Der, die o das: questo è il problema!

 Categoria: Le lingue

Come si legge in tutti i libri di grammatica tedesca, l’articolo è uno dei componenti indispensabili della frase, poiché, grazie ad esso, è possibile stabilire il genere, il numero ed il caso del nome a cui si riferisce.
Il traduttore, a maggior ragione, lo considera essenziale per poter comprendere la costruzione del periodo e, di conseguenza, per poter riprodurre fedelmente il messaggio, che l’autore del testo vuole trasmettere ai lettori.

La domanda, quindi, sorge spontanea: come si determina l’articolo di un vocabolo, di cui, probabilmente, si conosce anche il significato, ma di cui si ignora il genere? Tenendo bene a mente il fatto che in tedesco, a differenza della lingua italiana, esistono tre generi (maschile “der”, femminile “die” e neutro “das”), la risposta è più semplice di quanto si possa immaginare: imparare a memoria! Non esiste, infatti, una ricetta segreta, che possa permettere al traduttore di identificare qualsiasi articolo senza l’ausilio del dizionario, una ricetta che possa alleviare tutte le sue fatiche ed evitare questa inutile e ripetitiva perdita di tempo.
E dunque … chi non ha mai perso le staffe, nemmeno una volta, di fronte agli articoli tedeschi, chi, consapevole della loro importantissima funzione, non si è mai arreso di fronte all’amara realtà, alla loro inequivocabile superiorità, faccia un passo avanti!

Nonostante l’articolo segua, come si è detto, una particolare razionalità a noi totalmente sconosciuta, esistono alcune regole, anche se non sono numerose, che permettono il riconoscimento immediato del genere ed accendono una piccola speranza nel cuore del traduttore o di chi studia la lingua tedesca. Innanzitutto, sono tutti maschili i sostantivi che presentano le seguenti desinenze: -ent, -ant, -or, -ig, -ich, -ling, -ismus, -en (ad eccezione degli infiniti sostantivati), -el (ad eccezione di: das Pendel, die Schachtel), -er (ad eccezione di: das Fenster, die Schwester, die Mutterdas Zimmer); i giorni della settimana, i mesi e le stagioni. Sono femminili i nomi che terminano in: -ung, -heit, -keit-schaft,-anz, -enz, -ion, -ei, -ie, -ik,
-ur
, -tät, -e (ad eccezione dei sostantivi che hanno una declinazione debole, degli aggettivi sostantivati ed alcune altre parole, quali: das Ende, der Schnee, das Auge, der Kaffee, der Tee,…) e i numeri.

I sostantivi con le seguenti desinenze, infine, sono neutri: -chen, -lein, -o, -ment, -um (ad eccezione di alcune parole, tra cui: der Irrtum, der Reichtum,…), le lettere, gli infiniti sostantivati, la maggior parte dei sostantivi che iniziano con Ge- (alcune eccezioni: der Gewinn, die Gewalt, die Gestalt,…), le medicine, i metalli e le sostanze chimiche.

Inoltre, se si utilizza un articolo diverso, può accadere che ciò modifichi non solo il genere grammaticale, ma anche il significato del sostantivo stesso; i casi più noti sono: der See (m) = il lago – die See (f) = il mare; der Leiter (m) = il direttore – die Leiter = la scala. Perciò, nel caso in cui non si può fare affidamento sulla propria ferrea memoria o nessuna regola grammaticale può venire in nostro aiuto (come, purtroppo, capita spesso!), alla domanda “der, die o das?”, ahimè … è meglio rispondere, anche se a noi duole dirlo, con l’aiuto del vocabolario, evitando, così, di cadere in errore.

Autore dell’articolo:
Debora Colombo
Traduttrice EN-DE › IT
Filattiera (MS)

L’importanza delle lingue

 Categoria: Le lingue

Le lingue del mondo sono davvero tante, alcune sono molto conosciute, come quelle europee, altre invece di meno, soprattutto quelle parlate in zone remote del nostro pianeta. Oggi conoscere le lingue è un requisito importantissimo, non solo per entrare nel mondo del lavoro, ma anche a livello umano perché le lingue avvicinano e uniscono persone diverse tra loro per lingua, cultura, religione e colore della pelle. A mio avviso, non c’è niente di più bello che scoprire qualcosa dell’altro diverso da noi. Attraverso le lingue noi possiamo capire la cultura di un determinato paese, della sua popolazione e risalire alla sua storia.

Sui banchi di scuola studiamo le lingue, ma ci limitiamo alle sole strutture grammaticali, senza dare importanza a quello che c’è dietro lo studio di una lingua straniera, senza interrogarci sui perché delle diverse strutture grammaticali e su come le lingue si sono evolute nel tempo. Le lingue sono impiegate in diversi ambiti: l’Italia è membro di Organizzazioni Internazionali per cui è spesso sede di incontri e conferenze internazionali presenziate dai più potenti capi di stato del mondo ed è in questo contesto che si affrontano diversi temi in tante lingue diverse e a questo punto entra in gioco una figura importantissima: il traduttore.

Spesso il traduttore è una figura che non viene presa molto in considerazione, invece ha un compito molto difficile. Ci sono vari tipi di traduzioni e tutte si effettuano con gli stessi criteri. Il traduttore è colui che interpreta il significato di un testo e ne produce un altro equivalente a quello originale. Tradurre è un lavoro molto impegnativo, a un traduttore occorrono ore ed ore di lavoro per far sì che il testo tradotto si avvicini il più possibile all’originale ed è grazie al lavoro dei traduttori che noi possiamo leggere i grandi capolavori della letteratura straniera e quindi capire la storia e la cultura di paesi tanto diversi dal nostro. Un bravo traduttore deve saper trasmettere il significato di ciò che ha tradotto al lettore e suscitare in lui emozioni per ciò che legge.

Concludendo, voglio invitare tutti gli studenti di lingue straniere ad affrontare lo studio delle lingue con maggiore impegno e dedizione, non fermandosi solo alla grammatica ma andando anche oltre perché il mondo delle lingue è sempre un mondo da scoprire, che affascina sempre di più.

Autore dell’articolo:
Annarita Sola
Traduttrice EN-ES>IT
Siano (SA)

Lo Spanglish

 Categoria: Le lingue

E’ difficile dire con precisione cosa sia lo “Spanglish”, sicuramente non è una lingua, e neanche un dialetto. Se proprio si vuole dare una definizione, lo si può descrivere come una forma di contatto tra due lingue, in questo caso lo Spagnolo e l’Inglese, la cui mescolanza ha dato vita ad una nuova forma di comunicare, lo “Spanglish” appunto. Spesso a questo termine è stata data una connotazione negativa, per lo più da parte degli Americani, che nello “Spanglish” vedono una invasione della lingua Spagnola in quella Inglese (ma in realtà la minaccia è per entrambe le lingue). Ma cerchiamo ora di capire più dettagliatamente che cosa sia lo “Spanglish”.  Con questo termine di solito si indica una lingua spagnola non-standard che contiene prestiti dall’inglese. Negli Stati Uniti lo “Spanglish formale” viene usato da una buona parte della popolazione di origine ispanica, per lo più appartenente a classi sociali medio basse. Tra i giovani è diffusissimo, grazie soprattutto ad internet. Il motivo di una così ampia diffusione è che spesso lo Spanglish, in un dialogo, riesce a colmare le carenze di vocabolario da parte di uno dei due interlocutori. In altre parole viene usato per sopperire alle lacune di conoscenza di termini inglesi. Per colmare queste lacune quindi si è venuto a creare una specie di ibrido linguistico. Parlare Spanglish vuol dire esprimersi un po’ in spagnolo, un po’ in inglese, il tutto ovviamente a discapito della purezza linguistica, come molti detrattori dello Spanglish sostengono.

Nella forma scritta dello Spanglish molte parole inglesi vengono “ispanizzate” : è il caso di “night” che diventa “nait”, o “trouble” che diventa “tràbol”, oppure “meeting” che diventa “mitin”. Bisogna riconoscere che qualsiasi purista della lingua inglese storcerebbe il naso di fronte a tali stravolgimenti della propria lingua.
Nella lingua parlata poi sono innumerevoli gli esempi di Spanglish, di seguito elencati :

- il verbo start (Inglese), prender (Spagnolo), diventa “startear”.
- il termine glass (Inglese), vaso (Spagnolo), diventa “glasso”.
- il verbo to shop (Inglese), ir de tiendas (Spagnolo), diventa “chopear”.
- il termine break (Inglese), frenos (Spagnolo), diventa “brecas”.

Questi sono solo alcuni dei principali esempi, ma il lessico dello Spanglish è veramente molto ricco, soprattutto in settori quali l’informatica, dove l’invasione di termini spanglish è massiccia, vedi il caso della parola inglese chat, che in “lingua” Spanglish diventa “chatear”, oppure del verbo to click, che diventa “clikear”, o ancora del verbo to print che diventa “printear”.

Lo Spanglish è anche contraddistinto dal cosiddetto code-switching, ovvero sia la possibilità in un discorso di passare da una lingua all’altra, alternando parole inglesi a parole spagnole, o viceversa. Non di rado quindi si può assistere a conversazioni veramente bizzarre, dove non si capisce esattamente cosa sia spagnolo e cosa sia inglese.

Un’altra caratteristica dello Spanglish è quella di aver copiato espressioni inglesi ed averle “spagnolizzate”. Alcuni esempi sono :
- “see you soon” trasformato in “te veo”.
- “I’ll call you back” trasformato in “te llamo para atras”.

In conclusione, sarebbe arduo definire lo Spanglish come lo spagnolo del futuro, piuttosto si potrebbe osservare come il fenomeno Spanglish abbia dimostrato ancora una volta la grandissima personalità della lingua spagnola che, piuttosto che lasciarsi sopraffare dall’uso smodato di termini inglesi, preferisce adottarli apportando loro alcune modifiche, magari a volte anche in modo un po’ comico.

Autore dell’articolo:
Domenico Sisca
Traduttore EN-ES>IT

MADRE-lingua

 Categoria: Le lingue

Chi mi ha trasmesso la passione per le lingue? Mia madre!

Ho iniziato ad avvicinarmi al mondo delle lingue sin da piccola quando a scuola imparavo l’italiano e a casa, studiando con mia madre, mi rendevo conto che al tempo stesso stava imparando anche lei una lingua del tutto “nuova” perché prima di spiegarmi attraverso degli esempi le regole di grammatica italiana, formulava su altri fogli rispettivi esempi ma in una lingua definita da me “strana”. Così crescendo ho iniziato a capire il suo “metodo” ed è scoppiato il mio profondo interesse per quelle che sono le lingue e le rispettive culture e tradizioni.

Da qui ha avuto inizio la mia forte determinazione nel proseguire gli studi in lingue. Ho frequentato dapprima il liceo linguistico di Acquaviva delle Fonti dove ho studiato l’inglese, il francese e lo spagnolo. Contemporaneamente ho approfondito i miei studi seguendo dei corsi intensivi per ottenere le certificazioni nelle relative lingue. Successivamente mi sono iscritta alla Scuola Superiore per mediatori linguistici “Carlo Bo” di Bari dove la scelta delle lingue era più limitata e così, avendo studiato per più anni e avendo già un buon livello di francese, la mia scelta è caduta su inglese e spagnolo.

La mia forte determinazione mi ha spinto oltre, mi ha portato a cercare dei lavori che potessero coinvolgere la conoscenza delle lingue e così non mi sono fermata allo studio ma ho voluto da subito mettere in pratica ciò che stavo imparando. Ho continuato a studiare non tralasciando il lavoro poiché le due attività impiegavano due periodi diversi e complementari dell’anno. In inverno studiavo alla Carlo Bo e in estate lavoravo in contesti e luoghi diversi praticando appunto le lingue e adattandole alla soluzione di svariati problemi. Nell’ultimo anno ho seguito un corso intensivo di spagnolo per la durata di un mese e mezzo presso la scuola “Arcades del Cid” di Valencia.

Ho appena terminato i miei studi presso la Carlo Bo ma questa non è la fine bensì l’inizio o meglio il prosieguo dei miei 3 anni di continue esercitazioni perché ogni lingua si evolve in continuazione e chi si ferma è perduto!

Autore dell’articolo:
Antonia Damone
Traduttrice EN<>IT – ES<>IT
Bitetto (BA)

La strana lingua inglese

 Categoria: Le lingue

Un certo Dr. Gerald Nolst Trenite (1870-1946), poco noto se non per un poemetto scherzoso che ci ha lasciato, era un acuto osservatore olandese delle incongruenze della lingua che è allo stesso tempo la lingua più conosciuta al mondo e quella che ha uno dei più complessi sistemi di fonologia e di ortografia. Il Dr. Nolst Trenite ha definito l’insieme della pronuncia e dello spelling dell’inglese on il termine “caos”, e questa definizione è del tutto appropriata.

Da parte mia, trovo la definizione un perfetto caso di understatement. Non è un caso, infatti, che i tentativi di riformare l’ortografia della lingua inglese da parte di illustri personaggi nel Regno Unito e negli Stati Uniti siano stati nel tempo numerosi. Il più famoso di essi è stato quello di G. B. Shaw, che sosteneva la necessità di rendere l’ortografia dell’inglese fonetica (ovvero un rapporto biunivoco tra il simbolo della lettera ed il suono del fonema corrispondente). Questo cambiamente, secondo Mr. Shaw, avrebbe comportato la sostituzione dell’alfabeto inglese di ventisei lettere con un nuovo alfabeto fonetico di quarantotto lettere. Questa riforma e le altre proposte non è mai stata messa in pratica, ed è difficile dire se ciò sia stata una fortuna o una disgrazia. Ecco il testo di Caos. Buon divertimento.

The Chaos

Dearest creature in creation,
Study English pronunciation.
I will teach you in my verse
Sounds like corpse, corps, horse, and worse.
I will keep you, Suzy, busy,
Make your head with heat grow dizzy.
Tear in eye, your dress will tear.
So shall I! Oh hear my prayer.

Just compare heart, beard, and heard,
Dies and diet, lord and word,
Sword and sward, retain and Britain.
(Mind the latter, how it’s written.)
Now I surely will not plague you
With such words as plaque and ague.
But be careful how you speak:
Say break and steak, but bleak and streak;
Cloven, oven, how and low,
Script, receipt, show, poem, and toe.

Hear me say, devoid of trickery,
Daughter, laughter, and Terpsichore,
Typhoid, measles, topsails, aisles,
Exiles, similes, and reviles;
Scholar, vicar, and cigar,
Solar, mica, war and far;
One, anemone, Balmoral,
Kitchen, lichen, laundry, laurel;
Gertrude, German, wind and mind,
Scene, Melpomene, mankind.

Billet does not rhyme with ballet,
Bouquet, wallet, mallet, chalet.
Blood and flood are not like food,
Nor is mould like should and would.
Viscous, viscount, load and broad,
Toward, to forward, to reward.
And your pronunciation’s OK
When you correctly say croquet,
Rounded, wounded, grieve and sieve,
Friend and fiend, alive and live.

Ivy, privy, famous; clamour
And enamour rhyme with hammer.
River, rival, tomb, bomb, comb,
Doll and roll and some and home.
Stranger does not rhyme with anger,
Neither does devour with clangour.
Souls but foul, haunt but aunt,
Font, front, wont, want, grand, and grant,
Shoes, goes, does. Now first say finger,
And then singer, ginger, linger,
Real, zeal, mauve, gauze, gouge and gauge,
Marriage, foliage, mirage, and age.

Query does not rhyme with very,
Nor does fury sound like bury.
Dost, lost, post and doth, cloth, loth.
Job, nob, bosom, transom, oath.
Though the differences seem little,
We say actual but victual.
Refer does not rhyme with deafer.
Feoffer does, and zephyr, heifer.
Mint, pint, senate and sedate;
Dull, bull, and George ate late.
Scenic, Arabic, Pacific,
Science, conscience, scientific.

Liberty, library, heave and heaven,
Rachel, ache, moustache, eleven.
We say hallowed, but allowed,
People, leopard, towed, but vowed.
Mark the differences, moreover,
Between mover, cover, clover;
Leeches, breeches, wise, precise,
Chalice, but police and lice;
Camel, constable, unstable,
Principle, disciple, label.

Petal, panel, and canal,
Wait, surprise, plait, promise, pal.
Worm and storm, chaise, chaos, chair,
Senator, spectator, mayor.
Tour, but our and succour, four.
Gas, alas, and Arkansas.
Sea, idea, Korea, area,
Psalm, Maria, but malaria.
Youth, south, southern, cleanse and clean.
Doctrine, turpentine, marine.

Compare alien with Italian,
Dandelion and battalion.
Sally with ally, yea, ye,
Eye, I, ay, aye, whey, and key.
Say aver, but ever, fever,
Neither, leisure, skein, deceiver.
Heron, granary, canary.
Crevice and device and aerie.
Face, but preface, not efface.
Phlegm, phlegmatic, ass, glass, bass.
Large, but target, gin, give, verging,
Ought, out, joust and scour, scourging.
Ear, but earn and wear and tear
Do not rhyme with here but ere.
Seven is right, but so is even,
Hyphen, roughen, nephew Stephen,
Monkey, donkey, Turk and jerk,
Ask, grasp, wasp, and cork and work.

Pronunciation — think of Psyche!
Is a paling stout and spikey?
Won’t it make you lose your wits,
Writing groats and saying grits?
It’s a dark abyss or tunnel:
Strewn with stones, stowed, solace, gunwale,
Islington and Isle of Wight,
Housewife, verdict and indict.

Finally, which rhymes with enough –
Though, through, plough, or dough, or cough?
Hiccough has the sound of cup. My advice is to give up!!!

Autore dell’articolo:
Settimio Biondi
Traduttore free-lance Inglese/Francese => Italiano

Alti e bassi

 Categoria: Le lingue

Quando mi è venuta voglia di capire cosa mi dice la gente? Avevo tre anni, in ospedale in terapia intensiva per un’infezione, quando ho chiesto di mia madre all’ infermiera, lei mi ha chiesto “tua mamma è una donna krupna (grande)”?….in realtà lei pensava che mia zia fosse mia madre ma tutto quello non importava perché io ero ossessionata di intuire, capire, cosa voleva dire quella parola per me ancora sconosciuta.

Poi nelle varie scuole è esploso il mio vero interesse verso lo “straniero”. Per me le altre lingue, gli altri paesi, erano una specie di paradisi sconosciuti che mi aspettavano per andargli incontro. Mi emozionavano le parole diverse, strane, mi facevano perdere la testa entrando in un mondo dove l’intuizione contava più che la razionalità. E ho iniziato così ad imparare le lingue. Nella scuola primaria, e poi anche nella media e superiore, ho cominciato con l’inevitabile Inglese e poi il Francese e il Latino…non mi accontentavo di essere brava, volevo essere la migliore…ascoltavo me stessa mentre parlavo Francese con la stessa naturalità di inglese o serbocroato e ne avevo piacere, entrando in un ruolo diverso…ero una Francese, una Inglese…cantavo canzoni, recitavo, scrivevo diari…ero sempre l’altra, totalmente immersa in una diversa identità…e a scuola brillavo in traduzioni commerciali, letteratura, lettere d’affari.

Quando ho finito la scuola superiore, pensavo che solo il cielo fosse un limite per me. Ero troppo sicura che le lingue mi aspettavano per essere imparate in un fiato. Questa sicurezza mi derivava dall’esperienza della mia bravura e dalla facilità con la quale imparavo…che sbaglio! Anche se l’italiano mi attirava, superficialmente pensavo che fosse troppo facile, troppo raggiungibile con l’orecchio e il passo…mi attiravano gli estremi, le distanze. Ho fatto e superato il test per studiare Giapponese. Non so come sia successo, so solo che mi serviva qualcosa per farmi capire i miei limiti.

Continuerò a parlarvi della mia passione per le lingue nella seconda parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Valentina Velimirovic
Traduttrice, interprete, mediatrice culturale
Bologna

Lingua-madre e lingua acquisita (3)

 Categoria: Le lingue

La lingua esprime il nostro modo di vedere il mondo, di percepirlo, esprime l’importanza che diamo alle cose (secondo l’ipotesi della relatività linguistica di Sapir-Whorf). Parlare una lingua significa riferirsi a una visione del mondo piuttosto che a un’altra: ogni lingua è una teoria del mondo.
Rudolf Steiner diceva: “ogni lingua dice il mondo a modo suo. Ciascuno edifica mondi e anti-mondi a modo suo. Il poliglotta è un uomo più libero”.

Dunque: il poliglotta, o nel nostro caso il bilingue, è un uomo più libero. Egli non è intruppato in un solo modo di pensare, ma ha accesso a più modi di categorizzare il mondo. Al tempo stesso, non è radicato al 100% in nessun gruppo, è più libero ma anche più indifeso, più autocritico: qual è la sua vera cultura d’appartenenza? Io credo che un bilingue non possegga integralmente nessuna cultura specifica di un paese: avrà piuttosto adattato la sua cultura “d’origine” a quella “d’arrivo”, o “d’accoglienza”, facendone un cosiddetto bricolage, come affermava Lévi-Strauss.

Quando sento parlare svizzero tedesco per strada, mi fermo incuriosita e un moto d’affetto mi attraversa. La stessa cosa, ma a lingue invertite, mi accade quando mi trovo in Svizzera e sento parlare italiano. Eppure penso, con una certezza perlomeno temporanea, che sia l’italiano la lingua della mia appartenenza culturale prevalente. Forse si tratta anche di un processo di disidentificazione dalla mia lingua-madre, avviato quasi inconsciamente per poter sviluppare un mio personale sentimento di me stessa. Al contempo tengo a sottolineare le mie origini svizzere, quando me lo chiedono…

Autore dell’articolo:
Giovanna Lata Isotton
Aspirante traduttrice dal tedesco all’italiano
Firenze

Lingua-madre e lingua acquisita (2)

 Categoria: Le lingue

Dopo aver vissuto un paio d’anni in Svizzera, soggiorno condito da esperienze per niente piacevoli, forse quasi per contrasto ho iniziato ad avvertire poi una specie di inibizione ad usare la mia lingua madre, un sentirmi diversa parlando svizzero tedesco, percepito come mezzo d’espressione non più “coerente” con me stessa, quasi una sorta di “lingua-menzogna”.

Questo stato, portato agli estremi, può portare anche a dimenticare la lingua materna, se convergente con altri parametri come per esempio lo statuto di tale lingua nella società (lingua considerata minore, non importante o addirittura d’intralcio a un buon apprendimento della lingua nazionale), o l’atteggiamento affettivo verso di essa: nel mio caso, lo stress emozionale particolarmente forte ha certamente accelerato il determinarsi della situazione conflittuale nei confronti della mia lingua d’origine.

Del resto è normale che una delle due lingue si indebolisca a contatto con un ambiente monolingue, la cui maggioranza diventa dominante. Allora la lingua d’origine, non usata se non nell’ambiente familiare, dunque ristretto rispetto al resto della società, diventa minoritaria o debole, diversamente dalla lingua della maggioranza, che diventerà prevalente o forte.
La lingua costituisce il fulcro culturale della nostra identità, il simbolo di appartenenza a un gruppo, è il mezzo attraverso il quale ci comunichiamo agli altri e che condividiamo con un gran numero di persone.

Le mie considerazioni conclusive su lingua-madre e lingua acquisita nella terza e ultima parte dell’articolo

Autore dell’articolo:
Giovanna Lata Isotton
Aspirante traduttrice dal tedesco all’italiano
Firenze

Lingua-madre e lingua acquisita

 Categoria: Le lingue

Qual è la vera lingua madre di una persona bilingue, nata e cresciuta in un contesto in cui si parla un’altra lingua? Può una lingua acquisita diventare in un certo senso la “prima lingua” del parlante?
Parlare della lingua significa parlare di comunicazione e perciò significa parlare di sé. Parlerò quindi della mia personale esperienza, riferendola a problematiche comuni a tutti i bilingui.

Sono nata in Italia da genitori svizzeri tedeschi. Lo svizzero tedesco è dunque la mia lingua-madre, mentre ho imparato l’italiano a scuola, a partire dai 5 anni. All’incirca fino ai 19 anni, ho percepito lo svizzero tedesco come mia lingua “prima”, come mezzo d’espressione per eccellenza e in cui ero più competente, nonostante che la mia padronanza dell’italiano si fosse perfezionata sempre di più, e in quanto a potenzialità espressive la mia seconda lingua era più o meno pari alla prima. Certo non posso parlare di un perfetto equilibrio, d’altronde il bilinguismo equilibrato è assai raro, infatti utilizzavo le due lingue in ambiti diversi, una a casa con la famiglia, l’altra a scuola e con gli amici. Si tratta dunque di un bilinguismo “neutro o sottrattivo”, ovvero uno sviluppo ineguale delle competenze linguistiche.

Sentivo però, ancora, lo svizzero tedesco come la lingua portatrice della mia cultura, che mi rappresentava e mi univa alla mia famiglia, alle mie origini, alla mia identità. Tuttavia ero perfettamente integrata nella comunità linguistica italiana, mi sentivo bene e a mio agio in questa comunità “d’accoglienza”. Così iniziai, lentamente, gradualmente, a sentire quella che prima era stata una lingua d’acquisizione, come mia lingua prima, come quella lingua che esprimeva il mio “essere”, la sola nella quale era possibile esprimere le emozioni più profonde, il simbolo della mia identità.

Nella seconda parte dell’articolo spiegherò come possa sorgere in un bilingue una sorta di “inibizione” nei confronti della lingua madre.

Autore dell’articolo:
Giovanna Lata Isotton
Aspirante traduttrice dal tedesco all’italiano
Firenze

Ma che lingua parli?

 Categoria: Le lingue

E’ questa la domanda che ci si pone quando si va negli Stati Uniti e si inizia a parlare con un italo-americano. Ma chi sono gli italo-americani? Sono italiani emigrati negli Usa da bambini o da ragazzini e poi rimasti per sempre lì. Molti di loro hanno realizzato il “sogno americano”, sono ricchi, e non lascerebbero l’America per nessun motivo, tranne che per le vacanze. Nonostante ciò sono affezionati alla madre patria, l’Italia, e fanno di tutto per mantenere vive le loro origini. E da dove si inizia? Ovviamente dalla lingua. Qui arriva la parte divertente. Il loro italiano, un tempo fluente, con gli anni si è un “tantino” arrugginito e pian piano si è trasformato in un ibrido: il temibile italiano americanizzato. Non è solo l’accento a dare quella particolare musicalità dell’italiano in America, ma anche una serie di neo-linguismi che sono comprensibili solo a pochi eletti.

Naturalmente ad influire sul processo ci sono anche i vari dialetti italiani delle regioni d’origine. Vediamo qualche esempio? La bag, ovvero la busta o borsa, nell’italiano americanizzato diventa La beca. Si va al supermercato e si sentirà: “Give me a beca please”. Che vuol dire “Mi dia una busta per favore”.
Così via avremo Apparca Il carro, parcheggia la macchina (To park the car), oppure Frosa la carne dal verbo inglese To freeze, congelare. Proprio per quell’attaccamento alle origini di cui parlavamo prima, si tramanda tale neo-lingua anche ai propri figli, i quali, non avendo mai messo piede in Italia, apprendono direttamente dai loro genitori. Il risultato è veramente disastroso. Nonostante l’omicidio glottodidattico, però, penso che tali cadenze e tali neologismi abbiano reso i nostri nonni, zii, cugini e parenti vari unici. Ci si ride su, ma adoriamo ascoltarli, in fondo hanno imparato una lingua partendo da zero, senza nessun titolo di studio o corso specialistico.

Molti ragazzi italiani frequentano fior di corsi specializzati e alla fine non parlano una sola parola di inglese. A questo punto che dire, un plauso ai nostri parenti italo-americani per la loro creatività! Ah dimenticavo, volete sapere la migliore traduzione in assoluto dall’inglese all’italiano? Un signore italo-americano, in età avanzata, arriva in Italia per far visita ai suoi parenti e durante una cena di famiglia afferma con convinzione: “Noi in America usiamo molti preservativi”. Vi lascio immaginare le facce dei presenti (vista anche l’età del signore). In realtà nelle intenzioni del parlante la frase doveva essere “Noi in America usiamo molti conservanti!”(dall’inglese preservatives: conservanti). Che dire: paese che vai usanza che trovi!

Autore dell’articolo:
Francesca Molinaro
PhD Student
Cosenza

I molti modi di chiamare la neve in inuit

 Categoria: Le lingue

Stando alle credenze popolari, gli eschimesi avrebbero a disposizione un vastissimo repertorio di parole per indicare la neve.
La notizia risulta estremamente interessante e curiosa, tuttavia la realtà è ben più deludente della “leggenda”; nella lingua inuit, le parole per designare la neve sono solo due: “qanniq- (qanik- in certi dialetti)” che sta per il verbo “nevicare” e “aput” che indica la sostanza “neve”.

L’abbaglio è frutto di una scorretta “lettura” della lingua inuit, essendo questa polisintetica e quindi in grado di formare parole lunghissime e complesse grazie all’aggiunta di alcuni affissi che cambiano la natura semantica o sintattica della parola di partenza, in certi casi arricchendola persino di precisazioni e dettagli; un processo complesso e laborioso che in altre lingue richiede l’utilizzo di intere frasi.

Ad ogni modo, una meravigliosa particolarità linguistica del popolo eschimese esiste.
In quasi tutte le lingue del mondo figura almeno una parola che sta ad indicare la guerra: war in inglese, guerre in francese, luftë in albanese, vàlka in ceco, sõda in estone, digmaan in filippino, sota in finlandese, cogadh in irlandese, karo in lituano, karš in lettone, stríð in islandese, krig in norvegese, wojna in polacco, război in romeno…e, purtroppo, l’elenco potrebbe ancora continuare a lungo.

Nella lingua inuit, invece, non esiste una parola per designare la guerra, poiché gli eschimesi hanno una cultura basata sulla pace, sull’amore per il prossimo, sul totale rispetto della natura e sull’osservanza rigorosa delle leggi che essa impone. Una lezione importante per i popoli di tutto il mondo.

Autore dell’articolo:
Susanna Villani
Traduttrice inglese/romeno > italiano
Pescia (PT)

I colori in romeno: rapporti con il Latino

 Categoria: Le lingue

Il sostantivo “Romania” viene dall’aggettivo latino “Romanus”, esempio che dimostra la natura delle origini culturali e linguistiche della nazione romena.
Il romeno è, infatti, una lingua neolatina, nonostante le molte influenze esercitate sul suo tessuto linguistico da parte di numerose popolazioni (Russi, Turchi, Magiari, etc.).
I primi contatti tra Roma e l’attuale Romania – allora chiamata Dacia – risalgono all’inizio del II secolo d.C., con la conquista del territorio romeno da parte di Traiano, noto imperatore romano.
La capitale del regno del sovrano Decebalo, Sarmizegetusa, venne trasformata in provincia romana e da quel momento iniziò la romanizzazione della Dacia. La capitale dacica venne spostata altrove e denominata Colonia Ulpia Traiana Augusta Dacica Sarmizegetusa.

In termini linguistici, l’influenza del latino su quella che diventerà poi la lingua romena si ferma prevalentemente al registro popolare: il romeno si può quindi definire la prosecuzione diretta del latino popolare parlato dai Romani che si erano stanziati nella Dacia e in altre zone limitrofe ad essa. Analizzando il lessico romeno, infatti, notiamo che dal latino derivano in modo particolare vocaboli della vita quotidiana, mentre quelli legati al mondo ecclesiastico provengono prevalentemente dai popoli slavi.

Tra le parole del vocabolario di una lingua, quelle che si modificano nel tempo con maggiore difficoltà sono: i nomi delle parti del corpo, i nomi di parentela e i nomi dei colori.

Infatti, la lingua romena ha conservato molti vocaboli della sua lingua madre (il latino) per designare i colori:
ARGENTO = “argenteus” in latino, “argintu”in romeno
BIANCO = “albus”e “candidus” in latino, “alb” e “candid” in romeno
DORATO = “aureus” in latino, “auriu” in romeno
NERO = “niger” in latino, “negru” in romeno
PURPUREO = “purpureus” in latino, “purpuriu” in romeno
VERDE = “viridis” in latino, “verde” in romeno

Questi sono solo alcuni dei molti esempi linguistici che dimostrano il forte legame tra romeno e latino.
Sapere di possedere autentiche radici latine costituisce un elemento di forza per il popolo romeno, il quale ha acquisito nei secoli una sempre crescente consapevolezza del proprio valore e la grinta necessaria per affrontare lunghe battaglie ideologiche che hanno gradualmente portato la Romania all’indipendenza.

Autore dell’articolo:
Susanna Villani
Traduttrice EN>IT – RO>IT
Pescia (PT)

L’apprendimento delle lingue straniere

 Categoria: Le lingue

L’argomento che tratto in questo mio articolo è l’apprendimento delle lingue straniere.
Al giorno d’oggi, conoscere le lingue straniere è diventato un “must” per poter accedere al mondo del lavoro e per poter comunicare con il resto del mondo senza difficoltà.
Riporto una frase breve che sintetizza ciò che sta alla base dello studio di una qualsiasi lingua straniera:” Senza motivazione non c’è apprendimento”.
Se non esiste la motivazione qualsiasi sforzo per apprendere una lingua risulterà vano e tenere alta la concentrazione degli apprendenti non sarà un compito facile: tutto si basa sulla capacità del docente di proporre attività che non siano noiose, ma che coinvolgano tutti i componenti della classe. Per le lingue straniere vi deve essere necessariamente una forte motivazione che spinga l’apprendente a studiare una lingua diversa dalla sua.

Di solito, un adulto decide di accostarsi allo studio di una LS, o per lavoro o perché vuole ampliare la sua cultura: in questo caso lo studio di una lingua è per lui un “piacere”.
Per mantenere alta la motivazione e la concentrazione in classe è fondamentale selezionare attività divertenti che stimolino interesse e viva partecipazione dell’intera classe abbassando l’ansia che influisce negativamente.
Importante è l’utilizzo delle moderne tecnologie in classe: Internet e altri sussidi tecnologici devono caratterizzare la maggior parte delle attività.

Infine, apprendere una LS non vuol dire studiare solo la grammatica: è importante conoscere anche la “cultura” del popolo straniero, studiarne gli usi ed analizzare il loro modo di “vedere” il mondo.
Educazione interculturale, uso della tecnologia e carattere ludico sono i segreti affinché un apprendimento sia efficace e produttivo.

Autore dell’articolo:
Silvia Arena
Interprete e Traduttrice
Modica-Frigintini (RG)

Studiare le lingue medievali

 Categoria: Le lingue

Quando racconto di aver studiato con interesse e passione l’antico francese, il mio interlocutore mi guarda in generale con occhi stupiti, forse un po’ increduli (pensando probabilmente: già il latino l’ho sempre detestato e non serve a niente, perché occuparsi allora di parole e regole grammaticali cadute in disuso da molto tempo?). Eppure è vero e non considero tempo perso tutte le ore che ho dedicato alla lettura di testi scritti in quella lingua, anche se non mi capiterà probabilmente mai di doverne tradurre uno.

Ho studiato Romanistik presso un’università tedesca passando un semestre a Lione. Siccome avevo scelto l’italiano come materia principale, erano obbligatori due semestri di studio dei testi più vecchi scritti in questa lingua, come il “Cantico di Frate Sole” ed il “Ritmo su Sant’Alessio”. Poi mi venne voglia di conoscere anche gli inizi della lingua francese, anche se non era obbligatorio per la materia secondaria. Frequentai tutti i corsi che venivano offerti sull’argomento presso la mia università e alcuni a Lione, facendo pure conoscenza con l’antico occitano. Dopo aver finito gli studi ed essermi trasferita a Berlino ho frequentato un corso sulla letteratura francese del Medioevo qui alla Humboldt-Universität per un semestre. Si vede che questa è una passione che non mi ha più lasciata.

Purtroppo le lingue medievali vengono insegnate sempre meno alle università tedesche. Con l’introduzione del nuovo sistema del tre più due (oppure già prima) sono scomparse dai programmi di studio in molti luoghi. Secondo me è un peccato perché leggere i testi scritti secoli fa permette di imparare diverse cose sulla storia dei paesi in cui si parlano le lingue che lo studente sta imparando. Inoltre è molto utile conoscere le origini di queste lingue. Io personalmente ho imparato moltissimo sul francese moderno occupandomi dei suoi testi più antichi: grazie a quegli studi capisco meglio l’ortografia francese e mi è più facile capire come certe parole sono arrivate al loro significato attuale. Lo stesso vale per la lingua italiana con cui non avrei il rapporto di confidenza che ho oggi se non avessi mai letto i primi testi scritti in essa. Io penso che faccia bene a ogni futuro traduttore studiare almeno un po’ le radici delle lingue con cui intende lavorare.

Autore dell’articolo:
Irina Brüning
Traduttrice it>de e fr>de
Berlino (Germania)

Ma parlo arabo?

 Categoria: Le lingue

Ma parlo arabo?” Questa è la domanda che si pone ad un interlocutore che non capisce o, più spesso, che non vuole capire cosa stiamo dicendo, dando per scontato che la lingua araba sia incomprensibile.
Che il grado di difficoltà rispetto ad una lingua neolatina sia maggiore può essere vero, ma d’altro canto ci sono delle caratteristiche della lingua araba che la rendono più semplice rispetto a molte altre lingue. Prima fra tutte si pronuncia come si scrive, cioè le lettere e i suoni corrispondono, come per la lingua italiana, anche se la nostra lingua presenta alcune eccezioni. Quindi la lettura e la scrittura sono più semplici rispetto al francese in cui questo non avviene, pensiamo al comune aggettivo “felice”, in francese “heureux”” che si pronuncia /œʀø/. La difficoltà non sta tanto nell’utilizzare un nuovo alfabeto, ma nel comprendere gli schemi secondo i quali posizionare suffissi, prefissi e vocali brevi, che non sono indicate graficamente.

Infatti la lingua araba ha una struttura introflessiva, detta anche “a pettine”; è proprio immaginando la figura di tale oggetto che si può capire come funzioni questo idioma. Le parole sono solitamente formate da tre radicali (un pettine con solo tre o quattro denti in tutto) all’interno dei quali si inseriscono vocali, prefissi e suffissi per la formazione delle parole derivanti dalla stessa radice. Di solito i manuali di linguistica araba utilizzano la radice del verbo “scrivere” per spiegare tale struttura: questa è K T B. Da cui avremo: “kataba” egli scrisse, “maktūb” scritto, “kātib” scrittore, “maktab” scrivania o ufficio. E’ pura matematica: si aggiungono e si sottraggono elementi da una radice composta da tre elementi. Una volta compreso il meccanismo la difficoltà iniziale svanisce e ci si può dedicare allo studio della lingua in modo più libero.

Con questo non vogliamo negare la difficoltà della lingua araba, al cui studio ci si deve dedicare con costanza, avendo chiaro che i primi risultati rilevanti si avranno solo dopo alcuni anni.

Luana Crisarà
Traduttrice Arabo – Inglese > Italiano
Roma

Elenco delle sigle delle lingue

 Categoria: Le lingue

Dopo molto tempo torniamo a pubblicare un articolo sul blog. Purtroppo in quest’ultimo periodo non siamo riusciti ad occuparci di esso come avremmo voluto a causa dei troppi progetti da gestire.
Abbiamo ricevuto diversi articoli da parte di colleghi traduttori ma ancora non siamo riusciti né a leggerli né tantomeno a pubblicarli. Contiamo di farlo già nei prossimi giorni anche perché è entrato a far parte della squadra un collega  che da ora in poi si occuperà frequentemente del blog.

Il post di oggi è un elenco delle sigle delle lingue. Per chi lavora nel mondo della traduzione si tratta di sigle molto comuni, con le quali siamo abituati ad interfacciarci ogni giorno, invece, per chi non è molto pratico potrà sembrare strano che le sigle delle lingue siano diverse da quelle delle nazioni. Qui di seguito un elenco in ordine alfabetico per sigla e per lingua.

Ordine alfabetico per sigla
AA = afar
AB = abhaso
AF = afrikaans
AM = amarico
AR = arabo
AS = assamese
AY = aymara
AZ = azero
BA = baschiro
BE = bielorusso
BG = bulgaro
BH = bihari
BI = bislama
BN = bengalese
BO = tibetano
BR = bretone
CA = catalano
CO = corso
CS = ceco
CY = gallese
DA = danese
DE = tedesco
DZ = dzongkha
EL = greco
EN = inglese
EO = esperanto
ES = spagnolo
ET = estone
EU = basco
FA = persiano
FI = finlandese
FJ = figiano
FO = faeroese
FR = francese
FY = frisone
GA = irlandese
GD = gaelico scozzese
GL = galiziano
GN = guarana
GU = gujarati
HA = haussa
HE = ebraico
HI = hindi
HR = croato
HU = ungherese
HY = armeno
IA = interlingua
ID = indonesiano
IE = interlingue
IK = inupiak
IN = indonesiano
IS = islandese
IT = italiano
IU = inuktitut
IW = ebraico
JA = giapponese
JI = yiddish
JW = giavanese
KA = georgiano
KK = kazako
KL = groenlandese
KM = cambogiano
KN = kannada
KO = coreano
KS = kashmiri
KU = curdo
KY = kirghiso
LA = latino
LN = lingala
LO = lao
LT = lituano
LV = lettone
MG = malgascio
MI = maori
MK = macedone
ML = malayalam
MN = mongolo
MO = moldavo
MR = marathi
MS = malese
MT = maltese
MY = birmano
NA = nauruano
NE = nepalese
NL = olandese
NO = norvegese
OC = occitano
OM = oromo
OR = oriya
PA = punjabi
PL = polacco
PS = pashto
PT = portoghese
QU = quechua
RM = retoromanzo
RN = kirundi
RO = rumeno
RU = russo
RW = kinyarwanda
SA = sanscrito
SD = sindhi
SG = sangho
SH = serbo-croato
SI = singalese
SK = slovacco
SL = sloveno
SM = samoano
SN = shona
SO = somalo
SQ = albanese
SR = serbo
SS = siswati
ST = sesotho
SU = sudanese
SV = svedese
SW = swahili
TA = tamil
TE = telugu
TG = tagiko
TH = thai
TI = tigrinya
TK = turkmeno
TL = tagalog
TN = setswana
TO = tongano
TR = turco
TS = tsonga
TT = tataro
TW = twi
UG = uiguro
UK = ucraino
UR = urdu
UZ = uzbeko
VI = vietnamita
VO = volapuk
WO = wolof
XH = xhosa
YI = yiddish
YO = yoruba
ZA = zhuang
ZH = cinese
ZU = zulu

Ordine alfabetico per lingua
abhaso = AB
afar = AA
afrikaans = AF
albanese = SQ
amarico = AM
arabo = AR
armeno = HY
assamese = AS
aymara = AY
azero = AZ
baschiro = BA
basco = EU
bengalese = BN
bielorusso = BE
bihari = BH
birmano = MY
bislama = BI
bretone = BR
bulgaro = BG
cambogiano = KM
catalano = CA
ceco = CS
cinese = ZH
coreano = KO
corso = CO
croato = HR
curdo = KU
danese = DA
dzongkha = DZ
ebraico = HE
ebraico = IW
esperanto = EO
estone = ET
faeroese = FO
figiano = FJ
finlandese = FI
francese = FR
frisone = FY
gaelico scozzese = GD
galiziano = GL
gallese = CY
georgiano = KA
giapponese = JA
giavanese = JW
greco = EL
groenlandese = KL
guarana = GN
gujarati = GU
haussa = HA
hindi = HI
indonesiano = ID
indonesiano = IN
inglese = EN
interlingua = IA
interlingue = IE
inuktitut = IU
inupiak = IK
irlandese = GA
islandese = IS
italiano = IT
kannada = KN
kashmiri = KS
kazako = KK
kinyarwanda = RW
kirghiso = KY
kirundi = RN
lao = LO
latino = LA
lettone = LV
lingala = LN
lituano = LT
macedone = MK
malayalam = ML
malese = MS
malgascio = MG
maltese = MT
maori = MI
marathi = MR
moldavo = MO
mongolo = MN
nauruano = NA
nepalese = NE
norvegese = NO
occitano = OC
olandese = NL
oriya = OR
oromo = OM
pashto = PS
persiano = FA
polacco = PL
portoghese = PT
punjabi = PA
quechua = QU
retoromanzo = RM
rumeno = RO
russo = RU
samoano = SM
sangho = SG
sanscrito = SA
serbo = SR
serbo-croato = SH
sesotho = ST
setswana = TN
shona = SN
sindhi = SD
singalese = SI
siswati = SS
slovacco = SK
sloveno = SL
somalo = SO
spagnolo = ES
sudanese = SU
svedese = SV
swahili = SW
tagalog = TL
tagiko = TG
tamil = TA
tataro = TT
tedesco = DE
telugu = TE
thai = TH
tibetano = BO
tigrinya = TI
tongano = TO
tsonga = TS
turco = TR
turkmeno = TK
twi = TW
ucraino = UK
uiguro = UG
ungherese = HU
urdu = UR
uzbeko = UZ
vietnamita = VI
volapuk = VO
wolof = WO
xhosa = XH
yiddish = JI
yiddish = YI
yoruba = YO
zhuang = ZA
zulu = ZU

Le lingue indoeuropee

 Categoria: Le lingue

L’italiano, così come quasi tutte le altre lingue europee, appartiene alla grande famiglia delle lingue indoeuropee. Ma da cosa deriva la parola “indoeuropeo”?
Con il termine “indoeuropei” si suole indicare un gruppo di popolazioni che, tra il V millennio a.C. e il II millennio a.C., avrebbe popolato una vasta area geografica comune e avrebbe parlato una lingua comune. Tali popolazioni, inizialmente compatte e coese, per ragioni non ben specificate ma probabilmente legate a dinamiche commerciali, demografiche e militari, si sarebbero poi disperse nel continente euroasiatico. Ognuna delle nuove popolazioni originate da tali migrazioni avrebbe poi sviluppato nel tempo una propria lingua che avrebbe comunque conservato dei tratti di somiglianza con la lingua originaria.

Se per parlare degli indoeuropei abbiamo utilizzato il condizionale, è perché la loro esistenza non è stata dimostrata scientificamente e la teoria circa l’esistenza di una proto-popolazione indoeuropea nasce proprio dalle analogie e dalle somiglianze di cui parlavamo poc’anzi.
Queste analogie e queste somiglianze, riscontrate anche fra lingue parlate da popolazioni geograficamente molto distanti fra loro, hanno portato gli studiosi a ritenere che tali lingue siano appunto la continuazione di una sorta di proto-lingua preistorica, parlata circa settemila anni fa e convenzionalmente denominata proto-indoeuropeo, o, più comunemente, indoeuropeo.
Secondo tali studi, quasi tutte le lingue attualmente parlate in Europa (ma anche in in altri continenti), deriverebbero appunto dall’indoeuropeo. Solo il basco e le lingue uraliche come l’ungherese, l’estone, il finlandese e poche altre farebbero eccezione.

Verificare le somiglianze fra le lingue di origine indoeuropea e le differenze rispetto ad altre lingue europee caratterizzate da un’origine diversa, è semplicissimo: è sufficiente contare fino a tre, cioè confrontare la scrittura dei primi tre numeri. Ecco qua alcuni esempi di lingue di origine indoeuropea:

Albanese: një, dy, tre
Catalano: un, dos, tres
Francese: un, deux, trois
Gallese: un, dau, tri
Greco moderno: ena, dyo, tria (traslitterazione dell’alfabeto greco)
Inglese: one, two, three
Italiano: uno, due, tre
Islandese: einn, tveir, þrír
Lituano: vienas, du, trys
Norvegese: en, to, tre
Portoghese: um, dois, três
Rumeno: unul, două, trei
Spagnolo: uno, dos, tres
Svedese: ett, två, tre
Tedesco: eins, zwei, drei

Le somiglianze sono evidenti ma in basco e nelle lingue uraliche le cose cambiano:

Basco: bat, bi, iru
Ungherese: egy, kettő, három
Finlandese: yksi, kaksi, kolme
Estone: üks, kaks, kolm

La lingua ido

 Categoria: Le lingue

Molte persone sanno cos’è l’esperanto (di cui abbiamo parlato pochi giorni fa in questo blog) ma lo stesso non può dirsi della lingua ido. Essa, infatti, non ha certo avuto la stessa diffusione ed ha anche corso il rischio di diventare una lingua morta, anche se oggi, soprattutto grazie ad internet, è una delle lingue artificiali che si espandono maggiormente, in particolare in Europa. Ma cos’è esattamente l’ido e quando è nato?

L’ido è una lingua internazionale neutra inventata da Louis de Beaufront e Louis Couturat alla fine dell’800 allo scopo di creare una versione riformata e semplificata dell’esperanto.
Non a caso, lo pseudonimo “ido”, oltre ad essere l’abbreviazione di “esperantido”, in lingua esperanto significa “discendente”.
Si tratta di una lingua che, a dispetto della scarsa utilizzazione, ha avuto il suo momento di gloria nel 1907, allorché venne scelta tra molti altri progetti di lingua universale da uno speciale comitato internazionale di scienziati e linguisti (la Delegazione per l’adozione di una lingua ausiliaria internazionale).
In seguito, tra il 1908 e il 1914, il progetto venne poi discusso pubblicamente nella rivista ufficiale Progreso e fu completato dall’Accademia Idista dopo un lungo ed estenuante lavoro.
Da quanto appena detto si evince che, nonostante la paternità di Beaufront e Couturat sia universalmente riconosciuta, il sistema adottato in via definitiva è il frutto di un lungo e ponderato lavoro collettivo, e non il semplice prodotto dell’invenzione di un singolo. Questo ha fatto sì che, anche a distanza di molti anni dalla sua approvazione, gli esperti che l’hanno esaminata e praticata l’hanno sempre ritenuta molto superiore a qualunque altra lingua internazionale.

Come si può facilmente immaginare l’ido e l’esperanto sono molto simili fra loro e, anche se sono stati numerosi i cambiamenti apportati rispetto all’esperanto, queste due lingue risultano reciprocamente intellegibili fra loro.
Al pari del suo cugino esperanto, dal quale eredita molte delle sue semplicissime costruzioni grammaticali, l’ido si propone come lingua sovranazionale, cioè superiore alle varie lingue nazionali. Negli intenti dei suoi creatori, l’ido avrebbe dovuto diventare una seconda lingua comune a tutti gli individui ed avrebbe dovuto veicolare la comunicazione internazionale, impedendo ad una delle lingue nazionali esistenti di assolvere questa funzione. In questo modo nessuna di esse avrebbe avuto più importanza rispetto alle altre.
Il vocabolario dell’ido è composto essenzialmente da vocaboli derivanti per lo più da altre lingue europee (come del resto per l’esperanto) e i suoi elementi costitutivi sono essenzialmente internazionali. Prova ne sia l’adozione dell’alfabeto anglo-latino, che è senza dubbio l’alfabeto più internazionale esistente.
Non è una lingua creata solo per eruditi o latinisti, anzi, è una lingua molto semplice che può essere facilmente imparata da chiunque in poche settimane e da autodidatta. Questa incredibile rapidità di apprendimento è dovuta dalla regolarità dell’uso degli affissi e dall’uso di parole comuni, nonché da una pronuncia molto scorrevole ed armoniosa.

L’esperanto

 Categoria: Le lingue

L’esperanto è la lingua internazionale creata a tavolino dall’oftalmologo polacco Ludwik Lejzer Zamenhof tra il 1872 e il 1887.
Il 1887 fu appunto l’anno in cui l’inventore dell’esperanto decise di presentare la sua creazione al mondo e lo fece in un opuscolo intitolato Unua Libro (Primo Libro) utilizzando lo pseudonimo di “Doktoro Esperanto”. Da qui il nome della lingua, che significa “colui che spera”.
L’esperanto è senza dubbio la lingua artificiale più conosciuta del mondo. Negli intenti di Zamenhof essa sarebbe dovuta diventare la più importante lingua ausiliaria internazionale, una lingua semplice ma espressiva che avrebbe dovuto rendere possibile la comunicazione fra gli uomini di diversa nazionalità.

Non essendo la lingua ufficiale di alcun paese, nessuna popolazione sarebbe stata privilegiata rispetto ad altre e l’esperanto sarebbe divenuto una sorta di seconda lingua per tutti.
In questo modo, anche le lingue minoritarie si sarebbero preservate nel tempo, anziché essere schiacciate dalla forza delle lingue delle nazioni più importanti. Per questa ragione, l’esperanto è stato (ed è tuttora) al centro dei dibattiti incentrati sulla cosiddetta democrazia linguistica e c’è anche chi, a livello europeo, fa pressioni affinché l’esperanto diventi la lingua franca da utilizzare nell’ambito dei lavori delle istituzioni europee.

Le regole grammaticali dell’esperanto sono state scelte fra quelle di diverse lingue. Anche i vocaboli derivano da più lingue, in gran parte dal latino e dalle lingue romanze (principalmente l’italiano e il francese) ma anche dalle lingue germaniche (inglese e tedesco), dalle lingue slave (polacco e russo) e addirittura da lingue non indoeuropee come il giapponese.
Molti linguisti ritengono che l’esperanto sia, fra quelle attualmente esistenti, la lingua più facile da imparare, anche da autodidatti e in età adulta. Questo è dovuto principalmente alla sua grammatica molto semplice e logica, alle forme regolari, all’assenza di eccezioni, alla possibilità di creare una quantità infinita di parole partendo da poche radici e anche al carattere internazionale del suo vocabolario.

Secondo una recente ricerca, gli esperantofoni sarebbero presenti in tutti i continenti, distribuiti in circa 120 stati, in particolare nel vecchio continente, in Cina e in Brasile.
Il prof. Sidney S. Culbert dell’Università di Washington ha condotto uno studio in proposito: secondo i risultati della sua ricerca, sarebbero 1,6 milioni gli individui in grado di parlare l’esperanto al “livello 3″, cioè un livello che permette di sostenere una conversazione in lingua che vada oltre le semplici frasi di saluto e commiato.
L’ente ufficiale regolatore dell’esperanto è l’Accademia dell’Esperanto ed esistono libri come il Plena Manlibro de Esperanta Gramatiko (Manuale completo della grammatica dell’esperanto) così come tutta una serie di opere letterarie scritte in esperanto nonché traduzioni in esperanto di famose opere scritte in altre lingue.

Traduzioni italiano-hindi

 Categoria: Le lingue

Così come l’italiano ha un legame molto stretto con il latino, l’hindi ha un legame altrettanto stretto con il sanscrito, la lingua da cui deriva. Nel corso dei secoli, tutte le genti che hanno popolato il cosiddetto hindi heartland (corrispondente grosso modo alla pianura intorno ai due fiumi più importanti del nord dell’India, il Gange e lo Yamuna) hanno influenzato in vario modo la lingua, che è arrivata ai giorni nostri in due forme distinte: la lingua conosciuta da tutti come hindi ed una forma più comune detta hindustani. Sembra banale, ma quando si esegue una traduzione in hindi, è molto importante capire a chi è rivolto il testo, proprio perché esistono due forme diverse della stessa lingua. L’hindi “puro” si usa nelle occasioni formali, nelle comunicazioni ufficiali, nelle pratiche amministrative, ecc. Al contrario, l’hindustani è la lingua che si sente parlare dalla gente nelle strade.

Se un cliente deve tradurre una lettera commerciale in hindi, è sicuramente auspicabile l’utilizzo della lingua pura, ma se si vuole condurre un’indagine di mercato all’interno di un centro commerciale per comprendere il gradimento verso un prodotto tipico italiano, è sicuramente più indicato l’hindustani.
Inoltre, visto che sono più di 500 milioni le persone in grado di comprendere l’hindi, è facile immaginare come, accanto all’hindi e all’hindustani, vi siano poi varie sfumature regionali.
Per questo motivo, per un traduttore italiano-hindi, è sicuramente utile sapere dove risiedono i destinatari della traduzione: se a Nuova Delhi (capitale del paese), oppure a Bhopal (capoluogo della regione del Madhya Pradesh nell’India centrale), o ancora a Shimla (capoluogo dell’Himachal Pradesh alle pendici dell’Himalaya).
Le variazioni legate alle tradizioni locali possono essere anche molto sensibili, pertanto, se si vuole raggiungere un obiettivo commerciale preciso, è opportuno affidarsi a dei professionisti della traduzione italiano-hindi.
La nostra agenzia di traduzioni collabora con molti traduttori madrelingua hindi e può supportarvi in qualsiasi tipo di progetto relativo alle lingue parlate nella penisola indiana.

Autore dell’articolo:
Ashish Saroha
Fano (PU)

I 150 anni dell’unità d’Italia e l’italiano

 Categoria: Le lingue

Oggi si celebra il 150° anniversario dell’unità d’Italia, che fu sancita dalla promulgazione della legge 4671 del 17 marzo 1861.
Secondo molti, la lingua italiana ha unito il paese già a partire da qualche secolo prima di quella fatidica data anche se, a onor del vero, la popolazione della penisola fino ad allora si era espressa utilizzando i molteplici dialetti regionali e locali e l’italiano era stato utilizzato solo dalla popolazione colta come lingua scritta.
Tuttavia, l’italiano ebbe un ruolo chiave nel processo che precedette la nascita dello Stato nazionale. All’alba degli accadimenti che portarono all’unità, infatti, l’italiano divenne il fondamento dell’identità culturale unitaria che spinse gli abitanti della penisola a battersi per l’indipendenza e per l’unificazione politica del paese.

Negli anni successivi, ed in particolare nel corso del secolo scorso, l’espansione e la diffusione capillare sul territorio, stimolate dal processo di trasformazione politica e socio-economica del paese, hanno dato origine ad una vera e propria rivoluzione linguistica. L’italiano è divenuto un patrimonio di tutti, non solo delle classi più colte.
Tuttavia, volendo fare un bilancio sull’attuale stato di salute della nostra lingua, possiamo affermare con una certa sicurezza che questa è forse la sua epoca più travagliata. Senza voler essere puristi o integralisti, è sotto gli occhi di tutti come l’italiano stia respingendo con sempre maggior difficoltà gli attacchi che gli vengono quotidianamente sferrati su più fronti, tre dei quali sono sicuramente più caldi rispetto agli altri.

Il primo fronte è senza dubbio quello con la lingua inglese. L’italiano è infatti una delle lingue più permeabili all’introduzione di parole provenienti dalla lingua d’oltremanica, anche se forse ormai sarebbe più corretto dire d’oltreoceano visto che moltissime nuove parole provengono dal settore della tecnologia, il cui quartier generale è ubicato negli States. Anche la “moda” americana in questo fenomeno di depauperamento linguistico nostrano fa la sua parte.
Il secondo fronte è quello con i dialetti, che vengono tuttora utilizzati dalla popolazione per comunicare a livello orale e che non contribuiscono certo a rafforzare la lingua nazionale.
Infine, un altro terreno di scontro è quello con le forme di comunicazione più utilizzate dai giovani (sms, e-mail, social network, ecc.) che introducono una variante “sintetica” della lingua e ne provocano il progressivo indebolimento.

L’inglese internazionale

 Categoria: Le lingue

Ebbi il primo contatto con l’inglese a otto anni. La mia mamma, da sempre appassionata di lingue straniere, decise di mandarmi da un’insegnante privata per vedere se anche in me sarebbe scoppiata la stessa passione. Era il lontano 1984 e alle elementari ancora non si insegnava inglese. Anche per me fu amore a prima vista e da quel momento iniziai un percorso di studio che continua ancora oggi. Un traduttore, si sa, non finisce mai di imparare.
Alle superiori mi è capitato più volte di leggere che esistevano diverse varietà di inglese ma, nella mia testa, le differenze erano simili a quelle esistenti tra i vari dialetti dell’italiano. Credevo che la lingua scritta fosse identica ovunque.

Mi sono resa conto che non era esattamente così quando ho iniziato a viaggiare, ad approfondire i miei studi ed a leggere libri di autori anglofoni di diverse nazionalità.
Il fatto è che l’inglese è talmente diffuso che è impossibile che rimanga immobile. Una lingua viene influenzata in modo massiccio dalle differenti culture, dalle abitudini che si consolidano, dai gusti e dalle preferenze delle persone. Ciononostante, se si escludono i casi limite del Sudafrica e dell’India (paesi in cui la diversità della cultura locale è davvero molto marcata e fa sì che l’inglese si allontani sempre più dalla matrice originaria), l’inglese parlato nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Australia, a dispetto delle differenze lessicali e di altre differenze che sicuramente esistono, è sostanzialmente la stessa lingua ed è perfettamente comprensibile.

Accanto ai vari Englishes c’è poi una variante della lingua di Shakespeare che spesso non è così comprensibile come le altre. Mi riferisco a quella versione dell’inglese a cui solitamente ci si riferisce come “inglese internazionale“, cioè l’inglese scritto dai non madrelingua.
Nella mia professione di traduttrice spesso mi trovo a dover tradurre dei testi che solo apparentemente sono scritti in inglese. Già dopo la prima lettura, però, ci si rende conto che la lingua che abbiamo di fronte assomiglia all’inglese ma non è inglese. Le parole utilizzate appartengono di fatto al vocabolario della lingua inglese ma spesso non vengono correttamente impiegate. Per non parlare poi della sintassi.
Di fronte a questo tipo di testi, il traduttore, prima ancora di saper tradurre, deve saper interpretare. E per farlo non servono conoscenze linguistiche, gli anni passati a studiare sono del tutto inutili. Per capire cosa vuole dire l’autore del testo occorre intuito, immaginazione, esperienza e tanta tanta tanta buona volontà.

Autore dell’articolo:
Giulia Bongiovanni
Traduttrice italiano-inglese
Parma

Lingue regionali e minoritarie

 Categoria: Le lingue

Abbiamo già parlato delle lingue minoritarie in Europa nell’articolo dell’11 dicembre 2009.
Si tratta di lingue che, seppur riconosciute come tali, non rientrano tra le 23 lingue ufficiali dell’Unione Europea.
Tuttavia, pur non traducendo i propri documenti ufficiali in queste lingue, l’UE riconosce la loro importanza e, per tutelarle e proteggerle, nel 1992 ha ratificato a Strasburgo un trattato chiamato “Carta Europea per le lingue regionali e minoritarie“.
In tale trattato, adottato dalla maggior parte degli Stati membri, si definiscono le lingue regionali e minoritarie come lingue diverse dalla/e lingua/e ufficiale/i dello Stato in cui vengono tradizionalmente parlate da un gruppo di individui numericamente inferiore al resto della popolazione di quello Stato.
Qui di seguito forniamo un elenco parziale delle lingue minoritarie europee:

basco (Spagna, Francia)
bretone (Francia)
catalano (Spagna, Francia, Italia)
cornico (Regno Unito)
corso (Francia)
frisone (Paesi Bassi)
friulano (Italia)
gaelico (Regno Unito)
gallese (Regno Unito)
galiziano (Spagna)
irlandese (Irlanda, Regno Unito)
ladino (Italia)
leonese (Portogallo, Spagna)
lussemburghese (Lussemburgo)
occitano (Francia, Italia)
sami (Finlandia, Svezia)
sardo (Italia)
siciliano (Italia)
sorabo (Germania)
valenziano (Spagna)
vallone (Belgio)

Circa 40 milioni di cittadini dell’Unione parlano una di queste lingue oltre alla lingua ufficiale del proprio paese. Il caso della Spagna è forse il più peculiare. In tutte le scuole si insegna il castigliano (la lingua che tutti chiamiamo “spagnolo”) ma nelle scuole della Catalogna si insegna anche il catalano, in quelle della Galizia si insegna anche il galiziano e nei Paesi Baschi il basco. Anche i mass media trasmettono e stampano in queste lingue e nelle strade la gente le parla preferendole alla lingua di Stato, sono lingue a tutti gli effetti. Sul territorio spagnolo sono poi presenti anche altre lingue minoritarie, come il valenziano (una variante del catalano) e il leonese, le quali però non godono degli stessi diritti delle tre lingue citate in precedenza.
In Italia la situazione è ben diversa, i dialetti che coabitano sul suolo nazionale insieme all’italiano non hanno gli stessi riconoscimenti, hanno una diffusione prettamente orale.
Il caso della Spagna però non è un unicum nel suo genere, in molti altri Stati i documenti legali e i documenti dell’amministrazione pubblica vengono tradotti anche nelle lingue minoritarie. È per questo che la nostra agenzia di traduzione collabora con traduttori che forniscono servizi di traduzione nella maggior parte delle lingue minoritarie elencate.

Lingue ufficiali dell’UE

 Categoria: Le lingue

In questo blog abbiamo parlato più volte dell’Unione Europea, delle sue istituzioni e dell’importanza che viene riconosciuta al pluralismo linguistico. In diverse occasioni abbiamo anche fatto cenno all’esercito di traduttori ed interpreti che è stato messo in campo per rimuovere gli ostacoli creati dalla diversità linguistica.
Ma quante sono esattamente le lingue riconosciute come ufficiali dall’Unione Europea?
Chi opera nel settore della traduzione saprà sicuramente la risposta ma è improbabile che i lettori “normali” la conoscano. Ebbene, le lingue ufficiali sono 23, anche se le lingue effettivamente parlate sul suolo dell’UE sono molte di più.
Salta subito agli occhi come il numero delle lingue ufficiali sia inferiore rispetto a quello degli stati appartenti all’Unione (che sono 27). Questo è dovuto al fatto che in alcuni paesi viene parlata la stessa lingua. Il francese, ad esempio, si parla non solo in Francia, ma anche in Belgio e Lussemburgo. Il greco si parla in Grecia ma anche a Cipro, il tedesco viene parlato sia in Germania che in Austria. Di seguito l’elenco aggiornato delle 23 lingue ufficiali dell’UE e la sigla con cui ciascuna di esse viene contraddistinta:

Bulgaro (BG)
Ceco (CS)
Danese (DA)
Greco (EL)
Estone (ET)
Finlandese (FI)
Francese (FR)
Inglese (EN)
Irlandese (GA)
Italiano (IT)
Lettone (LV)
Lituano (LT)
Maltese (MT)
Olandese (NL)
Polacco (PL)
Portoghese (PT)
Rumeno (RO)
Slovacco (SK)
Sloveno (SL)
Spagnolo (ES)
Svedese (SV)
Tedesco (DE)
Ungherese (HU)

Accanto ai 27 stati membri vi sono poi diversi altri stati che hanno in programma di entrare a far parte dell’UE nel medio-lungo periodo e tra essi ve ne sono cinque ai quali è stato attribuito lo status ufficiale di candidati. Si tratta della Turchia, della Croazia, dell’Islanda, del Montenegro e della Macedonia. Qualora anch’essi entrassero a far parte dell’UE, le lingue passerebbero da 23 a 28, anche se il montenegrino da molti è considerato un dialetto del serbo e non una lingua a sé stante.
La nostra agenzia di traduzione offre servizi linguistici in tutte le 23 lingue riconosciute ufficialmente dall’UE e anche nelle lingue minoritarie di cui parleremo nell’articolo di martedì.

Ti amo in tutte le lingue del mondo

 Categoria: Le lingue

Oggi è S.Valentino, il giorno in cui la frase “Ti amo” viene pronunciata con più frequenza.
Se qualcuno quest’anno vuole dirla in modo originale, può dare un’occhiata alla lista sottostante e utilizzare una lingua diversa dall’italiano. Abbiamo scelto solo lingue con una grafia simile all’italiano affinché siano leggibili per tutti i nostri lettori.

Afrikaans: Ek is lief vir jou
Basco: Maite zaitut
Catalano: T’estimo
Ceco: Miluji tě
Croato: Volim te
Danese: Jeg elsker dig
Esperanto: Mi amas vin
Estone: Ma armastan sind
Filippino: Mahal kita
Finlandese: Rakastan sinua
Francese: Je t’aime
Giavanese: Aku tresnasliramu
Indonesiano: Saya cinta kamu
Inglese: I love you
Irlandese: Tá grá agam duit
Islandese: Ég elska þig
Latino: Te amo
Lettone: Es tevi mīlu
Lituano: Tave myliu
Norvegese (Bokmål): Jeg elsker deg
Olandese: Ik hou van jou
Polacco: Kocham Cię
Portoghese: Eu te amo
Rumeno: Te iubesc
Serbo: Volim te
Slovacco: Ľúbim Ťa
Sloveno: Ljubim te
Svedese: Jag älskar dig
Swahili: Ninakupenda
Tedesco: Ich liebe Dich
Turco: Seni seviyorum
Ungherese: Szeretlek
Zulu: Ngiyakuthanda

Le lingue mantengono il cervello giovane

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I motivi per cui si decide di imparare una lingua possono essere davvero tanti: maggiori occasioni di lavoro, desiderio di trasferirsi all’estero, passione per le lingue in generale o per una determinata cultura, aumento delle proprie conoscenze, ecc.
Alla luce dei risultati di una recente ricerca, c’è un altro motivo molto importante da aggiungere alla lista che abbiamo appena stilato. Secondo la Dott.ssa Gitit Kavé e i suoi colleghi dell’Università di Tel Aviv, conoscere più lingue straniere aiuta moltissimo a rallentare l’invecchiamento del cervello.

Lo studio è stato condotto su persone di età compresa tra i 75 e i 95 anni ed i risultati hanno dimostrato in modo chiaro che quelle che parlavano più lingue avevano il cervello più in salute.
Per arrivare a questa conclusione l’équipe della Dott.ssa Kavé ha isolato la variabile “livello di istruzione” dalla variabile “numero di lingue parlate“. Infatti, che il livello di istruzione fosse associato in modo fortemente positivo al funzionamento del cervello era un fatto già ben noto e già dimostrato in precedenti ricerche.
Dopo una scrupolosa analisi, i ricercatori israeliani hanno verificato che anche le persone con un’istruzione bassa ma con più lingue conosciute all’attivo hanno un cervello in ottima salute.
In sostanza, se il livello di istruzione è un fattore anti invecchiamento molto importante, il numero di lingue parlate lo è ancor di più.

I risultati della ricerca non stupiscono affatto poiché non fanno altro che avvalorare un pensiero piuttosto ovvio. Chi parla più di una lingua esercita il cervello con maggior frequenza rispetto ad un individuo monolingue ed ha quindi meno probabilità di soffrire problemi della sfera cognitiva con il passare del tempo. L’uso contemporaneo di varie lingue può creare nuove connessioni nel cervello che contribuiscono al suo mantenimento.
I risultati della ricerca non sono che un primissimo passo. Altre ricerche dovranno essere fatte in altre parti del mondo riguardo a questa tematica per corroborare i risultati ottenuti dall’équipe della Dott.ssa Kavé.
Ad ogni modo, indipendentemente dall’evitare problemi cognitivi in vecchiaia, apprendere una nuova lingua è positivo a tutte le età e, qualsiasi sia il motivo che spinge a farlo, non c’è bisogno di una ricerca scientifica per affermare che se ne otterranno unicamente benefici.

Le lingue più difficili da imparare

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Esistono diverse migliaia di lingue vive e una miriade di dialetti nel mondo.
Stabilire qual è la più difficile o il più difficile non è certo semplice, anzi è proprio impossibile poiché non esiste una risposta esatta, ma infinite risposte esatte.
Il grado di difficoltà di una lingua è estremamente soggettivo e dipende da molti fattori. Il primissimo è la diversità fra la lingua che si vuole studiare e la nostra. Per noi italiani è relativamente semplice imparare lo spagnolo, il francese o il portoghese a dispetto della struttura grammaticale complessa che contraddistingue queste lingue.
Al contrario, imparare il danese sarà una passeggiata per un norvegese o per uno svedese ma sarà un’impresa improba per un italiano.

L’attitudine individuale è un altro fattore importante. Alcune persone hanno un talento naturale per imparare nuove lingue, mentre altre hanno difficoltà già a partire dalle prime lezioni base. Altri fattori come l’ambiente, il metodo di studio, l’insegnante, gli strumenti utilizzati e le motivazioni giocano un ruolo decisivo nel rendere l’apprendimento di una lingua un compito più o meno facile.
Per noi italiani, a mio avviso, le lingue più difficili da imparare a livello europeo sono il basco e l’ungherese, seguiti dalle lingue baltiche e da quelle scandinave.
Un dato che salta all’occhio da questa piccola lista è che tutte quante utilizzano l’alfabeto latino, pertanto la grafia sembra non essere un fattore decisivo nel determinare la difficoltà. È un fattore sicuramente importante ma non decisivo.

Su scala mondiale, tra quelle più conosciute, secondo me le più ostiche sono il giapponese e l’arabo. Il giapponese ha due alfabeti con 46 caratteri ciascuno (quello italiano ne ha solo 21) e la sua grammatica è estremamente complessa. L’arabo non è da meno: la grafia, la grammatica, la coniugazione dei verbi, la disposizione delle parole presentano moltissime difficoltà. Secondo una recente ricerca, per imparare piuttosto bene una di queste due lingue sono necessarie almeno 2.200 ore, il che significa che se una persona decidesse di dedicare un’ora al giorno del proprio tempo tutti i giorni dell’anno (fine settimana compresi!), impiegherebbe nell’impresa più di sei anni.

Autore dell’articolo:
Marco Storri
Traduttore danese>italiano
Århus, Danimarca

Auguri natalizi in venti lingue

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Afrikaans: Geseënde Kersfees
Ceco: Veselé Vánoce
Croato: Sretan Božić
Danese: Glædelig Jul
Filippino: Maligayang Pasko
Finlandese: Hyvää joulua
Francese: Joyeux Noël
Gallese: Nadolig Llawen
Indonesiano: Selamat Hari Natal
Inglese: Merry Christmas
Italiano: Buon Natale
Lituano: Linksmų Kalėdų
Norvegese (bokmål): God Jul
Olandese: Vrolijk Kerstfeest
Polacco: Wesołych Świąt
Portoghese: Feliz Natal
Slovacco: Veselé Vianoce
Spagnolo: Feliz Navidad
Svedese: God Jul
Tedesco: Frohe Weihnachten

Globalizzazione e mondializzazione

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Oggigiorno le parole “globale”, “globalizzazione” e “globalizzare” sono divenute di uso comune ma, fino a una quindicina d’anni fa, delle tre esisteva solo la prima, le altre sono nate (meglio sarebbe dire sono state importate) in seguito.
Nella lingua italiana “globale” si riferiva a qualcosa preso nel suo insieme, nella sua totalità. Questa accezione della parola esiste tuttora, ma ad essa se n’è affiancata con prepotenza un’altra di provenienza inglese. Nella lingua di Shakespeare, global deriva direttamente dal latino globus (sfera) e, tra i suoi vari significati, i due più importanti sono appunto “sferico” (che ha forma di sfera o globo) e “mondiale” (che influisce su tutta la Terra o include tutto il territorio terrestre).

Da qui nasce il calco semantico. Globalizzare non significa “considerare qualcosa in modo globale”, come sarebbe lecito pensare vista la parola dalla quale deriva.
Per evitare di creare questo infelice neologismo di origine anglosassone avremmo dovuto utilizzare una parola già esistente nella nostra lingua, ossia “mondiale” e da lì avremmo ottenuto “mondializzare” e “mondializzazione”.
In certi casi, quando una parola inglese ottiene larghissima diffusione, vista l’importanza che riveste attualmente la lingua d’oltremanica, è difficile creare una nuova parola senza fare calchi. In questo caso però non lo era e i francesi con “mondialisation” sono lì a dimostrarcelo.

La traduzione dell’arabo

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Come molti sapranno, l’arabo è la lingua ufficiale di tutti i paesi del Maghreb (situati a ovest del Cairo), della penisola araba, dell’Egitto, del Sudan, di Gibuti, della Somalia e di tutti i paesi del Mashrek (situati a est del Cairo e a nord della penisola araba).
A differenza del latino, che nel corso del tempo si è diversificato dando origine alle lingue romanze, la lingua araba, almeno nella sua forma scritta, è rimasta pressoché intatta.
Tuttavia, nonostante l’arabo standard (chiamato anche arabo classico), sia la lingua scritta per eccellenza, nessuno la parla. Per le comunicazioni orali le persone utilizzano i dialetti che si sono sviluppati in ogni regione nel corso del tempo. Tali dialetti sono numerosissimi e variano in modo sensibile da una regione all’altra. Alcuni di essi sono così diversi da non essere intelligibili fra loro.
Questa situazione di diglossia è però un’arma a doppio filo. Da un lato ha contribuito a mantenere unito il mondo arabo, ma, dall’altro, ha costituito e costituisce tuttora un ostacolo per risolvere gli enormi problemi di analfabetismo di cui soffrono molti paesi arabi. D’altronde, per persone che parlano tutti i giorni una certa lingua non è affatto semplice imparare a scrivere in un’altra.

Per quanto riguarda la letteratura contemporanea, e in modo particolare il romanzo, per gli scrittori è sempre più difficile trattenere l’impulso di scrivere in dialetto, la lingua che hanno sempre parlato fin da bambini. Quando l’impulso è troppo forte, qualche parola in dialetto fa la sua comparsa all’interno dei libri. Fino a pochi anni fa questo fenomeno rimaneva confinato ai dialoghi, ma, con il tempo, ha preso sempre più piede e ormai qualche parola in dialetto, seppur in modo timido e disordinato, appare anche nella narrazione. Chi si occupa di traduzione letteraria dall’arabo si trova a dover riflettere questo peculiare sdoppiamento linguistico, difficilmente risolvibile in modo soddisfacente a meno di non fare ricorso alle note. La difficoltà deriva dal fatto che un dialetto arabo non è un gergo, non è un registro colloquiale di un registro colto, non contiene inesattezze lessicali o sintattiche, né identifica una classe sociale. Non è una lingua “parlata male”, è semplicemente la madrelingua dell’autore e dei suoi personaggi.