La lingua dei segni (10)

 Categoria: Le lingue

< Nona parte di questo articolo

È opportuno sottolineare che non ci sono lingue naturali più ricche o più povere, più astratte o più concrete, più strutturate o meno strutturate. Invece ci sono parlanti di qualsiasi lingua più o meno intelligenti, più o meno informati. Allo stesso modo, non esiste una lingua dei segni universale (Stokoe 1960; Klima y Bellugi, 1979; Rumbos, 2002; Oviedo, 2003).

Tuttavia, Oviedo, Rumbos e Pérez (2004) aggiungono che “le comunità dei sordi sviluppano in maniera indipendente i propri codici, che si differenziano tanto dalla lingua orale del contesto circostante quanto dalle altre lingue sei segni”. SkutnabbKangas (1991) crede che il numero di lingue dei segni nel mondo possa arrivare a 5.000, quasi tante quante le lingue orali.

Alla luce di queste considerazioni, Oviedo (2003) indica che esistono tante lingue dei segni quanti sono i paesi o comunità di sordi che si sono potute creare nel mondo. Egli spiega che questo accade perché ogni comunità di sordi sviluppa nel corso del tempo il proprio sistema. Così che oggi si parla di Lingua dei Segni svedese, Lingua dei Segni Messicana, Lingua dei segni Brasiliana, Lingua dei Segni Africana, ecc. Tuttavia, esse sono tanto diverse quanto potrebbero esserlo quelle orali, ragion per cui si necessitano interpreti negli incontri internazionali tra sordi.

Attualmente in Venezuela non ci sono delle statistiche che permettano di identificare il numero di persone sorde esistenti o quanti sono gli utenti della LSV. In merito alla carenza di informazioni statistiche, connesse alle comunità di sordi nel nostro paese, Oviedo (2003) afferma che:

“Mancano i censimenti nei quali si siano presi in considerazione le specificità culturali e linguistiche di quella comunità e dato che le persone sorde non rappresentano popolazioni legate a nessun luogo geografico (essi vivono negli stessi luoghi che occupano i venezuelani udenti), è estremamente complicato definirne il numero” (p.15).

Tuttavia, si possono fare delle ipotesi sul fatto che il numero potrebbe essere tra le dieci e le ventimila persone sorde, se consideriamo alcuni dati legati al numero di bambini sordi accuditi nei centri sanitari pubblici, il numero di soci delle Associazioni di sordi del paese e le cifre generali fornite dalle organizzazioni internazionali (Oviedo 2003). Un dato assai rilevante è quello secondo cui la LSV è riconosciuta nella nostra Costituzione con la menzione dei diritti culturali e linguistici dei sordi; atto che situa il Venezuela come uno dei paesi più sviluppati in materia di diritti umani dei gruppi linguistici minoritari.

Undicesima parte di questo articolo >

A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni (9)

 Categoria: Le lingue

< Ottava parte di questo articolo

Il miglior esempio di quanto è stato detto da Larrosa è il caso dei sordi che sono stati e continuano ad essere sottomessi a questa pressione sociale, tradotta in pressione esercitata a nome di una maggioranza imposta, quella che detiene il potere.

Tuttavia, dagli elaborati della linguistica post-strutturalista è stato avvallato il carattere della lingua naturale a quello della lingua dei segni e delle sue differenze rispetto a quelle orali, come: l’uso dello spazio con valore sintattico e topografico e la simultaneità degli aspetti grammaticali. Questi sono aspetti che denotano specifiche restrizioni sul tipo di modalità viso-spaziale e determinano una differenza sostanziale rispetto a quelle di tipo uditivo-orale. Da esso si deduce che “il linguaggio possiede una struttura alla base indipendente dalla modalità di espressione, che sia orale o gestuale” (Skliar, 1999: 64).

Cosicché la lingua orale e quella dei segni non costituiscono un’opposizione ma due canali diversi e ugualmente efficienti per la trasmissione e recezione del linguaggio. Di conseguenza i requisiti di arbitrarietà, creatività, produttività e quotidianità siano presenti nelle lingue dei segni oltre che nella caratteristica della doppia articolazione nella sua condizione di lingue naturali.

Per quanto riguarda il primo requisito, cioè l’arbitrarietà, si definisce “quando non esiste una relazione diretta tra significato e significante” (Rumbos, 2002:7). La produttività risiede “nelle risorse morfologiche che possiedono le lingue dei segni e che facilitano l’introduzione di nuove parole per codificare l’informazione introdotta di recente nello scambio culturale” (Oviedo, 2000:13).

Dall’altro lato per creatività si intende “il repertorio finito di elementi per l’elaborazione infinita di messaggi” (Rumbos, ob.cit: 9). In relazione alla doppia articolazione si afferma che è una delle qualità essenziali dei sistemi linguistici e stabilisce che le lingue siano composte da un efficiente sistema di unità organizzate in livelli complessi e seguenti di organizzazione che permettono, partendo da combinazioni regolari, di creare un numero potenzialmente infinito di significati a partire da un numero ridotto di unità di suono e senso.

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A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni (8)

 Categoria: Le lingue

< Settima parte di questo articolo

Del carattere naturale delle lingue è necessario evidenziare che si ritrova in relazione al suo uso nello sviluppare culturalmente gruppi umani distinti oltre alla sua capacità creativa infinita e all’arbitrarietà del segno linguistico già proposto da Sassure (1960) e non nel modo o canale di trasmissione utilizzato. Barrera Linares e Fraca de Barrera (1999) spiegano che “i sordi a causa della privazione scelgono un sistema linguistico diverso, non orale, però nemmeno diverso strutturalmente dalle lingue orali dato che si basa sui suoi stessi principi” (1999:50).

Pérez de Arado (2005) spiega che le lingue dei segni sono comparse tra le persone sorde come “una risposta creativa a una condizione personale e sociale, rivelando tutta la sua capacità di rappresentazione simbolica della realtà, allo stesso modo delle lingue parlate” (p.81). In parallelo alle definizioni che la collocano in una sorta di compensazione creata dalla natura umana quando si è impossibilitati ad accedere al codice orale. Skliar (1999) ribalta questa percezione sottovalutata facendo un’acuta riflessione a riguardo:

“Molti ritengono che questa creazione linguistica si origini perché la deficienza uditiva impedisca ai sordi di accedere all’oralità; per cui non c’è altro rimedio che inventare una lingua. In questo modo le lingue dei segni sembrano essere una consolazione e non un processo e prodotto costruito storicamente e socialmente dalle comunità dei sordi (p.69)”.

È una concezione influenzata dai pregiudizi del linguaggio, il quale la associa alla lingua orale come unico modo di trasmetterlo. E quindi, qualsiasi altro modo o via di produzione viene neutralizzata come patologica. Bisogna osservare che ciò che Larrosa (2005) cataloga come “la condizione babelica del linguaggio umano” (p.81), nel senso di pluralità, instabilità e confusione presente in tutte lingue come un fatto tipico della natura dell’uomo. Situazione che porta a un’influenza reciproca nei nessi presenti nelle lingue umane. Lo elabora non al singolare e con la maiuscola (il Linguaggio) ma come invenzione filosofica per raggiungere l’unità, ma la contrario come una forma per risaltare la condizione umana al plurale.

Quest’evento rende palese “che ci sono molti uomini, molte storie, molti modi di ragionare, molte lingue e sicuramente molti mondi e molte realtà” (p.81). È opportuno ricordare quanto precede quando si è in presenza di una costante pretesa di imporre una sola realtà, una sola lingua, un solo mondo e una sola razionalizzazione.

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A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni (7)

 Categoria: Le lingue

< Sesta parte di questo articolo

Allineandosi agli approcci anteriori, Zimmermann (1999) aggiunge che la lingua ha anche la funzione di costruire un’identità sociale, etnica e culturale. Ragion per cui non si può parlare di modello comparativo di identità culturali qualificate come migliori o peggiori; si potrebbe aggiungere il criterio dell’efficienza, cioè, quando una lingua è catalogata come efficiente sembra essere la lingua con maggiore potere o viceversa. Una lingua con potere o alto status linguistico è considerata efficiente e rappresenta a sua volta la lingua maggioritaria.

Il sistema linguistico adoperato da un gruppo o una comunità di parlanti è lo specchio fedele della sua idiosincrasia, del suo modo di ragionare o della sua maniera di capire la realtà circostante. In questa direzione, Lenkerdof (1996) assevera che “scegliamo la struttura della lingua perché pensiamo che in tutte le lingue i parlanti mostrino il proprio modo di essere, di pensare e agire e in generale lo fanno senza rendersene conto” (p.25). La lingua è la manifestazione della nostra cosmovisione, la forma di come nominiamo le cose e interpretiamo gli avvenimenti all’interno della nostra cultura. Non è un caso che la nostra lingua abbia una struttura sintattica e semantica particolare, una forma di nominare il mondo che è vincolata direttamente alla sua cultura.

Allo stesso modo, le lingue dei segni, come qualsiasi altra lingua naturale, possiedono una propria struttura caratterizzata da aspetti di natura viso-gestuale che evidenziano un modo particolare di spiegare il mondo. Il sordo parla con le sue mani, nominalizza il mondo con i segni della sua lingua. Nel frattempo, la lingua dei segni è ritenuta come:

“Un codice che rispetta tutte le funzioni che le lingue orali rispettano nelle comunità degli udenti. Le lingue dei segni sono le lingue naturali delle persone sorde. Questi sistemi si acquisiscono in maniera naturale e inoltre permettono ai loro utenti di sviluppare il pensiero in maniera spontanea e di realizzare le funzioni comunicative proprie di un conglomerato sociale (Oviedo, Rumbos y Pérez, 2004:7)”.

Vista in questo modo la lingua dei segni è “un sistema arbitrario di segni per mezzo del quale le persone sorde realizzano le loro attività comunicative all’interno di una determinata cultura” (Pietrosemoli, 1989:5). Bisogna dire che i sordi hanno sviluppato e trasmesso di generazione in generazione una lingua la cui modalità di recezione e trasmissione è diversa dalle lingue parlate o orali. La varietà del nostro paese è stata denominata Lingua dei Segni Venezuelana (LSV successivamente). E quindi, le lingue dei segni appartengono allo stesso gruppo delle cosiddette lingue naturali nel senso che sono sistemi linguistici creati dall’uomo e usati per questo motivo nella sua vita quotidiana all’interno di un gruppo specifico.

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A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni (6)

 Categoria: Le lingue

< Quinta parte di questo articolo

Di seguito alcune testimonianze apportate dai partecipanti sordi riguardo questa percezione di mettersi d’accordo verbalmente sulla realtà attraverso la lingua dei segni:

“È più facile parlare in LS, è la mia cultura, è la mia identità, in più sono i miei sentimenti. Posso dire tutto quello che voglio, i miei sentimenti.” “Mia mamma cercava di spiegarmi queste cose con la lingua orale, però solo superficialmente le capivo, volevo capirle in modo più profondo, più astratto ed era possibile solamente con la lingua dei segni”. “Se mi parlano solamente in lingua orale, in quanto sordo, mi risulterà molto difficile capire, strutturare le conoscenze, sviluppare il pensiero, così che ho bisogno della lingua dei segni per capire le cose, il mondo” Le testimonianze precedenti hanno sottolineato l’immenso valore che ha la lingua materna nella vita dell’essere umano, ciò è possibile solamente all’interno della famiglia (come primo scenario) o in sua mancanza, nella comunità. In questo senso, Duch (2002) fa un paragone tra l’imparare a parlare e l’imparare a camminare dei bambini “camminare, progredire, scontrarsi con la realtà ci abitua allo stesso tempo a cercare di metterci d’accordo, concretizzare, assaporare i vocaboli e le espressioni della realtà; ricorrere al mondo va in parallelo con il fatto di iniziare a leggerlo” (p.22). Continua spiegando che quando per qualche motivo questa “grammatica dei sentimenti” (ob.cit:23), che è la lingua materna- quella che nella realtà ci dà la possibilità di spiegare a noi stessi e metterci d’accordo con l’ambiente circostante non è operativa, si verifica una dislocazione affettiva dell’individuo nella sua realtà, accompagnata da l’incapacità di relazionarsi con sé stesso, con gli altri e con la natura.

Dinanzi al concetto proposto da Duch, vale la pena domandarsi: Quale sarà la gravità del danno che è stato inflitto ai sordi privandoli, per secoli, del diritto di usare la lingua dei segni come lingua materna? Perché c’è l’ossessione di negare che essa è una lingua materna?, Come fa il sordo a spiegarsi, spiegare agli altri e all’ambiente circostante senza possedere una lingua? Nel sollevare questo aspetto del problema è possibile capire la dislocazione affettiva che essi subiscono quando gli viene tolta la possibilità di acquisire la propria lingua materna. Per cui, quando uno di loro ribadisce: “Io sono fatto tutto di segni, respiro segni, nascono dalla mia pelle” o “Sono me stesso nella lingua dei segni” si mostra con moderata chiarezza l’importanza cruciale, definitiva e trascendente che gioca la lingua dei segni nella propria vita da sordi. Più che una lingua, un codice linguistico o la possibilità di comunicazione con altri, è la sua natura, la sua essenza, è la colonna vertebrale della sua esistenza. È la lingua dei segni che li definisce come sordi ed è ciò che li distingue culturalmente a partire dal ciò che è linguistico. –

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A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni (5)

 Categoria: Le lingue

< Quarta parte di questo articolo

La lingua ci modella come individui, ci differenzia e segna il modo in cui immaginiamo il mondo. Secondo le parole di Chela-Flores (1998), la nostra lingua ci definisce e ci fornisce le risorse per dare senso alla vita. A riguardo annota “siamo quello che siamo, non per i geni che ci hanno formato ma per la visione del mondo che abbiamo. E la visione del mondo ce la dà la lingua, costituisce la lingua e la trasmettiamo attraverso la lingua” (p.16). Questo processo di simbolizzazione è un’attività esclusivamente umana, un attributo della sua specie, ottenuto grazie alla lingua. In questo senso, White (1987) sostiene che “L’uomo utilizzi i simboli e che non esista nessun’altra creatura che lo faccia. Un organismo ha la facoltà di usare i simboli o non ce l’ha; non ci sono stadi intermedi” (p.43). Essa è ciò che avvia tale processo, che è possibile solamente all’interno di una cultura. Lorenz (1974) già sottolineava il fatto che “l’uomo è un essere culturale di natura”. Detto in altro modo, è la costruzione del mondo umano attraverso ciò che è simbolico.

Si può comprendere il perché la lingua dei segni giochi un ruolo così decisivo nella visione del mondo che costruiscono. Questo mettersi d’accordo verbalmente (coniato da Duch, 2002) implica il dare il nome alle cose partendo da tutto ciò che è visivo spaziale. Riguarda come si percepisca il mondo attraverso lo sguardo o come organizzano l’esperienza del quotidiano attraverso ciò che è visivo; il quale è immensamente interessante e sorprendente se si prende in considerazione la tradizione dell’oralità come unica strada per dare il nome alla realtà. Morales (2008) spiega ciò dicendo che la costruzione del mondo in un gruppo sociale che utilizza una lingua con canali di recezione e espressione diversi da quelli delle lingue orali, come lo è la lingua dei segni per i sordi, deve comportare anche una relazione diversa con l’ambiente circostante.

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A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni (4)

 Categoria: Le lingue

< Terza parte di questo articolo

LA LINGUA DEI SEGNI COME PONTE SEMIOTICO NELLA COSTRUZIONE DELLA CULTURA SORDA
Il mondo si mostra all’uomo come un caos che deve ordinare per poterlo capire, interpretare e ricostruire. Questo compito è possibile solamente tramite il linguaggio come strumento di simbolizzazione, capace di permettere la lettura della realtà circostante. Il linguaggio come facoltà umana universale e rilevante si concretizza in ciò che Duch (2002) ha definito come “spiegare la realtà”. Vale a dire, l’uomo diventa “colui che spiega a sé stesso e la realtà in maniera efficiente” (pag.35), ciò rappresenta un tentativo di umanizzarsi e di umanizzare il suo ambiente. Dobbiamo aggiungere di dare il nome a tutte le cose che lo circondano. Secondo Rumbos (2002), ciò significa “dare un nome al mondo”.

A riguardo di ciò, Cia Lamana (2007) aggiunge che “l’uomo non è solamente vicino o unito alla cose o agli avvenimenti, ma cerca di pensarci, dargli un nome e agire, perché le cose fanno pensare l’uomo” (p.25). Con il linguaggio dell’essere umano ci si eleva da ciò che è puramente sensoriale per la presa di coscienza dei sentimenti e della conoscenza che permette il processo di simbolizzazione. Una simbolizzazione che caratterizza la vita dell’uomo e lo trascende, un solo esempio riguardo ciò che è stato detto è che “solamente l’uomo è capace di sotterrare i suoi morti e simbolizzare una specie di congedo” (2007:17).

Dall’altra parte, la lingua come sistema linguistico non è solamente uno strumento per la comunicazione umana, ma costituisce anche un fatto di natura sociale. Ben oltre, la lingua costituisce l’elemento aggregante o la maglia linguistica nella quale si tesse la cultura di un popolo. Romaine (1996) annota che la lingua non possiede un’esistenza separata dalla realtà sociale dei suoi utenti. Le conoscenze riguardo la lingua e la società si frammezzano. In tal senso, Valles (2007) indica che:

“L’apprendimento di una lingua ci definisce come parte di un gruppo; perciò, l’apprendimento della nostra lingua materna, una serie di variabili culturali, sociali e linguistiche che influiscono nella nostra percezione del mondo, nel nostro modo di pensare e nel modo di vivere il presente e di ricostruire il passato e di immaginare il futuro” (p.5).

Quinta parte di questo articolo >

A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Per intraprendere il percorso metodologico descritto sono stati selezionati gli strumenti propri di una ricerca etnografica come ad esempio: l’osservazione partecipante e il colloquio scrupoloso. Per quanto riguarda la prima, essa rappresenta il fulcro legato al cosa fare antropologico. Essa si può definire come “un periodo di interazioni sociali intense tra il ricercatore e i soggetti coinvolti” (Álvarez-Gayou, 2003:15). Durante lo svolgimento dello stesso, l’informazione che raccoglie i dati viene ricavata sistematicamente. Taylor e Bogdan (1987) riportano che gli osservatori devono penetrare personalmente nella vita delle persone e condividere le proprie esperienze. In tal senso, si presuppone l’accesso ai luoghi più comuni frequentati dalla comunità sorda di Caracas.

Per quanto riguarda il colloquio scrupoloso, è stato uno dei capisaldi a sostegno studio. Essa ha facilitato il captare le intenzioni, i sentimenti e i vissuti degli informatori attraverso la propria lingua come risorsa linguistica inestimabile. Allo stesso modo la lingua dei segni è emersa come il midollo nell’interpretazione della propria realtà di Sordi. È necessario sottolineare che in questa ricerca ci si è avvalsi della collaborazione di 3 interpreti della lingua dei segni venezuelana (LSV).

PARTECIPANTI
Gli attori di questo studio si sono adattati a un processo di selezione orientato sotto il cosiddetto campionamento teorico, proposto da Glaser e Strauss (1967). Si intende la raccolta di dati che permette di generare la teoria attraverso le fasi successive. In altre parole, si è pensato di cercare i partecipanti mano a mano che si elaborava la ricerca, come per i dati che emergevano, piuttosto che sulla base di un progetto pregresso.

Tale scelta quindi è stata inquadrata nella partecipazione degli attori più idonei che potessero offrire un’informazione preziosa in conformità con gli obbiettivi proposti; cioè dalle persone Sorde più rappresentative della propria comunità, quelli che potessero raccontare al meglio il proprio vissuto da Sordi.

In tal senso, i sordi partecipanti provengono da uno strato sociale che si può definire come privilegiato all’interno della propria comunità. Alcuni hanno terminato gli studi alla scuola primaria e al liceo, altri anche gli studi di livello superiore o sono prossimi a concluderli. Dall’altro lato, hanno impieghi stabili (alcuni legati all’area educativa); fanno uso della lingua dei segni, come lingua quotidiana; partecipano attivamente nelle associazioni per i sordi come direttori, apportando delle opinioni e soluzioni preziose a molti dei problemi più comuni; hanno accesso all’informazione e alla conoscenza; inoltre palesano piena coscienza e orgoglio verso la condizione di sordi.

Quarta parte di questo articolo >

A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

PERCORSO METODOLOGICO
La ricerca elaborata è di natura notevolmente qualitativa, date le caratteristiche del suo oggetto di studio. Ciò rappresenta una realtà umana complessa come lo è la comunità sorda. Da ciò si proporrebbe un approccio interdisciplinare e multidimensionale al suo universo simbolico. A causa delle ragioni accennate, è stato utilizzato il metodo etnografico sostenuto dall’interazionismo simbolico. Esso ha comportato una confluenza nella struttura di referenze sia del ricercatore che del soggetto conoscitore. Significa generare un’interpretazione della realtà essendo sordi, come comunità linguistica nella quale si intercettano i suoi valori, credenze e conoscenze previe. Ciò viene esteso come mondo della vita, cosmi condivisi e ponte inter-soggettivo nel quale si costruisce un universo simbolico (Schutz, 2001).

È così che si entrano in uno stretto legame gli universi simbolici degli attori per interpretare e costruire una realtà singolare; un mondo della vita che si attiva e si rende palese agli Altri. Un mondo della vita proposto come “una realtà che modifichiamo attraverso i nostri atti e dall’altro lato modifica le nostre azioni” (pag.23).

Da questo prisma dell’intersoggettività è possibile solamente assimilare una realtà umana articolata e complessa come quella dei sordi. Da qui la fenomenologia affiora come l’orientazione filosofica più adeguata per interpretarla. Cioè “studia i fenomeni così come sono sperimentati dall’essere umano” (Sandoval Casilimas,1996). Dal punto di vista etimologico ciò che è importante è sviluppare ciò che è significativo per gli attori attraverso i sentimenti, le percezioni e il vissuto.

In questo modo Gadamer (1984) sostiene che i vissuti siano qualcosa di più immediato rispetto a un’esperienza momentanea, sarebbero legate all’intera vita delle persone. In altre parole è “una rappresentazione del tutto nel vissuto di ogni momento” (pag.105). In modo che “il vissuto è sempre il vissuto per ognuno”. Dal quale si stacca il concetto di vissuto come la base epistemologica per la conoscenza delle cose oggettive. In base a quanto detto precedentemente, emerge che questa ricerca ha permesso l’acquisizione di una visione a sostegno del vissuto che hanno avuto in quanto sordi e che ha costituito l’epicentro della teoria elaborata, essendo la lingua dei segni uno dei margini. In altre parole, la sfumatura fenomenologica proviene dal vissuto da sordi. La vita da sordi che viene raccontata da loro stessi.

Terza parte di questo articolo >

A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni

 Categoria: Le lingue

RIASSUNTO
L’obbiettivo fondamentale di questa ricerca è stato incentrato nella costruzione di una teoria individuale riguardo la Comunità sorda di Caracas, avendo come punto di partenza una narrativa che permettesse di penetrare negli immaginari simbolici che ha sviluppato in quanto gruppo linguistico minoritario, essendo la lingua dei segni la colonna vertebrale nella trasmissione dei valori, delle convinzioni e percezioni nell’ambiente in cui essi dominano. Una lingua con delle proprie caratteristiche che le conferiscono un marchio di differenza nella loro vita da sordi. Il metodo adoperato si colloca nel modello qualitativo della ricerca, con un approccio etnografico. Per quanto riguarda le tecniche per la raccolta di dati sono state impiegati il colloquio scrupoloso e l’osservazione partecipante.

Credo che nessuno ammetta davvero l’esistenza reale di un’altra persona. Può concedere che questa persona sia viva, che senta e pensi come lui; però ci sarà sempre un elemento anonimo di differenza, uno svantaggio materializzato…
Per noi gli altri non sono altro che un paesaggio e quasi sempre, un paesaggio invisibile di una strada sconosciuta.”

Fernando Pessoa

INTRODUZIONE
Tutt’ora la sordità è un fenomeno con molteplici facce che ci fa rendere conto della sua complessità. Non si suppone solamente da una prospettiva medica o educativa ma la sua comprensione va oltre ciò che è tradizionale, fino a costeggiare i limiti della natura linguistica, psicologica, antropologica, filosofica, etica, sociologica, culturale e politica. Insieme a questa intricata rete di relazioni compaiono gli sguardi dall’ottica dell’udente e da quella dei sordi. Tutto questo complicato scenario sottolinea i nodi gordiani che mostrano la necessità di continuare la ricerca di nuove interpretazioni, dal quale si origina l’essenza stessa dell’essere sordo.

Ciò che sembra essere certo è che quella dei sordi è una comunità particolare, a causa della presenza di una lingua e di una cultura con caratteristiche particolari. Da ciò nasce l’affermazione, esaustivamente comprovata, che costituiscono una minoranza linguistica, nella quale la lingua dei segni si eleva ad elemento legante che gli conferisce un’identità unica.

Con queste coordinate come bussola per orientarsi si intraprende lo studio qui contenuto. Questo significa penetrare in quel mondo di significati che hanno creato come gruppo linguistico, partendo da una narrativa tessuta su delle testimonianze, come attori principali della propria vita, nel possesso di una lingua con caratteristiche proprie, che le conferiscono una cosmovisione altrettanto unica.

Seconda parte di questo articolo >

A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

Falsi amici (Spagnolo-Inglese)

 Categoria: Le lingue

Quando si apprende una lingua nuova si arriva sempre ad un punto inevitabile in cui compare un falso amico nella traduzione, che fa in modo che una situazione scomoda venga ricordata per sempre.
Per coloro che non hanno familiarità con la linguistica o la traduzione, un falso amico (o false friend) è una parola che sembra essere una traduzione quasi diretta di un’altra lingua, però, nella realtà significa qualcosa di completamente diverso e il colmo è che solitamente appare come irrispettoso!
Non c’è un trucco o una regola per evitare i falsi amici, dato che pochissime volte hanno senso e si capiscono per una pura casualità. L’unico modo per familiarizzarci è memorizzarli o usarli e sperimentarli in quel momento in cui si verifica il silenzio collettivo seguito dalle risate.
Vi lasciamo un elenco con i falsi amici più comuni che ascoltiamo nella traduzione dallo spagnolo all’inglese, che probabilmente vi tireranno fuori da una situazione scomoda.

CONSTIPADO / CONSTIPATED
In spagnolo, un constipado è qualcosa che è noto come l’insieme di sintomi del raffreddore. Anche in inglese è qualcosa di comune, essere constipated è l’insieme di sintomi che patisce chi soffre di stipsi.
Se qualcuno che vive qui ha della secrezione nasale e mal di gola e parla spesso di essere constipated di sicuro non si sta riferendo alla stipsi. O forse sì. Meglio non saperlo.

EMBARAZADA / EMBARRASSED
Sapppiamo già che embarazada, in spagnolo, significa avere un embrione nell’utero. Embarassed in inglese, si riferisce a una situazione un cui si prova vergogna o che risulta scomoda. Anche se la gravidanza modifica il corpo in diversi modi e può causare effetti collaterali come lo squilibrio ormonale e molti altri tipi di malessere, per il bene comune, speriamo che non provochi vergogna.
Questo falso amico è particolarmente crudele con gli uomini inglesi che apprendono lo spagnolo. Già riconoscere una situazione vergognosa è di per sé vergognoso, immaginate dire di essere incinta.

GROSERÍA/GROCERY
In spagnolo, grosería è qualunque tipo di insulto o espressione irrispettosa che viene mal vista. In inglese, grocery o più comunemente groceries, è tutto ciò che compriamo in un giro abituale al supermercato, sono i prodotti commestibili. Questo falso amico in particolare è una delizia perché se viene usato male, entrambe le situazioni, sono meravigliosamente comiche.
Oppure, uno spagnolo che si lamenta di qualcuno usa una manciata di alimenti a scapito della propria dignità, o un inglese che domanda dove fare la spesa settimanale di insulti. Lo humor del buono.

CASUALIDAD / CASUALTY
In spagnolo, Casualidad significa una semplice coincidenza. Casualty, in inglese, è una persona che è morta in un incidente o in un’altra situazione che di solito comporta violenza.
Immaginate di iniziare un nuovo lavoro con un capo che non è molto bravo con l’inglese. Spiega ai suoi impiegati che la sua azienda ha prosperato grazie al duro lavoro di tutti coloro che si sono impegnati negli anni, che però l’elemento chiave per il successo è stato la grande quantità di vittime coinvolte. In sala cala il silenzio e tutti si domandano se nella realtà hanno iniziato a lavorare in una delle aziende produttrice di coperchi di Tony Soprano, giusto per capire.
Dall’altra parte, un anglofono UE che vuole descrivere la scena di un incidente in spagnolo e menziona costantemente la quantità di coincidenze riscontrate potrebbe risultare un po’ confuso, nella migliore delle ipotesi. Potrebbe essere, però si perde tutto il senso.

Fonte : Articolo scritto da Oisin M. e pubblicato il 16 settembre 2020 sul sito di Kobalt Languages

Traduzione a cura di

Rita Grillo

Interprete e Traduttrice

Rivodutri (Rieti)

Uno spagnolo zoppicante

 Categoria: Le lingue

Anni fa, durante un viaggio in Argentina, contattai l’autore di un romanzo che avevo tradotto. Mi diede appuntamento in una via del centro di Cordoba, dove giunsi in anticipo. Iniziai a osservare il via vai, poi ingannai l’attesa facendo due passi, tenendo d’occhio, nel camminare, la faccia dei passanti e bene a mente quella sul retro del volume tradotto. Ero forse al quarto andirivieni quando lo vidi avvicinarsi e sorridermi. Un’ora dopo mi resi conto che lo scrittore mi aveva teso la mano senza avermi mai visto prima, neppure in fotografia. “Avevi un modo straniero di camminare”, spiegò trangugiando il suo mate.

Non stonerebbe, questo aneddoto, nella Gelosia delle lingue, di Adrián N. Bravi[1]; né forse questo libro sul comodino dei traduttori. Sebbene soprattutto di chiunque si trovi, per scelta o necessità, a esprimersi stabilmente in un’altra lingua, tratti il libro. Viene in mente l’opera, tra gli altri, di Cioran, Kundera, Conrad. Viene in mente, soprattutto, la zia dell’autore, che lo strazio dell’emigrazione verso l’Argentina lo riferisce da decenni in castigliano senza cedimenti, e invece in lacrime, ancora mezzo secolo dopo, quando le tocca raccontarlo in italiano. Segno, scrive Bravi, che “forse i ricordi parlano solo la lingua in cui sono accaduti” e che solo pájaro può chiamarsi l’uccello che rincorreva nel giardino della sua infanzia. Scegliere un’altra lingua serve, allora, a dimenticare. È il caso di un personaggio del Romanzo L’amico ritrovato o di Beckett, il francese afasico dei cui personaggi non è solo una opzione stilistica.

Ma abbracciare un altro idioma può anche essere una scelta gioiosa, come nel caso dell’autore. Dalla lingua madre, insomma, ci si emancipa. È traducendola in spagnolo che Doña Marina tradisce il proprio popolo consegnandolo a Hernán Cortes; nel condominio segreto, racconta Anna Frank, venivano ammesse tutte le lingue civili, eccetto, pertanto, il tedesco; da ultimo è in italiano che Milton sceglie di scrivere dei poemetti amorosi.

Alla lingua madre, tuttavia, si torna. Apprezzandone ciò che un tempo ci era abituale. Accorgendoci di averla, in fondo, sempre declinata. In friulano sono il primo e l’ultimo libro di Pasolini. “Parlava il russo in quindici lingue” riporta l’epigrafe del testo di Bravi, citando Julia Kristeva. Senza che però le altre lingue conosciute non influenzino la materna riabbracciata. Un fenomeno che trascende il semplice accento: “l’italiano – riferisce l’autore – ha trasformato la mia percezione del tempo.

Quando la lingua diventa vessillo d’identità nazionale è in realtà orgoglio di interferenze. Lo registrano linguisti e scrittori, lo dimostrano i gerghi bonaerensi. O, aggiungiamo noi, quella miscela di suoni mediterranei e anglosassoni che, sotto il nome di llanito, a Gibilterra dà un nome alle cose. Perché, osserva Bravi, anche se il suo sguardo, il suo stesso comportamento, sono dettati dalla lingua madre, l’uomo resta un animale migratorio.

Come in certe scuole di recitazione, concludiamo, in cui l’immedesimazione si avvale della prossemica, prima di intraprendere la lettura di un testo, chi è chiamato a tradurlo forse dovrebbe provare a incamminarsi.

Autore dell’articolo:
Dott. Luca De Feo
Firenze


[1] BRAVI A.N. La gelosia delle lingue, EUM, Macerata, 2017.

Introversi Vs Estroversi con le lingue (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Infine, abbiamo bisogno di migliorare la nostra abilità di osservazione. Dobbiamo far caso ai suoni, a come la lingua viene pronunciata. Dobbiamo osservare le parole, le strutture e gli schemi. Fortunatamente, il potenziamento dell’abilità di osservazione avviene attraverso l’esposizione alla lingua. Nella fase iniziale dell’apprendimento di una nuova lingua, l’ascolto e la lettura ripetitivi ci rendono sempre più consapevoli di ciò che accade nella lingua. Gradualmente acquisiamo una maggiore consapevolezza della pronuncia. Notiamo come i pensieri vengono espressi in modelli di discorso che differiscono da quelli a cui siamo abituati.

Generalmente l’osservazione migliora con l’esposizione, ma dobbiamo voler osservare. Dobbiamo essere determinati a osservare. È ovvio che la capacità di osservazione dipende dalla nostra attitudine e dal tempo che dedichiamo alla lingua. Questi tre fattori sono interdipendenti.

Né l’atteggiamento degli apprendenti, né la loro volontà a dedicare abbastanza tempo alla lingua, né la loro attenzione nei confronti della lingua richiedono di essere estroversi. Anche gli introversi possono avere queste qualità.

Se penso ai molti apprendenti di lingua e poliglotti di successo che ho conosciuto alle conferenze poliglotte o attraverso la LingQ community, tra questi ci sono introversi, estroversi e vari gradi di entrambe le personalità. Il fatto è irrilevante. Sia gli introversi sia gli estroversi sono capaci di apprendere le lingue a qualsiasi livello essi vogliano.

Gli estroversi potrebbero voler cimentarsi prima nella conversazione rispetto agli introversi. Forse hanno meno paura di non essere in grado di capire o fare errori. Ciò è un bene. Forse gli introversi sono più timidi, più riluttanti a parlare fino a quando non sono sicuri delle loro abilità. Tuttavia, una volta che hanno acquisito un vocabolario ampio e raggiunto un buon livello di comprensione, svilupperanno la loro capacità di parlare abbastanza rapidamente. Potrebbero parlare sottovoce, con più esitazione, ma in base alla mia esperienza, la loro conoscenza della lingua non sarà inferiore a quella degli estroversi.

Fonte: Articolo scritto da Steve Kaufmann e pubblicato l’8 settembre 2020 sul proprio sito The Linguist

Traduzione a cura di:
Rossella Di Cio
Dottoressa magistrale in Traduzione Specialistica EN,FR>IT

Introversi Vs Estroversi con le lingue (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

La convinzione che possa raggiungere il tuo obiettivo è molto importante. Coloro che imparano una lingua per la prima volta hanno un problema: non l’hanno mai fatto prima. Non riescono a vedersi come parlanti fluenti di una seconda lingua. È come scalare una montagna senza aspettarsi di raggiungere la cima. Questo tipo di attitudine può condurre facilmente allo scoraggiamento. Significa meno entusiasmo e dedizione nel compito. Credere in se stessi è di vitale importanza e ciò non ha nulla a che fare con l’essere introversi o estroversi.

Un altro fattore altrettanto importante è il tempo. Imparare una lingua richiede tempo, un sacco di tempo. A meno che la nuova lingua non sia simile a quella che già si conosce, non si tratta di una questione di poche settimane come promettono alcuni libri. Gli apprendenti che hanno successo nell’apprendimento di una lingua si impegnano nello studio quotidianamente anche se solo per un’oretta e continuano per mesi e anni per raggiungere il loro obiettivo.

Il tempo a cui mi riferisco non è solo il tempo speso a studiare la lingua leggendo i libri di grammatica o stando seduti in classe. Il tempo necessario per riuscire ad imparare una lingua è il tempo trascorso con la lingua stessa, ascoltando, leggendo, parlando e scrivendo. Il tempo speso a leggere le spiegazioni grammaticali nella propria lingua, il tempo dedicatole in classe, ad imparare liste di parole non conta tanto quanto impegnarsi in una comunicazione significativa, nell’ascolto, nella lettura e nella conversazione. Gran parte di questo tempo può prendere la forma di attività piacevoli ed interessanti. Quest’ultime, in effetti, devono rispondere all’interesse dell’apprendente.

Anche in questo caso, una persona introversa con un forte interesse per alcuni aspetti di una lingua e della sua cultura, che vi dedica il tempo necessario per la buona riuscita, imparerà più velocemente rispetto ad un estroverso che è solo alla ricerca di un’opportunità per fare pratica con quella piccola parte di lingua che ha imparato.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Steve Kaufmann e pubblicato l’8 settembre 2020 sul proprio sito The Linguist

Traduzione a cura di:
Rossella Di Cio
Dottoressa magistrale in Traduzione Specialistica EN,FR>IT

Introversi Vs Estroversi con le lingue

 Categoria: Le lingue

Esistono molti miti riguardo le qualità necessarie per avere successo nell’apprendimento di una lingua straniera.

Devi essere musicale o avere orecchio per la musica. Eppure conosco dei pessimi cantanti che sono bravi nelle lingue e viceversa. Devi avere un talento speciale, come se alcune persone fossero geneticamente predisposte ad essere brave nell’apprendimento delle lingue. Da bambino devi essere circondato da persone che parlano altre lingue. Eppure, quando al LangFest dell’anno scorso ho chiesto ad un gruppo di 500 poliglotti quanti fossero cresciuti in una famiglia bilingue o multilingue, quasi nessuno si è fatto avanti. Non puoi imparare dopo una certa età. Eppure io ho imparato otto lingue da quando ho 60 anni.

Secondo un altro mito gli estroversi sono apprendenti migliori rispetto agli introversi. A quanto pare alcuni pensano che una persona estroversa, socievole, vivace, entusiasta di coinvolgere le persone in una conversazione sarà più brava nell’apprendimento di una lingua rispetto ad una persona più silenziosa, riflessiva ed introversa.

Quindi chi è l’apprendente migliore? Introversi Vs Estroversi

L’apprendimento di una lingua dipende da tre fattori fondamentali: l’attitudine dell’apprendente, il tempo trascorso a contatto con la lingua e l’abilità dell’apprendente di osservare cosa accade nella lingua, qualcosa che avviene per lo più inconsciamente.

Tra questi, il fattore più importante, più importante dell’età, del talento, dell’orecchio per la musica, dell’essere socievoli, ecc., è l’attitudine dell’apprendente nei confronti della lingua. Devi esserne interessato e deve piacerti. Soprattutto devi credere che raggiungerai il tuo obiettivo e che valga la pena compiere tutti gli sforzi che stai facendo.

Stai cercando qualcosa in casa. Se guardi in un armadio o nelle tasche dei pantaloni e sei convinto che la cosa che stai cercando possa essere trovata, è più probabile che possa trovarla. Ma se non ne sei davvero sicuro, se cerchi senza impegnarti, è più probabile che alla fine non la troverai.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Steve Kaufmann e pubblicato l’8 settembre 2020 sul proprio sito The Linguist

Traduzione a cura di:
Rossella Di Cio
Dottoressa magistrale in Traduzione Specialistica EN,FR>IT

L’Influenza dell’arabo sullo spagnolo

 Categoria: Le lingue

L’Influenza dell’arabo sulla lingua spagnola

A causa dell’occupazione della Penisola Iberica da parte dei Mori, a partire dal 711 fino al 1492 d.C., l’influenza della lingua araba su quella spagnola fu inevitabile ed ancora oggi è evidente.

Lo spagnolo, in principio, veniva parlato nell’antica regione della Castiglia, nel nord della Spagna, mentre la maggior parte del meridione era sotto il dominio musulmano. L’arabo parlato nel sud dell’Andalusia, influenzò la lingua spagnola fin quasi dall’inizio. La contaminazione si intensificò quando la Castiglia iniziò a crescere espandendosi in territori musulmani che non avevano mai parlato il castigliano, analogamente a quando i “cristiani arabizzati” fuggirono a nord nel territorio castigliano, principalmente nel periodo della conquista  Almoravide.

Lo spagnolo moderno è quindi una combinazione di castigliano antico ed elementi di origine araba.

Crea confusione il fatto che,  nello spagnolo moderno, coesistano ancora termini di derivazione latina e araba che esprimono lo stesso concetto, come aceituna e oliva (oliva),  jaqueca e migraña (emicrania). Tale influenza nella lingua spagnola è più evidente nella parte meridionale della Spagna, che subì l’occupazione più a lungo. Alcune parole sono state prese in prestito anche dall’arabo parlato in Marocco, a causa della vicinanza geografica.

Gran parte della contaminazione riguarda il lessico: per la maggioranza sostantivi ed  un numero più limitato di verbi, avverbi e aggettivi. La struttura generale e grammaticale della lingua è rimasta invece relativamente invariata.

Esempi di influenza della lingua araba sulla lingua spagnola:

  • ·Espressioni come “¡Ole!” e “ojalá” provengono dall’arabo “wa’llah” e “insh’allah”, che hanno il medesimo significato.
  • ·Si dice che il pronome formale “usted” provenga dal latino “vuestra merced”, ma “ustadth” è il termine arabo per professore/insegnante, quindi potrebbe anche avere queste radici.
  • ·Il suffisso –í, che viene utilizzato in spagnolo per mostrare relazioni o appartenenze, deriva dall’aggettivo maschile arabo, ad es. Andalusí, Marbellí, Zaragocí, (persona dell’Andalusia, Marbella, Saragozza).
  • ·Molte parole in spagnolo che iniziano con “al” o anche solo “a” (a volte in arabo la “l” viene assorbita dalla consonante che la segue) possono avere radici arabe, poiché “al” è l’equivalente arabo di “il”, ed è presente all’inizio di ogni nome definito.

Ecco alcuni esempi:

Spagnolo Italiano Arabo
Abalorio Perlina Al-baluri
Acebibe Uva passa Azebib
Aceite Olio Az-zeit
Aceituna Olio d’oliva Az-zeitun
Alcalde Sindaco Al-qadi Cioè giudice (dal verbo qada- giudicare)
Alcoba Alcova Al-quba
Azúcar Zucchero Sukkar
Algodón Cotone Al-qutun
Azafrán Zafferano Za’firan. Forse da Safra (giallo)
Albahaca Basilico Habaqah
Jarra Caraffa ǧarrah
Jirafa Giraffa Ziraffa
Naranja Arancia Nāranja
Zoco or Azogue Mercato Souk
Zumo Succo di frutta Zum

Il numero di parole prese in prestito nella lingua spagnola dall’arabo è sconosciuto. Le stime variano enormemente in base alle diverse fonti e dall’eventuale conteggio di elementi come nomi di luoghi o forme derivate. Un’autorità molto rispettata ne nomina circa 4000, il più grande dizionario etimologico spagnolo ne elenca poco più di 1000, mentre la Real Academia Española  fornisce circa 1.200 parole, esclusi nomi di luoghi e derivati.

Fonte:  Articolo pubblicato sul sito della scuola di spagnolo Enforex

Traduzione a cura di:
Vaninetti Stella
Traduttrice per il settore turistico
Lingue di competenza: Inglese, Spagnolo, Francese, Portoghese
Lecco

Il sorabo – una lingua dimenticata

 Categoria: Le lingue

In uno dei suoi articoli brevi ma pungenti, lo scrittore uruguayano Eduardo Galeano citò una statistica: “Ogni due settimane muore una lingua.”

Quando noi europei pensiamo alle lingue in via di estinzione, il nostro pensiero va in automatico verso le numerose lingue dei continenti che in passato subirono la colonizzazione – le lingue amerindie, tanto diverse tra di esse che spesso nonostante la vicinanza geografica appartengono a famiglie linguistiche differenti, o le lingue delle tribù africane. Tuttavia nemmeno il Vecchio continente sfugge a questo fenomeno pressante. Si pensi all’uso sempre più limitato di alcuni dialetti italiani.

Più a Nord, nel cuore d’Europa, sopravvive un’antica lingua slava – il sorabo o serbo-lusaziano. Nella classificazione delle lingue slave appartiene al gruppo delle lingue slave occidentali, insieme al ceco, allo slovacco e al polacco. A differenza delle altre tre però non gode dello status di lingua ufficiale di nessuno stato, il che fa di essa una realtà pressoché sconosciuta. La sopravvivenza è resa ancora più difficile dal fatto che la piccola isola linguistica si trova circondata da un territorio di lingua non slava, nelle regioni tedesche del Brandenburgo e della Sassonia.

Le origini della minoranza linguistica sono da cercare nell’epoca alto-medievale quando la storica regione della Lusazia fu ampiamente insediata da popolazioni slave. Nel corso della storia i sorabi sopravvissero a molte avversità, tra cui anche il regime nazista che di fatto proibì l’uso della lingua soraba e perseguitò i membri dell’etnia con carcerazioni e reclusioni nei campi di concentramento. Secondo le stime, i parlanti del sorabo oggigiorno sono circa 20 000. In realtà si tratta di due varietà di lingua – il sorabo superiore e il sorabo inferiore, la seconda delle quali particolarmente minacciata dall’estinzione, con poco più di 6000 parlanti attivi, concentrati nella zona attorno alla città di Cottbus.

La politica attuale della Germania è favorevole alla minoranza, ai sorabi viene concessa la scolarizzazione nella loro lingua madre e l’utilizzo della stessa nelle istituzioni locali. Sono presenti cartelli stradali bilingui e i due Bundesländer coinvolti stanziano somme di denaro per la promozione della cultura soraba. Tuttavia non è semplice preservare le tradizioni di una comunità di dimensioni così piccole, a contatto talmente stretto con un’altra cultura egemone. Il pericolo è rappresentato anche da fattori socio-economici: la zona soffre di forte livello di disoccupazione che causa l’esodo della popolazione, in particolar modo dei giovani, al di fuori dell’area linguistica soraba, con il conseguente rischio di inclinare verso l’uso prevalente del tedesco. Inoltre, negli anni passati, interi villaggi sono stati distrutti per le attività estrattive delle miniere di carbone e i loro abitanti spostati altrove. A ciò si aggiunge la bassa natalità tipica di tutte le popolazioni europee.

Malgrado le condizioni non favorevoli, la cultura soraba resiste e si nutre anche di manifestazioni popolari molto vive. Vengono stampati giornali e libri in sorabo e sulla scena musicale alternativa appaiono autori che scelgono di esprimersi in sorabo. Certo sarà difficile, se non impossibile, invertire questa tendenza del mondo alla globalizzazione, di cui la progressiva omologazione linguistica costituisce solo uno degli aspetti. Ad ogni modo, è necessario impegnarsi per tutelare l’immenso patrimonio che ogni singola lingua rappresenta per l’umanità.

Autrice dell’articolo:
Stanislava Sebkova
Traduttrice freelance IT,DE,EN>CZ
Firenze

L’Inglese per l’Unione Europea (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

La Brexit è l’occasione giusta perché l’inglese diventi la lingua della UE

Un’ulteriore obiezione dei nemici giurati dell’inglese è che altre entità statali come gli USA, il Canada o la Svizzera funzionano senza una lingua ufficiale unica. Ma a differenza della UE hanno una storia plurisecolare come entità politiche unitarie e una forte lingua maggioritaria;

di contro, solo il 18% dei cittadini della UE è di lingua madre tedesca. Il plurilinguismo dell’India è quanto di più simile alla UE ci sia a livello internazionale, ma anche da quelle parti infuria il dibattito se adottare una sola lingua ufficiale per favorire la coesione.

L’obiezione più stringente è che sostituire la babele europea con l’inglese come unica favella sia un’idea elitaria; tuttavia è proprio per questo che la UE dovrebbe fare di più per promuovere l’inglese al ruolo di unica lingua europea di comunicazione. L’attuale inerzia ha creato un’Europa in cui una casta di privilegiati poliglotti formati nelle università europee può muoversi agevolmente da un paese all’altro e dominare i dibattiti comunitari. Un maggiore impegno a favore dell’inglese in Europa e nelle singole nazioni ne promuoverebbe la conoscenza presso quei cittadini UE che attualmente non lo parlano.

Alla fine non si tratta di scegliere fra un’Europa anglofona o fra una completamente multilingue, ma fra una pia illusione e i fatti. Nicolas Véron, economista francese che lavora a Bruxelles, fa notare che l’inglese è già di fatto la lingua di lavoro della UE, il che ha permesso a lui e ad altri, nel 2005, di creare Bruegel, uno dei primi think tank a livello comunitario. Qualcosa come il 97% dei tredicenni europei sta imparando l’inglese, e il numero dei corsi universitari in inglese è cresciuto dai 725 del 2002 a più di ottomila. I movimenti politici continentali si esprimono per la gran parte in inglese: il sito web e gli interventi sulle reti sociali di Fridays for Future, così come quelli del movimento populista di destra Identitarian, sono in inglese. Ad un raduno di leader sovranisti a Milano prima delle elezioni europee, i leader di Finlandia, Danimarca, Olanda, Repubblica Ceca e Germania hanno rivolto i propri saluti alla folla in inglese.

Diffondete il verbo

Prendere atto formalmente di come stanno le cose permetterebbe alla UE e ai governi nazionali di concentrare più risorse nella diffusione dell’inglese. Tali risorse – alcune delle quali si potrebbero ricavare dalla riduzione dell’enorme numero di traduttori e interpreti della UE – potrebbero essere impiegate per corsi di lingua per i lavoratori più anziani e meno istruiti. Stimolerebbe più mezzi di comunicazione a scrivere in inglese, favorendo così la nascita di media autenticamente paneuropei.

Il maggiore ostacolo è simbolico. Umberto Eco scrisse: «La traduzione è la lingua dell’Europa». La UE è orgogliosa delle sue tante lingue usate ogni giorno, che ogni anno diventano sempre più diffuse ed accessibili grazie al progresso degli strumenti di traduzione automatica. Tuttavia adottare l’inglese come lingua comune dovrebbe essere visto come il complemento di questa tradizione e non come una sfida ad essa. La quintessenza dell’Europa è la diversità, e il suo caleidoscopio di lingue e dialetti deve essere promosso e protetto; ma è anche unità, un’unità possibile solo con una lingua comune, anche se non padroneggiata alla perfezione. Diffondere capillarmente l’inglese e al contempo difendere le lingue native della UE non significherebbe tradire l’ideale di un’Europa cosmopolita, bensì portarlo a compimento.

Fonte:  Articolo pubblicato il 15 giugno 2019 sul sito dell’Economist

Traduzione a cura di:
Luca Falzoni
Traduttore freelance tecnico/scientifico EN,DE > IT
Cilavegna (PV)

L’Inglese per l’Unione Europea

 Categoria: Le lingue

La Brexit è l’occasione giusta perché l’inglese diventi la lingua della UE

Sarà una lingua franca neutrale.

Per buona parte della sua storia le lingue principali dell’Unione Europea sono state tre: il tedesco (la lingua madre più parlata), il francese (lo strumento d’elezione della diplomazia brussellese) e l’inglese (ampiamente usato come seconda lingua). Tuttavia negli ultimi anni la crescita di Internet e l’adesione degli stati dell’Europa orientale e centrale hanno sancito il dominio dell’inglese. Ad oggi più dell’80% dei documenti della Commissione europea sono prima redatti in inglese, poi tradotti nelle altre 23 lingue ufficiali.

I malumori non mancano. «L’inglese non è l’unica lingua ufficiale dell’Unione Europea» ha dichiarato con irritazione nel settembre 2018 Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea. Alcuni hanno accolto la Brexit come un’occasione per ristabilire il ruolo del francese come lingua principale della UE, o almeno per far decadere l’inglese da lingua ufficiale. Dopo il fallito tentativo europeo di dare il benservito all’idioma di Boris Johnson e Nigel Farage, un giornalista francese ha sbottato: «Ci vorrà un miracolo per governare 450 milioni di cittadini in una lingua destinata ad un futuro di minoranza».

Al contrario, non potrebbe esserci momento migliore per la UE di adottare l’inglese come sua unica lingua ufficiale. Politicamente la Brexit gioca a favore. Il filosofo belga Philippe van Parijs sostiene che la Brexit renderà l’inglese una lingua neutrale all’interno della UE (Irlanda e Malta, dove pure è lingua ufficiale, rappresentano appena l’1% della restante popolazione) e quindi ideale per far comunicare europei con lingue madri rivali. Date le sue radici sia romanze che germaniche, adottarla costituirebbe, da un punto di vista linguistico, un ritorno in patria, facendo tornare l’inglese sul continente. «Ridateci la nostra lingua» dice scherzando van Parijs. In secondo luogo, l’Europa va verso l’unione politica: dalle proteste anti-migranti alle dimostrazioni ambientaliste degli studenti di Fridays for Future, i movimenti sono sempre più transnazionali. Nelle elezioni europee del maggio 2019 la partecipazione al voto ha raggiunto il massimo degli ultimi 25 anni dopo una campagna in cui l’impatto dei leader, dal populista di destra Matteo Salvini al centrista liberale Emmanuel Macron in Francia (che alla prossima tornata elettorale intende introdurre liste paneuropee di candidati), ha travalicato i confini dei rispettivi paesi. In un’epoca in cui la politica si scopre più autenticamente europea una lingua franca accettata da tutti ha perfettamente senso, e l’inglese è l’unico candidato logico.

Alcuni temono che sancire formalmente il predominio dell’inglese (idea sostenuta con fervore non da britannici o americani, ma da personalità come l’ex presidente tedesco Joachim Gauck e l’ex presidente del Consiglio italiano Mario Monti) rafforzerebbe la cultura anglosassone e metterebbe pubblicazioni in lingua inglese come The Economist in posizione dominante. In effetti, molti grandi media europei – inclusa la maggior parte dei giornali tedeschi, lo spagnolo El País e il greco Kathimerini – pubblicano una propria versione online in inglese allo scopo di avere voce nel dibattito paneuropeo, e un ruolo formale dell’inglese incoraggerebbe altri a fare altrettanto.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte:  Articolo pubblicato il 15 giugno 2019 sul sito dell’Economist

Traduzione a cura di:
Luca Falzoni
Traduttore freelance tecnico/scientifico EN,DE > IT
Cilavegna (PV)

La situazione del tedesco nel 2020 (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Negli anni a venire, in virtù della nuova legge del governo federale per favorire l’immigrazione di personale qualificato, l’insegnamento del tedesco avrà come obiettivo principale la formazione linguistica degli specialisti. Nel complesso il numero degli adulti che studiano il tedesco (dovuta alla crescente importanza della formazione linguistica dei profili specializzati) è cresciuto dai circa 433.000 del 2015 a 474.000. Complessivamente circa 309.000 persone studiano tedesco presso le sedi del Goethe Institut, con una crescita degli studenti di ambo i sessi di circa 73.000 unità rispetto al 2015.

L’indagine (che non ha considerato il periodo della pandemia da Coronavirus) ha per la prima volta preso in esame l’offerta di formazione tramite piattaforme digitali. I risultati mostrano la crescente importanza, anche in prospettiva, sia delle possibilità di apprendimento online del tedesco che della formazione degli stessi insegnanti di lingua. L’utilizzo delle offerte formative tramite le piattaforme digitali e mobili considerate dall’indagine è cresciuto dal marzo 2020: ad esempio, durante la chiusura al pubblico degli istituti di formazione linguistica e il divieto di contatti sociali in tutto il mondo gli accessi (“visits”) alla piattaforma formativa online del Goethe Institut hanno mostrato un significativo aumento delle lezioni via Internet: i circa 326.000 accesi del maggio 2019 sono diventati, a distanza di dodici mesi, più di 1,2 milioni. Nello stesso periodo la fruizione dei corsi online di tedesco della Deutsche Welle è raddoppiata, raggiungendo i 4,2 milioni di utenti.

Alla crescente domanda di tedesco un po’ ovunque si contrappone tuttavia la mancanza di insegnanti: nell’impegno del ministero degli Esteri e dei suoi partner la formazione degli insegnanti è perciò considerata assolutamente prioritaria. Programmi di formazione e perfezionamento come il Dhoch3 del DAAD o il Deutsch Lehren Lernen (Imparare ad insegnare il tedesco), o DLL, del Goethe Institut contribuiscono alla formazione continua degli insegnanti.

Sotto la guida del ministero degli Esteri l’organizzazione Netzwerk Deutsch raccoglie ogni cinque anni, insieme a gruppi di lavoro locali, i dati relativi agli studenti di tedesco da tutto il mondo. L’indagine del 2020 è stata coordinata dal Goethe Institut (che elabora anche i dati) in cooperazione con i già citati DAAD, Deutsche Welle e ZfA.

Fonte: Articolo pubblicato sul sito del Goethe Institut

Traduzione a cura di:
Luca Falzoni
Traduttore freelance tecnico/scientifico EN,DE > IT
Cilavegna

La situazione del tedesco nel 2020

 Categoria: Le lingue

In Asia e Africa sempre più persone studiano il tedesco
L’interesse per il tedesco come lingua straniera non conosce soste, e le iniziative per promuoverlo dimostrano un’efficacia durevole: come rivela l’indagine Deutsch als Fremdsprache weltweit (Il tedesco come lingua straniera nel mondo), pubblicata a cadenza quinquennale a cura del ministero degli Esteri in cooperazione col Goethe Institut, la Deutsche Welle, il Deutscher Akademischer Austauschdienst (DAAD, Servizio Federale per gli scambi accademici) e la Zentralstelle für das Auslandsschulwesen (ZfA, Servizio Federale per le Scuole all’Estero), in tutto il mondo lo studiano più di 15,4 milioni di persone. Come sempre l’Europa fa la parte del leone, ma il tedesco guadagna posizioni soprattutto in Africa e Asia. La competenza linguistica del personale specializzato proveniente dall’estero gioca un ruolo sempre maggiore nel sostegno al tedesco, e le offerte di formazione digitale incontrano sempre maggior favore.

Il tedesco resta sempre la lingua più studiata in Europa con 11,2 milioni di studenti. I tassi di crescita maggiori si registrano nei vicini della Germania: Danimarca, Olanda, Repubblica Ceca e Francia (che con un +18% raggiunge gli 1,185 milioni di studenti). Anche in Russia, che nel 2015 registrava il maggiore calo, il numero di chi impara il tedesco è cresciuto nuovamente del 16%, fino a toccare 1,79 milioni. Per contro alcuni paesi europei segnano il passo: il numero di studenti in Polonia, per quanto rimanga il più alto al mondo (1,95 milioni), è calato del 15% dal 2015; la situazione in Ungheria è simile, e l’uscita della Gran Bretagna dalla UE potrebbe ulteriormente minare il già declinante interesse per il tedesco (-25% rispetto al 2015).

Al di fuori della UE colpisce la straordinaria crescita dell’Africa (+50% circa): tra i paesi africani in cui è aumentato il numero di chi studia il tedesco si annoverano Egitto, Algeria e Costa D’Avorio. Un altro importante teatro di crescita del tedesco è l’Asia, soprattutto la Cina. Di contro gli USA mostrano un calo intorno al 15%.

Come risulta poi dall’indagine, il tedesco si studia soprattutto nelle scuole (il numero delle scuole in cui si studia il tedesco è cresciuto dalle 95.000 del 2015 a circa 106.000). L’iniziativa Schulen: Partner der Zukunft (Scuole: partner del futuro), o PASCH, si è dimostrata un valido strumento di promozione del tedesco a livello mondiale: ad oggi vi prendono parte circa duemila scuole e più di seicentomila alunni in oltre cento paesi. L’iniziativa PASCH si svolge in collaborazione con la ZfA, il Goethe Institut, il DAAD e l’Organizzazione per gli scambi culturali con l’estero della Conferenza Federale dei ministri dell’Istruzione. Nelle scuole gli studenti studiano approfonditamente la lingua e la cultura tedesche e si familiarizzano con l’odierna realtà della Germania. Inoltre il tedesco rappresenta un investimento per il futuro, dando accesso ad uno dei migliori sistemi scolastici del mondo e ad un attraente mercato del lavoro e della formazione.

Nelle università il tedesco è attualmente studiato da 1,27 milioni di persone, con un leggero calo (circa 60.000 unità) rispetto al 2015. Con un certificato di tedesco e il diploma finale delle scuole estere della ZfA, ogni anno circa 20.000 diplomati di ambo i sessi ottengono accesso al sistema universitario tedesco, e di questi il 45% si iscrive ad un corso di laurea in Germania. Anche il programma di formazione Studienbrücke del Goethe Institut e del DAAD facilita l’accesso al mondo accademico tedesco.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato sul sito del Goethe Institut

Traduzione a cura di:
Luca Falzoni
Traduttore freelance tecnico/scientifico EN,DE > IT
Cilavegna

I fenomeni del cocoliche e del lunfardo

 Categoria: Le lingue

Il periodo della grande emigrazione degli italiani verso l’America del Sud iniziò indicativamente a partire dal 1880 e una delle mete principali era l’Argentina, in particolare l’area rioplatense. Gli italiani provenivano da varie zone d’Italia, la maggior parte erano liguri e calabresi, ma anche piemontesi, veneti, friulani ecc. e di tutte le estrazioni sociali; non dobbiamo pensare che fossero tutti poveri e analfabeti, ma lasciavano l’Italia anche letterati e musicisti. Bisogna fare una premessa, a quell’epoca l’Unità d’Italia era ancora recente e la lingua italiana era diffusa a livello nazionale solo fra le persone colte. L’Italia era ancora fortemente dialettofona quindi la popolazione comunicava con difficoltà sul proprio territorio, ma come si rapportavano gli italiani all’estero dove incontravano anche altre culture e lingue?

L’Argentina aveva aperto le porte agli immigrati e gli italiani erano la maggioranza, seguiti dagli spagnoli, ma era meta di emigrazione anche per francesi, inglesi, tedeschi ecc. e la zona rioplatense divenne uno straordinario crogiolo di lingue e culture. In particolare la presenza massiva degli italiani concentrata nella zona del Rio de la Plata mise a contatto lo spagnolo di quell’area con l’italiano dialettale (e non l’italiano standard, poco parlato dagli immigrati) e portò alla nascita di due fenomeni di contatto linguistico: il cocoliche e il lunfardo.

Il cocoliche coinvolge tutti i livelli della lingua, quindi il lessico, la morfologia, la sintassi e la fonetica. Il lunfardo è un argot basato principalmente su italianismi e riguarda solo il piano lessicale. Il primo andò in disuso e rimase solo nell’ambito teatrale, mentre quest’ultimo riuscì a radicarsi. L’origine della parola cocoliche dovrebbe risalire al cognome calabrese Cuccoliccio.
Nello specifico, il cocoliche non si può definire un gergo, perché per essere tale dovrebbe essere caratterizzato dal desiderio o dalla necessità di differenziarsi dalla comunità, al contrario, il cocoliche esprime la volontà di comunicazione e di integrazione e lo si può definire come lo sforzo fatto dagli italiani per riuscire ad integrarsi nel tessuto sociale argentino. La struttura del cocoliche, infatti, si compone di tre elementi: dialetti italiani (in particolare genovese) + italiano standard + castigliano ( andaluso).

Il lunfardo, invece, è un gergo e l’origine della parola sarebbe “lombardo” inteso in senso dispregiativo in quanto chi proveniva dalla Lombardia era considerato ladro poiché molti di loro svolgevano anche l’attività di usurai. Di conseguenza questo gergo era una sorta di lingua segreta, parlata in ambiti delinquenziali. Oggigiorno il lunfardo non è più collegato alla malavita italoargentino e si è diffuso anche in Uruguay e alcuni termini sono utilizzati nella vita quotidiana.
A volte i termini cocoliche e lunfardo vengono considerati erroneamente sinonimi ma i due fenomeni sono diametralmente opposti: il cocoliche nasceva dalla volontà di comunicare, mentre il lunfardo dalla necessità di non essere compresi.

Di seguito alcuni curiosi esempi di parole in cocoliche e la loro origine.
• BACAN = deriva dal genovese “baccan” (parola che indicava il capofamiglia o un leader in generale);
• BIRRA = Si utilizza il termine italiano su entrambe le sponde del Rio de la Plata invece di dire cerveza (Spagna);
• CHAPAR = dal lombardo “ciapà” (prendere) > italiano “acchiappare”;
• FAINA’ = dal genovese “fainà”, nome dialettale della farinata di ceci; molto diffusa in Argentina, è un altro retaggio della forte immigrazione ligure nel paese.

Autrice dell’articolo:
Rosamaria Cabona
Traduttrice SP > IT
Genova

Il bilinguismo in età prescolare

 Categoria: Le lingue

Esistono innumerevoli vantaggi nell’insegnamento di una seconda lingua in età prescolare. E’ ormai un luogo comune che imparare una seconda lingua in giovane età sia più semplice se paragonato all’apprendimento della stessa in età adulta. Ad avvalorare questa ipotesi si aggiungono innumerevoli studi scientifici che affermano come tra gli 0 e i 5 anni il cervello del bambino sia estremamente più plastico.

Ne consegue che tutte le esperienze, sia quelle costruttive che quelle negative, vadano a impattare estremamente sul cervello del bambino in questa fascia di età. Ad esempio chi subisce eventi negativi tra gli 0 e i 5 anni svilupperà più facilmente depressione o alcolismo o altri tipi di patologie.

Lo stesso vale per l’apprendimento delle lingue. Il bambino bilingue inizierà ad esprimersi nella seconda lingua con un leggero ritardo rispetto al bambino che impara e parla in casa e alla scuola dell’infanzia soltanto una lingua. Ma è comprovato che una volta acquisita una seconda lingua, sarà più semplice, per il bambino bilingue, impararne una terza ed una quarta.

Anche il metodo di insegnamento va ad impattare sui risultati. Esistono svariati tipi di insegnamento, di seguito ne prenderemo in considerazione tre: il metodo induttivo, il metodo deduttivo e quello naturale.

Il metodo induttivo è quello sperimentale e più all’avanguardia. Dal Latino ‘in duco’, mi muovo verso: il bambino dovrà fare uno sforzo, implicando le funzioni logiche, per ‘andare verso’ la lingua, ovvero per riuscire ad impossessarsene e a padroneggiarla. Con il metodo induttivo si passa dal particolare al generale, ovvero dall’esempio alla regola. Questo metodo non è mnemonico né ripetitivo.

Il metodo deduttivo è quello più tradizionale. Dal Latino ‘de duco’, movimento dall’alto verso il basso: la conoscenza viene trasmessa, appunto, dall’alto a chi la riceve in modo per lo più passivo. Il metodo deduttivo procede dal generale al particolare e implica la memorizzazione e la ripetitività.

Infine, il metodo naturale, non prevede tecniche specifiche: si parlerà al bambino nella lingua da apprendere esattamente come una madre fa con il proprio figlio. Sempre più scuole dell’infanzia decidono di adottare questo tipo di metodo che non adotta la memorizzazione e la ripetitività.

Concludendo, è auspicabile l’adozione di un metodo induttivo o di un metodo naturale piuttosto che di un metodo deduttivo ed è preferibile iniziare l’apprendimento di una seconda lingua tra gli 0 e i 5 anni.

Autrice dell’articolo:
Anna Maria Delfina Adelaide Parlangeli
Traduttrice EN FR> IT
Milano

Tutelare le lingue indigene brasiliane (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Negli ultimi anni sono stati pubblicati alcuni inventari delle lingue indigene attualmente parlate in Brasile, presentati in libri e riviste, con indicazioni sulle posizioni geografiche e dati demografici approssimativi. Grazie a questi strumenti, è stato possibile determinare quali lingue sono in pericolo di estinzione a causa del ridotto numero di utilizzatori. La presenza di queste minoranze linguistiche è anche causata dallo sterminio delle popolazioni indigene da parte degli invasori.
Il ridotto numero di lingue che sono sopravvissute sino ad oggi necessita di riconoscimento e tutela da parte del governo brasiliano, che è responsabile delle popolazioni autoctone e del sostegno a programmi di ricerca per evitarne l’estinzione. I governi più conservatori tendono a non rispettare i diritti delle minoranze, al contrario, hanno cercato di porre fine alle loro storia culturale.

Jair Bolsonaro, politico nazionalista di estrema destra, presidente del Brasile dal 1° gennaio 2019, ha sollevato polemiche sulla gestione del governo brasiliano della questione indigena. Dopo essere stato eletto, ha elaborato un decreto provvisorio, secondo il quale le attività di identificazione, delimitazione, demarcazione e registrazione delle terre indigene del paese, debbano andare sotto la responsabilità del Ministero dell’Agricoltura. Questa misura ha ampliato i poteri di quest’ultimo, causando la perdita di queste funzioni da parte della Fondazione Nazionale dell’Indio (FUNAI), insieme al coordinamento e alla concessione di licenze ambientali nelle terre coinvolte, che include il permesso per la costruzione di dighe idroelettriche, ferrovie e autostrade nei pressi delle comunità indigene.

Questa politica è stata molto discussa negli ultimi tempi e la resistenza indigena ha dimostrato di voler difendere i propri diritti con la mobilitazione nazionale “Acampamento Terra Livre“, svoltasi tra il 24 e 26 aprile 2019 nella capitale, Brasilia. Durante questi giorni è stata richiesta la tutela dei diritti costituzionali degli indios, riguardanti il poter vivere nella propria terra, secondo i propri valori e tradizioni. La comunità indigena continua a combattere contro le grandi compagnie minerarie e agroindustriali, i proprietari terrieri e il razzismo che, purtroppo, sopravvive ancora in questo XXI secolo. È necessario fare tutto il possibile per poter tutelare queste minoranze linguistiche, che rappresentano una parte importante del patrimonio culturale portoghese e brasiliano.

Autrice dell’articolo:
Mariangela Sforza
Traduttrice freelance (PT-EN > IT)
Bari

Tutelare le lingue indigene brasiliane

 Categoria: Le lingue

Le particolarità del portoghese brasiliano sono state definite dai linguisti come un risultato di influenze amerindie e africane. Dal lato amerindio, la fonte è essenzialmente il Tupi, la principale lingua nativa in Brasile. Il numero di lingue indigene brasiliane esistenti, attualmente 180, rappresenta una grande diversità linguistica.
I dati a riguardo hanno permesso agli studiosi di classificare queste lingue per famiglie e tronchi linguistici. Il tronco Tupi è uno dei più grandi gruppi con una grande dispersione geografica: le sue lingue sono parlate in diverse regioni del Brasile (specialmente a sud del Rio delle Amazzoni) e anche in altri paesi del Sud America.

È composto da diverse famiglie: Tupi-Guarani, Mondé, Tupari, Juruna, Mundurukú, Ramarána, Awetí, Puruborá. L’altro grande gruppo è quello delle lingue del tronco Macro-Jê, presenti in particolare nelle regioni dei campi (come quelle di Maranhão e Pará, fino al Sud del Paese). Include le famiglie: , Karajá, Maxakalí, BororoBotoctió, Guató, Ofayé, Rikbaktsá, Yate. Le famiglie Karib e Aruák sono rappresentate ciascuna da 20 lingue, distribuite a nord e a sud del Rio delle Amazzoni e nelle regioni nordoccidentale e occidentale (Stati di Amapá, Roraima, Pará, Amazonas, Acri, Mato Grosso). La famiglia Páno comprende 14 lingue parlate in Brasile (Acre, Rondônia e Amazonas) ancora poco conosciute, e altre parlate in Perù e Bolivia.

Nonostante la crescente estinzione di diverse lingue in tutto il mondo, negli ultimi tempi i linguisti si sono allarmati in modo particolare per le lingue indigene brasiliane, questione che è stata affrontata in diverse conferenze. Secondo gli studiosi, queste lingue sono soggette a pressioni molto forti e si può ritenere che siano tutte minacciate dall’estinzione. Il fattore che rappresenta la più grande minaccia alla sopravvivenza di queste lingue è l’assenza di informazioni sufficienti: questo problema conduce all’incapacità di adottare misure amministrative per tutelare o promuovere le lingue native. Il lavoro di ricerca e informazione spetta ai linguisti, per far comprendere alla società brasiliana che, come proclamato dall’UNESCO e riconosciuto dal Ministero della Cultura, tutte le lingue sono un patrimonio culturale dell’Umanità e di ogni nazione a cui appartengono.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Mariangela Sforza
Traduttrice freelance (PT-EN > IT)
Bari

Si può dimenticare la lingua materna? (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Capacità innata per preservare la lingua nativa
Però va detto, una perdita così drastica della lingua non è altro che un’eccezione. Nella maggior parte degli immigrati che vanno a vivere in un altro paese, entrambe le lingue si mantengono più o meno vive. In questi casi, la prima lingua si conserva meglio o peggio a seconda del talento innato della persona. Coloro che, in generale, sono bravi con le lingue, tendono a preservare meglio l’idioma nativo, indipendentemente dal tempo che hanno trascorso fuori dal loro paese. Lo stesso vale per la scioltezza tipica della madrelingua, strettamente legata al modo in cui padroneggiamo le diverse lingue nel nostro cervello.

La vera differenza tra il parlare una o due lingue è che il cervello deve aggiungere una sorta di sistema di controllo che gli permetta di passare dall’una all’altra. Se questo meccanismo di controllo è debole, la persona può avere difficoltà nel trovare la parola giusta o nel continuare a destreggiarsi nella seconda lingua.

Socializzare con i parlanti stranieri
Passare molto tempo con parlanti della tua stessa madrelingua all’estero può peggiorare le cose, poiché si sa che entrambe le lingue saranno comprese. In molti casi il risultato è un ibrido linguistico. Per esempio, a Londra, una delle città più multilingue del pianeta, questo tipo di ibrido è così comune che si è quasi convertito in un dialetto urbano. Però va detto, modificare non equivale a dimenticare. Quel che è certo è che, con il tempo, questo scambio informale e simultaneo tra le due lingue può impedire che il cervello resti in un’unica casella linguistica quando ciò è necessario. Così, ciò che viene prodotto è una spirale accelerata di trasformazione del linguaggio.

Tuttavia, questa capacità di adattamento non ha motivo di essere vista negativamente, quanto piuttosto come un test della nostra inventiva come esseri umani. È solamente un processo naturale che spinge le persone ad apportare cambiamenti nella loro grammatica per adattarsi alla nuova realtà. Il fatto è che ciò che ci permette di apprendere nuove lingue, ci permette anche di fare cambiamenti.

In ogni caso, bisogna tenere presente che il deterioramento dell’idioma nativo non è qualcosa di irreversibile, almeno negli adulti. Un periodo di riavvicinamento al nostro paese di origine, ai nostri ricordi e al nostro senso di identità farà sì che possiamo recuperarla in poco tempo, dal momento che la nostra lingua è legata alla nostra identità più profonda.

Fonte: Articolo pubblicato il 31 agosto 2018 sul sito dell’agenzia Salminter

Traduzione a cura di:
Arianna Tognelli
Traduttrice ES>IT \ ENG>IT
Roma

Si può dimenticare la lingua materna?

 Categoria: Le lingue

Ti può essere capitato, dopo aver vissuto alcuni anni all’estero, di iniziare a notare che la tua lingua materna ti suona strana. La maggior parte degli immigrati che hanno vissuto per molto tempo nei paesi di accoglienza sanno perfettamente cosa significa sentirsi un parlante nativo un po’ arrugginito. In un primo momento potrebbe sembrare normale che, dopo molti anni senza usare la nostra lingua in modo regolare nella vita quotidiana, iniziamo a dimenticare alcune cose. Tuttavia, devi sapere che il processo non è così semplice.

La scienza del quando, perché e come perdiamo la nostra lingua materna è anzi piuttosto complessa. Non sempre influisce quanto a lungo siamo stati fuori. E inoltre, socializzare con altri parlanti nativi in un paese straniero può far sì che le nostre competenze nella lingua con cui siamo cresciuti peggiorino. Anche se in realtà sono i fattori emotivi l’elemento più importante di tutti.

Differenze tra bambini e adulti
Per di più devi sapere che, a lungo termine, gli immigrati non sono gli unici interessati. In certa misura, qualunque persona che sta imparando una seconda lingua può iniziare a dimenticare l’idioma nativo. Nel momento in cui iniziamo a studiare un’altra lingua, i due sistemi cominciano a competere tra loro.

Di fatto, nei bambini il fenomeno di dimenticare la lingua è ancora più rilevante perché le loro menti sono più flessibili e adattabili. Si sono verificati molti casi di bambini che sono stati adottati e sono andati a vivere in altri paesi e che addirittura, pur avendo già 9 anni, hanno scordato completamente la loro lingua madre non appena allontanati dal paese di nascita.  Nel caso degli adulti è molto meno probabile che la prima lingua scompaia del tutto.

Forti traumi
Ciononostante, il fatto di dimenticare la lingua materna può essere dovuto anche a un forte shock. Per esempio, gli ebrei rifugiatisi negli Stati Uniti e nel Regno Unito durante la II Guerra Mondiale hanno vissuto un grande trauma in quanto vittime della persecuzione nazista. Le persone che abbandonarono la Germania nei primi giorni del regime di Hitler, prima che si producesse il genocidio, parlavano bene il tedesco anche se  erano fuori da più tempo, mentre coloro che lasciarono il paese dopo lo sterminio, parlavano tedesco con difficoltà o, addirittura, lo avevano dimenticato completamente. Il fatto è che, nonostante il tedesco fosse la lingua della loro infanzia e quella parlata in casa, era anche la lingua legata a ricordi dolorosi, perciò i rifugiati maggiormente traumatizzati lo rimossero.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato il 31 agosto 2018 sul sito dell’agenzia Salminter

Traduzione a cura di:
Arianna Tognelli
Traduttrice ES>IT \ ENG>IT
Roma

Il bilinguismo

 Categoria: Le lingue

Da molti decenni il problema del bilinguismo è argomento di studio di psicologi e pedagogisti.
Eppure, nonostante tale fenomeno abbia una vasta incidenza, la crescente necessità di un’istituzione bi- o plurilingue e il numero degli studi e delle ricerche in proposito, poco si conosce ancora riguardo la vera natura psicologica e linguistica del bilinguismo, circa i suoi problemi socio-culturali, l’effetto del bilinguismo individuale sullo sviluppo intellettuale, linguistico ed emotivo del soggetto bilingue, i mezzi più idonei per condurre l’individuo all’acquisizione di un ben integrato stato di bilinguismo.

La maggior parte delle ricerche compiute su vari aspetti del bilinguismo è costituita da studi biografici di bambini bilingui condotti dai loro genitori, o da indagini sull’incidenza del fenomeno in zone in cui accanto al fenomeno del bilinguismo esistono tensioni socio-economiche o problemi di acculturazione. O ancora si tratta di resoconti di tentativi tendenti a confrontare l’intelligenza e il profitto scolastico in gruppi di bambini monoglotti e bilingui.

Attualmente l’interesse per lo studio dei fenomeni del bilinguismo non è più soltanto di origine psicologica o antropologica, ma anche pedagogico-didattica, poiché la consapevolezza dell’importanza della conoscenza di più lingue nel mondo odierno ripropone il problema dei metodi atti a riprodurre nello studente uno stato di apprendimento per quanto possibile simile a quello del parlante bilingue.

Tornando al concetto di bilinguismo come meta educativa, sorgono spontanei alcuni quesiti riguardo il vero significato del termine, se sia possibile di fatto un perfetto equilibrio nell’uso delle due lingue (“equi-linguismo”), e ancora circa le eventuali condizioni e le conseguenze che uno stato effettivo di bilinguismo possa comportare all’individuo e alla società. Sono proprio questi gli interrogativi posti da numerosi studiosi in tutto il mondo e molti dei quali in contatto con popolazioni viventi in ambiti geopolitici plurilingui.

Il problema del bilinguismo è quindi tra i più complessi che si possano presentare a professionisti come il linguista, lo psicologo, l’antropologo o l’educatore.

Autrice dell’articolo:
Giulia Lobascio
Qualifica: traduttrice Fr & En>It

Spirito segreto di una lingua

 Categoria: Le lingue

Uno degli aspetti più affascinanti delle lingue, per chi le studia o le traduce, è la loro misteriosa natura di esseri quasi viventi. Le lingue nascono, lentamente, l’una dall’altra; si nutrono di oggetti, pensieri, esperienze dei popoli che le usano; crescono e mutano, mettono radici o seccano, si fondono e si fecondano; muoiono, né tenerle sotto campane di vetro ne prolunga la vita. Parole e costrutti sorgono non voluti, si diffondono, migrano o scivolano via dall’uso, oltre l’illusione di controllo delle grammatiche, dei progetti, dei poteri di ogni sorta.

Così, viva com’è, ogni lingua ha un corpo e una sorta di spirito. Descrivere il primo e comprenderne i meccanismi è un compito arduo; si avvale però di dati misurabili e di eccellenti strumenti d’analisi, quali la scienza linguistica oggi fornisce e continua ad affinare. Molto più sfuggente – eppure a suo modo autoevidente – è il secondo. Chi nega, anche a un primo impatto, che il tedesco e il francese abbiano due “carismi” diversi? Chi, traducendo testi pur semplici dall’arabo all’italiano, non si è dovuto misurare con modi distanti di sentire, esprimere e organizzare il mondo? E come per gli esseri umani si è tentati di inquadrare un carattere in pochi stereotipi, così per le lingue sono in agguato infiniti luoghi comuni: “lingua da poeti”, “da commercianti”, “da militari”, “fredda”, “dura”, “musicale”, “romantica”. Eppure, come per qualcuno che si voglia conoscere, soltanto anni di frequentazione e d’ascolto, d’immedesimazione e di messa alla prova in contesti diversi possono portare a una vera familiarità, e perciò a comprensione.

In questo processo si scopre, tra l’altro, come ogni lingua sembri meglio attrezzata per certi scopi o, viceversa, abbia meno risorse per raggiungerne altri. Chi scrive ha constatato negli anni che il tedesco, grazie alla produttività del suo sistema di prefissi e suffissi e alla duttilità dei sostantivi composti, permette di esprimere contenuti analitico-astratti con una precisione e una brevità inarrivabili per l’italiano; mentre questo ha una frequenza di espressioni figurate, e soprattutto uno slancio a crearne liberamente di inedite, straordinari: un parlante italiano anche incolto intesse metafore, iperboli, ironie, metonimie, antonomasie a ritmo incessante senza saperlo, ed incappa in seri problemi di comunicazione se mantiene lo stesso stile in un’altra lingua.

Dunque la traduzione è un processo quanto mai delicato, paragonabile alla trascrizione di una melodia per vari strumenti, o alla recitazione di uno stesso monologo da parte di vari attori. Per Elisa non suonerà identica sul pianoforte, sull’organo o sul controfagotto, né To be or not to be farà lo stesso effetto se impersonato da un bimbo, un giovane o un vecchio: ogni lingua darà il suo vivo carattere ai testi che in essa prendono forma. Il traduttore si farà amico di quel suo segreto spirito e cercherà – con umiltà e audacia – di trarne il massimo, come fa il compositore coi suoi strumenti e il regista coi suoi attori. Vi saranno limiti invalicabili, ma anche gustose sorprese. Di tutte le infinite traduzioni in tedesco di Odi et amo di Catullo, solo una ha mai fatto balzare in piedi, folgorata, l’alunna men che mediocre di un liceo di provincia: “Prof, ora ho capito!”. Era quella, in prosa, nel suo dialetto materno.

Autrice dell’articolo:
Paola Franchi
Filologa, insegnante e bloggerin
Baden bei Wien (Austria)

Com’è nata la mia passione per le lingue (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Per quanto riguarda le mie esperienze traduttive, le materie studiate alla SSML Carlo Bo mi hanno permesso di interfacciarmi con la traduzione da e verso la lingua (le lezioni comprendevano sia traduzione ITA >ENG sia ENG > ITA, stesso discorso per spagnolo), iniziando prima con testi brevi per poi arrivare man mano a testi aventi tematiche e strutture più complesse. Ho esplorato vari settori, dagli articoli di giornale, scienza, medicina, letteratura, ambito giuridico, agricoltura e così via.

Il terzo anno il focus del programma si è spostato sull’apprendimento delle terminologie tecniche di alcuni dei settori precedentemente menzionati. Questo studio mi ha permesso di ampliare il mio lessico, la mia capacità di memorizzazione di svariati termini appartenenti ad ambiti diversi ed ovviamente la conoscenza dei suddetti ambiti.

Oltre alla traduzione tecnica apprezzo particolarmente anche la traduzione editoriale, la quale per me è stata oggetto di approfondimento delle mie due tesi. Ritengo che sia una tipologia di traduzione creativa e stimolante: il traduttore si immerge nei romanzi che traduce e ne assimila la storia e le sfaccettature.

La mia prima tesi consisteva in una ritraduzione delle pagine 79-83 del libro La sombra del viento (tradotto in Italia con il titolo L’ombra del vento) di Carlos Ruiz Zafón. Prima di ritradurle ho letto e studiato le scelte traduttive di Lia Sezzi, la traduttrice della versione italiana del romanzo già citato. Questo lavoro è stato di fondamentale importanza per me: vedere le scelte traduttive degli altri traduttori è utile per analizzare in modo critico la resa finale e domandarsi cosa può averli spinti ad effettuare determinate scelte linguistiche. Inoltre, è sempre interessante vedere come lavorano i traduttori più esperti.

Stesso discorso per quanto riguarda la tesi della magistrale, la quale trattava delle opere della scrittrice inglese Beatrix Potter. Verso la fine mi sono concentrata sull’analisi di tre traduzioni differenti di cinque opere in particolare della scrittrice (The Tale of Peter Rabbit, The Tale of Jemima Puddle Duck, The Tale of Timmy Tiptoes, The Tale of Squirrel Nutkin e The Tale of Tom Kitten). Si è trattato di un lavoro lungo e approfondito durato quasi un anno. Sono stata molto soddisfatta del risultato e del sostegno della mia relatrice, frutto di mesi di duro lavoro.

Mi ritengo soddisfatta del percorso universitario intrapreso. Ho seguito le mie passioni ottenendo dei buoni risultati. Il mio desiderio è di trasformare la passione per le lingue e per la traduzione in una professione. So bene che ci saranno vari ostacoli e problemi da fronteggiare, ma sono desiderosa di lasciare anch’io un modesto contributo a questa nobile arte.

Autrice dell’articolo:
Stella Zecchini
Traduttrice ENG<>ITA e SPA<>ITA
Bologna

Com’è nata la mia passione per le lingue

 Categoria: Le lingue

Fin da piccola sono sempre stata affascinata dalla diversità e dalle altre culture. Sotto questo punto di vista i miei genitori non mi hanno mai fatto mancare nulla, sono sempre stata circondata dai libri, i quali mi venivano regalati ad ogni occasione. Mi hanno sempre affascinato la scrittura e la lettura, il saper mettere insieme parole ed emozioni è un mestiere nobile e non per tutti, bisogna possedere oltre ad una cultura personale notevole, un discreto grado di coinvolgimento, nel senso di sapersi coinvolgere e saper coinvolgere l’altro tramite la narrazione.

Personalmente ritengo che la lingua italiana sia dotata di infinite sfumature, come ogni lingua straniera, ed il requisito imprescindibile per conoscere appieno una lingua straniera e saperla tradurre è conoscere bene la propria. È un principio che mi è stato insegnato dai professori che ho avuto e che condivido appieno, avendoci oltretutto avuto a che fare in svariate situazioni.

Tornando alla mia passione per le lingue, una volta diventata un’accanita lettrice in brevissimo tempo, aggiungendoci il fatto che sono stata una delle prime della classe ad imparare a leggere e scrivere, inizialmente i miei approcci alla lingua inglese non furono subito brillanti, era strano per me il fatto che una parola si scrivesse in un determinato modo e si pronunciasse in un altro.

Eppure, man mano che la studiavo e apprendevo nuovi concetti per me divenne un gioco irrinunciabile, un gioco che mi interessava sempre di più. Ero sempre più desiderosa di sapere tutto sulle lingue straniere. Come tutti i bambini della mia epoca, in un primo momento ho iniziato a studiare l’inglese alle elementari, alle medie si aggiunse il francese, al liceo lo spagnolo, raggiungendo così tre lingue straniere di studio. Ero sempre più entusiasta di ciò, a tal proposito scelsi un liceo linguistico. Ho avuto insegnanti eccezionali con cui sono rimasta in contatto tuttora, i quali non soltanto mi hanno motivata sempre più a raggiungere dei buoni risultati, bensì sono stati capaci di tirare fuori il meglio di me e infondermi ancora di più l’amore smisurato verso le lingue straniere.

Quando è arrivato il momento di scegliere l’università avevo le idee molto chiare in merito: volevo perfezionare le lingue straniere e concentrarmi sulla traduzione e l’interpretariato. Al liceo iniziai ad appassionarmi anche al doppiaggio per conto mio. Imparai che non sempre le battute rese in lingua originale corrispondevano perfettamente al labiale italiano, per varie motivazioni, tra cui la sincronia, le differenze tra cultura di partenza e cultura d’arrivo, i modi di dire eccetera eccetera. Non bisogna dimenticare che il doppiaggio è un tipo di traduzione, e così da cosa nasce cosa, ecco nato in me il desiderio di scoprire di più riguardo a questo mondo. Scelsi la SSML Carlo Bo di Bologna, il cui piano di studi comprendeva lo studio di una prima lingua (l’inglese per tutti) e di una seconda, a scelta tra francese, spagnolo e tedesco. A malincuore abbandonai il francese e mi orientai sullo spagnolo, mi è sempre piaciuta di più come lingua, a livello di suoni, grammatica e cultura in generale.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Stella Zecchini
Traduttrice ENG<>ITA e SPA<>ITA
Bologna

Il linguaggio giovanile inglese e italiano

 Categoria: Le lingue

Le forme di comunicazione giovanile italiane e inglesi sono numerose (musica, fumetti, messaggi telematici e dei telefoni cellulari, scritte e graffiti), dalle quali i teenagers sperimentano continuamente nuovi canali espressivi, dove la prima regola è la proprietà di linguaggio per creare delle parole nuove, leggere, rapide, precise, semplici e brevi.

Si tratta di un giocoso ed espressivo linguaggio giovanile vista l’estrema variabilità interna di un modo di adoperare, trasformare, in parte anche innovare la lingua italiana e inglese, che è proprio delle nuove generazioni. Particolarmente interessante è l’analisi di questo nuovo lessico o gergo soprattutto per le aperture metaforiche che da esso nascono; si pensi ad esempio, al linguaggio tecnologico in tutti i suoi aspetti che ha generato metafore derivate dal computer e da Internet.

Gli aspetti dei linguaggi giovanili dipendono dai cambiamenti che avvengono nelle modalità di aggregazione dei giovani, negli usi comunicativi nei quali cambia la componente linguistica quanto la componente paralinguistica, conversazionale, cinesica (in particolare gestuale e prossemica), nel rapporto fra gli strati linguistici ai quali attingono le varietà giovanili, ad esempio, l’arretramento dei dialetti, il rinnovamento dei gerghi, l’espansione della pubblicità, l’allargamento dell’area d’uso di una lingua colloquiale.

Si possono, quindi, riscontrare determinate influenze sui linguaggi giovanili che attingono, volontariamente e consapevolmente, parte della terminologia giovanile.

Il linguaggio giovanile italiano e inglese è caratterizzato inoltre dalla rapidissima usura e dall’altrettanto rapido ricambio del proprio bagaglio lessicale, ed inoltre viene percepito soggettivamente dai giovani stessi come flusso continuo, produttore di strumenti comunicativi ed espressivi realizzati just in time e destinati a funzionare per il breve lasso di tempo in cui l’euforia verbale ha l’occasione di esprimersi attraversando gli anni della gioventù. Non cambiano, quindi, le regole e le funzioni, ma le forme dove la vitalità e le caratteristiche del linguaggio giovanile provano che sia vivo, immaginoso, irridente, dissonante e dissacrante.

Autore dell’articolo:
Conti Paolo
Traduttore EN-PT>IT
Roma

Le lingue che interessano ai russi

 Categoria: Le lingue

La popolazione russa è molto interessata allo studio delle lingue straniere e riesce ad apprenderle con estrema facilità, soprattutto rispetto agli italiani. Io, per esempio, dopo tre mesi che studiavo l’italiano, riuscivo a comprendere parecchio della lingua italiana e a tradurla. Al contrario mio marito, che è italiano, -pur essendo andato a lezione di lingua russa -, riusciva a stento a farsi capire dalle sue amicizie russe.

Tra le lingue straniere studiate dai russi, l’inglese è ritenuta la lingua più utile secondo la stragrande maggioranza della popolazione. Dopo, nella graduatoria, c’è il tedesco, seguono lo spagnolo, il cinese e il francese.

A proposito della lingua francese, bisogna sottolineare che ebbe un forte sviluppo,dopo che la Francia di De Gaulle creò un asse privilegiato con l’Unione Sovietica, unico paese occidentale ed europeo. Nella mia città, Omsk, nella Russia occidentale, – una città di oltre un milione di abitanti -, fu istituita una facoltà di lingua francese all’Università, unica lingua straniera da noi studiata poi nelle scuole medie e superiori.

Noi russi siamo un popolo che può ritenersi poliglotta, in quanto sono sempre di più gli abitanti che apprendono una lingua straniera, in massima parte preferendo l’inglese, lo spagnolo, il cinese ed appunto il francese.

Nelle grandi città russe, come Mosca, Leningrado, Ekaterinburg, moltissima gente, negli ultimi venticinque anni si è messa a studiare l’inglese, tanto che essa è una lingua molto conosciuta in Russia.

Quasi tre quarti della popolazione, specialmente tra i giovani, sostiene che  una lingua straniera possa sempre servire nella vita.

Al dipartimento di lingue straniere della Scuola Superiore di Economia dell’Università di Mosca, oltre all’inglese, che è una lingua obbligatoria, sono scelte, in ordine decrescente il tedesco, lo spagnolo, il cinese e il francese. Gli studenti possono scegliere una seconda lingua fra le seguenti lingue straniere: arabo, giapponese, cinese, spagnolo, tedesco, francese, portoghese e italiano. La maggioranza ha scelto però il tedesco e lo spagnolo.

La lingua più scelta, secondo un recente sondaggio, è l’inglese mentre, all’inizio del 2000 c’è stata una grande richiesta per il cinese, poi calata negli anni successivi.

Per gli studenti delle scuole elementari e medie la scelta della lingua è decisa dai genitori. Per la scelta incidono anche altri fattori, in quanto, solo per esempio, il tedesco e lo spagnolo vengono scelti perché lì il corso di laurea magistrale costa meno, se non è addirittura gratuito.

Ultimamente si sono avute richieste per il coreano, l’hindi e il finlandese, poi in maggioranza abbandonate per mancanza di prospettive di lavoro.

I russi studiano le lingue non solo per obiettivi professionali. Ci si impegna a studiare le lingue per poterle usare nei viaggi e poter conversare con gli abitanti locali.

C’è chi  ha iniziato a studiare il tedesco perché lavorava come giornalista in Russia e desiderava scrivere per la stampa tedesca.

La lingua più esotica che abbiano mai studiato i russi è il persiano.

Autrice dell’articolo:
Irina Vonciskaya
Traduttrice RU-IT

Qual è la lingua “migliore”? (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Penso che ogni lingua abbia i suoi pro e contro. Ad esempio, penso che per i traduttori che vivono negli Stati Uniti il francese e il tedesco siano lingue molto appetibili, perché c’è un buon equilibrio tra la mole di lavoro e le tariffe, e perché i traduttori che risiedono negli Stati Uniti hanno alcuni vantaggi finanziari (un costo della vita solitamente più basso, e il fatto che non pagano l’IVA). Inoltre anche il fuso orario degli USA è un vantaggio, dato che i clienti europei possono mandare il lavoro a fine giornata del loro fuso orario, ed ottenere risposta il mattino dopo. Comunque, la cultura europea del business è basata su rapporti diretti, e può essere molto difficile trovare e mantenere clienti diretti in Europa, a meno che non ci si possa recarvici con una certa frequenza.

In termini di necessità urgente, ritengo che le lingue mediorientali e asiatiche siano sicuramente quelle vincenti. Penso inoltre che la combinazione linguistica giapponese /inglese sia tra le più pagate, se non la più pagata, in molte indagini di mercato. Ma la mia sensazione è che per alcune di queste combinazioni linguistiche c’è molta concorrenza da parte di traduttori che non sono di madrelingua inglese, ma che traducono in inglese comunque, anche se non dovrebbero. Inoltre, queste culture sono molto meno simili alla cultura americana rispetto alla cultura europea, ed è probabilmente più difficile per i traduttori che sono cresciuti negli Stati Uniti “adattarsi” in Cina o in Arabia Saudita, di quanto non lo sia in Spagna o in Svizzera.

Poi c’è l’affinità personale/soggettiva: amo il suono della lingua italiana e portoghese. Sono così nerd che a volte ascolto i notiziari italiani o portoghesi alla radio (su TuneIn), anche se non li riesco a capire affatto. Attraversare le Dolomiti in bicicletta la scorsa estate è stata una delle migliori vacanze della mia vita: amo l’Italia! Se dovessi pensare esclusivamente al reddito potenziale, probabilmente sceglierei il giapponese, ma mi trovo ad avere serie difficoltà con le lingue basate sui caratteri, come ad esempio quando mio marito ed io abbiamo viaggiato in Nepal, ed io non avevo particolari difficoltà con la lingua parlata, ma non ero in grado di leggere nulla, mentre per lui era l’opposto.

In ogni caso, basta pensieri sconnessi in merito alle varie lingue! Cari lettori, cosa ne pensate? Uno studente di liceo vi manda un’e-mail chiedendovi “Che lingua dovrei studiare?” E voi rispondete…

Fonte: articolo originale pubblicato in inglese l’8 aprile 2013 da Corinne McKay sul Blog Thoughts on Translation

Autore dell’articolo:
Marina Rossi
Traduttrice EN-ES>IT
Grottaferrata (RM)

Qual è la lingua “migliore”?

 Categoria: Le lingue

L’articolo di oggi è una traduzione dall’italiano all’inglese di un articolo scritto da Corinne McKay e pubblicato l’8 aprile 2013 sul Blog Thoughts on Translation.

Anni fa avevamo ricevuto una traduzione dello stesso articolo ad opera di un’altra traduttrice, Raffaella Esposito. Non è la prima volta che capita un evento del genere, anzi, ultimamente è accaduto in diverse occasioni.

Come abbiamo sottolineato in quelle circostanze, non è detto che una delle due versioni sia migliore dell’altra, anzi è assolutamente plausibile che siano entrambe valide seppur diverse fra loro.
Vi invitiamo a leggere l’articolo “La traduzione non è matematica” come approfondimento.

Qui di seguito la traduzione dell’articolo di Corinne McKay eseguita da Marina Rossi.

Mi viene spesso posta questa domanda, in diverse forme:

  • Vorrei diventare un traduttore/interprete: quale lingua dovrei studiare?
  • Qual è la lingua maggiormente richiesta nel campo della traduzione e dell’interpretariato?
  • Qual è la lingua migliore che un traduttore o un interprete dovrebbe conoscere?

La risposta, così come la risposta a molte domande riguardanti il lavoro da freelance, è un fragoroso dipende. Esprimerò qui le mie opinioni, poi cortesemente esprimete anche le vostre (così che le possa usare per rispondere a questa domanda la prossima volta che mi verrà posta!)

Per me “richiesta” e “migliore” sono due cose differenti. Ad esempio negli Stati Uniti la lingua generalmente più richiesta è senza dubbio lo spagnolo. È la seconda lingua più parlata negli USA, dopo l’inglese (a ciò aggiungo uno dei miei aneddoti preferiti, cioè che gli Stati Uniti non hanno una lingua ufficiale!). Ma quando le persone domandano a proposito della lingua “migliore”, solitamente essi si riferiscono a una sorta di equilibrio tra domanda e potenziale profitto, anche quando non si esprimono in questi termini. E in termini di potenziale profitto, i traduttori dallo spagnolo si trovano ad affrontare molte sfide, a cominciare dall’elevata competitività dei traduttori che vivono in America Latina, il cui standard di vita è assai più basso, e i quali hanno lo stesso fuso orario dei clienti statunitensi. A ciò bisogna aggiungere che, essendoci così tanti parlanti spagnoli negli Stati Uniti, i traduttori ed interpreti professionisti spesso si scontrano con la mentalità del “tutti possono tradurre” diffusa tra alcuni aspiranti traduttori e interpreti e persino tra alcuni clienti. Quindi, nonostante l’elevatissima richiesta per quanto riguarda la lingua spagnola negli Stati Uniti, non è probabilmente la lingua che incoraggerei a imparare, soprattutto se si sta iniziando da zero.

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Fonte: articolo originale pubblicato in inglese l’8 aprile 2013 da Corinne McKay sul Blog Thoughts on Translation

Autore dell’articolo:
Marina Rossi
Traduttrice EN-ES>IT
Grottaferrata (RM)

Magyarorszàg…

 Categoria: Le lingue

Vi domanderete cosa ho scritto… è il nome esatto dell’Ungheria. Il significato di questa meravigliosa e complicata parola si racchiude in un popolo pieno di origini e discendenze, vuol dire “Paese Magiaro”, il paese meraviglioso dove io sono nato. La sua storia racchiude l’impero Austro Ungarico, discendenze finniche ed una forte influenza turca.
Ho avuto il dono di poter imparare questa lingua da mia madre che a tre anni mi ha portato in Italia. Credetemi, penso sia una delle lingue più difficili al mondo.

Il mio cammino verso la traduzione è iniziato sin da piccolo, quando mia madre faceva scambi culturali tra Italia ed Ungheria ed io ero una sorta di mascotte per tutti. Insomma a 7-8 anni andavo in giro per Roma a tradurre le meraviglie della mia città.
Poi ho passato lunghi periodi con amici, conoscenti della mia famiglia; portavo persone italiane alla scoperta della Parigi dell’Est, cioè Budapest. Qui potrei raccontarvi tantissime cose ma non vorrei dilungarmi e magari annoiarvi troppo. Vi rubo un altro secondo dicendovi che nella vita, se fai ciò che più ti piace, allora non serve a nulla il resto, puoi solo sorridere ed essere felice di poter rappresentare due paesi meravigliosi che, per quanto diversi, hanno una bandiera unica con gli stessi colori. Non mi pongo limiti, conosco perfettamente l’italiano quanto l’ungherese.

Autore dell’articolo:
Giovanni Detari
Budapest (Ungheria)

L’importanza delle lingue

 Categoria: Le lingue

Avete mai provato almeno una volta nell’arco della vostra vita a sentirvi come un “pesce fuor d’acqua”? Sì, la classica espressione utilizzata dalla maggior parte della gente comune per esprimere quella situazione di disagio dalla quale non sembra proprio facile uscire.
Bene, proprio grazie a quell’espressione io ho fondato lo scopo della mia vita. Ricordo, ancora ragazzina, i viaggi con la scuola in paesi tanto belli quanto così lontani da me.
Ricordo le gite fatte in Francia ai castelli (bellissimi eh) ma quanto era duro cercare di arrivare a fine giornata per poter finalmente chiudersi in camera, afferrare il telefono dell’albergo e chiamare finalmente casa. Ti rispondevano quel “pronto” in italiano che ti faceva sentire la vicinanza degli affetti e cosa ancor più bella l’essere capita e il poter capire e cogliere le sfumature della vita che ti circondava.

Così pensai dopo l’ultimo dei miei meravigliosi quanto difficili viaggi all’estero che non volevo più vivere in un mondo a metà.
Perché dico a metà? Semplice: sai l’italiano, conosci l’Italia, vivi in Italia, paese splendido, ricco di storia, di calore, ma quando raggiungi il confine e arrivi in terra straniera dove non sai né lingua, né usi, né costumi, come ti senti?
Capire qualche parola di francese, tedesco e inglese non basta per poter cogliere appieno l’essenza di ogni luogo, e così decisi d’intraprendere il magico studio delle lingue.
Già dal primo corso sembrò aprirsi davanti miei occhi uno scenario che non avevo mai visto. Mi sembrava di sentire attraverso quello studio nuovo ma tanto utile per capire e confrontarmi con gli altri, i profumi e i sapori di terre fino a quel momento a me sconosciute.

Dopo anni ed anni di duro apprendimento, di esperienza fatta sui luoghi per capire, imparare, ascoltare dalle culture diverse dalla mia, mi sentivo parte del mondo.
Sì, finalmente potevo dire a me stessa di essere nel mondo, poiché studiando le lingue potevo mettermi in gioco, metterle in gioco.
Lo stesso Rousseau, nel “Saggio sulle origini delle lingue”, spiega che il linguaggio serve innanzitutto per esprimere passioni e stati d’animo, proprio quei sentimenti che sarebbe paradossale manifestare senza capire.
Mi servo dunque di questo incantevole strumento per arricchire giorno dopo giorno la mia biblioteca interiore. Ciò mi consente di vivere al meglio la vita e di chiudere nel baule delle esperienze quanto di più possibile si possa.
Ora viaggio, visito posti bellissimi ma non mi sento più quel “pesce fuor d’acqua” che solo semplicemente per comprare una cartolina da spedire a casa doveva fare uno schizzo su un foglio di carta per farsi comprendere.
Le mie lingue mi permettono una comprensione chiara e corretta di ciò che mi circonda, anche di fatti politici, religiosi e culturali di paesi lontani ma pur sempre così vicini.

La lingua inglese nel mondo (3)

 Categoria: Le lingue

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La realtà linguistica in Nigeria è tale che la maggior parte della popolazione tende infatti a imparare innanzitutto l’inglese, per poi utilizzare la lingua materna (molto spesso proprio il Nigerian Pidgin) solo in contesti quotidiani o di bassa rilevanza. Ciò che quindi è importante sottolineare è che, sebbene le lingue pidgin continuino a essere parlate, questo avviene sempre meno, e l’inglese rimane comunque la lingua privilegiata quando si tratta di scegliere l’idioma più corretto per un contesto formale o un romanzo: il prestigio derivante dall’uso dell’inglese infatti era ed è rimasto indiscutibile anche nei territori ex coloniali, dove oggi come allora si continuano a privilegiare i parlanti nativi o chi usa una tipologia di inglese il più vicina possibile allo Standard English.  Nonostante tutto però, molte comunità africane hanno continuato a produrre una cultura resistendo alle costrizioni sociali e psicologiche imposte dai coloni, e ciò è riscontrabile dal quantitativo di usanze e costumi indigeni che sono comunque arrivati fino a noi.

Ecco, considerare la letteratura e le lingue autoctone al pari degli usi e costumi locali sarebbe già un passo avanti essenziale per continuare a difendere tali realtà che costituiscono comunque un patrimonio culturale inestimabile. È questa dunque la direzione da prendere per proteggere e salvaguardare la storia e la cultura dei Paesi ex coloniali; anziché continuare a considerare i vari pidgin come varietà di broken English, ovvero come un inglese di serie B, si dovrebbe cercare di seguire l’esempio di molti letterati, professori, avvocati e giornalisti africani che non vogliono abbandonare la loro lingua e che continuano a difenderla parlandola e parlandone.

Per finire, da un punto di vista letterario, purtroppo ancora oggi solo alcuni autori preferiscono utilizzare le loro lingue materne nei romanzi, data la maggiore visibilità e vendibilità sul mercato internazionale che l’inglese può invece assicurare loro, relegando così gli idiomi autoctoni a qualche piccola battuta dei personaggi minori o a qualche termine, come detto all’inizio dell’articolo. Per il futuro possiamo solo sperare che si sviluppi una più forte collaborazione tra governi, linguisti e studiosi affinché tali lingue riprendano un ruolo di primo piano, anche per fronteggiare lo strapotere e il fenomeno della globalizzazione linguistica, in maniera che non solo la cultura ma anche la storia di queste comunità non venga dimenticata poiché, come diceva Frantz Fanon in un suo saggio che ho amato molto, lo splendido Black skin, white masks, “to speak means to be in a position to use a certain syntax, to grasp the morphology of this or that language, but it means above all to assume a culture, to support the weight of a civilization”.

La lingua inglese nel mondo (2)

 Categoria: Le lingue

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L’espansione della lingua inglese nel mondo è infatti una delle conseguenze più rilevanti del periodo coloniale, ed è dovuta anche al rapporto estremamente stretto che i britannici hanno da sempre avuto con la loro lingua, e alla grande considerazione che hanno da sempre riposto in essa. Nel caso della colonizzazione del continente africano, ognuna delle diverse colonie britanniche ha sviluppato una serie di caratteristiche linguistiche particolari, dovute ai differenti bisogni che gli esploratori inglesi si trovarono ad affrontare: coloro che dovevano instaurare un rapporto diretto con gli abitanti di colore delle varie regioni hanno dato vita ai cosiddetti New Englishes, le varietà africanizzate di inglese, mentre l’unico paese africano in cui la lingua inglese si è imposta come prima lingua in buona parte della popolazione è il Sudafrica, dove comunque gli scontri di carattere razziale non sono mancati, visto che per molti indigeni neri e molti parlanti di afrikaans l’inglese è rimasto in ogni caso una seconda lingua.

E sono proprio i conflitti sociali derivanti dalla presenza non solo dei colonizzatori, ma anche della loro lingua, gli elementi alla base di tutta una serie di polemiche sul concetto di identità che si è formato in una tale situazione: l’inglese, sebbene lingua straniera e dell’oppressione, dovrebbe dunque essere considerata la lingua più adatta per esprimere e sviluppare la cultura africana? O al contrario non farebbe altro che ghettizzare e discriminare ancora di più le popolazioni nere d’Africa?

A tal proposito è bene ricordare che è stato solo nel secondo dopoguerra, ed in particolare dopo il processo della decolonizzazione, che si è potuto iniziare a considerare anche la parte positiva dell’“invasione” dell’inglese in tali zone, senza quella connotazione negativa che lo aveva caratterizzato in precedenza, dovuta proprio alla situazione di autorità ed oppressione con cui gli inglesi trattavano le colonie portando molto spesso i popoli colonizzati a dover rinunciare alla loro lingua e, di conseguenza, alla loro cultura ed identità. Non a caso molti intellettuali e scrittori africani, in particolare il nigeriano Chinua Achebe, hanno spesso criticato l’uso esagerato e indiscriminato che molti colleghi hanno fatto e fanno della lingua inglese nelle loro opere, relegando così le loro lingue vernacolari a un ruolo di secondo piano.

Terza parte di questo articolo >

La lingua inglese nel mondo

 Categoria: Le lingue

Cimentandosi nell’ambito della traduzione è possibile scontrarsi con parole o espressioni tipicamente appartenenti a culture e lingue molto lontane dalle nostre, soprattutto quando si ha a che fare con testi postcoloniali, che spesso presentano un vocabolario colorito e ricco di termini autoctoni delle regioni nei quali sono stati scritti e ambientati. Questo avviene soprattutto in quei romanzi che, seppur prevalentemente scritti in una lingua europea ed ex coloniale come l’inglese, il francese o lo spagnolo, hanno comunque al loro interno sfumature, colori e odori delle terre africane, caraibiche o asiatiche in cui queste lingue sono state importate. In gran parte della letteratura africana, per esempio, questo fenomeno è molto diffuso, e porta il traduttore a doversi misurare con realtà decisamente estranee e, di conseguenza, con alcune difficoltà che, per quanto affascinanti e interessanti possano dimostrarsi, restano comunque delle sfide significative.

Tutto ciò è ancora più vero quando si ha a che fare con la letteratura di nazioni con un passato coloniale duro e contrassegnato da momenti di vera tensione, che hanno addirittura portato a una grande frammentazione linguistica e alla creazione delle cosiddette lingue pidgin, come è accaduto per esempio in Nigeria, dove la lingua istituzionale, l’inglese, è comunque affiancata da una serie di vernacoli più o meno ufficiali e tuttavia molto usati dalla popolazione locale, tra cui è possibile citare il Nigerian Pidgin English. Gli scrittori nigeriani sono quindi molto spesso dei veri e propri bilingui, e questa loro doppia anima arriva poi a scontrarsi nelle loro opere.

Tale fenomeno è dovuto al fatto che i colonizzatori inglesi che sbarcarono in massa sulle coste africane a partire dalla metà del XIX secolo non portavano con sé solo fucili ed armi di ogni sorta che stupivano ed affascinavano le popolazioni locali, ma ovviamente anche la loro lingua. E proprio quest’ultima fu uno degli strumenti più potenti che gli esploratori britannici di ogni epoca ebbero a loro disposizione per portare a termine la loro opera di dominazione e sottomissione delle etnie autoctone di ogni nuovo territorio decidessero di conquistare, dato che nulla quanto una conoscenza linguistica è in grado di discriminare, o al contrario, elevare una persona all’interno della società in cui vive, soprattutto se consideriamo la relazione intrinseca che lega indissolubilmente il sistema culturale di una determinata nazione o società alla sua lingua. Questo principio di base si dimostra tanto più vero se ci soffermiamo ad analizzare il fenomeno della colonizzazione non soltanto attraverso una prospettiva storico-sociale, ma anche da un punto di vista linguistico.

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