Altro campo in cui la censura nella traduzione è intervenuta, sempre nel caso di Detective Conan (ma non solo), è il mascheramento della cultura d’origine: in Giappone, terra da cui l’anime in questione proviene, la valuta corrente sono gli “yen”, non i “dollari”. Un bambino o un ragazzo che apprenda una falsa informazione come questa potrebbe crescere pensando che il Giappone non abbia una moneta propria, stravolgendo così ancora una volta la realtà dei fatti.
Altro campo in cui la censura è intervenuta, ancor più fortemente che in precedenza, sono i temi che riguardano il sociale: in particolare, nel caso sopracitato, la traduzione incoerente a livello linguistico, iconico e concettuale (per cui completamente errata) di “droga” con “microfilm” e il travestimento da donna da parte di un uomo. La censura ha operato su questi elementi perché toccano due tematiche sociali importanti da cui i bambini dovrebbero essere “protetti” secondo le direttive del MOIGE: le droghe e, presumibilmente, il travestitismo (non si capirebbe altrimenti perché censurare un uomo vestito da donna), elemento chiaramente legato alla sessualità. Nascondere ai bambini e ai ragazzi elementi come questi, operando una traduzione tanto censurata (linguistica nel primo caso e concettuale nel secondo), li porta inevitabilmente a una futura ignoranza o incomprensione di queste tematiche, e potrebbe portare a siparietti d’ironia pirandelliana (cioè che fanno ridere all’impatto, ma che portano in seguito a una profonda riflessione), quali l’inorridimento in un negozio di articolo fotografico a sentir parlare dell’acquisto di un microfilm o la confusione sull’identità sessuale dei protagonisti di A qualcuno piace caldo nella famosa scena in cui Joe e Jerry decidono di travestirsi da donne per infiltrarsi nell’orchestra femminile, sfuggendo così temporaneamente ai sicari della mafia che li inseguono. In questi casi dallo stravolgimento si passa addirittura alla negazione palese della realtà dei fatti.
L’applicazione della censura e la sua eliminazione sono tutt’ora soggette ad oscillazioni, come ancora riporta la pagina di Wikipedia:
“Con il secondo blocco di episodi (dall’episodio 131 della numerazione italiana, 124 della numerazione originale, trasmesso il 12 gennaio 2004), si cercò di ricalcare meglio la versione originale; vi sono meno tagli e censure di scene con cadaveri e non si utilizzano più i metodi del bianco e nero e del mantenimento di metà dell’immagine precedente, ma in alcuni casi fu utilizzata la tecnica del fermo immagine o dello zoom. Il secondo blocco, rispetto agli altri, si caratterizza per la presenza di molte meno censure audio, in quanto si possono sentire spesso parole come “morto” e “uccidere”. Nella trasmissione della sesta stagione italiana della serie (dall’episodio 335 della numerazione italiana, 310 della numerazione originale, trasmesso il 20 giugno 2007) la situazione dell’adattamento mutò nuovamente: le censure a partire da questo blocco concernettero l’offuscamento di cadaveri ed alcune scene ritenute troppo violente o in cui sussistette la presenza di sangue, per esempio con la colorazione delle zone sporche di sangue, anche se si può ancora vedere il fermo-immagine. Anche l’audio ricevette un trattamento differente; tuttavia, sebbene tutt’oggi nel doppiaggio siano presenti anche parole come “morte”, “uccidere”, “assassinare”, “droga”, “omicidio”, “suicidio” o “sangue”, non poche frasi o scene necessarie per il proseguimento della trama continuano ad essere adattate erroneamente o in maniera approssimativa (cfr. “deceduto”, “scomparire”, “togliersi la vita”, “farla finita”, “eliminare”, “fare fuori”, “togliere di mezzo”, “tracce ematiche”). Dall’ottava stagione italiana (dall’episodio 439 della numerazione italiana, 404 della numerazione originale, trasmesso il 16 settembre 2009) scompaiono i fermi-immagine, anche se rimangono molte censure audio. Si ritrovano, però, tagli e forti censure video nell’episodio Una morte inattesa (552 della numerazione italiana, 504 della numerazione originale), volte per lo più ad eliminare le inquadrature di un personaggio morente ed insanguinato.”.
Nel caso appena trattato, quello dei manga e soprattutto degli anime, al posto di censurarli si potrebbe adottare una loro classificazione simile, se non identica, a quella originaria, trasmettendo gli anime in fasce orarie adeguate al pubblico di destinazione e applicando anche ai manga la classificazione PEGI. In tal modo i traduttori sarebbero liberi di rendere nella lingua d’arrivo il messaggio comunicato dall’autore (che nel caso degli anime, tratti spesso dai manga, si definisce per l’appunto “mangaka”) in modo coerente e corretto.
Concludendo, la censura in generale è un chiaro ostacolo alla traduzione in più di un caso, e qualunque traduttore che abbia un minimo di senso morale e di rispetto per l’autore originario di un testo, oltre che per i suoi destinatari, dovrebbe riportarne il pensiero senza timore di incorrere in censure di qualsivoglia tipo.
Autore dell’articolo:
Mauro Sorrentino
Dottore in Mediazione Linguistica
Palermo