Per linguaggio giuridico si intende l’uso che gli specialisti fanno della lingua comune per riferirsi a delle realtà tipiche del loro ambito professionale. Si tratta di un linguaggio plurifunzionale e pluridimensionale. È plurifunzionale poiché circola in tutti i canali della sua formazione: partecipa alla funzione legislativa, giurisdizionale, alla creazione della dottrina e dell’amministrazione. È pluridimensionale perché la comprensione di un messaggio giuridico dipende dall’emittente e dal destinatario: può avvenire tra un giurista e un profano oppure tra giuristi, entrambi dotati di una formazione giuridica. È dunque un linguaggio specialistico caratterizzato da un proprio vocabolario e da alcune peculiarità stilistiche tipiche del discorso giuridico. Si tratta di un vocabolario tecnico, preciso ed in costante evoluzione. È tecnico perché è utilizzato da “tecnici” come i giuristi e gli avvocati, è preciso poiché a ciascun termine corrisponde una specifica nozione ed è in costante evoluzione poiché segue le evoluzioni del diritto il quale introduce nuovi concetti e quindi nuovi termini.
Dunque, a mio avviso, tradurre un testo giuridico è un’operazione complessa dal momento che il diritto è strettamente legato alla lingua e alla cultura che esso veicola e, poiché il diritto è una scienza sociale, i fenomeni che esso descrive sono difficilmente applicabili da una lingua e cultura ad un’altra e soprattutto da un sistema giuridico ad un altro. Inoltre, la presenza di sistemi giuridici differenti pone il problema della non corrispondenza delle nozioni e quindi dei termini. Le principali difficoltà sono dunque legate al vocabolario e allo stile. Per stile giuridico si intende il modo di scrivere del legislatore. È uno stile neutro dal momento che il legislatore non ha alcun intento letterario, deve solo trasmettere in modo chiaro e fedele un messaggio privilegiando così l’obiettività e l’imparzialità; è uno stile tecnico poiché risponde ad una esigenza di precisione e di comprensibilità del messaggio giuridico da comunicare ed infine è uno stile concreto che mira alla chiarezza. Sulla base di quanto detto, possiamo affermare che il traduttore giuridico deve aver maturato delle specifiche competenze, ed in particolare:
1. la competenza linguistica, cioè la capacità di comprendere le lingue oggetto della traduzione;
2. la competenza traduttiva, che è la capacità di cogliere il senso del testo di partenza e di renderlo nella lingua d’arrivo senza cambiarne il senso ed evitando le interferenze;
3. la competenza metodologica, cioè la capacità di documentarsi su uno specifico argomento e di saperne utilizzare la relativa terminologia;
4. la competenza disciplinare, ovvero la capacità di tradurre dei testi che appartengono ad uno specifico settore di specializzazione;
5. la competenza tecnica, cioè la capacità di utilizzare degli strumenti di ausilio alla traduzione ed in particolare le memorie di traduzione e la traduzione automatica.
La traduzione giuridica risulta quindi una delle traduzioni più complesse poiché il diritto è il prodotto di una cultura e acquisisce in ogni società un carattere unico. La sua dimensione culturale si riflette non solo nei termini propri di un sistema giuridico, ma anche nel modo di esprimerli e quindi nello stile e nella sintassi. Se la traduzione di un testo letterario rende il traduttore più libero di interpretare e di riesprimere il senso del testo di partenza, la traduzione di un testo giuridico limita l’intervento del traduttore poiché i termini esprimono delle nozioni ben precise che bisogna conoscere al fine di una corretta riespressione del contenuto giuridico nel testo di arrivo.
Autore dell’articolo:
Elisa Reale
Traduttrice freelance EN-FR>IT
Lecce