo di lingua Aranda, diffusa, con numerosi dialetti, in tutta l’Australia centrale, specialmente lungo il Finke River e nel Deserto di Simpson. Il canto prende le mosse dal Grande Incendio Ancestrale che prese inizio proprio nella regione degli Aranda e si spostò verso nord-est. Narra le vicende di un mitico antenato, il quale diede origine al sogno di questo animale totemico.

I Canti del Geco dalla Coda a Pomo

1. In cenere il fuoco bruciò, in cenere bruciò,
In cenere il fuoco bruciò.

La Lucertola delle Dune, Wakultyuru, era nel fuoco al campo Kudnara. Egli tentò di proteggersi col suo scudo, ma lo scudo si bruciò. La sua pelle si staccò. Mentre giaceva nella cenere cantò questo verso.

2. Tutto bruciò in cenere, nella cenere egli giace
Egli giace
In cenere, senza più vedere nella cenere giace.

Sarà stato il giorno dopo: ritornò lentamente alla vita tra la cenere. Non era ancora un Geco dalla Coda a Pomo. Era Wakultyuru, cioè una lucertola delle regioni delle dune sabbiose. Lo si può vedere dappertutto: è marrone con una grossa testa e la coda lunga. Le ustioni lo hanno fatto sembrare diverso: si sarebbe trasformato in un Geco dalla Coda a Pomo chiamato Mayipalkuru o Tyarla-tyarla.

3. Giace nella cenere senza vedere,
Giace nella cenere.

Rimase là,se ne stette appiattito dopo l’incendio, senza guardare da nessuna parte. Se ne stette disteso e continuò a restare disteso. Non che dormisse: era come morto.

4. Il tizzone ardente lo bruciò. Cenere, il fuoco!
Il tizzone ardente lo bruciò. Cenere, il fuoco!

Riuscì a guardare in su e vide il proprio campo; era stato bruciato.

5. Akilyawa chiama se stesso, il nome Aranda che indica la “lucertola drago”,
Guarda le sue ossa nude e abbandona il suo campo bruciato.

Gradualmente recuperò abbastanza forza per muoversi. Diede a se stesso il nome con un verso. E girò il verso intorno.

5a. Egli abbandona il suo campo bruciato, guarda le sue ossa nude
Chiama se stesso Akilyawa,
Guarda le sue ossa nude e abbandona il suo campo bruciato.
(mezzo cantato)
Ora alzati!

E si levò dal morto.

6. Era sera, crepuscolo, sera,
Crepuscolo e il mulga era bruciato, era sera.

Ecco come partì e si guardò intorno attentamente per decidere in quale direzione e da che parte andare.

7. Raccoglie ramoscelli,
Raccoglie ramoscelli,
Con le mani costruisce un riparo.

Continuò a cercare un posto dove accamparsi ma la campagna intorno era già nel crepuscolo. Il sole tramontò. Cercava un frangivento, un po’ di rami d’acacia mulga per farsi un riparo. Tutto era stato bruciato dal fuoco. “Dove posso andare a riposare tra qualche albero di mulga?”
Andò avanti. C’era un albero di mulga nella palude, un albero di mulga! La palude non era bruciata e l’albero era rimasto in piedi, vivo. Trascorse la notte sotto l’albero di mulga e il giorno dopo si si spinse ancora più a sud-ovest, nel deserto.

8. Il lago salato Mirkala è laggiù, risplende,
Egli produce un rumore mentre vomita, risplende.

Allora vide il lago salato Mirlaka e lo nominò nel suo canto.

9. Si accorge di essere diventato bianco grigiastro, là si accorge
di essere diventato bianco grigiastro.
Là giace la sua coda. Mentre si gratta essa si stacca.
Si accorge di essere diventato bianco grigiastro, là.

Era ancora molto ammalato, poiché il fuoco gli aveva bruciato lo stomaco. Mentre guardava il lago si trasformò in un Geco dalla Coda a Pomo poiché era stato bruciato dal fuoco. Vide che dall’altra parte del lago, non lontano dalla riva, c’era una grande duna di sabbia. Raggiunse la sommità e osservò l’area circostante. Cercava un posto. Dove poteva nascondersi sottoterra e riposare in pace? Era ancora sofferente per il fuoco e la coda si era staccata.

9a. Si accorge di essere diventato bianco grigiastro, da qualche parte,
quando si gratta,
Si accorge di essere diventato bianco grigiastro, da qualche parte,
quando si gratta.
10. Sono il Geco dalla Coda a Pomo, il Geco dalla Coda a Pomo,
Sono il Geco dalla Coda a Pomo, il Geco dalla Coda a Pomo.
Nascondo il mio corpo sottoterra.
10a. Nascondo il mio corpo sottoterra,
Nascondo il mio corpo sottoterra.
Sono il Geco dalla Coda a Pomo, il Geco dalla Coda a Pomo,
Sono il Geco dalla Coda a Pomo, il Geco dalla Coda a Pomo.
Nascondo il mio corpo sottoterra.

Infine trovò un posto per accamparsi. Andò a stendersi sottoterra, si scavò un rifugio sottoterra, poi pronunciò una maledizione, una formula magica per quel posto. (Il cantore non rivela la maledizione che, afferma, gli è stata rivelata dal padre. Si riferisce a ciò che era accaduto al Geco. Può essere rivolta solo contro un uomo.)

Risulta evidente che la prima cosa che si perde, nella traduzione di un mito che originariamente era raccontato in versi è, come qualcuno ha acutamente notato, la voce, la tonalità originaria. Tentare di mantenere la tonalità di un racconto è sempre la cosa più difficile per ogni traduzione. Le lingue degli aborigeni posseggono una straordinaria musicalità, data dalla possibilità di realizzare straordinari effetti sonori mediante il gioco delle ripetizioni delle allitterazioni e delle assonanze, che evaporano completamente nel processo di traduzione. Inoltre, i canti, che erano legati spesso a cerimonie sacre, riti di iniziazione o propiziatori, erano accompagnati dal fragore prodotto dal battito ritmico dei boomerang, dei bastoni, delle mani e dal cupo suono del didjeridoo. Non è più possibile recuperare la musicalità originaria, specialmente per il fatto che quelle storie, in gran parte sono giunte a noi attraverso la mediazione di una terza lingua. Tuttavia si potrebbe tentare di farlo con quelle che sono sopravvissute anche nella versione originale.
Pare che W. B. Yates, si facesse leggere il testo poetico che intendeva tradurre in inglese da un madrelingua, il quale poi lo aiutava a trovare l’esatto equivalente inglese di ogni termine. A questo punto cominciava ad elaborare il testo che aveva prodotto cercando di imitare la musicalità originaria. È quasi come suonare la stessa musica con uno strumento diverso da quello per il quale era stata scritta. Solo che è un po’ più difficile, ma è un’avventura affascinante.

Autore dell’articolo:
Aldo A. Magagnino
Traduttore Letterario/Freelance EN-FR>IT
Alezio (Lecce)

La traduzione di un mito aborigeno (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Si calcola che, prima dell’arrivo dei bianchi, in Australia ci fossero circa settecento diverse unità tribali e che ognuna costituisse un popolo diverso. Questo spiega anche le varietà regionali dei miti, delle favole e delle leggende. In totale, le lingue parlate erano circa duecentocinquanta, alcune simili tra di loro, altre diverse come potrebbero esserlo il francese dall’inglese. Questo complesso sistema presenta una notevole diversità rispetto ai sistemi europei. Diversa è, per esempio, oltre alla struttura sintattica, l’organizzazione della frase. È evidente che le favole, così come noi le conosciamo, contengano, al di là della volontà dei curatori delle varie raccolte, un notevole grado di occidentalizzazione.
A. W. Reed, che ha pubblicato numerose raccolte di storie aborigene, afferma che ogni scrittore che si avventuri a raccontare i miti e le leggende aborigene deve necessariamente adottare uno stile ed una presentazione personali, riscrivendo i miti e i racconti popolari e apportando solo i cambiamenti necessari a renderli accettabili ai lettori dei nostri giorni. Reed non ha avuto la possibilità di raccogliere il materiale sul campo, ma ha utilizzato le ricerche di altri ricercatori, poeti e scrittori, tra i quali T. G. H. Strehlow e, in particolare, Roland Edward Robinson, un irlandese trapiantato in Australia in tenera età e che divenne una delle principali figure del movimento Jindyworobak, che tanta parte ha avuto nel diffondere tra i lettori australiani prima, e all’estero poi, la consapevolezza dell’unicità del patrimonio culturale dagli aborigeni d’Australia. In genere, i ricercatori avevano raccolto le storie direttamente dagli aborigeni, alcuni dei quali erano istruiti o semianalfabeti. Va ricordato che gli esponenti Jindyworobak non erano in genere antropologi, né archeologi o etnologi, ma poeti e letterati e che di natura squisitamente letteraria erano i loro fini.
Naturalmente, a prescindere dalla bontà della traduzione, è possibile che, per altri versi, il significato risulti poco chiaro, poiché la matrice originaria dalla quale il testo emerge non è conosciuta in modo approfondito.
Bisognerà sempre tener presente che i racconti, che si rifanno alle songlines, erano originariamente in versi, come i poemi omerici, e la cadenza con la quale venivano raccontati contribuiva a far balzare davanti agli occhi le immagini della terra d’Australia. Il ritmo e la danza erano parte essenziale della narrazione.
Si vedano, per esempio le trasformazioni subite dai “Canti del Geco dalla Coda a Pomo”, nei passaggi dal testo originale aborigeno alla traslitterazione e traduzione inglese. Si tratta, di fatto, di una doppia traduzione: una, per così dire endolinguistica, con il passaggio dalla lingua orale aborigena ad una lingua aborigena scritta, anche se attraverso la mediazione di un codice europeo come l’uso di un alfabeto scritto, del tutto sconosciuto agli aborigeni, e una traduzione interlinguistica, dalla lingua aborigena alla/e lingua/e europea/e. I canti fanno parte di una raccolta curata da M. Duwell e R. M. W. Dixon, Little Eva at Moonlight Creek (University of Queensland Press, St. Lucia 1994).
Al testo aborigeno era stato aggiunto un commento in inglese, in sostituzione probabilmente di quelle parti del mito veicolate dal ritmo della musica e dai movimenti della danza, ottenendo un racconto che segue i canoni della cultura occidentale, ma che allo stesso tempo riesce ad evitare una completa colonizzazione del testo originario da parte della lingua d’arrivo. Siamo, quindi, anche di fronte ad una traduzione intersemiotica.

I CANTI DEL GECO DALLA CODA A POMO

(Tyárlara tyárlara ruté)

1. Yadná wuRadí pantaná yádnalpántaná
Yadná wuRadí pantaná.

The Sandhill Lizard, Wakultyuru, was in the fire at the Kudnara camp. He had tried to protect himself with his shield but it was burnt. His skin peeled off. Lying among the ashes he sang this verse.

2. Yadnál’ pantaná yadná linthityá
Linthítyarará.
Yadná warará yadná linthityá.

It must have been the day after: he slowly came back to life amid the ashes. He was not yet a Knob-tailed Gecko. He was Wakultyuru, that is a lizard in the sandhill contry. You see him anywhere: he is brown with a big head and a long tail. His burns have made him look different: he was to turn into a Knob-tailed Gecko called Mayipalkuru or Tyarla-tyarla.

3. Linthítyálarái yadnáwararái
Yadná linthityá.

He remained there, he just lay there flat after the fire, not looking anywhere. He lay there and went on lying there. Not that he was sleeping: he was as if dead!

4. Yanpá láthuká yatú pantaná
Yadná wuRa
Yanpá láthuká yatú pantaná
Yadná wuRalí.

He managed to look up and he saw his own camp: it had been burnt.

5. Mákulyé kulyákulyáidna
Makudnhái tyar’ímpirái.

He gradually recovered enough strength to move. He named himself in a verse. Then he turned the verse around.

5a. Tyar’ímparáta ma kudnhá
Mákulyá kulyáidna
Má kudnái tyar’ímpará
(half sung)
Uta thurkaná!

And he arose from the dead.

6. Língwetyengwé, pályalya língwetyengwé
Pályalya waridity’ amánta língwemantá.

This is how he set up and he looked around close by to decide in which direction and which way should go.

7. Kantireí yályara Rambálkulyanái
Kánti lyalyayará Rambálkulyanái,
MáRara wílpilminé.

He went looking for somewhere to camp but the country alla round was already in twilight. The sun set. He was looking for a windbreak, for a bit of mulga to break off to make a shelter. Everything had been burnt by the fire. “Where can I go to settle down among some mulga trees?”
He went on. There was a mulga tree in a swamp, a mulga tree! The swamp had not been burnt, and there was a tree standing there, alive. He spent the night by the mulga tree and travelled further southwest into the desert t
he next day.

8. Pántu Mirláka wára kampíne
Rítyampirlá kawára kampíne.

He saw the saltlake Milaka then and named it in his song.

9. Purlká nhintya láwurú purlká nhintya
Láwurú lithírkithirké
Purlká nhintya láwurú.

He was still so ill as the fire had burnt his stomach. As he was looking at the lake he turned into a Knob-tailed Gecko, because he had been burnt by the fire. He saw that on the other side of the saltlake, there lay a huge sandhill. He went up on top and looked around the area. He was looking for a place. Where could he go down below the ground to rest for good? He was still sick from having been burnt by the fire, and his tail had dropped off.

9a. Purlká nhintya láwurú lithírkithirké
Purlká nhintya láwurú lithírkithirké.
10. Tyárlara tyárlara ruté
Ya tyárlara tyárlara rut’
Yadngadnámpa kákyara runté.
10a. Yadnadnámpa kalyáRa luntáyi
Yadnadnámpa kalyáRa luntáyi
Yátyalára tyarlára luntáyi
Yátyalára tyarlára luntáyi
Yadnadnámpa kalyáRa luntáyi.

At last he found a place to camp. He went to lie down below the ground, he dug himself below the ground, he then pronounced a curse, a magic spell at the place. (The singer does not include the spell, which he describes as having been given to him by his father. It refers to what had happened to the Gecko. It could only be directed against men.)

Domani sarà pubblicata la terza e ultima parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Aldo A. Magagnino
Traduttore Letterario/Freelance EN-FR>IT
Alezio (Lecce)

La traduzione di un mito aborigeno

 Categoria: Traduttori freelance

Mai, come nel caso della traduzione dei miti degli aborigeni australiani, appare in tutta la sua drammaticità il problema se si tratti, in realtà, di traduzione o di trasformazione. Le storie mitologiche degli aborigeni d’Australia hanno certamente subito notevoli manipolazioni nel corso del tempo, dal momento che sono più antiche dei più arcaici poemi occidentali. Molte sono andate perse dopo l’arrivo dei colonizzatori bianchi. Colin Johnson, lo scrittore aborigeno che è stato a lungo uno dei più attivi portavoce della cultura aborigena, autore di Wild Cat Falling, Writing from the Fringe e di Doctor Wooreddy’s Prescriptions for Enduring the End of the World, che dal 1988 ha mutato il proprio nome in Mudrooroo, ha scritto con amara ironia, “Quando i valorosi pionieri inglesi occuparono l’Australia, magari recando con sé una copia dell’Iliade in tasca, occuparono [la Terra nullius, la terra di nessuno: gli aborigeni erano nessuno] con grande spargimento di sangue e la catturarono come gli antichi greci catturarono e presero Troia. Chi conosce il canto di Troia o l’epica che i troiani cantavano? Si è persa, dimenticata … Al vincitore spettano le spoglie e questo è successo per l’Australia”. I racconti superstiti sono stati raccolti sul campo e tradotti/trasportati in altre lingue, dopo essere passati, naturalmente attraverso la lingua e la cultura inglese.

Le storie mitologiche aborigene si rifanno ad un periodo che precedette l’inizio del tempo, che viene definito il “Dreamtime”, “il Tempo del Sogno”, o semplicemente “The Dreaming”, “il Sogno”, o il “tempo della tradizione”, che ebbe inizio con le gesta dei mitici antenati totemici. Nella mitologia aborigena, il Sogno è un’epopea primordiale, che agli occidentali può apparire vaga e nebulosa, ma che per gli aborigeni è reale, nella quale gli uomini sono anche animali e gli animali sono anche uomini. Gli antenati potevano trasformarsi in uomini o animali a loro piacimento. In seguito alle straordinarie avventure, tramandate fino ai nostri giorni dalla “tradizione”, molti di loro si trasformarono definitivamente negli animali che oggi vediamo in Australia. Naturalmente, quando parliamo di tradizione, non intendiamo un insieme monolitico di leggende, miti e storie. La vastità stessa del territorio australiano, il fatto stesso che gli aborigeni discendano da popoli diversi, migrati in epoche successive e probabilmente da varie regioni dell’Asia, prima di disperdersi sul nuovo vasto continente australe, è incompatibile con questa visione. Tuttavia, alcuni temi sono ricorrenti. Il legame tra gli uomini e l’animale che prese forma dagli antichi antenati rimane saldissimo. Ogni aborigeno si identifica ancora oggi in un animale totemico e ne conosce il Sogno. Alcuni ritengono di essere essi stessi l’animale totemico. Con le sue gesta, l’antenato totemico ha, infatti, generato non solo il paesaggio, con le sue caratteristiche fisiche, ma ha anche dato vita alla tribù che popola quella terra.

“(Gli antenati) hanno percorso la terra, lasciando sul loro cammino i figli che generavano con le donne dei popoli che essi stessi avevano creato; infine avevano varcato il confine del territorio noto a quella particolare tribù ed erano ridiscesi nelle profondità della terra, oppure si erano trasformati in rocce, alberi o in qualche altra caratteristica naturale del paesaggio. Questi luoghi divennero centri dai quali gli spiriti individuali, che rappresentano quei particolari antenati, scaturirono per reincarnarsi in forma umana” (A. W. Reed, Aboriginal Myths, Reed New Holland, Sydney 1999, pagg. 50-55).

Poiché si tratta di materiali ritrasmessi più volte nel corso dei millenni, per Anthony Pym non si può che concordare con Lévi-Strauss, secondo il quale, in questo caso, il valore dell’equazione traduttore/traditore è praticamente zero. Per questo motivo, non ci dovrebbe essere nulla di più facile che tradurre i miti, in quanto non esiste un autore unico che possa essere tradito. La fonte ultima del mito non è rintracciabile e qualunque versione giunta fino a noi è già la trasformazione di altre trasformazioni: nessun traduttore può, quindi, essere tacciato di essere in errore o infedele.
Tuttavia le cose non sono così semplici come a prima vista potrebbe apparire. Lo stesso Pym ci ricorda che Malinowski, per esempio, considera il mito come “la narrazione di un evento primordiale che stabilisce il precedente per un’istituzione”. Questo porterebbe a concludere che un mito può solo funzionare nel luogo sociale nel quale ha generato quell’istituzione. In luoghi diversi, il suo rapporto con la realtà si annulla e la traduzione è assimilabile alla trasposizione di un testo morto. Inoltre, non si può dimenticare il fatto che il mito è già di per sé una “traduzione” della realtà, un’interpretazione del mondo e dei suoi misteri e che il suo valore specifico è noto solo a pochi membri della tribù. Il possesso di questa conoscenza conferisce potere istituzionale. Un potere che verrebbe annullato dalla rivelazione pubblica del significato mitologico. In questo caso, l’interpretazione e la traduzione del testo mitologico in una lingua occidentale si configurerebbe non solo come un’appropriazione culturale ma anche come una profanazione.
Tutto questo sembrerebbe condurre, in qualche modo, alla conferma della teoria dell’intraducibilità di particolari testi, in particolare di quelli relativi a storie mitologiche, in quanto, pur esistendo la possibilità di trasferire i materiali narrativi rimane irrisolto il problema della trasferibilità dei valori relativi ad una certa cultura e ad una certa istituzione sociale. Tuttavia, anche i testi cosiddetti intraducibili sono tradotti e sono letti da lettori appartenenti ad aree culturali anche molto diverse da quella originale. Può darsi che il traduttore non riesca a far apprezzare fino in fondo allusioni, rimandi, allitterazioni, assonanze e quant’altro la lingua originale riusciva a veicolare ai membri di quella particolare cultura, ma rimane il fatto, come nota Umberto Eco in Dire Quasi la Stessa Cosa, che da millenni la gente traduce di tutto, compresi testi apparentemente impossibili come la Bibbia. Il fatto che biblisti, linguisti e teologi da secoli siano impegnati in discussioni sull’esatta interpretazione di diversi passaggi dei testi sacri, non ha impedito a tali testi di pervenire, attraverso i secoli, a miliardi di fedeli di lingue diverse, in una staffetta da una lingua all’altra. Non solo, ma, prosegue Eco, “una parte consistente dell’umanità si è trovata d’accordo sui fatti e sugli eventi fondamentali tramandati da questi testi, dai Dieci Comandamenti al Discorso della Montagna, dalle storie di Mosè alla passione di Cristo – e, vorrei dire, sullo spirito che anima quei testi.” Secondo Eco, la traduzione si fonda su alcuni processi di negoziazione, un processo nel corso del quale, per ottenere qualcosa, si rinuncia a qualcos’altro, ricercando un equilibrio che dia soddisfazione, che “renda giustizia”, alle due parti in causa.
A proposito della lingua nella quale il mito era originariamente raccontato, bisogna ricordare che le lingue parlate dagli aborigeni d’Australia sono un mondo a sé. Certamente non si tratta di lingue “primitive.” Al contrario, la loro complessità attesta la lunga evoluzione. Come tutte le lingue, anche quelle degli aborigeni sono funzionali alla cultura del popolo che le utilizza.

La seconda parte di questo interessante articolo sulla traduzione di un mito aborigeno sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Aldo A. Magagnino
Traduttore Letteraio/Freelance EN-FR>IT
Alezio (Lecce)

Tradurre, da esercitazione a passione

 Categoria: Traduttori freelance

Si sa, per superare un esame le persone farebbero di tutto. In realtà sono pochi gli escamotage per superare un esame di lingua straniera quando lo scoglio non è la grammatica bensì la comprensione e la composizione dei testi. In tal caso, la lingua bisogna conoscerla ad un livello superiore. E come si fa se non si è madrelingua, non si può viaggiare per lunghi periodi e non si studia letteratura e lingue straniere all’Università? La necessità aguzza l’ingegno e gli amici ti danno una mano… Si diventa traduttori!
È grazie ad un’amica che ho scoperto la possibilità di unire l’utile al dilettevole, ossia leggere manga e studiare una lingua straniera. I manga sono fumetti giapponesi, molto diversi dai fumetti europei e americani (Comics) più diffusi e noti. Peccato che le opere più belle restino inedite ed è molto difficile trovare in italiano traduzioni degne di questo nome.
Ed ecco come nasce in me la traduttrice, un misto tra desiderio di apprendimento e filantropia: apprendimento, perché diverso è ‘leggere e comprendere’, dal ‘comprendere e rendere lo stesso testo nella tua lingua’, mantenendo intatto il significato originale del testo e contemporaneamente adattandolo al ‘sentire’ della propria cultura; filantropia (è un termine molto forte e forse poco modesto, ma credo sia quello più appropriato), perché è una perdita per tutti che certe opere restino sconosciute solo perché prodotte in una lingua che non si comprende.

La traduzione per me nasce così, da strumento di esercitazione ed apprendimento a strumento per la diffusione di qualcosa di bello che altrimenti rimarrebbe nascosto e sconosciuto. Molti di noi non hanno il dono della scoperta, della scrittura, del pensiero scientifico o filosofico, ma scoperta, scienza, letteratura e filosofia rimarrebbero appannaggio di pochi se nessuno facesse lo sforzo di raccogliere, fare proprio e trasmettere il pensiero e lo studio degli altri. Perché chi traduce non si limita a convertire i termini da una lingua all’altra, in uno sterile passaggio di fonetica e sintassi, ma prima metabolizza il pensiero dell’autore e poi cerca di renderlo nella propria lingua, senza privare il messaggio originale di forza e bellezza.
Questo è vero in generale, ma ancor più vero è in letteratura. L’etimo della parola ‘tradurre’ è “trans = far passare al di là e dúcere = condurre”. Il compito del traduttore è quindi quello di condurre il talento dello scrittore da una lingua all’altra.

Amo i libri di Gabriel Garcia Marquez perché sono come dipinti. Marquez ha il dono di dipingere immagini vive nella mente di chi legge, perché lo scorrere delle parole si trasforma nel profumo delle strade, nel nero brillante dei capelli, nel caldo soffocante e umido dei pomeriggi di siesta, nel rumore silenzioso della foresta e, mentre leggi, ti sembra di respirare quei profumi, vedere il luccichio dei capelli, sudare al caldo opprimente ed ascoltare il rumore degli alberi di “Cento anni di Solitudine”. Ma io non ho mai letto Marquez in originale. Non ne conosco la lingua abbastanza. Se, quindi, ho potuto vivere le sue opere con la stessa intensità che in originale è solo grazie a chi ha saputo trasferire le sue immagini dalla sua lingua alla mia.
Questo è tradurre: contribuire con il proprio lavoro all’arricchimento (culturale) degli altri.

Autore dell’articolo:
Carmela Torchiarella
Aspirante traduttrice EN>IT
Orta Nova (FG)

Traduzione di un testo

 Categoria: Traduttori freelance

E’ mia intenzione dare delle indicazioni su come io solitamente mi pongo di fronte ad un testo da tradurre, utilizzando una semplice metafora: “Immagino un fiume, invalicabile, che scorre tra due sponde. La sponda A è quella su cui io mi trovo e rappresenta il testo da tradurre, la sponda B è l’altra parte del fiume e rappresenta il risultato finale della traduzione. Il fiume che scorre tra le due sponde rappresenta i “problemi” del processo di traduzione. Il mio compito è di costruire un ponte per passare da una sponda all’altra, cercando di trovare il modo migliore visto che non sono un operaio specializzato nel costruire ponti ma solo una traduttrice. In tal modo il mio ponte non sarà mai uguale a quello di un altro traduttore e questo dà ad ogni traduttore una particolarità diversa”.
Credo che chiunque sia intenzionato ad affrontare una traduzione di tipo letterario, tecnico-scientifico, o generico deve avere le seguenti caratteristiche:

1) Competenza linguistica: una base grammaticale, sintattica e lessicale della lingua verso la quale si traduce.
2) Familiarità con la lingua di partenza: una conoscenza specifica della lingua dalla quale si traduce.
3) Capacità di sintesi: una capacità riassuntiva del testo di partenza per evitare di tradurre “parola per parola”.
4) Intuito, sensibilità.
5) Capacità analitica: analizzare prima il testo di partenza fino alla revisione del testo di arrivo.

La competenza linguistica è la caratteristica più importante delle cinque sopraelencate, ma le altre quattro non sono da sottovalutare. Infatti, solo chi è in grado di esprimersi bene nella propria lingua sarà un buon traduttore; molti problemi di interpretazione si possono risolvere facendo uso dei sensi e della sensibilità, calandosi nella situazione proposta nel testo da tradurre.
Intendo dire che quasi sempre bisogna apportare dei cambiamenti per rendere la traduzione più spontanea e meno contorta, perché non basta la corrispondenza formale tra le due lingue, bisogna prima codificare, poi decodificare e ricodificare il testo essendo consapevoli della propria soggettività che influisce sulla resa del testo tradotto, sulla scelta delle parole, sullo stile e così via.
Quindi nessuna traduzione sarà uguale; le caratteristiche personali le differenzieranno l’una dall’altra: la traduzione è senz’altro rispetto delle idee, dell’atmosfera del testo di partenza, ma è anche una ricreazione, non una brutta copia.

Autore dell’articolo:
Concetta Scognamiglio
Traduttrice EN-FR>IT
Napoli

La mia scoperta delle lingue straniere

 Categoria: Traduttori freelance

Ricordo ancora oggi il momento in cui ho scoperto che la nostra lingua madre non è la sola ad esistere nel mondo. Nei primi anni di vita di ciascuno, è nostra consuetudine pensare che i suoni che quotidianamente ascoltiamo e il vocabolario che giorno dopo giorno apprendiamo, siano l’unico mezzo attraverso il quale impareremo a relazionarci con il mondo esterno. In realtà, ben presto le nostre convinzioni si sono rivelate il frutto della nostra immaginazione. Il mondo è ricco di lingue, l’una diversa dall’altra, ognuna con i propri suoni, regole e significati. Si tratta di lingue completamente nuove.
Venendo a conoscenza di queste possibilità, ho improvvisamente capito quale sarebbe stata la mia strada. Nel momento preciso in cui ho capito che l’italiano è soltanto una delle innumerevoli lingue che si ha la possibilità di apprendere, mi sono accostata a questa nuova realtà. Ho subito scoperto, passo dopopasso, quanto questa fosse in grado di coinvolgermi, sino a spingermi a decidere di intraprendere questo percorso, raggiungendo i miei obiettivi e alimentando in me la voglia di scoprire e di imparare sempre di più.

Oggi le lingue rappresentano qualcosa di importante, qualcosa che sembra addirittura diventato indispensabile. Conoscere le lingue rappresenta una ricchezza, si può considerare un surplus che ciascuno di noi dovrebbe necessariamente possedere. La conoscenza di una lingua straniera ci permette di viaggiare, ci aiuta ad ampliare il nostro ramo di conoscenze, ci aiuta ad essere più forti e più coraggiosi quando ci si trova in un Paese che non è il nostro. È, inoltre, fondamentale nel momento in cui ci si trova dinanzi a delle necessità primarie (come può esserlo l’acquisto del pane o del latte, o semplicemente il richiedere l’informazione circa una strada), per le quali è necessario conoscere una determinata terminologia e avere una certa dimestichezza nel saper affrontare determinate situazioni.

E’ tutto questo che mi ha spinta ad intraprendere questo percorso, sviluppando in me la voglia di imparare, giorno dopo giorno, sempre di più.

Autore dell’articolo:
Alba Quarato
Laureata in Lingue e Letterature Straniere (laurea magistrale)
Curriculum Comunicazione internazionale
Aspirante traduttrice
Noci (Ba)

Tradurre: ricerca del “termine perfetto”

 Categoria: Traduttori freelance

Le parole non servono solo per comunicare nel senso più semplicistico del termine, di rendere noto un concetto. Tenuto conto che anche solo poche parole possono riuscire, sia pure involontariamente, oltre a fornire un’immediata comunicazione verbale, a trasmettere un’impressione rendendoci soggetti al giudizio altrui, ne consegue che l’importanza del parlare bene rappresenta un valore anche, se non soprattutto, per quegli aspetti propriamente non verbali della comunicazione verbale.

Gran parte dell’opinione pubblica è portata a credere che se una persona conosce più di una lingua, può fare il traduttore. E’ come pensare che una persona che sappia leggere la musica sia per questo in grado di suonare uno strumento musicale. Certamente è possibile tradurre in maniera letterale per dare un senso immediato, spesso sufficiente in circostanze improvvisate o di emergenza, ma laddove si ritenga opportuno che la forma rappresenti la sostanza, una traduzione fatta bene ha lo stesso spessore psicologico del bello scrivere e della buona oratoria.

Alla base di una buona traduzione, c’è sempre la competenza, intesa come esperienza anche culturale delle lingue utilizzate, unita ad un imprescindibile interesse linguistico. Questa passione intrinseca per la lingua, così come la ricerca del bello è alla base del lavoro dell’artista, impegna il traduttore nella ricerca del termine perfetto, indispensabile per riuscire a trasmettere esattamente sia il senso del testo originale sia il microcosmo culturale ed emotivo dal quale lo stesso è generato. Una traduzione sarà sempre inevitabilmente influenzata dalla capacità empatica del traduttore.

Per il traduttore non esistono sinonimi. Un sintetico manuale tecnico di un trapano elettrico dovrà essere tradotto, oltre che in maniera fedele ovviamente per consentirne l’utilizzo, anche in modo da trasmettere, a chi lo usa, la percezione di avere in mano un oggetto utile, efficiente, funzionale e preciso; mentre una dettagliata recensione di un film di azione dovrà invogliare il lettore ad andare al cinema, creandogli un’aspettativa. In entrambe le traduzioni ci potrà essere, ad esempio, il concetto di ritmo ma se, in relazione al film, tale concetto potrà essere indicato con termini slegati dai ritmi della vita reale, il lettore del manuale dovrà essere, al contrario, indotto ad associare e condizionare l’idea di ritmo a quello della sicurezza.

Alla fine di un lavoro, quando un traduttore riesce a raggiungere quello stato di interiore consapevolezza di aver tradotto bene perché sa di aver prodotto un lavoro eticamente e culturalmente conforme al testo originale, è grande la soddisfazione che prova per essere riuscito a trasmettere un’emozione in un’altra lingua.

Autore dell’articolo:
Mary Anne Serrelli
Traduttrice EN<>IT
Roma

L’Interprete ballerino

 Categoria: Traduttori freelance

Potrà sembrare strano ma ho scelto di paragonare la professione dell’interprete a quella del ballerino soprattutto perché la mia personale conoscenza della danza mi ha permesso di scoprire piano piano numerose somiglianze tra le due professioni, somiglianze che possiamo cogliere solamente grattando la superficie della differenza sostanziale: comunicazione verbale per l’interprete e non verbale per il ballerino.
Ho pensato di trattare in particolare, la divisione dell’attenzione nell’interpretariato, una caratteristica che avvicina molto la professione a quella del ballerino. Come sappiamo, un interprete che sta effettuando una simultanea deve essere in grado di dividere la propria attenzione su diversi aspetti che possiamo analizzare secondo il modello della ripartizione delle risorse dell’interprete formulato da Daniel Gile che evidenzia queste quattro componenti: “Listening and analysis” o “sforzo di ascolto e analisi; “Speech production” o “produzione del discorso”; “Memoria a breve termine”; “Coordination” o “coordinamento”.
Partendo da questo modello ho cercato di analizzare in maniera più approfondita gli elementi messi in gioco nella divisione dell’attenzione dell’interprete:

• ascoltare la voce dell’oratore
• comprendere il significato di ciò che l’oratore dice
• immagazzinare le informazioni e cercare di rielaborarle in un tempo brevissimo
• mantenere un buon ritmo
• produrre le stesse informazioni nella lingua d’arrivo
• ascoltarsi
• evitare il più possibile errori
• mantenere un tono di voce che coinvolga e mantenga viva l’attenzione del pubblico
• gestire lo stress e l’adrenalina
• lavoro di squadra con il collega
• terminare il discorso qualsiasi cosa accada.

Dall’altra parte anche il ballerino divide la propria attenzione su:

• ascolto della musica
• esecuzione dei passi
• spostamento nello spazio
• evitare il più possibile errori
• percezione del proprio corpo e della giusta posizione di tutte le sue parti
• gestione di qualsiasi tipo di distrazione (dalla perdita o rottura di una parte del costume indossato alla leggera scivolata)
• mantenimento di un’espressione del viso piacevole e che non tradisca errori eventualmente commessi
• gestione dello stress e dell’adrenalina
• lavoro di squadra (aiuto del compagno di danza in caso di difficoltà, magari sostituendolo al momento, sempre senza farlo percepire al pubblico)
• terminare la coreografia qualsiasi cosa accada

Approfondendo alcuni di questi aspetti ci si accorge che due professioni così apparentemente diverse siano in realtà molto simili.
In uno spettacolo di danza dai primi passi mossi sul palco il ballerino professionista ha di fronte a sé almeno un’ora di spettacolo che, volente o nolente, deve essere in grado di gestire. Per resistere tutto questo tempo deve fare appello alle proprie capacità di gestione dello stress e dell’adrenalina, due elementi che inevitabilmente entrano in gioco nel momento in cui si percepisce il pubblico e si ha la consapevolezza di doversi esibire senza commettere errori e di terminare la coreografia qualsiasi cosa accada, con l’obiettivo di divertire il pubblico e fargli comprendere il significato di ciò che il coreografo vuole comunicare attraverso il ballerino stesso e le coreografie. Parallelamente, durante una conferenza, dal momento in cui l’interprete comincia a tradurre ha di fronte a sé un tempo più o meno lungo che deve essere in grado di gestire e sperimenta le stesse difficoltà percepite da un ballerino: la gestione dello stress e dell’adrenalina, evitare errori che potrebbero essere fatali per la comprensione del discorso, terminare ogni frase che si comincia. L’obiettivo, in questo caso, è quello di far comprendere al pubblico ciò che l’oratore vuole comunicare attraverso l’interprete che è lì per trasmettere un messaggio alla parte del pubblico che non comprende la lingua dell’oratore, e che non deve modificare, in alcun modo, il senso del discorso che gli si presenta. Si potrebbe quindi avvicinare la figura dell’oratore a quella del coreografo il cui obiettivo generale è quello di comunicare, di trasmettere un messaggio.

Concludendo, studiando interpretariato e danza ho capito che, come nulla può eguagliare la soddisfazione provata da un ballerino dopo aver affrontato uno spettacolo ed essere riuscito a comunicare veramente ciò che il coreografo aveva intenzione di trasmettere e a suscitare soddisfazione anche nel pubblico, così nulla può eguagliare la soddisfazione provata da un interprete dopo aver fatto una consecutiva o una simultanea ed essere riuscito a comunicare ciò che l’oratore voleva dire e, infine, a sentire la soddisfazione del pubblico. Proprio come un ballerino.

Autore dell’articolo:
Carlotta Soldani
Laurea magistrale in Traduzione specialistica e Interpretariato di conferenza
Traduttrice EN-ES>IT
Como

Cultura e contesto: i MUST in traduzione (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Gli inglesi, per esempio, hanno ben duemila parole per le emozioni, mentre la tribù degli Ifaluk (tribù che abita un arcipelago dell’oceano pacifico) ha un lessico emotivo composto da “soli” cinquantotto termini. Ma non dobbiamo andare così lontano per constatare quanto la lingua sia lo specchio della cultura. All’interno del nostro stesso Paese possiamo riscontrare delle differenze dal punto di vista lessicale tra le diverse regioni rispetto all’italiano standard.
Per esempio, l’espressione toscana “Stai attento o prenderai una marmotta!” risulta molto esilarante per tutto il resto d’Italia che si limita semplicemente a dire “Stai attento o prenderai un raffreddore!”, in italiano standard o ancora un uso attivo del verbo “bocciare” lo troviamo solo in Toscana: “Ho bocciato l’esame di inglese!”.

Il contesto è composto da un insieme di elementi che permettono di chiarire l’enunciato, quindi il suo ruolo è fondamentale per una buona traduzione. La componente etnografica, come sostiene Malinowski, è anch’essa parte fondamentale del contesto.
Malinowski è uno dei primi a interessarsi alla difficoltà di traduzione di termini che esprimono idee o cose concrete in una determinata lingua e che quindi essendo espressione unica di quella cultura, non trovano nessun riscontro nella lingua d’arrivo. In questo caso il traduttore deve fare uso di perifrasi e giri di parole per poter dare un’idea sensata del testo di origine e riportarla nel modo più fedele possibile, sul piano dei contenuti e delle scelte formali. Nei suoi studi, ha riscontrato particolare difficoltà di traduzione di testi di magia dalla lingua kiriwina (parlata nelle isole Trobriand) all’inglese, proprio per questo sono necessari i “documents of native mentality”, cioè la conoscenza interiorizzata di ciò che si trova nelle menti dei nativi.

Mi trovo d’accordo con ciò che sostiene Malinowski e credo che l’abilità vera del traduttore non abbia quasi nulla a che fare col piano formale delle regole e della grammatica, bensì credo che stia nella capacità di rendere “giustizia” al testo originale in una versione tradotta nella lingua d’arrivo. Deve essere capace di far trasparire l’attività di mediazione testuale, ma senza conseguenze sul significato e sul senso.

Autore dell’articolo:
Francesca Ragozzino
Laurea in lingue, letterature straniere e tecniche della mediazione linguistica
Traduttrice EN-FR<>IT

Cultura e contesto: i MUST in traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

L’etimologia della parola tradurre ci dice che essa è una contrazione del latino traducere, da trans (che vuol dire al di là) e ducere (che significa condurre). E’ facile quindi dedurre che “traduzione” significa condurre qualcuno o qualcosa da un luogo a un altro. Significa aprire delle porte e entrare in un mondo diverso dal nostro. Significa conoscenza sensibile di ciò che c’è “dietro”, di ciò che viene “prima”.

Il ruolo del traduttore non è facile. L’immediatezza con la quale molto spesso una lingua straniera viene appresa, specie dai più piccoli, le barriere mentali che cadono di fronte all’entusiasmo per una cosa nuova, non deve far credere che la traduzione sia appannaggio di chiunque.
Il traduttore è il primo esponente della cultura espressa dalla lingua straniera e quindi egli filtra i significati secondo i sistemi di valori dominanti presenti nella nazione da cui proviene. Quindi la traduzione è prima di tutto un “problema di cultura”.

L’etnologo e linguista statunitense Sapir considera la lingua come guida privilegiata allo studio della cultura, essendo il mondo reale costruito sulle abitudini linguistiche della collettività.
La parola rappresenta l’universo della nostra conoscenza, delimitando le cose di cui possiamo parlare e che possiamo comunicare ai nostri simili. Considerando attentamente il lessico di una lingua, siamo in grado di fare delle deduzioni sul gruppo sociale che parla quella lingua. L’antropologo statunitense Franz Boas, facendo ricerche sugli abitanti delle estreme latitudini settentrionali notò che in eschimese esistono diciannove termini per tradurre la nostra parola neve. Infatti, per esempio, la neve che si trova sul terreno è aput, quella che sta cadendo è qane, quella portata del vento si chiama quimnqsuq. Questo accade perché se una popolazione vive a latitudini polari, circondata quasi solo da ghiacci e nevi perenni, per essa sono molto importanti le distinzioni tra certe entità, che per altre popolazioni invece sono al massimo diversi tipi di una sola cosa: la neve.
La lingua perciò, è portatrice di modelli culturali inconsci. Un fattore interessante da considerare è il cosiddetto lessico emotivo. A seconda delle varie culture e dei Paesi, infatti, esiste una disparata terminologia per designare le emozioni.

La seconda parte dell’articolo sul ruolo della cultura e del contesto per una buona traduzione sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Francesca Ragozzino
Laurea in lingue, letterature straniere e tecniche della mediazione linguistica
Traduttrice EN-FR<>IT

Il linguaggio e i suoi fortunati servitori

 Categoria: Traduttori freelance

Tradurre… da piccola non mi era mai passata per la mente la possibilità di imboccare questa strada… è vero, ho sempre amato leggere, ho sempre avuto un interesse particolare per l’inglese e per le lingue in generale, ho sempre sognato di viaggiare, conoscere posti nuovi, gente nuova, modi di vivere totalmente diversi dal mio… la curiosità è stata da sempre il mio più grande pregio/difetto: ero la bambina dei continui perché, quella che non si accontentava di un “perché sì” o “perché è così”, quella che voleva capire il motivo primordiale che scatenava le cose, e se non ci riusciva la viveva come una sconfitta. Ho sempre amato la lingua italiana, la correttezza grammaticale, la precisione semantica, sfruttare al massimo la possibilità che abbiamo di esprimere i nostri pensieri, e poterlo fare in modo corretto. Allora un giorno mi son fermata e ho pensato: “Perché non fare di tutto questo il motore trainante del mio futuro, la base della mia vita lavorativa e di ciò che mi darà modo di costruirmelo quel futuro?”. Ed ecco che nel mio cervello si è accesa la lampadina che corrispondeva al mestiere che meglio si addice a queste caratteristiche: la traduttrice.

Crescendo la curiosità me la son sempre portata dentro. E la porto dentro tuttora: leggo, ma non mi fermo mai alla superficie; scavo, vado fino in fondo nelle cose, sempre, convinta che anche le spiegazioni più esaustive nascondono qualcosa in più. Col trascorrere degli anni ho poi imparato a conoscere altre lingue, altre culture e il fascino nei riguardi di quell’ignoto è aumentato sempre più. I primi viaggi con gli amici, le prime esperienze all’estero quando capisci che finalmente puoi mettere in pratica tutto quello che hai imparato finora: la soddisfazione di capire un film in lingua originale, ma ancora di più, l’ineguagliabile soddisfazione che provi nel momento in cui ti rendi conto che stai pensando nell’altra lingua! Addio al meccanismo cerebrale: italiano -> altra lingua! Il tuo cervello pensa come se non ti appartenesse più, come se si fosse estraniato da te divenendo un madrelingua altra. Poi però rientri in Italia e ti rammarichi di non poter più sfruttare questa possibilità, una possibilità che non viene concessa certo a tutti. E tutto ti riporta sempre lì: l’unico modo che hai di continuare a sentirti vivo allo stesso modo è quello di dedicarti alla lettura in lingua originale, e alla conseguente resa nella tua lingua. Ecco attivo il processo cerebrale inverso: altra lingua -> italiano.

La libertà mentale richiesta da questo mestiere non è roba da poco. E se non ti senti libero dentro, non ha senso quello che fai. Non ha senso sforzarti di capire cosa c’è al di là delle parole, cosa cela quel che dice l’autore e cosa dice col suo “non dire”. Ma soprattutto non ha senso tentare di riproporlo nella tua lingua: conoscenza è potere, e noi abbiamo il potere di aiutare il mondo a comunicare non fermandosi alla mera comunicazione verbale, ma scavando nel profondo degli stati d’animo, delle motivazioni. Siamo fortunati, immensamente fortunati, siamo il ponte di connessione tra culture diverse, tra anime diverse. Il linguaggio è solo la crosta superficiale; noi trasmettiamo l’essenza. Eppure senza quella crosta, l’essenza non potrebbe esser trasmessa: è un circolo senza fine, di quelli che ti fanno perdere e ritrovare e poi perdere ancora una volta… ma alla fine ti riportano sempre a quella domanda alla quale non riesci a dare una risposta: “Nella lingua originale suona meglio, perché?”.

Autore dell’articolo:
Francesca Giada Meo
Laureanda in traduzione EN-FR-ZH>IT
Roma