La traduzione delle immagini (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Nel post di ieri abbiamo sottolineato come, con la crescita del mercato dei multimedia (cioè i prodotti informatici che combinano testi, immagini e suoni), stia assumendo sempre più importanza insieme alla corretta traduzione dei testi, anche la traduzione delle immagini, ovvero l’adattamento delle immagini ai mercati di destinazione.
Come abbiamo fatto nel post di ieri, anche in quello di oggi vorremmo raccontare due brevi aneddoti relativi al settore della traduzione di software che fanno ben capire come sia assolutamente necessario tradurre correttamente non solo la lingua, ma anche le immagini e, in generale, tutti i riferimenti culturali che contiene un prodotto prima di lanciarlo sul mercato.

Anni fa, una famosa azienda produttrice di software creò un programma di grafica e lo fece tradurre in arabo, al fine di commercializzarlo in Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, e altri paesi. Il programma originale includeva varie  immagini esemplificative: fra le tante vi erano un sole, una pianta, un atleta, una palla e…..una donna in bikini!
Fortunatamente, qualcuno si accorse in tempo dell’errore e l’immagine incriminata venne rimossa prima della commercializzazione della versione araba.

Un problema simile ha riguardato tempo fa una società che offriva i suoi servizi su internet e che, per indicare i paesi ai quali inviava i propri prodotti, utilizzava immagini simboliche.
Rappresentare la Spagna con un torero o il Messico con un mariachi risultava semplicemente scherzoso per l’azienda, che non aveva certo intenzione di offendere i paesi in questione.
Questo modo di identificare le varie nazionalità era però comprensibilmente fastidioso per gli spagnoli, per i messicani, e in genere per tutti i paesi identificati con immagini stereotipate.
Dopo numerose lamentele, l’azienda si è vista costretta ad utilizzare il modo universalmente più accettato per identificare i vari paesi ovvero indicarli con le rispettive bandiere.

La traduzione delle immagini

 Categoria: Problematiche della traduzione

Le immagini svolgono da sempre una preziosa funzione comunicativa. Nei secoli scorsi erano i quadri il centro del processo comunicativo visuale. Poi con l’avvento dell’era moderna ai quadri si è aggiunta la fotografia, poi il cinema, la televisione, il computer, e da lì il passo per arrivare agli ultimi modelli di palmare è stato breve.
Le immagini sono sempre state importanti, ma oggi, grazie alle moderne tecnologie, lo sono più che mai.
Non tutti i paesi e non tutte le culture attribuiscono gli stessi significati alle immagini. E neppure danno ad esse lo stesso valore. Per questo è importante “tradurle”.

Tempo fa un nostro collega ci ha raccontato un episodio che spiega alla perfezione che cos’è la traduzione delle immagini.
Una grossa azienda americana di giocattoli gli aveva commissionato la traduzione in francese di alcuni giochi per bambini su CD-ROM. In uno di questi, i bambini dovevano associare l’immagine di un oggetto al nome corrispondente a quell’oggetto. Al collega era stato chiesto di tradurre l’elenco dei nomi e basta. Nessuno aveva pensato di tradurre le immagini, nessuno aveva cioè pensato di ”francesizzare” delle immagini tipicamente americane, rendendo di fatto impossibile ai bambini francesi giocare con quel gioco.
Per confermare i suoi sospetti, lo mostrò alla sua nipotina di otto anni: come previsto la bambina non era in grado di associare tutte le immagini ai nomi. Ella pensava ad esempio che il casco da football americano fosse in realtà il casco di una motocicletta, che la mazza da baseball fosse un semplice bastone, che la palla da rugby fosse un melone e che quella da baseball fosse in realtà una pallina da tennis. E pur riconoscendo il simbolo del dollaro, non riusciva a trovare la parola giusta poiché associava quel simbolo al denaro in generale ma aveva solo una vaga idea di cosa fosse il dollaro.
Per risolvere l’inconveniente fu optato di ridisegnare la maggior parte delle immagini in modo più neutro e riconoscibile per il mercato francese.

Nell’articolo di domani racconteremo altri due piccoli aneddoti riguardo a quest’argomento.

Seconda parte di questo articolo

Borges e la traduzione

 Categoria: Problematiche della traduzione

Tutti conoscono Jorge Luis Borges come grande scrittore e poeta.
Forse però non tutti sanno che il premio nobel argentino è stato anche un traduttore (a soli nove anni tradusse un racconto di Oscar Wilde che venne pubblicato su El País) ed ha formulato varie teorie sulla traduzione (insuperabile il suo studio “I traduttori de Le mille e una notte”). Inoltre, alcuni suoi racconti sono diventati l’emblema assoluto di tutta una scuola di teorici della traduzione.

Ad ogni modo nell’articolo odierno vorremmo fare alcune riflessioni di taglio ermeneutico sulla traduzione a partire da quello che potrebbe sembrare un suo semplice commento senza grande importanza.
Si narra che Borges ad un certo punto della sua carriera di scrittore abbia chiesto al suo traduttore di non tradurre quello che diceva bensì quello che voleva dire. Queste parole mostrano in modo evidente la complessità del processo traduttivo. Ciò che l’autore argentino voleva suggerire al suo traduttore era di tradurre non il significato delle sue parole, ma ciò che egli desiderava significassero, il che non può mai essere raggiunto in modo completo, data la distanza tra l’intenzionalità del pensiero e il risultato della scrittura, che è di per sé suscettibile di diverse interpretazioni (e qui si entra in un vero e proprio labirinto borgiano).
Ottenere questa comunione fra azione e intenzione è difficile per l’autore, ma ancor più per il traduttore, giacché se spesso non siamo nemmeno noi stessi in grado di capire i nostri sentimenti e ancor meno di esprimerli, come possiamo aspettarci che ce la faccia qualcun altro che ci è estraneo, qualcuno con un diverso ambito culturale, con i suoi sentimenti, con la propria concezione del mondo? Come possiamo coltivare l’illusione che il lettore finale arrivi, attraverso la mediazione del traduttore, ad oltrepassare la soglia della genesi del senso originario?

La difficoltà della traduzione si fa evidente quando ci rendiamo conto che il linguaggio è un semplice artificio, una metafora che rispecchia solo una visione incompleta e imperfetta della realtà, o di ciò che noi supponiamo sia la realtà. Il traduttore deve cercare di andare al di là delle parole dell’originale, deve tentare di ricostruire quel significato latente che l’autore sarà forse riuscito a trasmettere solo parzialmente. Una volta capito il senso originale, egli si troverà davanti allo stesso abisso davanti al quale si è trovato lo scrittore, stavolta però con un sistema linguistico diverso. Vana illusione?

La traduzione urgente

 Categoria: Problematiche della traduzione

In alcuni casi, i tempi di consegna di una traduzione sono particolarmente stretti. Un best-seller viene lanciato contemporaneamente in diversi paesi, e la traduzione nelle varie lingue deve essere pronta subito dopo che l’autore ha terminato l’opera nella lingua originale e l’ha consegnata all’editore.
La stessa osservazione può esser fatta per un qualsiasi altro prodotto, in particolare se ad alto contenuto tecnologico. Prendiamo ad esempio la periferica di un computer. Una volta risolte le problematiche tecniche e decisa la messa in produzione, dev’essere redatto il manuale delle istruzioni. Ciò deve avvenire in tempi rapidi, prima che la macchina abbia lasciato la catena di montaggio altrimenti l’azienda produttrice è costretta a ritardarne il lancio sul mercato con conseguenti perdite economiche.

Quando i manuali o i libri sono di 500 pagine o 200.000 parole, e la traduzione dev’essere pronta in un mese, si cade nella tentazione di dividere il lavoro, e di assegnare a diversi traduttori parti distinte, sezioni o capitoli dell’originale. Una volta ultimata la traduzione, uno di loro (oppure un altro esperto non traduttore), si fa carico della revisione finale e unifica lo stile e la terminologia.
In un manuale informatico o comunque in un manuale tecnico in genere, soprattutto se si hanno a disposizione glossari adeguati, l’unificazione stilistico-terminologica non pone problemi insormontabili. Un’opera letteraria è un’altra questione. Il fatto che il traduttore sia, di fatto, un autore derivato, ostacola notevolmente il processo di unificazione.
Sarebbe interessante sapere come hanno risolto il problema i traduttori che hanno partecipato alla stesura collettiva di opere letterarie. Il lessico è importante, ma ancor più importanti sono il ritmo narrativo e la specificità dei vari autori: lo scrittore e i due o più traduttori.

Tradurre lingue distanti, comunicare mondi separati

 Categoria: Problematiche della traduzione

 

In una traduzione, oltre alle differenze di tipo prettamente linguistico fra i due idiomi, è di fondamentale importanza avere una profonda conoscenza circa le differenze sociali, politiche, storiche, culturali fra i due paesi in cui si parlano quelle lingue, il livello di reciproca comprensione tra i rispettivi mondi, il loro grado di esperienza nella comunicazione e molteplici altri fattori. La distanza generata da questi aspetti in qualche caso risulta davvero difficile da colmare anche per i traduttori più bravi e preparati.

Il legame tra le lingue europee occidentali è il risultato di almeno un migliaio di anni di interrelazione tra le società e le culture dei paesi nei quali si parlano quelle lingue. I reciproci contatti fatti di “regali”, “prestiti”, e in qualche caso veri e propri “furti”, hanno contribuito a creare un universo pluralista, mondi diversi ma in qualche misura strettamente connessi. In questo scenario, la distanza cui facevamo riferimento poc’anzi può essere colmata quasi del tutto.

Quando invece si tratta di mettere in relazione mondi agli antipodi, con lingue e culture completamente diverse e che non hanno mai avuto reciproci contatti, le cose si fanno ben più dure per il traduttore. Le parole di una lingua designeranno spesso concetti assenti nell’altra: vi saranno sfumature particolari, usanze esclusive, riferimenti culturali incomprensibili e addirittura oggetti inesistenti.
Il traduttore dovrà essere perfettamente in grado di comprendere tali differenze, e, dopo averle interpretate, le dovrà rimodellare e ricomporre al fine di rendere il suo lavoro fruibile per tutti i lettori e in modo tale da render loro più agevole la comprensione di un mondo lontano ed estraneo.
Le difficoltà maggiori risiederanno quindi nella ricreazione, utilizzando le risorse a disposizione della lingua d’arrivo, di concetti, sfumature, rapporti, oggetti che provengono da altri mondi e che fino a quel momento mancavano nell’universo culturale dei lettori. Tale procedimento dovrà avvenire con delicatezza e saggezza, senza distruggere troppo ma allo stesso tempo senza cercare di fondere realtà che, almeno per il momento, sono distanti sotto ogni punto di vista.

Problematiche ricorrenti delle traduzioni (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Dopo aver trattato nell’articolo di ieri le problematiche relative alle parole chiave, affrontiamo oggi quelle riguardanti le combinazioni di parole, i “falsi amici” e le componenti di significato esplicite ed implicite.

Combinazioni di parole
In ogni lingua sono presenti combinazioni di parole che funzionano come se fossero una sola parola. Nelle lingue più complesse ed elaborate, gran parte di queste combinazioni sono di fatto elencate come singole voci nel dizionario. È comunque possibile, in ogni lingua, creare continuamente nuove combinazioni. L’ungherese e il tedesco (ma anche altre lingue del nord Europa) hanno ad esempio una forte propensione per la creazione di nuove combinazioni.
Nelle combinazioni di parole, il significato dell’insieme non è detto risulti automaticamente dalla somma dei significati delle parti. Ad esempio, l’espressione francese pomme de terre (dove pomme significa “mela” e terre significa “terra”) non equivale a “mela di terra”, bensì a “patata”. Per eseguire traduzioni corrette appare pertanto evidente la necessità di conoscere l’esatto significato di ogni combinazione di parole come se si trattasse di un unico termine.

“Falsi amici”
I “falsi amici” sono parole (o frasi) della lingua di partenza che presentano una notevole somiglianza morfologica (omografia) e/o fonetica (omofonia) con altre parole (o frasi) della lingua di arrivo, ma in realtà hanno un significato completamente diverso. Si pensi ad esempio alla parola inglese factory che non significa “fattoria” ma “fabbrica” e alla parola spagnola burro che in realtà significa “asino”.
I “falsi amici” sono più ricorrenti fra lingue imparentate storicamente (che abbiano quindi una stessa radice) o che siano in stretto contatto fra loro (ad esempio per questioni di vicinanza geografica). E’ sicuramente più raro trovarne in lingue che si siano evolute in maniera indipendente l’una dall’altra ma è comunque possibilissimo, ad esempio per il “prestito” di un vocabolo fra di esse. All’epoca della colonizzazione spagnola dell’area attualmente corrispondente al Messico, vennero presi in prestito molti termini spagnoli dalle lingue del luogo, ma con il passare del tempo queste parole hanno assunto un significato diverso da quello che avevano in origine.
Nel caso in cui vi sia una sorta di parentela tra le due lingue, chi s’imbatte in due “falsi amici” è portato a pensare che alla base della loro somiglianza fonetica (o nella grafia) vi sia una corrispondenza in termini di significato; al contrario, nel caso in cui non vi sia alcuna parentela, il lettore (o l’ascoltatore) è incline a presumere che si tratti di una pura coincidenza. Il traduttore dovrà quindi fare molta attenzione a non dare per scontato (soprattutto nel secondo caso) che due parole omofone o omografe abbiano lo stesso significato in entrambe le lingue.
Ancor più pericoloso è il caso in cui una parola o una frase, seppur tradotta bene, assuma un significato diverso da quello che il traduttore vuole trasmettere perché inserita in un contesto particolare. Si consideri ad esempio la frase evangelica “tagliare alcuni rami dagli alberi e metterli nella strada” (cf Mc 11,8). Nell’intento dell’apostolo tale gesto aveva una funzione onorifica. Come si può facilmente immaginare, la traduzione formale di tale frase è piuttosto semplice. Tuttavia, si scoprì a posteriori che in una lingua africana tale gesto significava “impedire il passaggio a una persona”, praticamente l’esatto contrario del messaggio contenuto nel testo evangelico. La traduzione venne quindi modificata inserendo “rami di palma” e sottolineando la natura onorifica del gesto.

Componenti di significato esplicite ed implicite
Dopo aver effettuato tutte queste considerazioni sulle equivalenze lessicali delle lingue e le loro asimmetrie, la domanda su come sia di fatto possibile realizzare una buona traduzione può venire spontanea. L’aspetto positivo da considerare è che una traduzione non è una somma di parole tradotte letteralmente. Un buon traduttore non traduce delle singole parole ma delle intere frasi, ossia il significato delle parole combinate fra loro.
L’aspetto negativo è che qualche perdita o qualche guadagno di senso è inevitabile e ci sarà sempre. Durante il processo di traduzione, alcune componenti di senso passano infatti da implicite ad esplicite, e viceversa. Ciò è strettamente dipendente dalla natura delle lingue.
Il traduttore avrà tante più possibilità di raggiungere il proprio scopo quanto più alta sarà la sua consapevolezza circa le differenze tra le lingue su cui si sta cimentando, e a ciò non potrà che avvenire attraverso un’accurata analisi del significato sia contestuale sia referenziale del testo di partenza nonché attraverso una selezione di forme chiare e naturali nella lingua di arrivo.


Problematiche ricorrenti delle traduzioni

 Categoria: Problematiche della traduzione

Ogni traduzione presenta delle difficoltà più o meno grandi. Vi sono comunque alcune problematiche quasi sempre presenti in ogni progetto di traduzione. Tra queste le principali e maggiormente ricorrenti riguardano le parole chiave (in particolare quando assumono un valore simbolico), le combinazioni di parole, i falsi amici e le componenti di significato esplicite ed implicite. Oggi ci occuperemo delle parole chiave, domani delle altre tre.

Parole chiave
Si tratta di parole usate più volte all’interno di un testo e che hanno un’importanza fondamentale nell’economia dello stesso.
A volte un testo può contenerne molte, il traduttore deve identificarle tutte e fare in modo di usare sempre la medesima terminologia ogni volta che si imbatte nella stessa parola chiave.
Per ovvi motivi, trovare un’equivalenza lessicale appropriata per queste parole è più importante che per gli altri termini generici.
Infatti, se una di queste parole chiave non viene tradotta correttamente, il messaggio centrale del testo può non arrivare a destinazione o arrivarci nel modo sbagliato. Se non si usa sempre lo stesso termine per tradurre una parola chiave, si potranno avere effetti negativi sulla coerenza del testo e sul senso generale di quest’ultimo. Ad ogni modo, si dovrà tener conto dei diversi contesti nei quali compare una certa parola chiave e all’occorrenza la si dovrà tradurre utilizzando parole diverse.
Si immagini di dover tradurre un testo di giornale che parli di telefoni fissi e cellulari nella lingua di un paese dove non esistono reti telefoniche. Sarà innanzitutto necessario isolare il componente comune a entrambi i termini (ad esempio “apparecchio per effettuare comunicazioni a distanza”) e successivamente il componente che li contraddistingue (postazione fissa, mobile).

Com’è facile immaginare, le difficoltà nel tradurre le parole chiave aumentano nel passaggio dai termini materiali ai concetti astratti ad esempio in ambito socio-politico o religioso. Nei casi più ostici sarà importante non considerare le parole individualmente ma per area semantica.
Rimanendo per semplicità su oggetti concreti, se ad esempio si devono tradurre termini del mondo della telefonia come “telefono fisso”, “telefono portatile”, “telefono cellulare”, “telefono satellitare”, sarà d’obbligo individuare componenti più specifici sia comuni che differenziali. Prima di scegliere la parola più adeguata per ciascun termine del gruppo, sarà opportuno fare un raffronto fra tutti i termini che si pensa di utilizzare, arrivando in tal modo a stabilire un set semantico omogeneo ma con le opportune differenze.
Se le culture dei paesi di partenza e di arrivo presentano molte differenze fra loro, bisognerà fare ricorso a dei termini importati anche per le parole chiave. Ad ogni modo, in casi così estremi, sarà fondamentale che le espressioni utilizzate (le parole importate e le modifiche aggiunte) siano assolutamente naturali sia grammaticalmente che semanticamente. Se in qualche caso ciò non fosse possibile, sarebbe allora auspicabile utilizzare un termine magari non del tutto corrispondente, ma comunque naturale. All’interno del contesto si farà poi in modo di rimediare alle differenze di senso create da noi stessi con la tecnica utilizzata.

In certi testi troviamo poi alcune parole chiave particolari, denominate token words, ossia “parole marchio”, le parole cioè che caratterizzano un luogo, uno stile, un’epoca, una moda, ecc. Generalmente tali parole vengono semplicemente traslitterate. A titolo esemplificativo si considerino le parole plaza de toros e matador in un testo che riproduce l’ambiente spagnolo della corrida (tra l’altro essa stessa una parola spagnola ormai entrata nel dizionario italiano). Trattandosi di parole molto caratterizzanti è opportuno trascriverle così come sono senza effettuare alcuna traduzione.

In qualche caso certe parole chiave assumono infine un valore simbolico, aggiungendo al senso principale un senso figurativo o metaforico. Nei suddetti casi, bisognerà apportare degli aggiustamenti alla traduzione.
Questo tipo di problematica è più ricorrente nei testi religiosi e in quelli politici. Nella traduzione si dovrà fare molta attenzione a non tralasciare un’eventuale componente simbolica della parola chiave presente nel testo.

Seconda parte di questo articolo

Traduzione di nomi propri e di toponimi

 Categoria: Problematiche della traduzione

Uno dei principi della traduzione è che i nomi propri non devono essere tradotti. Tuttavia, non sono affatto rari i casi di personaggi storici famosi, conosciuti non con il loro nome di battesimo originale, ma con la traduzione nella nostra lingua, anche se sarebbe più corretto dire “storpiatura nella nostra lingua” visto che, soprattutto i cognomi, sono intraducibili.
Martin Lutero (nato Martin Luther), Carlo Marx (nato Karl Marx), Tommaso Moro (nato Thomas More) e il divertente Francesco Bacone (nato Francis Bacon), sono solo alcuni esempi noti.
Ad ogni modo, è il latino la lingua che ha avuto meno freni nel tradurre i nomi propri.
Ad esempio l’aggettivo “cartesiano” deriva dal cognome del francese René Descartes, ma non tanto dalla sua lingua d’origine, quanto dalla sua latinizzazione Renatus Cartesius, a sua volta italianizzata prima in Renato Delle Carte e poi in Renato Cartesio.

L’italiano attuale, dal canto suo, ha spazzato via quasi tutti i toponimi latini dalla geografia italiana. In qualche caso la conversione è rimasta abbastanza fedele all’originale (ad esempio Cosentia con Cosenza, Croton con Crotone, Novaria con Novara), in qualche caso un po’ meno (Neapolis con Napoli, Florentia con Firenze, Mediolanum con Milano), e in qualche altro davvero poco (Augusta Praetoria con Aosta, Interamnia Nahars con Terni, Ticinum con Pavia).
Non si tratta tuttavia di un fenomeno prettamente italiano, anche all’estero i toponimi latini sono stati pressoché totalmente sostituiti dagli attuali nomi delle città.
In alcune circostanze si è fatto ricorso al calco, com’è accaduto con Nova Civitas (“nuova città”) diventata in tedesco Neustadt (da neu, “nuovo” e Stadt, “città”), talvolta si è fatto ricorso al semicalco, come per Oenispons (divenuta Innsbruck, da Brück, “ponte”) e in altri casi ancora sono stati mescolati elementi della denominazione originale con parole latine, come Westmonasterium (Westminster) o si è fatto ricorso al greco, come in Leucopetra (da leukós, “bianco” e petra, “roccia”) divenuta Weissenfels (costituita da weiss, “bianco” e Fels, “roccia”).