Il burushaski: la lingua sopravvissuta (5)

 Categoria: Le lingue

< Quarta parte di questo articolo

Lei ha fatto molti viaggi sul campo in Kashmir e ha insegnato ad alcuni burushos dei metodi per la documentazione linguistica…
Sì, ho lavorato con parlanti nativi di tutti i dialetti del burushaski. Vista la loro comunità molto ristretta, i burushos del Srinagar sono stati una bella sfida per me. Alla fine, però, alcuni dei miei assistenti linguistici sono riusciti a pieno a registrare, trascrivere e analizzare i dati utili per il progetto.

Quali sono le tipologie di tradizioni orali raccolte dai ricercatori?
Esistono diverse collezioni di testi già pubblicate da vari autori, perlopiù tradotte in tedesco e francese. I risultati della mia ricerca includono anche un corpus digitale consultabile, il “Burushaski Language Resource”, che si trova nella Digital Collection Library dell’UNT. Il corpus contiene materiale linguistico di varia natura, come ad esempio storie popolari, racconti personali, conversazioni spontanee, canzoni etc. Questi materiali sono conservati e disponibili in diversi formati – registrazioni audio e video e testi (su burushaskilanguage.com).

C’è qualche aneddoto interessante sul suo lavoro con i Burushos che vuole condividere con noi?
Avrei diverse storie avventurose, felici e anche dolorose da raccontare. Potrei parlarvi del mio calvario di tre anni per ottenere un permesso per il Pakistan, e di come, una volta arrivata lì nel 2010, sono rimasta bloccata nell’aeroporto di Islamabad perché il mio volo per Gilgit era stato cancellato. Sono finita a fare l’autostop e a viaggiare in auto fino a Gilgit mentre ero incinta al quinto mese. Una volta giunta sul posto, ho dovuto affrontare tutte le agenzie di intelligence che ostacolavano i miei spostamenti nella regione.  Un giorno un agente mi chiese di pagargli una mazzetta per darmi il “permesso di lavorare senza ulteriori interruzioni”. Poi scoprii che era il figlio di un contatto che avrei dovuto incontrare il giorno successivo. Infine, l’agente, in evidente imbarazzo, mi regalò tre volumi di una traduzione del Corano in burushaski.

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)

Il burushaski: la lingua sopravvissuta (4)

 Categoria: Le lingue

< Terza parte di questo articolo

Quanti sono i parlanti di questa lingua nel Gilgit-Baltistan?
Non esistono statistiche ufficiali al riguardo. Analizzando i dati raccolti nel censimento del governo del 1981, Peter Backstrom calcolò che il numero approssimativo dei parlanti di burushaski in Pakistan a quell’epoca si aggirava tra i 55.000 e i 60.000. Secondo una pubblicazione del 2017, The Ethnologue calcola circa 96.800 parlanti di burushaski in Pakistan nel 2004. Per quanto mi riguarda, basandomi sulla mia personale esperienza comunicativa con i parlanti nativi di diversi dialetti del burushaski, credo che il numero totale di parlanti si aggiri intorno ai 100.000 o più. Qualche migliaio di loro si è trasferito nelle grandi città come Gilgit, Islamabad e Karachi. Qualcuno si è anche trasferito all’estero.

La generazione dei più giovani predilige l’uso dell’Urdu/Kashmiri?
Sì, la paura della deriva linguistica [1] è molto diffusa. Molti parlanti sono plurilingui (a diversi livelli) con il kashmiri, l’urdu e l’inglese. Il burushaski è fortemente influenzato dall’urdu e da altre lingue dominanti come il kashmiri (in Srinagar) e lo shina e il khowar (in Pakistan). Nonostante la comunità abbia cercato di preservare la lingua originaria nel tempo e di tramandarla alle generazioni più giovani, è molto forte la spinta della deriva linguistica verso lingue più dominanti e prestigiose, specialmente l’urdu.

Sono state messe in atto iniziative per preservare la lingua?
Molti studiosi locali del Pakistan si sono impegnati nel tempo in questo senso. Vari autori hanno pubblicato descrizioni di carattere grammaticale e collezioni di testi sui diversi dialetti. Io stessa ho portato avanti dei progetti di documentazione e conservazione linguistica sui quattro dialetti del burushaski con l’aiuto dei finanziamenti della US National Science Foundation.

La lingua non ha una tradizione letteraria scritta. Qual è l’alfabeto utilizzato?
Nonostante le varie proposte, finora non c’è unanimità nella scelta di un sistema di scrittura standard per questa lingua. I parlanti utilizzano sia l’alfabeto arabo-persiano con delle modifiche, sia l’alfabeto romano, ma non esiste un modo univoco per la scrittura di alcuni suoni (vocali e consonanti) che non sono presenti nell’urdu e nell’inglese.

Quinta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)

[1] NdT: La deriva linguistica, talvolta chiamata trasferimento linguistico o perdita linguistica è il processo mediante il quale una comunità di locutori di una lingua passa a parlarne un’altra, abbandonando quindi la lingua precedente (da cui il termine “deriva”).

Il burushaski: la lingua sopravvissuta (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Il Burushaski dello Srinagar è diverso da quello parlato nel Gilgit-Baltistan?
Esistono differenze nette a livello di vocabolario, morfologia e pronuncia tra le varietà regionali. La varietà parlata nello Srinagar, ad esempio, presenta tratti in comune con il dialetto Hunza perché in origine tale varietà derivava da quella del Nagar. La varietà dello Yasin, che dista chilometri e chilometri di aspre montagne rocciose da quelle sopra citate, è quella che presenta i tratti più distinti tra tutte. I parlanti della lingua comprendono i diversi dialetti a vari livelli. A causa del suo isolamento dalla più folta comunità di parlanti di burushaski, durato più di 125 anni, la varietà dello Srinagar ha sviluppato tratti linguistici divergenti.

È possibile considerare il burushaski una lingua isolata? Alcuni studi lo riconducono ad un’origine Indoeuropea, è vero?
Molti sono gli studi che hanno cercato di indagare le origini linguistiche del Burushaski comparandole con altre lingue, purtroppo però, non si è ancora riusciti a trovare una connessione che convinca del tutto. Secondo John Bengtson, il Burushaski apparterrebbe ad un phylum linguistico “macrocaucasico” (o sinocaucasico), incluso nel più ampio macro-phylum denecaucasico transcontinentale, che dovrebbe raccogliere lingue disparate come ilbasco, gli idiomi parlati nel Dagestan (al confine tra la Georgia e l’Azerbaijan), le lingue caucasiche della regione nord-occidentale e il burushaski. Lo studioso Sergei Starostin propose un macro-phylum di connessione tra il sinotibetano, lo yeniseiano (della regione intorno al fiume Yenisei in Siberia centrale) e le lingue caucasiche. Ilija Čašule tentò invece di stabilire una relazione tra le lingue Indoeuropee e il burushaski, in particolare tra quest’ultimo e la famiglia linguistica paleobalcanica. Tuttavia, pochi di questi studi ci forniscono prove sufficienti per stabilire una reale relazione genetica tra il burushaski e le altre lingue esistenti.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)

Il burushaski: la lingua sopravvissuta (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Come è venuta a conoscenza della presenza di burushos nello Srinagar?
A dire il vero è stata proprio una scoperta casuale avvenuta durante la mia visita a Shiraz (Iran), poco dopo essermi sposata nell’estate del 2002. Ho incontrato una persona originaria dello Srinagar una sera a cena e gli ho chiesto quale fosse la sua prima lingua. Al tempo sapevo anche che la sua comunità veniva comunemente chiamata “BotaRajas” dalla maggior parte dei parlanti di kashmiri (i tibetani e i ladakhis vengono chiamati “bota” dagli abitanti del luogo), eppure sospettavo che il mio interlocutore non fosse di origini tibetane. Capii che il nostro amico non conosceva il vero nome della sua lingua che (erroneamente) chiamò “gilgiti”. Da lì ho iniziato la mia ricerca linguistica basandomi, inizialmente, su alcuni contatti che avevo nello Srinagar e ho stilato una lista di parole. Solo alla fine ho scoperto che l’idioma in questione era il burushaski, una lingua isolata prevalentemente parlata nelle valli diHunza, Nagar e Yasin, in Pakistan.

Quanti sono i parlanti di burushaski in Kashmir? È una lingua documentata?
I parlanti di burushaski in Kashmir costituiscono una piccolissima minoranza, formata da una comunità di circa 350 persone. La maggior parte di loro vive in un minuscolo villaggio, spesso chiamato “KathiDarwaza” e situato alle pendici del Forte Hari Parbat. Per quanto ne so, la lingua è rimasta non documentata almeno fino alla mia prima pubblicazione uscita nel 2006.

Come ha fatto il Burushaski ad arrivare in quelle zone?
La maggioranza dei parlanti di Burushaski appartenenti alla comunità dello Srinagar discende da RajaAzur Khan, il principe ereditario dell’allora Gilgit Agency [1] che visse nel XIX secolo. Gli antenati della comunità, tra cui anche RajaAzur Khan, furono arrestati tra il 1891 e il 1892 dalle autorità britanniche e della dinastia Dogra del Kashmir. Azur Khan e la sua cerchia furono spediti nello Srinagar e tenuti prigionieri nel Forte di Hari Parbat. I burushos che oggi abitano lo Srinagar includono alcuni membri originari della valle di Hunza, i quali migrarono solo più tardi (spesso per motivi matrimoniali).

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)


[1] NdT: sistema di amministrazione stabilito dall’Impero Indiano Britannico sugli stati sussidiari del Jammu e del Kashmir.

Il burushaski: la lingua sopravvissuta

 Categoria: Le lingue
  • Parlata da una piccola minoranza in Kashmir e in Gilgit-Baltistan, il burushaski è una lingua isolata molto rara e affascinante
  • In Kashmir, i parlanti del burushaski vengono considerati i discendenti del re di una tribù originaria del nord del Pakistan

Partiamo da un presupposto: su un totale di 12,5 milioni di abitanti che popolano il Jammu e il Kashmir, si contano soltanto 350 parlanti di burushaski. Tuttavia, è nella regione del Gilgit-Baltistan, rivendicata dal Pakistan come quinta provincia, che si concentra il numero maggiore di parlanti, circa 100.000, tra le valli di Hunza, Nagar e Yasin. In Kashmir, i parlanti di burushaski sono considerati i discendenti di un re tribale proveniente dal nord del Pakistan e si concentrano principalmente nello Srinagar, alle pendici dell’Hari Parbat.

SadafMunshi, professoressa associata dell’Università del Texas del Nord (UNT) e dottorata in linguistica, ha concentrato le sue ricerche sulle lingue indoariane (hindi, urdu, kashmiri, romani o lingue “gitane”) e sul burushaski, considerata una lingua isolata.

La studiosa iniziò le sue ricerche linguistiche sul burushaski nello Srinagar nel 2003. Molte registrazioni furono raccolte durante il coprifuoco nella Valle del Kashmir, allora dilaniata dai conflitti. Munshi ci descrive come abbia inizialmente trovato molte resistenze da parte dei giovani parlanti della comunità, che non vedevano di buon occhio la sua ricerca e il suo intento di “decodificare” la loro lingua. Fortunatamente gli iniziali sospetti si dissiparono con l’intervento delle generazioni più anziane.

Munshi riconosce che la documentazione linguistica può comportare l’uso di metodi indiscreti, come la registrazione audio e video durante conversazioni comuni e in altri contesti comunicativi. “Un giorno stavo cercando di registrare un matrimonio come parte del mio studio per analizzare il discorso naturale e le canzoni. Nonostante avessi ottenuto il permesso dal capo famiglia, una donna si oppose. Avevo vissuto con loro per alcuni giorni per partecipare all’evento, ma alla fine ho dovuto rinunciare perché si è scatenata una discussione tra i membri della famiglia”.

La studiosa ha recentemente pubblicato un libro intitolato Srinagar Burushaski (Brill), in cui presenta una descrizione strutturale del burushaski parlato in Srinagar. In un’intervista via mail, Munshi ci parla della sua ricerca e del futuro di questa lingua. Estratti dell’intervista.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)

L’arabo è un diamante dalle mille facce (4)

 Categoria: Le lingue

< Terza parte di questo articolo

Entrambe le trascrizioni dialettali usano i comuni numeri per rappresentare i suoni arabi, 7 è pronunciata nella parte posteriore della gola, 3 è una consonante difficile e gutturale chiamata voce fricativa faringea. 2 è la fermata glottale.

Ci vuole occhio per vedere le poche parole in comune tra i dialetti, Anche permettendo agli oratori di raccontare la storia con le loro stesse parole le differenze sarebbero nette.

Per coloro che amano la diversità linguistica, è tutto molto divertente. Per coloro che vogliono che le lingue in generale restino invariate, e per quelli in particolare che vogliono che l’arabo rimanga immutato come unica lingua comprensibile, cioè diviene molto difficile. Per lo studente di lingue, è un compito scoraggiante. Essere competenti in arabo significa apprendere una lingua da leggere e scrivere e una lingua correlata da vari elementi  (come il latino e poi l’italiano) da poter parlare. Inoltre, il povero straniero si limiterà a comprendere solo una parte del mondo arabo. Parlando del declino del pan-arabismo, è probabile che l’incapacità degli arabi di muoversi nella regione, e parlare correttamente ed essere facilmente compresi sia il motivo per cui non sempre essi si sentono un unico popolo.

C’è un detto tra i linguisti che dice una lingua è un dialetto sono un esercito con una flotta. Questo di solito significa che le lingue prive di uno stato vengono sminuite. Ma qui vediamo un caso opposto al problema: la lingua araba, diffusa in più di 20 paesi, ha troppi eserciti e flotte.

Addendum: anche più del solito, incoraggio i lettori a esaminare i commenti qui sotto. Un certo numero di madrelingua pensa che l’account sopra esageri le differenze dialettali. Dato un migliaio di parole in più avrei potuto aggiungere molti più dettagli e sfumature a questo account. Forse, cosa più importante, e che non ho del tutto precisato che i dialetti occidentali (in particolare marocchini) sono separati nettamente da quelli orientali (egiziano, levantino e così via). All’interno dei dialetti orientali, esistono linee nette che li separano, da linee dialettali più facili. alcuni dialetti sono parlati in più paesi, come il continuum levantino parlato in Siria, Giordania, Libano e Palestina. I lettori non dovrebbero avere l’impressione che la maggior parte degli arabi non possano parlare tra loro attraverso i vari paesi. Possono, in particolare quelli che possiedono conoscenze metalinguistiche per ridurre al minimo le caratteristiche insolite dei propri dialetti e utilizzare consapevolmente frasi di uso comune.

Ecco una tipica vignetta riguardante gli adolescenti che non sanno ancora parlare bene questa lingua. Viene trasmesso da un linguista tunisino, Mohamed Maamouri, a  un sedicenne di Tunisi di nome Khaled, in visita a suo cugino in Arabia Saudita:

“Khaled e Sourour non parlano gli stessi dialetti arabi. Khaled comprende la maggior parte di ciò che Sourour dice quando parla in arabo, ma lei non capisce il tunisino. Deve usare il Fusha o il francese per parlarle. Finalmente trovano il modo di comprendersi i due. Ma il suo francese non è corretto  come il suo. Quando torna a Tunisi, vuole scriverle delle lettere, così le scrive in Fusha con termini in francese e inglese”.

L’intero articolo di Maamouri è interessante (e non è tecnico), per i lettori che desiderano maggiori dettagli sull’argomento.

Fonte: Traduzione libera dell’articolo pubblicato il 21 giugno del 2013 sul blog Johnson dell’Economist

L’arabo è un diamante dalle mille facce (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Un giorno, Juha e suo figlio stavano preparando le valigie per andare nella città vicina, e si misero in sella sulla schiena dell’asino per iniziare il loro viaggio. Lungo la strada passarono davanti a un piccolo villaggio e la gente iniziò a guardarli con sguardi strani. Dissero: Guardate questi miserabili, cavalcano l’asino e non vedono quanto stia soffrendo l’animale. Quando stavano per raggiungere il secondo villaggio, il figlio scese dall’asino e camminò a piedi, Quando furono in procinto di entrare nell’altro villaggio, il popolo li vide e disse: Guarda questo padre ingiusto, lascia che suo figlio cammini a piedi mentre lui si riposa sul suo asino. Quando stavano per raggiungere il prossimo villaggio il padre Joha scese dall’asino e disse a suo figlio di salire sul l’asino. Quando entrarono nel villaggio, la gente li vide e disse: Guarda Questo figlio ingrato che lascia suo padre camminare a piedi mentre lui si riposa sul l’asino. Joha si arrabbiò per via delle lamentele della gente e decise di andare con suo figlio a piedi lasciando l’asino camminare solo dietro di loro, Così che la gente non avesse da ridire su di loro. Quando entrarono nella città, la gente li vide, e disse: Guardate questi pazzi, loro camminano a piedi stancandosi e lasciano l’asino dietro di loro a camminare da solo. Alla fine i due vendettero l’asino.

Ascoltando e leggendo i diversi dialetti parlati dai nostri personaggi che raccontano la storia, si osservano le traslitterazioni derivanti dall’alfabeto romano ed abbiamo subito la sensazione che qui stiamo prendendo molto più del dialetto. Ecco il primo bit traslitterato dal moderno arabo

Fii yowmmin al-ayaamkaanaJohawaibnuhuyahzimuunamta’atahumisti’daadanlil-safar ila al-madiina al mujaawira fa rakibaa ‘ala dhahrilikayyabda’urihlatahum. Wa fii al-tariiqmarruu ‘ala quriyasaghiira fa akhadha al-nasyandhiruunilayhimbinadharaatghariibawayaquuluun: “andharuu ila ha’ulaa’ al-qusaahyarkabuunkulluhumaa ‘ala dhahri al-hamaariwa la yaraa’afuunbihi.

Qui di seguito una versione algerina da Algeri:
Qallek wa7ed ennharkan Djou7a w wlido y7addro besh yro7o lwa7ed mdina, wkan 3andhom 7mar. Alors, tal3o fi zoudjfoqel 7mar w qall3o meddar. Fettriqdjazo 3la un petit village, w ghirdekhlobdewennas ta3 hadelvillageykhozrofihom “yokha 3la hado, rakbinzodj 3la 7mar wa7ed meskin. Wallahi la 7ram”

Eccone una in egiziano da Alessandria:
fi youmminelayem, kan go7a we’bno bey7addaro 7aget-hom 3ashan yeroo7o elbaladelligambohom. farekboeletnein 7omarhom 3ashan yabtedoyesafro. we 3a’sekka marro 3ala baladsoghayyarakeddaho. ba7ala2o elnasfeehomwe 2alo:  ayoh! bo99o elnasel 2asya elli mabter7amshi rakbeenkollohom 3ala el 7omar.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Traduzione libera dell’articolo pubblicato il 21 giugno del 2013 sul blog Johnson dell’Economist

L’arabo è un diamante dalle mille facce (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

In Europa, le lingue che chiamiamo “Francese” e “Spagnolo” nell’arabo queste varietà sono dette”dialetti”, nonostante la mancanza di mutua intelligibilità. Alcuni linguisti fanno così il punto: si tratta di lingue diverse, dicono. Ma gli arabi considerano l’arabo una cosa sola, nonostante i vari dialetti. Tutti gli Arabi istruiti imparano la lingua basata sulla cultura coranica che i linguisti chiamano “modern standard Arabic”. È viene usato in discorsi politici, scritti e telegiornali. ma nessuno lo parla in maniera corretta, la Maggior parte delle persone fatica anche a scriverlo correttamente.

Alcuni pensatori panarabisti hanno codificato l’arabo moderno basato su determinate norme di scrittura ma spogliato di tante complessità inutili tra cui alcune forme del dialetto. Ma non c’è nessuna autorità che esprima il fatto di poter parlare correttamente l’arabo moderno. naturalmente il fascino del pan-arabismo è diminuito in concorrenza con i nazionalismi locali, il Panislamismo, il settarismo di sciiti-sunniti e altre tendenze. È un tripudio di situazioni  difficili da descrivere, con la precisazione di non infastidire qualcuno. Ma Fortunatamente, c’è internet, che permette di esprimersi senza la necessità di prevalere su qualcun altro. E alcuni utenti arabi di Reddit, hanno semplicemente deciso di dare voce ai loro dialetti registrando un breve racconto umoristico, sottolineando intenzionalmente le caratteristiche dialettali, forse immaginando vecchi avi che parlavano così. Questa è la storia, scritta in arabo standard.

فييوممنالأيامكانجحاوابنهيحزمونأمتعتهمإستعداداًللسفرإلىالمدينةالمجاورة،فركباعلىظهرالحمارلكييبدأوارحلتهم. وفيالطريقمرواعلىقريةٍصغيرةفأخذالناسينظرونإليهمبنظراتٍغريبةويقولونأنظرواإلىهؤلاءالقساهيركبونكلهماعلىظهرالحمارولايرأفونبه،وعندماأوشكواعلىالوصولإلىالقريةالثانيةنزلالأبنمنفوقالحماروسارعلىقدميهلكيلايقولعنهمأهلهذهالقريةكماقيللهمفيالقريةالتيقبلها،فلمادخلواالقريةرآهمالناسفقالواأنظرواإلىهذاالأبالظالميدعإبنهيسيرعلىقدميهوهويرتاحفوقحماره،وعندماأوشكواعلىالوصولإلىالقريةالتيبعدهانزلجحامنالحماروقاللإبنهإركبأنتفوقالحمار،وعندمادخلواإلىالقريةرآهمالناسفقالواأنظرواإلىهذاالإبنالعاقيتركأباهيمشيعلىالأرضوهويرتاحفوقالحمار،فغضبجحامنهذهالمسألةوقررأنينزلهووابنهمنفوقالحمارحتىلايكونللناسسُلْطَةًعليهما،وعندمادخلواإلىالمدينةورآهمأهلالمدينةقالواأنظرواإلىهؤلاءالحمقىيسيرونعلىأقدامهمويتعبونأنفسهمويتركونالحمارخلفهميسيرلوحده” … فلماوصلواباعوالحمار

Fonte: Traduzione libera dell’articolo pubblicato il 21 giugno del 2013 sul blog Johnson dell’Economist

Terza parte di questo articolo >

L’arabo è un diamante dalle mille facce

 Categoria: Le lingue

JOHNSON ha parlato dell’arabo e della sua storia molte poche volte nel corso degli anni, ma mai veramente si è affrontata una domanda cruciale: cos’è “L’ Arabo”, ad oggi è davvero anche un’unica lingua?

Segue una versione breve e semplificata della storia: il Profeta Muhammad ha scritto (o ricevuto direttamente da Allah) il Corano nel settimo secolo, poi conquistò come leader politico e militare quasi tutta L’Arabia ai suoi successori — I quattro califfi, e poi ai califfi Omayyadi — conquistò ulteriormente l’Islam fino a quando il mondo islamico si estese dalla Spagna al Pakistan.  I soldati e gli amministratori di Lingua araba si stabilirono in tutti questi luoghi, e la loro lingua si radicò gradualmente fra le popolazioni locali, che fino ad allora parlavano lingue dal latino rustico, al Berbero, al Copto, al Persiano.

Per quasi 1400 anni fa, L’arabo del Corano è rimasto un prestigioso e quasi immutabile standard in tutto il mondo islamico. Questo è quello che la maggior parte degli Arabi considerano “Arabo”. Ma la varietà di lingue parlate hanno cambiato effettivamente con il tempo la lingua araba parlata nelle strade e nelle case. Differenziandola molto dal 1400. Oggi, il mondo arabo è a volte comparato all’Europa medievale, quando il latino classico era ancora la lingua unica “vera” parlata, scritta e studiata dalla maggior parte delle persone, ma “Il Latino” parlato dai popoli divenne ben presto: francese, spagnolo, portoghese e così via. Oggi riconosciamo che il francese e il portoghese sono lingue diverse — ma gli arabi non sono ancora sicuri (e sono in contrasto) su come definire oggi “L’ Arabo”. Il semplice fatto è che un cittadino marocchino e un cittadino iracheno non riescono ad avere una conversazione e intendersi perfettamente. Un cittadino algerino e un cittadino Giordano stentano a parlare tra loro, ma trovano solitamente modi per far fronte ed appianare le incomprensioni utilizzando dosi di arabo standard formale. Mentre a volte usano noti dialetti, soprattutto quello egiziano (diffuso attraverso la televisione e la radio), per colmare le lacune.

Fonte: Traduzione libera dell’articolo pubblicato il 21 giugno del 2013 sul blog Johnson dell’Economist

Seconda parte di questo articolo >

Il serbo-croato: nascita e declino (2)

 Categoria: Le lingue

<Prima parte di questo articolo

Nasceva finalmente una lingua nazionale, nonchè quella che sarebbe poi diventata lingua ufficiale della Federazione Jugoslava, distinta in due principali varianti, dalle differenze quasi inesistenti: quella Serba, con alfabeto cirillico, e quella Croata, con alfabeto latino. I decenni successivi all’accordo di Vienna furono anni d’oro, sia per la lingua, che si affermava lentamente anche a livello europeo e mondiale, sia per la nazione stessa, che sotto la guida di Tito si ritrovò a vivere un momento di stabilità e prosperità. Nel 1954 viene stipulata un’altra convenzione sottoscritta da 25 illustri scrittori e linguisti dell’epoca, tra cui il premio nobel per la letteratura Ivo Andric.

Vent’anni dopo, verso gli anni ’70, i primi conflitti a sfondo etnico sono solo un pallido preavviso di quello che avverrà con la guerra degli anni ’90.

Durante il conflitto civile avvenuto nel 1991, infatti, laddove ogni elemento possibile veniva considerato arma politica, l’elemento linguistico costituì uno degli strumenti più forti.  Ogni singolo nuovo stato emerso da questa tragica separazione corse ai ripari, proclamando la propria lingua ufficiale e rivendicando l’indipendenza linguistica. Questo fenomeno fu caratterizzato da una introduzione quasi forzata di neologismi che distinguessero le nuove lingue l’una dall’altra. Nascono così: il serbo, il croato, il bosniaco e il montenegrino.

La domanda principale è: ma queste differenze, così fortemente volute, sono davvero così rilevanti? Le differenze fondamentali sono differenze di pronunzcia: la divisione tra kajkavo, stokavo e cakavo è ancora oggi palese, come anche quella tra ikavski, ekavski e jekavski. Ma d’altronde, quale parlata del Nord non è diversa da una parlata del Sud? Lo stesso potremmo affermare per quanto riguarda delle scelte grammaticali, che cambiano da regione a regione. Dal punto di vista dell’uso dei vocaboli, le scelte linguistiche e soprattutto l’introduzione di forestierismi, essi sono dipesi dalla storia di ogni singola entità: nella regione della Dalmazia per esempio, è presente un gran numero di italianismi, dovuti alla dominazione italiana della seconda metà del ’900.  O ancora, la notevole presenza di parole turche in Bosnia, è dovuta all’islamizzazione del territorio nel XIX e XX sec.

Detto ciò, vi è un ultimo fondamentale dato di fatto da prendere in considerazione prima di concludere questo breve excursus: per quanto la separazione delle lingue sia ormai ufficiale, e per quanto questa verità possa risultare scomoda ai più, un serbo e un croato si capiranno sempre e comunque, anche senza il minimo sforzo.

Il serbo-croato: nascita e declino

 Categoria: Le lingue

Il serbo-croato, in lingua originale ‘srpsko-hrvatski’, è una lingua dalla storia complessa e travagliata, proprio come quella delle terre dove ha origine.

Inizialmente, verso il VII secolo d.C., le popolazioni delle terre slave parlavano una lingua comune, detta ‘paleoslava’, dal complesso alfabeto glagolitico. Col passare dei secoli però, le varie lingue del ceppo slavo iniziarono lentamente a diversificarsi, (soprattutto il macedone e lo sloveno, che rimarranno fino ai giorni d’oggi delle lingue a sè stanti), a subire le influenze dei territori vicini e ad assumere connotati diversificati. Furono rilevanti le influenze dei Bizantini e dell’Impero romano, come anche quelle dei paesi limitrofi (Bulgaria, Romania, Albania).

Nel IX sec. d.C., i fratelli Cirillo e Metodio danno vita a quello che viene detto ‘slavo antico’, ‘slavo ecclesiastico’, che diventa lingua letteraria. Ma già prima di Cirillo e Metodio, la lingua si sviluppava, pulsava, viaggiava per le terre balcaniche sulle bocche delle popolazioni attraverso le parlate locali e dialettali, utilizzate per tramandare leggende, miti e tradizioni, racconti epici che sarebbero diventati, nei secoli a venire, le fondamenta della florida letteratura serbocroata.

Le varianti parlate sui territori delle attuali Serbia, Croazia, Bosnia ed Erzevogina e Montenegro erano tuttavia abbastanza simili, con alcune varianti geografiche: nacquero  tre dialetti distinti, detti ‘kajkavo’, ‘stokavo’ e ‘cakavo’. La suddivisione si basava sulla forma che, nelle tre varianti, assume la domanda ‘che cosa?’, che nell’area di Zagabria si rende con il ‘kaj’, nell’area della Dalmazia si rende con il ‘ca’, mentre nei territori di Serbia, Bosnia e Montenegro si rende con ‘sto’. Il dialetto stokavo inoltre, subì un’ulteriore suddivisione legata alla pronuncia dell’antica vocale ‘jat’, che dipendentemente dall’area veniva (e viene) pronunciata come ‘e’ (‘ekavo’), ‘i’ (‘ikavo’), o ‘je’ (‘jekavo’).

Nel corso del XVII e XVIII sec. d.C, con i poeti e romanzieri della Controriforma, si manifesta lentamente il desiderio di una reale unificazione linguistica.

Nel XIX sec. nasce infatti il movimento degli ‘Illiri’, il cui massimo esponente croato era Ljudevit Gaj, mentre in Serbia il movimento fu portato avanti soprattutto da Vuk Karadzic, che viene infatti considerato l’effettivo fondatore della lingua serba e che basò la lingua serbo-croata su un’unica, semplice regola: ‘Scrivi come parli, leggi come è scritto’. Nel 1851 fu stipulato l’accordo di Vienna, che garantiva la standardizzazione della lingua serba e la conformazione all’alfabeto cirillico.

Seconda parte di questo articolo >

Non è mai troppo tardi

 Categoria: Le lingue

Sono nata e cresciuta nell’URSS, in un paese che non esiste più. Il russo era obbligatorio, ma il popolo locale parlava in ucraino, che in quei tempi era considerato una lingua inferiore.  Da bambina ero molto curiosa e imparavo tutto in fretta, avevo una bella memoria e parlavo bene tutte e due le due lingue. Quando sono andata a scuola, alle mie due lingue ho aggiunto la terza- l’inglese. Nonostante fosse molto diversa dalle mie lingue d’origine, la nuova lingua mi piaceva tanto e sono stata attratta da lei, come un uomo potrebbe essere attratto da una bella donna. L’inglese presentava per me un altro mondo: bello ed incantevole!

Quante persone famose parlavano in questa lingua! Winston Churchill, Margaret Thatcher, Ronald Reagan, Nelson Mandela e  tanti altri. Quante belle canzoni si cantavano  in inglese! Dai “Beatles” ai “Rolling Stones”, da Elvis Presley a Michael Jackson. Quanti bei libri erano scritti  in inglese e fra di loro c’era il mio preferito- Jane Eyre di Charlotte Bronte!  Oramai, l’inglese e’ diventata la lingua più diffusa al mondo e per questo motivo volevo impararla  a tutti i costi.

Non è stato facile per una ragazzina sovietica scrivere parole nuove e capire il loro significato. Con tutta la mia forza di volontà sono riuscita ad arrivare ad un bel risultato: dopo un anno di studi potevo leggere e scrivere abbastanza bene in inglese e questo fatto mi ha dato tanta soddisfazione. Adesso so già tre lingue e sono piena di orgoglio! Non ho mai pensato d’imparare la quarta lingua, ma nella vita  “ Mai dire mai”. A 42 anni dovevo imparare l’italiano, che era diventato la mia quarta lingua.

Se qualcuno mi dicesse, che la imparerò, non gli crederei neanche, perché da giovane non ho mai pensato di farlo. L’ho sempre trovata molto melodica,  partendo dal fatto che tutti  i cantanti lirici cantavano in italiano. Fedor Shalyapin, Maria Callas, Monserrat Caballè non erano italiani, ma le loro voci  erano incantevoli , come le loro canzoni.  Anche la cultura italiana era eccellente. Michelangelo, Leonardo da Vinci hanno immortalato le loro opere nei  secoli, come Dante e Petrarca. Per me imparare la loro lingua e’ stato il primo passo per avvicinarmi alla  cultura italiana.

Nel mondo esistono tante lingue e tante culture e sono tutte ben diverse fra di loro. Non e’ possibile impararle tutte, ma ogni tanto ci penso ad imparare qualche lingua nuova, ma poi riguardo la mia età e ci ripenso. Chissà?

Nella vita “ Mai dire mai”

Autrice dell’articolo:
Iryna Bocharnikova
Traduttrice freelance IT< RU/ UK
Novara

Perché imparare l’italiano in Francia ?

 Categoria: Le lingue

Ciascuno di noi ha un buon motivo per cominciare ad imparare l’italiano: un soggiorno linguistico, un week end a Roma, dei parenti veronesi, o semplicemente per aggiungere una lingua supplementare al Curriculum.
Io per esempio, essendo una musicista, inizialmente ho voluto imparare questa bellissima lingua per poter comprendere i testi delle canzoni che più mi piacevano, come quelli scritti da grandi cantautori : De Andrè, Dalla, Battisti, Celentano e tanti altri.

Attualmente in Francia, l’Italiano è la quarta lingua straniera studiata dalle scuole medie dopo l’inglese, lo spagnolo e il tedesco. Purtroppo, pochi sono gli istituti scolastici a proporre l’italiano; molte persone scelgono di studiare questa lingua fuori dal percorso scolastico, o per passione oppure per rintracciare le proprie origini. Per questo motivo, è un po’ più raro incontrare un francese che sappia comunicare in italiano a livello professionale. Conoscendo lo stretto legame tra la Francia e l’Italia e i loro numerosi rapporti commerciali e culturali, l’apprendimento di questa lingua è fondamentale per le imprese francesi che collaborano con aziende italiane. Avendo collaborato con una grande azienda francese, posso sostenere che la barriera della lingua non è l’unica cosa da prendere in considerazione per lavorare con un’ impresa straniera; è necessario conoscere la cultura dei suoi dipendenti, e soprattutto osservare e rispettare i suoi valori, al fine di instaurare solide e durature relazioni professionali.

A livello turistico, l’Italia è il 4° paese più visitato al mondo. Chi non ha mai sognato di vedere con i suoi occhi il Colosseo, con i suoi 2000 anni di storia, o fare un giro in gondola sui canali della romantica città di Venezia ?  Come sappiamo bene, ogni viaggio è una nuova scusa per imparare qualche parola della lingua del Paese visitato. Un semplice « Buongiorno », « grazie mille » o « arrivederci », anche con la “r” moscia, sarà sempre molto apprezzato dagli italiani e farà dimenticare l’immagine del francese antipatico che purtroppo molti hanno in mente. Oltretutto, comunicare in italiano vi permetterà di conoscere meglio il suo popolo e la sua cultura. Ciò è un valore aggiunto unico, che non si studia sui libri ma si scopre solo passando più tempo possibile nel Paese prescelto.

La cosa che mi piace di più dell’italiano, è che è una lingua molto ricca e che non si finisce mai di imparare. Per quelli come me che si sono appassionati a questo Paese e alla sua cultura, avranno sicuramente cercato d’imparare qualche parola del dialetto del territorio visitato. Conoscere queste peculiarità, potrebbe rivelarsi utile in futuro, visto che in quest’ultimi anni vengono prodotte serie, film e canzoni nelle lingue locali.

Autrice dell’articolo:
Julie Rifaterra
Traduttrice freelance IT > FR e IN > FR
Toulouse (Francia)

Imparare una lingua (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

2) Definite un obiettivo finale. Se il vostro obiettivo è quello di imparare qualche frase di sopravvivenza per i vostri viaggi all’estero una volta all’anno allora non sarà affatto complicato raggiungerlo. Ma se il vostro scopo è padroneggiare la lingua al punto di poter tenere un discorso davanti a una platea di parlanti nativi allora avete molta strada da fare e dovrete immergervi completamente in quella lingua, dovrete fare in modo che ogni azione della vostra giornata, o quantomeno del vostro tempo libero, sia finalizzata al raggiungimento del vostro obiettivo.
Dopo una prima fase di studio in cui i libri saranno gli unici amici che avete, dovrete iniziare a espandere il vostro raggio d’azione poiché, per studiare una lingua, i corsi e i libri sono importantissimi ma non sono affatto sufficienti. Oltre al corso, dovrete essere bravi a darvi delle regole che scandiscano la vostra giornata e vi permettano di raggiungere l’obiettivo nel modo più rapido ed efficace possibile. Se accendete la televisione scegliete solo canali stranieri, se siete in treno o sull’autobus ascoltate musica straniera, se volete leggere un libro prima di addormentarvi sceglietene uno nella lingua che state studiando. Se vi va di “cazzeggiare” un po’ al computer, mettete tra i preferiti solo siti stranieri, se vi va di chattare scegliete delle chat straniere. E quando arriva il weekend, fate in modo di frequentare solo persone straniere! I viaggi (che ve lo dico a fare) fateli tutti in terra straniera e senza amici italiani al seguito, altrimenti finireste per parlare tutto il tempo in italiano.

3) Definite un metodo. Non esiste un metodo giusto per tutti, quello che va bene per me magari non va bene per voi e viceversa. Dovrete trovarlo da soli man mano che avanzate. Dovrete capire cosa funziona bene per voi, cosa vi permette di imparare di più e meglio. Io per esempio mi ero dato una regola ferrea: quando mi trovavo davanti a una parola che non conoscevo, non potevo passare alla pagina successiva finché non avevo trovato il significato principale sul dizionario, l’avevo trascritto direttamente sul libro a lapis e su un’apposita rubrica. Con il tempo quella rubrica è diventata una sorta di mini-dizionario, lì dentro c’erano a portata di mano tutte le parole che avevo cercato. Così facendo, effettuavo un triplo esercizio di memorizzazione. Cercavo, leggevo, scrivevo e scrivevo una seconda volta. Il consiglio che posso darvi è proprio quello di far lavorare contemporaneamente tutte le aree della memoria: quella visuale (lettura, scrittura), quella uditiva (ascolto di musica, visione di filmati), quella motoria (espressione orale e esercitazioni scritte) e quella logica. Trovate voi ciò che vi stimola di più e riesce a farvi rimanere in testa parole e concetti.

4) Infine, ultimo consiglio ma non in ordine di importanza: è fondamentale la quantità di tempo che dedicherete allo studio ma anche e soprattutto come spalmerete sulla vostra settimana le ore da dedicargli. Quando parlo di studio non mi riferisco a tutte le attività accessorie cui ho fatto cenno in precedenza (musica, tv, chat, amici, viaggi) ma allo studio “puro e duro” con la testa piegata sul classico libro di grammatica. Ecco, per questa attività è infinitamente meglio un’ora al giorno tutti i giorni anziché 7 ore di fila una volta alla settimana. Studiare poco alla volta tutti i giorni permette di memorizzare e assimilare meglio, concentrare tutto in un giorno è del tutto improduttivo. Le cose che ci sembra di aver imparato sul momento, nel giro di qualche giorno già non faranno più parte del nostro bagaglio, avremo solo perso tempo.

Autore dell’articolo:
Guido Pasqualetti
Traduttore EN-ES-FR>IT
Webmaster Easy Languages

Imparare una lingua

 Categoria: Le lingue

Con l’aumento degli scambi internazionali sia economici che culturali, conoscere le lingue oggigiorno non è più un semplice sfizio ma quasi una necessità. La padronanza (almeno) dell’inglese è richiesta in quasi tutti i contesti lavorativi e, nella vita di tutti i giorni, accade sempre più spesso di doversi interfacciare con persone che parlano una lingua diversa dalla nostra e di dover usare una lingua veicolare per poter stabilire una comunicazione efficace.
Per non parlare dei viaggi…viaggiamo continuamente sia per lavoro che per piacere e non è pensabile sperare che ovunque andiamo le persone parlino la nostra lingua. Anzi, è altamente improbabile che ciò avvenga. Per cui rimbocchiamoci le maniche e mettiamoci sotto!

Imparare una lingua non è semplicissimo ma nemmeno impossibile. Come tutte le altre materie, per imparare qualcosa occorre studiarla a fondo. ma ci sono alcune differenze, alcune “aggiunte” rispetto allo studio delle altre discipline che vorrei puntualizzare. Lasciate che vi dia qualche consiglio, visto che ci sono passato prima di voi.

Innanzitutto la conditio sine qua non per farcela è crederci fermamente senza fermarsi mai e senza farsi prendere dallo sconforto fino a raggiungere lo scopo. Dovete essere animati da motivazioni forti, dovete essere straconvinti che alla fine avrete successo.

1) Il primo passo è iscrivervi a un corso organizzato da professionisti, una lingua non si impara da soli, ci vuole qualcuno che ce la insegni. Com’è possibile imparare a pilotare un’astronave se nessuno ti insegna come fare? Forse è possibile, studiando centinaia di manuali per decenni ma alla fine è probabile che non saremmo dei grandi piloti. Per imparare qualcosa occorre fare pratica e sbagliare. E quando sbagli ci vuole qualcuno che ti corregga e che ti spieghi dove e perché hai sbagliato. È impensabile credere di potersi autocorreggere e darsi da soli una spiegazione. Per cui il primo consiglio è quello di scegliervi un buon insegnante.
Il corso vi aiuterà anche a darvi il “ritmo” di cui avete bisogno. Dovrete fare i compiti a casa, avrete delle scadenze da rispettare e verrete sottoposti a delle verifiche, per cui, se non vi va di buttare via tempo e denaro nonché fare brutte figure con i vostri compagni di corso, sicuramente prenderete la cosa sul serio e imparerete moltissimo. Ponetevi l’obiettivo di non mancare mai alle lezioni e di non andare mai impreparati. Se uno studia a casa da solo e non deve rendere conto a nessuno se non a sé stesso tende sempre a trovare delle buone scuse per rimandare quello che dovrebbe fare.

Seconda parte di questo articolo >

Autore dell’articolo:
Guido Pasqualetti
Traduttore EN-ES-FR>IT
Webmaster Easy Languages

L’apprendimento di una lingua (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Lo sviluppo personale degli alunni, in quanto allievi e fruitori di due lingue, deve essere riconosciuto e sostenuto da tutte le persone delle loro cerchia più ristretta, affinché sentano che la loro scelta è approvata. La scuola e gli insegnanti devono condurre gli alunni a parlare delle loro esperienze di apprendimento linguistico. Bisogna complimentarsi con gli alunni, in particolare con gli adolescenti, ed essi devono essere incoraggiati a spingersi più lontano prendendosi la responsabilità del loro apprendimento e vivendo nelle due lingue. Affinché siano meglio ispirati, devono essere a contatto con persone che diano l’esempio. I membri della loro famiglia, i loro amici e i membri della collettività possono sostenere l’apprendimento di una lingua e rendere giustizia partecipando a delle attività culturali e organizzando degli eventi all’interno della collettività.

Un’altra maniera di sostenere l’apprendimento di una seconda lingua straniera consiste nell’esporre gli alunni a delle altre lingue e incoraggiarli ad impararne una terza.
L’acquisizione di una nuova lingua e l’apertura a un’altra cultura diventano in questo modo più facili e interessanti. Il corridoio diventa multidimensionale e non ci sono più limiti all’immaginazione dell’altro. L’apprendimento delle lingue si inserisce così di più nell’identità degli allievi.

Attraverso l’apprendimento delle lingue, gli alunni imparano a comunicare in maniere differenti, a migliorare la loro capacità di padronanza delle lingue straniere e a esplorare delle visioni differenti del mondo in relazione alla loro. Per tutti noi, l’apprendimento delle lingue è un mezzo che ci permette di diventare cittadini del mondo che hanno una coscienza personale e che sono aperti alle altre. Per tutti noi è importante riflettere sull’importanza dell’apprendimento linguistico. Qual è il ruolo dell’apprendimento linguistico nella vostra vita e nella vita dei vostri figli, della vostra famiglia, dei vostri alunni?

Fonte: Articolo di Florence Girouard e Sandra Drzystek pubblicato nel maggio 2012 sul Volume 10.2 di Éducation Manitoba

L’apprendimento di una lingua

 Categoria: Le lingue

In una società sempre più multiculturale, le competenze linguistiche e le conoscenze interculturali sono degli elementi essenziali che ciascun cittadino del mondo deve possedere. L’apprendimento di un’altra lingua non solo rafforza il cervello permettendogli di lavorare più efficacemente, ma permette anche di acquisire una consapevolezza e una flessibilità mentale che consolidano le abilità intellettuali.  L’apprendimento di un’altra lingua è una risorsa che può giovare a tutti e che noi possiamo offrire ai nostri figli affinché imparino a vivere e a lavorare con successo in quanto accorti cittadini sul piano linguistico e culturale.

John Ralston Saul, che fa la promozione dell’apprendimento del francese da parte degli alunni del Canada, si serve dell’immagine di un corridoio per mostrare questo punto di vista. Afferma che per le persone monolingue, il corridoio offre delle porte su un solo lato, mentre per le persone che parlano due lingue, ci sono delle porte sui due lati del corridoio. Padroneggiando due lingue, si ha accesso a due modi di pensiero, a due maniere di percepire il mondo e a due maniere di esprimere delle idee. Gli alunni possono così vedere le cose in maniera diversa, gettare uno sguardo nuovo sulla vita. Possono immaginare facilmente che esistono altre lingue, che ci sono altre maniere di vedere il mondo e che ci sono altri modi di interagire con il mondo. Gli alunni possono prendere consapevolezza in questo modo della propria identità culturale e aprirsi ad altre lingue e ad altre culture.

L’identità e la considerazione personale degli alunni migliorano mano a mano che si trasformano in cittadini orgogliosi e impegnati. Questo valore aggiunto è complesso, ma gioca un ruolo determinante nella vita.
Tuttavia l’apprendimento di una lingua non avviene senza insidie; il procedimento è complesso, ma fruttuoso. Affinché i giovani abbiano a cuore l’apprendimento di una lingua, è importante che sentano una connessione personale con la lingua e che constatino che la lingua ha un legame attinente alla loro vita. A tale scopo, gli alunni devono prendere coscienza della loro scelta di parlare e vivere utilizzando due o più lingue. Questa esperienza di apprendimento linguistico deve essere confermata e incoraggiata dalla loro famiglia, dai loro compagni e dalla collettività.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo di Florence Girouard e Sandra Drzystek pubblicato nel maggio 2012 sul Volume 10.2 di Éducation Manitoba

Perché gli italiani non parlano inglese? (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

(3) Fare errori viene ridicolizzato – Gli italiani fanno questo quando ridono e scherniscono le persone che non sanno parlare l’inglese “abbastanza bene”. Se sei un “Personaggio Pubblico” italiano, preparati ad essere valutato  dall’intera nazione per le tue abilità linguistiche in inglese e, poi, a farti ridere in faccia appena sbagli.

Certamente, Matteo Renzi non vincerà, a breve, concorsi linguistici per le sue competenze in inglese ma al contempo spererei che l’Italia gli riconoscesse che almeno ha cercato di parlare in inglese!

Le stesse convinzioni che si vedono dietro le aspre critiche fatte a Matteo Renzi, ovvero che gli errori sono inaccettabili e devono essere evitati a tutti i costi, vanno dalla sfera pubblica, riferito a  celebrità e personaggi pubblici, fino ad arrivare alle aule e nelle famiglie, dove hanno un impatto più devastante. Quando un italiano parla in inglese, sembra, a volte, che gli altri stiano aspettando di avventarsi su chi parla appena dice qualcosa di sbagliato, approfittandone per poter ridere. Naturalmente, se stai muovendo i primi passi verso la comunicazione in inglese, non vuoi che le altre persone, ogni volta che dici qualcosa di sbagliato, ne facciano un caso nazionale, in quanto ciò distruggerà la tua fiducia. Probabilmente, se sei italiano devi essere  poco influenzabile e non ti devi preoccupare se sembri sciocco quando parli inglese; comunque, avere una tale attitudine alla resilienza è molto più facile a dirsi che a farsi.

(4) L’arte Oratoria – In realtà, io stessa non parlo italiano, quindi quello che sto dicendo qui è semplicemente frutto delle mie impressioni nel sentire e vedere gli italiani parlare: parlare in pubblico è una forma d’arte in Italia e l’abilità di parlare bene viene meglio valutata, da un punto di vista istituzionale, che in molte altre culture. Per fare un confronto, quando una persona va all’università nel Regno Unito, tutti gli esami sono scritti. Prendere un ottimo voto nel sistema universitario britannico significa dimostrare una profonda conoscenza “scritta”. Il sistema in Italia è diverso; molti esami universitari sono esami orali. Ciò significa che per ottenere ottimi risultati bisogna essere un oratore di primo piano, abile a dibattere e discutere gli argomenti con precisione, utilizzando la parola. Al di là del sistema universitario, nella vita di tutti i giorni sembra anche che parlare ed esprimersi con amici e familiari sia una parte molto apprezzata e intrinseca della cultura. Naturalmente, tutte le persone, in tutte le parti del mondo parlano con i loro amici e i loro familiari; solo che gli italiani sembra che lo facciano con più gusto nell’esprimere se stessi, rispetto a molte altre culture. Quando si impara una lingua straniera da adulto, questo è importante, come quando si parla una lingua straniera; uno si sente come se l’intera personalità si sia persa durante le umilianti fasi iniziali dell’acquisizione del linguaggio.

Qual è la soluzione al problema della lingua inglese in Italia? – Se un numero maggiore di italiani vogliono raggiungere un alto livello di abilità nel parlare l’inglese in futuro, è necessario che ci sia un atteggiamento molto più tollerante e incoraggiante nella cultura, in relazione al “REALMENTE PROVARE” a parlare inglese. Quindi, piuttosto che demolire le persone per aver fatto piccoli insignificanti errori qua e là, quando si parla in inglese, gli italiani farebbero meglio a tenere per loro stessi le critiche su come lo fanno gli altri.

Fonte: Articolo scritto da Jade Joddle e pubblicato il 16 ottobre 2015 sul sito Speak Well

Traduzione a cura di:
Prof. Mario Costantino – docente I.I.S.S. “S. Pugliatti”
Taormina (ME)

Perché gli italiani non parlano inglese?

 Categoria: Le lingue

Ti sei mai chiesto perché così tanti italiani hanno una scarsa conoscenza dell’inglese? Suggerimento: non è quello che pensate …

NOTA BENE: le osservazioni e le riflessioni che condivido in questo post sono basate sul fatto che ho visitato l’Italia diverse volte, nell’arco di 10 anni e ogni volta sono stata ospite di diversi italiani. Come risultato di questi viaggi, ho potuto conoscere italiani di varie parti della nazione, da Nord a Sud, e di diversa estrazione sociale, appartenenti all’elite politica a alla classe operaia.

(1) Scarsa conoscenza dell’inglese – Probabilmente vi aspettate che dica che gli italiani non parlano inglese a causa dei problemi del loro sistema educativo. Potrebbero esserci svariati ipotetici problemi relativi al modo in cui l’inglese viene insegnato nelle scuole italiane, per esempio non ci sono abbastanza insegnanti madre-lingua oppure le lezioni per i bambini iniziano relativamente tardi, in confronto ad altre nazioni.  Pur considerando che questi fattori giochino un ruolo importante nella qualità dell’istruzione che gli italiani ricevono, ciò non significa che il sistema scolastico italiano si trovi nell’Oscurantismo Medioevale e che tutti gli insegnanti d’inglese siano inetti. Piuttosto, il problema dell’Italia è che il sistema scolastico formi studenti che “conoscono” l’inglese, ma non riesce a far sì che essi lo usino. Perché accade ciò?

(2) La cultura del “Il migliore; Oppure niente” – Non devi trascorrere molto tempo in Italia per capire che è un paese con un gusto per l’eccellenza in tutte le cose. Per fare un esempio, se un formaggio verrà prodotto da un italiano, sarà un formaggio eccellente, la madre di tutti i formaggi. Lo stesso vale per tutto ciò che è fatto in Italia, da un umile formaggio a un’auto da corsa. Fondamentalmente, quando gli italiani fanno qualcosa, c’è questo istinto e modo di fare dentro di loro che li spinge a voler essere i migliori in quella cosa. Se non possono esserlo, c’è un forte desiderio di rinunciare completamente per poi fingere che non gliene importi nulla, come se non fosse importante per loro. Quindi, quando applichiamo questo valore o caratteristica al parlare in inglese, possiamo capire che quando gli italiani si guardano intorno e vedono che in Europa  tutti parlano un inglese migliore del loro, questo, ad un livello psicologico profondo, li porta al ragionamento: “Che senso ha fare tutta questa fatica per parlare in inglese, se non sarò mai bravo come un tedesco?” In questo modo evitano la sensazione di frustrazione.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Jade Joddle e pubblicato il 16 ottobre 2015 sul sito Speak Well

Traduzione a cura di:
Prof. Mario Costantino – docente I.I.S.S. “S. Pugliatti”
Taormina (ME)

Anno internazionale delle lingue indigene

 Categoria: Le lingue

Le lingue sono vitali per le comunità e le persone in tutto il mondo. Hanno implicazioni per l’identità culturale, la comunicazione, l’integrazione sociale, lo sviluppo, l’istruzione e l’accesso alle informazioni. La storia delle persone, il patrimonio culturale e le tradizioni sono trasmessi in modo intergenerazionale attraverso le lingue.

Ci sono circa 7000 lingue parlate in tutto il mondo, molte delle quali sono indigene. Questa ricca diversità linguistica contribuisce alla preservazione dell’identità culturale e della conoscenza indigena. Ma nonostante la loro importanza e valore, quasi 2.700 delle lingue indigene rischiano di scomparire, secondo i funzionari delle Nazioni Unite.

IYIL 2019
Per sensibilizzare su questo problema, le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2019 l’anno delle lingue indigene e hanno chiesto all’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO) di essere l’organizzazione guida.

L’UNESCO ha lavorato con governi, organizzazioni di popolazioni indigene, ricercatori e altre parti interessate per elaborare un piano d’azione per promuovere e proteggere le lingue indigene e migliorare la vita di coloro che le parlano.

In questo piano d’azione possiamo leggere che:

La perdita di una lingua indigena può (…) significare la perdita di conoscenze vitali che potrebbero essere sfruttate per il miglioramento umano e lo sviluppo sostenibile. Di conseguenza, la scomparsa di una lingua implica un enorme impatto negativo sulla cultura indigena interessata, nonché sulla diversità culturale globale.

Aree tematiche nel piano d’azione
L’iniziativa assumerà la forma di una serie annuale di attività raggruppate attorno a tre termini chiave: sostegno, accesso e promozione delle lingue indigene.

  • Sostegno alla rivitalizzazione e al mantenimento delle lingue indigene, utilizzando, se del caso, tecnologie linguistiche e di comunicazione, al fine di migliorare l’uso quotidiano delle lingue indigene;
  • Accesso all’istruzione, all’informazione e alla conoscenza in e sulle lingue indigene per bambini, giovani e adulti indigeni;
  • Promozione delle aree e dei valori della conoscenza delle popolazioni e culture indigene, applicazione di metodi rilevanti di comunicazione e informazione, nonché di pratiche culturali (ad esempio sport e giochi tradizionali) che possono fornire empowerment agli oratori della lingua indigena.

Impatto previsto
Ci si aspetta che gli Stati membri, le popolazioni indigene, la società civile, le istituzioni pubbliche e il settore privato si impegnino concretamente a sostenere e promuovere le lingue indigene. Ciò include l’offerta di supporto finanziario. L’impatto complessivo dovrebbe includere:

  • Attenzione globale e rispetto per la diversità linguistica e le lingue indigene;
  • Responsabilizzazione delle popolazioni indigene e delle tribù per garantire una migliore trasmissione delle lingue indigene alle generazioni future;
  • Adozione di quadri politici, legislazione e altri parametri di riferimento che riducono le disparità e attenuano la discriminazione nei confronti dei parlanti delle lingue indigene;

mettendo a disposizione strumenti adeguati, come sport tradizionali, giochi e altre iniziative che aiutano nella trasmissione delle lingue indigene.

Mettersi in gioco
Dalle organizzazioni agli individui, tutti sono invitati a partecipare al successo di IYIL 2019. Durante tutto l’anno, diverse parti interessate intraprendono azioni e partecipano a eventi per promuovere e proteggere il diritto delle popolazioni indigene a preservare e sviluppare le loro lingue.

Puoi registrarti compilando un modulo. Una volta confermato, puoi intraprendere azioni come: sviluppare un progetto; creare una comunità; suggerire strumenti e soluzioni; stabilire partnership; eseguire webinar; offrire formazione; o fornire supporto finanziario.

Fonte:  Articolo pubblicato sul blog dell’agenzia Rita Maia

Traduzione a cura di:
Francesco Caligiuri
Traduttore freelance EN>IT
Roma

Il sorprendente potere della lingua (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Sicuramente alcuni potranno dubitare che la lingua sia tanto potente da sovvertire le nostre convinzioni di base, nonché i valori e gli obiettivi. Ed effettivamente una persona bilingue che parla due lingue diverse non si trasforma magicamente in due persone completamente diverse. La lingua crea piuttosto un contesto ben radicato che permette di attingere dai diversi aspetti di noi stessi. Nella stessa maniera in cui potremmo diventare più caritatevoli qualora si tirasse in ballo la religione, oppure più riservati se si parlasse di malattia, così la lingua è capace di influenzarci rendendo alcune idee e ricordi più importanti di altri.

L’influenza che la lingua esercita sul nostro modo di pensare, di sentire e persino sul nostro comportamento può avere un impatto che va al di là della sfera individuale, estendendosi fino al livello sociale ed economico. Mentre gli Stati Uniti non hanno più avuto un vero e proprio presidente multilingue dai tempi di Franklin D. Roosevelt (che era fluente in inglese, francese e tedesco), prima della Seconda Guerra Mondiale il bilinguismo tra i capi di stato era la regola, e non l’eccezione. Fuori dagli Stati Uniti spesso è ancora così, con leader mondiali come Emmanuel Macron e Angela Merkel che prendono importanti decisioni usando più lingue. In un certo senso, conoscere lingue diverse garantisce alle persone una varietà di lenti attraverso le quali vedere il mondo.

Per costruire una società funzionale dobbiamo lavorare per comprendere in che modo l’utilizzo o il non utilizzo di più lingue condizioni la nostra psicologia e il nostro comportamento, che sia nelle nostre case, negli ospedali o ai più alti livelli del governo.

Fonte: Articolo scritto Viorica Marian e Sayuri Hayakawa e pubblicato il 13 luglio 2018 sul blog Psychology Today

Traduzione dall’inglese a cura di:
Violetta Giarrizzo
Dottoressa Magistrale in Lingue Straniere per la Comunicazione Internazionale
Torino

Il sorprendente potere della lingua (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Considerato il ruolo chiave che le emozioni rivestono nel nostro processo decisionale, le persone sono spesso meno parziali e più coerenti nel prendere decisioni nella lingua meno emotiva, ovvero nella lingua straniera. La lingua arriva persino a influenzare i nostri giudizi e decisioni morali. Alla domanda se sacrificherebbero la vita di una persona per salvare un gruppo, le persone che parlano più di una lingua sono notevolmente più propense a dire di sì se rispondono in una lingua straniera. I sentimenti negativi che possono impedire di prendere delle decisioni difficili si affievoliscono se viene utilizzata una lingua diversa dalla lingua madre. Per le persone che sono responsabili per le vite ed il benessere altrui il potenziale impatto potrebbe essere rilevante.

I nostri ricordi possono essere, inoltre, fortemente influenzati dal modo in cui valutiamo la probabilità e il rischio. Prendete ad esempio il fatto che ”gli attacchi terroristici” sono classificati tra le più grandi paure degli Americani, sebbene ci siano migliaia di possibilità in più di essere uccisi da un’arma da fuoco. Questo è dovuto in parte all’euristica della disponibilità, ovvero la tendenza di valutare la probabilità degli eventi sulla base di esempi chiari e immediati immagazzinati nella nostra mente. A causa della memoria dipendente dalla lingua, l’uso di lingue diverse potrebbe far venire in mente esempi diversi, modificando in questo modo la nostra percezione del rischio. Il che potrebbe portare a conseguenze sostanziali, dal momento che il grado di rischio percepito può influenzare le scelte che facciamo in qualsiasi contesto, dalle decisioni mediche, alla sicurezza nazionale. Negli Stati Uniti, ad esempio, oltre il 25% dei medici hanno origini straniere e molti dei loro pazienti parlano a loro volta almeno un’altra lingua. È importante essere consapevoli di quanto la lingua che viene parlata possa influenzare le decisioni che prendiamo noi e chi ci circonda.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto Viorica Marian e Sayuri Hayakawa e pubblicato il 13 luglio 2018 sul blog Psychology Today

Traduzione dall’inglese a cura di:
Violetta Giarrizzo
Dottoressa Magistrale in Lingue Straniere per la Comunicazione Internazionale
Torino

Il sorprendente potere della lingua

 Categoria: Le lingue

Siamo la lingua che parliamo
Non è raro vedere un giapponese che si inchina mentre parla al telefono. Una di noi due è nippo-americana ed effettivamente si inchina al telefono, ma solo quando parla in giapponese. I  comportamenti possono diventare talmente abitudinari da emergere persino quando non ce n’è bisogno. Gli individui bilingue e biculturali sanno in prima persona che il modo in cui si comportano può dipendere dalla lingua che stanno parlando. In qualità di studiose con alle spalle un’esperienza di trent’anni sommati insieme nel campo del bilinguismo e dei processi decisionali, le nostre ricerche dimostrano che chi siamo in un determinato momento può dipendere dalla lingua che stiamo utilizzando.

Questo si verifica perché nel momento in cui viviamo un’esperienza, si crea un’associazione con la lingua utilizzata. Per le persone bilingue ciò significa che alcuni ricordi sono più strettamente legati a una lingua piuttosto che a un’altra, un fenomeno noto come memoria dipendente dalla lingua. Ad esempio, è più probabile che un ricordo d’infanzia riaffiori quando viene nuovamente parlata la lingua che veniva parlata durante quel periodo di vita. Esattamente come una musica nostalgica ha il potere di trasportarci in un preciso momento della nostra vita, così la lingua che utilizziamo in un determinato momento ci aiuta ad attingere ai ricordi associati ad essa e a riportarli in superficie. I ricordi, inoltre, saranno spesso più emotivi in presenza di un legame tra la lingua parlata nel momento in cui aveva luogo l’esperienza e la lingua parlata nel momento del ricordo.

Il nostro modo di pensare e di sentire può, pertanto, cambiare in base alla lingua che usiamo. Per esempio, le persone bilingue hanno un’accentuata reazione da stress durante l’ascolto di parole tabù e di rimproveri in una lingua madre. Tale fenomeno può essere spiegato in parte dal fatto che i nostri ricordi infantili associati con l’apprendimento di ”parolacce” o con l’essere sgridati dai genitori siano avvenuti nella nostra lingua madre. Questo significa che una situazione può essere percepita come psicologicamente o emotivamente più distante se vista attraverso la lente di una lingua straniera.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto Viorica Marian e Sayuri Hayakawa e pubblicato il 13 luglio 2018 sul blog Psychology Today

Traduzione dall’inglese a cura di:
Violetta Giarrizzo
Dottoressa Magistrale in Lingue Straniere per la Comunicazione Internazionale
Torino

Apprendere una lingua con Duolingo (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

I vantaggi: Duolingo deve essere raccomandato per vari motivi. È gratuito, è divertente ed è un modo abbastanza facile per apprendere le basi di una nuova lingua. Le lezioni sono molto chiare e ben progettate, e ammetto che gli espedienti di Duolingo con me funzionano (come un incantesimo!). Cerco davvero di sfruttare bene ogni piccolo attimo di tempo (in attesa di una chiamata in conferenza, in attesa di mia figlia alle lezioni di chitarra, e così via), quindi appena Duolingo mi invia un’e-mail, “Hai 5 minuti? Fai una lezione!” Io ci sono. Duolingo offre molti modi per consolidare ciò che si sta imparando: si può passare il mouse sopra una parola per sentirla pronunciata o per visualizzarne l’equivalente in Inglese.

Gli svantaggi: se si sta cercando di imparare una lingua per davvero (o più o meno per davvero), Duolingo ha anche alcuni aspetti negativi. In primo luogo, le lezioni sembrano essere meno varie e creative man mano che si progredisce nella scala. Inizialmente, il corso di Italiano coinvolgeva una vasta gamma di attività: tradurre dall’Italiano all’Inglese e dall’Inglese all’Italiano per iscritto; tradurre a vista frasi scritte in Inglese in Italiano parlato (con analisi della pronuncia), collegare le immagini con i loro sostantivi in Italiano, e così via. Ma, dal momento che ho fatto progressi, gli esercizi traducono in Inglese quasi esclusivamente frasi scritte in Italiano. Il che, se si traduce il Francese per vivere e si ha studiato un po’ di Spagnolo, non è poi così difficile, anche se non si ha la benché minima idea di come produrre quella frase in Italiano. Non è difficile indovinare che il verbo italiano “lavorare” significa “to work”, anche se non si ha la possibilità di farne uso in una frase. Quindi in questo senso, Duolingo aiuta a sviluppare le capacità di comprensione passiva più che le capacità di parlare in modo attivo.

Inoltre, la valutazione di Duolingo “You are X percent fluent in …”(n.d.T.”Tu hai padronanza dell’/ del… per l’X percento”) dà una sensazione molto gonfiata delle proprie abilità, a seconda di come la si considera. Come accennato in precedenza, Duolingo mi classifica con una padronanza dell’Italiano per il 40%. Se con ciò si intende che c’è il 40% di possibilità di comprendere un’espressione in Italiano o che io sono al 40% della conoscenza di base dell’Italiano … OK. Ma scommetto che molte persone che seguono i corsi di Duolingo interpretano tale percentuale come “Sono al 40% del percorso per parlare perfettamente questa lingua”, il che non è affatto così. Ad esempio, sulla base della mia esperienza, è impossibile che qualcuno che ha iniziato dallo 0% e raggiunto il 100% di padronanza, esclusivamente usando Duolingo, possa essere in grado di lavorare come traduttore da quella lingua.

Tuttavia, mi piace il fatto che Duolingo enfatizzi davvero la pratica costante e quotidiana e che le lezioni abbiano una durata che le rende assimilabili, senza percepire che la propria testa stia per esplodere. Esorterei altri traduttori a utilizzare Duolingo, per aumentare la padronanza discorsiva; è gratuito, divertente e molto coinvolgente nell’utilizzo.

Fonte: Articolo scritto da Corinne McKay e pubblicato il 07-12-2017 su thoughtsontranslation.com

Traduzione a cura di:
Dott. Alessandro Nicolini
Traduttore freelance EN˃IT / IT˃EN e RU˃IT / IT˃RU
Socio IATI, n. tessera 1259
Trento

Apprendere una lingua con Duolingo

 Categoria: Le lingue

Dal momento che molti traduttori sono, d’abitudine, studiosi di lingue – oltre alle nostre lingue di lavoro, sembra che cerchiamo sempre di apprenderne di nuove – ho pensato di fornire una breve panoramica della mia esperienza di studio dell’Italiano con Duolingo, un sito online gratuito per l’apprendimento linguistico. Se altri lettori hanno usato Duolingo, sarei interessata a dare ascolto alle vostre impressioni!

Le basi: Duolingo si promuove come “il modo più popolare al mondo per imparare una lingua“. È gratuito e si possono fare le lezioni sul sito web di Duolingo o tramite l’app. Attualmente vengono offerte 23 lingue (quelle che ci si aspetterebbe, oltre a sorprese come l’Esperanto e il Gallese) e il metodo per attirare interesse è che si studia la lingua con incrementi molto piccoli – ogni lezione richiede circa cinque minuti per essere completata. Duolingo è anche molto ludicizzato, dal punto di vista dei contenuti, che piaccia o meno questo tipo di cose. Si guadagnano premi e “lingotti” (tesoro virtuale che può essere riscattato per vari bonus sul sito), e si può anche seguire gli amici che studiano su Duolingo. Come molte altre piattaforme di apprendimento basate sul web, Duolingo offre una versione a pagamento senza pubblicità e consente di scaricare le lezioni per l’utilizzo offline. Gli aggiornamenti a pagamento vanno da 5,99 a 9,99 dollari al mese, a seconda di quanti mesi si sceglie di pagare in una volta.

Il mio scopo: ho iniziato il corso di italiano di Duolingo circa sei mesi fa, con l’obiettivo di riuscire a conversare in Italiano a livello base. Non aspiro a tradurre dall’Italiano. La mia famiglia ha fatto tre gite in bicicletta in Italia e uno dei miei (molti) grandi sogni è, un giorno, occuparmi di un qualche tipo di corso di musica in Italia, per approfondire i miei studi relativi al liuto (cosa posso dire … mi tiene lontano dalle preoccupazioni). Ho seguito i CD “Italian for Dummies” e ovviamente è utile l’esperienza full immersion quando si è in loco. Ma il mio obiettivo è piuttosto essenziale: essere in grado di conversare in Italiano con semplicità. Secondo Duolingo, ora ho padronanza dell’Italiano per il 40%; ne parlerò più approfonditamente in seguito.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Corinne McKay e pubblicato il 07-12-2017 su thoughtsontranslation.com

Traduzione a cura di:
Dott. Alessandro Nicolini
Traduttore freelance EN˃IT / IT˃EN e RU˃IT / IT˃RU
Socio IATI, n. tessera 1259
Trento

Il francese europeo e quello del Quebec (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Ciò che rende il quebecchese diverso
Prima di concentrarci sulle differenze tra il francese metropolitano e il quebecchese è importante sottolineare che per quanto riguarda lo scritto non c’è grande differenza tra queste due lingue. Sebbene esistano delle differenze nel vocabolario e nella semantica, i quebecchesi utilizzano la grammatica francese standard. Infatti leggendo un testo può risultare difficile sapere se sia stato scritto da un francese o da un quebecchese.

La differenza tra queste due lingue si applica nel linguaggio parlato. Le differenze maggiori si trovano nella pronuncia, nelle fattispecie nell’accentuazione di vocali e consonanti. Il francese quebecchese ha un timbro più intenso, a causa di una pronuncia più nasale. Risultato, alcune parole omofone in francese saranno pronunciate in maniera differente in quebecchese, come le parole “pâte” e “patte”.

Oltre alla pronuncia, nel quebecchese si fanno sentire le influenze della colonizzazione britannica e delle lingue amerinde ed inoltre, alcune parole che si sono sviluppate in Francia dopo la rottura con il Québec non si sono sviluppate in quebecchese.

Lista delle differenze tipiche tra francese e quebecchese
Le principali differenze che troviamo tra queste due lingue si rinvengono nel vocabolario e nel senso delle parole. Ecco qui alcuni esempi:

Quebecchese       Francese                       Inglese                 Traduzione

Achigan                Perche noire                  Black bass             Persico trota

Brunante              Crépuscule                     Dusk                     Crepuscolo

[1] Atoca              Canneberge                   Cranberry              Mirtillo rosso

[2] Carcajou         Glouton                         Wolverine             Ghiottone

Barrer                  Verrouiller                     To lock                 Chiudere a chiave

Traversier             Ferry/bac                      Ferry (boat)          Traghetto

Esistono anche parole che vengono utilizzate in entrambe le lingue ma che hanno un significato differente. Ad esempio un “dépanneur” è un negozio alimentari di quartiere in quebecchese, mentre in Francia “un depanneur” è una persona che esercita la professione di meccanico o elettricista.

Sotto certi aspetti, il quebecchese non è cambiato rispetto al francese che viene parlato nel Nord-Ovest della Francia da circa trecento anni. Il verbo “magasinier” è ancora utilizzato per indicare che si va a fare spese, mentre in Francia si preferirà usare l’espressione “faire du shopping”.

Il quebecchese possiede anche un vocabolario e delle espressioni peculiari del suo paese e della sua cultura. L’espressione “Baise-moué l’ail” (espressione volgare che in italiano suona tipo “baciami il culo”, ndt) che in francese si traduce letteralmente con “embrasse ma gousse d’ail” (“bacia il mio spicchio d’aglio”, ndt) non è che un esempio tra i tanti. La spiegazione più logica di questa espressione è che la parola “ail” indica una zona del corpo situata tra la parte bassa della schiena e la parte alta delle cosce, e fa quindi eco all’espressione inglese “kiss my ass”.Purtroppo fino ad oggi non è stata data nessuna spiegazione ufficiale all’utilizzo di questa espressione: la somiglianza tra le due parole? La loro forma? Chi lo sa.


[1]Questa parola deriva da un termine autoctono che significa “baie” (bacca)
[2]Questa parola deriva da un termine autoctono che significa “carcajou” (ghiottone)

Fonte: Articolo pubblicato il 2 settembre 2016 sul Lingoda Stories

Traduzione a cura di:
Fulvia Cascella
Traduttrice letteraria, editoriale, tv e cinema.
Roma

Il francese europeo e quello del Quebec

 Categoria: Le lingue

Il francese è una delle lingue ufficiali, anzi la lingua ufficiale, di 29 paesi in tutto il mondo. Tra i settantasette e i centodieci milioni di persone sono di lingua madre francese, mentre circa 190 milioni lo parlano come seconda lingua. Le previsioni riguardo al futuro della lingua francese nel mondo sono varie. L’organizzazione internazionale della francofonia ha pubblicato un pronostico che afferma che da qui al 2050 circa settecento milioni di persone parleranno il francese come prima lingua o come seconda lingua. Di questi settecento milioni, l’80% saranno abitanti del continente africano in cui la crescita è innegabile.

Dopo la Francia, è la provincia canadese del Quebec a possedere, ad oggi, il maggior numero di francofoni per nascita, e se vi aggiungiamo altre regioni di Canada e Stati Uniti ne risulta che l’8% della popolazione americana parla francese correntemente. Vista l’elevata concentrazione di francofoni nel Quebec questa provincia gioca un ruolo importante nella Francofonia ossia in quella comunità di paesi, organizzazioni, governi e gruppi di persone che parlano il francese quotidianamente o sul luogo di lavoro.

L’arrivo del francese in Canada
Per poter comprendere le differenze tra il francese parlato in Francia e quello parlato in Quebec (chiamato anche francese canadese o quebecchese) è necessario avere una visione di insieme del modo in cui la lingua francese è approdata in Canada. Tutto è cominciato quando il re Francesco I organizzò una spedizione al fine di trovare una rotta alternativa per raggiungere la Cina. Ma Jacques Cartier nel 1534 non giunse in Cina bensì sulla penisola della Gaspésie, oggi parte della provincia del Québec. Venne così fondata la Nouvelle France e cominciarono ad arrivare i coloni in America del Nord. La Nouvelle France conobbe il suo apogeo nel 1712 quando il suo territorio si estendeva a più della metà di ciò che oggi è conosciuto come Canada e Stati Uniti.

Gli eventi storici che si sono verificati in seguito possono spiegare le differenze che ora esistono tra il francese europeo e quello quebecchese. Innanzitutto, un attacco a sorpresa nel 1754 che ha dato luogo alla Guerre de la Conquête (Guerra della Conquista, ndt). Se a questo si aggiunge il fatto che gli inverni sono molto più rigidi in Canada che in Francia è comprensibile che la popolazione della Nouvelle France fosse molto più debole di quella delle 13 colonie americane e quindi più vulnerabile agli attacchi. In secondo luogo la Francia e la Gran Bretagna erano coinvolte nella guerra dei Sette Anni e questa ha portato al trattato di Parigi (1763) per il quale la provincia del Québec è passata sotto il regime britannico e ha quindi tagliato i ponti con la Francia.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato il 2 settembre 2016 sul Lingoda Stories

Traduzione a cura di:
Fulvia Cascella
Traduttrice letteraria, editoriale, tv e cinema.
Roma

Elogio della traduzione

 Categoria: Le lingue

In un mondo in cui la conoscenza, e il conseguente utilizzo della lingua inglese appaiono una necessità, un destino cui i popoli della Terra non possono sottrarsi, la traduzione diviene oggi, paradossalmente, strumento fondamentale della diversità e della differenza. L’importanza della lingua inglese, con tutta la sua vasta e nobile produzione letteraria, non è qui in discussione; l’inglese letterario è, infatti, espressione di una soggettività, di un gesto di riflessione individuale che, a partire da un’idea, realizza un’opera. Lo scrittore manipola, dispone, crea e ricrea la lingua, dotandola così di un carattere specifico e unico, ovvero di un’identità. Questa lingua è concreta, reale, si muove e si trasforma nella storia e nella realtà circostante, assume funzioni singolari, imprevedibili e contestualizzabili: in essa la diversità appare e costituisce molteplici forme.

Tuttavia, parallelamente a questo uso nomade dell’inglese, ve n’è un altro organizzato che sussume una pre-codificazione della lingua. Questa versione formattata dell’inglese è quella del business e dell’Università, nei quali la lingua non ha peculiarità determinate o speciali, ma soltanto scopi comunicativi prestabiliti, sicché ripetibili secondo lo stesso modus operandi. Chi si adopera ad apprendere codesto inglese finisce per non parlare (o scrivere) alcuna lingua, limitandosi piuttosto ad eseguire, acriticamente, degli insegnamenti astratti che sono, in realtà, lettera morta, parole vuote il cui senso sta nella mera esecuzione (o pratica) del codice linguistico. Soltanto nel rispetto di questi termini d’insensatezza linguistica l’inglese può essere esportato – come un vero e proprio pacchetto di parole pre-stabilite pronto al consumo linguistico. Non è, infatti, un caso che, nel mondo del commercio e della finanza, si ricorra, universalmente ovvero indipendentemente dalla lingua in uso, a parole inglesi (trend, business plan, marketing, etc.) che sono, invero, facilmente traducibili nella propria lingua.

Ciò significa che questo inglese è un’astrazione la cui sintassi non si evolve caoticamente nel tempo, bensì tende a stabilizzarsi in forme d’espressione fondamentalmente identiche e sistematiche. Questa inglesizzazione coatta del mondo moderno mette in serio pericolo la pluralità linguistica, vale a dire l’esistenza stessa delle lingue in quanto motore creativo della diversità culturale. I popoli devono poter preservare la loro identità linguistica e, al contempo, condividerla in un’ottica di scambio culturale da cui essi traggono dei vantaggi reciproci. Tuttavia, tale scambio non può certo essere mediato da un inglese astratto e pre-codificato, il quale, anziché favorire i rapporti tra le differenti culture, li limita imponendo forme di comunicazione artefatte che ostacolano l’interazione. Va allora da sé che solo la traduzione è in grado di promuovere uno scambio culturale autentico, nel quale, appunto grazie alla traduzione, la specificità di ogni lingua è conservata e condivisa allo stesso tempo.

Autore dell’articolo:
Luigi Sala
Ricercatore in ambito letterario e filosofico
Traduttore FR>IT – IT>FR
Bovisio Masciago (MB)

L’etimologia delle parole (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Conversione o cambiamento funzionale
Spesso delle nuove parole si formano cambiando la loro funzione grammaticale all’interno di una frase. Ad esempio, le innovazioni in campo tecnologico hanno trasformato in verbi alcuni sostantivi come: network (it. rete), Google e microwave (it. forno a microonde).

Trasferimento di nomi propri
Alle volte i nomi di persone, luoghi e cose diventano parole del vocabolario comune. Per esempio, il nome maverick (it. anticonformista) deriva dal nome di un allevatore americano, Samuel Augustus Maverick. Il sassofono prende il nome da Sax, il cognome di una famiglia belga del XIX secolo che costruiva strumenti musicali.

Neologismi o Processi Creativi
Di tanto in tanto, dei nuovi prodotti o dei procedimenti possono portare alla creazione di parole completamente nuove. Tali neologismi, di solito, hanno vita breve e non entrano mai in un dizionario. Tuttavia, alcuni hanno resistito, come per esempio i termini quark (it. quark), coniato dallo scrittore James Joyce), galumph (it. correre scompostamente), coniato dallo scrittore Lewis Carroll, aspirin (it. aspirina), che in origine era il marchio registrato, grok (it. groccare), neologismo coniato dallo scrittore Robert A. Heinlein.

Imitazione di suoni
Le parole possono essere create anche attraverso le onomatopee, ovvero imitando i suoni che sono associati ad esse, come ad esempio: boo (it. fischiare), bow-wow (it.bau bau), tinkle (it. tintinnio), click (it. clic).

Perché dovrebbe interessarci la storia delle parole?
Se l’etimologia di una parola non è la stessa della sua definizione, perché dovrebbe interessarci la storia delle parole? Ebbene, per prima cosa, capire come sono nate le parole può insegnarci moltissimo sulla nostra cultura. Inoltre, studiare la storia di parole a noi familiari ci può aiutare a capire il significato di parole sconosciute, arricchendo ulteriormente il nostro vocabolario.  Per concludere, le storia delle parole spesso può essere sia divertente, sia stimolante.  In breve, come direbbe un ragazzo, le parole sono divertenti.

Fonte: Articolo scritto da Richard Nordquist e pubblicato il 9 gennaio 2018 su ThoughtCo

Traduzione a cura di:
Cristina Manzotti
Traduttore freelance EN>IT
Roma (RM)

L’etimologia delle parole (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Da dove vengono le parole?
Le parole nuove sono entrate (e continuano a entrare) nella lingua inglese in molti modi diversi. Queste sono alcune delle modalità più comuni.

Prestito
La maggior parte delle parole usate nell’inglese moderno sono state prese in prestito da altre lingue. Anche se la maggior parte del nostro vocabolario deriva dal latino e dal greco (spesso passando attraverso altre lingue europee), l’inglese ha preso in prestito delle parole da più di 300 lingue diverse in tutto il mondo. Ecco alcuni esempi:

●  futon (it. futon), dalla parola giapponese che indica “biancheria da letto, lenzuola”
●  gorilla (it. gorilla), dal greco Gorillai, una tribù di donne pelose, forse di origine africana
●  hamster (it. criceto), dal tedesco dell’alto medioevo ‘hamastra’
●  kangaroo (it. canguro), dalla lingua aborigena di Guugu Yimidhirr, ‘gangurru’, si riferisce ad una specie di canguro
●  kink (it. piega), dall’olandese, significa “avvolto in una fune”
●  mocassin (it. mocassino), dal nativa americano, algonchino della Virginia, simile a ‘mäkäsn’ della tribù dei Powhatan e ‘makisin’ della tribù degli Ojibwa)
●  molasses (it. melassa), dal portoghese ‘melaços’, dal tardo latino ‘mellceum’, dal latino ‘mel’, (it. miele)
●  muscle (it.muscolo), dal latino ‘musculus’ (it. topo)
●  slogan (it. slogan), dallo scozzese ‘slogorne’, “grido di battaglia”
●  smorgasbord (it. rinfresco), dallo svedese, letteralmente, “tavolo di pane e burro”
●  whiskey (it. whiskey), dall’irlandese antico ‘uisce’ (it. acqua) e ‘bethad’ (it. “della vita”)

Ritaglio o abbreviazione
Alcune nuove parole sono semplicemente forme abbreviate di parole preesistenti, come, per esempio, indie (it. indie) da indipendente, exam (it. esame) da examination, flu (it. influenza) da influenza e fax (it. fax) da facsimile.

Combinazione
Una nuova parola può essere creata anche dalla combinazione di due o più parole preesistenti: fire engine (it. camion dei pompieri, letteralmente fuoco+motore) e babysitter (it. babysitter, letteralmente guardiano+bambino).

Fusione
Una fusione, detta anche parola composta, è una parola formata dall’unione di suoni e significati di due o più parole. Ad esempio, la parola moped (it. ciclomotore), deriva da mo(tor)+ped(al), in italiano  motore + pedale e brunch (it. brunch) da br (eakfast) + (l) unch, in italiano colazione + pranzo).

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Richard Nordquist e pubblicato il 9 gennaio 2018 su ThoughtCo

Traduzione a cura di:
Cristina Manzotti
Traduttore freelance EN>IT
Roma (RM)

L’etimologia delle parole

 Categoria: Le lingue

Le parole di uso comune e la loro incredibile origine

L’etimologia di una parola si riferisce alla sua origine e al suo sviluppo nella storia e cioè al primo utilizzo di cui siamo a conoscenza, al passaggio da una lingua a un’altra e ai cambiamenti nella forma e nel significato. Etimologia è anche il termine utilizzato nella linguistica per lo studio della storia di una parola.

Qual è la differenza tra una definizione e un’etimologia?
Una definizione ci spiega il significato di una parola e il suo utilizzo nel nostro tempo.
Un’etimologia ci spiega da dove viene una parola (spesso, ma non sempre, viene da un’altra lingua) e quale era il suo significato.

Per esempio, secondo l’American Heritage Dictionary of the English Language, la definizione della parola ‘disastro’ è “un avvenimento che provoca una vasta distruzione e angoscia, una catastrofe o una grave disgrazia”. Ma l’etimologia della parola ‘disastro’ ci riporta indietro nel tempo, quando le persone comunemente ritenevano che gli astri fossero responsabili di grandi disgrazie.

La parola ‘disastro’ apparve per la prima volta, in inglese, nel tardo XVI secolo, giusto in tempo per essere utilizzata da Shakespeare nella tragedia del Re Lear. È giunta a noi passando attraverso l’antica parola italiana ‘disastro’, che significava “sfavorevole alle proprie stelle”.

Questa sensazione di calamità è più facile da capire se analizziamo la radice latina della parola ‘astrum’, che compare anche nella nostra moderna astronomia come ‘stella’. Con il prefisso latino negativo dis-(lontano) aggiunto ad astrum (stella), la parola (in latino, italiano antico e francese medievale) esprimeva l’idea che potesse capitare una catastrofe sotto “l’influenza maligna di una stella o di un pianeta” (definizione che, oggi, il dizionario ci dice essere obsoleta).

L’etimologia di una parola è la sua reale definizione?
Niente affatto, anche se a volte le persone cercano di portare avanti questa teoria. La parola ‘etimologia’ deriva dalla parola greca ‘etymon’ che significa “il vero senso della parola”. Ma, in realtà, il significato originale di una parola spesso è diverso dalla sua definizione contemporanea.

I significati di molte parole sono cambiati nel tempo e quelli vecchi possono diventare insoliti o scomparire completamente dall’uso quotidiano. La parola ‘disastro’, per esempio, non significa più “influenza maligna di una stella o di un pianeta”, così come ‘considerare’ non significa più “osservare le stelle”.

Prendiamo un altro esempio. La nostra parola inglese ‘salario’ è definita dall’American Heritage Dictionary come il “compenso prefissato pagato e versato regolarmente ad una persona per dei servizi”.  La sua etimologia può essere fatta risalire 2.000 anni fa a ‘sal’, parola latina che significa “sale”. Dunque, qual è la connessione tra sale e salario?

Lo storico romano Plinio il Vecchio ci racconta che “a Roma, un soldato era pagato in sale” il quale, ai tempi, veniva ampiamente utilizzato come conservante alimentare. Alla fine, la parola ‘salarium’ finì per significare uno stipendio pagato in qualsiasi forma, di solito in denaro. Ancora oggi l’espressione “worth your salt” (letteralmente “che merita il sale”) indica che si sta lavorando sodo per guadagnarsi lo stipendio. Tuttavia, questo non significa che ‘sale’ sia la reale definizione di ‘salario’.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Richard Nordquist e pubblicato il 9 gennaio 2018 su ThoughtCo

Traduzione a cura di:
Cristina Manzotti
Traduttore freelance EN>IT
Roma (RM)

Prestiti, calchi ed evoluzione delle lingue (2)

 Categoria: Le lingue

<Prima parte di questo articolo

In quanto traduttore e appassionato di linguistica, la mia opinione è che i prestiti non siano né positivi né negativi. Devo però fare una piccola premessa: nell’ambito della traduzione, a maggior ragione se letteraria o audiovisiva, ritengo sia giusto adoperare un italiano quanto più corretto possibile, ovvero privo di tutti quei termini (anglicismi, gallicismi, ecc.) nati da errori o interpretazioni sbagliate e che vengono ancora considerati tali. Questo per una questione di etica lavorativa: se viene richiesto un testo in italiano corrente, infarcirlo di calchi dall’inglese porta a un lavoro sciatto e poco comprensibile.

Ovviamente il doversi attenere a ciò che è considerato errore nel momento presente implica che lo stesso testo tradotto a distanza di cinquant’anni potrà avere termini molto diversi al suo interno. E questo mi porta al secondo punto.
I prestiti sono sempre esistiti. Al netto di casi isolati come l’islandese, sono un fenomeno inevitabile, per il semplice motivo che le lingue si influenzano a vicenda nel tempo e nello spazio. Oggi ci preoccupiamo degli anglicismi, ma lo stesso inglese è una lingua molto diversa da quella che veniva parlata nelle Isole Britanniche mille anni fa. Molti termini inglesi sono il risultato dell’invasione e della dominazione danese del IX-X secolo: sky (cielo) deriva dal norreno ský, così come la terza persona plurale they (norreno þeir), egg (uovo, da eggr), knife (coltello, da knifr), low (basso, da làgr) e sick (malato, da syk). Per non parlare degli effetti della conquista franco-normanna dell’XI secolo: si stima oggi che quasi il 40% del lessico inglese sia di origini francesi.

Anche la nostra lingua ha un buon numero di termini germanici, principalmente franchi e longobardi, introdotti nel latino volgare e divenuti poi italianissimi: ricco deriva dal lon(go)bardo *rihhi, così come guancia da *wankja, mentre guardare deriva dal franco *wardon; dal franco provengono anche orgoglio (*urgol), guarire (*warjan), biondo (*blund), blu e schifo (*blao e *schiu, passati attraverso il francese “blue” e “eschiu”). In tempi più recenti, la bistecca ci è giunta dall’inglese “beefsteak” (fetta di manzo, “steak” a sua volta un calco dal norreno “stejk”), mentre il ragù dal francese “ragout”. Per tacere di termini giunti dall’arabo, come albicocca, arsenale, dado e melanzana.
Non tutti i prestiti diventano termini di uso comune. Alcuni rimangono relegati a settori specialistici, altri non riescono a soppiantare termini già esistenti. È innegabile, però, che molti vengono accettati, spesso inconsciamente, dai parlanti. Ciò che oggi è considerato strano o straniero domani sarà italiano corrente.

Autore dell’articolo:
Davide Tessitore
Traduttore Freelance
Torino

Prestiti, calchi ed evoluzione delle lingue

 Categoria: Le lingue

Prestiti e calchi sono due fenomeni linguistici attraverso i quali una lingua si arricchisce di nuovi termini, letteralmente prendendoli da un’altra.

Nel caso del prestito il termine viene normalmente utilizzato con l’ortografia e la pronuncia che ha nella lingua d’origine, per quanto lievi cambiamenti possano sopraggiungere nel corso del tempo. È il caso di molti termini inglesi legati al mondo dell’informatica, come email, chat, mouse e computer.
Nel calco, invece, il termine viene  tradotto alla lettera o adattato secondo i parametri della lingua d’arrivo, formando una nuova parola che, almeno all’inizio, può suonare strana ai parlanti di quella lingua. Ne sono esempi parole come grattacielo (dall’inglese skyscraper), fine settimana (da weekend), ingaggiare (dal francese engager). Non è raro l’uso improprio di alcuni termini: in tempi recenti si è diffuso “realizzare” per intendere “rendersi conto”, un calco dall’inglese “to realise”.

I motivi per prendere in prestito un termine sono molteplici: mancanza di una parola per esprimere un dato concetto, prestigio sociale, influenza culturale. Quest’ultima è da intendersi sia in senso qualitativo che quantitativo: in Italia è pervasivo il fenomeno del “doppiaggese”, cioè dell’italiano dei film doppiati, spesso condito con calchi e termini tradotti in modo improprio, come gli onnipresenti “eccitato” per intendere “esaltato, entusiasta” (da “excited”) e “forzare” per intendere “obbligare” (da “to force”). Fenomeno che, data la quantità di film disponibili al pubblico, condiziona inevitabilmente la lingua quotidiana.

Prestiti e calchi sono un fenomeno negativo? La questione è vecchia quasi quanto l’italiano e continua a dividere addetti ai lavori e non. C’è chi dice che portano a un impoverimento della lingua, che si vede privata di ottimi termini in favore di forestierismi; c’è chi afferma che al contrario i prestiti arricchiscono una lingua; infine c’è chi si trova un po’ spaesato nell’usare termini che a stento riesce a leggere.

Seconda parte di questo articolo >

Autore dell’articolo:
Davide Tessitore
Traduttore Freelance
Torino

Russo e italiano: uno sguardo contrastivo (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

I verbi di moto
Il movimento rappresenta un altro aspetto della lingua russa particolarmente ostico. Se in italiano la frase “Vado al cinema” non presenta apparentemente alcun problema traduttivo e, anzi, sembra una frase da livello A1, non è altrettanto vero se si tenta di tradurla in russo. Bisogna, infatti, tener conto di diverse varianti, dato che il russo designa per lo stato e il movimento un numero ingente di verbi. Occorre dunque tenere presente se intendiamo esprimere un movimento a bordo di un mezzo o a piedi, tenere in considerazione l’aspetto (se è un’azione reiterata oppure no) e la natura stessa del movimento: di uscita, entrata, centripeto/centrifugo, allontanamento, avvicinamento o, ancora, focalizzarsi sull’intenzione potenziale per eseguirlo.

Sicuramente molto arduo è riuscire a incastrare l’aspetto idoneo alla situazione con il verbo con significato semantico corretto. I verbi di moto si dividono inoltre in verbi di moto senza e con prefisso, dove il “prefisso”, in genere, veicola proprio il modo in cui il movimento dovrebbe compiersi. Fortunatamente esistono a volte alcune “scorciatoie” per evitare l’utilizzo di verbi di moto, quando non ci si sente particolarmente coraggiosi, sostituendoli con il verbo essere, ma sono casi singoli. In tutti gli altri casi occorre quindi esprimere con esattezza in base alle categorie enunciate il movimento, che in italiano viene sì espresso con altrettanta chiarezza ma sviluppando spesso la frase in modo analitico e non sintetico come il russo.

La frase italiana “vado a casa” ha quindi due formulazioni possibili in russo:

Я иду домой -> vado a casa a piedi
Я еду домой -> vado a casa con un mezzo

Nota interessante. In italiano dire “vado a casa a piedi” è in realtà una specificazione ulteriore che indicherebbe una specificazione, dovuta ad una domanda precedente, o ad un bisogno di specificare come ci si intende recare alla propria abitazione. Mentre quindi il verbo russo, che reca in sé sia il movimento che il modo, è assolutamente “standard”, per noi la frase standard sarebbe semplicemente “vado a casa”, senza bisogno di specificare ulteriormente come si intende andare (fortunatamente, talvolta, i russi si prendono anche questa libertà e utilizzano il primo verbo).

Ci sono poi particolarità da emicrania. Se occorre esprimere la frase “Passa il tram n. 10” (titolo anche di un cartone animato russo!) bisognerà dire “Шел трамвай десятый номер”, dove il verbo шел è normalmente utilizzato per il moto a piedi. Un po’ strano quindi per noi l’utilizzo del verbo che indica il camminare per il movimento del tram (vale per qualsiasi mezzo di trasporto terreno), quasi ad indicare che il tram in questione si “sposta a piedi” tra una fermata e l’altra. Sono proprio queste particolarità a rendere questa lingua così affascinante, a volte anche così lontana da noi.

Alla luce dei problemi traduttivi trattati il russo si riconferma una lingua davvero impegnativa quando la si traduce in una lingua come l’italiano e occorre fare spesso scelte traduttive che richiedono una dosa abbastanza generosa di creatività e coraggio. Il rischio è infatti, da una parte di mantenere la struttura russa/slava traducendo in modo poco naturale e quindi stentato il testo, ma dall’altra è anche quello di proporre soluzioni ardite che si discostano troppo dal senso dell’originale, rischiando di deformarlo. In particolare, la difficoltà dei verbi di moto rischia di trasformare la traduzione italiana in un testo eccessivamente pedante, con specificazioni avverbiali (traducenti del verbo russo che spesso non ne ha bisogno perché ha già in sé tutti i significati, come quello aspettuale, del verbo) che rendono poco scorrevole il testo di arrivo.

Si rivela utile consultare in questi casi un dizionario fornito di una serie dettagliata di esempi per le parole che si desidera tradurre in modo da potersi confrontare con traduzioni professionali che possono dare una risposta ai propri dubbi. Un ottimo dizionario, per questo fine, è sicuramente il Kovalev.

Autore dell’articolo:
Fabio Ramasso
Traduttore freelance DE, ENG, RU > IT
Bra (CN)

Russo e italiano: uno sguardo contrastivo (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Nella lingua odierna quando si vuole tradurre dall’italiano al russo una qualunque proposizione con predicato nominale, occorre, quindi, riflettere attentamente. Il traduttore italiano si trova a dover sviluppare una frase che, in russo, è sintatticamente molto breve e manchevole di un elemento fondamentale della lingua italiana. L’omissione del verbo viene talvolta sostituita da una forma verbale di registro più colto, cioèявляться, particolarmente ostico da tradurre: talvolta traducibile come rappresentare; scelta vincente, questa, perché anche in italiano è un verbo più elegante rispetto a essere.
C’è poi un’altra possibilità di localizzazione per la frase di Tarzan che evita completamente la copula grammaticale: ed è l’uso dei pronomi possessivi. Si potrebbe quindi tradurre così: мой Тарзан, твой Джейн, lasciando in questo modo la frase “a mezzo”.

L’aspetto verbale
Altra questione molto complessa della lingua russa, ai fini traduttivi, è l’aspetto verbale. In italiano l’aspetto è espresso attraverso l’uso dei differenti tempi verbali ma non ha valore di marca grammaticale come in russo, tranne in rarissime eccezioni come la coppia verbale saltare (pf.) e saltellare (impf.) che ricorda approssimativamente le coppie perfettivo/imperfettivo dei verbi russi (dalle quali si generano ulteriori forme perfettuali).

In italiano gli unici tempi verbali che suggeriscono un’idea esatta di aspettualità sono il passato prossimo (perfettivo) e l’imperfetto (imperfettivo). Per esprimere l’aspetto negli altri tempi viene usata la perifrasi. Esempi:

inizio a fare, finisco di fare (perfettivi dell’imperfettivo fare)

Nelle lingue slave il tempo e l’aspetto sono sempre rappresentati distintamente; mentre qualsiasi differenza è andata perduta nelle lingue neolatine e germaniche, nelle quali le forme del tempo verbale rappresentano sia il tempo che l’aspetto. Per esempio, “ho corso” esprime normalmente sia il tempo passato prossimo che l’aspetto perfettivo (un’azione descritta come compiuta), mentre “sto correndo” esprime generalmente sia il tempo presente che l’aspetto imperfettivo (un’azione descritta come in corso di svolgimento).

Se quindi in russo abbiamo la coppia aspettuale standard читать/прочитать dove il primo esprime l’imperfettivo e il secondo il perfettivo, l’italiano sviluppa l’aspettualità del verbo attraverso la scelta del modo verbale. Ad esempio: я читаю сейчас si tradurrebbe con “sto leggendo adesso” e non solamente come “leggo adesso”, sottolineando così efficacemente la progressività della forma imperfettiva, accentuata nella frase russa dall’avverbio сейчас.

Terza parte di questo articolo >

Autore dell’articolo:
Fabio Ramasso
Traduttore freelance DE, ENG, RU > IT
Bra (CN)

Russo e italiano: uno sguardo contrastivo

 Categoria: Le lingue

Il russo, ahimè, è una lingua difficile. Normale avere inizialmente un po’ di sconforto. La lingua russa è infatti particolarmente complessa soprattutto per chi è di madrelingua italiana (e per chiunque la cui madrelingua afferisca al ceppo delle lingue romanze), dato che molte strutture morfo-sintattiche della lingua slava non sono presenti nella lingua italiana, e viceversa. Ecco quindi cosa significa affrontare una traduzione russo-italiano: prospettive differenti, concetti di spazio/tempo totalmente disuguali e parole, a volte, completamente estranee; soprattutto considerando il fatto che la lingua russa, a differenza di quella italiana, è più restia ad accettare vocaboli inglesi e internazionali. Vi è quindi l’aggettivo интернациональный (internazionale) ma anche l’usatissimo международный (una fusione letterale dei termini russi inter+nazionale), la parola è infatti un calco dell’originale.

Nel momento in cui il traduttore italiano si deve confrontare con un testo russo, di qualunque tipologia esso si tratti, deve essere conscio di una serie di problematiche che incontrerà durante il processo traduttivo, le quali rendono la traduzione dal russo verso l’italiano, spesso, una vera e propria ricostruzione. Vale ovviamente anche il contrario. Al traduttore, artigiano della parola, tocca smantellare i sintagmi della lingua source per approdare efficacemente alla lingua target, districandosi tra proposizioni grammaticalmente molto diverse da quelle della struttura morfo-sintattica dell’altra lingua, dovendo molto spesso enunciare esplicitamente più di quello che il testo iniziale dice, altre volte meno, dovuto principalmente al fatto che la lingua russa è flessiva; ma non solo.

Di seguito, vorrei individuare tre grandi discrepanze tra le due lingue, mettendo soprattutto in luce le principali difficoltà di un traduttore italiano, ma tentando, al contempo, di proporre qualche soluzione; alcune linee guida per tentare di rendere questa meravigliosa lingua meno insidiosa e più accessibile, soprattutto a chi si avvicina ad essa per la prima volta. Ecco dunque una sorta di “prontuario” delle situazioni a rischio, le più cavillose della lingua russa.

Il verbo быть, la sua omissione all’indicativo presente e la sua forma есть

“You Jane, me Tarzan.”
“Tu Jane, io Tarzan.”
«Ты есть джейн, я есть Тарзан. »

Iniziamo dall’esempio sopra citato. Una frase così semplice, problemi così complessi. Se la traduzione dall’inglese verso l’italiano non presenta particolari problemi, la resa traduttiva verso il russo è particolarmente ardua ma il risultato finale può essere reso in diversi modi, tutti abbastanza efficaci. Vediamo quindi come rendere questo parlato errato e primitivo, il “tarzanese” nella lingua russa, ove l’assenza del verbo essere è norma comune e la sua mancanza non è avvertita come stranezza come avviene nella lingua inglese e in quella italiana. Tutt’altro: è la norma. Le due lingue, infatti, sfruttano il verbo essere/to be come un verbo pieno, la cui funzione in quanto copula è sempre da esplicitare in situazioni standard, fatta eccezione per contesti giornalistici in cui l’uso della frase nominale è una marca stilistica ben precisa. Ma nella lingua russa il verbo essere ha invece una caratteristica più complessa.

Быть ha innanzitutto una coniugazione oggi ormai antiquata: solo есть (singolare) è di uso corrente ed è la forma per indicare diversi costrutti grammaticali tra cui “avere” (у меня есть) e la forma italiana “c’è/ci sono” (in inglese “there is/there are”). Il verbo “avere” in russo si traduce quindi letteralmente come “Presso di me c’è” invertendo la consueta prospettiva romanzo/germanica (io ho/I have) e mettendo a focus ciò che viene posseduto e non il suo possessore. L’antico russo (o meglio, l’antico slavo) godeva però di una coniugazione completa: я есмь, ты еси, он/она/оно есть, мы есме, вы есте, они суть. Il verbo essere in russo odierno risulta tuttavia difettivo e utilizza, come dicevamo poc’anzi, esclusivamente la terza persona singolare. La frase pronunciata da Tarzan, in russo, è quindi un esempio riuscito di localizzazione: rende infatti molto bene l’aspetto “esotico” del “tarzanese”; lingua, questa, non tanto errata o confusa, ma frammentata e imperfetta.

Seconda parte di questo articolo >

Autore dell’articolo:
Fabio Ramasso
Traduttore freelance DE, ENG, RU > IT
Bra (CN)

La denuncia della Crusca (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

A colpo d’occhio | Uso e disuso della lingua inglese ad opera degli italiani

In Italia si usano sempre più termini anglosassoni nella vita di tutti i giorni, anche quando esiste un equivalente nostrano perfettamente accettabile.

Molti di questi provengono dal mondo degli affari e della tecnologia, come “strategy”, “meeting”, “spending review”, “jobs act” e “budget”. Ma il significato di alcuni viene storpiato quasi al di là dell’immediato riconoscimento.

Ecco alcuni esempi di termini infiltrati nella lingua italiana che hanno stranamente mutato il loro significato originale:

“Smoking”– usato per indicare un abito maschile formale o da sera
“Water”– usato per indicare un gabinetto o un lavabo
“Sexy shop” – al posto di sex shop
“Pullman” – per indicare un autobus
Footing”–interpretato come jogging o corsa
“Lifting”– per indicare un’operazione chirurgica al viso
“Mister” – usato per definire un allenatore di calcio
“Outing”– l’atto di dichiararsi omosessuale
“Big” – per definire un alto dirigente politico o aziendale
“Baby gang”– non un gruppo di neonati, ma una banda di giovani delinquenti, vandali o criminali

I termini ibridi nati da un italiano inglesizzato stanno emergendo con sempre più frequenza. Un esempio lampante di questa bizzarra attitudine linguistica è il verbo chattare, un termine inventato di sana pianta e preso dal corrispettivo in inglese“to chat”, che ha scavalcato così l’equivalente in italiano, cioè il verbo chiacchierare.

Molti dei nuovi anglicismi sono legati al mondo di Internet – per esempio, dall’inglese “to post” si ricava un altro ibrido storpiato, da cui emerge il termine “postare”, cioè pubblicare un commento o una foto. Poi ancora abbiamo: “mouse”, per indicare l’aggeggio che guida il cursore, “selfie”, “spread”, “car sharing”, “e-book” e “spending review”.

“Se continuiamo così, l’italiano sarà svanito nell’anno 2300. Al suo posto parleremo solo l’inglese”, ha dichiarato il professor Marazzini al quotidiano La Stampa.

I giovani italiani lottano per padroneggiare l’uso del congiuntivo – la forma del verbo che suggerisce che qualcosa potrebbe accadere – e alcuni lo stanno abbandonando del tutto.

Persino il tempo futuro è stato sostituito dal tempo presente. “I giovani, in particolare, tendono ora più che mai a dire  ‘Domani vengo a casa tua’  piuttosto che  ‘Domani verrò a casa tua’ ” – dice il professor Marazzini.

Un politico di alto profilo, indicato come futuro primo ministro, è stato ampiamente deriso pochi giorni fa per non aver afferrato la forma corretta del congiuntivo in un tweet scritto da lui.

Luigi Di Maio, una stella nascente all’interno del Movimento alternativo dei Cinque Stelle, ha sbagliato non solo una volta, ma tre, e ha dovuto ripetutamente correggersi nei messaggi successivi su Twitter e Facebook. In un post sulla sicurezza informatica, è inciampato più volte sul verbo “spiare”.

“Guarda, ti pagherò il doposcuola per prendere lezioni di grammatica settimanali  – gli ha scritto un altro utente – ma ti prego, basta!”

Fonte: Articolo scritto da Nick Squires e pubblicato il 17 gennaio 2017 sul sito del Telegraph

Traduzione a cura di:
Cristina Scarcia
Traduttrice
Lecce

La denuncia della Crusca

 Categoria: Le lingue

L’Accademia della Crusca denuncia: la lingua italiana è sotto assalto dal crescente numero di anglicismi, l’uso sconsiderato dei verbi ed un lessico impoverito.

Secondo il più illustre istituto linguistico del paese, l’italiano è messo in pericolo da un’ondata crescente di parole inglesi, l’abbandono dei tempi verbali e l’uso di un vocabolario sempre più ristretto, rischiando addirittura l’estinzione.

La nobile lingua di Dante e del Petrarca procede dunque verso un inesorabile involgarimento, man mano che i giovani rinunciano ad esprimersi attraverso i tempi del congiuntivo e del futuro, seminando piuttosto un linguaggio quotidiano alquanto semplicistico condito di anglicismi, anche dove ci sono alternative perfettamente adeguate nella loro lingua madre; è quello che afferma l’Accademia della Crusca, l’antica istituzione che custodisce la purezza dell’idioma italico.

“C’è stato un grande aumento nel numero di parole ed espressioni straniere e la tendenza continuerà, soprattutto con le parole inglesi”, ha dichiarato il professor Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia, fondata a Firenze nel 1582. “Ci stiamo dirigendo verso un italiano molto scarso. ”

Migliaia di parole sono a rischio di estinzione perché non vengono più utilizzate nel discorso quotidiano, afferma il professore. Tra queste includiamo: “accolito” (attendente, tirapiedi), “maliardo” (stregato), “tremebondo” (tremulo, tremante), “zufolare” (fischiare), e “abbindolare” (prendere in giro, farsi prendere per il naso).

Nel momento in cui gli italiani usano la parola “location”, stanno effettivamente uccidendo tre equivalenti nella loro lingua allo stesso modo efficaci, come luogo, sito e posto.

Quando il governo istituì una mezza dozzina di centri di accoglienza nel sud Italia per accogliere le decine di migliaia di migranti che fluivano attraverso il Mediterraneo dalla Libia, li chiamò “hot spots” invece di usare il termine italiano “centro d’accoglienza” – una decisione che è stata criticata dall’Accademia della Crusca.

Gli italiani sono stati più inclini ad adottare parole ed espressioni straniere, forse perché il paese fu fondato solo nel 1861 e il senso di nazionalità e orgoglio nazionale è inferiore a quello della Francia o della Spagna, ci fa sapere l’Accademia.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nick Squires e pubblicato il 17 gennaio 2017 sul sito del Telegraph

Traduzione a cura di:
Cristina Scarcia
Traduttrice
Lecce

La linea sottile del bilinguismo

 Categoria: Le lingue

Il “dilemma” di cui vi parlerò oggi appartiene principalmente a chi, come me, va via dal suo paese, con l’illusione di riuscire a sentirsi come a casa anche nel paese al quale sta emigrando. Lo affronto fra traduttori perché mi è capitato di sentirmi dire che i madrelingua che vivono in un altro paese tendono a dimenticarsi la loro lingua e quindi smettono di essere bravi a scrivere, il che a me sembra assurdo e contraddittorio.

L’italiano non è la mia lingua madre, di fatto l’ho imparato dopo i 20 anni e non è che non parli o usi lo spagnolo, ci lavoro tutti i giorni scrivendo e pensando in spagnolo, ma quando devo scrivere qualche appunto, qualche pensiero veloce uso irrimediabilmente l’italiano.

Ho capito che avevo fatto mia questa bellissima lingua quando ho cominciato a sognare in italiano.

Il processo di apprendimento delle lingue ha diversi step, anche dal punto di vista accademico. In sintesi, prima cerchi di riconoscere le lettere e i suoni in quella lingua, poi impari a leggerli, a capirli, ma ancora non riesci a parlare. Poi cominci a parlare facendo un ponte immaginario nel cervello da una parola nella tua lingua a quella corrispondente nella lingua di destino, poi invece cominciano a venire in automatico le parole senza dover passare per la tua lingua e lì riesci anche ad articolare un discorso lungo e profondo. Ma secondo me c’è un passo in più, quello in cui ti senti talmente comodo che “preferisci” sognare in quella lingua.

Vi ricordate Antonio Tabucchi? Lui amava il portoghese, lo amava così tanto che alcuni libri ha preferito scriverli direttamente in portoghese, perché, come me, e tanti altri, ha fatto sua una lingua che non conosceva dalla nascita ma che ha studiato, vissuto e l’ha fatto innamorare.

È qui dove voglio arrivare. Non possiamo chiamarci bilingue se rispettiamo chiaramente il concetto di bilinguismo, ma abbiamo fatto nostra un’altra lingua senza abbandonare la nostra lingua madre e, a mio avviso, il fatto di aver incorporato così profondamente quella nuova lingua non fa che parlare bene di noi e della nostra capacità di linguaggio e di apprendimento.

Autrice dell’articolo
Lourdes Miranda
Traduttrice e Localizzatrice
Assisi

Bilinguismo e personalità

 Categoria: Le lingue

Tra i vari aspetti del bilinguismo è necessario sottolineare come non sia solo la nostra percezione del mondo, del tempo o dei colori a cambiare, ma addirittura l’intera personalità di un individuo e, con essa, la propria gestualità, il tono della voce e molti altri aspetti. Le persone bilingui sono inconsapevoli di molte conoscenze intrinseche di una seconda lingua: così come si apprende involontariamente il background culturale, anche la personalità si modifica per meglio adattarsi alle caratteristiche culturali della lingua parlata in quel dato momento. Non solo, ma anche le differenze grammaticali, ancora una volta portano a ragionare in maniera completamente differente: il russo dispone di un articolato sistema di verbi in grado di rendere subito l’idea di un’azione ben precisa nella mente di chi ascolta, mentre non è possibile fare altrettanto in italiano, lingua che implica di ricorrere a vari stratagemmi per poter rendere l’idea originale e mantenere l’accuratezza di ogni forma verbale della lingua russa. Si tratta di un semplice esempio per meglio spiegare ogni aspetto in grado di modificare sia la propria percezione del mondo, tanto quanto la propria personalità. Inchinarsi coi giapponesi, non sorridere coi russi, salutarsi con una stretta di mano in Scandinavia sono solo alcuni esempi di differenti background culturali che portano a chi presta attenzione (o chi lo vive quotidianamente) a modificare inconsciamente il proprio agire in funzione della lingua e quindi del parlante a cui ci si trova di fronte.

Queste norme sociali infatti non dipendono esclusivamente dall’evoluzione di una particolare società, ma sono essenzialmente correlate al principio di azione di una lingua piuttosto che un’altra. Chiaramente, in un contesto del genere, intervengono moltissimi fattori; la lingua rappresenta pertanto solamente uno di questi fattori chiave, ma non si deve comunque escludere a priori la lingua quando si analizza una società e, in particolare, la cultura ad essa correlata. ‘Impara una nuova lingua e avrai una nuova anima’ recita un proverbio ceco, a sottolineare come effettivamente esista una correlazione tra lingua parlata e personalità, perché ‘la personalità è individuale, ma non la sua percezione’, determinata in questo caso dalla lingua che si parla e dalla percezione che abbiamo delle altre persone. Tuttavia bisogna ricordare quanto il contesto in cui ci si trova sia fondamentale per determinare l’approccio di una persona, piuttosto che di una lingua, ovvero come le sfumature di un carattere possano passare in secondo piano se una determinata situazione lo richiede, benché molto dipenda anche da diversi fattori quali carattere personale, padronanza della lingua e molti altri.

Autore dell’articolo:
Giorgio Richetta
Interprete e traduttore
Torino