L’arte del tradurre (5)

 Categoria: Storia della traduzione

< Quarta parte di questo articolo

6. Conclusione: comprendere è tradurre
Stando a quanto scrive il filosofo francese Paul Ricœur nel saggio Il Paradigma della Traduzione [1], poiché la traduzione esiste, ne consegue che essa è possibile. E se quest’ultima è possibile è perché esistono delle strutture che nascondono una lingua originaria perduta che bisogna decifrare per poter poi ricostruire. Posti di fronte al problema della traduzione, esistono due procedimenti possibili: il trasferimento del messaggio verbale da una lingua all’altra oppure l’interpretazione di ogni significante di una stessa lingua. Sempre l’illustre Ricœur distoglie l’attenzione dal classico dilemma traducibile vs. intraducibile, per portare l’attenzione sull’alternativa fedeltà vs. tradimento, che si verifica ogniqualvolta ci sia da tradurre.

Ma fedeltà verso cosa?
Fedeltà rispetto al linguaggio che deve riuscire a non tradire il segreto che cela il testo originale.
Una traduzione considerata buona, infatti, mira ad ottenere un’equivalenza che sia presunta, ricercata o elaborata. Ciò che sostiene Ricœur è che, sebbene non esista un criterio assoluto per giudicare una traduzione, l’unico modo per criticare una traduzione è quello di proporne un’altra, che deve essere, anche se non per forza considerata migliore, almeno diversa.

In un certo senso, tradurre è «portare il lettore all’autore» e «portare l’autore al lettore» o, per dirla in altro modo, «tradurre è servire due padroni», sia lo straniero nel suo desiderio di impadronirsi del diverso, sia il lettore nel suo desiderio di conoscere. Inoltre, la traduzione non deve essere percepita come una minaccia verso la nostra identità linguistica, ma come un allargamento di orizzonte della propria lingua e di tutte le sue risorse. Questo perché la traduzione non è solo un mero lavoro intellettuale, teorico e pratico, ma riguarda anche il problema etico, sfiorando il rischio di tradire quella che Ricœur chiama l’ospitalità linguistica.

Chapeau quindi a tutti coloro che riescono a trovare un equilibrio fra le due sempiterne questioni della traduzione: l’ospitalità linguistica, appunto, e il lavoro della lingua su se stessa.

Autrice dell’articolo:
Francesca Peracchione
Freelance translator
Genova


[1] Paul RICŒUR, Le paradigme de la traduction (1999). Esprit 253 : 9-19.

L’arte del tradurre (4)

 Categoria: Storia della traduzione

< Terza parte di questo articolo

5. Tradurre i modi di dire
Per restare fedeli al testo originale e all’effetto che deve avere riguardo all’espressività, i traduttori possono appellarsi ad una licenza interpretativa detta rifacimento: processo in seguito al quale è quasi impossibile ritornare alla lingua di partenza. Essendo questo principio un classico esempio di target oriented, il traduttore non deve esitare a riconcepire ed a riscrivere completamente il testo (o parte di esso) sia per permettere al lettore di capire lingua e contesto del testo di partenza, sia per dare un contributo e arricchire la lingua d’arrivo. Allo stesso modo, l’operazione della modulazione permette di compiere variazioni non solo sul piano della forma ma anche su quello del discorso. Detto in parole semplici è la soluzione lampante che fa dire al traduttore “così si direbbe in italiano in una situazione di questo tipo” (J. Podeur, 2002).

L’unica pecca è che questo processo consente di formulare una frase corretta dal punto di vista grammaticale a scapito dell’originale génie. Quando le modulazioni entrano a far parte dell’uso comune vengono registrate sui dizionari, e quindi lessicalizzate, annullano il lavoro del traduttore. Purtroppo, però, i problemi si creano di fronte alla necessità di tradurre modi di dire, metafore, cliché e diverse espressioni di registro familiare: bisogna sempre tener conto di quale scelta sia più in armonia con il contesto, con lo stile dell’autore e con la capacità – da parte del traduttore – di rappresentare la stessa situazione in due culture diverse e di lessicalizzarla nel modo più appropriato.

Le modulazioni lessicalizzate possono spesso porre problemi per quanto riguarda il senso, il registro e la frequenza, tanto che a volte si innesca una vera e propria serie di modulazioni a catena. Dal momento che due lingue affini ma pertanto diverse come l’italiano e il francese vedono l’una una similitudine laddove la seconda ne vede un’altra, ciò che interessa sia similitudine che metafora, è il comparant, termine comune a entrambe le figure. Il procedimento di modulazione è largamente utilizzato dai traduttori quando si tratta di tradurre metafore o cliché e, in questi casi, si procede alla riformulazione morfo-sintattica quando la traduzione letterale non è possibile.

Quelli che rappresentano un vero problema di traduzione sono i cliché, ovvero delle metafore culturali che risultano molto chiare all’autore, ma un po’ meno al lettore; in questo caso, per non dire che sono del tutto intraducibili, è possibile aggiungere una nota esplicativa.
I procedimenti di cui si è parlato finora entrano in gioco quando c’è la necessità di far luce su avvenimenti particolari e nomi proprio del tutto sconosciuti al lettore; bisogna ammettere che purtroppo causano un notevole appiattimento stilistico, a meno che il traduttore non abbia la prontezza di sostituirli con elementi tipici del testo d’arrivo.

Quinta parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Francesca Peracchione
Freelance translator
Genova

L’arte del tradurre (3)

 Categoria: Storia della traduzione

< Seconda parte di questo articolo

3. Di cultura in cultura
Il filosofo Lefevere [1] (1992 : XIV) sostiene che “il linguaggio è forse il meno importante” ed infatti, la traduzione non va vista come un mero passaggio da una lingua all’altra, ma come un ponte tra due culture, o due enciclopedie. Ciò che il traduttore non deve mai perdere di vista sono gli elementi culturali, ancor prima delle regole linguistiche. Non è sicuramente il nostro caso, ma il lettore di opere di epoche passate deve avere consapevolezza del lessico e dell’entourage dell’autore. La traduzione può essere di due tipi: source oriented, quindi orientata al testo di partenza, o target oriented, vale a dire orientata verso il testo di arrivo. La sostanziale differenza tra questi due diversi generi di traduzione ha come scopo di permettere al lettore di immedesimarsi nell’ epoca o nella cultura del testo originale, o renderli anche solo accessibili.

Una buona traduzione dà al lettore la chiave d’accesso per entrare nell’universo linguistico e culturale del testo di partenza e per renderlo accettabile. Questo è un punto cruciale quando si fa riferimento a testi lontani nel tempo e nello spazio, ma non deve essere trascurato nemmeno quando si tratta di testi moderni.

4. I passaggi traduttivi
Secondo Podeur[2] (2002), sette sono i procedimenti centrali all’operazione traduttiva.
I primi tre sono detti di traduzione diretta o “falsi procedimenti”, in quanto sono vere proprie operazioni traduttive:

  • Il prestito: parola che una lingua prende in prestito da un’altra senza tradurla (J. Podeur, 2002, pag. 8).
  • Il calco: prestito di un sintagma straniero con traduzione letterale dei suoi elementi (J. Podeur, 2002, pag. 6).
  • La traduzione letterale: la traduzione letterale o ‘parola per parola’ sta a designare il passaggio traduttivo che porta a un testo corretto e idiomatico senza che il traduttore debba preoccuparsi d’altro se non degli obblighi linguistici (J. Podeur, 2002, pag. 48).

Gli altri quattro sono procedimenti di traduzione obliqua perché comportano una variazione lessicale, morfosintattica e – a volte – di punto di vista:

  • La trasposizione: procedimento con il quale un signifié cambia categoria grammaticale (J. Podeur, 2002, pag. 16).
  • La modulazione: variazione ottenuta cambiando il punto di vista e le categorie di pensiero (J. Podeur, 2002, pag. 11).
  • L’equivalenza: procedimento che rende conto di una stessa situazione ricorrendo ad una espressione completamente diversa (J. Podeur, 2002, pagg. 8-9).
  • L’adattamento: uso di un’equivalenza riconosciuta tra due situazioni (J. Podeur, 2002, pag. 4).

Quarta parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Francesca Peracchione
Freelance translator
Genova


[1] André LEFEVERE, Traduzione e riscrittura. La manipolazione della fama letteraria, a cura di Margherita Ulrych, Utet, Torino 1998, II ed.
[2] Josiane PODEUR, La pratica della traduzione. Dal francese in italiano e dall’italiano al francese, Napoli, Liguori Editore, 2002.

L’arte del tradurre (2)

 Categoria: Storia della traduzione

< Prima parte di questo articolo

2. Scendere a compromessi con il testo
Prima di iniziare una traduzione, è d’uopo procedere all’analisi di quest’ultimo dal punto di vista sintattico, semantico, grammaticale e anche dei contenuti. Ciononostante, bisogna tenere conto del fatto che spesso gli scrittori fanno scelte stilistiche marcate che contravvengono ai dettami della grammatica. Non bisogna poi mai perdere di vista il fatto che l’autore sia il solo a poter autorizzare eventuali modifiche del traduttore, purché non venga intaccato il significato generale dell’opera. Le modifiche possono andare dalla sostituzione di una parola all’omissione di un intero brano, a patto che le perdite vengano compensate.

Spesso il traduttore sente forte la tentazione di aiutare l’autore e cerca di sostituirsi a lui: il risultato porterà ad un’opera perfetta ma non ad una perfetta traduzione. Talvolta tradurre significa voltare le spalle alla propria lingua per evitare che produca effetti di senso che nel senso originale non erano stati previsti.

Nel libro Dire quasi la stessa cosa[1], Eco sostiene che “la traduzione, come ogni interpretazione è una chiarificazione enfatizzante” ed analizza alcuni casi di ambiguità, causati a volte dall’autore a volte dal traduttore. Quello più interessante e pertinente al nostro discorso è il caso in cui l’autore originario ha commesso un peccato di non voluta ambiguità: in questo caso non possiamo non citare i nomi propri di personaggi e luoghi. Sempre Eco suggerisce che, quando l’errore da parte dell’autore non è intenzionale, è possibile farglielo notare per poter chiarire meglio cosa intendeva dire e, magari, permettergli di riformulare in un’edizione successiva dell’opera.

Ci sono poi casi in cui il traduttore è vincolato da una scelta letteraria obbligatoria, cercando di rendere l’effetto di senso complessivo a scapito, ad esempio, di giochi di parole. Per prima cosa, quindi, è necessaria una standardizzazione della lingua di partenza: cercare di capire cosa l’autore volesse dire è il punto di partenza di ogni traduzione.

Esiste anche il caso in cui il traduttore perde qualcosa, come da sempre succede a chi tenta di tradurre: si perde perché non esiste il corrispettivo nella lingua d’arrivo, ma si guadagna qualcos’altro perché ci si scervella per parafrasarlo e per far sì che susciti lo stesso effetto nel lettore italiano.

Terza parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Francesca Peracchione
Freelance translator
Genova


[1] Umberto ECO, Dire quasi la stessa cosa, Bergamo, Tascabili Bompiani, 2012

L’arte del tradurre

 Categoria: Storia della traduzione

1. La traduzione come scienza linguistica
La teoria della traduzione è stata – a partire dalla seconda guerra mondiale – ricca di controversie da parte dei grandi traduttori che si sono più volte interrogati su questa particolare “arte”: la continua lotta tra il bisogno di conservare l’originaria fedeltà e l’eccitante scoperta che il testo potesse trasformarsi nel momento in cui veniva trasposto in un’altra lingua (spesso con l’intenzione di migliorarlo). È proprio negli anni Cinquanta che la letteratura teorica sulla traduzione inizia un vero e proprio percorso di auto riflessione con lo scopo di fornire agli esperti una serie di utili strumenti pedagogici. Questo percorso prenderà poi una piega più scientifica, consentendo alla traduzione di diventare una vera e propria scienza linguistica.

Gli studi dell’americano Eugene A. Nida portano alla conclusione che il lettore della traduzione deve reagire allo stesso modo del lettore del testo originale, ponendo quindi l’attenzione sul testo comunicativo e sulle reali intenzioni del testo, quello che vuole esprimere in rapporto alla lingua e al contesto di partenza.

Si può quindi dedurre che l’atto del tradurre consiste innanzi tutto nel decodificare il sistema interno di una lingua e la struttura del testo nella lingua di partenza, al fine di poter creare una copia del sistema testuale che abbia gli stessi effetti sul lettore di arrivo. Una buona traduzione è convincente dal punto di vista stilistico, metrico, fonosimbolico e anche da quello degli originali effetti sull’emotività del lettore.

Ciò che aumenta esponenzialmente la difficoltà della traduzione sono gli ambiti che differenziano le diverse culture, per i quali bisogna avere sempre un occhio di riguardo: l’ecologia, la cultura materiale, la cultura sociale, quella religiosa e quella linguistica (Nida, 1945) [1].

Lo sviluppo di diversi interessi semiotici e l’espansione dell’informatica sono fenomeni che spingono un numero sempre maggiore di traduttori ad usare procedimenti come il transcodage e la negoziazione, processo attraverso il quale, per ottenere qualcosa bisogna rinunciare a qualcos’altro. Tradurre significa sempre rinunciare ad alcune delle sfumature che il testo di partenza implica: l’interpretazione iniziale deve stabilire quali e quante delle possibili scelte possano essere omesse. Anche se la negoziazione non sempre appaga equamente le due parti in gioco, non bisogna mai allontanarsi troppo dal proposito iniziale. Dando per scontato che il contenuto espresso da una parola sia tutto ciò che corrisponde ad una determinata “voce” di un dizionario, bisogna tenere conto delle varie accezioni della parola stessa, non solo per quanto riguarda l’aspetto lessicale, ma anche quello sintattico, morfologico, di relazione tra suono e grafia, ecc. Spesso queste non possono essere sostituite con un sinonimo “secco”, ma con una definizione, una parafrasi o un esempio. Proprio per questo motivo, bisogna disambiguare il contesto per poter capire quale termine equivalente possa essere scelto per la lingua d’arrivo. Erroneamente, i “non addetti ai lavori” potrebbero essere portati a pensare che la traduzione letterale francese/italiano sia un semplice esercizio di sostituzione terminologica, dato che si tratta di due lingue discendenti dallo stesso ceppo latino e da culture affini.

Si può dire che, in generale, le due lingue sono false amiche.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Francesca Peracchione
Freelance translator
Genova


[1] Eugene A. NIDA, Theory and practice of Translation, Leiden, 1969.

Viaggio nella storia della traduzione (2)

 Categoria: Storia della traduzione

< Prima parte di questo articolo

La traduzione e la scoperta dell’America
La popolarità dei traduttori continuò a crescere con la scoperta d’America risultando imprescindibile nei viaggi colombiani per comunicare con gli indigeni e, come conseguenza, le autorità spagnole si videro obbligate a regolare il lavoro degli interpreti. Questo processo di regolazione può definirsi come punto di partenza di ciò che attualmente conosciamo come traduttori e interpreti giurati, nominati da un’autorità e regolati da una normativa specifica.

Alla fine della conquista e agli albori della colonizzazione, la formazione di traduttori e interpreti continuò il suo processo di istituzionalizzazione e per la prima volta nell’anno 1563 si menzionò il concetto di “interpreti che giurano”, che faceva riferimento a quegli individui del Nuovo Mondo che rendevano possibili mediante il linguaggio parlato e la comunicazione interlinguistica le relazioni commerciali tra i colonizzatori e i nativi.

Una volta “civilizzato” il continente americano, la traduzione continua la sua “conquista” storica raggiungendo un impulso e uno sviluppo sociale e culturale di grande magnitudo grazie alla rivoluzione rinascimentale: la scoperta della stampa, che apporta nuove sfumature e suppone la diffusione della conoscenza e la cultura a tutti i mezzi, a tutti i gruppi sociali e a tutte le lingue. Un risultato storico in cui la traduzione svolse un ruolo fondamentale, riuscendo, a partire da allora, a cambiare anche la visione del mondo.

Durante i secoli successivi, continuarono ad ampliarsi gli orizzonti commerciali ed economici, contribuendo alla diffusione dell’attività traduttologica in relazione di simbiosi totale, in cui la maggiore beneficiaria fu la cultura e chi si nutriva di essa.

La traduzione nell’epoca attuale
Durante i secoli XX e XXI, la traduzione di testi specialistici conferisce a questa attività la categoria di disciplina scientifica, mettendo la spilla finale all’ultimo periodo di evoluzione storica traduttologica: l’era della traduzione e dell’interpretazione propriamente detta. I mezzi di comunicazione, le tecnologie dell’informazione, i processi di globalizzazione, le nuove domande di mercato e la massima espansione del commercio internazionale rappresentano a titolo enunciativo le nuove sfide di una professione che si è evoluta di pari passo con il genere umano, si è adattata alle sue necessità e, oggi più che mai, è necessaria per qualunque atto quotidiano e formale: per poter vedere le nostre serie preferite, leggere i nostri autori preferiti, trovare o ricoprire un posto di lavoro in un Paese straniero, realizzare studi in un’Università fuori dalla Spagna, costituire una società in un Paese emergente e anche per assistere ad un Congresso e comprendere i conferenzieri stranieri.

Se ci fermiamo per un attimo e osserviamo intorno a noi, ci renderemo conto che la traduzione è parte della nostra vita quotidiana.

Fonte: Articolo scritto da Carolina Balsa Cirrito e pubblicato il 29 aprile 2014 sul sito Traductores Oficiales

Traduzione a cura di:
Erika Corso
Studentessa Universitaria
Università degli studi di Ferrara

Viaggio nella storia della traduzione

 Categoria: Storia della traduzione

Vista la necessità intrinseca all’essere umano di relazionarsi e comunicare, la figura del traduttore e/o interprete inizia a forgiarsi quasi parallelamente alla nascita della storia dell’umanità, e la sua evoluzione e il suo sviluppo sembrano andare di pari passo, in funzione delle necessità comunicative di ogni fase storica. Attraverso un’analisi cronologica vogliamo offrire una visione dell’evoluzione storica della figura dell’interprete, precursore di questa attività, e del traduttore, che è apparso posteriormente.

La storia della traduzione- Inizi
Le prime civiltà erano caratterizzate dalla presenza nei loro gruppi sociali di una sorta di mediatori culturali, colti e, ovviamente, conoscitori delle lingue di differenti regioni vicine che iniziarono a forgiare caste di traduttori nella cultura egizia e romana, svolgendo un lavoro principalmente orale e comunicativo.

Con il passare dei secoli e vista la necessità di estendere e rendere accessibile “la parola di Dio” e diffondere i testi sacri, i sacerdoti assunsero la funzione di traduttori che iniziò come tecnica orale per poi evolversi in traduzione scritta. Non si può compiere questa analisi storica senza menzionare il patrono dei Traduttori e Interpreti, San Girolamo, il primo traduttore conosciuto che tradusse la Bibbia nel latino volgare e, in più, fu la prima persona conosciuta a riflettere e scrivere sul metodo di tradurre.

Se continuiamo a viaggiare verso la Spagna medievale, osserviamo che la traduzione godeva di una immensa importanza, dato che il territorio conquistato nel 711 dai musulmani diventa poco a poco il centro di radiazione culturale del Mediterraneo per la sua situazione peculiare tra tre mondi: l’arabo, l’ebraico e il cristiano. La città di Toledo era il fedele riflesso di convivenza di queste tre culture, convertendosi in un nuovo centro di diffusione e fondando nel XII secolo, la “Scuola di Traduttori”, il primo passo verso la costituzione della professione.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Carolina Balsa Cirrito e pubblicato il 29 aprile 2014 sul sito Traductores Oficiales

Traduzione a cura di:
Erika Corso
Studentessa Universitaria
Università degli studi di Ferrara

La traduzione e i rifacimenti nel Medioevo (2)

 Categoria: Storia della traduzione

< Prima parte di questo articolo

Parlando di Medioevo è opportuno tenere presente alcune caratteristiche fondamentali, che riguardano tanto la traduzione come la tradizione dei testi.

Bisogna in sostanza tener conto di due aspetti:

Secondo Paolo Folena possiamo distinguere tra traduzione “orizzontale” comprendente le traduzioni tra lingue volgari, e traduzioni “verticali”, ovvero traduzioni volgarizzate partendo dalla lingua Latina.

L’altra osservazione riguarda la tradizione manoscritta dei testi Medioevali, messa in luce da Alberto Vàrvaro, in cui si distingue tra “tradizione attiva” e“tradizione quiescente”.

La prima riguarda la mancata osservanza del copista di curarsi del testo, la seconda riguarda il rispetto verso il testo da copiare.

Il copista spesso, per varie ragioni, tende ad utilizzare più fonti, rendendo il testo pieno di contaminazioni.

Le connotazioni assunte nel medioevo dai termini: Traduzione e Rifacimento assumono nuove forme. E’ possibile affermare che la versione Medievale rappresenti il rifacimento del testo originale.

Il compito del volgarizzatore è quello di rompere e rimontare le parti di un testo, cospargere il testo di diverse soluzioni lessicali e di introdurre strutture in parallelo o in chiasmo.

I rifacimenti di un testo Medievale, possono essere distinti da un punto di vista quantitativo:

- se il testo che ha subito il rifacimento, non cambia la sua ampiezza, parliamo di parafrasi

- se il testo che ha subito il rifacimento si abbrevia ci accostiamo al compendio

- se il testo che ha subito il rifacimento si amplifica, si fa ricorso a risorse di ornatusdifficilis che espandono retoricamente un dettato piùfacilis, sia col ricorso a inserzioni e interpolazioni d’ogni genere.

Per quanto riguarda invece l’aspetto generico, riferito al genere letterario, il rifacitore passa da un genere all’altro o dalla poesia alla prosa.

I rifacimenti infine, possono essere distinti dalle traduzioni in base ad una serie d’istanze (retorica, testuale, linguistico-formale, ideologica, compilativa, antologica) in cui è possibile far luce sui problemi di rifacimento:[1]

Autrice dell’articolo:
Federica Turrisi
Laurea Magistrale in Truduzione Specialistica
Università degli studi da Bari A. Moro


[1] Alfonso D’Agostino- Traduzione e rifacimento nelle letterature romanze medievali

La traduzione e i rifacimenti nel Medioevo

 Categoria: Storia della traduzione

Nell’attività di traduzione medievale è opportuno tenere conto di tre parametri essenziali:

- <<l’indispensabilità della funzione critica ed ermeneutica che nell’accostamento ad un testo>> letterario << deve essere concomitante, se non addirittura preliminare, alla pura prassi della traslitterazione linguistico-semantica: funzione che permette di dosare, tra l’altro, il margine di libertà concesso a quel lettore privilegiato che è traduttore, legato al testo da imprescindibili vincoli di fedeltà>>.

- << la precarietà della traduzione>>

- << l’inevitabile riduttività implicita in ogni operazione del tradurre; poiché risulta illusoria qualsiasi ipotesi di recuperare tutte le implicazioni possibili del messaggio, la traduzione finisce con l’essere sempre un’operazione parziale>>[1]

Nell’ambito delle traduzioni medievali, il traduttore oltre alle conoscenze basiche e indispensabili come: la conoscenza linguistica, culturale e storica, dovrà considerare il pubblico a cui è destinata la traduzione e l’acquisizione del messaggio.

Le traduzioni in ambito medievale infatti riguardano tre diversi tipi di processi:

Il filologo medievalista, durante la sua operazione di parafrasi del testo, deve dimostrare di aver compreso esattamente il testo da lui analizzato, offrendo al lettore specialista una serie di giustificativi, mediante l’utilizzo di note e di un commento sulle scelte testuali compiute.

Un’operazione differente invece è quella della traduzione letterale, in cui il filologo riporta in una lingua d’arrivo, un testo che sia comparabile a quello di partenza nei contenuti e che permetta, anche al lettore non esperto linguisticamente e tecnicamente dell’area culturale, di comprenderne il significato nella propria lingua in parallelo con l’originale.

Infine abbiamo una terza versione, destinata ad un pubblico “ingenuo”, in cui non appare il confronto diretto con l’originale, ma in cui si garantisce comunque la professionalità della traduzione, in cui anche nella sua autonomia si garantiscono gli stessi criteri applicati nella traduzione sinottica.

In un saggio del 1959, Roman Jakobson individuò tre tipi di traduzione:[2]

- endolinguistica: caratterizzata dalla riformulazione del testo
- Interlinguistica: caratterizzata dalla traduzione propriamente detta
- Intersemiotica: riguardante la trasmutazione di un messaggio da immagini a testo

Nella cultura medievale la trasmutazione è fornita dalla traduzione di immagini pittoresche di contenuto sacro o facenti parte delle letterature agiografiche.

In età medievale si sono prodotte una serie di testi ad alto contenuto artistico, come “Lascantigas de Santa Maria” di Alfonso X di Castiglia.

La traduzione e il rifacimento rappresentano insieme alla prosificazione e ad altre manipolazioni il testo “secondo”. Il termine “secondo” testo designa quel testo che viene dopo un altro testo, oppure un testo fatto secondo un altro testo.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Federica Turrisi
Laurea Magistrale in Truduzione Specialistica
Università degli studi da Bari A. Moro


[1] Giuseppe Tavani, TRADURRE IL MEDIOEVO: come?
[2] Roman Jakobson, Aspetti linguistici della traduzione (1959)

Il polacco dalla sua nascita alla maturità

 Categoria: Storia della traduzione

Nel testo a seguire possiamo trovare la risposta al titolo di codesto articolo, quindi  com’è nata la lingua polacca. Cominciamo, come dicevano gli antichi, ab ovo, quindi dall’inizio (letteralmente, dall’uovo). Com’è successo che parliamo in polacco? Da dove viene la lingua polacca?

Tanto, tanto tempo fa, nel quinto e nel quarto millennio A.C., tra l’Europa Centrale e l’Asia Centrale vivevano delle popolazioni che parlavano una lingua di cui non è rimasta nessuna traccia scritta. Questa lingua si chiamava protoindoeuropea. Di conseguenza la maggior parte delle lingue europee ha la stessa origine.

Di sicuro esisteva una protolingua e non ci sono dubbi. È per questo motivo che la parola polacca noc (notte) può essere identificata con l’inglese night, tedesco nacht, francese nuit, svedese natt, latino nox o lituano naktis. Tutte quante provengono molto probabilmente dalla parola protoindoeuropea nòkwts.

Prendiamo in considerazione adesso la parola polacca matka (mamma). Come in tedesco mutter, in russo mat, in persiano madar o in latino mater hanno la stessa fonte protoindoeuropea mehter. Sorprendente, vero?

Nel quarto millennio A.C. con la migrazione delle popolazioni la lingua protoindoeuropea ha subito delle diversificazioni. Sono nati dei dialetti, i quali si sono evoluti in lingue ben distinte, come il proto-greco, proto-italico, protogermanico, protoceltosloveno che si divise in seguito in protoceltico e protosloveno. I popoli residenti dal Baltico ai Carpazi e dall’Odra al Bug, che parlavano nella lingua protoslovena, cominciarono a migrare verso est e sud. Così iniziarono a parlare nella “loro lingua”, con la conseguente nascita delle lingue slovene dell’ovest, dell’est e del sud.

Fonte: Articolo pubblicato su https://polszczyzna.pl/skad-wzial-sie-jezyk-polski/

Traduzione a cura di:
Jonasz Cieslak
Tezze di Piave (TV)

Storia della traduzione araba (5)

 Categoria: Storia della traduzione

< Quarta parte di questo articolo

Un’altra divisione della traduzione
· La traduzione in una sola lingua : Questa traduzione significa essenzialmente la riformulazione del vocabolario di un messaggio all’interno della stessa lingua. Secondo questo processo, i segnali verbali possono essere tradotti da altri segnali nella stessa lingua ; È un processo fondamentale per lo sviluppo di una teoria adeguata del significato, come i processi di interpretazione del Santo Corano .
· La traduzione da una lingua ad un’altra : Ciò si traduce nella traduzione dei segnali verbali di una lingua per mezzo di altre lingue , Ciò che conta in questo tipo di traduzione non è solo confrontare le parole tra loro , ma anche l’uguaglianza dei simboli di entrambe le lingue e le sue organizzazioni , Cioè, si dovrebbe conoscere il significato di tutta l’espressione .
· La traduzione da un tag all’altro : Questo genere di traduzione significa trasmettere un messaggio di un tipo particolare di sistema simbolico ad un altro tipo senza essere accompagnato da segnali verbali In modo che tutti lo capiscano , nella Marina degli Stati Uniti, per esempio , è possibile convertire un messaggio verbale in un messaggio segnalato al supporto innalzando le bandiere appropriate .

I problemi della traduzione
Gli studiosi e i praticanti della traduzione ritengono che uno dei più grandi problemi di traduzione sia l’incapacità dell’interprete–qualunque cosa–di comunicare il significato esatto di ogni termine nel testo che vuole trasferire in un’altra lingua , e questo problema è dovuto a diversi fattori , soprattutto :
· Ogni lingua porta con sé molti sinonimi che differiscono in significati leggermente diversi tra loro . Molti dicono che se il sinonimo (a) non differisse dal sinonimo (b), non ci sarebbe disaccordo nella forma della parola o del suo corpo .
· Ogni lingua deve appartenere ad una particolare cultura, per cui l’interprete può trasferire la parola ad un’altra lingua, ma non può trasmettere efficacemente la cultura di questa parola in modo che veicola la percezione della parola chiave originale alla lingua di destinazione nella traduzione . Queste differenze linguistiche ( o anche gli accenti ) a livello individuale possono portare a grossi problemi, come accadde all’interprete DHI QAR quando la parola araba Maha fu tradotta in persiano “Kwan” (mucca) .
· Ogni lingua ha un carattere speciale nella sintassi e l’ordine del suo vocabolario (cioè le regole), per esempio, la lingua araba porta nelle sue pieghe la frase nominale e la frase verbale , mentre , quest’ultima , non esiste in inglese per esempio , in quanto tutte le frasi inglesi sono frasi nominali , iniziano con un nome e non con un verbo . Quindi le differenze nella pensione delle lingue causano problemi nella traduzione perché non hanno parametri chiari nel trasferimento delle composizioni . Ciò è dopo il riuscito trasferimento della parola e la scelta del sinonimo adatto con il significato relativo della parola . Deve inoltre rispecchiare la cultura della lingua di destinazione in modo che il significato del processo di traduzione possa essere accuratamente e correttamente ricevuto dalla lingua di origine.

Fonte: Wikipedia

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisia

Storia della traduzione araba (4)

 Categoria: Storia della traduzione

< Terza parte di questo articolo

I Fondamenti della traduzione
· Il trasferimento del significato ( non letteralmente se no non possiamo tradurre poesie , proverbi , analoghi metaforici e presi in prestito )
· Il trasferimento della carcassa linguistica che incapsula il significato (nel senso del trasferimento del tempo, sia passato che presente) il presente non è un tempo, ma una formula. i tempi sono il passato, la corrente, il futuro, ecc.
I significati del tempo e della grammatica aggiungono e rinforzano il significato, e quindi più il traduttore approfondisce nella comprensione della frase ogni volta che ci sono prove e chiavi per corroborare e convalidare o condurre alla traduzione corretta.
· Il trasferimento del metodo ( trasferire il metodo dell’autore o lo speaker col suo stile, le similitudini , e le immagini estetiche utilizzate e trasmesse attraverso la civiltà della lingua di destinazione in modo che diventi appetibile e comprensibile)
Il processo traduttivo, tenuto conto dei punti precedenti nell’ordine di cui sopra, rende la traduzione il più accurata possibile. Ma c’è una domanda importante che si implora : la traduzione è scienza o arte ?

La traduzione scienza e arte
· I significati delle parole, dei termini e delle frasi devono essere imparati .
· È necessario imparare la grammatica di entrambe le lingue e avvalersi dei vantaggi di ogni lingua per mostrare una buona traduzione in modo che nessuno possa distinguere se è l’originale o la traduzione .
· Imparare le immagini e le metafore e scoprire i suoi sinonimi nella lingua di destinazione .
· Imparare o conoscere la civiltà e la cultura di entrambe le lingue , perché questo è il sapore che rende le parole un gusto autentico .
· La sofisticazione nel trasferimento e mostrare la bellezza in entrambe le lingue .
· Creatività nel trovare parole appropriate che esprimono l’intenzione dell’autore o del vero oratore.
Con questo modo , la traduzione diventi una scienza e con l’esperienza e la pratica, diventa un’arte , un’invenzione e un’opera che fa godere l’operatore .

Tipi di traduzione
· Traduzione scritta : la traduzione di un testo scritto verso un altro in un’altra lingua .
· Traduzione consecutiva : Quando l’interprete ascolta l’oratore e quando finisce inizia a interpretare ciò che ha detto nella lingua tradotta ; di solito si usano questi tipi di traduzione nelle interviste tra capi di stato e alti funzionari .
· Traduzione istantanea : tradurre il parlare di alcune persone mettendo un auricolare attraverso il quale ascolta l’oratore e allo stesso tempo traduce in un altra lingua . Questo è il tipo più difficile di traduzione in quanto non tollera errori o il pensiero e l’interprete deve essere perfetto per entrambe le lingue .
Questo tipo di traduzione è usato nei programmi televisivi diretti in cui gli stranieri sono aggiunti, come si vede di solito su al-Jazeera e Al Arabia.
· La traduzione dei film : Questo è un tipo diverso di traduzione che si basa su una traduzione di slang o lingua parlata per gli oratori , qui sta la difficoltà di trovare l’equivalente culturale di ogni parola nella lingua tradotta dove culture e civiltà diverse governano l’esistenza di certe parole in una lingua , Il traduttore può contare sulle sue capacità audio in traduzione a volte, quando il testo scritto del film potrebbe non essere disponibile . e il quale potrebbe essere presente ma non vedere gli eventi è una difficoltà di traduzione in quanto il l’interprete non può distinguere tra maschio e femmina nei film in inglese a causa della natura neutrale di questa lingua . Nel migliore dei casi, il traduttore ha il testo scritto e la barra del film e questo può essere una situazione ideale che raramente si verifica.

Quinta parte di questo articolo >

Fonte: Wikipedia

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisia

Storia della traduzione araba (3)

 Categoria: Storia della traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Abdullah Ibn al Muqaffa’ , essendo di origine persiana nel regno del califfo Abu Jafar al-Mansur , lo tradusse dal persiano all’arabo e ne aggiunse alcune cose . L’obiettivo era di consigliare il califfo per fermare l’oppressione del popolo , la riforma sociale, il Consiglio politico e il consiglio morale . Ma egli stesso non sfuggì all’ingiustizia, e il califfo lo uccise .

E’ capitato anche la traduzione del libro “ Kalila Wa Demna “in lingua persiana dal testo arabo per la perdita della traduzione persiana cosa successa anche a qualche testo greco . Il linguaggio di Abdullah Ibn al Muqaffa’ è stato bello e privo di volgarità . La traduzione, come è noto , è stata conclusa in linguaggio intermedio perché il libro è stato originariamente scritto in lingua indiana antica , non in persiano .

Il libro ha subito qualche rettifica da parte del medico persiano Berzier durante la traduzione in persiano . E Il ministro persiano Bazrajamhar ci aggiunse anche alcune cose , come quello della missione Berzier in India e durante la traduzione dal persiano all’arabo , Abdullah Ibn al Muqaffa’ aggiunse alcune cose ; riferi’ Farouk Saad nella sua introduzione al libro “ Kalila Wa Demna “ .

Allo stesso tempo, la traduzione nell’era abbaside dall’arabo alle lingue straniere ha cominciato , Gli Orientalisti hanno fatto riferimento al ruolo degli arabi nella civiltà europea in questo periodo . Alcuni scrittori occidentali si riferirono anche alla virtù delle scienze arabe sull’occidente incluso lo scrittore tedesco Goethe (1749-1832) .

Dice Al Jahidh nel valore della traduzione : È imperativo che il traduttore abbia lo stesso livello di espressione nella lingua di origine , nel tradurre , quanto nella lingua verso la quale traduce , in modo che le due lingue siano entrambi uguali e la traduzione abbia un senso .

Quando si parlano due lingue , spesso ci si introducono ingiustizie Perché ognuna attrae , ne prende e si oppone all’altra . Il traduttore deve perfezionare entrambi le lingue ugualmente come ne fa con una sola , un solo potenziale suddiviso su entrambi . E anche se si parlano più di due lingue ; A scapito di questo si traduce in tutte le lingue . Ogni volta che la porta della coscienza è più stretta E gli scienziati ne sanno di meno , è più degno che il traduttore sbagli e non troverete mai un interprete chi gli sia fedele .

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Wikipedia

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisia

Storia della traduzione araba (2)

 Categoria: Storia della traduzione

< Prima parte di questo articolo

Il movimento di traduzione raggiunse una fase avanzata nell’era del califfo Harun al Rachid e di suo figlio Al Maamoun chi stava dando alcuni traduttori come Hanin ibn Isaac , il peso dei loro manoscritti verso l’arabo , oro . Al Maamoun è noto per aver fondato il Dar Al-Hekma a Baghdad con l’obiettivo di rivitalizzare il lavoro di traduzione .

Hanin ibn Isaac è noto per aver tradotto tanti libri in una varietà di Scienze e continuò suo figlio Isacco ibn Hanin ibn Isaac questo lavoro .

Nel IX secolo d.c., gli Arabi tradussero la maggior parte degli scritti di Aristotele, e ci sono stati molti manoscritti tradotti dal greco all’ arabo , la cui origine è stato perso più tardi, per poi restituirli alla lingua greca attraverso la lingua araba ; cioè se non fossero stati tradotti in arabo , sarebbero stati persi una volta per tutte . I traduttori del calibro di Hanin ibn Isaac e Thabit Ibn Qurra erano abili in arabo e siriaco , così come la scienza che interpretano . Hanin ibn Isaac aveva vissuto in Grecia con lo scopo di studiare la lingua greca , e aveva tradotto la frase con una frase identica alla lingua araba , ma non traduceva individualmente ogni parola coma faceva Yuhanna Ibn Al Batriq e Ibn Al Hemsi e altri .

Il modo in cui ha seguito Ibn Ishaq è il migliore . Tra i libri che sono stati tradotti da lui è il libro “La moralità” di Aristotele, e il libro ” Naturae ” dello stesso autore . Gli arabi dell’era abbaside erano interessati alla precisione della traduzione per cui diverse traduzioni del solo testo si sono apparse , per esempio , la traduzione del libro “La Poetica” di Aristotele (384-322) da Abu bishr Matta Ibn Yunus e poi tradotto di nuovo da Yahia ibn Oday . La ripetizione delle traduzioni è un’indicazione della loro esattezza .

La traduzione del libro “ Kalila Wa Demna “ : tradotto da Abdullah Ibn al Muqaffa’ 750 mila circa , in sanscrito , del filosofo indiano Bidpaï e l’ha regalato al re di India Dbashlem che governò l’India dopo un periodo di conquista da parte di Alessandro di Macedonia, ed è stato ingiusto e tirannico . Il saggio Bidpaï ha scritto questo libro al fine di persuaderlo a stare lontano dall’ ingiustizia e la tirannia , e al fine di fornire consigli morali . Il libro contiene un mazzo di proverbi dette dagli animali .

Il medico persiano, Berzoé, spostò il libro dall’india e contribuì alla sua traduzione dal sanscrito al farsi nel Regno di Ano Schroan frazionario e il suo ministro di Burzdzhar, che giocò un ruolo importante nella sua scrittura e traduzione .

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Wikipedia

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisia

Storia della traduzione araba

 Categoria: Storia della traduzione

La traduzione
La traduzione o la trascrizione è il processo di conversione del testo digitato originale (chiamato testo sorgente) dalla lingua di origine in testo tipizzato (testo di destinazione) nell’altra lingua . La traduzione è il trasferimento di cultura e di pensiero .
La traduzione è divisa in scrittura , traduzione , testo , interpretazione e interpretariato .

La traduzione non è fondamentalmente, solo la trasformazione di ogni parola corrispondente alla lingua di destinazione , ma il trasferimento delle regole della lingua che producono le informazioni e trasmettere le informazioni stesse e l’espressione del pensiero dell’autore , cultura e stile. Le teorie differivano nella traduzione su come queste informazioni sono state trasmesse dalla fonte al bersaglio, George Steiner ha descritto la teoria Traduzione Trinity: Craft (o parola per parola) e libera (connotazione) e traduzione fedele .

La traduzione è un’arte autonoma, in quanto si basa sulla creatività, la sensibilità linguistica e la capacità di riunire le culture, permette a tutta l’umanità di comunicare e beneficiare delle esperienze altrui. È un’arte antica che ha dato la letteratura scritta. Parti dell’epopea di Gilgamesh sumero, tra le più antiche opere letterarie conosciute, sono state tradotte in diverse lingue asiatiche dal secondo millennio a.c.
Con l’avvento dei computer, sono stati compiuti tentativi di utilizzarlo a tradurre i testi dal linguaggio naturale mediante la traduzione automatica o l’uso del computer come ausilio alla traduzione.

Storia della traduzione araba
Gli arabi hanno conosciuto la traduzione fin dalla loro prima volta, ha sottolineato il Dottor Abdul Salam Kafafi nel suo libro “in letteratura comparativa “ viaggiando per commercio in estate e in inverno , si sono influenzati dai loro vicini in vari aspetti della vita, hanno conosciuto il paese persiano, e sono colpiti dai colori della loro cultura. Alcune parole persiane si trasferirono in lingua araba, e apparve nella poesia dei principali poeti, Alaacha è il più famoso di coloro che hanno usato parole persiane nella sua poesia, cosi anche altri hanno conosciuto i loro vicini bizantini .

Così gli arabi , sin dall’inizio , sono stati in contatto con i tre popoli intorno a loro, il rum ( i romani ) nel nord , i Persiani in Oriente e il Ahbash nel sud , è difficile fare tali legami letterari ed economici senza una traduzione, anche se nelle sue fasi primitive .
Al tempo della dinastia omayyade , le collezioni sono state tradotte , ed è interessato al movimento della traduzione del principe Khalid Ibn Yazid Ibn Muawiya Ibn Abi Sufyan .

La traduzione nell’era abbaside fu dopo le conquiste arabe , la vastità dello stato arabo verso l’Oriente e l’Occidente , e il contatto diretto degli arabi con altri popoli limitrofi , guidati dai Persiani e la Grecia , in particolare in epoca abbaside , la necessità per la traduzione è aumentata , così gli arabi tradussero la scienza greca , e alcune opere letterarie persiane ; Tradussero dal greco la medicina , l’astronomia , la matematica , la musica , la filosofia e la critica .

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Wikipedia

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisia

Le donne nella traduzione (3)

 Categoria: Storia della traduzione

< Seconda parte di questo articolo

6. Alcuni scritti femministi propongono inoltre di sostituire alle metafore sessiste, che segnano la storia della traduzione, quella della gestazione di una traduzione paragonabile a quella di un bambino, ponendo la relazione traduzione/originale non più in termini di “dominio” dell’originale sulla traduzione, ridotta a quello ancillare, ma di collegamento di interdipendenza e di scambio, di dialogo con l’ambiente circostante in senso lato.

7. Tutti questi aggiustamenti o riadeguamenti si ripercuotono a loro volta sul concetto di traduzione. Adottare una prospettiva femminile anzi femminista ci porta a considerare sotto una nuova luce nozioni centrali come quelle di autore e fedeltà per esempio. Se l’autore è colui che “aumenta” il testo, il traduttore che sovrappone (über-setzt) la sua lettura e la sua rienunciazione all’originale, non è forse per definizione lui stesso “autore”, malgrado la riluttanza della società a riconoscergli simbolicamente e giuridicamente questo statuto?

8. Concepire la traduzione come una forma di comunicazione ha paradossalmente reso trasparente il principale agente attraverso il quale opera. Non sarebbe meglio dare al genere testuale “traduzione” la sua nobiltà, riconoscendo lo statuto di regime di scrittura specifica? Un’occasione per ridare ai traduttori il loro posto, il loro corpo e la loro anima, e di attribuire loro non soltanto una responsabilità etica verso il linguaggio, la scrittura, l’autore tradotto e il pubblico target, ma anche un’identità.

9. Infine, dato che le traduzioni che alimentano il dibattito teorico sono quelle dei testi letterari, campo privilegiato di espressione della specificità, dell’identità e della soggettività, non sarebbe necessario interrogarsi sulla differenza dei sessi nelle traduzioni più regolate da norme linguistiche e traduttive?

Fonte: Articolo scritto da Freddie Plassard e pubblicato il 12 novembre 2013 sulla rivista Traduire

Traduzione a cura di:
Giada Maria Piazza
Dott.ssa in Traduzione Specialistica
Palermo

Le donne nella traduzione (2)

 Categoria: Storia della traduzione

< Prima parte di questo articolo

3. L’eventualità di un rapporto sessuale, anzi erotizzato con il testo, messo in evidenza da un approccio comparativo dei testi e delle loro traduzioni, emerge nella lettura-traduzione di uno stesso autore, Ann Radcliffe, attraverso diversi traduttori. La differenza dei sessi traspare anche nel linguaggio e mette in causa le modalità della sua appropriazione. In una Repubblica della letteratura che ha dato per lungo tempo spazio agli uomini, la traduzione è apparsa ad alcune donne come una possibilità di accesso indiretto al mondo delle lettere, anzi come una soluzione di ripiego in un contesto in cui lo statuto della parola femminile era sminuito. La posizione sociale delle donne e il loro accesso a una scrittura “di ripiego” sembra aver pesato sulle traduzioni, assegnando loro lo statuto di un genere minore e sottovalutato, anche se la traduzione è riconosciuta come genere, stavolta, testuale.

4. La differenza dei generi assume anche la forma di indizi enunciativi che negano, qua e là, la trasparenza del traduttore. Dietro la voce di un testo e quindi di una traduzione si scorge un essere fatto di carne, modellato e foggiato da un’educazione, una cultura, l’appropriazione dei discorsi, compreso il loro rifiuto o a contrario la loro neutralizzazione. È ciò che attesta la traduzione inglese del romanzo Loin de Médine di A. Djebar, dove le scelte lessicali, che denotano le posizioni femministe dell’autore, sono deliberatamente neutralizzate. Oltre al rapporto sessuato con il linguaggio, altresì osservabile nelle traduzioni di L. Delarue-Mardrus, si presenta la questione dello stile traduttivo, semplice riflesso dello stile dell’originale o creazione, ri-creazione che conferisce al traduttore una quota di autorità?

5. Oltre al rapporto tra le persone, il genere determina anche il rapporto tra i testi. Alla polarizzazione maschile/femminile corrisponde, per quanto riguarda i testi, il rapporto originale/traduzione, con il rischio di assimilare l’originale al polo maschile e la traduzione al suo pallido riflesso. A contrario, l’indeterminatezza del genere al contempo linguistica, testuale e sessuale, quella del protagonista principale di Written on the body di Jeanette Winterson, destabilizza il lettore ed è un modo per aggirare o sovvertire i cliché socialmente veicolati sui generi.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Freddie Plassard e pubblicato il 12 novembre 2013 sulla rivista Traduire

Traduzione a cura di:
Giada Maria Piazza
Dott.ssa in Traduzione Specialistica
Palermo

Le donne nella traduzione

 Categoria: Storia della traduzione

In ogni epoca, i modi di tradurre mostrano come l’uno comprende l’altro

1. Cercare di apprezzare il ruolo delle donne nella tradizione sotto il triplice aspetto della traduzione di opere di altre donne, della rilettura di traduzioni realizzate da traduttrici in un contesto storico-sociale specifico, e di scrittrici auto-traduttrici e femministe, implica interrogarsi su alcuni presupposti traduttologici, quali l’«universalismo» della pratica traduttiva, la «trasparenza» dei traduttori e la «gerarchizzazione» dei testi. Si tratta quindi di iscriversi in una traduttologia critica avviata dall’altra parte dell’Atlantico, in particolare nel Québec, e prendere atto delle svolte culturali poi sociologiche registrate dalla disciplina. Si tratta di fare eco a S. Simon o L. von Flotow per mettere in luce una serie di stereotipi dalla connotazione sessista o di pratiche editoriali dello stesso genere e prendere in considerazione un’eventuale specificità femminile in traduzione.

2. La componente sessuale dell’identità può manifestarsi nella relazione che intrattengono traduttore e autore da una parte e traduttore e pubblico dall’altra. La prima riguarda la nozione d’empatia, diversa a seconda che sia intergenerica o intragenerica, come spiega il primo articolo del volume. La differenza di genere si manifesta anche nel dialogo specifico che Angela Carter, traduttrice femminista del Petit chaperon rouge intrattiene con Perrault e dal testo interposto. Il rapporto che il traduttore stabilisce con i suoi lettori tende a privilegiare i gusti di questi ultimi, in un’inversione a volte conciliante o una conformazione alla doxa del momento. È il caso della traduzione di The Scarlet Letter, dove Hester Prynne, eroina adultera dell’originale, si vede relegata a un ruolo secondario nella traduzione di P. E. Daurand Forgues, traduttore-censore desideroso di guidare i lettori del XIX secolo.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Freddie Plassard e pubblicato il 12 novembre 2013 sulla rivista Traduire

Traduzione a cura di:
Giada Maria Piazza
Dott.ssa in Traduzione Specialistica
Palermo

La Giornata Internazionale della Traduzione

 Categoria: Storia della traduzione

Molta gente non sa che il 30 Settembre è la Giornata Internazionale della Traduzione, ma un numero ancora più grande di persone sarebbe sorpreso di scoprire che questa festa esiste dal 1953. Interpreti e traduttori svolgono un lavoro molto importante. Sono gli artefici dell’avvicinamento tra i popoli e della condivisione di nuove ed emozionanti informazioni, prima accessibili soltanto ai membri di una specifica cultura. Il loro operato può avere un ruolo fondamentale sulle relazioni tra i differenti paesi e perfino cambiare il corso della storia. Gli interpreti e i traduttori svolgono un lavoro incredibile e meritano il giusto riconoscimento per questo. Tale bisogno si è trasformato in uno stimolo per la creazione della Giornata Internazionale della Traduzione. La Giornata Internazionale della Traduzione viene celebrata ogni anno il 30 Settembre perché in tale giorno ricorre la festa di San Girolamo, patrono della traduzione.

Non viene riservata molta gloria alla traduzione ed i riconoscimenti a disposizione sono veramente pochi, ma è bello sapere che la santità è sempre una opzione possibile.  San Girolamo studiò la Bibbia Ebraica e la tradusse in Latino. Martin Lutero non approvò le opinioni di Girolamo, ma non poté negare la mole di lavoro che era stata realizzata. Lutero riconobbe il suo contributo ammettendo che San Girolamo aveva fatto per la traduzione molto più di quanto nessuno mai aveva o avrebbe fatto. Senza il suo forte lavoro etico la Bibbia non sarebbe mai stata tradotta così accuratamente ed a loro volta le Bibbie Inglesi avrebbero potuto essere completamente diverse.

San Girolamo ha probabilmente fatto la maggior parte del lavoro sulla Bibbia, ma non si tratta dell’unico importante traduttore. Ci sono stati parecchi importanti traduttori che hanno fatto si che il mondo comprendesse la letteratura classica e questo lavoro continua tutt’oggi. L’Odissea è stata tradotta da Robert Fagles, Mme Bovary da Linda Davis, I Miserabili da Lee Fahnestock, e Guerra e Pace da Richard Povear e Larissa Volokhonsky. Per non parlare del popolare recente romanzo  The Girl with the Dragon tattoo,  che è stato tradotto da Steven T. Murray. Un libro da cui è stato tratto un film che ha incassato molto bene al botteghino (Uomini che odiano le donne).

Il lavoro degli interpreti e dei traduttori è ben lungi dall’essere terminato. Si svolge tutt’ora silenziosamente e diligentemente ogni singolo giorno, spesso senza ringraziamenti né riconoscimenti. La Giornata Internazionale della Traduzione rivolge l’attenzione a quest’opera, e dona l’opportunità al mondo di ringraziare coloro che ci hanno dato così tanto.

Buona Giornata Internazionale della Traduzione a tutti voi!

Fonte: Articolo scritto da Karen Hodgson e pubblicato sul Translation Journal

Traduzione a cura di:
Dott.ssa Tatiana Zammito
Medico Veterinario
Traduttrice EN-FR>IT
Palermo

Danzando incatenati (3)

 Categoria: Storia della traduzione

< Seconda parte si questo articolo

Contenuto censurato
Secondo i suggerimenti ufficiali dei censori governativi, i traduttori letterari devono tagliare o modificare le rappresentazioni di ubriachezza, barcollio, vino ed alcolismo, sesso “ballo, come ad esempio balletto, tango e rock”, coppie non sposate che si stringono la mano o baciano, stupro, omosessualità, masturbazione, prostituzione, pederastia, adulterio, biancheria intima, abiti occidentali, bar, taverne, cabaret, gioco d’azzardo, mangiare il maiale, ballerini svestiti, “il corpo nudo sopra la cinta, come i seni, le spalle, il petto e la pancia”; le descrizioni aperte di relazioni sessuali, malattie veneree, storie d’amore e di vicinanza sessuale tra persone non sposate; temi collegati con le teorie sessuali di Freud, ossessione sessuale, sadismo, aborto, vicinanza tra una donna musulmana ed un uomo straniero e donne immorali.

Se ognuno di questi riferimenti viene inserito, il lavoro deve essere vietato. Manoochehr Badiee, uno scrittore e traduttore ben conosciuto, fece un gran lavoro sulla traduzione persiana dell’Ulisse di James Joyce, ma il romanzo fu alla fine proibito a causa della “pornografia” dei capitoli finali.
In molti casi, i censori suggeriscono degli equivalenti per le parole e frasi censurate, per esempio “caffetteria” al posto di “taverna”; “Amico od amicizia” al posto di “Amante o pratica amorosa”; “chiacchierare insieme” al posto di “ballare insieme”; “manzo” per “porco”; “bevanda” per “vino”; “donna o malafemmina” per “prostituta o puttana”; “gambe” al posto di “fianchi”; “coreografia” per “ballo” e “capogiro” al posto di “ubriaco”.
Quando inizio a tradurre una commedia, sono consapevole che se riporto in persiano l’equivalente di tali parole e concetti, il lavoro verrà censurato o proibito. Allora cerco di affrontare il problema usando varie tecniche.

Talvolta riporto il significato più vicino possibile a ciò che penso verrà accettato. Occasionalmente cerco di trasferire la parola proibita od il concetto alle azioni della commedia attraverso il comportamento dei personaggi, le loro reazioni, movimenti, immagini, scenografia, voci, eccetera. E’ un processo complesso, che coinvolge la riscrittura dell’opera in modo tale che il concetto principale non venga perduto, cercando di essere il più possibile vicini con onestà al lavoro originario. Nel passato i censori erano dei dipendenti ufficiali del governo che non sapevano molto della struttura letteraria o teatrale, dunque i traduttori professionali potevano anticiparli con più facilità. Tuttavia, negli ultimi anni, il governo pare aver assunto degli esperti per smascherare queste strategie. Questo ha reso il lavoro del traduttore molto più complicato, ed ecco perché la maggior parte delle mie traduzioni sono state pesantemente censurate o vietate.

Fonte: Articolo scritto da Reza Shirmarz – Tratto da The Linguist Vol/54 No/5 2015 – Titolo originale Dancing in chains

Traduzione a cura di:
Deborah Delasio
Traduttrice cinematografica ed editoriale freelance
Milano

Danzando incatenati (2)

 Categoria: Storia della traduzione

< Prima parte di questo articolo

Avere l’approvazione della censura
Il processo della pubblicazione è colmo di complicanze e l’approvazione da parte del Ministro della Cultura potrebbe metterci svariati anni. Nel corso dei passati decenni, le autorità hanno bandito o censurato i libri tradotti con contenuti che vanno contro la loro ideologia o che involvono in qualsiasi maniera la sessualità, pornografia od affari amorosi. Tutto questo può essere considerato come profanità, corruzione, ostacolanti o distruttivi dei valori islamici.

Quando ho tradotto la commedia di Aristofane Lisistrata tre anni fa, ho subito una pesante censura. Fu pubblicata con minimi cambiamenti un decennio prima, ai tempi del Presidente Khatami, ma sotto Ahmadinejad la censura annunciò che, in aggiunta all’omissione di svariati paragrafi, frasi e parole, 13 pagine delle 60 previste nella commedia dovevano essere interamente omesse. Ho provato ad eludere alcuni di questi tagli usando degli adattamenti tecnici per mantenere la struttura stabile e per ricreare le omissioni sotto forma di parole, frasi ed azioni che parafrasassero il significato originale.

La traduzione di Kaveh Mirabbasi del romanzo di Gabriel Garcia Marquez Memoria delle mie puttane tristi fu bandita nella sua seconda edizione per la presenza di scene di sesso e contenuti pornografici. Siddhartha di Hesse, La metamorfosi di Kafka, L’opera da tre soldi di Brecht, Lolita di Nabokov, Il quaderno di Saramago, Sei personaggi in cerca di autore di Pirandello e Conversazione nella Cattedrale di Llosa, sono tra le centinaia di opere tradotte che sono state censurate o bandite. Nel breve racconto di Chekhov La signora con il cagnolino vi è una frase che è stata tradotta in modo differente da tre traduttori, in base all’intensità della censura e dell’auto-censura nel corso dei due passati decenni. (…)

Il contatto fisico, specialmente se vi è una relazione romantica o sessuale tra i protagonisti, è uno dei principali bersagli della censura. Alterazioni apparentemente minimali possono sembrare di poco conto, ma danneggiano l’integrità artistica di molti capolavori letterari. Nella traduzione de Lo scherzo di Milan Kundera, il quinto capitolo è stato completamente cancellato a causa del tema di seduzione e sesso. Anche altri libri dello scrittore ceco hanno subito pesante censura. Per comprendere la distruzione causata dall’eliminazione di un capitolo del romanzo, occorre ricordare le parole dello stesso Kundera:

“Sin da Madame Bovary, l’arte romanzesca è stata considerata equiparabile all’arte della poesia, ed il romanziere (qualunque romanziere degno del nome) dona ad ogni parola della sua prosa l’unicità della parola nella poesia.”

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Reza Shirmarz – Tratto da The Linguist Vol/54 No/5 2015 – Titolo originale Dancing in chains

Traduzione a cura di:
Deborah Delasio
Traduttrice cinematografica ed editoriale freelance
Milano

Danzando incatenati

 Categoria: Storia della traduzione

Vi è un dibattito sul quando ha avuto inizio la censura in Iran. Alcuni studiosi pensano che sia databile ai tempi dell’invasione araba, quando il pensiero estetico e le arti irreligiose, come la danza e la poesia, venivano largamente boicottate dalle emergenti autorità. In ogni modo, per molti, risale all’Iran pre-islamico, quando i re persiani condannarono il contraddittorio politico ed i critici sociali divennero fuorilegge.

Nel corso dei secoli, i pensatori iraniani si sono espressi tramite metafore ed allegorie nel tentativo di evitare la censura. Così diventando gradualmente schiavi dell’auto-censura. Malgrado l’enfasi costituzionale sulla varietà delle libertà, inclusa la libertà di parola -sia prima che dopo la rivoluzione del 1979- i letterati iraniani hanno affrontato continue costrizioni imposte da Scià ed Ayatollah.

L’attuale forma censoria vide luce nel 1836, quando venne introdotta la tecnologia della stampa. La censura in Iran è chiaramente non solo un fenomeno religioso ma anche politico. Durante il periodo pre-rivoluzionario, i politici eliminarono i pensatori dell’opposizione, imprigionando od uccidendo molti di loro. Sin dalla rivoluzione islamica, il centro del potere politico e religioso è stato monopolizzato dagli Ayatollah e la censura è aumentata drammaticamente anno dopo anno.

Ogni idea contraria al governo teocratico viene bandita utilizzando la legge sulla stampa del 1995. Anche la traduzione letteraria subisce censura. I traduttori vengono accusati di essere dei sovversivi e vengono considerati contro il governo, in particolar modo dalle controverse elezioni presidenziali del 2009, confluite in accuse di irregolarità e frodi. I traduttori che vanno contro l’ideologia tradizionale traducendo la letteratura occidentale in persiano non vengono supportati dal governo.

Eppure le autorità hanno supportato i traduttori che sostenevano il loro modo di vedere il mondo, con mezzi, doni ed opportunità. Questa discriminazione istituzionalizzata ha causato un forte senso di frustrazione tra molti traduttori e li ha obbligati ad andarsene all’estero.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Reza Shirmarz – Tratto da The Linguist Vol/54 No/5 2015 – Titolo originale Dancing in chains

Traduzione a cura di:
Deborah Delasio
Traduttrice cinematografica ed editoriale freelance
Milano

Introduzione alla teoria della traduzione

 Categoria: Storia della traduzione

Quando ci si accosta per la prima volta alla pratica della traduzione letteraria, è doveroso consultare testi che forniscano indicazioni utili dal punto di vista teorico. Gran parte della bibliografia sull’argomento sembra insistere su un punto preciso: la traduzione è una scelta tra “mondi possibili”, come afferma Eco, e il reame del possibile è quello che conduce alla provvisorietà della lingua e della cultura; tutto ciò che è provvisorio è soggetto a molteplici mutamenti: il tempo, lo spazio, il pubblico a cui il testo è indirizzato, la funzione del testo nella lingua di arrivo, la prospettiva che il traduttore sceglie di adottare, ecc… Pertanto, se si cercano dei punti fermi nella teoria della traduzione, si è costretti a rinunciare. Nessuna disciplina più della traduzione comporta l’adozione di punti di vista preferenziali, e questi non soggiacciono ad alcuna regola prestabilita. Ogni testo, ogni parola, meritano un trattamento particolare, e il buon traduttore lo sa bene. È dunque impossibile stabilire una teoria definitiva, perché è la materia stessa a coinvolgere svariate conoscenze e fatti socio-culturali, e l’insieme di questi fattori, purtroppo, non aiuta a delimitare il campo.

Vero è che il traduttore non si limita soltanto a volgere le parole di una lingua in quelle di un’altra, in modo che comunichino lo stesso significato; il traduttore ha a che fare con sistemi estremamente complessi, che sono quelli della linguistica, della semiotica, dell’antropologia, della sociologia, della storia letteraria, ecc… Il traduttore è anche un “pensatore”, un ri-scrittore attivo che con il suo lavoro è in grado di influenzare profondamente la cultura di arrivo. La traduzione stessa, essendo un ponte, determina il modo in cui un’opera letteraria tradotta verrà tramandata dal sistema che la accoglie, formerà l’opinione dei lettori riguardo quell’opera e quell’autore, riguardo un’epoca o una corrente letteraria. Si potrebbero riportare le numerose discussioni dei teorici che nella storia hanno cercato di affrancare la traduzione dalla posizione subalterna in cui è relegata da secoli. E ancora oggi sembra necessario insistere sul ruolo chiave di chi traduce, perché il preconcetto secondo cui la traduzione sia un’attività meccanica e puramente linguistica è ancora molto diffuso.

Ciò non toglie che, spesso, le teorie della traduzione possono trasformarsi in vere e proprie impasse. Stefano Manferlotti sostiene, giustamente, che “alla teoria va riconosciuta una dignità assoluta, purché la si veda come riflessione sul linguaggio in quanto tale. […] Ogni altra pretesa nasce dal sofisma o dall’illusione”. Allora, slegata dalla pratica, la teoria della traduzione rischia di limitarsi a una speculazione astratta. Come è possibile creare presupposti teorici per una disciplina che è tutta pratica? Come è possibile stabilire a cosa rinunciare (perché in traduzione si tratta di scegliere, ma le scelte comportano sempre qualche perdita)? Come è possibile decidere a priori se sia meglio rispettare le rime di un testo poetico, per esempio, o dedicarsi alla ricerca del ritmo? Una teoria della traduzione deve esistere, ma per sua stessa natura deve mantenersi aperta, flessibile, mai rigida. Il testo fisicamente inteso è uno spazio in cui avviene una dinamica irripetibile, e questa dà luogo a soluzioni irripetibili; è nel testo stesso che si possono riscontrare problemi sempre diversi e trovare altrettante alternative. Che per tradurre sia importante un ampio sistema di conoscenze è indubbio, ma è anche vero che una teoria della traduzione non può essere sistematizzata e valida in tutti i casi.

Autrice dell’articolo:
Benedetta Tavani
Tradutrice En>It e Esp>It
Rocca di Papa (RM)

L’evoluzione della scrittura cinese (3)

 Categoria: Storia della traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Parliamo in ultimo stadio della grafia regolare, nata nel tardo periodo degli Han Orientali, e che raggiunse la piena maturità all’epoca delle dinastie del Nord e del Sud (420-589), imponendosi come forma standard e rimanendo fino ad oggi lo stile ufficiale di scrittura. Ma non siamo ancora arrivati alla fine del nostro excursus, poiché giunti a questo punto, stiamo ancora parlando di caratteri complessi, o che comunemente vengono definiti “tradizionali”, mentre la Repubblica popolare cinese si avvale di caratteri che definiamo“semplificati”. In ogni carattere i tratti seguono un ordine fisso e regole definite – la loro corretta composizione è infatti importante – per motivi di ordine estetico e per facilitare la memorizzazione del gesto grafico. Le unità grafiche cinesi sono quindi combinazioni di un certo numero di tratti fondamentali – si pensi che il carattere più semplice si compone di un solo tratto – mentre i più complessi arrivano anche a sommarne una trentina; è naturale pensare che più alto è il numero dei tratti e più difficoltosa sarà la sua memorizzazione.

Nessuna meraviglia dunque che già all’inizio del secolo fosse abbastanza diffusa l’opinione che la scrittura andasse semplificata. Già nel 1935 il governo nazionalista fece pubblicare un elenco di circa 320 caratteri, le cui forme semplificate venivano rese ufficiali. L’iniziativa incontrò l’opposizione dei conservatori, ma venne riproposta nuovamente nel 1956 e nel 1964 fu pubblicato l’Elenco generale dei caratteri semplificati, che contava circa 2238 caratteri interamente o parzialmente semplificati. I principi generali che ispirarono la scelta dei diversi tipi di semplificazione furono cinque: 1. Adozione di varianti corsive più semplici delle regolari. 2. Adozione di varianti arcaiche composte da un numero inferiore di tratti. 3. Adozione di omofoni costituiti da un minor numero di tratti e aventi significati tali da non comportare rischi di ambiguità. 4. Adozione di una parte del carattere in sostituzione dell’insieme. 5. Riduzione del numero di tratti di un componente del carattere, mirate a sostituire un elemento complesso con uno più semplice. In realtà, questo sistema di scrittura semplificato viene usato nella Repubblica Popolare Cinese, mentre Taiwan e Hong Kong utilizzano ancora i caratteri complessi.

Il cinese è una lingua priva di flessione e i cui morfemi per la maggior parte corrispondono a una sillaba, elemento fondamentale della lingua spesso corrispondente ad un morfema, che rimane intatto indipendentemente da ciò che lo segue o precede, ad eccezione del tono. Un sistema di scrittura morfemica quale è quella cinese presenta rispetto alle scritture fonetiche vantaggi e svantaggi. Tra i vantaggi annoveriamo una maggiore stabilità da cui è caratterizzata, considerato che cambiamenti morfologici sono di gran lunga più lenti rispetto a quelli di tipo fonetico e l’alto grado di stringatezza che consente grazie all’uso di varie forme monosillabiche che può fare. D’altra parte però, e secondo alcuni, una scrittura di questo tipo ostacola l’alfabetizzazione, in quanto richiede diversi anni di studio soltanto per imparare a leggere e a scrivere; altri, invece, non sono d’accordo con questa tesi, sostenendo che si sovraestimino le difficoltà connesse all’apprendimento del cinese, confondendo con troppa facilità lingua e scrittura.

Autrice dell’articolo:
Lucrezia Piscopo
Traduttrice e interprete IT<>EN – IT<>CH
Roma

L’evoluzione della scrittura cinese (2)

 Categoria: Storia della traduzione

< Prima parte di questo articolo

Le manifestazioni più antiche della scrittura cinese sono costituite dalle iscrizioni su piastroni di tartaruga e ossa di bovidi (detti jiǎgǔwén 甲骨文) utilizzati a scopo divinatorio. Nel momento stesso in cui sono state ritrovate, ovvero circa cento anni fa (nel 1899), ci si è subito resi conto di essere davanti ad una forma arcaica di scrittura cinese e che, nonostante le notevoli differenze, la struttura dei caratteri sia rimasta fondamentalmente identica. Per quanto siano stilisticamente aride, le iscrizioni oracolari presentano una maturità linguistica, in termini di struttura grammaticale e ricchezza lessicale, tale da lasciar supporre che la scrittura già ai tempi della dinastia Shang avesse alle spalle una lunga storia, purtroppo, non documentata.

Altra preziosa fonte sono le iscrizioni su vasi di bronzo; le più antiche sono caratterizzate da un’estrema concisione e da uno stile grafico fortemente pittorico e di difficile decifrazione, mentre quelle di  epoche successive, che venivano impiegate per celebrare avvenimenti importanti, si fecero sempre più lunghe ed articolate. Nell’arco della loro pluriennale storia documentata, i caratteri cinesi hanno conosciuto una continua evoluzione stilistica, che può essere ricondotta a cinque tappe principali: iscrizioni su piastroni di tartaruga e ossa di bovidi, iscrizioni su bronzi, grafia dei sigilli, grafia degli scribi e grafia regolare. Si passa da tratti caratterizzati da linee dritte e angoli squadrati, vista l’usanza di incidere il supporto col coltello, fino a linee più allungate e dagli angoli smussati, che è la tipologia di grafia introdotta nel periodo della dinastia Zhou.

A questo punto, bisogna considerare un evento importante che incise sulla storia evolutiva dei caratteri: con il declino del potere centrale a partire dall’VIII secolo a.C e il disgregarsi dell’assetto politico-istituzionale del paese, vennero a formarsi numerosi stati, ciascuno dei quali sviluppò varianti locali dello stile del grande sigillo, tendendo ad una semplificazione della scrittura. Atipica e di grande effetto artistico fu poi una di queste varietà, denominata “grafia a uccello e insetto” per l’eleganza dei tratti che, nella loro involuzione, imitavano il piumaggio degli uccelli e le forme dei pesci e degli insetti. Dopo l’unificazione dell’impero nel 221 a.C. venne attuato un programma di codificazione della scrittura, nel quale si stabilivano le corrette proporzioni delle unità grafiche e la distanza da cui dovevano essere separate nella scrittura, introducendo così la grafia del piccolo sigillo. In epoca Qin poi, gli scribi del governo ripartirono da questo tipo di scrittura e ne raddrizzarono i tratti tondeggianti. L’adozione dello stile degli scribi rappresentò un momento cruciale nella storia della scrittura cinese, poiché sancì l’abbandono dell’antica grafia e inaugurò una rappresentazione più convenzionale, avviandosi verso la grafia standard ancora oggi in uso.

Terza parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Lucrezia Piscopo
Traduttrice e interprete IT<>EN – IT<>CH
Roma

L’evoluzione della scrittura cinese

 Categoria: Storia della traduzione

Con l’espressione “lingua cinese”, (in cinese zhōngwén 中 文 o hànyǔ 汉 语 ), ci riferiamo al cosiddetto cinese mandarino o pǔtōnghuà 普 通 话 , lingua ufficiale della Repubblica popolare cinese. La scrittura cinese è una delle forme di scrittura più antiche attualmente in uso e una delle poche basata su ologrammi. Le prime testimonianze scritte pervenuteci (ovvero iscrizioni oracolari su gusci di tartaruga e su ossa di bovini, utilizzati a scopo divinatorio) ci permettono di tracciarne la storia fin dall’epoca della dinastia Shang (1752-1122 a.C.); si tratta di un periodo non molto anteriore alla comparsa degli alfabeti e decisamente posteriore alle prime scritture note, le quali comparvero in Mesopotamia e in Egitto. Questo vuol dire che la lingua cinese ha conosciuto un’evoluzione di millenni e, data la vastità del territorio, ha prodotto al suo interno differenziazioni notevolissime.

Nonostante le diverse varietà linguistiche racchiuse al suo interno, però, i suoi parlanti si servono di un’unica lingua scritta e comune, basata sui medesimi caratteri, resa possibile dalla profonda unità e dalla continuità storica che hanno contrassegnato la civiltà di cui era espressione, trasmessa ininterrottamente fino ai giorni nostri. La caratteristica più evidente della lingua cinese scritta è rappresentata dalle unità grafiche che formano il suo sistema di scrittura, costituite da caratteri, ognuno dei quali corrisponde grammaticalmente ad un morfema e fonologicamente ad una sillaba. I caratteri non contengono una precisa indicazione del suono ad essi associato ed è proprio grazie alla loro natura morfemica che superano gli ostacoli delle diverse varietà orali, divenendo così comprensibili a tutta la sua popolazione e fungendo da importante simbolo di identità etnica e culturale.

Racconti relativi all’origine della scrittura cinese sono contenuti in testi antichi, quali lo Shuōwén Jiězì, primo dizionario etimologico della storia cinese, che attribuisce l’invenzione a tre mitici imperatori: Fu Xi, Sheng Nong e Huangdi. Tuttavia, il racconto tradizionale sull’origine della scrittura cinese lascia soltanto un ruolo marginale al mito; la Cina dispone, infatti, di un insieme di testi datati con precisione, i quali suggeriscono di situare gli esordi di questa scrittura al XIII secolo prima della nostra era, anche se le sue lontane origini possono forse esser fatte risalire a un’epoca assai più remota di quella tramandataci dalla tradizione.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Lucrezia Piscopo
Traduttrice e interprete IT<>EN – IT<>CH
Roma

Buona Giornata mondiale della traduzione!

 Categoria: Storia della traduzione

Molte persone non sanno che oggi è la Giornata mondiale della traduzione, ma ancora più persone potrebbero sorprendersi nell’apprendere che questa festività esiste dal 1953. Interpreti e traduttori svolgono un compito molto importante: hanno la responsabilità di riunire persone e di condividere nuove ed emozionanti informazioni prima accessibili solo ai membri di una specifica cultura. Il loro lavoro può influenzare i rapporti tra paesi diversi e, perfino, cambiare il corso della storia. Interpreti e traduttori fanno un incredibile lavoro, che merita di essere riconosciuto. Questa esigenza ha portato alla nascita della Giornata mondiale della traduzione.

Ogni anno, la Giornata mondiale della traduzione è festeggiata il 30 settembre, giorno in cui ricorre la festa di S. Girolamo, santo patrono della traduzione.

Non c’è molto di glorioso nel tradurre e i premi disponibili sono pochi, tuttavia, è bello sapere che c’è sempre l’opzione della santità. San Gerolamo studiò la Bibbia in ebraico e la tradusse in latino. Martin Lutero non approvava la fede di San Gerolamo, ma perfino lui non poteva negare la mole di lavoro compiuta. Lutero riconobbe il contributo di San Gerolamo, dichiarando che il santo avesse fatto per la traduzione più di qualunque altro. Senza la sua rigorosa etica del lavoro, la Bibbia non sarebbe mai stata tradotta così accuratamente e, a sua volta, la Bibbia in inglese sarebbe stata completamente diversa.

Probabilmente, San Gerolamo ha svolto il lavoro maggiore sulla Bibbia, ma non è l’unico traduttore importante. Ci sono stati molti traduttori che hanno influenzato il modo di interpretare la letteratura classica, e questo lavoro continua tutt’ora. L’Odissea è stata tradotta da Robert Fagles, Madame Bovary da Linda Davis, I miserabili da Lee Fahnestock, e Guerra e Pace da Richard Pevear e da Larissa Volokhonsky. Per non menzionare il romanzo attualmente di successo, Uomini che odiano le donne, tradotto da Steven T. Murray. Da questo libro è stato tratto un film di grande successo al botteghino.

Il lavoro di traduttori e interpreti è ben lungi dall’essere finito. Ogni giorno, viene svolto in silenzio e diligentemente, spesso senza alcun ringraziamento o riconoscimento. La Giornata mondiale della traduzione pone l’attenzione su questo lavoro e dà al mondo la possibilità di ringraziare coloro che ci hanno dato così tanto. Buona Giornata mondiale della traduzione a tutti!

Fonte: Articolo scritto da Karen Hodgson pubblicato sul Translation Journal

Traduzione a cura di:
Laura Maresca
Torino

Disuguaglianza di scambi (5)

 Categoria: Storia della traduzione

< Quarta parte di questo articolo

Tali competenze linguistiche spiegano, in parte, il circuito traduttivo. Come ricordato da Juan Goytisolo, molti testi circolavano grazie alle lingue centrali, dette anche veicolari. Oggi, la traduzione diretta è diventata la norma nell’editoria letteraria, ma alcuni editori, che non hanno a disposizione lettori con competenze sufficienti in lingue periferiche, aspettano generalmente la traduzione del libro in una lingua veicolare al fine di poterlo leggere da soli. Mi è così capitato di intervistare alcuni editori americani che aspettavano la traduzione in francese di un libro coreano per poterlo leggere direttamente, oppure un editore cileno che aveva ugualmente bisogno di una traduzione in francese per avere accesso a testi scritti in arabo o in altre lingue. Tale problema di competenze linguistiche spiega in parte la scarsità di traduzioni tra lingue o paesi periferici, dato che i testi tra di essi circolano generalmente in una lingua centrale.

Un altro fattore garante di diversità e di arbitraggio tra le lingue periferiche è l’esistenza di politiche di sostegno per la traduzione che spesso condizionano le aziende. Tali politiche si sono impiantate in vari paesi a partire dagli anni 1980, ed è oggi possibile misurarne gli effetti. Nel caso della letteratura israeliana, scritta in lingua ebrea, e di quella olandese, i paesi di provenienza hanno rispettivamente stabilito delle politiche di esportazione molto spinte.

In Europa esistono scambi di una varietà e di una densità ineguagliabili. Due terzi dei contratti di cessione dei diritti e di acquisto realizzati dagli editori francesi tra il 1997 e il 2006 sono stati firmati con partner europei. Il tasso a riguardo delle concessioni letterarie è del 72%, mentre quello degli acquisti è del 50%, leggermente inferiore a causa del peso degli Stati Uniti. Il ruolo centrale dell’Europa è dovuto al grado di anzianità degli scambi in questa zona. Fino agli anni 1950 quest’ultimi erano soprattutto interni al continente europeo, fatta eccezione per la letteratura americana la cui importazione già era iniziata negli anni 1930, a cominciare da Faulkner, Dos Passos e altri, per rinforzarsi poi dopo la guerra. Nel lavorare su un articolo a proposito di traduzioni per il catalogo del centenario della casa Gallimard, ho misurato quanto il lancio della collezione “La Croix du Sud” da Roger Caillois per la letteratura latinoamericana, e quello della collezione “Connaissance de l’Orient” da Etiemble per quella asiatica e indiana, abbiano allargato l’orizzonte geografico durante gli anni 1950, in quanto iniziativa del programma di sostegno alla traduzione creato dall’UNESCO. In secondo piano esiste dunque un volontarismo politico. In questa epoca, nella collezione “Du monde entier”, sempre della Gallimard, la media dei titoli pubblicati annualmente è passata da 15 a 37, e si è mantenuta durante i vent’anni successivi. Tra il 1950 e il 1960, il numero di lingue tradotte in questa collezione aumenta da 14 a 24 e quello dei paesi da 23 a 28. Infine oggi, nell’era della globalizzazione, più di quaranta sono le lingue, e 57 i paesi. Si nota quindi che, durante tutto questo periodo, l’orizzonte geografico della traduzione si è gradualmente allargato e diversificato.

Fonte: articolo pubblicato da Gisèle Sapiro sul sito de La Société des Gens de Lettres

Traduzione a cura di:
Vittoria Conti
Traduttrice EN-FR-SP>IT
Firenze

Disuguaglianza di scambi (4)

 Categoria: Storia della traduzione

< Terza parte di questo articolo

Questa situazione deriva da un aspetto della struttura del mercato di traduzione che influisce notevolmente sul suo percorso geografico, ossia la polarizzazione tra grande produzione o produzione di massa, il “mass market”, e la produzione o circolazione ristretta. Tale opposizione, definita da Pierre Bourdieu, si applica anche al mercato mondiale della traduzione. Studiando le lingue rappresentate, è possibile notare che, nel polo della produzione di massa, disciplinato dalla logica della produttività a corto termine, l’inglese è ovunque la lingua predominante, al punto da fare concorrenza perfino alle lingue nazionali nei generi più commerciali, come i best seller, i thrillers e i romanzi rosa. Negli anni 1980-1990, si traducevano dall’inglese tre quarti dei titoli della collezione “Best-sellers” della casa editrice francese Robert Laffont, mentre prima del 1989 si trovavano solo due titoli tradotti dal tedesco, un romanzo di spionaggio tradotto dal russo, e qualche libro scritto in francese. La presenza usurpatoria dell’inglese in questi generi a grande diffusione spiega anche come mai esista così poca traduzione nel mondo anglofono, dal momento in cui non esiste praticamente nessun best seller tradotto da una lingua straniera. Nel polo di produzione ristretta, invece, esiste una diversità linguistica massima soprattutto nel campo letterario più che in altre categorie, poiché c’è un legame storico importante tra letteratura e nazione. Non si tratta realmente della domanda esistente, dal momento in cui questo è proprio un mercato destinato ad offrire, ma si tratta di ciò che effettivamente viene proposto e preso in considerazione da un certo numero di mediatori, fino ad arrivare al lettore.

In Francia, la diversità di origini linguistiche e geografiche è garantita sopratutto dalle collezioni di letterature straniere costituite dai grandi editori quali sono Gallimard e Le Seuil, che traducono tra venti e trenta lingue e autori provenienti da una quarantina di paesi, o ancora Actes Sud, casa editrice specializzata in traduzione, e altri piccoli editori che hanno investito nelle lingue rare, come Picquier per le lingue asiatiche.

Ma tale diversità linguistica non dipende solo dal volontarismo editoriale, richiede anche determinate competenze linguistiche, come già menzionato precedentemente parlando dell’insegnamento delle lingue. Il fatto che la letteratura olandese o quella coreana siano riconosciute in Francia si deve soprattutto alla competenza e al talento dei traduttori che sono riusciti ad imporle. La geografia della traduzione dipende quindi anche dalla distribuzione irregolare delle competenze, la quale a sua volta è correlata ai rapporti di forza tra i paesi. Infatti, alcuni di essi sono riusciti nell’intento d’impiantare l’insegnamento della loro lingua nei paesi centrali, grazie ad accordi bilaterali. Nel caso precedentemente menzionato dell’ebreo, è stata l’aggregazione formata nel 1977 a favorire lo sviluppo delle traduzioni.

Quinta parte di questo articolo >

Fonte: articolo pubblicato da Gisèle Sapiro sul sito de La Société des Gens de Lettres

Traduzione a cura di:
Vittoria Conti
Traduttrice EN-FR-SP>IT
Firenze

Disuguaglianza di scambi (3)

 Categoria: Storia della traduzione

< Seconda parte di questo articolo

La traduzione è inoltre diventata un interesse economico per molte case editrici, e infatti quella francese Gallimard firma annualmente più di ottocento contratti di cessione di libri per adulti, cosa che naturalmente genera diritti d’autore. Oggi, le grandi case editrici americane sincronizzano l’uscita della traduzione di un best seller in tutti i paesi Europei, al fine di organizzare la tournée dell’autore e razionalizzare la promozione del libro.

Nel caso di best seller come Harry Potter, ad esempio, l’acquisto dei diritti in traduzione genera una concorrenza tra editori orchestrata dagli agenti, i quali fanno del loro meglio per far salire l’offerta. È così che l’agente di Jonathan Littel, autore de Le Benevole, ha venduto i diritti del libro alla casa editrice americana Harper Collinsper un milione di dollari. Che io sappia, quest’ultima non è ancora rientrata nelle spese. Oltre tutto, il direttore aveva giustificato la scelta non con argomenti economici, bensì culturali: a parer suo, il libro era di una qualità tale che sarebbe sicuramente diventato obbligatorio in ambito universitario, diventando così un classico che si sarebbe venduto a lungo termine.

È quindi possibile dedurne che possono esistere motivazioni unicamente culturali alla traduzione, senza nessun tipo di interesse né economico né politico. Probabilmente quello di Jonathan Littel non è l’esempio più adatto, ma se non altro ha il merito di dimostrare che esiste ancora un valore letterario, anche a questo livello di offerta.

Uno dei migliori esempi di motivazione intellettuale è l’investimento che un insieme di editori di minore importanza e di traduttori fanno quasi per vocazione, tanto in Francia e negli Stati Uniti che altrove. Nel mondo anglofono, essi devono lottare contro l’invisibilità crescente delle traduzioni, relegate ai margini del mercato perché considerate non redditizie. Negli Stati Uniti si omette addirittura di scrivere il nome del traduttore sulla copertina del libro, temendo che le catene di librerie lo rifiutino con il motivo che il pubblico non accetterebbe traduzioni. Secondo una specie di self-fulfilling prophecy, una profezia auto-avverabile, si afferma che le traduzioni non funzionino rifiutando di pubblicarle o di presentarle come tale.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: articolo pubblicato da Gisèle Sapiro sul sito de La Société des Gens de Lettres

Traduzione a cura di:
Vittoria Conti
Traduttrice EN-FR-SP>IT
Firenze

Disuguaglianza di scambi (2)

 Categoria: Storia della traduzione

< Prima parte di questo articolo

Scambi asimmetrici
Negli anni 80, nel momento in cui ha avuto inizio la cosiddetta globalizzazione, il 45% delle traduzioni realizzate nel mondo erano quelle provenienti dalla lingua inglese, che era la lingua centrale. Seguivano poi lingue come il russo, il francese e il tedesco che rappresentavano rispettivamente tra il 10 e il 12 % delle traduzioni. Dietro tali lingue c’erano sei/sette idiomi classificabili come semi-periferici, che costituivano tra l’1 e il 3% delle traduzioni, mentre il resto delle lingue arrivavano a malapena all’1%.

A giudicare dal recente incremento delle fiere del libro, da Pechino a Guadalajara passando per Ouagadougou, si potrebbe pensare che la mondializzazione abbia favorito un’intensificazione di scambi. Certo, le traduzioni hanno subito un forte aumento considerato che, secondo l’Index Translationum dell’UNESCO, sono passate da 50000 a 75000 tra il 1980 e il 2000. Ma ciò non ha altrettanto portato ad un ulteriore diversificazione di scambi, anzi: le traduzioni dall’inglese sono chiaramente aumentate, passando dal 45 al 59%, mentre quelle dal russo sono diminuite dopo il 1989, passando dal 12,5 al 2,5%. Il francese e il tedesco, invece, sono riusciti a resistere. Alcune lingue periferiche sono addirittura scese sotto l’1%. L’unica lingua ad aver consolidato la sua posizione è lo spagnolo, passando dall’1,5 al 2,6%. Infine, ci sono ancora tante lingue e paesi, in particolar modo quelli del continente africano, che rimangono esclusi da tale sfera di scambi.

Fattori economici come la grandezza del mercato non sono l’unica ragione di una simile disparità. Il caso del russo dimostra inoltre che esistono anche fattori politici, come ad esempio la censura, le politiche di aiuto per la traduzione e diplomazie con una certa influenza. È anche necessario tener conto di alcuni fattori simbolici quale il prestigio internazionale delle varie letterature, come quello attuale della letteratura americana e quello passato delle opere francesi, o ancora di quelle letterature che emergono da piccoli paesi e che ricevono un certo livello di riconoscenza, quali ad esempio quella olandese o ebrea di Israele. Nel campo della traduzione, la posta in gioco è tripla, comprendendo fattori economici, politici e culturali.

Un esempio d’interesse politico è costituito da quella politica di sostegno che Mussolini aveva messo in atto per finanziare la traduzione della letteratura italiana e rovesciare il predominio della Francia e della Germania. Allo stesso modo, uno dei metodi adottati dalla Germania nazista per attuare la sua poltica e spezzare l’egemonia culturale francese, fu quello di proibire le traduzioni dal francese al tedesco dando invece sostegno e appoggio a quelle in senso contrario.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: articolo pubblicato da Gisèle Sapiro sul sito de La Société des Gens de Lettres

Traduzione a cura di:
Vittoria Conti
Traduttrice EN-FR-SP>IT
Firenze

Disuguaglianza di scambi

 Categoria: Storia della traduzione

Il percorso geografico della traduzione in piena globalizzazione
A partire dalla metà del XIX secolo, la traduzione è diventata lo strumento primo di circolazione interculturale delle opere letterarie. Mentre Balzac è stato ampiamente letto in francese, lingua delle élites europee, Zola lo è stato in traduzione. A mano a mano che si creavano le identità, le culture e le letterature nazionali, la traduzione è diventata sempre di più un metodo di democratizzazione e laicizzazione della vita culturale, non solo perché favoriva gli scambi culturali, ma anche perché è stata la base delle letterature che all’epoca emergevano in lingua vernacolare. Partecipando alla codificazione delle lingue nazionali, le traduzioni hanno portato alla creazione di repertori linguistici e stilistici, di modelli di scrittura e di corpus di opere in tali lingue. Un tantino assurda è l’idea che oggi le culture nazionali stiano subendo un processo di ibridazione a causa della traduzione: la storia letteraria ha in effetti tenuto ben nascosto il fatto che le culture e le letterature nazionali si siano costituite sulla base di quei corpus di traduzione che hanno contribuito a normalizzare le lingue nazionali.

Tuttavia, la circolazione delle opere non è né simmetrica né aleatoria. Se seguiamo le opere tradotte dal loro luogo di produzione a quello di pubblicazione, si delinea un percorso geografico che presenta alcuni elementi costanti ma che evolvono nel tempo. Questa costanza evolutiva rivela in realtà un’ineguaglianza di scambi tra lingue e culture. Parlerò in primo luogo della circolazione asimmetrica delle traduzioni tra lingue e paesi, trattando la questione a partire dal punto di origine. In secondo luogo si parlerà di come circolano le traduzioni nelle aree linguistiche considerandole dal punto di vista della loro ricezione. Infine, parleremo della geografia immaginaria della traduzione.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: articolo pubblicato da Gisèle Sapiro sul sito de La Société des Gens de Lettres

Traduzione a cura di:
Vittoria Conti
Traduttrice EN-FR-SP>IT
Firenze

La lingua della medicina (4)

 Categoria: Storia della traduzione

< Terza parte di questo articolo

Inglese medico
Al giorno d’oggi, tutte le riviste più importanti sono scritte in inglese, e l’inglese è diventata la lingua di scelta nelle occasioni internazionali. Siamo entrati nell’era dell’inglese medico, che ricorda l’era del latino medico perché, ancora una volta, i medici hanno scelto una lingua sola per la comunicazione internazionale. Mentre nelle epoche precedenti i termini medici nuovi derivavano dal greco classico o da radici latine, oggi sono spesso, in parte o interamente, composti di parole prese dall’inglese d’uso comune – e.g. bypass operation, clearance, base excess, screening, scanning – e i medici di paesi non anglofoni possono scegliere tra l’importazione diretta dei termini inglesi e la traduzione di questi nella loro lingua.

Il termine bypass, per esempio, è accettato in tedesco, olandese, nelle lingue scandinave, in italiano e rumeno, ma i Francesi, che non gradisco gli inglesismi, l’hanno tradotto in pontage. I Polacchi hanno scelto pomostowanie, che ha lo stesso significato di pontage (most=ponte), e i Russi usano “shuntirovanie, che è un altro inglesismo derivato dalla parola inglese shunt. La “naturalizzazione” dei termini inglesi è abbastanza comune in alcune lingue: in danese, si usano verbi come atscreenee atskanne (che corrispondono ai verbi inglesi to screen e to scan). Acronimi inglesi come AIDS, CT, MR, PCR hanno il problema che di solito le iniziali non rappresentano più l’ordine esatto delle parole quando il termine inglese viene tradotto, ma di regola queste discrepanze vengono ignorate. AIDS, per esempio, è largamente accettato ed è fondamentalmente diventato un sostantivo a tutti gli effetti, tuttavia in francese e spagnolo si usa SIDA ed in Russo SPID, per riflettere l’ordine delle parole in queste lingue.

Per i linguisti, la lingua della medicina è affascinante per il flusso di concetti e parole da una lingua all’altra. Per i medici, la conoscenza della storia e del significato originale delle parole apre ad una nuova dimensione della lingua professionale.

Fonte: Articolo scritto da Henrik R Wuff e pubblicato nell’aprile 2004 sulla rivista Journal of the Royal Society of Medicine

Traduzione a cura di:
Maria Chiara Gelmi
Medico
Milano

La lingua della medicina (3)

 Categoria: Storia della traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Le lingue mediche nazionali
Successivamente, venne l’era delle lingue mediche nazionali, come l’inglese medico (i.e. inglese d’uso comune con l’aggiunta di termini medici), il francese medico, il tedesco medico, l’italiano medico e molti altri. Qualcuna di queste, in particolare il francese, il tedesco e l’inglese, sostituirono il latino nel ruolo di mezzo di comunicazione internazionale, ma gran parte delle altre furono usate solamente su scala nazionale. Le lingue mediche nazionali avevano molti aspetti in comune perché la maggior parte dei termini medici derivavano dal latino medico, ma c’erano differenze sistematiche che esistono tutt’ora. Nelle lingue germaniche, come il tedesco, l’olandese e le lingue scandinave, i termini anatomici e i nomi delle malattie sono spesso utilizzate con le desinenze latine, e.g. nervusmusculocutaneus e ulcusventriculi, mentre nelle lingue romaniche gli stessi termini sono di solito “naturalizzati” in base alle regole di ogni lingua, e.g. le nerfmusculo-cutané e ulcèregastrique in francese, e il nervo musculocutaneo e ulcera gastrica in italiano.

L’inglese è una lingua germanica, ma metà del suo vocabolario è di origine romanica, e l’inglese medico tende a seguire lo schema romanico, fatta eccezione per la posizione dell’aggettivo prima del sostantivo, e.g. the musculocutaneousnerve and gastriculcer. Nelle lingue slave è abitudine tradurre i termini, e.g. in Russo kozhno-myzhechnynerv (nervo pelle-muscolo) and jasvazheludka (ulcera dello stomaco). Il greco moderno è da menzionare perché accetta solamente i termini greci, inclusi molti di quelli tradotti in latino da Celso duemila anni fa. Il nervo musculocutaneo, per esempio, è to myodermatiko neuro. Tuttavia, la distinzione qui descritta tra gli schemi germanico, romanico e slavo è solo una tendenza con molte eccezioni. I medici anglofoni accettano anche prestiti diretti con desinenze latine, e i medici tedeschi potrebbero “naturalizzare” i termini latini (e.g. coronararterien per arteriaecoronariae) o tradurli in tedesco (e.g. Magengeschwür invece di ulcusventriculi).

Le lingue mediche nazionali non si sono limitate ad importare termini già presenti in latino. Gli scienziati nel campo della medicina hanno continuato a sviluppare concetti nuovi che avevano bisogno di un nome, e i nostri predecessori classicisti hanno coniato moltissimi termini nuovi, molti dei quali avevano radici greche anziché latine, dal momento che il latino non consente la stessa libertà nella formazione di parole composte.Furono introdotti, per esempio, i termini nefrectomia, oftalmoscopia ed eritrocita, che il latino medico avrebbe espresso in maniera molto meno scorrevole (excisiorenis, inspectiooculorum e cellula rubra). Questa grande varietà di termini neoclassici con radici greche, che è tutt’ora in uso, presenta altre caratteristiche di interesse linguistico, come il significato specifico attribuito ad alcuni suffissi di origine greca (e.g. –ite e –oma) ed il fatto che alcuni prefissi e suffissi sono più utilizzabile altri. Il greco –iper, per esempio, è più utilizzabile del latino super-, nonostante originariamente avessero lo stesso significato. Pertanto, diciamo ipertensione, che è un ibrido greco-latino, al posto di supertensione, che sarebbe stato il termine latino corretto.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Henrik R Wuff e pubblicato nell’aprile 2004 sulla rivista Journal of the Royal Society of Medicine

Traduzione a cura di:
Maria Chiara Gelmi
Medico
Milano

La lingua della medicina (2)

 Categoria: Storia della traduzione

< Prima parte di questo articolo

Il latino medico
Durante il Medioevo una terza lingua acquisì una grande importanza, dal momento che molti dei testi medici greci furono tradotti in arabo. Gli studiosi del mondo arabo diedero anche un proprio contributo alla letteratura medica, e qualche termine arabo (e.g. nuca) trovarono spazio nella medicina occidentale.

Tuttavia, nel periodo rinascimentale, in cui il greco non era più universalmente conosciuto, sia i testi greci sia quelli arabi furono tradotti in latino, e così cominciò l’era del latino medico. Il De Medicina di Celso fu stampato nel 1478, solamente un paio di decadi dopo l’invenzione della stampa, e fu seguito dalle edizioni latine dei testi di Galeno. Nei secoli seguenti quasi tutti i testi medici importanti furono pubblicati in latino (e.g. quelli di Vesalio, Harvey e Sydenham); il vocabolario medico si espanse ma non subì sostanziali cambiamenti. Il latino medico continuò a essere nient’altro che il latino d’uso comune con l’aggiunta di molti termini medici greci e latini.

Gradualmente, però, le lingue nazionali prevalsero sul latino, e in Britannia i Commentarii di William Heberden furono probabilmente l’ultimo testo medico importante scritto in latino. Questo lavoro fu pubblicato nel 1802 e il Dr. Johnson definì l’autore ultimusRomanorum (l’ultimo dei Romani). In altri paesi il latino medico sopravvisse più a lungo: in Danimarca i medici ospedalieri scrissero in latino le relazioni sui pazienti fino al 1853.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Henrik R Wuff e pubblicato nell’aprile 2004 sulla rivista Journal of the Royal Society of Medicine

Traduzione a cura di:
Maria Chiara Gelmi
Medico
Milano

La lingua della medicina

 Categoria: Storia della traduzione

Non esiste una disciplina ufficiale chiamata linguistica medica, ma forse dovrebbe esistere. La lingua della medicina offre sfide interessanti sia per gli storici della medicina, sia per i linguisti. Gli studiosi classici hanno analizzato nel dettaglio i contenuti e le caratteristiche linguistiche della maggior parte dei testi antichi di medicina, ma gli sviluppi più recenti della terminologia medica hanno ricevuto molta meno attenzione. DI seguito, presento una breve relazione sulla storia e le caratteristiche della lingua usata dai medici per comunicare tra di loro.

L’era greca
Le fonti scritte più antiche della medicina occidentale sono le opere di Ippocrate, risalenti al 5° e 4° secolo A.C., che trattano tutti gli aspetti della medicina di quel tempo e contengono parecchi termini medici. Questo testo segna l’inizio dell’era greca della lingua medica, che si estende anche oltre la conquista romana, poiché i Romani, non avendo tradizioni mediche comparabili, importarono la medicina greca. La maggior parte dei medici operanti nell’impero romano erano greci, e gli scritti di Galeno di Pergamo, dal 2° secolo D.C., per secoli furono considerati al pari di quelli ippocratici. La nostra eredità greca comprende numerosi nomi di malattie e sintomi, come catarro, diarrea, dispnea (respiro difficoltoso), malinconia (bile nera) e podagra (trappola per i piedi).

All’inizio del primo secolo D.C., quando il greco era ancora la lingua della medicina nel mondo romano, si verificò un importante sviluppo. Al tempo di AulusCelsus, un aristocratico romano di Narbonensis (oggi conosciuta come Narbona, nel sud della Francia), Celso scrisse il De Medicina, una raccolta in forma di enciclopedia di tutta la conoscenza medica basata su fonti greche. Egli è alle volte chiamato Cicero medicorum (il Cicerone dei medici) grazie all’eleganza del suo Latino. Celso si dovette misurare con la mancanza di equivalenti latini per gran parte dei termini medici greci, ed il modo in cui risolse questo problema è estremamente interessante dal punto di vista linguistico.

In primo luogo, importò direttamente qualche termine greco, conservando addirittura la loro desinenza grammaticale. Per esempio, introdusse i termini greci pyloros (oggi piloro) ed eileos (oggi ileo), scrivendoli in caratteri greci nel suo testo latino. In secondo luogo, “latinizzò”alcuni termini greci, scrivendoli in caratteri latini e sostituendo le desinenze greche con desinenze latine – e.g. stomachus e brachium.
Inoltre, ed è l’aspetto più importante, conservò il linguaggio figurato della terminologia anatomica greca traducendo i termini greci in latino, per esempio dentes canini dal greco kynodontes (dente di cane) e caecum dal greco typhlon(il cieco). In questo modo, noi possiamo ancora dilettarci nell’antica tradizione greca della somiglianza delle forme delle strutture anatomiche con, per esempio, strumenti musicali (e.g. tuba=tromba, tibia=flauto), pezzi d’armatura (torace=corazza, galea=elmo), utensili (fibula=spilla, falx=falce), piante (uvea=uva, glande=ghianda) e animali (elica=chiocciola, conca=cozza, muscolo=topo, trago=capra, così chiamato perché questa parte dell’orecchio esterno è alle volte coperta di peli, rassomigliando al mento di una capra). Alcuni di questi termini sono gli originali greci, mentre altri sono i loro equivalenti latini introdotti da Celso e dai suoi successori.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Henrik R Wuff e pubblicato nell’aprile 2004 sulla rivista Journal of the Royal Society of Medicine

Traduzione a cura di:
Maria Chiara Gelmi
Medico
Milano

La traduzione nel periodo post-coloniale (5)

 Categoria: Storia della traduzione

< Quarta parte di questo articolo

Al contrario, i romanzi di Ananthamurthy e Karanth non solo, sono legittimanti dall’istituzione accademica occidentale come rappresentati dell’esperienza indiana moderna, ma anche fissati di norma come testi nella università euro americane. Siccome il luogo del loro intelletto e della loro sensibilità rivela uno stato tradotto, le traduzioni dei loro lavori appaiono immediatamente alla psiche occidentale, la quale opera sempre entro la realtà empirica familiare. In altre parole, questi lavori sono legittimati poiché operano dentro le norme eurocentriche.

Mi sono avvicinato alla letteratura Kannada perché è il mio terreno familiare. Anche le traduzioni da altre lingue sono state soggette allo stesso criterio. Per esempio, ci hanno detto che 61 romanzi sono stati tradotti dal marathi all’inglese dopo l’Indipendenza (Mannur 2000: 229). Quante di queste traduzioni o scrittori sono state accettati o legittimati? Solo a pochi scrittori come Vijay Tendulkar è stato dato accesso a questo gruppo d’elite. Credo che uno debba guardare al luogo intellettuale di tali scrittori per comprendere la loro accettabilità in Occidente.

Come dovremmo navigare in questa strana brutta situazione post-coloniale? Veniamo accettati solo se veniamo espressi come esseri tradotti, ibridi e post–nazionali. Forse la soluzione giace nella consapevole sfida al discorso critico dell’egemonia occidentale costruendo un discorso alternativo nazionalista, il quale, attraverso la traduzione tra e in mezzo a differenti lingue indiane, facilita e fortifica l’ambiente multi culturale e multi etnico della nostra nazione.

Uno può discutere che il Sahitya Akademi, il National Body of Letters, in questi anni sta tentando di promuovere il discorso nazionalistico attraverso la traduzione. Ma si è concentrato solo sulla traduzione degli scrittori più importanti e tradizionali da una lingua all’altra. Il discorso contro nazionalista, dall’altra parte, deve soddisfare le voci subalterne ed emarginate introducendoli e facendoli familiarizzare ai lettori di letteratura in altre lingue indiane. Rendere, per esempio, la voce emarginata di Assam preminentemente ascoltata in un remoto villaggio di Maharashtra attraverso la traduzione in Marathi è il modo più desiderabile di sfidare e resistere il discorso egemonico post-coloniale.

Fonte: Articolo scritto da K. Sripad Bhat e pubblicato su “Translation Today”

Traduzione a cura di:
Elisa Checcaglini
Traduttrice EN>IT
Monterchi (AR)

La traduzione nel periodo post-coloniale (4)

 Categoria: Storia della traduzione

< Terza parte di questo articolo

Smascherare tali razionalizzazioni ci rende in grado di capire come molte traduzioni di narrativa di eminenti scrittori come Shivarama Karanth e Vaikum Mohammed Bashir non sono stati in grado di compiere la legittimazione in termini di non essere stati ammessi nel canone occidentale. Anita Mannur nel suo articolo The Changing Face Of Translation in Indian Literature esprime con dettagli statistici esaurienti che durante questi cinque decenni dopo l’indipendenza indiana, 1074 testi indiani da sedici differenti lingue sono stati tradotti in inglese (Mannur 2000: 229). Di questi, forse, solo alcune traduzioni sono state fatte entrare nell’istituzione canonica occidentale.

La ragione è molto semplice: le traduzioni nella lingua principale vengono legittimate solo se tali traduzioni narrative esistono già in uno stato ibrido già tradotto post – naturale. Per esempio, Tughluq di Girish Karnad o Samskara di U.R. Ananthamurthy sono stati integrate nel canone occidentale in considerazione della loro rappresentazione dell’ esperienza ibrida post – coloniale. Sia Tughluq che Praneshacharya i protagonist di Tughluq e Samskara rispettivamente, parlano da luoghi senza storia saturi dall’esistenzialismo di Sartre. Non sono loro i nostri eroi post-nazionali che celebrano il nostro ibridismo facendo appello ad un pubblico internazionale?

Se Tughluq di Girish Karnad viene lanciato nello stampo di Caligola di Camus, Praneshacharya, il protagonista di Ananthamurthy di Samskara, assomiglia al prototipo di Sartre con un continuo attacco di tormento esistenziale. Dall’altra parte, nonostante il fatto che non meno di una dozzina di romanzi più importanti di Shivarama Karanth sono stati tradotti in inglese, nessuno di loro ha trovato posto nel canone critico occidentale, precisamente perchè non parla dal luogo ibrido. Il mondo fittizio di Karanth rappresenta brillantemente la comparsa dell’India moderna come una nazione con tutte le sue problematiche e complessità storiche e di bagaglio intellettuale. Purtroppo, tali preoccupazioni nazionaliste distinte degli scrittori del Terzo Mondo hanno attratto poca attenzione critica in considerazione della natura aliena dei loro luoghi ideologici.

Nel post di domani le conclusioni di questo interessante articolo (ndr).

Fonte: Articolo scritto da K. Sripad Bhat e pubblicato su “Translation Today”

Traduzione a cura di:
Elisa Checcaglini
Traduttrice EN>IT
Monterchi (AR)

La traduzione nel periodo post-coloniale (3)

 Categoria: Storia della traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Bhabha è categorico nel rifiutare le idee del vecchio umanista liberale sul multiculturalismo e di diversità culturale. Secondo lui, è l’intermediario o il terzo spazio che porta il peso e il significato della cultura ed è quello che rende importante il concetto di ibridismo (Ashcroft 2004: 119).
Il concetto di Bhabha di ibridismo o celebrazione dell’intermediario o del terzo spazio divenne velocemente parte del vocabolario della moderna teoria della traduzione, e ci sono stati molti tentativi di guardare all’intero discorso della traduzione da questo angolo. Samia Mehrer (Mehrer: 2000) per esempio discute che i testi post -coloniali comprendono come gli ibridi hanno creato il loro linguaggio. Il saggio di Michaela Wolf intitolato The Third Space in Postcolonial Representation (Wolf 2000: 127-145) è una richiesta per l’applicazione del concetto dell’ibridismo nel campo della traduzione.

Cosa significa questo per il concetto di traduzione? Tutti i tentativi alla traduzione culturale e testuale devono lavorare sul presupposto della natura non sincrona e dalle molte tracce degli ibridismi culturali, non una strada a senso unico che conduce dal testo fonte al testo tradotto. Cosi, si scopre non solo una sfera di un nuovo internazionalismo nel senso della complessa pratica e la poetica della migrazione mondiale e il simbolismo culturale dentro il quale i processi storici della trasformazione delle stesse società post coloniali vengono tradotti, ma anche le centrali elettriche dove la cultura globale e internazionale viene ritradotta nella specifica culturalità e nella località storica. Le traduzioni post–coloniali postulano la decentralizzazione e la posizione delle culture ibride trasversalmente all’asse tradizionale della traduzione tra culture e letterature separate (Medick 1996: 11).

Arjun Appadurai ha sviluppato dei punti di vista per lo studio della tendenza della globalizzazione (Appadurai 1991: 191-210). Ha proposto una teoria di riferimento secondo la quale la traduzione deve riflettere una deterritorializzazione e una migrazione del transfer, mescolando e spostando l’esperienza locale verso una nuova etica pubblica e di identità sociali. Ragiona che il concetto di nazione come contenitore delle letterature mondiali e la fonte e il traguardo della traduzione è diventato sempre più non discutibile in un mondo che può essere osservato come post nazionale per un tale fenomeno come la globalizzazione, la migrazione, l’esilio e la diaspora.
Pertanto, un testo che proviene dal mondo post–coloniale come l’India, per essere accettato o legittimato deve essere tradotto. Bhabha lo definisce

Ibridismo = Cultura internazionale

in opposizione alla diversità culturale. Appadurai dall’altra parte, lo individua nella psiche collettiva post nazionale della popolazione migrante moderna.

Nell’articolo di domani approfondiremo questo concetto (ndr)

Fonte: Articolo scritto da K. Sripad Bhat e pubblicato su “Translation Today”

Traduzione a cura di:
Elisa Checcaglini
Traduttrice EN>IT
Monterchi (AR)

La traduzione nel periodo post-coloniale (2)

 Categoria: Storia della traduzione

< Prima parte di questo articolo

Di certo, lo sconosciuto o l’esotico in Oriente è sempre stato oggetto di curiosità e di meraviglia nell’immaginario occidentale. Una tale prospettiva ha generato molti stereotipi riguardo l’Oriente in Occidente. Un esempio tipico è l’India a cui viene associata l’immagine del paese degli elefanti e degli incantatori di serpenti. La popolarità delle storie di Panchatantra riflette veramente sul fantasioso tour de force occidentale perché infiammava la loro immaginazione. Nonostante ciò, malgrado la sua popolarità, Panchatantra non è diventato un membro dell’istituzione canonica occidentale. Le ragioni non sono difficili da trovare.

La ragione principale è una globale applicazione delle norme eurocentriche mentre si studia e si traduce la letteratura che appartiene al mondo coloniale e post-coloniale. Il termine eurocentrismo significa processo conscio o inconscio tramite il quale le ipotesi culturali dell’ Europa e europee sono costruite come o presupposte essere normali – il naturale o l’universale (Ashcroft 2004: 90-91). L’ eurocentrismo è mascherato negli studi letterali dall’universalità letteraria e dall’universale soggetto umano. Una tale prospettiva eurocentrica era responsabile per investigare, analizzare, definire e alla fine canonizzare le letterature del mondo coloniale.

Fu Chinua Achebe, un prominente scrittore africano, che per la prima volta fece rilevare nel lontano 1974 che le qualità universali che si aspettavano dalla letteratura dalla critica occidentale non erano poi cosi tanto universali come l’europeo in un inganno universale. Perfino oggi c’è poco cambiamento del terreno della realtà. I racconti o le traduzioni che hanno origine nel Terzo Mondo diventano parte dell’istituzione canonica solo se i loro autori scelgono di occuparsi delle idee dominanti occidentali e moderniste nelle loro racconti. Forse per questa ragione, uno scrittore come Salman Rushdie è diventato parte del canone in Occidente. Le stesse ragioni sono applicabili anche alle traduzioni.

Certe varietà di teorie post – coloniali sono riuscite a razionalizzare alcune prospettive. La nozione di “ibridismo” per esempio appartiene a questo regno. Di recente, l’ibridismo viene usato per legittimare e autenticare l’ambivalente realtà post – coloniale saturata dalle idee occidentali. È uno dei termini più largamente utilizzati nella teoria post-coloniale. Si riferisce alla creazione di nuove forme trans cultuali entro la zone di contatto prodotte dalla colonizzazione.

Il termine “ibridismo” viene associato con il lavoro di Homi. J. Bhabha (Bhabha 1994). La sua analisi della relazione colonizzatore/colonizzato pone l’accento sulla loro interdipendenza e la reciproca costruzione delle loro soggettività. Bhabha discute che tutte le affermazioni e i sistemi culturali sono costruiti in un sistema che chiama il Terzo Spazio di Enunciazione. L’identità culturale emerge sempre in uno spazio contraddittorio e ambivalente, il quale, per Bhabha, fa un’affermazione insostenibile sulla purità gerarchica delle culture. Secondo lui, il riconoscimento di questo spazio ambivalente dell’identità culturale ci può aiutare a sconfiggere l’esotismo della diversità culturale in favore del riconoscimento di un conferimento di poteri all’ibridismo entro il quale la differenza culturale può operare. Lasciatemi citare Bhabha in pieno:

E’ eloquente che le capacità produttive di questo Terzo Spazio hanno un’origine coloniale o post-coloniale. Per una propensione a discendere in quel territorio alieno … possa aprire la strada a concettualizzare una cultura internazionale, basata non sull’esotismo della multiculturalità o sulla diversità delle culture, ma sull’ iscrizione e sull’articolazione dell’ibridismo della cultura (Bhabha 1994: 98).

Nell’articolo di domani approfondiremo il pensiero di Bhabha (ndr).

Fonte: Articolo scritto da K. Sripad Bhat e pubblicato su “Translation Today”

Traduzione a cura di:
Elisa Checcaglini
Traduttrice EN>IT
Monterchi (AR)