Autotraduzione: la vendetta è compiuta

 Categoria: Tecniche di traduzione

In qualunque modo ci serviamo del modello, il frutto delle nostre fatiche non potrà mai essere identico all’originale.

Le parole sono di Confucio, e adattandole alla traduzione, stanno a intendere che, il traduttore, benché sia il lettore ideale, il lettore sui generis, non riuscirà mai a riprodurre l’originale, se non a farne una copia molto vicina. Ecco forse perché è nata l’autotraduzione, e gli studi che la riguardano, che si sono evoluti nel corso degli anni Settanta. Ma che cos’è l’autotraduzione?
L’autotraduzione, non vi inganni, non è una traduzione automatica, prodotta da sistemi informatici di traduzione, bensì è una traduzione prodotta dall’autore stesso dell’opera. Senza soffermarci sugli autori, che sono comunque in molti, passerei a un ulteriore interrogativo: perché un autore non si affida a un traduttore?

Dobbiamo partire dicendo che ci sono diversi tipi di autotraduzione: naturalizzante, decentrata e ri-creatrice. La prima consiste semplicemente nel privilegiare le norme della lingua d’arrivo, evitando qualsiasi interferenza da parte della lingua originale, l’opera diventa così parte della letteratura canonica in quella lingua. L’autotraduzione decentrata, prevede l’inserimento nel testo di termini stranieri alla lingua d’arrivo, provocando così un testo con valore a se stante. Infine, la traduzione (ri)creatrice è quella che più si distanzia dai canoni di traduzione, in quanto al traduttore è concessa la massima libertà di ri-scrittura. Nell’ultimo caso, si può trovare traccia di traduzione e dei suoi valori, se mettiamo in conto, che l’autore e traduttore, non cambia il testo per proprio piacere, come può invece fare durante il periodo di scrittura, prima della pubblicazione, ma lo fa per esigenze culturali, per far sì che il messaggio che vuole portare attraverso la sua opera possa essere compreso da tutti, quindi anche da un’altra cultura. L’autotraduttore è quindi un mediatore culturale. Ci chiediamo però, se in questo modo, non si arrischi una delle funzioni principali della traduzione, che da strumento di conoscenza e cambiamento ha la capacità di farci entrare in contatto con realtà diverse, con punti di vista diversi dai nostri. I testi ci rispondono che essendo l’autotraduttore, un traduttore privilegiato, avrà gli stessi valori del traduttore che l’opera la conosce solo per averla letta, magari molte volte, ma che non l’ha scritta. E che quindi il testo che ne deriverà sarà una traduzione.

Dal nostro punto di vista, l’autotraduzione, è sì una traduzione, che deriva da notevole sforzo da parte dell’autore, sempre che questi voglia bene alla sua opera e quindi premettendo che non voglia cambiarla. Appare però anche come un fenomeno tratto dall’egocentrismo degli scrittori e, forse, dalla paura che quel traduttore non sia un amico, ma che sia un traditore che non riuscirà a dare senso all’opera come l’autore desidera. Ecco che la vendetta dell’autore è compiuta: ora faccio da me, ci dice.

Autore dell’articolo:
Roberta Botta
Laureanda in mediazione linguistica
Vercelli

L’evoluzione della traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Il lavoro del traduttore intorno agli anni ’70, ma comunque fino ai primi anni ‘90, era di natura molto diversa.
I computer, o meglio i calcolatori, all’epoca occupavano delle intere sale e richiedevano l’uso di gruppi frigoriferi per il raffreddamento, servivano per complicatissimi calcoli matematici ed erano molto lontani dal PC di cui dispone ormai la maggior parte della popolazione. Il mezzo di comunicazione a distanza più importante era il telefono, il telefax sembrava un dispositivo molto avveniristico e Internet, ADSL, Wi-Fi, telefoni cellulari, e-mail, SMS, Skype forse erano sistemi noti soltanto alla NASA.
Chi aveva bisogno di un lavoro di traduzione si recava di persona presso un’agenzia, dove consegnava il materiale, oppure spediva il plico per posta o tramite fattorino. Il traduttore probabilmente era costretto a lavorare unicamente in sede oppure, anch’esso doveva recarsi di persona presso l’agenzia per ritirare la documentazione da tradurre o ricorrere comunque al servizio postale e ai fattorini. La macchina da scrivere era l’ausilio “hardware” di cui esso si serviva per scrivere il testo.
Se occorrevano degli approfondimenti tecnici, bisognava recarsi presso biblioteche, consultare volumi, prendere contatto con tecnici specializzati. I costi e i tempi per l’esecuzione dei servizi erano di natura molto superiore all’attuale.

Oggigiorno, si può lavorare a distanza. È sufficiente accendere il PC, scaricare le e-mail, accettare una proposta di traduzione calcolata il più delle volte a parola, si possono firmare contratti di collaborazione e inviarli per fax, si può collaborare con agenzie di altri continenti, si ha una visibilità maggiore perché si può creare un proprio sito su Internet. I dizionari, i manuali, le enciclopedie, ossia le fonti di approfondimento principali utilizzate anche dai traduttori più esperti restano sugli scaffali della libreria e si coprono di polvere, poiché è sufficiente una breve consultazione sui motori di ricerca più comuni per ottenere informazioni di qualsiasi natura: medica, scientifica, geografica, astronomica oppure svolgere una ricerca terminologica. Una vera e propria evoluzione della traduzione che è diventata più rapida e  meno costosa, e il risparmio è dovuto principalmente all’uso dei cat-tools. Si tratta di software per la traduzione assistita, che mettono a disposizione delle memorie che ripropongono frasi uguali a quella in questione o con una similarità fino al 99%, già tradotte in precedenza per le quali si accettano delle tariffe scontate. Tali software consentono di creare dei glossari, garantendo l’uniformità terminologica, anche se per uno stesso lavoro si impiegano più traduttori. Le memorie poi possono essere condivise anche on-line. In tal modo le agenzie sono in grado di richiedere la traduzione di manuali di 30 – 40 cartelle nel giro anche di soli due giorni.

Trova un impiego sempre maggiore il lavoro di post-editing, ossia la traduzione svolta automaticamente da un software e il traduttore si limita a verificarne l’esattezza intervenendo solo dove necessario, con tariffe in discesa vertiginosa. Ovviamente si parla di traduzioni tecniche e non letterarie, settore nel quale mi auguro che il lavoro del traduttore sia ancora “puro”, svolto con la serenità, la calma e la gioia di tradurre per trasporre il senso nella lingua di destinazione cercando di mantenere inalterato quello attribuito originariamente all’autore senza oppressione di tempo e costi.

Autore dell’articolo:
Federica Ricci
Traduttrice freelance EN-DE>IT
Ariccia (Roma)

La lingua da carta a click (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

Durante le ripetizioni ai miei ragazzi ho potuto riscontrare quanto al giorno d’oggi la musica, i film e soprattutto la familiarità con l’ambiente informatico e videoludico rappresentino una marcia in più. Spesso si imparano involontariamente dei termini giocando a un Super Mario, ascoltando le canzoni del gruppo preferito e via discorrendo. Con questo tipo di apprendimento passivo il vocabolario si “deposita” nell’esperienza di ciascuno e certamente favorisce la metabolizzazione di una nuova cultura.
Il problema di questo tipo di fruizione è che se non ne segue uno studio attento l’apprendente viene rimosso dall’equazione e diventa mero ricettacolo di termini ed espressioni che non si sanno in seguito utilizzare attivamente e collocare nel giusto contesto.

Ed arriviamo ad oggi, anzi ieri, l’era dei social network come Facebook, Twitter, Myspace e simili. Questo tipo di modalità interattiva, dal punto di vista socio-linguistico è stata una vera rivoluzione. Siamo sempre in ambito virtuale quindi il muro tra gli interlocutori persiste ma quello che è cambiato è che si è creato un ambiente, una rete, in cui tante persone sono interconnesse e l’interazione è ricca e continua.
Il vantaggio di un social network di questa portata è un esponenziale aumento degli scambi linguistici conseguenti all’interazione con i propri contatti (inclusi quelli che parlano una lingua straniera): si condividono pensieri, passioni, e le esperienze si intrecciano arricchendo il bagaglio comunicativo. La presenza di parole straniere – soprattutto in lingua inglese – è costante. Non escludo che un linguista come il sottoscritto, che ha ingiallito le pagine dei vocabolari, si possa sentire in un certo senso “obsoleto” davanti a questa conoscenza “ereditata”: qualche anno fa lo studio consisteva in ore passate a casa sui libri e altrettante in classe quando invece oggi molte parole ed espressioni vengono date per scontate spostando (almeno lessicalmente parlando) la linea di partenza in avanti.

La lingua è veicolo di storia, cultura generale e popolare, specchio della realtà sociale di un Paese e la sua circolazione è un valido indicatore di convergenza culturale. Quello che possiamo augurarci è che in questo passaggio ideale da carta a click, dal concetto di “noi” a “tutti”, da “ieri” a “domani”, niente vada perso per sempre perché, citando Adrienne Rich, “Negli interstizi della lingua si nascondono i significativi segreti della cultura”.

Autore dell’articolo:
Mauro P. Miccolis
Traduttore
Mola di Bari

La traduzione a vista (4)

 Categoria: Tecniche di traduzione

Si possono scegliere differenti tipi di soluzione per raggiungere un buon lavoro. Di seguito una lista delle principali tecniche di traduzioni usate:
Adattazione: sostituire un elemento culturale con un altro proprio della cultura ricettiva.

Ampliazione: aggiungere elementi linguistici. Si oppone alla tecnica della compressione.

Amplificazione: introdurre precisazioni non formulate nel testo originale – informazioni, parafrasi esplicative -. Include le note del traduttore. Si oppone alla tecnica della riduzione.

Calco: tradurre letteralmente una parola o un sintagma straniero, può essere lessicale o strutturale.

Compensazione: introdurre al posto del testo un elemento di informazione o un effetto stilistico; ciò avviene quando un elemento del prototesto non può essere tradotto con gli stessi mezzi linguistici nel metatesto.

Compressione: sintetizzare elementi linguistici. Si oppone alla tecnica dell’ampliazione.

Creazione discorsiva: stabilire un’equivalenza effimera totalmente imprevedibile fuori dal contesto.

Descrizione: sostituire un termine o un’espressione con la descrizione della sua forma o della sua funzione.

Equivalenza:usare un termine o un’espressione riconosciuti dal dizionario, o dall’uso stilistico come equivalente nella lingua di arrivo.

Generalizzazione: utilizzare termini più generici o neutri. Si oppone alla tecnica della particolarizzazione.

Modulazione:effettuare un cambiamento del punto di vista o di categorie di pensiero in relazione alla formulazione del testo originale; può essere lessicale o strutturale.

Particolarizzazione: usare termini più precisi e concreti. Si oppone alla tecnica della generalizzazione.

Prestito: servirsi di una parola o di un’espressione dell’altra lingua tale e quale, può essere puro (senza nessun cambiamento) o naturalizzato (traslitterazione della lingua straniera).

Riduzione: non formulare elementi di informazione del testo originale. Si oppone alla tecnica dell’amplificazione.

Sostituzione (linguistica, paralinguistica): cambiare elementi linguistici con altri paralinguistici (intonazione, gesti) e viceversa.

Traduzione letterale: tradurre parola per parola un sintagma o un’espressione.

Trasposizione: cambiare la categoria grammaticale.

Variazione: cambiare elementi linguistici o paralinguistici (intonazione, gesti) che concernono elementi della variazione linguistica come il tono, lo stile, il dialetto sociale, il dialetto geografico.

Il testo prodotto oralmente deve essere il più fedele possibile al testo di partenza e il traduttore deve avere una buona capacità di esprimersi davanti al pubblico resistendo allo stress; in questa modalità di traduzione è molto importante il comportamento dell’interprete traduttore il quale deve formulare un discorso chiaro e preciso più vicino alla lingua orale che a quella scritta. È fondamentale pertanto avere una buona capacità di anticipazione e di segmentazione delle informazioni, di risoluzione dei problemi lessicali e di velocità (per non perdere la fluidità).

Il traduttore a vista riformula oralmente un testo scritto per qualcuno che lo ascolta e dunque si trasforma in un interprete dato che la sua traduzione orale deve essere immediatamente compresa dagli ascoltatori dal momento che la prima versione data è la definitiva. Egli deve sforzarsi affinché la riformulazione sia il più vicino possibile all’oralità poiché traduce per essere ascoltato e non per essere letto. La registrazione della traduzione è un metodo molto utile per verificare l’adeguatezza della riformulazione.

Durante il lavoro di traduzione a vista l’interprete traduttore deve confrontarsi con alcune difficoltà che emergono a livello psicofisiologico; il fatto di dover tradurre a voce alta davanti ad un pubblico produce un certo livello di ansia e durante la riformulazione è molto importante la capacità di tollerare lo stress dovuto al fatto di avere una consegna e un tempo limitato.

Inoltre gioca un ruolo fondamentale la memoria a breve termine perché durante la traduzione a vista ciò che si sta dicendo non coincide a livello temporale con ciò che si sta leggendo e pertanto i segmenti orali che si stanno formando devono rimanere momentaneamente immagazzinati nella memoria operativa mentre la vista prosegue nella lettura delle parole successive.

Esercitarsi nella traduzione a vista serve a sviluppare anche la memoria a lungo termine perciò che riguarda la conoscenza dei termini e la facilità di recupero di termini che appaiono poco frequentemente.

Autore dell’articolo:
Martina Pedrinazzi
Traduttrice ES<>IT, EN-FR>IT
Sesto San Giovanni (MI)

La traduzione a vista (3)

 Categoria: Tecniche di traduzione

STRATEGIE PER GESTIRE AL MEGLIO LO STRESS

Il primo passo da compiere è quello di parafrasare il testo e di mettere a fuoco l’idea generale che esso contiene.
In fase di traduzione un aiuto può essere quello di ribadire i concetti mediante la spiegazione e la tecnica della ridondanza, aumentare la carica informativa all’inizio di ogni nuova idea anziché alla fine ed usare un’intonazione adeguata per separare chiaramente un’idea o per includerla all’interno di un’altra, evitare lo stesso ordine delle parole e la traduzione letteraria per non confondersi; questa tecnica è molto importante soprattutto quando le due lingue sono molto simili poiché potrebbe prodursi una sovrapposizione fra ciò che si traduce e ciò che si legge. Essere in grado di improvvisare e avanzare in ogni caso nella lettura al fine di evitare falsi inizi o pause troppo lunghe.

La lingua scritta è sintatticamente più complessa di quella orale, pertanto è preferibile eliminare le subordinate e le forme passive quando si traduce oralmente un testo scritto poiché l’oralità predilige la coordinazione. Inoltre bisogna risolvere anche altri tipi di problema che sorgono quando si produce un cambio di modo, per esempio il fatto che la forma scritta abbia un maggior livello di astrazione, una maggior varietà lessicale, un livello minore di personalizzazione, una maggiore esplicitazione, un maggiore livello di formalità nonché una maggiore presenza delle lingue classiche.

Ulteriori criticità emergono quando bisogna tradurre nomi di organizzazioni, espressioni sconosciute e frasi relative. Nel primo caso il traduttore, non avendo tempo sufficiente per verificare l’esistenza di una traduzione ben definita, può risolvere il problema usando iperonimi e basandosi sulle sue conoscenze di cultura generale, ovvero sulle sue competenze extra linguistiche.

Nel secondo caso può usare due tecniche: può servirsi di un iperonimo (se conosce il campo semantico a cui appartiene il termine) od ometterne la traduzione (questa tecnica è possibile solo nella traduzione orale). Nel terzo caso è consigliabile che il traduttore riprenda nella riformulazione il referente della frase relativa e lo trasformi in una frase indipendente.

Ogni traduttore usa procedimenti individuali coscienti ed incoscienti, verbali e non verbali per risolvere i problemi riscontrati durante il suo processo di traduzione in funzione delle sue necessità.

Domani sarà pubblicata la terza e ultima parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Martina Pedrinazzi
Traduttrice ES<>IT, EN-FR>IT
Sesto San Giovanni (MI)

La traduzione a vista (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

COMPETENZE E CONOSCENZE SPECIFICHE NECESSARIE

L’interesse per lo studio di questa varietà di traduzione parte fondamentalmente dall’interesse per l’insegnamento; la traduzione a vista è un metodo molto diffuso per esercitarsi tanto nell’interpretazione quanto nella traduzione scritta ed uno strumento strategico per imparare a tradurre in generale.

Gli aspetti che bisogna tenere in considerazione quando si fa una traduzione a vista sono molteplici e vanno dalla competenza linguistica in quanto a comprensione e produzione fino alla capacità di tradurre e alle risorse del traduttore.

In particolare la traduzione a vista possiede due condizionamenti specifici quali l’immediatezza della riformulazione che si produce in maniera parallela e quasi simultanea alla lettura e il cambio di modo da scritto a orale durante il processo di traduzione. L’unione di questi due condizionamenti rappresenta la caratteristica fondamentale di questa modalità.
In aggiunta si sottolinea, facendo riferimento al cambio di modo, la mancanza nella lingua scritta dei tratti caratteristici dell’oralità, quali l’intonazione, l’intensità, la variazione del timbro, il ritmo e le pause; tratti che sono difficili da rappresentare nella lingua scritta che è fondamentalmente lineare e segmentata. Tuttavia il traduttore può risolvere in maniera parziale questa carenza grazie ai segni di punteggiatura presenti nel testo di partenza e grazie alle sue competenze nella riformulazione delle informazioni servendosi di un’intonazione adeguata a ciò che sta dicendo.

Le principali difficoltà che emergono quando si deve eseguire una traduzione in generale sono:

- Le interferenze grammaticali, lessicali, culturali e fonetiche.
- La comprensione, in riferimento alla complessità testuale, alle parole e ai termini individuali.
- La competenza linguistica (l’uso della lingua nei suoi aspetti grammaticali, di registro e di proprietà).
- Le questioni tecniche (metafore, termini istituzionali, omissioni e sovrapposizioni, citazioni, stile).

ABILITA’ POTENZIATE MEDIANTE LA TRADUZIONE A VISTA

Esercitandosi nella traduzione a vista l’interprete traduttore acquisisce alcune competenze che rappresentano un vantaggio per risolvere le questioni sopra menzionate, in particolare vengono sviluppati:

1. I riflessi mentali, ossia diventa più veloce nella comprensione di un’idea all’interno del suo contesto.
2. La memoria, che gli serve per ricordare immediatamente la parola che sta per tradurre (agilità mentale).
3. La capacità di comprendere il testo come un insieme e non come una serie di parole isolate.
4. La capacità di visualizzare le parole chiave per trasmettere un’idea con maggiore chiarezza.
5. La capacità di ricostruire le frasi in maniera rapida e coerente.
6. L’acquisizione del senso della punteggiatura.
7. L’uso e il domino dei sinonimi (pieno dominio delle lingue di lavoro).
8. La capacità di individuare i falsi amici.
9. La fluidità del pensiero e della lingua che porta ad una traduzione immediata del testo di arrivo senza incorrere in pause tropo lunghe, dubbi o riformulazioni (falsi inizi).
10. Un livello di attenzione e concentrazione alto e costante che gli permetta di non perdere la fluidità.

La terza parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Martina Pedrinazzi
Traduttrice ES<>IT, EN-FR>IT
Sesto San Giovanni (MI)

La traduzione a vista

 Categoria: Tecniche di traduzione

DEFINIZIONE E PRINCIPALI CARATTERISTICHE

La traduzione a vista è da un lato una strategia di traduzione, dall’altro un modo di tradurre che si colloca a metà fra la traduzione scritta e la traduzione orale. Si tratta di una modalità di traduzione complessa poiché avviene un cambio rispetto al testo originale (da scritto a orale).

La prima questione che bisogna spiegare quando si parla di questo tipo di traduzione riguarda il concetto stesso di traduzione a vista dato che ognuno degli autori che si sono fatti carico della descrizione di questa disciplina ha messo in risalto un aspetto diverso di questa modalità di traduzione, a tal punto che sembra quasi che si riferiscano a concetti diversi. In particolare si possono riassumere le seguenti sottocategorie:

- Traduzione a colpo d’occhio o traduzione a prima vista, che consiste nella riformulazione orale in una lingua diversa da quella del testo scritto del contenuto, il quale viene visionato per la prima volta e senza preparazione. Il traduttore ignora ciò che c’è scritto nelle righe successive a quelle che sta traducendo.
- Traduzione a vista preparata, nella quale il traduttore ha l’opportunità di leggere il testo prima di cominciare a tradurlo; più tempo a disposizione ha il traduttore per leggere il testo, quanto più di qualità sarà la sua riformulazione e quanto meno sarà il suo livello di stress.
- Traduzione a vista consecutiva, che consiste nella riformulazione orale di un testo scritto in un’altra lingua dopo aver finito di leggerlo. In questo caso la traduzione avviene dopo aver terminato la lettura. Ne esistono due diversi tipi: la traduzione a vista sintetica, un riassunto orale di un testo scritto; in questo caso la lettura e la comprensione devono avvenire molto rapidamente. E la traduzione a vista esplicativa, che consiste in una spiegazione orale di un testo scritto spesso di carattere istruttorio.
- Traduzione a vista nell’interpretazione consecutiva, ovvero una riformulazione orale non lineare di un testo scritto letto a voce alta da un oratore; in questo caso la memoria e la capacità di sintesi acquisiscono un ruolo fondamentale.
- Traduzione simultanea con testo, ossia una combinazione di interpretazione simultanea e di traduzione a vista che si verifica quando gli interpreti hanno a disposizione una copia del testo che sta leggendo l’oratore; in questa modalità il livello di stress è più basso rispetto alle precedenti.

Tuttavia è la traduzione a prima vista quella che si considera più pura, poiché il traduttore non può prepararsi prima e il testo viene tradotto interamente, senza omissioni.

Possiamo dire che il concetto di traduzione a vista si riferisce generalmente alla traduzione orale in una lingua di un testo scritto in un’altra lingua e non conviene essere più precisi in quanto alla terminologia dal momento che può avere diversi tipi di funzione.

Una delle funzioni più importanti della traduzione a vista è quella di aiutare il processo di apprendimento della traduzione orale; di fatto è una pratica abituale nella didattica dell’interpretazione simultanea e consecutiva nei centri di formazione per interpreti e traduttori.

I luoghi in cui ci si serve maggiormente di questa modalità di traduzione sono i tribunali, le conferenze, le presentazioni e le riunioni.

La traduzione a vista richiede che si traduca almeno per un destinatario che può essere un ascoltatore che condivide la medesima situazione comunicativa del traduttore, o un lettore che leggerà una trascrizione della riformulazione orale effettuata dal traduttore.

Il processo di traduzione a vista può essere suddiviso in quattro fasi:

- Percezione visuale (prendere visione del testo)
- Comprensione del messaggio (cogliere il significato globale)
- Traduzione mentale (focalizzare i concetti difficili e la terminologia impiegata)
- Produzione orale nella lingua di arrivo

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo interessante articolo.

Autore dell’articolo:
Martina Pedrinazzi
Traduttrice ES<>IT, EN-FR>IT
Sesto San Giovanni (MI)

La traduzione: Arte della Guerra a parole (4)

 Categoria: Tecniche di traduzione

Chi ha creato un esercito compatto, con ufficiali e soldati che combattono uniti per un unico fine, sarà vittorioso.
La terza condizione parla di un esercito compatto e di un fine, quindi della conoscenza della lingua, che deve essere profonda e ben piantata, e del fine ultimo che muove il traduttore. Senza una lingua salda, la traduzione è vacillante perché, se già di per sé è difficile trasportare un significato da un’altra lingua, senza una profonda conoscenza della propria lingua questa operazione può risultare impossibile. Ma va ricordato anche che la lingua non è una serie di regole che galleggiano nel vuoto cosmico e quindi conoscere una lingua non può prescindere dal conoscere anche tutto ciò che ruota intorno alla lingua e che con quella lingua ha a che fare.

Come un generale bravo deve sapere, oltre a dare gli ordini, come si sellano i cavalli o si affilano le armi, ma anche come si semina e si costruisce una casa, così un traduttore deve conoscere la propria lingua ma anche quello che con la lingua si fa. Una cultura altra, per quanto lontana, avrà per forza qualcosa che è riconducibile alla propria e questo genere di collegamenti è possibile se il traduttore è e rimane immerso nella propria cultura. L’esercito del traduttore quindi è compatto e saldo se la sua lingua è accompagnata da una conoscenza vasta del mondo che circonda quella lingua. E, come abbiamo già detto, questa conoscenza deve essere pari a quella della lingua che si affronta e del mondo che la produce.

Oltre ad essere unita in sé, raccomanda Sun Tzu, la nostra lingua, il nostro esercito, deve essere messa al servizio della traduzione per raggiungerne lo scopo: la conoscenza. L’intenzione del traduttore infatti guida la sua lingua, come gli ordini di un generale guidano le truppe e questi ordini devono essere coerenti e puntare ad un unico fine. Vorrei dire qui che è mia convinzione che la conoscenza sia il fine ultimo della traduzione e per questo motivo la mia analisi non prende in considerazione tutti quelli che pure possono essere, e sono stati, scopi dell’attività del tradurre.

Chi è prudente e preparato, e resta in attesa delle mosse del nemico temerario e impreparato, sarà vittorioso.
La quarta condizione discende dalle prime tre e sembrerebbe adattarsi alla traduzione solo in parte ma possiamo comunque imparare qualcosa sull’attività della traduzione. Abbiamo già detto che essere preparato è fondamentale per il traduttore, così come per il generale in battaglia, ma qui alla preparazione si aggiunge un altro consiglio: la prudenza. E anche questa dovrebbe essere messa in pratica dal bravo traduttore, che non deve agire senza aver riflettuto e muoversi con circospezione lasciando che sia il testo stesso a dirgli cosa fare e a mostrargli la strada, con quelle spie che inevitabilmente sono presenti e che cambiano da testo a testo nonostante la lingua possa essere la medesima. Esattamente quello che Sun Tzu consiglia quando parla di nemico temerario e impreparato. E il nemico del traduttore può essere considerato come temerario e impreparato: nessuno scrittore scrive avendo in mente che sarà tradotto in decine di lingue, alcune lontane anni luce geograficamente e strutturalmente. Il testo quindi ha tutta la sfrontatezza dell’originalità ma il traduttore paziente può agilmente scendere a compromessi e trovare un buon accordo di pace tenendo presente questa caratteristica intrinseca del testo scritto.

Chi dispone di generali esperti non vincolati da funzionari di corte, sarà vittorioso.
La quinta e ultima condizione si applica, nel nostro ragionamento, ad un aspetto che non riguarda più la lingua ma qualcosa che può fortemente influenzarla: l’autore del testo di partenza. Con un piccolo sforzo di fantasia infatti si può facilmente vedere in quei funzionari di corte la fama che a volte si lega a certe opere e a certi autori. Un aspetto che non va sottovalutato infatti, nel genere di scontri di cui trattiamo, è la sudditanza psicologica di cui a volte il traduttore può cadere vittima. Un autore molto famoso, così come un temuto generale, può portare il traduttore a chiedersi se è o meno all’altezza di quel testo, di quello scontro, di quel generale e aggiungere altre difficoltà. Conoscere quel generale, quell’autore aiuta ma non bisogna farsi chiudere nell’angolo da quello che si sa, o si scopre. Troppe informazioni infatti possono portare a nessuna informazione e creare trappole psicologiche che possono condurre a scelte infelici. E ancora una volta il consiglio di Sun Tzu torna in nostro soccorso: la fama del generale può essere motivata o meno ma alla fine il suo esercito è fatto degli stessi elementi di cui dispone il traduttore e, con una buona strategia, anche un piccolo esercito può strappare un buon trattato di pace ad un avversario che, nei numeri, avrebbe dovuto annientarlo.

Le cinque condizioni elencate da Sun Tzu sono seguite dalla considerazione da cui siamo partiti e ora si comprende molto meglio il valore di questo piccolo e improbabile manuale del traduttore del V secolo a.C. che, se non risolve i problemi che la traduzione inevitabilmente pone, può essere sfruttato almeno per mantenere la calma davanti a testi apparentemente impossibili e raggiungere quel trattato di pace cui il traduttore dovrebbe sempre tendere.

Autore dell’articolo:
Valeria Poropat
Traduttrice EN-ES-DE>IT
Roma

La traduzione: Arte della Guerra a parole (3)

 Categoria: Tecniche di traduzione

Chi è in grado di distinguere quando è il momento di dare battaglia, e quando non lo è, riuscirà vittorioso.
Sun Tzu scrive che per vincere è importante sapere quando dare battaglia e quando no. Tenendo presente che stiamo parlando di traduzione, il consiglio è – come tutti i buoni consigli – quanto mai semplice: bisogna sapere quando tradurre e quando no. Fino a non molto tempo fa, e alcune volte ancora oggi, il traduttore, vuoi per eccessiva premura verso il lettore finale vuoi per paura di un’eventuale incomprensione, traduceva tutto, e i nomi di luoghi e di persona sono state le vittime più frequenti, con conseguenze che, lette oggi, fanno quantomeno sorridere. Il buon traduttore (o meglio quello che a mio avviso è un buon traduttore) sa quando deve fermarsi e smettere di inseguire il nemico che fugge, perché semplicemente, a volte, è meglio così. Un testo tradotto non deve essere emendato da ogni traccia della lingua di partenza, della cultura di partenza, perché verrebbe meno il fine ultimo della traduzione: il contatto tra culture e lo scambio. Se il testo viene reso assolutamente simile a tutto ciò che la cultura di arrivo produce, il lavoro del traduttore sarà stato vano e la traduzione inutile.

Chi è in grado di stabilire quando deve usare forze minori, e quando maggiori, riuscirà vittorioso.
Questa seconda condizione è strettamente legata alla precedente e riprende il discorso di quanto e come il generale, il traduttore, deve muovere le proprie truppe. Ma se con i nomi propri di persona o di luogo è facile prendere una decisione e portarla avanti, la situazione si complica quando ci si confronta con la lingua nel suo complesso. Il traduttore deve sapere quanto sconvolgere il testo di partenza senza perderne il senso e senza scivolare dalla traduzione nella scrittura creativa. Le differenze tra lingue, anche tra le più simili, esistono e vanno tenute in debita considerazione. Se il traduttore cerca in ogni modo di trasformare la lingua del testo di partenza nella propria, non si può parlare più di traduzione così come nel caso di una traduzione che segua in ogni virgola il testo originale, producendo un testo nella lingua di arrivo ma non della lingua di arrivo. Proprio come un generale che si trovi in un campo di battaglia fatto di sabbie mobili, il traduttore deve pensare bene ad ogni passo che fa, e alla forza che deve imprimervi.

La quarta e ultima parte di questo interessante articolo sulla Traduzione come Arte della Guerra a parole sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Valeria Poropat
Traduttrice EN-ES-DE>IT
Roma

La traduzione: Arte della Guerra a parole (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

La similitudine tra traduzione e guerra è sicuramente un po’ cruenta ma, a mio avviso, efficace perché, se da un lato le parole di Sun Tzu forniscono un ottimo consiglio per la pratica della traduzione, dall’altro, aiutano a non chiudere il traduttore e il tradurre in cima alla torre più alta del castello più remoto e li rimettono dove è giusto che si trovino: nel mondo, nella cultura. Il traduttore non è l’alchimista di corte, ma il generale che dorme per terra con i suoi soldati e sa cosa ognuno di loro farà prima ancora che questi pensino di fare qualcosa.

Abbiamo visto che, seppur azzardato, il paragone tra traduttore e generale e tra tradurre e battaglia calza ed è anche utile. Ma il paragone si applica anche a quello che è il risultato pratico dell’attività del traduttore: la traduzione. Nell’economia di questa similitudine, la traduzione è il trattato di pace. Si pone nel mezzo tra traduttore e testo di partenza ed è, nel migliore dei casi, un onorevole pareggio. Il traduttore sa in partenza che questo pareggio è il massimo che può ottenere e a questo punto, perché vincere significherebbe annientare il testo e con lui il suo senso – sarebbe una vittoria di Pirro – d’altro canto la resa o la sconfitta implicherebbero il fallimento della traduzione e il crollo di quel ponte culturale che avrebbe dovuto creare. Domare il testo così come lasciarsene sopraffare sono inutili in egual misura.
Va detto, per completezza, che il traduttore dà battaglia al testo di sua spontanea volontà ed è anche per questo che non si punta all’annientamento totale ma ad uno scambio che sia, pur con le sue scaramucce e salve di artiglieria, proficuo.

Poco sopra la citazione con cui ho aperto, Sun Tzu elenca cinque circostanze che possono portare alla vittoria e che la citazione di apertura riassume. Alcuni spunti però sono, a mio parere, interessanti per continuare l’analisi dell’attività del traduttore come se fosse una guerra, un’analisi che, abbiamo visto, non è del tutto priva di fondamento e serve anche, in un certo senso, a motivare il traduttore.
Le prime quattro condizioni si attagliano perfettamente al modo in cui il traduttore dovrebbe prepararsi allo scontro e a come dovrebbe saper dosare le proprie forze e i propri interventi mentre, come vedremo, la quinta affronta un altro aspetto della traduzione non strettamente legato alla lingua: l’autorialità.
Non sostituirò più i termini bellici con degli equivalenti pacifici, visto quanto ho già detto e passerò direttamente ad analizzare quello che il grande generale cinese dice e a vedere in che modo questo possa tornare utile al traduttore. L’unica nota che mi sento di fare è ricordare, di nuovo, che il traduttore non punta alla vittoria ma al pareggio.

La terza parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Valeria Poropat
Traduttrice EN-ES-DE>IT
Roma

La traduzione: Arte della Guerra a parole

 Categoria: Tecniche di traduzione

Parlando delle tecniche da adottare in attacco, Sun Tzu scrive:
Conosci il nemico come conosci te stesso. Se farai così, anche in mezzo a cento battaglie non ti troverai mai in pericolo.
Qui però si parla di storia delle tecniche militari e non delle tecniche di traduzione. Proviamo allora a sostituire nemico con lingua del testo da tradurre e te stesso con la tua lingua: la frase mantiene il proprio senso e, cosa ancora più importante, il proprio valore. Per tradurre bisogna conoscere le lingue con cui si lavora con la stessa profondità, così da comprendere al meglio il significato, lo scopo, che sta dietro l’uso specifico della lingua del testo di partenza e traghettare questo scopo nella nostra lingua. La conoscenza non deve, ovviamente, limitarsi alla lingua ma questa è e rimane l’elemento fondamentale. Si può tradurre bene senza conoscere ogni dettaglio della letteratura in cui nasce il testo che affrontiamo ma non senza conoscere la lingua in cui quel testo è scritto come se fosse la nostra.

Il consiglio di Sun Tzu non è però solo un suggerimento ottimo per affrontare la traduzione ma offre anche una prospettiva diversa sulla traduzione come attività del pensiero.
La traduzione, infatti, altro non è se non un’Arte della Guerra a parole – un incontro-scontro tra popoli – popoli che si confrontano con l’arma migliore che il genere umano abbia mai concepito: la parola. Si dovrebbe dire, con spirito più pacifista, che la traduzione non è una guerra, ma un placido accostarsi di culture. Ma anche immaginando che lo scopo della traduzione sia solo la diffusione in una cultura di un’opera proveniente da un’altra cultura (e lasciando da parte qualsiasi volontà di manipolazione), ad un livello più basso, più intimo, il testo che noi chiamiamo originale o source text o testo fonte o di partenza non si offre al traduttore di sua spontanea volontà e non lo aiuta.

Il traduttore è in trincea e studia il testo esattamente come si studia il nemico sul campo di battaglia. Cerca una strada per superare le linee nemiche dell’incomprensione e dell’intraducibilità, arretra se la strategia non è efficace, persiste se invece sente che il testo cede, usa l’intelligence e le spie che vengono inavvertitamente, o forse no, lasciate libere. Come ogni generale poi, il traduttore sa che, per quanto estroso e originale il suo avversario possa essere, alcune caratteristiche del suo esercito saranno uguali ad altri eserciti già affrontati, magari anche su altri campi di battaglia e sfrutterà le proprie conoscenze pregresse – tutte le proprie conoscenze pregresse – per rispondere di volta in volta agli attacchi ad adattare la propria strategia al suo avversario.

A domani la seconda parte di questo interessante articolo.

Autore dell’articolo:
Valeria Poropat
Traduttrice EN-ES-DE>IT
Roma

La traduzione audiovisiva (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

Anche il codice dell’arrangiamento del suono ha un impatto diretto sul lavoro del traduttore. In un testo audiovisivo, il suono può essere intradiegetico o extradiegetico, a seconda che sia funzionale o meno alla narrazione: in-campo (ON) o fuori-campo (OFF), a seconda che la sua fonte sia visibile o meno. Il carattere corsivo, nei sottotitoli, indica che si tratta di un suono fuori-campo, suono che, in doppiaggio, non necessita degli accorgimenti di sincronizzazione labiale previsti per i suoni in-campo.

Un ulteriore problema traduttivo riguarda la rappresentazione di simboli iconografici (indici e simboli) dell’originale: la tendenza generale consiste nella rappresentazione linguistica dell’elemento iconografico, tramite un riferimento indiretto nel dialogo, ad esempio la sostituzione di un deittico spaziale con il sostantivo indicante il referente, per realizzare, nel testo d’arrivo, una corrispondenza testo-immagine.
Talvolta il traduttore audiovisivo si trova in situazioni in cui è necessario modificare l’illuminazione, la prospettiva, o l’uso dei colori (soprattutto in virtù del significato convenzionale ad essi associato). Le associazioni evocate dai colori, poiché legate a una determinata cultura, possono non coincidere con le associazioni evocate dallo stesso colore in un’altra cultura.

In fase di doppiaggio, un ruolo importante è giocato dalla sincronizzazione labiale, soprattutto nei primi e primissimi piani, in cui il traduttore deve trovare un analogo traduttivo che rispetti l’alternanza di apertura e chiusura delle labbra del personaggio sullo schermo, facendole corrispondere, rispettivamente, a vocali aperte e consonanti bilabiali. Tale sincronizzazione fonetica non è richiesta, invece, nella sottotitolazione.

A influire sul lavoro dei traduttori contribuiscono anche i tratti prossemici, i movimenti cinesici e i movimenti delle labbra dei personaggi. Nei testi audiovisivi, i tratti prossemici si riferiscono alla distanza tra i personaggi e la loro distanza dalla macchina da presa. Se più personaggi parlano contemporaneamente, la distanza tra i personaggi e la loro distanza dalla cinepresa sarà il criterio di selezione dei turni da inserire nei sottotitoli, per cui il traduttore sottotitolerà solo le battute dei personaggi più vicini alla camera, destinando una riga ad ogni battuta dei personaggi sottotitolati. In termini di articolazione fonetica, il traduttore audiovisivo tende alla “isocronia”, necessaria per produrre un effetto realistico e creare un prodotto più credibile. La traduzione in LA deve coincidere con l’intervallo di tempo e il numero di sillabe determinato dall’apertura e la chiusura delle labbra dei personaggi del prodotto audiovisivo di partenza. La “sincronizzazione” dei sottotitoli consiste nella coincidenza temporale dei dialoghi originali e dei sottotitoli corrispondenti, necessaria al fine della comprensione dell’impianto narrativo.

Autore dell’articolo:
Monia Marra
Traduttrice EN>IT – RU>IT
Castiraga Vidardo (Lodi)

La traduzione audiovisiva

 Categoria: Tecniche di traduzione

La traduzione audiovisiva (talvolta indicata con gli acronimi TAV o AVT, dall’inglese Audio Visual Translation) è anche definita “screen traslation”, dove il termine “screen” (schermo) enfatizza il canale di trasmissione del prodotto audiovisivo, in particolare la TV, il cinema e lo schermo videoproiettore (Karamitroglou F. 2000, p.1).
La prerogativa principale è che la comunicazione investa la multimedialità, cioè l’utilizzo simultaneo del canale acustico e del canale visivo. La traduzione audiovisiva deve, quindi, tener conto dell’interrelazione dei due canali.
Perché si possa parlare di “traduzione audiovisiva” è necessario che il prodotto audiovisivo disponga di un “testo”: la traduzione audiovisiva avviene, infatti, a livello del codice linguistico.

Non si tratta, però, di un semplice testo scritto: qualunque sia il prodotto audiovisivo (film, serie televisive, cartoni, spot pubblicitario, etc), il tipo di testo con cui avremo a che fare è un testo scritto per essere letto, che dovrà presentare dunque i caratteri dell’oralità e della spontaneità. Alcuni studi hanno dimostrato come esista un bilancio tra le forme standard (il rifiuto, in traduzione, di elisioni, di assimilazioni, della concordanza con i collettivi, della segmentazione delle frasi) e le forme colloquiali del parlato (la focalizzazione, l’uso preponderante di interiezioni, parole inventate, di cliché, di stereotipi, di slang e linguaggi settoriali, etc.). Problemi traduttivi di altro tipo (giochi di parole, uso simultaneo di più lingue, realia, etc.) accomunano la traduzione audiovisiva agli altri tipi di traduzione (letteraria, tecnica, etc.) e non sono da considerarsi problemi specifici della traduzione audiovisiva. Nella scrittura dei sottotitoli bisogna tener conto anche di regole orto-tipografiche come il corretto uso della punteggiatura, delle lettere maiuscole, dei tagli, che indicano, rispettivamente, i silenzi, il volume della voce, le pause. La focalizzazione può essere intesa come strategia traduttiva, intesa a precisare la qualità della voce (il volume, la natura del tono, etc.).

Spesso un prodotto audiovisivo contiene delle canzoni o delle strofe, definite tecnicamente “brusio” che, in traduzione, devono essere adattate in modo da essere conformi ai quattro tipi di ritmo poetico della retorica classica, in particolare il ritmo della quantità, il ritmo dell’intensità, il ritmo del tono e il ritmo del timbro.
In sottotitolazione e doppiaggio, le canzoni hanno spesso una funzione narrativa e richiedono nuove riprese (il traduttore fa ricorso a nuove unità di doppiaggio per la canzone) o nuovi sottotitoli. Se la traduzione è orientata a non-udenti, i sottotitoli riporteranno, in corsivo, anche il metalinguaggio (è il caso di “Fischi”, “Applausi”, etc.).

L’argomento verrà approfondito domani nella seconda parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Monia Marra
Traduttrice EN>IT – RU>IT
Castiraga Vidardo  (Lodi)

La traduzione tra teoria e pratica

 Categoria: Tecniche di traduzione

La traduzione, per molti anni, è stata considerata “un’attività secondaria”, un processo quasi meccanico invece che creativo, alla portata di chiunque avesse una conoscenza di base di un’altra lingua. Nel XX secolo però sono state espresse molte teorie e posizioni diverse riguardo l’attività traduttiva, che ne sottolineano l’importanza e la complessità. Molti sono gli studiosi che si sono occupati di traduzione, che hanno dato un grandissimo contributo stabilendo nuovi criteri per la fondazione di una teoria della traduzione. Essa non è una scienza vera e propria, è una disciplina, che non fornisce modelli e regole su come tradurre, ma bensì si occupa del rapporto tra teoria e pratica, poiché sin dai tempi più antichi queste due attività sono sempre state considerate come separate e non complementari.

La traduzione è al centro della comunicazione umana: è implicita in ogni atto di comunicazione, capire significa infatti decifrare. Tuttavia la traduzione non è la semplice trasposizione di un significato contenuto in un gruppo di segni linguistici a un altro attraverso un uso competente del dizionario e della grammatica, ma implica anche e soprattutto criteri extralinguistici come ad esempio i fattori culturali. Secondo Jakobson non c’è equivalenza perfetta tra due lingue; tuttavia ogni esperienza conoscitiva può essere espressa e classificata in qualsiasi lingua esistente.

Se nella lingua in cui si traduce mancano dei processi grammaticali, ciò non rende impossibile la trasposizione letterale, nella sua totalità, dell’informazione contenuta nel testo originale. Possiamo dire che la traduzione è assorbimento e trasformazione di un altro testo, per questo motivo è sottoposta contemporaneamente alla legge della ripetizione e a quella della modificazione del ripetuto. In questo modo viene superato il problema dell’impossibilità di una riproduzione totale dell’originale e viene visto in modo nuovo sia il compito del traduttore che quello della critica della traduzione.

La traduzione quindi è, allo stesso tempo, produzione e riproduzione, è rivolta sia verso il sistema linguistico straniero che verso il proprio, verso l’autore tradotto e quello che traduce. Possiamo quindi sostenere che nessun testo è completamente originale, poiché lo stesso linguaggio, nella sua essenza, è già una traduzione, innanzitutto del mondo non verbale, e poi lo è, poiché ogni segno e ogni frase è la traduzione di un altro segno e di un’altra frase.
In conclusione, la ragione per la quale la comprensione del processo traduttivo è così complicata sta nel fatto che tutti i fattori che vi concorrono, ad eccezione del testo sono in movimento: come il significato di un testo non può essere stabilito una volta per sempre, ma deve essere continuamente rinnovato, così la comprensione che ne ha avuta il traduttore deve essere riaperta dal lettore della traduzione.

Autore dell’articolo:
Scortechini Laura
Traduttrice Fr>It En>It
Jesi (AN)

La nota del traduttore (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

La traduzione, in particolar modo quella editoriale, è fortunatamente ancora appannaggio di esseri umani pensanti e non di macchine tuttofare. Il traduttore, quindi, in quanto essere umano, legge, riflette, scrive, traduce e…ammette i propri limiti! Qual è la vergogna nell’ammettere di non essere infallibile? La n.d.t. è una testimonianza alla luce del sole di umiltà di fronte ad un ostacolo, sia esso linguistico o di altra natura. È la sincerità di dimostrare che il traduttore, proprio perché non onnisciente, si è sforzato nel cercare una soluzione con tutte le sue forze ma non è stato capace di fornirne una all’altezza della situazione. La questione rimane quindi aperta al dibattito e non chiusa in una traduzione ipocrita e di comodo.

Le n.d.t. sono come i sassolini lasciati nella foresta da Pollicino, aiutano il lettore a trovare la strada per una comprensione indipendente e personale del testo, lo aiutano a porsi le giuste domande di fronte ad un problema e poi chissà magari a trovare da solo la soluzione, quale soddisfazione e gioia!

I detrattori dimenticano che, nella vita, per ogni volta che si cade, la vera vittoria è quella di ammettere la propria sconfitta, rialzarsi ed andare avanti forti delle proprie esperienze. Al contrario, il vero fallimento si ottiene solo nel momento in cui non ci si alza più e si resta a rimuginare nel proprio angolo. Questa frase è emblematica e adattabile ad ogni momento della vita dell’uomo. E allora perché non può esserlo anche per la traduzione?

Il mestiere del traduttore è in divenire perché fa leva sulla conoscenza che per sua stessa natura è varia ed infinita, ammettere di sapere tutto è dare prova di ottusità e poca intelligenza visto che di imparare non si finisce MAI…è questo è valido anche per i traduttori.

Autore dell’articolo:
Rosa Palumbo
Traduttrice Fr>It – En>It – Ru>It
Nizza (Francia)

La nota del traduttore

 Categoria: Tecniche di traduzione

Un traduttore ha fatto un bel lavoro nel momento in cui la sua “interpretazione” del testo si fonde a tal punto con l’originale da essere un tutt’uno e…scomparire.
Partendo da questo presupposto consideriamo una buona traduzione un lavoro che è fatto talmente bene che il traduttore passa dietro le quinte, si dissolve in quella stessa nuvola di grafismi incomprensibili da cui ha preso vita il testo, una sorta di genio della lampada che opera la magia della trasformazione linguistica e una volta terminato batte i tacchi e tira la sua riverenza. Eppure questo etereo mago delle lingue lascia quasi sempre una traccia dietro di sé: la nota del traduttore.

Spesso solo i lettori più attenti, o gli stessi traduttori-lettori ne sono al corrente e osano sfiorare quelle poche pagine in cui è possibile udire la vera voce del traduttore. Leggendole si può capire quanto la passione per l’autore si trasformi via via in ammirazione, collera, delusione e sconfitta. La nota del traduttore fa timidamente capolino a piè di pagina e la possiamo considerare in sé un piccolo vaso di Pandora…al suo interno si trovano spiegazioni esaustive, ma non esaurienti sul perché di alcune scelte traduttive, oppure sul perché della mancata traduzione, in genere più frequente, capace di scatenare dei veri e propri casi editoriali.

Molti professionisti, infatti, non esitano ad additare le note del traduttore (n.d.t.) e ad equipararle ad una palese sconfitta del processo traduttivo e di conseguenza del traduttore. A poco servono le spiegazioni sul come e perché sono state fatte quelle determinate scelte linguistiche, la sentenza è sempre la stessa: fallimento.
La seconda parte dell’articolo, che approfondirà la materia, verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Rosa Palumbo
Traduttrice Fr>It – En>It – Ru>It
Nizza (Francia)

Tecnica della traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Mi sono laureata da sei mesi in discipline della mediazione linguistica e da circa un anno mi dedico a traduzioni di qualunque settore. In questa mia attività, ormai quotidiana, ho sempre cercato di avvalermi delle migliori tecniche per tradurre. In quest’articolo ho voluto riassumere in breve in cosa consiste teoricamente il lavoro da traduttrice, in cui non devono mancare tecnica, costanza, impegno ed entusiasmo, allo scopo di svolgere un lavoro impeccabile.

Nella fase iniziale la domanda da porsi è: come si traduce un testo?
Occorre innanzitutto tener presente che la pratica traduttiva è una delle componenti che riescono a mettere meglio in comunicazione civiltà, lingue e mondi diversi.
Io traduttrice devo conoscere bene il mondo del testo di partenza e quello di arrivo: quando traduco tengo conto del livello di cultura della lingua d’arrivo, quindi la ricadenza che tale testo può avere nel mondo d’arrivo. Importante è quindi la comprensione del codice linguistico del testo che sto traducendo, in cui si presenta la problematica dell’interpretazione traduttiva. E’ vero che devo tener conto del codice linguistico, ma devo pormi la domanda se, per esempio, tralascio un aggettivo, chi legge può capire lo stesso il significato; bisogna far capire, trovare soluzioni diverse: mettere, tralasciare, inserire nota, ecc… In poche parole faccio riferimento alla strategia dell’adattamento. Quando traduco cerco di far trasparire o colorire il testo in modo tale che abbia la possibilità di essere compreso per le sue variabilità, anche da parte di chi non conosce il testo di partenza.

Autore dell’articolo:
Gessica Vitale
Traduttrice olandese>italiano, inglese>francese
Casette d’Ete (FM)

La qualità di una traduzione (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

Il fatto che nel campo della letteratura una traduzione esatta e completa sia impossibile non significa, naturalmente, che non sia possibile una traduzione buona o anche molto buona, né che ciò non avvenga, anche se non molto spesso. Il punto fondamentale, secondo me, è ricordare che quello che viene tradotto è un contesto destinato a essere letto come un contesto, non un accumulo di parole ed espressioni con significati definiti e valori impressi.
È la vecchia storia dello spirito e della lettera. Naturalmente ci sono colpe ed errori del traduttore che rendono una traduzione insicura proprio nella sua essenza. Ci sono parole che significano una cosa specifica e sicuramente non qualcos’altro; ci sono espressioni usate in un modo specifico e certamente non in altri. Ma anche eventuali strafalcioni di questo tipo rovinano solo una traduzione che è già debole nella sostanza, mentre guastano soltanto, ma non distruggono, una traduzione che rende in modo convincente il tono e la struttura del testo e che rispetta la sua coerenza. Poche note sbagliate non rovinano una buona esecuzione canora, così come qualche nota giusta non salva un’esecuzione priva di musicalità.

Anche se questa verità può essere osservata e sottoscritta da qualsiasi persona competente, le traduzioni vengono fatte regolarmente proprio da persone che conoscono solo la lettera (se la conoscono), mentre lo spirito per loro è un mistero.
Il fatto che per giudicare e criticare le traduzioni vengano usati regolarmente gli stessi criteri pedanti, che in ultima istanza sono irrealistici – dato che sono criteri di correttezza piuttosto che di uso – non migliora le cose. Si usano varie categorie di errori: errori di negligenza, di affaticamento, di conoscenza, ecc., e gli errori “imperdonabili” vengono segnalati senza considerare la traduzione nel suo complesso.

Inoltre, ogni traduttore professionista sa che gli errori di un genere o di un altro sono quasi inevitabili in qualsiasi lavoro più ampio, a causa dell’ “affaticamento della parola” che si verifica a metà strada circa, se non per altre ragioni. Le anime grette riescono sempre a trovare errori di qualche tipo, e qualsiasi traduzione, come qualsiasi opera originale, può essere sviscerata e trovata non a prova di errore. Non ci vuole una qualifica per farlo, a parte un po’ di cultura e un po’ di malanimo.
Tuttavia, occorrono conoscenze letterarie e linguistiche per valutare le qualità essenziali di una traduzione, per vedere se un tono è stato reso o meno, e se i problemi complessi sono stati risolti o sono rimasti irrisolti. In altre parole, occorre di più per vedere se una traduzione è corretta nell’insieme, piuttosto che per stabilire se è corretta nei particolari. Questo è il motivo per cui le valutazioni delle traduzioni, nel vero senso del termine, sono rare, mentre cavillare con i dettagli è comune. Il che è un peccato, in quanto una buona traduzione ha sicuramente bisogno dell’incoraggiamento di una valutazione adeguata. E intendo adeguata, non solo un riconoscimento qualsiasi.

Autore dell’articolo:
Angela Federica Ruspini
Studentessa del master biennale in traduzione e traduttrice inglese/olandese > italiano
Saronno (VA)

(stralcio dell’intervento di Elsa Gress alla conferenza sulla traduzione letteraria, tenutasi a New York dall’11 al 16 maggio 1970, organizzata dal PEN American Center, tratto dalla tesi di Angela Federica Ruspini di diploma equipollente alla laurea in Scienze della mediazione linguistica presso la Scuola civica del Comune di Milano, marzo 2010)

La qualità di una traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

La seconda grande questione sulla traduzione, che viene posta al traduttore e che lo stesso traduttore si pone, non riguarda la quantità e la selezione dei testi, ma la qualità. Questa questione della qualità è “eterna”, ed è stata posta fin dall’epoca di Orazio, così come lo sarà in futuro. Si può ridurre all’interrogativo fondamentale se la traduzione di qualità sia veramente possibile.
La risposta, per certi versi, è semplice. Anche con una conoscenza elementare di più di una lingua risulta evidente che le parole in una lingua non corrispondono semplicemente alle parole in un’altra: le parole non sono simboli meccanici, il loro contenuto è definito e circoscritto in modi diversi, il loro vero significato varia da un contesto all’altro. Con una conoscenza più profonda di molte lingue ci si rende conto che effettivamente non è fattibile tradurre messaggi complessi di qualsiasi tipo, in modo che tutte le sfumature, i toni, le associazioni e le connotazioni siano resi completamente nella traduzione.

L’impossibilità di una resa vera ed esatta di un testo da una lingua a un’altra, per quanto strettamente imparentate, è più evidente quando si cerca di tradurre un proprio testo. Se si conosce l’altra lingua abbastanza bene da gestire le espressioni idiomatiche con una certa facilità, si troverà molto più facile riscrivere il testo nell’altra lingua piuttosto che tradurlo. Quando non si conosce solo il testo, ma anche le intenzioni e le associazioni ad esso legate cosicché il normale processo di ipotesi e scelte è fuori questione, diventa un lavoro avventato cercare di rendere fedelmente il testo. Isak Dinesen, alias Karen Blixen, conosceva allo stesso modo l’inglese e il danese e scriveva i suoi testi nelle due lingue, piuttosto che tradurli. Pensava, tra l’altro, che la traduzione fosse una professione molto incompresa e sottovalutata, che dovrebbe essere altamente remunerata, quando è altamente qualificata.

Autore dell’articolo:
Angela Federica Ruspini
Studentessa del master biennale in traduzione e traduttrice inglese/olandese > italiano
Saronno (VA)

Traduzione bruco e traduzione farfalla

 Categoria: Tecniche di traduzione

Nella vita sono sempre stata una precisina, tanto per capirsi una alla quale una piccola suppellettile posizionata in un posto diverso da quello prestabilito dal mio ordine mentale o un alimento riposto nel frigorifero in uno scompartimento diverso da quello da me ritenuto più adatto ha sempre dato fastidio. Forse è per questo che alla veneranda età di 42 anni nessuno mi ha ancora messo un anello al dito.

Ad ogni modo, se da un lato questo mio “difettuccio” mi ha causato qualche intoppo nelle relazioni con le persone, a livello lavorativo la mia precisione mi ha sempre regalato grandi soddisfazioni poiché i clienti hanno sempre apprezzato la qualità che sono in grado di offrire.
Nel lavoro, infatti, quanto appena descritto si è sempre tradotto (è proprio il caso di dirlo) in una cura maniacale dei dettagli, talvolta al limite del patologico. Quando i clienti mi danno delle scadenze larghe, riesco a dare il meglio di me: se lo ritengo oportuno, sono capace di investire anche mezz’ora o più su una singola parola o su un segno di interpunzione.
Di solito adotto la seguente metodologia: leggo innanzitutto il testo (o quantomeno le prime pagine) per focalizzare bene l’argomento, poi inizio a tradurre soffermandomi su ciascun dubbio lessicale o di altro genere. Non vado avanti finché non ho trovato una soluzione soddisfacente. Una volta terminata la traduzione, procedo all’autorevisione con entrambi i testi sott’occhio. Dopo la fase di editing procedo personalmente alla correzione delle bozze. Infine, invio il testo tradotto ad una collega affinché lo rilegga e verifichi se è tutto in ordine poiché talvolta, sui testi tradotti da noi stessi, ci sono errori o imprecisioni che non riusciamo a notare neppure se li leggiamo mille volte. Questo modus operandi, ha inesorabilmente fatto di me una traduttrice lenta visto che non riesco a tradurre più di 2000 parole al giorno nemmeno se mi faccio un’endovena di caffé. Il lato economico non è mai stato un problema per me, ho sempre guadagnato cifre sufficienti a farmi vivere in maniera più che dignitosa e non mi è mai importato di guadagnare di più. Sentirmi a posto con la mia coscienza e gratificata dall’apprezzamento altrui è il mio vero guadagno.

Tuttavia, in questi tempi bui in cui non ci si può permettere di selezionare il lavoro e si è costretti ad accettare tutto quello che ci viene proposto, ho dovuto farmi violenza ed accettare anche lavori mal pagati e con scadenze brevi. È ovvio che, dovendo consegnare cento cartelle in pochi giorni, i dettagli sono stati l’ultimo dei miei pensieri ed ho dovuto scendere a patti con la mia coscienza e modificare il mio approccio.
Quando non posso tradurre con calma, le quattro fasi che seguo per la traduzione di un testo diventano solamente due. Nella prima fase, traduco di getto tutto quello che mi si para davanti senza soffermarmi su nessuna parola e senza preoccuparmi che quello che scrivo sia corretto. Se ho un dubbio su una parola semplicemente la salto o metto una traduzione approssimativa e proseguo per la mia strada evidenziandola con un colore diverso. Nella seconda fase procedo ad una revisione approfondita, nella quale, oltre a sciogliere i vari nodi che ho lasciato nella prima versione, eseguo tutti i controlli grammaticali, sintattici, semantici, ortografici del caso e faccio in modo che la prima traduzione bruco si trasformi, nei limiti del possibile, in una traduzione farfalla.

Autore dell’articolo:
Lavinia Torregiani
Traduttrice tedesco-italiano
Ascoli Piceno

Quante parole si possono tradurre al giorno?

 Categoria: Tecniche di traduzione

Cercando informazioni sulla velocità di traduzione di altri colleghi, mi sono imbattuta in un forum in cui alcuni colleghi sostenevano di essere in grado di tradurre anche 1000 parole all’ora finite (cioè pronte per la consegna al cliente) e mantenere un ritmo costante per 10 ore arrivando a produrre anche 10.000 parole al giorno. C’era qualcuno che si vantava di aver tradotto persino 12.000 parole finite in un giorno.
Ovviamente facevano presente che si trattava di casi del tutto eccezionali, motivati dall’urgenza richiesta dai clienti e che, per affrontare moli di lavoro di questo tipo, avevano staccato i telefoni fissi e mobili, si erano chiusi in una stanza e avevano mangiato davanti al computer pietanze fredde o precotte senza concedersi intervallo alcuno se non per i bisogni fisiologici che comunque avevano espletato portandosi il computer in bagno.

Per i non addetti ai lavori, ipotizzando che 250 parole in inglese corrispondano a una cartella, 12.000 parole equivalgono a circa 48 cartelle. Trattandosi di parole finite, questo significa aver letto, compreso, tradotto e scritto quasi 17 parole al minuto, per 720 volte nello stesso giorno.
Per me è attualmente impossibile raggiungere certi standard. Una volta sono riuscita a tradurre più di 5000 parole in un giorno ma ho lavorato quasi 20 ore di fila senza chiudere occhio e il giorno dopo ero talmente a pezzi che non sono riuscita a fare praticamente niente.
Mi sono rincuorata spulciando siti nei quali compaiono cifre medie nell’ordine di 3000/3500 parole al giorno (io sono sulle 2500) e leggendo le affermazioni di alcuni colleghi che sostengono di aver aumentato la loro produttività dopo circa 10 anni, sia per l’esperienza e la competenza acquisite, sia per la maggior velocità di battitura o dettatura con programmi specifici.

Autore dell’articolo:
Mara Valsecchi
Traduttrice fr>it
Aosta

Quantità di parole traducibili in un giorno

 Categoria: Tecniche di traduzione

Mi sono laureata da circa due anni e solo da qualche mese ho iniziato a ricevere i primi lavori di traduzione. Nonostante non sia esattamente strapiena di lavoro, ho dovuto rinunciare ad alcuni lavori alla mia portata perché le tempistiche di consegna erano troppo ridotte per la mia attuale velocità di traduzione. Ho preferito rinunciare perché voglio assolutamente impostare fin dall’inizio della mia carriera una strategia di approccio al cliente basata sulla qualità e sul rispetto delle scadenze pattuite.
Tuttavia, non vorrei che tale strategia, associata alla mia attuale lentezza, mi togliesse nel frattempo delle buone opportunità lavorative (come in effetti è già successo) o mi causasse qualche problema con i clienti. So bene che per raggiungere una certa velocità di traduzione dovrò aspettare ancora qualche anno, ma vorrei capire se attualmente sono del tutto fuori scala oppure se rientro nei parametri della normalità. Per questo motivo mi chiedo: quante sono le parole traducibili in un giorno?

Essendo stata abituata fin da bambina ad affrontare i problemi in modo diretto, ho cercato di quantificare in modo analitico la mia produttività media calcolando quante parole riesco a tradurre in una giornata lavorativa di 8 ore, delle quali 4 mattutine e 4 pomeridiane intervallate da un’oretta e mezzo per la pausa pranzo.
Togliendo dalle 8 ore un paio di pause caffè, telefonate di amici/colleghi, e-mail di lavoro e qualche distrazione in rete, mi rimangono non più di 7 ore nette nelle quali riesco a tradurre circa 10 cartelle, ma non di più. Ho eseguito la misurazione per un mese di fila utilizzando per fare i calcoli testi piuttosto tecnici ma che trattavano argomenti nei quali ero molto ferrata. Inoltre, avevo a disposizione ottime risorse terminologiche.
A questo punto ho utilizzato la rete per confrontare la mia produttività media con quella di altri colleghi. Nell’articolo di domani parlerò dei risultati delle ricerche che ho effettuato.

Autore dell’articolo:
Mara Valsecchi
Traduttrice fr>it
Aosta

Livelli linguistici

 Categoria: Tecniche di traduzione

Nel mio approccio al tradurre, che comprende lavori tecnici e lavori letterari, c’è una cosa che faccio sempre, e che accomuna le due attività: arrivare alla “verità” per successive approssimazioni. In altre parole, un lavoro di traduzione consiste in ogni caso nell’avvicinarsi progressivamente a un risultato, che sia – nella lingua obiettivo – l’immagine il più fedele possibile di quello che un certo testo era nella lingua d’origine. Determinate parole emergono subito nel loro significato, mentre altre richiedono un approfondimento, uno studio, per “rivelarsi”. In teoria, si potrebbe svolgerlo subito, fermandosi sui dettagli fin dalla prima stesura, ma questo correrebbe il rischio di far perdere il senso dell’insieme, o quella continuità musicale (ma, direi di più, energetica) che collega le varie parti di un discorso articolato. Personalmente, preferisco stendere il mio “rullo” del tradurre su tutto il testo a ondate successive, via via scandagliando e mettendo sempre più a fuoco i singoli termini.

In questo sono utilissimi gli strumenti che Word mette a disposizione. È sufficiente mettere in giallo le parole che necessitano di questo tipo di riflessione, o anche evidenziare – separandole con lineette o barre – diverse possibili traduzioni di un nome, un aggettivo o un verbo. Insomma, far sì che, al seguente passaggio in quel punto del testo, si possa avere un orientamento per proseguire il percorso, migliorandolo. Un po’ come degli esploratori farebbero in una foresta che stanno attraversando per la prima volta. Tradurre è, in questo senso, tracciare un sentiero che prima non esisteva. È imparare a orientarsi in un mondo che non è il “nostro”, perché è di colui che ha scritto il testo che stiamo traducendo, ma stendendovi sopra un lieve “strato” del nostro mondo: esterno e non invasivo, certo, perché alla fine noi saremo sì presenti, ma senza farci sentire, bensì dando solamente una voce alla voce di un’altra persona. Come dei bravi interpreti musicali, o degli attori ben calati in un personaggio diverso da loro.

Autore dell’articolo:
Giovanni Agnoloni
Scrittore e traduttore tecnico e letterario
(lingue: EN, ES, FR, PT)
Firenze

Conclusioni sui metodi di revisione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Nell’articolo di martedì, parlando dell’editing, ho descritto uno scenario apocalittico nel quale il perfido revisore apporta delle modifiche superflue e introduce errori di vario genere in un testo tradotto in modo impeccabile. Si tratta di una forzatura che ho utilizzato per esprimere al meglio il concetto di “deresponsabilizzazione” di cui volevo parlare. È evidente che i revisori non sempre stravolgono i testi che vengono loro consegnati, anzi, il metodo dell’editing classico è molto utilizzato e, quando è svolto da professionisti, è sicuramente efficacissimo. Inoltre, in determinate situazioni, non solo è consigliabile, ma è l’unica soluzione possibile.

Se il testo da tradurre è molto lungo e la data di consegna è ravvicinata, questa è l’unica strada percorribile. Anzi, talvolta i tempi sono così stretti da obbligare il traduttore a prescindere persino dall’autorevisione poiché, per guadagnare minuti preziosi, è costretto ad inviare il materiale al revisore man mano che traduce senza nemmeno rileggerlo. Con questo non voglio certo dire che si può tranquillamente evitare di rileggere le proprie traduzioni, anzi, nell’articolo di martedì ho detto esattamente il contrario. Tuttavia, in casi di urgenza estrema, è un male necessario e inevitabile. Per limitare i danni, è quantomai auspicabile lavorare con la massima diligenza fin dalla prima riga e stabilire un rapporto di simbiosi con il revisore, il quale dovrà avvisare immediatamente il traduttore di ogni palese errore di traduzione affinché non commetta il medesimo errore nel resto della traduzione.

Vorrei terminare il mio excursus con una conclusione tanto ovvia quanto fondamentale e cioè che l’efficacia dei due metodi di revisione di cui ho parlato dipende in larga misura dal tipo di incarico ricevuto.
Se il testo è piuttosto semplice oppure i tempi di consegna sono molto stretti, la soluzione migliore è che un revisore rilegga la traduzione in tempo reale e corregga direttamente gli errori e le imperfezioni senza rimandare il testo al traduttore.
Al contrario, se il testo è molto lungo e molto “interpretativo” (ovvero la parte creativa o comunque non tecnica è molto estesa), il metodo della convalida è il più adatto poiché il testo viene sottoposto ad un controllo duplice e, l’autore delle traduzione, che è l’unico in grado di stabilire la ratio di certe scelte terminologiche o sintattiche, può mettere il veto a qualsiasi modifica proposta dal revisore poiché egli è il responsabile diretto della consegna finale.

Autore dell’articolo:
Andrea Di Biagio
Traduttore tedesco-italiano/inglese-italiano
Segrate (MI)

La convalida della traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Nell’articolo di lunedì ho introdotto brevemente i due metodi di revisione più utilizzati, in quello di martedì ho parlato in modo un po’ più approfondito dell’editing classico e in quello di oggi approfondirò il metodo della convalida della traduzione.
In questo metodo, il revisore si comporta come un traduttore che deve fornire un’opinione su una traduzione nella quale non ha avuto un ruolo attivo e per la quale non ha dovuto prendere alcuna decisione. È il primissimo lettore del testo, ma, a differenza del lettore comune il cui scopo è la pura fruizione del contenuto, il suo è la ricerca di errori ed imperfezioni nonché di accorgimenti che possano in qualche misura migliorare il testo in termini di fluidità e facilità di lettura.

Nell’apportare le modifiche che ritiene opportune, egli annota a margine di ciascuna le motivazioni che l’hanno indotto ad effettuarla. Le sue indicazioni vengono trasmesse al traduttore, il quale, dopo averle lette e valutate attentamente, decide autonomamente quali accettare e quali scartare.
Si tratta, a mio avviso, del miglior metodo di revisione, poiché, visto che l’interesse del traduttore è che il lavoro sia di elevata qualità e visto che egli ne è il responsabile diretto, in genere tende a mettere da parte il proprio orgoglio personale ed a tenere in seria considerazione le correzioni suggerite dal revisore.

Ovviamente, questo metodo di lavoro richiede molto tempo ed è più costoso dell’editing classico. Non solo perché il revisore deve motivare per iscritto tutti i cambiamenti che farebbe, ma anche perché poi il traduttore deve leggere tutti i commenti, analizzarli, prendere delle decisioni in merito ed applicarle sul file da consegnare. Se il testo è lungo, il tempo che occorre con questo metodo è di gran lunga superiore all’editing classico.
Di positivo c’è che si evitano situazioni sgradevoli, come, ad esempio, scoprire in un secondo momento che il revisore ha introdotto errori o ha cambiato frasi che andavano bene.
Inoltre, questo metodo, qualora il revisore incaricato di passare ai raggi X la traduzione sia un professionista competente, ci permette di imparare dai nostri stessi errori, che, personalmente, ritengo sia una delle migliori tecniche di apprendimento.

Autore dell’articolo:
Andrea Di Biagio
Traduttore tedesco-italiano/inglese-italiano
Segrate (MI)

Revisione delle traduzioni

 Categoria: Tecniche di traduzione

Come regola generale, dopo la traduzione e la rilettura invio sempre testo originale e testo tradotto ad un collega affinché gli dia un’occhiata. Ho accordi di collaborazione con alcuni colleghi, loro si occupano della revisione delle mie traduzioni ed io delle loro.
I testi poi tornano nelle mie mani e decido se apportare o meno le modifiche suggerite dai colleghi. Sono io ad avere l’ultima parola sulla traduzione e ne sono, di conseguenza, responsabile.
Personalmente, dopo che il revisore mi ha restituito il testo, controllo sempre le sue correzioni, anche se tanti colleghi consegnano i testi revisionati senza effettuare ulteriori controlli. Ad ogni modo, anche in questo caso, sono loro i responsabili della traduzione poiché sono loro a fatturare al cliente.

A volte però, capita che le agenzie di traduzione o i clienti, per mancanza di fiducia o perché i contenuti sono particolarmente delicati, abbiano a loro volta dei revisori.
Quando entra in campo un revisore esterno, il traduttore che ha eseguito la traduzione viene del tutto deresponsabilizzato.
Il revisore, infatti, teoricamente può anche demolire la traduzione consegnata, disintegrarla pezzo per pezzo e ricomporla a suo piacimento. Il suo intervento migliorativo (in certi casi sia chiaro), può anche rivelarsi peggiorativo poiché può introdurre errori e cambi di stile non necessari, vanificando così un lavoro che magari era ottimo.
Quando questo accade non dobbiamo né arrabbiarci né preoccuparci: con la consegna della traduzione il nostro lavoro è finito. È il revisore che ha l’ultima parola, il testo in pratica è diventato suo e con esso la responsabilità nei confronti dell’agenzia o del cliente. Noi possiamo dormire sonni tranquilli, qualsiasi reclamo o lamentela venga mossa dal cliente finale, nessuno ci verrà a cercare.

L’intervento distruttivo (e non costruttivo) del revisore è qualcosa che è sempre accaduto e che sempre accadrà. Se nella fase di revisione non intervengono professionisti qualificati ed obiettivi, è quasi inevitabile che il testo peggiori. Anzi, oltre che inevitabile, è anche logico. Chi viene incaricato di eseguire una revisione e si rende conto che il testo che gli è stato consegnato è stato tradotto splendidamente, sente comunque il bisogno di cambiare qualcosa qua e là per dimostrare di aver lavorato. E commette il più grosso errore che possa commettere un revisore cioè cercare qualcosa che non c’è…

Autore dell’articolo:
Andrea Di Biagio
Traduttore tedesco-italiano/inglese-italiano
Segrate (MI)

Metodi per la revisione di traduzioni

 Categoria: Tecniche di traduzione

Qual è il miglior metodo per eseguire la revisione di una traduzione?
Innanzitutto, prima di affidare il testo tradotto ad un revisore, è d’obbligo eseguire una scrupolosa “autorevisione” del proprio lavoro. Durante la traduzione si commettono spesso errori di varia natura (alcuni dei quali ripetuti più volte) senza rendersene conto. Questo avviene per varie ragioni: troppa sicurezza in noi stessi, troppa fretta, scarsa concentrazione, ricerche frettolose, insufficiente preparazione sull’argomento, ecc.
Per evitare una brutta figura con il revisore che abbiamo scelto (o che ha scelto il nostro cliente), è quindi consigliabile rileggere più volte quello che abbiamo scritto.

L’ideale sarebbe far passare un giorno o due prima di procedere alla rilettura. Se non abbiamo a disposizione tutto questo tempo, dovremmo comunque “lasciar riposare” la traduzione almeno qualche ora in modo da poter “uscire” mentalmente dal testo nel quale ci siamo completamente immedesimati e riacquisire obiettività e con essa un punto di vista critico.

Dopo l’autorevisione abbiamo due opzioni: o affidiamo il testo al revisore e ci disinteressiamo completamente delle modifiche che egli apporterà, oppure chiediamo al revisore di indicarci le modifiche che secondo lui sarebbero opportune e di corredarle con dei commenti in proposito. Nel primo caso, la traduzione viene consegnata subito dopo l’intervento del revisore, nel secondo caso siamo noi ad avere l’ultima parola, poiché, dopo aver analizzato le correzioni che ci ha proposto il revisore, possiamo accettarle o rifiutarle. Come per tutte le cose, ogni metodo ha i suoi pro e i suoi contro e l’applicazione dell’uno piuttosto che dell’altro dipende da vari fattori.
Il più importante di essi è probabilmente il tempo a disposizione per la consegna.
Nei prossimi giorni continuerò a parlare di metodi di revisione, entrando più nello specifico.

Autore dell’articolo:
Andrea Di Biagio
Traduttore tedesco-italiano/inglese-italiano
Segrate (MI)

Le parolacce nelle traduzioni di sottotitoli

 Categoria: Tecniche di traduzione

Pochi giorni fa mi è capitato di dover sottotitolare in italiano un cortometraggio in spagnolo. La storia era ambientata nei bassifondi di una cittadina andalusa e il linguaggio utilizzato era estremamente scurrile, tanto per usare un eufemismo.
A dispetto di aver sempre creduto nell’importanza della fedeltà al testo originale, in questa particolare circostanza ho avuto la netta sensazione che se avessi tradotto in italiano tutte le volgarità proferite si sarebbe prodotto negli spettatori un effetto diverso da quello prodotto dall’originale. Per questa ragione, d’accordo con il committente della traduzione, ho deciso di mitigare l’utilizzo delle parolacce, omettendone alcune e “addolcendo” il significato di altre.

Nonostante ciò, dopo aver visto il cortometraggio montato con i sottotitoli, l’impatto è stato comunque molto forte. La massiccia presenza di parole volgari rendeva il corto davvero difficile da digerire. La spiegazione che mi sono dato è che il linguaggio scritto ha una valenza molto superiore a quello orale. Una volgarità scritta sullo schermo assume una connotazione molto più aggressiva di una parola appena sussurrata o pronunciata frettolosamente che magari si percepisce appena.

Per ottenere l’effetto desiderato senza esagerare né in un senso né in un altro, occorre calibrare in modo adeguato la gittata delle parole, considerando che il peso semantico che hanno quelle lette è molto maggiore del peso di quelle ascoltate. Il problema è che conservare le sfumature colloquiali per mezzo di stringhe di testo ridotte è un compito tutt’altro che semplice. Tra le tante difficoltà che comporta la traduzione dei sottotitoli, rispetto alla traduzione di un testo standard quella di riflettere l’oralità attraverso una sorta di “riassunto scritto” è probabilmente quella principale, soprattutto quando il linguaggio utilizzato è molto scurrile. Per il traduttore una parolaccia è doppiamente “accia”: lo è intrinsecamente in quanto semanticamente negativa e lo è in quanto a difficoltà di traduzione, poiché spesso comporta molte più problematiche rispetto alla traduzione di una parola “normale”.

Autore dell’articolo:
Piergiorgio Cavallari
Traduttore en/es>it
Teramo

La traduzione delle parole in dialetto

 Categoria: Tecniche di traduzione

Per un traduttore letterario, la traduzione delle parole in dialetto rappresenta sempre un grosso ostacolo. Come direbbe un nostro famoso collega “tradurre un dialetto non è un problema senza soluzione, anzi, le difficoltà derivano proprio dal fatto che esistono molte soluzioni, anche se tutte insoddisfacenti”.
Iniziamo la nostra analisi dalla definizione di dialetto. Molto sinteticamente, un dialetto è una varietà linguistica utilizzata dagli abitanti di una determinata area geografica. Più tecnicamente, per dirla con Aloiv, un dialetto è una “modalità adottata da una lingua in un certo territorio, all’interno del quale viene delimitata da una serie di isoglosse”. Una definizione meno dotta ma molto efficace è quella data da Chomsky: “Una lingua senza né passaporto né esercito”.

Perché un dialetto pone ostacoli difficili da superare? Distinguiamo tre casi:

1) il testo da tradurre è interamente in dialetto. Questo è il caso che paradossalmente presenta meno problemi. Molto semplicemente, dev’essere eseguita una traduzione dal dialetto in questione alla lingua desiderata. Meglio ancora sarebbe tradurre ad un dialetto esistente ma poco conosciuto di questa. Si otterrebbe in questo modo un doppio effetto: da un lato si rispetterebbe la scelta espressiva dell’autore (non scrivere nella lingua nazionale), dall’altro non si creerebbe un collegamento illogico tra una vicenda che si svolge in un paese straniero e un dialetto della lingua di destinazione della cui appartenenza ad una precisa zona geografica tutti i lettori sono consapevoli. La difficoltà sta nel trovare un traduttore che abbia i requisiti linguistici adeguati, ovvero conosca alla perfezione il dialetto in cui è scritta l’opera e conosca alla perfezione il dialetto verso cui occorre tradurla, cosa niente affatto scontata.

2) Nel testo sono presenti solamente alcune parole o frasi in dialetto. Anche in questo caso l’ideale sarebbe tradurre quelle parti facendo ricorso ad un dialetto poco conosciuto della lingua di destinazione. Quello che però non abbiamo detto al punto precedente è che un dialetto con queste caratteristiche spesso non esiste. In questo caso si può superare l’ostacolo giocando un po’ con le parole, in modo particolare con l’ortografia. Per esempio trasformando le “C” occlusive e le “CH” in “K”, le “SC” in “SH”, le “G” coarticolate in “J”, alcune “I” in “Y”, e così via. L’importante è che il lettore si renda conto che i personaggi parlano un dialetto coerente e diverso dalla lingua nazionale.

3) Nel testo sono presenti capitoli interi o comunque parti consistenti in dialetto. Questo è il caso più complesso per il traduttore. Come per i due casi precedenti, una soluzione ottimale sarebbe utilizzare un dialetto poco conosciuto ma, come abbiamo detto, è raro trovarne uno che lo sia realmente. Per il povero traduttore probabilmente la soluzione meno dolorosa è sostituirlo con un linguaggio marcatamente colloquiale.

Autore dell’articolo:
Letizia Gironi
Traduttrice maltese>italiano, arabo>italiano
S.Giovanni Valdarno (AR)

La traduzione delle misure anglosassoni

 Categoria: Tecniche di traduzione

Le misure anglosassoni, così diverse dalle nostre, talvolta fanno incappare i traduttori in errori che causano equivoci e fraintendimenti di vario genere. Gli acri, le miglia, le iarde, i piedi, i pollici, le libbre, le once, ecc., sono misure che a noi non dicono assolutamente nulla. Cosa fare allora quando ci si trova a dover tradurre una misura anglosassone o comunque una misura che non esiste nella lingua di destinazione?
Beh, è molto semplice. Partendo dal presupposto che chi legge debba farsi un’idea precisa della misura, si dovrà esprimere il valore presente nel documento originale nell’unità di misura utilizzata nel paese del lettore. Ad esempio, qualora si debba tradurre in italiano nine feet boat (barca lunga nove piedi) occorrerà munirsi di calcolatrice e impostare l’equivalenza sapendo che un piede corrisponde a circa 30 centimetri. Una volta scoperto che la barca misura circa 2,70 metri, a seconda del contesto si può tradurre in vari modi, sia utilizzando espressioni tipo “più di due metri e mezzo” sia comunicando il valore preciso.
Quest’ultima opzione però va utilizzata con l’interruttore del buonsenso acceso. Espressioni come: “l’auto viaggiava a 241,4016 km all’ora”, “Marco pesava 152,406 kg” e il “terreno si estendeva per più di 8093,8 metri quadrati” sono assurde e, rispetto alle cifre tonde 240, 152 e 8000, non aggiungono nessuna informazione utile al lettore, ottengono solo un effetto di antipatica pignoleria.

Il consiglio che noi diamo è quello di tradurre sempre le misure anche se in certi casi ammettiamo che lo si potrebbe tranquillamente evitare. Certi traduttori talvolta lasciano volutamente le misure inglesi sulle pagine, soprattutto quando si tratta di indicazioni che non necessitano essere comprese con precisione assoluta. A meno che il lettore non sia proprio digiuno di misure, dire “la strada si inerpicava per trenta miglia in un susseguirsi di curve a gomito a picco sul mare” o “la strada si inerpicava per circa cinquanta chilometri in un susseguirsi di curve a gomito a picco sul mare” dà, in entrambi i casi, un’idea piuttosto chiara sul fatto che il percorso era lungo e tortuoso. L’informazione arriva comunque anche se non con precisione millimetrica.
Chiudiamo con una traduzione spassosa che ci è capitata per le mani proprio pochi giorni fa. Riguardava un presunto assassino che aveva ucciso la sua vittima con una pistola da 45 millimetri. 45 millimetri? Più che con una pistola gli aveva sparato con una sorta di bazooka! Il calibro della pistola era di 0,45 pollici, che non corrispondono affatto a 45 millimetri ma a 11,43.

La moralità del traduttore

 Categoria: Tecniche di traduzione

Il traduttore, quando traduce, deve sapere chi è l’autore del testo, perché il testo è stato scritto, qual è il pubblico al quale si rivolge e altre informazioni ad esso pertinenti. Sapere queste cose migliora esponenzialmente i risultati del suo lavoro. Quello di cui invece deve disinteressarsi sono i contenuti. O meglio, deve nutrire grande interesse per i contenuti da un punto di vista lessicale ma disinteressarsi di essi da un punto di vista ideologico o morale.

Se non condivide le idee dell’autore o le medesime addirittura lo ripugnano, deve rimanere del tutto indifferente e tradurre con imparzialità. Non può in alcun modo tagliare passaggi, alterarli o addolcirli a suo piacimento.
Nessuno è obbligato a tradurre quello con cui non è d’accordo, però, se decide di farlo, deve farlo con la massima onestà. Al di là di scelte linguistiche dettate da ragionamenti logici che abbiano l’evidente obiettivo di migliorare la fruizione o la facilità di lettura da parte dei lettori, una frase blasfema deve rimanere una frase blasfema e lo stesso dicasi per una parola oscena o volgare, così come per un insulto.

Il traduttore deve avere una sua moralità ma nel senso del rispetto del proprio ruolo. Sebbene un traduttore possa ingannare un editore, il pubblico e persino i suoi colleghi, non può però ingannare sé stesso. Sa esattamente se l’opera che ha tradotto era superiore alle sue capacità, se non ha effettuato le verifiche che avrebbe dovuto o, peggio ancora, se ha alterato deliberatamente il significato di alcune sue parti.

È più difficile tradurre manuali o romanzi?

 Categoria: Tecniche di traduzione

È impossibile rispondere a priori a questa domanda, ma possiamo comunque fare qualche riflessione in proposito.
Prima di tutto, molto banalmente, dipende dalla preparazione, dall’indole e dagli stimoli del traduttore. Il traduttore portato per la traduzione tecnica, che si è specializzato in quel campo, che può contare su risorse terminologiche di vario genere e che mette molta passione in quello che fa, sicuramente risponderà che per lui è infinitamente più semplice tradurre un manuale tecnico rispetto a un romanzo.
Viveversa, il traduttore che si è sempre dedicato alla traduzione editoriale e in modo particolare a quella letteraria, vi dirà che la traduzione di un manuale tecnico è per lui un’impresa improba e non sa neppure da dove cominciare.

Detto della soggettività della risposta e della difficoltà nell’eseguire un’analisi imparziale, proviamo ad andare un pochino più a fondo nella questione.
Il traduttore che si occupa di traduzione tecnica deve conoscere la lingua sorgente e deve sapersi esprimere in modo comprensibile nella lingua d’arrivo. Per evitare di scrivere strafalcioni deve avere buona familiarità con l’argomento trattato nel documento da tradurre (o comunque con il campo al quale esso si riferisce) e deve conoscere la terminologia tecnica settoriale.
Ad ogni modo, può avvalersi di dizionari, di glossari e, in qualche caso, di memorie di traduzione.
Nel tradurre, un grande aiuto gli arriva dai software di traduzione assisitita, che gli rendono il compito molto più facile e veloce.

Il traduttore letterario deve conoscere alla perfezione entrambe le lingue per saper cogliere tutte le sfumature della lingua sorgente e saperle riprodurre in modo adeguato nella traduzione. Deve conoscere l’autore, il suo stile e la corrente letteraria alla quale appartiene. Deve sapersi esprimere con un linguaggio forbito e ricercato. Il contenuto dei libri che traduce lo costringe spesso ad informarsi su questioni che non hanno nulla a che vedere con la traduzione in generale: per svolgere il proprio compito deve saper trovare le informazioni necessarie a diventare rapidamente un esperto di alberi secolari californiani piuttosto che di indumenti tipici dell’epoca napoleonica o di tecniche aborigene per la costruzione di imbarcazioni. All’occorrenza deve sapersi documentare circa il modo di esprimere i sentimenti o in generale di rapportarsi con il prossimo di individui che parlano un dialetto della lingua sorgente con cui non ha molta familiarità. Dopo averlo fatto deve saper trovare nella lingua d’arrivo il modo per ricreare un effetto equivalente.

Alla luce di quanto detto, pur dando grandissima importanza alla traduzione tecnica, senza la quale quest’agenzia non esisterebbe, riteniamo che per essere un buon traduttore letterario occorra qualcosina in più rispetto ai requisiti necessari per essere un buon traduttore tecnico. La traduzione tecnica si impara e si migliora con lo studio, nella traduzione letteraria questo è possibile solo in parte. Traduttori letterari si nasce non si diventa.

Agorafobia e claustrofobia in traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

In un articolo pubblicato nell’agosto del 2009 avevamo parlato di due diverse tecniche di traduzione: il traduttore che cerca la perfezione fin dalla prima stesura e si arrovella le meningi finché non ha trovato la parola che lo soddisfa e il traduttore che invece procede rapidamente e impulsivamente, abbozzando la prima versione e ricercando la perfezione in modo graduale.
In quella sede avevamo affermato che nessuna delle due tecniche è preferibile a priori, possono portare entrambe a risultati ottimi così come a risultati pessimi, dipende dalle capacità dei traduttori e dal tempo di cui dispongono.

Lo stesso non può dirsi di altre due tipologie di traduttori, i cui risultati non possono essere mai ottimali, perché il loro approccio non è quello corretto.
Potremmo definirli il “traduttore agorafobico” e il “traduttore claustrofobico“. Il primo vive il testo sorgente come un rifugio sicuro, non riesce a vivere al di fuori di esso e non se ne allontana mai. Il secondo invece non riesce per nessun motivo a rimanere all’interno del testo sorgente, lo vive come un luogo chiuso e inospitale e tenta di fuggirne con ogni mezzo possibile.

È evidente che il rischio che un traduttore sia contagiato dall’una o dall’altra malattia non dipende solo dalla propria indole ma anche e soprattutto dal tipo di testo che si trova di fronte.
Il grado di fedeltà che richiede la traduzione del manuale di montaggio di un modellino di aereo radiocomandato è ben diverso da quello richiesto per la traduzione di un romanzo d’amore.
Quel che è certo è che nessuno dei due modi di tradurre, pur presentando entrambi vantaggi e svantaggi, è auspicabile fino in fondo. Nessuno dei due traduttori affetti da tali patologie potrà mai ottenere risultati pienamente positivi. L’ideale sarebbe, molto banalmente, ricercare un equilibrio tra essi, vivendo stabilmente nel testo originale ma allontanandosene ogni qual volta l’aria di casa si faccia pesante…

Traduzione dei sottotitoli o doppiaggio?

 Categoria: Tecniche di traduzione

Oggigiorno i video sul web sono diventati uno degli strumenti di comunicazione preferiti dalle persone. Basti pensare all’incredibile successo che ha riscosso e che tuttora riscuote un sito come YouTube. L’importanza dei video non diminuirà affatto nel prossimo futuro, anzi, si prevede che aumenterà considerevolmente e che le aziende utilizzeranno questo strumento in misura sempre maggiore per le proprie strategie di comunicazione sia interne che esterne.
Di conseguenza, le imprese interessate ad una comunicazione globale, dovranno attrezzarsi per creare dei video multilingue che permettano loro di far giungere i messaggi aziendali a persone di varie nazionalità.

Esistono due modi per trasmettere i contenuti di un video in un’altra lingua: la traduzione dei sottotitoli e il doppiaggio. Il primo comporta l’inserimento di una striscia di testo nella parte inferiore dello schermo più o meno coincidente con la narrazione e i dialoghi originali.
Il doppiaggio invece implica la sostituzione del contenuto audio originale con un nuovo contenuto audio in una lingua diversa. Entrambe le opzioni presentano vantaggi e svantaggi, qui di seguito ne elenchiamo alcuni.

Nel caso della traduzione dei sottotitoli i vantaggi principali sono:
- anche le persone non udenti possono comprendere perfettamente il contenuto del video.
- il video può essere visionato anche senza l’audio e si può mettere in pausa qualora ci si voglia concentrare su una frase particolare.
- il mantenimento della narrazione e dei dialoghi in lingua originale permette il mantenimento del tono, dell’accento, delle pause, dell’enfasi degli attori.

Gli svantaggi invece sono:
- viene occupato spazio prezioso sullo schermo (difetto alquanto fastidioso con schermi piccoli).
- l’attenzione è rivolta alla stringa testuale a scapito delle immagini.
- il contenuto non viene trasferito nella sua interezza per poter essere adattato alla stringa.
- l’utente deve guardare lo schermo sempre e comunque per non perdere informazioni.
- l’utente deve essere alfabetizzato e saper leggere senza problemi.

Nel caso del doppiaggio i vantaggi principali sono:
- si può assorbire gran parte dell’informazione anche solo attraverso l’audio senza dover stare con gli occhi incollati al video.
- le scelte terminologiche sono più fedeli ai contenuti del video originale e presentano molte meno restrizioni rispetto alla sottotitolazione.

Gli svantaggi principali invece sono:
- i movimenti della bocca degli attori non coincidono con le parole da loro pronunciate.
- le voci e i rumori di fondo non sono originali.

Non è possibile stabilire a priori quale delle due tecniche sia preferibile. Al di là dei diversi costi di realizzazione, la scelta dipende da vari fattori: il tipo di video, il contesto, il contenuto, il messaggio che si vuole trasmettere, le lingue su cui si deve lavorare, le preferenze del pubblico che si vuole raggiungere.
Prima di dare inizio ai lavori di traduzione, l’impresa e l’agenzia di traduzioni incaricata di eseguire il lavoro, devono soppesare bene tutti questi fattori poiché il procedimento per creare dei sottotitoli tradotti è completamente diverso dalla tecnica utilizzata per doppiare, e, qualora si cambi opinione dopo essere andati avanti con il progetto di traduzione, il lavoro eseguito potrà essere utilizzato solo in minima parte.

Traduzione di istruzioni

 Categoria: Tecniche di traduzione

Nell’articolo del 13 maggio (“La traduzione eccessiva”) e in quello del 07 giugno (“Inglese britannico e inglese americano”) abbiamo parlato della proverbiale prolissità degli statunitensi.
Secondo noi (e secondo molti altri), oltreoceano si tende spesso a fornire informazioni scontate e a ripetere concetti che in altri paesi vengono ritenuti del tutto ovvi.
Per corroborare la nostra tesi, nell’articolo di oggi raccontiamo un curioso episodio accaduto ad un collega negli Stati Uniti.

Di ritorno da un viaggio di lavoro, aveva riportato a casa una bottiglia di spumante californiano di cui gli era stato fatto dono durante un convegno.
Giunto il momento di aprire la bottiglia, spinto dalla curiosità tipica dei traduttori, si mise a leggere l’etichetta per scoprire l’esatta provenienza del vino, il tipo d’uva, l’anno di produzione, i gradi alcolici. Con sua grande sorpresa, oltre a trovare le informazioni che tutti i comuni mortali si aspetterebbero di trovare sull’etichetta di una bottiglia di spumante, nella parte posteriore vi erano…le istruzioni per l’uso della bottiglia!
Scritto in rosso e con vari segnali di pericolo qua e là, si spiegava in cinque punti come dev’essere maneggiata una bottiglia di spumante:

1) Raffreddi la bottiglia
2) non la agiti
3) non orienti il collo della bottiglia verso sé stesso o verso altre persone
4) tolga la capsula
5) estragga il tappo girandolo con la mano

In un paragrafo a parte si proibiva l’uso del cavatappi e si ricordava il pericolo di accecamento aprendo la bottiglia in direzione del viso.

La cosa migliore che può fare un traduttore che si trova a dover tradurre un testo di questo genere, è far presente al cliente che, traducendo alla lettera quel messaggio in un mercato come quello italiano, otterrebbe un effetto molto diverso rispetto a quello auspicato.
Credendo di proteggere i propri clienti avvisandoli di un potenziale pericolo, cadrebbe irrimediabilmente nel ridicolo poiché nel nostro paese, così come in moltissimi altri, tale rischio è ben noto a tutti fin da bambini e non è necessario scriverlo sull’etichetta.
Tradurre le istruzioni correttamente è importantissimo, ma la correttezza non sempre implica una traduzione letterale…

L’andropausa del traduttore

 Categoria: Tecniche di traduzione

La parola “menopausa” deriva dal greco menos (“mestruazione”) e pausis (“cessazione”).
Appare pertanto evidente che è del tutto inappropriato parlare di menopausa al maschile come avviene in inglese (male menopause). Tuttavia, ancor più inappropriato, è tradurre male menopause con “menopausa maschile”, come è accaduto di recente su un’importante rivista scientifica. Se sbagliano gli inglesi, perché dobbiamo sbagliare anche noi?
Ci sembra molto più logico e corretto riferirsi a questo concetto con il termine “andropausa”, dal greco andrós (“maschio”).
Al limite si potrebbe accettare “climaterio maschile”, visto che la parola “climaterio”, che viene dal greco klimakter (“gradino”, nel senso di “tappa critica della vita”), può essere utilizzata senza problemi per ambo i sessi indistintamente.

Il fatto che nelle pubblicazioni scientifiche in lingua inglese si trovino spesso errori derivanti da una non perfetta conoscenza delle lingue classiche, non significa che anche i traduttori debbano commettere gli stessi errori quando traducono tali testi nella lingua di destinazione.
Dopotutto, che un medico o un ricercatore non conoscano il greco e il latino è un fatto accettabile, molto meno che anche un traduttore abbia lo stesso di tipo di lacune, specialmente quando si tratta di terminologia standard comunemente usata.

La scelta del traduttore

 Categoria: Tecniche di traduzione

Il traduttore, l’abbiamo detto più volte, ha due opzioni: avvicinarsi all’autore dell’originale o ai lettori della traduzione. I due termini comunemente accettati per definire queste due opzioni sono “adeguamento” (all’originale) e “accettabilità” (da parte dei lettori della traduzione).
Il traduttore, nel calibrare la traduzione, deve scegliere uno dei valori compresi all’interno di un’ipotetica scala ai cui estremi figurano appunto le due opzioni. Può scegliere di privilegiare l’autore, i lettori, oppure una delle infinite soluzioni intermedie.

Peter Newmark ha proposto una regola semplice per determinare la scelta del traduttore: quanto più percepisce l’impronta di un autore, tanto più deve adeguarsi al testo ed essere dipendente da esso. Viceversa, se l’autore è “debole”, il traduttore, pur senza “tradirlo”, può mantenere una certa autonomia.
Ad ogni modo, che scelga di avvicinarsi all’autore o che scelga di avvicinarsi ai lettori, la sua decisione deve comunque essere sempre dettata da un unico scopo: avvicinare i lettori all’autore.

La traduzione eccessiva

 Categoria: Tecniche di traduzione

I traduttori professionisti che traducono in italiano dall’inglese (in particolar modo da quello americano) si vedono spesso obbligati a fare dei tagli anche consistenti per rendere il testo originale maggiormente fruibile in italiano.
Ciò deriva dalla mania, tutta statunitense, di ripetere costantemente concetti assolutamente ovvi e fornire banali informazioni in modo eccessivo.
Per chiarire il messaggio che vogliamo trasmettere, riportiamo le istruzioni di installazione in inglese e in italiano di un gioco in cd-rom che ci è capitato di recente fra le mani.

1. Make sure you have a cd-rom drive in your computer => Si assicuri di avere un’unità cd-rom nel suo computer
2. Open the cd-rom drive => Apra l’unità cd-rom
3. Insert the xyz installation cd in the cd-rom drive => Introduca il cd di installazione xyz nell’unità cd-rom
4. The installation dialog will appear => Si aprirà la finestra di dialogo per l’installazione
5. Follow the instructions on the screen to install the game => Segua le istruzioni che appaiono sullo schermo per installare il gioco

Senza voler puntare il dito contro il collega che ha eseguito il lavor, ci sembra una traduzione quantomeno eccessiva. Dando per scontato che l’utente italiano possieda un’unità cd-rom e che non inserisca il cd nel drive riservato ai dischetti, a nostro avviso, la traduzione corretta è la seguente:

“Introduca il cd di installazione nell’apposita unità e segua le istruzioni che compaiono sullo schermo”.

Anche se ai puristi della traduzione sembrerà brutale, tagliando il testo in un paio di punti, avremmo fornito le stesse informazioni all’utente finale senza fargli venire l’impulso di utilizzare il cd come frisbee per il proprio cane.

L’unità di traduzione corretta

 Categoria: Tecniche di traduzione

Il compito del traduttore, lo abbiamo detto più volte, è quello di trasferire i concetti della lingua di partenza nella lingua d’arrivo utilizzando le stesse espressioni che utilizzerebbe un madrelingua in un’analoga situazione comunicativa.
Tuttavia, quando nella lingua di partenza ci sono riferimenti, fatti, circostanze o anche semplicemente oggetti che non esistono nella lingua d’arrivo, soddisfare questo principio è impossibile.
In svedese per esempio esistono parole per indicare “nonno paterno” (farfar) e “nonno materno” (morfar) ma non c’è nessun iperonimo per “nonno” in generale. Il traduttore incontra un ostacolo davanti a sé ma in qualche modo può superarlo.
Lo stesso non può dirsi nel caso debba tradurre “macchina fotografica digitale” nella lingua parlata dalle tribù che popolano l’Amazzonia e non sanno nemmeno cosa sia l’elettricità.
Il concetto è, senza dubbio, assolutamente intraducibile.
Allo stesso modo, pensiamo a uno strumento, un utensile dalla forma molto particolare costruito con un materiale non esistente in Italia e usato da quelle stesse tribù per difendersi da un animale che nemmeno gli zoofili nostrani conoscono. Gli indigeni per indicarlo usano una sola parola, a noi per tradurlo in italiano senza perdere informazioni per strada non basterebbe un intero paragrafo.

Spesso infatti è quasi impossibile tradurre rispettando un ideale rapporto 1:1 fra le parole del testo d’entrata e quelle del testo d’uscita, sostituire cioè una singola parola nella lingua di partenza con un’altra singola parola nella lingua d’arrivo.
Se dobbiamo ad esempio tradurre il nome di un colore, quasi sicuramente sarà possibile una traduzione 1:1 in tutte le lingue. Ad esempio, “giallo” in inglese si dice yellow, in spagnolo è amarillo e in francese è jaune.
Al contrario, nel caso di proverbi, formule di cortesia, frasi fatte, frasi idiomatiche e spesso anche normalissimi concetti è quasi impossibile mantenere il rapporto 1:1 e, per rendere il senso in modo appropriato, devono essere utilizzate unità di significato più estese.
Nell’articolo del 1 marzo abbiamo fatto un esempio che rende bene l’idea.
Tradurre “Staff entrance only” con una tecnica quasi 1:1 (come spesso fanno i traduttori automatici) produce “Entrata di personale solamente”, un’espressione sicuramente corretta da un punto di vista meramente grammaticale ma non certo adeguata al contesto italiano.
Come abbiamo visto, una traduzione sicuramente più appropriata è “Vietato l’accesso alle persone non autorizzate”, un’espressione formata da ben 7 parole invece di 3.
Questo è solo uno dei tantissimi aspetti che deve tener in grande considerazione chi traduce: la scelta dell’unità di traduzione corretta.

Un progetto di traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Chi conosce dall’interno un’agenzia di traduzioni sa che ad ogni progetto di traduzione, per breve che sia, partecipano moltissime persone.
Dopo aver contattato l’agenzia e inviato il testo da tradurre, il cliente riceve un preventivo formulato da uno dei project manager. Se il cliente conferma il lavoro, il project manager invia il testo a un traduttore madrelingua esperto della materia trattata. Se il testo è molto corposo la traduzione viene suddivisa fra più traduttori coordinati nel loro lavoro dal project manager.

Al termine del lavoro di traduzione, il testo viene passato a un altro traduttore con le stesse prerogative del primo e questi effettua una revisione del lavoro svolto. Anche in questo caso, se il progetto è di una certa consistenza, la revisione viene effettuata da un equipe di traduttori.
Prima della consegna al cliente, viene effettuata una revisione finale. La revisione può essere effettuata da un ingegnere, da un architetto, da un medico, da un avvocato, insomma da un professionista del settore con una profonda conoscenza della materia trattata.
Anche quando il progetto è molto corposo la revisione viene effettuata da una sola persona per uniformare il lavoro. Nel caso il cliente lo richieda, dopo la revisione il testo passa nelle mani di un proofreader, di cui abbiamo parlato nell’articolo dell’8 marzo. Se il testo è un po’ legnoso, questi fa in modo che scorra in modo fluido e lo rende più godibile.

In questa fase il testo di partenza, salvo rare eccezioni, non viene nemmeno preso in considerazione. Il proofreader in genere non conosce nemmeno la lingua di partenza.
Oltre al lavoro sul testo, in un progetto a volte si rende necessario l’intervento di grafici, programmatori o esperti web. Il loro intervento nella maggior parte dei casi è marginale ma talvolta è invece assolutamente determinante per la buona riuscita del progetto.
Infine, le agenzie di traduzione che possono contare su un dipartimento di qualità, effettuano un controllo a campione delle varie fasi di traduzione, revisione e proofreading e assegnano un punteggio a chiunque abbia partecipato al progetto.
Questo tipo di controllo non influisce direttamente sulla qualità del testo consegnato al cliente, ma nel tempo permette di creare una graduatoria che i project manager utilizzano per selezionare i candidati più adatti a ciascun progetto.