Anno internazionale delle lingue indigene

 Categoria: Le lingue

Le lingue sono vitali per le comunità e le persone in tutto il mondo. Hanno implicazioni per l’identità culturale, la comunicazione, l’integrazione sociale, lo sviluppo, l’istruzione e l’accesso alle informazioni. La storia delle persone, il patrimonio culturale e le tradizioni sono trasmessi in modo intergenerazionale attraverso le lingue.

Ci sono circa 7000 lingue parlate in tutto il mondo, molte delle quali sono indigene. Questa ricca diversità linguistica contribuisce alla preservazione dell’identità culturale e della conoscenza indigena. Ma nonostante la loro importanza e valore, quasi 2.700 delle lingue indigene rischiano di scomparire, secondo i funzionari delle Nazioni Unite.

IYIL 2019
Per sensibilizzare su questo problema, le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2019 l’anno delle lingue indigene e hanno chiesto all’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO) di essere l’organizzazione guida.

L’UNESCO ha lavorato con governi, organizzazioni di popolazioni indigene, ricercatori e altre parti interessate per elaborare un piano d’azione per promuovere e proteggere le lingue indigene e migliorare la vita di coloro che le parlano.

In questo piano d’azione possiamo leggere che:

La perdita di una lingua indigena può (…) significare la perdita di conoscenze vitali che potrebbero essere sfruttate per il miglioramento umano e lo sviluppo sostenibile. Di conseguenza, la scomparsa di una lingua implica un enorme impatto negativo sulla cultura indigena interessata, nonché sulla diversità culturale globale.

Aree tematiche nel piano d’azione
L’iniziativa assumerà la forma di una serie annuale di attività raggruppate attorno a tre termini chiave: sostegno, accesso e promozione delle lingue indigene.

  • Sostegno alla rivitalizzazione e al mantenimento delle lingue indigene, utilizzando, se del caso, tecnologie linguistiche e di comunicazione, al fine di migliorare l’uso quotidiano delle lingue indigene;
  • Accesso all’istruzione, all’informazione e alla conoscenza in e sulle lingue indigene per bambini, giovani e adulti indigeni;
  • Promozione delle aree e dei valori della conoscenza delle popolazioni e culture indigene, applicazione di metodi rilevanti di comunicazione e informazione, nonché di pratiche culturali (ad esempio sport e giochi tradizionali) che possono fornire empowerment agli oratori della lingua indigena.

Impatto previsto
Ci si aspetta che gli Stati membri, le popolazioni indigene, la società civile, le istituzioni pubbliche e il settore privato si impegnino concretamente a sostenere e promuovere le lingue indigene. Ciò include l’offerta di supporto finanziario. L’impatto complessivo dovrebbe includere:

  • Attenzione globale e rispetto per la diversità linguistica e le lingue indigene;
  • Responsabilizzazione delle popolazioni indigene e delle tribù per garantire una migliore trasmissione delle lingue indigene alle generazioni future;
  • Adozione di quadri politici, legislazione e altri parametri di riferimento che riducono le disparità e attenuano la discriminazione nei confronti dei parlanti delle lingue indigene;

mettendo a disposizione strumenti adeguati, come sport tradizionali, giochi e altre iniziative che aiutano nella trasmissione delle lingue indigene.

Mettersi in gioco
Dalle organizzazioni agli individui, tutti sono invitati a partecipare al successo di IYIL 2019. Durante tutto l’anno, diverse parti interessate intraprendono azioni e partecipano a eventi per promuovere e proteggere il diritto delle popolazioni indigene a preservare e sviluppare le loro lingue.

Puoi registrarti compilando un modulo. Una volta confermato, puoi intraprendere azioni come: sviluppare un progetto; creare una comunità; suggerire strumenti e soluzioni; stabilire partnership; eseguire webinar; offrire formazione; o fornire supporto finanziario.

Fonte:  Articolo pubblicato sul blog dell’agenzia Rita Maia

Traduzione a cura di:
Francesco Caligiuri
Traduttore freelance EN>IT
Roma

Il sorprendente potere della lingua (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Sicuramente alcuni potranno dubitare che la lingua sia tanto potente da sovvertire le nostre convinzioni di base, nonché i valori e gli obiettivi. Ed effettivamente una persona bilingue che parla due lingue diverse non si trasforma magicamente in due persone completamente diverse. La lingua crea piuttosto un contesto ben radicato che permette di attingere dai diversi aspetti di noi stessi. Nella stessa maniera in cui potremmo diventare più caritatevoli qualora si tirasse in ballo la religione, oppure più riservati se si parlasse di malattia, così la lingua è capace di influenzarci rendendo alcune idee e ricordi più importanti di altri.

L’influenza che la lingua esercita sul nostro modo di pensare, di sentire e persino sul nostro comportamento può avere un impatto che va al di là della sfera individuale, estendendosi fino al livello sociale ed economico. Mentre gli Stati Uniti non hanno più avuto un vero e proprio presidente multilingue dai tempi di Franklin D. Roosevelt (che era fluente in inglese, francese e tedesco), prima della Seconda Guerra Mondiale il bilinguismo tra i capi di stato era la regola, e non l’eccezione. Fuori dagli Stati Uniti spesso è ancora così, con leader mondiali come Emmanuel Macron e Angela Merkel che prendono importanti decisioni usando più lingue. In un certo senso, conoscere lingue diverse garantisce alle persone una varietà di lenti attraverso le quali vedere il mondo.

Per costruire una società funzionale dobbiamo lavorare per comprendere in che modo l’utilizzo o il non utilizzo di più lingue condizioni la nostra psicologia e il nostro comportamento, che sia nelle nostre case, negli ospedali o ai più alti livelli del governo.

Fonte: Articolo scritto Viorica Marian e Sayuri Hayakawa e pubblicato il 13 luglio 2018 sul blog Psychology Today

Traduzione dall’inglese a cura di:
Violetta Giarrizzo
Dottoressa Magistrale in Lingue Straniere per la Comunicazione Internazionale
Torino

Il sorprendente potere della lingua (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Considerato il ruolo chiave che le emozioni rivestono nel nostro processo decisionale, le persone sono spesso meno parziali e più coerenti nel prendere decisioni nella lingua meno emotiva, ovvero nella lingua straniera. La lingua arriva persino a influenzare i nostri giudizi e decisioni morali. Alla domanda se sacrificherebbero la vita di una persona per salvare un gruppo, le persone che parlano più di una lingua sono notevolmente più propense a dire di sì se rispondono in una lingua straniera. I sentimenti negativi che possono impedire di prendere delle decisioni difficili si affievoliscono se viene utilizzata una lingua diversa dalla lingua madre. Per le persone che sono responsabili per le vite ed il benessere altrui il potenziale impatto potrebbe essere rilevante.

I nostri ricordi possono essere, inoltre, fortemente influenzati dal modo in cui valutiamo la probabilità e il rischio. Prendete ad esempio il fatto che ”gli attacchi terroristici” sono classificati tra le più grandi paure degli Americani, sebbene ci siano migliaia di possibilità in più di essere uccisi da un’arma da fuoco. Questo è dovuto in parte all’euristica della disponibilità, ovvero la tendenza di valutare la probabilità degli eventi sulla base di esempi chiari e immediati immagazzinati nella nostra mente. A causa della memoria dipendente dalla lingua, l’uso di lingue diverse potrebbe far venire in mente esempi diversi, modificando in questo modo la nostra percezione del rischio. Il che potrebbe portare a conseguenze sostanziali, dal momento che il grado di rischio percepito può influenzare le scelte che facciamo in qualsiasi contesto, dalle decisioni mediche, alla sicurezza nazionale. Negli Stati Uniti, ad esempio, oltre il 25% dei medici hanno origini straniere e molti dei loro pazienti parlano a loro volta almeno un’altra lingua. È importante essere consapevoli di quanto la lingua che viene parlata possa influenzare le decisioni che prendiamo noi e chi ci circonda.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto Viorica Marian e Sayuri Hayakawa e pubblicato il 13 luglio 2018 sul blog Psychology Today

Traduzione dall’inglese a cura di:
Violetta Giarrizzo
Dottoressa Magistrale in Lingue Straniere per la Comunicazione Internazionale
Torino

Il sorprendente potere della lingua

 Categoria: Le lingue

Siamo la lingua che parliamo
Non è raro vedere un giapponese che si inchina mentre parla al telefono. Una di noi due è nippo-americana ed effettivamente si inchina al telefono, ma solo quando parla in giapponese. I  comportamenti possono diventare talmente abitudinari da emergere persino quando non ce n’è bisogno. Gli individui bilingue e biculturali sanno in prima persona che il modo in cui si comportano può dipendere dalla lingua che stanno parlando. In qualità di studiose con alle spalle un’esperienza di trent’anni sommati insieme nel campo del bilinguismo e dei processi decisionali, le nostre ricerche dimostrano che chi siamo in un determinato momento può dipendere dalla lingua che stiamo utilizzando.

Questo si verifica perché nel momento in cui viviamo un’esperienza, si crea un’associazione con la lingua utilizzata. Per le persone bilingue ciò significa che alcuni ricordi sono più strettamente legati a una lingua piuttosto che a un’altra, un fenomeno noto come memoria dipendente dalla lingua. Ad esempio, è più probabile che un ricordo d’infanzia riaffiori quando viene nuovamente parlata la lingua che veniva parlata durante quel periodo di vita. Esattamente come una musica nostalgica ha il potere di trasportarci in un preciso momento della nostra vita, così la lingua che utilizziamo in un determinato momento ci aiuta ad attingere ai ricordi associati ad essa e a riportarli in superficie. I ricordi, inoltre, saranno spesso più emotivi in presenza di un legame tra la lingua parlata nel momento in cui aveva luogo l’esperienza e la lingua parlata nel momento del ricordo.

Il nostro modo di pensare e di sentire può, pertanto, cambiare in base alla lingua che usiamo. Per esempio, le persone bilingue hanno un’accentuata reazione da stress durante l’ascolto di parole tabù e di rimproveri in una lingua madre. Tale fenomeno può essere spiegato in parte dal fatto che i nostri ricordi infantili associati con l’apprendimento di ”parolacce” o con l’essere sgridati dai genitori siano avvenuti nella nostra lingua madre. Questo significa che una situazione può essere percepita come psicologicamente o emotivamente più distante se vista attraverso la lente di una lingua straniera.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto Viorica Marian e Sayuri Hayakawa e pubblicato il 13 luglio 2018 sul blog Psychology Today

Traduzione dall’inglese a cura di:
Violetta Giarrizzo
Dottoressa Magistrale in Lingue Straniere per la Comunicazione Internazionale
Torino

Apprendere una lingua con Duolingo (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

I vantaggi: Duolingo deve essere raccomandato per vari motivi. È gratuito, è divertente ed è un modo abbastanza facile per apprendere le basi di una nuova lingua. Le lezioni sono molto chiare e ben progettate, e ammetto che gli espedienti di Duolingo con me funzionano (come un incantesimo!). Cerco davvero di sfruttare bene ogni piccolo attimo di tempo (in attesa di una chiamata in conferenza, in attesa di mia figlia alle lezioni di chitarra, e così via), quindi appena Duolingo mi invia un’e-mail, “Hai 5 minuti? Fai una lezione!” Io ci sono. Duolingo offre molti modi per consolidare ciò che si sta imparando: si può passare il mouse sopra una parola per sentirla pronunciata o per visualizzarne l’equivalente in Inglese.

Gli svantaggi: se si sta cercando di imparare una lingua per davvero (o più o meno per davvero), Duolingo ha anche alcuni aspetti negativi. In primo luogo, le lezioni sembrano essere meno varie e creative man mano che si progredisce nella scala. Inizialmente, il corso di Italiano coinvolgeva una vasta gamma di attività: tradurre dall’Italiano all’Inglese e dall’Inglese all’Italiano per iscritto; tradurre a vista frasi scritte in Inglese in Italiano parlato (con analisi della pronuncia), collegare le immagini con i loro sostantivi in Italiano, e così via. Ma, dal momento che ho fatto progressi, gli esercizi traducono in Inglese quasi esclusivamente frasi scritte in Italiano. Il che, se si traduce il Francese per vivere e si ha studiato un po’ di Spagnolo, non è poi così difficile, anche se non si ha la benché minima idea di come produrre quella frase in Italiano. Non è difficile indovinare che il verbo italiano “lavorare” significa “to work”, anche se non si ha la possibilità di farne uso in una frase. Quindi in questo senso, Duolingo aiuta a sviluppare le capacità di comprensione passiva più che le capacità di parlare in modo attivo.

Inoltre, la valutazione di Duolingo “You are X percent fluent in …”(n.d.T.”Tu hai padronanza dell’/ del… per l’X percento”) dà una sensazione molto gonfiata delle proprie abilità, a seconda di come la si considera. Come accennato in precedenza, Duolingo mi classifica con una padronanza dell’Italiano per il 40%. Se con ciò si intende che c’è il 40% di possibilità di comprendere un’espressione in Italiano o che io sono al 40% della conoscenza di base dell’Italiano … OK. Ma scommetto che molte persone che seguono i corsi di Duolingo interpretano tale percentuale come “Sono al 40% del percorso per parlare perfettamente questa lingua”, il che non è affatto così. Ad esempio, sulla base della mia esperienza, è impossibile che qualcuno che ha iniziato dallo 0% e raggiunto il 100% di padronanza, esclusivamente usando Duolingo, possa essere in grado di lavorare come traduttore da quella lingua.

Tuttavia, mi piace il fatto che Duolingo enfatizzi davvero la pratica costante e quotidiana e che le lezioni abbiano una durata che le rende assimilabili, senza percepire che la propria testa stia per esplodere. Esorterei altri traduttori a utilizzare Duolingo, per aumentare la padronanza discorsiva; è gratuito, divertente e molto coinvolgente nell’utilizzo.

Fonte: Articolo scritto da Corinne McKay e pubblicato il 07-12-2017 su thoughtsontranslation.com

Traduzione a cura di:
Dott. Alessandro Nicolini
Traduttore freelance EN˃IT / IT˃EN e RU˃IT / IT˃RU
Socio IATI, n. tessera 1259
Trento

Apprendere una lingua con Duolingo

 Categoria: Le lingue

Dal momento che molti traduttori sono, d’abitudine, studiosi di lingue – oltre alle nostre lingue di lavoro, sembra che cerchiamo sempre di apprenderne di nuove – ho pensato di fornire una breve panoramica della mia esperienza di studio dell’Italiano con Duolingo, un sito online gratuito per l’apprendimento linguistico. Se altri lettori hanno usato Duolingo, sarei interessata a dare ascolto alle vostre impressioni!

Le basi: Duolingo si promuove come “il modo più popolare al mondo per imparare una lingua“. È gratuito e si possono fare le lezioni sul sito web di Duolingo o tramite l’app. Attualmente vengono offerte 23 lingue (quelle che ci si aspetterebbe, oltre a sorprese come l’Esperanto e il Gallese) e il metodo per attirare interesse è che si studia la lingua con incrementi molto piccoli – ogni lezione richiede circa cinque minuti per essere completata. Duolingo è anche molto ludicizzato, dal punto di vista dei contenuti, che piaccia o meno questo tipo di cose. Si guadagnano premi e “lingotti” (tesoro virtuale che può essere riscattato per vari bonus sul sito), e si può anche seguire gli amici che studiano su Duolingo. Come molte altre piattaforme di apprendimento basate sul web, Duolingo offre una versione a pagamento senza pubblicità e consente di scaricare le lezioni per l’utilizzo offline. Gli aggiornamenti a pagamento vanno da 5,99 a 9,99 dollari al mese, a seconda di quanti mesi si sceglie di pagare in una volta.

Il mio scopo: ho iniziato il corso di italiano di Duolingo circa sei mesi fa, con l’obiettivo di riuscire a conversare in Italiano a livello base. Non aspiro a tradurre dall’Italiano. La mia famiglia ha fatto tre gite in bicicletta in Italia e uno dei miei (molti) grandi sogni è, un giorno, occuparmi di un qualche tipo di corso di musica in Italia, per approfondire i miei studi relativi al liuto (cosa posso dire … mi tiene lontano dalle preoccupazioni). Ho seguito i CD “Italian for Dummies” e ovviamente è utile l’esperienza full immersion quando si è in loco. Ma il mio obiettivo è piuttosto essenziale: essere in grado di conversare in Italiano con semplicità. Secondo Duolingo, ora ho padronanza dell’Italiano per il 40%; ne parlerò più approfonditamente in seguito.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Corinne McKay e pubblicato il 07-12-2017 su thoughtsontranslation.com

Traduzione a cura di:
Dott. Alessandro Nicolini
Traduttore freelance EN˃IT / IT˃EN e RU˃IT / IT˃RU
Socio IATI, n. tessera 1259
Trento

Il francese europeo e quello del Quebec (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Ciò che rende il quebecchese diverso
Prima di concentrarci sulle differenze tra il francese metropolitano e il quebecchese è importante sottolineare che per quanto riguarda lo scritto non c’è grande differenza tra queste due lingue. Sebbene esistano delle differenze nel vocabolario e nella semantica, i quebecchesi utilizzano la grammatica francese standard. Infatti leggendo un testo può risultare difficile sapere se sia stato scritto da un francese o da un quebecchese.

La differenza tra queste due lingue si applica nel linguaggio parlato. Le differenze maggiori si trovano nella pronuncia, nelle fattispecie nell’accentuazione di vocali e consonanti. Il francese quebecchese ha un timbro più intenso, a causa di una pronuncia più nasale. Risultato, alcune parole omofone in francese saranno pronunciate in maniera differente in quebecchese, come le parole “pâte” e “patte”.

Oltre alla pronuncia, nel quebecchese si fanno sentire le influenze della colonizzazione britannica e delle lingue amerinde ed inoltre, alcune parole che si sono sviluppate in Francia dopo la rottura con il Québec non si sono sviluppate in quebecchese.

Lista delle differenze tipiche tra francese e quebecchese
Le principali differenze che troviamo tra queste due lingue si rinvengono nel vocabolario e nel senso delle parole. Ecco qui alcuni esempi:

Quebecchese       Francese                       Inglese                 Traduzione

Achigan                Perche noire                  Black bass             Persico trota

Brunante              Crépuscule                     Dusk                     Crepuscolo

[1] Atoca              Canneberge                   Cranberry              Mirtillo rosso

[2] Carcajou         Glouton                         Wolverine             Ghiottone

Barrer                  Verrouiller                     To lock                 Chiudere a chiave

Traversier             Ferry/bac                      Ferry (boat)          Traghetto

Esistono anche parole che vengono utilizzate in entrambe le lingue ma che hanno un significato differente. Ad esempio un “dépanneur” è un negozio alimentari di quartiere in quebecchese, mentre in Francia “un depanneur” è una persona che esercita la professione di meccanico o elettricista.

Sotto certi aspetti, il quebecchese non è cambiato rispetto al francese che viene parlato nel Nord-Ovest della Francia da circa trecento anni. Il verbo “magasinier” è ancora utilizzato per indicare che si va a fare spese, mentre in Francia si preferirà usare l’espressione “faire du shopping”.

Il quebecchese possiede anche un vocabolario e delle espressioni peculiari del suo paese e della sua cultura. L’espressione “Baise-moué l’ail” (espressione volgare che in italiano suona tipo “baciami il culo”, ndt) che in francese si traduce letteralmente con “embrasse ma gousse d’ail” (“bacia il mio spicchio d’aglio”, ndt) non è che un esempio tra i tanti. La spiegazione più logica di questa espressione è che la parola “ail” indica una zona del corpo situata tra la parte bassa della schiena e la parte alta delle cosce, e fa quindi eco all’espressione inglese “kiss my ass”.Purtroppo fino ad oggi non è stata data nessuna spiegazione ufficiale all’utilizzo di questa espressione: la somiglianza tra le due parole? La loro forma? Chi lo sa.


[1]Questa parola deriva da un termine autoctono che significa “baie” (bacca)
[2]Questa parola deriva da un termine autoctono che significa “carcajou” (ghiottone)

Fonte: Articolo pubblicato il 2 settembre 2016 sul Lingoda Stories

Traduzione a cura di:
Fulvia Cascella
Traduttrice letteraria, editoriale, tv e cinema.
Roma

Il francese europeo e quello del Quebec

 Categoria: Le lingue

Il francese è una delle lingue ufficiali, anzi la lingua ufficiale, di 29 paesi in tutto il mondo. Tra i settantasette e i centodieci milioni di persone sono di lingua madre francese, mentre circa 190 milioni lo parlano come seconda lingua. Le previsioni riguardo al futuro della lingua francese nel mondo sono varie. L’organizzazione internazionale della francofonia ha pubblicato un pronostico che afferma che da qui al 2050 circa settecento milioni di persone parleranno il francese come prima lingua o come seconda lingua. Di questi settecento milioni, l’80% saranno abitanti del continente africano in cui la crescita è innegabile.

Dopo la Francia, è la provincia canadese del Quebec a possedere, ad oggi, il maggior numero di francofoni per nascita, e se vi aggiungiamo altre regioni di Canada e Stati Uniti ne risulta che l’8% della popolazione americana parla francese correntemente. Vista l’elevata concentrazione di francofoni nel Quebec questa provincia gioca un ruolo importante nella Francofonia ossia in quella comunità di paesi, organizzazioni, governi e gruppi di persone che parlano il francese quotidianamente o sul luogo di lavoro.

L’arrivo del francese in Canada
Per poter comprendere le differenze tra il francese parlato in Francia e quello parlato in Quebec (chiamato anche francese canadese o quebecchese) è necessario avere una visione di insieme del modo in cui la lingua francese è approdata in Canada. Tutto è cominciato quando il re Francesco I organizzò una spedizione al fine di trovare una rotta alternativa per raggiungere la Cina. Ma Jacques Cartier nel 1534 non giunse in Cina bensì sulla penisola della Gaspésie, oggi parte della provincia del Québec. Venne così fondata la Nouvelle France e cominciarono ad arrivare i coloni in America del Nord. La Nouvelle France conobbe il suo apogeo nel 1712 quando il suo territorio si estendeva a più della metà di ciò che oggi è conosciuto come Canada e Stati Uniti.

Gli eventi storici che si sono verificati in seguito possono spiegare le differenze che ora esistono tra il francese europeo e quello quebecchese. Innanzitutto, un attacco a sorpresa nel 1754 che ha dato luogo alla Guerre de la Conquête (Guerra della Conquista, ndt). Se a questo si aggiunge il fatto che gli inverni sono molto più rigidi in Canada che in Francia è comprensibile che la popolazione della Nouvelle France fosse molto più debole di quella delle 13 colonie americane e quindi più vulnerabile agli attacchi. In secondo luogo la Francia e la Gran Bretagna erano coinvolte nella guerra dei Sette Anni e questa ha portato al trattato di Parigi (1763) per il quale la provincia del Québec è passata sotto il regime britannico e ha quindi tagliato i ponti con la Francia.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato il 2 settembre 2016 sul Lingoda Stories

Traduzione a cura di:
Fulvia Cascella
Traduttrice letteraria, editoriale, tv e cinema.
Roma

Elogio della traduzione

 Categoria: Le lingue

In un mondo in cui la conoscenza, e il conseguente utilizzo della lingua inglese appaiono una necessità, un destino cui i popoli della Terra non possono sottrarsi, la traduzione diviene oggi, paradossalmente, strumento fondamentale della diversità e della differenza. L’importanza della lingua inglese, con tutta la sua vasta e nobile produzione letteraria, non è qui in discussione; l’inglese letterario è, infatti, espressione di una soggettività, di un gesto di riflessione individuale che, a partire da un’idea, realizza un’opera. Lo scrittore manipola, dispone, crea e ricrea la lingua, dotandola così di un carattere specifico e unico, ovvero di un’identità. Questa lingua è concreta, reale, si muove e si trasforma nella storia e nella realtà circostante, assume funzioni singolari, imprevedibili e contestualizzabili: in essa la diversità appare e costituisce molteplici forme.

Tuttavia, parallelamente a questo uso nomade dell’inglese, ve n’è un altro organizzato che sussume una pre-codificazione della lingua. Questa versione formattata dell’inglese è quella del business e dell’Università, nei quali la lingua non ha peculiarità determinate o speciali, ma soltanto scopi comunicativi prestabiliti, sicché ripetibili secondo lo stesso modus operandi. Chi si adopera ad apprendere codesto inglese finisce per non parlare (o scrivere) alcuna lingua, limitandosi piuttosto ad eseguire, acriticamente, degli insegnamenti astratti che sono, in realtà, lettera morta, parole vuote il cui senso sta nella mera esecuzione (o pratica) del codice linguistico. Soltanto nel rispetto di questi termini d’insensatezza linguistica l’inglese può essere esportato – come un vero e proprio pacchetto di parole pre-stabilite pronto al consumo linguistico. Non è, infatti, un caso che, nel mondo del commercio e della finanza, si ricorra, universalmente ovvero indipendentemente dalla lingua in uso, a parole inglesi (trend, business plan, marketing, etc.) che sono, invero, facilmente traducibili nella propria lingua.

Ciò significa che questo inglese è un’astrazione la cui sintassi non si evolve caoticamente nel tempo, bensì tende a stabilizzarsi in forme d’espressione fondamentalmente identiche e sistematiche. Questa inglesizzazione coatta del mondo moderno mette in serio pericolo la pluralità linguistica, vale a dire l’esistenza stessa delle lingue in quanto motore creativo della diversità culturale. I popoli devono poter preservare la loro identità linguistica e, al contempo, condividerla in un’ottica di scambio culturale da cui essi traggono dei vantaggi reciproci. Tuttavia, tale scambio non può certo essere mediato da un inglese astratto e pre-codificato, il quale, anziché favorire i rapporti tra le differenti culture, li limita imponendo forme di comunicazione artefatte che ostacolano l’interazione. Va allora da sé che solo la traduzione è in grado di promuovere uno scambio culturale autentico, nel quale, appunto grazie alla traduzione, la specificità di ogni lingua è conservata e condivisa allo stesso tempo.

Autore dell’articolo:
Luigi Sala
Ricercatore in ambito letterario e filosofico
Traduttore FR>IT – IT>FR
Bovisio Masciago (MB)

L’etimologia delle parole (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Conversione o cambiamento funzionale
Spesso delle nuove parole si formano cambiando la loro funzione grammaticale all’interno di una frase. Ad esempio, le innovazioni in campo tecnologico hanno trasformato in verbi alcuni sostantivi come: network (it. rete), Google e microwave (it. forno a microonde).

Trasferimento di nomi propri
Alle volte i nomi di persone, luoghi e cose diventano parole del vocabolario comune. Per esempio, il nome maverick (it. anticonformista) deriva dal nome di un allevatore americano, Samuel Augustus Maverick. Il sassofono prende il nome da Sax, il cognome di una famiglia belga del XIX secolo che costruiva strumenti musicali.

Neologismi o Processi Creativi
Di tanto in tanto, dei nuovi prodotti o dei procedimenti possono portare alla creazione di parole completamente nuove. Tali neologismi, di solito, hanno vita breve e non entrano mai in un dizionario. Tuttavia, alcuni hanno resistito, come per esempio i termini quark (it. quark), coniato dallo scrittore James Joyce), galumph (it. correre scompostamente), coniato dallo scrittore Lewis Carroll, aspirin (it. aspirina), che in origine era il marchio registrato, grok (it. groccare), neologismo coniato dallo scrittore Robert A. Heinlein.

Imitazione di suoni
Le parole possono essere create anche attraverso le onomatopee, ovvero imitando i suoni che sono associati ad esse, come ad esempio: boo (it. fischiare), bow-wow (it.bau bau), tinkle (it. tintinnio), click (it. clic).

Perché dovrebbe interessarci la storia delle parole?
Se l’etimologia di una parola non è la stessa della sua definizione, perché dovrebbe interessarci la storia delle parole? Ebbene, per prima cosa, capire come sono nate le parole può insegnarci moltissimo sulla nostra cultura. Inoltre, studiare la storia di parole a noi familiari ci può aiutare a capire il significato di parole sconosciute, arricchendo ulteriormente il nostro vocabolario.  Per concludere, le storia delle parole spesso può essere sia divertente, sia stimolante.  In breve, come direbbe un ragazzo, le parole sono divertenti.

Fonte: Articolo scritto da Richard Nordquist e pubblicato il 9 gennaio 2018 su ThoughtCo

Traduzione a cura di:
Cristina Manzotti
Traduttore freelance EN>IT
Roma (RM)

L’etimologia delle parole (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Da dove vengono le parole?
Le parole nuove sono entrate (e continuano a entrare) nella lingua inglese in molti modi diversi. Queste sono alcune delle modalità più comuni.

Prestito
La maggior parte delle parole usate nell’inglese moderno sono state prese in prestito da altre lingue. Anche se la maggior parte del nostro vocabolario deriva dal latino e dal greco (spesso passando attraverso altre lingue europee), l’inglese ha preso in prestito delle parole da più di 300 lingue diverse in tutto il mondo. Ecco alcuni esempi:

●  futon (it. futon), dalla parola giapponese che indica “biancheria da letto, lenzuola”
●  gorilla (it. gorilla), dal greco Gorillai, una tribù di donne pelose, forse di origine africana
●  hamster (it. criceto), dal tedesco dell’alto medioevo ‘hamastra’
●  kangaroo (it. canguro), dalla lingua aborigena di Guugu Yimidhirr, ‘gangurru’, si riferisce ad una specie di canguro
●  kink (it. piega), dall’olandese, significa “avvolto in una fune”
●  mocassin (it. mocassino), dal nativa americano, algonchino della Virginia, simile a ‘mäkäsn’ della tribù dei Powhatan e ‘makisin’ della tribù degli Ojibwa)
●  molasses (it. melassa), dal portoghese ‘melaços’, dal tardo latino ‘mellceum’, dal latino ‘mel’, (it. miele)
●  muscle (it.muscolo), dal latino ‘musculus’ (it. topo)
●  slogan (it. slogan), dallo scozzese ‘slogorne’, “grido di battaglia”
●  smorgasbord (it. rinfresco), dallo svedese, letteralmente, “tavolo di pane e burro”
●  whiskey (it. whiskey), dall’irlandese antico ‘uisce’ (it. acqua) e ‘bethad’ (it. “della vita”)

Ritaglio o abbreviazione
Alcune nuove parole sono semplicemente forme abbreviate di parole preesistenti, come, per esempio, indie (it. indie) da indipendente, exam (it. esame) da examination, flu (it. influenza) da influenza e fax (it. fax) da facsimile.

Combinazione
Una nuova parola può essere creata anche dalla combinazione di due o più parole preesistenti: fire engine (it. camion dei pompieri, letteralmente fuoco+motore) e babysitter (it. babysitter, letteralmente guardiano+bambino).

Fusione
Una fusione, detta anche parola composta, è una parola formata dall’unione di suoni e significati di due o più parole. Ad esempio, la parola moped (it. ciclomotore), deriva da mo(tor)+ped(al), in italiano  motore + pedale e brunch (it. brunch) da br (eakfast) + (l) unch, in italiano colazione + pranzo).

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Richard Nordquist e pubblicato il 9 gennaio 2018 su ThoughtCo

Traduzione a cura di:
Cristina Manzotti
Traduttore freelance EN>IT
Roma (RM)

L’etimologia delle parole

 Categoria: Le lingue

Le parole di uso comune e la loro incredibile origine

L’etimologia di una parola si riferisce alla sua origine e al suo sviluppo nella storia e cioè al primo utilizzo di cui siamo a conoscenza, al passaggio da una lingua a un’altra e ai cambiamenti nella forma e nel significato. Etimologia è anche il termine utilizzato nella linguistica per lo studio della storia di una parola.

Qual è la differenza tra una definizione e un’etimologia?
Una definizione ci spiega il significato di una parola e il suo utilizzo nel nostro tempo.
Un’etimologia ci spiega da dove viene una parola (spesso, ma non sempre, viene da un’altra lingua) e quale era il suo significato.

Per esempio, secondo l’American Heritage Dictionary of the English Language, la definizione della parola ‘disastro’ è “un avvenimento che provoca una vasta distruzione e angoscia, una catastrofe o una grave disgrazia”. Ma l’etimologia della parola ‘disastro’ ci riporta indietro nel tempo, quando le persone comunemente ritenevano che gli astri fossero responsabili di grandi disgrazie.

La parola ‘disastro’ apparve per la prima volta, in inglese, nel tardo XVI secolo, giusto in tempo per essere utilizzata da Shakespeare nella tragedia del Re Lear. È giunta a noi passando attraverso l’antica parola italiana ‘disastro’, che significava “sfavorevole alle proprie stelle”.

Questa sensazione di calamità è più facile da capire se analizziamo la radice latina della parola ‘astrum’, che compare anche nella nostra moderna astronomia come ‘stella’. Con il prefisso latino negativo dis-(lontano) aggiunto ad astrum (stella), la parola (in latino, italiano antico e francese medievale) esprimeva l’idea che potesse capitare una catastrofe sotto “l’influenza maligna di una stella o di un pianeta” (definizione che, oggi, il dizionario ci dice essere obsoleta).

L’etimologia di una parola è la sua reale definizione?
Niente affatto, anche se a volte le persone cercano di portare avanti questa teoria. La parola ‘etimologia’ deriva dalla parola greca ‘etymon’ che significa “il vero senso della parola”. Ma, in realtà, il significato originale di una parola spesso è diverso dalla sua definizione contemporanea.

I significati di molte parole sono cambiati nel tempo e quelli vecchi possono diventare insoliti o scomparire completamente dall’uso quotidiano. La parola ‘disastro’, per esempio, non significa più “influenza maligna di una stella o di un pianeta”, così come ‘considerare’ non significa più “osservare le stelle”.

Prendiamo un altro esempio. La nostra parola inglese ‘salario’ è definita dall’American Heritage Dictionary come il “compenso prefissato pagato e versato regolarmente ad una persona per dei servizi”.  La sua etimologia può essere fatta risalire 2.000 anni fa a ‘sal’, parola latina che significa “sale”. Dunque, qual è la connessione tra sale e salario?

Lo storico romano Plinio il Vecchio ci racconta che “a Roma, un soldato era pagato in sale” il quale, ai tempi, veniva ampiamente utilizzato come conservante alimentare. Alla fine, la parola ‘salarium’ finì per significare uno stipendio pagato in qualsiasi forma, di solito in denaro. Ancora oggi l’espressione “worth your salt” (letteralmente “che merita il sale”) indica che si sta lavorando sodo per guadagnarsi lo stipendio. Tuttavia, questo non significa che ‘sale’ sia la reale definizione di ‘salario’.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Richard Nordquist e pubblicato il 9 gennaio 2018 su ThoughtCo

Traduzione a cura di:
Cristina Manzotti
Traduttore freelance EN>IT
Roma (RM)

Prestiti, calchi ed evoluzione delle lingue (2)

 Categoria: Le lingue

<Prima parte di questo articolo

In quanto traduttore e appassionato di linguistica, la mia opinione è che i prestiti non siano né positivi né negativi. Devo però fare una piccola premessa: nell’ambito della traduzione, a maggior ragione se letteraria o audiovisiva, ritengo sia giusto adoperare un italiano quanto più corretto possibile, ovvero privo di tutti quei termini (anglicismi, gallicismi, ecc.) nati da errori o interpretazioni sbagliate e che vengono ancora considerati tali. Questo per una questione di etica lavorativa: se viene richiesto un testo in italiano corrente, infarcirlo di calchi dall’inglese porta a un lavoro sciatto e poco comprensibile.

Ovviamente il doversi attenere a ciò che è considerato errore nel momento presente implica che lo stesso testo tradotto a distanza di cinquant’anni potrà avere termini molto diversi al suo interno. E questo mi porta al secondo punto.
I prestiti sono sempre esistiti. Al netto di casi isolati come l’islandese, sono un fenomeno inevitabile, per il semplice motivo che le lingue si influenzano a vicenda nel tempo e nello spazio. Oggi ci preoccupiamo degli anglicismi, ma lo stesso inglese è una lingua molto diversa da quella che veniva parlata nelle Isole Britanniche mille anni fa. Molti termini inglesi sono il risultato dell’invasione e della dominazione danese del IX-X secolo: sky (cielo) deriva dal norreno ský, così come la terza persona plurale they (norreno þeir), egg (uovo, da eggr), knife (coltello, da knifr), low (basso, da làgr) e sick (malato, da syk). Per non parlare degli effetti della conquista franco-normanna dell’XI secolo: si stima oggi che quasi il 40% del lessico inglese sia di origini francesi.

Anche la nostra lingua ha un buon numero di termini germanici, principalmente franchi e longobardi, introdotti nel latino volgare e divenuti poi italianissimi: ricco deriva dal lon(go)bardo *rihhi, così come guancia da *wankja, mentre guardare deriva dal franco *wardon; dal franco provengono anche orgoglio (*urgol), guarire (*warjan), biondo (*blund), blu e schifo (*blao e *schiu, passati attraverso il francese “blue” e “eschiu”). In tempi più recenti, la bistecca ci è giunta dall’inglese “beefsteak” (fetta di manzo, “steak” a sua volta un calco dal norreno “stejk”), mentre il ragù dal francese “ragout”. Per tacere di termini giunti dall’arabo, come albicocca, arsenale, dado e melanzana.
Non tutti i prestiti diventano termini di uso comune. Alcuni rimangono relegati a settori specialistici, altri non riescono a soppiantare termini già esistenti. È innegabile, però, che molti vengono accettati, spesso inconsciamente, dai parlanti. Ciò che oggi è considerato strano o straniero domani sarà italiano corrente.

Autore dell’articolo:
Davide Tessitore
Traduttore Freelance
Torino

Prestiti, calchi ed evoluzione delle lingue

 Categoria: Le lingue

Prestiti e calchi sono due fenomeni linguistici attraverso i quali una lingua si arricchisce di nuovi termini, letteralmente prendendoli da un’altra.

Nel caso del prestito il termine viene normalmente utilizzato con l’ortografia e la pronuncia che ha nella lingua d’origine, per quanto lievi cambiamenti possano sopraggiungere nel corso del tempo. È il caso di molti termini inglesi legati al mondo dell’informatica, come email, chat, mouse e computer.
Nel calco, invece, il termine viene  tradotto alla lettera o adattato secondo i parametri della lingua d’arrivo, formando una nuova parola che, almeno all’inizio, può suonare strana ai parlanti di quella lingua. Ne sono esempi parole come grattacielo (dall’inglese skyscraper), fine settimana (da weekend), ingaggiare (dal francese engager). Non è raro l’uso improprio di alcuni termini: in tempi recenti si è diffuso “realizzare” per intendere “rendersi conto”, un calco dall’inglese “to realise”.

I motivi per prendere in prestito un termine sono molteplici: mancanza di una parola per esprimere un dato concetto, prestigio sociale, influenza culturale. Quest’ultima è da intendersi sia in senso qualitativo che quantitativo: in Italia è pervasivo il fenomeno del “doppiaggese”, cioè dell’italiano dei film doppiati, spesso condito con calchi e termini tradotti in modo improprio, come gli onnipresenti “eccitato” per intendere “esaltato, entusiasta” (da “excited”) e “forzare” per intendere “obbligare” (da “to force”). Fenomeno che, data la quantità di film disponibili al pubblico, condiziona inevitabilmente la lingua quotidiana.

Prestiti e calchi sono un fenomeno negativo? La questione è vecchia quasi quanto l’italiano e continua a dividere addetti ai lavori e non. C’è chi dice che portano a un impoverimento della lingua, che si vede privata di ottimi termini in favore di forestierismi; c’è chi afferma che al contrario i prestiti arricchiscono una lingua; infine c’è chi si trova un po’ spaesato nell’usare termini che a stento riesce a leggere.

Seconda parte di questo articolo >

Autore dell’articolo:
Davide Tessitore
Traduttore Freelance
Torino

Russo e italiano: uno sguardo contrastivo (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

I verbi di moto
Il movimento rappresenta un altro aspetto della lingua russa particolarmente ostico. Se in italiano la frase “Vado al cinema” non presenta apparentemente alcun problema traduttivo e, anzi, sembra una frase da livello A1, non è altrettanto vero se si tenta di tradurla in russo. Bisogna, infatti, tener conto di diverse varianti, dato che il russo designa per lo stato e il movimento un numero ingente di verbi. Occorre dunque tenere presente se intendiamo esprimere un movimento a bordo di un mezzo o a piedi, tenere in considerazione l’aspetto (se è un’azione reiterata oppure no) e la natura stessa del movimento: di uscita, entrata, centripeto/centrifugo, allontanamento, avvicinamento o, ancora, focalizzarsi sull’intenzione potenziale per eseguirlo.

Sicuramente molto arduo è riuscire a incastrare l’aspetto idoneo alla situazione con il verbo con significato semantico corretto. I verbi di moto si dividono inoltre in verbi di moto senza e con prefisso, dove il “prefisso”, in genere, veicola proprio il modo in cui il movimento dovrebbe compiersi. Fortunatamente esistono a volte alcune “scorciatoie” per evitare l’utilizzo di verbi di moto, quando non ci si sente particolarmente coraggiosi, sostituendoli con il verbo essere, ma sono casi singoli. In tutti gli altri casi occorre quindi esprimere con esattezza in base alle categorie enunciate il movimento, che in italiano viene sì espresso con altrettanta chiarezza ma sviluppando spesso la frase in modo analitico e non sintetico come il russo.

La frase italiana “vado a casa” ha quindi due formulazioni possibili in russo:

Я иду домой -> vado a casa a piedi
Я еду домой -> vado a casa con un mezzo

Nota interessante. In italiano dire “vado a casa a piedi” è in realtà una specificazione ulteriore che indicherebbe una specificazione, dovuta ad una domanda precedente, o ad un bisogno di specificare come ci si intende recare alla propria abitazione. Mentre quindi il verbo russo, che reca in sé sia il movimento che il modo, è assolutamente “standard”, per noi la frase standard sarebbe semplicemente “vado a casa”, senza bisogno di specificare ulteriormente come si intende andare (fortunatamente, talvolta, i russi si prendono anche questa libertà e utilizzano il primo verbo).

Ci sono poi particolarità da emicrania. Se occorre esprimere la frase “Passa il tram n. 10” (titolo anche di un cartone animato russo!) bisognerà dire “Шел трамвай десятый номер”, dove il verbo шел è normalmente utilizzato per il moto a piedi. Un po’ strano quindi per noi l’utilizzo del verbo che indica il camminare per il movimento del tram (vale per qualsiasi mezzo di trasporto terreno), quasi ad indicare che il tram in questione si “sposta a piedi” tra una fermata e l’altra. Sono proprio queste particolarità a rendere questa lingua così affascinante, a volte anche così lontana da noi.

Alla luce dei problemi traduttivi trattati il russo si riconferma una lingua davvero impegnativa quando la si traduce in una lingua come l’italiano e occorre fare spesso scelte traduttive che richiedono una dosa abbastanza generosa di creatività e coraggio. Il rischio è infatti, da una parte di mantenere la struttura russa/slava traducendo in modo poco naturale e quindi stentato il testo, ma dall’altra è anche quello di proporre soluzioni ardite che si discostano troppo dal senso dell’originale, rischiando di deformarlo. In particolare, la difficoltà dei verbi di moto rischia di trasformare la traduzione italiana in un testo eccessivamente pedante, con specificazioni avverbiali (traducenti del verbo russo che spesso non ne ha bisogno perché ha già in sé tutti i significati, come quello aspettuale, del verbo) che rendono poco scorrevole il testo di arrivo.

Si rivela utile consultare in questi casi un dizionario fornito di una serie dettagliata di esempi per le parole che si desidera tradurre in modo da potersi confrontare con traduzioni professionali che possono dare una risposta ai propri dubbi. Un ottimo dizionario, per questo fine, è sicuramente il Kovalev.

Autore dell’articolo:
Fabio Ramasso
Traduttore freelance DE, ENG, RU > IT
Bra (CN)

Russo e italiano: uno sguardo contrastivo (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Nella lingua odierna quando si vuole tradurre dall’italiano al russo una qualunque proposizione con predicato nominale, occorre, quindi, riflettere attentamente. Il traduttore italiano si trova a dover sviluppare una frase che, in russo, è sintatticamente molto breve e manchevole di un elemento fondamentale della lingua italiana. L’omissione del verbo viene talvolta sostituita da una forma verbale di registro più colto, cioèявляться, particolarmente ostico da tradurre: talvolta traducibile come rappresentare; scelta vincente, questa, perché anche in italiano è un verbo più elegante rispetto a essere.
C’è poi un’altra possibilità di localizzazione per la frase di Tarzan che evita completamente la copula grammaticale: ed è l’uso dei pronomi possessivi. Si potrebbe quindi tradurre così: мой Тарзан, твой Джейн, lasciando in questo modo la frase “a mezzo”.

L’aspetto verbale
Altra questione molto complessa della lingua russa, ai fini traduttivi, è l’aspetto verbale. In italiano l’aspetto è espresso attraverso l’uso dei differenti tempi verbali ma non ha valore di marca grammaticale come in russo, tranne in rarissime eccezioni come la coppia verbale saltare (pf.) e saltellare (impf.) che ricorda approssimativamente le coppie perfettivo/imperfettivo dei verbi russi (dalle quali si generano ulteriori forme perfettuali).

In italiano gli unici tempi verbali che suggeriscono un’idea esatta di aspettualità sono il passato prossimo (perfettivo) e l’imperfetto (imperfettivo). Per esprimere l’aspetto negli altri tempi viene usata la perifrasi. Esempi:

inizio a fare, finisco di fare (perfettivi dell’imperfettivo fare)

Nelle lingue slave il tempo e l’aspetto sono sempre rappresentati distintamente; mentre qualsiasi differenza è andata perduta nelle lingue neolatine e germaniche, nelle quali le forme del tempo verbale rappresentano sia il tempo che l’aspetto. Per esempio, “ho corso” esprime normalmente sia il tempo passato prossimo che l’aspetto perfettivo (un’azione descritta come compiuta), mentre “sto correndo” esprime generalmente sia il tempo presente che l’aspetto imperfettivo (un’azione descritta come in corso di svolgimento).

Se quindi in russo abbiamo la coppia aspettuale standard читать/прочитать dove il primo esprime l’imperfettivo e il secondo il perfettivo, l’italiano sviluppa l’aspettualità del verbo attraverso la scelta del modo verbale. Ad esempio: я читаю сейчас si tradurrebbe con “sto leggendo adesso” e non solamente come “leggo adesso”, sottolineando così efficacemente la progressività della forma imperfettiva, accentuata nella frase russa dall’avverbio сейчас.

Terza parte di questo articolo >

Autore dell’articolo:
Fabio Ramasso
Traduttore freelance DE, ENG, RU > IT
Bra (CN)

Russo e italiano: uno sguardo contrastivo

 Categoria: Le lingue

Il russo, ahimè, è una lingua difficile. Normale avere inizialmente un po’ di sconforto. La lingua russa è infatti particolarmente complessa soprattutto per chi è di madrelingua italiana (e per chiunque la cui madrelingua afferisca al ceppo delle lingue romanze), dato che molte strutture morfo-sintattiche della lingua slava non sono presenti nella lingua italiana, e viceversa. Ecco quindi cosa significa affrontare una traduzione russo-italiano: prospettive differenti, concetti di spazio/tempo totalmente disuguali e parole, a volte, completamente estranee; soprattutto considerando il fatto che la lingua russa, a differenza di quella italiana, è più restia ad accettare vocaboli inglesi e internazionali. Vi è quindi l’aggettivo интернациональный (internazionale) ma anche l’usatissimo международный (una fusione letterale dei termini russi inter+nazionale), la parola è infatti un calco dell’originale.

Nel momento in cui il traduttore italiano si deve confrontare con un testo russo, di qualunque tipologia esso si tratti, deve essere conscio di una serie di problematiche che incontrerà durante il processo traduttivo, le quali rendono la traduzione dal russo verso l’italiano, spesso, una vera e propria ricostruzione. Vale ovviamente anche il contrario. Al traduttore, artigiano della parola, tocca smantellare i sintagmi della lingua source per approdare efficacemente alla lingua target, districandosi tra proposizioni grammaticalmente molto diverse da quelle della struttura morfo-sintattica dell’altra lingua, dovendo molto spesso enunciare esplicitamente più di quello che il testo iniziale dice, altre volte meno, dovuto principalmente al fatto che la lingua russa è flessiva; ma non solo.

Di seguito, vorrei individuare tre grandi discrepanze tra le due lingue, mettendo soprattutto in luce le principali difficoltà di un traduttore italiano, ma tentando, al contempo, di proporre qualche soluzione; alcune linee guida per tentare di rendere questa meravigliosa lingua meno insidiosa e più accessibile, soprattutto a chi si avvicina ad essa per la prima volta. Ecco dunque una sorta di “prontuario” delle situazioni a rischio, le più cavillose della lingua russa.

Il verbo быть, la sua omissione all’indicativo presente e la sua forma есть

“You Jane, me Tarzan.”
“Tu Jane, io Tarzan.”
«Ты есть джейн, я есть Тарзан. »

Iniziamo dall’esempio sopra citato. Una frase così semplice, problemi così complessi. Se la traduzione dall’inglese verso l’italiano non presenta particolari problemi, la resa traduttiva verso il russo è particolarmente ardua ma il risultato finale può essere reso in diversi modi, tutti abbastanza efficaci. Vediamo quindi come rendere questo parlato errato e primitivo, il “tarzanese” nella lingua russa, ove l’assenza del verbo essere è norma comune e la sua mancanza non è avvertita come stranezza come avviene nella lingua inglese e in quella italiana. Tutt’altro: è la norma. Le due lingue, infatti, sfruttano il verbo essere/to be come un verbo pieno, la cui funzione in quanto copula è sempre da esplicitare in situazioni standard, fatta eccezione per contesti giornalistici in cui l’uso della frase nominale è una marca stilistica ben precisa. Ma nella lingua russa il verbo essere ha invece una caratteristica più complessa.

Быть ha innanzitutto una coniugazione oggi ormai antiquata: solo есть (singolare) è di uso corrente ed è la forma per indicare diversi costrutti grammaticali tra cui “avere” (у меня есть) e la forma italiana “c’è/ci sono” (in inglese “there is/there are”). Il verbo “avere” in russo si traduce quindi letteralmente come “Presso di me c’è” invertendo la consueta prospettiva romanzo/germanica (io ho/I have) e mettendo a focus ciò che viene posseduto e non il suo possessore. L’antico russo (o meglio, l’antico slavo) godeva però di una coniugazione completa: я есмь, ты еси, он/она/оно есть, мы есме, вы есте, они суть. Il verbo essere in russo odierno risulta tuttavia difettivo e utilizza, come dicevamo poc’anzi, esclusivamente la terza persona singolare. La frase pronunciata da Tarzan, in russo, è quindi un esempio riuscito di localizzazione: rende infatti molto bene l’aspetto “esotico” del “tarzanese”; lingua, questa, non tanto errata o confusa, ma frammentata e imperfetta.

Seconda parte di questo articolo >

Autore dell’articolo:
Fabio Ramasso
Traduttore freelance DE, ENG, RU > IT
Bra (CN)

La denuncia della Crusca (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

A colpo d’occhio | Uso e disuso della lingua inglese ad opera degli italiani

In Italia si usano sempre più termini anglosassoni nella vita di tutti i giorni, anche quando esiste un equivalente nostrano perfettamente accettabile.

Molti di questi provengono dal mondo degli affari e della tecnologia, come “strategy”, “meeting”, “spending review”, “jobs act” e “budget”. Ma il significato di alcuni viene storpiato quasi al di là dell’immediato riconoscimento.

Ecco alcuni esempi di termini infiltrati nella lingua italiana che hanno stranamente mutato il loro significato originale:

“Smoking”– usato per indicare un abito maschile formale o da sera
“Water”– usato per indicare un gabinetto o un lavabo
“Sexy shop” – al posto di sex shop
“Pullman” – per indicare un autobus
Footing”–interpretato come jogging o corsa
“Lifting”– per indicare un’operazione chirurgica al viso
“Mister” – usato per definire un allenatore di calcio
“Outing”– l’atto di dichiararsi omosessuale
“Big” – per definire un alto dirigente politico o aziendale
“Baby gang”– non un gruppo di neonati, ma una banda di giovani delinquenti, vandali o criminali

I termini ibridi nati da un italiano inglesizzato stanno emergendo con sempre più frequenza. Un esempio lampante di questa bizzarra attitudine linguistica è il verbo chattare, un termine inventato di sana pianta e preso dal corrispettivo in inglese“to chat”, che ha scavalcato così l’equivalente in italiano, cioè il verbo chiacchierare.

Molti dei nuovi anglicismi sono legati al mondo di Internet – per esempio, dall’inglese “to post” si ricava un altro ibrido storpiato, da cui emerge il termine “postare”, cioè pubblicare un commento o una foto. Poi ancora abbiamo: “mouse”, per indicare l’aggeggio che guida il cursore, “selfie”, “spread”, “car sharing”, “e-book” e “spending review”.

“Se continuiamo così, l’italiano sarà svanito nell’anno 2300. Al suo posto parleremo solo l’inglese”, ha dichiarato il professor Marazzini al quotidiano La Stampa.

I giovani italiani lottano per padroneggiare l’uso del congiuntivo – la forma del verbo che suggerisce che qualcosa potrebbe accadere – e alcuni lo stanno abbandonando del tutto.

Persino il tempo futuro è stato sostituito dal tempo presente. “I giovani, in particolare, tendono ora più che mai a dire  ‘Domani vengo a casa tua’  piuttosto che  ‘Domani verrò a casa tua’ ” – dice il professor Marazzini.

Un politico di alto profilo, indicato come futuro primo ministro, è stato ampiamente deriso pochi giorni fa per non aver afferrato la forma corretta del congiuntivo in un tweet scritto da lui.

Luigi Di Maio, una stella nascente all’interno del Movimento alternativo dei Cinque Stelle, ha sbagliato non solo una volta, ma tre, e ha dovuto ripetutamente correggersi nei messaggi successivi su Twitter e Facebook. In un post sulla sicurezza informatica, è inciampato più volte sul verbo “spiare”.

“Guarda, ti pagherò il doposcuola per prendere lezioni di grammatica settimanali  – gli ha scritto un altro utente – ma ti prego, basta!”

Fonte: Articolo scritto da Nick Squires e pubblicato il 17 gennaio 2017 sul sito del Telegraph

Traduzione a cura di:
Cristina Scarcia
Traduttrice
Lecce

La denuncia della Crusca

 Categoria: Le lingue

L’Accademia della Crusca denuncia: la lingua italiana è sotto assalto dal crescente numero di anglicismi, l’uso sconsiderato dei verbi ed un lessico impoverito.

Secondo il più illustre istituto linguistico del paese, l’italiano è messo in pericolo da un’ondata crescente di parole inglesi, l’abbandono dei tempi verbali e l’uso di un vocabolario sempre più ristretto, rischiando addirittura l’estinzione.

La nobile lingua di Dante e del Petrarca procede dunque verso un inesorabile involgarimento, man mano che i giovani rinunciano ad esprimersi attraverso i tempi del congiuntivo e del futuro, seminando piuttosto un linguaggio quotidiano alquanto semplicistico condito di anglicismi, anche dove ci sono alternative perfettamente adeguate nella loro lingua madre; è quello che afferma l’Accademia della Crusca, l’antica istituzione che custodisce la purezza dell’idioma italico.

“C’è stato un grande aumento nel numero di parole ed espressioni straniere e la tendenza continuerà, soprattutto con le parole inglesi”, ha dichiarato il professor Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia, fondata a Firenze nel 1582. “Ci stiamo dirigendo verso un italiano molto scarso. ”

Migliaia di parole sono a rischio di estinzione perché non vengono più utilizzate nel discorso quotidiano, afferma il professore. Tra queste includiamo: “accolito” (attendente, tirapiedi), “maliardo” (stregato), “tremebondo” (tremulo, tremante), “zufolare” (fischiare), e “abbindolare” (prendere in giro, farsi prendere per il naso).

Nel momento in cui gli italiani usano la parola “location”, stanno effettivamente uccidendo tre equivalenti nella loro lingua allo stesso modo efficaci, come luogo, sito e posto.

Quando il governo istituì una mezza dozzina di centri di accoglienza nel sud Italia per accogliere le decine di migliaia di migranti che fluivano attraverso il Mediterraneo dalla Libia, li chiamò “hot spots” invece di usare il termine italiano “centro d’accoglienza” – una decisione che è stata criticata dall’Accademia della Crusca.

Gli italiani sono stati più inclini ad adottare parole ed espressioni straniere, forse perché il paese fu fondato solo nel 1861 e il senso di nazionalità e orgoglio nazionale è inferiore a quello della Francia o della Spagna, ci fa sapere l’Accademia.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nick Squires e pubblicato il 17 gennaio 2017 sul sito del Telegraph

Traduzione a cura di:
Cristina Scarcia
Traduttrice
Lecce

La linea sottile del bilinguismo

 Categoria: Le lingue

Il “dilemma” di cui vi parlerò oggi appartiene principalmente a chi, come me, va via dal suo paese, con l’illusione di riuscire a sentirsi come a casa anche nel paese al quale sta emigrando. Lo affronto fra traduttori perché mi è capitato di sentirmi dire che i madrelingua che vivono in un altro paese tendono a dimenticarsi la loro lingua e quindi smettono di essere bravi a scrivere, il che a me sembra assurdo e contraddittorio.

L’italiano non è la mia lingua madre, di fatto l’ho imparato dopo i 20 anni e non è che non parli o usi lo spagnolo, ci lavoro tutti i giorni scrivendo e pensando in spagnolo, ma quando devo scrivere qualche appunto, qualche pensiero veloce uso irrimediabilmente l’italiano.

Ho capito che avevo fatto mia questa bellissima lingua quando ho cominciato a sognare in italiano.

Il processo di apprendimento delle lingue ha diversi step, anche dal punto di vista accademico. In sintesi, prima cerchi di riconoscere le lettere e i suoni in quella lingua, poi impari a leggerli, a capirli, ma ancora non riesci a parlare. Poi cominci a parlare facendo un ponte immaginario nel cervello da una parola nella tua lingua a quella corrispondente nella lingua di destino, poi invece cominciano a venire in automatico le parole senza dover passare per la tua lingua e lì riesci anche ad articolare un discorso lungo e profondo. Ma secondo me c’è un passo in più, quello in cui ti senti talmente comodo che “preferisci” sognare in quella lingua.

Vi ricordate Antonio Tabucchi? Lui amava il portoghese, lo amava così tanto che alcuni libri ha preferito scriverli direttamente in portoghese, perché, come me, e tanti altri, ha fatto sua una lingua che non conosceva dalla nascita ma che ha studiato, vissuto e l’ha fatto innamorare.

È qui dove voglio arrivare. Non possiamo chiamarci bilingue se rispettiamo chiaramente il concetto di bilinguismo, ma abbiamo fatto nostra un’altra lingua senza abbandonare la nostra lingua madre e, a mio avviso, il fatto di aver incorporato così profondamente quella nuova lingua non fa che parlare bene di noi e della nostra capacità di linguaggio e di apprendimento.

Autrice dell’articolo
Lourdes Miranda
Traduttrice e Localizzatrice
Assisi

Bilinguismo e personalità

 Categoria: Le lingue

Tra i vari aspetti del bilinguismo è necessario sottolineare come non sia solo la nostra percezione del mondo, del tempo o dei colori a cambiare, ma addirittura l’intera personalità di un individuo e, con essa, la propria gestualità, il tono della voce e molti altri aspetti. Le persone bilingui sono inconsapevoli di molte conoscenze intrinseche di una seconda lingua: così come si apprende involontariamente il background culturale, anche la personalità si modifica per meglio adattarsi alle caratteristiche culturali della lingua parlata in quel dato momento. Non solo, ma anche le differenze grammaticali, ancora una volta portano a ragionare in maniera completamente differente: il russo dispone di un articolato sistema di verbi in grado di rendere subito l’idea di un’azione ben precisa nella mente di chi ascolta, mentre non è possibile fare altrettanto in italiano, lingua che implica di ricorrere a vari stratagemmi per poter rendere l’idea originale e mantenere l’accuratezza di ogni forma verbale della lingua russa. Si tratta di un semplice esempio per meglio spiegare ogni aspetto in grado di modificare sia la propria percezione del mondo, tanto quanto la propria personalità. Inchinarsi coi giapponesi, non sorridere coi russi, salutarsi con una stretta di mano in Scandinavia sono solo alcuni esempi di differenti background culturali che portano a chi presta attenzione (o chi lo vive quotidianamente) a modificare inconsciamente il proprio agire in funzione della lingua e quindi del parlante a cui ci si trova di fronte.

Queste norme sociali infatti non dipendono esclusivamente dall’evoluzione di una particolare società, ma sono essenzialmente correlate al principio di azione di una lingua piuttosto che un’altra. Chiaramente, in un contesto del genere, intervengono moltissimi fattori; la lingua rappresenta pertanto solamente uno di questi fattori chiave, ma non si deve comunque escludere a priori la lingua quando si analizza una società e, in particolare, la cultura ad essa correlata. ‘Impara una nuova lingua e avrai una nuova anima’ recita un proverbio ceco, a sottolineare come effettivamente esista una correlazione tra lingua parlata e personalità, perché ‘la personalità è individuale, ma non la sua percezione’, determinata in questo caso dalla lingua che si parla e dalla percezione che abbiamo delle altre persone. Tuttavia bisogna ricordare quanto il contesto in cui ci si trova sia fondamentale per determinare l’approccio di una persona, piuttosto che di una lingua, ovvero come le sfumature di un carattere possano passare in secondo piano se una determinata situazione lo richiede, benché molto dipenda anche da diversi fattori quali carattere personale, padronanza della lingua e molti altri.

Autore dell’articolo:
Giorgio Richetta
Interprete e traduttore
Torino

L’orrore quotidiano di chi conosce l’inglese

 Categoria: Le lingue

In quanto traduttore e specialmente insegnante di inglese, non sono mai mancati gli sguardi di ammirazione una volta appreso quale fosse il mio mestiere, da parte di amici, conoscenti e saltuari sconosciuti vari, ma una cosa li ha accomunati tutti: la frase ammirata che mai muta, nemmeno nelle virgole:

“Uh, come ti invidio! Piacerebbe un sacco anche a me saperlo così bene!”

Ovviamente detto sempre e comunque con quella punta di malinconia che dovrebbe farmi capire che proprio lo desidererebbero tanto, ma i loro gravosi impegni (che siano da dirigente, operaio o casalinga) li hanno sempre ostacolati nel conseguimento del tanto agognato obiettivo. Ovviamente i loro occhi diventano sognanti e per quei pochi secondi vedono loro stessi alla ribalta e alla conquista di tutto ciò che non hanno mai potuto fare, perché quello e soltanto quello è il motivo per cui sono così spesso ancorati sul divano a cibarsi di grande fratello.

Solo a quel punto mi lascio andare al più grande sorriso di circostanza di cui sia capace e mi abbandono anche io al mio solito: “beh, se ti interessa fai sempre in tempo a imparare”.

Quello è il preciso momento in cui il malcapitato interlocutore ha improvvisamente la più grande delle epifanie e, come colpito da un fulmine, realizza che nessuna lingua è un dono celeste e che forse per impararla serviranno dedizione, sforzi e soprattutto tempo.

Ma non è questo ciò fa venire i mancamenti a un insegnante.

La vera sfida la offrono coloro che credono di saperlo o che, più semplicemente, ripetono a pappagallo parole sentite da altri, perché ricordiamolo, se lo abbiamo sentito dire da qualcuno, allora deve essere giusto. È anche vero che esiste una aggravante che vale per molti: dire parole a caso in inglese fa sentire fighi, specialmente nelle aziende. Non a caso alcune delle mie lezioni nelle suddette aziende sono state interrotte da un capoufficio che sollecitava l’impiegata di turno a mandargli i forecast per il briefing del meeting sui nuovi trend (ovviamente pronunciando ogni parola esattamente come è scritta, tranne la più celebre meeting). Nella speranza di poter ottenere uno sporadico momento di consapevolezza o di autocritica, ho sempre cercato di ritagliarmi il tempo per spiegare che va bene se vogliono usare una parola inglese come forecast (anche se giuro che ne abbiamo una equivalente italiana), ma che almeno potrebbero sforzarsi a pronunciarla come si deve. /ˈfɔːˌkɑːst/

Nella maggior parte delle occasioni mi bastano un cavallo, un succo e una manciata di neve per scatenare il panico. Perché se soltanto ho l’ardore di dire loro che non si pronunciano ORS, JUIS e ZNOU, come hanno fatto per tanti anni, si affretteranno su di me gli sguardi di chi già mi considera pazzo. Per fortuna in mio soccorso arrivano siti e strumenti che spiegano o addirittura leggono la pronuncia, perché solo allora smetterò di essere accusato di presunzione e dovrò solo farmi strada tra “ma io l’ho sempre sentito dire così” e “la prof a scuola non ci ha mai corretto”.

La morale di tutto questo? Quando si tratta di parole inglesi (o per estensione di qualunque lingua straniera) abbiate il coraggio di dubitare, anche di quelle banalità che nella vita vi sono sempre sembrate certezze.

Autore dell’articolo:
Luca Franceschini
Insegnante/Traduttore EN>IT
Reggio Emilia

Il modo migliore per imparare una lingua (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Il risultato? Quando ho iniziato a parlare russo la mia idea di perfezione si è lentamente sgretolata e il mantra “pensa prima di parlare” è diventato un’abitudine, un ostacolo. Ero bloccata, sudavo freddo, avevo troppe cose da collegare prima di poter aprire bocca. Pensavo che non ce l’avrei mai fatta e con questa idea ho trascorso i primi due anni di università. Poi, improvvisamente, all’inizio del terzo anno, ci hanno comunicato l’arrivo di alcuni studenti e docenti russofoni, che avrebbero trascorso con noi l’intero anno accademico. In più, uno dei docenti, Vasilij, ci avrebbe dato delle lezioni extra di russo, nel pomeriggio.

Una volta partito il corso, sono andata alla prima lezione e poi a quella dopo e a quelle dopo ancora. Quelle ore preziose hanno cambiato il mio approccio non solo verso il russo, ma verso tutte le lingue in generale. In quell’aula spoglia e piccola, senza strumenti tecnologici, Vasilij mi ha insegnato quello che nessun altro mai mi aveva insegnato: a sbagliare. Imparare sbagliando, questa era la sua formula. Non era importante se stessimo imparando uno scioglilingua o i nomi degli animali o a descrivere la nostra città. Dovevamo parlare, dire tutto quello che ci passava per la testa, senza fermarci e senza aver paura di fare errori. E se sbagliavamo, beh, una risata nel bel mezzo della lezione non poteva farci che bene.

Con Vasilij ho imparato che la perfezione non esiste, in nessuna lingua, se non nella nostra mente. Funziona un po’ come la vita: non si può apprendere niente se prima non si sbaglia.
Da quel momento in poi ho iniziato a parlare russo nel vero senso della parola. Anzi, i termini che tuttora ricordo meglio sono quelli che ho confuso per altri, suscitando, a volte, l’ilarità generale.

Ho trasferito quanto avevo appreso con il russo all’inglese, contaminandolo. Mi sono buttata, ho reciso il cordone del pensiero. Ora parlo e basta, e mi sento molto meglio. Sono più sicura di me e apprendo di più. Quando sbaglio qualcosa e una persona madrelingua me lo fa notare, ne sono felice, perché so che farò tesoro di quella correzione per tutta la vita.
Vasilij è andato via, ma nel frattempo siamo diventati amici. Non vive in Italia, né in Russia. Vive in un altro Stato, dove sono andata a trovarlo. Lui parla sette lingue, io tre. Usiamo quelle in comune per parlare, a volte tutte insieme nella stessa frase. Facciamo errori. E ci ridiamo su.

Articolo di:
Chiara Perrone
Laurea magistrale in Traduzione Tecnico-Scientifica e Interpretariato (Russo e Inglese)
Lecce

Il modo migliore per imparare una lingua

 Categoria: Le lingue

Ho sempre amato le lingue straniere, sin da quando ero una piccola studentessa. Mi sono presa cura del mio giovane inglese, l’ho accudito e mi ci sono immersa, cercando di cogliere tutte le sue incantevoli sfaccettature, di rispettarne i suoni, di non fare errori…In pratica, di essere perfetta. Crescendo, questa mia personale convinzione è stata confermata negli anni del liceo, quando raramente si concedeva spazio agli errori (questo, purtroppo, in tutte le materie). “Pensa prima di parlare” non era solo l’incipit del ritornello di una canzone famosa in quel periodo, ma anche il mantra che seguivamo tutti prima di esprimerci in inglese. Non volevamo fare figuracce davanti agli altri compagni e, soprattutto, davanti alla nostra professoressa, l’oracolo del sapere.

Poi mi sono iscritta all’università. Lingue, per l’appunto. In quel momento ho dovuto scegliere un’altra lingua da abbinare al mio inglese “perfetto” e ho deciso di seguire il mio amore per Dostoevskij, scegliendo il russo. Da quel giorno è cambiato tutto.
Tanto per cominciare, la prima amara scoperta: il russo ha le declinazioni, come il latino. Nominativo, genitivo, dativo, accusativo, strumentale, prepositivo. Ciò significa che imparare la traduzione di un nome non è sufficiente, non è strettamente univoca.

A complicare le cose, i verbi di movimento: ad esempio, se in italiano posso chiedere ad un amico “dove stai andando?” indipendentemente da dove si trovi o da che percorso faccia, in russo non è così. “Andare”, infatti, si traduce in quattro modi diversi: идти(idti), ходить(chodit’), ехать (echat’),ездить (ezdit’) e ogni tipo di traduzione ha un utilizzo specifico. È a piedi o su un mezzo di trasporto? Il movimento è unidirezionale oppure no?

Un terzo elemento di confusione è poi la distinzione tra i due aspetti del verbo, imperfettivo e perfettivo, il cui corretto utilizzo è di fondamentale importanza per il senso della frase. Dire «Ячиталакнигу»(Jačitalaknigu) non equivale a dire «Япрочиталакнигу»(Japročitalaknigu): in entrambi i casi la traduzione in italiano è “ho letto il libro”, ma in russo c’è una differenza, poiché nel primo caso il verbo indica una progressione (ho passato tutto il giorno a leggere il libro, ma non l’ho finito), mentre nel secondo indica un’azione fatta e finita (ho letto il libro e ho finito di leggerlo).

Non parliamo poi della lettura del cirillico, della declinazione dei nomi propri di persona (“Ma Chiara si declinerà oppure no?”) e del fatto che per dare del “Lei” in russo bisogna dire Вы(Vy), ossia “Voi”.

Seconda parte di questo articolo >

Articolo di:
Chiara Perrone
Laureata  in Traduzione Tecnico-Scientifica e Interpretariato (Russo e Inglese)
Lecce

10 consigli per imparare una lingua

 Categoria: Le lingue

Se imparare una lingua vi sembra molto difficile, ecco 10 consigli che dovrebbero facilitarvi il lavoro.
Siamo in molti a non avere il dono delle lingue e l’apprendimento di un altro idioma può rivelarsi un vero calvario. Ecco 10 consigli dati da un sito di apprendimento delle lingue online, Babbel, che saranno di aiuto prezioso.

Sapere ciò che vi motiva
Imparare una lingua prende tempo e bisogna quindi trovare una motivazione che vi permetterà di  dedicare tempo e non rinunciare. Se si vuole imparare una lingua, il peggior nemico è il dilettantismo.

Un’immersione linguistica
Consultare i media, ascoltare musica…
Anche immergersi nella cultura è importante quando si impara una lingua. Come precisa il sito Babbel: “ricordatevi che la cosa migliore che possa succedere quando provate a parlare una lingua straniera è che vi risponderanno in quella lingua”. Perché una conversazione è già la più bella delle ricompense.

Un compagno con cui parlare
Imparare con qualcuno permette di conversare, ma introduce anche un certo spirito di competizione che non nuoce all’apprendimento.

Imparare è utile
Imparare una lingua è un vero  e proprio valore aggiunto quando si può utilizzare. Non serve a niente se è solo un ornamento al vostro intelletto. Anche se per praticare alcune lingue bisognerà veramente a volte manifestare molta creatività.

Divertirsi
Non bisogna avere paura di utilizzare questa nuova lingua in modo divertente cantando, scrivendo o parlando di argomenti comici.

Ritrovare un’anima infantile
Non prendendosi sul serio e non avendo paura di fare errori, avanziamo molto più velocemente nell’apprendimento di una lingua. Accettare di non sapere tutto e che si può sbagliare è comunque una delle chiavi della riuscita.

Uscire dalla comodità
Accettare di mettersi nelle situazioni che possono essere scomode è assumersi rischi. Questi saranno ricompensati ancora cento volte. È l’effetto di uno dei modi più veloci di fare dei progressi e acquisire ciò che chiamiamo intuizione della lingua, sia sapere spontaneamente ciò che suona bene.

L’ascolto come chiave di volta
Familiarizzando con i toni di una lingua, la dominerete più facilmente.

Imitare gli altri
Pronunciare correttamente una lingua dipende anche dalla mente e dal fisico (sia la posizione della lingua, delle labbra e della gola). Imitando i suoni e i gesti eseguiti dal locutore nativo padroneggerete più velocemente la pronuncia.

L’auto conversazione
Non avete nessuno con cui parlare? Niente vi impedisce di monologare nel vostro angolino. È gia, in sé, molto utile.

Fonte: Articolo scritto da Muriel Lefevre e pubblicato il 14 ottobre 2014 su Le Vif-actualité

Traduzione a cura di:
Marina A. Silveri
Studentessa in lingue

Imparare le lingue è importante

 Categoria: Le lingue

Oggi, molti paesi, ad eccezione dei paesi anglosassoni, hanno colto l’inderogabile importanza di imparare le lingue straniere. Tale apprendimento avviene ad un’età sempre più bassa al fine di dare oggi competenze linguistiche alle nuove generazioni che potranno trarne beneficio domani. Oltre tutto, le motivazioni di tale consapevolezza sono state provate.

Innanzitutto, nell’ambito della salute, in questi ultimi anni sono stati condotti numerosi studi che hanno dimostrato i benefici dell’apprendimento delle lingue straniere. In effetti, è consigliato iniziare questo apprendimento già in giovane età poiché ciò facilita lo sviluppo cognitivo del bambino ed è benefico per la sua crescita. Le persone capaci di parlare una o più lingue straniere sono dotate di un’ottima memoria e di un migliore senso di analisi. Inoltre, certe malattie, come l’Alzheimer per esempio, sono per lo più diagnosticate più tardi nelle persone che hanno imparato una lingua straniera. Queste persone sono anche meno esposte al rischio di soffrire di disturbi del comportamento.

Consapevoli dell’importanza di padroneggiare delle competenze linguistiche per la loro vita professionale, da diversi anni sono sempre più numerosi gli studenti che partono all’estero nel corso dei loro studi. Per cui, il loro numero aumenta del 12% al livello mondiale ogni anno. Difatti, le aziende sottolineano la necessità di conoscere più lingue. Pertanto è fortemente raccomandato saper parlare un’altra lingua. Certe persone sono convinte che imparare una lingua straniera abbia contribuito in maniera rilevante alla loro carriera professionale.

Per concludere, un’altra ragione per migliorare l’apprendimento delle lingue straniere riguarda l’ambito sociale. In effetti, quando si viaggia, è sempre preferibile saper parlare la lingua del paese nel quale ci si trova, soprattutto se si desidera essere autonomi. La popolazione locale sarà più disposta ad accogliervi e a dialogare con voi. Le persone bilingue riescono meglio ad individuare e a comprendere le differenze culturali rispetto alle proprie.

I paesi anglosassoni, come il Regno Unito o gli Stati Uniti, sono ultimi in classifica poiché l’inglese fa parte delle lingue più parlate al mondo. Tuttavia, nonostante la riduzione del fondo dedicato alla formazione in lingue straniere, il numero di studenti americani che partono all’estero è fortemente aumentato. Ciò pone in evidenza che imparare una lingua straniera è oggi cruciale se si desidera aumentare le proprie chances.

Fonte: Articolo scritto da Mabel Duran Sanchez e pubblicato il 21/12/2015 su Trusted Translations

Tradotto dall’inglese al francese da Clara Misset e ripubblicato il 21/01/2016 sul sito Veille Cfttr

Traduzione dal francese all’italiano a cura di:
Diringbin Sandrine
Dott.ssa magistrale in giurisprudenza madrelingua francese e mediatrice
Cassano d’Adda (MI)

Serbo e Croato

 Categoria: Le lingue

Serbo-croato, croato-serbo, serbo o croato, croato o serbo, sono denominazioni diverse di una stessa lingua che presenta particolarità fonetiche e particolarità lessicali.

Discordanze Fonetiche
Oltre al diverso riflesso della vocale protoslava “jat” (ě), alla quale si è già accennato, vi sono altre differenze fonetiche fra serbo e croato:

La velare aspirata h è poco sentita dai Serbi e al posto suo, quando non cade, si usa spesso la labio-dentale sonora v : kuvati(cucinare),suv(secco) perkuhati,suh. Al posto del prefisso uz i Serbi hanno, talvolta,  il prefisso arcaico va: vazduh(aria), vaskrsnuti(risorgere) per uzduh, uskrsnuti. Il serbo mantiene talvolta l’antico nesso št e non lo continua, come per il croato, in ć: sveštenik(sacerdote), opština (Comune), per svećenik, općina. Nel serbo la r in fine di parola cade sovente: takođe (parimenti), veče (sera) per također, večer. Al posto di una t i Serbi usano talvolta la ć prepalatale: prolećni (primaverile) per proljetni. Dove poi emergono maggiormente le variazioni fonetiche, dipendenti da civiltà, tradizioni e sensibilità linguistiche diverse, lo è nell’adattamento di voci straniere. È così che, per es., mentre in certi nomi propri croati appare la consonante b, in quelli serbi figura la consonante v: Babilon-Vavilon, Bizant-Vizant. Analogamente si ha una k in croato ed una h in serbo nei tipi di voci kirurg-hirurg, kršćanin-hrišćanin; oppure si ha una z in croato e una s in serbo nei tipi di voci konzul-konsul, perzijski-persijski, etc.[1]

Discordanze Morfologiche e Sintattiche
Non numerose, ma caratteristiche anche le discordanze morfologiche e sintattiche.
In serbo l’infinito del verbo tende a sparire completamente e ad essere sostituito con da + indicativo.[2] Si hanno così, per es.: la forma del futuro ja ću da dođem (io verrò) per ja ću doći (croato) o la forma di imperativo nemoj da govoriš (non parlare) per nemoj govoriti (croato).

I sostantivi non concordano spesso nel genere e mentre i Croati usano le forme del maschile per svezak (fascicolo), arhiv (archivio), teorem (teorema), i Serbi hanno le corrispondenti forme al femminile, quindi  sveska,arhiva, teorema, oppure, viceversa, al posto del croato pojava (fenomeno), c’è il serbo pojav.

Nei verbi presi da lingue straniere i Croati usano la desinenza –irati e i Serbi - isati oppure – ovati, quindi grupirati (raggruppare), bombardirati (bombardare) di fronte a grupisati, bombardovati.

Discordanze Lessicali
Le discordanze maggiori appaiono nel lessico:

ITALIANO CROATO SERBO
Aceto Ocat Sirće
Alfabeto Abeceda Azbuka
Asciugamano Ručnik Peškir
Calcio Nogomet Fudbal
Calzolaio Postolar Obućar
Cassa Blagajna Kasa
Cinematografo Kino Bioskop
Concorso Natječaj Konkurs
Fabbrica Tvornica Fabrika
Farmacia Ljekarna Apoteka
Forbici Škare Makaze
Ora Sat Čas
Pane Kruh Hleb
Pomodoro Rajčica Paradajz
Segretario Tajnik Sekretar
Università Sveučiliste Univerzitet
Borsa Torba Tašna
Telegrafo Brzojav Telegraf
Telegramma Brzojavka Telegram
Treno Vlak Voz
Piano Kat Sprat
Settimana Tjedan Sedmica
Isola Otok Ostrvo
Musica Glazba Muzika
Orecchino Naušnica minđuša

Dagli esempi sopra riportati appare evidente la tendenza più spiccata del croato a favore dei «calchi», laddove  il serbo preferisce i «prestiti» e, in generale, la maggior refrattarietà, ai prestiti, del croato (cfr. i nomi dei mesi, esemplati su quelli latino-greci in serbo, ma di origine slava in croato); inoltre i termini di origine greca, particolarmente quelli di uso ecclesiastico o i nomi propri, provengono in serbo direttamente dal greco (quindi presentano la forma fonetica che avevano in questa lingua nel Medioevo), mentre in croato penetrano attraverso la mediazione latina, ed hanno quindi la forma fonetica che il latino aveva preso all’inizio dell’era cristiana (es. Croato Barbara, serbo Varvara; croato Betleem, serbo Vitlejem, ecc.).[3]

Autrice dell’articolo:
Maria Luisa Di Prospero
Traduttrice Giurata
Pescara


[1]Cfr. Cronia A., Grammatica della lingua serbo-croata, L. Trevisini Editore, Milano, 1970, pp. 212-217.
[2]È questo un carattere molto diffuso nell’area balcanica, del quale partecipano anche macedone, bulgaro, greco moderno e albanese. Cfr.Cantarini  A., op. cit., pag. 17.
[3] Cfr.  Cantarini A., op. cit., pp. 17-18,Cronia A., op. cit.,  pp. 212-217.

Come sarà la lingua inglese tra 100 anni? (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Cosa andrà perso?
Nel XX secolo, si temeva che i dialetti inglesi stessero scomparendo con i loro interlocutori. Progetti come Survey of English Dialects (1950-61) vennero lanciati allora per raccogliere e conservare parole in via di estinzione prima che fossero andate perse per sempre. Uno studio simile intrapreso da BBC’s Voices Project nel 2004 ha scoperto una vasta gamma di accento locali e termini regionali che sono disponibili online, dimostrando la vitalità e la longevità del vocabolario del dialetto. Ma mentre numerose parole dialettali venivano raccolte per “giovani in vestiti e gioielli economici e alla moda” – pikey, charva, ned, scally – la parola chav fu trovata in Inghilterra, dimostrando come le caratteristiche dell’inglese Estuary parlato nelle aree più importanti di Londra stessero sostituendo i dialetti locali, specialmente tra le generazioni più giovani.

La svolta del XX secolo fu un periodo di regolamentazione e fissità – le regole dell’inglese standard vennero stabilite e codificate nei libri di grammatica e nel nuovo dizionario Oxford “New (Oxford) English Dictionary on Historical Principles”, pubblicato come serie di volumi dal 1884 al 1928.Oggi assistiamo ad un processo di de-standardizzazione, e l’emergenza di norme di utilizzo concorrenti. Nel mondo online, opinioni di consistenza e correttezza sono notevolmente più rilassate: vengono accettati spelling diversi e i segni di punteggiatura vengono omessi o riproposti per trasmettere una serie di opinioni. La ricerca ha mostrato che nell’elettronica i punti interrogativi del discorso possono portare una serie di funzioni esclamative, che comprendono scuse, impegni, ringraziamenti, accordi e mostrare solidarietà. Le lettere maiuscole sono usate per mostrare rabbia, errori ortografici, trasmettere umorismo e stabilire un’identità di gruppo e le faccine – smiley o emoticons per esprimere una serie di reazioni.

Abbreviare
Alcuni si sono chiesti se lo sviluppo crescente e l’adozione di pittogrammi emoji, che permettono agli interlocutori di comunicare senza bisogno di una lingua, indica che smetteremo del tutto di comunicare in inglese? ;-) Anche il mondo dei social media in rapido cambiamento è responsabile della coniazione e della diffusionedi neologismi o “parole nuove”. Gli aggiornamenti dei dizionari Oxford danno un’idea: mansplaining, awesomesauce, rly, bants, TL;DR (too long; didn’tread). Forme abbreviate, acronimi, miscugli e abbreviazioni sono stati metodi di formazione di parole produttivi per molto tempo in inglese (pensa a bus, smog e scuba), ma il grande aumento di invenzioni indica che saranno ancora più conosciuti nell’inglese del 2115. Sia che ami o odi queste parole, pensa a NBD o meh, senza dubbio sono qui per restare.

Fonte: Articolo scritto da Simon Horobin e pubblicato il 10 novembre 2015 su The Conversation

Traduzione a cura di:
Marina A. Silveri
Studentessa in lingue

Come sarà la lingua inglese tra 100 anni?

 Categoria: Le lingue

Un modo per predire il futuro è guardare indietro al passato. Oggi il ruolo globale dell’inglese gioca da lingua franca – usata come mezzo di comunicazione dagli interlocutori di lingue diverse – ha somiglianze al latino dell’Europa pre-moderna. Essendo stato diffuso dal successo dell’Impero Romano, il latino classico fu mantenuto vivo come standard medio di scrittura in tutta l’Europa molto tempo dopo la caduta di Roma. Ma il latino volgare usato nel discorso ha continuato a cambiare, formando nuovi dialetti, che nel tempo crearono le lingue romanze moderne: francese, spagnolo, portoghese, romeno, italiano.

Oggi sviluppi simili possono essere ricondotti all’uso dell’inglese nel mondo, specialmente in paesi dove funge da seconda lingua. Nuove “interlingue” stanno emergendo, in cui le caratteristiche dell’inglese sono mescolate con quelle di altre lingue native e delle loro pronunce. Nonostante i tentativi del governo di Singapore di promuovere l’uso dell’inglese britannico standard tramite il movimento Speak English Good, la lingua mischiata nota come “Singlish” rimane la varietà parlata in giro e a casa. Spanglish, un misto di inglese e spagnolo, è la lingua nativa di milioni di interlocutori negli Stati Uniti, suggerisce che questa varietà sta emergendo come lingua nel suo diritto.

Nel frattempo, lo sviluppo dei software di traduzione automatica, come Google Traduttore, sostituiranno l’inglese come mezzo preferito di comunicazione utilizzato nelle sale di rappresentanza di società internazionali e agenzie governative. Quindi il futuro dell’inglese è uno dei vari tipi di inglese. Guardando indietro all’inizio del XX secolo, era l’inglese standard usato in Inghilterra, parlato con l’accetto conosciuto come “Received Pronunciation” , che portava prestigio.Ma oggi la grande concentrazione dei nativi negli Stati Uniti e l’influenza dell’inglese americano si possono sentire in tutto il mondo:  can I get a cookie, I’mgood, didyoueat, the movies, _“skedule”_ invece di “schedule”. In futuro, parlare inglese significherà parlare inglese americano. Lo spelling americano come disk e program viene già preferito agli equivalenti britannici disc e programme in informatica. Il dominio dell’utilizzo dell’americano nel mondo digitale porterà all’accettazione totale di ulteriori preferenze americane , come favorite, donut, dialog, center.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Simon Horobin e pubblicato il 10 novembre 2015 su The Conversation

Traduzione a cura di:
Marina A. Silveri
Studentessa in lingue

I vantaggi di parlare diverse lingue

 Categoria: Le lingue

Di questi tempi moderni, a quasi tutti i professionisti viene richiesto la conoscenza fluente di più di una lingua. Sia alle elementari, che alle superiori e all’università, gli studenti devono scegliere un corso di lingue per poter essere promossi. Tuttavia, i vantaggi di parlare più di una lingua va ben oltre la sfera meramente professionale.

Parlare correntemente una seconda lingua (o una terza o una quarta…) può aiutare a connettersi alle proprie radici e retaggio, si sceglie di parlare una lingua parlata dalle precedenti generazioni della propria famiglia. Negli Stati Uniti, tutti hanno un parente immigrante o dall’Europa, dall’Africa, dall’Asia, dal sud America ecc. Imparare la lingua che la propria famiglia parlava prima di imparare l’inglese può certamente essere un modo per capire meglio la storia e i legami familiari.

Inoltre, imparare una lingua straniera è anche salutare per il proprio cervello. Degli studi hanno dimostrato che le persone che parlano diverse lingue hanno una memoria migliore e corrono meno rischi di sviluppare l’Alzheimer. Una volta diventato bilingue è anche più facile diventare polivalente passando da una lingua ad un’altra.

Altri benefici riguardano le differenze culturali, in quanto le persone che parlano diverse lingue sono in grado di cogliere le sottigliezze che si perdono nella traduzione, senza dimenticare la comprensione dei film, della musica, e della letteratura senza bisogno di sottotitoli, doppiaggio e traduzioni.

Per concludere, studiare le lingue straniere e parlare una seconda o terza lingua in più della propria lingua madre comporta tanti chiari benefici…e nessun inconveniente.

Fonte: Articolo pubblicato il 2 febbraio 2015 su Trusted Translations

Traduzione a cura di :
Diringbin Sandrine
Dott.ssa magistrale in giurisprudenza madrelingua francese e mediatrice
Cassano d’Adda (MI)

Scavalcando la barriera linguistica

 Categoria: Le lingue

Q. So che esistono siti che traducono in lingua inglese parole e frasi da altre lingue, ma come si può tradurre una intera pagina internet?

A.Motori di ricerca, browser e siti internet offrono differenti opzioni di traduzione linguistica. Per esempio, il browser di Google Chrome per computer, Android e IOS è composto da alcuni strumenti di traduzione che, se necessario, possono tradurre automaticamente una pagina non scritta nella lingua di preferenza. Una estensione gratuita di Google Translate rende possibile tradurre intere porzioni di testo precedentemente evidenziate.

Google e Microsoft offrono strumenti online per poter trasportare, in decine di lingue diverse,testi copiati ed incollati, documenti o intere pagine internet. Cercando siti Internet stranieri utilizzando i motori di ricerca di Google o di Bing, si può scorgere (appena aperta la pagina) un link, “Traduci questa pagina”, che interpreta con un click la pagina internet nella lingua predefinita. Il sito Google Translate può tradurre sezioni di testi, documenti caricati dell’utente e interi siti internet,inserendo l’ URL nella apposita casella all’interno della pagina. Può addirittura tradurre interi discorsi. La versione per cellulare di questa applicazione ( disponibile per Android e IOS) consta di ulteriori caratteristiche, come l’abilità di tradurre conversazioni bilingue, testi contenuti nelle immagini e manoscritti.

La versione Android di Google Translate adesso funziona senza l’ausilio di alcuna applicazione, così che non necessita di copiare un testo da un sito web ed incollarlo in un altro per poterlo tradurre. Anche la pagina di Microsoft Bing Translate traduce da una pagina internet vaste porzioni di testo. Si può anche copiare ed incollare l’ URL di un sito, nella prima casella della pagina iniziale di Bing Translate, e scegliere l’inglese  come lingua di destinazione. Premendo il tasto invio della tastiera, la pagina web fornisce un nuovo link nella casella di traduzione che, non appena selezionato, rende possibile leggere il sito in inglese.

Gli utenti di Windows 10 possono utilizzare un componente aggiuntivo del Browser Microsoft Translate Edge per tradurre istantaneamente una pagina, ed una applicazione di Microsoft Translateper Android e IOS traduce conversazioni bilingue etesti all’interno di immagini in lingua straniera. Skype,il programma di Microsoft per video, audio e conversazioni , possiede i suoi strumenti di traduzione da poter utilizzare con i sistemi Windows, Mac e Linux per tradurre dialoghi orali In tempo reale e in otto lingue differenti. Applicazioni per cellulare e software di traduzione linguistica indipendenti sono sempre disponibili in rete; bisogna però essere sempre consapevoli che software di traduzione istantanea come questi possono non essere perfetti, così come possono non saper utilizzare le varie sfumature linguistiche che, al contrario, un esperto interprete umano può fornire, ma si può essere comunque in grado di comprendere (in maniera generale)ciò di cui si parla nella pagina internet o nella storia che si sta leggendo.

Fonte: Articolo scritto da J.D.Biersdorfer il 22 febbraio 2018 e pubblicato sul sito del NY Times

Traduzione a cura di:
Anna Ambrosi
Traduttrice EN-ES > IT
Cassano delle Murge (Ba)

Il serbocroato-croatoserbo (4)

 Categoria: Le lingue

< Terza parte di questo articolo

La “ripulitura della lingua” attuata in Croazia dopo l’indipendenza del 1991 ha portato all’introduzione di neologismi alquanto curiosi. Per esempio telefon (telefono) è divenuto brzoglas, che tradotto letteralmente significa “voce veloce”; televizija (televisione) è divenuta dalekovidnica (letteralmente: “si vede lontano”); helikopter (elicottero) è divenuto zrakomlat, cioè “macchina che batte l’aria”: termini che sono stati codificati nei manuali di corretto uso della lingua, e che dovrebbero venir applicati in ogni circostanza, soprattutto ufficiale. Cosa che però avviene di rado, come precisa un giornalista croato: “Sono termini che nella vita quotidiana quasi nessuno usa anzi, in alcuni casi, hanno suscitato una tale ilarità che la fantasia popolare ha inventato dei termini parodistici di questa “pura lingua croata”. Uno dei più famosi è “okolovratnidopupak”, cioè “intorno al collo, fino all’ombelico”, che dovrebbe venir usato in sostituzione del più “impuro” termine “kravata, cioè cravatta”….

Purtroppo c’è ben poco da ridere. Se, infatti, i croati si sono trovati a vivere in un contesto anche linguisticamente nazionalista,[1] i serbi non se la passano meglio: tutti i libri che si usano nelle scuole devono essere in cirillico (l’alfabeto latino è permesso solo per l’insegnamento delle lingue straniere), e nel linguaggio non sono più tollerati croatismi e influenze turche. Inoltre nella parte serba della Bosnia è stato proibito l’uso della variante jekava del serbocroato: tutto quello che è pubblicato in alfabeto latino viene considerato un prodotto dell’opposizione politica. Il fatto è che gli Stati Nazionali nascono su base etnica. E l’etnia vuole una “propria” lingua. Così, per avere una propria lingua nazionale, qui si tendono a rimarcare differenze e specificità.

Tavola con alcuni esempi di cambiamenti introdotti nella lingua croata dopo il 1991.[2]

CROATO SERBO NEO-CROATO ITALIANO
Ambasador Ambasador Veleposalnik Ambasciatore
Uhapsiti Uhapsiti Uhtiti Arrestare
Pasoš Pasoš Putovnica Passaporto
Pogotovo Pogotovo Poglavito Soprattutto
Službenik/činovnik Činovnik Zaposlenik Impiegato
Lična karta Lična karta Osobna iskaznica Carta d’identità
Avion Avion Zrakoplov Aereo
Aerodrom Aerodrom Zračna luka Aeroporto
Zadatak Zadatak Uradak Compito
Evropa Evropa Europa Europa

Indice delle voci:
Croato: lo standard del croato letterale prima del 1991;
Serbo: lo standard del serbo letterale prima del 1991;
Neo-croato: lo standard della lingua ufficiale dopo il 1991.

Autrice dell’articolo:
Maria Luisa Di Prospero
Traduttrice Giurata
Pescara


[1] Dopo la fine della guerra, dal 1995, grazie anche alle pressioni dell’Unione Europea, gli accenti più estremisti sono stati un po’ mitigati.
[2] Cfr. Bogdanić Luka,op. cit., pag. 231.

Il serbocroato-croatoserbo (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

I croati (come gli sloveni e le altre nazionalità presenti in Jugoslavia) si dimostravano molto attenti alla tutela della propria identità ed autonomia, e riversavano tale sensibilità anche nelle questioni culturali e linguistiche. Così, a fianco delle dichiarazioni ufficiali di “una lingua, con due varianti” (che, soprattutto nell’epoca comunista, puntavano ad esaltare una “fratellanza” tra gli Slavi del Sud), sorgevano dei tentativi di riaffermare le caratteristiche specifiche del croato come lingua diversa dal serbo. Lo stesso Krleža, già nel 1967, propose di far riconoscere dalla Costituzione l’esistenza della “lingua croata”, intesa come a sé stante.

I tragici eventi degli anni ’90, con la guerra nell’ex Jugoslavia, hanno infine portato alla distruzione del concetto d’unità del serbocroato-croatoserbo. La Croazia ha preso anche linguisticamente le distanze dai serbi, accentuando le specificità del croato e cercando di ripulirlo da serbismi e influenze turche (presenti soprattutto in Bosnia, ma diffuse anche altrove); altrettanto ha fatto la Serbia, puntando ad una lingua simbolo di “compattezza nazionale”. Non di meno hanno fatto i bosniaco-musulmani che parlano oramai di una “lingua bosniaca”[1] a sé stante. Gli esempi non mancano: “caffè” viene scritto kava in croato, kafa in serbo (usando i caratteri latini) e kahva in bosniaco.

In pochi oramai nell’ex Jugoslavia si azzardano a parlare di serbocroato o croatoserbo: l’indicazione dell’ex “lingua comune” assume, infatti, significati ben precisi, e politicamente quanto mai sgraditi.

È vero che storicamente i croati hanno sempre cercato di evidenziare le specificità della loro lingua, ma è solo in questi ultimi anni, con l’indipendenza della Croazia e la guerra nell’ex Jugoslavia, che queste caratterizzazioni hanno assunto toni così marcati da sconfinare talvolta nel ridicolo.

Nell’ex Jugoslavia il serbocroato (nelle sue due versioni, serba e croata), il macedone e lo sloveno, ufficialmente, avevano pari dignità, tanto che in ogni istituzione federale documenti e scritte erano in tutte queste lingue e versioni. E negli uffici governativi ogni documento veniva tradotto anche in albanese, e persino nella variante bosniaca del serbocroato. Quindi, almeno formalmente, c’era un grande rispetto per le varie espressioni linguistiche.

Nella realtà, però, il serbocroato era la lingua più diffusa; e così sloveno [2]e macedone erano, di fatto, ridotti al rango di lingue “di minoranza”.

Non è vero, quindi, che la lingua “croata” o il “bosniaco” siano apparsi sulla scena solo con la crisi jugoslava degli anni ’90.

Quarta parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Maria Luisa Di Prospero
Traduttrice Giurata
Pescara


[1] In Bosnia-Erzegovina, dove la lingua ufficiale era il serbo-croato prima della scissione della Jugoslavia, i tre popoli divisi dalla guerra seguono il principio (affermato nella costituzione dell’ex Jugoslava) secondo il quale ogni popolo ha il diritto di dare il suo nome alla lingua che parla, dimodoché, ora, i Serbi dichiarano di parlare il serbo, i Croati il croato e i Musulmani…. Il bosniaco! Cfr. Thomas P.L., op. cit., pp. 237-239.
[2] Anche gli sloveni hanno sempre cercato di curare la purezza della loro lingua, che si basa sul dialetto kajkavo, e, al pari dei croati, si sono sempre sentiti oppressi dall’uso della “versione comune” del serbocroato che si usava nell’esercito e, pertanto, si studiava nelle scuole slovene.

Il serbocroato-croatoserbo (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

“Serbocroato-croatoserbo: erano le due denominazioni ufficiali della lingua più diffusa e “unificante” dei vari popoli dell’ex Jugoslavia.[1] Oggi viene sostituita da altre varianti di lingue ufficiali nazionali: il croato, il serbo, il bosniaco. La crisi jugoslava ha assegnato alla lingua forti significati simbolici, politici e d’identità nazionale”.[2]

Nell’intento di standardizzare l’uso della lingua, nel 1800 intellettuali serbi e croati[3]portarono parallelamente all’adozione ufficiale, come lingua letteraria, del dialetto štokavo (nell’area serba con la variante ekava e l’alfabeto cirillico moderno, e in quella croata con la variante jekava e l’alfabeto latino).

L’adozione della stessa base linguistica, seppure in due varianti, portò alla ratifica tra serbi e croati di più accordi [4] in cui si sosteneva che i due popoli avevano scelto la stessa lingua, con le sue due varianti, e in cui si stabiliva l’unione del serbocroato-croatoserbo.[5] Questi concetti furono più volte ribaditi, in varie forme ufficiali, fino ai primi anni ’90.

La realtà dei fatti rimase però più complessa. Infatti, le varianti dialettali kajkavae čakava continuarono a venir usate, come pure le varianti ikava, ekavaejekava, a volte sovrapposte alle varianti “ufficiali”.[6]

A seconda delle aree geografiche prevalsero anche differenze lessicali e sintattiche, dovute a differenti influenze linguistiche e storiche. Per esempio i serbi di Vojvodinae Krajina si trovarono a lungo a convivere assieme ai croati nell’Impero asburgico, mentre i croati di Slavonia ed Erzegovina si ritrovarono per secoli, assieme ai serbi, sotto la dominazione turca; esperienze da cui tutti mutuarono varie espressioni culturali e lessicali.

Anche la politica influì sull’uso della lingua: subito dopo il crollo dell’Impero asburgico sloveni e croati si unirono alla Serbia, dando vita al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Spinti dall’afflato unitario i più importanti intellettuali croati, tra i quali l’illustre Miroslav Krleža, introdussero nel loro linguaggio vari serbismi, per simboleggiare con ciò un più forte legame tra i due popoli. Esperienza che però durò poco, perché ben presto i croati cominciarono a lamentarsi delle politiche centralizzatrici e prevaricanti della Serbia e gli intellettuali, in segno di protesta, riadottarono allora le varianti più tipicamente occidentali del croatoserbo.

Terza parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Maria Luisa Di Prospero
Traduttrice Giurata
Pescara


[1] L’idea della lingua unitaria serbo-croata era alla base dell’ideologia della fratellanza ed unità (bratstvo-jedinstvo) nella Jugoslavia socialista. Cfr. Bogdanić Luka, op. cit.,pag. 233.
[2] Cfr. Bekar M., Il serbocroato-croatoserbo: una lingua che univa, una lingua che divide?, in “Reset“, 1999.
L’articolo che segue è dell’ottobre del 1999 ed illustra la realtà dell’epoca. Dopo il 2000, con il crollo in Croazia del governo nazionalista dell’HDZ e la morte del Presidente Franjo Tuđman, e con il rovesciamento del regime di Milošević, a Belgrado, la situazione ha subito molti miglioramenti. La realtà attuale (nel 2003 N.d.R.) non ha quindi più certi toni parossistici qui citati, sebbene non sia ancora totalmente superata sul piano culturale. Il testo che segue va  quindi letto come una documentazione su una problematica ed un’epoca, e non come un testo d’attualità.
[3] La lingua letteraria moderna fu fissata ai primi dell’Ottocento per opera specialmente di VukKaradžić (per il serbo) e Ljudevit Gaj (per il croato) che sistematizzarono l’ortografia seguendo un principio rigidamente fonetico: ciò dà luogo a delle alternanze grafiche all’interno della stessa radice (es. sladak “dolce”, mas., slatka fem., dove l’assordimento della –d radicale (sonora) davanti alla k (sorda) nel femminile è reso graficamente).
[4] I più importanti furono quello di Vienna del 1850 e quello di Novi Sad del 1954.
Nell’ “Accordo di Novi Sad” gli intellettuali e i letterati serbi e croati dichiaravano che «la lingua popolare di serbi, croati e montenegrini è un’unica lingua. Per tale motivo anche la lingua letteraria che si è sviluppata sulla base di essa intorno ai due centri maggiori, Belgrado e Zagabria, è un’unica lingua con due pronunce, la ekava e la jekava» Cfr. Bogdanić Luka,op. cit., pag. 233.
[5] La prima dizione era usata comunemente dai serbi, la seconda dai croati.
[6] Per esempio nella Serbia centrale si usò l’ekavo, mentre in quella meridionale prevalse lo jekavo, e l’alfabeto latino si accompagnava talvolta a quello cirillico; nel contempo, nelle zone croate e nelle zone serbe, sopravvisse l’uso di più varietà dialettali.

Il serbocroato-croatoserbo

 Categoria: Le lingue

La guerra cominciò con la grammatica.

«La guerra cominciò proprio così con gaffes grammaticali, una volta sfuggite, una volta volute. Erano tante? Erano poche? Dipende da chi le giudica. Erano volute per dimostrare il nuovo potere indiscutibile e il più democratico del mondo!……

Nella ex repubblica, che ha la costa più bella del mondo, ricca di isole, isolotti, penisole, baie, insenature e il mare  azzurro, verde e mai grigio, un neo ministro dichiarò con voce sonora: “E da oggi in poi la nostra televisione si chiamerà Radio Televisione Croata (applausi)….

Un altrettanto nuovo deputato della regione con maggioranza (o minoranza) serba (chi non contraddice non è un serbo vero) disse: “Io credo che sia più giusto chiamarla Radio Televisione della Croazia, perché nella Croazia non vivono solo i croati, ma anche altri popoli serbi, italiani, cechi, ungheresi, russi”.

“Basta! – (la pazienza croata non è mai riuscita a resistere alla lentezza serbo-bizantina), – si chiamerà come abbiamo deciso Radio Televisione Croata”. Fu una lite che durò almeno due ore in diretta televisiva. In altre lingue non si può nemmeno spiegare dove sta la differenza tra le due denominazioni, dove stava il germe velenoso degno di una lite furibonda, ma poteva essere un dono pagato così poco. Chi sa se quel piccolo e bizzarro regalo poteva mettere una briciola di pace tra serbi e croati della Croazia? Chi sa come avrebbe deciso un uomo saggio?………
Un nuovo ministro augurò felice anno nuovo (1991): “felice anno nuovo croati e croate”, un’altra gaffe, secondo i serbi della Croazia (avrebbe dovuto dire: “felice anno, cittadini della Croazia”)……

Si offesero pure gli ebrei quando un altro nuovo e negligente ministro [1] disse (ma solo per le orecchie prescelte?) che era contento che sua moglie non fosse né serba né ebrea. Gaffe internazionale? Non c’entrava più solo la grammatica».[2]

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Maria Luisa Di Prospero
Traduttrice Giurata
Pescara


[1] Tuđman, presidente della Croazia (in pubblico!).
[2] Cfr. V. Slaven, op. cit. pp. 82-84.

Amore e lingua (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Se il piacere facilita l’apprendimento in generale, come influisce, in particolare, sull’apprendimento delle lingue? Cosa rende unico l’apprendimento di una lingua?

Un sistema linguistico che la mente acquisisce è paragonabile ad un sistema operativo installato ad-hoc per determinati fini (piacere o necessità di qualsiasi genere) e, come tale, ha le sue regole di funzionamento che devono essere apprese piano piano grazie a un costante esercizio. Trattandosi di un intero sistema operativo e non semplicemente di un file contenente informazioni riguardo a una determinata materia, la lingua può essere considerata non solo il fine, ma soprattutto il mezzo dell’apprendimento.

Con l’enunciato “impariamo l’inglese” in verità si intende “impariamo qualcosa in inglese”, perché non esiste l’inglese senza un argomento di cui si può parlare. La lingua, quindi, influisce sull’intero sistema concettuale dell’individuo, che viene arricchito grazie a una nuova visione del mondo portatrice di nuovi concetti e referenti, magari del tutto sconosciuti inizialmente. Non a caso, “Freud aveva intuito in modo inequivocabile che la lingua è di per se profondamente metaforica e direttamente collegata a tutte le diverse componenti dell’intelligenza umana intesa non solo come logico razionale” (Salmon 2012, 27), intuizione che ha spalancato nuove frontiere di studio delle parti del cervello umano adibite al linguaggio, enfatizzando l’ipotesi, poi considerata la più veritiera, secondo la quale il linguaggio è frutto di un’interconnessione di impulsi provenienti da diverse parti del cervello.

Qualora la passione si riveli duratura e le emozioni positive momentanee si consolidino, ecco che l’apprendimento sarà guidato dal sentimento più forte al mondo, l’amore, per la lingua o per qualcosa direttamente collegato a quella lingua, inesauribile fonte di ispirazione e di successo che non tarda a portare benefici non solo a livello mentale, ma anche a livello reale. Tale sentimento, dal punto di vista biologico, non fa altro che facilitare le suddette interconnessioni velocizzando l’interiorizzazione di un altro modo di pensare, destinato a portare miglioramenti esponenziali a tutto il sistema mentale.

Autrice dell’articolo:
Angelica Zagni
Traduttrice ING>ITA  RU>ITA
Ferrara

Bibliografia
Lagreca I. 01/05/2017 Il ruolo delle emozioni nell’apprendimento, Edscuola
Salmon L. 2012 Bilinguismo e traduzione. Dalla neurolinguistica alla didattica delle lingue. Franco Angeli, Milano
Stefanini. A. 2013 Le emozioni: Patrimonio della persona e risorsa per la formazione, Franco Angeli, Milano

Amore e lingua

 Categoria: Le lingue

I motivi principali per cui una persona decide di imparare una lingua sono generalmente legati al lavoro, allo studio o a motivi pratici di comunicazione interpersonale, magari scaturiti a causa di un viaggio. Nel caso in cui una persona decida di imparare una lingua per puro piacere personale, apparentemente senza una vera utilità nel mondo di tutti i giorni, la mente risulta più predisposta e l’apprendimento più efficace. Quello che fa la differenza sono i motivi posti alla base dell’apprendimento: se imparare una lingua entra a far parte del cassetto delle “cose da fare” allora non vi sarà una particolare prospettiva di successo, non al di là dell’obiettivo prefissato dal mondo esterno; se, invece, imparare una lingua entra a far parte del cassetto del “benessere” personale allora l’apprendimento procederà in modo esponenziale, poiché lo sforzo impiegato non verrà percepito come tale. Non a caso, si tende a consigliare alle persone di fare nella vita ciò verso cui sono più inclini, dal momento che è la passione, o in generale il piacere, che guidano l’individuo verso l’eccellenza e il successo.

Ma quali sono i veri benefici del piacere nell’apprendimento in generale?

Innanzitutto, è necessario puntualizzare che non esiste apprendimento senza alcun tipo di emozioni coinvolte: infatti, come è noto, “l’emozione influisce nel processo di apprendimento in quanto agisce come guida nella presa di decisioni e nella formulazione delle idee”(Lagreca 2017). Qualora le emozioni siano negative e l’apprendimento avvenga forzatamente, la persona avrà difficoltà nell’elaborazione delle informazioni ed in particolare nel loro salvataggio nella memoria a lungo termine;questo perché il cervello tende a scartare gli input considerati “inutili” per la crescita e le esperienze future. Al contrario, se le emozioni sono positive, “contribuiscono ai successi nell’apprendimento, all’interiorizzazione di saperi e significati, al miglioramento dell’esperienza personale dell’adulto che apprende e che trasferisce e applica nel proprio ambito professionale i risultati di quanto appreso coinvolgendo le proprie risorse emotive” (Stefanini 2013, 19). In questo caso, le emozioni positive favoriscono il salvataggio delle informazioni nella memoria a lungo termine, informazioni che il cervello percepisce come indispensabili per il benessere.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Angelica Zagni
Traduttrice ING>ITA  RU>ITA
Ferrara

Mandarino, giapponese e coreano (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Giapponese
Il Giappone ha 127 milioni di persone a rapporto 2017, un numero che in realtà è diminuito di un milione dallo scorso anno.
La cultura è governata da principi Scintoisti, una spiritualità che abbraccia l’idea che tutto in natura ha un kami, o dio. Di conseguenza, il cambiare delle stagioni è apprezzato, insieme alla salvaguardia dell’ambiente. Il sistema di scrittura giapponese possiede tre diverse serie di caratteri. I primi sono i Kanji, o simboli cinesi utilizzati per rappresentare i sostantivi. I kanji sono utili per discriminare tra gli omofoni (parole che suonano uguali con significato diverso), il che può accadere spesso nel giapponese. Ciò è abbastanza conveniente, giacché coloro che parlano il giapponese e il cinese possono spesso comunicare per iscritto attraverso i kanji.

Gli altri due sistemi sono (grazie al cielo) fonetici: l’Hiragana che è usato per scopi grammaticali, e il Katakana, che è utilizzato per formare parole più recenti e importate dell’inglese o da altre lingue. Dal momento che questi ultimi sistemi sono fonetici, spesso vengono utilizzati per sostituire i simboli kanji nei sostantivi quando lo scrittore lo dimentica.

La pronuncia del giapponese è alquanto semplice per chi parla inglese, poiché ha le stesse vocali (a, e, i, o, u) delle lingue europee, tipo lo spagnolo. Inoltre, esiste un gran numero di vocaboli giapponesi pre-esistenti presi in prestito dall’inglese: rendendo conveniente ad un inglese imparare questa lingua: riuscite a indovinare cosa è l’“aisu kriimu”? Esatto, ice cream (gelato). E che mi dite di “biiru”? Beer (Birra). Simile allo “spanglish”americano, se cercate di pronunciare una parola inglese con un accento giapponese in Giappone, ci sono buone probabilità che potreste essere capiti.

Non è una lingua tonale, ad eccezione del fatto che i significati di alcune parole sono diversi a seconda se vengono pronunciati con un tono basso o alto, ma questo non è così comune come nel mandarino, il che è essenzialmente ogni parola.
Simile al coreano, il giapponese possiede tre gradi onorifici (l’informale, il cortese, e il differenziale) ed è anche una lingua di soggetto-oggetto-verbo. Entrambe le lingue costringono pertanto l’interlocutore a giri di parole rivolgendosi direttamente a qualcuno, una piaga che può fare impazzire un madrelingua inglese.

Parola giapponese per Giappone: 日本 – Pronuncia “Ni-hon”

(…il che, come abbiamo appena esaminato, è un sostantivo, e scritto nello stesso modo che in cinese.)

Dunque, qual è la lingua più difficile?
Ciò dipende veramente dal vostro contesto. Il coreano possiede sicuramente il sistema di scrittura più facile, che può essere imparato in una settimana. Il mandarino possiede la grammatica più semplice: se traducete “Io mangio il riso” parola per parola, la vostra traduzione è corretta, e non esistono onorifici. Il giapponese ha così tanti termini prestati dall’inglese, che aiuta a rendere più facile il ricordarsi le parole, specialmente quando si sta solo imparando. Allo stesso tempo, la grammatica coreana è presumibilmente la più difficile, mentre i toni in mandarino sono notoriamente difficili da sentire per un madrelingua inglese, ed il giapponese è la lingua parlata più veloce al mondo con più di sette sillabe al secondo. Tuttavia, dovuta all’enorme quantità di madrelingua inglese che vogliono imparare il mandarino e il giapponese, ci sono maggiori risorse per queste lingue. Dall’aspetto pratico, chi apprende potrebbero ritenere che la lingua più difficile da imparare delle tre sia il coreano.

Qualunque sia quella che sceglierete di imparare, conoscerne una vi aiuterà inevitabilmente con un’altra nello stesso modo come parlare tedesco aiuta a imparare il francese – non tanto, ma è sempre meglio avere una base.

Fonte:  Articolo pubblicato il 18 Agosto 2017 sul sito Core Languages

Traduzione a cura di:
Marika B.

Mandarino, giapponese e coreano (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Coreano
La Corea, schiacciata tra il Giappone e la Cina nord-orientale, ha una popolazione di 51 milioni di persone (la Corea del Nord ne ha 25 milioni).
Principi tradizionali coreani, fortemente influenzati dal Confucianesimo, pervadono ancora nella vita moderna. Di conseguenza, l’armonia di gruppo, il rispetto, e la famiglia sono al centro dell’importanza nella cultura.

La lingua coreana un tempo era scritta con i simboli tradizionali cinesi, ma è stata pian piano sostituita da un sistema di scrittura fonetico nel XIX e XX secolo. Il coreano è pertanto la lingua più semplice da imparare a leggere e a scrivere tra queste, per cui i principianti della lingua saranno contenti! Ciò che non è semplice è la grammatica o la pronuncia.

Il coreano è una lingua con soggetto-oggetto-verbo, nel senso che invece di dire “Io mangio il cibo,” la costruzione generale è “Io il cibo mangio.” Inoltre, la coniugazione dei verbi varia a seconda della persona con cui l’interlocutore sta parlando (attraverso tre gradi diversi di rispetto), così come il pronome “io” insieme alla scelta del verbo. E come se questo non bastasse, il coreano ha due diversi sistemi di numerazione che sono usati per ragioni specifiche approssimativamente nello stesso modo, e ogni sostantivo assume una forma diversa quando viene conteggiato (un concetto denominato “classificatori”, che possiede anche il giapponese).

In ultimo, sebbene il coreano NON sia una lingua tonale, esiste una distinzione tra consonanti sostanzialmente inaudibile a un orecchio straniero: non importa quante volte un inglese chieda a un coreano di ripetere qual è la differenza tra il suono di una ”g” e una “gg”, probabilmente non lo dirà mai correttamente.

Parola coreana per Repubblica di Corea: 대한민국– Pronincia “Dae-han-min-guk”

Terza parte di questo articolo >

Fonte:  Articolo pubblicato il 18 Agosto 2017 sul sito Core Languages

Traduzione a cura di:
Marika B.

Mandarino, giapponese e coreano

 Categoria: Le lingue

Molti americani pensano all’Asia come a un vago gruppo di nazioni dall’altra parte del mondo, con lingue misteriose e una cultura esotica. Oggi, abbiamo pensato di prenderci un po’ di tempo, per ognuno di noi, per chiarire un pochino alcune di esse. Dopotutto, ogni comunità è un entusiasmante epicentro di cultura e storia, con linguaggi completamente unici, e merita la propria attenzione. Daremo un’occhiata a tre grandi protagoniste dell’Asia: la Cina, il Giappone e la Corea, e onoreremo le loro differenze linguistiche, per poi stabilire quale delle tre sia la lingua più difficile da imparare.

Mandarino
Tutti noi sappiamo che la Cina è il Paese più grande al mondo in termini di popolazione, che sfiora quotidianamente gli 1.4 miliardi totali di persone (seguito strettamente dall’India con 1.34 miliardi di persone). Con così tanta gente deriva una grande varietà culturale in tutto il Paese. Significa inoltre che esiste pure una grande varietà di linguaggio — sapevate che esistono centinaia di dialetti mutualmente incomprensibili di lingua cinese?

Il cinese è suddiviso in sette ceppi linguistici, che sono a loro volta divisi in ulteriori dialetti. Tuttavia, il sistema di scrittura cinese è relativamente consolidato in tutto il Paese, nel senso che una persona che parla cantonese sarà in grado di comunicare con qualcun altro che parla in mandarino solo attraverso un messaggio scritto. Ciò funziona fantasticamente per le comunicazioni transnazionali, ma è molto faticoso per chi impara il cinese come seconda lingua, poiché ogni parola è un’immagine che richiede una memorizzazione mnemonica (al contrario di una scrittura fonetica come l’inglese, nella quale i termini sono pronunciati).

Va anche osservato che il presidente Mao attuò una semplificazione della scrittura in tutto il Paese negli anni cinquanta per contrastare il basso tasso di alfabetizzazione in Cina, un’azione che fu in linea generale efficace. Taiwan e Hong Kong però, non essendo sotto l’influenza di Mao, mantennero il sistema di scrittura tradizionale. Le persone che utilizzano il sistema tradizionale riescono solitamente a leggere la scrittura semplificata, ma nel senso contrario è molto più difficile.

Per finire, i linguaggi cinesi sono tonali, in altre parole se voi parlate con un tono interrogativo (ad esempio, mamma?) in contrapposizione a un tono esclamativo (mamma!)(insieme a molte altre variazioni) ciò può completamente cambiare il significato del termine. Molte lingue nel modo sono tonali, e il mandarino non è di gran lunga il più difficile. Ciò nonostante, quest’aspetto del mandarino è ciò di cui i madrelingua inglesi hanno timore quando imparano; può essere scoraggiante, ma la buona notizia è che la lingua ha davvero poca grammatica ed è facilmente trasferibile dall’inglese.

Parola cinese per Cina: 中国 – Pronuncia “Zhōng-guó”

Seconda parte di questo articolo >

Fonte:  Articolo pubblicato il 18 Agosto 2017 sul sito Core Languages

Traduzione a cura di:
Marika B.