I fenomeni del cocoliche e del lunfardo

 Categoria: Le lingue

Il periodo della grande emigrazione degli italiani verso l’America del Sud iniziò indicativamente a partire dal 1880 e una delle mete principali era l’Argentina, in particolare l’area rioplatense. Gli italiani provenivano da varie zone d’Italia, la maggior parte erano liguri e calabresi, ma anche piemontesi, veneti, friulani ecc. e di tutte le estrazioni sociali; non dobbiamo pensare che fossero tutti poveri e analfabeti, ma lasciavano l’Italia anche letterati e musicisti. Bisogna fare una premessa, a quell’epoca l’Unità d’Italia era ancora recente e la lingua italiana era diffusa a livello nazionale solo fra le persone colte. L’Italia era ancora fortemente dialettofona quindi la popolazione comunicava con difficoltà sul proprio territorio, ma come si rapportavano gli italiani all’estero dove incontravano anche altre culture e lingue?

L’Argentina aveva aperto le porte agli immigrati e gli italiani erano la maggioranza, seguiti dagli spagnoli, ma era meta di emigrazione anche per francesi, inglesi, tedeschi ecc. e la zona rioplatense divenne uno straordinario crogiolo di lingue e culture. In particolare la presenza massiva degli italiani concentrata nella zona del Rio de la Plata mise a contatto lo spagnolo di quell’area con l’italiano dialettale (e non l’italiano standard, poco parlato dagli immigrati) e portò alla nascita di due fenomeni di contatto linguistico: il cocoliche e il lunfardo.

Il cocoliche coinvolge tutti i livelli della lingua, quindi il lessico, la morfologia, la sintassi e la fonetica. Il lunfardo è un argot basato principalmente su italianismi e riguarda solo il piano lessicale. Il primo andò in disuso e rimase solo nell’ambito teatrale, mentre quest’ultimo riuscì a radicarsi. L’origine della parola cocoliche dovrebbe risalire al cognome calabrese Cuccoliccio.
Nello specifico, il cocoliche non si può definire un gergo, perché per essere tale dovrebbe essere caratterizzato dal desiderio o dalla necessità di differenziarsi dalla comunità, al contrario, il cocoliche esprime la volontà di comunicazione e di integrazione e lo si può definire come lo sforzo fatto dagli italiani per riuscire ad integrarsi nel tessuto sociale argentino. La struttura del cocoliche, infatti, si compone di tre elementi: dialetti italiani (in particolare genovese) + italiano standard + castigliano ( andaluso).

Il lunfardo, invece, è un gergo e l’origine della parola sarebbe “lombardo” inteso in senso dispregiativo in quanto chi proveniva dalla Lombardia era considerato ladro poiché molti di loro svolgevano anche l’attività di usurai. Di conseguenza questo gergo era una sorta di lingua segreta, parlata in ambiti delinquenziali. Oggigiorno il lunfardo non è più collegato alla malavita italoargentino e si è diffuso anche in Uruguay e alcuni termini sono utilizzati nella vita quotidiana.
A volte i termini cocoliche e lunfardo vengono considerati erroneamente sinonimi ma i due fenomeni sono diametralmente opposti: il cocoliche nasceva dalla volontà di comunicare, mentre il lunfardo dalla necessità di non essere compresi.

Di seguito alcuni curiosi esempi di parole in cocoliche e la loro origine.
• BACAN = deriva dal genovese “baccan” (parola che indicava il capofamiglia o un leader in generale);
• BIRRA = Si utilizza il termine italiano su entrambe le sponde del Rio de la Plata invece di dire cerveza (Spagna);
• CHAPAR = dal lombardo “ciapà” (prendere) > italiano “acchiappare”;
• FAINA’ = dal genovese “fainà”, nome dialettale della farinata di ceci; molto diffusa in Argentina, è un altro retaggio della forte immigrazione ligure nel paese.

Autrice dell’articolo:
Rosamaria Cabona
Traduttrice SP > IT
Genova

Il bilinguismo in età prescolare

 Categoria: Le lingue

Esistono innumerevoli vantaggi nell’insegnamento di una seconda lingua in età prescolare. E’ ormai un luogo comune che imparare una seconda lingua in giovane età sia più semplice se paragonato all’apprendimento della stessa in età adulta. Ad avvalorare questa ipotesi si aggiungono innumerevoli studi scientifici che affermano come tra gli 0 e i 5 anni il cervello del bambino sia estremamente più plastico.

Ne consegue che tutte le esperienze, sia quelle costruttive che quelle negative, vadano a impattare estremamente sul cervello del bambino in questa fascia di età. Ad esempio chi subisce eventi negativi tra gli 0 e i 5 anni svilupperà più facilmente depressione o alcolismo o altri tipi di patologie.

Lo stesso vale per l’apprendimento delle lingue. Il bambino bilingue inizierà ad esprimersi nella seconda lingua con un leggero ritardo rispetto al bambino che impara e parla in casa e alla scuola dell’infanzia soltanto una lingua. Ma è comprovato che una volta acquisita una seconda lingua, sarà più semplice, per il bambino bilingue, impararne una terza ed una quarta.

Anche il metodo di insegnamento va ad impattare sui risultati. Esistono svariati tipi di insegnamento, di seguito ne prenderemo in considerazione tre: il metodo induttivo, il metodo deduttivo e quello naturale.

Il metodo induttivo è quello sperimentale e più all’avanguardia. Dal Latino ‘in duco’, mi muovo verso: il bambino dovrà fare uno sforzo, implicando le funzioni logiche, per ‘andare verso’ la lingua, ovvero per riuscire ad impossessarsene e a padroneggiarla. Con il metodo induttivo si passa dal particolare al generale, ovvero dall’esempio alla regola. Questo metodo non è mnemonico né ripetitivo.

Il metodo deduttivo è quello più tradizionale. Dal Latino ‘de duco’, movimento dall’alto verso il basso: la conoscenza viene trasmessa, appunto, dall’alto a chi la riceve in modo per lo più passivo. Il metodo deduttivo procede dal generale al particolare e implica la memorizzazione e la ripetitività.

Infine, il metodo naturale, non prevede tecniche specifiche: si parlerà al bambino nella lingua da apprendere esattamente come una madre fa con il proprio figlio. Sempre più scuole dell’infanzia decidono di adottare questo tipo di metodo che non adotta la memorizzazione e la ripetitività.

Concludendo, è auspicabile l’adozione di un metodo induttivo o di un metodo naturale piuttosto che di un metodo deduttivo ed è preferibile iniziare l’apprendimento di una seconda lingua tra gli 0 e i 5 anni.

Autrice dell’articolo:
Anna Maria Delfina Adelaide Parlangeli
Traduttrice EN FR> IT
Milano

Tutelare le lingue indigene brasiliane (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Negli ultimi anni sono stati pubblicati alcuni inventari delle lingue indigene attualmente parlate in Brasile, presentati in libri e riviste, con indicazioni sulle posizioni geografiche e dati demografici approssimativi. Grazie a questi strumenti, è stato possibile determinare quali lingue sono in pericolo di estinzione a causa del ridotto numero di utilizzatori. La presenza di queste minoranze linguistiche è anche causata dallo sterminio delle popolazioni indigene da parte degli invasori.
Il ridotto numero di lingue che sono sopravvissute sino ad oggi necessita di riconoscimento e tutela da parte del governo brasiliano, che è responsabile delle popolazioni autoctone e del sostegno a programmi di ricerca per evitarne l’estinzione. I governi più conservatori tendono a non rispettare i diritti delle minoranze, al contrario, hanno cercato di porre fine alle loro storia culturale.

Jair Bolsonaro, politico nazionalista di estrema destra, presidente del Brasile dal 1° gennaio 2019, ha sollevato polemiche sulla gestione del governo brasiliano della questione indigena. Dopo essere stato eletto, ha elaborato un decreto provvisorio, secondo il quale le attività di identificazione, delimitazione, demarcazione e registrazione delle terre indigene del paese, debbano andare sotto la responsabilità del Ministero dell’Agricoltura. Questa misura ha ampliato i poteri di quest’ultimo, causando la perdita di queste funzioni da parte della Fondazione Nazionale dell’Indio (FUNAI), insieme al coordinamento e alla concessione di licenze ambientali nelle terre coinvolte, che include il permesso per la costruzione di dighe idroelettriche, ferrovie e autostrade nei pressi delle comunità indigene.

Questa politica è stata molto discussa negli ultimi tempi e la resistenza indigena ha dimostrato di voler difendere i propri diritti con la mobilitazione nazionale “Acampamento Terra Livre“, svoltasi tra il 24 e 26 aprile 2019 nella capitale, Brasilia. Durante questi giorni è stata richiesta la tutela dei diritti costituzionali degli indios, riguardanti il poter vivere nella propria terra, secondo i propri valori e tradizioni. La comunità indigena continua a combattere contro le grandi compagnie minerarie e agroindustriali, i proprietari terrieri e il razzismo che, purtroppo, sopravvive ancora in questo XXI secolo. È necessario fare tutto il possibile per poter tutelare queste minoranze linguistiche, che rappresentano una parte importante del patrimonio culturale portoghese e brasiliano.

Autrice dell’articolo:
Mariangela Sforza
Traduttrice freelance (PT-EN > IT)
Bari

Tutelare le lingue indigene brasiliane

 Categoria: Le lingue

Le particolarità del portoghese brasiliano sono state definite dai linguisti come un risultato di influenze amerindie e africane. Dal lato amerindio, la fonte è essenzialmente il Tupi, la principale lingua nativa in Brasile. Il numero di lingue indigene brasiliane esistenti, attualmente 180, rappresenta una grande diversità linguistica.
I dati a riguardo hanno permesso agli studiosi di classificare queste lingue per famiglie e tronchi linguistici. Il tronco Tupi è uno dei più grandi gruppi con una grande dispersione geografica: le sue lingue sono parlate in diverse regioni del Brasile (specialmente a sud del Rio delle Amazzoni) e anche in altri paesi del Sud America.

È composto da diverse famiglie: Tupi-Guarani, Mondé, Tupari, Juruna, Mundurukú, Ramarána, Awetí, Puruborá. L’altro grande gruppo è quello delle lingue del tronco Macro-Jê, presenti in particolare nelle regioni dei campi (come quelle di Maranhão e Pará, fino al Sud del Paese). Include le famiglie: , Karajá, Maxakalí, BororoBotoctió, Guató, Ofayé, Rikbaktsá, Yate. Le famiglie Karib e Aruák sono rappresentate ciascuna da 20 lingue, distribuite a nord e a sud del Rio delle Amazzoni e nelle regioni nordoccidentale e occidentale (Stati di Amapá, Roraima, Pará, Amazonas, Acri, Mato Grosso). La famiglia Páno comprende 14 lingue parlate in Brasile (Acre, Rondônia e Amazonas) ancora poco conosciute, e altre parlate in Perù e Bolivia.

Nonostante la crescente estinzione di diverse lingue in tutto il mondo, negli ultimi tempi i linguisti si sono allarmati in modo particolare per le lingue indigene brasiliane, questione che è stata affrontata in diverse conferenze. Secondo gli studiosi, queste lingue sono soggette a pressioni molto forti e si può ritenere che siano tutte minacciate dall’estinzione. Il fattore che rappresenta la più grande minaccia alla sopravvivenza di queste lingue è l’assenza di informazioni sufficienti: questo problema conduce all’incapacità di adottare misure amministrative per tutelare o promuovere le lingue native. Il lavoro di ricerca e informazione spetta ai linguisti, per far comprendere alla società brasiliana che, come proclamato dall’UNESCO e riconosciuto dal Ministero della Cultura, tutte le lingue sono un patrimonio culturale dell’Umanità e di ogni nazione a cui appartengono.

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Autrice dell’articolo:
Mariangela Sforza
Traduttrice freelance (PT-EN > IT)
Bari

Si può dimenticare la lingua materna? (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Capacità innata per preservare la lingua nativa
Però va detto, una perdita così drastica della lingua non è altro che un’eccezione. Nella maggior parte degli immigrati che vanno a vivere in un altro paese, entrambe le lingue si mantengono più o meno vive. In questi casi, la prima lingua si conserva meglio o peggio a seconda del talento innato della persona. Coloro che, in generale, sono bravi con le lingue, tendono a preservare meglio l’idioma nativo, indipendentemente dal tempo che hanno trascorso fuori dal loro paese. Lo stesso vale per la scioltezza tipica della madrelingua, strettamente legata al modo in cui padroneggiamo le diverse lingue nel nostro cervello.

La vera differenza tra il parlare una o due lingue è che il cervello deve aggiungere una sorta di sistema di controllo che gli permetta di passare dall’una all’altra. Se questo meccanismo di controllo è debole, la persona può avere difficoltà nel trovare la parola giusta o nel continuare a destreggiarsi nella seconda lingua.

Socializzare con i parlanti stranieri
Passare molto tempo con parlanti della tua stessa madrelingua all’estero può peggiorare le cose, poiché si sa che entrambe le lingue saranno comprese. In molti casi il risultato è un ibrido linguistico. Per esempio, a Londra, una delle città più multilingue del pianeta, questo tipo di ibrido è così comune che si è quasi convertito in un dialetto urbano. Però va detto, modificare non equivale a dimenticare. Quel che è certo è che, con il tempo, questo scambio informale e simultaneo tra le due lingue può impedire che il cervello resti in un’unica casella linguistica quando ciò è necessario. Così, ciò che viene prodotto è una spirale accelerata di trasformazione del linguaggio.

Tuttavia, questa capacità di adattamento non ha motivo di essere vista negativamente, quanto piuttosto come un test della nostra inventiva come esseri umani. È solamente un processo naturale che spinge le persone ad apportare cambiamenti nella loro grammatica per adattarsi alla nuova realtà. Il fatto è che ciò che ci permette di apprendere nuove lingue, ci permette anche di fare cambiamenti.

In ogni caso, bisogna tenere presente che il deterioramento dell’idioma nativo non è qualcosa di irreversibile, almeno negli adulti. Un periodo di riavvicinamento al nostro paese di origine, ai nostri ricordi e al nostro senso di identità farà sì che possiamo recuperarla in poco tempo, dal momento che la nostra lingua è legata alla nostra identità più profonda.

Fonte: Articolo pubblicato il 31 agosto 2018 sul sito dell’agenzia Salminter

Traduzione a cura di:
Arianna Tognelli
Traduttrice ES>IT \ ENG>IT
Roma

Si può dimenticare la lingua materna?

 Categoria: Le lingue

Ti può essere capitato, dopo aver vissuto alcuni anni all’estero, di iniziare a notare che la tua lingua materna ti suona strana. La maggior parte degli immigrati che hanno vissuto per molto tempo nei paesi di accoglienza sanno perfettamente cosa significa sentirsi un parlante nativo un po’ arrugginito. In un primo momento potrebbe sembrare normale che, dopo molti anni senza usare la nostra lingua in modo regolare nella vita quotidiana, iniziamo a dimenticare alcune cose. Tuttavia, devi sapere che il processo non è così semplice.

La scienza del quando, perché e come perdiamo la nostra lingua materna è anzi piuttosto complessa. Non sempre influisce quanto a lungo siamo stati fuori. E inoltre, socializzare con altri parlanti nativi in un paese straniero può far sì che le nostre competenze nella lingua con cui siamo cresciuti peggiorino. Anche se in realtà sono i fattori emotivi l’elemento più importante di tutti.

Differenze tra bambini e adulti
Per di più devi sapere che, a lungo termine, gli immigrati non sono gli unici interessati. In certa misura, qualunque persona che sta imparando una seconda lingua può iniziare a dimenticare l’idioma nativo. Nel momento in cui iniziamo a studiare un’altra lingua, i due sistemi cominciano a competere tra loro.

Di fatto, nei bambini il fenomeno di dimenticare la lingua è ancora più rilevante perché le loro menti sono più flessibili e adattabili. Si sono verificati molti casi di bambini che sono stati adottati e sono andati a vivere in altri paesi e che addirittura, pur avendo già 9 anni, hanno scordato completamente la loro lingua madre non appena allontanati dal paese di nascita.  Nel caso degli adulti è molto meno probabile che la prima lingua scompaia del tutto.

Forti traumi
Ciononostante, il fatto di dimenticare la lingua materna può essere dovuto anche a un forte shock. Per esempio, gli ebrei rifugiatisi negli Stati Uniti e nel Regno Unito durante la II Guerra Mondiale hanno vissuto un grande trauma in quanto vittime della persecuzione nazista. Le persone che abbandonarono la Germania nei primi giorni del regime di Hitler, prima che si producesse il genocidio, parlavano bene il tedesco anche se  erano fuori da più tempo, mentre coloro che lasciarono il paese dopo lo sterminio, parlavano tedesco con difficoltà o, addirittura, lo avevano dimenticato completamente. Il fatto è che, nonostante il tedesco fosse la lingua della loro infanzia e quella parlata in casa, era anche la lingua legata a ricordi dolorosi, perciò i rifugiati maggiormente traumatizzati lo rimossero.

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Fonte: Articolo pubblicato il 31 agosto 2018 sul sito dell’agenzia Salminter

Traduzione a cura di:
Arianna Tognelli
Traduttrice ES>IT \ ENG>IT
Roma

Il bilinguismo

 Categoria: Le lingue

Da molti decenni il problema del bilinguismo è argomento di studio di psicologi e pedagogisti.
Eppure, nonostante tale fenomeno abbia una vasta incidenza, la crescente necessità di un’istituzione bi- o plurilingue e il numero degli studi e delle ricerche in proposito, poco si conosce ancora riguardo la vera natura psicologica e linguistica del bilinguismo, circa i suoi problemi socio-culturali, l’effetto del bilinguismo individuale sullo sviluppo intellettuale, linguistico ed emotivo del soggetto bilingue, i mezzi più idonei per condurre l’individuo all’acquisizione di un ben integrato stato di bilinguismo.

La maggior parte delle ricerche compiute su vari aspetti del bilinguismo è costituita da studi biografici di bambini bilingui condotti dai loro genitori, o da indagini sull’incidenza del fenomeno in zone in cui accanto al fenomeno del bilinguismo esistono tensioni socio-economiche o problemi di acculturazione. O ancora si tratta di resoconti di tentativi tendenti a confrontare l’intelligenza e il profitto scolastico in gruppi di bambini monoglotti e bilingui.

Attualmente l’interesse per lo studio dei fenomeni del bilinguismo non è più soltanto di origine psicologica o antropologica, ma anche pedagogico-didattica, poiché la consapevolezza dell’importanza della conoscenza di più lingue nel mondo odierno ripropone il problema dei metodi atti a riprodurre nello studente uno stato di apprendimento per quanto possibile simile a quello del parlante bilingue.

Tornando al concetto di bilinguismo come meta educativa, sorgono spontanei alcuni quesiti riguardo il vero significato del termine, se sia possibile di fatto un perfetto equilibrio nell’uso delle due lingue (“equi-linguismo”), e ancora circa le eventuali condizioni e le conseguenze che uno stato effettivo di bilinguismo possa comportare all’individuo e alla società. Sono proprio questi gli interrogativi posti da numerosi studiosi in tutto il mondo e molti dei quali in contatto con popolazioni viventi in ambiti geopolitici plurilingui.

Il problema del bilinguismo è quindi tra i più complessi che si possano presentare a professionisti come il linguista, lo psicologo, l’antropologo o l’educatore.

Autrice dell’articolo:
Giulia Lobascio
Qualifica: traduttrice Fr & En>It

Spirito segreto di una lingua

 Categoria: Le lingue

Uno degli aspetti più affascinanti delle lingue, per chi le studia o le traduce, è la loro misteriosa natura di esseri quasi viventi. Le lingue nascono, lentamente, l’una dall’altra; si nutrono di oggetti, pensieri, esperienze dei popoli che le usano; crescono e mutano, mettono radici o seccano, si fondono e si fecondano; muoiono, né tenerle sotto campane di vetro ne prolunga la vita. Parole e costrutti sorgono non voluti, si diffondono, migrano o scivolano via dall’uso, oltre l’illusione di controllo delle grammatiche, dei progetti, dei poteri di ogni sorta.

Così, viva com’è, ogni lingua ha un corpo e una sorta di spirito. Descrivere il primo e comprenderne i meccanismi è un compito arduo; si avvale però di dati misurabili e di eccellenti strumenti d’analisi, quali la scienza linguistica oggi fornisce e continua ad affinare. Molto più sfuggente – eppure a suo modo autoevidente – è il secondo. Chi nega, anche a un primo impatto, che il tedesco e il francese abbiano due “carismi” diversi? Chi, traducendo testi pur semplici dall’arabo all’italiano, non si è dovuto misurare con modi distanti di sentire, esprimere e organizzare il mondo? E come per gli esseri umani si è tentati di inquadrare un carattere in pochi stereotipi, così per le lingue sono in agguato infiniti luoghi comuni: “lingua da poeti”, “da commercianti”, “da militari”, “fredda”, “dura”, “musicale”, “romantica”. Eppure, come per qualcuno che si voglia conoscere, soltanto anni di frequentazione e d’ascolto, d’immedesimazione e di messa alla prova in contesti diversi possono portare a una vera familiarità, e perciò a comprensione.

In questo processo si scopre, tra l’altro, come ogni lingua sembri meglio attrezzata per certi scopi o, viceversa, abbia meno risorse per raggiungerne altri. Chi scrive ha constatato negli anni che il tedesco, grazie alla produttività del suo sistema di prefissi e suffissi e alla duttilità dei sostantivi composti, permette di esprimere contenuti analitico-astratti con una precisione e una brevità inarrivabili per l’italiano; mentre questo ha una frequenza di espressioni figurate, e soprattutto uno slancio a crearne liberamente di inedite, straordinari: un parlante italiano anche incolto intesse metafore, iperboli, ironie, metonimie, antonomasie a ritmo incessante senza saperlo, ed incappa in seri problemi di comunicazione se mantiene lo stesso stile in un’altra lingua.

Dunque la traduzione è un processo quanto mai delicato, paragonabile alla trascrizione di una melodia per vari strumenti, o alla recitazione di uno stesso monologo da parte di vari attori. Per Elisa non suonerà identica sul pianoforte, sull’organo o sul controfagotto, né To be or not to be farà lo stesso effetto se impersonato da un bimbo, un giovane o un vecchio: ogni lingua darà il suo vivo carattere ai testi che in essa prendono forma. Il traduttore si farà amico di quel suo segreto spirito e cercherà – con umiltà e audacia – di trarne il massimo, come fa il compositore coi suoi strumenti e il regista coi suoi attori. Vi saranno limiti invalicabili, ma anche gustose sorprese. Di tutte le infinite traduzioni in tedesco di Odi et amo di Catullo, solo una ha mai fatto balzare in piedi, folgorata, l’alunna men che mediocre di un liceo di provincia: “Prof, ora ho capito!”. Era quella, in prosa, nel suo dialetto materno.

Autrice dell’articolo:
Paola Franchi
Filologa, insegnante e bloggerin
Baden bei Wien (Austria)

Com’è nata la mia passione per le lingue (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Per quanto riguarda le mie esperienze traduttive, le materie studiate alla SSML Carlo Bo mi hanno permesso di interfacciarmi con la traduzione da e verso la lingua (le lezioni comprendevano sia traduzione ITA >ENG sia ENG > ITA, stesso discorso per spagnolo), iniziando prima con testi brevi per poi arrivare man mano a testi aventi tematiche e strutture più complesse. Ho esplorato vari settori, dagli articoli di giornale, scienza, medicina, letteratura, ambito giuridico, agricoltura e così via.

Il terzo anno il focus del programma si è spostato sull’apprendimento delle terminologie tecniche di alcuni dei settori precedentemente menzionati. Questo studio mi ha permesso di ampliare il mio lessico, la mia capacità di memorizzazione di svariati termini appartenenti ad ambiti diversi ed ovviamente la conoscenza dei suddetti ambiti.

Oltre alla traduzione tecnica apprezzo particolarmente anche la traduzione editoriale, la quale per me è stata oggetto di approfondimento delle mie due tesi. Ritengo che sia una tipologia di traduzione creativa e stimolante: il traduttore si immerge nei romanzi che traduce e ne assimila la storia e le sfaccettature.

La mia prima tesi consisteva in una ritraduzione delle pagine 79-83 del libro La sombra del viento (tradotto in Italia con il titolo L’ombra del vento) di Carlos Ruiz Zafón. Prima di ritradurle ho letto e studiato le scelte traduttive di Lia Sezzi, la traduttrice della versione italiana del romanzo già citato. Questo lavoro è stato di fondamentale importanza per me: vedere le scelte traduttive degli altri traduttori è utile per analizzare in modo critico la resa finale e domandarsi cosa può averli spinti ad effettuare determinate scelte linguistiche. Inoltre, è sempre interessante vedere come lavorano i traduttori più esperti.

Stesso discorso per quanto riguarda la tesi della magistrale, la quale trattava delle opere della scrittrice inglese Beatrix Potter. Verso la fine mi sono concentrata sull’analisi di tre traduzioni differenti di cinque opere in particolare della scrittrice (The Tale of Peter Rabbit, The Tale of Jemima Puddle Duck, The Tale of Timmy Tiptoes, The Tale of Squirrel Nutkin e The Tale of Tom Kitten). Si è trattato di un lavoro lungo e approfondito durato quasi un anno. Sono stata molto soddisfatta del risultato e del sostegno della mia relatrice, frutto di mesi di duro lavoro.

Mi ritengo soddisfatta del percorso universitario intrapreso. Ho seguito le mie passioni ottenendo dei buoni risultati. Il mio desiderio è di trasformare la passione per le lingue e per la traduzione in una professione. So bene che ci saranno vari ostacoli e problemi da fronteggiare, ma sono desiderosa di lasciare anch’io un modesto contributo a questa nobile arte.

Autrice dell’articolo:
Stella Zecchini
Traduttrice ENG<>ITA e SPA<>ITA
Bologna

Com’è nata la mia passione per le lingue

 Categoria: Le lingue

Fin da piccola sono sempre stata affascinata dalla diversità e dalle altre culture. Sotto questo punto di vista i miei genitori non mi hanno mai fatto mancare nulla, sono sempre stata circondata dai libri, i quali mi venivano regalati ad ogni occasione. Mi hanno sempre affascinato la scrittura e la lettura, il saper mettere insieme parole ed emozioni è un mestiere nobile e non per tutti, bisogna possedere oltre ad una cultura personale notevole, un discreto grado di coinvolgimento, nel senso di sapersi coinvolgere e saper coinvolgere l’altro tramite la narrazione.

Personalmente ritengo che la lingua italiana sia dotata di infinite sfumature, come ogni lingua straniera, ed il requisito imprescindibile per conoscere appieno una lingua straniera e saperla tradurre è conoscere bene la propria. È un principio che mi è stato insegnato dai professori che ho avuto e che condivido appieno, avendoci oltretutto avuto a che fare in svariate situazioni.

Tornando alla mia passione per le lingue, una volta diventata un’accanita lettrice in brevissimo tempo, aggiungendoci il fatto che sono stata una delle prime della classe ad imparare a leggere e scrivere, inizialmente i miei approcci alla lingua inglese non furono subito brillanti, era strano per me il fatto che una parola si scrivesse in un determinato modo e si pronunciasse in un altro.

Eppure, man mano che la studiavo e apprendevo nuovi concetti per me divenne un gioco irrinunciabile, un gioco che mi interessava sempre di più. Ero sempre più desiderosa di sapere tutto sulle lingue straniere. Come tutti i bambini della mia epoca, in un primo momento ho iniziato a studiare l’inglese alle elementari, alle medie si aggiunse il francese, al liceo lo spagnolo, raggiungendo così tre lingue straniere di studio. Ero sempre più entusiasta di ciò, a tal proposito scelsi un liceo linguistico. Ho avuto insegnanti eccezionali con cui sono rimasta in contatto tuttora, i quali non soltanto mi hanno motivata sempre più a raggiungere dei buoni risultati, bensì sono stati capaci di tirare fuori il meglio di me e infondermi ancora di più l’amore smisurato verso le lingue straniere.

Quando è arrivato il momento di scegliere l’università avevo le idee molto chiare in merito: volevo perfezionare le lingue straniere e concentrarmi sulla traduzione e l’interpretariato. Al liceo iniziai ad appassionarmi anche al doppiaggio per conto mio. Imparai che non sempre le battute rese in lingua originale corrispondevano perfettamente al labiale italiano, per varie motivazioni, tra cui la sincronia, le differenze tra cultura di partenza e cultura d’arrivo, i modi di dire eccetera eccetera. Non bisogna dimenticare che il doppiaggio è un tipo di traduzione, e così da cosa nasce cosa, ecco nato in me il desiderio di scoprire di più riguardo a questo mondo. Scelsi la SSML Carlo Bo di Bologna, il cui piano di studi comprendeva lo studio di una prima lingua (l’inglese per tutti) e di una seconda, a scelta tra francese, spagnolo e tedesco. A malincuore abbandonai il francese e mi orientai sullo spagnolo, mi è sempre piaciuta di più come lingua, a livello di suoni, grammatica e cultura in generale.

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Autrice dell’articolo:
Stella Zecchini
Traduttrice ENG<>ITA e SPA<>ITA
Bologna

Il linguaggio giovanile inglese e italiano

 Categoria: Le lingue

Le forme di comunicazione giovanile italiane e inglesi sono numerose (musica, fumetti, messaggi telematici e dei telefoni cellulari, scritte e graffiti), dalle quali i teenagers sperimentano continuamente nuovi canali espressivi, dove la prima regola è la proprietà di linguaggio per creare delle parole nuove, leggere, rapide, precise, semplici e brevi.

Si tratta di un giocoso ed espressivo linguaggio giovanile vista l’estrema variabilità interna di un modo di adoperare, trasformare, in parte anche innovare la lingua italiana e inglese, che è proprio delle nuove generazioni. Particolarmente interessante è l’analisi di questo nuovo lessico o gergo soprattutto per le aperture metaforiche che da esso nascono; si pensi ad esempio, al linguaggio tecnologico in tutti i suoi aspetti che ha generato metafore derivate dal computer e da Internet.

Gli aspetti dei linguaggi giovanili dipendono dai cambiamenti che avvengono nelle modalità di aggregazione dei giovani, negli usi comunicativi nei quali cambia la componente linguistica quanto la componente paralinguistica, conversazionale, cinesica (in particolare gestuale e prossemica), nel rapporto fra gli strati linguistici ai quali attingono le varietà giovanili, ad esempio, l’arretramento dei dialetti, il rinnovamento dei gerghi, l’espansione della pubblicità, l’allargamento dell’area d’uso di una lingua colloquiale.

Si possono, quindi, riscontrare determinate influenze sui linguaggi giovanili che attingono, volontariamente e consapevolmente, parte della terminologia giovanile.

Il linguaggio giovanile italiano e inglese è caratterizzato inoltre dalla rapidissima usura e dall’altrettanto rapido ricambio del proprio bagaglio lessicale, ed inoltre viene percepito soggettivamente dai giovani stessi come flusso continuo, produttore di strumenti comunicativi ed espressivi realizzati just in time e destinati a funzionare per il breve lasso di tempo in cui l’euforia verbale ha l’occasione di esprimersi attraversando gli anni della gioventù. Non cambiano, quindi, le regole e le funzioni, ma le forme dove la vitalità e le caratteristiche del linguaggio giovanile provano che sia vivo, immaginoso, irridente, dissonante e dissacrante.

Autore dell’articolo:
Conti Paolo
Traduttore EN-PT>IT
Roma

Le lingue che interessano ai russi

 Categoria: Le lingue

La popolazione russa è molto interessata allo studio delle lingue straniere e riesce ad apprenderle con estrema facilità, soprattutto rispetto agli italiani. Io, per esempio, dopo tre mesi che studiavo l’italiano, riuscivo a comprendere parecchio della lingua italiana e a tradurla. Al contrario mio marito, che è italiano, -pur essendo andato a lezione di lingua russa -, riusciva a stento a farsi capire dalle sue amicizie russe.

Tra le lingue straniere studiate dai russi, l’inglese è ritenuta la lingua più utile secondo la stragrande maggioranza della popolazione. Dopo, nella graduatoria, c’è il tedesco, seguono lo spagnolo, il cinese e il francese.

A proposito della lingua francese, bisogna sottolineare che ebbe un forte sviluppo,dopo che la Francia di De Gaulle creò un asse privilegiato con l’Unione Sovietica, unico paese occidentale ed europeo. Nella mia città, Omsk, nella Russia occidentale, – una città di oltre un milione di abitanti -, fu istituita una facoltà di lingua francese all’Università, unica lingua straniera da noi studiata poi nelle scuole medie e superiori.

Noi russi siamo un popolo che può ritenersi poliglotta, in quanto sono sempre di più gli abitanti che apprendono una lingua straniera, in massima parte preferendo l’inglese, lo spagnolo, il cinese ed appunto il francese.

Nelle grandi città russe, come Mosca, Leningrado, Ekaterinburg, moltissima gente, negli ultimi venticinque anni si è messa a studiare l’inglese, tanto che essa è una lingua molto conosciuta in Russia.

Quasi tre quarti della popolazione, specialmente tra i giovani, sostiene che  una lingua straniera possa sempre servire nella vita.

Al dipartimento di lingue straniere della Scuola Superiore di Economia dell’Università di Mosca, oltre all’inglese, che è una lingua obbligatoria, sono scelte, in ordine decrescente il tedesco, lo spagnolo, il cinese e il francese. Gli studenti possono scegliere una seconda lingua fra le seguenti lingue straniere: arabo, giapponese, cinese, spagnolo, tedesco, francese, portoghese e italiano. La maggioranza ha scelto però il tedesco e lo spagnolo.

La lingua più scelta, secondo un recente sondaggio, è l’inglese mentre, all’inizio del 2000 c’è stata una grande richiesta per il cinese, poi calata negli anni successivi.

Per gli studenti delle scuole elementari e medie la scelta della lingua è decisa dai genitori. Per la scelta incidono anche altri fattori, in quanto, solo per esempio, il tedesco e lo spagnolo vengono scelti perché lì il corso di laurea magistrale costa meno, se non è addirittura gratuito.

Ultimamente si sono avute richieste per il coreano, l’hindi e il finlandese, poi in maggioranza abbandonate per mancanza di prospettive di lavoro.

I russi studiano le lingue non solo per obiettivi professionali. Ci si impegna a studiare le lingue per poterle usare nei viaggi e poter conversare con gli abitanti locali.

C’è chi  ha iniziato a studiare il tedesco perché lavorava come giornalista in Russia e desiderava scrivere per la stampa tedesca.

La lingua più esotica che abbiano mai studiato i russi è il persiano.

Autrice dell’articolo:
Irina Vonciskaya
Traduttrice RU-IT

Qual è la lingua “migliore”? (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Penso che ogni lingua abbia i suoi pro e contro. Ad esempio, penso che per i traduttori che vivono negli Stati Uniti il francese e il tedesco siano lingue molto appetibili, perché c’è un buon equilibrio tra la mole di lavoro e le tariffe, e perché i traduttori che risiedono negli Stati Uniti hanno alcuni vantaggi finanziari (un costo della vita solitamente più basso, e il fatto che non pagano l’IVA). Inoltre anche il fuso orario degli USA è un vantaggio, dato che i clienti europei possono mandare il lavoro a fine giornata del loro fuso orario, ed ottenere risposta il mattino dopo. Comunque, la cultura europea del business è basata su rapporti diretti, e può essere molto difficile trovare e mantenere clienti diretti in Europa, a meno che non ci si possa recarvici con una certa frequenza.

In termini di necessità urgente, ritengo che le lingue mediorientali e asiatiche siano sicuramente quelle vincenti. Penso inoltre che la combinazione linguistica giapponese /inglese sia tra le più pagate, se non la più pagata, in molte indagini di mercato. Ma la mia sensazione è che per alcune di queste combinazioni linguistiche c’è molta concorrenza da parte di traduttori che non sono di madrelingua inglese, ma che traducono in inglese comunque, anche se non dovrebbero. Inoltre, queste culture sono molto meno simili alla cultura americana rispetto alla cultura europea, ed è probabilmente più difficile per i traduttori che sono cresciuti negli Stati Uniti “adattarsi” in Cina o in Arabia Saudita, di quanto non lo sia in Spagna o in Svizzera.

Poi c’è l’affinità personale/soggettiva: amo il suono della lingua italiana e portoghese. Sono così nerd che a volte ascolto i notiziari italiani o portoghesi alla radio (su TuneIn), anche se non li riesco a capire affatto. Attraversare le Dolomiti in bicicletta la scorsa estate è stata una delle migliori vacanze della mia vita: amo l’Italia! Se dovessi pensare esclusivamente al reddito potenziale, probabilmente sceglierei il giapponese, ma mi trovo ad avere serie difficoltà con le lingue basate sui caratteri, come ad esempio quando mio marito ed io abbiamo viaggiato in Nepal, ed io non avevo particolari difficoltà con la lingua parlata, ma non ero in grado di leggere nulla, mentre per lui era l’opposto.

In ogni caso, basta pensieri sconnessi in merito alle varie lingue! Cari lettori, cosa ne pensate? Uno studente di liceo vi manda un’e-mail chiedendovi “Che lingua dovrei studiare?” E voi rispondete…

Fonte: articolo originale pubblicato in inglese l’8 aprile 2013 da Corinne McKay sul Blog Thoughts on Translation

Autore dell’articolo:
Marina Rossi
Traduttrice EN-ES>IT
Grottaferrata (RM)

Qual è la lingua “migliore”?

 Categoria: Le lingue

L’articolo di oggi è una traduzione dall’italiano all’inglese di un articolo scritto da Corinne McKay e pubblicato l’8 aprile 2013 sul Blog Thoughts on Translation.

Anni fa avevamo ricevuto una traduzione dello stesso articolo ad opera di un’altra traduttrice, Raffaella Esposito. Non è la prima volta che capita un evento del genere, anzi, ultimamente è accaduto in diverse occasioni.

Come abbiamo sottolineato in quelle circostanze, non è detto che una delle due versioni sia migliore dell’altra, anzi è assolutamente plausibile che siano entrambe valide seppur diverse fra loro.
Vi invitiamo a leggere l’articolo “La traduzione non è matematica” come approfondimento.

Qui di seguito la traduzione dell’articolo di Corinne McKay eseguita da Marina Rossi.

Mi viene spesso posta questa domanda, in diverse forme:

  • Vorrei diventare un traduttore/interprete: quale lingua dovrei studiare?
  • Qual è la lingua maggiormente richiesta nel campo della traduzione e dell’interpretariato?
  • Qual è la lingua migliore che un traduttore o un interprete dovrebbe conoscere?

La risposta, così come la risposta a molte domande riguardanti il lavoro da freelance, è un fragoroso dipende. Esprimerò qui le mie opinioni, poi cortesemente esprimete anche le vostre (così che le possa usare per rispondere a questa domanda la prossima volta che mi verrà posta!)

Per me “richiesta” e “migliore” sono due cose differenti. Ad esempio negli Stati Uniti la lingua generalmente più richiesta è senza dubbio lo spagnolo. È la seconda lingua più parlata negli USA, dopo l’inglese (a ciò aggiungo uno dei miei aneddoti preferiti, cioè che gli Stati Uniti non hanno una lingua ufficiale!). Ma quando le persone domandano a proposito della lingua “migliore”, solitamente essi si riferiscono a una sorta di equilibrio tra domanda e potenziale profitto, anche quando non si esprimono in questi termini. E in termini di potenziale profitto, i traduttori dallo spagnolo si trovano ad affrontare molte sfide, a cominciare dall’elevata competitività dei traduttori che vivono in America Latina, il cui standard di vita è assai più basso, e i quali hanno lo stesso fuso orario dei clienti statunitensi. A ciò bisogna aggiungere che, essendoci così tanti parlanti spagnoli negli Stati Uniti, i traduttori ed interpreti professionisti spesso si scontrano con la mentalità del “tutti possono tradurre” diffusa tra alcuni aspiranti traduttori e interpreti e persino tra alcuni clienti. Quindi, nonostante l’elevatissima richiesta per quanto riguarda la lingua spagnola negli Stati Uniti, non è probabilmente la lingua che incoraggerei a imparare, soprattutto se si sta iniziando da zero.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: articolo originale pubblicato in inglese l’8 aprile 2013 da Corinne McKay sul Blog Thoughts on Translation

Autore dell’articolo:
Marina Rossi
Traduttrice EN-ES>IT
Grottaferrata (RM)

Magyarorszàg…

 Categoria: Le lingue

Vi domanderete cosa ho scritto… è il nome esatto dell’Ungheria. Il significato di questa meravigliosa e complicata parola si racchiude in un popolo pieno di origini e discendenze, vuol dire “Paese Magiaro”, il paese meraviglioso dove io sono nato. La sua storia racchiude l’impero Austro Ungarico, discendenze finniche ed una forte influenza turca.
Ho avuto il dono di poter imparare questa lingua da mia madre che a tre anni mi ha portato in Italia. Credetemi, penso sia una delle lingue più difficili al mondo.

Il mio cammino verso la traduzione è iniziato sin da piccolo, quando mia madre faceva scambi culturali tra Italia ed Ungheria ed io ero una sorta di mascotte per tutti. Insomma a 7-8 anni andavo in giro per Roma a tradurre le meraviglie della mia città.
Poi ho passato lunghi periodi con amici, conoscenti della mia famiglia; portavo persone italiane alla scoperta della Parigi dell’Est, cioè Budapest. Qui potrei raccontarvi tantissime cose ma non vorrei dilungarmi e magari annoiarvi troppo. Vi rubo un altro secondo dicendovi che nella vita, se fai ciò che più ti piace, allora non serve a nulla il resto, puoi solo sorridere ed essere felice di poter rappresentare due paesi meravigliosi che, per quanto diversi, hanno una bandiera unica con gli stessi colori. Non mi pongo limiti, conosco perfettamente l’italiano quanto l’ungherese.

Autore dell’articolo:
Giovanni Detari
Budapest (Ungheria)

L’importanza delle lingue

 Categoria: Le lingue

Avete mai provato almeno una volta nell’arco della vostra vita a sentirvi come un “pesce fuor d’acqua”? Sì, la classica espressione utilizzata dalla maggior parte della gente comune per esprimere quella situazione di disagio dalla quale non sembra proprio facile uscire.
Bene, proprio grazie a quell’espressione io ho fondato lo scopo della mia vita. Ricordo, ancora ragazzina, i viaggi con la scuola in paesi tanto belli quanto così lontani da me.
Ricordo le gite fatte in Francia ai castelli (bellissimi eh) ma quanto era duro cercare di arrivare a fine giornata per poter finalmente chiudersi in camera, afferrare il telefono dell’albergo e chiamare finalmente casa. Ti rispondevano quel “pronto” in italiano che ti faceva sentire la vicinanza degli affetti e cosa ancor più bella l’essere capita e il poter capire e cogliere le sfumature della vita che ti circondava.

Così pensai dopo l’ultimo dei miei meravigliosi quanto difficili viaggi all’estero che non volevo più vivere in un mondo a metà.
Perché dico a metà? Semplice: sai l’italiano, conosci l’Italia, vivi in Italia, paese splendido, ricco di storia, di calore, ma quando raggiungi il confine e arrivi in terra straniera dove non sai né lingua, né usi, né costumi, come ti senti?
Capire qualche parola di francese, tedesco e inglese non basta per poter cogliere appieno l’essenza di ogni luogo, e così decisi d’intraprendere il magico studio delle lingue.
Già dal primo corso sembrò aprirsi davanti miei occhi uno scenario che non avevo mai visto. Mi sembrava di sentire attraverso quello studio nuovo ma tanto utile per capire e confrontarmi con gli altri, i profumi e i sapori di terre fino a quel momento a me sconosciute.

Dopo anni ed anni di duro apprendimento, di esperienza fatta sui luoghi per capire, imparare, ascoltare dalle culture diverse dalla mia, mi sentivo parte del mondo.
Sì, finalmente potevo dire a me stessa di essere nel mondo, poiché studiando le lingue potevo mettermi in gioco, metterle in gioco.
Lo stesso Rousseau, nel “Saggio sulle origini delle lingue”, spiega che il linguaggio serve innanzitutto per esprimere passioni e stati d’animo, proprio quei sentimenti che sarebbe paradossale manifestare senza capire.
Mi servo dunque di questo incantevole strumento per arricchire giorno dopo giorno la mia biblioteca interiore. Ciò mi consente di vivere al meglio la vita e di chiudere nel baule delle esperienze quanto di più possibile si possa.
Ora viaggio, visito posti bellissimi ma non mi sento più quel “pesce fuor d’acqua” che solo semplicemente per comprare una cartolina da spedire a casa doveva fare uno schizzo su un foglio di carta per farsi comprendere.
Le mie lingue mi permettono una comprensione chiara e corretta di ciò che mi circonda, anche di fatti politici, religiosi e culturali di paesi lontani ma pur sempre così vicini.

La lingua inglese nel mondo (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

La realtà linguistica in Nigeria è tale che la maggior parte della popolazione tende infatti a imparare innanzitutto l’inglese, per poi utilizzare la lingua materna (molto spesso proprio il Nigerian Pidgin) solo in contesti quotidiani o di bassa rilevanza. Ciò che quindi è importante sottolineare è che, sebbene le lingue pidgin continuino a essere parlate, questo avviene sempre meno, e l’inglese rimane comunque la lingua privilegiata quando si tratta di scegliere l’idioma più corretto per un contesto formale o un romanzo: il prestigio derivante dall’uso dell’inglese infatti era ed è rimasto indiscutibile anche nei territori ex coloniali, dove oggi come allora si continuano a privilegiare i parlanti nativi o chi usa una tipologia di inglese il più vicina possibile allo Standard English.  Nonostante tutto però, molte comunità africane hanno continuato a produrre una cultura resistendo alle costrizioni sociali e psicologiche imposte dai coloni, e ciò è riscontrabile dal quantitativo di usanze e costumi indigeni che sono comunque arrivati fino a noi.

Ecco, considerare la letteratura e le lingue autoctone al pari degli usi e costumi locali sarebbe già un passo avanti essenziale per continuare a difendere tali realtà che costituiscono comunque un patrimonio culturale inestimabile. È questa dunque la direzione da prendere per proteggere e salvaguardare la storia e la cultura dei Paesi ex coloniali; anziché continuare a considerare i vari pidgin come varietà di broken English, ovvero come un inglese di serie B, si dovrebbe cercare di seguire l’esempio di molti letterati, professori, avvocati e giornalisti africani che non vogliono abbandonare la loro lingua e che continuano a difenderla parlandola e parlandone.

Per finire, da un punto di vista letterario, purtroppo ancora oggi solo alcuni autori preferiscono utilizzare le loro lingue materne nei romanzi, data la maggiore visibilità e vendibilità sul mercato internazionale che l’inglese può invece assicurare loro, relegando così gli idiomi autoctoni a qualche piccola battuta dei personaggi minori o a qualche termine, come detto all’inizio dell’articolo. Per il futuro possiamo solo sperare che si sviluppi una più forte collaborazione tra governi, linguisti e studiosi affinché tali lingue riprendano un ruolo di primo piano, anche per fronteggiare lo strapotere e il fenomeno della globalizzazione linguistica, in maniera che non solo la cultura ma anche la storia di queste comunità non venga dimenticata poiché, come diceva Frantz Fanon in un suo saggio che ho amato molto, lo splendido Black skin, white masks, “to speak means to be in a position to use a certain syntax, to grasp the morphology of this or that language, but it means above all to assume a culture, to support the weight of a civilization”.

La lingua inglese nel mondo (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

L’espansione della lingua inglese nel mondo è infatti una delle conseguenze più rilevanti del periodo coloniale, ed è dovuta anche al rapporto estremamente stretto che i britannici hanno da sempre avuto con la loro lingua, e alla grande considerazione che hanno da sempre riposto in essa. Nel caso della colonizzazione del continente africano, ognuna delle diverse colonie britanniche ha sviluppato una serie di caratteristiche linguistiche particolari, dovute ai differenti bisogni che gli esploratori inglesi si trovarono ad affrontare: coloro che dovevano instaurare un rapporto diretto con gli abitanti di colore delle varie regioni hanno dato vita ai cosiddetti New Englishes, le varietà africanizzate di inglese, mentre l’unico paese africano in cui la lingua inglese si è imposta come prima lingua in buona parte della popolazione è il Sudafrica, dove comunque gli scontri di carattere razziale non sono mancati, visto che per molti indigeni neri e molti parlanti di afrikaans l’inglese è rimasto in ogni caso una seconda lingua.

E sono proprio i conflitti sociali derivanti dalla presenza non solo dei colonizzatori, ma anche della loro lingua, gli elementi alla base di tutta una serie di polemiche sul concetto di identità che si è formato in una tale situazione: l’inglese, sebbene lingua straniera e dell’oppressione, dovrebbe dunque essere considerata la lingua più adatta per esprimere e sviluppare la cultura africana? O al contrario non farebbe altro che ghettizzare e discriminare ancora di più le popolazioni nere d’Africa?

A tal proposito è bene ricordare che è stato solo nel secondo dopoguerra, ed in particolare dopo il processo della decolonizzazione, che si è potuto iniziare a considerare anche la parte positiva dell’“invasione” dell’inglese in tali zone, senza quella connotazione negativa che lo aveva caratterizzato in precedenza, dovuta proprio alla situazione di autorità ed oppressione con cui gli inglesi trattavano le colonie portando molto spesso i popoli colonizzati a dover rinunciare alla loro lingua e, di conseguenza, alla loro cultura ed identità. Non a caso molti intellettuali e scrittori africani, in particolare il nigeriano Chinua Achebe, hanno spesso criticato l’uso esagerato e indiscriminato che molti colleghi hanno fatto e fanno della lingua inglese nelle loro opere, relegando così le loro lingue vernacolari a un ruolo di secondo piano.

Terza parte di questo articolo >

La lingua inglese nel mondo

 Categoria: Le lingue

Cimentandosi nell’ambito della traduzione è possibile scontrarsi con parole o espressioni tipicamente appartenenti a culture e lingue molto lontane dalle nostre, soprattutto quando si ha a che fare con testi postcoloniali, che spesso presentano un vocabolario colorito e ricco di termini autoctoni delle regioni nei quali sono stati scritti e ambientati. Questo avviene soprattutto in quei romanzi che, seppur prevalentemente scritti in una lingua europea ed ex coloniale come l’inglese, il francese o lo spagnolo, hanno comunque al loro interno sfumature, colori e odori delle terre africane, caraibiche o asiatiche in cui queste lingue sono state importate. In gran parte della letteratura africana, per esempio, questo fenomeno è molto diffuso, e porta il traduttore a doversi misurare con realtà decisamente estranee e, di conseguenza, con alcune difficoltà che, per quanto affascinanti e interessanti possano dimostrarsi, restano comunque delle sfide significative.

Tutto ciò è ancora più vero quando si ha a che fare con la letteratura di nazioni con un passato coloniale duro e contrassegnato da momenti di vera tensione, che hanno addirittura portato a una grande frammentazione linguistica e alla creazione delle cosiddette lingue pidgin, come è accaduto per esempio in Nigeria, dove la lingua istituzionale, l’inglese, è comunque affiancata da una serie di vernacoli più o meno ufficiali e tuttavia molto usati dalla popolazione locale, tra cui è possibile citare il Nigerian Pidgin English. Gli scrittori nigeriani sono quindi molto spesso dei veri e propri bilingui, e questa loro doppia anima arriva poi a scontrarsi nelle loro opere.

Tale fenomeno è dovuto al fatto che i colonizzatori inglesi che sbarcarono in massa sulle coste africane a partire dalla metà del XIX secolo non portavano con sé solo fucili ed armi di ogni sorta che stupivano ed affascinavano le popolazioni locali, ma ovviamente anche la loro lingua. E proprio quest’ultima fu uno degli strumenti più potenti che gli esploratori britannici di ogni epoca ebbero a loro disposizione per portare a termine la loro opera di dominazione e sottomissione delle etnie autoctone di ogni nuovo territorio decidessero di conquistare, dato che nulla quanto una conoscenza linguistica è in grado di discriminare, o al contrario, elevare una persona all’interno della società in cui vive, soprattutto se consideriamo la relazione intrinseca che lega indissolubilmente il sistema culturale di una determinata nazione o società alla sua lingua. Questo principio di base si dimostra tanto più vero se ci soffermiamo ad analizzare il fenomeno della colonizzazione non soltanto attraverso una prospettiva storico-sociale, ma anche da un punto di vista linguistico.

Seconda parte di questo articolo >

Il burushaski: la lingua sopravvissuta (5)

 Categoria: Le lingue

< Quarta parte di questo articolo

Lei ha fatto molti viaggi sul campo in Kashmir e ha insegnato ad alcuni burushos dei metodi per la documentazione linguistica…
Sì, ho lavorato con parlanti nativi di tutti i dialetti del burushaski. Vista la loro comunità molto ristretta, i burushos del Srinagar sono stati una bella sfida per me. Alla fine, però, alcuni dei miei assistenti linguistici sono riusciti a pieno a registrare, trascrivere e analizzare i dati utili per il progetto.

Quali sono le tipologie di tradizioni orali raccolte dai ricercatori?
Esistono diverse collezioni di testi già pubblicate da vari autori, perlopiù tradotte in tedesco e francese. I risultati della mia ricerca includono anche un corpus digitale consultabile, il “Burushaski Language Resource”, che si trova nella Digital Collection Library dell’UNT. Il corpus contiene materiale linguistico di varia natura, come ad esempio storie popolari, racconti personali, conversazioni spontanee, canzoni etc. Questi materiali sono conservati e disponibili in diversi formati – registrazioni audio e video e testi (su burushaskilanguage.com).

C’è qualche aneddoto interessante sul suo lavoro con i Burushos che vuole condividere con noi?
Avrei diverse storie avventurose, felici e anche dolorose da raccontare. Potrei parlarvi del mio calvario di tre anni per ottenere un permesso per il Pakistan, e di come, una volta arrivata lì nel 2010, sono rimasta bloccata nell’aeroporto di Islamabad perché il mio volo per Gilgit era stato cancellato. Sono finita a fare l’autostop e a viaggiare in auto fino a Gilgit mentre ero incinta al quinto mese. Una volta giunta sul posto, ho dovuto affrontare tutte le agenzie di intelligence che ostacolavano i miei spostamenti nella regione.  Un giorno un agente mi chiese di pagargli una mazzetta per darmi il “permesso di lavorare senza ulteriori interruzioni”. Poi scoprii che era il figlio di un contatto che avrei dovuto incontrare il giorno successivo. Infine, l’agente, in evidente imbarazzo, mi regalò tre volumi di una traduzione del Corano in burushaski.

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)

Il burushaski: la lingua sopravvissuta (4)

 Categoria: Le lingue

< Terza parte di questo articolo

Quanti sono i parlanti di questa lingua nel Gilgit-Baltistan?
Non esistono statistiche ufficiali al riguardo. Analizzando i dati raccolti nel censimento del governo del 1981, Peter Backstrom calcolò che il numero approssimativo dei parlanti di burushaski in Pakistan a quell’epoca si aggirava tra i 55.000 e i 60.000. Secondo una pubblicazione del 2017, The Ethnologue calcola circa 96.800 parlanti di burushaski in Pakistan nel 2004. Per quanto mi riguarda, basandomi sulla mia personale esperienza comunicativa con i parlanti nativi di diversi dialetti del burushaski, credo che il numero totale di parlanti si aggiri intorno ai 100.000 o più. Qualche migliaio di loro si è trasferito nelle grandi città come Gilgit, Islamabad e Karachi. Qualcuno si è anche trasferito all’estero.

La generazione dei più giovani predilige l’uso dell’Urdu/Kashmiri?
Sì, la paura della deriva linguistica [1] è molto diffusa. Molti parlanti sono plurilingui (a diversi livelli) con il kashmiri, l’urdu e l’inglese. Il burushaski è fortemente influenzato dall’urdu e da altre lingue dominanti come il kashmiri (in Srinagar) e lo shina e il khowar (in Pakistan). Nonostante la comunità abbia cercato di preservare la lingua originaria nel tempo e di tramandarla alle generazioni più giovani, è molto forte la spinta della deriva linguistica verso lingue più dominanti e prestigiose, specialmente l’urdu.

Sono state messe in atto iniziative per preservare la lingua?
Molti studiosi locali del Pakistan si sono impegnati nel tempo in questo senso. Vari autori hanno pubblicato descrizioni di carattere grammaticale e collezioni di testi sui diversi dialetti. Io stessa ho portato avanti dei progetti di documentazione e conservazione linguistica sui quattro dialetti del burushaski con l’aiuto dei finanziamenti della US National Science Foundation.

La lingua non ha una tradizione letteraria scritta. Qual è l’alfabeto utilizzato?
Nonostante le varie proposte, finora non c’è unanimità nella scelta di un sistema di scrittura standard per questa lingua. I parlanti utilizzano sia l’alfabeto arabo-persiano con delle modifiche, sia l’alfabeto romano, ma non esiste un modo univoco per la scrittura di alcuni suoni (vocali e consonanti) che non sono presenti nell’urdu e nell’inglese.

Quinta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)

[1] NdT: La deriva linguistica, talvolta chiamata trasferimento linguistico o perdita linguistica è il processo mediante il quale una comunità di locutori di una lingua passa a parlarne un’altra, abbandonando quindi la lingua precedente (da cui il termine “deriva”).

Il burushaski: la lingua sopravvissuta (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Il Burushaski dello Srinagar è diverso da quello parlato nel Gilgit-Baltistan?
Esistono differenze nette a livello di vocabolario, morfologia e pronuncia tra le varietà regionali. La varietà parlata nello Srinagar, ad esempio, presenta tratti in comune con il dialetto Hunza perché in origine tale varietà derivava da quella del Nagar. La varietà dello Yasin, che dista chilometri e chilometri di aspre montagne rocciose da quelle sopra citate, è quella che presenta i tratti più distinti tra tutte. I parlanti della lingua comprendono i diversi dialetti a vari livelli. A causa del suo isolamento dalla più folta comunità di parlanti di burushaski, durato più di 125 anni, la varietà dello Srinagar ha sviluppato tratti linguistici divergenti.

È possibile considerare il burushaski una lingua isolata? Alcuni studi lo riconducono ad un’origine Indoeuropea, è vero?
Molti sono gli studi che hanno cercato di indagare le origini linguistiche del Burushaski comparandole con altre lingue, purtroppo però, non si è ancora riusciti a trovare una connessione che convinca del tutto. Secondo John Bengtson, il Burushaski apparterrebbe ad un phylum linguistico “macrocaucasico” (o sinocaucasico), incluso nel più ampio macro-phylum denecaucasico transcontinentale, che dovrebbe raccogliere lingue disparate come ilbasco, gli idiomi parlati nel Dagestan (al confine tra la Georgia e l’Azerbaijan), le lingue caucasiche della regione nord-occidentale e il burushaski. Lo studioso Sergei Starostin propose un macro-phylum di connessione tra il sinotibetano, lo yeniseiano (della regione intorno al fiume Yenisei in Siberia centrale) e le lingue caucasiche. Ilija Čašule tentò invece di stabilire una relazione tra le lingue Indoeuropee e il burushaski, in particolare tra quest’ultimo e la famiglia linguistica paleobalcanica. Tuttavia, pochi di questi studi ci forniscono prove sufficienti per stabilire una reale relazione genetica tra il burushaski e le altre lingue esistenti.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)

Il burushaski: la lingua sopravvissuta (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Come è venuta a conoscenza della presenza di burushos nello Srinagar?
A dire il vero è stata proprio una scoperta casuale avvenuta durante la mia visita a Shiraz (Iran), poco dopo essermi sposata nell’estate del 2002. Ho incontrato una persona originaria dello Srinagar una sera a cena e gli ho chiesto quale fosse la sua prima lingua. Al tempo sapevo anche che la sua comunità veniva comunemente chiamata “BotaRajas” dalla maggior parte dei parlanti di kashmiri (i tibetani e i ladakhis vengono chiamati “bota” dagli abitanti del luogo), eppure sospettavo che il mio interlocutore non fosse di origini tibetane. Capii che il nostro amico non conosceva il vero nome della sua lingua che (erroneamente) chiamò “gilgiti”. Da lì ho iniziato la mia ricerca linguistica basandomi, inizialmente, su alcuni contatti che avevo nello Srinagar e ho stilato una lista di parole. Solo alla fine ho scoperto che l’idioma in questione era il burushaski, una lingua isolata prevalentemente parlata nelle valli diHunza, Nagar e Yasin, in Pakistan.

Quanti sono i parlanti di burushaski in Kashmir? È una lingua documentata?
I parlanti di burushaski in Kashmir costituiscono una piccolissima minoranza, formata da una comunità di circa 350 persone. La maggior parte di loro vive in un minuscolo villaggio, spesso chiamato “KathiDarwaza” e situato alle pendici del Forte Hari Parbat. Per quanto ne so, la lingua è rimasta non documentata almeno fino alla mia prima pubblicazione uscita nel 2006.

Come ha fatto il Burushaski ad arrivare in quelle zone?
La maggioranza dei parlanti di Burushaski appartenenti alla comunità dello Srinagar discende da RajaAzur Khan, il principe ereditario dell’allora Gilgit Agency [1] che visse nel XIX secolo. Gli antenati della comunità, tra cui anche RajaAzur Khan, furono arrestati tra il 1891 e il 1892 dalle autorità britanniche e della dinastia Dogra del Kashmir. Azur Khan e la sua cerchia furono spediti nello Srinagar e tenuti prigionieri nel Forte di Hari Parbat. I burushos che oggi abitano lo Srinagar includono alcuni membri originari della valle di Hunza, i quali migrarono solo più tardi (spesso per motivi matrimoniali).

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)


[1] NdT: sistema di amministrazione stabilito dall’Impero Indiano Britannico sugli stati sussidiari del Jammu e del Kashmir.

Il burushaski: la lingua sopravvissuta

 Categoria: Le lingue
  • Parlata da una piccola minoranza in Kashmir e in Gilgit-Baltistan, il burushaski è una lingua isolata molto rara e affascinante
  • In Kashmir, i parlanti del burushaski vengono considerati i discendenti del re di una tribù originaria del nord del Pakistan

Partiamo da un presupposto: su un totale di 12,5 milioni di abitanti che popolano il Jammu e il Kashmir, si contano soltanto 350 parlanti di burushaski. Tuttavia, è nella regione del Gilgit-Baltistan, rivendicata dal Pakistan come quinta provincia, che si concentra il numero maggiore di parlanti, circa 100.000, tra le valli di Hunza, Nagar e Yasin. In Kashmir, i parlanti di burushaski sono considerati i discendenti di un re tribale proveniente dal nord del Pakistan e si concentrano principalmente nello Srinagar, alle pendici dell’Hari Parbat.

SadafMunshi, professoressa associata dell’Università del Texas del Nord (UNT) e dottorata in linguistica, ha concentrato le sue ricerche sulle lingue indoariane (hindi, urdu, kashmiri, romani o lingue “gitane”) e sul burushaski, considerata una lingua isolata.

La studiosa iniziò le sue ricerche linguistiche sul burushaski nello Srinagar nel 2003. Molte registrazioni furono raccolte durante il coprifuoco nella Valle del Kashmir, allora dilaniata dai conflitti. Munshi ci descrive come abbia inizialmente trovato molte resistenze da parte dei giovani parlanti della comunità, che non vedevano di buon occhio la sua ricerca e il suo intento di “decodificare” la loro lingua. Fortunatamente gli iniziali sospetti si dissiparono con l’intervento delle generazioni più anziane.

Munshi riconosce che la documentazione linguistica può comportare l’uso di metodi indiscreti, come la registrazione audio e video durante conversazioni comuni e in altri contesti comunicativi. “Un giorno stavo cercando di registrare un matrimonio come parte del mio studio per analizzare il discorso naturale e le canzoni. Nonostante avessi ottenuto il permesso dal capo famiglia, una donna si oppose. Avevo vissuto con loro per alcuni giorni per partecipare all’evento, ma alla fine ho dovuto rinunciare perché si è scatenata una discussione tra i membri della famiglia”.

La studiosa ha recentemente pubblicato un libro intitolato Srinagar Burushaski (Brill), in cui presenta una descrizione strutturale del burushaski parlato in Srinagar. In un’intervista via mail, Munshi ci parla della sua ricerca e del futuro di questa lingua. Estratti dell’intervista.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)

L’arabo è un diamante dalle mille facce (4)

 Categoria: Le lingue

< Terza parte di questo articolo

Entrambe le trascrizioni dialettali usano i comuni numeri per rappresentare i suoni arabi, 7 è pronunciata nella parte posteriore della gola, 3 è una consonante difficile e gutturale chiamata voce fricativa faringea. 2 è la fermata glottale.

Ci vuole occhio per vedere le poche parole in comune tra i dialetti, Anche permettendo agli oratori di raccontare la storia con le loro stesse parole le differenze sarebbero nette.

Per coloro che amano la diversità linguistica, è tutto molto divertente. Per coloro che vogliono che le lingue in generale restino invariate, e per quelli in particolare che vogliono che l’arabo rimanga immutato come unica lingua comprensibile, cioè diviene molto difficile. Per lo studente di lingue, è un compito scoraggiante. Essere competenti in arabo significa apprendere una lingua da leggere e scrivere e una lingua correlata da vari elementi  (come il latino e poi l’italiano) da poter parlare. Inoltre, il povero straniero si limiterà a comprendere solo una parte del mondo arabo. Parlando del declino del pan-arabismo, è probabile che l’incapacità degli arabi di muoversi nella regione, e parlare correttamente ed essere facilmente compresi sia il motivo per cui non sempre essi si sentono un unico popolo.

C’è un detto tra i linguisti che dice una lingua è un dialetto sono un esercito con una flotta. Questo di solito significa che le lingue prive di uno stato vengono sminuite. Ma qui vediamo un caso opposto al problema: la lingua araba, diffusa in più di 20 paesi, ha troppi eserciti e flotte.

Addendum: anche più del solito, incoraggio i lettori a esaminare i commenti qui sotto. Un certo numero di madrelingua pensa che l’account sopra esageri le differenze dialettali. Dato un migliaio di parole in più avrei potuto aggiungere molti più dettagli e sfumature a questo account. Forse, cosa più importante, e che non ho del tutto precisato che i dialetti occidentali (in particolare marocchini) sono separati nettamente da quelli orientali (egiziano, levantino e così via). All’interno dei dialetti orientali, esistono linee nette che li separano, da linee dialettali più facili. alcuni dialetti sono parlati in più paesi, come il continuum levantino parlato in Siria, Giordania, Libano e Palestina. I lettori non dovrebbero avere l’impressione che la maggior parte degli arabi non possano parlare tra loro attraverso i vari paesi. Possono, in particolare quelli che possiedono conoscenze metalinguistiche per ridurre al minimo le caratteristiche insolite dei propri dialetti e utilizzare consapevolmente frasi di uso comune.

Ecco una tipica vignetta riguardante gli adolescenti che non sanno ancora parlare bene questa lingua. Viene trasmesso da un linguista tunisino, Mohamed Maamouri, a  un sedicenne di Tunisi di nome Khaled, in visita a suo cugino in Arabia Saudita:

“Khaled e Sourour non parlano gli stessi dialetti arabi. Khaled comprende la maggior parte di ciò che Sourour dice quando parla in arabo, ma lei non capisce il tunisino. Deve usare il Fusha o il francese per parlarle. Finalmente trovano il modo di comprendersi i due. Ma il suo francese non è corretto  come il suo. Quando torna a Tunisi, vuole scriverle delle lettere, così le scrive in Fusha con termini in francese e inglese”.

L’intero articolo di Maamouri è interessante (e non è tecnico), per i lettori che desiderano maggiori dettagli sull’argomento.

Fonte: Traduzione libera dell’articolo pubblicato il 21 giugno del 2013 sul blog Johnson dell’Economist

L’arabo è un diamante dalle mille facce (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Un giorno, Juha e suo figlio stavano preparando le valigie per andare nella città vicina, e si misero in sella sulla schiena dell’asino per iniziare il loro viaggio. Lungo la strada passarono davanti a un piccolo villaggio e la gente iniziò a guardarli con sguardi strani. Dissero: Guardate questi miserabili, cavalcano l’asino e non vedono quanto stia soffrendo l’animale. Quando stavano per raggiungere il secondo villaggio, il figlio scese dall’asino e camminò a piedi, Quando furono in procinto di entrare nell’altro villaggio, il popolo li vide e disse: Guarda questo padre ingiusto, lascia che suo figlio cammini a piedi mentre lui si riposa sul suo asino. Quando stavano per raggiungere il prossimo villaggio il padre Joha scese dall’asino e disse a suo figlio di salire sul l’asino. Quando entrarono nel villaggio, la gente li vide e disse: Guarda Questo figlio ingrato che lascia suo padre camminare a piedi mentre lui si riposa sul l’asino. Joha si arrabbiò per via delle lamentele della gente e decise di andare con suo figlio a piedi lasciando l’asino camminare solo dietro di loro, Così che la gente non avesse da ridire su di loro. Quando entrarono nella città, la gente li vide, e disse: Guardate questi pazzi, loro camminano a piedi stancandosi e lasciano l’asino dietro di loro a camminare da solo. Alla fine i due vendettero l’asino.

Ascoltando e leggendo i diversi dialetti parlati dai nostri personaggi che raccontano la storia, si osservano le traslitterazioni derivanti dall’alfabeto romano ed abbiamo subito la sensazione che qui stiamo prendendo molto più del dialetto. Ecco il primo bit traslitterato dal moderno arabo

Fii yowmmin al-ayaamkaanaJohawaibnuhuyahzimuunamta’atahumisti’daadanlil-safar ila al-madiina al mujaawira fa rakibaa ‘ala dhahrilikayyabda’urihlatahum. Wa fii al-tariiqmarruu ‘ala quriyasaghiira fa akhadha al-nasyandhiruunilayhimbinadharaatghariibawayaquuluun: “andharuu ila ha’ulaa’ al-qusaahyarkabuunkulluhumaa ‘ala dhahri al-hamaariwa la yaraa’afuunbihi.

Qui di seguito una versione algerina da Algeri:
Qallek wa7ed ennharkan Djou7a w wlido y7addro besh yro7o lwa7ed mdina, wkan 3andhom 7mar. Alors, tal3o fi zoudjfoqel 7mar w qall3o meddar. Fettriqdjazo 3la un petit village, w ghirdekhlobdewennas ta3 hadelvillageykhozrofihom “yokha 3la hado, rakbinzodj 3la 7mar wa7ed meskin. Wallahi la 7ram”

Eccone una in egiziano da Alessandria:
fi youmminelayem, kan go7a we’bno bey7addaro 7aget-hom 3ashan yeroo7o elbaladelligambohom. farekboeletnein 7omarhom 3ashan yabtedoyesafro. we 3a’sekka marro 3ala baladsoghayyarakeddaho. ba7ala2o elnasfeehomwe 2alo:  ayoh! bo99o elnasel 2asya elli mabter7amshi rakbeenkollohom 3ala el 7omar.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Traduzione libera dell’articolo pubblicato il 21 giugno del 2013 sul blog Johnson dell’Economist

L’arabo è un diamante dalle mille facce (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

In Europa, le lingue che chiamiamo “Francese” e “Spagnolo” nell’arabo queste varietà sono dette”dialetti”, nonostante la mancanza di mutua intelligibilità. Alcuni linguisti fanno così il punto: si tratta di lingue diverse, dicono. Ma gli arabi considerano l’arabo una cosa sola, nonostante i vari dialetti. Tutti gli Arabi istruiti imparano la lingua basata sulla cultura coranica che i linguisti chiamano “modern standard Arabic”. È viene usato in discorsi politici, scritti e telegiornali. ma nessuno lo parla in maniera corretta, la Maggior parte delle persone fatica anche a scriverlo correttamente.

Alcuni pensatori panarabisti hanno codificato l’arabo moderno basato su determinate norme di scrittura ma spogliato di tante complessità inutili tra cui alcune forme del dialetto. Ma non c’è nessuna autorità che esprima il fatto di poter parlare correttamente l’arabo moderno. naturalmente il fascino del pan-arabismo è diminuito in concorrenza con i nazionalismi locali, il Panislamismo, il settarismo di sciiti-sunniti e altre tendenze. È un tripudio di situazioni  difficili da descrivere, con la precisazione di non infastidire qualcuno. Ma Fortunatamente, c’è internet, che permette di esprimersi senza la necessità di prevalere su qualcun altro. E alcuni utenti arabi di Reddit, hanno semplicemente deciso di dare voce ai loro dialetti registrando un breve racconto umoristico, sottolineando intenzionalmente le caratteristiche dialettali, forse immaginando vecchi avi che parlavano così. Questa è la storia, scritta in arabo standard.

فييوممنالأيامكانجحاوابنهيحزمونأمتعتهمإستعداداًللسفرإلىالمدينةالمجاورة،فركباعلىظهرالحمارلكييبدأوارحلتهم. وفيالطريقمرواعلىقريةٍصغيرةفأخذالناسينظرونإليهمبنظراتٍغريبةويقولونأنظرواإلىهؤلاءالقساهيركبونكلهماعلىظهرالحمارولايرأفونبه،وعندماأوشكواعلىالوصولإلىالقريةالثانيةنزلالأبنمنفوقالحماروسارعلىقدميهلكيلايقولعنهمأهلهذهالقريةكماقيللهمفيالقريةالتيقبلها،فلمادخلواالقريةرآهمالناسفقالواأنظرواإلىهذاالأبالظالميدعإبنهيسيرعلىقدميهوهويرتاحفوقحماره،وعندماأوشكواعلىالوصولإلىالقريةالتيبعدهانزلجحامنالحماروقاللإبنهإركبأنتفوقالحمار،وعندمادخلواإلىالقريةرآهمالناسفقالواأنظرواإلىهذاالإبنالعاقيتركأباهيمشيعلىالأرضوهويرتاحفوقالحمار،فغضبجحامنهذهالمسألةوقررأنينزلهووابنهمنفوقالحمارحتىلايكونللناسسُلْطَةًعليهما،وعندمادخلواإلىالمدينةورآهمأهلالمدينةقالواأنظرواإلىهؤلاءالحمقىيسيرونعلىأقدامهمويتعبونأنفسهمويتركونالحمارخلفهميسيرلوحده” … فلماوصلواباعوالحمار

Fonte: Traduzione libera dell’articolo pubblicato il 21 giugno del 2013 sul blog Johnson dell’Economist

Terza parte di questo articolo >

L’arabo è un diamante dalle mille facce

 Categoria: Le lingue

JOHNSON ha parlato dell’arabo e della sua storia molte poche volte nel corso degli anni, ma mai veramente si è affrontata una domanda cruciale: cos’è “L’ Arabo”, ad oggi è davvero anche un’unica lingua?

Segue una versione breve e semplificata della storia: il Profeta Muhammad ha scritto (o ricevuto direttamente da Allah) il Corano nel settimo secolo, poi conquistò come leader politico e militare quasi tutta L’Arabia ai suoi successori — I quattro califfi, e poi ai califfi Omayyadi — conquistò ulteriormente l’Islam fino a quando il mondo islamico si estese dalla Spagna al Pakistan.  I soldati e gli amministratori di Lingua araba si stabilirono in tutti questi luoghi, e la loro lingua si radicò gradualmente fra le popolazioni locali, che fino ad allora parlavano lingue dal latino rustico, al Berbero, al Copto, al Persiano.

Per quasi 1400 anni fa, L’arabo del Corano è rimasto un prestigioso e quasi immutabile standard in tutto il mondo islamico. Questo è quello che la maggior parte degli Arabi considerano “Arabo”. Ma la varietà di lingue parlate hanno cambiato effettivamente con il tempo la lingua araba parlata nelle strade e nelle case. Differenziandola molto dal 1400. Oggi, il mondo arabo è a volte comparato all’Europa medievale, quando il latino classico era ancora la lingua unica “vera” parlata, scritta e studiata dalla maggior parte delle persone, ma “Il Latino” parlato dai popoli divenne ben presto: francese, spagnolo, portoghese e così via. Oggi riconosciamo che il francese e il portoghese sono lingue diverse — ma gli arabi non sono ancora sicuri (e sono in contrasto) su come definire oggi “L’ Arabo”. Il semplice fatto è che un cittadino marocchino e un cittadino iracheno non riescono ad avere una conversazione e intendersi perfettamente. Un cittadino algerino e un cittadino Giordano stentano a parlare tra loro, ma trovano solitamente modi per far fronte ed appianare le incomprensioni utilizzando dosi di arabo standard formale. Mentre a volte usano noti dialetti, soprattutto quello egiziano (diffuso attraverso la televisione e la radio), per colmare le lacune.

Fonte: Traduzione libera dell’articolo pubblicato il 21 giugno del 2013 sul blog Johnson dell’Economist

Seconda parte di questo articolo >

Il serbo-croato: nascita e declino (2)

 Categoria: Le lingue

<Prima parte di questo articolo

Nasceva finalmente una lingua nazionale, nonchè quella che sarebbe poi diventata lingua ufficiale della Federazione Jugoslava, distinta in due principali varianti, dalle differenze quasi inesistenti: quella Serba, con alfabeto cirillico, e quella Croata, con alfabeto latino. I decenni successivi all’accordo di Vienna furono anni d’oro, sia per la lingua, che si affermava lentamente anche a livello europeo e mondiale, sia per la nazione stessa, che sotto la guida di Tito si ritrovò a vivere un momento di stabilità e prosperità. Nel 1954 viene stipulata un’altra convenzione sottoscritta da 25 illustri scrittori e linguisti dell’epoca, tra cui il premio nobel per la letteratura Ivo Andric.

Vent’anni dopo, verso gli anni ’70, i primi conflitti a sfondo etnico sono solo un pallido preavviso di quello che avverrà con la guerra degli anni ’90.

Durante il conflitto civile avvenuto nel 1991, infatti, laddove ogni elemento possibile veniva considerato arma politica, l’elemento linguistico costituì uno degli strumenti più forti.  Ogni singolo nuovo stato emerso da questa tragica separazione corse ai ripari, proclamando la propria lingua ufficiale e rivendicando l’indipendenza linguistica. Questo fenomeno fu caratterizzato da una introduzione quasi forzata di neologismi che distinguessero le nuove lingue l’una dall’altra. Nascono così: il serbo, il croato, il bosniaco e il montenegrino.

La domanda principale è: ma queste differenze, così fortemente volute, sono davvero così rilevanti? Le differenze fondamentali sono differenze di pronunzcia: la divisione tra kajkavo, stokavo e cakavo è ancora oggi palese, come anche quella tra ikavski, ekavski e jekavski. Ma d’altronde, quale parlata del Nord non è diversa da una parlata del Sud? Lo stesso potremmo affermare per quanto riguarda delle scelte grammaticali, che cambiano da regione a regione. Dal punto di vista dell’uso dei vocaboli, le scelte linguistiche e soprattutto l’introduzione di forestierismi, essi sono dipesi dalla storia di ogni singola entità: nella regione della Dalmazia per esempio, è presente un gran numero di italianismi, dovuti alla dominazione italiana della seconda metà del ’900.  O ancora, la notevole presenza di parole turche in Bosnia, è dovuta all’islamizzazione del territorio nel XIX e XX sec.

Detto ciò, vi è un ultimo fondamentale dato di fatto da prendere in considerazione prima di concludere questo breve excursus: per quanto la separazione delle lingue sia ormai ufficiale, e per quanto questa verità possa risultare scomoda ai più, un serbo e un croato si capiranno sempre e comunque, anche senza il minimo sforzo.

Il serbo-croato: nascita e declino

 Categoria: Le lingue

Il serbo-croato, in lingua originale ‘srpsko-hrvatski’, è una lingua dalla storia complessa e travagliata, proprio come quella delle terre dove ha origine.

Inizialmente, verso il VII secolo d.C., le popolazioni delle terre slave parlavano una lingua comune, detta ‘paleoslava’, dal complesso alfabeto glagolitico. Col passare dei secoli però, le varie lingue del ceppo slavo iniziarono lentamente a diversificarsi, (soprattutto il macedone e lo sloveno, che rimarranno fino ai giorni d’oggi delle lingue a sè stanti), a subire le influenze dei territori vicini e ad assumere connotati diversificati. Furono rilevanti le influenze dei Bizantini e dell’Impero romano, come anche quelle dei paesi limitrofi (Bulgaria, Romania, Albania).

Nel IX sec. d.C., i fratelli Cirillo e Metodio danno vita a quello che viene detto ‘slavo antico’, ‘slavo ecclesiastico’, che diventa lingua letteraria. Ma già prima di Cirillo e Metodio, la lingua si sviluppava, pulsava, viaggiava per le terre balcaniche sulle bocche delle popolazioni attraverso le parlate locali e dialettali, utilizzate per tramandare leggende, miti e tradizioni, racconti epici che sarebbero diventati, nei secoli a venire, le fondamenta della florida letteratura serbocroata.

Le varianti parlate sui territori delle attuali Serbia, Croazia, Bosnia ed Erzevogina e Montenegro erano tuttavia abbastanza simili, con alcune varianti geografiche: nacquero  tre dialetti distinti, detti ‘kajkavo’, ‘stokavo’ e ‘cakavo’. La suddivisione si basava sulla forma che, nelle tre varianti, assume la domanda ‘che cosa?’, che nell’area di Zagabria si rende con il ‘kaj’, nell’area della Dalmazia si rende con il ‘ca’, mentre nei territori di Serbia, Bosnia e Montenegro si rende con ‘sto’. Il dialetto stokavo inoltre, subì un’ulteriore suddivisione legata alla pronuncia dell’antica vocale ‘jat’, che dipendentemente dall’area veniva (e viene) pronunciata come ‘e’ (‘ekavo’), ‘i’ (‘ikavo’), o ‘je’ (‘jekavo’).

Nel corso del XVII e XVIII sec. d.C, con i poeti e romanzieri della Controriforma, si manifesta lentamente il desiderio di una reale unificazione linguistica.

Nel XIX sec. nasce infatti il movimento degli ‘Illiri’, il cui massimo esponente croato era Ljudevit Gaj, mentre in Serbia il movimento fu portato avanti soprattutto da Vuk Karadzic, che viene infatti considerato l’effettivo fondatore della lingua serba e che basò la lingua serbo-croata su un’unica, semplice regola: ‘Scrivi come parli, leggi come è scritto’. Nel 1851 fu stipulato l’accordo di Vienna, che garantiva la standardizzazione della lingua serba e la conformazione all’alfabeto cirillico.

Seconda parte di questo articolo >

Non è mai troppo tardi

 Categoria: Le lingue

Sono nata e cresciuta nell’URSS, in un paese che non esiste più. Il russo era obbligatorio, ma il popolo locale parlava in ucraino, che in quei tempi era considerato una lingua inferiore.  Da bambina ero molto curiosa e imparavo tutto in fretta, avevo una bella memoria e parlavo bene tutte e due le due lingue. Quando sono andata a scuola, alle mie due lingue ho aggiunto la terza- l’inglese. Nonostante fosse molto diversa dalle mie lingue d’origine, la nuova lingua mi piaceva tanto e sono stata attratta da lei, come un uomo potrebbe essere attratto da una bella donna. L’inglese presentava per me un altro mondo: bello ed incantevole!

Quante persone famose parlavano in questa lingua! Winston Churchill, Margaret Thatcher, Ronald Reagan, Nelson Mandela e  tanti altri. Quante belle canzoni si cantavano  in inglese! Dai “Beatles” ai “Rolling Stones”, da Elvis Presley a Michael Jackson. Quanti bei libri erano scritti  in inglese e fra di loro c’era il mio preferito- Jane Eyre di Charlotte Bronte!  Oramai, l’inglese e’ diventata la lingua più diffusa al mondo e per questo motivo volevo impararla  a tutti i costi.

Non è stato facile per una ragazzina sovietica scrivere parole nuove e capire il loro significato. Con tutta la mia forza di volontà sono riuscita ad arrivare ad un bel risultato: dopo un anno di studi potevo leggere e scrivere abbastanza bene in inglese e questo fatto mi ha dato tanta soddisfazione. Adesso so già tre lingue e sono piena di orgoglio! Non ho mai pensato d’imparare la quarta lingua, ma nella vita  “ Mai dire mai”. A 42 anni dovevo imparare l’italiano, che era diventato la mia quarta lingua.

Se qualcuno mi dicesse, che la imparerò, non gli crederei neanche, perché da giovane non ho mai pensato di farlo. L’ho sempre trovata molto melodica,  partendo dal fatto che tutti  i cantanti lirici cantavano in italiano. Fedor Shalyapin, Maria Callas, Monserrat Caballè non erano italiani, ma le loro voci  erano incantevoli , come le loro canzoni.  Anche la cultura italiana era eccellente. Michelangelo, Leonardo da Vinci hanno immortalato le loro opere nei  secoli, come Dante e Petrarca. Per me imparare la loro lingua e’ stato il primo passo per avvicinarmi alla  cultura italiana.

Nel mondo esistono tante lingue e tante culture e sono tutte ben diverse fra di loro. Non e’ possibile impararle tutte, ma ogni tanto ci penso ad imparare qualche lingua nuova, ma poi riguardo la mia età e ci ripenso. Chissà?

Nella vita “ Mai dire mai”

Autrice dell’articolo:
Iryna Bocharnikova
Traduttrice freelance IT< RU/ UK
Novara

Perché imparare l’italiano in Francia ?

 Categoria: Le lingue

Ciascuno di noi ha un buon motivo per cominciare ad imparare l’italiano: un soggiorno linguistico, un week end a Roma, dei parenti veronesi, o semplicemente per aggiungere una lingua supplementare al Curriculum.
Io per esempio, essendo una musicista, inizialmente ho voluto imparare questa bellissima lingua per poter comprendere i testi delle canzoni che più mi piacevano, come quelli scritti da grandi cantautori : De Andrè, Dalla, Battisti, Celentano e tanti altri.

Attualmente in Francia, l’Italiano è la quarta lingua straniera studiata dalle scuole medie dopo l’inglese, lo spagnolo e il tedesco. Purtroppo, pochi sono gli istituti scolastici a proporre l’italiano; molte persone scelgono di studiare questa lingua fuori dal percorso scolastico, o per passione oppure per rintracciare le proprie origini. Per questo motivo, è un po’ più raro incontrare un francese che sappia comunicare in italiano a livello professionale. Conoscendo lo stretto legame tra la Francia e l’Italia e i loro numerosi rapporti commerciali e culturali, l’apprendimento di questa lingua è fondamentale per le imprese francesi che collaborano con aziende italiane. Avendo collaborato con una grande azienda francese, posso sostenere che la barriera della lingua non è l’unica cosa da prendere in considerazione per lavorare con un’ impresa straniera; è necessario conoscere la cultura dei suoi dipendenti, e soprattutto osservare e rispettare i suoi valori, al fine di instaurare solide e durature relazioni professionali.

A livello turistico, l’Italia è il 4° paese più visitato al mondo. Chi non ha mai sognato di vedere con i suoi occhi il Colosseo, con i suoi 2000 anni di storia, o fare un giro in gondola sui canali della romantica città di Venezia ?  Come sappiamo bene, ogni viaggio è una nuova scusa per imparare qualche parola della lingua del Paese visitato. Un semplice « Buongiorno », « grazie mille » o « arrivederci », anche con la “r” moscia, sarà sempre molto apprezzato dagli italiani e farà dimenticare l’immagine del francese antipatico che purtroppo molti hanno in mente. Oltretutto, comunicare in italiano vi permetterà di conoscere meglio il suo popolo e la sua cultura. Ciò è un valore aggiunto unico, che non si studia sui libri ma si scopre solo passando più tempo possibile nel Paese prescelto.

La cosa che mi piace di più dell’italiano, è che è una lingua molto ricca e che non si finisce mai di imparare. Per quelli come me che si sono appassionati a questo Paese e alla sua cultura, avranno sicuramente cercato d’imparare qualche parola del dialetto del territorio visitato. Conoscere queste peculiarità, potrebbe rivelarsi utile in futuro, visto che in quest’ultimi anni vengono prodotte serie, film e canzoni nelle lingue locali.

Autrice dell’articolo:
Julie Rifaterra
Traduttrice freelance IT > FR e IN > FR
Toulouse (Francia)

Imparare una lingua (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

2) Definite un obiettivo finale. Se il vostro obiettivo è quello di imparare qualche frase di sopravvivenza per i vostri viaggi all’estero una volta all’anno allora non sarà affatto complicato raggiungerlo. Ma se il vostro scopo è padroneggiare la lingua al punto di poter tenere un discorso davanti a una platea di parlanti nativi allora avete molta strada da fare e dovrete immergervi completamente in quella lingua, dovrete fare in modo che ogni azione della vostra giornata, o quantomeno del vostro tempo libero, sia finalizzata al raggiungimento del vostro obiettivo.
Dopo una prima fase di studio in cui i libri saranno gli unici amici che avete, dovrete iniziare a espandere il vostro raggio d’azione poiché, per studiare una lingua, i corsi e i libri sono importantissimi ma non sono affatto sufficienti. Oltre al corso, dovrete essere bravi a darvi delle regole che scandiscano la vostra giornata e vi permettano di raggiungere l’obiettivo nel modo più rapido ed efficace possibile. Se accendete la televisione scegliete solo canali stranieri, se siete in treno o sull’autobus ascoltate musica straniera, se volete leggere un libro prima di addormentarvi sceglietene uno nella lingua che state studiando. Se vi va di “cazzeggiare” un po’ al computer, mettete tra i preferiti solo siti stranieri, se vi va di chattare scegliete delle chat straniere. E quando arriva il weekend, fate in modo di frequentare solo persone straniere! I viaggi (che ve lo dico a fare) fateli tutti in terra straniera e senza amici italiani al seguito, altrimenti finireste per parlare tutto il tempo in italiano.

3) Definite un metodo. Non esiste un metodo giusto per tutti, quello che va bene per me magari non va bene per voi e viceversa. Dovrete trovarlo da soli man mano che avanzate. Dovrete capire cosa funziona bene per voi, cosa vi permette di imparare di più e meglio. Io per esempio mi ero dato una regola ferrea: quando mi trovavo davanti a una parola che non conoscevo, non potevo passare alla pagina successiva finché non avevo trovato il significato principale sul dizionario, l’avevo trascritto direttamente sul libro a lapis e su un’apposita rubrica. Con il tempo quella rubrica è diventata una sorta di mini-dizionario, lì dentro c’erano a portata di mano tutte le parole che avevo cercato. Così facendo, effettuavo un triplo esercizio di memorizzazione. Cercavo, leggevo, scrivevo e scrivevo una seconda volta. Il consiglio che posso darvi è proprio quello di far lavorare contemporaneamente tutte le aree della memoria: quella visuale (lettura, scrittura), quella uditiva (ascolto di musica, visione di filmati), quella motoria (espressione orale e esercitazioni scritte) e quella logica. Trovate voi ciò che vi stimola di più e riesce a farvi rimanere in testa parole e concetti.

4) Infine, ultimo consiglio ma non in ordine di importanza: è fondamentale la quantità di tempo che dedicherete allo studio ma anche e soprattutto come spalmerete sulla vostra settimana le ore da dedicargli. Quando parlo di studio non mi riferisco a tutte le attività accessorie cui ho fatto cenno in precedenza (musica, tv, chat, amici, viaggi) ma allo studio “puro e duro” con la testa piegata sul classico libro di grammatica. Ecco, per questa attività è infinitamente meglio un’ora al giorno tutti i giorni anziché 7 ore di fila una volta alla settimana. Studiare poco alla volta tutti i giorni permette di memorizzare e assimilare meglio, concentrare tutto in un giorno è del tutto improduttivo. Le cose che ci sembra di aver imparato sul momento, nel giro di qualche giorno già non faranno più parte del nostro bagaglio, avremo solo perso tempo.

Autore dell’articolo:
Guido Pasqualetti
Traduttore EN-ES-FR>IT
Webmaster Easy Languages

Imparare una lingua

 Categoria: Le lingue

Con l’aumento degli scambi internazionali sia economici che culturali, conoscere le lingue oggigiorno non è più un semplice sfizio ma quasi una necessità. La padronanza (almeno) dell’inglese è richiesta in quasi tutti i contesti lavorativi e, nella vita di tutti i giorni, accade sempre più spesso di doversi interfacciare con persone che parlano una lingua diversa dalla nostra e di dover usare una lingua veicolare per poter stabilire una comunicazione efficace.
Per non parlare dei viaggi…viaggiamo continuamente sia per lavoro che per piacere e non è pensabile sperare che ovunque andiamo le persone parlino la nostra lingua. Anzi, è altamente improbabile che ciò avvenga. Per cui rimbocchiamoci le maniche e mettiamoci sotto!

Imparare una lingua non è semplicissimo ma nemmeno impossibile. Come tutte le altre materie, per imparare qualcosa occorre studiarla a fondo. ma ci sono alcune differenze, alcune “aggiunte” rispetto allo studio delle altre discipline che vorrei puntualizzare. Lasciate che vi dia qualche consiglio, visto che ci sono passato prima di voi.

Innanzitutto la conditio sine qua non per farcela è crederci fermamente senza fermarsi mai e senza farsi prendere dallo sconforto fino a raggiungere lo scopo. Dovete essere animati da motivazioni forti, dovete essere straconvinti che alla fine avrete successo.

1) Il primo passo è iscrivervi a un corso organizzato da professionisti, una lingua non si impara da soli, ci vuole qualcuno che ce la insegni. Com’è possibile imparare a pilotare un’astronave se nessuno ti insegna come fare? Forse è possibile, studiando centinaia di manuali per decenni ma alla fine è probabile che non saremmo dei grandi piloti. Per imparare qualcosa occorre fare pratica e sbagliare. E quando sbagli ci vuole qualcuno che ti corregga e che ti spieghi dove e perché hai sbagliato. È impensabile credere di potersi autocorreggere e darsi da soli una spiegazione. Per cui il primo consiglio è quello di scegliervi un buon insegnante.
Il corso vi aiuterà anche a darvi il “ritmo” di cui avete bisogno. Dovrete fare i compiti a casa, avrete delle scadenze da rispettare e verrete sottoposti a delle verifiche, per cui, se non vi va di buttare via tempo e denaro nonché fare brutte figure con i vostri compagni di corso, sicuramente prenderete la cosa sul serio e imparerete moltissimo. Ponetevi l’obiettivo di non mancare mai alle lezioni e di non andare mai impreparati. Se uno studia a casa da solo e non deve rendere conto a nessuno se non a sé stesso tende sempre a trovare delle buone scuse per rimandare quello che dovrebbe fare.

Seconda parte di questo articolo >

Autore dell’articolo:
Guido Pasqualetti
Traduttore EN-ES-FR>IT
Webmaster Easy Languages

L’apprendimento di una lingua (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Lo sviluppo personale degli alunni, in quanto allievi e fruitori di due lingue, deve essere riconosciuto e sostenuto da tutte le persone delle loro cerchia più ristretta, affinché sentano che la loro scelta è approvata. La scuola e gli insegnanti devono condurre gli alunni a parlare delle loro esperienze di apprendimento linguistico. Bisogna complimentarsi con gli alunni, in particolare con gli adolescenti, ed essi devono essere incoraggiati a spingersi più lontano prendendosi la responsabilità del loro apprendimento e vivendo nelle due lingue. Affinché siano meglio ispirati, devono essere a contatto con persone che diano l’esempio. I membri della loro famiglia, i loro amici e i membri della collettività possono sostenere l’apprendimento di una lingua e rendere giustizia partecipando a delle attività culturali e organizzando degli eventi all’interno della collettività.

Un’altra maniera di sostenere l’apprendimento di una seconda lingua straniera consiste nell’esporre gli alunni a delle altre lingue e incoraggiarli ad impararne una terza.
L’acquisizione di una nuova lingua e l’apertura a un’altra cultura diventano in questo modo più facili e interessanti. Il corridoio diventa multidimensionale e non ci sono più limiti all’immaginazione dell’altro. L’apprendimento delle lingue si inserisce così di più nell’identità degli allievi.

Attraverso l’apprendimento delle lingue, gli alunni imparano a comunicare in maniere differenti, a migliorare la loro capacità di padronanza delle lingue straniere e a esplorare delle visioni differenti del mondo in relazione alla loro. Per tutti noi, l’apprendimento delle lingue è un mezzo che ci permette di diventare cittadini del mondo che hanno una coscienza personale e che sono aperti alle altre. Per tutti noi è importante riflettere sull’importanza dell’apprendimento linguistico. Qual è il ruolo dell’apprendimento linguistico nella vostra vita e nella vita dei vostri figli, della vostra famiglia, dei vostri alunni?

Fonte: Articolo di Florence Girouard e Sandra Drzystek pubblicato nel maggio 2012 sul Volume 10.2 di Éducation Manitoba

L’apprendimento di una lingua

 Categoria: Le lingue

In una società sempre più multiculturale, le competenze linguistiche e le conoscenze interculturali sono degli elementi essenziali che ciascun cittadino del mondo deve possedere. L’apprendimento di un’altra lingua non solo rafforza il cervello permettendogli di lavorare più efficacemente, ma permette anche di acquisire una consapevolezza e una flessibilità mentale che consolidano le abilità intellettuali.  L’apprendimento di un’altra lingua è una risorsa che può giovare a tutti e che noi possiamo offrire ai nostri figli affinché imparino a vivere e a lavorare con successo in quanto accorti cittadini sul piano linguistico e culturale.

John Ralston Saul, che fa la promozione dell’apprendimento del francese da parte degli alunni del Canada, si serve dell’immagine di un corridoio per mostrare questo punto di vista. Afferma che per le persone monolingue, il corridoio offre delle porte su un solo lato, mentre per le persone che parlano due lingue, ci sono delle porte sui due lati del corridoio. Padroneggiando due lingue, si ha accesso a due modi di pensiero, a due maniere di percepire il mondo e a due maniere di esprimere delle idee. Gli alunni possono così vedere le cose in maniera diversa, gettare uno sguardo nuovo sulla vita. Possono immaginare facilmente che esistono altre lingue, che ci sono altre maniere di vedere il mondo e che ci sono altri modi di interagire con il mondo. Gli alunni possono prendere consapevolezza in questo modo della propria identità culturale e aprirsi ad altre lingue e ad altre culture.

L’identità e la considerazione personale degli alunni migliorano mano a mano che si trasformano in cittadini orgogliosi e impegnati. Questo valore aggiunto è complesso, ma gioca un ruolo determinante nella vita.
Tuttavia l’apprendimento di una lingua non avviene senza insidie; il procedimento è complesso, ma fruttuoso. Affinché i giovani abbiano a cuore l’apprendimento di una lingua, è importante che sentano una connessione personale con la lingua e che constatino che la lingua ha un legame attinente alla loro vita. A tale scopo, gli alunni devono prendere coscienza della loro scelta di parlare e vivere utilizzando due o più lingue. Questa esperienza di apprendimento linguistico deve essere confermata e incoraggiata dalla loro famiglia, dai loro compagni e dalla collettività.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo di Florence Girouard e Sandra Drzystek pubblicato nel maggio 2012 sul Volume 10.2 di Éducation Manitoba

Perché gli italiani non parlano inglese? (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

(3) Fare errori viene ridicolizzato – Gli italiani fanno questo quando ridono e scherniscono le persone che non sanno parlare l’inglese “abbastanza bene”. Se sei un “Personaggio Pubblico” italiano, preparati ad essere valutato  dall’intera nazione per le tue abilità linguistiche in inglese e, poi, a farti ridere in faccia appena sbagli.

Certamente, Matteo Renzi non vincerà, a breve, concorsi linguistici per le sue competenze in inglese ma al contempo spererei che l’Italia gli riconoscesse che almeno ha cercato di parlare in inglese!

Le stesse convinzioni che si vedono dietro le aspre critiche fatte a Matteo Renzi, ovvero che gli errori sono inaccettabili e devono essere evitati a tutti i costi, vanno dalla sfera pubblica, riferito a  celebrità e personaggi pubblici, fino ad arrivare alle aule e nelle famiglie, dove hanno un impatto più devastante. Quando un italiano parla in inglese, sembra, a volte, che gli altri stiano aspettando di avventarsi su chi parla appena dice qualcosa di sbagliato, approfittandone per poter ridere. Naturalmente, se stai muovendo i primi passi verso la comunicazione in inglese, non vuoi che le altre persone, ogni volta che dici qualcosa di sbagliato, ne facciano un caso nazionale, in quanto ciò distruggerà la tua fiducia. Probabilmente, se sei italiano devi essere  poco influenzabile e non ti devi preoccupare se sembri sciocco quando parli inglese; comunque, avere una tale attitudine alla resilienza è molto più facile a dirsi che a farsi.

(4) L’arte Oratoria – In realtà, io stessa non parlo italiano, quindi quello che sto dicendo qui è semplicemente frutto delle mie impressioni nel sentire e vedere gli italiani parlare: parlare in pubblico è una forma d’arte in Italia e l’abilità di parlare bene viene meglio valutata, da un punto di vista istituzionale, che in molte altre culture. Per fare un confronto, quando una persona va all’università nel Regno Unito, tutti gli esami sono scritti. Prendere un ottimo voto nel sistema universitario britannico significa dimostrare una profonda conoscenza “scritta”. Il sistema in Italia è diverso; molti esami universitari sono esami orali. Ciò significa che per ottenere ottimi risultati bisogna essere un oratore di primo piano, abile a dibattere e discutere gli argomenti con precisione, utilizzando la parola. Al di là del sistema universitario, nella vita di tutti i giorni sembra anche che parlare ed esprimersi con amici e familiari sia una parte molto apprezzata e intrinseca della cultura. Naturalmente, tutte le persone, in tutte le parti del mondo parlano con i loro amici e i loro familiari; solo che gli italiani sembra che lo facciano con più gusto nell’esprimere se stessi, rispetto a molte altre culture. Quando si impara una lingua straniera da adulto, questo è importante, come quando si parla una lingua straniera; uno si sente come se l’intera personalità si sia persa durante le umilianti fasi iniziali dell’acquisizione del linguaggio.

Qual è la soluzione al problema della lingua inglese in Italia? – Se un numero maggiore di italiani vogliono raggiungere un alto livello di abilità nel parlare l’inglese in futuro, è necessario che ci sia un atteggiamento molto più tollerante e incoraggiante nella cultura, in relazione al “REALMENTE PROVARE” a parlare inglese. Quindi, piuttosto che demolire le persone per aver fatto piccoli insignificanti errori qua e là, quando si parla in inglese, gli italiani farebbero meglio a tenere per loro stessi le critiche su come lo fanno gli altri.

Fonte: Articolo scritto da Jade Joddle e pubblicato il 16 ottobre 2015 sul sito Speak Well

Traduzione a cura di:
Prof. Mario Costantino – docente I.I.S.S. “S. Pugliatti”
Taormina (ME)

Perché gli italiani non parlano inglese?

 Categoria: Le lingue

Ti sei mai chiesto perché così tanti italiani hanno una scarsa conoscenza dell’inglese? Suggerimento: non è quello che pensate …

NOTA BENE: le osservazioni e le riflessioni che condivido in questo post sono basate sul fatto che ho visitato l’Italia diverse volte, nell’arco di 10 anni e ogni volta sono stata ospite di diversi italiani. Come risultato di questi viaggi, ho potuto conoscere italiani di varie parti della nazione, da Nord a Sud, e di diversa estrazione sociale, appartenenti all’elite politica a alla classe operaia.

(1) Scarsa conoscenza dell’inglese – Probabilmente vi aspettate che dica che gli italiani non parlano inglese a causa dei problemi del loro sistema educativo. Potrebbero esserci svariati ipotetici problemi relativi al modo in cui l’inglese viene insegnato nelle scuole italiane, per esempio non ci sono abbastanza insegnanti madre-lingua oppure le lezioni per i bambini iniziano relativamente tardi, in confronto ad altre nazioni.  Pur considerando che questi fattori giochino un ruolo importante nella qualità dell’istruzione che gli italiani ricevono, ciò non significa che il sistema scolastico italiano si trovi nell’Oscurantismo Medioevale e che tutti gli insegnanti d’inglese siano inetti. Piuttosto, il problema dell’Italia è che il sistema scolastico formi studenti che “conoscono” l’inglese, ma non riesce a far sì che essi lo usino. Perché accade ciò?

(2) La cultura del “Il migliore; Oppure niente” – Non devi trascorrere molto tempo in Italia per capire che è un paese con un gusto per l’eccellenza in tutte le cose. Per fare un esempio, se un formaggio verrà prodotto da un italiano, sarà un formaggio eccellente, la madre di tutti i formaggi. Lo stesso vale per tutto ciò che è fatto in Italia, da un umile formaggio a un’auto da corsa. Fondamentalmente, quando gli italiani fanno qualcosa, c’è questo istinto e modo di fare dentro di loro che li spinge a voler essere i migliori in quella cosa. Se non possono esserlo, c’è un forte desiderio di rinunciare completamente per poi fingere che non gliene importi nulla, come se non fosse importante per loro. Quindi, quando applichiamo questo valore o caratteristica al parlare in inglese, possiamo capire che quando gli italiani si guardano intorno e vedono che in Europa  tutti parlano un inglese migliore del loro, questo, ad un livello psicologico profondo, li porta al ragionamento: “Che senso ha fare tutta questa fatica per parlare in inglese, se non sarò mai bravo come un tedesco?” In questo modo evitano la sensazione di frustrazione.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Jade Joddle e pubblicato il 16 ottobre 2015 sul sito Speak Well

Traduzione a cura di:
Prof. Mario Costantino – docente I.I.S.S. “S. Pugliatti”
Taormina (ME)

Anno internazionale delle lingue indigene

 Categoria: Le lingue

Le lingue sono vitali per le comunità e le persone in tutto il mondo. Hanno implicazioni per l’identità culturale, la comunicazione, l’integrazione sociale, lo sviluppo, l’istruzione e l’accesso alle informazioni. La storia delle persone, il patrimonio culturale e le tradizioni sono trasmessi in modo intergenerazionale attraverso le lingue.

Ci sono circa 7000 lingue parlate in tutto il mondo, molte delle quali sono indigene. Questa ricca diversità linguistica contribuisce alla preservazione dell’identità culturale e della conoscenza indigena. Ma nonostante la loro importanza e valore, quasi 2.700 delle lingue indigene rischiano di scomparire, secondo i funzionari delle Nazioni Unite.

IYIL 2019
Per sensibilizzare su questo problema, le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2019 l’anno delle lingue indigene e hanno chiesto all’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO) di essere l’organizzazione guida.

L’UNESCO ha lavorato con governi, organizzazioni di popolazioni indigene, ricercatori e altre parti interessate per elaborare un piano d’azione per promuovere e proteggere le lingue indigene e migliorare la vita di coloro che le parlano.

In questo piano d’azione possiamo leggere che:

La perdita di una lingua indigena può (…) significare la perdita di conoscenze vitali che potrebbero essere sfruttate per il miglioramento umano e lo sviluppo sostenibile. Di conseguenza, la scomparsa di una lingua implica un enorme impatto negativo sulla cultura indigena interessata, nonché sulla diversità culturale globale.

Aree tematiche nel piano d’azione
L’iniziativa assumerà la forma di una serie annuale di attività raggruppate attorno a tre termini chiave: sostegno, accesso e promozione delle lingue indigene.

  • Sostegno alla rivitalizzazione e al mantenimento delle lingue indigene, utilizzando, se del caso, tecnologie linguistiche e di comunicazione, al fine di migliorare l’uso quotidiano delle lingue indigene;
  • Accesso all’istruzione, all’informazione e alla conoscenza in e sulle lingue indigene per bambini, giovani e adulti indigeni;
  • Promozione delle aree e dei valori della conoscenza delle popolazioni e culture indigene, applicazione di metodi rilevanti di comunicazione e informazione, nonché di pratiche culturali (ad esempio sport e giochi tradizionali) che possono fornire empowerment agli oratori della lingua indigena.

Impatto previsto
Ci si aspetta che gli Stati membri, le popolazioni indigene, la società civile, le istituzioni pubbliche e il settore privato si impegnino concretamente a sostenere e promuovere le lingue indigene. Ciò include l’offerta di supporto finanziario. L’impatto complessivo dovrebbe includere:

  • Attenzione globale e rispetto per la diversità linguistica e le lingue indigene;
  • Responsabilizzazione delle popolazioni indigene e delle tribù per garantire una migliore trasmissione delle lingue indigene alle generazioni future;
  • Adozione di quadri politici, legislazione e altri parametri di riferimento che riducono le disparità e attenuano la discriminazione nei confronti dei parlanti delle lingue indigene;

mettendo a disposizione strumenti adeguati, come sport tradizionali, giochi e altre iniziative che aiutano nella trasmissione delle lingue indigene.

Mettersi in gioco
Dalle organizzazioni agli individui, tutti sono invitati a partecipare al successo di IYIL 2019. Durante tutto l’anno, diverse parti interessate intraprendono azioni e partecipano a eventi per promuovere e proteggere il diritto delle popolazioni indigene a preservare e sviluppare le loro lingue.

Puoi registrarti compilando un modulo. Una volta confermato, puoi intraprendere azioni come: sviluppare un progetto; creare una comunità; suggerire strumenti e soluzioni; stabilire partnership; eseguire webinar; offrire formazione; o fornire supporto finanziario.

Fonte:  Articolo pubblicato sul blog dell’agenzia Rita Maia

Traduzione a cura di:
Francesco Caligiuri
Traduttore freelance EN>IT
Roma

Il sorprendente potere della lingua (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Sicuramente alcuni potranno dubitare che la lingua sia tanto potente da sovvertire le nostre convinzioni di base, nonché i valori e gli obiettivi. Ed effettivamente una persona bilingue che parla due lingue diverse non si trasforma magicamente in due persone completamente diverse. La lingua crea piuttosto un contesto ben radicato che permette di attingere dai diversi aspetti di noi stessi. Nella stessa maniera in cui potremmo diventare più caritatevoli qualora si tirasse in ballo la religione, oppure più riservati se si parlasse di malattia, così la lingua è capace di influenzarci rendendo alcune idee e ricordi più importanti di altri.

L’influenza che la lingua esercita sul nostro modo di pensare, di sentire e persino sul nostro comportamento può avere un impatto che va al di là della sfera individuale, estendendosi fino al livello sociale ed economico. Mentre gli Stati Uniti non hanno più avuto un vero e proprio presidente multilingue dai tempi di Franklin D. Roosevelt (che era fluente in inglese, francese e tedesco), prima della Seconda Guerra Mondiale il bilinguismo tra i capi di stato era la regola, e non l’eccezione. Fuori dagli Stati Uniti spesso è ancora così, con leader mondiali come Emmanuel Macron e Angela Merkel che prendono importanti decisioni usando più lingue. In un certo senso, conoscere lingue diverse garantisce alle persone una varietà di lenti attraverso le quali vedere il mondo.

Per costruire una società funzionale dobbiamo lavorare per comprendere in che modo l’utilizzo o il non utilizzo di più lingue condizioni la nostra psicologia e il nostro comportamento, che sia nelle nostre case, negli ospedali o ai più alti livelli del governo.

Fonte: Articolo scritto Viorica Marian e Sayuri Hayakawa e pubblicato il 13 luglio 2018 sul blog Psychology Today

Traduzione dall’inglese a cura di:
Violetta Giarrizzo
Dottoressa Magistrale in Lingue Straniere per la Comunicazione Internazionale
Torino