“In qualunque modo ci serviamo del modello, il frutto delle nostre fatiche non potrà mai essere identico all’originale.”
Le parole sono di Confucio, e adattandole alla traduzione, stanno a intendere che, il traduttore, benché sia il lettore ideale, il lettore sui generis, non riuscirà mai a riprodurre l’originale, se non a farne una copia molto vicina. Ecco forse perché è nata l’autotraduzione, e gli studi che la riguardano, che si sono evoluti nel corso degli anni Settanta. Ma che cos’è l’autotraduzione?
L’autotraduzione, non vi inganni, non è una traduzione automatica, prodotta da sistemi informatici di traduzione, bensì è una traduzione prodotta dall’autore stesso dell’opera. Senza soffermarci sugli autori, che sono comunque in molti, passerei a un ulteriore interrogativo: perché un autore non si affida a un traduttore?
Dobbiamo partire dicendo che ci sono diversi tipi di autotraduzione: naturalizzante, decentrata e ri-creatrice. La prima consiste semplicemente nel privilegiare le norme della lingua d’arrivo, evitando qualsiasi interferenza da parte della lingua originale, l’opera diventa così parte della letteratura canonica in quella lingua. L’autotraduzione decentrata, prevede l’inserimento nel testo di termini stranieri alla lingua d’arrivo, provocando così un testo con valore a se stante. Infine, la traduzione (ri)creatrice è quella che più si distanzia dai canoni di traduzione, in quanto al traduttore è concessa la massima libertà di ri-scrittura. Nell’ultimo caso, si può trovare traccia di traduzione e dei suoi valori, se mettiamo in conto, che l’autore e traduttore, non cambia il testo per proprio piacere, come può invece fare durante il periodo di scrittura, prima della pubblicazione, ma lo fa per esigenze culturali, per far sì che il messaggio che vuole portare attraverso la sua opera possa essere compreso da tutti, quindi anche da un’altra cultura. L’autotraduttore è quindi un mediatore culturale. Ci chiediamo però, se in questo modo, non si arrischi una delle funzioni principali della traduzione, che da strumento di conoscenza e cambiamento ha la capacità di farci entrare in contatto con realtà diverse, con punti di vista diversi dai nostri. I testi ci rispondono che essendo l’autotraduttore, un traduttore privilegiato, avrà gli stessi valori del traduttore che l’opera la conosce solo per averla letta, magari molte volte, ma che non l’ha scritta. E che quindi il testo che ne deriverà sarà una traduzione.
Dal nostro punto di vista, l’autotraduzione, è sì una traduzione, che deriva da notevole sforzo da parte dell’autore, sempre che questi voglia bene alla sua opera e quindi premettendo che non voglia cambiarla. Appare però anche come un fenomeno tratto dall’egocentrismo degli scrittori e, forse, dalla paura che quel traduttore non sia un amico, ma che sia un traditore che non riuscirà a dare senso all’opera come l’autore desidera. Ecco che la vendetta dell’autore è compiuta: ora faccio da me, ci dice.
Autore dell’articolo:
Roberta Botta
Laureanda in mediazione linguistica
Vercelli