Traduzione – Tradimento? (3)

 Categoria: Traduttori freelance

Quando leggiamo un romanzo, un saggio o una poesia nella nostra lingua,  giudichiamo se ci piace o meno, cosa ci trasmette e possiamo dire, ah sì questo libro mi è proprio piaciuto, mi ha rilassato, divertito, coinvolto, emozionato, annoiato, ecc.. diamo un giudizio positivo o negativo sull’autore, lo consigliamo o meno a un amico, a un collega, al nostro vicino di casa. Gli diciamo leggi il libro di tal dei tali. Non ci sogneremo mai di guardare chi l’ha tradotto. Ma è anche grazie al traduttore che il libro vive nelle nostre mani di lettori, prende forma e colori, è il traduttore che ci porta per mano a scoprire ogni angolo recondito del libro, ci svela ogni segreto, aprendoci gli occhi sul mondo illusorio e fittizio creato dall’autore.  E’ grazie anche al lavoro di chi ci ha sudato ogni giorno o notte su quel testo perché le parole ci procurassero piacere o spavento, noia o sbigottimento che noi riusciamo ad entrare in contatto coi personaggi e con le emozioni che essi ci trasmettono.

Molto spesso il traduttore è costretto, per la comprensione del testo e non solo, a percorrere altre strade che lo portano a studiare quel testo in maggiore profondità, ma di quello studio e di quella sua conoscenza nulla verrà svelato al lettore. Ed eccoci arrivati alla bellezza di questo lavoro che sta proprio nel porsi davanti al testo, per leggerlo, esaminarlo, farlo nostro e sentirne le parole fluire dalle nostre mani quando battiamo i tasti del nostro computer. La sensazione che si prova nel ricreare quel mondo, nel sentirlo nella nostra testa, nel nostro cuore, nella nostra pancia. Vivere le stesse pulsioni che l’autore ha vissuto prima di te. Amarlo, odiarlo e invidiarlo per aver saputo ricreare l’universo che descrive con quelle parole e solo con quelle. Tentare di ricrearlo nella maniera più fedele possibile ma sentirsi impossibilitati a imitarlo pedissequamente. Sforzarsi di fare apparire ogni parola scelta come quella naturale e sequenziale per quel costrutto. Combattere con ogni indecisione e incertezza immedesimandoci a tal punto nella storia da far sì che in alcuni momenti il nostro rapporto con l’autore sia profondo.
Ma soprattutto non far vincere il proprio io cercando di sminuire un significato, di cambiare un umore, d’ingigantire una locuzione. Essere fedeli alla misura delle cose. Questa è la vera difficoltà. Trovare l’equilibrio in mezzo alla marea di emozioni generate dal coinvolgimento e prodotte dal nostro cuore. Non dimenticare mai il nostro ruolo e compito. Come sostiene la Basso nel suo saggio: “Un po’ di imbarazzo ci vuole, di fronte al testo di un altro, meglio non dimenticarlo”.

Non dimenticare mai che lo stesso autore cerca di intervenire e farsi avvertire il meno possibile. Per cui ancora di più il traduttore non dovrà far percepire la sua presenza. Come ha scritto Eco in proposito: “Il successo del traduttore è proprio il raggiungimento dell’invisibilità: è solo nei libri mal tradotti che si avverte come nella lingua di arrivo si stabiliscano delle forzature, dei giri faticosi di parole, se non addirittura delle inverosimiglianze.” Il suo ruolo, quindi, è quello di “trasdurre”, di traghettare le parole da una lingua all’altra, dall’autore al lettore. E nel suo ruolo di Caronte non deve mai dimenticare di restare sulla sua barca senza farsi travolgere dalla corrente delle sue reazioni.

La quarta parte di questo articolo verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Ester Formichella
Traduttrice EN-ES>IT
Benevento

Traduzione – Tradimento? (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Nei diversi saggi sulla traduttologia, quando si fanno esempi concreti di traduzione si tende sempre a precisare che si sono individuate diverse possibilità traduttive, non quelle corrette e quelle scorrette. Qui sta il punto. La traduzione non è una scienza esatta, non è un calcolo matematico che per quanto tu possa girarci intorno il risultato è sempre quello e non ci sono altre possibilità.
Traducendo ci imbattiamo in varie forme interpretative, ognuna con una sua visione di quello che l’autore voleva intendere in quella frase, in quel preciso contesto. Sta alla individualità del singolo traduttore prediligerne una al posto di un’altra, in base al rapporto simbiotico o critico che ha stabilito con quel testo, con quell’autore, col suo mondo intimo. E laddove non riesce a trovare una soluzione in quel preciso momento, bisogna avere, per citare nuovamente la Basso: “Il coraggio di aspettare una parola anche per qualche minuto, o il coraggio di non trovarla affatto e di lasciarla indietro, per poi tornarci più tardi, domani”.

Ed è proprio questo ciò che mi succede in questi giorni. Sto traducendo un nuovo romanzo di un’autrice francese naturalizzata americana, Catherine Texier, un romanzo incentrato sulla storia di una scrittrice di successo cinquantenne e della sua relazione con un giovane immigrato clandestino nato in Russia. Ebbene dopo una prima stesura, sono tornata sui miei passi per rivedere e rileggere soprattutto il primo capitolo che devo inviare a una casa editrice.
Non è la prima volta che affronto un testo di quest’autrice avendone già tradotto il primo romanzo circa una quindicina di anni fa e come io potevo essere diversa allora così lo era anche lei. Quel testo pieno di descrizioni cupe, dove New York viene descritta come città di stravizi e perdizioni, lascia il passo a una nuova visione della vita un po’ meno tetra e buia. Anche se la sua scrittura, asciutta e scarna, rimane inconfondibile e questa cosa mi aiuta nel momento dell’interpretazione.

Ritornando al coraggio di aspettare una parola, mi è successa una cosa simile per una descrizione all’apparenza insignificante: dei ravioli che galleggiano in una pentola.
Lei li descrive come “puffed and white like dead, pillow-shaped fish coming belly up”, cioè “bianchi e gonfi come un cuscino, come un pesce morto che riemerge a pancia all’aria.” Ma non sono riuscita a rendere l’aggettivo “pillow-shaped”. All’inizio pensavo a un pesce palla ma non è questo il termine inglese per indicarlo per cui avrei scritto qualcosa di errato. Poi ho pensato alle diverse forme di un pesce ma più che una forma allungata o tondeggiante, non mi veniva in mente nulla. La traduzione letterale “a forma di cuscino” dice sicuramente poco a un italiano che sa benissimo come è fatto un raviolo. Per cui, al momento, ho deciso di non tradurlo, rinunciando a qualcosa e assumendomene la responsabilità, consapevole che quella parola all’apparenza insignificante in realtà esprime qualcosa di fortemente visivo. Ma è molto probabile che pensandoci e ripensandoci mi verrà qualcosa di più adatto.

Una situazione all’apparenza così banale è molto comune nel lavoro di un traduttore e vi garantisco che toglie il sonno a chi crede in questo lavoro e lo fa con dedizione e sensibilità. Sensibilità è un’altra delle parole chiavi nel lavoro di un traduttore. La sensibilità verso un testo che non viene di sicuro data dalla lettura di tutti i diversi saggi che vengono continuamente pubblicati su un autore che vogliamo tradurre ma dalla lettura dei suoi testi e dal rapporto di simbiosi che riusciamo o meno a creare con lui.
Perché non dimentichiamo che il traduttore ha una notevole responsabilità: è anche grazie al suo lavoro che i lettori conosceranno un autore e il suo mondo.

La terza parte di questo articolo verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Ester Formichella
Traduttrice EN-ES>IT
Benevento

Traduzione – Tradimento?

 Categoria: Traduttori freelance

Per tentare di riscattare quel mondo oscuro e ignoto che è per molti la traduzione, mi piace cominciare riportando le parole di colei che viene unanimemente considerata una delle migliori traduttrici italiane, Susanna Basso, vincitrice del premio Mondello 2006. Quando Ilide Carmignani nel suo saggio Gli autori invisibili le chiede se ha mai pensato a scrivere qualcosa di suo, la Basso risponde:
“Il mio lavoro è prendere la parola da altri, ma non prendere mai la parola. Credo che la traduzione sia un po’ come pregare, per la devozione che richiede. Scrivere invece è un po’ cantare.”
Eccoli quindi i due temi che saranno stasera alla base del nostro incontro: la scrittura da un lato e la traduzione dall’altro, la Cenerentola del “mondo dell’espressione” contrapposta alla sorellastra.
Cosa intendeva dire la nota traduttrice paragonando la traduzione al pregare e la scrittura al cantare? Cos’hanno in comune, in cosa si differenziano, quale delle due è la più faticosa, quale la più appagante?

Si sente sempre parlare di “urgenza della scrittura”. Lo scrittore è colui o colei che scrive perché ha qualcosa da dire, perché ha personaggi che gli girano nella testa, ha delle storie da raccontare. Il testo letterario prende l’avvio da un moto dell’immaginazione che genera una reazione, a quanto si dice, non facile da descrivere e che dà origine all’ispirazione.
L’ispirazione dà l’avvio alla storia e sarà la scintilla da cui lo scrittore con le sue innate capacità, siano esse pazienza, costanza o ostinazione, produrrà un testo che potrà o meno essere un capolavoro, comunque un testo frutto della sua fantasia ma al contempo una lunga e interminabile sequenza di parole e frasi che trasmetteranno emozioni e empatia. Il suo “canto” prenderà vita e cercherà di trovare la strada dell’immortalità.

Il traduttore, al contrario, non ha un’urgenza, ma uno scopo. Il suo compito è trasferire l’urgenza dello scrittore nelle parole e nel ritmo della sua traduzione, il tutto con meticolosità e attenzione. Non aspira a nessuna immortalità essendo consapevole che la sua traduzione sarà sottoposta a continue revisioni nel corso degli anni. Non può essere irruento ma misurato e accurato, deve comprendere il linguaggio dell’autore, il suo ritmo, i silenzi e i moti segreti.
Deve studiare ed analizzare non se stesso, come fa lo scrittore, ma colui che sta traducendo.
Il traduttore si ritroverà a “pregare”, ad analizzare il testo chiuso ed isolato da tutti, in piena “devozione”.

Proviamo a immaginare un traduttore, una persona sola, con davanti un testo composto da migliaia di parole. Immaginate la responsabilità che ha nel mettersi davanti a questo testo e a cominciare a decifrare, decodificare ogni singola parola, rendere ogni pausa, ogni virgola, ogni consecutiva. Deve trasmettere le stesse emozioni e sensazioni che l’autore ha provato a lasciare in quelle parole. Deve infondere alle parole la stessa musicalità e ritmo, trovare la stessa linearità o tortuosità. Deve scegliere la parola giusta, proprio quella e non un suo sinonimo perché quella si presta meglio nel complesso della frase e dell’unità del periodo.
Abbiamo però detto che questa persona è sola. Sola nell’interpretazione. Come fa a non sbagliare? Come possiamo essere sicuri che la sua sia un’interpretazione fedele di quello che lo scrittore voleva trasmettere? Come possiamo essere certi che la sua traduzione non sia una interpretazione che tradisce il testo originale?
Come sostiene Massimiliano Morini nel suo saggio La traduzione, in questa fase di chiusura, di solitudine, può accadere che il traduttore sia “portato…a semplificare e normalizzare il testo d’arrivo laddove il testo di partenza era…più complesso e anomalo”.

Ecco il grande rischio in cui può incorrere il traduttore nella sua solitaria e devota preghiera, la semplificazione, tentare di snellire il testo per renderlo più fruibile al lettore. Non è compito del traduttore aiutare il lettore nella comprensione, bisogna che il testo conservi le sue ambiguità e i suoi punti bui laddove sono presenti. Compito del traduttore è guidare il lettore alla scoperta di un testo che nell’originale non comprenderebbe, interpretarlo, coglierne le sfumature lessicali e culturali per poi far approdare il tutto nella lingua e nella cultura d’arrivo.

La seconda parte di questo interessante articolo verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Ester Formichella
Traduttrice EN-ES>IT
Benevento

Il potenziale creativo della traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Il lavoro del traduttore – o della traduttrice – viene sovente inteso come attività più tecnica che intellettuale, come mansione subalterna al volere dell’autore o dell’editore (sebbene anche questa figura abbia subito un declino nel passaggio dall’editore-intellettuale all’editore-imprenditore, avvenuto in Italia verso la fine degli anni ’80). Nell’industria editoriale attuale il traduttore riveste un ruolo di scarsa responsabilità cui si accompagna, in Italia più che nel resto d’Europa, un compenso altrettanto poco significativo, indice della scarsa considerazione di cui questa figura gode e che può tradursi in limitata auto-consapevolezza del proprio ruolo.

Al traduttore letterario, vengono spesso richieste innanzitutto fedeltà e aderenza al testo, in nome di quel principio della letterarietà che, sebbene debba indubbiamente valere come idea regolatrice, non sempre è garanzia di fedeltà alle suggestioni che l’autore intendeva suscitare nei suoi lettori. Questo accade, ovviamente, perché le lingue naturali non possono in alcun modo essere intese come sistemi pienamente codificabili tali da garantire una corrispondenza biunivoca nel passaggio da un sistema linguistico all’altro; soprattutto nel caso in cui i due sistemi siano notevolmente distanti, sia da un punto di vista intrinseco, ovvero prettamente linguistico, sia da un punto di vista estrinseco, ovvero della cultura di cui sono espressione.
Per questo al “buon traduttore” è richiesta non solo una profonda conoscenza delle lingue di partenza e di arrivo, ma anche delle culture in cui queste lingue si radicano, senza dimenticare che a uno stesso sistema linguistico possono afferire più culture, le quali a lungo andare provocano dei cambiamenti nelle lingue stesse (si pensi, per esempio, al filone della letteratura post-coloniale).

Se il “fattore cultura” è sufficiente a dimostrare come la figura del traduttore non possa essere sostituita da un computer, è la particolare sensibilità per il linguaggio, le sue sfumature e le sue assonanze ciò che qualifica il buon traduttore come artigiano, come artista, come creativo. Nelle grandi traduzioni, le cosiddette traduzioni d’autore, è possibile riconoscere la “mano” di chi ha operato sul testo caratterizzando l’opera con il proprio stile senza con questo soffocare il testo originale (si pensi alle traduzioni di Montale). In questo senso il tradurre è da intendersi come atto di ri-creazione, azione che consente di dare nuova vitalità a un’opera ampliandone l’orizzonte semantico e dotandola di nuove sfumature di significato.
Questo concetto di traduzione come “rivitalizzazione dell’opera” è stato elaborato dal primo Romanticismo tedesco (Schiller, Novalis ma anche il Goethe più tardo) per essere poi ripreso nel Novecento da Walter Benjamin e successivamente da altri critici della letteratura, tra cui in Italia Franco Fortini. Accanto a riflessioni di natura teorica non sono mancati esempi di messa in opera di questo modello, alcuni dei quali enfatizzati fino all’eccesso tanto da dare origine vere e proprie opere autonome, totalmente svincolate dal testo di partenza; si pensi per esempio al Pindaro di Hölderin o all’Eraclito di Heidegger.

Traduzioni estreme come quelle appena citate non possono certo essere prese a modello, ma possono servire a dimostrare come, al pari delle altre arti, anche la traduzione si presti alla sperimentazione e alla provocazione. In questo senso le “traduzioni impossibili” di Hölderlin devono valere come orizzonte trascendentale – come tale non raggiungibile né imitabile – all’interno del quale si situa il traduttore, finalmente conscio della propria responsabilità nei confronti dell’opera originale e del potenziale creativo della traduzione.

Autore dell’articolo:
Stefania Marinoni
Traduttrice ES>IT
Pisa

La Torre di Babele e lo studio delle lingue

 Categoria: Traduttori freelance

Si narra nel libro della Genesi, che in principio tutti gli uomini parlassero una sola lingua e conoscessero le stesse parole. Essi, forse spinti da un desiderio di grandezza e di elevarsi a Dio, vollero innalzare una torre altissima che arrivasse al Cielo. Secondo un’interpretazione allegorica del racconto biblico, Dio non apprezzò particolarmente questa ambizione degli uomini, da lui percepita come atteggiamento di sfida nei suoi confronti, e fece in modo che il loro progetto non giungesse a termine. Dio per questo volle punire le genti e le condannò all’incomprensione reciproca, dando origine ad una moltitudine di lingue differenti nel mondo.

Che le diverse lingue parlate su tutto il pianeta siano o meno il risultato di una punizione divina sugli uomini, certo è che la “comprensione linguistica” tra diversi popoli costituisce oggi un aspetto di forte interesse e rilievo dal punto di vista linguistico, traduttivo e culturale.

La conoscenza di più lingue costituisce per un essere umano un’enorme fonte di ricchezza in un mondo caratterizzato ormai dal plurilinguismo e dalla multiculturalità: chi parla diverse lingue, o perché bilingue di nascita o perché ha compiuto degli studi in tal senso, possiede una mente aperta a nuove culture e a tutto ciò che la caratterizza e contraddistingue: usi, costumi e mentalità. Infatti, un parlante bilingue si trova su un piano privilegiato perché mostra verso “l’altro” una certa disposizione al confronto, al dialogo, all’accettazione, alla comprensione e alla tolleranza reciproca. Conoscere le lingue dunque, non solo è un passaporto per il mondo e una carta fondamentale per affermarsi in ambito lavorativo, ma è soprattutto una ricchezza sul piano interiore e morale. Forse tante guerre e conflitti passati hanno alla base l’incomprensione linguistica: non capirsi linguisticamente genera spesso il fraintendimento e questo è un “male” per l’umanità intera. Professiamo dunque lo studio delle lingue, la curiosità verso le rispettive culture e ne trarremmo tutti dei benefici sul piano personale e umano.

Se dovessi parlare della mia esperienza personale, direi che probabilmente è sempre esistita in me una curiosità inconsapevole verso le altre culture: ricordo che da sin da piccola avevo una predilezione per i bambolotti di colore e per i cartoni animati ambientati al di là delle nostre frontiere! Non mi rendevo conto ma, il gioco per me era un momento di confronto e di crescita, “l’altro” non era per me “diverso” ma era fonte di arricchimento e soddisfacimento della mia curiosità di bambina, curiosità che mi ha accompagnato nel corso della vita e che ha segnato il mio percorso di studi: la Laurea in Lingue per la Mediazione Linguistica e la specializzazione in traduzione, mi hanno “aperto” in maniera consapevole al Mondo.

Siate dunque curiosi, perché la curiosità è il motore della vita e della conoscenza!

Autore dell’articolo:
Simona Melis
Traduttrice ES-FR<>IT
Cagliari (CA)

Come non imparare l’italiano

 Categoria: Traduttori freelance

Il titolo “come non imparare l’italiano” è un poco strano, lo so, ma deve essere così perché è riferito a problemi che troviamo quando una persona impara una lingua diversa, in questo caso l’italiano. Io sono madrelingua spagnola, e prima d’iniziare a studiare l’italiano tanta gente mi diceva che sicuramente non avrei avuto bisogno di studiarlo, che era possibile imparare solo ascoltando…niente di più sbagliato! Dopo aver studiato l’italiano per più di un anno (e continuo a studiare), ho capito che ci sono degli ostacoli che possono creare confusione per imparare questa lingua, oggi scriverò uno di questi: i falsi amici.

Tante volte ho sentito dire che l’italiano è facile da imparare perché sono tante le parole identiche, questa è un’affermazione sbagliata. È vero che esistono tante parole uguali tra lo spagnolo e l’italiano, ma hanno un significato completamente diverso, questo invece di essere un vantaggio diventa un problema al momento d’imparare.
In linguistica si conoscono come “falsi amici” quelle parole o frasi di una certa lingua che presentano una notevole somiglianza con altre di una lingua diversa, ma con un significato completamente differente.
I falsi amici sono più comuni fra le lingue con una somiglianza nella pronuncia o nella grafia, come succede tra lo spagnolo e l’italiano. Questi sono alcuni esempi di falsi amici:

Burro: Spagnolo = asino
Brutto: Spagnolo = stupido
Largo: Spagnolo= lungo
Loro: Spagnolo = pappagallo
Caldo: Spagnolo =brodo
Cintura: Spagnolo = vita
Gota: Spagnolo = goccia
Nudo: Spagnolo = nodo
Ponte: Spagnolo = mettiti
Rata: Spagnolo = ratto
Vaso: Spagnolo = bicchiere

Come potete vedere, questo è uno dei tanti fenomeni linguistici che rendono più difficile l’apprendimento dell’italiano, perché naturalmente quando uno si trova davanti a una parola straniera che sembra simile a una parola appartenente alla propria lingua madre, si tende a pensare che le due parole abbiano lo stesso significato.
Tuttavia questo è un problema completamente superabile con tanto studio e pratica costante della lingua che si vuole imparare, l’uso dei numerosi dizionari di falsi amici che aiutano a evitare interpretazioni sbagliate e tenere sempre presente che esiste il rischio di commettere errori quando ci si abbandona a riflessi automatici nell’uso della lingua, invece di pensare attivamente.

Autore dell’articolo:
Rivera Ugarte Jeimy Patricia
Traduttrice EN-IT>ES

Una lingua nuova

 Categoria: Traduttori freelance

Parecchi anni fa la mia famiglia si trasferì in terra straniera e, in età scolare, mi ritrovai con un compito insolito: apprendere da zero una lingua nuova, la lingua del posto e, dato che papa e mamma non ne erano all’altezza, dovetti diventare il loro interprete.

I miei ricordi vanno alle lunghe ore passate su di un vecchio libro di grammatica per apprendere da solo la pronuncia di ogni singola parola in cui incappavo. La spesa con mamma era molto divertente; prima scrivevo un elenco del necessario su tre colonne separate: il termine in italiano, l’equivalente inglese ed una trascrizione nell’alfabeto fonetico internazionale.
Ciò malgrado, a volte si verificavano dei problemi con parole simili, ad esempio “pepper” e “paper”, e i negozianti gentilmente me ne insegnavano la corretta pronuncia, con gran soddisfazione di mia madre.

Dopo un po’ ripresi a frequentare la scuola in una città vicina. Il che comportava ogni giorno una breve corsa in treno che ero fiero di far da solo.
Per quanto difficile all’inizio, lentamente appresi la lingua e ostentando sicurezza mi portai il dizionario italiano-inglese agli scritti trimestrali interni. Potete immaginarvi quanto fui scosso quando appresi che il voto dato al mio tema era “zero”. Nessuno mi aveva detto che la legge locale proibiva l’uso dei dizionari durante le prove!

Ebbi però la mia vendetta con gli esami di fine anno. Non solo ottenni voti sufficienti in tutte le materie (senza dizionari) ma, durante la cerimonia annuale di premiazione, mi fu assegnato il premio per il “Miglior Profitto”.

Qualche tempo dopo il premio mi resi conto che non traducevo più dall’italiano all’inglese ma che pensavo esclusivamente in inglese; la cosa più strana però era che non sapevo indicare quando questo passaggio fosse avvenuto!

La mia carriera scolastica proseguì tranquillamente, malgrado questi incidenti iniziali, fino agli esami finali di maturità che superai con voti ottimi, anche in inglese.

Mario Ricci
Traduttore IT<>EN e FR>IT
Viareggio (Lucca)

La lingua francese nel mondo

 Categoria: Traduttori freelance

La lingua francese tende spesso ad essere sottovalutata. Basterebbe invece fare una piccola ricerca per rendersi conto di quanto sia importante e diffusa. Infatti, la lingua francese nel mondo è la lingua ufficiale di 41 paesi, alcuni dei quali vicini all’Italia (Belgio, Francia, Principato di Monaco, Svizzera e anche vari paesi africani) ed è, oltre all’inglese, l’unica lingua del mondo diffusa in tutti e cinque i continenti. Il francese è parlato da ben 263 milioni di persone nel mondo, è la sesta lingua più parlata al mondo e la seconda lingua per diffusione, dopo l’inglese. Tutti questi dati mettono l’accento sull’importanza che può avere questa lingua in vari campi di lavoro.

Sono traduttrice madrelingua francese e la mia esperienza pluriennale mi ha infatti portato ad offrire i miei servizi di traduzione a vari tipi di clienti che avevano contatti con altri paesi: un commerciante di gioielli mi ha chiesto una collaborazione linguistica al fine di tradurre vari mail mandati da un potenziale cliente africano, un’associazione di beneficienza si avvale regolarmente dei miei servizi per comunicare con un paesino congolese, ho tradotto dei documenti ufficiali per la formazione di un consorzio in Algeria, una laureata in archeologia con il progetto di trasferirsi e lavorare in Francia mi ha chiesto la traduzione del suo curriculum e di vari documenti in francese, un cliente italiano si rivolge spesso a me al fine di vendere degli aerei in Francia, … Questi sono solo alcuni esempi di traduzioni in lingua francese senza le quali certi progetti non sarebbero potuti essere realizzati. Questo piccolo elenco evidenzia anche l’importanza del rapporto di fiducia con il traduttore, che non si limita soltanto alla traduzione ma che si fa in quattro al fine di aiutare il cliente a raggiungere i propri scopi.

Oltre al campo commerciale, lavoro regolarmente nel campo turistico. Sono nata e cresciuta in Belgio e so per esperienza che i miei connazionali e i francesi apprezzano molto l’Italia, ci passano volentieri le vacanze e amano la nostra cucina e i nostri prodotti locali. L’accoglienza turistica non si deve limitare alla pulizia e al comfort di un bed and breakfast o di un albergo, e neanche alla gentilezza del personale della struttura ricettiva. Sempre più turisti infatti prenotano le loro vacanze online perché è il miglior modo di scegliere tra varie strutture secondo i propri bisogni e desideri e di trovare la massima convenienza, e sono convinta, così come i clienti che si sono fidati della mia professionalità, che il primo passo verso il cliente straniero, e in questo caso francofono, è dargli la possibilità di scoprire il sito internet di una struttura ricettiva nella propria lingua; questo permette anche ad un sito internet di acquisire una maggiore visibilità e una più alta probabilità di prenotazione.

Al fronte dei dati elencati all’inizio di quest’articolo, può sembrare assurdo vedere dei siti internet di alberghi e bed and breakfast, come quelli che vedo regolarmente, tradotti in lingue come il polacco (parlato da 46 milioni di persone nel mondo), l’olandese (parlato da 22 milioni di persone), il ceco (parlato da soltanto 10 milioni di persone) o addirittura in esperanto (parlato da circa 2 milioni di persone) o in dialetti come il siciliano (parlato da 8 milioni di persone). Quest’atteggiamento è sicuramente dovuto a convinzioni errate e non fondate a discapito di una lingua come il francese, storica ma ancora attuale, indispensabile nel campo del commercio e nel campo del turismo al fine di aprirsi al mondo e di dare un’opportunità di crescita alla propria attività.

Autore dell’articolo:
Graziella Morreale
Traduttrice madrelingua francese FR<>IT

Traduttore o tecnologia informatica?

 Categoria: Traduttori freelance

A pensarci bene, la funzionalità di google che traduce istantaneamente parole, frasi e testi è veramente qualcosa di straordinario. Chi è che almeno una volta non ha utilizzato questo servizio online?
È forse uno degli strumenti a cui ricorrono ormai milioni di persone ogni giorno per gli scopi più disparati: per tradurre il testo di una canzone, per prepararsi il discorso in un’interrogazione, per un eventuale colloquio, insomma per togliersi qualsiasi dubbio in merito alla traduzione verso un’altra lingua straniera. Un metodo sbrigativo e più rapido rispetto alla consultazione di un dizionario tradizionale che sicuramente noi tutti possediamo ma che si preferisce lasciare ben in vista nelle nostre librerie. La tecnologia di oggi, che nessuno mai avrebbe potuto immaginare fino a qualche anno fa, si evolve velocemente soppiantando sempre più i metodi classici.

Questo cambiamento ha toccato anche il mondo della traduzione. L’innovazione che queste nuove funzionalità come Google translate hanno portato e stanno portando è qualcosa di eccezionale anche per coloro che non possiedono grande familiarità con il web. Basti solamente pensare che con solo due, al massimo tre click di mouse il servizio di cui si può usufruire è di ben 64 lingue diverse con la possibilità di ascoltare addirittura la pronuncia fonetica. Tutto gratuito. Che dire… il Sig. Google ha pensato proprio a tutto e la domanda sorge spontanea: il traduttore è ancora necessario al giorno d’oggi? In un futuro la tecnologia arriverà davvero a sostituire la figura del traduttore?

Chi come me, per studio o per lavoro si è trovato a confrontarsi con le lingue straniere e di conseguenza a tradurre sia testi letterari che scientifici può sicuramente apprezzare tutto ciò, ma sa benissimo che almeno per il momento la tecnologia non può certamente sostituire un traduttore umano. Le sfumature di una lingua sono infinite e una traduzione precisa che rispecchi fedelmente il testo non è sempre facile. Ci sono un’infinità di vocaboli, modi di dire, frasi idiomatiche tipiche di ogni singola tipologia di testo scritto; il traduttore automatico, anche il più innovativo non riuscirà, per quanto ne sappiamo ora, ad effettuare una traduzione perfetta. A mio parere il traduttore costituisce quindi una figura di notevole importanza e dovrebbe essere una professione maggiormente rivalutata perché impegnativa e soprattutto indispensabile. Il mondo sta procedendo verso una globalizzazione sempre più spinta; la società multietnica ci chiede collegamenti sempre più rapidi tra popolazioni di differenti linguaggi. Chissà se nell’immediato futuro la figura del traduttore verrà messa da parte e sostituita dai mezzi informatici!
Qualcuno disse: “Ai posteri l’ardua sentenza”. P.s.: io spero di no.

Autore:
Francesca Bertini
Traduttrice freelance FR>IT
Soragna (Pr)

La traduzione: questione di parole

 Categoria: Traduttori freelance

Mi avevano detto che per diventare traduttore bastava avere un’ottima conoscenza di una lingua straniera, un’eccellente padronanza della propria, e ovviamente possedere un personal computer. Ma io già molto tempo prima avevo deciso che nella mia vita sarei diventata una traduttrice. Un amore, il mio, che nasce forse da una pignoleria innata per la parola esatta, per le potenzialità di espressione del linguaggio umano. Una passione alimentata da studi di linguistica, dalla scoperta di un mondo fatto di parole e di segni, di regole e di usi, di convenzioni e di eccezioni, ma soprattutto fatto di significati, di rappresentazioni uniche e personali. Un mondo reale che siamo chiamati a nominare, nel senso letterale della parola.

Dare un nome alle cose, è questo che mi ha sempre affascinato, e di conseguenza riscoprire le origini di quel nome, la sua storia, le trasformazioni subite, i processi di metamorfosi diastratica e diatopica che han fatto sì che ancora oggi debbano esistere i traduttori.
Il traduttore. Tipo umano alquanto insolito, invece di soffermare la sua attenzione su di un’unica materia decide di spaziare tra le miriadi di possibilità e di significati che quella materia può avere, non solo nella sua cultura di nascita, ma anche in quella a lui vicina o a lui lontana.
E scopre così dei mondi, paralleli e opposti, che s’incrociano e s’incontrano, che si sfiorano e si scontrano. Scopre quei mondi di parole e attraverso di essi la struttura genetica stessa che ha dato loro vita, che li ha resi tali. Ed ecco che attraverso la cultura di un linguaggio scopre la cultura di chi lo parla, dalla tendenza di una flessione grammaticale la tendenza comportamentale di chi l’ha portata a flettersi, dal numero di parole utilizzate per descrivere un oggetto la realtà stessa di quell’oggetto, nel suo contesto originale.

Autore dell’articolo:
Raffaella Diacono
Traduzione editoriale e revisione testi
Traduttrice EN-FR-ES>IT
Asti

La traduzione perfetta

 Categoria: Traduttori freelance

Circostanza irripetibile, per un traduttore, quella in cui gli è permesso di adagiarsi nel letto dei suoi pensieri e di esprimerli liberamente senza i vincoli che un testo da tradurre pone.
Questo blog, con i suoi articoli, ci dona la possibilità di sguinzagliarci nell’ambito delle nostre competenze professionali, raccontarci liberamente ed in maniera del tutto personale.
Tanto si è detto e tanto si dice riguardo alla traduzione di testi, alle tecniche e alla storia della traduzione ma il dato certo che emerge è che non possiamo mai avere una traduzione “perfetta”, “ideale” (tranne che per brevi frasi non specifiche della lingua di partenza), cioè un tipo di risposta esatta e unica come si può trovare per un problema matematico o scientifico.
Nonostante sia soggetta a metodi scientifici, come elaborazione di ipotesi, valutazione, raccolta, riesame ed osservazione, la traduzione è ben lontana dall’essere una scienza esatta.

Poiché non esiste né la lingua perfetta né, tantomeno, la traduzione perfetta, il compito del traduttore diventa quello di accompagnare il lettore attraverso il confine tra due mondi e culture diverse, senza illuderlo di trovarsi nel testo originario.
A Umberto Eco va il merito di avere definito in maniera chiara il percorso del traduttore, che è quello di produrre più che la “stessa cosa”, “lo stesso effettoin una lingua o in un linguaggio diverso. Per ottenere questo risultato, il traduttore, consapevole delle differenze esistenti tra la propria cultura e quelle proprie delle lingue che deve tradurre, affronta il vero scopo del suo lavoro, creando un “metatesto”, che rifletta il significato e lo stile del “prototesto” e considerando la possibilità di rinunciare a qualcosa: la traduzione più “fedele” diventa così il risultato di un processo continuo di negoziazione, di un accordo tra gli autori e i testi in cui tutte le parti in gioco escono “con un senso di ragionevole e reciproca soddisfazione sulla base dell’aureo principio per cui non si può avere tutto” (Luciano Minerva).

Alunna diligente di un liceo classico affrontai una delle prime prove di traduzione dal greco all’italiano forse con eccessivo entusiasmo, i caratteri greci della frase da tradurre mi dicevano “Nel vino vi è il vero“, apparentemente questa frase mi sembrava non comunicasse molto, mi ci volle un po’ di coraggio per concludere, in questa mia traduzione dal greco all’italiano, che “In vino veritas”.

Autore dell’articolo:
Caterina Russo
Laureata in “Lettere e filosofia”
Corso di laurea in “Lingue e letterature straniere”
Traduttrice ES-FR>IT
Giugliano in Campania (NA)

Conservazione dei termini originali

 Categoria: Traduttori freelance

Sempre più spesso accade di trovare termini inglesi che prima vengono sfoggiati come si sfoggia un paio di scarpe griffate e poi, trascorso un determinato lasso di tempo, diventano parte integrante del nostro vocabolario. Pensate alla parola “computer”, il suo corrispondente italiano non è molto orecchiabile, ma esiste ed è “calcolatore”. Tuttavia, persino le persone di una certa età hanno raggiunto una certa familiarità con la parola “computer” anche se non accettano il fatto che termini in consonante e tendono a inserire la “e” finale per sentirla meno straniera!

Nell’ambito informatico la scelta di adottare termini di inglese americano è quasi obbligata in quanto le ventate di innovazione arrivano spesso e volentieri dagli Stati Uniti e nel nostro vocabolario non esiste niente in grado di tradurre quel concetto. Una perifrasi sarebbe inappropriata perché il mondo della comunicazione di oggi si muove veloce. Tutto deve essere rapido e immediato (già l’aggettivo “fast” è preferibile a “veloce”, si risparmiano ben due lettere!).

L’alternativa al termine inglese vero e proprio è quello di coniare dei, talvolta orribili, calchi. E’ per questo che chattiamo, scannerizziamo, postiamo e ancor peggio googliamo!
Ad ogni modo, l’inglese è insostituibile nel campo informatico e soprattutto nell’era attuale del Web 2.0 in cui le distanze geografiche sono state abbattute. E’ assolutamente necessaria l’adozione di una lingua franca che tutti possano usare per produrre contenuti e comprendere i contenuti generati da altri. E in fondo gli italiani sono allenati ai prestiti e ai calchi dall’inglese, siamo o non siamo un popolo di “latin lover”, con fama di grandi “flirtatori”?

Non ci resta che consolarci pensando al fatto che anche all’estero molti dei termini della nostra lingua madre sono presi e incorporati senza modifica alcuna nel vocabolario nazionale… Peccato che si tratti sempre e soltanto di termini culinari: pizza, pasta, spaghetti, parmigiano, mozzarella, maccheroni e chi più ne ha più ne metta!

Autore dell’articolo:
Letizia Parri
Laureanda in lingue e comunicazione interculturale
Traduttrice freelance IT<>EN
Arezzo

Traduzione: l’arte della condivisione (2)

 Categoria: Traduttori freelance

La conoscenza di un’altra lingua, tanto per saperla parlare e tradurre appena al di là del senso letterale, o tanto per sapersi muovere per fini turistici o lavorativi, è sterile, senz’anima. La vera conoscenza di un’altra lingua, invece possiede un’anima passionale che cerca di trasmettere e di tradurre l’infinita dote culturale di un popolo.

Il traduttore non finisce mai di conoscere, di scoprire; questa smania di conoscenza lo porta ad accanirsi nella ricerca non solo della migliore traduzione, ma della perfetta traduzione. L’artista traduttore legge l’opera dapprima nella sua globalità, ne comprende il genere, lo stile, il tema, i toni, i sentimenti; successivamente approfondisce il significato di alcuni termini o espressioni per scolpirli in un’altra lingua, solitamente la propria, al fine di trasmettere ai lettori le stesse sensazioni suscitate nella lingua originale. Tradurre una proposizione suscitando le stesse sensazioni di stupore, di collera o anche di banale noia, è per il traduttore un’impresa ardua ma non impossibile, è sicuramente un divertimento mentale molto impegnativo ed elevato alla massima concentrazione. La traduzione di un testo letterario, tecnico, economico o giuridico, è, dunque, un’attività responsabile e morbosamente precisa.

Nello specifico giuridico, i traduttori con studi giuridici alle spalle, si rendono conto maggiormente dei problemi interpretativi che dovranno affrontare. Un testo giuridico e una norma giuridica devono essere commentati con la stessa terminologia in cui sono stati espressi, per non rischiare di allontanarsi dall’interpretazione giurisprudenziale o dottrinale predominante. Un giurista non deve spiegare la norma con parole sue, talvolta può essere rischioso anche l’uso dei sinonimi. Immaginate ora di rendere comprensibile quel precetto in un’altra lingua, è veramente un’attività impegnativa ma affascinante a cui può aspirare solo chi fa dell’arte e del mestiere della traduzione, una vera e propria appassionante professione, perché tradurre è veramente bello.

Autore dell’articolo:
Elena Ramponi
Traduttrice FR >IT
Corbetta (MI)

Traduzione: l’arte della condivisione

 Categoria: Traduttori freelance

L’uomo, da sempre, interpreta e traduce sensazioni, sguardi, scritti e segni, in deduzioni e pensieri. Così si è svolta la vita di tutti i giorni in tutti i tempi, così è nata la Storia, interpretazione di segni concreti e figurati. Non si è trattato di una semplice attività, ma di una vera e propria impresa. L’arte della traduzione, in senso lato, è innata nell’uomo, ma non tutti si fermano a riflettere, infatti agiscono d’istinto, improvvisano; non si vogliono complicare troppo la vita, ma che gliene importa, sarà come sarà.

Traduciamo i nostri pensieri in atteggiamenti fisici gioiosi oppure in stati fisici dolorosi, i nostri stati d’animo parlano attraverso il nostro corpo. Il gioire ed il disperarsi si traducono nella passione per la conoscenza di se stessi e di coloro che ci girano attorno come microcosmi in cerca d’attenzione e d’aiuto. Ci giungono così degli stimoli e degli avvertimenti; la difficoltà sta nel far riaffiorare in noi la sensibilità di captarli, interpretarli e tradurli in motivi.
Tradurre significa interpretare, un’arte difficile e ricca di significati ma soprattutto di scoperte che non tutti apprezzano, che alcuni sottovalutano, di cui altri si appropriano gelosamente e ne rifiutano la condivisione, ma in cui tanti altri credono fermamente e passionalmente, essi sono i veri traduttori. L’attività del tradurre ci porta lontano, oltre i confini regionali e nazionali, soprattutto ora che siamo nel tempo della mondializzazione.

I traduttori si sentono attratti dalla conoscenza, dal voler far conoscere, in poche parole dal “voler condividere”. Il primo passo per un ambizioso traduttore è imparare l’altra lingua nel vero senso del termine, ossia immergersi a più non posso nella cultura dell’altro, mole immensa di consuetudini, di vita quotidiana, religiosa, politica, economica, giuridica, sociale.

La seconda parte dell’articolo verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Elena Ramponi
Traduttrice FR >IT
Corbetta (MI)

La sfida della traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Fare il traduttore è affascinante e pieno di sorprese. Può essere considerato un mestiere, una passione, un hobby o persino una missione, dipende dall’approccio che si sceglie. Oppure, può dipendere dal tempo a disposizione, o ancora dalle scelte editoriali dell’eventuale casa editrice o dell’agenzia di traduzione. Se i tempi sono stretti ed è necessario consegnare il lavoro al più presto, si tratterà di un mestiere, perché bisognerà dare maggiore importanza al rispetto della scadenza, ancor di più se si tratta di un testo tecnico, con parti ripetute che poco spazio lasciano all’inventiva. Sarà richiesta rapidità, precisione e aderenza al testo di partenza. Si può cesellare la parola e dare il giusto spazio alla fantasia e al gusto estetico nel caso in cui si debba tradurre un testo editoriale, e i tempi di consegna siano più lunghi.

Fare il traduttore è affascinante e pieno di sorprese perché non si finisce mai di imparare, si apprendono di continuo cose nuove. Non solo, infatti, il testo tradotto porterà nuove informazioni nella vita delle persone che lo leggeranno, ma contribuirà ad erudire il traduttore, che sarà portato a documentarsi e approfondire argomenti dei quali prima magari sapeva ben poco. Il traduttore deve sempre tenere presente che il lettore finale del frutto del suo impegno sarà il più delle volte più preparato di lui nella materia trattata. Un testo tecnico è probabile che venga letto da gente esperta o interessata a un determinato settore, mentre in altri casi, il traduttore dovrà considerare il target di riferimento e adattare la traduzione di conseguenza.

Sia il traduttore tecnico che quello letterario sanno che devono tenersi costantemente aggiornati. Bisogna leggere molto e leggere di tutto, non solo per cercare di acquisire conoscenze che permetteranno una traduzione più accurata e agile, ma anche per studiare lo stile e la terminologia, sia nella lingua di partenza che tramite testi paralleli nella lingua di arrivo. Inoltre, quale migliore occasione per allargare e consolidare la propria cerchia di conoscenze? Se il protagonista del romanzo che stiamo traducendo è dal parrucchiere e noi siamo alle prese con complicatissimi congegni per la messa in piega, una delle soluzioni migliori potrebbe essere telefonare al nostro coiffeur di fiducia e chiedergli di guidarci in quei meandri.

Nonostante la moltitudine di lingue che esistono al mondo, non si può che considerare una grande ricchezza questa varietà. Ogni lingua è il risultato di secoli di storia, di cultura, di incontri e prestiti. Ben venga la sfida della traduzione, che impone di plasmare la parola e trasformare ogni testo in un testo nuovo e originale.

Autore dell’articolo:
Monica D’Alessandro
Traduttrice EN-ES>IT
Palermo

La mia nuova vita da traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

Il 23 ottobre 2011, ho compiuto 63 anni ed ho deciso di intraprendere la carriera di traduttore.
Sono infatti andato in pensione dal mio vecchio lavoro di ingegnere meccanico e mi sono ritrovato a non avere nulla da fare di positivo. Conosco il francese e l’inglese: mi sono detto: “Perché non fare il traduttore?”.
Ma ho voluto fare le cose in grande: mi sono iscritto alla facoltà di lingue e letterature straniere, a Torino; ho inoltre deciso di andare sei mesi in Inghilterra, a migliorare il mio inglese.

Mi sento ringiovanito di almeno 30 anni, anche se ho la barba bianca, mal di schiena e faccio fatica a camminare bene (figuriamoci a correre!).
Vado in piscina tutti i giorni, ed ho inviato il mio curriculum a varie società di traduzione.
Ho acquistato un notebook nuovo, perché quello vecchio mi ricordava troppo il mio lavoro precedente (non ho avuto il coraggio di disinstallare Autocad ed i vari pacchetti che mi aiutavano nella programmazione, anche perché potrebbero sempre servire …), e via, verso l’ignoto.

Forse ignoto no, perché a dire il vero il traduttore l’ho già fatto in passato, ma sempre per poco tempo e non come lavoro principale; ho rispolverato i miei dizionari di francese e di inglese e … naturalmente mi appresto ad imparare una terza lingua; non so ancora quale, e con questa non potrò certo fare traduzioni, inizialmente, ma … poi vedremo.

Autore dell’articolo
GianAngelo Cencio
Traduttore Fr>It En>It
Roddino (Cn)

Facebook: un ausilio per la traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Nell’era di Internet, dei social network, dei programmi di assistenza alla traduzione, delle banche dati, dei motori di ricerca e delle e-mail in tempo reale, reperire l’informazione di cui si necessita potrebbe sembrare un gioco da ragazzi, vista l’ingente mole di dati disponibili. In realtà queste informazioni, talvolta, possono fuorviare e gettare in confusione il traduttore che sta lavorando su un testo, oltre al fatto che deve pure accertarsi della loro veridicità. Infatti, lungi dall’essere un tuttologo ed essendo confrontato a testi di ogni settore e, spesso non potendo contare nemmeno sull’aiuto di un esperto, deve venirne a capo con le sue stesse forze.
In questo contesto, però, uno dei più celeberrimi social network, ovvero Facebook, può venire incontro alle esigenze dei professionisti della traduzione e dar loro una mano. Infatti, quest’ultimo non serve solo ed esclusivamente a restare in contatto con amici e conoscenti di tutto il mondo, taggare foto e post vari.

Negli ultimi tempi alcuni traduttori professionisti hanno deciso di cogliere la palla al balzo e sfruttare questo social network in modo proficuo, coscienti che al giorno d’oggi quasi tutti dispongono di un account su Facebook. Sono così sorti numerosi gruppi dedicati a questa professione, spesso sottovalutata e non sufficientemente riconosciuta. Il traduttore iscritto può di conseguenza chiedere aiuto ai colleghi se una parte di un testo risulta poco chiara, può trovare offerte di lavoro, postare e reperire glossari online sulle tematiche più svariate e nelle diverse lingue, venire a conoscenza di seminari e corsi organizzati sul tema della traduzione, essere sempre al corrente della normativa vigente sulla sua professione, solo per citare alcuni esempi.
Insomma un mezzo che può sembrare un mero oggetto di svago, si può trasformare in una risorsa molto utile per il traduttore, oltre a tenere compagnia ed essere una valvola di sfogo per coloro che trascorrono ore e ore davanti al computer e necessitano di cinque minuti per distrarsi.

Di seguito vorrei citare alcuni di questi gruppi nella speranza che possano essere d’aiuto agli utenti di questo blog

• Liberi professionisti traduttori
• Übersetzer und Dolmetscher
• Traduttore Cerca Aiuto
• Interpreting for Europe
• Trova traduttore
• Traduzioni legali
• Traduttori e traduttrice de-it-de

Autore dell’articolo:
Laura Broggi
Interprete e traduttrice DE e FR
Merano (Bz)

Cos’è la traduzione?

 Categoria: Traduttori freelance

Cos’è la traduzione? Difficile darne una definizione dal momento che la sua storia dimostra come l’idea del tradurre e il linguaggio siano cambiati nel corso dei secoli. Considerare la traduzione come un mezzo di comunicazione tra lingue e culture diverse renderebbe la traduzione un’attività inferiore; essa è invece lo spazio privilegiato per l’osservazione delle dinamiche interne al linguaggio perché è attraverso essa che si può constatare l’evoluzione costante delle lingue.

Possiamo innanzitutto dire che la traduzione è un’attività inseparabile dalla sua storia, dal linguaggio, dalla letteratura e dalla cultura di partenza e da quella di arrivo di un’opera e prima di essere attività è un atto d’intenzione del traduttore che deve così confrontarsi con il mito dell’originale. Da qui ci interroghiamo sul ruolo del traduttore o, per citare Walter Benjamin, su quale sia il suo compito.

Un compito, quello del traduttore, che all’origine prevede un atto di fede nei confronti del testo da tradurre: credere fermamente di aver incontrato un universo, il testo, che meriti di essere rivelato attraverso un’altra lingua. E questo rivelare diventa una sfida ogni volta che saranno messe a confronto due lingue e due culture diverse.
Attraverso la riflessione di W. Benjamin abbiamo compreso che il valore di un’opera letteraria non risiede nella trasmissione di informazioni ad un pubblico di lettori, ma nel modo in cui un autore si enuncia di fronte al mondo. Allo stesso modo, dunque, il traduttore dovrebbe riprodurre l’intenzione dell’opera originale e per far ciò dovrà affrontare dei problemi di natura culturale che gli assegnano il ruolo di mediatore.

Per adempiere al ruolo di mediatore culturale egli dovrà possedere un gran numero di saperi come la conoscenza della società, della sua storia, della sua gastronomia, dei suoi costumi; la conoscenza delle regole della comunicazione, delle frasi idiomatiche e dei proverbi; la conoscenza degli strumenti informatici utili per la parte pratica del suo lavoro. L’abilità del traduttore dovrebbe consistere in una conoscenza ottimale delle due culture messe a confronto al fine di adattare il testo di partenza alla cultura di arrivo.
Un lavoro, dunque, carico di responsabilità che a volte porterà a fare della negoziazione ovvero a compiere scelte nella misura in cui sarà necessario cambiare l’aspetto dei segni linguistici nel passaggio da una lingua all’altra, rinunciando a volte a qualcosa nella lingua d’arrivo per far gustare al lettore un po’ del sapore dell’opera originale.

Autore dell’articolo:
Maria A. Montanaro
Aspirante traduttrice
(Laurea Specialistica in Teoria e Prassi della Traduzione Letteraria)
Lingue Français =>Italien; English =>Italian
Bari

L’articolo è l’adattamento in italiano dell’introduzione presente nella mia tesi di laurea in francese dal titolo “Une proposition de traduction et commentaire de Caroline assassine de Sophie Jabès

Tradurre è comunicare

 Categoria: Traduttori freelance

“I traduttori sono dei deviati. Persone assurde”. Così esordì il mio professore di traduzione un bel giorno all’università. Parole che mi sono rimaste chiaramente impresse e che mi accompagnano nella mia ricerca di un posto nel mondo della traduzione. Dopo essersi ripresi dal piccolo shock che tale affermazione provoca, bisogna ammettere che un pizzico di verità c’è: il traduttore è lettore e autore allo stesso tempo, si nasconde e si annulla per dar voce a qualcun altro; il suo intervento, il suo lavoro è quello di non trapelare dalle parole che qualcun altro ha scritto, farsi portavoce di cose mai dette, mai pensate, magari neanche condivise e lontane da sé.

Il traduttore è un personaggio nell’ombra, il suo è un lavoro non sempre riconosciuto e onorato come meriterebbe, a mio parere. Eppure riflettiamo: avremmo mai potuto apprezzare e lasciarci incantare dai libri di un Flaubert, di un Kafka, di Dostoevskij, senza l’intercessione (non esiste termine più appropriato, direi) di un traduttore?

Tradurre è comunicare, è mediare, livellare e scavalcare i muri delle differenze linguistiche e culturali. Già, perché il traduttore non è un semplice amanuense che copia parole scritte soltanto in modo diverso, ma è un conoscitore di due o più paesi diversi, e costruisce quel ponte che ci permette di affacciarci e di passeggiare sul sentiero di un nuovo modo di scrivere, pensare, essere.

Autore dell’articolo:
Valeria Visentin
Traduttrice EN>IT
Borgo Bodgora (LT)

Niente sconti, ma nulla per scontato

 Categoria: Traduttori freelance

E’ iniziato tutto con Compuserve, un software pesantissimo che allora serviva, credo, per comunicazioni interaziendali. In azienda nemmeno avevano capito cos’era. Me ne avevano affidato la comprensione, visto che le spiegazioni erano in tedesco. E così ero l’unica a sapere cos’era, ad avervi accesso e dopo un po’ di tempo a gestire le pochissime mail che venivano mandate da qualche collega. Tutti usavano il fax, una sorta di totem dove ci si riuniva verso le 10.30 a mandare i 3 o 4 fogli prodotti nella mattina. Poi si scendeva al bar a bere il caffè. Con Compuserve eseguivo le mie prime trasmissioni remote, ma ancora non avevo compreso le potenzialità di quel pesante e oscuro sistema. Pensavo a qualche diavoleria tedesca, affibbiataci dai nostri partner aziendali.

Ho invece compreso veramente che cosa stava succedendo, il giorno in cui un amico titolare di un’agenzia per cui lavoravo, e alla quale da tempo consegnavo floppy-disk con i file di traduzione, mi installò un “modem”, una scatoletta dall’aspetto antiquato.
La barra che da 100% scendeva, fino allo 0%, e la scritta in dos, di conferma dell’invio, mi davano una certa euforia. Fu in quel preciso momento che capii di essere libera. E l’avvento della posta elettronica me lo confermò.Da allora avrei potuto lavorare ovunque, quella scatoletta mi avrebbe salvato da anni di pendolarismo, di logoramento, e da tutte quelle cose che da giovane dipendente apprezzavo ma che temevo avrei sofferto con il passare degli anni. Avrei invece potuto decidere dove, e con chi lavorare. Dedicarmi esclusivamente a quello che mi piaceva. Trasformare l’incomprensibile in comprensibile, l’ingarbugliato in semplice. In una parola avrei tradotto. Avrei potuto scegliere dove lavorare e, in una certa misura, anche per chi. Avrei potuto mettermi per conto mio. Più avanti l’ho fatto.

E quando lo feci nemmeno immaginavo che di lì a qualche anno ancora un PC mobile con chiavetta mi avrebbe permesso di trascorrere villeggiature di lavoro accanto ai miei famigliari, e soprattutto a mia figlia. Sono passati 15 anni da quella volta con Compuserve. Non sono su Facebook, né su Twitter, non voglio esagerare. Mi basta la libertà che oggi possiedo. Dopo 25 anni posso dire di non aver avuto sconti nella mia professione, ma di non dare assolutamente nulla per scontato.

Autore dell’articolo:
Monica Mantovani
Traduttrice di brevetti – ENG-ITA TED-ITA
Novara

Sono una traduttrice

 Categoria: Traduttori freelance

Sono una traduttrice. Ho sempre amato tradurre. All’inizio per diletto, e poi per il gusto di dare agli amici l’opportunità di condividere con me letture affascinanti che loro non potevano gustarsi in lingua originale.

Poi, dalla semplice passione per la lettura, è nato l’amore sfrenato per il lavoro da sarto del traduttore. Sì, perché sono convinta che chi lo fa per mestiere abbia grandi responsabilità e grandi missioni da svolgere quando intraprende tale strada. Infatti, nonostante il tradurre sia dar voce a un autore, riportando pedissequamente nella propria lingua le sue parole, il traduttore passa in secondo piano dimenticato dal lettore. Tranne nel caso in cui il testo sia cucito talmente male da rendere oltremodo ingombrante la sua presenza. Questo è il paradosso a cui ci dobbiamo arrendere: far bene una traduzione ed essere dimenticati, passando in secondo piano, piuttosto che essere notati perché il lavoro fatto è stridente, ingarbugliato e cacofonico.

Tuttavia tale aspetto è solo una delle facce della medaglia. Nel frequentare svariati corsi, per affinare le mie capacità e le mie conoscenze, ho imparato che non esiste la traduzione per antonomasia, ma una traduzione: quella che è frutto del lavoro di una persona che ha il proprio bagaglio culturale e formativo. Per cui, a parità di competenza e professionalità, la mia traduzione sarà diversa da quella di un altro collega, perché diversi sono i nostri processi mentali e le nostre realtà. Diversi saranno i dubbi amletici che sorgeranno ogniqualvolta si preferisca una scelta lessicale invece di un’altra. Senza parlare dei sensi di colpa che ci si porta dietro per averlo fatto.
Però, vuoi mettere che soddisfazione sapere che chi leggerà il lavoro finito non penserà a quel testo come a una traduzione ma come a qualcosa di naturale?

Autore dell’articolo:
Ina Uzzanu
Traduttrice Freelance & Scout Reader
Sassari

La traduzione e il talento

 Categoria: Traduttori freelance

Mi sono sempre chiesta quale fosse il lavoro più bello del mondo. Una risposta di tanti potrebbe essere il lavoro con un guadagno di diecimila euro al mese, ma forse comporterebbe affanno per tutto il giorno e sette giorni su sette senza neanche tante soddisfazioni. Altri potrebbero rispondere quello di maggior prestigio, e magari non mostrare particolare interesse per il tipo di lavoro svolto, ed altri ancora preferirebbero quello che comporta minore fatica, rischiando forse l’alienazione e la noia più totale.

Al giorno d’oggi si tende talmente tanto alla frustrazione che si trascura un elemento molto importante: il piacere nel lavorare. Proprio così, come nel divertimento più puro anche il lavoro merita il suo piacere.
Se nell’esercitare la propria professione si riesce ad avvertire una particolare sensazione piacevole e le difficoltà che si incontrano, più che un indesiderato ostacolo, rappresentano un’appassionante sfida, un bagliore di luce illumina la mente, le soluzioni anche ai quesiti più complicati si materializzano come se guidate da una mano divina. I risultati e le soddisfazioni non tardano a farsi attendere.
Riuscire a sentire questo fa la differenza, cogliere tali sfumature equivale a cogliere il sapore della vita che porta a dare il meglio di sé. Così non esisterebbe il lavoro più bello perché ognuno avrebbe il suo.

Ciò che mi ha spinto a svolgere questa professione come principale attività lavorativa è proprio questo “bagliore” ed i risultati raggiunti con la stessa ispirazione mi hanno sorpreso ancor di più.
Come le sfumature riescono a far cogliere il sapore di ciò che appassiona e rende una professione speciale, così sono riuscite a guidarmi nella pratica: tradurre è un arte e significa cogliere le sfumature poiché le differenze sottili tra un termine ed un altro suscitano sensazioni diverse. Riuscire a percepire tale differenza, ricostruirla nel proprio mondo e trasmetterla esprimendone la giusta essenza è l’obiettivo da raggiungere.
Ma allora che cosa è il talento, questa preziosa ed alquanto rara parola, tanto ricercata e tanto voluta, forse non è poi così impossibile… forse è in ognuno di noi…. bisognerebbe solo scoprire la sua identità.

Autore dell’articolo:
Cinzia Cernitore
Traduttrice Inglese – Italiano
Bari

Un traduttore senza sede

 Categoria: Traduttori freelance

Sono ancora molto recenti gli anni dell’Università nei quali ci insegnavano come si traduce un certo tipo di testo. La maggior parte del lavoro, però, era lavoro autonomo. Erano le nostre prime creazioni nel mondo delle traduzioni. Quei tempi ormai sono dietro di noi anche se i tempi dello studio sono ancora qui e non finiscono mai.
Finita l’Università, forse sono arrivati i tempi più duri. La ricerca di clienti tramite cui farsi una propria carriera. Tutti o quasi tutti siamo passati per questo percorso. Qualcuno lo ha trovato subito, altri con un pizzico di fatica in più, e altri invece hanno dovuto letteralmente sudare per trovare un piccolo posto nel mondo delle traduzioni.
Quando sei un principiante nel settore e tutte le agenzie di traduzione e tutti i possibili clienti richiedono anni e anni di esperienza che tu, in quel momento non puoi avere, a volte senti il bisogno di sbattere la testa contro un muro. E invece bisogna avere pazienza, tradurre, leggere, fare esercizi linguistici per mantenere il livello che hai raggiunto dopo l’Università o magari, e meglio ancora, migliorarlo.
Inoltre, la ricerca del lavoro viene resa ancor più dura dalla crisi finanziaria che, nonostante si sia indebolita, persiste nel mettere il bastone tra le ruote ai traduttori neolaureati.

Il mio viaggio da traduttore è iniziato a Trieste, alla SSLMIT. Dicono, una delle migliori scuole del genere in Italia. Per questo motivo pensavo che, finiti i corsi, tutto sarebbe andato liscio come l’olio. Dopo la laurea sono tornato a casa, in Croazia. Alcuni lavoretti li avevo già iniziati a Trieste, altri li ho iniziati a casa, ma poi? Ma poi non ero felice e ho deciso di trasferirmi a Sarajevo. Qui il settore delle traduzioni è forse meno sviluppato che in Italia. Naturalmente si fanno traduzioni letterarie e si traducono saggi e testi universitari ma la traduzione tecnico-scientifica è meno presente. Tuttavia, questo non è un problema dato che si può lavorare facilmente via internet. Venendo qui, ho scoperto che la lingua bosniaca è molto più diversa dal croato di quanto potessi immaginare. Ci sono molti più stranierismi di provenienza turca e tedesca e differenze anche a livello grammaticale. Ci sono parole che non avevo mai sentito prima. E questo è stato un buon allenamento per apprendere una “nuova” lingua le cui basi erano già presenti in me grazie al croato.

Ma oltre a questo bisognava pensare anche alle altre lingue come l’italiano e l’inglese. Alla fine sono queste le lingue di origine con cui lavoro e voglio lavorare. Quindi bisognava mantenerle attive. Come penso tutti, leggo libri, giornali, magazine. Mi vedo film, serie TV e vari spettacoli con e senza sottotitoli (perché in questa parte del mondo si usano i sottotitoli piuttosto che il doppiaggio), comunico con amici e naturalmente traduco. Poi ho anche lavorato con una TV proprio nel campo del sottotitolaggio. E inoltre, per guadagnare qualche soldino in più, ho iniziato a fare la guida turistica, o meglio l’accompagnatore di gruppi turistici. Quindi oltre a “sentire” le lingue d’origine, posso anche usarle attivamente.
Dove mi porterà il domani non lo so, ma sicuramente lo aspetterò munito del mio computer e di una connessione a internet, sperando che questa crisi la smetta di mettere i bastoni tra le ruote a me e agli altri traduttori che hanno iniziato o stanno per iniziare a farsi strada nel settore della traduzione.

Autore dell’articolo:
Vili Šorgo
Traduttore freelance italiano/inglese>croato
Novigrad (Croazia)

Una professione fra arte e mestiere

 Categoria: Traduttori freelance

La traduzione è una delle professioni meno conosciute in Italia. È un mestiere difficile, un’arte da cesello, ma nessuno, ovviamente a parte gli addetti ai lavori, i familiari e gli amici degli addetti ai lavori, pare conoscerlo bene, né interessarsene.
I traduttori da anni lottano per l’affermazione e il riconoscimento di una professione tanto affascinante quanto complicata e misteriosa ma che al momento non è nemmeno protetta da albo. Non esistono nemmeno dei tariffari fissi. Il prezzo varia secondo capacità, tempistiche, lingue di lavoro, settori di specializzazione.

Ma come si diventa traduttori? E una volta diventatolo, quanto si lavora? Si può vivere di sola traduzione? Queste sono le domande che tutti quelli che si avvicinano alla traduzione si fanno e fanno ai professionisti che conoscono più o meno direttamente. Il fatto è che non esiste una risposta unica perché ogni caso è differente. Si tratta, infatti, di una professione che offre opportunità variegate, sbocchi diversi e ha bisogno di costanza, pazienza e tantissima umiltà. Doti che, se pur nobili e apprezzabili, fanno a pugni con il bisogno concreto di dover lavorare e di doverci anche vivere, di traduzione. Si è così sviluppata, negli anni, la curiosa immagine del traduttore “asceta”, un po’ intellettuale, che vive traducendo tutto il giorno senza quasi avere necessità di alcun tipo. “È un lavoro che si fa per passione, che si fa gratis, che prima di entrare nel giro ce ne vuole, che si trova solo attraverso determinati canali, che si ottiene grazie al passaparola…” queste le frasi d’ordinanza.

Dopo quasi dieci anni di esperienza nel settore, posso dire che non esiste una regola per diventare traduttori e per poterne vivere. Certo, questa sfida rende il lavoro ancora più affascinante e misterioso. E riguarda soprattutto la traduzione letteraria. Per quella tecnica, le cose sono un po’ diverse. Se la traduzione letteraria si avvale principalmente di pochi eletti, fortunati (e anche bravi, va detto) da poterci guadagnare la pagnotta, il settore tecnico ospita molti lavoratori soddisfatti. Conosco parecchie persone che vivono bene facendo il traduttore informatico, industriale, legale, traducendo bilanci, contratti e manuali. Lavorano tutti come matti e, forse, sono anche sottopagati per quello che fanno e per la qualità del lavoro che producono.

Per diventare traduttori bisogna studiare moltissimo, formarsi a lungo, leggere a bizzeffe, allenarsi a più non posso. Bisogna leggere libri nella propria lingua e in quella di lavoro, guardare la Tv del Paese di riferimento, conoscerne la cucina, la musica, le tradizioni, la cultura politica e quella religiosa, il pensiero della gente. Bisogna viaggiare e frequentare persone di quel Paese, andare a corsi e laboratori di traduzione specialistica e, ancora, leggere giornali, visitare siti. Non solo. Bisogna anche essere tenaci e passionali e sapere che non è abbastanza frequentare corsi che, se non vengono messi a frutto nel modo giusto, rischiano di diventare pezzi di carta che conducono alla strada del traduttore improvvisato. Per imparare a tradurre bisogna farlo, questa è la sola verità, e imparare molto sul campo. E non si deve avere troppa paura di commettere errori. Tutti li hanno commessi, li commettono e li commetteranno. Le parole sono scie luminose e ce n’è un gran bisogno, anche di quelle straniere, ed è un regalo che solo la traduzione ci può fare. Bisogna solo studiare, faticare, sudare. E osare un po’, perché, come dice Sepulveda, “Vola solo chi osa farlo”.

Autore dell’articolo:
Claudia Verardi
Traduttrice professionista en>it, fr>it,
Caserta

Traduttrice professionista o improvvisata?

 Categoria: Traduttori freelance

Da anni mi guadagno da vivere come traduttrice. Sono nata vicino a un grosso distretto industriale dove si producono mobili di ogni tipo (tavoli, divani, letti, armadi, ecc.) ed ho cercato di sfruttare al massimo quest’opportunità.
Sono stati i miei genitori ad indirizzarmi verso un percorso di studi che mi avrebbe permesso di lavorare nel distretto. Ho studiato commercio estero e poi lingue all’università.
Dopo la laurea ho iniziato da subito a lavorare come impiegata commerciale, ma, a distanza di pochi anni ho capito che avrei potuto dare il meglio di me stessa come traduttrice. Avrei fatto qualcosa che mi piaceva di più, in cui avrei potuto realizzarmi maggiormente e anche guadagnare di più qualora fossi riuscita a metter su qualche buon cliente.
Dopo tanti sforzi effettuati per acquisire clienti, adesso ho un bel flusso di lavoro e non mi basta mai il tempo, ho più lavoro di quanto riesca a gestirne. Per questo mi reputo molto fortunata, anche se mi sono impegnata moltissimo per raggiungere gli obiettivi che mi ero prefissata. Le ditte che operano nel distretto mi contattano per tradurre lettere commerciali, contratti, schede tecniche di prodotto, cataloghi di vendita, documentazione aziendale di vario genere. Sono diventata un punto di riferimento per molte di esse.

Per diventare una traduttrice professionista ce l’ho messa proprio tutta e ancora oggi ce la metto tutta. Leggo libri, riviste e giornali in lingua straniera, guardo tv straniere, ascolto musica straniera, visito siti internet stranieri, chatto con un sacco di amici stranieri, frequento corsi di traduzione specialistica, viaggio spesso nei paesi dove si parlano le lingue con cui lavoro, acquisto dizionari aggiornati, insomma faccio di tutto per acquisire professionalità, in primis per i clienti, ma anche e soprattutto per me stessa.
Come tutti i bravi traduttori, non ho intenzione di fermarmi, voglio continuare a studiare e a migliorare. La tenacia e la passione sono i fattori che mi hanno permesso di aprirmi un varco in questo settore. Tuttavia, anche se sono soddisfattissima del mio percorso e della professionalità acquisita, a volte mi sembra che mi manchi qualcosa, percepisco una specie di lacuna.

Mi accade quando frequento alcuni forum o blog nei quali i traduttori lanciano strali contro i cosiddetti traduttori improvvisati, cioè coloro che non hanno frequentato scuole, corsi o master per traduttori. Anche se so di aver fatto un bel percorso, in qualche modo mi sento chiamata in causa e mi chiedo se anch’io sono una traduttrice improvvisata. Poi però leggo i commenti degli stessi traduttori che condannano tutti i corsi-corsetti-corsettini che a loro dire non fanno altro che consegnare pezzi di carta a persone che poi all’atto pratico non sono capaci di tradurre una lettera commerciale standard.
Io invece lo sono, prova ne sia che da anni vivo di traduzione. Del resto, un’altra delle cose che ho letto è che il buon traduttore si vede al momento del “test del pagamento”: se a lavoro finito uno viene pagato e, soprattutto, se dopo un po’ di tempo viene chiamato per un nuovo incarico, allora vuol dire che la traduzione tanto male non era.
Quando mi pagano, i dubbi sul fatto di essere una traduttrice improvvisata svaniscono come per magia e mi sento di nuovo una traduttrice professionista.

Autore dell’articolo:
Daria Capecchi
Traduttrice professionista fr>it, en>it
Quarrata (PT)

Tradurre in pigiama

 Categoria: Traduttori freelance

Quali sono le cose che amate di più della vostra professione? Cos’è che vi ha portato a fare il lavoro che fate? Alcuni, purtroppo, risponderanno che non ne hanno idea, che è stato il caso o peggio la necessità a motivare le loro scelte. I più fortunati daranno una risposta diversa.
I traduttori, in genere, di fronte alle domande appena enunciate, rispondono facendo riferimento all’amore smisurato che hanno per le lingue straniere e alla sensazione di estrema soddisfazione che provano nel tradurre un testo da una lingua ad un’altra.
Anche nel mio caso (sono traduttrice cinese-italiano e inglese-italiano) questi due fattori sono stati sicuramente importanti quando ho deciso di intraprendere la carriera di traduttore, ma non sono stati decisivi.
Avrei potuto tranquillamente utilizzare le lingue lavorando nel turismo o nel commercio e avrei sicuramente guadagnato più soldi. Il problema è che non avrei potuto lavorare da casa.

Ebbene sì, ammetto che una delle cose che amo di più del mio lavoro è il fatto di poter lavorare da casa. Volete mettere svegliarsi la mattina e non doversi gettare nel caos della città? Rimanere a casa al calduccio, accendere il computer ed iniziare a lavorare con la tazza del caffé caldo sulla scrivania. Non cambierei il mio lavoro con nessun altro.
Per contro, il mio fidanzato morirebbe se facesse questo lavoro, lui è iperdinamico, iperattivo, non può stare chiuso in una stanza più di cinque minuti, io sono l’esatto opposto, una vera pigrona. Ci sono giorni in cui lavoro persino a letto, senza nemmeno togliermi il pigiama! Normalmente però mi metto in tuta per stare comoda.
Alcuni teorici sostengono che per essere professionali (ad esempio nel rispondere al telefono o a un’e-mail) occorra vestirsi in modo professionale poiché chi sta dall’altra parte della cornetta o legge i nostri messaggi, a loro dire percepirebbe in qualche modo che non siamo esattamente “in tiro” e ci riterrebbe di conseguenza poco professionali.
Mai sentita una stupidaggine più colossale! I miei clienti e le agenzie di traduzione con cui collaboro non si sono mai lamentate della mia professionalità. Lavoro in pigiama ma consegno sempre traduzioni accurate e rispetto le scadenze pattuite.

Autore dell’articolo:
Marika Aldini
Traduttrice cinese-italiano e inglese-italiano
Domodossola (TO)

Traduttori e marketing

 Categoria: Traduttori freelance

Uno degli errori più comuni che commettiamo noi traduttori con qualche anno alle spalle è smettere di fare attività di marketing quando si raggiungono determinati obiettivi.
Quando vediamo che il lavoro arriva anche senza cercarlo e si guadagnano delle cifre che ci permettono di vivere bene e di continuare ad avere un po’ di tempo libero, generalmente tendiamo a credere che sia fatta e che da quel momento in poi potremo vivere di rendita.
Purtroppo non sempre è così e, talvolta, com’è successo a me, ci si trova a dover ricominciare tutto daccapo all’improvviso.
Anni fa iniziai a tradurre per una grossa azienda della quale non farò il nome. Dopo poco tempo, questa azienda era diventata il mio miglior cliente diretto ed avevo bisogno di pochi altri lavoretti saltuari per considerarmi pienamente soddisfatto. Lavoretti che puntualmente arrivavano perché raccoglievo i frutti dei tanti semi che avevo piantato in passato.
Smisi allora di dedicarmi al marketing per concentrarmi esclusivamente sulla mia professione di traduttore. Credevo che lavorare come traduttore non implicasse fare attività di marketing per tutta la vita. Mi sbagliavo, ma in quel momento non me ne rendevo conto. Il marketing è un aspetto dal quale non si può mai prescindere. Ci saranno momenti in cui si privilegiano maggiormente altri aspetti ma, se si vuole continuare ad essere competitivi sul mercato, occorre fare continuamente attività di marketing.

Io l’ho capito mio malgrado solo dopo che l’azienda di cui ho appena parlato ha chiuso in men che non si dica. Altrettanto in men che non si dica mi sono ritrovato senza un lavoro poiché nel frattempo anche i lavoretti saltuari erano diminuiti sempre più senza che io dessi più di tanta importanza a quanto stava accadendo.
Sono stato costretto a ripartire praticamente da zero e sul momento ho provato una sensazione di panico totale. Fortunatamente, nel giro di qualche settimana ho trovato due nuovi clienti che si soo rivelati molto buoni. Anziché sfruttare le nuove tecnologie ho utilizzato i cari vecchi canali, che secondo me sono sempre i migliori. Il primo cliente, una ditta molto grande, cercava un traduttore francese-italiano e un traduttore spagnolo-italiano (le mie lingue di lavoro) e per trovarlo ha mandato una mail a pioggia a tutti i collaboratori interni ed esterni all’azienda. Un mio amico, che lavora per quella ditta, mi ha presentato all’autore della mail e, dopo alcuni test, mi è stato proposto un accordo biennale che ovviamente ho accettato.

Molti diranno che non ho fatto molto per ottenere questo incarico poiché è come se fosse piovuto dal cielo. Non è esattamente così. È vero che ho avuto sicuramente fortuna ma è anche vero che se non avessi fatto presente a tutti i miei conoscenti che stavo cercando lavoro, probabilmente al mio amico non sarebbe venuto in mente di contattarmi. Lo stesso dicasi per il secondo cliente che mi è stato presentato da una collega traduttrice. In passato le avevo girato un po’ di lavoro quando ero pieno fino al collo e lo stesso ha fatto lei con me quando le ho fatto presente (a lei come a tutti gli altri traduttori che conosco) che avevo bisogno di lavorare.
Con questo non voglio dire che i metodi moderni siano da scartare, solo che per gente di una certa età, creare siti web o inviare di migliaia di mail di presentazione e curriculum alle agenzie di traduzioni e ai clienti diretti non sempre ripaga dello sforzo fatto, vista l’età può capitare di essere scartati a priori. Molto meglio sfruttare le conoscenze fatte nel corso del tempo.
Diverso è il discorso per i giovani traduttori, che conoscono meno persone nell’ambiente ma, in compenso, hanno molta più dimestichezza con le nuove tecnologie…

Autore dell’articolo:
Giuseppe Antonacci
Traduttore fr>it, es>it
Bordighera (IM)

Un traduttore italiano all’estero

 Categoria: Traduttori freelance

Ho dimostrato fin dalla tenerissima età una certa attitudine per le lingue. Quando alle elementari ancora non si insegnava la lingua di Shakespeare e i miei compagni erano impegnati a studiare l’alfabeto e le tabelline, io già mi dilettavo con dei librettini pieni di disegni e didascalie in inglese. Incoraggiato dai miei genitori, già dopo le scuole medie decisi che da grande avrei fatto il traduttore.
Ho fatto di tutto per imparare l’inglese alla perfezione. Liceo linguistico a Roma, scuola interpreti e traduttori a Trieste con Erasmus a Londra, viaggi piuttosto frequenti in Inghilterra, libri di narrativa in inglese, film in inglese, musica in inglese, chat in inglese, amici inglesi in Italia.
A un certo punto ho capito che per quanto lo avessi studiato e per quanto continuassi a studiarlo non avrei mai potuto impararlo alla perfezione se non avessi vissuto per qualche anno all’estero. O meglio, la lingua probabilmente avrei potuto impararla anche restando in Italia, ma per quanta roba leggessi, vedessi e ascoltassi, non avrei mai potuto conoscere fino in fondo la cultura anglosassone. E per un traduttore la cultura del luogo ha un importanza cruciale, quasi come la lingua.

Decisi di partire. E andai non solo in Inghilterra, ma anche negli Stati Uniti e visto che c’ero pure in Australia. L’inglese si sa, non è uguale in tutto il mondo. L’idea era quella di stare fuori tre/quattro anni al massimo e poi tornare in patria e vivere di rendita con le traduzioni. Con il mio curriculum e la mia abilità con le lingue avrei trovato sicuramente lavoro.
Sono passati quasi vent’anni da allora, non sono più tornato in Italia, vivo a Melbourne, faccio traduzioni tecniche e di lavoro ne ho in abbondanza. Purtroppo però nel frattempo mi è venuto il problema opposto: ho imparato troppo bene l’inglese e sto lentamente dimenticando l’italiano. Buffo, vero? Una mezza vita a studiare una lingua per cercare di impararla bene e l’altra mezza a ripassare quella che già sapevo per non scordarmela.
Per combattere il fenomeno della naturale erosione della mia madrelingua ho iniziato a fare esattamente tutto quello che facevo nella prima mezza vita: leggo libri in italiano, vedo film in italiano, ascolto musica italiana e radio italiane su internet, visito siti di informazione italiani, frequento amici italiani qua in Australia, mi collego con skype con la mia famiglia in Italia. Devo dire che tutte queste cose, oltre al cervello, fanno bene anche al cuore, soprattutto l’ultima…

Autore dell’articolo:
Vittorio Pagetti
Traduttore inglese-italiano e italiano-inglese
Melbourne, Australia

Tariffe di traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Non esiste un listino delle tariffe di traduzione valido per tutte le stagioni. I prezzi variano a seconda delle capacità, delle combinazioni linguistiche, dei settori di specializzazione, della rapidità di esecuzione, ecc. Ci sono però delle regole non scritte che sarebbe bene seguire.
Una di queste è che non è giusto (soprattutto nei confronti dei clienti ma anche nei confronti dei colleghi) che un traduttore neolaureato richieda la stessa tariffa di un traduttore con esperienza pluriennale.
Un traduttore professionista, per diventarlo, ha intrapreso un percorso lungo e difficoltoso, facendo formazione nei momenti in cui non aveva incarichi, cercando di offrire quello che la concorrenza non offriva, dando il meglio di sé sempre e comunque in ogni traduzione, ascoltando i consigli dei colleghi, sbagliando e imparando dagli errori fatti. Un traduttore appena uscito dall’università, per diligente e talentuoso che sia, non ha alle spalle il trascorso di un collega più anziano.

Ciò detto, non è nemmeno giusto che un traduttore inesperto accetti compensi da fame solo per il fatto di non avere esperienza.
Purtroppo, i casi di palese sfruttamento della manodopera sono all’ordine del giorno, gli episodi sono tutt’altro che isolati. Ad ogni modo, occorre vedere sempre il bicchiere mezzo pieno e pensare che non tutto il male viene per nuocere. Talvolta, infatti, il danno derivante dall’aver accettato un incarico a un prezzo ridotto, viene più che compensato dal ritorno in termini di esperienza. Dopo aver lavorato per qualche tempo “sottocosto”, arriva un momento nel quale un traduttore non è più un traduttore neolaureato e può chiedere una tariffa di traduzione consona alle proprie capacità. Ma come si fa a capire che quel momento è arrivato e dobbiamo smettere di accettare incarichi mal retribuiti? Anche in questo caso non c’è una risposta magica, dipende dall’esperienza del singolo. Il punto cruciale credo sia l’aggiunta di valore alla traduzione che ci è stata affidata. Se il nostro apporto fa la differenza, è giusto essere ben remunerati, indipendentemente dalla nostra esperienza lavorativa e dal tipo di formazione ricevuta.

Normalmente, però, si può essere in grado di aggiungere valore ad una traduzione solo dopo anni di esperienza, nei quali ci si è formati, specializzati e si sono commessi gli errori che ci hanno permesso di acquisire le competenze necessarie ad offrire un servizio di qualità. Una volta giunti a questo traguardo, probabilmente il lavoro non ci mancherà e potremmo permetterci di dire di no se un lavoro non ci stimola. Sì perché a volte, anche se si è esperti, l’accettazione di un lavoro non è solo una questione di prezzo, ma di stimoli. Uno degli aspetti più importanti nel lavoro è l’essere motivati da ciò che si fa. Si può anche lavorare per una tariffa di traduzione bassina se ci interessa il progetto e crediamo che possa farci acquisire esperienza e rendere ancor più appetibile il nostro Curriculum Vitae. Però nel frattempo dovremo compensare con altri lavori ben remunerati se vogliamo vivere di traduzione.

Autore dell’articolo:
Stefano Mariotti
Traduttore en/fr>it
Ferruccia (PT)

Errori dei traduttori inesperti (5)

 Categoria: Traduttori freelance

Con questo articolo concludiamo la rassegna sui più comuni errori dei traduttori inesperti.

9) Si lamentano del fatto che sul mercato ci siano molti traduttori ”improvvisati” che si spacciano per traduttori professionisti
Su internet, l’abbiamo detto più volte, si trova veramente di tutto: dal giovane diplomato che ha trascorso un’estate all’estero e per questo crede di essere già un traduttore, all’agenzia di traduzioni con decine di traduttori professionisti al suo interno. È evidente che il primo, almeno in linea di principio, non può offrire un servizio pari alla seconda ed è pacifico che chi non ha le capacità e l’esperienza per tradurre certi tipi di documenti non dovrebbe offrire servizi di traduzione di nessun genere. Detto questo però, chi stabilisce quali siano i requisiti del buon traduttore? Chi stabilisce chi ha il diritto di tradurre e chi no?
In linea di massima l’università forma nella maniera adeguata i futuri traduttori ma è anche vero che ci sono traduttori laureati del tutto impreparati e traduttori non laureati bravissimi.
Non è scritto da nessuna parte che per tradurre occorra essere laureati. Certo è un titolo di merito ma non è obbligatorio. I traduttori laureati, probabilmente per la loro natura di perfezionisti cui facevamo riferimento giorni fa, si ritengono a priori migliori del resto della popolazione in questioni linguistiche, una specie di razza superiore della lingua. E mettono alla berlina sulla pubblica piazza chi si dedica all’attività della traduzione senza avere un titolo di studio specifico. In realtà, anche senza tirare in ballo l’agenzia top, esistono moltissime figure professionali in grado di fornire servizi di traduzione di altissima qualità.

10) Traducono senza essersi registrati come lavoratori autonomi
I traduttori che si lamentano della presenza sul mercato di improvvisatori che rubano il lavoro ai professionisti magari sono poi gli stessi che fanno traduzioni senza essersi registrati come lavoratori autonomi. L’essere professionisti comporta il fornire un servizio professionale dalla a alla z, ivi compresa l’emissione della fattura al cliente e il pagamento delle tasse corrispondenti. Chi lavora senza emettere ricevute fa concorrenza sleale ai traduttori onesti e arreca un danno in termini di immagine a sé stesso e alla categoria nel suo complesso.