Miseria e splendore della traduzione (3)

 Categoria: Storia della traduzione

L’esercizio traduttivo si fa dunque esegesi: significativo, in questo senso, ciò che W. Benjamin sostiene in Die Aufgabe des Übersetzers: “il traduttore ideale tratta ogni testo come l’esegeta tratta il testo sacro”. Il circuito ermeneutico scaturito dalla traduzione implica un processo di costante metamorfosi, di trasformazione necessaria. Scrive Benjamin: “Come si mostra che nella conoscenza non potrebbe darsi obbiettività, […], se essa consistesse in copie e riproduzioni del reale, così si può dimostrare che nessuna traduzione sarebbe possibile se la traduzione mirasse, nella sua ultima essenza, alla somiglianza con l’originale. Poiché nella sua sopravvivenza, che non potrebbe chiamarsi così se non fosse mutamento e rinnovamento del vivente, l’originale si trasforma”.

Si giunge così a una “disposizione ermeneutica” del traduttore rispetto al testo originale, un’apertura all’interpretazione delineata da A. Prete come una “capacità d’ascolto [che] dischiude il senso e la sua inesauribilità”. La traduzione diventa, a questo punto, una prassi per così dire ossimorica. Proprio attraverso tale disponibilità e apertura, e superando le tradizionali dicotomie, essa metterebbe in scena simultaneamente, imitatio ed inventio, due modelli retorici antitetici in questo caso solo in apparenza. In questa prospettiva, Prete identifica la pratica traduttiva come un “ossimoro del generare: presenza nominata nell’assenza, origine detta nella distanza, dipendenza trasvalutata in dominio dell’altra forma, dell’altra lingua”. La traduzione darebbe voce, allo stesso tempo, a un amore e a un conflitto: un amore capace di manifestarsi soltanto a distanza, nell’alterità, attraverso uno scarto spaziale e temporale che conduce alla nascita di un nuovo tempo, di un nuovo spazio. “Non superare il modello, ma coprirlo di segni, tatuarlo; non nascondere l’influenza, ma dirla in una lingua nella quale essa possa apparire come necessaria e insieme già vanificata”, imitatio e inventio, fedeltà e libertà, amore e conflitto: la sfida massima per il traduttore, è fare di quest’ossimoro, un’endiadi, una compresenza.

Luogo d’incontro per eccellenza con l’Altro, più o meno prossimo, la traduzione, “permette a ogni cultura di procedere alla decifrazione di se stessa”. Aggiunge Sabbadini, “Assumendo, sotto vesti mascherate il proprio passato, o un passato e comunque un’alterità, una cultura, fingendo di farne parlare un’altra, e quindi deresponsabilizzandosi autorialmente del proprio “detto”, parla invece di sé stessa, e dicendoci le modalità secondo cui legge l’altro da sé, ci dichiara in modo lampante come vorrebbe essere letta”. La traduzione dà voce nell’alterità a un’identità, a un’autocoscienza, e tanto più è intenso il contatto con l’Altro, tanto più decisivi diventano il proprio marchio, la propria impronta.

Autore dell’articolo:
Clio Spucches
Dottoranda di letteratura francese presso l’Università degli Studi di Pisa

Miseria e splendore della traduzione (2)

 Categoria: Storia della traduzione

Quanto all’autore del testo originale, pare che sia implicato in prima persona in una sorta di circuito ermeneutico dell’infedeltà nell’atto stesso della sua creazione: in accordo con F. Nietzsche, il linguaggio sarebbe la prima forma umana di menzogna. In quanto costruzione, impalcatura artificiale, esso fornirebbe soltanto l’illusione di dire le cose del mondo, di dare loro nome: lo scrittore è dunque chiamato a confrontarsi con questa illusione. L’infedeltà, d’altro canto, più che identificarsi come entità in contrasto con gli ideali di fedeltà, trasparenza, umiltà del traduttore rispetto al testo e all’autore da tradurre, può essere designata come un parametro storico. Mounin lo spiega ne Les Belles Infidèles: l’infedeltà è un atteggiamento non solo che muta a seconda delle epoche e dei generi, ma anche, e soprattutto, che assorbe e si fa conseguentemente portavoce di un’ideologia dominante nel paradigma storico di una determinata cultura.

Coscienti che non si tratti di un mero problema di equivalenza, – una perfetta corrispondenza tra due testi è impossibile non tanto da realizzare, ma impossibile tout court, – si giunge con Meschonnic alla consapevolezza, “che una traduzione di un testo letterario deve fare ciò che fa un testo letterario, con la sua prosodia, il suo ritmo, il suo significato […]. L’equivalenza [tanto] ricercata non si pone di lingua in lingua, cercando di dimenticare le differenze linguistiche, culturali, storiche. Si pone da testo a testo, mostrando l’alterità linguistica, culturale, storica, come una specificità, una storicità”. La differenza, lo scarto, l’alterità non vanno dunque celati né travestiti in nome di una presunta equivalenza, ma resi espliciti, manifesti in quanto espressione di una specificità artistica, di una storicità.

Per rafforzare la concezione di una traduzione lontana dall’ideale di una coincidenza esatta tra due testi, e per questo estranea al principio di identità per cui A=A, sarà utile citare Silvano Sabbadini quando sostiene che “la traduzione, […], lungi dall’essere, simbolicamente, il luogo trasparente ove unità e alterità si ricompongono, e la comunicazione è perfetta, si darà piuttosto come allegoria stessa del processo storico, e allegoria doppia, perché costruita su quell’allegoria primaria che istituiamo tra i segni e la realtà”. A differenza del simbolo che presuppone un “rispecchiamento metafisico” con l’oggetto di partenza, la traduzione si pone piuttosto come “una convenzione sociale, e dunque relativa e storicamente determinata, tra due voci, tra due culture”.

Crollano dunque quelle rigide opposizioni binarie – forma vs contenuto, fedeltà vs infedeltà, trasparenza vs invenzione, annessione vs decentramento – che sminuiscono la complessità del tradurre. S’impone invece la convinzione che la traduzione, tenendo conto non più della demarcazione ma della coabitazione di tali opposizioni, le inglobi per poi superarle. È questa una visione che vede la traduzione, innanzi tutto, come interpretazione di un testo in un altro codice.

La terza e ultima parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Clio Spucches
Dottoranda di letteratura francese presso l’Università degli Studi di Pisa

Miseria e splendore della traduzione

 Categoria: Storia della traduzione

Che la traduzione parola per parola sia un’operazione fuorviante e rischiosa è stato assodato a partire dalle riflessioni di Cicerone sulla sua traduzione dei discorsi di Demostene e di Eschilo, nelle quali afferma: “non li ho resi in quanto traduttore (ut interpres) ma in quanto scrittore (sed ut orator), rispettando le frasi, con le figure di parola o di pensiero, usando comunque termini adattati alle nostre abitudini latine. Non ho dunque considerato necessario rendere ciascuna parola per parola (verbo verbum reddere): tuttavia, quanto al genio di tutte le parole e al loro valore, li ho conservati”.

A partire da tale presupposto, e com’è stato già accertato in passato da diversi teorici della traduzione – pensiamo ai contributi di R. Ladmiral e H. Meschonnic, ma anche alle considerazioni di W. Benjamin sulla traduzione – non esiste, e non può esistere, una corrispondenza biunivoca tra due lingue, ognuna delle quali sarà concepita piuttosto come un vero e proprio sistema, nella sua accezione più generale, un’unità fisica e funzionale costituita da più parti interagenti tra loro che formano un tutt’uno in cui ogni parte dà un contributo per una finalità comune. Significativa è, in questo senso, l’immagine ciceroniana celebrata da Valéry Larbaud del traduttore che, piuttosto che allineare come delle monete gli equivalenti delle parole del testo, ne dà direttamente la somma, il risultato finale, il peso complessivo del loro contenuto. Da qui la questione della fedeltà al testo di partenza che non può e non dovrebbe porsi come dogma ma come un atteggiamento pronto a dispiegarsi lungo un unico continuum: una presa di posizione da parte del traduttore, il quale, avvicinandosi ora al testo originale, ora allontanandosene, attraverso un moto oscillante – ma non sussultorio non essendoci conflitto -, è capace di generare spontaneamente una dinamica di traduzione che prescinde da opposizioni semplicistiche fedele vs infedele.

Afferma Emanuela Nanni, “Fedeltà è, e sempre deve essere intesa, verso il lettore se non, molto più ampiamente, verso la grande impresa della letteratura nella sua ambizione di farsi universale e condivisa, di incarnare la goethiana Weltliteratur”. Non si tratta dunque di fedeltà all’autore, bensì di attendibilità nei confronti del lettore, destinatario unico nel suo tempo, dunque testimone privilegiato di un’eredità testuale che può aver luogo nella tradizione anche, e soprattutto, attraverso la traduzione. In accordo con la rilevanza da attribuire al ruolo del lettore, e memori dell’insegnamento di W. Benjamin sulla deperibilità del testo tradotto, Emilio Mattioli ci ricorda che proprio il lettore è un “elemento a sua volta variabile nel tempo che concorre a rendere infinito il processo traduttivo”.

La seconda parte di questo articolo seguirà domani.

Autore dell’articolo:
Clio Spucches
Dottoranda di letteratura francese presso l’Università degli Studi di Pisa

Le traduzioni in Giappone a inizio ‘900 (2)

 Categoria: Storia della traduzione

La necessità di costruire una società di uomini produttivi, brillanti e ben educati era comunque anche nell’interesse dello stesso governo Meiji, in questi anni infatti numerosi giovani giapponesi venivano mandati all’estero a studiare, per poi tornare ad insegnare in patria e diffondere la cultura moderna internazionale. Anche una delle figure più importanti dell’epoca, Fukuzawa Yukichi, invitava nella sua opera principale i giovani a studiare, a nutrire la propria intelligenza, perché questo è l’unico modo per ottenere tutto ciò che si vuole. In particolare Fukuzawa incoraggiava lo studio delle lingue straniere e l’utilizzo dei testi occidentali sia tradotti, sia in lingua originaria.

Le opere occidentali assunsero quindi un ruolo primario nello sviluppo della letteratura moderna giapponese e nella creazione di una nuova mentalità. Moltissimi degli scrittori giapponesi più rinomati di inizio ‘900 hanno iniziato la loro carriera come traduttori. Primo fra tutti Mori Ogai, che grazie alle sue traduzioni dal tedesco ha introdotto in Giappone il Romanticismo e il Naturalismo, e, di conseguenza, tutta l’ideologia che stava dietro queste correnti. L’individualismo, l’amore romantico, la denuncia sociale, la ricerca della realtà, sono solo alcune delle concezioni che il Giappone mancava quasi totalmente. Basti pensare che prima di questo boom culturale una parola “semplice” come “Libertà” non esisteva nel lessico autoctono.
Ovviamente non tutti accettarono a piè pari l’invasione delle idee occidentali, anche nel mondo letterario ci furono numerosi dibattiti e lotte per trovare il modo di fondere il nuovo e il vecchio, difendendo allo stesso tempo la ricchissima e antica tradizione della letteratura giapponese.
Ci furono anche autori molti famosi, come Soseki, Tanizaki e Kafu, che dopo una vita di amore e ammirazione per la letteratura europea alla fine rivalutarono la propria storia e cultura, capendo che non aveva nulla da invidiare a quella degli altri paesi.

In Giappone probabilmente la diffusione del pensiero ha quindi impiegato più tempo e fatica a raggiungere un obiettivo definito e duraturo nel tempo. Anche qui però alla fine è stato, più di ogni altra cosa, il fattore decisivo che ha portato alla modifica di alcuni aspetti negativi della società e che ha aggiunto dei valori necessari per l’evoluzione del genere umano. Tutto ciò non sarebbe mai potuto avvenire senza l’esistenza di artisti geniali nel corso dei secoli, ma allo stesso tempo, è anche grazie al lavoro dei traduttori che le idee hanno avuto la possibilità di circolare e cambiare effettivamente il mondo.

Autore dell’articolo:
Giulia Magni
Traduttrice JP-EN>IT
Roma

Le traduzioni in Giappone a inizio ‘900

 Categoria: Storia della traduzione

Gran parte dei passi avanti che l’umanità ha compiuto nel tempo sono stati possibili grazie alla diffusione e alla condivisione della cultura e delle idee tra i vari paesi del mondo. E’ un fatto universalmente riconosciuto e, in particolare per gli Europei, può sembrare semplicemente ovvio.
Stesso discorso non vale però per un paese come il Giappone, che fino al XIX secolo ha mantenuto una politica di conservazione e chiusura nei confronti dell’esterno e in particolare dell’Occidente.

Il 1868 segnala in Giappone l’inizio dell’epoca Meiji (1868 – 1912), la cosiddetta “era moderna”.
E’ in questo momento che il paese pone fine al regime militare e centralizzato che era stato al potere per più di cinque secoli, e inaugura un periodo di restaurazione politica, sociale ed economica assumendo una struttura governativa in stile occidentale.
La repentina apertura al resto del mondo portò nuovi stimoli in ogni campo possibile, tra questi non poteva mancare senza dubbio quello letterario. E’ in questi anni infatti che appaiono i primi lavori di traduzione di testi occidentali. In realtà già in passato alcuni testi stranieri erano stati importati in Giappone, ma erano per lo più manuali tecnici, linguistici o testi religiosi, cioè veniva tradotto ciò che poteva essere utile a livello pratico. Dall’inizio dell’epoca Meiji però anche le opere letterarie riuscirono ad ottenere la loro collocazione nello sviluppo di una nuova identità e società per il Giappone.

Il ruolo di estrema importanza che queste traduzioni rivestirono è identificabile già da due dei primi testi occidentali ad aver raggiunto il successo in Giappone.
Uno di questi è praticamente sconosciuto in Europa, “Self-help” di Samuel Smiles (1859), l’altro invece è una delle opere più importanti della storia della letteratura moderna, il “Robinson Crusoe” di Daniel Defoe (1719). Entrambi i testi introducono una nuova figura di protagonista: l’uomo moderno che riesce a raggiungere i propri obiettivi attraverso il lavoro, l’educazione e la forza di volontà. In Self-Help vengono narrate le storie di uomini che nonostante la nascita in una famiglia povera riescono a diventare ricchi e famosi grazie allo studio e al duro lavoro. Robinson Crusoe, uno dei romanzi più tradotti al mondo, è l’opera che rappresenta l’ascesa dell’Illuminismo e del nuovo ceto borghese in Europa. In un paese come il Giappone nel quale il gruppo è sempre stato più importante dell’individuo, queste erano concezioni del tutto nuove.

A domani la seconda parte di questo interessante articolo.

Autore dell’articolo:
Giulia Magni
Traduttrice JP-EN>IT
Roma

L’autotraduzione: un caso di traduzione (3)

 Categoria: Storia della traduzione

Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che alcuni scrittori decidono di autotradursi solo per delle mere questioni commerciali, ovvero per raggiungere una diffusione più ampia facendo coincidere la pubblicazione dell’originale con quello autotradotto nella lingua dominante. In questo modo, ci accorgiamo che l’autotraduzione, proprio come ogni traduzione, non è mai innocente, basti riportare l’esempio citato dal docente di traduzione Francesc Parcerisas (2009) nel suo articolo. Quest’ultimo ci riporta il caso di un’autrice catalana, Maria de la Pau Janer, le cui opere autotradotte vengono vendute come versioni originali. Esistono, comunque, autori che scelgono di cimentarsi in questa prova per dare un valore aggiunto ai propri testi e perché sono convinti che solo loro possano interpretare al meglio la propria creatura.
Parcerisas si chiede, inoltre, quali siano le implicazioni ideologiche dell’autotraduzione quando essa non è resa manifesta, ma sottilmente celata. A tale proposito, Rainier Grutman (2009), citando lo scrittore Even Zohar, sottolinea che spesso i contatti tra letterature hanno una natura asimmetrica, «No hay igualdad en los contactos literarios» (Zohar 1978: 49, citato in Grutman 2009: 127). Per questo motivo la traduzione è una forma di contatto tra sistemi letterari di vario prestigio e status, dove c’è sempre qualcuno che domina su un altro. Grutman riprendendo Pascale Casanova, discepola del famoso sociologo Bourdieu, afferma:

Lejos de ser un intercambio horizontal o el transvase pacífico a menudo descrito, la traducción no se puede comprender, al contrario, que como un «intercambio desigual» que se produce en un universo fuertemente jerarquizado. Resulta que se la puede describir como una de las formas específicas de la relación de dominación que se ejerce en el campo literario internacional (Casanova 2002: 7-8, citato in Grutman 2009: 127).

Se seguiamo questa tesi, possiamo affermare che la posizione di una letteratura dipende dal prestigio della lingua in cui è scritta e non dalla qualità delle sue opere. Secondo Grutman, inoltre, l’autotraduttore si trova spesso costretto a scegliere tra due strade: da una parte la universalidad sin autenticidad, ovvero il desiderio di essere letto da un pubblico più ampio, che compromette, tuttavia, l’uso della lingua materna e determina autotraduzioni non molto fedeli all’originale; dall’altra, la autenticidad sin universalidad, in cui si traduce l’opera rispettando la propria lingua e le proprie traduzioni senza cercare di modificarla per renderla più vicina ai gusti del pubblico della lingua d’arrivo.

L’articolo è l’adattamento di un paragrafo presente nella mia tesi di laurea dal
titolo “Bernardo Atxaga riflette sulla traduzione

Autore dell’articolo:
Pamela Ursillo
Aspirante Traduttrice (Laurea specialistisca in Letterature e Traduzione Interculturale: Spagnolo e Francese)
Pomezia (RM)

L’autotraduzione: un caso di traduzione (2)

 Categoria: Storia della traduzione

Chi è l’autotraduttore e come si relaziona questo fenomeno con la traduzione classica? Secondo Helena Tanqueiro, l’autotraduttore non è altro che un traductor privilegiado: una figura che svolge il lavoro di traduttore a tutti gli effetti, ma che ha il vantaggio di conoscere perfettamente le intenzioni dell’autore. L’autotraduttore, quindi, è sostanzialmente un traduttore, sebbene, a differenza di quest’ultimo, abbia molte più libertà e per questa ragione può essere definito un traduttore speciale. Secondo la già menzionata Tanqueiro, i motivi principali di questa posizione privilegiata sono:

- por su condición de lector modelo que nunca malinterpretará al autor
- por su doble condición de autor en la lengua de partida y en la lengua de llegada que le permite licencias en el momento de traducir su obra, pero con las limitaciones propias de la traducción que son el universo ficcional preestablecido y las implicaciones del encargo;
- por su bilingüismo y biculturalismo esenciales que anulan las dificultades de comprensión/expresión que pueden influir en casa traductor;
- por su «invisibilidad» real, en el sentido positivo que tiene el concepto
(1999: 26).

Osservando l’autotraduzione nella penisola iberica ci accorgiamo che essa è caratterizzata da una sorta di unidirezionalità: tutti si autotraducono prevalentemente in spagnolo e sono rari i casi in cui un’opera castigliana sia stata tradotta in una lingua minoritaria. Il pensiero dominante, infatti, è che tutti gli spagnoli, a dispetto del loro idioma materno, possano esprimersi e comprendere la lingua nazionale. A questo punto, vale la pena domandarsi, se conoscono il castigliano e, in teoria, possono tradurre le proprie opere, perché non lo fanno tutti gli autori? In effetti, il fatto di essere bilingue sembra quasi presupporre che l’autotraduzione sia messa in pratica da tutti. Ciò nonostante, esistono autori che preferiscono non tradurre le proprie opere affermando che non si viene a creare quella distanza che, invece, dovrebbe esistere tra il testo e il traduttore. L’autotraduttore finisce, infatti, per essere troppo coinvolto e non può perciò essere del tutto fedele, ma rischia, al contrario, di ricreare, dato che nel fondo della sua anima rimane sempre uno scrittore.
L’autore basco Anjel Lertxundi giustifica così la scelta di non tradurre le proprie opere:

El texto publicado en lengua basca y el publicado en castellano son diferentes. Yo diría que el texto castellano tiene un toque extra. De alguna manera, realizzando una especie de progresión del trabajo, trampeando aquí y allí, evitando los puntos débiles del texto original, tratándolo de forma distinta, he traicionado al texto original (Lertxundi: 1999,citato in Aiora 2005: 7).

La terza ed ultima parte dell’articolo verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Pamela Ursillo
Aspirante Traduttrice (Laurea specialistisca in Letterature e Traduzione Interculturale: Spagnolo e Francese)
Pomezia (RM)

L’autotraduzione: un caso di traduzione

 Categoria: Storia della traduzione

L’autotraduzione è, secondo il docente di filologia italiana Raffaele Pinto, un procedimento che è sempre presente nel nostro comportamento linguistico, una funzione insita nel nostro processo mentale. Pinto, infatti, afferma che ogni volta che scegliamo di usare una parola piuttosto che un’altra «[...] ci traduciamo da un registro all’altro» (2008: 268). Affidandoci alla definizione del Dictionary for the analysis of literary translation di Popovic, ripreso da Simona Cocco nel suo articolo, l’autotraduzione è «The translation of an original work into another language by the author himself» (Popovic1976:19, citato in Cocco 2009: 103).
Fino agli anni settanta del Novecento, l’autotraduzione è stata considerata una variante, un caso estremo della traduzione che poteva contare pochi esempi. In questi ultimi anni, invece, l’autotraduzione ha avuto sempre più spazio e ha suscitato l’interesse di molti studiosi: la rivista letteraria «Quimera» le ha dedicato un intero numero e il gruppo di ricerca Autotrad, attivo dal 2002 presso l’Università di Barcellona, svolge studi approfonditi sull’argomento. Analizzando il panorama spagnolo, Julio César Santoyo è colui il quale ha messo in discussione l’eccezionalità dell’autotraduzione, sostenendo, al contrario, che essa sia un fenomeno alquanto diffuso nella storia della letteratura. Il docente spagnolo, infatti, afferma nel suo articolo Traducciones de autor: una mirada retrospectiva:

No estimo antes raras excepciones, sino ante un corpus inmenso, cada vez mayor, de textos traducidos por sus propios creadores. Lejos de ser un ‘caso marginal’ como también se la ha denominado, la traducción de autor cuenta con una larga historia y es hoy en día uno de los fenómenos culturales, lingüísticos y literarios más frecuentes e importantes en nuestra aldea global, y desde luego merecedora de mucha más atención de la que hasta ahora se le ha prestado (Santoyo 2002: 32, citato in Cocco 2009: 104).

Grazie alla ricerca di Santoyo, si è potuto costatare che la pratica autotraduttiva non è così rara come avevano affermato grandi scrittori tra i quali Antoine Berman: «Pour nous, les autotraductions sont des exceptions» (1984: 23, citato in Santoyo 2005 : 858). Santoyo ha ripercorso questo fenomeno da un punto di vista storico nel suo articolo Autotraducciones: una perspectiva histórica (2005) e ha scoperto che si tratta di una pratica usata già nel Medioevo: lo storico ebreo Flavius Josephus nel 75 D.C. traduce la propria opera in greco e, tra il XII e il XIII secolo, il vescovo Robert Grosseteste si autotraduce in tre lingue, latino, francese e inglese. Il più famoso, tuttavia, è lo scrittore catalano Ramon Llull (1232 – 1316), autore di una produzione letteraria immensa, che ha tradotto di proprio pugno in catalano, latino e arabo.

Il tema trattato verrà approfondito nella seconda e terza parte dell’articolo che
saranno pubblicate domani e dopodomani.

Autore dell’articolo:
Pamela Ursillo
Aspirante Traduttrice (Laurea specialistisca in Letterature e Traduzione Interculturale: Spagnolo e Francese)
Pomezia (RM)

La traduzione: ponte fra culture (4)

 Categoria: Storia della traduzione

Nei Translation Studies il problema della corrispondenza è stato spulciato sotto ogni punto di vista, ma la sola certezza che possiamo avere è che un’equivalenza totale non esiste, neanche fra due versioni di un testo nella stessa lingua, tanto meno è possibile fra due lingue diverse. In una traduzione ci saranno sempre delle perdite, ma anche nuove acquisizioni. Ed è proprio a questo punto che si affaccia il problema dell’intraducibilità linguistica o culturale di un testo. L’intraducibilità linguistica si verifica quando nella lingua di arrivo non esiste lo stesso elemento sintattico o lessicale della lingua di partenza; mentre, l’intraducibilità culturale è dovuta alla mancanza, nella lingua di arrivo, degli stessi elementi culturali della lingua di partenza, anche se esistono parole in quella lingua che esprimono quel dato concetto.

Per esempio, in italiano non esiste una parola dal significato identico a quello di “pet” in inglese; si può tradurre con “animale domestico, animale da compagnia”, ma a volte, locuzioni così lunghe, rispetto alla parola inglese, possono rallentare il ritmo della frase, e creare problemi stilistici. Di solito, “pet” viene tradotto con “animale”, ma in italiano “animale” indica tutti i tipi di animali, e non riesce a cogliere il valore affettivo e sentimentale che la parola inglese invece esprime. In questo esempio banale c’è già l’evidenza della perdita culturale che spesso si produce. Tocca al traduttore scegliere la soluzione migliore, fra quelle possibili, per poter comunicare tutti i significati del testo originario, rispettandolo, ma creando, allo stesso tempo, un testo nuovo, di utilità per persone appartenenti ad un’altra cultura e ad un’altra lingua.

Secondo Bruno Osimo, nel suo Manuale del traduttore, il traduttore è un ponte tra due culture: la sua mediazione non è soltanto linguistica, ma soprattutto culturale, e per questo motivo, deve conoscere bene la storia, le tradizioni, l’arte e la letteratura del paese che ha prodotto quel testo. Ancora oggi, la discussione attorno alla traduzione come scienza, e quindi come attività primaria per la vita sociale e culturale di un paese, o come attività secondaria, non accenna ad esaurirsi. Ma io credo sia sufficiente valutare l’importanza pragmatica della traduzione, cioè la capacità di mettere in comunicazione due culture, per dissipare ogni dubbio.

Autore del’articolo:
Erika Fabri
Studentessa e traduttrice en-it, es-it
Teramo

La traduzione: ponte fra culture (3)

 Categoria: Storia della traduzione

Il traduttore diventa l’esecutore materiale, e manuale, di un processo di decodificazione e ricodificazione, in cui vanno considerate tutte le varianti sociali e culturali che entrano in gioco, non solo il mero significato delle parole. Tuttavia questo può essere arduo da realizzare, anche tra lingue e culture apparentemente simili. In realtà non esiste cultura simile ad un’altra, come non esiste lingua simile ad un’altra. Il traduttore deve riconoscere questa distanza, e confrontarsi con essa, quando sceglie tra le possibili traduzioni nella lingua d’arrivo, senza dimenticare di rispettare il significato del testo di partenza e le intenzioni del suo autore.

Il problema del significato si fa più serio quando si prende in esame la traduzione delle espressioni idiomatiche, che sono strettamente vincolate alla cultura della lingua di partenza. A volte il traduttore riesce a trovare un’altra espressione idiomatica che esprime lo stesso concetto nella lingua di arrivo; ma altre volte questo è impossibile, e l’unica soluzione praticabile è quella di trasformare l’espressione idiomatica in una frase normale, che esprima lo stesso significato. Molti linguisti hanno cercato di creare una mappa dei diversi tipi di corrispondenze possibili in una traduzione. Popovič ne individua quattro tipi:

1) Corrispondenza linguistica: esiste un’equivalenza linguistica tra lingua di partenza e lingua di arrivo; è una traduzione parola per parola.
2) Corrispondenza paradigmatica: esiste un’equivalenza grammaticale tra le due lingue.
3) Corrispondenza stilistica: nella lingua di arrivo si riproduce lo stesso significato, la stessa intenzione dell’autore; si tratta di un’equivalenza degli elementi principali, che concorrono a creare un’identità espressiva tra i due testi.
4) Corrispondenza testuale: si instaura un’equivalenza sintagmatica, cioè un’equivalenza nella forma tra le due lingue.

Dal canto suo, Eugene Nida, distingue tra corrispondenza dinamica e formale. La corrispondenza formale si basa su forma e significato del testo; è una “glossa”, il cui scopo è quello di permettere al lettore la comprensione della maggior parte del significato del testo. Mentre, la corrispondenza dinamica si fonda sul concetto di effetto di equivalenza: tenta di ricreare lo stesso rapporto che si instaura fra lettore e testo, nella lingua di partenza, anche nella lingua di arrivo.

L’ultima parte dell’articolo verrà pubblicata domani.

Autore del’articolo:
Erika Fabri
Studentessa e traduttrice en-it, es-it
Teramo

La traduzione: ponte fra culture (2)

 Categoria: Storia della traduzione

Comunque, per arrivare ad una riflessione più matura sul processo di traduzione, bisogna attendere Alexander Fraser Tyler ed i suoi Essays on the principles of translation (1791); lì si possono rintracciare tre principi fondamentali:

1) La traduzione deve essere una trascrizione completa dell’idea dominante, racchiusa nel testo originario.
2) Lo stile ed il registro devono avere le stesse caratteristiche del testo originario.
3) La traduzione deve avere lo stesso grado di autenticità del testo originario.

Un secolo dopo Dryden, Tyler condivide i sui stessi principi: il testo tradotto deve riprodurre l’anima del testo di partenza. Successivamente, durante il XIX secolo, teorici inglesi e tedeschi hanno tentato di dare una definizione di traduzione, cercando di capire se si trattava di un’attività creativa o meccanica. Alcuni consideravano il traduttore un genio creativo, altri un semplice mezzo per far conoscere alla gente il testo originario o il suo autore.
È a partire dal periodo Vittoriano che si insinua l’idea di giusta distanza di spazio e tempo tra traduttore e testo originario, questo significa che i traduttori devono utilizzare un linguaggio arcaico. Anche se il loro lavoro si rivelò inutile, perché traduzioni retrodatate nella forma, in una società in rapida evoluzione, non rispecchiavano i valori di quel mondo.

Una teorizzazione ed un’analisi sistematica sulla traduzione emerge solo a partire dalla seconda metà del XX secolo, con i Translation Studies: una serie di studi concernenti la traduzione, il suo processo ed i suoi problemi. L’etichetta di “Translation Studies” fu creata da André Lefevere nel 1976, ed infatti, i Translation Studies prendono piede proprio a partire dagli anni Settanta; e grazie ad essi, oggi, la traduzione è considerata un’attività importante e creativa. Grazie ad essi, noi studenti universitari abbiamo iniziato a studiare il modo in cui si realizza una traduzione, il processo traduttivo utilizzato, i mezzi a disposizione del traduttore, gli elementi che una traduzione dovrebbe o non dovrebbe avere. Inoltre, puntando l’attenzione sui Translation Studies si sono messi in luce anche molti problemi connessi alla traduzione. Soprattutto il fatto che una traduzione non è semplicemente la trasposizione di un testo da una lingua all’altra, ma implica anche una trasposizione da una cultura ad un’altra.

Continuerò a parlare dell’argomento domani nella terza parte dell’articolo

Autore del’articolo:
Erika Fabri
Studentessa e traduttrice en-it, es-it
Teramo

La traduzione: ponte fra culture

 Categoria: Storia della traduzione

Il Webster’s third new international dictionary of the English language unabridged definisce la traduzione (n.) come: “1. A rendering from one language or representational system into another; also the product of such a rendering.” E tradurre (v.t.) significa: “1. To turn into one’s own or another language; 2. To transfer or turn from any special system of representation, set of symbols, or calculus into another such system, set, or calculus; 3. To practice rendering from one language or representational system into another; 4. To express in different words; 5. To express in explanatory or more comprehensible terms.”
Come si può notare, non esiste una definizione unica ed univoca: i possibili significati sono molti, come i possibili usi nella pratica. Infatti, il linguista russo Roman Jakobson nel suo saggio intitolato “Aspetti linguistici della traduzione” (vedi nota 1 a piè di pagina) distingue tre diversi tipi di traduzione:

1) Traduzione endolinguistica o riformulazione, che consiste nell’interpretazione di segni linguistici per mezzo di altri segni della stessa lingua.
2) Traduzione interlinguistica o traduzione propriamente detta: consiste nell’interpretazione di segni linguistici per mezzo di un’altra lingua.
3) Traduzione intersemiotica o trasmutazione, che consiste nell’interpretazione di segni linguistici per mezzo di sistemi di segni non linguistici.

La traduzione interlinguistica, cioè la trasposizione del messaggio da una lingua ad un’altra, è molto antica. Le prime attestazioni risalgono al periodo romano, quando i documenti venivano tradotti dal greco al latino. Cicerone ed Orazio furono tra i primi autori a proporre una traduzione basata sul significato e non sulla forma. Ma per avere una prima teorizzazione, dal carattere più specifico, sulla traduzione dobbiamo arrivare a John Dryden, dove nella prefazione alle Epistole di Ovidio (1680), individua tre tipi di traduzione:

1) Metafrase: la classica traduzione letterale, parola per parola, da una lingua all’altra.
2) Parafrasi: un tipo di traduzione che punta a riprodurre il significato del testo; è il modello di traduzione proposto anche da Cicerone.
3) Imitazione: in questo caso è il traduttore a decidere se e come allontanarsi dal testo originario, per darne una libera interpretazione.

Secondo Dryden il miglior tipo di traduzione è il secondo. Lo scrittore inglese parte da un punto di vista strettamente morale e si concentra sui doveri etici che un traduttore ha nei confronti dei lettori. L’ideale che anima la classificazione di Dryden è la volontà di chiarire l’essenza del testo, e permettere al più ampio pubblico possibile di accedere a quel testo. Si tratta di una volontà condivisa tra tutti gli uomini di quel tempo, per questo motivo i testi venivano ritradotti nei secoli, modificandone la lingua, secondo gli usi delle epoche in cui si ritraducono.

L’argomento verrà approfondito domani nella seconda parte dell’articolo.

Nota 1: R. Jakobson, “ Aspetti linguistici della traduzione”, in R. Jakobson, Saggi di linguistica generale (Milano: Feltrinelli) 1974, pp. 56-64.

Autore del’articolo:
Erika Fabri
Studentessa e traduttrice en-it, es-it
Teramo

Le origini e le peculiarità dell’inglese (2)

 Categoria: Storia della traduzione

Molto diffuso, a seguito della dominazione romana, era anche il latino. A questo contesto geo-linguistico, si sovrapposero le lingue germaniche portate dagli invasori provenienti dalla Sassonia, dalla Frisia e dalla Danimarca. In oltre quattro secoli di dominazione, si creò un nuovo idioma (l’Old English, appunto) che fu la lingua dominante nei vari regni dell’Inghilterra, fino alla metà del XI secolo.
Ma l’epopea delle lingue parlate nel paese era lungi dall’essere conclusa. Nel 1066, l’Inghilterra fu invasa dalle truppe di Guglielmo il Normanno (successivamente noto come Guglielmo il Conquistatore), e conquistata completamente. Lentamente, ma con molta determinazione, le élite anglo-sassoni furono soppiantate dai Normanni che introdussero nuove leggi e radicali cambiamenti nell’ordine sociale.

Insieme a queste innovazioni, portarono anche la loro lingua, il franco-normanno (successivamente chiamato anglo normanno) che sostituì, in particolare nel linguaggio formale, l’Old English. La conquista dell’Inghilterra e il dominio dei Normanni costituirono un importante evento nella storia del paese.
Dal punto di vista linguistico, l’influenza del francese sui preesistenti idiomi germanici diede vita ad una seconda fase dell’evoluzione dell’inglese. Fu grazie all’influenza normanna che il lessico inglese acquisì dimensioni considerevoli, accogliendo in sé numerose parole di radice latina attraverso il francese. Questo fenomeno è una delle caratteristiche dell’inglese dei nostri giorni, che tuttora possiede numerose coppie di parole sinonimiche (una di origini germaniche, l’altra di origine latina) o quasi-sinonimiche, quali step/pace, freedom/liberty, time/tense, strength/force, brotherhood/fraternity, quiet/tranquility, wedlock/marriage. O ancora, vocaboli che avevano all’origine lo stesso significato, ma che oggi hanno acquisito significati diversi, come ad esempio wedding/marriage.

Nei secoli XII e XIII, la lingua inglese diventa di nuovo la lingua nazionale, con l’affermarsi di una nuova variante, il cosiddetto Middle English. La maggior parte delle complesse strutture grammaticali dell’Old English vengono semplificate, mentre il lessico conserva le numerose influenze del francese. L’autore di riferimento del periodo è Geoffrey Chaucer, nel cui linguaggio si intravede chiaramente la vicinanza all’inglese moderno, anche se, in termini di intelligibilità siamo ancora lontani dalla lingua di oggi (esistono in commercio traduzioni in inglese moderno delle opere di Chaucer, ad uso degli studenti frettolosi).

Una volta esaurita la spinta innovativa della dominazione normanna, la lingua inglese diventa di nuovo la lingua nazionale, ma con un sostanziale cambiamento. Siamo nell’epoca di Shakespeare e Marlowe (XV e XVI secolo), e la lingua del paese, pur trattenendo un cospicuo patrimonio lessicale di origine francese, diventa il cosiddetto Early Modern English. Questa lingua, sebbene la parte fonetica differisca sostanzialmente dalla pronuncia dell’inglese dei giorni nostri, mostra molto chiaramente nella versione scritta l’affinità con l’inglese moderno (e fortunatamente non esistono traduzioni in inglese moderno dell’inglese di Shakespeare!).

Autore dell’articolo:
Settimio Biondi
Traduttore free-lance Inglese/Francese => Italiano

Le origini e le peculiarità dell’inglese

 Categoria: Storia della traduzione

Fæder ūre Þū Þe eart on heofonum,
Sī Þīn nama ġehālgod.
Tōbecume Þīn rīċe,
ĠewurÞe ðīn willa, on eorðan swā swā on heofonum.
Ūrne ġedæġhwāmlīcan hlāf syle ūs tō dæġ,
And forgiyf ūs ūre gyltas swā
swā wē forgifað ūrum gyltendum.
And ne ġelǽd Þū ūs on costnunge, ac ālŷs ūs of yfele
SōÞlīċe.

Qualche erudito collega sicuramente identificherà la lingua ed il testo di questi criptici versi. Agli altri (che sono pregati di non farsene un complesso), rivelo subito che la lingua è il Sassone occidentale, nella variante letteraria usata a partire dal VII secolo in Inghilterra, e che il testo è semplicemente il Pater Noster. Da parte mia (io faccio parte della categoria dei traduttori non eruditi), sono ben lieto che l’anglo-sassone sia diventato con il tempo la straordinaria lingua inglese, idioma molto più docile, e soprattutto meno strutturato.

Per avere un’idea della complessità delle antiche lingue germaniche, può essere utile riferirsi ad una lingua che ha avuto minimi cambiamenti dal X secolo in poi, e che sostanzialmente è la stessa in cui, grazie all’introduzione dell’alfabeto latino, sono state trascritte le Saghe Islandesi, nel XI e XII secolo. La lingua islandese è una lingua superstrutturata, in cui si declinano non solo i sostantivi, gli articoli e gli aggettivi, ma anche altre parti del discorso: autentica delizia per i cultori delle filologie germaniche, e vera croce per coloro che, tapini, cercano di avvicinarsi a questa lingua.

Per tornare alle origini della ingua inglese, occorre notare che il termine “anglo-sassone” si riferisce in effetti a due lingue, dello stesso ceppo, ma con notevoli differenze. Tanto è vero che i linguisti preferiscono utilizzare il termine Old English, lingua parlata nei vari regni in cui l’Inghilterra era divisa a seguito delle invasioni di Sassoni, Angli e Juti a partire dal VII secolo. A quell’epoca, le lingue parlate in Inghilterra, Scozia ed Irlanda erano celtiche (nelle varianti scozzese, irlandese, gallese, ed altre minori).

Continuerò a parlare dell’argomento nell’articolo di domani

Autore dell’articolo:
Settimio Biondi
Traduttore free-lance Inglese/Francese => Italiano

I classici della traduzione (10)

 Categoria: Storia della traduzione

WALTER BENJAMIN (1892 – 1940)
Il compito del traduttore

Il riguardo dell’autore di un’opera o di una forma d’arte nei confronti del suo fruitore non è mai proficuo alla comprensione della medesima da parte di quest’ultimo. Nessun quadro è per chi l’osserva, nessuna sinfonia è per chi l’ascolta, nessuna poesia è per chi la legge.
E una traduzione dovrebbe essere per chi non comprende l’originale?
Ciò potrebbe bastare a spiegare la differenza che c’è fra l’uno e l’altra in campo artistico.
Ma cosa “dice” una poesia? Cosa comunica? Molto poco a chi la comprende davvero. Fondamentalmente la poesia non comunica, non enuncia. Quindi una traduzione che pretenda comunicare, in realtà non comunica altro che comunicazione, cioè l’inessenziale. È esattamente questo il primo segno di riconoscimento di una cattiva traduzione.

Al contrario, quello che nella poesia esce dalla comunicazione, e che anche il cattivo traduttore indica come essenziale, non è forse considerato come misterioso, inafferrabile, “poetico”? Un qualcosa che il traduttore può restituire solo se si mette a “poetare” a sua volta.
Da ciò consegue il secondo tratto distintivo della traduzione cattiva, che può essere definita come trasmissione inesatta di un contenuto inessenziale. Da qui non se ne esce finché la traduzione si pone l’obiettivo di servire il lettore. Se la traduzione fosse destinata al lettore, allora dovrebbe esserlo anche l’originale. Ma se l’originale non ha questo scopo, come può averlo la traduzione?
La traduzione è forma (letteraria). Per percepirla come tale, è necessario risalire all’originale. La legge della traduzione si trova in esso, è insita nella sua stessa traducibilità. Non sarebbe possibile alcuna traduzione se questa mirasse, nella sua essenza ultima, ad assomigliare all’originale.

Potete trovare altri classici della traduzione nella categoria Storia della traduzione“.

I classici della traduzione (9)

 Categoria: Storia della traduzione

JOSÉ ORTEGA Y GASSET (1883 – 1955)
Miseria e splendore della traduzione

Alcuni dicono che sia pressoché impossibile tradurre certi pensatori tedeschi e suggeriscono che si intraprenda uno studio per verificare quali di essi possano essere tradotti e quali invece no. Tradurre non è forse un desiderio inevitabilmente utopistico? Scrivere bene è un’azione di ribellione contro la società. Il traduttore solitamente è un codardo che per timidezza ha scelto la sua professione. Come si comporterà nei confronti del testo ribelle? Forse è troppo chiedergli di essere anch’egli ribelle e per conto di altri? La codardia avrà il sopravvento e gli impedirà di contravvenire alle regole grammaticali, anzi, farà esattamente il contrario: lo scrittore tradotto verrà chiuso nel carcere del linguaggio standard.

È pertanto un’utopia ritenere che due parole di due lingue diverse che nel dizionario vengono indicate come traduzione l’una dell’altra si riferiscano proprio ai medesimi oggetti. È ovvio che due lingue nate e cresciute in ambienti distinti e con esperienze diverse, non siano congruenti.
Il pessimo utopista non perderà troppo tempo a riflettere su come si deve tradurre, inizierà a farlo senza esitare. Questo è il motivo per cui quasi tutte le traduzioni realizzate fino ad oggi non sono buone. Al contrario, il buon utopista ritiene che, anche se è auspicabile che gli uomini si liberino dalla distanza alla quale le lingue li sottomettono, è improbabile che ci si possa riuscire; e così bisogna limitarsi ad un risultato approssimativo.

La lingua pone non solo delle difficoltà nell’espressione di alcuni pensieri ma rende difficile anche la ricezione di altri, dirigendo la nostra intelligenza altrove. Occorre partire dal correggere alla radice l’idea di quello che può e quello che dev’essere una traduzione. Se essa viene percepita come un’operazione magica grazie alla quale un testo scritto in una lingua risorge all’improvviso in un’altra, siamo perduti. La traduzione non è una copia del testo di partenza, non deve ambire a divenire la stessa opera con un lessico distinto. La traduzione non fa nemmeno parte dello stesso genere letterario dell’opera dalla quale deriva. È d’obbligo porre l’accento su quest’aspetto e sostenere che la traduzione è un genere letterario a sé stante, diverso da tutti gli altri, con le proprie regole e le proprie finalità.

Potete trovare altri classici della traduzione nella categoria “Storia della traduzione”.

Distanze incolmabili fra lingue e culture

 Categoria: Storia della traduzione

A partire dal XIII secolo, si apre un’epoca di esplorazioni geografiche che mettono in contatto gruppi umani molto eterogenei fra loro.
Date le enormi distanze fra le lingue e le culture, il compito dei primi esploratori (e degli interpreti che li accompagnavano) dev’essere stato davvero improbo.
È il caso, ad esempio, di Giovanni da Pian del Carpine, frate francescano umbro inviato in Mongolia nel 1245 da Papa Innocenzo IV in missione diplomatica.
Giovanni partì alla volta dell’Estremo Oriente senza nessun supporto se non la compagnia di un frate polacco che avrebbe dovuto fungere da mediatore linguistico una volta giunti alla corte del Gran Khan.
A dispetto delle fatiche, degli stenti, delle difficoltà derivanti dal non conoscere affatto la lingua del luogo, dal doversi adattare a tradizioni, modi di pensare e di vivere totalmente estranei alle loro abitudini, il loro viaggio divenne uno dei più preziosi della storia e svelò agli europei i segreti di una parte del globo per secoli temuta e favoleggiata. Giovanni fu il primissimo europeo inviato in Oriente e la sua missione fece da apripista per tutte le successive spedizioni, fra cui quella di Marco Polo, che ebbe luogo ventisette anni dopo.

Consci delle difficoltà sperimentate dai loro predecessori, gli esploratori che partirono alla volta di nuove terre da scoprire anni dopo le missioni di Giovanni da Pian del Carmine e di Marco Polo, lo fecero portandosi dietro stuoli di esperti e studiosi di vario genere, con la convinzione che sarebbero stati utili alla causa. Fra di loro vi erano anche i migliori traduttori e i migliori interpreti dell’epoca.
Cionosotante, Cristoforo Colombo, ben 250 anni dopo il viaggio intrapreso da Giovanni, sperimentò sulla sua pelle, già dal primissimo giorno della scoperta dell’America (il 12 ottobre del 1492), l’impotenza derivante dall’impossibilità di comunicare.
Immaginiamo lo sconcerto dell’interprete che lo accompagnava, l’ebreo convertito Luis de la Torre, preparatissimo in molte lingue esotiche fra cui l’ebraico, l’arabo e il caldeo, che, nel Nuovo Mondo, gli servirono a ben poco.
Pervaso da questa sensazione di impotenza unita però al desiderio di superare qualsiasi avversità, Colombo annotò sul suo diario la ferma intenzione di insegnare ad alcuni indios la lingua spagnola: “quando tornerò in Spagna porterò a Vostra Altezza sei persone che sappiano parlare il castigliano”.

Lo scrittore più tradotto di sempre

 Categoria: Storia della traduzione

Che la Bibbia sia il libro più tradotto della storia è un fatto noto e universalmente accettato. Non c’è però accordo su chi sia lo scrittore che avuto più traduzioni delle proprie opere. Anche se la logica porterebbe ad identificare in San Paolo lo scrittore più tradotto di sempre (proprio perché lo si ritiene l’apostolo che si occupò della stesura di molti dei libri della Bibbia), non tutti sono d’accordo.
Ad esempio, il libro del Guinness dei Primati riporta un dato diverso. Secondo gli autori di questa celebre pubblicazione, lo scrittore più tradotto di tutti i tempi ha a che fare anch’egli con la religione, ma è vissuto quasi due millenni dopo San Paolo.
Si tratta di Lafayette Ronald Hubbard, scrittore di fantascienza nonché fondatore del movimento noto come Scientology. Le sue 1084 opere sono state tradotte in ben 71 lingue.

Hubbard, che ha spaziato dalla fantascienza alla saggistica, dalla religione al fantasy, dai testi tecnici a quelli educativi, poetici e di management, oltre ad essere l’autore più tradotto, detiene anche un altro record: quello di autore più pubblicato. A questi due record ne va aggiunto un terzo, conseguito nel 2009, per la maggior quantità di audiolibri prodotti.
In Dianetics, la sua opera più famosa pubblicata il 9 maggio 1950, espose le idee e le procedure riguardanti lo spirito, la mente e il corpo che in seguito avrebbero portato alla fondazione di Scientology.
Il titolo originale del libro era “Dianetics. La scienza moderna della salute mentale”, mentre oggigiorno il sottotitolo che compare sull’opera è “La forza del pensiero sul corpo”.
Il movimento fondato da Hubbard è da sempre molto controverso. Negli anni non sono mancati gli attacchi nei suoi confronti ma, allo stesso tempo, non sono mancate nemmeno le adesioni da parte di personaggi celebri del calibro di Tom Cruise, John Travolta e Jason Lee.

Un glossario medico multilingue

 Categoria: Storia della traduzione

L’attuale situazione di multilinguismo scientifico affonda le sue radici nel fenomeno passato alla storia con il nome di “rivoluzione scientifica”, che ebbe luogo fra il XVI e il XVII secolo, simbolicamente tra il 1543 (anno in cui venne pubblicato “Le rivoluzioni degli astri celesti” di Niccolò Copernico) e il 1687 (anno di pubblicazione de “I principi matematici della filosofia naturale” di Isaac Newton).

La rivoluzione scientifica comportò un cambiamento dei presupposti epistemologici e concettuali della scienza antica, con conseguenti modifiche nelle pratiche di comunicazione.
Questo rinnovamento di contenuti e metodi ebbe importanti conseguenze socio-linguistiche, una delle quali fu la progressiva sostituzione del latino come lingua di comunicazione scientifica universitaria a favore delle lingue nazionali, che culminò alla fine del secolo XVIII. Fu in questo contesto di consolidamento delle varie lingue europee che si sviluppò un’intensa attività di traduzione tra esse.

Per facilitare questo compito, nel 1801 F. Andrea Nemnich pubblicò ad Amburgo il Lexicon Nosologicum Poliglotton, un’opera contenente le equivalenze dei nomi di varie malattie in latino, tedesco, belga, danese, svedese, inglese, francese, italiano, spagnolo e portoghese.
Sebbene il latino avesse già perso il suo carattere di lingua franca (e precisamente per questo venne scritto questo glossario medico multilingue), paradossalmente in quest’opera terminologica (e nelle altre che la seguirono) il latino continuò ad essere la lingua veicolare. Anche dopo il suo declino, visto il ruolo che aveva rivestito in precedenza, il latino è stato (ed è tuttora) la lingua internazionale utilizzata nelle nomenclature botaniche, zoologiche e anatomiche.

Il contributo dei traduttori

 Categoria: Storia della traduzione

L’importanza di una professione dipende in gran parte dalla considerazione sociale di cui beneficia. Alla professione del traduttore, purtroppo, non è mai stato attribuito particolare valore e, al momento, siamo forse ai minimi storici. Ciò è dovuto principalmente alla frenesia con cui viviamo oggigiorno. Nessuno riflette sul processo che ha portato ad ottenere un certo risultato, ci si concentra solo sul prodotto finito. Questo fa sì che il lavoro dei traduttori passi del tutto inosservato. Forse esageriamo, ma ci sembra che i traduttori moderni godano più o meno della stessa considerazione degli schiavi che costruirono le piramidi, esseri anonimi che, a prezzo di enormi sforzi e senza ricevere un briciolo di riconoscenza, hanno reso possibile la costruzione di edifici meravigliosi dei quali hanno poi beneficiato altri individui.

Karl Marx vedeva nella classe lavoratrice il motore della storia: secondo lui senza lo sforzo dei lavoratori non era possibile alcun tipo di sviluppo. Lungi da noi fare politica in questa sede, utilizziamo il suo pensiero unicamente per affermare che senza il contributo dei traduttori oggi non saremmo quello che siamo. Immaginatevi un mondo in cui non avremmo potuto leggere Aristotele, Omero, Shakespeare, Voltaire, Dostoevskij, un mondo in cui non avremmo potuto conoscere il pensiero di Gandhi o di Martin Luther King. I traduttori ci hanno tradotto tutte le idee e le opere che hanno fatto la storia, con il loro lavoro nascosto ci hanno messo a portata di mano conoscenze che formano gran parte del nostro bagaglio culturale e che altrimenti non avremmo potuto acquisire. Da loro dipenderà anche la formazione dei nostri figli e dei figli dei nostri figli, giacché nel mondo sono esistite e continueranno ad esistere per sempre persone le cui idee e le cui opere valgono la pena di essere conosciute da tutti. Per questo motivo, nonostante la scarsa considerazione, il contributo dei traduttori è stato, è tuttora, e sempre sarà di vitale importanza per tutta l’umanità.

Il primo vero dizionario della lingua inglese

 Categoria: Storia della traduzione

Nel 1741, David Hume disse: “Nella nostra società, la proprietà di linguaggio e l’eleganza vengono molto trascurate. Non esiste un dizionario della lingua inglese e abbiamo a malapena una Grammatica accettabile”.
In realtà qualche dizionario era stato elaborato, ma nessuno di essi era degno di questo nome.
Nel 1746, un gruppo di editori propose a Samuel Johnson, da molti definito il letterato più illustre della storia inglese, di realizzare un dizionario monolingue che divenisse il riferimento dell’epoca.
Johnson (1709 – 1784), che oltre ad essere un grande lessicografo era anche poeta, saggista, critico letterario e biografo, accettò l’incarico e affermò che sarebbe riuscito a terminare il progetto in tre anni.

L’Académie Française aveva impiegato quaranta anni per completare il proprio dizionario della lingua francese, e questo nonostante al progetto avessero lavorato contemporaneamente quaranta studiosi. Johnson, sfidando l’Académie, con tono sprezzante dichiarò: “Quaranta per quaranta fa milleseicento. Ecco la proporzione: come tre sta a milleseicento, così un inglese sta ad un francese.”
Non riuscì a terminare l’opera in tre anni, ma la completò comunque in tempi molto ristretti, ebbe bisogno di soli nove anni. Il Dictionary of the English Language vide la luce nel 1755: un volume di grandi dimensioni che costava una cifra equivalente a 350 sterline odierne e che includeva 42.773 voci, alle quali ne vennero aggiunte alcune nelle edizioni successive.

Un’innovazione di grande importanza apportata da Johnson fu quella di illustrare il significato dei vocaboli per mezzo di citazioni letterarie. Nel suo dizionario gli autori più citati erano Shakespeare, Dryden e Milton ed erano presenti circa 114.000 citazioni. Da più parti si è parlato dell’opera non come di un semplice testo di consultazione, ma di una vera e propria opera letteraria tanto che Bate ha definito il Dictionary come “uno dei più grandi successi dell’erudizione e probabilmente il più grande successo mai conseguito da un uomo solo e che abbia lavorato in condizioni svantaggiate di mezzi e di tempo”.

Fino al 1928, anno in cui venne completato l’Oxford English Dictionary (di cui abbiamo parlato nell’articolo del 25 novembre), l’opera di Johnson è stata considerata il dizionario britannico per eccellenza.
Il Dictionary, in quanto fedele registrazione del linguaggio usato all’epoca, ha contribuito a fornire un quadro di riferimento del secolo XVIII ed inoltre ha avuto una grande influenza sulla lingua inglese moderna. L’opera diede a Johnson fama e successo anche se ci volle molto tempo prima che producesse dei guadagni.

Le traduzioni dei libri in dialetto

 Categoria: Storia della traduzione

Alcuni scrittori danno alle traduzioni dei loro libri la stessa importanza che danno alla stesura vera e propria in lingua originale. Non a caso, scrittori del calibro di Milan Kundera, Ismail Kadare e Günter Grass, controllano il processo di traduzione in ogni sua fase. Altri invece preferiscono rimanerne ai margini, non certo perché sottovalutino l’importanza delle traduzioni, quanto perché magari non hanno la competenza linguistica per esserne resi partecipi, il che spesso regala grandi gioie ai traduttori.
In certi casi, la reazione degli autori di fronte alle trasformazioni che subiscono le loro opere è di aperto disappunto, se non di totale chiusura. Henri Michaux (1899-1984), poeta belga naturalizzato francese e tradotto a moltissime lingue, non aveva alcuna fiducia nelle traduzioni ma il suo rifuto era massimo se la traduzione doveva essere fatta ad un dialetto.

Lo si evince molto chiaramente dai toni apertamente polemici coi quali si rivolge ad un suo tanto frustrato quanto ammirato traduttore in una famosa lettera:
“Il dialetto di cui mi parla (il vallone ndr) non mi è del tutto sconosciuto. Se lei sapesse che più della metà delle traduzioni americane dei miei scritti dovrebbe essere rifiutata perché piatta e volgare (a sentir dire i traduttori avrebbero trasmesso il lato semplice), capirebbe perché diffido dei dialetti nei quali, sebbene sia pacifico che un poeta possa scrivere, non si può fare una traduzione senza maltrattare le sfumature dell’originale”.

La prima programmatrice di computer

 Categoria: Storia della traduzione

Il nome di Ada Augusta Byron non ha trovato molto spazio sui libri di storia. Ciononostante, il contributo che ella ha dato alla matematica e in parte anche alla traduzione, è stato davvero notevole.
Ada Augusta Byron nacque nel 1815 dall’unione di Lord Byron, celebre poeta inglese, e di una nobildonna di nome Anne Isabella Milbanke, grande appassionata di matematica e per questo soprannominata dal marito “La principessa dei parallelogrammi”.
Ada, come tutte le giovani di buona famiglia dell’epoca, ricevette un’istruzione di altissimo livello. Oltre alla letteratura, alla musica, alla religione e alle lingue straniere, grazie alle inclinazioni materne e a quelle del suo futuro sposo, William King, Conte di Lovelace, ebbe la fortuna di ricevere lezioni di matematica dai migliori insegnanti del suo tempo.
Ada sviluppò così un talento e una sensibilità particolari per questa disciplina che la portarono nel corso del tempo a stringere un solido legame di amicizia e collaborazione con l’eminente studioso Charles Babbage.

Babbage si avvaleva del contributo di Ada per presentare le sue scoperte e le sue invenzioni, una delle quali fu la cosiddetta Analytical Engine, embrione dei moderni computer.
Nel 1843, Ada Byron iniziò a tradurre il testo della relazione riguardante la “Macchina Analitica” che il matematico Menabrea aveva presentato alla comunità scientifica internazionale a Ginevra. Nella relazione venivano descritte le possibili applicazioni della macchina e la traduzione di Ada sarebbe servita a presentare l’invenzione in Inghilterra, al fine di ottenere appoggi e finanziamenti.

Ada non si limitò a tradurre letteralmente la relazione di Menabrea perché si rese immediatamente conto che, affinché alcuni passaggi potessero essere compresi, non era sufficiente tradurli, occorreva aggiungere alcune note chiarificatrici.
Le note che Ada aggiunse di suo pugno acquisirono fin da subito un’importanza pari alla traduzione stessa. Le note furono pubblicate assieme alla traduzione della relazione in un volume intitolato “Memoire”, nel quale si spiegava come la macchina riuscisse a risolvere complicati calcoli numerici.
A dispetto di alcune critiche ricevute anni dopo, le note di A.A.L., com’era solita firmarsi Ada (Ada Augusta Lovelace) sono considerate tuttora come il primissimo algoritmo creato per essere elaborato da una macchina. Per questo motivo, molti considerano Ada addirittura la prima programmatrice di computer al mondo esistita. Non a caso, nel 1980, il linguaggio di programmazione che il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti avrebbe utilizzato per i suoi progetti futuri, venne chiamato “Ada” in suo onore.

I classici della traduzione (8)

 Categoria: Storia della traduzione

BENEDETTO CROCE (1866 –1952)
Indivisibilità dell’espressione in modi o gradi e critica della retorica

Qualora per traduzione s’intenda il travasamento di un’espressione da una lingua ad un’altra, come il travasamento di un liquido da un vaso ad un altro di forma differente, la traduzione è impossibile. Una traduzione o sminuisce e guasta oppure crea una nuova espressione. Un’espressione elaborata in precedenza in forma estetica può essere rielaborata logicamente in un’altra forma altrettanto estetica, ma comunque nuova. Una buona traduzione è un’approssimazione dell’originale che ha valore d’opera d’arte in quanto può stare da sé.
Le traduzioni non estetiche, come quelle parafrastiche o quelle letterali, sono invece da considerarsi meri commenti alle espressioni originali, traduzioni che non riproducono le suddette espressioni originali, ma producono espressioni simili e più o meno vicine ad esse.
Le traduzioni di questo tipo sono semplici strumenti per una prima analisi delle opere originali, ma la comprensione del significato più profondo delle medesime può avvenire solo studiandole nella lingua in cui sono state scritte.

Potete trovare altri classici della traduzione nella categoria “Storia della traduzione”.

La formazione dei traduttori

 Categoria: Storia della traduzione

A dispetto del fatto che la traduzione abbia costituito uno dei principali motori dello sviluppo culturale nel corso della storia, essa è sempre stata sminuita del suo vero valore.
Sebbene l’esercizio traduttivo esista da tempo immemore (alcuni direbbero che è antico quanto il linguaggio stesso), i centri dedicati al suo insegnamento esistono da poco più di cinquanta anni. In poche aree del sapere troviamo una attività così ampiamente praticata come la traduzione e con un percorso didattico così recente. Il motivo principale di questa ancestrale mancanza di interesse per la formazione dei traduttori è da ricercare nel modo in cui i profani di questa materia hanno da sempre semplificato la complessità dell’attività di traduzione. A lungo ha prevalso la convinzione che la traduzione consistesse in una sorta di esercizio intuitivo realizzabile anche in modo autodidattico da individui la cui unica prerogativa era la conoscenza di una lingua straniera.

Fino a qualche anno fa, non era infrequente imbattersi in individui che, seguendo percorsi del tutto casuali, entravano nel settore della traduzione per trovare una fonte di sostentamento economico. Le intrusioni professionali e gli atti vandalici nei confronti della lingua commessi da qualche traduttore improvvisato erano all’ordine del giorno. Inoltre, va detto che per molto tempo i diritti dei traduttori professionisti sono stati ben pochi, se non addirittura inesistenti. Fortunatamente, questo panorama è andato cambiando con il tempo. Sebbene la traduzione sia tuttora un’attività scarsamente remunerata, è indubbio che negli ultimi decenni si sia assistito ad un progressivo riconoscimento dell’importanza di questa professione. Basti pensare, per esempio, alla frequenza con la quale vengono menzionati i nomi dei traduttori nelle rassegne letterarie (sempre troppo poco diranno molti). Frutto di questo riconoscimento sociale è, senza dubbio, l’aumento dei centri dedicati alla formazione dei traduttori. In realtà, è difficile stabilire fino a che punto il fatto che i centri siano aumentati sia causa o effetto della presenza sempre più tangibile del traduttore nella nostra società. Ad ogni modo, è indiscutibile che la carriera universitaria che tutti i traduttori intraprendono al giorno d’oggi regala sempre più credibilità e prestigio alla categoria nel suo complesso.

Il giorno del traduttore

 Categoria: Storia della traduzione

Nel calendario dei santi il 30 settembre è il giorno di San Girolamo. Nel mondo della traduzione San Girolamo (Sofronio Eusebio Girolamo, 347 d.C. – 420 d.C.) è universalmente considerato il santo patrono dei traduttori.
Storicamente San Girolamo non è stato il primissimo traduttore (nel senso letterale del termine), ma può essere considerato a pieno titolo un traduttore di fondamentale importanza nella storia della traduzione, giacché nel 383 d.C., per ordine di Papa Damaso I, tradusse la Bibbia in latino dall’antica versione greca ed ebraica. La sua opera, dal momento della sua stesura fino al Concilio Vaticano II (svoltosi fra il 1962 e il 1965), è stata per l’intera Chiesa cattolica la traduzione ufficiale della Bibbia.

La versione di San Girolamo è passata alla storia con il nome di Vulgata (da vulgus, “popolo”). Questo nome fu scelto per due ordini di ragioni: in primo luogo per il suo stile non troppo retorico e raffinato, quindi più adatto al popolo; in secondo luogo poiché ebbe una grandissima diffusione.
Oltre al merito di aver realizzato questa celebre traduzione biblica, San Girolamo è considerato anche il primo vero traduttologo, poiché, visto che la sua traduzione non era stata letterale come quella dei suoi predecessori, scrisse un trattato a sostegno della sua opera.
Nei calendari appesi alle pareti delle agenzie di traduzione, il 30 settembre è il giorno del traduttore, un giorno un po’ speciale nel quale viene commerata la figura di questo insigne traduttore, il cui contributo alla traduzione rimarrà per sempre ineguagliabile.

I classici della traduzione (7)

 Categoria: Storia della traduzione

FRIEDRICH SCHLEIERMACHER (1768 – 1834)
Sui metodi diversi nel tradurre

Attraverso la traduzione, persone di origini molto diverse possono entrare in contatto tra loro e una lingua può accogliere i prodotti di un’altra. Nell’ambito della traduzione dovrebbero essere distinti due campi: l’interpretazione e la traduzione, la quale presuppone un’attività di scrittura. Il ruolo dell’interprete si esplica nelle attività di tutti i giorni mentre il traduttore assolve il proprio compito nell’ambito della scienza e dell’arte, discipline alle quali si addice la scrittura, che è l’unica via in grado di renderne durature le opere. Il fine ultimo del traduttore dev’essere quello di offrire ai lettori le stesse idee e le stesse emozioni che la lettura dell’opera in lingua originale avrebbe  suscitato in loro.
Esistono due modi per tradurre: la parafrasi e il rifacimento.
La prima ha lo scopo di superare, seppur in modo meccanico, l’irrazionalità delle lingue. Secondo i suoi principi, se il traduttore non trova nella sua lingua la parola equivalente a quella utilizzata nel testo originale, può tentare, nella misura in cui ciò gli sia possibile, di renderne il significato aggiungendo specificazioni estensive o limitative. In caso di testi particolarmente complicati, la parafrasi tende a trasformarsi in commento.
Al contrario, il rifacimento riconosce l’impossibilità di produrre la copia di un’opera d’arte letteraria in un’altra lingua. Il traduttore non può far sì che le singole parti che compongono il testo originale corrispondano esattamente a quelle del testo tradotto. Per questo motivo si piega di fronte alla diversità e all’irrazionalità delle lingue e si rassegna a realizzare un’imitazione quanto più simile possibile al modello originale.

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L’invenzione dell’alfabeto

 Categoria: Storia della traduzione

L’invenzione dell’alfabeto viene comunemente attribuita ai Fenici. In realtà, studi approfonditi sul tema dimostrano che i Fenici furono, più che i veri inventori dell’alfabeto, coloro che razionalizzarono e utilizzarono un sistema grafico e fonetico già esistente.
Nell’area tra la Siria e la Palestina, di cui la Fenicia faceva parte, vista l’influenza sia politica che culturale da sempre esercitata dall’Egitto e dalla Mesopotamia su quell’area, sono stati rinvenuti molti documenti in geroglifico e in cuneiforme risalenti al II millennio a.C..

Con il tempo, date le difficoltà di utilizzazione della scrittura egizia e di quella mesopotamica, cominciò a farsi sentire l’esigenza di adottare un nuovo sistema.
Le prime tracce relative ad un alfabeto diverso furono rinvenute nel 1905 nella penisola del Sinai.
Una quarantina di iscrizioni (le famose “iscrizioni sinaitiche”) dimostrarono in modo inequivocabile l’esistenza, già a partire dal XV sec. a.C., di una scrittura consonantica basata su quella egizia che venne denominata “protosinaitica”.
Tuttavia, tale scrittura, che rifletteva la lingua parlata nella Palestina centro-meridionale, non ebbe larga diffusione. In seguito, nel corso del XIII secolo, iniziò a diffondersi in Siria, in Palestina e soprattutto in Fenicia, una nuova forma consonantica, utilizzata ad Ugarit (un’importante città sulla costa siriana) dove si parlava una lingua simile al fenicio. L’alfabeto era costituito da caratteri cuneiformi ed era composto solo da consonanti (trenta segni circa). I fenici ridussero il numero dei segni, che divennero ventidue, eliminando quelli più pittografici e sostituendoli con forme più schematiche.
La scrittura fenicia, attraverso le vie battute dai mercanti, si diffuse in seguito nell’area mediterranea. I greci utilizzarono alcune delle lettere fenicie che non avevano un suono corrispondente nella loro lingua e vi aggiunsero altri segni, introducendo nell’alfabeto anche le vocali.

L’invenzione dell’alfabeto non è quindi attribuibile ad un solo popolo, ma a più civiltà. I primi a introdurre dei segni grafici furono gli egizi e i sumeri, i fenici ne razionalizzarono l’opera e il lavoro fu completato dai greci con l’introduzione delle vocali.

La macchina per le traduzioni perfette

 Categoria: Storia della traduzione

Dal momento preciso in cui si è rotta l’unità linguistica di Babele, la diversità fra le lingue ha costituito un grosso ostacolo per la comunicazione fra le persone. Da questa difficoltà hanno avuto origine tutti i tentativi di inventare traduttori automatici che permettessero di risolvere il problema. Tentativi che proseguono anche ai giorni nostri ma che non sembrano dare buoni frutti. Noi che lavoriamo quotidianamente con le lingue, comprendiamo bene l’importanza di tale sfida ma si tratta, a nostro avviso, di un’inutile perdita di tempo e risorse poiché la macchina per le traduzioni perfette esiste già da secoli.
Nel 1989 sono stati rinvenuti dei manoscritti originali di Raymond Roussel nei quali il celebre scrittore francese, vissuto a cavallo fra l’800 e il 900, descrive minuziosamente il funzionamento di questa macchina prodigiosa.

La macchina non è mai stata costruita, ma per farlo, basterebbe seguire le indicazioni di Roussel. Nel suo progetto, la macchina assomigliava a un enorme grammofono e conteneva i dizionari e le grammatiche di tutte le lingue. Una persona di lingua cinese che volesse parlare con un greco, non dovrebbe far altro che parlare vicino alla macchina. Il suono delle sue parole entrerebbe nei circuiti della macchina e verrebbe canalizzato verso il luogo preposto per la lingua greca. Una volta arrivate a destinazione, verrebbero impregnate da un composto chimico con proprietà speciali e trasmesse a un altro circuito che le condurrebbe verso l’altoparlante, dal quale uscirebbero frasi in perfetto greco.
Forse l’autore, consapevole delle enormi difficoltà che avrebbero incontrato i traduttori nel tradurre le sue opere colme di giochi di parole e figure retoriche, sperava che venisse costruita una macchina in grado di tradurli magicamente…

I classici della traduzione (6)

 Categoria: Storia della traduzione

WILHELM VON HUMBOLDT (1767 – 1835)
L’Agamennone di Eschilo: introduzione alla traduzione

Tradurre un autore del passato significa riportare la sua opera alla purezza della sua forma originale. Detto percorso dev’essere intrapreso da parte del traduttore con meticolosità e rigore storico, utilizzando tutto il bagaglio di erudizione in suo possesso e applicando a tutto il testo criteri di estrema coerenza. Egli non deve mai abbandonarsi al cosiddetto “senso esteso” cui può sentirsi chiamato.
Ho impiegato la massima cura possibile per quanto riguarda l’aspetto metrico del lavoro. La purezza e la precisione metrica sono il fondamento stesso della bellezza e in quest’ambito il traduttore non fa mai abbastanza. Il ritmo che troviamo nelle opere dei poeti drammatici greci è come un mondo a sé stante diverso da tutti gli altri e ciò li contraddistingue e li qualifica maggiormente.
Un traduttore, prendendosi delle libertà nel tradurre, ed in particolar modo nel tradurre i lirici antichi, in molti casi ne guadagna: pochi sono quelli in grado di seguirlo così puntualmente da constatare l’esattezza o meno di una sillaba. Anzi, alla bellezza ritmica molti preferiscono una maggior naturalezza del testo. Ma in quest’ambito un traduttore dev’essere severo con sé stesso e agire con abnegazione. Questo poiché le traduzioni, più che opere che rimangono nel tempo, sono innanzitutto lavori che saggiano lo stato di una lingua in un certo periodo storico. Quella parte di popolo che non è in grado di comprendere gli antichi in lingua originale, li conoscerà tramite più traduzioni anziché per mezzo di un’unica traduzione scolpita nel tempo.

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