Il latino e le lingue romanze

 Categoria: Le lingue

Le ragioni per cui il latino nella sua forma “pura” interruppe la sua gloriosa traiettoria secoli fa sono molteplici. La più significativa di esse fu probabilmente la caduta dell’impero romano.
Roma fu per molti secoli l’entità più potente del mondo occidentale a livello politico, economico e militare. In considerazione di ciò, non c’è da stupirsi che il latino abbia avuto, in epoca romana, il suo momento di massimo splendore. Tutte le persone che volevano raggiungere ruoli di prestigio dovevano imparare a scriverlo e a parlarlo. La conseguenza di ciò fu la rapida diffusione della lingua in parallelo alla sua standardizzazione.

Dopo la caduta dell’Impero romano, avvenuta nel 476 d.C., nel continente europeo venne a mancare una forza unificante. Di riflesso, non vi era più la necessità di mantenere una lingua standardizzata. Questo, nel corso del tempo, fece sì che poco a poco ogni regione sviluppasse un proprio dialetto diverso da tutti gli altri.
Ciononostante, anche dopo la caduta dell’Impero romano, per più di un millennio il latino continuò ad essere utilizzato nelle corti, nelle chiese e nelle università in molte aree dell’Europa. Divenne la lingua franca del sapere e delle relazioni internazionali, e, in quanto tale, ebbe una profonda influenza sui vari dialetti locali, dando origine alle lingue che oggigiorno, non a caso, prendono il nome di lingue neolatine o lingue romanze.

Le più conosciute e più parlate sono l’italiano, lo spagnolo, il portoghese, il francese e il rumeno. Tra le altre lingue neolatine non citate ce n’è una parlata in una piccola area della Svizzera che viene universalmente considerata come la lingua più simile al latino classico: il romancio.
Oltre alle lingue romanze, anche altre lingue sono state enormemente influenzate dal latino. Per esempio l’inglese, che è notoriamente una lingua germanica, contiene moltissime parole di origine latina. C’è addirittura chi sostiene che 2/3 delle parole inglesi abbiano radici latine.

Latino: lingua viva o lingua morta?

 Categoria: Le lingue

Il dibattito tra chi ritiene che il latino non sia da considerarsi una lingua morta e i sostenitori della posizione opposta è in corso da anni ed è quanto mai fervente. Le principali motivazioni addotte dai primi sono che il latino viene tuttora insegnato nelle scuole e che è tuttora la lingua ufficiale della Santa Sede, sebbene la Città del Vaticano utilizzi l’italiano come lingua per la comunicazione orale ed il latino solo per alcune celebrazioni e per le pubblicazioni.
Accanto a queste due importanti motivazioni, si aggiungono poi molte altre testimonianze di vitalità della lingua latina. Una di queste è il giornale online Ephemeris che tratta temi di attualità nella lingua di Giulio Cesare; un’altra è la radio finlandese Yle Radio1, che dal 1989 trasmette un notiziario nella lingua dell’antica Roma. Ovviamente si tratta di casi isolati, ma potremmo continuare ancora a lungo citando pubblicazioni, siti, radio online che trattano tematiche di vario genere in latino.

Quanto appena detto sembrerebbe dimostrare in modo inequivocabile che il latino non è una lingua morta e sepolta. Tuttavia, i critici di questa visione sostengono che affinché una lingua possa essere considerata davvero viva deve avere la capacità di svilupparsi, mutare, adattarsi all’epoca in cui vive, cosa che il latino decisamente non fa. Nessuno parla latino per strada, nessuno è di madrelingua latina, mancano i presupposti essenziali per poter definire il latino una lingua propriamente viva.

A nostro avviso il latino non può essere considerato una lingua morta a tutti gli effetti.
Il fatto che non sia più una lingua correntemente parlata non è una condizione sufficiente per decretarne lo stato di morte. Le lingue morte, oltre a non essere più parlate da nessuno, sono lingue che non hanno lasciato alcuna traccia nella cultura di un popolo. Una lingua non più parlata è come se fosse una lingua dormiente che potrebbe risvegliarsi in qualsiasi momento, com’è accaduto in modo sorprendente all’ebraico nel corso del ventesimo secolo.
Nemmeno l’arabo classico può essere considerato una lingua morta. Oggigiorno nessuno lo parla più, tutti gli abitanti dei paesi arabi parlano solamente il dialetto della regione in cui vivono, ma l’arabo classico sopravvive in tutte le circostanze formali e come lingua letteraria.

Tipologie di studenti di lingue

 Categoria: Le lingue

In quest’articolo analizzeremo le tre principali tipologie di studenti di lingue: lo studente uditivo, lo studente visivo e lo studente tattile. Chi studia una lingua ottiene risultati migliori se riesce a capire a quale delle tre categorie appartiene poiché può calibrare il suo metodo di studio sulla base delle proprie caratteristiche e delle proprie preferenze.

Lo studente uditivo
Lo studente uditivo apprezza le lezioni in cui il professore fornisce spiegazioni e commenti. In genere è un persona silenziosa che preferisce ascoltare anziché parlare, si nutre delle parole degli altri. Attraverso l’ascolto delle parole pronunciate da altri, il tono della voce, la velocità e i riflessi, interpreta i significati soggiacenti alle espressioni usate e li aggiunge alle proprie conoscenze. Questo non vuol dire che rifugga il dialogo, anzi considera i dibattiti e i dialoghi con i compagni una strategia di apprendimento molto valida. Ciò che comunque predilige è l’ascolto, quindi considera ottimi tutti i testi ascoltabili come le canzoni, le trasmissioni radiofoniche e altri tipi di testi registrati. Per questo motivo non disdegna affatto l’autoregistrazione e il successivo ascolto. Per questo tipo di studente l’informazione scritta ha un valore minore, soprattutto se non è successivamente ascoltabile.

Lo studente visivo
Lo studente di questa categoria predilige lo stimolo visivo. Si siede in prima fila durante le lezioni perché non sopporta gli ostacoli che gli impediscono la vista come ad esempio le teste delle persone. Vuole vedere bene il professore mentre spiega, come muove la labbra per pronunciare le parole e come le scrive sulla lavagna. Anche i gesti gli rendono più facile la comprensione delle lezioni. Le immagini, i grafici, le illustrazioni, i lucidi e i video sono tutti strumenti che gli facilitano l’apprendimento e lo rendono più efficace.
Quando nella lezione viene utilizzato materiale visivo, lo studente visivo ha più possibilità di apprendere poiché il suo livello di concentrazione aumenta e si dimostra più interessato. Per questo tipo di studente l’ideale è prendere lezioni private individuali che gli permettano di focalizzare la propria attenzione su un unico interlocutore.

Lo studente tattile
Questi tipi di studenti imparano meglio se stimolati con attività pratiche. In genere si tratta di individui fisicamente molto attivi che si annoiano mortalmente durante le lezioni teoriche. Hanno grosse difficoltà a rimanere seduti a lungo e tendono a distrarsi con facilità.
Per quanto riguarda l’apprendimento delle lingue, per ottenere i migliori risultati da questo tipo di studente è auspicabile motivarlo con attività dinamiche come giochi di ruolo e laboratori di vario genere. In queste situazioni le sue potenzialità di apprendimento aumentano esponenzialmente poiché può parteciparvi attivamente anziché subire la lezione in modo passivo rimanendo seduto per ore. Lo stimolo massimo per questo tipo di studente è mettere in pratica fin da subito quanto appreso, soprattutto parlando.

Una lingua franca per la scienza

 Categoria: Le lingue

Una delle idee più diffuse in ambito scientifico è che tutta la letteratura importante di settore sia pubblicata in inglese. Se ciò fosse vero e a tale convinzione aggiungessimo la credenza popolare secondo cui tutti coloro che operano nel settore conoscono alla perfezione la lingua d’oltremanica, la scienza vivrebbe inevitabilmente in un regime di totalitarismo linguistico.
Fortunatamente, lo scenario apocalittico appena descritto non si è ancora prefigurato, siamo ancora piuttosto lontani, anche se non lontanissimi. La situazione attuale corrisponde più a una sorta di multilinguismo imperfetto, con una lingua al centro del sistema e le altre tutte intorno ad essa. Una sorta di stella intorno alla quale ruotano pianeti più o meno grandi. Se i pianeti si ribellassero e smettessero di seguire le loro orbite avvicinandosi troppo alla stella, verrebbero inceneriti dal suo calore.

I nostri lettori non ci fraintendano. Siamo assolutamente favorevoli all’adozione ufficiale di una lingua franca per la scienza che contribuisca alla diffusione internazionale delle conoscenze e che faccia da ponte fra le altre lingue. Esse però devono mantenere la piena autonomia nelle aree geografiche di competenza e all’interno di queste devono fungere da strumento di comunicazione e divulgazione. L’inglese dev’essere utilizzato principalmente per la comunicazione tra persone che parlino lingue molto diverse ma non deve mai aspirare a raggiungere il rango di lingua universale, adatta a qualsiasi uso, funzione e situazione.
Ovviamente siamo di parte ma riteniamo che l’appiattimento sia pericoloso per il multiculturalismo e non sia in nessun caso auspicabile. Il pluralismo linguistico è una risorsa fondamentale sia per le lingue ma anche e soprattutto per le culture dei vari paesi e la traduzione scientifica ne costituisce la principale forma d’arricchimento. Il monolinguismo universale non è altro che la versione linguistica della dittatura in politica, che non ci risulta abbia mai funzionato in nessun luogo e in nessuna epoca.

Spagnolo lingua ufficiale negli Stati Uniti?

 Categoria: Le lingue

Come tutti sanno, a seguito della massiccia immigrazione dall’America Centrale e dall’America Latina (dove si parla prevalentemente spagnolo), questa lingua è diventata, in pratica, una seconda lingua ufficiale negli Stati Uniti. I numeri relativi al censimento del 2006 parlano da soli. Secondo i dati raccolti, gli ispanoparlanti residenti sul suolo statunitense sarebbero più di 35 milioni. Si tratta di stime da rivedere al rialzo visto che nel frattempo il fenomeno migratorio, nonostante gli sforzi fatti per contrastarlo, non si è certo arrestato.
Il tasso di crescita annuale della comunità ispanica si aggira intorno al 4%, più del triplo del tasso di crescita della popolazione mondiale.
Questi numeri fanno sì che, attualmente, gli Stati Uniti siano il sesto paese del mondo per numero di parlanti spagnolo. Vi sono più ispanoparlanti negli Stati Uniti che in Venezuela o in Colombia!
Gli esperti sostengono che, a questi ritmi, entro il 2050, più del 25% della popolazione statunitense parlerà spagnolo.

Il dibattito riguardo alla “lingua nazionale” è aperto e siamo certi continuerà ad esserlo per moltissimi anni ancora. È molto probabile che in Stati a forte concentrazione ispanica (come la California o la Florida) si arriverà presto al bilinguismo.
La televisione, le riviste e i mezzi d’informazione in genere, già oggi offrono versioni tradotte per raggiungere un pubblico più vasto. Le multinazionali come McDonalds e la Coca-Cola spendono milioni di euro per tradurre e localizzare le campagne pubblicitarie e fare in modo che arrivino anche agli ispanici. Persino il presidente Barack Obama pronuncia i suoi discorsi anche in spagnolo.
In questo scenario, i traduttori spagnolo-inglese e inglese-spagnolo che risiedono negli States (e, perché no, anche i traduttori residenti all’estero) possono stare tranquilli: negli anni a venire a loro il lavoro non mancherà di certo. Le traduzioni, sia formali che informali, rappresentano infatti un business in fortissima crescita negli Stati Uniti e conitinueranno ad esserlo a lungo.

La lingua unica dell’UE

 Categoria: Le lingue

Nell’articolo di ieri abbiamo presentato l’europaio, una lingua derivata dall’indoeuropeo che Carlos Quiles, un linguista autodidatta spagnolo, vorrebbe diventasse la lingua unica dell’UE.
Secondo lui, in questo modo si otterrebbero due grossi benefici: da un lato l’abbattimento dei costi di traduzione e, dall’altro, l’eliminazione delle diatribe fra le lingue che aspirano ad esercitare il ruolo di lingua franca nell’ambito dell’UE.
A dispetto del suo entusiasmo, la sua proposta non è stata molto ben accolta né dall’UE, che ha ribadito con decisione la propria vocazione multilingue, né dalla comunità dei linguisti, i quali sono tutti d’accordo nel sostenere che non è assolutamente possibile ricostruire l’indoeuropeo propriamente detto.
Gli studiosi presumono sia la lingua dalla quale si sono originate quasi tutte le lingue europee e alcune lingue dell’Asia occidentale, però non hanno elementi sufficienti per stabilire come fosse davvero.

Effettivamente, non c’è alcuna testimonianza scritta dell’indoeuropeo. Di questa lingua si conosce davvero poco, e ciò che si sa non è in alcun modo sufficiente né per parlarlo né per tradurre un testo.
A queste critiche, Carlos Quiles risponde dicendo che sebbene l’indoeuropeo puro non possa essere recuperato, è possibile utilizzare le conoscenze di cui disponiamo per creare una versione moderna come è stato fatto con l’ebraico.
L’europaio, è solo l’ultimo degli esperimenti linguistici con ambizioni universali. Il più celebre resta comunque l’esperanto, che, secondo stime piuttosto ottimistiche, vanta ben due milioni di parlanti nel mondo.
A differenza dell’esperanto, l’europaio non è una lingua “creata in laboratorio” e, da un punto di vista tecnico, usa l’alfabeto latino, quello cirillico e quello greco, sebbene vengano usati anche quello armeno, quello arabo-persiano e il devanagari.

L’europaio

 Categoria: Le lingue

Come abbiamo illustrato negli articoli precedenti, la UE sostiene da sempre il pluralismo linguistico e ritiene che le enormi spese in traduzioni sostenute per garantirlo siano nettamente inferiori ai benefici apportati.
Ovviamente, c’è anche chi sostiene che tali spese siano davvero eccessive e auspica l’adozione di una lingua comune. Il problema è che non c’è assolutamente accordo su quale delle 23 lingue ufficiali dell’UE dovrebbe assolvere questa funzione. Ogni paese esercita pressioni affinché la lingua scelta sia la propria, nessuno è disposto ad accettare che sia quella di un altro paese a farla da padrone.

Un giovane spagnolo di nome Carlos Quiles, per ovviare a questo problema, ha proposto l’adozione di una lingua neutra che abbia tratti in comune con tutte.
Qualcuno potrebbe pensare a un prodotto simile all’esperanto (la lingua creata a tavolino nel 1887 dall’oftalmologo polacco Ludwik Zamenhof) ma non è così.
L’idea è quella di recuperare una lingua realmente esistita, ovvero l’indoeuropeo, dal quale hanno avuto origine tutte le lingue europee ad eccezione del finlandese, dell’ungherese e dell’estone.
Secondo Quiles, escludendo queste tre lingue (che contano circa 17 milioni di parlanti), il resto della popolazione europea (cioè il 97%) parla una lingua derivata dall’indoeuropeo.
Circa sette anni fa, Quiles lasciò gli studi di giurisprudenza e iniziò a lavorare sull’ambizioso progetto di di tornare indietro nel tempo e resuscitare l’indoeuropeo. Lasciò Madrid, stabilì il quartier generale nella natia Badajoz e si circondò di filologi e linguisti esperti affinché lo aiutassero a risalire alla lingua primigenia.

Il primo passo fu la creazione di Dnghu (“lingua” in indoeuropeo), un organismo la cui missione dichiarata era promuovere la lingua e la cultura indoeuropee. Poi si dedicarono anima e corpo al recupero della lingua, passando mesi e mesi sui pochissimi dizionari conservati nelle biblioteche e creando nuovi termini da associare ad oggetti e concetti moderni che nel passato non esistevano. Il risultato del loro lavoro è visibile sul sito web http://dnghu.org/ in cui appare anche un dizionario traduttore inglese-indoeuropeo da loro stessi elaborato, e la prima versione della grammatica dell’indoeuropeo moderno, che hanno battezzato con il nome di europaio. Si tratta di una versione in evoluzione costante poiché viene continuamente aggiornata con i contributi che i filologi stranieri inviano loro via e-mail.

L’importanza del pluralismo linguistico

 Categoria: Le lingue

I più critici del multilinguismo sostengono che l’Unione Europea si dissangua con le spese di traduzione e interpretariato. Al contrario, i sostenitori dell’importanza del pluralismo linguistico, nonostante le cifre siano davvero considerevoli, rifiutano l’idea che siano eccessive.

Il vicepresidente del Parlamento Europeo sostiene che il costo totale è inferiore all’1% del budget comunitario e, al massimo, equivale al costo di un panino per ogni cittadino europeo. A suo (e anche a nostro) modo di vedere, visti i benefici che apporta, il valore della traduzione è, senza ombra di dubbio, infinitamente superiore al costo.
“Alcuni propongono l’adozione di una lingua unica e, guarda caso, ritengono che dovrebbe essere la lingua del loro paese d’origine. Non propongono mai l’adozione della lingua del paese confinante. Ovviamente, vi sono paesi che fanno più pressioni di altri. Per ovvie ragioni, paesi come l’Estonia non mi hanno mai fatto richieste affinché fosse il loro idioma la lingua dei Ventisette”.

Le lingue che hanno più peso nell’UE sono sicuramente l’inglese, il francese e il tedesco, seguite dallo spagnolo e dal portoghese. L’inglese, che è divenuto, de facto, la lingua franca dell’Unione, fa pesare la sua importanza mondiale. La Germania mette sul piatto della bilancia la sua forza economica e i suoi 90 milioni di abitanti (contro i 63 del Regno Unito). I francesi, oltre a considerazioni politiche, economiche e demografiche, aggiungono anche motivazioni storiche, rivendicando il ruolo di lingua franca avuto in passato dalla loro lingua. Spagna e Portogallo chiedono più spazio in virtù dei 325 e 180 milioni di individui che parlano rispettivamente spagnolo e portoghese in America Latina e in altri paesi stranieri.

Nella lista dei pretendenti al trono di lingua ufficiale dell’UE non compaiono le cosiddette lingue minoritarie, che, non essendo neppure lingue ufficiali di stato, hanno un riconoscimento legale minimo a livello europeo. È il caso, ad esempio, del catalano, del basco e del galiziano, lingue riconosciute ufficialmente sia dalla Spagna che dall’UE, ma che non rientrano nella lista delle 23 lingue oggetto di traduzione. Tuttavia, nel corso del tempo, anche le lingue minoritarie hanno ottenuto un loro spazio. Possono essere infatti usate da tutti i cittadini che vogliano scrivere all’UE e anche dai politici nei loro interventi, a patto che lo richiedano con sette settimane di anticipo. Le spese di traduzione e interpretariato, in questi casi, sono a carico del governo spagnolo.

I traduttori e il decadentismo linguistico

 Categoria: Le lingue

Nell’articolo di ieri abbiamo osservato come l’epoca moderna viva un periodo di indubbio “decadentismo linguistico”.
I traduttori, siano essi giovani ed inesperti o adulti che di parole ne hanno scritte e lette tante, appartengono a una sorta di élite, un gruppo ristretto di individui che ama la lingua, la cura, la studia a fondo e, pertanto, ha acquisito una notevole ricchezza di vocabolario.
Avvertono il proprio lavoro come una sorta di missione uno dei cui obiettivi è quello di preservare la lingua dall’attacco dell’ignoranza. Non vivono quest’aspetto in modo opprimente, anzi, il loro ruolo li riempie di orgoglio e soddisfazione poiché, nel loro piccolo, hanno la possibilità di fare in modo che la lingua non si impoverisca.

Questo non avviene affatto nella loro vita extra-lavorativa. Pur conoscendo le regole, per comunicare con gli altri spesso non le utilizzano, non si curano né della correttezza delle frasi né della forma. Privilegiano la comunicazione mordi e fuggi da tastiera, utilizzano parole sbagliate, forme dialettali, parole straniere non necessarie. Perché? Forse si vergognano di essere “diversi” e hanno paura di essere additati? O forse è troppo faticoso e preferiscono investire le loro energie solo sul lavoro?
Qualunque sia la risposta, anche i traduttori, nella vita privata, sono come tutti gli altri, e, viste le loro attitudini, è un peccato che sia così. Si dovrebbero sforzare un po’ di più per utilizzare la lingua come si deve, dando agli altri il buon esempio e facendo sì che non venga maltrattata giorno dopo giorno in misura sempre maggiore…

L’impoverimento del linguaggio

 Categoria: Le lingue

È impossibile non notare come, al giorno d’oggi, le persone parlino e scrivano sempre peggio.
Non sappiamo con esattezza se si tratta di un fenomeno comune ad altri paesi del mondo, ma, a giudicare dai racconti dei nostri colleghi, sembra proprio di sì.
Quello che possiamo affermare senza timore di essere smentiti è che sia in Italia sia in Spagna (dove ha sede la nostra agenzia di traduzioni) il fenomeno è in preoccupante crescita.

Si calcola che mediamente i giovani utilizzino un vocabolario di circa 200 parole, mentre gli adulti non più di 2000. Di fronte a questi dati, gli illustri scrittori di cui la nostra storia è piena si staranno rivoltando nella tomba.
Anche la televisione, la radio e i giornali non sfuggono a questa tendenza, anzi. Quelli che una volta erano considerati templi della cultura, o almeno luoghi piuttosto sicuri per la lingua, sono oggi in prima fila nella corsa all’impoverimento del linguaggio.

Per non parlare dei nuovi mezzi di comunicazione come gli sms, la posta elettronica, le chat, i social network, ecc. Paradossalmente, se da un lato facilitano la comunicazione fra le persone, dall’altro ci costringono o comunque ci spingono ad utilizzare meno parole, ad abbreviarle, spesso ad inserire nei testi sigle ed acronimi ai limiti dell’incomprensibile.
Nell’articolo di domani vedremo come si inseriscono i traduttori in questo contesto di degrado della lingua.

Un metodo per migliorare l’inglese (2)

 Categoria: Le lingue

Sei anni dopo la ristrutturazione del villaggio medievale e l’organizzazione del corso di inglese, Pueblo Inglés, impresa leader in programmi di immersione linguistica, ha ricreato su Second Life, il mondo virtuale con svariati milioni di utenti, una replica esatta della Valdelavilla reale.
Quasi tutto quello che è stato fatto su Second Life non esiste nella vita reale, però in qualche caso sì, e questo è uno di quelli. Ogni via, ogni pietra, ogni recinzione, ogni finestra, ogni minimo dettaglio è stato riprodotto con assoluta fedeltà affinché lo spirito di Valdelavilla si trasferisca dall’altra parte dello schermo.
L’accesso a Valdelavilla su Second Life è completamente gratuito. Tutti i navigatori interessati possono conversare con individui madrelingua e migliorare il loro livello di inglese senza spendere nemmeno un linden dollar (la moneta ufficiale su Second Life).

Che Second Life, l’universo parallelo inventato nel 2003 da Philip Rosedale, non sia un gioco per bambini è evidente. Si è parlato a lungo dei linden dollars e delle implicazioni soggiacenti, però quasi per niente delle possibilità educative e formative che si aprono. C’è un dato importante che non dev’essere dimenticato: anche se il tasso di crescita di questo mondo digitale online che emula la vita reale è diminuito nel corso degli anni, può tuttora contare su una base di utenti di molti milioni.
Per le vie di questo villaggio tridimensionale la gente passeggia e conversa, ovviamente solo in inglese perché quella è la lingua ufficiale. Nell’insegnamento delle lingue bisogna sempre cercare nuove strade da percorrere, nuove formule al passo con i tempi, affinché tutti quelli che desiderano perfezionarle non ci rinuncino per mancanza di tempo o denaro. Nella Valdelavilla virtuale si ha la possibilità di migliorare gratuitamente l’inglese stando comodamente seduti sul divano di casa. Non ci sembra poco.

Prima parte di questo articolo

Un metodo per migliorare l’inglese

 Categoria: Le lingue

Uno dei sistemi più efficaci di apprendere una lingua straniera è comunemente ritenuto quello di soggiornare nel paese dove si parla quella lingua per un certo periodo di tempo.
Alcune persone, particolarmente refrattarie allo studio sui libri, come unica soluzione per poter esaudire il loro desiderio di conoscenza, fanno le valigie e partono all’avventura. Se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna.
Nell’articolo di oggi parleremo però di un esperimento nel quale è stata la montagna ad andare da Maometto, non viceversa.
Tutto iniziò nel luglio del 2001. Pueblo Inglés, un’azienda spagnola fornitrice di servizi linguistici, studiò un metodo pionieristico, oltre che molto originale, di migliorare il livello di inglese di venti spagnoli.
Come sede del progetto venne scelta Valdelavilla, un piccolo villaggio del diciottesimo secolo in stato di abbandono fin dagli anni sessanta. Dopo che la società Soria Tierras Altas lo ebbe ristrutturato e reso abitabile, il villaggio aprì le sue porte a venti spagnoli desiderosi di migliorare il proprio livello di inglese, e venti individui madrelingua inglese provenienti da tutto il mondo. Venne così creato il primo microcosmo di lingua inglese in terra di Spagna.

Viene immediatamente da chiedersi se fosse davvero necessario scegliere una location tanto impervia e tanto costosa. Non bastava mettere le stesse 40 persone in una casa bella grande stile Grande Fratello? Oppure: non era più semplice utilizzare Gibilterra come location per l’esperimento? Gibilterra, per coloro che non lo sapessero, è a tutti gli effetti un’enclave inglese in terra spagnola, e, altrettanto a tutti gli effetti, la lingua ufficiale del luogo è l’inglese.
I nostri invece hanno voluto fare le cose in grande e un’idea un po’ bislacca si è trasformata in un grande successo. I due obiettivi che si erano prefissi sono stati raggiunti in pieno. Il primo era quello di migliorare il livello di inglese dei venti spagnoli, il secondo, non dichiarato, era quello di farsi una gran pubblicità.
Ad ogni modo, il loro progetto non si è sgonfiato nel corso del tempo, anzi. Allo stato attuale, le “enclave” create da Pueblo Inglés sono più di dieci, fra cui una anche in Italia, a Borgo di Celle un paesino immerso nella campagna di Città di Castello.

Seconda parte di questo articolo

Lo studio parallelo di due lingue

 Categoria: Le lingue

Anni fa, prima della riforma scolastica del 2005 che rese obbligatorio lo studio dell’inglese nella scuola primaria italiana, venne condotta una ricerca su un campione di 480 classi delle scuole elementari allo scopo di valutare se il percorso di apprendimento della propria lingua in tenera età veniva in qualche misura pregiudicato dallo studio parallelo di una lingua straniera.
I risultati della ricerca confermarono quanto riscontrato in ricerche analoghe: gli alunni che studiavano inglese oltre all’italiano, traevano vantaggio dal doppio studio e nella loro lingua ottenevano risultati migliori dei loro coetanei che studiavano solo l’italiano. Lo studente bilingue apparentemente migliorava le proprie capacità di apprendimento.

Per effettuare un’osservazione neutrale, cioè non influenzata da fattori sociali, economici e geografici, si cercò di mettere a confronto classi di età identiche provenienti dalle stesse scuole e con gli stessi insegnanti di italiano. In pratica vennero create delle coppie di classi la cui unica differenza era la frequentazione di lezioni di inglese da parte di alcune sì e di altre no.
Per verificare, le classi furono sottoposte ad un test di italiano che venne poi corretto da professori di italiano esterni alle scuole e che non sapevano quali alunni fossero “bilingui”.
Il risultato della prova dimostrò chiaramente che gli alunni che frequentavano lezioni di inglese erano in possesso di un livello di comprensione e di espressione in italiano più alto rispetto ai loro coetanei “monolingui”.

Perché il bilinguismo migliora l’apprendimento delle lingue?
La risposta è che se fin da piccoli si studia una lingua straniera in parallelo alla propria lingua madre, la mente si apre maggiormente e si sviluppa la capacità di analisi. Imparando bene a leggere e scrivere in una lingua, questa capacità si trasferisce anche all’altra. Questo è ciò che affermano gli esperti in materia, al di là dei risultati della ricerca di cui abbiamo parlato nell’articolo.
Il peso cognitivo che implica un doppio apprendimento di abilità di lettura e scrittura simmetriche, aumenta non solo il tempo dedicato a queste tecniche, ma sviluppa anche le capacità necessarie all’integrazione delle forme e delle strategie proprie di ciascuna lingua.
L’apprendimento di due lingue stimola maggiormente la plasticità del cervello, un organo in costante evoluzione nei primi anni di vita.

Il genere neutro (2)

 Categoria: Le lingue

Riprendiamo l’analisi sul genere neutro nella lingua italiana iniziata nell’articolo di ieri, facendo altri esempi.

Il pallone che voglio per Natale è quello.
La pallina che voglio per Natale è quella.

Allo stesso tempo potremmo anche dire:

Quel pallone è ciò che voglio per Natale.
Quella pallina è ciò che voglio per Natale.

Nei primi due esempi, i pronomi dimostrativi “quello” e “quella” vengono utilizzati per evitare ripetizioni e concordano con il genere dei sostantivi che vanno a sostituire (rispettivamente “quel pallone” e “quella pallina”). Però, nella seconda coppia di frasi, appare il pronome “ciò”, che non ha genere ed è identico in entrambe le proposizioni.
Il senso delle frasi suggerisce che nel primo caso il parlante si riferisce ad un oggetto concreto tra quelli che rientrano nella medesima tipologia e pertanto gli attribuisce un genere, mentre nel secondo si riferisce ad elementi selezionati in un ambito universale e, proprio per questa loro universalità, li spoglia del loro genere.
Risulta più chiaro cuando la selezione è di un elemento indeterminato:

Ciò che voglio è un pallone/una pallina.

Anche qualora il sostantivo sia un verbo all’infinito, è obbligatorio usare “ciò”:

Ciò che voglio è viaggiare spesso.

In questi ultimi due casi avremmo potuto utilizzare “quello” al posto di “ciò” ma, anche se l’avessimo fatto, il senso dell’argomentazione non sarebbe cambiato poiché in entrambi gli esempi non c’è alcun legame con il genere. Infatti, non avremmo in alcun modo potuto utilizzare “quella”, al posto di “quello”. Utilizziamo la forma maschile solo per convenzione, ma in realtà si tratta a tutti gli effetti di di strutture grammaticali neutre.
Lo stesso può dirsi per alcuni quantificatori che spesso fungono da sostantivi:

Qualcosa è andato storto.
Niente può fermarlo.

Anche in questi due esempi, non possiamo determinare il genere, anche se, convenzionalmente, sia “qualcosa” che “niente” sono di genere maschile.

In conclusione, sebbene sia un dato di fatto che nella lingua italiana non esistono sostantivi di genere neutro, appare chiaro che il “neutro” non è un concetto del tutto estraneo alla nostra lingua e ciò risulta assolutamente evidente in meccanismi consolidati dall’uso.

Prima parte di questo articolo

Il genere neutro

 Categoria: Le lingue

Quanti generi esistono nella lingua italiana? Nonostante vari secoli di studio ed analisi del linguaggio, e nonostante le moderne grammatiche sostengano con decisione che nella nostra lingua esistono due soli generi (maschile e femminile), la questione, a nostro modo di vedere, non è del tutto chiusa.
Le lingue di origine indoeuropea come la lingua italiana, distinguono generalmente due generi, ai quali talvolta se ne aggiunge un terzo: il genere neutro. Al contrario, altre lingue di origine diversa, ampliano questa partizione in maniera considerevole, differenziando fra cose animate e inanimate, reali e immaginarie, terrene e spirituali, con forme e misure diverse, ecc. Alcune lingue africane arrivano a distinguere ben 14 generi!

In italiano, ogni sostantivo, cioè ogni parola che indichi una cosa, un oggetto o un’essere vivente, in concreto o in astratto, è contraddistinta dal genere maschile o da quello femminile.
Anche se in qualche caso l’attribuzione del genere è avvenuta in un modo un po’ casuale o ha seguito le radici etimologiche delle parole, se ci fermassimo a quest’analisi superficiale, concluderemmo che nella nostra lingua non esiste assolutamente nessun sostantivo neutro.
Tuttavia, al di là del piano “materiale” che rappresentano le parole (cioè il “significante”, anche se detto un po’ impropriamente) c’è il piano del significato. E qua il tema si complica.
Facciamo alcuni esempi, facendo particolare attenzione al pronome utilizzato alla fine delle frasi:

Le rimaneva una flebile speranza e si aggrappava ad essa.
Le rimaneva una flebile speranza e si aggrappava a ciò.

Nel primo caso, il sostantivo “speranza” (di genere femminile) viene sostituito dal pronome concordante “essa”. Diversamente, nella seconda frase, il pronome “ciò” si riferisce al sintagma nominale costituito dalla proposizione “Le rimaneva una flebile speranza”, cioè, non si riferisce a un oggetto ma ad una situazione o fatto, e la genetica del linguaggio ha deciso di non assegnargli un genere “sessuale”.
Nell’articolo di domani analizzeremo un po’ più a fondo la questione.

Seconda parte di questo articolo

Distinguere le lingue dai gesti

 Categoria: Le lingue

Di recente, un équipe di neuroscienziati ha sottoposto un gruppo di bambini piccoli (da 4 mesi a un anno di età) a un esperimento molto interessante teso a comprendere i meccanismi che regolano l’apprendimento del linguaggio. Il risultato è stato stupefacente: secondo gli studiosi, i bambini da 4 a 6 mesi di età sono in grado di distinguere le lingue dai gesti.
Per arrivare a questa conclusione, i ricercatori hanno mostrato a 36 bambini alcuni video senza audio. Nei video c’erano adulti bilingui che pronunciavano frasi in inglese e in francese. La durata massima di ogni video era di 16 secondi e la trasmissione delle immagini si bloccava automaticamente se il bambino non prestava attenzione per più di 2 secondi. In ciascun video c’era una sola persona che pronunciava un’unica frase tratta dal libro “Il piccolo principe”.

L’équipe, ha messo a confronto bambini che vivevano in un contesto monolingue (inglese) con altri che vivevano in un contesto bilingue (inglese-francese).
I risultati delle osservazioni hanno indicato che, tra i 4 e i 6 mesi, i bambini possono distinguere, attraverso stimoli visivi, fra la loro lingua nativa e un’altra. Tuttavia, questa abilità diminuisce a partire dagli 8 mesi di età circa.
Dai 6 agli 8 mesi, i bambini incamerano informazioni e modellano il proprio cervello in modo tale da comprendere la lingua che parleranno in futuro. Ascoltano ritmi e regole che alcuni mesi dopo utilizzeranno per esprimersi. Per questo motivo, l’esposizione dei bambini a stimoli visivi e uditivi (come, ad esempio, la musica e i volti delle persone) è fondamentale affinché percepiscano una lingua come nativa.

Si sapeva già che i bambini erano in grado di distinguere lingue diverse grazie ai suoni, ma fino ad oggi, il ruolo degli stimoli visivi nel processo di apprendimento del linguaggio non era stato studiato. I ricercatori hanno misurato il tempo passato dai bambini guardando con attenzione le immagini sullo schermo poiché, come spiegano nel loro studio, a quell’età i bambini guardano con più attenzione e per più tempo ciò che gli è sconosciuto. Inoltre, prestano molta attenzione alla forma e al ritmo con cui si muove la bocca di chi sta parlando. Secondo quanto osservato, anche il cervello in quei mesi impara a mettere in relazione i volti con il linguaggio.
Un risultato che ha sorpreso i ricercatori è che i bambini bilingui hanno conservato la capacità di distinguere le lingue attraverso i gesti anche dopo gli 8 mesi di età. Probabilmente, i bambini che crescono in un contesto monolingue perdono questa capacità perché non ne hanno bisogno. Al contrario, ai bambini bilingui serve per discriminare tra lingue diverse.

Una laurea e tre lingue? 900 euro…

 Categoria: Le lingue

È risaputo che nei paesi scandinavi e in altri paesi del Nord Europa come l’Olanda, tutti parlano benissimo inglese. E quando diciamo “tutti”, il riferimento non è solo alle guide turistiche, ai portieri d’albergo, ai ristoratori e a tutti i professionisti del settore turistico in genere, ma a tutte le persone comuni che passeggiano per strada.
A noi italiani questo fa sempre una certa impressione poiché, diciamocelo, siamo un po’ ignorantelli in fatto di lingue straniere. In Europa, c’è anche chi sta peggio di noi (vedi Grecia, Spagna e Portogallo) ma rispetto ad altri paesi siamo indietro anni luce.

Per combattere la nostra atavica avversione alle lingue straniere, nel corso del tempo sono state varate diverse riforme scolastiche.
Da un lato è stato innalzato il monte ore complessivo dedicato allo studio delle lingue (in particolar modo dell’inglese), e, dall’altro, è stata abbassata l’età in cui iniziare a studiarle. In parallelo, sono state introdotte molteplici iniziative formative di una certa importanza.
Un lieve miglioramento probabilmente c’è stato ma le cose non sono molto cambiate e continuiamo imperterriti ad essere tra le cenerentole d’Europa. Lo scopo di quest’articolo, tuttavia, non è quello di criticare i vari ministri dell’istruzione che si sono succeduti, il punto a cui vogliamo arrivare è un altro.
Quello che desta davvero scalpore è che il mercato del lavoro, pur richiedendo (giustamente) in misura sempre maggiore competenze linguistiche di tutto rispetto, non è poi disposto a retribuire tali competenze con salari adeguati.

Qualche giorno fa è arrivata alla casella di posta elettronica dell’agenzia un’offerta di lavoro. Un’azienda di import-export stava cercando un giovane laureato da inserire nel proprio ufficio commerciale. Oltre ad un’esperienza minima di tre anni nel commercio estero veniva richiesta la perfetta conoscenza di almeno tre lingue straniere. In cambio veniva offerto uno straordinario salario mensile di circa 900 euro senza tredicesima né incentivi di nessun genere.
Ci è venuto da ridere ma ci sarebbe da piangere.
È inutile che il sistema educativo incentivi l’apprendimento delle lingue straniere se poi il mercato del lavoro non dà alcun valore a questo tipo di formazione.
Occorre urgentemente tornare a pagare la professionalità come avveniva venti e passa anni fa. Altrimenti, dopo aver letto un annuncio del genere, a tutti i ragazzi che studiano le lingue con passione verrà voglia di mollare tutto e dedicarsi ad altro. Con i risultati che ognuno di noi può facilmente immaginare…

Inglese britannico e inglese americano

 Categoria: Le lingue

Tutti sappiamo che l’inglese britannico e l’inglese americano non sono perfettamente identici. Al di là della pronuncia e dell’accento diversi, vi sono anche molte parole che non corrispondono affatto.
Entrando in un albergo statunitense e chiedendo dov’è il lift (ascensore) che porta ai piani, probabilmente verrete capiti lo stesso, anche se il termine comunemente usato negli States per indicare l’ascensore è elevator.
Probabilmente non si scandalizzerà nessuno nemmeno se scrivete colour (in inglese britannico) anziché color (in inglese statunitense).
Oltre a queste differenze conosciute da tutti, ce n’è un’altra un po’ più nascosta ma comunque evidente agli occhi e agli orecchi più attenti.
Gli americani tendono ad essere molto più prolissi degli inglesi e talvolta si perdono in spiegazioni del tutto ovvie, fornendo dettagli assolutamente superflui.
Per chiarire il concetto che vogliamo esprimere, citiamo un piccolo aneddoto che ci ha raccontato tempo fa un collega di ritorno dalle sue vacanze estive.

Recatosi nella stazione di uno sperduto paesino andaluso (del quale non faremo il nome), ha notato che non vi era personale addetto alla biglietteria, ma solo una macchinetta. Fin qui niente di anomalo diranno i nostri lettori, in Italia vi sono biglietterie automatiche anche nelle città di una certa dimensione. La prima anomalia, in un paese solitamente piuttosto restio alle traduzioni, è che le istruzioni per l’acquisto dei biglietti erano in ben dieci lingue: castigliano, catalano, galiziano, basco, italiano, portoghese, francese, tedesco e, udite udite…inglese britannico e inglese americano!
Ma la vera e propria perla, al di là dell’inutilità di mettere una macchinetta del genere in una stazione frequentata da venti turisti all’anno, è stata la differenza fra il messaggio in inglese british e quello in inglese american. Le due versioni erano identiche in tutto e per tutto ma la versione americana aveva un punto iniziale in più.

La versione britannica iniziava così:
1. Insert coins (Inserisca le monete)

Quella americana invece diceva:
1. Make sure you have coins (Si assicuri di avere monete)
2. Insert coins

Potete gustare un altro divertente esempio sulla prolissità tipicamente americana leggendo l’articolo del 13 maggio 2010.

L’accoglimento di parole straniere

 Categoria: Le lingue

Alcune lingue, a differenza di altre, sono molto più aperte all’accoglimento di parole straniere. L’italiano è sicuramente fra di esse. Siamo un popolo che prova un piacere particolare nell’utilizzare parole prese da altre lingue. Si tratta di un fenomeno che è sempre esistito, ma che, al di là delle ragioni storiche e culturali che ne hanno giustificato e ne giustificano tuttora l’esistenza, viene oggigiorno alimentato soprattutto da internet e dai mass media (in italiano “mezzi di comunicazione di massa”, tanto per fare un esempio del concetto che vogliamo esprimere).
È innegabile che le lingue si evolvano. Da un lato però c’è un’evoluzione naturale “sana” (o comunque inevitabile), che deriva dall’integrazione di lungo periodo tra le lingue e le culture. Dall’altro, vi è una globalizzazione linguistica la cui unica motivazione è il mero gusto estetico.

È evidenti che i traduttori, molto più di altri professionisti della comunicazione, avrebbero la possibilità di invertire questo processo, o, quantomeno, di arginarlo. Purtroppo però, talvolta, anziché limitarlo, contribuiscono ad alimentarlo. Questo avviene perché hanno poco tempo a disposizione, perché non hanno voglia di ricercare e accettano passivamente quanto trovano in rete, perché si conformano a scelte altrui per timore di andare controcorrente. Insomma, una serie di ragioni che non fanno altro che accrescere il problema.

Dal canto nostro, nelle traduzioni che eseguiamo per i nostri clienti, cerchiamo sempre di privilegiare l’utilizzo di vocaboli appartenenti a tutti gli effetti alla lingua italiana, utilizzando parole straniere solo laddove sia strettamente necessario e giustificato.
Tuttavia, questo non fa di noi dei puristi, non ci consideriamo strenui difensori dell’immutabilità della lingua. Crediamo che utilizzare ogni tanto (nel posto giusto e al momento giusto!) parole prese da altri idiomi, non peggiori la comunicazione nè indebolisca la lingua, anzi. È ovvio che il contesto e il destinatario del messaggio, originale o tradotto, sono fondamentali nella scelta dei vocaboli.
In un meeting di ingegneri informatici, ha poco senso cercare ad ogni costo di esprimersi utilizzando solo parole italiane, ma è altrettanto fuori luogo prendere a piene mani da una lingua straniera per alimentare una discussione generica fra amici in un bar di periferia.

L’accoglimento di parole straniere

 Categoria: Le lingue

Alcune lingue, a differenza di altre, sono molto più aperte all’accoglimento di parole straniere. L’italiano è sicuramente fra di esse. Siamo un popolo che prova un piacere particolare nell’utilizzare parole prese da altre lingue.
Si tratta di un fenomeno che è sempre esistito, ma che, al di là delle ragioni storiche e culturali che ne hanno giustificato e ne giustificano tuttora l’esistenza, viene oggigiorno alimentato soprattutto da internet e dai mass media (in italiano “mezzi di comunicazione di massa”, tanto per fare un esempio del concetto che vogliamo esprimere).
È innegabile che le lingue si evolvano. Da un lato però c’è un’evoluzione naturale “sana” (o comunque inevitabile), che deriva dall’integrazione di lungo periodo tra le lingue e le culture; dall’altro, al contrario, vi è una globalizzazione linguistica la cui unica motivazione è il mero gusto estetico.

È evidenti che i traduttori, molto più di altri professionisti della comunicazione, avrebbero la possibilità di invertire questo processo, o quantomeno di arginarlo. Purtroppo però, talvolta, anziché limitarlo, contribuiscono ad alimentarlo. Questo avviene perché hanno poco tempo a disposizione, perché non hanno voglia di ricercare e accettano passivamente quanto trovano in rete, perché si conformano a scelte altrui per timore di andare contro corrente. Insomma, una serie di ragioni che non fanno altro che accrescere il problema.
Dal canto nostro, nelle traduzioni che eseguiamo per i nostri clienti, cerchiamo sempre di privilegiare l’utilizzo di vocaboli appartenenti a tutti gli effetti alla lingua italiana, utilizzando parole straniere solo laddove sia strettamente necessario e giustificato.
Tuttavia, questo non fa di noi dei puristi, non ci consideriamo strenui difensori dell’immutabilità della lingua. Crediamo che utilizzare ogni tanto (nel posto giusto e al momento giusto!) parole prese da altri idiomi, non peggiori la comunicazione nè indebolisca la lingua, anzi. È ovvio che il contesto e il destinatario del messaggio, originale o tradotto, sono fondamentali nella scelta dei vocaboli. In un meeting di ingegneri informatici, ha poco senso cercare ad ogni costo di esprimersi utilizzando solo parole italiane, ma è altrettanto fuori luogo prendere a piene mani da una lingua straniera per alimentare una discussione generica fra amici in un bar di periferia.

Prestiti restituiti

 Categoria: Le lingue

Un prestito, per definizione, implica sempre la restituzione di quanto è stato dato.
Nel campo della linguistica, tuttavia, un prestito indica l’appropriazione di una parola da parte di una lingua straniera, senza dare niente in cambio e senza restituzioni di sorta. Più che un prestito, si tratta di un regalo che una lingua si fa quando ha bisogno di un vocabolo che non possiede o che non le piace.
Tuttavia, in qualche raro caso, le parole prestate vengono restituite per davvero, magari dopo qualche decennio o addirittura dopo qualche secolo. È il caso di parole come fatal, emergence o severe, che la lingua inglese ha preso dal latino (o ha formato a partire da esso) ed ha inserito nella propria terminologia medica.
Dopo molto tempo, l’inglese ha restituito all’italiano (in quanto discendente diretto del latino) i vocaboli che aveva preso in prestito. Paradossalmente, la restituzione è avvenuta per mezzo di infelici calchi semantici apparsi ripetutamente in traduzioni di testi medici di dubbia qualità.

“Fatale” in italiano significa “decisivo”, “inevitabile” e viene dal latino fatum, “destino”, però con il tempo ha acquisito anche il senso di “mortale”, che è il significato che possiede il suo equivalente inglese fatal.
Il termine inglese emergence significa “urgenza”, accezione che è penetrata anche nella nostra lingua, nella quale in origine la parola “emergenza”, indicava semplicemente il concetto di “mostrarsi uscendo dall’acqua o da un altro liquido”.
Allo stesso modo, il significato “grave”, “acuto” dell’inglese severe è passato al nostro “severo”, che, originariamente, aveva come unico significato “serio, austero, rigoroso”.

La Babele del terzo millennio

 Categoria: Le lingue

Con circa 800 lingue parlate, molte delle quali in via d’estinzione, New York può definirsi la Babele del terzo millennio. Lingue come come il mamuju, il garifuna, lo zaghawa, vengono ormai parlate da pochissime persone.

La lingua mamuju viene parlata da circa 160.000 persone nella provincia del Sulawesi Occidentale, creata nel 2004. Come avviene per la maggior parte delle lingue locali in Indonesia, non c’è nessun tipo di sostegno da parte delle istituzioni per il mamuju, e, l’indonesiano (la lingua nazionale), viene usato per tutte le comunicazioni ufficiali ed è l’unica lingua che viene insegnata nelle scuole. A New York vi è una rappresentanza mamuju proporzionalmente molto nutrita.

Il garifuna viene parlato principalmente in Honduras e in Belize. Gruppi di parlanti, anche se in misura molto inferiore, si trovano anche in Nicaragua e Guatemala. Il popolo garifuna discende da un gruppo di africani che, dopo essere stati strappati alle terre dell’Africa occidentale nelle quali vivevano, riuscirono a scappare a seguito di un naufragio casuale avvenuto vicino all’isola St.Vincent. Vi si stabilirono e si mescolarono con le tribù di indigeni locali. In seguito, sono state frequenti le migrazioni verso gli Stati Uniti e si calcola che a tutt’oggi circa un terzo del popolo garifuna viva a New York.

Lo zaghawa è una lingua sahariana parlata da tribù dedite alla pastorizia e alla coltivazione nel Darfur e in alcune parti del Ciad. Sebbene il loro gruppo etnico sia arrivato al più alto gradino della scala sociale con l’elezione al soglio presidenziale in Ciad di Idriss Déby (di etnia zaghawa), il Darfur (la loro madrepatria), è stato, ed è tuttora, oggetto di aspri conflitti. Gli zaghawa sono pertanto costretti a vivere in campi profughi ai confini fra il Sudan e il Ciad o a rifugiarsi all’estero, come il gruppo di persone che vive a New York.

Il progetto Endangered Language Alliance, patrocinato da Daniel Kaufman, ha lo scopo dichiarato di proteggere le lingue maggiormente in pericolo. Fra questi il caldeo, il mandaico, il gaelico irlandese, il reto-romanico della Svizzera, il bukhari, il chamorro delle Isole Marianne, il casciubico della Polonia, il vlashki, l’istrorumeno, il neo-aramaico. Senza un adeguato intervento, nel giro di qualche decade questi idiomi potrebbero estinguersi completamente.

Un milione di parole

 Categoria: Le lingue

Il Global Language Monitor, nato dalle ceneri di yourdictionary.com, è un’organizzazione che analizza le tendenze d’uso delle lingue mediante letture automatiche di algoritmi di testo sul web.
Recentemente sul loro sito è apparsa una notizia che ha avuto un’ampissima eco mediatica: secondo questi signori il 10 giugno del 2009 la lingua inglese avrebbe creato la sua milionesima parola, ossia “Web 2.0”.
La quantità non è stata ancora verificata da un ente di maggior prestigio, però l’ultima edizione del Dizionario di Oxford conteneva un totale di 231.100 “accezioni principali”. Sommando le accezioni obsolete, quelle proprio errate e i rimandi, si arrivava a un totale di 291.500, anche se ricerche piuttosto attendibili hanno dimostrato che il vocabolario medio utilizzato da una persona consta di circa 10.000 vocaboli, il che stride abbastanza con le cifre esorbitanti del GLM.

Tutti sappiamo benissimo che internet, la tecnologia in genere e il contatto con altre lingue hanno aumentato notevolmente la creazione di nuove parole e frasi, ma un milione di parole ci sembra davvero eccessivo. Abbiamo così deciso di analizzare i criteri che hanno portato a tale cifra spropositata.
Nel conteggio, giusto per fare qualche esempio, vengono incluse parole come “J-Lo”, “Becks” e “Jai Ho!”. Come possono soprannomi dati a personaggi famosi e improbabili titoli di canzoni in un’altra lingua formar parte del compendio della lingua inglese? E che dire di “Obamamania”? Già adesso è una parola obsoleta. Se mai è stata una parola, lo è stata solo nel 2009.
C’è di più. Le “letture automatiche di algoritmi di testo” di cui parlavamo all’inizio dell’articolo (o più semplicemente “bots” tanto per citare una delle parole di recente creazione), selezionano praticamente qualsiasi parola che appare online e la conteggiano.
Tra queste troviamo quindi “misunderestimate”, una parola diventata famosa per essere stata utilizzata erroneamente da George W. Bush in un suo discorso. Come se non bastasse, nell’elenco troviamo tutte le coniugazioni dei verbi e quindi “be” ma anche “is”, “are”, “was”, “were”, ecc. Assurdo. Con un sistema così l’italiano avrebbe dieci milioni di parole, se pensiamo che nella nostra lingua ci sono un’infinità di coniugazioni e che i sostantivi e gli aggettivi constano di genere e numero.

In conclusione, un milione di parole è una quantità inconcepibile, indipendentemente dall’influenza che la tecnologia e le altre lingue possano aver avuto sull’inglese negli ultimi anni. Tuttavia, quello che è ancor più inconcepibile è il metodo con cui questi signori hanno effettuato il calcolo.
La colpa della risonanza che è stata data a questa notizia bislacca è degli organi di informazione che hanno agito guidati dalla stessa logica di GLM, ovvero un fine prettamente pubblicitario.

Tratti comuni fra lingue

 Categoria: Le lingue

Ogni lingua è un mondo a sé stante, con la propria storia, le proprie regole, il proprio vocabolario. Alcune lingue condividono la stessa origine e per questo conservano più somiglianze rispetto ad altre.
Le lingue come l’italiano, lo spagnolo, il francese e il portoghese derivano tutte dal latino (non a caso vengono definite “neolatine”) e per questo motivo hanno molti tratti in comune.
Se mettiamo a confronto lingue con un’origine spazio temporale molto diversa, tali similitudini, com’è ovvio, si attenuano moltissimo.
Il cinese e il danese si assomigliano davvero poco, lo stesso può dirsi per il giapponese e il polacco e per un infinità di altre lingue.
Tuttavia tutte le lingue hanno alcuni tratti comuni che non dipendono dalle loro origini.

In primo luogo l’arbitrarietà, che si manifesta nell’assenza di relazione naturale tra i codici del linguaggio scelti e i concetti, gli oggetti e i fatti ai quali fanno riferimento. L’associazione tra le parole e i loro significati è il risultato di un processo di sviluppo culturale distinto da un paese ad un altro.
Una seconda caratteristica condivisa è l’utilizzazione di fonemi, cioè segni corrispondenti a suoni. Ogni fonema riproduce sempre lo stesso suono, diverso dagli altri fonemi. Modificando un fonema in una parola, il risultato sarà una parola inesistente e sprovvista di significato oppure una parola con un significato completamente diverso.
Una terza caratteristica è la doppia organizzazione della struttura delle lingue. Esse sono costituite da un numero ridotto di fonemi privi di significato intrinseco, ma la cui combinazione arbitraria permette la creazione di parole dotate di un significato variabile a seconda del contesto nel quale sono inserite.
Infine, questo tipo di organizzazione consente una produttività semantica illimitata. A partire da un numero convenzionalmente finito di fonemi si possono generare un numero infinito di parole e di messaggi.

La conoscenza della propria lingua

 Categoria: Le lingue

All’epoca in cui non esisteva un insegnamento codificato della traduzione, i traduttori arrivavano ad intraprendere questa professione attraverso i canali più insoliti: parentela, conoscenze, passione, vocazione, semplice casualità.
Attualmente, gli studi specialistici abbondano ma le cose non sono cambiate eccessivamente per quanto concerne le motivazioni. La gran parte delle persone che inizia a tradurre lo fa per ragioni di vario genere, non vi è un’unica ragione ben determinata.
Vi è però in ogni caso un elemento comune e insostituibile che è la conoscenza, ragionevolmente profonda, della propria lingua. Non c’è alcun dubbio che la conoscenza della lingua d’arrivo sia importante, ma quella della lingua di partenza è cruciale.

Giorni fa un nostro collega ci ha raccontato che un suo amico madrelingua svedese laureatosi negli States e con una conoscenza dell’inglese americano da far invidia agli stessi statunitensi, si era proposto come traduttore inglese-svedese a un’agenzia di traduzione ma la sua candidatura era stata rifiutata per insufficiente conoscenza della propria lingua.
La cosa potrà sembrare paradossale ai lettori meno esperti ma noi non ci siamo affatto stupiti.
La conoscenza della propria lingua non è qualcosa di scontato che ci viene regalato per il semplice fatto di essere nati e vissuti in un certo paese.

Osservando i neo laureati che si apprestano a fare il grande salto nel mondo della traduzione, notiamo che quasi tutti, ancor prima di iniziare la propria carriera professionale, sono già in possesso delle necessarie conoscenze tecniche, e in molti aspetti sono molto più preparati dei loro colleghi della vecchia guardia.
Tuttavia, li notiamo piuttosto carenti a livello di cultura generale e in qualche caso senza una conoscenza perfetta della propria lingua, cose che i loro colleghi più attempati avevano (e tuttora hanno) in abbondanza e che non si acquisiscono certo con una semplice consultazione in un database…

L’ordine SVC in inglese e in italiano

 Categoria: Le lingue

Sia l’inglese che l’italiano, sebbene con gradi diversi, nella costruzione della frase seguono un ordine SVC, soggetto-verbo-complemento.
Generalmente in entrambe le lingue il tema (o elemento conosciuto) della frase precede il rema (o nuova informazione). Tema e soggetto tendono a coincidere occupando la parte iniziale della frase mentre il predicato e il rema compaiono come secondo termine.
Tuttavia, se nell’inglese moderno lo schema SVC è decisamente il più utilizzato, in italiano, pur essendo utilizzato con frequenza, per questioni di stile e di espressività individuale talvolta ci si allontana da esso.

La versatilità dell’italiano è possibile grazie al suo vasto sistema di desinenze, mentre la scarsa flessibilità dell’inglese è dovuta alla sua semplicità morfologica.
In questa lingua infatti, il senso o l’interpretabilità di un enunciato dipendono principalmente dalla posizione rigidamente fissata dei diversi elementi grammaticali da cui è costituita, così come dall’accento tonico, dai gruppi ritmici e dai canoni di intonazione della lingua parlata.
La differenza principale fra le due lingue è la capacità dell’italiano nel porre il soggetto dopo il verbo, in qualche caso addirittura alla fine della frase. L’inglese invece, come tutti sappiamo, accetta l’inversione (tra l’altro in modo rigido) solo nella frase interrogativa.

L’inglese seguirà le orme del latino?

 Categoria: Le lingue

L’inglese non è la lingua più parlata del mondo come numero di persone (lo precedono il cinese e l’hindi) ma è quella territorialmente più diffusa e di gran lunga la più studiata.
È l’unica lingua onnipresente ai quattro angoli della Terra e la sua importanza è molto maggiore di quella raggiunta da lingue come il greco, il latino o il francese, che in passato hanno aspirato ad essere lingue universali.
In assenza di un pressante organismo regolatore (come la Real Academia Española e l’Académie française) l’inglese, pur mantenendo un nucleo comune, si evolve seguendo percorsi divergenti nei vari paesi in cui viene parlato. E anche all’interno dello stesso paese, le influenze di altre lingue e di altre culture lo plasmano creando nuove parlate. È il caso dello “spanglish” e dell’inglese “afroamericano” negli Stati Uniti, tanto per citare due esempi.

Il latino fu la base delle lingue romanze, che, a sommi capi, scaturirono da modifiche regionali alla lingua ufficiale di stato.
Seppur in modo impercettibile, esso continua ad essere presente nel nostro modo di parlare (poche righe fa, senza rendercene conto, abbiamo utilizzato “onnipresente” e “divergenti”) ma non possiamo certo affermare che il latino sia la nostra lingua.
La domanda sorge spontanea: l’inglese seguirà le orme del latino? come sarà tra 500 anni? E tra 1000? Nasceranno nuove lingue dal processo di adattamento cui facevamo riferimento poc’anzi? Diventeranno lingue ufficiali con le proprie regole e la propria grammatica così com’è stato per le lingue romanze?

Il sistema scolare è cambiato moltissimo rispetto a 1500 anni fa e oggigiorno internet offre a chiunque un’immediata possibilità di accesso a informazioni circa gli usi ritenuti corretti della lingua. Questo, a dispetto delle considerazioni fatte nella prima parte di questo articolo, ci porta a pensare che l’inglese, a differenza del latino, potrebbe sopravvivere a lungo senza eccessive trasformazioni.
Tuttavia, la storia ci insegna che gli esseri umani, per loro stessa natura, vivono adattandosi: se troveranno qualcosa che per loro è più utile lo utilizzeranno senza indugi.
Ai posteri l’ardua sentenza…

Come uccidere una lingua (2)

 Categoria: Le lingue

Sapir-Whorf sosteneva che la lingua parlata da un individuo influenza i suoi canoni di pensiero rispetto alla percezione del mondo.
Questa famosa ipotesi ci è sempre sembrata affascinante per vari motivi, però in modo particolare per il rilievo di alcuni aspetti come l’ordine delle parole nella costruzione di un pensiero e per il modo in cui tale ordine influisce sull’importanza relativa delle parole all’interno di una frase.
Il motivo per cui citiamo questo illustre studioso è per riallacciarci all’articolo apparso ieri su questo blog. In esso abbiamo accennato al ruolo degli organismi che elaborano le regole normative di una lingua (ossia che determinano le parole accettate e quelle non accettate, gli usi corretti e quelli non corretti, ecc.), e a come l’inglese sia di fatto l’unica lingua, fra quelle più diffuse, che non ha un organismo di questo tipo.

Rileggendo l’articolo, la nostra mente ci ha portati verso l’ipotesi di Sapir-Whorf e a porci le seguenti domande: in che modo ciò viene recepito dagli angloparlanti? Significa forse che i loro pensieri sono più malleabili? Significa che oppongono più resistenza a un’autorità centrale?
Non rientra nelle nostre competenze fare un’analisi linguistico-sociologica né è nostra intenzione provarci. La contrapposizione però ci sembra davvero stridente.
Da un lato una lingua come dovrebbe essere: fluida, in evoluzione, viva. Dall’altro lingue quasi imprigionate o che comunque non riescono a sentirsi veramente libere perché per poter far loro una parola devono aspettare che essa venga inserita nel dizionario da un organismo regolatore.
Che i nostri lettori non ci fraintendano. Non siamo a favore dell’anarchia linguistica! È necessario che una lingua abbia delle regole per poter essere insegnata e tramandata. Queste regole però non devono essere asfissianti, non devono uccidere una lingua. E soprattutto non possono essere stabilite da un ristrettissimo numero di persone la cui volontà in qualche caso si scontra frontalmente con quella che è la volontà delle masse.
Un buon comunicatore non è forse un individuo che utilizzando la propria lingua trasmette un messaggio in modo corretto e comprensibile a tutti? O forse per essere considerati tali bisogna seguire scrupolosamente i dogmi di questi organismi evitando di usare parole magari comunissime ma che ancora non hanno raggiunto l’olimpo dei dizionari?

Prima parte di questo articolo

Come uccidere una lingua

 Categoria: Le lingue

In una lingua ci sono pochi aspetti che risultano tanto interessanti e intriganti come la capacità di cambiare e di rinnovarsi. Sono queste caratteristiche che rendono le lingue vive, senza di esse le lingue si paralizzerebbero e si incamminerebbero inesorabilmente verso la scomparsa dallo scenario linguistico.
Ciononostante, in molte lingue ci sono gruppi ristretti individui che vorrebbero mantenerle inalterate. Si tratta di convinti sostenitori della purezza delle loro lingue, che desiderano che esse resistano al cambiamento e all’evoluzione, all’adattamento a nuove realtà, a nuove tecnologie, ecc.

La manifestazione più evidente di questa tendenza è sicuramente l’abbondanza di corpi regolatori che essenzialmente decidono ciò può essere considerato parte di una lingua e ciò che invece non ne è degno.
Senza dubbio, fra queste istituzioni ne esistono alcune che resistono a tutte le influenze esterne (per esempio, la Académie française) e altre che invece sono più permeabili ai contributi esterni.
Le più ostinate di tutte sono decisamente quelle che non accettano innovazioni né cambi che si originano all’interno dello stesso gruppo di parlanti madrelingua, un senso di “puritanesimo” che la maggior parte della gente trova soffocante.

Fra le lingue più parlate del mondo, l’inglese è praticamente l’unica che non conta con nessun organismo regolatore. In conseguenza di ciò, non deve sorprendere che l’inglese fluttui e si evolva a un ritmo fenomenale.
Noi consideriamo che qualsiasi ragionamento dal quale partano questi organismi regolatori è totalmente assurdo e crediamo che l’effetto che produrrà nel lungo periodo questo sforzo ottuso di mantenere pura la lingua, sarà semplicemente quello di diminuirne l’importanza e la versatilità fino ad ucciderla.
C’è di più. In qualche caso tali organismi sono talmente chiusi e conservatori che sorge il dubbio che siano alimentati da idee xenofobe e di superiorità culturale, il che non fa altro che renderceli ancora più antipatici. Fortunatamente, in molte lingue la maggior parte della gente lascia da parte le norme stabilite da questi organismi e con il loro comportamento garantisce il vigore e la capacità di adattamento della loro lingua.

Seconda parte di questo articolo

Imparare una lingua straniera (6)

 Categoria: Le lingue

Con il post di oggi chiudiamo quest’articolo relativo all’apprendimento di una lingua straniera. In futuro torneremo sicuramente sull’argomento.

Quando uno studente ha raggiunto un livello di apprendimento tale da permettergli una conversazione senza troppi intoppi con un individuo madrelingua, il suo percorso di studio può dirsi concluso.
È comunque importante che lo studente continui a praticare la lingua parlandola il più possibile e dedicando tempo anche ad attività di ascolto. I soggiorni all’estero, pur non indispensabili, sono sicuramente ottimi strumenti per migliorare anche sensibilmente le proprie capacità e le proprie conoscenze.
Per chi invece non si accontenta e vuole imparare una lingua alla perfezione, un soggiorno all’estero di alcuni mesi è assolutamente imprescindibile. Per chi desidera intraprendere la carriera di traduttore rimandiamo al nostro articolo del 13 gennaio.

Per poter affermare senza timore di conoscere veramente bene una lingua, occorre arrivare a pensare come pensa un parlante madrelingua. Non si tratta solo del diffusissimo stereotipo riguardo al “sognare” in un’altra lingua, questo è qualcosa che può accadere anche a studenti che non abbiano la totale padronanza della lingua.
Si tratta di un concetto che implica il totale svincolamento dal proprio approccio abituale a favore di un nuovo approccio che non venga però percepito come tale ma come naturale. Tale approccio comporta l’interpretazione di una situazione con l’essenza della nuova lingua in termini di vocabolario e struttura sintattica.
Ad esempio, nel caso di una frase come “Staff entrance only”, normalmente, chi si trova in una certa fase del proprio percorso di apprendimento la traduce come “Entrata di personale solamente”, ovvero in modo sicuramente corretto ma non certo appropriato. Solo con l’esperienza si potrà giungere a un approccio che permetta di poter tradurre “Proibito l’accesso alle persone non autorizzate”.

Imparare una lingua straniera (5)

 Categoria: Le lingue

Come dev’essere organizzato lo studio in autonomia per imparare una lingua straniera?
Lo studente, oltre che studiare sui libri forniti nell’ambito del corso può dedicarsi in totale autonomia a molte altre attività.
Come abbiamo accennato qualche giorno fa nel primo articolo dedicato all’apprendimento di una lingua, dipende tutto dalla volontà e dal tempo che si ha a disposizione.
Lo studente può ad esempio utilizzare altri libri di grammatica diversi da quello del corso e magari dotati di soluzioni. In tal modo non ha bisogno (o quantomeno non ha estremo bisogno) di essere seguito da un insegnante e può autocorreggersi.
Inoltre, può leggere giornali, libri di narrativa, ascoltare musica, vedere film in lingua originale o sintonizzare la parabola satellitare su emittenti straniere. La televisione è un aspetto molto sottovalutato. Vedere un programma nella lingua che si sta studiando risponde a tutte le necessità dello studente in quanto a contatto con parlanti madrelingua, ascolto e lettura. Inoltre, trasmette aspetti culturali quasi impossibili da capire leggendo storielle di due paragrafi in un libro di testo.

Avere la possibilità di entrare in contatto con una nuova lingua così come viene parlata dai parlanti madrelingua è un elemento insostituibile. Grazie a internet, questo è diventato possibile per chiunque. Oltre a navigare normalmente in siti scritti nella lingua oggetto di studio, si può infatti entrare facilmente in contatto con parlanti madrelingua attraverso reti sociali. Utilizzando poi comuni programmi di trasmissione dati, un microfono e un paio di cuffie si ha la possibilità di interagire con loro quasi come se stessimo conversando a telefono.
In questo modo, pur senza recarsi all’estero, si può praticare la lingua nel migliore dei modi: una soluzione efficace, comoda ed economica.

Imparare una lingua straniera (4)

 Categoria: Le lingue

Come insegnare una lingua straniera?
Stavolta la risposta non è così scontata come per la domanda di ieri.
I metodi di apprendimento di una lingua straniera infatti sono molti e tutti posseggono elementi di validità. Non esiste un metodo approvato e sicuro per raggiungere l’obiettivo in modo rapido ed efficace. O quantomeno non esiste a livello generale.
Vi sono insegnanti che privilegiano certi aspetti e insegnanti che ne privilegiano altri. Inoltre, i tempi di apprendimento variano da un individuo ad un altro e, come abbiamo accennato nel post di ieri, dipendono oltre che dalle capacità dello studente anche dal tempo che egli dedica allo studio.
Noi crediamo che una volta entrato in contatto con la lingua e acquisita un po’ di dimestichezza, lo studente stesso debba rendersi conto di quelli che sono gli esercizi che gli permettono di imparare di più e meglio.

In generale, per imparare una lingua straniera occorre dedicare spazio a tutti i tipi di esercizi esistenti. Oltre che alla grammatica pura, è importante leggere, scrivere, ascoltare, parlare. È fondamentale dare il giusto spazio ad ognuna di queste attività nelle varie fasi dell’apprendimento.
All’inizio del percorso “parlare” è impossibile poiché lo studente ovviamente non ha gli strumenti per poterlo fare. Anche “ascoltare”, per le stesse ragioni, non ha molto senso.
Nella prima fase è opportuno privilegiare la grammatica, la lettura e la scrittura. Gli esercizi di grammatica permettono di acquisire le regole su cui si basa una lingua; leggere piccoli brani, comprenderli, rispondere a delle domande su di essi, permette di aumentare il vocabolario (cioè la quantità di parole conosciute); scrivere frasi o brani elementari, aiuta a mettere in pratica quanto studiato a livello teorico.
Parlare e ascoltare, se svolte a un livello basico, sono comunque attività alle quali può essere dato un po’ di spazio fin da subito. Tuttavia, a nostro avviso, è più opportuno dedicarvisi in modo più ampio nella fase successiva, nella quale lo studente ha acquisito gli strumenti per poter formulare delle frasi e comprendere in qualche misura individui madrelingua.

In modo graduale, i pesi delle varie attività si modificano durante il percorso. Man mano che lo studente acquisisce dimestichezza con la lingua, l’insegnante, pur continuando a insegnare la grammatica e a dare ampio spazio alla lettura e alla scrittura deve privilegiare maggiormente le attività cui all’inizio aveva dedicato pochissimo tempo.
A un certo punto del percorso, è importante che l’insegnante cominci a fare lezione nella propria lingua d’origine, utilizzando l’italiano solo in rari casi d’emergenza. All’inizio è opportuno che l’insegnante utilizzi quasi esclusivamente l’italiano per far sì che l’impatto con la nuova lingua non sia traumatico ma poi è importante sfruttare la presenza di un madrelingua nell’aula per abituare l’orecchio all’ascolto di una lingua diversa dalla nostra.

Imparare una lingua straniera (3)

 Categoria: Le lingue

La prima domanda è: meglio frequentare un corso di lingua o studiare in autonomia?
La migliore opzione è senza ombra di dubbio la prima, molto meglio frequentare un corso piuttosto che fare tutto da soli. I vantaggi sono moltissimi. Innanzitutto la presenza di un insegnante (meglio se madrelingua), che conosce alla perfezione la lingua ed è in grado, oltre che di sciogliere qualsiasi dubbio dello studente, anche di fornirgli dei metodi di apprendimento e delle regole che lo possano aiutare nello studio. Da soli, senza l’aiuto di nessuno, per quanto il materiale didattico a nostra disposizione sia valido, se si hanno dei dubbi spesso non è possibile eliminarli.

Il secondo vantaggio del corso è il confronto con gli altri studenti. Se, com’è logico supporre (visto che i corsi non sono obbligatori), si tratta di persone motivate, l’atmosfera di solidarietà, di aiuto reciproco, di condivisione dell’obbiettivo (oppure anche di sana competizione) che si crea, porta a risultati irraggiungibili individualmente.
A livello pratico inoltre, la presenza di altri studenti permette di realizzare esercizi come interviste, giochi di ruolo, lavori di gruppo e cose simili, impossibili da realizzare in una situazione di studio autonomo.
Un altro vantaggio derivante dalla frequentazione di un corso è l’imposizione di un ritmo. Il corso presenta orari fissi e scadenze precise. Se una persona è veramente interessata ma ha poco tempo o comunque spesso è stanca e svogliata, in una situazione di studio autonomo essa tende a posticipare il momento dello studio riducendo non poco il tempo effettivamente dedicatovi. Al contrario, il fatto di dover frequentare un corso è visto come un obbligo, un’imposizione. Diciamo che lo studente sviluppa un senso del dovere che lo porta quasi sempre a frequentare con profitto le lezioni. In una situazione di studio autonomo, pur in presenza degli stessi stimoli, tale senso del dovere si sviluppa in misura decisamente inferiore. Inoltre, anche nelle ore nelle quali non frequenta il corso e deve organizzarsi lo studio da solo, lo studente deve fare i compiti assegnati dall’insegnante e anche questo, sempre dando per scontato il primissimo assunto di base ovvero avere la giusta voglia e i giusti stimoli, è di grosso aiuto sempre per lo stesso motivo cui facevamo riferimento poc’anzi.

Frequentare un corso infine presuppone quasi sempre effettuare delle verifiche periodiche, il che fornisce senza dubbio ulteriori stimoli poiché nessuno vuol fare brutta figura con i compagni di corso. Ovviamente, è banale notare come gli studenti che frequentano un corso e poi si applicano più di altri nello studio autonomo sono quelli che ottengono i risultati migliori. L’insegnante disegna le linee guida ma senza lo studio e l’impegno da parte dello studente è impossibile ottenere qualcosa di buono. Frequentare un corso di lingua e credere che due ore settimanali siano sufficienti è un grosso errore, per imparare una lingua straniera occorre associare le lezioni ad un grosso impegno nello studio autonomo.

Imparare una lingua straniera (2)

 Categoria: Le lingue

Alcuni sostengono che il modo migliore per imparare una lingua straniera sia trascorrere un periodo più o meno lungo direttamente nel luogo dove viene parlata. Al di là della difficoltà pratica nel realizzare ciò, noi riteniamo che questa non sia la scelta migliore. O meglio, vivere all’estero, è sicuramente un ottimo allenamento, quello con cui non siamo d’accordo è che l’allenamento avvenga immediatamente, a freddo, prima di aver acquisito un certo numero di nozioni riguardanti la lingua in oggetto.

I muscoli prima di essere allenati devono essere riscaldati e noi crediamo che lo stesso debba avvenire con il cervello. Catapultare una persona, anche giovane, in terra straniera, senza che essa parli mezza parola della lingua locale non è mai positivo. Sicuramente quella persona, soprattutto se in gamba e stimolata, riuscirà pian piano a superare le difficoltà dovute alla sua impreparazione linguistica che le si parano davanti e con il tempo acquisirà anche una discreta padronanza della lingua, ma non raggiungerà mai un livello ottimo, soprattutto in ambito scritto, poiché si porterà dietro vita natural durante la mancanza di solide basi grammaticali acquisibili solo attraverso uno studio metodico e rigoroso.

Conosciamo persone che vivono da decenni in terra straniera e continuano a commettere errori banalissimi scrivendo. La nostra agenzia di traduzione appartiene alla vecchia guardia, siamo convinti che lo studio sui libri (cartacei!) sia indispensabile nella prima fase di apprendimento. In un secondo momento, quando lo studente ha raggiunto un discreto livello, un soggiorno all’estero è l’ideale per consolidare quanto appreso e misurarsi con la realtà.
Nel post di domani ci concentreremo sul metodo di studio più adeguato.

Imparare una lingua straniera

 Categoria: Le lingue

Molti degli articoli di questo blog si rivolgono a persone che lavorano abitualmente con le lingue o che comunque hanno una certa dimestichezza con esse. Tuttavia, di recente abbiamo ricevuto diverse e-mail di lettori che, pur non essendo affatto traduttori o comunque bilingui, stavano iniziando a sviluppare un certo interesse per una lingua straniera grazie a questo piccolo spazio web. Anche qualche cliente ci ha comunicato il proprio interesse ad apprendere una lingua straniera, per poter interagire al meglio con i propri interlocutori commerciali. In quest’articolo e nei prossimi daremo alcuni consigli affinché il percorso di apprendimento di una lingua straniera sia quanto più efficace possibile.

L’aspetto più importante l’abbiamo già individuato: volerlo. Non si può fare nulla nella vita se non lo si vuole veramente. Occorrono grandi motivazioni e grandi stimoli per imparare bene una lingua straniera. Motivazioni e stimoli che devono essere costanti per un lasso di tempo sicuramente non breve. Imparare una lingua straniera è infatti un’attività complessa e intensa che richiede moltissima pratica e alla quale occorre dedicare tanto tempo. Il tempo è quindi il secondo fattore fondamentale. È come imparare a suonare uno strumento musicale. Non si può mettere in mano una chitarra a qualcuno che non conosce nemmeno le sette note musicali e pretendere che il giorno dopo sia il leader di una formazione rock.
L’omogenea distribuzione del tempo dedicato allo studio è un altro aspetto chiave. L’apprendimento deve infatti avvenire nel modo più graduale possibile. Se per esempio abbiamo deciso di dedicare mediamente 7 ore alla settimana al nostro progetto, non è assolutamente la stessa cosa studiare un’ora al giorno tutti i giorni o studiare 7 ore di fila la domenica e non riprendere i libri in mano fino alla domenica successiva. Molto meglio la prima soluzione!
Le lingue straniere si imparano in modo graduale, poco per volta, inutile fare grandi studiate e poi mollare tutto per un po’. A meno di non possedere una memoria da elefante, il rischio, soprattutto se si è avanti con l’età, è di dimenticare gran parte delle nozioni studiate vanificando gli sforzi fatti. Da un giorno all’altro invece la nostra mente riesce a ricordare molto meglio, e ciò permette di fare continui passi avanti.
A partire dal post di domani affronteremo alcuni aspetti più tecnici riguardanti lo studio di una lingua straniera.

Le lingue più parlate al mondo

 Categoria: Le lingue

Con l’articolo di oggi vogliamo fornire ai nostri lettori dati riguardanti le lingue più parlate al mondo. Qualche lettore mostrerà semplice curiosità rispetto ad essi ma siamo certi che qualche altro lettore, magari titolare di un’impresa o di un’attività commerciale ed interessato ad espandersi su un mercato estero, inizierà a fare considerazioni di un certo tipo.
Quando un imprenditore progetta di iniziare ad esportare i propri prodotti in un paese straniero o addirittura aprirvi una filiale, si trova di fronte ad un ampio elenco di valutazioni da fare. Dovrà studiare a fondo quel mercato per valutare la forza della concorrenza, conoscere il livello dei prezzi, i sistemi di pagamento, il sistema legale, la tassazione, la facilità di accesso, i costi di trasporto, ecc. Inoltre, se si tratta di paesi culturalmente molto diversi, dovrà fare anche considerazioni di tipo socio-culturale.

Com’è evidente da questa breve quanto superficiale analisi, il numero di parlanti madrelingua non è certo l’unico dato cui deve interessarsi un potenziale esportatore, però, dando un’occhiata ai dati a fondo pagina, alcuni lettori si sorprenderanno forse al punto di cambiare le proprie strategie commerciali. O, ad ogni buon conto, pur senza prendere importanti decisioni come quella di investire su un mercato estero, magari decideranno di tradurre il sito web o il materiale informativo della loro impresa in altre lingue, per raggiungere potenziali clienti ai quali non avevano neppure pensato.
Data l’enorme difficoltà nel censire tutti i parlanti, si tratta di stime che, in qualche caso, potrebbero anche discostarsi di qualche punto dai valori reali. Da notare, inoltre, che i numeri si riferiscono ai soli parlanti madrelingua. Dal conteggio sono esclusi gli individui che parlano gli idiomi del nostro elenco come seconda o come terza lingua. L’inglese, ad esempio, oltre che su 335 milioni di parlanti madrelingua può contare anche su 300 milioni di individui che la parlano come seconda lingua e su circa un miliardo di persone che la parlano in modo abbastanza fluente perché l’hanno studiata. Sommando queste cifre, l’inglese diverrebbe la lingua più parlata del mondo.

1. Cinese mandarino (1 miliardo circa)
2. Hindi (450 milioni circa)
3. Inglese (335 milioni)
4. Spagnolo (325 milioni)
5. Arabo (206 milioni)
6. Bengalese (190 milioni)
7. Portoghese (180 milioni)
8. Russo (165 milioni)
9. Giapponese (125 milioni)
10. Tedesco (100 milioni)
11. Francese (78 milioni)
12. Giavanese (77 milioni)
13. Coreano (77 milioni)
14. Punjabi (76 milioni)
15. Wu (75 milioni)
16. Telugu (70 milioni)
17. Vietnamita (69 milioni)
18. Marathi (68 milioni)
19. Tamil (65 milioni)
20. Italiano (62 milioni)

Se siete interessati ad un approfondimento su questo tema, nella sezione lingue del nostro sito trovate informazioni più precise riguardanti le maggiori lingue europee ed extraeuropee che occupano le primissime posizioni di questa classifica.

Buon Natale!

 Categoria: Le lingue

Moltissime persone nel mondo non festeggiano il Natale. Le loro religioni o le loro tradizioni prevedono festeggiamenti in date diverse e il 25 dicembre nelle loro vite non ha un significato particolare.
Questo non vuol dire che debbano sentirsi offese se altre persone, come noi, lo festeggiano.
Pertanto, sia che per voi questo giorno significhi qualcosa, sia in caso contrario, vi facciamo tanti auguri di buon Natale…in tutte le lingue del mondo!

La traduzione del “falso amico”

 Categoria: Le lingue

È paradossale notare come, i traduttori italiani, nell’utilizzare la terminologia propria della loro disciplina, continuino a commettere errori che essi stessi considerano più o meno gravi quando valutano una traduzione.
Dei tanti che potremmo citare, ne analizzeremo uno in particolare, che, fra l’altro, è uno dei grandi nemici degli aspiranti traduttori e, in generale, di qualsiasi traduttore: il “falso amico”.
Curiosamente, si tratta di un calco della lingua francese, il famoso faux ami. Il fatto è che in francese non è raro trovare l’aggettivo davanti al sostantivo, mentre in italiano avviene quasi sempre il contrario, a meno che chi scrive non desideri realizzare un esercizio stilistico. Espressioni come “falsa testimonianza” sono eccezioni sulle cui origini magari torneremo in un altro articolo.

Quello che ci preme sottolineare in questa sede è che sarebbe stato più logico prendere in prestito la locuzione e ribaltarla per ottenere “amico falso”, perfettamente comprensibile e molto naturale nella nostra lingua.
Adesso, dopo tanti anni passati utilizzando il calco, così a prima vista può suonare strano, innaturale. Siamo però convinti che se i traduttori e i professori di lingue fossero capaci di abituarsi ad utilizzare tale locuzione, col tempo eviteremmo l’incongruenza di correggere un errore con un altro, e, quello che è ancor più grave, il colmo dei colmi, con un errore di traduzione!
Certo l’uso costante e duraturo del calco nel tempo ha fatto in modo che la risoluzione del problema sia ad oggi difficilmente raggiungibile, però potremmo almeno provarci. È come se un errore non venisse considerato tale perché si ha la piena consapevolezza che invece lo è. Un giro di parole che regala una ben magra consolazione.

Una provincia plurilingue

 Categoria: Le lingue

Forse non tutti i nostri lettori conoscono la Voivodina.
Si tratta di una provincia delle dimensioni più o meno della Toscana, si trova nella parte settentrionale della Serbia e la sua capitale è Novi Sad.
La provincia, storicamente appartenente all’Impero austro-ungarico, dopo il primo conflitto mondiale divenne parte della Serbia nell’ambito del regno di Jugoslavia e, fino alla costituzione del 1974, fu a tutti gli effetti una provincia serba. Quel documento però definì la Voivodina come una parte integrante della Federazione Jugoslava, attribuendole lo stesso diritto di voto che alla Serbia nell’ambito della federazione e garantendole in tal modo un maggiore livello di autonomia dalla madrepatria.
Attualmente la Voivodina, da un punto di vista politico, è de facto la sola provincia autonoma della Serbia, poiché il Kosovo (che nel 2008 ha auto-proclamato la propria indipendenza), è stato riconosciuto da 62 paesi più Taiwan ma non dall’ONU.

La provincia occupa una posizione chiave e confina con l’Ungheria, con la Croazia, con la Bosnia e con la Romania. La sua popolazione è di poco più di 2 milioni di abitanti etnicamente divisi in più di 26 differenti gruppi fra i quali quello serbo è sicuramente il più numeroso (circa il 65% sul totale della popolazione).
Tale multietnicità riflette una grandissima diversità culturale e linguistica; la Voivodina riconosce infatti ben sei lingue come ufficiali: il serbo, il croato, l’ungherese, il rumeno, lo slovacco e il russino.
Nell’ambito del governo provinciale vengono utilizzate tutte le lingue ufficiali. A livello comunale invece solo il serbo viene utilizzato in tutti gli organi politici, le altre lingue solo in alcuni.
Ciononostante, siamo assolutamente certi che i colleghi traduttori di questa provincia plurilingue almeno per qualche anno non avranno problemi di lavoro…

Le lingue minoritarie in Europa

 Categoria: Le lingue

In Europa, oltre alle lingue più comuni e conosciute, esistono molte altre lingue minoritarie, parlate cioè da minoranze o comunque non dall’intera popolazione di un paese. Non ci stiamo riferendo ai dialetti parlati localmente, ma a vere e proprie lingue riconosciute a livello internazionale e in qualche caso addirittura lingue ufficiali di un paese (come nel caso dell’irlandese e del gallese).
In fondo a quest’articolo alleghiamo una classifica stilata da una nota rivista specializzata e relativa alle lingue minoritarie con più di 500.000 parlanti. Come si può notare, il catalano è saldamente al primo posto. Chi dei nostri lettori è stato a Barcellona, a Girona o in un’altra città della Catalogna, si sarà sicuramente reso conto che in questa regione vi è un bilinguismo quasi perfetto tra il castigliano (lingua ufficiale dello stato spagnolo) e appunto il catalano. Tutti i cartelli sono in due lingue, le radio e le televisioni trasmettono nelle due lingue, ci sono giornali in castigliano e in catalano, la gente nelle strade parla entrambe le lingue, a scuola si studiano entrambe le lingue.

In Italia, come tutti sappiamo, non avviene nulla di tutto ciò. Ci sono alcune zone del nord che sono bilingui ma si tratta di bilinguismi con lingue straniere come ad esempio nel caso del tedesco in Trentino Alto Adige e del francese in Valle d’Aosta.
Nel nostro paese esistono moltissimi dialetti locali ma nessuno di essi è riconosciuto ufficialmente dallo stato italiano come lingua. Certo nelle strade di Napoli si parla sicuramente in modo molto diverso rispetto a quelle di Venezia o a quelle di Milano ma la lingua scritta, quella che si insegna nelle scuole, quella dei libri, dei giornali, della televisione, dei mezzi di comunicazione in genere è una sola ed è l’italiano.
Tuttavia, anche se in Italia non abbiamo nessuna situazione simile a quella della Catalogna, alcuni dialetti presenti sul territorio nazionale vengono considerati vere e proprie lingue e riconosciuti come tali a livello internazionale. Per questo motivo troviamo il sardo addirittura in quarta posizione a livello europeo.

Catalano: 7.200.000 locutori in Spagna, Francia, Italia e Andorra.
Galiziano: 2.420.000 locutori in Spagna.
Occitano: 2.100.000 locutori in Francia, Spagna e Italia.
Sardo: 1.300.000 locutori in Italia.
Irlandese: 1.240.000 locutori in Irlanda e nel Regno Unito.
Basco: 683.000 locutori in Spagna e Francia.
Gallese: 508.000 locutori nel Regno Unito.