La traduzione audiovisiva (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

Anche il codice dell’arrangiamento del suono ha un impatto diretto sul lavoro del traduttore. In un testo audiovisivo, il suono può essere intradiegetico o extradiegetico, a seconda che sia funzionale o meno alla narrazione: in-campo (ON) o fuori-campo (OFF), a seconda che la sua fonte sia visibile o meno. Il carattere corsivo, nei sottotitoli, indica che si tratta di un suono fuori-campo, suono che, in doppiaggio, non necessita degli accorgimenti di sincronizzazione labiale previsti per i suoni in-campo.

Un ulteriore problema traduttivo riguarda la rappresentazione di simboli iconografici (indici e simboli) dell’originale: la tendenza generale consiste nella rappresentazione linguistica dell’elemento iconografico, tramite un riferimento indiretto nel dialogo, ad esempio la sostituzione di un deittico spaziale con il sostantivo indicante il referente, per realizzare, nel testo d’arrivo, una corrispondenza testo-immagine.
Talvolta il traduttore audiovisivo si trova in situazioni in cui è necessario modificare l’illuminazione, la prospettiva, o l’uso dei colori (soprattutto in virtù del significato convenzionale ad essi associato). Le associazioni evocate dai colori, poiché legate a una determinata cultura, possono non coincidere con le associazioni evocate dallo stesso colore in un’altra cultura.

In fase di doppiaggio, un ruolo importante è giocato dalla sincronizzazione labiale, soprattutto nei primi e primissimi piani, in cui il traduttore deve trovare un analogo traduttivo che rispetti l’alternanza di apertura e chiusura delle labbra del personaggio sullo schermo, facendole corrispondere, rispettivamente, a vocali aperte e consonanti bilabiali. Tale sincronizzazione fonetica non è richiesta, invece, nella sottotitolazione.

A influire sul lavoro dei traduttori contribuiscono anche i tratti prossemici, i movimenti cinesici e i movimenti delle labbra dei personaggi. Nei testi audiovisivi, i tratti prossemici si riferiscono alla distanza tra i personaggi e la loro distanza dalla macchina da presa. Se più personaggi parlano contemporaneamente, la distanza tra i personaggi e la loro distanza dalla cinepresa sarà il criterio di selezione dei turni da inserire nei sottotitoli, per cui il traduttore sottotitolerà solo le battute dei personaggi più vicini alla camera, destinando una riga ad ogni battuta dei personaggi sottotitolati. In termini di articolazione fonetica, il traduttore audiovisivo tende alla “isocronia”, necessaria per produrre un effetto realistico e creare un prodotto più credibile. La traduzione in LA deve coincidere con l’intervallo di tempo e il numero di sillabe determinato dall’apertura e la chiusura delle labbra dei personaggi del prodotto audiovisivo di partenza. La “sincronizzazione” dei sottotitoli consiste nella coincidenza temporale dei dialoghi originali e dei sottotitoli corrispondenti, necessaria al fine della comprensione dell’impianto narrativo.

Autore dell’articolo:
Monia Marra
Traduttrice EN>IT – RU>IT
Castiraga Vidardo (Lodi)

La traduzione audiovisiva

 Categoria: Tecniche di traduzione

La traduzione audiovisiva (talvolta indicata con gli acronimi TAV o AVT, dall’inglese Audio Visual Translation) è anche definita “screen traslation”, dove il termine “screen” (schermo) enfatizza il canale di trasmissione del prodotto audiovisivo, in particolare la TV, il cinema e lo schermo videoproiettore (Karamitroglou F. 2000, p.1).
La prerogativa principale è che la comunicazione investa la multimedialità, cioè l’utilizzo simultaneo del canale acustico e del canale visivo. La traduzione audiovisiva deve, quindi, tener conto dell’interrelazione dei due canali.
Perché si possa parlare di “traduzione audiovisiva” è necessario che il prodotto audiovisivo disponga di un “testo”: la traduzione audiovisiva avviene, infatti, a livello del codice linguistico.

Non si tratta, però, di un semplice testo scritto: qualunque sia il prodotto audiovisivo (film, serie televisive, cartoni, spot pubblicitario, etc), il tipo di testo con cui avremo a che fare è un testo scritto per essere letto, che dovrà presentare dunque i caratteri dell’oralità e della spontaneità. Alcuni studi hanno dimostrato come esista un bilancio tra le forme standard (il rifiuto, in traduzione, di elisioni, di assimilazioni, della concordanza con i collettivi, della segmentazione delle frasi) e le forme colloquiali del parlato (la focalizzazione, l’uso preponderante di interiezioni, parole inventate, di cliché, di stereotipi, di slang e linguaggi settoriali, etc.). Problemi traduttivi di altro tipo (giochi di parole, uso simultaneo di più lingue, realia, etc.) accomunano la traduzione audiovisiva agli altri tipi di traduzione (letteraria, tecnica, etc.) e non sono da considerarsi problemi specifici della traduzione audiovisiva. Nella scrittura dei sottotitoli bisogna tener conto anche di regole orto-tipografiche come il corretto uso della punteggiatura, delle lettere maiuscole, dei tagli, che indicano, rispettivamente, i silenzi, il volume della voce, le pause. La focalizzazione può essere intesa come strategia traduttiva, intesa a precisare la qualità della voce (il volume, la natura del tono, etc.).

Spesso un prodotto audiovisivo contiene delle canzoni o delle strofe, definite tecnicamente “brusio” che, in traduzione, devono essere adattate in modo da essere conformi ai quattro tipi di ritmo poetico della retorica classica, in particolare il ritmo della quantità, il ritmo dell’intensità, il ritmo del tono e il ritmo del timbro.
In sottotitolazione e doppiaggio, le canzoni hanno spesso una funzione narrativa e richiedono nuove riprese (il traduttore fa ricorso a nuove unità di doppiaggio per la canzone) o nuovi sottotitoli. Se la traduzione è orientata a non-udenti, i sottotitoli riporteranno, in corsivo, anche il metalinguaggio (è il caso di “Fischi”, “Applausi”, etc.).

L’argomento verrà approfondito domani nella seconda parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Monia Marra
Traduttrice EN>IT – RU>IT
Castiraga Vidardo  (Lodi)

La traduzione tra teoria e pratica

 Categoria: Tecniche di traduzione

La traduzione, per molti anni, è stata considerata “un’attività secondaria”, un processo quasi meccanico invece che creativo, alla portata di chiunque avesse una conoscenza di base di un’altra lingua. Nel XX secolo però sono state espresse molte teorie e posizioni diverse riguardo l’attività traduttiva, che ne sottolineano l’importanza e la complessità. Molti sono gli studiosi che si sono occupati di traduzione, che hanno dato un grandissimo contributo stabilendo nuovi criteri per la fondazione di una teoria della traduzione. Essa non è una scienza vera e propria, è una disciplina, che non fornisce modelli e regole su come tradurre, ma bensì si occupa del rapporto tra teoria e pratica, poiché sin dai tempi più antichi queste due attività sono sempre state considerate come separate e non complementari.

La traduzione è al centro della comunicazione umana: è implicita in ogni atto di comunicazione, capire significa infatti decifrare. Tuttavia la traduzione non è la semplice trasposizione di un significato contenuto in un gruppo di segni linguistici a un altro attraverso un uso competente del dizionario e della grammatica, ma implica anche e soprattutto criteri extralinguistici come ad esempio i fattori culturali. Secondo Jakobson non c’è equivalenza perfetta tra due lingue; tuttavia ogni esperienza conoscitiva può essere espressa e classificata in qualsiasi lingua esistente.

Se nella lingua in cui si traduce mancano dei processi grammaticali, ciò non rende impossibile la trasposizione letterale, nella sua totalità, dell’informazione contenuta nel testo originale. Possiamo dire che la traduzione è assorbimento e trasformazione di un altro testo, per questo motivo è sottoposta contemporaneamente alla legge della ripetizione e a quella della modificazione del ripetuto. In questo modo viene superato il problema dell’impossibilità di una riproduzione totale dell’originale e viene visto in modo nuovo sia il compito del traduttore che quello della critica della traduzione.

La traduzione quindi è, allo stesso tempo, produzione e riproduzione, è rivolta sia verso il sistema linguistico straniero che verso il proprio, verso l’autore tradotto e quello che traduce. Possiamo quindi sostenere che nessun testo è completamente originale, poiché lo stesso linguaggio, nella sua essenza, è già una traduzione, innanzitutto del mondo non verbale, e poi lo è, poiché ogni segno e ogni frase è la traduzione di un altro segno e di un’altra frase.
In conclusione, la ragione per la quale la comprensione del processo traduttivo è così complicata sta nel fatto che tutti i fattori che vi concorrono, ad eccezione del testo sono in movimento: come il significato di un testo non può essere stabilito una volta per sempre, ma deve essere continuamente rinnovato, così la comprensione che ne ha avuta il traduttore deve essere riaperta dal lettore della traduzione.

Autore dell’articolo:
Scortechini Laura
Traduttrice Fr>It En>It
Jesi (AN)

La nota del traduttore (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

La traduzione, in particolar modo quella editoriale, è fortunatamente ancora appannaggio di esseri umani pensanti e non di macchine tuttofare. Il traduttore, quindi, in quanto essere umano, legge, riflette, scrive, traduce e…ammette i propri limiti! Qual è la vergogna nell’ammettere di non essere infallibile? La n.d.t. è una testimonianza alla luce del sole di umiltà di fronte ad un ostacolo, sia esso linguistico o di altra natura. È la sincerità di dimostrare che il traduttore, proprio perché non onnisciente, si è sforzato nel cercare una soluzione con tutte le sue forze ma non è stato capace di fornirne una all’altezza della situazione. La questione rimane quindi aperta al dibattito e non chiusa in una traduzione ipocrita e di comodo.

Le n.d.t. sono come i sassolini lasciati nella foresta da Pollicino, aiutano il lettore a trovare la strada per una comprensione indipendente e personale del testo, lo aiutano a porsi le giuste domande di fronte ad un problema e poi chissà magari a trovare da solo la soluzione, quale soddisfazione e gioia!

I detrattori dimenticano che, nella vita, per ogni volta che si cade, la vera vittoria è quella di ammettere la propria sconfitta, rialzarsi ed andare avanti forti delle proprie esperienze. Al contrario, il vero fallimento si ottiene solo nel momento in cui non ci si alza più e si resta a rimuginare nel proprio angolo. Questa frase è emblematica e adattabile ad ogni momento della vita dell’uomo. E allora perché non può esserlo anche per la traduzione?

Il mestiere del traduttore è in divenire perché fa leva sulla conoscenza che per sua stessa natura è varia ed infinita, ammettere di sapere tutto è dare prova di ottusità e poca intelligenza visto che di imparare non si finisce MAI…è questo è valido anche per i traduttori.

Autore dell’articolo:
Rosa Palumbo
Traduttrice Fr>It – En>It – Ru>It
Nizza (Francia)

La nota del traduttore

 Categoria: Tecniche di traduzione

Un traduttore ha fatto un bel lavoro nel momento in cui la sua “interpretazione” del testo si fonde a tal punto con l’originale da essere un tutt’uno e…scomparire.
Partendo da questo presupposto consideriamo una buona traduzione un lavoro che è fatto talmente bene che il traduttore passa dietro le quinte, si dissolve in quella stessa nuvola di grafismi incomprensibili da cui ha preso vita il testo, una sorta di genio della lampada che opera la magia della trasformazione linguistica e una volta terminato batte i tacchi e tira la sua riverenza. Eppure questo etereo mago delle lingue lascia quasi sempre una traccia dietro di sé: la nota del traduttore.

Spesso solo i lettori più attenti, o gli stessi traduttori-lettori ne sono al corrente e osano sfiorare quelle poche pagine in cui è possibile udire la vera voce del traduttore. Leggendole si può capire quanto la passione per l’autore si trasformi via via in ammirazione, collera, delusione e sconfitta. La nota del traduttore fa timidamente capolino a piè di pagina e la possiamo considerare in sé un piccolo vaso di Pandora…al suo interno si trovano spiegazioni esaustive, ma non esaurienti sul perché di alcune scelte traduttive, oppure sul perché della mancata traduzione, in genere più frequente, capace di scatenare dei veri e propri casi editoriali.

Molti professionisti, infatti, non esitano ad additare le note del traduttore (n.d.t.) e ad equipararle ad una palese sconfitta del processo traduttivo e di conseguenza del traduttore. A poco servono le spiegazioni sul come e perché sono state fatte quelle determinate scelte linguistiche, la sentenza è sempre la stessa: fallimento.
La seconda parte dell’articolo, che approfondirà la materia, verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Rosa Palumbo
Traduttrice Fr>It – En>It – Ru>It
Nizza (Francia)

Tecnica della traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Mi sono laureata da sei mesi in discipline della mediazione linguistica e da circa un anno mi dedico a traduzioni di qualunque settore. In questa mia attività, ormai quotidiana, ho sempre cercato di avvalermi delle migliori tecniche per tradurre. In quest’articolo ho voluto riassumere in breve in cosa consiste teoricamente il lavoro da traduttrice, in cui non devono mancare tecnica, costanza, impegno ed entusiasmo, allo scopo di svolgere un lavoro impeccabile.

Nella fase iniziale la domanda da porsi è: come si traduce un testo?
Occorre innanzitutto tener presente che la pratica traduttiva è una delle componenti che riescono a mettere meglio in comunicazione civiltà, lingue e mondi diversi.
Io traduttrice devo conoscere bene il mondo del testo di partenza e quello di arrivo: quando traduco tengo conto del livello di cultura della lingua d’arrivo, quindi la ricadenza che tale testo può avere nel mondo d’arrivo. Importante è quindi la comprensione del codice linguistico del testo che sto traducendo, in cui si presenta la problematica dell’interpretazione traduttiva. E’ vero che devo tener conto del codice linguistico, ma devo pormi la domanda se, per esempio, tralascio un aggettivo, chi legge può capire lo stesso il significato; bisogna far capire, trovare soluzioni diverse: mettere, tralasciare, inserire nota, ecc… In poche parole faccio riferimento alla strategia dell’adattamento. Quando traduco cerco di far trasparire o colorire il testo in modo tale che abbia la possibilità di essere compreso per le sue variabilità, anche da parte di chi non conosce il testo di partenza.

Autore dell’articolo:
Gessica Vitale
Traduttrice olandese>italiano, inglese>francese
Casette d’Ete (FM)

La qualità di una traduzione (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

Il fatto che nel campo della letteratura una traduzione esatta e completa sia impossibile non significa, naturalmente, che non sia possibile una traduzione buona o anche molto buona, né che ciò non avvenga, anche se non molto spesso. Il punto fondamentale, secondo me, è ricordare che quello che viene tradotto è un contesto destinato a essere letto come un contesto, non un accumulo di parole ed espressioni con significati definiti e valori impressi.
È la vecchia storia dello spirito e della lettera. Naturalmente ci sono colpe ed errori del traduttore che rendono una traduzione insicura proprio nella sua essenza. Ci sono parole che significano una cosa specifica e sicuramente non qualcos’altro; ci sono espressioni usate in un modo specifico e certamente non in altri. Ma anche eventuali strafalcioni di questo tipo rovinano solo una traduzione che è già debole nella sostanza, mentre guastano soltanto, ma non distruggono, una traduzione che rende in modo convincente il tono e la struttura del testo e che rispetta la sua coerenza. Poche note sbagliate non rovinano una buona esecuzione canora, così come qualche nota giusta non salva un’esecuzione priva di musicalità.

Anche se questa verità può essere osservata e sottoscritta da qualsiasi persona competente, le traduzioni vengono fatte regolarmente proprio da persone che conoscono solo la lettera (se la conoscono), mentre lo spirito per loro è un mistero.
Il fatto che per giudicare e criticare le traduzioni vengano usati regolarmente gli stessi criteri pedanti, che in ultima istanza sono irrealistici – dato che sono criteri di correttezza piuttosto che di uso – non migliora le cose. Si usano varie categorie di errori: errori di negligenza, di affaticamento, di conoscenza, ecc., e gli errori “imperdonabili” vengono segnalati senza considerare la traduzione nel suo complesso.

Inoltre, ogni traduttore professionista sa che gli errori di un genere o di un altro sono quasi inevitabili in qualsiasi lavoro più ampio, a causa dell’ “affaticamento della parola” che si verifica a metà strada circa, se non per altre ragioni. Le anime grette riescono sempre a trovare errori di qualche tipo, e qualsiasi traduzione, come qualsiasi opera originale, può essere sviscerata e trovata non a prova di errore. Non ci vuole una qualifica per farlo, a parte un po’ di cultura e un po’ di malanimo.
Tuttavia, occorrono conoscenze letterarie e linguistiche per valutare le qualità essenziali di una traduzione, per vedere se un tono è stato reso o meno, e se i problemi complessi sono stati risolti o sono rimasti irrisolti. In altre parole, occorre di più per vedere se una traduzione è corretta nell’insieme, piuttosto che per stabilire se è corretta nei particolari. Questo è il motivo per cui le valutazioni delle traduzioni, nel vero senso del termine, sono rare, mentre cavillare con i dettagli è comune. Il che è un peccato, in quanto una buona traduzione ha sicuramente bisogno dell’incoraggiamento di una valutazione adeguata. E intendo adeguata, non solo un riconoscimento qualsiasi.

Autore dell’articolo:
Angela Federica Ruspini
Studentessa del master biennale in traduzione e traduttrice inglese/olandese > italiano
Saronno (VA)

(stralcio dell’intervento di Elsa Gress alla conferenza sulla traduzione letteraria, tenutasi a New York dall’11 al 16 maggio 1970, organizzata dal PEN American Center, tratto dalla tesi di Angela Federica Ruspini di diploma equipollente alla laurea in Scienze della mediazione linguistica presso la Scuola civica del Comune di Milano, marzo 2010)

La qualità di una traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

La seconda grande questione sulla traduzione, che viene posta al traduttore e che lo stesso traduttore si pone, non riguarda la quantità e la selezione dei testi, ma la qualità. Questa questione della qualità è “eterna”, ed è stata posta fin dall’epoca di Orazio, così come lo sarà in futuro. Si può ridurre all’interrogativo fondamentale se la traduzione di qualità sia veramente possibile.
La risposta, per certi versi, è semplice. Anche con una conoscenza elementare di più di una lingua risulta evidente che le parole in una lingua non corrispondono semplicemente alle parole in un’altra: le parole non sono simboli meccanici, il loro contenuto è definito e circoscritto in modi diversi, il loro vero significato varia da un contesto all’altro. Con una conoscenza più profonda di molte lingue ci si rende conto che effettivamente non è fattibile tradurre messaggi complessi di qualsiasi tipo, in modo che tutte le sfumature, i toni, le associazioni e le connotazioni siano resi completamente nella traduzione.

L’impossibilità di una resa vera ed esatta di un testo da una lingua a un’altra, per quanto strettamente imparentate, è più evidente quando si cerca di tradurre un proprio testo. Se si conosce l’altra lingua abbastanza bene da gestire le espressioni idiomatiche con una certa facilità, si troverà molto più facile riscrivere il testo nell’altra lingua piuttosto che tradurlo. Quando non si conosce solo il testo, ma anche le intenzioni e le associazioni ad esso legate cosicché il normale processo di ipotesi e scelte è fuori questione, diventa un lavoro avventato cercare di rendere fedelmente il testo. Isak Dinesen, alias Karen Blixen, conosceva allo stesso modo l’inglese e il danese e scriveva i suoi testi nelle due lingue, piuttosto che tradurli. Pensava, tra l’altro, che la traduzione fosse una professione molto incompresa e sottovalutata, che dovrebbe essere altamente remunerata, quando è altamente qualificata.

Autore dell’articolo:
Angela Federica Ruspini
Studentessa del master biennale in traduzione e traduttrice inglese/olandese > italiano
Saronno (VA)

Traduzione bruco e traduzione farfalla

 Categoria: Tecniche di traduzione

Nella vita sono sempre stata una precisina, tanto per capirsi una alla quale una piccola suppellettile posizionata in un posto diverso da quello prestabilito dal mio ordine mentale o un alimento riposto nel frigorifero in uno scompartimento diverso da quello da me ritenuto più adatto ha sempre dato fastidio. Forse è per questo che alla veneranda età di 42 anni nessuno mi ha ancora messo un anello al dito.

Ad ogni modo, se da un lato questo mio “difettuccio” mi ha causato qualche intoppo nelle relazioni con le persone, a livello lavorativo la mia precisione mi ha sempre regalato grandi soddisfazioni poiché i clienti hanno sempre apprezzato la qualità che sono in grado di offrire.
Nel lavoro, infatti, quanto appena descritto si è sempre tradotto (è proprio il caso di dirlo) in una cura maniacale dei dettagli, talvolta al limite del patologico. Quando i clienti mi danno delle scadenze larghe, riesco a dare il meglio di me: se lo ritengo oportuno, sono capace di investire anche mezz’ora o più su una singola parola o su un segno di interpunzione.
Di solito adotto la seguente metodologia: leggo innanzitutto il testo (o quantomeno le prime pagine) per focalizzare bene l’argomento, poi inizio a tradurre soffermandomi su ciascun dubbio lessicale o di altro genere. Non vado avanti finché non ho trovato una soluzione soddisfacente. Una volta terminata la traduzione, procedo all’autorevisione con entrambi i testi sott’occhio. Dopo la fase di editing procedo personalmente alla correzione delle bozze. Infine, invio il testo tradotto ad una collega affinché lo rilegga e verifichi se è tutto in ordine poiché talvolta, sui testi tradotti da noi stessi, ci sono errori o imprecisioni che non riusciamo a notare neppure se li leggiamo mille volte. Questo modus operandi, ha inesorabilmente fatto di me una traduttrice lenta visto che non riesco a tradurre più di 2000 parole al giorno nemmeno se mi faccio un’endovena di caffé. Il lato economico non è mai stato un problema per me, ho sempre guadagnato cifre sufficienti a farmi vivere in maniera più che dignitosa e non mi è mai importato di guadagnare di più. Sentirmi a posto con la mia coscienza e gratificata dall’apprezzamento altrui è il mio vero guadagno.

Tuttavia, in questi tempi bui in cui non ci si può permettere di selezionare il lavoro e si è costretti ad accettare tutto quello che ci viene proposto, ho dovuto farmi violenza ed accettare anche lavori mal pagati e con scadenze brevi. È ovvio che, dovendo consegnare cento cartelle in pochi giorni, i dettagli sono stati l’ultimo dei miei pensieri ed ho dovuto scendere a patti con la mia coscienza e modificare il mio approccio.
Quando non posso tradurre con calma, le quattro fasi che seguo per la traduzione di un testo diventano solamente due. Nella prima fase, traduco di getto tutto quello che mi si para davanti senza soffermarmi su nessuna parola e senza preoccuparmi che quello che scrivo sia corretto. Se ho un dubbio su una parola semplicemente la salto o metto una traduzione approssimativa e proseguo per la mia strada evidenziandola con un colore diverso. Nella seconda fase procedo ad una revisione approfondita, nella quale, oltre a sciogliere i vari nodi che ho lasciato nella prima versione, eseguo tutti i controlli grammaticali, sintattici, semantici, ortografici del caso e faccio in modo che la prima traduzione bruco si trasformi, nei limiti del possibile, in una traduzione farfalla.

Autore dell’articolo:
Lavinia Torregiani
Traduttrice tedesco-italiano
Ascoli Piceno

Quante parole si possono tradurre al giorno?

 Categoria: Tecniche di traduzione

Cercando informazioni sulla velocità di traduzione di altri colleghi, mi sono imbattuta in un forum in cui alcuni colleghi sostenevano di essere in grado di tradurre anche 1000 parole all’ora finite (cioè pronte per la consegna al cliente) e mantenere un ritmo costante per 10 ore arrivando a produrre anche 10.000 parole al giorno. C’era qualcuno che si vantava di aver tradotto persino 12.000 parole finite in un giorno.
Ovviamente facevano presente che si trattava di casi del tutto eccezionali, motivati dall’urgenza richiesta dai clienti e che, per affrontare moli di lavoro di questo tipo, avevano staccato i telefoni fissi e mobili, si erano chiusi in una stanza e avevano mangiato davanti al computer pietanze fredde o precotte senza concedersi intervallo alcuno se non per i bisogni fisiologici che comunque avevano espletato portandosi il computer in bagno.

Per i non addetti ai lavori, ipotizzando che 250 parole in inglese corrispondano a una cartella, 12.000 parole equivalgono a circa 48 cartelle. Trattandosi di parole finite, questo significa aver letto, compreso, tradotto e scritto quasi 17 parole al minuto, per 720 volte nello stesso giorno.
Per me è attualmente impossibile raggiungere certi standard. Una volta sono riuscita a tradurre più di 5000 parole in un giorno ma ho lavorato quasi 20 ore di fila senza chiudere occhio e il giorno dopo ero talmente a pezzi che non sono riuscita a fare praticamente niente.
Mi sono rincuorata spulciando siti nei quali compaiono cifre medie nell’ordine di 3000/3500 parole al giorno (io sono sulle 2500) e leggendo le affermazioni di alcuni colleghi che sostengono di aver aumentato la loro produttività dopo circa 10 anni, sia per l’esperienza e la competenza acquisite, sia per la maggior velocità di battitura o dettatura con programmi specifici.

Autore dell’articolo:
Mara Valsecchi
Traduttrice fr>it
Aosta

Quantità di parole traducibili in un giorno

 Categoria: Tecniche di traduzione

Mi sono laureata da circa due anni e solo da qualche mese ho iniziato a ricevere i primi lavori di traduzione. Nonostante non sia esattamente strapiena di lavoro, ho dovuto rinunciare ad alcuni lavori alla mia portata perché le tempistiche di consegna erano troppo ridotte per la mia attuale velocità di traduzione. Ho preferito rinunciare perché voglio assolutamente impostare fin dall’inizio della mia carriera una strategia di approccio al cliente basata sulla qualità e sul rispetto delle scadenze pattuite.
Tuttavia, non vorrei che tale strategia, associata alla mia attuale lentezza, mi togliesse nel frattempo delle buone opportunità lavorative (come in effetti è già successo) o mi causasse qualche problema con i clienti. So bene che per raggiungere una certa velocità di traduzione dovrò aspettare ancora qualche anno, ma vorrei capire se attualmente sono del tutto fuori scala oppure se rientro nei parametri della normalità. Per questo motivo mi chiedo: quante sono le parole traducibili in un giorno?

Essendo stata abituata fin da bambina ad affrontare i problemi in modo diretto, ho cercato di quantificare in modo analitico la mia produttività media calcolando quante parole riesco a tradurre in una giornata lavorativa di 8 ore, delle quali 4 mattutine e 4 pomeridiane intervallate da un’oretta e mezzo per la pausa pranzo.
Togliendo dalle 8 ore un paio di pause caffè, telefonate di amici/colleghi, e-mail di lavoro e qualche distrazione in rete, mi rimangono non più di 7 ore nette nelle quali riesco a tradurre circa 10 cartelle, ma non di più. Ho eseguito la misurazione per un mese di fila utilizzando per fare i calcoli testi piuttosto tecnici ma che trattavano argomenti nei quali ero molto ferrata. Inoltre, avevo a disposizione ottime risorse terminologiche.
A questo punto ho utilizzato la rete per confrontare la mia produttività media con quella di altri colleghi. Nell’articolo di domani parlerò dei risultati delle ricerche che ho effettuato.

Autore dell’articolo:
Mara Valsecchi
Traduttrice fr>it
Aosta

Livelli linguistici

 Categoria: Tecniche di traduzione

Nel mio approccio al tradurre, che comprende lavori tecnici e lavori letterari, c’è una cosa che faccio sempre, e che accomuna le due attività: arrivare alla “verità” per successive approssimazioni. In altre parole, un lavoro di traduzione consiste in ogni caso nell’avvicinarsi progressivamente a un risultato, che sia – nella lingua obiettivo – l’immagine il più fedele possibile di quello che un certo testo era nella lingua d’origine. Determinate parole emergono subito nel loro significato, mentre altre richiedono un approfondimento, uno studio, per “rivelarsi”. In teoria, si potrebbe svolgerlo subito, fermandosi sui dettagli fin dalla prima stesura, ma questo correrebbe il rischio di far perdere il senso dell’insieme, o quella continuità musicale (ma, direi di più, energetica) che collega le varie parti di un discorso articolato. Personalmente, preferisco stendere il mio “rullo” del tradurre su tutto il testo a ondate successive, via via scandagliando e mettendo sempre più a fuoco i singoli termini.

In questo sono utilissimi gli strumenti che Word mette a disposizione. È sufficiente mettere in giallo le parole che necessitano di questo tipo di riflessione, o anche evidenziare – separandole con lineette o barre – diverse possibili traduzioni di un nome, un aggettivo o un verbo. Insomma, far sì che, al seguente passaggio in quel punto del testo, si possa avere un orientamento per proseguire il percorso, migliorandolo. Un po’ come degli esploratori farebbero in una foresta che stanno attraversando per la prima volta. Tradurre è, in questo senso, tracciare un sentiero che prima non esisteva. È imparare a orientarsi in un mondo che non è il “nostro”, perché è di colui che ha scritto il testo che stiamo traducendo, ma stendendovi sopra un lieve “strato” del nostro mondo: esterno e non invasivo, certo, perché alla fine noi saremo sì presenti, ma senza farci sentire, bensì dando solamente una voce alla voce di un’altra persona. Come dei bravi interpreti musicali, o degli attori ben calati in un personaggio diverso da loro.

Autore dell’articolo:
Giovanni Agnoloni
Scrittore e traduttore tecnico e letterario
(lingue: EN, ES, FR, PT)
Firenze

Conclusioni sui metodi di revisione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Nell’articolo di martedì, parlando dell’editing, ho descritto uno scenario apocalittico nel quale il perfido revisore apporta delle modifiche superflue e introduce errori di vario genere in un testo tradotto in modo impeccabile. Si tratta di una forzatura che ho utilizzato per esprimere al meglio il concetto di “deresponsabilizzazione” di cui volevo parlare. È evidente che i revisori non sempre stravolgono i testi che vengono loro consegnati, anzi, il metodo dell’editing classico è molto utilizzato e, quando è svolto da professionisti, è sicuramente efficacissimo. Inoltre, in determinate situazioni, non solo è consigliabile, ma è l’unica soluzione possibile.

Se il testo da tradurre è molto lungo e la data di consegna è ravvicinata, questa è l’unica strada percorribile. Anzi, talvolta i tempi sono così stretti da obbligare il traduttore a prescindere persino dall’autorevisione poiché, per guadagnare minuti preziosi, è costretto ad inviare il materiale al revisore man mano che traduce senza nemmeno rileggerlo. Con questo non voglio certo dire che si può tranquillamente evitare di rileggere le proprie traduzioni, anzi, nell’articolo di martedì ho detto esattamente il contrario. Tuttavia, in casi di urgenza estrema, è un male necessario e inevitabile. Per limitare i danni, è quantomai auspicabile lavorare con la massima diligenza fin dalla prima riga e stabilire un rapporto di simbiosi con il revisore, il quale dovrà avvisare immediatamente il traduttore di ogni palese errore di traduzione affinché non commetta il medesimo errore nel resto della traduzione.

Vorrei terminare il mio excursus con una conclusione tanto ovvia quanto fondamentale e cioè che l’efficacia dei due metodi di revisione di cui ho parlato dipende in larga misura dal tipo di incarico ricevuto.
Se il testo è piuttosto semplice oppure i tempi di consegna sono molto stretti, la soluzione migliore è che un revisore rilegga la traduzione in tempo reale e corregga direttamente gli errori e le imperfezioni senza rimandare il testo al traduttore.
Al contrario, se il testo è molto lungo e molto “interpretativo” (ovvero la parte creativa o comunque non tecnica è molto estesa), il metodo della convalida è il più adatto poiché il testo viene sottoposto ad un controllo duplice e, l’autore delle traduzione, che è l’unico in grado di stabilire la ratio di certe scelte terminologiche o sintattiche, può mettere il veto a qualsiasi modifica proposta dal revisore poiché egli è il responsabile diretto della consegna finale.

Autore dell’articolo:
Andrea Di Biagio
Traduttore tedesco-italiano/inglese-italiano
Segrate (MI)

La convalida della traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Nell’articolo di lunedì ho introdotto brevemente i due metodi di revisione più utilizzati, in quello di martedì ho parlato in modo un po’ più approfondito dell’editing classico e in quello di oggi approfondirò il metodo della convalida della traduzione.
In questo metodo, il revisore si comporta come un traduttore che deve fornire un’opinione su una traduzione nella quale non ha avuto un ruolo attivo e per la quale non ha dovuto prendere alcuna decisione. È il primissimo lettore del testo, ma, a differenza del lettore comune il cui scopo è la pura fruizione del contenuto, il suo è la ricerca di errori ed imperfezioni nonché di accorgimenti che possano in qualche misura migliorare il testo in termini di fluidità e facilità di lettura.

Nell’apportare le modifiche che ritiene opportune, egli annota a margine di ciascuna le motivazioni che l’hanno indotto ad effettuarla. Le sue indicazioni vengono trasmesse al traduttore, il quale, dopo averle lette e valutate attentamente, decide autonomamente quali accettare e quali scartare.
Si tratta, a mio avviso, del miglior metodo di revisione, poiché, visto che l’interesse del traduttore è che il lavoro sia di elevata qualità e visto che egli ne è il responsabile diretto, in genere tende a mettere da parte il proprio orgoglio personale ed a tenere in seria considerazione le correzioni suggerite dal revisore.

Ovviamente, questo metodo di lavoro richiede molto tempo ed è più costoso dell’editing classico. Non solo perché il revisore deve motivare per iscritto tutti i cambiamenti che farebbe, ma anche perché poi il traduttore deve leggere tutti i commenti, analizzarli, prendere delle decisioni in merito ed applicarle sul file da consegnare. Se il testo è lungo, il tempo che occorre con questo metodo è di gran lunga superiore all’editing classico.
Di positivo c’è che si evitano situazioni sgradevoli, come, ad esempio, scoprire in un secondo momento che il revisore ha introdotto errori o ha cambiato frasi che andavano bene.
Inoltre, questo metodo, qualora il revisore incaricato di passare ai raggi X la traduzione sia un professionista competente, ci permette di imparare dai nostri stessi errori, che, personalmente, ritengo sia una delle migliori tecniche di apprendimento.

Autore dell’articolo:
Andrea Di Biagio
Traduttore tedesco-italiano/inglese-italiano
Segrate (MI)

Revisione delle traduzioni

 Categoria: Tecniche di traduzione

Come regola generale, dopo la traduzione e la rilettura invio sempre testo originale e testo tradotto ad un collega affinché gli dia un’occhiata. Ho accordi di collaborazione con alcuni colleghi, loro si occupano della revisione delle mie traduzioni ed io delle loro.
I testi poi tornano nelle mie mani e decido se apportare o meno le modifiche suggerite dai colleghi. Sono io ad avere l’ultima parola sulla traduzione e ne sono, di conseguenza, responsabile.
Personalmente, dopo che il revisore mi ha restituito il testo, controllo sempre le sue correzioni, anche se tanti colleghi consegnano i testi revisionati senza effettuare ulteriori controlli. Ad ogni modo, anche in questo caso, sono loro i responsabili della traduzione poiché sono loro a fatturare al cliente.

A volte però, capita che le agenzie di traduzione o i clienti, per mancanza di fiducia o perché i contenuti sono particolarmente delicati, abbiano a loro volta dei revisori.
Quando entra in campo un revisore esterno, il traduttore che ha eseguito la traduzione viene del tutto deresponsabilizzato.
Il revisore, infatti, teoricamente può anche demolire la traduzione consegnata, disintegrarla pezzo per pezzo e ricomporla a suo piacimento. Il suo intervento migliorativo (in certi casi sia chiaro), può anche rivelarsi peggiorativo poiché può introdurre errori e cambi di stile non necessari, vanificando così un lavoro che magari era ottimo.
Quando questo accade non dobbiamo né arrabbiarci né preoccuparci: con la consegna della traduzione il nostro lavoro è finito. È il revisore che ha l’ultima parola, il testo in pratica è diventato suo e con esso la responsabilità nei confronti dell’agenzia o del cliente. Noi possiamo dormire sonni tranquilli, qualsiasi reclamo o lamentela venga mossa dal cliente finale, nessuno ci verrà a cercare.

L’intervento distruttivo (e non costruttivo) del revisore è qualcosa che è sempre accaduto e che sempre accadrà. Se nella fase di revisione non intervengono professionisti qualificati ed obiettivi, è quasi inevitabile che il testo peggiori. Anzi, oltre che inevitabile, è anche logico. Chi viene incaricato di eseguire una revisione e si rende conto che il testo che gli è stato consegnato è stato tradotto splendidamente, sente comunque il bisogno di cambiare qualcosa qua e là per dimostrare di aver lavorato. E commette il più grosso errore che possa commettere un revisore cioè cercare qualcosa che non c’è…

Autore dell’articolo:
Andrea Di Biagio
Traduttore tedesco-italiano/inglese-italiano
Segrate (MI)

Metodi per la revisione di traduzioni

 Categoria: Tecniche di traduzione

Qual è il miglior metodo per eseguire la revisione di una traduzione?
Innanzitutto, prima di affidare il testo tradotto ad un revisore, è d’obbligo eseguire una scrupolosa “autorevisione” del proprio lavoro. Durante la traduzione si commettono spesso errori di varia natura (alcuni dei quali ripetuti più volte) senza rendersene conto. Questo avviene per varie ragioni: troppa sicurezza in noi stessi, troppa fretta, scarsa concentrazione, ricerche frettolose, insufficiente preparazione sull’argomento, ecc.
Per evitare una brutta figura con il revisore che abbiamo scelto (o che ha scelto il nostro cliente), è quindi consigliabile rileggere più volte quello che abbiamo scritto.

L’ideale sarebbe far passare un giorno o due prima di procedere alla rilettura. Se non abbiamo a disposizione tutto questo tempo, dovremmo comunque “lasciar riposare” la traduzione almeno qualche ora in modo da poter “uscire” mentalmente dal testo nel quale ci siamo completamente immedesimati e riacquisire obiettività e con essa un punto di vista critico.

Dopo l’autorevisione abbiamo due opzioni: o affidiamo il testo al revisore e ci disinteressiamo completamente delle modifiche che egli apporterà, oppure chiediamo al revisore di indicarci le modifiche che secondo lui sarebbero opportune e di corredarle con dei commenti in proposito. Nel primo caso, la traduzione viene consegnata subito dopo l’intervento del revisore, nel secondo caso siamo noi ad avere l’ultima parola, poiché, dopo aver analizzato le correzioni che ci ha proposto il revisore, possiamo accettarle o rifiutarle. Come per tutte le cose, ogni metodo ha i suoi pro e i suoi contro e l’applicazione dell’uno piuttosto che dell’altro dipende da vari fattori.
Il più importante di essi è probabilmente il tempo a disposizione per la consegna.
Nei prossimi giorni continuerò a parlare di metodi di revisione, entrando più nello specifico.

Autore dell’articolo:
Andrea Di Biagio
Traduttore tedesco-italiano/inglese-italiano
Segrate (MI)

Le parolacce nelle traduzioni di sottotitoli

 Categoria: Tecniche di traduzione

Pochi giorni fa mi è capitato di dover sottotitolare in italiano un cortometraggio in spagnolo. La storia era ambientata nei bassifondi di una cittadina andalusa e il linguaggio utilizzato era estremamente scurrile, tanto per usare un eufemismo.
A dispetto di aver sempre creduto nell’importanza della fedeltà al testo originale, in questa particolare circostanza ho avuto la netta sensazione che se avessi tradotto in italiano tutte le volgarità proferite si sarebbe prodotto negli spettatori un effetto diverso da quello prodotto dall’originale. Per questa ragione, d’accordo con il committente della traduzione, ho deciso di mitigare l’utilizzo delle parolacce, omettendone alcune e “addolcendo” il significato di altre.

Nonostante ciò, dopo aver visto il cortometraggio montato con i sottotitoli, l’impatto è stato comunque molto forte. La massiccia presenza di parole volgari rendeva il corto davvero difficile da digerire. La spiegazione che mi sono dato è che il linguaggio scritto ha una valenza molto superiore a quello orale. Una volgarità scritta sullo schermo assume una connotazione molto più aggressiva di una parola appena sussurrata o pronunciata frettolosamente che magari si percepisce appena.

Per ottenere l’effetto desiderato senza esagerare né in un senso né in un altro, occorre calibrare in modo adeguato la gittata delle parole, considerando che il peso semantico che hanno quelle lette è molto maggiore del peso di quelle ascoltate. Il problema è che conservare le sfumature colloquiali per mezzo di stringhe di testo ridotte è un compito tutt’altro che semplice. Tra le tante difficoltà che comporta la traduzione dei sottotitoli, rispetto alla traduzione di un testo standard quella di riflettere l’oralità attraverso una sorta di “riassunto scritto” è probabilmente quella principale, soprattutto quando il linguaggio utilizzato è molto scurrile. Per il traduttore una parolaccia è doppiamente “accia”: lo è intrinsecamente in quanto semanticamente negativa e lo è in quanto a difficoltà di traduzione, poiché spesso comporta molte più problematiche rispetto alla traduzione di una parola “normale”.

Autore dell’articolo:
Piergiorgio Cavallari
Traduttore en/es>it
Teramo

La traduzione delle parole in dialetto

 Categoria: Tecniche di traduzione

Per un traduttore letterario, la traduzione delle parole in dialetto rappresenta sempre un grosso ostacolo. Come direbbe un nostro famoso collega “tradurre un dialetto non è un problema senza soluzione, anzi, le difficoltà derivano proprio dal fatto che esistono molte soluzioni, anche se tutte insoddisfacenti”.
Iniziamo la nostra analisi dalla definizione di dialetto. Molto sinteticamente, un dialetto è una varietà linguistica utilizzata dagli abitanti di una determinata area geografica. Più tecnicamente, per dirla con Aloiv, un dialetto è una “modalità adottata da una lingua in un certo territorio, all’interno del quale viene delimitata da una serie di isoglosse”. Una definizione meno dotta ma molto efficace è quella data da Chomsky: “Una lingua senza né passaporto né esercito”.

Perché un dialetto pone ostacoli difficili da superare? Distinguiamo tre casi:

1) il testo da tradurre è interamente in dialetto. Questo è il caso che paradossalmente presenta meno problemi. Molto semplicemente, dev’essere eseguita una traduzione dal dialetto in questione alla lingua desiderata. Meglio ancora sarebbe tradurre ad un dialetto esistente ma poco conosciuto di questa. Si otterrebbe in questo modo un doppio effetto: da un lato si rispetterebbe la scelta espressiva dell’autore (non scrivere nella lingua nazionale), dall’altro non si creerebbe un collegamento illogico tra una vicenda che si svolge in un paese straniero e un dialetto della lingua di destinazione della cui appartenenza ad una precisa zona geografica tutti i lettori sono consapevoli. La difficoltà sta nel trovare un traduttore che abbia i requisiti linguistici adeguati, ovvero conosca alla perfezione il dialetto in cui è scritta l’opera e conosca alla perfezione il dialetto verso cui occorre tradurla, cosa niente affatto scontata.

2) Nel testo sono presenti solamente alcune parole o frasi in dialetto. Anche in questo caso l’ideale sarebbe tradurre quelle parti facendo ricorso ad un dialetto poco conosciuto della lingua di destinazione. Quello che però non abbiamo detto al punto precedente è che un dialetto con queste caratteristiche spesso non esiste. In questo caso si può superare l’ostacolo giocando un po’ con le parole, in modo particolare con l’ortografia. Per esempio trasformando le “C” occlusive e le “CH” in “K”, le “SC” in “SH”, le “G” coarticolate in “J”, alcune “I” in “Y”, e così via. L’importante è che il lettore si renda conto che i personaggi parlano un dialetto coerente e diverso dalla lingua nazionale.

3) Nel testo sono presenti capitoli interi o comunque parti consistenti in dialetto. Questo è il caso più complesso per il traduttore. Come per i due casi precedenti, una soluzione ottimale sarebbe utilizzare un dialetto poco conosciuto ma, come abbiamo detto, è raro trovarne uno che lo sia realmente. Per il povero traduttore probabilmente la soluzione meno dolorosa è sostituirlo con un linguaggio marcatamente colloquiale.

Autore dell’articolo:
Letizia Gironi
Traduttrice maltese>italiano, arabo>italiano
S.Giovanni Valdarno (AR)

La traduzione delle misure anglosassoni

 Categoria: Tecniche di traduzione

Le misure anglosassoni, così diverse dalle nostre, talvolta fanno incappare i traduttori in errori che causano equivoci e fraintendimenti di vario genere. Gli acri, le miglia, le iarde, i piedi, i pollici, le libbre, le once, ecc., sono misure che a noi non dicono assolutamente nulla. Cosa fare allora quando ci si trova a dover tradurre una misura anglosassone o comunque una misura che non esiste nella lingua di destinazione?
Beh, è molto semplice. Partendo dal presupposto che chi legge debba farsi un’idea precisa della misura, si dovrà esprimere il valore presente nel documento originale nell’unità di misura utilizzata nel paese del lettore. Ad esempio, qualora si debba tradurre in italiano nine feet boat (barca lunga nove piedi) occorrerà munirsi di calcolatrice e impostare l’equivalenza sapendo che un piede corrisponde a circa 30 centimetri. Una volta scoperto che la barca misura circa 2,70 metri, a seconda del contesto si può tradurre in vari modi, sia utilizzando espressioni tipo “più di due metri e mezzo” sia comunicando il valore preciso.
Quest’ultima opzione però va utilizzata con l’interruttore del buonsenso acceso. Espressioni come: “l’auto viaggiava a 241,4016 km all’ora”, “Marco pesava 152,406 kg” e il “terreno si estendeva per più di 8093,8 metri quadrati” sono assurde e, rispetto alle cifre tonde 240, 152 e 8000, non aggiungono nessuna informazione utile al lettore, ottengono solo un effetto di antipatica pignoleria.

Il consiglio che noi diamo è quello di tradurre sempre le misure anche se in certi casi ammettiamo che lo si potrebbe tranquillamente evitare. Certi traduttori talvolta lasciano volutamente le misure inglesi sulle pagine, soprattutto quando si tratta di indicazioni che non necessitano essere comprese con precisione assoluta. A meno che il lettore non sia proprio digiuno di misure, dire “la strada si inerpicava per trenta miglia in un susseguirsi di curve a gomito a picco sul mare” o “la strada si inerpicava per circa cinquanta chilometri in un susseguirsi di curve a gomito a picco sul mare” dà, in entrambi i casi, un’idea piuttosto chiara sul fatto che il percorso era lungo e tortuoso. L’informazione arriva comunque anche se non con precisione millimetrica.
Chiudiamo con una traduzione spassosa che ci è capitata per le mani proprio pochi giorni fa. Riguardava un presunto assassino che aveva ucciso la sua vittima con una pistola da 45 millimetri. 45 millimetri? Più che con una pistola gli aveva sparato con una sorta di bazooka! Il calibro della pistola era di 0,45 pollici, che non corrispondono affatto a 45 millimetri ma a 11,43.

La moralità del traduttore

 Categoria: Tecniche di traduzione

Il traduttore, quando traduce, deve sapere chi è l’autore del testo, perché il testo è stato scritto, qual è il pubblico al quale si rivolge e altre informazioni ad esso pertinenti. Sapere queste cose migliora esponenzialmente i risultati del suo lavoro. Quello di cui invece deve disinteressarsi sono i contenuti. O meglio, deve nutrire grande interesse per i contenuti da un punto di vista lessicale ma disinteressarsi di essi da un punto di vista ideologico o morale.

Se non condivide le idee dell’autore o le medesime addirittura lo ripugnano, deve rimanere del tutto indifferente e tradurre con imparzialità. Non può in alcun modo tagliare passaggi, alterarli o addolcirli a suo piacimento.
Nessuno è obbligato a tradurre quello con cui non è d’accordo, però, se decide di farlo, deve farlo con la massima onestà. Al di là di scelte linguistiche dettate da ragionamenti logici che abbiano l’evidente obiettivo di migliorare la fruizione o la facilità di lettura da parte dei lettori, una frase blasfema deve rimanere una frase blasfema e lo stesso dicasi per una parola oscena o volgare, così come per un insulto.

Il traduttore deve avere una sua moralità ma nel senso del rispetto del proprio ruolo. Sebbene un traduttore possa ingannare un editore, il pubblico e persino i suoi colleghi, non può però ingannare sé stesso. Sa esattamente se l’opera che ha tradotto era superiore alle sue capacità, se non ha effettuato le verifiche che avrebbe dovuto o, peggio ancora, se ha alterato deliberatamente il significato di alcune sue parti.

È più difficile tradurre manuali o romanzi?

 Categoria: Tecniche di traduzione

È impossibile rispondere a priori a questa domanda, ma possiamo comunque fare qualche riflessione in proposito.
Prima di tutto, molto banalmente, dipende dalla preparazione, dall’indole e dagli stimoli del traduttore. Il traduttore portato per la traduzione tecnica, che si è specializzato in quel campo, che può contare su risorse terminologiche di vario genere e che mette molta passione in quello che fa, sicuramente risponderà che per lui è infinitamente più semplice tradurre un manuale tecnico rispetto a un romanzo.
Viveversa, il traduttore che si è sempre dedicato alla traduzione editoriale e in modo particolare a quella letteraria, vi dirà che la traduzione di un manuale tecnico è per lui un’impresa improba e non sa neppure da dove cominciare.

Detto della soggettività della risposta e della difficoltà nell’eseguire un’analisi imparziale, proviamo ad andare un pochino più a fondo nella questione.
Il traduttore che si occupa di traduzione tecnica deve conoscere la lingua sorgente e deve sapersi esprimere in modo comprensibile nella lingua d’arrivo. Per evitare di scrivere strafalcioni deve avere buona familiarità con l’argomento trattato nel documento da tradurre (o comunque con il campo al quale esso si riferisce) e deve conoscere la terminologia tecnica settoriale.
Ad ogni modo, può avvalersi di dizionari, di glossari e, in qualche caso, di memorie di traduzione.
Nel tradurre, un grande aiuto gli arriva dai software di traduzione assisitita, che gli rendono il compito molto più facile e veloce.

Il traduttore letterario deve conoscere alla perfezione entrambe le lingue per saper cogliere tutte le sfumature della lingua sorgente e saperle riprodurre in modo adeguato nella traduzione. Deve conoscere l’autore, il suo stile e la corrente letteraria alla quale appartiene. Deve sapersi esprimere con un linguaggio forbito e ricercato. Il contenuto dei libri che traduce lo costringe spesso ad informarsi su questioni che non hanno nulla a che vedere con la traduzione in generale: per svolgere il proprio compito deve saper trovare le informazioni necessarie a diventare rapidamente un esperto di alberi secolari californiani piuttosto che di indumenti tipici dell’epoca napoleonica o di tecniche aborigene per la costruzione di imbarcazioni. All’occorrenza deve sapersi documentare circa il modo di esprimere i sentimenti o in generale di rapportarsi con il prossimo di individui che parlano un dialetto della lingua sorgente con cui non ha molta familiarità. Dopo averlo fatto deve saper trovare nella lingua d’arrivo il modo per ricreare un effetto equivalente.

Alla luce di quanto detto, pur dando grandissima importanza alla traduzione tecnica, senza la quale quest’agenzia non esisterebbe, riteniamo che per essere un buon traduttore letterario occorra qualcosina in più rispetto ai requisiti necessari per essere un buon traduttore tecnico. La traduzione tecnica si impara e si migliora con lo studio, nella traduzione letteraria questo è possibile solo in parte. Traduttori letterari si nasce non si diventa.

Agorafobia e claustrofobia in traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

In un articolo pubblicato nell’agosto del 2009 avevamo parlato di due diverse tecniche di traduzione: il traduttore che cerca la perfezione fin dalla prima stesura e si arrovella le meningi finché non ha trovato la parola che lo soddisfa e il traduttore che invece procede rapidamente e impulsivamente, abbozzando la prima versione e ricercando la perfezione in modo graduale.
In quella sede avevamo affermato che nessuna delle due tecniche è preferibile a priori, possono portare entrambe a risultati ottimi così come a risultati pessimi, dipende dalle capacità dei traduttori e dal tempo di cui dispongono.

Lo stesso non può dirsi di altre due tipologie di traduttori, i cui risultati non possono essere mai ottimali, perché il loro approccio non è quello corretto.
Potremmo definirli il “traduttore agorafobico” e il “traduttore claustrofobico“. Il primo vive il testo sorgente come un rifugio sicuro, non riesce a vivere al di fuori di esso e non se ne allontana mai. Il secondo invece non riesce per nessun motivo a rimanere all’interno del testo sorgente, lo vive come un luogo chiuso e inospitale e tenta di fuggirne con ogni mezzo possibile.

È evidente che il rischio che un traduttore sia contagiato dall’una o dall’altra malattia non dipende solo dalla propria indole ma anche e soprattutto dal tipo di testo che si trova di fronte.
Il grado di fedeltà che richiede la traduzione del manuale di montaggio di un modellino di aereo radiocomandato è ben diverso da quello richiesto per la traduzione di un romanzo d’amore.
Quel che è certo è che nessuno dei due modi di tradurre, pur presentando entrambi vantaggi e svantaggi, è auspicabile fino in fondo. Nessuno dei due traduttori affetti da tali patologie potrà mai ottenere risultati pienamente positivi. L’ideale sarebbe, molto banalmente, ricercare un equilibrio tra essi, vivendo stabilmente nel testo originale ma allontanandosene ogni qual volta l’aria di casa si faccia pesante…

Traduzione dei sottotitoli o doppiaggio?

 Categoria: Tecniche di traduzione

Oggigiorno i video sul web sono diventati uno degli strumenti di comunicazione preferiti dalle persone. Basti pensare all’incredibile successo che ha riscosso e che tuttora riscuote un sito come YouTube. L’importanza dei video non diminuirà affatto nel prossimo futuro, anzi, si prevede che aumenterà considerevolmente e che le aziende utilizzeranno questo strumento in misura sempre maggiore per le proprie strategie di comunicazione sia interne che esterne.
Di conseguenza, le imprese interessate ad una comunicazione globale, dovranno attrezzarsi per creare dei video multilingue che permettano loro di far giungere i messaggi aziendali a persone di varie nazionalità.

Esistono due modi per trasmettere i contenuti di un video in un’altra lingua: la traduzione dei sottotitoli e il doppiaggio. Il primo comporta l’inserimento di una striscia di testo nella parte inferiore dello schermo più o meno coincidente con la narrazione e i dialoghi originali.
Il doppiaggio invece implica la sostituzione del contenuto audio originale con un nuovo contenuto audio in una lingua diversa. Entrambe le opzioni presentano vantaggi e svantaggi, qui di seguito ne elenchiamo alcuni.

Nel caso della traduzione dei sottotitoli i vantaggi principali sono:
- anche le persone non udenti possono comprendere perfettamente il contenuto del video.
- il video può essere visionato anche senza l’audio e si può mettere in pausa qualora ci si voglia concentrare su una frase particolare.
- il mantenimento della narrazione e dei dialoghi in lingua originale permette il mantenimento del tono, dell’accento, delle pause, dell’enfasi degli attori.

Gli svantaggi invece sono:
- viene occupato spazio prezioso sullo schermo (difetto alquanto fastidioso con schermi piccoli).
- l’attenzione è rivolta alla stringa testuale a scapito delle immagini.
- il contenuto non viene trasferito nella sua interezza per poter essere adattato alla stringa.
- l’utente deve guardare lo schermo sempre e comunque per non perdere informazioni.
- l’utente deve essere alfabetizzato e saper leggere senza problemi.

Nel caso del doppiaggio i vantaggi principali sono:
- si può assorbire gran parte dell’informazione anche solo attraverso l’audio senza dover stare con gli occhi incollati al video.
- le scelte terminologiche sono più fedeli ai contenuti del video originale e presentano molte meno restrizioni rispetto alla sottotitolazione.

Gli svantaggi principali invece sono:
- i movimenti della bocca degli attori non coincidono con le parole da loro pronunciate.
- le voci e i rumori di fondo non sono originali.

Non è possibile stabilire a priori quale delle due tecniche sia preferibile. Al di là dei diversi costi di realizzazione, la scelta dipende da vari fattori: il tipo di video, il contesto, il contenuto, il messaggio che si vuole trasmettere, le lingue su cui si deve lavorare, le preferenze del pubblico che si vuole raggiungere.
Prima di dare inizio ai lavori di traduzione, l’impresa e l’agenzia di traduzioni incaricata di eseguire il lavoro, devono soppesare bene tutti questi fattori poiché il procedimento per creare dei sottotitoli tradotti è completamente diverso dalla tecnica utilizzata per doppiare, e, qualora si cambi opinione dopo essere andati avanti con il progetto di traduzione, il lavoro eseguito potrà essere utilizzato solo in minima parte.

Traduzione di istruzioni

 Categoria: Tecniche di traduzione

Nell’articolo del 13 maggio (“La traduzione eccessiva”) e in quello del 07 giugno (“Inglese britannico e inglese americano”) abbiamo parlato della proverbiale prolissità degli statunitensi.
Secondo noi (e secondo molti altri), oltreoceano si tende spesso a fornire informazioni scontate e a ripetere concetti che in altri paesi vengono ritenuti del tutto ovvi.
Per corroborare la nostra tesi, nell’articolo di oggi raccontiamo un curioso episodio accaduto ad un collega negli Stati Uniti.

Di ritorno da un viaggio di lavoro, aveva riportato a casa una bottiglia di spumante californiano di cui gli era stato fatto dono durante un convegno.
Giunto il momento di aprire la bottiglia, spinto dalla curiosità tipica dei traduttori, si mise a leggere l’etichetta per scoprire l’esatta provenienza del vino, il tipo d’uva, l’anno di produzione, i gradi alcolici. Con sua grande sorpresa, oltre a trovare le informazioni che tutti i comuni mortali si aspetterebbero di trovare sull’etichetta di una bottiglia di spumante, nella parte posteriore vi erano…le istruzioni per l’uso della bottiglia!
Scritto in rosso e con vari segnali di pericolo qua e là, si spiegava in cinque punti come dev’essere maneggiata una bottiglia di spumante:

1) Raffreddi la bottiglia
2) non la agiti
3) non orienti il collo della bottiglia verso sé stesso o verso altre persone
4) tolga la capsula
5) estragga il tappo girandolo con la mano

In un paragrafo a parte si proibiva l’uso del cavatappi e si ricordava il pericolo di accecamento aprendo la bottiglia in direzione del viso.

La cosa migliore che può fare un traduttore che si trova a dover tradurre un testo di questo genere, è far presente al cliente che, traducendo alla lettera quel messaggio in un mercato come quello italiano, otterrebbe un effetto molto diverso rispetto a quello auspicato.
Credendo di proteggere i propri clienti avvisandoli di un potenziale pericolo, cadrebbe irrimediabilmente nel ridicolo poiché nel nostro paese, così come in moltissimi altri, tale rischio è ben noto a tutti fin da bambini e non è necessario scriverlo sull’etichetta.
Tradurre le istruzioni correttamente è importantissimo, ma la correttezza non sempre implica una traduzione letterale…

L’andropausa del traduttore

 Categoria: Tecniche di traduzione

La parola “menopausa” deriva dal greco menos (“mestruazione”) e pausis (“cessazione”).
Appare pertanto evidente che è del tutto inappropriato parlare di menopausa al maschile come avviene in inglese (male menopause). Tuttavia, ancor più inappropriato, è tradurre male menopause con “menopausa maschile”, come è accaduto di recente su un’importante rivista scientifica. Se sbagliano gli inglesi, perché dobbiamo sbagliare anche noi?
Ci sembra molto più logico e corretto riferirsi a questo concetto con il termine “andropausa”, dal greco andrós (“maschio”).
Al limite si potrebbe accettare “climaterio maschile”, visto che la parola “climaterio”, che viene dal greco klimakter (“gradino”, nel senso di “tappa critica della vita”), può essere utilizzata senza problemi per ambo i sessi indistintamente.

Il fatto che nelle pubblicazioni scientifiche in lingua inglese si trovino spesso errori derivanti da una non perfetta conoscenza delle lingue classiche, non significa che anche i traduttori debbano commettere gli stessi errori quando traducono tali testi nella lingua di destinazione.
Dopotutto, che un medico o un ricercatore non conoscano il greco e il latino è un fatto accettabile, molto meno che anche un traduttore abbia lo stesso di tipo di lacune, specialmente quando si tratta di terminologia standard comunemente usata.

La scelta del traduttore

 Categoria: Tecniche di traduzione

Il traduttore, l’abbiamo detto più volte, ha due opzioni: avvicinarsi all’autore dell’originale o ai lettori della traduzione. I due termini comunemente accettati per definire queste due opzioni sono “adeguamento” (all’originale) e “accettabilità” (da parte dei lettori della traduzione).
Il traduttore, nel calibrare la traduzione, deve scegliere uno dei valori compresi all’interno di un’ipotetica scala ai cui estremi figurano appunto le due opzioni. Può scegliere di privilegiare l’autore, i lettori, oppure una delle infinite soluzioni intermedie.

Peter Newmark ha proposto una regola semplice per determinare la scelta del traduttore: quanto più percepisce l’impronta di un autore, tanto più deve adeguarsi al testo ed essere dipendente da esso. Viceversa, se l’autore è “debole”, il traduttore, pur senza “tradirlo”, può mantenere una certa autonomia.
Ad ogni modo, che scelga di avvicinarsi all’autore o che scelga di avvicinarsi ai lettori, la sua decisione deve comunque essere sempre dettata da un unico scopo: avvicinare i lettori all’autore.

La traduzione eccessiva

 Categoria: Tecniche di traduzione

I traduttori professionisti che traducono in italiano dall’inglese (in particolar modo da quello americano) si vedono spesso obbligati a fare dei tagli anche consistenti per rendere il testo originale maggiormente fruibile in italiano.
Ciò deriva dalla mania, tutta statunitense, di ripetere costantemente concetti assolutamente ovvi e fornire banali informazioni in modo eccessivo.
Per chiarire il messaggio che vogliamo trasmettere, riportiamo le istruzioni di installazione in inglese e in italiano di un gioco in cd-rom che ci è capitato di recente fra le mani.

1. Make sure you have a cd-rom drive in your computer => Si assicuri di avere un’unità cd-rom nel suo computer
2. Open the cd-rom drive => Apra l’unità cd-rom
3. Insert the xyz installation cd in the cd-rom drive => Introduca il cd di installazione xyz nell’unità cd-rom
4. The installation dialog will appear => Si aprirà la finestra di dialogo per l’installazione
5. Follow the instructions on the screen to install the game => Segua le istruzioni che appaiono sullo schermo per installare il gioco

Senza voler puntare il dito contro il collega che ha eseguito il lavor, ci sembra una traduzione quantomeno eccessiva. Dando per scontato che l’utente italiano possieda un’unità cd-rom e che non inserisca il cd nel drive riservato ai dischetti, a nostro avviso, la traduzione corretta è la seguente:

“Introduca il cd di installazione nell’apposita unità e segua le istruzioni che compaiono sullo schermo”.

Anche se ai puristi della traduzione sembrerà brutale, tagliando il testo in un paio di punti, avremmo fornito le stesse informazioni all’utente finale senza fargli venire l’impulso di utilizzare il cd come frisbee per il proprio cane.

L’unità di traduzione corretta

 Categoria: Tecniche di traduzione

Il compito del traduttore, lo abbiamo detto più volte, è quello di trasferire i concetti della lingua di partenza nella lingua d’arrivo utilizzando le stesse espressioni che utilizzerebbe un madrelingua in un’analoga situazione comunicativa.
Tuttavia, quando nella lingua di partenza ci sono riferimenti, fatti, circostanze o anche semplicemente oggetti che non esistono nella lingua d’arrivo, soddisfare questo principio è impossibile.
In svedese per esempio esistono parole per indicare “nonno paterno” (farfar) e “nonno materno” (morfar) ma non c’è nessun iperonimo per “nonno” in generale. Il traduttore incontra un ostacolo davanti a sé ma in qualche modo può superarlo.
Lo stesso non può dirsi nel caso debba tradurre “macchina fotografica digitale” nella lingua parlata dalle tribù che popolano l’Amazzonia e non sanno nemmeno cosa sia l’elettricità.
Il concetto è, senza dubbio, assolutamente intraducibile.
Allo stesso modo, pensiamo a uno strumento, un utensile dalla forma molto particolare costruito con un materiale non esistente in Italia e usato da quelle stesse tribù per difendersi da un animale che nemmeno gli zoofili nostrani conoscono. Gli indigeni per indicarlo usano una sola parola, a noi per tradurlo in italiano senza perdere informazioni per strada non basterebbe un intero paragrafo.

Spesso infatti è quasi impossibile tradurre rispettando un ideale rapporto 1:1 fra le parole del testo d’entrata e quelle del testo d’uscita, sostituire cioè una singola parola nella lingua di partenza con un’altra singola parola nella lingua d’arrivo.
Se dobbiamo ad esempio tradurre il nome di un colore, quasi sicuramente sarà possibile una traduzione 1:1 in tutte le lingue. Ad esempio, “giallo” in inglese si dice yellow, in spagnolo è amarillo e in francese è jaune.
Al contrario, nel caso di proverbi, formule di cortesia, frasi fatte, frasi idiomatiche e spesso anche normalissimi concetti è quasi impossibile mantenere il rapporto 1:1 e, per rendere il senso in modo appropriato, devono essere utilizzate unità di significato più estese.
Nell’articolo del 1 marzo abbiamo fatto un esempio che rende bene l’idea.
Tradurre “Staff entrance only” con una tecnica quasi 1:1 (come spesso fanno i traduttori automatici) produce “Entrata di personale solamente”, un’espressione sicuramente corretta da un punto di vista meramente grammaticale ma non certo adeguata al contesto italiano.
Come abbiamo visto, una traduzione sicuramente più appropriata è “Vietato l’accesso alle persone non autorizzate”, un’espressione formata da ben 7 parole invece di 3.
Questo è solo uno dei tantissimi aspetti che deve tener in grande considerazione chi traduce: la scelta dell’unità di traduzione corretta.

Un progetto di traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Chi conosce dall’interno un’agenzia di traduzioni sa che ad ogni progetto di traduzione, per breve che sia, partecipano moltissime persone.
Dopo aver contattato l’agenzia e inviato il testo da tradurre, il cliente riceve un preventivo formulato da uno dei project manager. Se il cliente conferma il lavoro, il project manager invia il testo a un traduttore madrelingua esperto della materia trattata. Se il testo è molto corposo la traduzione viene suddivisa fra più traduttori coordinati nel loro lavoro dal project manager.

Al termine del lavoro di traduzione, il testo viene passato a un altro traduttore con le stesse prerogative del primo e questi effettua una revisione del lavoro svolto. Anche in questo caso, se il progetto è di una certa consistenza, la revisione viene effettuata da un equipe di traduttori.
Prima della consegna al cliente, viene effettuata una revisione finale. La revisione può essere effettuata da un ingegnere, da un architetto, da un medico, da un avvocato, insomma da un professionista del settore con una profonda conoscenza della materia trattata.
Anche quando il progetto è molto corposo la revisione viene effettuata da una sola persona per uniformare il lavoro. Nel caso il cliente lo richieda, dopo la revisione il testo passa nelle mani di un proofreader, di cui abbiamo parlato nell’articolo dell’8 marzo. Se il testo è un po’ legnoso, questi fa in modo che scorra in modo fluido e lo rende più godibile.

In questa fase il testo di partenza, salvo rare eccezioni, non viene nemmeno preso in considerazione. Il proofreader in genere non conosce nemmeno la lingua di partenza.
Oltre al lavoro sul testo, in un progetto a volte si rende necessario l’intervento di grafici, programmatori o esperti web. Il loro intervento nella maggior parte dei casi è marginale ma talvolta è invece assolutamente determinante per la buona riuscita del progetto.
Infine, le agenzie di traduzione che possono contare su un dipartimento di qualità, effettuano un controllo a campione delle varie fasi di traduzione, revisione e proofreading e assegnano un punteggio a chiunque abbia partecipato al progetto.
Questo tipo di controllo non influisce direttamente sulla qualità del testo consegnato al cliente, ma nel tempo permette di creare una graduatoria che i project manager utilizzano per selezionare i candidati più adatti a ciascun progetto.

Cose da non tradurre

 Categoria: Tecniche di traduzione

Nel nostro articolo del 6 luglio 2009 avevamo già parlato della traduzione dei nomi propri. In tale circostanza avevamo detto che una delle regole principali della traduzione è lasciare i nomi delle persone fisiche e delle persone giuridiche così come sono. Questo a dispetto della consolidatissima (quanto sbagliatissima) pratica di tradurre i nomi propri dei personaggi storici.

Oltre a questo classico esempio, ve ne sono molti altri riguardanti parole che devono rimanere inalterate rispetto all’originale. Fra le cose da non tradurre vale la pena ricordare i simboli internazionali e i sistemi di misurazione.
Per quanto riguarda i primi, l’esempio più chiaro è relativo ai simboli degli elementi chimici. Se prendiamo la tabella di classificazione degli elementi di Mendeleev osserviamo che il simbolo internazionalmente accettato dell’itterbio è Yb. Se nel testo da tradurre compare “Yb”, non dobbiamo tradurlo con “Itt.” o “Ib”, ma lasciarlo tale e quale.

Dobbiamo comportarci allo stesso modo anche con i sistemi di misurazione. Visto che in alcuni paesi stranieri vengono usati sistemi di misurazione diversi (per la lunghezza, il peso, il volume, la temperatura, ecc.) occorre mantenere le diciture originali oppure convertire la misura utilizzata nel testo orginale con la misura corrispondente nel sistema della lingua di destinazione. Se ad esempio in un testo appare la scritta “23 in” (dove “in” sta per inches) non dobbiamo tradurre con “23 pollici” ma lasciare “23 in” così com’è oppure convertirlo in centimetri e scrivere “58,42 cm” poiché 1 inch = 2,54 centimetri.