Le lingue oltre i confini (2)

 Categoria: Le lingue

Primo anno del mio percorso di studi, una classe parecchio vivace e tanta ma tanta voglia di sapere cosa ci avrebbe riservato il futuro, finché esso stesso “bussò” alla porta in veste di preside che ci chiese di fare silenzio, un rappresentante di Intercultura ci avrebbe descritto cosa significasse fare un anno di studio all’estero. Io cosa feci? Presi appunti e mi portai via tutti i dépliant. Con le “farfalle nello stomaco” li lessi in treno mentre ritornavo a casa; volevo prendere una borsa di studio per imparare il tedesco, era deciso! Bisognava solo convincere i miei genitori. Grazie al mio impegno ci riuscì e questo anno di studi mi sconvolse la vita regalandomi nuovi occhi con cui esplorare il mondo.
I ritmi erano serrati, tra le lezioni di tedesco e tutte le materie che facevano parte del secondo anno delle superiori, ma un giorno il professore di matematica prese l’influenza e avevo un’ora di buca, “bene”, dissi io, “finalmente un po’ di riposo…”. Macché!! Ero minorenne non potevo girare per la scuola senza meta alcuna così il preside mi fece entrare in una classe che non era la mia, ma che per un’ora avrei potuto presenziare senza impegno alcuno.
Era la classe di francese e caspita che fortuna era giorno di compito in classe… così la professoressa invitò a fare il compito pure a me, con molta felicità apparente, ovviamente mi sedetti e iniziai.
Era un testo a cui seguivano risposte a crocette, io ci provai, grazie allo spagnolo e all’italiano le azzeccai tutte e senza rendermene conto mi lasciai convincere e il francese divenne la mia quinta lingua.

Bonjour, bonsoir ed ecco che gli anni passano, concludo le superiori ritornata in Italia e inizio a lavorare come commerciale estero. Lettere di corrispondenza, telefonate e viaggi, vendite e acquisti nei posti più sparati del mondo. Arrivavo in ufficio con una adrenalina che mi rendeva entusiasta del mio operato in qualsiasi parte del mondo finché una lettera con un importante ordine da parte di un cliente di lingua portoghese spense il mio sorriso. Io non parlavo il portoghese lui non parlava nessuna delle lingue che io conoscevo e mi domandavo a cosa serve sapere tante lingue se non azzecchi proprio quella di cui hai bisogno… Ma senza perdermi d’animo, scrissi in italiano un piccolo discorso da dire al telefono e lo tradussi in un portoghese approssimativo che però dette i suoi risultati. Il cliente ebbe la sua risposta, la possibilità di essere capito e seguito nel percorso di acquisto e io fui invitata dall’azienda a fare un corso di portoghese prendendo così tutto il mercato di riferimento.

Ecco la mia storia, il mio percorso formativo con i casi della vita che mi portano qui ed ora a dare il mio contributo per continuare ad essere la colla tra tante culture facendo in modo che sempre meno fronti si arriccino perché le parole non vogliono uscire… le lingue oltre i confini.

Autore dell’articolo:
Marina Lorena Trotta
Traduttrice freelance EN-DE-FR-PT>ES-IT (bilingue)

Le lingue oltre i confini

 Categoria: Le lingue

Tra le molteplici diversità che ci distinguono, esiste un’occupazione che funge da ponte, rendendo comprensibile la trasmissione di informazioni tra interlocutori di due diverse culture.
Facilitare questo via vai di notizie richiede attitudine e flessibilità di comunicazione perché, affinché l’intento di chi scrive rimanga intatto nella lettura di chi leggerà il testo tradotto nella sua lingua, si devono tradurre i concetti, non le parole.

Rimane intatto ancora nella mia mente, un pomeriggio di primavera a Buenos Aires quando avevo appena nove anni e ancora si stava dibattendo su quale sarebbe stata la lingua internazionale del commercio. Ritornando da non so dove, stavo camminando mano nella mano con mio padre mentre lui mi spiegava come mai l’inglese, a discapito dello spagnolo, sarebbe stato sicuramente scelto perché diventasse la colla della comunicazione mondiale. Il suo discorso è stato talmente spettacolare che io ho concluso la sua spiegazione con una frase di grande ammirazione per le persone che sarebbero riuscite a far comunicare il mondo e gli dissi: “Che bello sarebbe poter parlare tante lingue…” e come per magia lì in quel preciso istante iniziò il mio desiderio, che poi divenne il mio cammino nel mondo della traduzione e dell’interpretariato, il quale mi condusse al giorno d’oggi a parlare sei lingue che arrivarono nella mia vita così per caso.
All’epoca era già da un anno che mia mamma mi aveva iscritto al mio primo corso di inglese, mi divertivo tantissimo, ero orgogliosa di attaccare al frigo, all’armadio, alla sedia il loro nome nella lingua che stavo studiando, pochi anni dopo però i fogli cambiarono lingua perché tutta la famiglia in vista di un trasferimento in Italia stava entrando nel fantastico mondo della lingua di Dante…
Chi arrivava a casa mia si perdeva nella lettura di quei foglietti attaccati negli oggetti che adornavano casa e poi il giorno arrivò, tutti sull’aereo a salutare parenti e amici che lasciavamo per un percorso nuovo, un suono ed una cultura che i miei nonni ci raccontavano con un pizzico di nostalgia ma carico di entusiasmo.

I primi giorni avevo un “sorello” che per lui ero la sua “fratella” e queste doppie che facevano sorridere i miei insegnanti perché non volevano far parte del mio lessico, ma poi, poco tempo dopo, divenne la mia lingua quotidiana fino a diventare io stessa insegnante e riferimento per tanti lavoratori stranieri che assetati di parole per potersi esprimere si incamminavano nella lingua italiana.
Assetati sì, perché quando non conosci le parole esse ti rimangono nel palato e la fronte ti si arriccia perché non vogliono uscire e vorresti raccontare ma ti limiti a due tre suoni dei quali sei per certo sicuro, quanto meno, che azzecchi il significato.

Affascinata dalla mia realtà che si destreggiava quotidianamente in mezzo a tre lingue diverse: a casa si parlava spagnolo, con gli amici si parlava in italiano e a scuola studiavo l’inglese, era quasi inevitabile che scegliessi come scuola superiore liceo linguistico e così fu.

Il seguito di questo articolo sarà pubblicato domani.

Autore dell’articolo:
Marina Lorena Trotta
Traduttrice freelance EN-DE-FR-PT>ES-IT (bilingue)

Il Norvegese: rischio di estinzione? (2)

 Categoria: Le lingue

La Norvegia ha una particolare propensione all’utilizzo dell’inglese in numerosi ambiti sociali e culturali (come casi più comuni basti citare i corsi universitari tenuti in inglese a vantaggio degli studenti stranieri o la gran mole di articoli accademici scritti in inglese per favorirne la diffusione a livello internazionale). Tutto ciò si può ritenere naturale anche alla luce di quello che si è detto riguardo alla somiglianza tra due lingue, cosa che giustifica la facilità con cui i norvegesi fanno uso dell’inglese. Ciò determina tuttavia alcuni comportamenti peculiari: dall’esperienza della sottoscritta risulta, infatti, non solo che tutti i norvegesi con cui si inizia una conversazione tendono a usare l’inglese (cosa che si potrebbe dare per scontata sapendo di avere davanti un non-nativo), ma che alcuni di loro persistono in quest’atteggiamento anche quando hanno appurato che lo straniero con cui stanno comunicando padroneggia il norvegese. Quasi tutti, poi, arrivano prima o poi a domandare come mai si conosca la loro lingua (sottintendendola sua condizione minoritaria e “di nicchia” nel panorama europeo). Sembra quasi che la lingua norvegese subisca attualmente una sorta di svalutazione, che venga considerato un idioma poco rilevante dai suoi stessi parlanti. Questa tendenza è data proprio dalla predominanza della cultura anglofona come modello da seguire, in particolar modo di quella americana: l’economia norvegese, ad esempio, si ispira infatti dichiaratamente al modello di welfare state americano, pur continuando a conservare una propria identità caratteristica.

Forse sarebbe più esatto dire che esiste una sorta di dualismo nel modo in cui i norvegesi considerano la propria lingua e la propria cultura: da una parte c’è il confronto con realtà che appaiono più grandi e importanti, da cui la Norvegia risulta essere molto marginale e minoritaria, dall’altra c’è l’orgoglio nazionale, coltivato con estremo fervore soprattutto in ambito linguistico già dall’epoca della formazione della Norvegia quale stato indipendente. Da allora in questo paese è infatti attivo un dibattito linguistico piuttosto acceso e peculiare, che in un primo tempo si è concentrato soprattutto sull’affermazione di una lingua ufficiale (anche se poi le lingue ufficiali che si sono affermate sono state due, il bokmåle il nynorsk), mentre attualmente verte piuttosto sulla definizione di uno standard parlato, che secondo le norme vigenti ancora non esiste (ovvero è consentito usare qualsiasi varietà locale di norvegese in qualsiasi ambito). L’interesse per la propria lingua è dunque vivo per i cittadini norvegesi. Tuttavia la diffusione capillare dell’inglese nella vita quotidiana e la predominanza del modello di cultura che esso veicola (grazie anche alla spinta delle generazioni più giovani) suscita spirito di emulazione e un riconoscimento dei propri limiti a volte quasi eccessivo.

Tutto sommato, dunque, il norvegese, malgrado abbia soltanto cinque milioni di parlanti e malgrado gli stessi norvegesi temano che la propria lingua verrà presto soppiantata dall’inglese, non sembra ancora trovarsi a rischio estinzione, come ipotizzato nel titolo dell’articolo, dato inoltre che il numero di anglismi diretti presenti in questa lingua non supera quello di altre lingue europee e che esiste un ente ufficiale che regola le questioni linguistiche in Norvegia (lo Språkrådet) che si impegna a proporre alternative norvegesi ai termini inglesi che entrano nell’uso.

Infine, un’opinione personale. Ritengo che, in qualità di cittadini europei, conoscere e relazionarsi, per lavoro o passione, a realtà e lingue così particolari come quella norvegese, sia una ricchezza, una risorsa che fornisce punti di vista nuovi e che permette di riappropriarsi di una parte importante di storia e di cultura della realtà in cui viviamo. Inoltre è anche questa conoscenza che in parte aiuta queste culture ad avere un futuro senza che si appiattiscano all’ombra di altre.

Autore dell’articolo:
Eleonora Petrarca
Traduttrice freelance NO-EN>IT
Roma

Il Norvegese: rischio di estinzione?

 Categoria: Le lingue

Come quasi tutti sanno, il norvegese è una delle lingue scandinave che appartengono alla famiglia delle lingue germaniche e ne costituiscono il ramo settentrionale. Nonostante siano lingue antiche che hanno percorso una linea evolutiva comune (non solo discendono direttamente dal norreno, l’idioma comune a tutta l’area scandinava fino al tardo Medioevo, ma ancora oggi norvegese, danese e svedese sono quasi mutualmente intellegibili, mentre l’islandese ha conservato una forma scritta quasi interamente identica al vecchio norreno), sono attualmente usate da una quantità di parlanti piuttosto esigua se confrontata a quella relativa a molte altre lingue europee. Tuttavia partecipano a formare un’identità e una cultura dai caratteri tipici, legata alla storia vichinga e ai climi freddi del nord.

Torniamo a concentrarci principalmente sulla lingua norvegese, avendo ormai assodato che anche le altre lingue scandinave condividono la maggior parte delle sue caratteristiche. Essendo una lingua germanica è dunque imparentata con l’inglese. Se si studiano più da vicino, si noterà anzi che hanno una certa quantità di tratti in comune: la forma di molte parole – a titolo di esempio basterà citare i termini che significano ‘parola’, ‘libro’, ‘porta’, ord (norv.) – word (ing.), bok (norv.) – book (ing.), dør (norv.) – door (ing.) -, l’estrema semplicità della coniugazione verbale, l’uso del genitivo detto “sassone” -the cat’s tail (ing., la coda del gatto) – kattens hale (norv.) – e altri. Questa somiglianza è data dalla parentela germanica che legava i vichinghi a quelle popolazioni che dominarono l’Inghilterra nel Medioevo e in parte dalla stessa temporanea presenza vichinga sul suolo inglese (non bisogna dimenticare, inoltre, che gli stessi normanni che conquistarono l’Inghilterra nell’XI secolo, pur se “francesizzati” erano discendenti dei vichinghi stanziatisi nel nord della Francia). In ogni caso, le due lingue e le due culture hanno poi percorso separatamente diversi secoli di storia.

Al giorno d’oggi la facilità dei viaggi e l’apertura sia commerciale che comunicativa tra tutti i paesi d’Europa e del mondo tornano a mettere a confronto le varie realtà. Le lingue diventano molto permeabili e in esse si installano grandi quantità di termini stranieri provenienti dalle lingue più rappresentate nella comunicazione all’interno di determinati ambiti (vale a dire nei mass-media, in pubblicità, in economia, ecc.). Cosa succede dunque nello scambio tra la cultura anglofona e quelle di minore rilievo internazionale, come il norvegese? Come è noto, grazie all’enorme sviluppo degli Stati Uniti d’America e al ruolo di primo piano assunto a livello internazionale da questo paese a partire dalla seconda metà del Novecento, l’inglese è diventato la lingua chiave, spesso l’unica per poter comunicare tra persone provenienti da paesi diversi. Se non si conosce almeno qualche parola o frase fondamentale in inglese si è praticamente esclusi dal mondo del lavoro, dall’uso delle tecnologie informatiche e quindi dalla cultura contemporanea. Questa lingua è ormai parte integrante dei programmi scolastici dei paesi non anglofoni. Ma non tutti hanno sviluppato lo stesso “zelo” nell’appropriarsi di questa seconda lingua semi-obbligatoria: in Italia, ad esempio, la conoscenza dell’inglese, soprattutto a livello di capacità d’uso in situazioni comunicative reali, è piuttosto bassa (secondo una classifica stilata dall’azienda EF, consultabile all’indirizzo http://www.ef-italia.it/epi/, l’Italia è al 24° posto nel mondo). In Norvegia la situazione è un’altra, infatti, la maggioranza degli abitanti di tutte le età (nella classifica citata questo paese si trova al 5° posto nel mondo, preceduta dagli altri paesi dell’area scandinava continentale e dai Paesi Bassi) sanno non solo capire, ma anche usare correttamente l’inglese.
Senza dubbio una situazione del genere è innanzitutto il risultato di maggiore disponibilità economica a sostegno dell’apprendimento delle lingue straniere.

La seconda parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Eleonora Petrarca
Traduttrice freelance NO-EN>IT
Roma

Le lingue: “diamanti” della comunicazione

 Categoria: Le lingue

La grande passione per le lingue straniere ed in particolare per l’inglese e il francese mi ha, fin da bambina, portata ad intraprendere un iter formativo interamente incentrato sullo studio delle stesse; così, le decisioni in merito alle varie iscrizioni (corso bilingue alla scuola media, liceo linguistico e facoltà di lingue moderne) e alle materie delle tesi (triennale e specialistica) sono sempre state salde e decise poiché dettate da un amore che proviene dal profondo. Anche quando ho dovuto iniziare lo studio di una terza e quarta lingua al linguistico, il tedesco curriculare e lo spagnolo extracurricolare, ero entusiasta in quanto, nonostante fossero totalmente sconosciute a me e, per quanto riguarda il tedesco, una lingua alquanto difficile, erano pur sempre delle lingue straniere e, come tali, ci avrei messo tutto l’impegno necessario per riuscire nell’ardua impresa. Devo dire che i voti mi hanno sempre premiata. Quando si è trattato di scegliere le due lingue da studiare all’università non avevo dubbi circa l’inglese e il francese. Molti mi dicevano che il mercato era quasi saturo poiché c’era troppa concorrenza ma l’inclinazione per le stesse ha prevalso su tutto.

Da quando ho conseguito la laurea, nel tempo libero, mi diverto a tradurre i testi delle canzoni che trasmettono in radio e a confrontare poi la mia versione con quelle che circolano nel web. Qualunque riferimento mi risulti poco chiaro, diventa nel giro di pochi minuti oggetto di studio circa le intenzioni del cantante e le scelte linguistiche. Volendo fare un esempio, una delle mie artiste preferite, Rihanna, in una delle sue perle, “Diamonds”, (interpretando le parole di Sia Furler ed altri) intona “as we moonshine and molly”. Discordando dalla maggior parte delle scelte di altri traduttori che ha proposto “mentre brilliamo come la luna”, dopo una lunga ricerca su internet, sono arrivata alla conclusione che in queste parole sia racchiusa la volontà dell’autore di paragonare l’amore intenso che corona un rapporto di coppia all’effetto derivante dall’uso combinato del Moonshine, whisky distillato illegalmente, con la droga Molly, in riferimento alla MDMA, generalmente conosciuta come ecstasy.

Restando nell’ambito della traduzione ci tengo a parlare brevemente di uno degli “highlights” del mio percorso formativo: il mio lavoro di tesi dal titolo “IL CASO ALITALIA: LE TRATTATIVE CON AIR FRANCE-KLM. ANALISI DEL LINGUAGGIO ECONOMICO”, a conclusione del quale ho conseguito la laurea specialistica in Lingue Moderne per la Comunicazione Internazionale.
A partire da testi (tradotti in prima persona) relativi ad una problematica estremamente attuale (nel 2009) come quella di Alitalia e in particolare delle trattative tra la compagnia di bandiera italiana e il vettore aereo franco-olandese, il mio lavoro ha prodotto, quali risultati principali, la realizzazione di due “versioni” (italiana e francese) dei testi d’origine (comunicati stampa) e l’analisi comparata del linguaggio economico in italiano e in francese. In quanto “versioni”, esse rappresentano solo una delle proposte possibili (in termini di traduzione) dei testi presi in considerazione. Per far sì che funzionassero nella lingua/cultura d’arrivo così come nella lingua di partenza (seppure in alcuni punti molto ostici), si è fatto riferimento, dopo una lunga ricerca terminologica nei dizionari e glossari specializzati – in formato cartaceo ed elettronico – ai testi prodotti direttamente nella lingua d’arrivo e appartenenti allo stesso settore. Il problema più frequente nel corso della fase di traduzione, quello dei termini o delle espressioni che non presentavano un equivalente nella lingua d’arrivo, è stato risolto ricorrendo ad espressioni (talvolta spiegazioni) che mantenessero il medesimo significato e la stessa funzione nella lingua d’arrivo.

L’analisi del linguaggio economico, oggetto del lavoro di tesi, è stata svolta sulla base delle strategie (quelle più frequenti) messe in atto passando dal macro al micro livello: livello testuale, livello morfosintattico, livello lessicale.

Il risultato è stato per me una grande soddisfazione. Nonostante le difficoltà incontrate sono giunta alla conclusione che dare tutto se stessi in un testo da rendere in un’altra lingua rappresenta una grande sfida che vale la pena accettare.

Autore dell’articolo:
Silvia Romata
Laurea Specialistica in Lingue Moderne per la Comunicazione Internazionale
Traduttrice FR-EN>IT
Francavilla Fontana (BR)

Il carattere iconico della lingua cinese

 Categoria: Le lingue

In camera. Un sottilissimo velo di carta alla parete. Il pensiero vola, istintivamente, indietro nel tempo. Una, due, forse tre settimane fa. Shanghai. Il regalo di un calligrafo. Quattro caratteri stesi su carta in cinese antico. Un chengyu. Ji feng jing cao 疾风劲草. Solo il vento forte conosce l’erba resistente. Il vento. L’erba.

Agosto 2011. Cucina, sala, cucina, sala, camera, cucina, sala. Tesi di laurea. Wang Anyi è la scrittrice di cui provo ad afferrare il pensiero. Scompongo, per ricostruire. Idee. Immagino, comprendo. Di più, immagino. Devo immaginare, per comprendere. Sfumo significati. Traduco.

Hai kuo tian kong 海阔天空. Esteso come il mare, vasto come il cielo. Il mare. Il cielo.
Xi zhi mo jie 细枝末节. Un ramo sottile, un segmento insignificante. Un ramo. Un segmento.
Zhan ding jie tie 斩钉截铁. Rompe il chiodo, spacca il ferro. Il chiodo. Il ferro.
Shui dao qu cheng 水到渠成. Dove scorre l’acqua si forma un canale. L’acqua. Il canale.
Gu fang zi shang 孤芳自赏. Un animo solitario innamorato di se stesso, come un fiore della propria fragranza. Un animo solitario. Un fiore.

Immagini. Simboli. Icone. Forme. Sembianze. Ritratti. Foto. Disegni. Forme. Visioni.
Chiudo gli occhi. Ora, provo. Traduco.

Astrazioni. Concetti. Nozioni. Ragionamenti. Logiche. Criteri. Argomenti. Spiegazioni. Perifrasi. Deduzioni.

Ji feng jing cao 疾风劲草. Persona che, nei momenti difficili e significativi, rimane fedele ai propri principi. Hai kuo tian kong 海阔天空. Infinito, illimitato. Sterminata vastità priva di confini.
Xi zhi mo jie 细枝末节. Dettagli insignificanti. Zhan ding jie tie 斩钉截铁. Risoluto, categorico. Shui dao qu cheng 水到渠成. Tutto va nel verso giusto. Gu fang zi shang 孤芳自赏. Narcisismo.
Perdo il simbolo. Conquisto l’idea.

Agosto 2008. Pechino. Mi interrogo sul significato di un termine. Forse di una frase. Forse di un periodo. Forse. Non ricordo. Ne discutemmo a lungo. Lui, professore cinese. Io, studentessa italiana. Ricordo. Abbandona la logica, abbandonati, prova a vedere. Le sue parole. Perfettamente. Ricordo.

Una predisposizione estetica differente. Pensiamo. Concettualizziamo, per comprendere. Noi. Immaginano. Dipingono, per vedere. Loro.

Rimanere sospeso in un’atmosfera immaginata e immaginaria. Contribuire ad una sorta di straniamento. Plasmare l’abituale visione delle cose a partire da una realtà prettamente irreale. Così, tradurre. La suggestione delle immagini. Il carattere marcatamente iconico della lingua cinese.

Autore dell’articolo:
Valentina Ficosecco
Laureata in Lingue e Letterature Straniere (laurea magistrale)
Traduttrice ZH>IT
Montelupone (MC)

La lingua cambia!

 Categoria: Le lingue

Avete mai sperimentato un lungo soggiorno all’estero? Avete mai provato quella sublime sensazione di trovarvi in un paese straniero e imparare quel processo lento di acquisizione della lingua, che dopo mesi e mesi di pratica vi permette di essere orgogliosi della padronanza che ne avete? Molti possono testimoniarlo.

Come saprete, molti espatriano per lavoro, sogni e legami sentimentali ritrovandosi immersi in nuove culture. E secondo voi come comunicano tra loro? Un gruppo di amici italiani che lavorano a Parigi che lingua parlerà? Italiano? Francese? Vi sembrerà strano, ma dopo un lungo periodo di permanenza all’estero il nostro cervello comincia ad abituarsi alla nuova cultura e così anche al modo di pensare. E il modo di pensare equivale alla lingua che si parla. E’ quindi inevitabile trasformare la lingua madre, mescolandola con termini della lingua acquisita. Un “Ciao, ti chiamo dopo!” tradotto in francese: “Ciao, je vais t’appeler plus tard” può diventare “Ciao ti appello dopo”.
Già! Quando il vostro cervello è sintonizzato su “lingua francese”, ventitré ore su ventiquattro, sarà più facile, anche quando si parla nella madre lingua, usare termini francofoni. “Scusa Carla puoi balaiare un po’ la cucina oggi, per favore?”, “Excuse-moi Carla est-ce que tu peux balayer un petit peu la cuisine aujourd’hui, s’il te plaît?”, “Scusa Carla puoi spazzare un po’ la cucina oggi, per favore?”.

Ha dell’incredibile come il nostro cervello elabori gli eventi che ci circondano, come si adatti e come ci permetta di fare cose che noi crederemmo impossibili. Questo ci insegna come la lingua non sia mai statica, ma sempre in movimento; la lingua cambia, effettua variazioni continue e si evolve costantemente. Quello della lingua è uno studio che non finirà mai; la sua evoluzione che va di pari passo con la mente umana non può che stupire, oggi come ieri. Perciò l’immergersi in una nuova cultura non può far altro che aprire la nostra mente, mettendo in discussione tutto il nostro sapere originale, capovolgendo ogni uso e costume e dando inizio ad una nuova trasformazione linguistica. Oggi, è molta la gente che si avventura in questo tipo di esperienza, e non nascondo di essere curiosa nel vedere che aspetto avranno le lingue in un domani.

Autore dell’articolo:
Claudia Nicolai
Traduttrice EN-FR>IT
Terni

Come apprendere una lingua straniera (3)

 Categoria: Le lingue

Se in classe, mentre l’insegnante spiega, una parte degli alunni lo segue con attenzione, l’altra parte si distrae, altri ancora non seguono proprio, che cosa fare? Ci sono vari modi per aumentare l’interesse all’attività in aula. Si può fare una nota, chiedere agli studenti distratti di ripetere quello che è stato precedentemente detto o fare degli esempi, organizzare una spiegazione reciproca tra gli studenti, e cercare di coinvolgere tutti con degli esempi spiccati, raccontare una storia bizzarra, cambiare la tonalità della spiegazione, del tema, della forma della spiegazione, utilizzare delle pause musicali, la visualità.

INTERESSE

Si crea quando uno studente è attivo, quando gli è posto un problema da risolvere, quando il suo lavoro è diversificato, quando c’è cambiamento dei ritmi durante la lezione, dei tipi dei compiti, quando il materiale è pensato per diverse tipologie di abilità (c’è la libertà di scelta del materiale), quando la difficoltà per gli studenti è abbordabile (non è facile, ma nemmeno tanto difficile) e si percepisce l’utilità del materiale (lo scetticismo uccide l’interesse: a che cosa ci serve?), quando lo studente vede il traguardo, la sua fatica è riconosciuta, e studiare diventa piacevole e divertente .

COME AUMENTARE L’INTERESSE IN UNA LINGUA STUDIATA

Lo studio della lingua straniera diventa più efficace se si riesce a convincere gli studenti che la lingua che studiano servirà loro per la professione futura, per usarla nei viaggi ecc. Per questo si svolgono colloqui durante i quali si discute in che modo la lingua può essere un mezzo per soddisfare interessi riguardanti lo studio e quelli estranei allo studio, quale ruolo può avere nella futura professione, e si svolgono lezioni che mostrano lati interessanti della lingua di studio.

L’interesse degli studenti si abbassa bruscamente se il materiale è troppo difficile. Il professore deve preoccuparsi della fruibilità del materiale.

FRUIBILITA’ DEL MATERIALE

Il materiale presentato è valutato in maniera soggettiva: le stesse unità possono dimostrarsi semplici, comprensibili per una parte degli studenti e abbastanza complicati e difficili, non comprensibili per l’altra parte. Quali fattori soggettivi incidono sull’aumento o abbassamento della soglia di fruibilità dei testi, delle regole e delle unità discorsive?
Prima di tutto bisogna considerare il livello di preparazione degli studenti a percepire le spiegazioni dell’insegnante. Un notevole ostacolo nell’apprendimento del materiale nuovo sono le lacune delle conoscenze pregresse. Per esempio, uno studente che è mancato alla lezione dove è stato spiegato il futuro del verbo perfettivo, penserà che nelle preposizioni Я прочитаю. Я напишу si usa la forma del presente.

Una tattica sbagliata nel proporre un nuovo materiale disturba la comprensione delle spiegazioni. Gli studenti con un tipo di ragionamento logico-razionale avranno difficoltà a percepire materiale lessico-grammaticale o comunicativo proposto senza una spiegazione dettagliata, senza corrispondenza con il materiale precedente, senza gli esempi che dimostrano le condizioni nelle quali si svolgono le azioni discorsive.

La forma orale della presentazione del materiale richiederà maggiori sforzi per la comprensione da parte di una persona abituata a ricevere le informazioni attraverso il canale visivo.

La sensazione di sconforto, la stanchezza, la monotonia delle forme di attività didattica, possono rendere un materiale semplice non fruibile per la comprensione. Ecco perché bisogna considerare la presenza di diversi tipi di studenti e utilizzare varie strategie e tattiche.

Cosa occorre affinché gli studenti possano apprendere una lingua straniera con successo?

È indispensabile elaborare l’abilità automatica del discorso. Lo si può ottenere solo in seguito ad una ripetizione multipla. Gli psicologi hanno scoperto che per memorizzare una parola fino all’automatismo occorre sentirla e usarla in media 12-24 volte (e questo per le capacità cognitive medie).

Lo studio efficace è, prima di tutto, un sistema, cioè un insieme di elementi che lavorano insieme e inoltre tengono conto delle facoltà della memoria umana e della psicologia. Ma il principale elemento del successo è il coinvolgimento emozionale dello studente: figuratività, straordinarietà, humour, connessione tematica, diversità di tattiche, informazioni interessanti, e non di meno, il coinvolgimento degli studenti nelle attività. Tutto questo aumenta l’interesse degli studenti.

Autore dell’articolo:
Elena Polevik
Traduttrice IT-EN>RU
Reggio Calabria

Come apprendere una lingua straniera (2)

 Categoria: Le lingue

La classificazione (raggruppamento) come tattica di memorizzazione è usata dagli studenti quando occorre organizzare informazioni di diverso genere nei gruppi omogenei. Per esempio, le unità lessicali si dividono per generi, per gruppi semantici (parole che definiscono le parti del corpo, il vestiario ecc.). Nei manuali didattici per sviluppare questo tipo di memoria vengono proposti i seguenti compiti; “Trovate delle coppie di sinonimi, contrari”, “collegate le parole della colonna a destra a quelli di sinistra”, “classificate le parole in tre gruppi; a) città, b) appartamento; c) università”. Sono esercizi alquanto noiosi, di routine, per apprendere una lingua straniera,  ma anche qui un bravo insegnante può trovare una strategia per rendere il compito più divertente, magari introducendo un momento di competizione.

La memoria associativa è la capacità di trovare la connessione tra gli oggetti di diversa natura. Per esempio, per memorizzare le lunghe file di numeri, le persone che dimostrano un gran volume di memoria, associano ogni numero a un’immagine. La memoria associativa si usa nel metodo silenzioso, dove ad ognuno dei bastoncini colorati vengono associate le parole, le parti di parole e parti del discorso. I disegni e i simboli aiutano a memorizzare meglio le poesie, i testi, le parole, i fenomeni grammaticali.

Esistono anche altri tipi di memoria: visiva, uditiva e motoria. Come fare a sviluppare negli studenti le capacità mnemoniche per imparare una lingua straniera? È possibile manipolare la memoria nelle sue forme di acquisizione e apprendimento?

Nell’insegnamento della lingua russa si usano molti compiti indirizzati all’apprendimento: memorizzazione delle nuove parole, regole, locuzioni, e perciò contemporaneamente vengono proposti diversi tipi di training per la memoria. Per esempio, viene dato un certo numero di parole, lo studente viene invitato ad osservarle attentamente, dopo di che deve chiudere gli occhi e cercare di vederle sullo schermo della sua vista interna. L’operazione viene ripetuta più volte e la quantità delle parole memorizzate aumenta.

Per memorizzare un testo, bisogna leggerlo e poi cercare di ricordare, in tal modo si alternano percezione e memorizzazione, inoltre il testo deve essere letto e ricordato per intero e non diviso in parti. Se lo studente ha dimenticato una parte del testo, lui deve cercare di ricostruirlo con uno sforzo di volontà senza sbirciare nel libro. Volendo usare il metodo logico di memorizzazione il testo si divide in parti semantiche, le parole si dividono in gruppi secondo il campo semantico di appartenenza (colore, forma, significato astratto ecc.), si dispongono riferimenti verbali, schematici e illustrativi. Una tecnica simile – mnemonica – la usava Cicerone quando preparava i suoi famosi discorsi: preparando il discorso lui mentalmente disponeva le sue parti per tutta la casa, poi, facilmente ricostruiva l’intero testo semplicemente ripassando per le stanze del palazzo.

E noi quali tecniche di memorizzazione usiamo? Come possiamo organizzare il processo di memorizzazione in aula? Come indirizzare l’attenzione degli studenti al contenuto dell’attività didattica e non a una memorizzazione di un lato formale? Per questo vengono applicate le forme delle attività collettive, varie competizioni, giochi, nei quali non è tanto importante l’esattezza della riproduzione delle unità del discorso ma il risultato dell’attività, la velocità con la quale si raggiunge lo scopo. Per esempio si possono eseguire skills del tipo: riprodurre le repliche del dialogo con una velocità di eloquio diversa, con diversa emotività, preparare al più presto delle domande al gruppo avversario per verificare la comprensione del testo, della lezione, delle spiegazioni.

ATTENZIONE E INTERESSE

Uno studente attento memorizza meglio. Ma alcuni studenti hanno un livello di attenzione diverso, e anche la stessa persona, in momenti diversi, ha alternanze dell’attenzione.

Un appello “Attenzione!” è di poco aiuto. L’attenzione varia secondo l’età, lo stato psico-fisico, il tempo, la luminosità, la vicinanza o lontananza dell’insegnante e della lavagna. L’attenzione si perde a causa della monotonia della lezione. Cosa bisogna fare allora per mantenere giusto il suo livello? Interesse, attività, emozioni, in particolare quelli positivi: piacere e gioia.

La terza e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Elena Polevik
Traduttrice IT-EN>RU
Reggio Calabria

Come apprendere una lingua straniera

 Categoria: Le lingue

MOTIVAZIONE

E’ difficile, se non impossibile, insegnare una lingua straniera in modo efficace se l’insegnante non ha idea in che modo i discenti apprendono la lingua straniera, quali particolarità intellettuali ed emotive si presentano in questo processo. Il famoso pedagogo russo K. Ushinskij scriveva: “Studiate le leggi di quelle manifestazioni psichiche che volete manipolare e agite in concordanza con quelle leggi, quelle circostanze con le quali le volete applicare”.

Allora quali fattori psico-emotivi bisogna considerare durante l’insegnamento di una lingua straniera? Di solito si prendono in considerazione i seguenti fattori personali dell’efficacia del processo didattico.

1) I motivi dell’apprendimento della lingua.

2) Necessità comunicative.

3) Le strategie dell’apprendimento della lingua.

4) Le strategie dell’uso della lingua per scopi comunicativi.

5) I motivi dell’apprendimento della lingua sono le fonti principali dell’energia nel processo dello studio di una lingua straniera. Se i discenti provano l’interesse durante la lezione, la loro memoria funziona meglio, loro sono più attenti, il loro profitto scolastico aumenta, loro si coinvolgono più facilmente nel processo dello studio. “La noia – diceva un famoso pedagogo russo – è anche un’emozione, ma essa non potenzia l’attività cerebrale, ma la sopprime”.

Per un insegnante di lingua straniera è molto importante capire la motivazione che muove i suoi studenti a scegliere questa e non un’altra lingua, e stimolare l’interesse per le sfere linguistiche scelte dallo studente.

MEMORIA

I metodisti hanno un aforisma: “Non ci sono allievi cattivi ma c’è un metodo non adatto a loro”. Il compito della didattica odierna consiste non solamente nel fornire le conoscenze, ma nell’insegnare ad imparare. Per questo bisogna sapere bene quali abilità possiede ogni singolo studente e con il supporto di queste abilità sviluppare quelle che sono più deboli. Quali sono queste abilità?

Prima di tutto la memoria. Il suo ruolo nello studio delle lingue straniere è enorme. Bisogna memorizzare le parole, le forme. Alla memorizzazione possono aiutare le associazioni, i commenti, la melodia, il ritmo, la cinesica, e anche le emozioni, il coinvolgimento dello studente nell’attività. Per memorizzare bisogna ripetere molte volte il testo, le parole, ma nello stesso tempo lo studente non deve perdere l’interesse per quello che sta studiando, non deve comparire la stanchezza. Alla memorizzazione sono di aiuto la rima, il supporto dei sinonimi e contrari, metodo intuitivo, generalizzazioni ecc..

APPRENDIMENTO E ACQUISIZIONE

Gli psicologi e metodisti distinguono due tipi di memorizzazione: “apprendimento” e “acquisizione”, ovvero, “consapevole” e “automatico”, che dipendono dal fatto di quanto si è coscienti dei processi di acquisizione delle conoscenze. La memoria spontanea entra nel gioco quando si applicano gli sforzi in modo cosciente, per esempio per imparare parole nuove, le collocazioni e locuzioni ecc.. La memoria riflessiva funziona in modo impercettibile per l’uomo: il processo di memorizzazione avviene in un certo senso senza la sua volontà. Per esempio, durante il processo di studio in una lingua straniera avviene spesso che vengano fissate le regole sociali del comportamento discorsivo, si memorizzano nuove parole ecc. Uno studente può inconsapevolmente aumentare in modo notevole il proprio bagaglio lessicale e grammaticale semplicemente leggendo la letteratura in grande quantità e senza il dizionario. È oramai noto, che la suggestopedia per mezzo della musica e delle tecniche speciali scollega i meccanismi della memorizzazione spontanea allargando contemporaneamente la memoria irriflessiva.

LA MEMORIZZAZIONE LOGICA E ASSOCIATIVA

In relazione al modo in cui viene memorizzato tutto ciò che è nuovo, di quali emozioni si provano, si distinguono i seguenti tipi di memoria: logica e associativa, figurativa ed emozionale.

La memorizzazione logica avviene per mezzo di azioni intellettuali come induzione, deduzione, sistemazione, spostamento.

Induzione è un processo mentale e la memorizzazione dal dettaglio al globale, dall’esempio alla regola, sia si tratti di una regola grammaticale sia di una regola di comportamento discorsivo.

Deduzione è il movimento verso la sapienza dal globale al particolare, ai dettagli, dalla regola agli esempi, all’uso delle regole nella pratica discorsiva. Se nel processo didattico prevalgono le emozioni positive, allora il volume di quello che è memorizzato aumenta grazie alla memoria associativa, emozionale.

La seconda parte di questo interessante articolo su come apprendere una lingua straniera sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Elena Polevik
Traduttrice IT-EN>RU
Reggio Calabria

Come si impara veramente una lingua?

 Categoria: Le lingue

Il primo anno sul banco di scuola a contatto con una lingua, che non è la madrelingua, sconforta tante persone. La domanda che ci si pone è: “Perché non riesco ad imparare questa lingua?”. Spesso cerchiamo le colpe all’esterno oppure pensiamo a delle incapacità personali: “la maestra non è brava ad insegnare”, “mi mancano i mezzi appropriati per studiare la lingua straniera”, “non sono portato per le lingue”; sono le frasi più frequenti.

Sono tutte ragioni, che possono senz’altro creare delle difficoltà nell’apprendimento di una lingua straniera, ma c’è un fattore molto importante che a volte viene considerato troppo poco: “Bisogna trovare la motivazione giusta per imparare una lingua straniera!”.
Trovare la motivazione giusta per imparare una lingua, può sembrare a volte impossibile e poi, ad un tratto, arriva da sola e ci ritroviamo ad imparare una lingua che non abbiamo mai preso nemmeno in considerazione più di tanto. Ce n’è un’infinità di motivazioni e per ognuno sarà differente.

Il fascino per un paese straniero, con culture diverse e la voglia di comunicare nella stessa lingua, ci permetterà di apprendere con più facilità la lingua straniera e di capire di conseguenza meglio la mentalità e la cultura dell’altro paese. Viaggiare aiuta molto nell’apprendimento delle lingue straniere. Aprire ed abituare le orecchie a suoni nuovi attraverso incontri casuali nelle strade non turistiche di una Parigi romantica, di una Berlino affascinante o di una Tokyo futuristica, può rendere l’apprendimento di una lingua un’avventura molto piacevole.

A volte la motivazione per imparare una lingua è spinta da una necessità, che può essere un lavoro. Ormai, non esiste quasi più un lavoro dove non sia necessario poter comunicare anche in altre lingue (c’è da dire, che l’Inglese ormai non è più considerata una lingua straniera, ma fa parte della preparazione elementare). Chi vuole rimanere sempre al passo con il futuro, si deve adattare. Bisogna essere in grado di poter comunicare con il mondo intero.

Forse la motivazione che ci spinge di più a immergersi fino in fondo in una lingua straniera è l’amore. Voler comunicare alla persona amata pensieri e sentimenti propri e voler capire nello stesso modo l’altra persona, necessita di uno strumento ancora più appropriato del linguaggio del corpo, che senz’altro è un mezzo di comunicazione fondamentale: le parole! Ciò non vuol dire, sapere tradurre semplicemente alla lettera, ma conoscere e capire l’umorismo, la mentalità e gli usi e costumi dell’altra cultura.

Nel mondo di oggi ci sono sempre più coppie miste, persone che vanno a vivere all’estero, bambini che crescono bilingue, rapporti di amicizia o di lavoro che nascono a migliaia di chilometri di distanza. Quindi imparare una nuova lingua non dovrebbe essere più vissuto come barriera spaventosa ma come una sfida per affrontare il mondo moderno.

Autore dell’articolo:
Isis Matysiak
Traduttrice freelance DE<>IT, EN>IT
Sovicille (SI)

L’arabo è difficile?

 Categoria: Le lingue

Parlato da circa 300 milioni di individui, l’arabo è la lingua ufficiale di alcuni paesi del Nord Africa (Algeria, Egitto, Gibuti, Libia, Marocco, Mauritania, Sudan, Tunisia) e dell’area mediorientale (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Kuwait, Libano, Giordania, Oman, Qatar, Palestina, Siria, Yemen), oltre a essere la lingua liturgica dell’Islam e una delle lingue ufficiali dell’ONU.

Sono sempre più numerosi coloro che si avvicinano allo studio dell’arabo, spinti innanzitutto dalla curiosità verso una lingua e una cultura affascinante e geograficamente non troppo lontana. Ma perché nell’immaginario comune occidentale l’arabo è la lingua difficile per antonomasia? La presunta difficoltà intrinseca dell’arabo è, in parte, un mito da sfatare, in quanto oggettivamente nessuna lingua è “facile” o “difficile”; direi invece che, più precisamente, esistono fattori linguistici ed extralinguistici (come la vicinanza tipologica- linguistica, culturale e/o geografica alla propria lingua madre) che facilitano il percorso di apprendimento di una seconda lingua. Per esempio,le lingue romanze, come il francese e lo spagnolo, sono linguisticamente affini all’italiano, e, pertanto, più facilmente apprendibili e viceversa.

Probabilmente la difficoltà iniziale nell’approcciarsi alla lingua araba sta nell’apprendimento del suo alfabeto. Secondo la mia esperienza personale, l’acquisizione delle competenze di lettura e scrittura non presentano particolari difficoltà ma possono essere raggiunte, con un buon esercizio giornaliero, in un tempo relativamente breve. In realtà, è doveroso sottolineare che qualsiasi lingua presenta aspetti complessi cui il parlante deve far fronte e, per quanto riguarda l’arabo, una delle problematiche consiste nella pronunzia dei fonemi, molto lontani dal sistema linguistico dell’italiano. Ho impiegato anni ad imparare ad eseguire una giusta aspirazione del fonema Ḥ (ﺡ), mentre, sin da subito, non ho avuto particolari problemi a riprodurre un suono, come quello della lettera `ayn (ﻉ), che a molti risulta abbastanza astruso.

Il fenomeno della diglossia in lingua araba, ovvero della compresenza di una lingua araba standard e di una lingua dialettale, parlata quotidianamente e che varia da paese in paese, potrebbe suscitare confusione nell’apprendente che si chiede “quale arabo” sia meglio imparare.
La fruizione della lingua araba, invece, passa per canali poco conosciuti e numericamente inferiori. Ciò significa che se voglio, per esempio, visionare un film o leggere un libro in arabo, le mie risorse saranno piuttosto scarse ma non inesistenti: il web, infatti, si rivela il miglior veicolo di comunicazione e condivisione di risorse in arabo.
Detto ciò, quello che consiglierei a chi desidera imparare l’arabo non sarebbe sostanzialmente diverso da un consiglio a chi volesse imparare l’inglese, il francese o il cinese; raccomanderei magari un diverso impiego di energie e un maggiore impegno che scaturiscono soltanto da motivazione, costanza e passione.

Autore dell’articolo:
Francesca De Luca
Laureata in Lingue e culture moderne
Specializzata in lingua araba
Aspirante Traduttrice EN-AR>IT
Palermo

Introduzione alla lingua serba

 Categoria: Le lingue

La lingua serba appartiene alla famiglia delle lingue slovene, assieme al russo, ceco, ucraino, polacco, macedone, come pure bosniaco, montenegrino e croato con le quali è talmente simile che i parlanti si possono perfettamente capire.
All’estero, gli stranieri collegano spesso i serbi e la lingua serba con la Russia e la loro lingua, e sono solite le domande: “Siete vicini alla Russia?”. Oppure: “Serbia? Intendi Siberia?”.
Anche se l’opinione è che pochissime persone parlino serbo, ciò non è vero. Ben 12 milioni di persone usano la lingua serba, sia in Serbia come madrelingua, sia all’estero come madrelingua o seconda lingua. Questa è la conseguenza delle tante guerre avvenute in Serbia, cioè ex Jugoslavia, durante le quali tante persone sono scappate dal loro paese per cercare pace e ricominciare la vita da capo. Il numero degli immigrati serbi è aumentato assai anche a causa di una difficilissima situazione economica che perdura tuttora e delle poche opportunità di lavoro per i giovani, ma anche per la grande curiosità di conoscere paesi stranieri, che era stata soffocata fino a qualche anno fa, quando finalmente la Serbia è entrata nella lista Schengen e i cittadini hanno avuto l’opportunità di viaggiare senza dover ottenere il visto.

La lingua serba è particolare per vari motivi. Quello principale è l’uso di due alfabeti: cirillico e latino.
Il cirillico è il primo alfabeto serbo, ha 30 lettere che assomigliano alle lettere russe, bulgare, macedoni… L’alfabeto cirillico è stato usato dall’undicesimo secolo fino alla metà del Novecento ed era l’unico alfabeto serbo. Poi, sempre a causa di guerre, sanzioni e occupazioni, in alcune parti della Serbia l’uso dell’alfabeto cirillico è stato vietato e per forza si doveva usare il latino. Così, piano piano, nel serbo è entrato l’alfabeto latino, e per i serbi è diventato usuale scrivere con entrambi gli alfabeti. Anche oggi tutti e due gli alfabeti sono ufficiali, anche se con il grande impatto della cultura occidentale l’alfabeto latino è diventato più comune. Questo per il fatto che studiando altre lingue (in Serbia è comune che ognuno parli almeno inglese oltre al serbo), uno deve usare il latino, e utilizzando i famosi gadget sempre in inglese, i giovani si abituano sempre di più a usare il latino invece del cirillico.

Il latino, invece, è l’alfabeto occidentale che si usa nella maggior parte delle lingue indoeuropee. Ogni lettera dell’alfabeto cirillico coincide con una lettera dell’alfabeto latino.
Nonostante i due alfabeti, non è difficile imparare a scrivere in lingua serba perché ogni suono corrisponde ad una sola lettera. Le doppie non esistono, né si scrivono gli accenti sopra le lettere.
Però il vero problema degli stranieri che vogliono imparare il serbo è un’altra particolarità: la pronuncia, perché in serbo si usano poco le vocali, anche se ce ne sono cinque, e c’è un gran numero di parole senza vocali, con la R usata come semivocale. Per esempio: strpljenje – pazienza, smrt – morte, cvrak – grillo.
Ma una volta imparata la pronuncia delle lettere, tutto diventa più facile, finché non si arriva ai sette casi…

Autore dell’articolo:
Ana Tomin
Interprete e traduttrice IT-EN>SR
Roma

Incoraggiare ad apprendere una lingua

 Categoria: Le lingue

Questo articolo è rivolto sia agli insegnanti di una lingua straniera, sia a chi ha deciso di apprenderne una nuova.
Dalla mia esperienza, come allieva all’università e come insegnante di lingue straniere per adolescenti e adulti, ho compreso l’importanza dell’incoraggiamento all’interno del processo di insegnamento e apprendimento di una lingua straniera. Sarebbe bene instaurare un clima di cooperazione tra insegnante e apprendente/i, per generare in questi ultimi uno stato d’animo positivo nei confronti della possibilità di superare le difficoltà che possono sopraggiungere nel corso dell’apprendimento e raggiungere gli obiettivi prefissati. È importante che l’apprendente abbia fiducia nelle proprie capacità; è quindi necessario focalizzarsi su ogni apprendente, incoraggiarlo a superare le eventuali difficoltà e ad impegnarsi a fondo.
A tale proposito cito Mazzeo (Mazzeo, Rosario [2005]. L’organizzazione efficace dell’apprendimento. Personalizzazione e metodo di studio. Trento, Edizioni Erickson): “Incoraggiare vuol dire fare appello e dare fiducia al cuore dello studente perché egli si decida a mettersi in azione e/o continui ad agire in un modo efficace rispetto al raggiungimento della meta”.

Ho potuto osservare che semplici frasi come: “Hai fatto un buon lavoro, continua così!”, “Il tuo intervento è stato molto pertinente, bravo!” assumono un grande significato per l’apprendente, il quale comprende che l’insegnante riconosce i suoi progressi, la fatica e l’impegno necessari al raggiungimento di quel risultato. L’apprendente viene così incentivato a procedere in questo modo, sa che i suoi sforzi verranno riconosciuti.

Anche molti altri autori sostengono l’importanza dello stile relazionale, spiegando che l’incoraggiamento, i commenti positivi, e il coinvolgere gli apprendenti chiamandoli per nome, incentiva la motivazione. Sulla base della mia esperienza, questa volta di apprendente a scuola e all’università, ho però osservato anche l’opposto: alcuni insegnanti, ad ogni intervento degli apprendenti, fanno notare soltanto gli errori commessi, (ad esempio, gli errori di pronuncia in lingua francese, rimarcando magari quanto l’apprendente abbia una pronuncia italianizzante…), rischiando di condurre l’apprendente alla convinzione di non essere portato per una lingua straniera e inducendolo, inconsciamente, alla decisione di abbandonare ogni tentativo di miglioramento. Questo atteggiamento dell’insegnante, attraverso il quale vengono evidenziati soltanto gli errori, demoralizza l’apprendente, il quale crede che ogni suo intervento sia sbagliato nella sua totalità. In questi casi, come ho potuto constatare, anche gli studenti più partecipativi, finiscono col perdere sempre più la voglia di interagire in classe. Gli insegnanti molto critici solitamente credono che il loro atteggiamento aiuti gli studenti a concentrare l’attenzione sugli errori, ma in realtà, mettendo in evidenza soltanto i lati negativi con critiche, rischiano molto spesso di inibire gli studenti piuttosto che favorire l’autocorrezione o il cambiamento (Gordon, Thomas. [1991]. Insegnanti efficaci. Firenze, Giunti Editore, ed. or. 1974, Teacher Effectivness Training).

Nel corso della mia esperienza di apprendente di una lingua straniera ho notato che altri insegnanti, invece, oltre agli errori, riconoscono anche gli elementi positivi, ad esempio il lessico ricco e vario impiegato dall’apprendente oppure la correttezza dei tempi verbali, motivandolo a focalizzarsi sulle proprie lacune e a continuare a potenziare gli altri aspetti.
Sulla base della mia esperienza di insegnante durante un tirocinio e nelle occasioni in cui impartisco lezioni private e corsi di lingue straniere, durante la correzione degli esercizi svolti dall’apprendente, tendo di solito a mostrargli sì gli errori, inducendolo all’autocorrezione, ma mettendo in evidenza anche gli elementi positivi della sua produzione, ad esempio l’impiego di un ottimo termine, una costruzione frastica particolarmente complessa realizzata correttamente. Tendo cioè ad apprezzare il suo impegno, piuttosto che a sottolineare gli insuccessi; cerco di mostrare all’apprendente che oltre agli errori ci sono elementi molto positivi, e che la sua produzione scritta e orale non è mai sbagliata in toto.

Ecco che cos’è per me l’incoraggiamento e perché credo molto in esso. Spero che questo articolo abbia potuto offrirvi spunti di riflessione e qualche suggerimento!

Autore dell’articolo:
Giulia Zaccarelli
Laureata in Lingue e Culture Europee (corso di mediazione linguistica)
Laureata in Letterature Comparate, Moderne e Postcoloniali
Aspirante traduttrice EN-DE-FR>IT
Mirandola (MO)

Lo spagnolo cileno

 Categoria: Le lingue

Mi sono sempre piaciute le lingue, fin da bambina, e all’età di circa dodici anni ho deciso che da grande avrei lavorato in questo campo.

Nonostante il mio grande interesse verso qualsiasi lingua e la curiosità di imparare almeno un paio di parole di ognuna – ogni volta che andavo in vacanza all’estero avevo sempre con me un quadernino sul quale scrivevo le parole più ricorrenti – ce n’è sempre stata una alla quale mi sento più affezionata: lo spagnolo. Da quando ho iniziato a studiarlo al liceo non l’ho mai abbandonato e ho sempre fatto tutto il possibile per migliorarlo giorno dopo giorno e per poter imparare anche quei detti e quelle frasi fatte che non vengono mai insegnati a scuola.

Ma la mia convinzione di aver acquisito un buon livello di spagnolo è svanita il primo giorno che ho messo piede sul suolo cileno. Durante la mia carriera universitaria, ho avuto la fortuna di poter studiare per sei mesi a Santiago del Cile ed è stato proprio lì che mi sono resa conto che il mio spagnolo scolastico mi sarebbe servito a poco. Così, come ogni regione italiana ha il proprio dialetto, ogni paese di lingua spagnola ha le sue sfumature e i suoi vocaboli.

Mi ci sono volute un paio di settimane per ambientarmi e soprattutto per abituarmi alla velocità con cui parlano i cileni. Hanno talmente tanta fretta nel parlare che si “mangiano” la maggior parte delle parole e ricordo che ogni volta dovevo chiedere di ripetere più lentamente ogni frase. Ma le difficoltà non finiscono qui perché dopo essersi abituati alla velocità, è necessario crearsi un proprio dizionario di “spagnolo cileno” con le parole più comuni.

Innanzi tutto ciò che i cileni adorano fare è carretear, che per qualsiasi giovane di Madrid sarebbe salir de fiesta; se invece racconti qualcosa di davvero interessante, per loro sarà molto bakan, ossia qué guay. Per non dimenticare il cachai, la parola più importante di tutto il vocabolario cileno. Equivale allo spagnolo vale, ma in realtà è un intercalare che usano molto spesso e senza rendersene conto; lo mettono tra le frasi per risvegliare l’attenzione del loro interlocutore e soprattutto lo usano alla fine di qualsiasi proposta o spiegazione per essere sicuri che la persona con cui stanno parlando abbia capito tutto, anche se in realtà non è una vera domanda che esige una risposta.

Per quanto riguarda i mezzi di trasporto, invece, se si va alla fermata dell’autobus è perché si vuole prendere una micro (i bus sono solo quelli che percorrono lunghe distanze) e il conducente non conduce ma maneja. Inoltre, non ci si può certo dimenticare del chao gracias quando si scende dalla micro! È il rituale saluto che ogni passeggero urla dal fondo del bus prima di scendere e anche in questo caso non ci si aspetta una risposta, soprattutto perché sono molto pochi gli autisti che salutano.

In conclusione, per imparare bene una lingua non bastano i corsi scolastici, ma l’ideale è viverla, assaporarla, ascoltarla e non scinderla mai dalla sua cultura e dalla sua gente.

Autore dell’articolo:
Francesca Conti
Scienze Linguistiche
Milano

Lingue neolatine a confronto

 Categoria: Le lingue

La lingua italiana e la lingua francese, anche se sono lingue neolatine,  presentano differenze in parecchi campi. La grammatica francese sembra molto difficile rispetto a quella italiana ma i francesi pensano spesso che basti aggiungere una vocale alla fine di una parola francese per trasformarla in una parola italiana. Questo è falso! Può darsi che alcune parole italiane e francesi siano uguali, ma questo è raro. Per quanto riguarda la grammatica, invece, la lingua italiana sembra avere regole meno difficili e meno strane. Però nella lingua italiana ci sono i dialetti: il dialetto genovese, napoletano… anche se si parla molto bene l’italiano, parlare un dialetto è come parlare una lingua completamente diversa. Manzoni ha affermato che l’italiano vero e proprio è il toscano, ma perché? Sarebbe una lingua più nobile del napoletano?

In francese non abbiamo questa diversità di lingue. La lingua francese presenta delle differenze in alcune parole ma, in definitiva, sono molto simili. Ciò che cambia tra le varie regioni francesi è la pronuncia. Infatti, il sud e il nord della Francia hanno pronunce diverse per una stessa parola, tipo “un brin d’herbe” si pronuncia con la nasale nel nord e senza nasale nel sud.
Anche l’accento è spesso diverso. A Marsiglia, per esempio, la gente sembra che canti quando parla, mentre a Strasbourg l’accento della gente si avvicina al tedesco perché quella zona confina con la Germania.

I francesi pensano che la lingua spagnola e quella italiana siano quasi simili; quando imparano queste lingue a scuola, spesso fanno errori e usano parole italiane e non spagnole o viceversa. Anche questo è un falso luogo comune perché queste due lingue non sono proprio identiche. Forse questo perché l’accento spagnolo e l’accento italiano si assomigliano nei confronti di quello francese o tedesco.

Autore dell’articolo:
Sophie Gonçon
Traduttrice freelance IT>FR
Lyon (Francia)

Gli italianismi della lingua francese

 Categoria: Le lingue

Il francese e l’italiano sono lingue molto vicine essendo tutte e due lingue romanze, cioè derivate dal latino, e nel corso dei secoli, molti termini italiani sono entrati a far parte della lingua francese. Si parla di prestito linguistico quando un termine arriva in un’altra lingua e nasce dal contatto tra lingue e culture differenti. Può risultare difficile riconoscerlo se è un prestito integrato, cioè quando la lingua che accoglie la parola la modifica per renderla foneticamente più consona. I fattori che determinano l’ingresso di parole di origine straniera nell’idioma di un’altra lingua possono essere extralinguistici cioè dovuti a scambi economici, invasioni militari.
Ne Le parole straniere, Zolli scrive che il prestito è legato alla superiorità di un popolo in un determinato campo. Forse per questo il periodo di maggior espansione degli italianismi è il Rinascimento. Durante il XVI secolo, l’italiano dominava quasi tutti gli ambienti per la sua ricchezza economica, per la sua forza militare e soprattutto per la sua supremazia culturale, si era di fronte ad una vera e propria italo-mania. Come scrive B. H. Wind ne Les mots italiens introduits au XVI° siècle: “Au XVI° siècle, l’Italie domine intellectuellement le monde ; elle le charme, l’attire, l’instruit, elle est éducatrice”. Molti studiosi e nobili europei vennero a studiare in Italia (Erasmo, Copernico…). Era comune fare un viaggio di formazione in Italia, viaggio che in francese prenderà il nome di Grand Tour e avrà la sua massima espansione nel XVIII secolo. Questo porterà a un florilegio di racconti di viaggio sull’Italia come per esempio L’Italie d’hier dei fratelli de Goncourt.

L’influenza culturale dell’Italia si fece sentire nella lingua francese, così migliaia di parole italiane entrarono nel lessico francese. Erano perlopiù termini legati alle armi come canon, cartouche, alla finanza come banqueroute, crédit, all’architettura come balcon, belvédère. Il fatto poi che Caterina de’ Medici era la sposa del re di Francia aumentò la presenza dell’italianità in Francia. Era ritenuta cosa di buon gusto parlare l’italiano. Nel XVI secolo, gli italianismi della lingua francese erano più o meno duemila. Essendo l’italiano e il francese due lingue molto simili fra loro, è avvenuta l’assimilazione fonetica degli italianismi così che è diventato difficile riconoscerli come tali. Possiamo citare tournesol, cavalcade, brigand, escrime, partisan, citadelle, embusquer, violon, casemate (termine di fortificazione o caccia oggi caduta in disuso), ombrelle, estafette, piédestal, escarpe (da scarpa oggi non più utilizzato), camisole, gondole, cabriole, polichinelle.

Molti letterati francesi si ribellarono contro quest’invasione di italianismi nella lingua francese. Tra questi il poeta Joachim du Bellay che nella sua Deffence et illustration de la langue françoise (1549) propone l’arricchimento del vocabolario francese tramite la creazione di parole nuove composte da parole esclusivamente francesi. Anche Henri Estienne difende la lingua francese. In Deux dialogues du nouveau français italianizé si prende gioco del francese della corte di Enrico IV infarcito di italianismi difendendo la purezza della lingua francese.

Oggi solo una piccola parte degli italianismi è sopravissuta e riguardano perlopiù la cucina e la gastronomia (spaghetti, vermicelle, mortadelle, pizza, lasagne, brocoli…) l’arte, il cinema. La politica, la criminalità (mafia, camorra, omerta…). Inoltre, quasi tutti i termini riguardanti la musica classica vengono dall’italiano: allégro, andante, adagio

Autore dell’articolo:
Ida Forace
Traduttrice FR<>IT

Le Lingue: la chiave per farsi capire

 Categoria: Le lingue

Ero solo una bambina, quando ancora si usava carta e penna per tenersi in contatto da un continente all’altro e leggevo l’emozione negli occhi di mia madre ogni volta che arrivava una lettera dalla sua cugina canadese. Mi mettevo lì a pensare a quanta strada aveva fatto quella lettera, scritta in un italiano quasi dimenticato, frasi e parole mantenute insieme dalla sola disperazione di non perdere del tutto il contatto con le proprie radici… una lettera partita da un mondo così distante, nella lingua, nelle tradizioni, nella cultura… un mondo così affascinante… perché diverso dal mio…

Il mio atlante, quando ancora non esisteva google earth, era consumato. Andavo a scoprire ogni luogo di cui sentivo parlare, che sentivo anche soltanto nominare, e mi dicevo che un giorno l’avrei visto di persona. Ma per farlo dovevo imparare a comunicare, a conoscere le altre culture, LE LINGUE STRANIERE, la chiave per farsi capire, la chiave del mondo… per me le lingue erano la chiave del mondo…

Alle elementari e per buona parte delle medie mi sono sentita quasi handicappata… quando ancora studiare una lingua straniera era considerato superfluo, così giovani… a che serve? Per imparare le lingue c’è tutto il tempo… più avanti! Questo ritornello così irritante mi dava fastidio come il ronzio di una zanzara quando stai per addormentarti…

La prima lingua che mi hanno consentito di studiare è stato il francese, alle medie, a sorteggio! Sono stata assegnata ad una classe di francese a sorteggio! Ho divorato la mia prima lingua con la fame della conoscenza… alla fine dei tre anni ero già in grado di parlarlo e capirlo come pochi… memore di quando, anni prima, erano venuti i parenti di mio padre dalla Francia e sentendoli parlare mi sentivo così esclusa, così isolata, sorda. Quel “non capire” mi faceva andare fuori di testa… Finchè alle superiori finalmente ho avuto la possibilità di uscire definitivamente da quell’isolamento! LICEO LINGUISTICO! Quanto suonava bene alle mie orecchie… non ero più sorda! Devo aver provato la stessa sensazione che prova un detenuto chiuso da anni in una cella buia al quale all’improvviso aprono una finestra su un giardino! Il mondo era il mio giardino e le lingue lo strumento per scavalcare la finestra per uscire a esplorare quel giardino!

La prima cosa che ho fatto quando ho cominciato a saper mettere in fila un po’ di frasi sensate in inglese è stata scrivere di mio pugno alla cugina canadese di mia madre. Che soddisfazione! Che emozione! Annunciarle in un inglese ancora scolastico ma pressoché perfetto, come si addiceva alla mia pignoleria: “Scrivi pure in inglese! Sono in grado di capire e di tradurre a mia madre i tuoi pensieri! Non ti devi più sforzare di scrivere in italiano, adesso ci sono io!”…

Avevo in mano il potere della comunicazione!

Autore dell’articolo:
Sabrina Di Gregorio
Traduttrice FR-EN<>IT
Corciano (PG)

Argot e Verlan, grattacapi per il traduttore

 Categoria: Le lingue

All’interno di una lingua si formano delle sacche di innovazione che prescindono da qualunque regola, anzi, hanno come base lo stravolgimento della regola. Compito del traduttore è anche saper conoscere e riconoscere tali fenomeni, oltre che saperli tradurre.

La lingua francese, per esempio, o meglio la lingua popolare e il parlato comune francesi accolgono una quantità enorme di termini provenienti dall’argot, da sempre lingua familiare e periferica.

Negli anni 80 espressioni come parler jeunes o parler branché indicavano un tipo di linguaggio detto argotique che non era solo appannaggio dei giovani francesi, ma apparteneva anche ad altri gruppi sociali. Negli anni 90, invece si sviluppò un filone di ricerca su la langue des banlieues parlata inizialmente nelle periferie parigine. Sono queste le componenti linguistiche della lingua dei giovani francesi. Si tratta di esperienze linguistiche che nascono in situazioni di confine tra due culture (per esempio le banlieues popolate da emigrati) per poi diffondersi nella lingua comune: termini verlan come meuf (femme), keuf (flic) o tchatcher (bavarder) sono oggi reperibili nel dizionario Le Robert. Le parole vengono alterate volontariamente per non essere comprese facilmente o creare effetti di meraviglia, quasi per gioco. D’altra parte di cosa si può parlare se non di gioco quando si parla del Verlan (inverso della parola l’envers), gergo nato nelle periferie parigine ed ora parlato dai giovani di tutta la Francia, una sorta di anagramma che gioca con le sillabe delle parole invertendole in modo semplice o talvolta più complesso.

Quel che resta da sapere è come riuscire a rendere una varietà linguistica così complessa nei codici e nei significati e che sta penetrando con forza nella letteratura (Céline ne è la prova più eclatante). Non sempre, infatti, è possibile trovare nell’italiano dei termini che ne traducano esattamente il significato e questo a causa del fatto che l’italiano, diversamente dal francese, ha molte varietà dialettali che sostituiscono i gerghi nelle varietà popolari, i traduttori pertanto devono ricorrere spesso a parole prestate dai dialetti più comuni oppure a varietà meno popolari di lingua, che tradiscono di fatto l’originale. Soprattutto per il verlan, non esistono parole in grado di renderne l’originalità linguistica, a meno che il traduttore non voglia inventarsi un inverso italiano che non esiste. Insomma, la traduzione di questi linguaggi, Argot e Verlan, è un campo aperto a tutti gli esperimenti e non esiste una verità riconosciuta, ragion per cui sta alla capacità del singolo traduttore, alla sua voglia di giocare con le parole, la riuscita o meno della traduzione.

Autore dell’articolo:
Daniela Virone
Traduttrice EN-FR-AR>IT
Torino

Perché hai scelto di studiare le lingue?

 Categoria: Le lingue

Quante volte mi è stata fatta questa domanda – sin dai tempi del liceo: “Perché hai deciso di studiare le lingue? Io non ci riuscirei mai… troppo difficile!”.

Le lingue straniere mi hanno sempre appassionata, volevo conoscere il significato di nuove parole e poter riuscire a viaggiare comodamente senza dover avere bisogno del vocabolario a portata di mano. La mia passione per le lingue straniere era concentrata soprattutto sulla mia aspirazione di vivere e studiare in Inghilterra e potermi immergere in una cultura differente dalla mia. Terminato il liceo decisi dunque di trasferirmi in Inghilterra, precisamente a Nottingham, per cominciare la mia laurea in Lingue Moderne – Francese, Spagnolo e Portoghese. Ricordo vivamente la curiosità e l’entusiasmo che provai nel potermi finalmente immergere in un paese che non fosse il mio. I corsi e le lezioni, così come i saggi e le presentazioni, venivano svolti interamente in inglese. I miei compagni di studio e nel dormitorio erano inglesi nella maggior parte ed io ero una delle poche persone straniere nel mio corso. Per molte persone questa situazione di adattamento sarebbe stata difficile, ma già dai primi mesi riuscii a integrarmi nella mia università, con i miei compagni universitari, e conoscere molti studenti stranieri provenienti da diverse parti del mondo. I corsi erano interessantissimi e la cosa che mi affascinava di più era il fatto di poter imparare le lingue (in questo caso Francese, Spagnolo e Portoghese) dal punto di vista di una lingua straniera, l’Inglese. Una volta terminata la mia laurea, decisi di intraprendere una specializzazione in Traduzione all’università UCL a Londra – città nella quale risiedo attualmente.

Credo fermamente che studiare le lingue sia la chiave per potersi sentire liberi di viaggiare, di imparare in un paese che non sia il nostro, di diventare parte integrante di una nuova cultura.
Le lingue sono una vera e proprio “dichiarazione di indipendenza” e, dopo le tante fatiche per far sì che una lingua straniera diventi nostra, i risultati che se ne ricavano sono estremamente soddisfacenti.

Se dovessi rispondere alla domanda “Perché hai scelto di studiare le lingue?” direi che ho fatto questa scelta perché le lingue mi hanno permesso di creare il futuro che avevo sempre immaginato senza alcune barriere o impedimenti. Mi hanno permesso di conoscere le persone che hanno avuto un impatto significativo nella mia vita e che non avrei mai incontrato se non avessi avuto la possibilità di trasferirmi all’estero. Le lingue straniere hanno fatto in modo che potessi cominciare un nuovo capitolo senza abbandonare il bagaglio culturale di quello precedente.

Imparare le lingue straniere aiuta a scoprire se stessi, così come il mondo intorno a noi.

Autore dell’articolo:
Martina Campinoti
Traduttrice EN-FR-ES-PT>IT
Londra

I nomi tradizionali dei mesi in russo

 Categoria: Le lingue

Nello studio della lingua russa e soprattutto dalla lettura di testi letterari in prosa o poesia, si possono scoprire interessanti nozioni circa il passato linguistico dei russi, presente e vivo ancora oggi, soprattutto per gli abitanti dei villaggi delle campagne e delle grandi foreste.
In questo articolo si esamineranno gli antichi nomi tradizionali dei mesi in russo che quel popolo ha dato secoli fa ai vari mesi dell’anno, traendo a piene mani dall’indigeno universo linguistico slavo orientale e discostandosi di molto dai sostantivi della lingua ufficiale, che derivano invece in toto da radici latine.
Tali denominazioni hanno contribuito alla nascita del cosiddetto calendario tradizionale e popolare; inoltre pongono il traduttore moderno di fronte alla difficoltà di scegliere o delle perifrasi che ne illustrino il significato (rendendo però obsoleta la resa) o delle creazioni (a volte rischiose) di neologismi che si avvicinino a quelli russi.

La primavera è chiamata Vesna e comprende i mesi di marzo (mart), aprile (aprel’) e maggio (maj); di seguito si possono leggere i nomi tradizionali e popolari:

Mart: suchoj (da suchoj: secco) per la temperatura che tende ad essere un po’ più mite dopo il gelido ed umido inverno; questo termine è tipico delle terre a nord, verso il mar bianco. Berëzozol (da berëza: betulla e zoloto: oro) per i riflessi del sole sulle foglie di questi alberi che iniziano a germogliare. Altri due termini sono zimobor (da zima: inverno, e borec: lottatore) che indica la vittoria sull’inverno, e protal’nik (da protalina: luogo disgelato).

Aprel’: snegogon (da sneg: neve, e gon: corsa) richiamante l’immagine dei ruscelli che portano impetuosi i resti della neve ghiacciata; altro termine è cveten’ (da cvesti: fiorire) in quanto ad aprile la flora inizia il suo percorso di rinascita.

Maj: travnik o traven’ (da trava, erba) perché c’è l’esplosione dei colori primaverili con il tripudio dell’erba.

L’estate è chiamata Leto e comprende i mesi di giugno (ijun’), luglio (ijul’) e agosto (avgust); i nomi popolari antichi dei suddetti sono:

Ijun’
: červen’ (da červec, cocciniglia) a causa dei piccoli insetti fitofagi che compaiono sulle piante in questo periodo.

Ijul’: makuska leta (culmine dell’estate) perché esso viene considerato l’ultimo mese nonostante agosto in Russia possa essere torrido; altro sostantivo è stradnik (dall’aggettivo stradnyj: proprio della mietitura) che dunque si lega all’attività dei contadini; infine la denominazione groznik (da groza: temporale) sottolinea come forti ed improvvise perturbazioni si alternino al caldo sole estivo.

Avgust: questo mese nel nord della Russia è chiamato zarev (da zarevo: tramonto acceso) per i colori che si formano nel cielo durante il tramonto; nelle terre meridionali invece agosto è conosciuto come serpen’ (da serp: falce), termine che indica ancora una volta il lavoro contadino nei campi.

L’autunno è Osen’ e i mesi corrispondenti sono settembre (sentjabr’), ottobre (oktjabr’) e novembre (nojabr’). Tuttavia a livello popolare i termini ancora una volta si discostano molto:

Sentjabr’
: chmuren’ (dall’ aggettivo chmuryj: cupo, tetro) perché a causa del clima settembrino il cielo perde i colori estivi, e con le frequenti piogge assume un colore cupo.

Oktjabr’: listopad (da listopad: caduta delle foglie) è un termine che denota il processo che colpisce il mondo vegetale; ottobre è inoltre chiamato grjaznik (da grjaz’: fango) per il fango che si produce sui sentieri russi durante le intense piogge; è infine conosciuto come svadebnik (da svad’ba: nozze) perché in campagna questo mese indica un periodo propizio per celebrare matrimoni.

Nojabr’: gruden’ (da gruda: mucchi) è un termine che indica la presenza di ammassi di terra gelata e neve lungo le strade o più genericamente nei campi.

L’inverno in russo è Zima, con i mesi di dicembre (dekabr’), gennaio (janvar’) e febbraio (fevral’). Ed ecco i differenti nomi tradizionali:

Dekabr’: studen’ (dall’aggettivo studënyj: gelido) è un sostantivo usato per indicare il grande freddo e le rigide temperature di questo mese.

Janvar’: conosciuto come prosinec (con due etimologie: la prima, da prosin’: sprazzi di azzurro, la seconda da prosijat’: cominciare a splendere) perché nonostante il clima rigido iniziano a vedersi le azzurrità del cielo.

Fevral’: snezhen’ (da sneg: neve) è un termine che sottolinea le ultime nevicate invernali; febbraio è conosciuto anche come oppure bokogrej (da bok: fianco e gret’: scaldare) perché gli allevatori iniziano a portare fuori dalle stalle il bestiame, che così riceve i primi raggi di un sole un po’ più caldo.

Come si può notare, tutti i sostantivi tradizionali sono legati al mondo dei lavori agricoli, al clima, alla flora e alla fauna. Ciascun termine colora il mese di una precisa connotazione naturale, non riscontrabile nelle voci della lingua ufficiale. Per il contadino russo l’importanza del clima in ogni stagione era (ed è) fondamentale per la sussistenza; a ciò si aggiunga un amore quasi filiale del popolo per una terra chiamata da secoli mat’-syra zemlja: madre umida terra; nasce così, anche a livello onomastico, una fenologia sui generis, dal basso, una fenologia campestre e silvestre.

Autore dell’articolo:
Francesco Bigo
Dottore Magistrale in Lingua e Letteratura russa
Mestre (VE)

Tradurre una lingua, tradurre una cultura

 Categoria: Le lingue

L’apprendimento di una lingua è qualcosa che non finisce mai. Ne sono testimoni i traduttori di lingua madre italiana che vivono all’estero da molto tempo: la loro traduzione in italiano rischia di risultare un po’ arcaica, non al passo con i tempi.
Qualche mese fa, ne discutevano scherzando fra loro gli insegnanti di lingua italiana dell’Istituto Italiano di Cultura di Haifa (Israele). Alcuni di loro, tornando in Italia a qualche anno di distanza dall’ultima visita, avevano scoperto con stupore e divertimento che molte espressioni colloquiali erano scomparse ed erano state sostituite da termini, una volta desueti, ora diventati di uso comune: “Adesso incazzarsi è un verbo che non rende più, è stato usato così tanto e con una tale facilità che ha perso significato. Oggi, se uno è davvero arrabbiato, dirà che si è inalberato. Inalberato, capisci?! Due anni fa non avrebbe saputo nemmeno dell’esistenza di questo verbo!”.
Se questo accade con la propria lingua, a maggior ragione con una lingua straniera il continuo aggiornamento e la pratica “sul posto” diventano indispensabili.

Studiare una lingua straniera non equivale a conoscerla, men che meno nelle nostre scuole dove prevale un atteggiamento che definirei “purista” che chiude le porte alla lingua parlata e allo slang, quasi fossero una colpa del parlante nativo che attenta alla bellezza della propria lingua.
Così uno studente Erasmus che arriva in Francia, magari con un ottimo livello di francese, scopre che dovrà ricominciare da capo, imparare un francese orale, molto diverso da quello accademico che gli è stato impartito. Scopre che nel parlato nessuno usa la forma corretta per le frasi negative, impara i doppi sensi e i giochi di parole, un umorismo diverso dal nostro che porta le persone ad ironizzare su aspetti del quotidiano diversi da quelli dei quali ridiamo noi. In altre parole, è necessario immergersi completamente in un’altra cultura per poterne tradurre la lingua. Il linguaggio è così impregnato di retaggi culturali, di sottintesi, che per capirlo a fondo non si può prescindere dalla conoscenza della popolazione che ne fa uso.
Lo dimostra il fatto che ci sono parole o espressioni impossibili da tradurre alla lettera, o che nella lingua di destinazione necessitano di una spiegazione molto lunga e dettagliata, quando in quella d’origine risultavano invece evidenti.

Quando in ebraico si legge, per esempio, di una persona che fa la shivah, per il lettore è subito chiaro di cosa si tratti. Il traduttore dall’ebraico, invece, per evitare ambiguità, sentirà l’esigenza di trascrivere la parola in caratteri latini senza tradurla, spiegando in una nota che si tratta della settimana di lutto che nel giudaismo sono tenuti a rispettare i parenti di primo grado di un defunto.
Allo stesso modo, prendere uno sherut è qualcosa di estremamente comune in Israele, ma non esiste alcuna possibile traduzione. Al lettore italiano bisognerà spiegare che si tratta un mezzo di trasporto con una decina di posti che, come un taxi, va a prendere i singoli passeggeri e li porta ognuno alla propria destinazione esatta, coprendo generalmente tratte interurbane.
Ci sono poi le formule augurali, che più d’ogni altra cosa si fanno espressione della tradizione, della cultura popolare. In arabo, per esempio, ad ogni occasione di festa ci si scambia l’augurio كل سنعة وانت بخير letteralmente: “Possa tu star bene tutto l’anno”, che in italiano diventa semplicemente “auguri”. Non potrebbe andare diversamente, dal momento che in arabo quest’augurio suona del tutto naturale, e una traduzione diversa risulterebbe inusuale e lascerebbe intendere al lettore una qualche connotazione che non esiste nell’originale.

In conclusione, credo che i presupposti per una buona traduzione siano un’ottima conoscenza della cultura legata alla lingua dalla quale si traduce, una stretta fedeltà al testo, intervenendo laddove una traduzione letterale andrebbe a scapito del significato o delle intenzioni dell’autore o rischierebbe di connotare un testo originariamente neutro.

Autore dell’articolo:
Chiara Camarda
Aspirante traduttrice HE-FR-EN>IT
Roma

Presenza dell’inglese nella lingua italiana

 Categoria: Le lingue

L’inglese è una delle lingue maggiormente parlate a livello mondiale e la sua diffusione ed importanza è visibile anche all’interno della nostra stessa lingua.
Il suo inserimento nel nostro idioma è stato graduale, ma altrettanto veloce, e il risultato è stato la sostituzione di intere parole italiane con altre inglesi.
Al giorno d’oggi spesso ci si trova di fronte a frasi del tipo: “Senza sapere l’inglese non si va da nessuna parte” e ciò è tangibile a tal punto che molte parole inglesi si sono create prepotentemente un posto fisso nel lessico italiano. Slogan, curry, borderline, web… sono solo un piccolo assaggio di tutto quello che quotidianamente testimonia la costante onnipresenza del “English Language” dovuta anche alla perenne influenza del mondo di internet.

Il problema è che a volte non esiste una vera traduzione per queste parole e tutto ciò rende complicato anche l’utilizzo e la comprensione della nostra stessa lingua, soprattutto da parte di chi non conosce bene l’idioma britannico. Non si sente più’ dire “vado ad un incontro”, ma “vado ad un meeting”, non si parla più di “fuso orario”, ma di “jet lag” (che in realtà significa “disritmia”), la domenica non esistono più la colazione ed il pranzo, ma esiste solo il “brunch”, una simbiosi fra “breakfast” e “lunch”.
Inoltre, la popolazione non è composta solo da persone giovani ed aggiornate, ma anche da persone anziane che di fronte ad un “break” si chiedono “cos’è?”, venendo poi a scoprire che si tratta di una semplice “pausa”.

Tutto questo non è molto positivo e salutare per la lingua che viene invasa da parole inglesi (in questo caso la lingua italiana), perché sembra quasi che essa perda pian piano la sua essenza e ragione di essere. Ecco perché occorrerebbe cercare di utilizzare parole italiane in Italia, lasciando quelle inglesi alla loro lingua di origine, in modo tale che ciascuna lingua possa mantenere la propria integrità, rispettando la storia e la popolazione del paese a cui appartiene.

Autore dell’articolo:
Benedetta Camporesi
Traduttrice EN>IT
Forlì

Le lingue: strumento di comunicazione

 Categoria: Le lingue

Per l’uomo in quanto essere sociale l’esigenza di comunicare è stata sempre di fondamentale importanza. Comunicare significa “far comune ad altri ciò che è nostro”, ed è inoltre importante che il messaggio che vogliamo trasmettere agli altri venga recepito correttamente. Nei miei studi universitari di linguistica sono stata particolarmente attratta da tutto ciò che concerneva le modalità della comunicazione. Vorrei fare qui riferimento ai due tipi di comunicazione, verbale e non verbale, che quotidianamente sono alla base delle nostre relazioni interpersonali. Senza voler trascurare la rilevante “eloquenza” del linguaggio non verbale (gesti, posture, espressioni del viso) – spesso e volentieri oggetto degli studi di psicologia – tuttavia esso presenta alcuni limiti che la lingua, viceversa, riesce a superare. Credo dunque che dobbiamo riconoscere la superiorità della lingua, considerando la sua potenza comunicativa e la sua funzionalità, visto che, con un budget relativamente limitato di elementi, essa riesce ad esprimere qualsiasi situazione, concreta ma anche astratta.

Inoltre le lingue non sono dei sistemi statici, ma si evolvono, essendo in grado di aumentare le loro potenzialità comunicative in relazione a sempre nuove e crescenti necessità pratiche. Basti pensare alla molteplicità di parole nuove che continuamente entrano nel lessico e che riflettono, di fatto, l’esigenza costante della lingua di adattarsi alla realtà circostante in continuo cambiamento. Questa constatazione non può che risultare più che mai vera nell’epoca attuale in cui lo sviluppo tecnologico ha fatto sì che sistemi di comunicazione sempre più rapidi e sofisticati si moltiplicassero con un ritmo sempre crescente. Un cambiamento senza precedenti che risponde alle esigenze di un mondo sempre più globalizzato in cui si impone la necessità di rafforzare uno spazio di dialogo interculturale, per la realizzazione del quale la conoscenza delle diverse lingue costituisce decisamente il punto di partenza.

Quali sono i benefici che si possono trarre dalla conoscenza di più lingue? Ogni lingua è il risultato di un sapere che si è stratificato nel tempo, è il frutto di una cultura diversa e nello stesso tempo ne costituisce lo strumento per poterla comprendere. L’idea di poter facilitare la comunicazione tra tutti gli uomini mediante la creazione di una lingua comune unica è certamente entusiasmante. Un esperimento in tal senso è stato fatto con l’esperanto, esperimento che in realtà si è rivelato fallimentare. Questo sta a testimoniare il fatto che una lingua non può essere creata artificialmente. L’espressione linguistica è inscindibilmente legata, con le sue innumerevoli sfumature, al popolo che se ne serve. Sotto questo aspetto è di importanza cruciale anche l’uso del dialetto.

La conoscenza di più lingue non va considerata quindi come un ostacolo, ma piuttosto come un sinonimo di arricchimento culturale. Essa non soltanto facilita la comunicazione ma offre anche l’opportunità, direi unica, di poter scoprire l’originalità di ciascuna cultura e di poter cogliere nella diversità quel mondo dell’Altro che così tanto ci affascina e ci conquista.

Autrice dell’articolo:
Rosamaria D’Amico
Laurea in Lingue e Letterature Straniere
Traduttrice EN-FR>IT
Giarre (Catania)

I falsi amici spagnoli

 Categoria: Le lingue

Chissà perché molte persone credono che la lingua spagnola sia così semplice. È vero, assomiglia moltissimo a quella italiana, come struttura della frase, come particelle grammaticali, come posizioni delle varie categorie grammaticali. Ma non illudiamoci! Lo spagnolo, nonostante tutto, è molto diverso dall’italiano. Non basta aggiungere la “s” come in molti dicono. Allo stesso modo, il lessico è molto vario. Se ci troviamo in una situazione in cui vorremmo sprofondare sotto terra e diciamo “Estoy embarazado/a” senza dubbio ci sentiremmo rispondere “Ay, qué bien! Enhorabuena!” (Oh, che bello, auguri!). Questo perché, invece di dire di essere imbarazzate, abbiamo detto di essere “incinta”!

Esistono moltissimi falsi amici nello spagnolo, per esempio:

todavía = ancora, non tuttavia
atender = occuparsi di qualcosa, non attendere
salir = uscire, non salire
salida = uscita, non salita
subir = salire, non subire
bolso = borsa da donna, non busta della spesa
habitación = stanza, non abitazione
luego = dopo, non luogo
mantel = tovaglia, non mantello
vaso = bicchiere, non vaso
toalla = asciugamano, non tovaglia
espaldas = schiena, non spalle
hombros = spalle, non ombre
cara = viso, non cara
pronto = presto, non pronto
libreta = block notes, non libretto
aguantar = sopportare, non agguantare
burro = asino, non burro
topo = talpa, non topo
guardar = conservare, non guardare
aceite = olio, non aceto
cámara = macchina fotografica, non camera
cura = prete, non cura
en seguida = subito, non in seguito
largo = lungo, non largo
manzana = mela, non melanzana
pelo = capelli, non pelo
sembrar = seminare, non sembrare

E la lista non finisce qui, ce ne sono sempre di nuovi. Perciò, se vi volete addentrare seriamente nel lessico di una lingua, in questo caso dello spagnolo, ricordate di diffidare dai falsi amici!

Autore dell’articolo:
Eleonora Battista
Traduttrice ES>IT
Torino

Apprendimento di una lingua: influenze (2)

 Categoria: Le lingue

Per quanto concerne la personalità e, in particolare, l’attitudine personale di un individuo all’apprendimento delle lingue, essa rappresenta un altro dei fattori che influenzano l’apprendimento. La predisposizione allo studio delle lingue straniere, bassi livelli di ansietà, un carattere estroverso e fiducia in sé influiscono positivamente sullo svolgersi del processo di apprendimento. Le persone sicure di sé e meno timide sono più disposte a mettersi in gioco, a “buttarsi”, anche quando ciò implica il rischio di sbagliare e commettere errori. Durante la mia esperienza di tirocinio in una scuola secondaria di primo grado e in qualità di apprendente all’università, ho constatato che “rischiando” e partecipando direttamente e attivamente durante le lezioni, la capacità di apprendimento aumenta in quanto si ricordano meglio sia le risposte giuste, sia gli errori commessi.

La motivazione appare come un fattore di variabilità notevolmente incisivo dell’apprendimento sia di una seconda lingua che di una lingua straniera e rappresenta un elemento di intersezione tra fattori interni e fattori esterni. Sono state individuate due macrocategorie di motivazione: motivazioni culturali e motivazioni strumentali. Nella prima tipologia rientrano le motivazioni che spingono l’apprendente verso una lingua straniera per ragioni culturali, ad esempio quella integrativa, che nasce dal desiderio dell’apprendente di inserirsi rapidamente nella società in cui vive.

Rientra nell’ambito delle motivazioni culturali anche la motivazione “intrinseca”, riconducibile al desiderio di apprendere una lingua perché “piace”, per esempio, perché si ritiene che una certa lingua abbia un suono molto piacevole.
Per quanto riguarda invece le motivazioni strumentali, si suddividono in generali e particolari. Le prime sono basate sull’obiettivo di raggiungere un vantaggio pratico, ad esempio trovare un impiego, ottenere un titolo di studio, ecc.

Per quanto riguarda le motivazioni strumentali particolari, l’apprendente è spinto a studiare una lingua straniera per superare prove specifiche quali verifiche, interrogazioni, esami, test.
Ci si chiede quale sia la tipologia di motivazione responsabile di un successo maggiore nell’apprendimento. Alcuni studiosi sostengono, per esempio, che il bisogno di trovare un lavoro o di riuscire a superare un esame sembrerebbero essere motivazioni più forti rispetto alle motivazioni culturali. Ma è necessario far notare che le motivazioni strumentali sono di solito più forti nel breve periodo, mentre in un lasso di tempo più lungo ad avere la meglio sono spesso le motivazioni culturali.

Fattori esterni

Concentriamoci ora sui fattori esterni nel caso soprattutto dell’apprendimento in ambito scolastico: l’apprendimento risulta influenzato positivamente se avviene in un’atmosfera rilassata e accogliente, in cui si cerca di evitare le situazioni di stress e in cui i bisogni dell’apprendente vengono presi in considerazione. Per quanto riguarda invece l’ambiente all’esterno della classe, se l’apprendimento di una lingua straniera avviene nel paese in cui essa è parlata, ciò influenza positivamente l’apprendimento, dal momento che i contatti autentici con la lingua straniera saranno maggiori e molto frequenti, come hanno infatti testimoniato alcuni miei amici trasferitisi all’estero per motivi di studio o lavoro.

Autore dell’articolo:
Giulia Zaccarelli
Laureata in Lingue e Culture Europee (corso di mediazione linguistica)
Laureanda in Letterature Comparate, Moderne e Postcoloniali
Aspirante traduttrice EN-DE-FR>IT
Mirandola (MO)

Apprendimento di una lingua: influenze

 Categoria: Le lingue

Durante la stesura della mia tesi di laurea, intitolata Approcci didattici all’insegnamento di una lingua straniera, ho avuto modo di esaminare i fattori relativi all’apprendente che possono influenzare la riuscita o il fallimento dell’apprendimento di una lingua straniera.

Si suddividono in fattori interni e fattori esterni. I fattori interni comprendono aspetti quali l’età, la personalità e la motivazione dell’apprendente.
Tra i fattori esterni rientrano invece fattori sociali come l’atmosfera in classe e l’ambiente al di fuori di essa.

Fattori interni

L’età dell’apprendente è un fattore riconducibile alla natura biologica. Come sostengono molti autori, (per esempio Bettoni, Dulay, Burt e Krashen) i bambini imparano una seconda lingua meglio degli adulti. Alcuni linguisti sostengono che in una famiglia immigrata i genitori possono anche imparare la seconda lingua e padroneggiarla con scioltezza, ma ascoltandoli parlare si avverte quasi sempre una differenza rispetto ai parlanti nativi per quanto riguarda la pronuncia di certe parole e l’utilizzo di espressioni idiomatiche (ad esempio proverbi e modi di dire); i figli imparano invece la seconda lingua talmente bene da essere quasi sempre indistinguibili dai coetanei parlanti nativi. Colpita da questa asserzione, ho deciso di effettuare una prova per verificare personalmente se i bambini che apprendono una seconda lingua, una volta cresciuti, hanno effettivamente un’ottima competenza per quanto riguarda tutti gli aspetti linguistici. Ho registrato un’intervista a un parlante nativo italiano, Andrea, ventitreenne. In seguito ho registrato un’intervista simile a Hamza, un ragazzo di ventidue anni, nato a Casablanca, Marocco, e trasferitosi con la famiglia in Italia all’età di nove anni. Nella registrazione sono stati identificati come parlante 1 e parlante 2 per non influenzare il giudizio degli ascoltatori, i quali hanno dichiarato di non essere in grado di identificare il parlante non madrelingua italiana. Infatti, nonostante Hamza parli italiano da 13 anni, presenta influenze regionali emiliane nella pronuncia, utilizza espressioni tipiche e un lessico molto ricco, ha davvero una buonissima padronanza della lingua italiana.

Il successo dei bambini nell’imparare una seconda lingua è riconducibile a ragioni biologiche (il cervello dell’adulto è diverso da quello del bambino in materia di meccanismi di acquisizione della lingua) e sociali, ovvero all’ambiente linguistico. Infatti, un bambino rispetto a un adulto è maggiormente esposto a situazioni comunicative naturali; inoltre si pensa che abbia anche un atteggiamento più aperto nei confronti di una nuova cultura, che sia fortemente motivato a comunicare con i parlanti nativi per integrarsi con loro, per esempio per trovare nuovi amici.

Nell’articolo di domani vi parlerò degli altri fattori interni, cioè personalità e motivazione, e fattori esterni che influenzano l’apprendimento di una lingua straniera.

Autore dell’articolo:
Giulia Zaccarelli
Laureata in Lingue e Culture Europee (corso di mediazione linguistica)
Laureanda in Letterature Comparate, Moderne e Postcoloniali
Aspirante traduttrice EN-DE-FR>IT
Mirandola (MO)

L’inglese come lingua franca

 Categoria: Le lingue

Attraverso l’espansione coloniale dell’Impero Britannico, l’emigrazione di parlanti nativi della Gran Bretagna verso, in particolare, l’America e l’Australia e, più recentemente, il processo di globalizzazione, l’inglese si è evoluto da lingua nativa degli abitanti di un’isola relativamente piccola alla lingua più ampiamente insegnata, letta e parlata del mondo.
Eventi internazionali avvicinano persone di diversi background linguistici e socioculturali facendo sì che l’inglese sia stato adottato come lingua comune tra persone parlanti lingue materne diverse. Già nel 2000, nel suo libro “The Future of English”, Gradol affermava che il 99% delle organizzazioni europee usava l’inglese come lingua di lavoro.

L’incremento dell’uso dell’inglese come lingua comune in contesti multi linguistici e l’aumento della frequenza delle interazioni tra persone la cui prima lingua non è l’inglese ha sollevato un dibattito tra esperti di linguistica. Una delle principali controversie originate all’interno del contesto dell’utilizzo dell’inglese come lingua franca concerne l’idea che i parlanti inglese come lingua madre e le forme di inglese da loro parlate abbiano perso di importanza all’interno del contesto della comunicazione internazionale e che essi non possano più essere considerati i “possessori” della lingua inglese. Partendo dal presupposto che l’inglese è utilizzato più da persone di un’altra lingua madre che da persone di madrelingua inglese e che essi se ne servano per comunicare tra loro, alcuni ricercatori nel campo linguistico sono dell’opinione che l’inglese appartenga a chiunque lo parli e che dovrebbe essere consentito alla lingua di evolversi nel mondo indipendentemente dai cambiamenti linguistici che avvengono nei paesi di lingua inglese. Secondo gli studiosi sostenitori di questa tesi non è più necessario che gli studenti di inglese L2 si conformino alle norme dell’inglese dei parlanti nativi. Nel suo libro “World Englishes” la ricercatrice Jennifer Jenkins sostiene, infatti, la necessità di stabilire in modo empirico norme fonetiche e modelli di pronuncia fondati sull’inglese come lingua internazionale il cui obbiettivo principale sia l’intelligibilità per chi parla l’inglese come seconda lingua. Per i sostenitori di questa posizione, come per esempio il linguista Seidhofer, l’inglese come lingua franca non dovrebbe essere considerato inferiore o scorretto quando confrontato con l’inglese di coloro che lo parlano come prima lingua. Sono entrambi varianti della lingua inglese con la stessa autorità e autenticità nei loro propri contesti. La funzione dell’inglese come lingua franca è fondamentalmente strumentale, permettendo la comunicazione in diversi contesti internazionali.

In opposizione, linguisti come I-Chun Kuo sostengono che, nonostante un certo grado di inaccuratezza fonologica e grammaticale possa essere tollerata nella comunicazione reale, l’insegnamento dell’inglese non possa basarsi su un tale modello di comunicazione. Kuo ritiene che un appropriato modello pedagogico dovrebbe soddisfare una gamma di bisogni, da una comprensione di base a una maggiore accuratezza e fluidità della lingua paragonabile a quella di un parlante madrelingua. Dal suo punto di vista il modello fornito dall’inglese usato come prima lingua rappresenta una base completa. Starà agli insegnanti e agli studenti decidere quanto conformarsi a questo modello a seconda del contesto.

Autore dell’articolo:
Erica Falkingham
Aspirante traduttrice IT>EN EN>IT
Acqui Terme (AL)

Riflessione sulle lingue e sulla traduzione

 Categoria: Le lingue

Il 2 settembre, in occasione della Giornata europea della cultura ebraica, ho visitato la sinagoga di Merano senza immaginare che quel pomeriggio per me si sarebbe trasformato in un lungo momento di riflessione anche e soprattutto sulle lingue e sulla traduzione. Probabilmente, il fatto che Merano si trovi in Alto Adige, realtà culturale e linguistica complessa, sospesa tra il mondo di lingua tedesca e quello di lingua italiana, ha fatto sì che il dibattito sulle lingue e sulla traduzione fosse particolarmente acceso: sembrava di essere, infatti, più che in una sinagoga in un master per interpreti e traduttori. Come non essere orgogliosa di una professione che seppur precaria e talvolta frustrante, è così importante in quanto strumento necessario e imprescindibile per la comunicazione tra i popoli.

Il percorso “didattico” iniziava con un filmino dove diverse frasi pronunciate in inglese venivano tradotte dapprima in tedesco e poi in yiddish (letteralmente: “giudeo/giudaico”). Questo idioma è nato grazie agli ebrei della Renania, intorno al XII sec., mescolando il tedesco con l’ebraico e successivamente con i termini slavi da essi incontrati a seguito delle massicce migrazioni verso le regioni dell’Europa centro orientale. Nel volgere di tre secoli produssero una lingua che nel film di Radu Mihaileanu, Train de vie, viene definita “una parodia del tedesco, con dentro l’ironia”. Attualmente, a seguito della Shoah, lo yiddish continua ad esistere solamente negli Stati Uniti e in Israele, paesi in cui i sopravvissuti trovarono rifugio. Il discorso su questa lingua potrebbe essere più articolato e toccare argomenti atavici e complessi, ma per adesso mi limito a commentare quanto sia stato sorprendente ogni volta comparare il suono delle frasi in tedesco con quelle in yiddish che oggettivamente risultavano simili, ma in qualche modo più estrose.

Dopo aver visitato la sinagoga, mi sono diretta al museo ebraico situato al piano interrato. Visto che la Giornata europea era dedicata allo humor di matrice ebraica, vi era una sezione dedicata a grandi registi come Woody Allen e a film famosi come “Harry ti presento Sally”. Proprio riguardo a questo film la guida ci spiegava che quasi tutti i dialoghi italiani sono stati riadattati eliminando spesso quelle battute che facevano riferimento al mondo ebraico e quindi ritenute difficili da comprendere per lo spettatore italiano.
Questa affermazione mi ha dato lo spunto per la riflessione all’origine di questo articolo che si riallaccia in qualche modo a quello pubblicato da Massimiliano Misturelli (postato in questo blog il 6 agosto nella categoria “problematiche della traduzione”) sull’arbitrarietà linguistica delle versioni italiane dei film stranieri, spesso davvero pesante. A questo punto sarebbe interessante comparare le due versioni del film, inglese e italiana, per capire in che modo e con quale portata i riferimenti all’ebraismo siano stati “epurati”. Un altro riadattamento davvero curioso è quello riguardante la serie televisiva “La Tata” (titolo originale “The Nanny”): nella versione originale la protagonista si chiama Fran Fine ed è una newyorchese ebrea del quartiere Queens, in quella italiana, invece, si chiama Francesca Cacace è cattolica e di origini italiane precisamente della Ciociaria. Ci si può quindi immaginare quanto i dialoghi non siano stati “solo” tradotti, ma completamente riadattati per ben aderire alla “nuova” identità della protagonista. Quanto questo sia giusto e necessario rimane per me davvero una domanda aperta.

E per concludere una nota folcloristica che in qualche modo ricorda a noi traduttori (per fortuna!) che gli errori in traduzione sono vecchi come la storia del mondo. Nella Chiesa di San Pietro in Vincoli a Roma si trova, infatti, la famosa statua di Michelangelo che ritrae Mosè con le corna: in realtà questa caratteristica iconologica deriva dal fatto che nella traduzione del testo originale ebraico la parola keren (raggio di luce) è stata scambiata erroneamente con karna’im (corna)!

Autore dell’articolo:
Raffaella Pellegrini
Traduttrice DE>IT
Alto Adige/Roma

L’apprendimento accelerato delle lingue

 Categoria: Le lingue

Ho sempre amato imparare le lingue straniere. Sin da piccolo ero attratto dalle lingue e non solo le lingue veicolari e internazionali più usate e insegnate a scuola come l’inglese, il francese ecc. ma anche le lingue dell’est Europa. Ricordo che mi sintonizzavo sulle frequenze di Radio Capodistria e attendevo, alla sera, che iniziassero i programmi in lingua slovena. Questa mia passione mi ha spinto a fare collezione di dizionari tascabili di serbo-croato e rumeno. Ho iniziato ad ascoltare audiocassette di rumeno e a seguire le lezioni audio con il libro di grammatica allegato e giorno dopo giorno è nato l’amore per questa lingua. Poi il volontariato laico mi ha aperto le porte alla conoscenza della lingua del paese delle aquile, l’albanese. Anni vissuti in Albania mi hanno aiutato a capire, parlare e scrivere la lingua correntemente e fluentemente al punto che poi ho voluto frequentare un “Corso per imparare metodi didattici innovativi per l’apprendimento accelerato delle lingue”.

Il Corso è stato tenuto dal Dr. Harry Cotton del Canadian Institute of English – (TESOL course: Teachers of English to Speakers of Other Languages) e nel corso di 5 intense giornate io ed altri 50 insegnanti di altre 16 lingue straniere parlate in Italia (arabo, cinese, amarico, tigrino, russo, tamil, albanese, giapponese, serbo-croato, singalese, bengali, ecc.) abbiamo appreso come insegnare a studenti italiani una lingua straniera.

Ecco alcune informazioni davvero interessanti apprese in quei 5 giorni:

Le ultime ricerche su come il cervello impara una lingua dimostrano che i tradizionali metodi di insegnamento delle lingue ampiamente utilizzati nelle classi di tutto il mondo sono del tutto inefficaci.
Un cervello passivo di uno studente seduto ad ascoltare lunghe e noiose spiegazioni, coniugazioni e declinazioni di verbi e aggettivi, se non viene stimolato si annoia e perde l’interesse per la lingua da imparare, perde ogni motivazione e incentivo ad apprendere. E’ stato riscontrato che quando ci si siede, al cervello affluisce il 25% in meno di ossigeno e inoltre i neurotrasmettitori stimolano del 50% in meno le sinapsi del cervello; in poche parole lo studente inizia a dormire se non a sognare ad occhi aperti. Questo corso tiene conto di questi studi neuro-scientifici e si propone di iniettare nei futuri insegnanti di lingua una buona dose di umorismo, ricordando loro l’importanza dell’interazione fra gli studenti, della partecipazione attiva e del coinvolgimento costante dello studente.
Nell’utilizzo dei 35 metodi è pratico non seguire una sequenzialità degli stessi in quanto il cervello è più stimolato ad apprendere una lingua straniera quando è sottoposto all’effetto sorpresa e a nuove sfide. Il cervello odia la monotonia, la routine delle solite cose che si ripetono. Un altro aspetto significativo di questi metodi è ‘l’esercizio di costruzione incrementale a ritroso’ (il modo migliore per imparare come si pronunciano le parole o le frasi è ripeterne le sillabe in ordine inverso. Per esempio: “ZE” – “STANZE” – “COSTANZE” – “CIRCOSTANZE”). Questo esercizio trae spunto dal fatto che il nostro cervello, la nostra memoria, ricorda ‘a ritroso’.

METODO 1 – AUDIO/LINGUALE

FASI:

1. L’insegnante esprime chiaramente e con sufficiente volume una parola o una frase semplice nella nuova lingua, come “Grazie”, “Ciao” o “Come ti chiami?”
2. Poi ‘schiocca’ le dita e fa ripetere la parola o la frase alla classe come se dirigesse un’orchestra (per far questo schiocca le dita di entrambe le mani e poi solleva le mani e il ginocchio destro in direzione della classe).
3. Ripete una seconda volta sia la pronuncia della nuova parola che lo schiocco delle dita e l’alzata del ginocchio destro. Loda la classe dopo ogni risposta.
4. Adesso si rivolge a un singolo studente senza seguire un ordine preciso, ‘schiocca’ (schiocca le dita di una mano e indica col dito lo studente). Continua finché ogni studente non avrà ripetuto la parola o la frase per due volte.
5. Se uno studente sbaglia la pronuncia, per aiutarlo ‘schiocca’ a un altro e fa esprimere alternativamente i due studenti fino a quando la migliore pronuncia dell’uno non avrà corretto quella dell’altro.

Questi ed altri metodi innovativi li abbiamo provati in classe simulando vicendevolmente l’apprendimento delle nostre lingue (albanese, arabo, cinese, ecc.) e il risultato finale è stato che funzionano veramente!

Autore dell’articolo:
Massimo Veronese
Traduttore ed Interprete freelance ALB/SQ>IT
Rovigo

Lo slang inglese

 Categoria: Le lingue

Lo slang è lo stile informale della lingua inglese, costituito da parole ed espressioni che sono più comuni nella lingua parlata e meno appropriati in situazioni formali. Si compone di parole o frasi che hanno un impatto emozionale più forte rispetto a quelli utilizzati nella lingua formale, questo è un modo per esprimere un atteggiamento di disprezzo nei confronti delle regole e dell’autorità morale. Lo slang promuove inoltre il sentimento di appartenenza all’interno di un gruppo, infatti, i membri sono accomunati dagli stessi valori, interessi e comportamenti.
Lo slang è una parte del lessico in continuo mutamento, che consta di parole e frasi che caratterizzano diversi gruppi sociali e professionali, rinforzando l’identità sociale, ma non solo, viene anche utilizzato per acquisire un’aria rilassata e informale. Nei dizionari non esiste un’unica definizione di slang, poiché il significato di questa parola ha assunto connotazioni diverse in periodi di tempo altrettanto diversi.

L’Enciclopedia Microsoft Encarta definisce lo slang come: l’insieme di termini o espressioni utilizzati da categorie professionali o da gruppi, che solo in parte possono essere compresi da chi è estraneo all’ambiente. Lo slang costituisce un lessico specializzato, che si distacca da quello della lingua standard, e solo più raramente ne coinvolge anche i meccanismi sintattici e morfologici. Viene definito slang, il lessico specifico o altamente tecnico dei gruppi professionali, quali l’ambiente della medicina, della giurisprudenza, della finanza, del mondo scientifico-tecnologico, dell’istruzione, della vita militare, dello sport, dello spettacolo ecc… Altre fonti importanti di termini appartenenti allo slang sono i gruppi sociali quali giovani, minoranze etniche, abitanti dei quartieri popolari, gruppi sportivi, sindacati, associazioni professionali o culturali, comunità o sette religiose, tossicodipendenti, criminali. Le espressioni dello slang spesso incarnano le attitudini e i valori dei membri del gruppo, rafforzando così il senso di appartenenza al gruppo stesso e fornendo all’interlocutore informazioni sulla provenienza del parlante. Prima di trasformarsi in slang, un’espressione deve però essere adottata su larga scala dai membri del gruppo.
(Microsoft Encarta Encyclopedia -2007-)

Originariamente questo termine era impiegato per far riferimento alla lingua dei criminali e vagabondi, ma a partire dal XVIII secolo il suo significato ha assunto connotazioni diverse, iniziando a comprendere il gergo usato da altri sottogruppi, non necessariamente collegati al ceto basso della società, come per esempio avvocati, scienziati, poeti, saggisti e storici. Infine nei primi anni del 1900 lo slang è stato identificato come lo stile informale e colloquiale di una lingua. Lo slang è soggetto a restrizioni nel tempo, poiché molte espressioni che in passato erano considerate slang non vengono più utilizzate o sono considerate obsolete, come l’esclamazione di rabbia, o sorpresa Gordon Bennet. Altre parole invece sono entrate a far parte della lingua standard, come telly, diminutivo per indicare la televisione oppure bird-brained per indicare qualcuno senza buon senso.

Autore dell’articolo:
Concetta Cipicchia
Traduttrice EN-FR>IT
Lipari

Lingue opache e lingue trasparenti

 Categoria: Le lingue

Qualche anno fa in una scuola per l’insegnamento dell’inglese come lingua straniera nella pittoresca cittadina di Cambridge, il nostro professore, conoscendo le difficoltà di noi poveri studenti stranieri ad imparare la pronuncia e lo spelling di una lingua come l’inglese, ci portò ad esempio il testo di una spassosa filastrocca:

I take it you already know
Of tough and bough and cough and dough?
Others may stumble, but not you
On hiccough, thorough, slough, and through.
Well don’t! And now you wish, perhaps,
To learn of less familiar traps.
Beware of heard, a dreadful word
That looks like beard but sounds like bird.
And dead: it’s said like bed, not bead,
For goodness sake don’t call it deed!
Watch out for meat and great and threat
(They rhyme with suite and straight and debt).
A moth is not a moth as in mother
Nor both as in bother, nor broth as in brother,
And here is not a match for there,
Nor dear and fear, for bear and pear.
And then there’s dose and rose and lose –
Just look them up — and goose and choose
And cork and work and card and ward
And font and front and word and sword
And do and go, then thwart and cart,
Come, come! I’ve hardly made a start.
A dreadful Language? Why man alive!
I learned to talk it when I was five.
And yet to write it, the more I tried,
I hadn’t learned it at fifty-five.

Persino un buon conoscitore di quella che l’autore di questa filastrocca definisce “a dreadful Language” impiegherebbe qualche sforzo in più del normale per evitare di inciampare sulle parole di questa filastrocca-scioglilingua.
Questo ci apre ad un’interessante riflessione sulle caratteristiche dell’ortografia delle lingue, che i linguisti sono soliti distinguere in lingue opache e lingue trasparenti: opache quando ad un grafema possono corrispondere diversi fonemi, e trasparenti quando ogni grafema corrisponde a un fonema. Il livello di trasparenza fonologica di una lingua può variare di molto e la English Spelling Society, un’organizzazione internazionale con sede in Gran Bretagna, ne propone un elenco.

Sull’italiano siamo tutti d’accordo: è una lingua trasparente. A esso si aggiunge lo spagnolo, il portoghese e altre lingue meno scontate come l’ungherese, il serbocroato.
Anche sull’inglese tutti concordano nel dire che si tratti di una lingua opaca.
Altre lingue invece si trovano in una posizione intermedia come l’olandese, il francese e il tedesco. Questa distinzione è di importanza cruciale, in quanto un maggiore grado di opacità in una lingua potrebbe costituire un fattore sfavorevole in soggetti predisposti a disturbi quali la dislessia. Diversi studi hanno dimostrato inoltre che i bambini italiani (o qualsiasi altra lingua “trasparente”) apprendono a leggere più rapidamente grazie alla corrispondenza tra scrittura e pronuncia; e riescono anche a leggere parole nuove in base alla coerenza delle regole di lettura. I bambini di lingua inglese, al contrario, impiegano molto più tempo ad imparare a leggere e tendono a memorizzare più fonemi possibili in vari contesti, così da avere a disposizione un bagaglio di informazioni più grande che consenta loro di affrontare la lettura.

Fatte queste considerazioni propongo a Voi, miei gentili lettori anglofoni, un po’ di spasso andandovi a leggere qualche altra filastrocca-scioglilingua di quella che, pur con i difetti e le difficoltà che conosciamo e abbiamo visto, rimane una lingua fantastica e inimitabile.
A questo link della English Spelling Society troverete quello che fa per voi!

http://www.spellingsociety.org/news/media/poems.php

Buona lettura!

Autore dell’articolo:
Roberto Ciampi
Traduttore EN-ES>IT
Perugia

L’ascesa della lingua araba

 Categoria: Le lingue

L’anno 2001 è stato battezzato dall’Unione Europea come l’anno delle lingue europee. In Europa sono riconosciute ventitré lingue ufficiali di cui l’inglese, il francese e il tedesco sono state adottate come lingue procedurali. Per promuovere le lingue, l’Unione ha stanziato milioni di finanziamenti per progetti, articoli promozionali e manifestazioni. L’obiettivo centrale si incentrava sulla conoscenza da parte di ogni cittadino dell’Unione di almeno altre due lingue accanto alla propria lingua madre. Obiettivo parzialmente raggiunto.
Dopo la guerra fredda l’Europa è stata invasa dall’ondata della cultura e lingua anglo-americana “invadendo” le lingue europee che hanno visto sostituirsi e insediarsi parole prettamente anglosassoni, divenendo sempre più comuni nel linguaggio quotidiano. Quest’ondata, più accentuata nelle metropoli e non meno nelle province, è stata vissuta con serenità da parte di ogni cittadino europeo, in quanto lo sviluppo non può essere fermato.

L’inglese è una lingua attraente, sinonimo di sviluppo e progresso, con una grammatica semplice e poche flessioni, ed è per questo che è diventata lingua internazionale usata in tutti i più svariati campi da quello fisico a quello medico, dall’informatica all’economia e alla politica. Scienziati e ricercatori pubblicano i risultati delle loro ricerche in inglese e tali sono anche l’ottanta per cento dei documenti messi in rete. La diffusione della lingua inglese è stata una vera “bomba” culturale.
Ma recenti studi condotti dai linguisti hanno evidenziato come l’inglese, in quanto lingua internazionale, sia in leggero “declino”. Si evince che lingue orientali come il cinese e l’arabo potrebbe dominare il futuro del mondo. Ed è proprio l’arabo a risultare la lingua più accreditata per il futuro.

Sempre più giovani sono attratti e influenzati da culture orientali e ad apprenderne le relative lingue. Anche presso le Università sono stati inseriti corsi di lingue orientali che hanno registrato un forte numero di iscrizioni. Ma non poche sono state le difficoltà incontrate dagli studenti nell’apprendimento di queste lingue.
Le difficoltà sono spesso oggettive. La lingua araba, caratterizzata da una grammatica complessa, poche vocali e molti termini a volte impronunciabili, presenta molte varianti dialettali. Il cinese, senza una grammatica ben definita, dovrebbe essere imparato memorizzando quasi a memoria i migliaia di ideogrammi di cui è costituito. Oggi l’arabo, parlato da più di trecento milioni di persone nonché lingua ufficiale delle Nazioni Unite, si colloca al quinto posto nella scala delle lingue più parlate ancor prima del francese e del tedesco.
Ma quale ruolo avrà l’arabo in un futuro non tanto lontano? Sarà davvero in grado di sostituire la “potenza” dell’inglese? Riuscirà ad avere lo stesso impatto (positivo) dell’inglese? Ricordiamo che la cultura araba è molto forte considerando che anche i normanni durante la dominazione in Sicilia rispettarono l’arabo in quanto lingua del regime.

Ogni lingua, che sia occidentale o orientale, ha in sé un fascino e delle caratteristiche uniche. E’ interessante lo studio e la diffusione delle lingue e delle relative culture. Ma è altrettanto importante che nessuna cultura prevalga mai totalmente a discapito di un’altra in quanto indice dell’identità nazionale di un popolo. Studiare lingue e culture, conservando preziosamente anche la propria!

Autore dell’articolo:
Maria Grazia Scarfia
Traduttrice EN-FR-DE<>IT
(testi informatici, scientifici, commerciali, siti)
Catania

Italianismi nel serbo-croato (2)

 Categoria: Le lingue

A partire dalla toponomastica della mia città natia Herceg-Novi, situata all’ingresso delle Bocche di Cattaro, vicino al confine croato, i principali luoghi della città vecchia hanno un’origine latino-veneta, risultando del tutto comprensibili: Forte Mare (una fortificazione massiccia esposta verso il mare), Bella Vista (piazzetta nella parte alta della città vecchia), Macel (un fortino veneziano successivamente diventato il macello della città), Lazaret (un piccolo quartiere fuori dalle ormai scomparse mura cittadine presumibilmente il lazzaretto durante le epidemie). Altri italianismi nel serbo-croato delle Bocche di Cattaro si ritrovano nei soprannomi affibbiati alle persone grazie a qualche caratteristica o difetto fisico, ma anche nei mestieri che facevano:  si usava dire per esempio che uno era šporkaćun(it. sporcaccione) se curava poco l’igiene del proprio esercizio commerciale; “macakan” (dove la lettera “c” in serbo-croato si pronuncia “ts” – it. ammazzacane -) coloro che sopprimevano i cani randagi, “njoka” (it. gnocco) uomo corpulento dal naso a patata oppure “stimadur” (it. stimare) una specie di consulente e intermediario per le compravendite. I sostantivi sarebbero un’infinità e andrebbero suddivisi tra astratti, concreti e tecnici, ma vediamone solo alcuni facilmente riconoscibili e ancora utilizzati, a volte importati nei gerghi giovanili: “faca” (it. faccia) colui che è particolarmente simpatico o si distingue all’interno di una compagnia, “finta” (it. finta, finzione) un’azione che serve per attirare attenzione, sorprendere o mostrare abilità in qualcosa, “škver” (dove la lettera “š” equivale al suono “sc” di sciabola in italiano – veneziano: squero -) il porticciolo o il luogo dove si riparano le barche a remi. Altrettanto numerosi sono gli aggettivi e ne scelgo sempre alcuni ancora utilizzati, ad esempio “škur” (it. scuro), “falc” (it. falso) per indicare persona falsa e ipocrita ma anche in gastronomia “falca supa” per indicare un brodo fatto con pochi ingredienti poveri in mancanza d’altro, diventando un brodo “finto”; “škembav” (it. sgembo) persona rachitica, denutrita, fisicamente fragile. Infine qualche verbo: “isat” (it. issare) alzare qualcosa, “šegat” (it. segare) assume anche il significato dell’atto sessuale, “miritat” (it. meritare), “obadat” (it. badare) di solito si usa nel senso negativo “ne obadaj ga” cioè non dargli retta, “štufat” (it. stufare) con l’analogo significato.

Questi pochi esempi dimostrano come a quasi tre secoli di distanza dalla fine della dominazione veneziana nelle Bocche di Cattaro rimangano ancora le sue influenze nelle varianti locali del serbo-croato, anche se a causa delle migrazioni interne stanno scomparendo. L’influenza latina fin dall’antichità si riversava ad ondate sulla zona costiera della penisola balcanica. Ondate che si esaurivano con la nuova “slavizzazione” dell’area grazie all’arrivo delle popolazioni dall’interno causato dalle cicliche guerre e spartizioni tra i grandi imperi. Quest’ultima perdita dell’elemento latino dalle Bocche di Cattaro, sempre più evidente dagli anni novanta si inserisce nella tendenza generale della globalizzazione linguistica e del conseguente appiattimento dello stesso serbo-croato che oggigiorno viene semmai influenzato dalla lingua dei media, di internet, delle sit-com e della musica. Dunque, a discapito dell’eredità veneziana troviamo molti termini neo-tradizionali o ancora più spesso neologismi di derivazione inglese. Inoltre, a differenza di alcuni tentativi fatti in Italia per tutelare i dialetti come patrimonio culturale, ciò non è mai avvenuto nella regione presa brevemente in esame. E’ naturale che i dialetti, così come le lingue, una volta esaurito il loro compito e la loro funzione scompaiano e si trasformino in qualcos’altro, tuttavia è un peccato questa perdita dell’eredità latina che in altri luoghi della Dalmazia sopravvive ancora.

Autore dell’articolo:
Dusko Djordjevic
Traduttore SH<>IT
Herceg-Novi (Montenegro)

Italianismi nel serbo-croato

 Categoria: Le lingue

Quando da ragazzino arrivai in Italia, pur ricordando le non poche difficoltà linguistiche, non ero del tutto sprovveduto. Conoscevo un po’ d’italiano grazie alle reti Rai che si potevano vedere nell’area costiera del Montenegro e della Croazia rappresentando uno stimolo, soprattutto per i più giovani, per apprendere questa lingua. Si sentiva una certa affinità “mediterranea”, con il sud Italia in particolare, che affonda le radici lontano nel tempo, in grado di relativizzare in qualche misura il confine rappresentato dal mar Adriatico tra il mondo latino e quello slavo. Avevo quindi un modesto vocabolario appreso dai film e dai cartoni animati al quale potevo aggiungere qualche frase fatta d’uso quotidiano. La familiarità con la lingua italiana, per chi viene dalla costa orientale dell’Adriatico, naturalmente non è dovuta solo a questa vicinanza con la cultura pop diffusa dalle emittenti televisive, ma anche ad un substrato linguistico che ha lasciato una traccia significativa in particolare durante la dominazione della Repubblica di Venezia. Un’epoca, quella tra il XV e il XVIII secolo, in cui per esigenze amministrative e commerciali, non solo si parlava il latino o il veneziano, ma nascevano degli idiomi ibridi adatti alle esigenze della plebe che mischiavano con disinvoltura più lingue e dialetti tra veneziano, serbo, dalmata antico e turco. A livello più esteso una cosa simile accadeva con la “lingua franca” parlata nei porti di tutto il Mediterraneo. L’eredità veneziana, bisogna sottolineare, ha lasciato meno traumi di altre dominazioni come quella Ottomana che pretendeva un controllo politico e religioso capillare con la conseguente oppressione per le popolazioni locali. Venezia dal canto suo era più interessata ai propri commerci e lasciava un ampio margine di autonomia alle città dell’Adriatico orientale lasciandolo inserito nella propria rete commerciale, permettendo così anche la possibilità di avere più scambi culturali con il Mediterraneo e il resto del mondo.

In molti dialetti, tra cui quelli che si parlano nelle Bocche di Cattaro c’è un sorprendente numero di italianismi, alcuni di chiara derivazione veneta. Il serbo-croato parlato nelle Bocche di Cattaro è un dialetto usato da sempre meno persone in seguito agli sconvolgimenti degli anni Novanta che hanno causato un sensibile cambiamento nella situazione demografica e quindi anche linguistica in questa regione. Malgrado questo moltissimi termini di origine latina, italiana e persino veneta persistono dando una certa familiarità con la lingua italiana agli abitanti di queste zone. Fino a qualche decennio fa anche un italiano poteva essere in grado di cogliere il senso delle frasi o capire l’oggetto di un discorso grazie all’abbondanza di vocaboli facilmente riconoscibili, anche se inseriti all’interno di una struttura grammaticale e sintattica molto diversa. La cosa più interessante per chi non ha nessuna dimestichezza con la filologia slava sarebbe sentire qualche esempio, che in alcuni casi può risultare anche, a mio parere, divertente.

Nell’articolo di domani vi farò l’esempio di italianismi presenti nella variante del serbo-croato parlata nelle Bocche di Cattaro.

Autore dell’articolo:
Dusko Djordjevic
Traduttore SH<>IT
Herceg-Novi (Montenegro)

Il “Globish”: lingua del futuro

 Categoria: Le lingue

La comprensione del pensiero espresso attraverso l’utilizzo del linguaggio è per molti l’espressione dell’immanentismo Spinoziano: noi siamo Dio, Dio è in noi. La parola, le locuzioni, gli avverbi sono gli strumenti attraverso cui una lingua è capace di scavare nel vissuto emotivo individuale; l’espressione verbale del pensiero, accozzaglia disordinata di suoni più o meno gradevoli per uno straniero, risulta essere uno dei più grandi fenomeni che, nel quotidiano, attestano la grandezza della natura umana. Viene da chiedersi quale sia l’arcano meccanismo attraverso il quale il suono articolato in parole riesca a trasformarsi, nelle sinapsi neuronali, in impulso elettrico e quindi in emozioni in un’area cerebrale denominata sistema limbico. La torre di Babele dipinta da Bruegel nel 1563 testimonia la desolazione di un’umanità improvvisamente privata della capacità di intessere un dialogo con i propri simili e nell’impossibilità di formulare un pensiero omni-comprensibile. Le lingue rappresentano, infatti, uno strumento di avvicinamento ma anche di crudele allontanamento tra popoli che non le condividono.

La conoscenza di una lingua o del dialetto che la sottende è l’espressione di una volontà di appartenenza che esclude la continua ed inquieta ricerca dell’altrove, implica una forte motivazione all’attaccamento alle proprie radici, non importa quanto lontano da esse ci si trovi.
La lingua è un concetto vivo non scevro dalla commistione con altrettante componenti vitali appartenenti ad altri idiomi giunti a contatto durante i processi di dominazione straniera o di scambio economico tra le nazioni. E’ sorprendente, infatti, scoprire come alcuni dialetti siano stati marchiati da vocaboli esteri, durante gli anni tumultuosi delle due grandi guerre. Conoscere più lingue ci pone sulle tracce del nostro passato facendo rivivere a ritroso, il momento del contatto tra i popoli in un istantaneo ritorno ad un passato ricco di un delicato legame affettivo. Si scopre così come alcuni vocaboli scivolino da una lingua all’altra trasformandosi ed intridendosi di peculiarità locali e nello stesso tempo amalgamandosi perfettamente al nuovo idioma dimentichi del travaso e pronti ad una nuova fase vitale che li cambierà e forse presterà a nuove geografie. Una lingua è madre, è famiglia e vissuto, niente di più accogliente nella vita di un’individuo, è il luogo dove ci si sente al sicuro, esserne padroni, addomesticarla ed esaltarla implica personalità e carattere. Nuovi passi verso un altro idioma rendono incerti e barcollanti, insicuri e vulnerabili ma forti e soddisfatti non appena si incede nei meandri costituiti da nuovi suoni e parole con maggiore padronanza.

La globalizzazione, dettata ed imposta dai nuovi sistemi di comunicazione, scopre la necessità di sentirsi cittadini del mondo e nel contempo rende urgente la comprensione tra i popoli. Tale esigenza ha portato alla nascita del globish una semplificazione dell’inglese che viene divorato in massa dalle popolazioni della terra. Il globish è una lingua impersonale che consente di comunicare in maniera immediata senza troppe complicazioni, non ha nulla del sangue e dei geni di un luogo ma è comunque in grado di inoltrarsi in percorsi economici, scientifici e giuridici in modo asettico e poco coinvolgente. Non impariamo l’inglese ma la lingua del globale che si divulgherà in maniera inarrestabile e forse tra qualche millennio cancellerà la tradizione e diverrà l’unico idioma del pianeta. Il compito delle nostre radici sarà quello di trattenere il passato e con esso la cultura e la tradizione popolare incuranti del mondo nuovo che corre e cancella i trascorsi della storia e della cultura di un paese. Il processo di traduzione risulta indispensabile nel mantenimento delle lingue, impedirà che un inglesismo incontrollato si impadronisca della nostra cultura impoverendoci di un patrimonio dal valore inestimabile.

Autore dell’articolo:
Raffaella Marasco
Specialista in Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva
Specialista in Medicina Interna
Traduttrice EN-ES>IT
Catanzaro

Non si finisce mai di imparare una lingua!

 Categoria: Le lingue

Perché si studiano le lingue? A me piace pensare che non debba essere solo ed esclusivamente perché “Al giorno d’oggi senza sapere le lingue straniere non si va avanti”. Da una parte è vero, ormai lo sappiamo bene che per lavorare oggi l’ideale è conoscere bene almeno una o due lingue straniere, ma almeno per me non si tratta di studiare una lingua solo per trovare lavoro.
Imparare una lingua straniera è, prima di tutto, un piacere personale, uno sfizio. A me capita spesso di soffermarmi ad ascoltare persone di altri paesi che parlano nella loro lingua madre, completamente rapita ed affascinata.
Certo, al mio orecchio alcune lingue risultano più cacofoniche di altre, ma non per questo le considero lingue “brutte”, ogni lingua ha dietro di sé tutto un mondo.
Ci sono anni di storia, cultura, usi e costumi che noi neanche possiamo immaginare, ed è proprio conoscendo ed amando tutto ciò che c’è dietro ad una lingua, che possiamo dire di poterla capire e padroneggiare veramente.

Ma come si imparano le lingue, allora? È ovvio che bisogna studiare grammatica e vocabolario, ma non è solo con questo che si può dire di saper parlare una lingua.
È molto utile ascoltare musica, vedere film e leggere libri, il tutto ovviamente nella lingua che si è interessati ad apprendere, anche se vi accorgerete presto che, al primo confronto con i madrelingua, potreste avere qualche problema a comprenderli o a farvi comprendere appieno.
Questo capita perché fino a che non si riesce ad entrare nell’ordine di idee o nella mentalità tipica dei parlanti di una certa lingua, sarà molto difficile comprenderne il linguaggio. Bisogna tenere a mente che le lingue moderne sono in continua evoluzione, perché sono costantemente create e rinnovate dai parlanti. È bene quindi tenersi continuamente aggiornati e studiare i nuovi termini e le costruzioni grammaticali che potrebbero essere creati o modificati.

È proprio per questo che non si finisce mai di studiare ed imparare una lingua!

Autore dell’articolo:
Ilaria Caredda
Traduttrice EN>IT
Roma

Come memorizzare i caratteri cinesi (2)

 Categoria: Le lingue

Nell’articolo di ieri ho parlato dell’associazione, una tecnica a mio parere molto efficace per memorizzare i numerosissimi caratteri di cui è composto l’alfabeto cinese. Qui di seguito farò degli esempi pratici sull’utilizzo di questa tecnica.

Il carattere 猫 māo, “gatto” è composto dal radicale del cane (costituito dal primo segno a sinistra) che per estensione assume il significato più ampio di “animale quadrupede mammifero”, ed è infatti usato anche per scrivere i caratteri aventi per significato “lupo” 狼, “volpe” 狐 e altri ancora. Tra le componenti del carattere māo troviamo poi la parte fonetica miáo, 苗, che a sua volta è composta dall’erba o germoglio, căo 艹, e dal campo coltivato, tián 田. Una volta scomposto il carattere è dunque possibile collegare i rimandi semantici delle sue componenti, che sono informazioni che già conosciamo, creando un’immagine mentale che dovrebbe restare impressa nella nostra memoria. In questa immagine vediamo un gatto in un campo che difende i germogli, perché stana i topi che infestano le colture.

Un altro esempio può essere costituito da鲨 shā, “squalo”. Questo carattere è diviso in due componenti principali: il pesce, yŭ 鱼, e la sabbia, shā 沙, che a sua volta è composta dal radicale dell’acqua (le tre gocce a sinistra), e da “poco”, shăo 少. Possiamo pensare che la sabbia sia un elemento dove si può trovare poca acqua, ma per ricordare tutto il carattere avente “squalo” per significato, possiamo evocare un’immagine mentale. Lo squalo è un pesce che si può trovare anche nelle acque basse, vicino a riva, dove c’è poca acqua appunto, mentre nuota sfiorando la sabbia. Per ricordare il carattere shā, possiamo allora immaginarci uno squalo, cioè un pesce, che nuota a riva, dove c’è poca acqua.

Sono moltissimi i caratteri cinesi per la cui memorizzazione è possibile avvalersi di associazioni e collegamenti tra i significati o comunque tra i rimandi semantici dei suoi componenti. In alcuni casi si possono creare immagini anche bizzarre e stravaganti che restano impresse nella nostra memoria con una forza intensa, perché tutto quello che è strano e inusuale colpisce la nostra immaginazione e la nostra capacità di ricordare. Per coloro che si apprestano allo studio della lingua cinese e incontrano difficoltà nell’apprendimento e nella memorizzazione dei caratteri, un metodo molto utile ed efficace può essere pertanto rappresentato dall’associazione, scomposizione e creazione di idee ed immagini mentali, come ho potuto riscontrare anche nelle sperimentazioni di memorizzazione dei caratteri cinesi che ho svolto sia con soggetti principianti sia con soggetti che studiavano il cinese già da un paio di anni.

Autore dell’articolo:
Cristina Bordiga
Laureata in Scienze Linguistiche e Letterature Straniere (I livello)
Curriculum Relazioni Internazionali
Aspirante traduttrice
Bagolino (BS)

Come memorizzare i caratteri cinesi

 Categoria: Le lingue

La memoria riveste un ruolo di fondamentale importanza nell’apprendimento delle lingue straniere. Per imparare il cinese si dimostra essere una dote addirittura indispensabile. Infatti, i caratteri cinesi arrivano a superare le 56.000 unità, sebbene sia stato stimato che un cinese usi quotidianamente circa tremila caratteri. Per gli studenti stranieri interessati allo studio della lingua cinese, il sistema di scrittura rappresenta pertanto un grosso ostacolo, tenuto conto anche del fatto che i caratteri cinesi sono estremamente più complessi e graficamente più articolati rispetto alle nostre lettere dell’alfabeto fonetico e inoltre contengono diverse sfumature semantiche.

Per l’apprendimento dei caratteri cinesi è quindi fondamentale avvalersi di tecniche di memorizzazione e strategie mnemoniche. Oltre alla ripetizione e alla reiterazione meccanica dei caratteri, che sono i modi più semplici ed elementari ma anche i più usati dagli studenti, la tecnica forse più efficace è l’associazione, che permette di memorizzare i caratteri cinesi non solo per brevi periodi di tempo. Con associazione si intende mettere in relazione e collegare informazioni nuove da apprendere con informazioni già acquisite.

Ogni carattere cinese contiene infatti un elemento chiamato radicale. Questa parte del carattere è la sua chiave di lettura, la componente che conferisce significato al complesso fonetico. I dizionari di cinese, che non possono essere organizzati secondo un ordine alfabetico, vengono redatti secondo il criterio dei radicali, che sono in tutto 227. Ogni studente inizia quindi il suo apprendimento cominciando a imparare insieme ai primi caratteri anche alcuni radicali, molti dei quali rimandano a elementi concreti come acqua, fuoco, mano, cane. La prima scomposizione per memorizzare un carattere è pertanto tra il radicale e la parte restante. Dato il rimando semantico del radicale è già possibile avere una prima idea da ricordare alla quale poi associarne altre. Molti caratteri, come i composti logici o i composti semantico-fonetici, sono formati a loro volta da caratteri più semplici, alcuni dei quali aventi un proprio significato anche presi singolarmente, come i pittogrammi. I pittogrammi derivano da immagini che rappresentano oggetti fisici o concetti raffigurabili visivamente in modo piuttosto concreto. Si tratta, parlando in termini semplificati, di disegni molto stilizzati, che ci vengono in aiuto ai fini della memorizzazione. Collegando il radicale (e dunque l’elemento cui il radicale rimanda), al rimando semantico delle altre componenti del carattere è possibile creare un’immagine mentale, un’associazione che facilita appunto l’apprendimento del carattere.

Nell’articolo di domani farò degli esempi sulla tecnica sopra esposta.

Autore dell’articolo:
Cristina Bordiga
Laureata in Scienze Linguistiche e Letterature Straniere (I livello)
Curriculum Relazioni Internazionali
Aspirante traduttrice
Bagolino (BS)

L’intraducibilità di una lingua

 Categoria: Le lingue

Cos’è una lingua? Un insieme di parole e segni dotati di un significato linguistico o qualcosa di più?
Questa mia domanda andrebbe in parte a spiegare il titolo del mio articolo e come esso andrà a svilupparsi, definendo cioè l’idea che una lingua per quanto “semplice” o “complessa” non è soggetta a traduzione in un’altra lingua.
Affermazione questa che probabilmente farà impallidire i miei lettori, ma che dopo un attimo di attenta riflessione li farà sicuramente meglio riflettere su quello che è un sistema linguistico.
Una lingua, da un punto di vista prettamente tecnico/linguistico strutturalista, e tutto ciò che ruota attorno ad essa, si districa attraverso i concetti di significante e significato, per chi non conoscesse questi due termini possiamo sommariamente definirli in questo modo:

- Significante: la sequenza di fonemi o grafemi di una parola;
- Significato: l’immagine mentale che noi abbiamo di quella parola.

Nulla di più o di meno senza scendere in complesse definizioni, esempi ed altro che appartengono alle scienze della linguistica e della filosofia del linguaggio.

Oggi però gli studi che riguardano la lingua e la traduzione si sono evoluti a tal punto da mettere in dubbio persino se stessi e la loro infallibilità, soprattutto per quanto riguarda il “campo” traduzione.
La domanda che i traduttori puntualmente si pongono è: “Come riuscire a trasferire un’idea, un concetto da una lingua all’altra senza snaturarlo?”  Non è facile riuscirci soprattutto se teniamo conto che ogni lingua si muove all’interno del suo universo culturale, cosa significa tutto ciò?
Un esempio meglio chiarificherà il concetto. Esiste una lingua Amerinda, l’Hopi, studiata dai linguisti Sapir e Whorf, che non possiede i concetti di destra e sinistra in senso spaziale ma solo il concetto di Punti cardinali, il perché è semplice, non vivendo in spazi cittadini ma all’interno di immense praterie il bisogno di orientarsi era possibile solo attraverso i punti cardinali; il bisogno di “inventare” i concetti di destra e sinistra non era loro utile per potersi orientare.
Il problema che potrebbe porsi un traduttore nei confronti dei suoi lettori è di come tradurre un testo Hopi affinché dei lettori occidentali possano comprenderlo, senza però snaturarlo culturalmente.
Il buon traduttore quindi, tenendo sempre ben presente che la traduzione ad sensum è l’unica possibile, dovrà fare un ulteriore sforzo di comprensione e cioè infiltrare se stesso in un universo culturale a lui totalmente estraneo cercando di trasferire nella maniera più “silenziosa” e naturale possibile determinati concetti che spesso nella sua lingua d’origine nemmeno esistono.
E’ quindi questo, a mio avviso, l’unico modo per cercare di bypassare l’intraducibilità di una lingua.

Autore dell’articolo:
Francesco Armando Coletti
Traduttore EN-FR>IT
Napoli