Il mercato globale della traduzione

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Il mercato della traduzione corrisponde perfettamente alla definizione di mercato globale.
Anzi, di più, forse è il mercato più globale che ci sia.
Come tutti sappiamo, il progresso tecnologico è stato uno dei motori della globalizzazione.
Con esso, abbiamo assistito a un miglioramento dei mezzi di comunicazione, dei mezzi di trasporto, alla nascita e alla diffusione planetaria di internet.
Oggigiorno i paesi sono più aperti, la gente si muove da un paese all’altro senza barriere o quasi, si muovono le merci, i servizi, le idee.
Questo processo ha reso necessario comunicare in più lingue e ciò ha comportato una forte crescita nella domanda di traduzioni a livello mondiale.

La prima legge dell’economia è l’equilibrio tra domanda e offerta, pertanto, a fronte di una domanda sempre crescente di questo tipo di servizi, sono aumentati gli operatori in grado di offrirli.
Questo fenomeno è stato veicolato da un potentissimo mezzo di comunicazione globale quale internet, che ha reso semplicissimo l’incontro tra chi richiede traduzioni e chi le offre. Attualmente, un numero sempre crescente di aziende e privati sfrutta i motori di ricerca per entrare in contatto con i professionisti in grado di fornire i servizi di traduzione o localizzazione di cui necessitano, siano essi nazionali o internazionali.
Dall’altro lato, internet consente ai professionisti della traduzione (e non solo) di presentare la propria offerta ed entrare in contatto con potenziali clienti di tutto il mondo.

Se in un primo momento è stato il processo di globalizzazione ad aver permesso la crescita del mercato della traduzione, ora è il contrario, è il settore della traduzione che sta alimentando il processo di globalizzazione.
Al giorno d’oggi  si vendono prodotti e servizi in tutto il mondo grazie alla traduzione, si leggono libri di ogni tipo grazie alla traduzione, si vedono film grazie alla traduzione, si naviga su internet grazie alla traduzione. Nel mercato della traduzione i clienti sono globali, i fornitori sono globali, i traduttori sono globali, i servizi prestati sono globali, il mezzo utilizzato per operare è globale: cosa c’è di più globale del mercato della traduzione?

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Il proofreader

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A seconda del tipo di progetto, della sua dimensione e della sua complessità, intervengono nel processo di traduzione e revisione varie figure professionali.
Nella fase iniziale la traduzione viene affidata ad uno o più traduttori coadiuvati da un project manager. Una volta terminata la traduzione, viene revisionata da uno o più revisori e, nell’ultima fase, anche se si tratta di un documento molto corposo, il lavoro viene ripassato a pettine da un solo specialista del settore oggetto della traduzione per assicurare omogeneità a tutto il testo. Nelle fasi di revisione, in inglese “editing”, si interviene sul testo per verificarne la consistenza terminologica, l’adeguatezza lessicale, lo stile di scrittura, la leggibilità, e, se non fatto in precedenza, vengono apportate le opportune modifiche per far sì che il testo sia adeguato al pubblico di destinazione (localizzazione).

Tuttavia, nonostante tutti questi passaggi, può accadere che in una traduzione permangano errori ortografici o piccole imprecisioni di vario genere (punteggiatura, maiuscole, grassetti, corsivi, spazi, sottolineature, abbreviazioni, ecc.). Il proofreader (in italiano “correttore di bozze”) è il professionista che si occupa di “ripulire” il testo da tutte queste imperfezioni.
Si tratta di un madrelingua nella lingua di destinazione, che possiede una conoscenza perfetta della propria lingua ed è dotato di ottime capacità espressive e analitiche.
Visto che nella fase di revisione sono stati accuratamente controllati tutti gli aspetti relativi alla traduzione, non è fondamentale che il proofreader sia a sua volta un traduttore nè tantomeno un profondo conoscitore della materia trattata.

Tutti i passaggi successivi alla traduzione vera e propria sono importanti in egual misura.
Un lavoro non perfetto vanifica gli sforzi dell’equipe che lo ha eseguito e soprattutto vanifica l’investimento di chi lo ha commissionato. La mancanza di chiarezza di un lavoro, la poca scorrevolezza, la scarsa coerenza terminolgica, o semplicemente la presenza di errori vari, diminuiranno l’interesse di un lettore o di un potenziale cliente e ciò determinerà inevitabilmente il fallimento del progetto di traduzione.

Traduttori specializzati

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Il traduttore deve avere la piena padronanza della propria lingua d’origine, delle sue regole ortografiche, grammaticali, sintattiche, morfologiche. Deve avere una grande capacità espressiva e analitica. Idem dicasi per quanto riguarda la lingua verso la quale traduce.
Il buon traduttore oltre a conoscere alla perfezione due lingue deve conoscere le regole, le tecniche e gli strumenti di traduzione e deve avere talento nel tradurre.
L’ottimo traduttore, oltre a conoscere alla perfezione due lingue e avere un’ottima preparazione nel campo della traduzione deve avere anche una buona cultura generale.
Il traduttore specializzato è un ottimo traduttore che in più vanta una conoscenza approfondita di un determinato settore.

La specializzazione di un traduttore in un certo campo può derivare da molti fattori. Egli può aver sviluppato in proprio una passione talmente forte per una certa tematica da essere in grado di tradurre documenti specialistici in totale scioltezza. Può aver studiato all’università e sostenuto diversi esami su una certa materia (magari anche all’estero). Può essere un professionista di un determinato settore che si dedica anche alla professione di traduttore specializzato.
I principali settori nei quali si specializzano i traduttori sono quello medico-scientifico, quello giuridico-legale, quello informatico e quello tecnico (che racchiude un infinità di campi di attività anche molto diversi fra loro).

Oggigiorno le agenzie di traduzione per essere competitive e offrire ai propri clienti un servizio di qualità, devono poter contare su un elevato numero di traduttori specializzati, in modo tale da coprire tutti i settori appena menzionati (considerando che il settore tecnico include decine di sotto settori) in più combinazioni linguistiche possibile. Per questa ragione la nostra agenzia e molte altre agenzie concorrenti si avvalgono di migliaia di traduttori freelance residenti in ogni parte del mondo.

Buon anno!

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In altre parti del mondo mancano ancora molti giorni alla fine del 2009, ma qui in Europa ci siamo quasi, tra qualche ora staremo tutti facendo il conto alla rovescia con i calici in mano pronti a brindare all’anno nuovo.

Al di là dell’entusiasmo dovuto ai festeggiamenti, un’occasione di svago e di divertimento per tutti, di solito si vivono questi momenti con lo spirito di chi si sta apprestando a fare una nuova esperienza, con nuovi propositi per l’anno che viene e con la speranza che esso sia migliore dell’anno appena passato. Quest’anno come non mai speriamo che sia così visto che il 2009 per molti non è stato affatto buono.

L’augurio che vi facciamo ce lo ha mandato giorni fa una nostra collega traduttrice. Ci è piaciuto molto e, visto che era in spagnolo, da bravi traduttori ve lo riportiamo in italiano: “vi auguriamo che nelle vostre vite ci siano sempre sogni per cui lottare, progetti da realizzare, qualcosa da imparare, luoghi da visitare e qualcuno a cui voler bene”. (Cinzia)

Buon anno a tutti!

La differenza fra interpreti e traduttori

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Tutti sappiamo perfettamente qual è la differenza fra interpreti e traduttori. Tutti meno i mezzi di comunicazione. Non sono affatto rare le occasioni in cui i giornalisti indicano con l’appellativo di “traduttore” o “traduttrice” la persona che sta traducendo (simultaneamente o consecutivamente) a beneficio del politico di turno. La frequenza con la quale si confonde tra interpretariato e traduzione ferisce la nostra sensibilità professionale. Crediamo e speriamo che tutti gli interpreti e tutti i traduttori provino questa sgradevole sensazione nell’ascoltare una tale barbarità.

Da cosa deriva questa continua confusione? Visto che entrambe le specialità hanno radici comuni non vale forse la pena distinguerle? È come se, ad esempio, non distinguessimo tra un muratore e un carpentiere. Visto che con la loro opera entrambi concorrono alla costruzione di una casa e in qualche caso utilizzano alcuni attrezzi simili non vale forse la pena differenziare le loro professioni? L’indifferenza nei confronti dell’interpretariato e della traduzione dimostra la scarsa considerazione sociale di cui sfortunatamente godono queste due specialità sorelle. Sorelle, non gemelle.

La cosa peggiore è che sembra alquanto complicato rimuovere questo malcostume.
Una nostra collega traduttrice, in un’intervista rilasciata di recente riguardo alle due realtà, spiegò in modo puntuale che la sua professione era quella di traduttrice di romanzi. Con sua grande sorpresa, la giornalista, dopo averla ascoltata in modo apparentemente attento, terminò l’intervista chiedendole se l’avessero mai chiamata al Quirinale per tradurre un discorso del presidente! Complimenti, ottima domanda. Come se a un interprete, dopo che egli abbia spiegato in cosa consiste il proprio lavoro, chiedessero se ha mai tradotto Molière o Shakespeare…

La vocazione del traduttore di libri

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Lo scrittore e il traduttore di libri prima di diventare tali sono stati innanzitutto lettori. Lettori attenti e interessati, che hanno mangiato con voracità pane e letteratura fin da piccoli. Lettori così appassionati che, per provare il puro piacere di leggere il proprio o i propri scrittori preferiti in lingua originale hanno studiato il loro idioma a un livello talmente approfondito da poter eventualmente intraprendere in seguito la carriera di traduttori professionisti.
A un certo punto della loro vita, solitamente piuttosto presto, questa loro immensa passione li ha spinti ad uscire dal guscio e ad intervenire attivamente nel processo letterario.
Alcuni hanno intrapreso la carriera di scrittori, alcuni quella di traduttori, altri hanno intrapreso entrambe le carriere allo stesso tempo, altri ancora prima l’una e poi l’altra. Dipende dalla storia personale e lavorativa di ciascuno.

Abbiamo sempre ritenuto assai improbabile che qualcuno decidesse di essere scrittore o traduttore basandosi semplicemente su un freddo calcolo delle probabilità di successo dell’una o dell’altra carriera. Eravamo convinti che scrittori e traduttori si nascesse, che fosse una vocazione.
Di questi tempi, non è però affatto raro imbattersi in giovani scrittori dalle belle speranze le cui aspirazioni frustrate li hanno momentaneamente portati ad operare nel settore della traduzione.
Questo è sicuramente un danno per chiunque. In primis per il movimento letterario in sé che perde preziose fonti di approvvigionamento. Poi per lo stesso scrittore, obbligato per necessità a fare il traduttore pur senza possederne il sacro fuoco. Per il mondo della traduzione in generale, che soffre un abbassamento del suo livello medio di qualità e quindi un peggioramento della sua immagine generale. Anche ai traduttori professionisti viene arrecato un danno, poiché si trovano a dover competere con nuovi concorrenti. Infine per i clienti dei traduttori-scrittori che forse non saranno soddisfatti come se le traduzioni fossero state eseguite da chi questo mestiere lo fa da sempre.

Ci rendiamo perfettamente conto che allo stato attuale la crisi internazionale sta generando problematiche ben più gravi e che questa è solo una goccia nell’oceano. Lo scopo di questo articolo era semplicemente quello di far notare come, oltre agli effetti che tutti possono vedere facilmente ve ne sono anche altri molto più nascosti e su cui nessuno riflette. Effetti che nell’immediato non sembrano gravi ma che nel lungo periodo potrebbero portare ad un forte impoverimento culturale.

Visibilità dei traduttori

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Sono tre gli ambiti in cui i traduttori di libri (e le loro associazioni) dovrebbero pretendere una maggiore visibilità e un maggior riconoscimento del loro lavoro.

1) Nei libri stessi.
Il nome del traduttore dovrebbe apparire, così come richiede la stessa legge sulla proprietà intellettuale, nella pagina dei crediti. Questo purtroppo non sempre accade.
A nostro avviso il nome del traduttore dovrebbe essere presente anche in prima pagina o comunque nel frontespizio. Questo non accade quasi mai.
Alcuni colleghi sostengono poi che dovrebbe apparire addirittura in copertina ma a nostro modo di vedere questo forse sarebbe addirittura troppo.

2) Nei commenti e nelle recensioni dei libri fatti da quotidiani e riviste.
Una pratica molto frequente (e a nostro avviso deleteria), è che i critici letterari commentino un’opera tradotta come se avessero letto l’originale. Secondo noi, le recensioni dei libri dovrebbero essere svolte solo a cura dei critici in grado di dominare completamente la lingua in cui è scritta l’opera originale. A margine dovrebbe essere inserita una critica della traduzione effettuata da esperti. In tal modo, a dispetto dell’inevitabile soggettività della critica, l’autore del libro riceverebbe un giudizio obiettivo e lo stesso accadrebbe al traduttore. “Buon libro, ma la traduzione non rende come l’originale”, oppure il contrario “Pessimo libro, traduzione ottima, forse addirittura migliore dell’originale”.

3) Nella percezione sociale (formata in parte dalla critica).
Il traduttore di fatto non è percepito socialmente come un “agente culturale”, come un creatore di cultura. Allo stesso modo in cui il pubblico è capace di riconoscere la differenza tra un attore in quanto persona e il ruolo cinematografico che sta interpretando (ad esempio Luca Zingaretti e il Commissario Montalbano), dovrebbe essere possibile creare una coscienza sociale che permettesse di riconoscere il ruolo chiave dei traduttori nella costruzione della cultura. I lettori invece spesso non si rendono nemmeno conto che stanno leggendo un’opera tradotta. Magari sanno bene che l’autore è straniero però sono talmente assuefatti a leggere opere nella propria lingua che non si pongono neppure il problema. E invece dovrebbero essere messi nella condizione di rendersi conto che senza il lavoro di un traduttore quell’opera non la potrebbero neppure leggere.

Il project manager (2)

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L’informazione del gruppo è un nodo cruciale per la buona riuscita del progetto.
Il project manager non deve dare nulla per scontato, deve stabilire un dettagliato piano di lavoro con tutte le informazioni disponibili e, man mano che esse si modificano o si sviluppano, deve analizzarle e comunicarle ai membri del gruppo.
La valutazione del rischio è un altro dei compiti chiave del pm, giacché un evento imprevisto può avere un profondo impatto sul progetto. Tuttavia, non tutti gli imprevisti hanno un effetto negativo, alcuni possono anche essere positivi. Il pm dovrà cercare di canalizzare tutti gli eventi imprevisti in questa direzione. In questo senso, il ruolo del pm consiste nel contenere e controllare i rischi.
Un altro problema per i pm sono i conflitti che sorgono tra i membri del team,  con la dirigenza, oppure con il cliente stesso. Tali disaccordi possono riguardare la terminologia,  i costi, i tempi di consegna e moltissimi altri aspetti. In questi casi il pm deve dimostrare le sue abilità di negoziatore.

Infine, il pm deve cercare di trarre insegnamenti per i progetti di traduzione futuri. Un modo concreto per farlo è quello di creare un procedimento mediante il quale tutti i membri del team possono lasciare commenti o suggerimenti in una sorta di cassetta postale in qualsiasi fase del progetto. Completato il lavoro, il pm valuterà tutti i commenti, li analizzerà in gruppo e li applicherà in futuro per migliorare le procedure, migliorare la qualità ed evitare imprevisti.

Il project manager

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Il compito del project manager (pm), è quello di creare un ambiente di lavoro in cui ciascuno dei partecipanti al progetto di traduzione venga messo in grado di esprimere le proprie massime potenzialità. Il pm deve fungere da collegamento tra tutti i partecipanti. La sua missione è quella di garantire che la squadra sia costantemente informata e motivata in modo adeguato e che ogni suo singolo membro si relazioni correttamente con gli altri per raggiungere livelli elevati di qualità e per far sì che la consegna del progetto avvenga nei modi e nei tempi prefissati.
Non è un compito assolutamente facile e i pm per svolgerlo al meglio devono possedere le necessarie competenze.

In primo luogo, come fa il pm a selezionare i traduttori professionisti giusti e a riunirli per il lavoro di gruppo?
Dopo averne vagliato le rispettive competenze, dovrà considerare la loro disponibilità e tenere in conto che quasi certamente sarà impossibile che essi lavorino fianco a fianco condividendo il medesimo luogo di lavoro fisico. Ciò costituisce già di per sé una bella sfida per il pm, che dovrà avere a che fare con professionisti indipendenti che vivono in qualche caso a migliaia di chilometri l’uno dall’altro e che hanno già altri impegni e priorità nella loro agenda.
Il pm dev’essere bravo a farli sentire parte di un team, al di là delle differenze culturali e delle distanze fisiche. Deve fare in modo che alle osservazioni e ai commenti di ciascuno di essi venga data la giusta importanza e la giusta considerazione. In questa maniera ciascuno raggiungerà la consapevolezza di essere importante e sentirà che il suo apporto può davvero fare la differenza. Per questo, il pm dovrà capire chiaramente qual è l’obiettivo del progetto e dovrà tenere il gruppo ben informato sulla portata del progetto, sulla qualità richiesta, sui tempi di consegna, sui costi e sul grado di soddisfazione del cliente. Nella pratica, questo può essere sviluppato sia attraverso incontri periodici o, qualora ciò non sia possibile, attraverso teleconferenze via internet.

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Traduttore creatore

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Forse il più famoso degli aforismi sulla traduzione è la massima “traduttore, traditore”. Questa affermazione racchiude in due sole parole tutta una filosofia della traduzione, legata ad una particolare concezione della lingua e del testo.
Il presunto “tradimento” del traduttore si basa su due assunti:
in primo luogo, il principio di intraducibilità, vale a dire l’idea che le lingue siano intraducibili, perché è impossibile tracciare una piena equivalenza tra di loro dal momento che ognuna di esse organizza in modo diverso il mondo e la realtà.
In secondo luogo, la moderna nozione di testo e di paternità del testo, seconda la quale l’autore è il proprietario assoluto del testo da lui scritto, al quale il traduttore deve pertanto essere il più fedele possibile.
Questo concetto è il prodotto di un esacerbato relativismo linguistico, che, al di là di sostenere (peraltro giustamente) che tutte le lingue possiedono una visione del mondo peculiare, difende anche l’idea che esse siano costruzioni chiuse e autonome, senza alcuna possibilità di interazione fra loro. Pericolosa convinzione che sembra negare il carattere universale del genere umano e delle sue creazioni culturali, base comune che permette la comunicazione e l’intercambio tra persone di ogni etnia e di ogni società.

Noi (che innegabilmente siamo un po’ di parte) vediamo le cose da un punto di vista un po’ diverso. Se infatti, causa il concetto di intraducibilità cui facevamo riferimento poc’anzi il traduttore è inevitabilmente un “traditore” nella lingua di partenza, con le sue soluzioni e le sue proposte (alcune indovinate, altre meno), egli è al contempo un autentico “creatore” nella lingua d’arrivo.
Grande opera quella del traduttore, architetto del linguaggio che costruisce ponti e strade talvolta quasi impossibili tra lingue e culture diverse.

La presenza sociale dei traduttori

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Non vi è alcun dubbio che la società abbia finalmente preso coscienza che la traduzione è un’attività che contribuisce in modo significativo ad una migliore comprensione tra culture diverse. Pushkin aveva pertanto ragione quando ammoniva: “Per favore non disprezzate il traduttore, poiché è colui che porta la posta della civilizzazione”.

Molteplici fattori hanno propiziato questo cambio di atteggiamento, e tutti questi fattori conservano un rapporto di interdipendenza fra loro.
Vale la pena citarne alcuni: la creazione di centri universitari dedicati alla formazione di traduttori, l’interesse che gli studi di traduzione hanno suscitato nei circoli accademici, il loro progressivo consolidamento come disciplina autonoma e di pieno diritto, la nascita di associazioni dedite a disciplinare i diritti e i doveri dei traduttori.
Da sottolineare anche la spettacolare crescita sperimentata dal mercato delle traduzioni nel corso degli ultimi decenni, come conseguenza dell’intensificazione delle relazioni internazionali, della creazione di organismi sovranazionali, della riduzione delle distanze, della graduale abolizione delle frontiere, e così via.
In parallelo, la nascita di nuovi mezzi di comunicazione ha favorito l’emergere di nuove forme di traduzione, come la traduzione simultanea, la traduzione automatica, il doppiaggio e i sottotitoli.
Va inoltre detto che, mentre un centinaio di anni fa la maggior parte dei testi tradotti erano di carattere religioso, letterario, scientifico e filosofico, nella nostra epoca la traduzione copre l’intero spettro dell’umana conoscenza, con particolare attenzione alle innovazioni tecnologiche, alle relazioni politiche e commerciali e alla letteratura.
Oltre a ciò, se fino a qualche decennio fa si traduceva da e verso poche lingue, adesso, per i motivi già citati in precedenza, il numero di lingue tradotte in modo abituale è notevolmente aumentato.

Dalle previsioni, non sembra affatto che la presenza sociale dei traduttori sia destinata a calare negli anni a venire. Al contrario, presumibilmente aumenterà grazie all’aumento dell’alfabetizzazione, allo sviluppo di nuovi e migliori canali di comunicazione, alla formazione di più traduttori, ecc.
Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che è probabile che il mercato del lavoro di questo settore si vedrà influenzato dalla comparsa di nuovi strumenti informatici che permetteranno di tradurre in automatico testi con strutture sintattiche semplici e con poco linguaggio figurato.
Ci sarà poi da analizzare l’impatto del progressivo consolidamento dell’inglese come lingua franca, che andrà sicuramente a diminuire la necessità di traduzioni in molte lingue minori.

L’arcilettore

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Appare del tutto evidente come un traduttore prima di essere tale sia in primo luogo un lettore, poiché prima di tradurre un testo deve comunque leggerlo. Tuttavia, il suo ruolo lo rende un lettore molto particolare.
Un traduttore si differenzia infatti dal semplice lettore per varie ragioni.
La prima, molto banalmente, è che il testo che si trova di fronte è scritto in una lingua diversa dalla sua.
La seconda riguarda l’intenzione e l’intensità della sua lettura: il traduttore non potrà limitarsi ad una lettura superficiale come talvolta accade per il lettore comune, ma dovrà capirlo ed entrarvi dentro completamente.

Un’altra differenza, decisamente la più importante, è che questa lettura ha il potere di condizionare tutte le letture successive. Il traduttore è un lettore con potere sopra tutti gli altri.
Nella sua opera di traduzione, il traduttore individua le caratteristiche rilevanti dei testi che ha di fronte e, nella misura in cui essi siano aperti ad interpretazione, seleziona possibilità interpretative, apre e chiude porte, permettendo alcune letture e negandone altre, tutto ciò attraverso una concatenazione ininterrotta di decisioni.
Si tratta di un compito carico di responsabilità, dato che, nella sua veste di primo lettore, di “arcilettore”, la sua missione è quella di impostare una chiave di lettura per tutti coloro che verranno dopo di lui. Dinanzi a loro, l’opera esisterà solo nella forma che egli abbia stabilito e permetterà solo le interpretazioni che, consapevolmente o inconsapevolmente, egli abbia consentito.

Multiculturalismo e traduzione

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Il fenomeno dell’immigrazione in Italia è abbastanza recente. Occorre infatti ricordare che l’Italia è storicamente un paese di emigranti. In modo particolare nel diciannovesimo secolo ma comunque almeno fino allo scoppio del secondo conflitto mondiale, i flussi migratori dei nostri connazionali in direzione degli Stati Uniti e dell’America Latina (in particolare verso Argentina e Brasile), sono stati piuttosto intensi. Almeno fino alla fine degli anni 80 il nostro paese è stato al di fuori dei flussi migratori diretti verso l’Europa, che si sono rivolti principalmente verso i paesi a nord del vecchio continente.
A partire dai primi anni ’90 vi è stato un vero e proprio boom di immigrazione verso il nostro paese e secondo una recente ricerca condotta dall’Istat, la popolazione straniera residente nel nostro paese ad inizio 2008 era di circa 3 milioni di individui. Circa la metà di questa popolazione risultava essere composta da rumeni, albanesi e marocchini.
Queste persone, che nella stragrande maggioranza dei casi non conoscono bene la nostra lingua, spesso non parlano perfettamente nemmeno la loro poiché scarsamente istruiti ed abituati ad esprimersi nel dialetto della loro zona di residenza. Questo, com’è evidente, rende difficile la loro comunicazione sia con la società civile che con le istituzioni, poco abituate ad affrontare i problemi sociali del multiculturalismo costitutivo.
Una delle conseguenze più evidenti è l’aumento della richiesta di interpreti nei servizi pubblici per le lingue che fino a poco tempo fa erano praticamente sconosciute. Da qui nascono alcune implicazioni relative alla traduzione e all’interpretazione tra le quali vale la pena notare le seguenti:

1) la mancanza di formazione adeguata e di conoscenze da parte di molti interpreti sia circa l’etica della loro professione sia circa la terminologia giuridica o comunque specifica.
2) la procedure, a volte poco limpide, utilizzate dagli enti pubblici per la messa sotto contratto degli interpreti.
3) la mancanza di chiare linee guida sull’attività di questi interpreti.
4) la realizzazione di cattive traduzioni o interpretazioni errate che possono privare le minoranze dei loro diritti

L’argomento pluralismo-multiculturalismo-integrazione è vastissimo e non è certo questa la sede idonea per dibatterlo.
L’obiettivo di quest’articolo è solo quello di evidenziare un aspetto di un grande problema sociale considerato come marginale ma che a nostro parere non lo è. Aumentare gli interpreti qualificati nei punti cardine del sistema quali sono gli enti pubblici, significherebbe avvicinare le persone, limitando le tensioni e i problemi che a volte si creano semplicemente a causa di una cattiva comunicazione e non per questioni razziali, religiose, economiche o culturali.

I due traduttori

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Ci sono traduttori che mettono molto di loro stessi nei testi che traducono. In genere tendono ad essere buoni scrittori ed hanno una padronanza della lingua sicuramente invidiabile. Quando si trovano un testo davanti, utilizzano le tecniche che conoscono meglio e che hanno dato loro buoni risultati in altri campi letterari.
Le loro versioni hanno sempre una forza speciale, una personalità propria. I testi sono pertanto opere letterarie di per sé, di una qualità evidente e con le caratteristiche proprie di un’opera nata dal foglio bianco.

Altri traduttori, al contrario, si nascondono dietro le parole, fanno uno sforzo notevole per diluirsi nella personalità dell’autore tradotto, cercano risorse al di fuori del loro campo d’azione e fanno di tutto per non stonare. Il loro lavoro è apparentemente più oscuro, più incerto, più dubbioso, perché devono scavare nella terra delle parole per trovare le loro radici, individuarle e interpretarle in modo che non mentano. Sono degli imitatori, perché abbandonano la loro personalità per immergersi in un testo che non appartiene loro.

Se questi due professionisti traducessero lo stesso testo, cos’avrebbero in comune le due versioni? Alcuni direbbero che conserverebbero lo stesso spirito sebbene si differenzierebbero per la forma. Altri sosterrebbero che una versione reinventerebbe il testo originale mentre l’altra sarebbe come una coperta troppo corta. I revisori non sarebbero così puntigliosi. E i lettori leggerebbero entrambe le versioni pensando di leggere l’originale, e si formerebbero la propria immagine di questa, magari molto diversa da quella vera.
Dopo tutto, questo è ciò che voleva l’autore quando ha scritto un paio di parole in una lingua strana. O forse no…

Non perdere la mano…

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L’esercizio della traduzione, come moltissimi altri, è un’attività che se non viene praticata in modo costante e con grande impegno rischia di essere parzialmente dimenticata. Ad un traduttore professionista non basta laurearsi a pieni voti e fare qualche traduzione per due o tre anni per essere sicuro che le sue competenze rimarranno immutate nel corso della sua vita. La traduzione è un compito pratico in cui non si può “perdere la mano”.
Tale riflessione ci porta ad affermare che un docente di traduzione il cui obiettivo sia quello di formare al meglio le nuove leve dovrebbe essere al tempo stesso un professionista della traduzione in attività.
Differenze, vantaggi o svantaggi del traduttore universitario rispetto al traduttore professionista: può tradurre solo ciò che realmente vuole (anche se a volte vuole ma non trova) e con più tempo perché non vive solo di traduzioni. Però a nostro parere dovrebbe comunque tradurre e mettersi sullo stesso piano degli altri traduttori, esponendosi come loro alla critica e al rifiuto.

Un’altra riflessione: non è concepibile che nel mondo universitario non vi sia un’adeguata ricerca. Gli studi superiori di traduzione non possono essere un’eccezione. A nostro avviso, è assolutamente imprescindibile che al mero insegnamento universitario si affianchi un’attività di ricerca ben sviluppata e diffusa capillarmente, alla quale partecipino, direttamente o indirettamente, tutti i traduttori e della quale possano beneficiare gli studenti e i traduttori stessi.
Il punto è che si impara a tradurre solo traducendo (teoria professionale tanto semplice quanto veritiera), non c’è altro modo. All’università, a nostro modo di vedere, spetta il compito di definire una metodologia di insegnamento e di ricerca che permetta di evitare gli errori passati, aprire nuovi sentieri, stimolare l’eccellenza, in una sola parola: fare sistema. Ma ciò non è possibile solo osservando. Bisogna tradurre.

Tra la professione, l’istruzione e la ricerca c’è una sorta di fossato (talvolta pieno di spine), alle cui estremità ci sono da un lato i traduttori professionisti e dall’altro gli insegnanti e i ricercatori universitari. Situazione assurda, piena di diffidenza, che dev’essere superata ad ogni costo.

Il revisore

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Una delle cose che produce più disagio ai traduttori, ed in particolare ai traduttori di opere letterarie, è l’impossibilità di difendere il testo tradotto una volta consegnato. In linea di principio, e in accordo con quanto stabilito nel contratto, l’editore si riserva il diritto di rifiutare o accettare la traduzione dopo un’adeguata revisione, ma senza menzionare chi la effettuerà.
Alcune case editrici, il cui volume di traduzioni giustifica certe spese, hanno una o più persone che si occupano di tale compito, ma il traduttore non ha alcuna garanzia che queste siano debitamente qualificate per giudicare e correggere il loro lavoro.
La revisione di un testo presenta notevoli difficoltà e richiede una formazione e una sensibilità simili, se non superiori, a quelle dello scrittore o del traduttore. Il revisore affronta infatti un compito essenziale e delicatissimo poiché dal suo lavoro dipenderanno le sorti commerciali del libro oltre che la reputazione in primo luogo dell’autore e in seconda istanza del traduttore. Nonostante ciò, come spesso accade nel mondo del lavoro, prevale una logica del tutto paradossale. L’opera di revisione viene remunerata pochissimo e per questo motivo affidata a mani spesso inesperte.

Ad ogni modo, lo scrittore non deve temere di non essere consultato. Prima che l’opera finisca sulle bancarelle delle librerie l’autore avrà sicuramente la possibilità di esprimere giudizi ed opinioni vincolanti.
La stessa sorte purtroppo non verrà riservata al povero traduttore. A meno che non si tratti di un traduttore con un certo nome (e talvolta neppure in questo caso), non gli verrà data la possibilità di avere un confronto con il revisore, anche se ciò permetterebbe di ottenere un livello di qualità del testo finale sicuramente più alto.