La traduzione: un ponte tra le lingue che può favorire l’eguaglianza culturale (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

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In via di estinzione
Tuttavia il grave problema delle lingue e delle culture a rischio complica il quadro. L’UNESCO ha stimato che il 50-90% delle lingue del mondo saranno estinte entro il 2100. È stato riconosciuto già da un po’ di tempo che le traduzioni di testi indigeni (orali o scritte) possono accelerare l’erosione della lingua nelle comunità dove rimangono pochi parlanti nativi. Al contrario, le traduzioni verso le lingue a rischio possono aiutarne il rafforzamento.
In generale, pare che ci importi meno della scomparsa delle lingue che delle specie a rischio – specialmente quelle più tenere. Quando l’ultimo panda gigante se ne andrà nel boschetto di bambù in cielo, ci sarà senza dubbio una prolungata protesta globale. Ma la lingua nativa americana Klallam si è spenta con la morte di Hazel Sampson (il suo ultimo parlante) il 4 febbraio 2014. Sono pochi i notiziari che hanno ritenuto che la sua morte meritasse più di un breve accenno.

E persino alcuni teorici della traduzione sono scettici. Emily Apter ha dichiarato senza mezzi termini che è “molto scettica” riguardo al mischiare gli studi sulla traduzione e l’ecologia linguistica – lo studio di come le lingue interagiscono con il loro ambiente. La Apter è preoccupata che l’esoticizazzione di espressioni dei parlanti nativi e altre caratteristiche distintive di una lingua rischino di imporre una grammatica fissa dove invece dovrebbe prevalere una variazione naturale.
Esistono diversi tipi di aree periferiche nel mondo moderno, e viverci a stretto contatto può essere difficile, perfino rischioso. Ma le lingue vengono parlate anche lì. Non saranno le stesse lingue che vengono parlate più vicino al “centro” delle cose, ma ciò non le invalida. Se possiamo comprendere meglio come la traduzione fortifica e indebolisce allo stesso tempo queste lingue e culture spesso ignorate, allora potremmo essere costretti a riconsiderare alcune nostre presupposizioni semplicistiche sulla lingua e la società. E, fortunatamente, se non dovesse funzionare, possiamo sempre rendere il mondo un posto migliore facendo “imparare” a tutti un po’ di inglese.

Fonte: Articolo pubblicato il 9 giugno 2016 sul sito The Conversation e scritto da Marcus Tomalin, ricercatore associato presso il laboratorio di intelligenza artificiale, dipartimento di ingegneria, Università di Cambridge.

Traduzione a cura di:
Debora Di Virgilio
Aspirante traduttrice
Fiume Veneto (PN)

La traduzione: un ponte tra le lingue che può favorire l’eguaglianza culturale

 Categoria: Tecniche di traduzione

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Nel ‘900, il manager calcistico Dennis Wise rimase imperturbato dal fatto che alcuni dei suoi nuovi giocatori fossero stranieri. Saranno presto in grado di comunicare, assicurò a tutti, perché aveva intenzione di “far imparare loro un po’ di inglese”.
All’inizio di quest’anno, David Cameron ha avuto la stessa brillante idea. Scrivendo sul Times a gennaio, il primo ministro lamentava che il 22% delle donne inglesi musulmane parla “poco o per niente l’inglese”. Sosteneva che ciò impediva loro l’integrazione sociale e le ostacolava economicamente. Questi problemi verrebbero risolti, ha suggerito, se queste donne parlassero inglese con scioltezza. Il fatto stesso che un’idea ridicola come questa possa essere proposta seriamente da pezzi grossi della politica rivela quanto la diversità linguistica sia diventata un dilemma all’interno di società vaste, in espansione, multietniche, multi-lingue, multi-culturali e post-industriali.
L’attuale crisi migratoria non conosce precedenti e rappresenta una dolorosa illustrazione di come gli spostamenti su larga scala della popolazione possano creare rapidamente situazioni sociali in cui le differenze linguistiche diventano un punto critico. L’incapacità dei migranti di parlare la prima lingua di un paese verso il quale si sono spostati può creare sospetto e alienazione. Queste differenze creano divisioni che possono essere colmate solamente traducendo da una lingua all’altra, e da una cultura all’altra. Stranamente, si sentono poche notizie riguardo al ruolo della traduzione in società divise per classe sociale o nelle comunità di sfollati. Alcune recenti ricerche hanno analizzato il ruolo della traduzione nelle zone di guerra, ma ciò ha principalmente enfatizzato la retorica dell’élite politica, piuttosto che le difficoltà linguistiche riscontrate giornalmente dai civili coinvolti nel conflitto. Tutto ciò è allarmante se si considera che gli squilibri di potere in ogni società si manifestano attraverso le sue lingue. Ad esempio, Lin Kenan scrive da tempo di come la traduzione potrebbe potenzialmente aiutare ad innescare il cambiamento sociale in Cina.

Giustizia sociale
In quest’era di globalizzazione implacabile, certi gruppi di persone vengono sistematicamente privati del diritto di voto a causa di sesso, etnia, nazionalità o classe sociale. In questo contesto, è utile considerare il ruolo che gioca la traduzione, e se possa aiutare ad incoraggiare chi non ha diritto di voto – o se invece serva solamente ad aumentarne la vulnerabilità.
Il controverso teorico della traduzione Lawrence Venuti insiste nel sottolineare che le traduzioni fluenti spesso perpetuano le ineguaglianze socio-politiche. A suo modo di vedere, la traduzione non è solo un’innocua attività che facilita la comunicazione – può consolidare l’ineguaglianza sostenendo la supremazia delle culture dominanti.
Recenti ricerche hanno iniziato ad esplorare questi problemi complessi. Lo studioso di traduzione Israel Hephzibah si concentra sulle traduzioni inglesi della letteratura Tamil prodotte dai membri delle comunità Dalit in India, cosiddette “intoccabili”. Queste traduzioni destabilizzano inevitabilmente il sistema delle caste tradizionale conferendo credibilità letteraria agli scritti di un gruppo altamente emarginato. Tali casi suggeriscono come la traduzione possa allinearsi con la giustizia sociale.

Fonte: Articolo pubblicato il 9 giugno 2016 sul sito The Conversation e scritto da Marcus Tomalin, ricercatore associato presso il laboratorio di intelligenza artificiale, dipartimento di ingegneria, Università di Cambridge.

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Traduzione a cura di:
Debora Di Virgilio
Aspirante traduttrice
Fiume Veneto (PN)

Traduzione automatica o manuale?

 Categoria: Tecniche di traduzione

La traduzione automatica migliora ogni giorno, ma non riesce ancora a raggiungere la naturalezza e la precisione dell’essere umano: potrebbe un giorno sostituire il lavoro del traduttore?

La Coppa del Mondo che si è svolta in Russia potrebbe aver reso il 2018 l’anno in cui è nata la traduzione automatica, che si è affermata come uno strumento essenziale per connettere le culture.

L’Amministratore Delegato di Google, l’indo americano, Sundar Pichai, ha spiegato che la traduzione media giornaliera di 143 milioni di parole di Google Translate è aumentata del 30% durante la competizione. Così, senza padroneggiare il russo, i tifosi di calcio di tutto il mondo hanno potuto verificare un indirizzo in cirillico o interessarsi agli ingredienti che compongono un pasto tradizionale utilizzando un semplice telefono cellulare. Tuttavia, sebbene il traduttore automatico abbia notevolmente facilitato il soggiorno di questi viaggiatori, gli utenti continuano a interrogarsi sulla sua mancanza di precisione, che sembra essere il problema principale di questa tecnologia.

Se Internet e i social network sono apparsi nel secolo scorso per abbattere le barriere fisiche tra gli esseri umani, ancora oggi incontrano molte difficoltà nel superare le barriere linguistiche che ci separano. Le aziende tecnologiche dedicano molto tempo e denaro alla creazione e al miglioramento dei servizi di traduzione automatica di precisione.

Per offrire nuove esperienze ai propri utenti, negli ultimi anni Twitter e Facebook hanno integrato dei traduttori nei loro team per offrire i messaggi delle loro applicazioni Web e mobili in 40 lingue. Google ha anche annunciato lo sviluppo di AutoML Translation, un’applicazione che migliora la capacità di interpretazione del tuo traduttore automatico in 27 lingue. L’ultima gemma dell’intelligenza artificiale per raggiungere questo obiettivo sono le reti neurali profonde, una tecnologia che simula il funzionamento del cervello umano e tenta di catturare il significato di frasi e parole nel contesto per adattarlo a una nuova lingua.

Le reti neurali forniscono quindi traduzioni più naturali e si migliorano man mano che il sistema integra nuove strutture e concetti. Tuttavia, aggirano l’imprevedibile mente umana che modella senza fine il linguaggio attraverso espressioni idiomatiche, riferimenti culturali o nuovi giochi di parole con un’intelligenza che la macchina non riesce a codificare. Succede ancora che traduzioni lineari e prive di significato provocano conflitti diplomatici o situazioni grottesche degne di una commedia o di un episodio della serie Black Mirror.

L’industria della traduzione ha iniziato a utilizzare questa tecnologia e ne riconosce i vantaggi. Dalla scienza al commercio passando per la letteratura, si ritiene che il tempo di lavoro sia stato notevolmente ridotto pur producendo un lavoro di qualità. Anche i costi sono stati ridotti e le organizzazioni hanno scelto di utilizzare i servizi di traduzione automatica sotto la supervisione di un revisore, piuttosto che avere un traduttore professionista all’inizio del processo.

Per ora, il sogno di un mondo artificiale è ancora lontano dal diventare realtà. Il mercato non si fida completamente della macchina e l’occhio umano ne segue da vicino le prestazioni, convinto che in futuro macchina e uomo lavoreranno in perfetta armonia.

Fonte : Articolo scritto da Gonzalo Olaberría il 14/11/2018, tradotto in francese da Victor Thebault e pubblicato sul sito Cultures Connections

Traduzione in italiano a cura di:
Melissa Pilotti
Aspirante traduttrice, laureata in Lingue e Letterature Straniere e in Letterature moderne, comparate e postcoloniali (LM)
Bologna

Verso una possibile traduzione dei proverbi

 Categoria: Tecniche di traduzione

L’importanza dei proverbi non è semplicemente dovuta al fatto che rappresentano un prodotto linguistico, ma anche al loro valore etnografico. Sono, inoltre, un prodotto culturale, che nasce e si riproduce all’interno della sfera popolare di ogni paese, registrandone usanze, tradizioni, morali, credenze, ecc. Nonostante l’esistenza di codici culturali comuni, ne possiamo trovare molti altri che sono propri di ciascuna cultura, distinguendola dalle altre; ciò molto spesso genera livelli metaforici complessi e difficili da capire, complicando il compito della traduzione di proverbi.

Indagando sui proverbi iracheni che vertono sulla vita lavorativa, dopo aver stabilito una classificazione tematica, ho proceduto dividendoli in tre gruppi a seconda dell’ambito nel quale hanno avuto origine e vengono utilizzati abitualmente, in relazione al loro livello metaforico.

Il primo gruppo comprende i proverbi appartenenti all’ambito lavorativo e che allo stesso tempo si usano per riferirsi a un’attività lavorativa, come ad esempioبابالنجار مخلع Bab al-Naŷarmajala’, «La porta del falegname è scardinata»; si utilizza per criticare il professionista che smette di esercitare il suo lavoro a casa propria, risulta facile da capire e da tradurre a causa della relazione esistente tra il suo contenuto semantico e la metafora rappresentata dalla paremia. Indubbiamente, vedendo questo esempio, ci viene in mente il proverbio spagnolo «En casa del herrero cuchillo de palo»[1].

Nel secondo gruppo si colloca il proverbio iracheno العطاريصيحمابخرجه el-‘aṭārīṣīḥmābījarŷah, «L’erborista chiama ciò che è dentro le sue casse», altro esempio che riguarda la vita lavorativa, anche se, in questo caso, presenta un livello metaforico complesso dovuto al fatto che certi codici linguistici che compaiono in questo gruppo sono utilizzati con un significato lontano dal loro ambito originale, ovvero, il lavorativo. Pertanto, è necessario decifrare il contenuto metaforico del testo prima di tradurlo. Questo proverbio, in concreto, si riferisce ad una persona che critica gli altri, ma che in realtà, agendo in questo modo, riflette i propri difetti. Ascoltare il proverbio senza conoscerne la metafora concettuale non ci aiuta a dedurne l’uso perché, come abbiamo appena sottolineato, si riferisce ad un ambito lontano dalla tematica che esprime. Ciò rappresenta un problema per un traduttore proveniente da una cultura diversa nel momento in cui cerca di capire la metafora racchiusa nella paremia. Dopo averne compreso il significato, abbiamo potuto trovare un equivalente nella lingua spagnola con «Dijo el asno al mulo: tira allá, orejudo»[2].

Le paremie del terzo gruppo provengono da un ambito non lavorativo, mentre il loro utilizzo è destinato alla vita lavorativa, come ad esempio ثلثينالدكعالمربوط taltīn al-dag ‘al-marbūṭ, «I due terzi dei colpi a cui è legato». Un’interpretazione letterale non ci permette di capire il significato connotativo della paremia, rappresentando una sfida per il traduttore, dato che il proverbio porta con sé un significato lontano da quello denotativo delle sue parole. Di conseguenza, si genera una metafora complessa che può diventare un dilemma non solo per il traduttore, ma persino per un nativo che ignora il suo uso effettivo. In questo caso si applica ai lavoratori dipendenti, i quali subiscono le conseguenze degli errori dei loro superiori a lavoro. Come si può notare, risulta difficile scegliere un’equivalenza adeguata senza prima aver capito la metafora a cui allude il proverbio, il quale coincide in spagnolo con «Azotan a la gata si no hila nuestra ama»[3].

Da quanto detto precedentemente, deduciamo che il livello metaforico dei proverbi influisce sulla possibilità di comprenderli e persino sulla scelta della loro traduzione; il traduttore deve tener conto di questo rischio, dato che un’interpretazione errata del proverbio può causare uno squilibrio nel senso generale del testo tradotto.

Fonte: articolo di  Jasim M. Jasim Al-Najjar pubblicato sulla rivista online “El Trujamán” del Centro Virtual Cervantes il 14 ottobre 2015.

Traduzione a cura di:
Sara Menegazzo
Dott.sa in Lingue moderne per la comunicazione e cooperazione internazionale
Padova.


[1] N.d.T. Traduzione letterale: «A casa del fabbro coltello di legno». Equivalente italiano: «Il figlio del calzolaio va in giro con le scarpe rotte».

[2] N.d.T. Traduzione letterale: «Disse l’asino al mulo: spostati, orecchione». Equivalente italiano: «Il bue che dà del cornuto all’asino».

[3] N.d.T. Traduzione letterale: «Frustano la gatta se la nostra padrona non fila».

Come tradurre le espressioni gergali

 Categoria: Tecniche di traduzione

Tanto nella traduzione scritta quanto in quella orale, il gergo dà sempre del filo da torcere. Per tradurlo al meglio, talora sono necessarie delle discrete “acrobazie”. E, senza una buona conoscenza della lingua, è assolutamente impossibile farlo.

Con “gergo” non intendiamo certo i prestiti linguistici entrati a far parte del lessico ormai da tempo. Si tratta piuttosto di un nuovo “strato”, un insieme nel quale confluiscono parole e locuzioni provenienti da svariati linguaggi settoriali. Possiamo ivi includere il linguaggio amministrativo, quello militare, il gergo degli ambienti malavitosi, o ancora quello giovanile.

Tutte queste espressioni, un tempo caratteristiche soltanto di un determinato gruppo sociale, gradualmente smettono di indicare l’appartenenza del parlante a un dato gruppo e iniziano invece a trovare un utilizzo via via più ampio da parte di tutti gli strati sociali. Persino i politici, dai quali in genere ci si aspetterebbe un certo livello di formalità,  nei loro discorsi “peccano” utilizzando espressioni gergali e…politicamente scorrette, ma ormai parte integrante della lingua.

Come può orientarsi un traduttore in casi del genere? Come sempre, nella traduzione sono richieste conoscenza, abilità e un pizzico di creatività, per riuscire a rendere ciò che a rigore sarebbe intraducibile. Nel tradurre le espressioni gergali è utile ricorrere a dizionari specifici o ai forum presenti in internet. Di grande aiuto possono essere anche film e serie tv in lingua straniera, che favoriscono moltissimo l’apprendimento di un lessico aggiornato e di espressioni largamente diffuse nella lingua di tutti i giorni.

Fonte: Articolo pubblicato il 23 gennaio 2013 sul sito Tlumaczmy

Traduzione a cura di:
Valentina Brusamento
Traduttrice EN, PL > IT

Traduzione estraniante e addomesticante (4)

 Categoria: Tecniche di traduzione

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Estraniamento e ruolo del traduttore
Venuti per lo più sottolinea come la strategia dell’estraniamento abbia anche delle conseguenze che influiscono sul ruolo del traduttore, il quale, rendendo visibili le differenze del testo che traduce, riesce ad uscire da quello stato di “invisibilità”, di cui si parla ampiamente nel saggio. Il lettore del testo di arrivo dunque diventa consapevole di trovarsi dinanzi ad una traduzione di un’opera appartenente ad un’altra cultura, potendo così apprezzare e criticare l’attività svolta dal traduttore, il quale dovrà esigere il giusto riconoscimento per il suo lavoro. Non a caso Venuti esorta i traduttori contemporanei ad utilizzare pratiche discorsive alternative e strategie estranianti, rifacendosi magari a traduttori che egli cita all’interno del saggio come Ezra Pound e gli Zukofsky, che hanno saputo sviluppare traduzioni discostandosi dal canone addomesticante. D’altro canto, tuttavia, Venuti è consapevole che al giorno d’oggi i traduttori non possono attuare, al contrario del passato, strategie traduttive che sconvolgano il testo in maniera estrema: difatti egli sottolinea che le norme traduttive sono piuttosto rigide nella cultura anglo-americana contemporanea e che sono applicate da copisti e contratti legalmente vincolanti. Il linguaggio contrattuale standard richiede che il traduttore aderisca strettamente al testo straniero: “La traduzione dovrebbe essere una fedele interpretazione dell’opera in inglese; non deve omettere nulla dal testo originale né aggiungere altro se non le modifiche verbali necessarie per la traduzione in inglese (A Handbook for Literary Translators)”.
Tuttavia, nonostante le regole stringenti, Venuti esorta i traduttori contemporanei ad utilizzare il più possibile variazioni discorsive, arcaismi, slang, calchi, prestiti, in modo da richiamare l’attenzione sullo status secondario della traduzione, considerata quasi sempre come una semplice opera derivativa il cui valore è inferiore a quello dell’opera originale, e segnalare le differenze linguistiche e culturali del testo straniero.

Fonte: Lawrence Venuti “The Translator’s Invisibility: A History of Translation”

Articolo scritto da:
Emanuele Paolino
Scafati (SA)

Traduzione estraniante e addomesticante (3)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Fedeltà abusiva
Rifacendosi al pensiero di Philip E. Lewis espresso nell’articolo “The Measure of Translation Effects”, contenuto nella raccolta “Difference in translation” di Joseph F. Graham, all’interno del saggio Venuti parla anche del concetto di “fedeltà abusiva”, affermando che un traduttore che sceglie una strategia estraniante mira a riprodurre in maniera fedele nel testo di arrivo la qualità abusiva che possiedono alcuni passaggi del testo originale. Tuttavia questa fedeltà risulta abusiva non solo per il testo originale ma anche per quello di arrivo poiché, come espresso anche da Lewis, essa esercita una duplice funzione: da un lato forza i sistemi concettuali e linguistici della lingua di arrivo, dall’altro dirige un attacco critico inverso al testo che traduce e fa in modo che la traduzione costituisca una conseguenza destabilizzante per il testo originale. In questo modo il testo dell’autore originale diventa estraneo all’autore originale stesso, nonché al nuovo lettore e traduttore. Dunque il poeta originale non riconoscerà la propria voce nelle traduzioni, non solo perché le sue idee e i suoi testi saranno resi in modo impensabile per lui, ma anche perché egli non è in grado di trattare la lingua di arrivo. Dunque, secondo Venuti, anche la resistenza può essere imperialista all’estero, appropriandosi di testi stranieri per servire i propri interessi politici e culturali in patria; tuttavia, egli sostiene anche che, nella misura in cui resiste a valori che escludono determinati testi, questa resistenza compie un atto di restauro culturale che ha lo scopo di mettere in discussione e forse riformare, o semplicemente distruggere, i canoni culturali della lingua di arrivo.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Lawrence Venuti “The Translator’s Invisibility: A History of Translation”

Articolo scritto da:
Emanuele Paolino
Scafati (SA)

Traduzione estraniante e addomesticante (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Strategia di resistenza
Secondo Venuti, una traduzione “should shake things up”: “una traduzione dovrebbe smuovere le cose, poiché se non lo sta facendo allora non è più una traduzione, ma è mera propaganda, un semplice rafforzare lo status quo”.
Infatti, nel suo saggio “L’invisibilità del traduttore”, egli si dichiara a supporto di quella che definisce “strategia di resistenza”, ossia una strategia traduttiva che va contro i canoni culturali e linguistici della lingua di arrivo. Questa strategia di resistenza cerca di liberare il lettore della traduzione, così come il traduttore, dai vincoli culturali che ordinariamente governano la loro lettura e scrittura e minacciano di sopraffare e addomesticare il testo straniero, annichilendo le differenze culturali. Nell’ottica di Venuti le traduzioni dovrebbero resistere all’egemonia del discorso chiaro e scorrevole, attuando un processo di deterritorializzazione (deterritorialization) della stessa lingua di destinazione, usandola come veicolo per idee e tecniche discorsive innovative. Nel caso questa strategia riesca a produrre una traduzione estraniante, allora ci sarà una sorta di liberazione dalla cultura della lingua di arrivo: il momento liberatorio si verifica quando il lettore della traduzione sperimenta, nella lingua di arrivo, le differenze culturali che separano quella lingua e il testo straniero. Venuti sostiene la sua posizione ribadendo che nonostante la traduzione sia un processo che implica la ricerca di somiglianze tra lingue e culture, essa si confronta costantemente con le differenze, motivo per cui una buona traduzione non può mai e non dovrebbe mai mirare a rimuoverle completamente. Al contrario, un testo tradotto dovrebbe essere il sito in cui emerge una cultura diversa che il lettore può intravedere, e una strategia traduttiva estraniante può preservare al meglio quella differenza, quell’alterità culturale, ricordando al lettore dei benefici ottenuti e delle perdite subite nel processo di traduzione e delle lacune incolmabili tra le culture.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Lawrence Venuti “The Translator’s Invisibility: A History of Translation”

Articolo scritto da:
Emanuele Paolino
Scafati (SA)

Traduzione estraniante e addomesticante

 Categoria: Tecniche di traduzione

Il filosofo tedesco Friedrich Schleiermacher (1768-1834),  nel trattato “Über die verschiedenen Methodendes Übersetzens” (Sui diversi metodi del tradurre), letto pubblicamente per la prima volta durante una conferenza il 24 Giugno 1813 all’Accademia Reale delle Scienze di Berlino, aveva proposto due strategie alternative in materia di traduzione: quella di lasciare il più possibile in pace lo scrittore e muovergli incontro il lettore oppure quella di lasciare il più possibile in pace il lettore e muovergli incontro lo scrittore. Egli dichiarò di prediligere la seconda. Secondo il suo pensiero, il fine ultimo del traduttore deve essere quello di offrire ai lettori della cultura di arrivo le stesse idee e le stesse emozioni che la lettura dell’opera in lingua originale avrebbe suscitato in loro. Tuttavia, come riportato da Venuti in “L’invisibilità del traduttore”,  il motivo della sua preferenza era dovuto non tanto al desiderio di accogliere lo “straniero” e la sua lingua, quanto piuttosto all’inclinazione nazionalista che lo portava a opporsi al dominio culturale francese di allora e a promuovere la letteratura tedesca.
Rifacendosi a questa visione, il teorico americano Lawrence Venuti individua similmente due strategie traduttive: la traduzione addomesticante, che mira ad ottenere un effetto di scorrevolezza e trasparenza nella traduzione, appiattendo le differenze culturali in modo da rendere il testo il più intellegibile possibile al lettore della lingua di arrivo; e la traduzione estraniante, che, al contrario, mira a preservare gli elementi che segnalano l’appartenenza del testo originale ad una cultura differente da quella del testo di arrivo. Venuti, come d’altronde Schleiermacher, si dichiara a favore del metodo estraniante e dunque sostiene che, riprendendo le parole del filosofo tedesco, “bisognerebbe lasciare in pace l’autore originale e muovergli incontro il lettore della lingua di arrivo”, preservando il carattere originale del testo.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Lawrence Venuti “The Translator’s Invisibility: A History of Translation”

Articolo scritto da:
Emanuele Paolino
Scafati (SA)

Approccio e strategia traduttiva

 Categoria: Tecniche di traduzione

I forestierismi non adattati
Molto spesso, mentre traduciamo una bellissima storia avvincente, ci imbattiamo in parole straniere che non hanno nessuna corrispondenza nella lingua italiana. Come affrontare la traduzione di queste parole così intrise di significato per l’autore ma assolutamente impossibili da rendere nella nostra meravigliosa e complessa lingua?

Partiamo dal primo significato del verbo tradurre, come definito dal vocabolario Treccani: verbo transitivo, dal latino traducĕre “trasportare, trasferire”. Il verbo tradurre è composto da trans “oltre” e ducĕre “portare”, rifatto sull’analogia di condurre e sim. (http://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/tradurre/)

Come tutti i traduttori sono solita dar peso alle parole, al loro significato, alla loro origine. Cercare il traducente giusto, la parola, o l’espressione, che riesce a “trasportare” il lettore “oltre” il confine nazionale per renderlo partecipe, talvolta protagonista, di una storia meravigliosa. Nella traduzione letteraria, spesso il traduttore si trova a decidere che tipo di approccio scegliere, bisogna porsi sempre delle domande: voglio un lettore viaggiatore, curioso, che decide d’intraprendere un viaggio per comprendere una cultura diversa dalla propria e cercare di dare un significato a quella parola? Da qui la scelta del traduttore di lasciare il termine in lingua originale. Oppure,voglio un lettore che non vuole lasciare il divano, non viaggiare con la fantasia ma vuole semplicemente rilassarsi e farsi “trasferire” nel mondo descritto dall’autore del libro? Da qui la scelta di cercare un traducente o parafrasare il termine per cercare di passare il messaggio al nostro lettore.

Personalmente credo che tradurre la letteratura sia una delle più grandi sfide del traduttore, significa instaurare un proprio legame con i personaggi, i luoghi descritti e vivere, in un certo senso, l’avventura prima di descriverla nella nostra lingua. Bisogna entrare nel personaggio, nella storia, viaggiare per primi nella cultura del paese della lingua sorgente perché quello che per me è una pizza ai peperoni, non è una pepperoni pizza per un americano!

Tempo fa, nel tradurre un libro fantasy, ambientato nella Malesia degli anni ’30, mi sono dovuta calare nel personaggio e intraprendere un viaggio virtuale nell’Asia del periodo prebellico per scegliere se lasciare,o parafrasare, delle parole tipiche del linguaggio malese. Dopo molte ricerche, mi sono affidata al mio lettore viaggiatore, ho scelto di lasciare quei termini nella lingua originale per non perdere quella magia che scaturiva dal racconto. Ci sono state altre volte però, che ho dovuto adattare i termini alla cultura italiana e accontentare così il mio lettore da divano.

Carlo Collodi, nella prefazione del suo libro I racconti delle fate, scrive:
“Nel voltare in italiano i Racconti delle fate, m’ingegnai, per quanto era in me, di serbarmi fedele al testo francese. Parafrasarli a mano libera mi sarebbe parso un mezzo sacrilegio. A ogni modo, qua e là mi feci lecite alcune leggerissime varianti, sia di vocabolo, sia di andatura di periodo, sia di modi di dire: e questo ho voluto notare qui in principio, a scanso di commenti, di atti subitanei di stupefazione e di scrupoli grammaticali o di vocabolario. Peccato confessato, mezzo perdonato: e così sia.”

Autrice dell’articolo:
Federica Bulciolu
Traduttrice freelance EN>ITA FRA>ITA
Torre del lago Puccini, Viareggio (LU)

Traduzione e interpretazione del pensiero

 Categoria: Tecniche di traduzione

Tra il 1994 e il 2003 ho vissuto negli USA, prima per motivi di studio e successivamente per lavoro.
Un aspetto della vita all’estero che ha sempre esercitato un grande fascino su di me, è il fatto che col passare del tempo, non solo le persone si esprimano sempre meglio nella lingua del paese ospitante, ma inizino anche a pensare come i locali.

La discriminante tra una traduzione ben fatta e una appena passabile, credo sia rappresentata dalla disamina, e conseguente interpretazione, del processo mentale che sta dietro alle parole, non tanto le parole in sé.
Solo quando abbiamo familiarità con il contesto culturale e sociale della persona che scrive possiamo cercare di rendere nella nostra lingua il suo pensiero; altrimenti la traduzione resta un mero esercizio di trasposizione grammaticale e sintattica, quasi sempre sterile e fine a sé stesso.

Quante volte assistiamo a traduzioni letterali in cui è evidente la mancanza di dimestichezza con la lingua “pensata” dal soggetto parlante o scrivente?
Per me che ho vissuto gomito a gomito con gli americani a casa loro, e ho continuato a lavorare con loro a casa mia negli ultimi 10 anni di attività nel turismo, è diventato quasi un passatempo stare ad ascoltare colleghi meno esperti tradurre in inglese un pensiero palesemente formulato in italiano, e vedere poi lo sguardo attonito e spaesato del turista di turno, evidentemente confuso dallo scombinato senso della frase!

Questo fenomeno del pensare come un “nativo”, sta alla base del grande prestigio internazionale di cui gode la famigerata tradizione dei doppiatori italiani. Analizzando l’arte del doppiaggio si può desumere il processo di decodifica mentale che sta alla base di ogni buona traduzione, e interpretazione. In sintesi, direi che il miglior modo per tradurre sia pensare.
Pensare nella lingua di origine per capire la scelta di un sostantivo piuttosto che un altro, e pensare nella lingua di destinazione, per restituire quel sostantivo come se l’avesse detto o scritto uno di noi.

Articolo scritto da:
Enrico Cerretti
Roma

Si traducono i nomi propri?

 Categoria: Tecniche di traduzione

La traduzione presenta sempre innumerevoli ostacoli e complicazioni che in molte occasioni non sappiamo come affrontare. Uno dei problemi che possiamo incontrare, praticamente in tutte le traduzioni, è quello dei nomi propri (questo già lo sappiamo) come i nomi di persona, luoghi, nomi di imprese, di prodotti, ecc. Spesso possiamo incontrare questi nomi nelle traduzioni ed esitare sul tradurli o no.
Generalmente non si traducono, però, come sempre in questa vita, c’è un’eccezione per tutto. Per esempio, i nomi propri di persona; potremmo pensare che non si traducano mai, infatti, per quanto la lingua cambi, quella persona non cambia il nome ogni volta che va in un posto con una lingua differente, anche se esiste l’eccezione degli asiatici che adattano il loro nome per renderlo più semplice agli occidentali.

Tuttavia, ci sono anche altre eccezioni. Nella traduzione letteraria può essere più logico e utile tradurre il nome di alcuni personaggi, dal momento che di solito sono nomi scelti a proposito, non casuali ma perché così ha voluto lo scrittore. Molti sono scelti con uno scopo e normalmente fanno riferimento ad una caratteristica del personaggio, come il suo carattere o il suo fisico. Per esempio, nel famoso fumetto di Asterix e Obelix, lo scrittore non scelse questi nomi perché sì: Asterix fa riferimento a “asterisco” dovuto alle piccole dimensioni del personaggio; dall’altro lato, Obelix fa riferimento ad un “obelisco” per via delle grandi dimensioni di questo monumento, il quale ben si accorda con le dimensioni di Obelix.

Altro esempio di nome con significato è Scar, lo zio di Simba nel Re Leone, che deve il nome alla sua cicatrice.
Anche nei libri di Harry Potter i nomi hanno il loro significato: Albus Dumbledor (Albus è bianco in latino); Malfoy (in francese “mal foi” significa malafede). All’epoca questi nomi non furono tradotti in spagnolo, ma erano stati tradotti in altre lingue per adattarne il significato. In conclusione, non vi è alcuna regola obbligatoria da seguire, la scelta è sempre alla mercé del cliente o del traduttore.

Fonte: Articolo pubblicato l’8 novembre 2013 sul sito dell’agenzia Dixit

Traduzione a cura di:
Dott.ssa Barbara Simari

Il mio metodo di traduzione di un manga (4)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Fase cinque: revisione (seconda stesura)
Trovo che mi sia di aiuto iniziare la revisione solo dopo aver preso una breve pausa dalla traduzione, almeno una notte di riposo, perché ho bisogno di far passare il mio cervello dalla modalità scrittura a quella revisione.
Revisione per me significa rileggere ogni pagina e focalizzarmi sulla parte giapponese della traduzione, soprattutto sui segmenti evidenziati in giallo, cioè quelli in cui ero in dubbio su cosa stesse accadendo esattamente.
Se in questa fase modifico un vocabolo, mi assicuro che venga fatto anche nel glossario.
Cerco di fare la revisione in 3-4 mezze giornate, dividendo il manga in altrettante parti.

Fase sei: correzione del testo tradotto (stesura finale)
Questa fase è completamente indipendente da quella della revisione, perché non guardo affatto la versione giapponese. Mi concentro esclusivamente sull’inglese.
Suona come qualcosa che direbbe un madrelingua inglese? Dà l’idea di qualcosa che direbbe il personaggio? Si adatta al balloon (oppure posso accorciarlo)? Cerco di leggere la traduzione inglese ad alta voce, ma ammetto che non lo faccio sempre (specialmente se sono di fretta). Se ho difficoltà con la correzione del testo tradotto, allora utilizzo la sintesi vocale di Word (anche se non mi piace molto quando è presente tanta formattazione; la utilizzo soprattutto con i romanzi).
Non prendendo in considerazione il testo source in giapponese, questa fase richiede meno tempo (1-2 mezze giornate).

Fase sette: consegna
Mi assicuro di selezionare il file corretto prima di allegarlo alla mail. A proposito, solitamente salvo un file a parte per ogni bozza e faccio il backup di tutte le bozze e di tutti i glossari per ogni eventualità. A questo punto dovrei inviare anche il glossario, ma ammetto di aver dimenticato di mandarlo più volte di quante avrei dovuto.
A seconda del cliente e del suo sistema, insieme alla traduzione invio anche la fattura oppure separatamente al suo ufficio contabilità.
Infine compilo il mio file Excel ricavi/costi con il numero di fattura, data invio, importo ecc.
E ora passiamo al prossimo progetto!

Fonte: Articolo scritto da Jennifer O’Donnell e pubblicato il 28 marzo 2020 sul sito J-En Translations

Traduzione a cura di:
Laura Locatelli
Traduttrice JAP, DE, EN > IT
Bergamo

Il mio metodo di traduzione di un manga (3)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Fase quattro: prima stesura
Durante la fase di traduzione ho una finestra sulla destra con la copia digitale del manga, una sulla sinistra con Word e poi una terza finestra con Internet. La finestra di Internet ha normalmente pronti all’uso:
- Alcuni dizionari (jisho.org ed ejje.weblio)
- Thesaurus.com
- Riferimenti per gli effetti sonori (ad esempio jadednetwork)
- Alcuni tab di Google per la ricerca

Ci sono vari modi per affrontare una prima stesura. Io trascrivo la formattazione della pagina prima di iniziare a tradurre: personaggi  che parlano, narrazione, effetti sonori, ecc. La guida di stile definisce come il tutto debba essere strutturato. Poi traduco la pagina riempiendo gli spazi. Aggiungo eventualmente le note del traduttore con “NT:” in un commento. Questo può riguardare dei riferimenti (ad altri elementi o a flashback), delle battute divertenti o delle traduzioni che non voglio che cambino e la motivazione del caso.
Mi piace trascrivere la formattazione e in un secondo momento tradurre perché ciò mi permette di focalizzarmi sul flusso del testo nel corso della pagina. Se trascrivessi i personaggi che parlano ecc. mentre sto traducendo, potrebbe interrompersi quel flusso arrivando così ad un dialogo innaturale. Inoltre, operando in questo modo sono in grado di comprendere ogni elemento della pagina. A volte dimentico qualche piccolissimo effetto sonoro o inciso, ma questo metodo mi aiuta a coglierli al 99,9%.
Tuttavia, conosco alcuni traduttori che prima preferiscono tradurre tutto e poi formattare. Questo metodo, analogamente al mio, permette loro di concentrarsi sul flusso della traduzione. Aggiungere la formattazione in un secondo momento rappresenta l’occasione giusta per scovare ogni elemento mancante ed è una buona opportunità per una seconda stesura.
Durante questa fase inserisco le parole chiave nel mio glossario. Di regola separo il glossario in “vocaboli”, “personaggi” ed “effetti sonori”. Ciò non significa solo registrare la grafia giapponese e inglese, ma anche aggiungere qualsiasi commento o collegamento ai riferimenti, e anche immagini se necessario.
Evidenzio anche i segmenti della traduzione sui quali voglio ritornare, utilizzando il colore giallo ad indicare il “doppio controllo con il giapponese” e il colore blu per il “doppio controllo inglese”.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Jennifer O’Donnell e pubblicato il 28 marzo 2020 sul sito J-En Translations

Traduzione a cura di:
Laura Locatelli
Traduttrice JAP, DE, EN > IT
Bergamo

Il mio metodo di traduzione di un manga (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Fase uno: pianificare la tabella di marcia!
Si tratta di un passaggio chiave che mi aiuta a mantenere un sano equilibrio tra lavoro e vita privata (almeno in teoria…).
Calcolo il numero di pagine che devo tradurre in un giorno lavorando 5 giorni alla settimana fino alla data della consegna (questi 5 giorni sono normalmente mezze giornate, poiché mi piace lavorare su più progetti contemporaneamente). All’inizio cerco di darmi del tempo per la lettura del manga e per la creazione del glossario, poi verso la fine per la revisione e la correzione del testo tradotto.
Consideriamo per esempio  un manga di 160 pagine con consegna 4 settimane, ovvero 20 giorni.
Mi prendo del tempo per leggere prima il manga (anche se di norma lo leggo nel tempo libero, mentre sono impegnata a finire un’altra traduzione).  Cerco di avere anche 5 giorni per la revisione e per la correzione della mia traduzione. Mi restano perciò 15 giorni, che equivalgono a 10,6 pagine al giorno. Poiché so che di solito mi ritrovo ad affrontare problemi di varia natura, arrotondo aggiungendo una pagina extra per arrivare così a 12 pagine tradotte al giorno. È più facile a dirsi che a farsi dal momento che la semplicità di una traduzione dipende dal progetto: ad esempio, ci vorrà più tempo se un manga richiede molta ricerca o il testo è fitto.

Fase due: leggere il manga
Il primo passo è sempre quello di leggere il manga. So che non tutti lo fanno, ma trovo che leggere il manga prima di tradurre (se possibile, qualche volume) a lungo andare mi aiuti. Mi permette di comprendere meglio le voci dei personaggi, i termini usati frequentemente e fornisce spunti per fare delle previsioni.
In questa fase prendo appunti circa i vocaboli, i nomi dei personaggi , ma anche le possibili traduzioni. A volte prendo nota alla ricerca di tutto ciò che può rappresentare un riferimento (arrivi infatti a un punto in cui qualcosa potrebbe essere un riferimento, soprattutto se il manga è una commedia).
Sinceramente, in questa fase, mi piace acquistare una copia cartacea del manga e una copia digitale su Bookwalker per il processo di traduzione vero e proprio (entrambe le copie rientrano nelle spese professionali! Evvai!).

Fase tre: (ri) leggere la guida di stile!
Anche nel caso traduca un manga per un cliente con il quale ho già collaborato, preferisco leggere la guida di stile prima di iniziare a tradurre (o perlomeno vorrei farlo più spesso).
Provo anche a richiedere una guida di stile aggiornata, nel caso siano passati parecchi mesi o addirittura un anno dall’ultima volta che ne ho ricevuta una.  Non tutti i clienti tuttavia sono così bravi da ricontattarmi con una guida di stile aggiornata (forse perché non ne hanno una a disposizione o semplicemente perché si dimenticano di rispondere).

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Jennifer O’Donnell e pubblicato il 28 marzo 2020 sul sito J-En Translations

Traduzione a cura di:
Laura Locatelli
Traduttrice JAP, DE, EN > IT
Bergamo

Il mio metodo di traduzione di un manga

 Categoria: Tecniche di traduzione

Ultimamente ho riflettuto molto su come le persone si comportano nel momento della traduzione. Ognuno di noi è diverso e ognuno di noi trova il proprio modo di approcciarla. Non soltanto le parole con le quali traduciamo un contenuto, ma anche il procedimento attraverso il quale arriviamo a tradurre quel contenuto: il processo che va dalla ricezione alla consegna di un determinato progetto. Ecco quindi uno dei miei metodi di traduzione, nello specifico quello riguardante la traduzione di un manga.

Fase uno: pianificare la tabella di marcia!

Fase due: leggere il manga (più di un volume se possibile) [< 1 giorno]
Prendo nota delle parole chiave (comincio a definire il mio glossario)

Fase tre: (ri) leggere la guida di stile!

Fase quattro: prima stesura
- Formato > traduco (una pagina alla volta)
- Evidenzio i segmenti di cui non sono sicura (due colori)
- Redigo il glossario

Fase cinque: revisione (seconda stesura)
- Controllo con il giapponese
- Rifinisco le battute (rispecchiano accuratamente il giapponese, mantenerle corte)
- Se necessario, correggo il glossario

Fase sei: correzione del testo tradotto (stesura finale)
Rileggo solo la traduzione in inglese

Fase sette: consegna

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Jennifer O’Donnell e pubblicato il 28 marzo 2020 sul sito J-En Translations

Traduzione a cura di:
Laura Locatelli
Traduttrice JAP, DE, EN > IT
Bergamo

Come fare una pessima figura (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

UN CURRICULUM RICCO SUSCITERÀ MAGGIORE INTERESSE
Enfatizzate i campi nei quali avete più esperienza. Avete seguito la serie “Dr House”? Perfetto! Allora scrivete senza timore di essere “traduttore in ambito medico”, i medici capiranno in ogni caso su cosa verte la vostra traduzione. Imprescindibile citare il marketing. In linea generale, questo è il tipo più semplice di traduzione. La cosa principale sta nello scegliere parole lunghe e parole straniere. La consistente esperienza nell’implementare i costrutti inserendo tempi verbali passivi fornisce un’esperienza premium dell’utente finale e garantisce una comprensione esaustiva del testo senza il bisogno di rileggere più volte.

CHI L’HA DETTO CHE LA TRADUZIONE AUTOMATICA SIA UN MALE?
Su internet si trovano molti articoli riguardo la traduzione automatica. Non a caso i programmatori di Google hanno ideato Translate! È sufficiente inserire il testo, apportare qualche piccola correzione e lo potremo spacciare per nostro. Otterremo così il massimo risultato col minimo sforzo, e genereremo profitto. Il revisore nemmeno se ne accorgerà. E, in generale, chi ha detto che la traduzione automatica non dovrebbe essere usata? Anch’essa è una traduzione ma ad opera di una macchina.

LE SCADENZE SONO SOLO PER I PERDENTI
Non è necessario consegnare il testo entro dei tempi prestabiliti. Per prima cosa, fate vedere al redattore che siete delle persone molto occupate, e fate il lavoro quando potete. Non mostrate,sin da subito, di essere puntuali. La scadenza non è altro che un pro forma, non conta nulla.

E SE MI DOVESSERO CRITICARE?
Se il datore di lavoro non solo non ha accettato il vostro lavoro, ma vi ha anche risposto criticandovi per gli errori presenti nel testo, ditegliene quattro! Fategli notare che gli altri clienti sono totalmente soddisfatti. Mettete in chiaro che “colui il quale leggerà questo manuale, probabilmente non saprà neppure distinguere un router da un modem”. Vale la pena ricordare quale apprezzato specialista siete, dove avete studiato e quanti attestati possedete. Arricchite il vostro testo,aggiungete più punti esclamativi, scrivete in maiuscolo e, nel nucleo centrale, fate alcuni errori grammaticali, in questo modo sembrerà più vivace e convincente. Dopo aver ricevuto un simile testo, il datore di lavoro capirà di aver sbagliato e cambierà opinione su di voi.

L’INDIRIZZO E-MAIL È PARTE DELLA MIA IDENTITÀ
Mandate le vostre traduzioni da un indirizzo di posta elettronica accattivante e memorabile come, ad esempio,cucciolotta93@tin.net, JamesBondi@gmail.com, donato_fumato@libero.it. O, al contrario, usate un nickname come ༒♛Imperator♛༒ e mantenete segreta la vostra identità. Nell’oggetto della mail scrivete qualcosa di generico come “Testo” oppure “Traduzione”. Non lasciate che il redattore si rilassi e indovini subito il tipo di testo e chi lo manda. Meglio ancora se lasciate vuoto il campo dell’oggetto. Tutto questo vi caratterizzerà come delle persone creative e poliedriche. Così facendo resterete certamente impressi nella memoria del redattore che controllerà i vostri lavori.

Fonte: Articolo pubblicato il 26 novembre 2018 sul sito Technolex Translation Studio

Traduzione a cura di:
Aleksandr Telepov
Traduttore IT<>RU -  IT<>UKR
Dnipro, Ucraina

Come fare una pessima figura

 Categoria: Tecniche di traduzione

Abbiamo già trattato riguardo al fatto che molte agenzie chiedano di svolgere un compito di prova e di come non dovremmo prenderla a male. Se avete ricevuto un testo di prova, ecco per voi alcuni consigli disastrosi da parte di un redattore che controlla costantemente questo genere di scritti.

MAMMA DICE CHE SONO UN BRAVO TRADUTTORE, QUINDI, ANCHE IL REDATTORE SARÀ DELLO STESSO AVVISO
Uno degli aspetti principali, nella produzione del testo, è dedicargli poco tempo. Si tratta solo di una prova e non di una vera commessa di lavoro. Effettuate la traduzione quando avrete tempo, abbozzando il testo frettolosamente, ad un bravo redattore questo sarà più che sufficiente per valutare il vostro livello di professionalità. Il datore di lavoro capirà con chi ha a che fare, vi contatterà e, immediatamente, vi affiderà un importante progetto.

APPORTATE DELLE MIGLIORIE AL TESTO
Il testo di prova, molto probabilmente, sarà noioso, perciò varrà la pena migliorarlo con epiteti e metafore. Al posto di “Giappone” scrivete “Paese dal sol levante”, anziché “Gran Bretagna” “nebbioso Albione” eccetera. Se vi capiterà di imbattervi nella descrizione fisica di una persona non limitatevi alla semplice traduzione ma descrivete come voi stessi immaginate questa persona. E, al contrario, le parti più noiose sorvolatele semplicemente, tanto non interessano a nessuno.

PER VOI ESISTE SOLO WORD
Se ritenete che al traduttore, per lavorare, occorrano Windows XP e Word ma, vi viene chiesto di consegnare la traduzione con un certo Trados Studio, non è necessario che leggiate le istruzioni riguardanti la consegna dei file. Siete dei traduttori mica degli informatici! Il vostro patrimonio è costituito dalle sfumature linguistiche mica dai formati dei file, dai segmenti e termbase. I tag sono per i programmatori.
C’è stato un traduttore medico il quale,rimasto molto contrariato dal fatto che fosse stato considerato in errore per aver impropriamente disposto dei tag, esclamò: “perché mai dovrei occuparmi del significato di questi scarabocchi?”.

IL CONTESTO? NO, NON CONTA, NON PRENDETELO IN CONSIDERAZIONE!
Se nel testo qualcosa non vi torna non tormentate Google cercando di decifrarne il senso. La lingua è ricca: una parola può avere una dozzina di significati e talvolta opposti. Lasciate che il significato del testo sia stravolto o si dilegui completamente, non è colpa vostra; è così nel testo originale. Tradurre è un’attività creativa: avete la piena facoltà di scegliere uno qualsiasi dei significati disponibili. Discutetene con il redattore adducendo Translate come prova.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato il 26 novembre 2018 sul sito Technolex Translation Studio

Traduzione a cura di:
Aleksandr Telepov
Traduttore IT<>RU -  IT<>UKR
Dnipro, Ucraina

Processo della traduzione tecnica

 Categoria: Tecniche di traduzione

L’approccio alla traduzione tecnica non è facile neppure per un laureato in ingegneria.

Quando si inizia una traduzione di un manuale o di un brevetto è consigliabile, prima di iniziare la battitura del testo, fare un esame preliminare del testo per verificare quali termini siano importanti e basilari per la caratterizzazione e comprensione del testo.

In un caso mi interpellò una Società che aveva un manualetto di un prodotto di carattere meccanico del genere impastatore che era in inglese, ma tradotto male da una segretaria interna. Vi trovai alcuni errori come “compass” al posto di “bussola” (che è un tipo di cuscinetto) e molte altre improprietà tecniche che furono evidenti al mio occhio esperto.

Le mie prime esperienze sui brevetti esteri furono alquanto traumatiche e mi scontrai con una incomprensione dovuta alla mia scarsa esperienza sull’argomento. Ma, dopo aver visionato delle traduzioni su questi argomenti tecnici fatte da altri ingegneri più esperti, potei regolare la mia interpretazione dei testi e quindi procedere in modo normale e senza eccessivo sforzo “tecnico”. Certamente la traduzione di un brevetto richiede di conoscere certe dizioni particolari, ma una volta appresi essi si applicano in modo abbastanza ripetitivo.

I normali traduttori anche laureati in lingue trovano certamente molte difficoltà nel testo tecnico dovendo cercare, talvolta disperatamente, sui dizionari tecnici in commercio certi termini tecnici non di uso comune. Certamente la cultura tecnica di un ingegnere può essere di molto aiuto, e comunque si deve avere una discreta conoscenza delle lingue trattate.

In particolare i testi tecnici in tedesco o in inglese americano possono presentare alcune difficoltà in relazione alla comprensione di certe definizioni che non sono di uso comune neppure nella lingua parlata normale, ma sono gergali del compilatore tecnico e occorre essere ben addentro alla terminologia tecnica per capire il concetto di cui si scrive.

L’esperienza sul campo sicuramente può essere di aiuto sia per il traduttore che ha una discreta base di conoscenze tecniche sia per un normale traduttore educato da una scuola letteraria.

Le traduzioni dal francese o dallo spagnolo possono sembrare facili per un traduttore madrelingua italiano ma spesso non è così e talvolta è consigliabile consultare anche i dizionari completamente monolingua nella lingua originale per poter comprendere bene il contesto di un certo termine.

Negli ultimi anni certamente l’uso di internet aiuta sia il traduttore con cultura tecnica che quello letterario a svolgere il loro lavoro con precisione.

Prima della diffusione capillare di Internet anche io che sono un tecnico dovetti acquistare molti dizionari su argomenti particolari come elettrotecnica, idraulica, informatica con un certo costo e anche impegno di tempo per trovarli nelle librerie specializzate. Oggi un abbonamento per internet certo risolve molti problemi di comprensione anche per i traduttori non tecnici.

In definitiva qualsiasi interprete o tecnico che si cimenta nelle traduzioni tecniche deve armarsi di modestia e far tesoro di esperienze sul campo.

Un altro importante problema è la costanza dei termini ripetitivi e per questo è utile compilare in un foglio separato tutti i termini nuovi che si incontrano in una traduzione per poterne fare tesoro durante il lavoro in corso e anche durante i successivi lavori similari.

Penso di aver chiarito alcuni concetti sulla traduzione tecnica e gli stessi consigli possono essere applicati sicuramente a traduzioni di tipo legale o di altri argomenti particolari.

Autore dell’articolo:
Marco Ruzzin
Ingegnere e traduttore tecnico
San Martino Siccomario (PV)

Straniamento e Domesticazione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Lawrence Venuti, nel testo The Translator’s Invisibility, A History of Translation analizza i processi e le caratteristiche della strategia di straniamento e domesticazione. Egli definisce la traduzione come: “l’energica sostituzione della differenza linguistica e culturale del testo straniero con un testo che sarà comprensibile al lettore della lingua d’arrivo”. Egli afferma chiaramente che generalmente ci si aspetta che il prodotto traduzione sia comprensibile al destinatario proprio come l’originale lo è per il destinatario nella lingua sorgente. Il traduttore adatta il testo in modo da renderlo comprensibile al lettore; modifica gli elementi in modo che siano percepiti come familiari e riconoscibili. La traduzione deve adattarsi alla situazione culturale e politica del lettore della lingua di arrivo. Questa è una strategia di domesticazione, un testo completamente tradotto reso facilmente comprensibile al lettore attraverso il suo adattamento alla realtà circostante.

In alternativa, egli descrive un processo di traduzione di un testo con l’intenzione di mantenere il suo carattere di estraneità, in modo che il lettore della traduzione possa notare la sua “diversità”. Questa strategia fu nominata “straniamento” e ha acquisito numerosi seguaci proprio come la strategia di domesticazione, dovuto al fatto che entrambe le strategie hanno i loro vantaggi e svantaggi.

Friedrich Schleiermacher, un filosofo tedesco, afferma che ci sono solo due metodi di traduzione. Uno di questi consiste nello spostare l’autore della trattazione originale verso il lettore della traduzione, cioè nel manipolare il testo in un modo da farlo sembrare familiare al destinatario. L’altro metodo implica lo spostamento del destinatario della traduzione verso l’autore della trattazione originale, cioè nel mantenere tutti gli elementi potenzialmente difficili da comprendere nella loro forma originale e nel forzare il lettore ad accettarli.

È interessante che la domesticazione e lo straniamento possano essere più o meno popolari e diffusi in molti paesi. Alcune società, più di altre, sono più tolleranti verso i testi che hanno subito il processo di straniamento e quindi meno comprensibili. Venuti indirizza l’attenzione verso le società di lingua inglese e il fatto che esse non accettino elementi stranieri in una trattazione che ha le sue radici nell’etnocentrismo, nell’imperialismo e nel narcisismo. Egli afferma che “la cultura Anglo-Americana […] è stata dominata a lungo dalle teorie di domesticazione che consigliano una traduzione fluente”.

Autore dell’articolo:
Giovanni Bianchi
Traduttore DE-EN>IT
Milano

Strategie vs tecniche di traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Prima di incominciare un processo di traduzione, è importante selezionare un approccio globale da applicare al testo. Per farlo occorre prendere in considerazione numerosi fattori quali: il contesto storico, la cultura di partenza e di arrivo, i destinatari sia dell’originale che della traduzione. Questo approccio è relativo al testo nel suo insieme e gli conferisce un carattere specifico. Si fa riferimento a questo concetto come strategia di traduzione e sono stati distinti due metodi diversi: straniamento e domesticazione.

Durante il processo di traduzione, d’altra parte, un traduttore può imbattersi in parole e locuzioni problematiche che sono strettamente connesse alla cultura sorgente. Nei Translation Studies ci si riferisce a queste come elementi culturali o concetti culturalmente specifici e, secondo Mahmoud Ordudari, questi “sembrano essere i compiti più ardui per un traduttore”. Questi elementi sono stati analizzati e descritti da numerosi studenti e le loro conclusioni saranno citate in seguito in questo corso.

Peter Newmark, nel suo Textbook of Translation descrive la differenza tra i metodi di traduzione e le procedure di traduzione. Egli spiega che i primi si riferiscono all’intero testo, mentre le procedure di traduzione sono utili nel caso di piccole unità linguistiche, come parole, locuzioni o frasi. Inoltre, Venuti enfatizza il fatto che le strategie di traduzione “implicano i compiti di base nello scegliere il testo straniero da tradurre e nello sviluppare un metodo per tradurlo”. Egli impiega il concetto di “domesticazione e straniamento” per riferirsi alle strategie di traduzione. Ne parleremo in modo più approfondito nell’articolo di dopodomani (ndr).

Autore dell’articolo:
Giovanni Bianchi
Traduttore DE-EN>IT
Milano

Analisi di discorsi e registri (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Ora passiamo a Baker e al suo testo sulla traduzione. Nel suo lavoro guarda all’equivalenza a una serie di livelli: parola, sopra la parola, grammatica, ma dedica la massima attenzione a ciò che Halliday definisce metafunzione testuale, vale a dire alla struttura tematica e alla coesione, e soprattutto a livello pragmatico.

A proposito di struttura tematica sottolinea due aspetti principali. Il primo è che la struttura tematica è realizzata in modo diverso nelle diverse lingue. Il secondo è l’importanza della marcatura relativa nell’analisi del Source Text, che aiuta il traduttore a capire se usare una forma marcata nel Target Text o meno.

Passiamo ora alla coesione. Baker sottolinea, come nella struttura tematica, che le strategie di coesione potrebbero dover differire tra Source Text e Target Text. L’obiettivo del traduttore è quello di produrre un Target Text che sia collegato logicamente nella mente del ricevente del Target Text.

Questo mi porta al mio prossimo punto, il lavoro di Baker sulla pragmatica. Lo ha definito come lo studio del significato così come viene trasmesso e manipolato dai partecipanti alle comunicazioni, quindi lo studio del linguaggio in uso. Baker considera tre principali concetti pragmatici: coerenza, presupposizione e implicazione.La coerenza di un testo, che è correlata alla coesione, dipende dall’esperienza del ricevente del mondo. La presupposizione si riferisce alla conoscenza che il mittente assume che il destinatario possieda e sia in grado di utilizzare per comprendere il messaggio. L’implicazione è ciò che l’oratore intende o implica piuttosto che ciò che viene detto.

L’ultima opera influenzata dal modello di Hallyday è quella di Hatim e Mason. A differenza di Baker, che si concentra sulla funzione testuale, prestano un’attenzione particolare alla realizzazione nella traduzione delle funzioni ideazionali e interpersonali. Nello specifico hanno sottolineato come i traduttori con le loro scelte possano causare uno spostamento in queste funzioni e alterare il valore di verità del messaggio Source Text.

Ma l’aspetto a cui sono principalmente interessati è il discorso e il modo in cui linguaggio e testi comunicano relazioni sociali e di potere. Ecco la loro definizione di discorso: “modalità di parlare e scrivere che coinvolgono gruppi sociali nell’adottare un particolare atteggiamento verso l’area dell’attività socioculturale ”

Anche se in realtà non forniscono un modello da applicare, propongono una serie di elementi che il traduttore deve tenere in considerazione nel loro lavoro e analisi. Abbiamo visto lo spostamento delle funzioni e l’implicanza sociolinguistica del discorso, ma c’è un altro punto da considerare, vale  dire gli elementi dinamici e stabili di un testo. Questi non sono presentati come opposti binari ma come un continuum e sono collegati alle strategie di traduzione. In effetti gli elementi stabili di un testo sono quelli che richiedono un approccio abbastanza letterale mentre con elementi dinamici la traduzione letterale non è un’opzione percorribile e il traduttore deve affrontare sfide più interessanti.

Autore dell’articolo:
Giorgio Pisacane
Dottore in Lingue e Letterature Straniere
Napoli

Bibliografia
Munday, Jeremy (2012) Introducing Translation Studies – Theories and Applications, Routledge

Analisi di discorsi e registri

 Categoria: Tecniche di traduzione

In questo articolo vorrei esporre degli approcci all’analisi di discorsi e registri, che hanno preso piede negli studi traduttivi dal 1990, traendo origine dal lo sviluppo della linguistica applicata

Le teorie principali sono la grammatica funzionale sistemica di Halliday e alcune altre che sono state influenzate dal suo modello, vale a dire quelle di House, Baker e infine Hatim e Mason.

Cominciamo con  la grammatica funzionale sistemica di Halliday. Nel suo studio si concentra principalmente sulle scelte linguistiche, l’obiettivo della forma di comunicazione, la struttura socioculturale e la forte interrelazione tra di loro.
In cima troviamo l’ambiente socioculturale, che condiziona il discorso, che condiziona il genere e in questo modo fino alla lessico-grammatica, che si riferisce alla scelta del lessico, della grammatica e della sintassi. Analizziamo ora gli ultimi tre elementi del modello di Halliday, i quali sono particolarmente rilevanti per la sua teoria e interconnessi. Il registro è costituito da un campo, vale a dire ciò di cui si sta scrivendo, tenore, che riguarda chi sta comunicando e a chi, e modalità, cioè la forma di comunicazione. Ognuna di queste variabili è associata a una delle 3 metafunzioni relative al livello della semantica del discorso. Esse sono le metafunzioni interpersonale, testuale e  ideazionale, e di nuovo ognuna di esse è legata a un certo aspetto delle realizzazioni della lessico grammatica. Questa era una panoramica sui principali concetti della teoria di Halliday, che ci conduce al prossimo argomento: il modello di valutazione della qualità della traduzione di House. House elabora un metodo di valutazione basato principalmente sull’analisi del registro di Source Text e Target Text. La sua nozione di registro si basa sulla definizione di Halliday ma va oltre, incorporando alcuni elementi aggiuntivi.

Esaminiamo ora il metodo di House. Innanzitutto viene analizzata il Source Text, a partire dal registro. Un profilo del registro fornisce le linee guida per la descrizione del genere e quindi viene fatta una “dichiarazione di funzione”. Queste tre operazioni sono ripetute per il Target Text.

Ora le due analisi possono essere confrontate e questo consente l’identificazione di errori o mancate corrispondenze. House distingue tre tipi di discordanze: errore nascosto, errori apertamente errati e errori del sistema di destinazione. Infine viene fatta una dichiarazione di qualità e la traduzione può essere categorizzata in uno dei due tipi: traduzione aperta e traduzione nascosta. La traduzione nascosta non è chiaramente diretta al pubblico del Target Text, mentre la traduzione nascosta “gode degli status di una Source Text originale nella cultura Target”.

Seconda parte di questo articolo >

Autore dell’articolo:
Giorgio Pisacane
Dottore in Lingue e Letterature Straniere
Napoli

Bibliografia
Munday, Jeremy (2012) Introducing Translation Studies – Theories and Applications, Routledge

Terminologia e terminografia

 Categoria: Tecniche di traduzione

Benché la terminologia affondi le proprie radici nel XV secolo quando furono redatti i primi lessici professionali con le prime raccolte terminologiche, la disciplina è tuttavia un concetto relativamente giovane, se considerata nell’accezione odierna del termine, e risale a dopo le conquiste scientifiche e tecnologiche dei secoli XIX e XX. E’ dunque intorno agli anni 70 / 80 del 1900 che, grazie alle opere di Eugen Wüster e Helmut Felber, vengono poste le basi teoriche per la disciplina conosciuta oggi con il nome di terminologia. Tale disciplina ebbe una spinta propulsiva a seguito della rivoluzione delle tecnologie informatiche che, difatti, hanno notevolmente promosso lo sviluppo ulteriore e la divulgazione dei lavori terminologici e terminografici. Di pari passo con lo sviluppo della disciplina in questione si percepì il bisogno di rifondare l’ente di normazione internazionale che assunse il nome di ISO, International Organization for Standardization; furono inoltre incentivate le attività delle scuole impegnate nello studio e nella divulgazione di terminologie coerenti e si procedette alla creazione di grandi banche terminologiche consultabili online.
La terminologia, da non confondere con la lessicologia[1] e con la lessicografia,[2] è “la disciplina che studia sistematicamente i concetti e le loro denominazioni, cioè i termini, in uso nelle lingue specialistiche di una scienza, un settore tecnico, un’attività professionale o un gruppo sociale, con l’obiettivo di descrivere e / o prescriverne l’uso corretto.”[3] Tuttavia, con tale termine, non solo si indica la disciplina generale ma si definisce anche “l’insieme dei termini che rappresentano un sistema concettuale di un dominio particolare.”[4] La terminologia in quanto disciplina si trova quindi a dover descrivere in modo sistemico i termini, intendendo con ciò parole, espressioni, locuzioni impiegati in settori di lavoro ben circoscritti, in una o più lingue; diffondere le conoscenze tecniche attraverso strumenti terminologici quali glossari, schede terminologiche, mappe e banche dati; definire delle norme specifiche in base alle quali si cerchi di disciplinare l’utilizzo dei termini.

La terminografia è invece “l’attività che, applicando i principi e metodi della terminologia, si occupa della registrazione, elaborazione e presentazione dei dati terminologici, acquisiti mediante la ricerca terminologica.”[5] Durante l’attività terminografica è consigliabile e preferibile perseguire un approccio onomasiologico che parte dai concetti di un dato ambito specialistico e non dal lessico e che porta alla realizzazione di due sistemi concettuali monolingue in due fasi distinte. Dopo quindi aver condotto le fasi intralinguistiche, è possibile procedere alla comparazione dei due sistemi in modo da verificare le corrispondenze e le identità concettuali. La terminologia e la terminografia sono quindi due discipline di primaria importanza per un interprete e un traduttore che si accinga a tradurre testi e / o orazioni in ambito tecnico-scientifico specialistico in quanto la comprensione del messaggio di arrivo da parte del fruitore della traduzione scritta o orale è strettamente vincolata all’impiego di termini nella LA che siano coerenti, equivalenti e adeguati. Per adempiere a ciò nel migliore dei modi, è dunque essenziale che l’interprete o il traduttore conduca un’accurata e sistemica attività terminologica e terminografica che assicuri una traduzione efficace ed efficiente.

Autrice dell’articolo:
Sara Romanelli
Docente Universitario
Traduttrice e Interprete di Conferenza Freelance ITN<>ENG ITN<>DEU


[1] Per lessicologia si intende lo studio del lessico, l’insieme delle parole e locuzioni di una lingua o di un ambito, in tutte le sue forme. Studia, registra e descrive le parole e i termini, sia del linguaggio generale sia delle lingue speciali., Cfr. H. Rieger, Cos’è la terminologia e come si fa un glossario., fascicolo in Pdf, 2010, p. 4
[2] Per lessicografia si intende la disciplina che si occupa di redigere dizionari o lessici, attraverso la raccolta, classificazione e la definizione delle parole, che vengono riassunti in singole voci sotto forma di lemmi., Cfr. H. Rieger, Cos’è la terminologia e come si fa un glossario., fascicolo in Pdf, 2010., p. 7
[3] H. Rieger, Cos’è la terminologia e come si fa un glossario., fascicolo in Pdf, 2010, p. 4
[4] Ibidem
[5] Ivi, p.7

Studi di traduzione sui saggi in inglese (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Per prima cosa, il traduttore deve scovare ed eliminare le espressioni che potrebbero essere fraintese e quelle che sono difficili per quanto riguarda la grammatica e il vocabolario; ciò viene fatto per non scoraggiare il lettore che cerca di capire il contenuto del messaggio. La traduzione è considerata illogica se un’alta percentuale di lettori interpreta male il contenuto del messaggio. Inoltre è essenziale comprendere che ogni lingua ha il proprio intelletto, contiene una varietà di caratteri distintivi così come un’unica configurazione dell’ordine della frase e dei segni discorsivi. Sfortunatamente il traduttore tende a “ricostruire” una lingua. Un esempio può essere il missionario dall’America Latina che provò ad introdurre la forma passiva del verbo in un linguaggio in cui questa forma del verbo non esiste. (Theory and Practice of Translation, Eugene Nida)

Dato che tutte le lingue differiscono nella forma, per preservare il contenuto della lingua le forme devono essere cambiate. Il livello in cui la forma deve essere cambiata, in modo che si conservi il significato, dipende dalla distanza linguistica e culturale tra le lingue.

Come dice Eugene Nida nel suo libro “Theory and Practice of Translation”, quando si traduce bisogna stabilire sette gruppi di priorità essenziali: la consistenza contestuale ha la priorità sulla consistenza verbale (o concordanza parola per parola), l’equivalenza dinamica ha la priorità sulla corrispondenza, la forma uditiva del linguaggio ha la priorità sulla forma scritta e le forme che sono utilizzate e accettate dal pubblico per cui la traduzione è stata fatta hanno la priorità sulle forme che sono ritenute più tradizionalmente prestigiose. (Theory and Practice of Translation, pag. 14)

Dal punto di vista grammaticale ci sono sue diversi sistemi di traduzione. Il primo si basa sull’introduzione di diverse regole che devono essere strettamente applicate in ordine e devono indicare esattamente ciò che dovrebbe essere fatto con ogni elemento o combinazione di elementi nella lingua di origine, così che sia facile scegliere la migliore forma corrispondente nella lingua di recezione. La lingua tradotta può essere naturale o completamente artificiale.

Il secondo sistema di traduzione contiene una struttura più complessa, che consiste in tre passaggi:
Analisi, in cui il messaggio della lingua di origine è analizzato dal punto di vista delle relazioni grammaticali e dal significato delle parole;
Trasferimento, in cui il messaggio analizzato è trasferito nella mente del traduttore dalla lingua di origine alla lingua di recezione;
Ricostruzione, in cui il materiale trasferito è ristrutturato in modo da renderlo perfettamente comprensibile nella lingua di recezione.

Traduzione libera di un articolo pubblicato sul sito Uni Assignment Centre

Studi di traduzione sui saggi in inglese

 Categoria: Tecniche di traduzione

Questa tesi è largamente basata sulla ricerca nel campo della traduzione. La traduzione è una valida caratteristica che influenza la nostra società e simboleggia uno degli aspetti più importanti nel continuo cambiamento del nostro pianeta. I compiti  del traduttore sono complessi e hanno a che fare con le sue abilità nel cimentarsi nei diversi aspetti del processo di traduzione. La traduzione è definita in molteplici modi e può essere compresa in modo differente in base alle persone che la leggono. Le persone che non sono traduttori vedono la traduzione come un testo, mentre i traduttori la vedono come un’ “attività”.

La traduzione è uno dei diversi metodi di comunicazione e, posso dire, il più importante. Ciò è maggiormente dovuto al fatto che è in grado di associare almeno due lingue e le loro culture. Attraverso la traduzione, gli elementi caratteristici di una lingua sono trasferiti in un’altra. La traduzione ha grandi conseguenze nella nostra vita quotidiana. Possiamo definirla come un processo o un prodotto, quindi ricopre differenti prospettive. La traduzione si concentra sul ruolo del traduttore, il quale ha davanti a sé un testo e deve trasformarlo in un’altra lingua e riguarda inoltre il prodotto specifico creato dal traduttore.

Nel libro di Susan Bassnett, Translation Studies, la traduzione è definita come il passaggio di significato. La traduzione implica il trasferimento del “significato” contenuto in una lingua in un’altra, attraverso l’uso competente di un dizionario e della grammatica; il processo si basa inoltre su diversi criteri extra-linguistici. (Susan Bassnett, Translation Studies, pg 21) Il linguista e teorico letterario russo, Roman Jackobson, dichiara che non ci può essere un’equivalenza completa attraverso la traduzione. Lo studio della traduzione è la disciplina accademica che studia la teoria e la pratica della traduzione.

Questa si concentrava in un primo momento nella struttura del messaggio e nell’abilità di riprodurre soggetti stilistici: il ritmo, le rime, i parallelismi e le strutture grammaticali inusuali, ora invece ciò che è importante è la risposta del recettore al messaggio tradotto. La risposta deve essere in seguito confrontata al modo in cui il recettore originale ha reagito la prima volta in cui ha letto la forma originale.  Il traduttore deve assicurarsi che il recettore medio non abbia difficoltà a comprendere il messaggio.

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Traduzione libera di un articolo pubblicato sul sito Uni Assignment Centre

La Ritraduzione (8)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Settima parte di questo articolo

Berman quindi distingue due spazi: quello delle prime traduzioni e quello delle ritraduzioni:

D’accordo con Goethe, Berman ritiene che l’intento comunicativo sia oggetto solo della prima traduzione, condannata a una posizione etnocentrica; una volta ‘sbarazzatosi’ della funzione traghettatrice derivata dalla prima traduzione esistente, il ritraduttore sarebbe l’uomo della traduzione etica e poetica […].[22]

Cosa intende Berman con “posizione etnocentrica”? La definizione di “etnocentrismo”, secondo la Treccani, corrisponde a:

In sociologia e psicologia sociale, tendenza a giudicare i membri, la struttura, la cultura, la storia e il comportamento di altri gruppi etnici con riferimento ai valori, alle norme e ai costumi del gruppo a cui si appartiene, per acritica presunzione di una propria superiorità culturale.[23]

Per Berman, dunque, il problema delle “prime traduzioni” non risiede unicamente negli eventuali errori commessi dal traduttore, ma anche dalle influenze che egli stesso subisce dalla propria cultura, che muta da un’epoca all’altra. Ne deduciamo che anche la nuova traduzione potrà essere influenzata da una nuova posizione etnocentrica di un nuovo traduttore ma questa, tendenzialmente, sarà in linea con quella del nuovo lettore in quanto si adatterà al panorama culturale in cui si inserisce.

Scopo principale di una ritraduzione, quindi, è allinearsi a una cultura di ricezione cambiata rispetto alla data di pubblicazione della prima traduzione. Nel panorama italiano, inoltre, nell’ultimo decennio abbiamo assistito a un grosso mutamento della lingua che, oggi, è molto più influenzata dall’inglese, tanto è vero che la maggior parte dei neologismi che sono entrati a fare parte della nostra lingua negli ultimi anni sono di origine anglosassone. Forse anche per questo, l’italiano è diventata una lingua molto più tollerante nei confronti degli anglicismi e lo si riscontra nelle più recenti traduzioni ma anche nelle ritraduzioni.

Autore dell’articolo:
Andrea Facci
Traduttore
Bologna

[22] B. Banoun, A Monte e a Valle: Le Ragioni del Ritradurre, a cura di Andrea Chiurato in Testo a Fronte, vol. 47, p.20.
[23] http://www.treccani.it/vocabolario/etnocentrismo/

La Ritraduzione (7)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Sesta parte di questo articolo

Un altro interessante contributo teorico risiede in La retraduction comme éspace de la traduction di Antoine Berman, in cui il critico francese afferma che esistono delle “grandi traduzioni” che non invecchiano. Si tratta di opere come La Vulgata di San Girolamo, la Bibbia di Lutero o l’Authorised Version: opere che continuano a esistere e che, sebbene necessitino di una modernizzazione, continuano ad avere un pubblico di lettori, anche se limitato. Una “grande traduzione”, secondo Berman, ha caratteristiche ben definite:

Elle se caractérise par une extrême systématicité, au moins égale à celle de l’original.

Elle est le lieu d’une rencontre entre la langue de l’original et celle du traducteur.

Elle crée un lien intense avec l’original […].

Elle constitue […] un précédent incontournable.

[…] ce sont toutes des retraductions.[19]

Il motivo per cui, secondo Berman, tutte le grandes traductions sono ritraduzioni è che

Toute traduction est marquée par de la « non-traduction ». Et les premières traductions sont celles qui sont le plus frappées par la non-traduction. […] La retraduction surgit de la nécessité non certes de supprimer, mais au moins de réduire la défaillance originelle.[20]

Le ritraduzioni, quindi, secondo Berman, sono da considerarsi qualitativamente migliori rispetto alle “prime traduzioni” in quanto, a distanza di tempo, si cerca di attuare modifiche e correzioni volte a migliorare tutte quelle parti in cui il primo traduttore poteva aver riscontrato delle difficoltà. Questo punto di vista è condiviso anche da Xu Jianzhong, che afferma:

Literary retranslation is an artistic recreation and should surpass the former translation(s) because any translated version of the original cannot be perfect. Retranslation is a necessity because of the translator’s desire to surpass. The successive retranslations represent the translator’s perseveringly striving for artistic perfection. It is because of this persevering strife that makes the translated version of literary works, especially famous works, better and better.[21]

Ottava parte di questo articolo >

Autore dell’articolo:
Andrea Facci
Traduttore
Bologna

[19] A. Berman, La Retraduction comme Espace de la Traduction, cit., p. 3.
[20] Ivi, p.5.
[21]X. Jianzhong, Retranslation: Necessary or Unnecessary, p. 193, in E. Skibińska, Autour de la Retraduction. Sur l’Example des Traductions Françaises de Pan Tadeusz, Université de Wroclaw, Institut de Philologie Romane, Wroclaw, p. 395.

La Ritraduzione (6)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Quinta parte di questo articolo

Caso diverso è quello delle numerosissime ritraduzioni, contenute nelle cosiddette ‘collane tascabili’, che spesso non sono eseguite a regola d’arte, ma sono commissionate solo per ragioni economiche:

Assistiamo così a uno sfruttamento dello stesso titolo da più editori, ciascuno dei quali preferisce commissionare una nuova ritraduzione perché questa costa meno che pagare i diritti d’autore a coloro che detengono il copyright di precedenti traduzioni. […] Di certo sono da considerarsi ‘non necessarie’ perché la ritraduzione nasce dall’esigenza di fornire una lettura innovativa del TP e/o una scrittura che ‘aggiorni’ la lingua del TA.[15]

Anche Enrico Monti conferma questa teoria:

[…] une nouvelle traduction peut être par exemple justifiée parce que l’opération s’avère plus rentable que la réédition d’une traduction existante. […] D’ailleurs, selon une pratique « dénoncée » par Jean-Pierre Lefebvre, les rétracteurs seraient souvent moins bien payés que les traducteurs, du fait que leur travail serait « facilité » par les traductions déjà existantes[16] et peut-être aussi en raison du prestige qu’il y a à devenir la nouvelle voix d’une œuvre canonique.[17]

I diritti d’autore sono garantiti per tutta la vita dello scrittore e, dal 2014, anche ai suoi eredi per un periodo di settant’anni dalla sua morte. Gli eredi di Andrea Camilleri, deceduto nel 2019, godranno quindi di questo diritto fino al 2089 e, a partire da quell’anno, ci si potranno aspettare numerose nuove edizioni e ritraduzioni in altre lingue delle sue produzioni, visto che da quel momento le case editrici non dovranno pagare alcun compenso ai suoi eredi per poterne pubblicare le opere. Analogamente:

L’année 2011 a été marquée, par exemple, par une explosion de retraductions des œuvres de Francis Scott Fitzgerald et notamment de The Great Gatsby qui, seulement dans ce début d’année a connu, entre autres, 6 retraductions en italien, 3 en allemand, 2 en espagnol, 1 en français, ce qui nous donne un aperçu de l’importance des facteurs économiques dans ces choix. Les exemples en ce sens sont nombreux : entre 1997 et 1999, on trouve au moins cinq nouvelles traductions des Duineser Elegien de Rilke en anglais – Rilke est mort en 1926. On peut déjà s’attendre, dans les prochains moins, à une augmentation des retraductions des œuvres de James Joyce et Virginia Woolf, vu qu’ils sont décédés en 1941 – sans doute plusieurs retraducteurs partout en Europe et ailleurs sont déjà à l’œuvre…[18]

Settima parte di questo articolo >

Autore dell’articolo:
Andrea Facci
Traduttore
Bologna

[15] P. Pierini, La Ritraduzione in Prospettiva Teorica e Pratica in L’Atto del Tradurre. Aspetti Teorici e Pratici della Traduzione, cit., p. 67.
[16]J.P. Lefebvre, «Retraduire», Traduire, n° 218, 2008, p. 12.
[17] E.Monti, Introduction – La retraduction, un état des lieux, in E. Monti, P. Schnyder, Autour de la Retraduction – Perspectives littéraires européennes, Orizons, Paris, 2011, pp. 17-18.
[18] Ivi, p.19.

La Ritraduzione (5)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Quarta parte di questo articolo

Patrizia Pierini propone un’interessante prospettiva sul mondo editoriale che determinerebbe i tempi e le modalità della ritraduzione.

In un modello teorico della traduzione ‘professionale’ come atto di comunicazione, viene oggi inserito, accanto ai fattori tradizionalmente riconosciuti come costitutivi di ogni atto di comunicazione (traduttore, ricevente, contesto, ecc.), anche il ‘committente’, che si può definire come la persona o l’istituto […] che commissiona la traduzione al traduttore. Nella fattispecie le case editrici influenzano l’attività pratica della ritraduzione in più modi: danno il via al processo decidendo quali testi ritradurre, e intervengono anche sulle modalità del tradurre, sia a livello micro, ad esempio stabilendo di non inserire note esplicative al testo, sia a livello macro, intervenendo sulla funzione del TA.[11]

In alcuni casi, quindi, vengono commissionati dei lavori di ritraduzione non tanto per adattare il testo a un linguaggio più moderno, quanto piuttosto per creare nuove edizioni della stessa opera, indirizzate a destinatari diversi. È il caso, ad esempio, dei classici adattati in libri per bambini (come L’Eneide Raccontata ai Bambini di Mondadori, appartenente alla collana Oscar Junior Classici) su cui vengono effettuati interventi di semplificazione e riduzione del testo di partenza per far sì che il nuovo target possa fruire di un testo adatto alla categoria di lettori a cui è indirizzato.

Così dai Gulliver’s Travels di Swift sono stati lasciati fuori riferimenti e allusioni all’Inghilterra del Settecento, che ha perso così la sua funzione di satira politica; i romanzi di Dickens hanno perduto la loro funzione di critica di taluni aspetti della società vittoriana; le fiabe raccolte dai fratelli Grimm come testimonianze di una ‘letteratura popolare’ di dignità pari alla letteratura ‘colta’, sono diventate storie destinate ai bambini.[12]

Un esempio di questo genere di adattamento è La Divina Commedia a cura di Alberto Cristofori dove,

All’interno di ciascun capitolo si trova il racconto in prosa, condotto sulla falsariga del poema e intercalato da alcuni versi del testo originale, scelti fra i più famosi e memorabili. Il loro significato è sempre spiegato nel testo in prosa, subito prima o subito dopo la citazione. Il libro è quindi anche una sintetica antologia della Divina Commedia.[13]

L’opera non può essere definita come una “ritraduzione” in quanto il testo originale fa parte della letteratura italiana, piuttosto esso è assimilabile a un’attualizzazione dell’originale. Tuttavia, rappresenta un ottimo esempio che illustra la natura di questa tipologia editoriale:

2. La selva oscura

- Dante smarrito

Nel mezzo del cammin di nostra vita
Mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Era la primavera dell’anno 1300. Avevo quindi trentacinque anni, e siccome la vita degli uomini, se si svolge perfettamente, è per sua natura di settant’anni, mi trovavo proprio a metà del cammino. Mi trovavo anche perduto in una foresta buia, aspra e terribile, che mi terrorizzava e che ancora adesso, nel ricordo, mi suscita spavento. [14]

Sesta parte di questo articolo >

Autore dell’articolo:
Andrea Facci
Traduttore
Bologna

[11] P. Pierini, La Ritraduzione in Prospettiva Teorica e Pratica in L’Atto del Tradurre. Aspetti Teorici e Pratici della Traduzione, cit., p. 66.
[12] Ivi, p. 67.
[13] Dante Alighieri, La Divina Commedia, a cura di Alberto Cristofori, ELI Edizioni, Loreto (AN), 2013
[14] Ivi,, cap. “La Selva Oscura”.

La Ritraduzione (4)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Terza parte di questo articolo

Nel 2014, infatti, Einaudi ha pubblicato una nuova traduzione di quest’opera affidandola a Matteo Colombo, traduttore piemontese che si è occupato di autori del calibro di DeLillo, Eggers, Chabon, Sedaris e Palahniuk. Il brano di seguito è un breve frammento estratto dalla versione originale, dalla traduzione di Motti e da quella di Colombo:

Anyway, it was December and all, and it was cold as a witch’s teat, especially on top of that stupid hill.[7]

Ad ogni modo, era dicembre e tutto quanto, e l’aria era fredda come i capezzoli di una strega, specie sulla cima di quel cretino di un colle.[8]

E comunque era dicembre e via dicendo, un freddo cane, specie in cima a quella stupida collina.[9]

Il linguaggio di Colombo è molto ringiovanito rispetto all’edizione 1961. D’altronde, da una versione all’altra sono passati più di cinquant’anni ed è quindi normale che la lingua italiana sia cambiata notevolmente. A prima vista, la traduzione di Motti sembra più fedele al significato originale, dato che ricalca l’espressione cold as a witch’s teat rendendola in “aria fredda come i capezzoli di una strega”. In realtà, l’espressione inglese è una frase idiomatica, di registro informale, usata dai giovani per esprimere l’idea di freddo. Analogamente, Colombo decide di utilizzare un’espressione che abbia lo stesso effetto in italiano, scegliendo “freddo cane”. La versione spagnola compie una scelta simile a quella di Colombo, infatti, nella traduzione di Carmen Criado, si legge:

Bueno, pues era diciembre y todo eso y hacía un frío que pelaba, sobre todo en lo alto de aquella estúpida colina.[10]

Frío que pelaba è un’espressione idiomatica spagnola appartenente allo stesso registro dell’originale (e di Colombo), e supporta quindi la teoria che nella nuova versione de Il Giovane Holden, almeno in questo caso, sia stato applicato un canone di maggior fedeltà alla forma originale.

Il testo italiano del 2014, quindi, non ha subito solo un processo di modernizzazione ma, grazie all’evoluzione degli studi traduttivi avvenuta nel frattempo, riesce anche a rispettare maggiormente il testo di partenza con un italiano che svolge le stesse funzioni comunicative.

Quinta parte di questo articolo >

Autore dell’articolo:
Andrea Facci
Traduttore
Bologna

[7]] J.D. Salinger, The Catcher in the Rye, Penguin Books, 2010, p. 4.
[8] J.D. Salinger, Il Giovane Holden, 1961, cit., p. 6.
[9] J.D. Salinger, Il Giovane Holden, Torino, Einaudi, 2014, p. 7.
[10] J. D. Salinger, El Guardián Entre el Centeno, Madrid, Alianza Editorial, 2010, p. 15.

La Ritraduzione (3)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Ma perché si ritraduce?Spesso si ritraduce per avvicinarsi maggiormente al testo di partenza, per adempiere al canone di fedeltà semantica che, talvolta, può non essere rispettato nelle edizioni precedenti di un’opera. È bene ricordare che la lingua nel corso del tempo si evolve, cambia, muta profondamente e, i testi tradotti, spesso invecchiano con lei.

Il faut retraduire parce que les traductions vieillissent, et parce qu’aucune n’est la traduction : par où l’on voit que traduire est une activité soumise au temps, et une activité qui possède une temporalité propre : celle de la caducité de l’inachèvement.[5]

Ricordo, ad esempio, che quando da adolescente leggevo la versione italiana di The Catcher in the Rye, iconico romanzo di J.D. Salinger tradotto da Adriana Motti nel 1961 in Il Giovane Holden, trovavo il lessico utilizzato, per quanto idiomatico e giovanile, più appartenente a un’epoca passata.

Dopo che la vecchia Sunny se n’era andata, restai per un poco seduto nella poltrona a fumare un paio di sigarette. Fuori faceva giorno. Ragazzi, come mi sentivo infelice. Mi sentivo così depresso che non potete immaginarvelo. […]

Bobby Fallon abitava proprio vicino a noi, nel Maine – questo, anni fa. Ad ogni modo, successe che un giorno Bobby ed io dovevamo andare in bicicletta al Lago Sedebego. Dovevamo portarci la colazione e tutto quanto, e i nostri fucili ad aria compressa – eravamo due ragazzini e via discorrendo, e credevamo di poter sparare a qualche cosa coi nostri fucili ad aria compressa.[6]

Quarta parte di questo articolo >

Autore dell’articolo:
Andrea Facci
Traduttore
Bologna

[5] A.Berman, La Retraduction comme Espace de la Traduction, Presses Sorbonne Nouvelle, Parigi, 1990, p. 1.
[6] J.D. Salinger, Il Giovane Holden, Torino, Einaudi, 1961, p. 116.

La Ritraduzione (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Perché ritradurre?
La ritraduzione è una pratica molto antica e ben consolidata, tanto è vero che nel XVII secolo, Charles Sorel affermava:

[…] c’est le privilège de la traduction de pouvoir être réitérée dans tous les siècles, pour refaire les livres, selon la mode qui court.[2]

Nel panorama letterario di oggi, una sostanziosa percentuale della prassi traduttiva è rappresentata da ritraduzioni. Seguendo il ragionamento di Patrizia Pierini esposto in La Ritraduzione in Prospettiva Teorica e Pratica, scopriamo che:

La ritraduzione ha luogo di solito perché nella cultura di arrivo muta in tutto o in parte la ‘situazione di traduzione’, vale a dire i riceventi, l’uso linguistico, le convenzioni testuali, l’esigenza traduttiva, il contesto nei suoi vari aspetti sociali, politici, economici, culturali. […]

Come altre questioni traduttive, il fenomeno della ritraduzione è da porsi in relazione alla tipologia dei testi […]. Se il testo letterario è il tipo per eccellenza che viene ritradotto, ve ne sono anche altri, come il testo biblico e il testo argomentativo all’interno della comunicazione settoriale.[3]

Nell’ambito della letteratura sacra, in una recente ritraduzione della Bibbia, è stata rivista la versione italiana del Padre Nostro e il cardinale Giuseppe Vetori, in un’intervista ad Avvenire, ha affermato:

  • Perché si scelse proprio quella traduzione?

Non è la traduzione più letterale, ma quella più vicina al contenuto effettivo della preghiera. In italiano, infatti, il verbo indurre non è l’equivalente del latino inducere o del greco eisferein, ma qualcosa in più. Il nostro verbo è costrittivo, mentre quelli latino e greco hanno soltanto un valore concessivo: in pratica lasciar entrare.

  • I francesi hanno tradotto ne nous laisse pas entrer en tentation, cioè, “non lasciarci entrare in tentazione. C’è differenza?

Noi abbiamo scelto una traduzione volutamente più ampia. “Non abbandonarci alla tentazione” può significare “non abbandonarci, affinché non cadiamo nella tentazione” […] ma anche “non abbandonarci alla tentazione quando già siamo nella tentazione”. C’è dunque maggiore ricchezza di significato perché chiediamo a Dio che resti al nostro fianco e ci preservi sia quando stiamo per entrare in tentazione, sia quando vi siamo già dentro.[4]

Terza parte di questo articolo >

Autore dell’articolo:
Andrea Facci
Traduttore
Bologna

[2] Ch. Sorel : Bibliothèque française, Paris, 1664, cap. XI, De la Traduction p. 194 in M. Ballard: De Cicéron à Benjamin. Traducteurs, traductions, réflexions, Lille, Presse Universitaires de Lille, 1992, p. 264.
[3] P. Pierini, La Ritraduzione in Prospettiva Teorica e Pratica in L’Atto del Tradurre. Aspetti Teorici e Pratici della Traduzione, Roma, Bulzoni 1999, p. 51.
[4] https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/ii-padre-nostro-ecco-come-cambia-in-italiano

La Ritraduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Tradurre significa trasferire un messaggio da una lingua di partenza (LP) a una lingua di arrivo (LA). Spesso riprodurre questo messaggio utilizzando le stesse parole è impossibile, dato che le lingue sono sistemi autonomi che funzionano in maniera diversa, sempre influenzate dalla propria cultura.

Come giustamente fa notare Umberto Eco, non è mai possibile dire la stessa cosa in una lingua diversa, tanto è vero che intitola un suo famoso libro sulla traduzione Dire quasi la Stessa Cosa, nel quale afferma:

Supponiamo che in un romanzo inglese un personaggio dica it’s raining cats and dogs. Sciocco sarebbe quel traduttore che, pensando di dire la stessa cosa, traducesse letteralmente piove cani e gatti. Si tradurrà piove a catinelle o piove come Dio la manda. Ma se il romanzo fosse di fantascienza […] e raccontasse che davvero piovono cani e gatti? […] se il personaggio stesse andando dal dottor Freud per raccontargli che soffre di una curiosa ossessione verso cani e gatti […]? Si tradurrebbe […] letteralmente, ma si sarebbe perduta la sfumatura che quell’Uomo dei Gatti è ossessionato anche dalle frasi idiomatiche.[1]

Esiste un numero infinito di variabili che obbligano il traduttore a evitare la strada della traduzione letterale. Le espressioni idiomatiche citate da Eco sono solo una delle innumerevoli sfide che un traduttore deve affrontare quotidianamente.

La traduzione, nel corso dei secoli, ha sempre affascinato gli studiosi della letteratura ma solo negli anni Settanta e Ottanta del Novecento nascono i cosiddetti Translation Studies, studi volti a comprendere le pratiche e le strategie che si celano dietro a questa prassi ormai consolidata. L’interesse si sposta sul processo traduttivo, cercando di chiarire le ragioni che hanno determinato le scelte di un traduttore. La traduzione, finalmente, da questo momento in poi, viene considerata come un atto creativo, un lavoro di reinterpretazione e come opera autonoma rispetto all’originale, e non più come il semplice frutto di un lavoro meccanico che consisteva nel trasferire parole da una lingua all’altra. Inoltre, per la prima volta si passa a osservare la pratica traduttiva, si attribuisce grande importanza alla figura del traduttore che è visto come mediatore culturale in grado di individuare la diversità tra la cultura di partenza e quella di arrivo, sapendosi comportare di conseguenza.

Seconda parte di questo articolo >

Autore dell’articolo:
Andrea Facci
Traduttore
Bologna

[1]U. Eco, Dire Quasi la Stessa Cosa– Esperienze di Traduzione, Bompiani, Milano, 2016, pp. 9-10.

Un traditore invisibile (4)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Terza parte di questo articolo

Un traditore contestualizzato
Per fortuna, quest’idea a mano a mano sta venendo sostituita da un approccio relativista, in cui il pensiero viene considerato come linguisticamente costruito. Da questa prospettiva, i linguaggi rappresentano concetti invece di oggetti e questi concetti prendono forma nella mente dei parlanti indipendentemente dagli oggetti che essi rappresentano. In passato, gli accademici hanno dibattuto sul fatto se fosse possibile trasferire il significato da una lingua all’altra. Gli accademici di oggi, invece, hanno iniziato a chiedersi fin dove sia possibile trasferire un significato, fino a che punto i linguaggi sono formati dalla “natura umana” e fino a che punto sono plasmati dalla cultura.
Seguendo queste idee e tenendo in considerazione l’ambiente in cui si trova il traduttore, egli non appare più come “traditore”. Oggi ci rendiamo conto quanto veniamo influenzati dal momento storico, dalla cultura e dalla società in cui ci troviamo. Sappiamo anche che prima di tradurre un testo è necessario contestualizzarlo, identificare il periodo, il luogo e le circostanze in cui è stato scritto. Rosemary Arrojo descrive questo processo nel suo libro “Oficina de tradução” (“Laboratorio di traduzione”):

Il testo, così come il segno, smette di essere una rappresentazione “fedele” di un oggetto immutabile capace di esistere al di fuori dell’infinito labirinto del linguaggio, diventando una macchina di significati potenziali. Dunque, l’immagine prototipica del testo “originale” smette di assomigliare ad una sequenza di recipienti che trasportano un contenuto determinabile e completamente recuperabile. Invece di prendere in considerazione il testo, o il segno, come recipiente in cui il “contenuto” può essere depositato e tenuto sotto controllo, suggerisco che la sua immagine prototipica diventi quella di un palinsesto, parola che deriva dal greco palimpsestos (“strofinare una superficie per farla tornare liscia”) e che si riferiva ad un “materiale di scrittura antico, in particolare alla pergamena, che a causa della sua scarsità o del suo prezzo elevato, veniva usato due o tre volte [...] rimuovendo ogni volta il testo scritto in precedenza”.
Metaforicamente, nel nostro “laboratorio”, il “palinsesto” diventa il testo rimosso in ogni comunità culturale e in ogni epoca, in modo tale da lasciare il posto ad un nuovo scritto (o ad una nuova interpretazione, lettura o traduzione) dello “stesso” testo.
Considerati da questo punto di vista, i traduttori non sembrano più traditori, bensì persone responsabili dell’adattamento del testo originale al contesto sociale e storico attuale.

Il lavoro di traduzione sta finalmente ottenendo l’apprezzamento che merita. Le persone e le aziende richiedono lavori di qualità superiore, ma si rendono conto delle difficoltà coinvolte in questo processo. Ogni branca della traduzione (letteraria, legale, informatica, adattamento di film, programmi TV e video) ha le sue peculiarità, come ad esempio l’impiego di strumenti particolari, i limiti dettati da spazio e tempo, la traduzione di un testo originale scritto da un parlante non madrelingua e così via. Questi aspetti, associati ad una domanda sempre crescente data dalla globalizzazione, hanno messo in risalto le domande poste in precedenza e hanno dimostrato come in realtà la traduzione sia di fatto un processo molto complesso e specializzato.
Quindi, quando l’irritante cognato viene a trovarvi con il manuale d’istruzioni del suo ultimo apparecchio elettronico, dibattete riguardo alle questioni filosofiche che abbiamo preso in considerazione in questo articolo. E alla fine, preventivate il costo della vostra traduzione. Vi assicuro che rinuncerà molto presto.

Fonte: Articolo scritto da Claudia Moreira e pubblicato su Translation Directory

Traduzione a cura di:
Federica Veggiotti
Laurea in Lingue Straniere Moderne
Master in traduzione specializzata per adattamento dialoghi e sottotitolaggio

Un traditore invisibile (3)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Il nostro compito è quello di trasmettere il significato del testo di partenza, tenendo presente che non sempre è possibile trovare equivalenti esatti. Ad esempio, in polacco, la parola “tavolo” non ha un solo corrispondente, ma due: stól (che indica un tavolo da pranzo) e stolik (che indica invece un tavolino da caffè o un tavolino porta telefono). In questo caso, così come in molti altri in cui non possiamo semplicemente scambiare una parola con un’altra, siamo costretti ad adattare il testo. La traduzione è un complesso processo mentale di sostituzione di significati in cui operiamo continuamente delle scelte basandoci sul nostro stile di vita attuale, sul Paese in cui viviamo, sulla nostra storia di vita e anche sulle nostre esperienze pregresse.

Differenze linguistiche a parte, ci sono una serie di altre differenze che il traduttore deve tenere in considerazione. Alcune di queste travolgono ogni traduttore, come, ad esempio, il contesto storico e sociale. A titolo esemplificativo, di recente la TV via cavo ha trasmesso una miniserie sul movimento rap negli Stati Uniti. Posso solo immaginare quanto sia stato difficile sottotitolarla, date le enormi differenze culturali presenti. Ovviamente il portoghese parlato in Brasile presenta delle varianti che riflettono il contesto sociale dei suoi parlanti, ma a differenza del rap negli Stati Uniti, queste varianti non sono intenzionali. Negli Stati Uniti, il linguaggio del rap viene spesso usato come forma di protesta. Anche se il traduttore opta per un linguaggio più informale e gergale, questo non basta a cogliere il contesto sociale complessivo del rap. Anche il contesto storico influenza la creazione del testo tradotto. Se i testi di Shakespeare o Cervantes venissero tradotti oggi, di sicuro i testi di arrivo sarebbero molto diversi dalle traduzioni fatte anche solo qualche decennio fa.

L’idea che la traduzione sia un semplice scambio di significato implica un’altra supposizione, ovvero che il traduttore sia in grado di leggere nella mente dell’autore e convertire quello che quest’ultimo pensa in un’altra lingua. Tuttavia, nessun lettore, traduttori inclusi, è capace di recepire alla perfezione ciò che un autore intendeva dire. Ogni lettura che facciamo viene influenzata in ugual modo dal nostro grado di educazione, dall’ambiente in cui viviamo e dal momento presente.

Tenendo in considerazione questi fattori, è difficile credere che il traduttore sia un essere invisibile: anche il testo più scorrevole viene fortemente influenzato dall’ambiente che lo circonda. Nessun traduttore lavora semplicemente scambiando le parole. Il nostro lavoro comporta un adattamento e un trasferimento del significato delle parole dell’autore nella realtà locale e non è quindi un caso che la traduzione di software venga chiamata “localizzazione”, in altre parole: “adattamento a modelli locali”.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Claudia Moreira e pubblicato su Translation Directory

Traduzione a cura di:
Federica Veggiotti
Laurea in Lingue Straniere Moderne
Master in traduzione specializzata per adattamento dialoghi e sottotitolaggio

Un traditore invisibile (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Chi di noi non ha un parente o un amico che compare di tanto in tanto per mostrarci il manuale d’istruzioni di un qualche apparecchio elettronico per chiederci se fosse possibile farne una veloce traduzione? A me è capitato diverse volte e ormai ho trovato un modo per uscire da questa situazione: do un’occhiata al manuale, ne conto le pagine e comunico quanto verrebbe a costare la mia “veloce traduzione”. Nella maggior parte dei casi questo è sufficiente a scoraggiare l’amico o il parente sfacciato.

Il risultato di questo comportamento (che possiamo definire universale) è credere che la traduzione sia un lavoro poco impegnativo. Si presume che tradurre sia facile; la gente pensa che la traduzione sia poco più di un processo automatico e meccanico in cui si fa corrispondere parola per parola il contenuto del testo di partenza (processo in cui solo “l’involucro” viene sostituito). Un’altra nefasta conseguenza della diffusione a lungo termine di questa convinzione è che i lavori di traduzione vengono sottopagati. L’idea che tradurre sia un gioco da ragazzi porta i clienti a preventivare costi contenuti ed è normale che sia le aziende sia i privati rimangano meravigliati davanti ai prezzi praticati: non sono preparati a pagare la cifra adeguata al lavoro richiesto.

Un’invisibilità impossibile
Un altro nodo centrale di questo articolo riguarda l’idea dell’invisibilità del traduttore. Questo concetto spesso trova riscontro nelle indicazioni che il traduttore deve seguire, all’incirca sulla falsa riga di queste: “riproduci integralmente il concetto del testo di partenza, segui alla lettera lo stile dell’originale e assicurati che la traduzione abbia la stessa scorrevolezza e naturalezza del testo originale”. Per la maggior parte dei critici, una buona traduzione è quella che non sembra affatto tale ed è quella in cui il traduttore riesce a rendere il senso del testo originale. Questo atteggiamento nega completamente l’intervento essenziale del traduttore nel testo.

Nella realtà, ovviamente, il nostro lavoro è leggermente più complicato di una semplice sostituzione di parole, come se fossero mattoni: è qualcosa di molto più complesso e impegnativo. È uno scambio di significati. Se la traduzione fosse un’operazione semplice, i programmi di traduzione automatica sarebbero in grado di svolgere questo compito, ma dal momento che è necessario scambiare e modificare significati, soprattutto per raggiungere la così bramata scorrevolezza nella lingua di arrivo, niente è allo stesso livello del pensiero e della capacità di astrazione degli esseri umani.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Claudia Moreira e pubblicato su Translation Directory

Traduzione a cura di:
Federica Veggiotti
Laurea in Lingue Straniere Moderne
Master in traduzione specializzata per adattamento dialoghi e sottotitolaggio

Un traditore invisibile

 Categoria: Tecniche di traduzione

Un noto detto italiano recita: “Traduttore, traditore”. È un detto che lascia sottintendere che questa subdola specie è geneticamente incapace di rimanere fedele al testo di partenza. Per molte persone, una buona traduzione è quella che non sembra affatto tale. In altre parole, il traduttore dovrebbe essere invisibile, limitando il proprio lavoro alla trasmissione del messaggio originale in uno stile scorrevole e naturale.

Questi luoghi comuni hanno suscitato le domande che mi hanno portata a scrivere questo articolo. Siamo davvero tutti traditori occulti che devono restare invisibili affinché il nostro lavoro sia minimamente accettabile? Perché le persone, di norma, prendono in considerazione queste credenze e che rilevanza hanno nella nostra professione?

Partiamo dal detto “Traduttore, traditore”. Le persone che sono in grado di leggere testi o guardare film in lingua originale quasi sempre si lamentano della qualità della traduzione di libri e sottotitoli. Chi di noi non ha mai sentito qualcuno brontolare durante una proiezione al cinema: “Hmm, non è esattamente ciò che ha detto quel personaggio: il traduttore è inutile”?

La maggior parte di coloro che fanno questo tipo di commenti sono ignari delle difficoltà inerenti alla traduzione audiovisiva. Oltre a doversi attenere ai dialoghi e avere una profonda conoscenza del Paese e della cultura in cui la storia è ambientata, il sottotitolatore è vincolato dalle scene. Dal momento che un sottotitolo non può rimanere a cavallo tra due scene, lo spettatore dev’essere in grado di poter leggere la traduzione del dialogo all’interno della scena stessa.

Senza dubbio, talvolta, il pubblico amatoriale ha ragione. Dopotutto, esistono traduzioni audiovisive pessime che si prestano a diventare candidate ideali per programmi di papere ed errori in TV, ma i traduttori audiovisivi, inclusi coloro che traducono programmi TV o più semplicemente video, seppure con qualche differenza, sono costretti a tagliare drasticamente i discorsi, limitando il contenuto dei sottotitoli alla trasmissione del concetto di base. Di conseguenza, la traduzione audiovisiva (sia che si tratti di doppiaggio o sottotitolaggio) si avvicina molto di più a un adattamento che a una trascrizione nella lingua di arrivo.

Dal momento che la maggior parte delle persone pensa che il processo traduttivo sia un semplice scambio di parole da una lingua all’altra, è normale che giungano all’orecchio del traduttore commenti che in sostanza sottovalutano il suo lavoro. Se fosse davvero così facile fare una traduzione i programmi informatici ci avrebbero rimpiazzati da tempo e la traduzione non sarebbe più un faticoso lavoro intellettuale, cosa che in realtà è.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Claudia Moreira e pubblicato su Translation Directory

Traduzione a cura di:
Federica Veggiotti
Laurea in Lingue Straniere Moderne
Master in traduzione specializzata per adattamento dialoghi e sottotitolaggio

Creare “quasi” la stessa sfumatura (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Per chi non si interessasse di traduzione fumettistica, premetto che la dimensione ridotta delle vignette richiede spesso degli adattamenti del testo all’immagine, che riducono lo spazio fisico di intervento del traduttore. Il traduttore è così impegnato in primis in un processo di rielaborazione creativa del testo, al fine di limitare le perdite provocate dalla rielaborazione stessa. Questo implica che la sua attenzione sia rivolta allo studio del testo e alla sua riproduzione in un’altra lingua e, parallelamente, a convenzioni formali proprie del linguaggio del fumetto, dove testo e immagine dialogano in un rapporto di interdipendenza. Il suddetto graphic novel (“Idiotizadas” di Raquel Córcoles) ha come protagoniste delle ragazze sulla trentina, la cui parlata attinge a un registro molto informale e colloquiale della lingua, talvolta volutamente volgare e cacofonico, per sottolineare una serie di contraddizioni sociali contro cui il movimento femminista lotta per ottenere l’effettiva parità dei sessi.

Quando si realizza con espressioni volgari, il loro linguaggio presenta espressioni di natura irriverente, perlopiù legate al tabù del sesso, che pongono al traduttore dei dubbi di natura morale. Ci si chiede se sia il caso di tradurre senza adattamenti, mantenendo la fedeltà letterale al testo di partenza, se sia il caso di attenuare l’elemento volgare o di sostituirlo con espressioni non marcate. La strategia che ho adottato è stata quella di raccogliere e valutare gli indizi sul testo che potessero rivelare gli scopi soggiacenti alle scelte lessicali dell’autrice, nonché ragionare sull’impatto che il testo avrebbe potuto avere sul mercato italiano, in caso di pubblicazione. Laddove fosse necessario adattare il testo, ho attenuato qualche espressione, ma nella maggior parte dei casi ho ritenuto importante mantenermi fedele al tono del testo di partenza, allo scopo di allinearmi con la volontà dell’autrice di criticare i pilastri della società maschilista, utilizzando di tanto in tanto delle espressioni decisamente malsonanti per il lettore italiano.

Da tutto ciò si possono evincere le difficoltà inerenti alla traduzione: dimostrare che tradurre non è dire la stessa cosa in un’altra lingua; dimostrare che tradurre implica una forte sensibilità e passione per le lingue e le culture coinvolte; dimostrare che tradurre richiede una raccolta di indizi a livello di superficie e di nucleo interno, come se il traduttore fosse l’investigatore Poirot che deve ascoltare la voce dell’autore, cercando di radunare tutti gli elementi utili a rendere il caso comprensibile ai lettori di un’altra cultura. L’ostacolo più arduo sta nel mostrare che il “quasi” di cui parlava il maestro Eco cela la gamma delle sfumature invisibili agli occhi del lettore (non attento) di una traduzione; sfumature che solo i traduttori, collaborando come classe professionale, possono portare alla luce, per far sì che alla traduzione venga riconosciuta la dignità che merita.

Autrice dell’articolo:
Valentina Simonella
Traduttrice freelance EN>IT, ES>IT, PT>IT
Roma

Creare “quasi” la stessa sfumatura

 Categoria: Tecniche di traduzione

Un giorno mi sono posta una domanda. Dentro di me ribolliva il dubbio di non aver scelto il percorso di studi adeguato. Adeguato ai tempi, alle richieste del mercato, alle aspirazioni su cui avevo fantasticato sin da bambina? Ancora non so darmi una risposta precisa. Forse ho dato troppo spazio alle insicurezze alimentate da affermazioni come “lo spagnolo è facile”, “per parlare spagnolo basta aggiungere la -s”, “anche io mastico bene le lingue”, “mio cugino ha studiato qualche mese in (paese a caso) e adesso anche lui fa traduzioni, è bravo”. L’ignoranza e la mancanza di consapevolezza imperanti in conversazioni di questo tipo mi turbavano, perché temevo di aver preso una scelta (accademica) sbagliata. Poi sono cresciuta e ho imparato che il senso di appagamento nasce con lo svolgimento di attività che toccano l’essenza di un individuo, quelle passioni talvolta innate, talvolta approfondite nel corso del tempo da interessi inizialmente scolastici o di altra natura, che possono trasformarsi in un’attività lavorativa costruttiva per l’io interiore.

Ed eccomi qua, a scrivere di traduzione e a inneggiarla, in una società che, purtroppo, non riconosce ancora un grado di dignità professionale piena al traduttore, tale da assicurargli un futuro sicuro sul piano economico. Ma chi decide di investire le proprie energie sulla traduzione, in realtà, lo fa perché probabilmente ha sviluppato un desiderio di scavare a fondo l’impalcatura superficiale di una lingua e vedere quali reperti essa celi nei piani sottostanti. Quello che Umberto Eco avrebbe definito “il senso profondo”, che in questa sede definirei l’“anima” nascosta di un testo. Lo stesso Eco, nella sacrosanta opera “Dire quasi la stessa cosa” dà un imprinting al traduttore, avvertendolo di tenere a mente che la traduzione non implica solo un trasferimento degli aspetti superficiali di un testo da una lingua ad un’altra, ma che tali contenuti sono intrisi di un sapore culturale proprio delle lingue e delle culture coinvolte nello scambio di informazioni. Pertanto, tradurre non equivale a “masticare una lingua”, a “sapersi arrangiare” ed esprimere con espressioni equivalenti un concetto in una lingua diversa dalla lingua di partenza. Tradurre è dire “quasi” la stessa cosa nella lingua d’arrivo. Quel “quasi” nasconde un universo, quell’universo che rivela con veemenza che ogni lingua ha dei caratteri linguistici e culturali propri, che attendono di essere indagati con curiosità, passione, costanza, talvolta ironia.

Il campo della traduzione è aperto a generi testuali variegati; un traduttore, pertanto, può trovarsi a tradurre un testo di taglio tecnico, scientifico, editoriale e via dicendo, ciascuno con le proprie convenzioni stilistiche e contenutistiche da osservare e riprodurre in un’altra lingua. Ma cosa succede quando quelle stesse convenzioni richiedono degli aggiustamenti da una lingua/cultura a un’altra? Cosa succede quando tali aggiustamenti sono necessari in virtù di una differente percezione dei valori fondanti di una cultura? Mi sono scontrata con questo dubbio quando mi sono trovata a tradurre, per la mia tesi di laurea, un graphic novel spagnolo di stampo femminista.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Valentina Simonella
Traduttrice freelance EN>IT, ES>IT, PT>IT
Roma