Falsi amici (Spagnolo-Inglese)

 Categoria: Le lingue

Quando si apprende una lingua nuova si arriva sempre ad un punto inevitabile in cui compare un falso amico nella traduzione, che fa in modo che una situazione scomoda venga ricordata per sempre.
Per coloro che non hanno familiarità con la linguistica o la traduzione, un falso amico (o false friend) è una parola che sembra essere una traduzione quasi diretta di un’altra lingua, però, nella realtà significa qualcosa di completamente diverso e il colmo è che solitamente appare come irrispettoso!
Non c’è un trucco o una regola per evitare i falsi amici, dato che pochissime volte hanno senso e si capiscono per una pura casualità. L’unico modo per familiarizzarci è memorizzarli o usarli e sperimentarli in quel momento in cui si verifica il silenzio collettivo seguito dalle risate.
Vi lasciamo un elenco con i falsi amici più comuni che ascoltiamo nella traduzione dallo spagnolo all’inglese, che probabilmente vi tireranno fuori da una situazione scomoda.

CONSTIPADO / CONSTIPATED
In spagnolo, un constipado è qualcosa che è noto come l’insieme di sintomi del raffreddore. Anche in inglese è qualcosa di comune, essere constipated è l’insieme di sintomi che patisce chi soffre di stipsi.
Se qualcuno che vive qui ha della secrezione nasale e mal di gola e parla spesso di essere constipated di sicuro non si sta riferendo alla stipsi. O forse sì. Meglio non saperlo.

EMBARAZADA / EMBARRASSED
Sapppiamo già che embarazada, in spagnolo, significa avere un embrione nell’utero. Embarassed in inglese, si riferisce a una situazione un cui si prova vergogna o che risulta scomoda. Anche se la gravidanza modifica il corpo in diversi modi e può causare effetti collaterali come lo squilibrio ormonale e molti altri tipi di malessere, per il bene comune, speriamo che non provochi vergogna.
Questo falso amico è particolarmente crudele con gli uomini inglesi che apprendono lo spagnolo. Già riconoscere una situazione vergognosa è di per sé vergognoso, immaginate dire di essere incinta.

GROSERÍA/GROCERY
In spagnolo, grosería è qualunque tipo di insulto o espressione irrispettosa che viene mal vista. In inglese, grocery o più comunemente groceries, è tutto ciò che compriamo in un giro abituale al supermercato, sono i prodotti commestibili. Questo falso amico in particolare è una delizia perché se viene usato male, entrambe le situazioni, sono meravigliosamente comiche.
Oppure, uno spagnolo che si lamenta di qualcuno usa una manciata di alimenti a scapito della propria dignità, o un inglese che domanda dove fare la spesa settimanale di insulti. Lo humor del buono.

CASUALIDAD / CASUALTY
In spagnolo, Casualidad significa una semplice coincidenza. Casualty, in inglese, è una persona che è morta in un incidente o in un’altra situazione che di solito comporta violenza.
Immaginate di iniziare un nuovo lavoro con un capo che non è molto bravo con l’inglese. Spiega ai suoi impiegati che la sua azienda ha prosperato grazie al duro lavoro di tutti coloro che si sono impegnati negli anni, che però l’elemento chiave per il successo è stato la grande quantità di vittime coinvolte. In sala cala il silenzio e tutti si domandano se nella realtà hanno iniziato a lavorare in una delle aziende produttrice di coperchi di Tony Soprano, giusto per capire.
Dall’altra parte, un anglofono UE che vuole descrivere la scena di un incidente in spagnolo e menziona costantemente la quantità di coincidenze riscontrate potrebbe risultare un po’ confuso, nella migliore delle ipotesi. Potrebbe essere, però si perde tutto il senso.

Fonte : Articolo scritto da Oisin M. e pubblicato il 16 settembre 2020 sul sito di Kobalt Languages

Traduzione a cura di

Rita Grillo

Interprete e Traduttrice

Rivodutri (Rieti)

Uno spagnolo zoppicante

 Categoria: Le lingue

Anni fa, durante un viaggio in Argentina, contattai l’autore di un romanzo che avevo tradotto. Mi diede appuntamento in una via del centro di Cordoba, dove giunsi in anticipo. Iniziai a osservare il via vai, poi ingannai l’attesa facendo due passi, tenendo d’occhio, nel camminare, la faccia dei passanti e bene a mente quella sul retro del volume tradotto. Ero forse al quarto andirivieni quando lo vidi avvicinarsi e sorridermi. Un’ora dopo mi resi conto che lo scrittore mi aveva teso la mano senza avermi mai visto prima, neppure in fotografia. “Avevi un modo straniero di camminare”, spiegò trangugiando il suo mate.

Non stonerebbe, questo aneddoto, nella Gelosia delle lingue, di Adrián N. Bravi[1]; né forse questo libro sul comodino dei traduttori. Sebbene soprattutto di chiunque si trovi, per scelta o necessità, a esprimersi stabilmente in un’altra lingua, tratti il libro. Viene in mente l’opera, tra gli altri, di Cioran, Kundera, Conrad. Viene in mente, soprattutto, la zia dell’autore, che lo strazio dell’emigrazione verso l’Argentina lo riferisce da decenni in castigliano senza cedimenti, e invece in lacrime, ancora mezzo secolo dopo, quando le tocca raccontarlo in italiano. Segno, scrive Bravi, che “forse i ricordi parlano solo la lingua in cui sono accaduti” e che solo pájaro può chiamarsi l’uccello che rincorreva nel giardino della sua infanzia. Scegliere un’altra lingua serve, allora, a dimenticare. È il caso di un personaggio del Romanzo L’amico ritrovato o di Beckett, il francese afasico dei cui personaggi non è solo una opzione stilistica.

Ma abbracciare un altro idioma può anche essere una scelta gioiosa, come nel caso dell’autore. Dalla lingua madre, insomma, ci si emancipa. È traducendola in spagnolo che Doña Marina tradisce il proprio popolo consegnandolo a Hernán Cortes; nel condominio segreto, racconta Anna Frank, venivano ammesse tutte le lingue civili, eccetto, pertanto, il tedesco; da ultimo è in italiano che Milton sceglie di scrivere dei poemetti amorosi.

Alla lingua madre, tuttavia, si torna. Apprezzandone ciò che un tempo ci era abituale. Accorgendoci di averla, in fondo, sempre declinata. In friulano sono il primo e l’ultimo libro di Pasolini. “Parlava il russo in quindici lingue” riporta l’epigrafe del testo di Bravi, citando Julia Kristeva. Senza che però le altre lingue conosciute non influenzino la materna riabbracciata. Un fenomeno che trascende il semplice accento: “l’italiano – riferisce l’autore – ha trasformato la mia percezione del tempo.

Quando la lingua diventa vessillo d’identità nazionale è in realtà orgoglio di interferenze. Lo registrano linguisti e scrittori, lo dimostrano i gerghi bonaerensi. O, aggiungiamo noi, quella miscela di suoni mediterranei e anglosassoni che, sotto il nome di llanito, a Gibilterra dà un nome alle cose. Perché, osserva Bravi, anche se il suo sguardo, il suo stesso comportamento, sono dettati dalla lingua madre, l’uomo resta un animale migratorio.

Come in certe scuole di recitazione, concludiamo, in cui l’immedesimazione si avvale della prossemica, prima di intraprendere la lettura di un testo, chi è chiamato a tradurlo forse dovrebbe provare a incamminarsi.

Autore dell’articolo:
Dott. Luca De Feo
Firenze


[1] BRAVI A.N. La gelosia delle lingue, EUM, Macerata, 2017.

Introversi Vs Estroversi con le lingue (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Infine, abbiamo bisogno di migliorare la nostra abilità di osservazione. Dobbiamo far caso ai suoni, a come la lingua viene pronunciata. Dobbiamo osservare le parole, le strutture e gli schemi. Fortunatamente, il potenziamento dell’abilità di osservazione avviene attraverso l’esposizione alla lingua. Nella fase iniziale dell’apprendimento di una nuova lingua, l’ascolto e la lettura ripetitivi ci rendono sempre più consapevoli di ciò che accade nella lingua. Gradualmente acquisiamo una maggiore consapevolezza della pronuncia. Notiamo come i pensieri vengono espressi in modelli di discorso che differiscono da quelli a cui siamo abituati.

Generalmente l’osservazione migliora con l’esposizione, ma dobbiamo voler osservare. Dobbiamo essere determinati a osservare. È ovvio che la capacità di osservazione dipende dalla nostra attitudine e dal tempo che dedichiamo alla lingua. Questi tre fattori sono interdipendenti.

Né l’atteggiamento degli apprendenti, né la loro volontà a dedicare abbastanza tempo alla lingua, né la loro attenzione nei confronti della lingua richiedono di essere estroversi. Anche gli introversi possono avere queste qualità.

Se penso ai molti apprendenti di lingua e poliglotti di successo che ho conosciuto alle conferenze poliglotte o attraverso la LingQ community, tra questi ci sono introversi, estroversi e vari gradi di entrambe le personalità. Il fatto è irrilevante. Sia gli introversi sia gli estroversi sono capaci di apprendere le lingue a qualsiasi livello essi vogliano.

Gli estroversi potrebbero voler cimentarsi prima nella conversazione rispetto agli introversi. Forse hanno meno paura di non essere in grado di capire o fare errori. Ciò è un bene. Forse gli introversi sono più timidi, più riluttanti a parlare fino a quando non sono sicuri delle loro abilità. Tuttavia, una volta che hanno acquisito un vocabolario ampio e raggiunto un buon livello di comprensione, svilupperanno la loro capacità di parlare abbastanza rapidamente. Potrebbero parlare sottovoce, con più esitazione, ma in base alla mia esperienza, la loro conoscenza della lingua non sarà inferiore a quella degli estroversi.

Fonte: Articolo scritto da Steve Kaufmann e pubblicato l’8 settembre 2020 sul proprio sito The Linguist

Traduzione a cura di:
Rossella Di Cio
Dottoressa magistrale in Traduzione Specialistica EN,FR>IT

Introversi Vs Estroversi con le lingue (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

La convinzione che possa raggiungere il tuo obiettivo è molto importante. Coloro che imparano una lingua per la prima volta hanno un problema: non l’hanno mai fatto prima. Non riescono a vedersi come parlanti fluenti di una seconda lingua. È come scalare una montagna senza aspettarsi di raggiungere la cima. Questo tipo di attitudine può condurre facilmente allo scoraggiamento. Significa meno entusiasmo e dedizione nel compito. Credere in se stessi è di vitale importanza e ciò non ha nulla a che fare con l’essere introversi o estroversi.

Un altro fattore altrettanto importante è il tempo. Imparare una lingua richiede tempo, un sacco di tempo. A meno che la nuova lingua non sia simile a quella che già si conosce, non si tratta di una questione di poche settimane come promettono alcuni libri. Gli apprendenti che hanno successo nell’apprendimento di una lingua si impegnano nello studio quotidianamente anche se solo per un’oretta e continuano per mesi e anni per raggiungere il loro obiettivo.

Il tempo a cui mi riferisco non è solo il tempo speso a studiare la lingua leggendo i libri di grammatica o stando seduti in classe. Il tempo necessario per riuscire ad imparare una lingua è il tempo trascorso con la lingua stessa, ascoltando, leggendo, parlando e scrivendo. Il tempo speso a leggere le spiegazioni grammaticali nella propria lingua, il tempo dedicatole in classe, ad imparare liste di parole non conta tanto quanto impegnarsi in una comunicazione significativa, nell’ascolto, nella lettura e nella conversazione. Gran parte di questo tempo può prendere la forma di attività piacevoli ed interessanti. Quest’ultime, in effetti, devono rispondere all’interesse dell’apprendente.

Anche in questo caso, una persona introversa con un forte interesse per alcuni aspetti di una lingua e della sua cultura, che vi dedica il tempo necessario per la buona riuscita, imparerà più velocemente rispetto ad un estroverso che è solo alla ricerca di un’opportunità per fare pratica con quella piccola parte di lingua che ha imparato.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Steve Kaufmann e pubblicato l’8 settembre 2020 sul proprio sito The Linguist

Traduzione a cura di:
Rossella Di Cio
Dottoressa magistrale in Traduzione Specialistica EN,FR>IT

Introversi Vs Estroversi con le lingue

 Categoria: Le lingue

Esistono molti miti riguardo le qualità necessarie per avere successo nell’apprendimento di una lingua straniera.

Devi essere musicale o avere orecchio per la musica. Eppure conosco dei pessimi cantanti che sono bravi nelle lingue e viceversa. Devi avere un talento speciale, come se alcune persone fossero geneticamente predisposte ad essere brave nell’apprendimento delle lingue. Da bambino devi essere circondato da persone che parlano altre lingue. Eppure, quando al LangFest dell’anno scorso ho chiesto ad un gruppo di 500 poliglotti quanti fossero cresciuti in una famiglia bilingue o multilingue, quasi nessuno si è fatto avanti. Non puoi imparare dopo una certa età. Eppure io ho imparato otto lingue da quando ho 60 anni.

Secondo un altro mito gli estroversi sono apprendenti migliori rispetto agli introversi. A quanto pare alcuni pensano che una persona estroversa, socievole, vivace, entusiasta di coinvolgere le persone in una conversazione sarà più brava nell’apprendimento di una lingua rispetto ad una persona più silenziosa, riflessiva ed introversa.

Quindi chi è l’apprendente migliore? Introversi Vs Estroversi

L’apprendimento di una lingua dipende da tre fattori fondamentali: l’attitudine dell’apprendente, il tempo trascorso a contatto con la lingua e l’abilità dell’apprendente di osservare cosa accade nella lingua, qualcosa che avviene per lo più inconsciamente.

Tra questi, il fattore più importante, più importante dell’età, del talento, dell’orecchio per la musica, dell’essere socievoli, ecc., è l’attitudine dell’apprendente nei confronti della lingua. Devi esserne interessato e deve piacerti. Soprattutto devi credere che raggiungerai il tuo obiettivo e che valga la pena compiere tutti gli sforzi che stai facendo.

Stai cercando qualcosa in casa. Se guardi in un armadio o nelle tasche dei pantaloni e sei convinto che la cosa che stai cercando possa essere trovata, è più probabile che possa trovarla. Ma se non ne sei davvero sicuro, se cerchi senza impegnarti, è più probabile che alla fine non la troverai.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Steve Kaufmann e pubblicato l’8 settembre 2020 sul proprio sito The Linguist

Traduzione a cura di:
Rossella Di Cio
Dottoressa magistrale in Traduzione Specialistica EN,FR>IT

L’Influenza dell’arabo sullo spagnolo

 Categoria: Le lingue

L’Influenza dell’arabo sulla lingua spagnola

A causa dell’occupazione della Penisola Iberica da parte dei Mori, a partire dal 711 fino al 1492 d.C., l’influenza della lingua araba su quella spagnola fu inevitabile ed ancora oggi è evidente.

Lo spagnolo, in principio, veniva parlato nell’antica regione della Castiglia, nel nord della Spagna, mentre la maggior parte del meridione era sotto il dominio musulmano. L’arabo parlato nel sud dell’Andalusia, influenzò la lingua spagnola fin quasi dall’inizio. La contaminazione si intensificò quando la Castiglia iniziò a crescere espandendosi in territori musulmani che non avevano mai parlato il castigliano, analogamente a quando i “cristiani arabizzati” fuggirono a nord nel territorio castigliano, principalmente nel periodo della conquista  Almoravide.

Lo spagnolo moderno è quindi una combinazione di castigliano antico ed elementi di origine araba.

Crea confusione il fatto che,  nello spagnolo moderno, coesistano ancora termini di derivazione latina e araba che esprimono lo stesso concetto, come aceituna e oliva (oliva),  jaqueca e migraña (emicrania). Tale influenza nella lingua spagnola è più evidente nella parte meridionale della Spagna, che subì l’occupazione più a lungo. Alcune parole sono state prese in prestito anche dall’arabo parlato in Marocco, a causa della vicinanza geografica.

Gran parte della contaminazione riguarda il lessico: per la maggioranza sostantivi ed  un numero più limitato di verbi, avverbi e aggettivi. La struttura generale e grammaticale della lingua è rimasta invece relativamente invariata.

Esempi di influenza della lingua araba sulla lingua spagnola:

  • ·Espressioni come “¡Ole!” e “ojalá” provengono dall’arabo “wa’llah” e “insh’allah”, che hanno il medesimo significato.
  • ·Si dice che il pronome formale “usted” provenga dal latino “vuestra merced”, ma “ustadth” è il termine arabo per professore/insegnante, quindi potrebbe anche avere queste radici.
  • ·Il suffisso –í, che viene utilizzato in spagnolo per mostrare relazioni o appartenenze, deriva dall’aggettivo maschile arabo, ad es. Andalusí, Marbellí, Zaragocí, (persona dell’Andalusia, Marbella, Saragozza).
  • ·Molte parole in spagnolo che iniziano con “al” o anche solo “a” (a volte in arabo la “l” viene assorbita dalla consonante che la segue) possono avere radici arabe, poiché “al” è l’equivalente arabo di “il”, ed è presente all’inizio di ogni nome definito.

Ecco alcuni esempi:

Spagnolo Italiano Arabo
Abalorio Perlina Al-baluri
Acebibe Uva passa Azebib
Aceite Olio Az-zeit
Aceituna Olio d’oliva Az-zeitun
Alcalde Sindaco Al-qadi Cioè giudice (dal verbo qada- giudicare)
Alcoba Alcova Al-quba
Azúcar Zucchero Sukkar
Algodón Cotone Al-qutun
Azafrán Zafferano Za’firan. Forse da Safra (giallo)
Albahaca Basilico Habaqah
Jarra Caraffa ǧarrah
Jirafa Giraffa Ziraffa
Naranja Arancia Nāranja
Zoco or Azogue Mercato Souk
Zumo Succo di frutta Zum

Il numero di parole prese in prestito nella lingua spagnola dall’arabo è sconosciuto. Le stime variano enormemente in base alle diverse fonti e dall’eventuale conteggio di elementi come nomi di luoghi o forme derivate. Un’autorità molto rispettata ne nomina circa 4000, il più grande dizionario etimologico spagnolo ne elenca poco più di 1000, mentre la Real Academia Española  fornisce circa 1.200 parole, esclusi nomi di luoghi e derivati.

Fonte:  Articolo pubblicato sul sito della scuola di spagnolo Enforex

Traduzione a cura di:
Vaninetti Stella
Traduttrice per il settore turistico
Lingue di competenza: Inglese, Spagnolo, Francese, Portoghese
Lecco

Il sorabo – una lingua dimenticata

 Categoria: Le lingue

In uno dei suoi articoli brevi ma pungenti, lo scrittore uruguayano Eduardo Galeano citò una statistica: “Ogni due settimane muore una lingua.”

Quando noi europei pensiamo alle lingue in via di estinzione, il nostro pensiero va in automatico verso le numerose lingue dei continenti che in passato subirono la colonizzazione – le lingue amerindie, tanto diverse tra di esse che spesso nonostante la vicinanza geografica appartengono a famiglie linguistiche differenti, o le lingue delle tribù africane. Tuttavia nemmeno il Vecchio continente sfugge a questo fenomeno pressante. Si pensi all’uso sempre più limitato di alcuni dialetti italiani.

Più a Nord, nel cuore d’Europa, sopravvive un’antica lingua slava – il sorabo o serbo-lusaziano. Nella classificazione delle lingue slave appartiene al gruppo delle lingue slave occidentali, insieme al ceco, allo slovacco e al polacco. A differenza delle altre tre però non gode dello status di lingua ufficiale di nessuno stato, il che fa di essa una realtà pressoché sconosciuta. La sopravvivenza è resa ancora più difficile dal fatto che la piccola isola linguistica si trova circondata da un territorio di lingua non slava, nelle regioni tedesche del Brandenburgo e della Sassonia.

Le origini della minoranza linguistica sono da cercare nell’epoca alto-medievale quando la storica regione della Lusazia fu ampiamente insediata da popolazioni slave. Nel corso della storia i sorabi sopravvissero a molte avversità, tra cui anche il regime nazista che di fatto proibì l’uso della lingua soraba e perseguitò i membri dell’etnia con carcerazioni e reclusioni nei campi di concentramento. Secondo le stime, i parlanti del sorabo oggigiorno sono circa 20 000. In realtà si tratta di due varietà di lingua – il sorabo superiore e il sorabo inferiore, la seconda delle quali particolarmente minacciata dall’estinzione, con poco più di 6000 parlanti attivi, concentrati nella zona attorno alla città di Cottbus.

La politica attuale della Germania è favorevole alla minoranza, ai sorabi viene concessa la scolarizzazione nella loro lingua madre e l’utilizzo della stessa nelle istituzioni locali. Sono presenti cartelli stradali bilingui e i due Bundesländer coinvolti stanziano somme di denaro per la promozione della cultura soraba. Tuttavia non è semplice preservare le tradizioni di una comunità di dimensioni così piccole, a contatto talmente stretto con un’altra cultura egemone. Il pericolo è rappresentato anche da fattori socio-economici: la zona soffre di forte livello di disoccupazione che causa l’esodo della popolazione, in particolar modo dei giovani, al di fuori dell’area linguistica soraba, con il conseguente rischio di inclinare verso l’uso prevalente del tedesco. Inoltre, negli anni passati, interi villaggi sono stati distrutti per le attività estrattive delle miniere di carbone e i loro abitanti spostati altrove. A ciò si aggiunge la bassa natalità tipica di tutte le popolazioni europee.

Malgrado le condizioni non favorevoli, la cultura soraba resiste e si nutre anche di manifestazioni popolari molto vive. Vengono stampati giornali e libri in sorabo e sulla scena musicale alternativa appaiono autori che scelgono di esprimersi in sorabo. Certo sarà difficile, se non impossibile, invertire questa tendenza del mondo alla globalizzazione, di cui la progressiva omologazione linguistica costituisce solo uno degli aspetti. Ad ogni modo, è necessario impegnarsi per tutelare l’immenso patrimonio che ogni singola lingua rappresenta per l’umanità.

Autrice dell’articolo:
Stanislava Sebkova
Traduttrice freelance IT,DE,EN>CZ
Firenze

L’Inglese per l’Unione Europea (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

La Brexit è l’occasione giusta perché l’inglese diventi la lingua della UE

Un’ulteriore obiezione dei nemici giurati dell’inglese è che altre entità statali come gli USA, il Canada o la Svizzera funzionano senza una lingua ufficiale unica. Ma a differenza della UE hanno una storia plurisecolare come entità politiche unitarie e una forte lingua maggioritaria;

di contro, solo il 18% dei cittadini della UE è di lingua madre tedesca. Il plurilinguismo dell’India è quanto di più simile alla UE ci sia a livello internazionale, ma anche da quelle parti infuria il dibattito se adottare una sola lingua ufficiale per favorire la coesione.

L’obiezione più stringente è che sostituire la babele europea con l’inglese come unica favella sia un’idea elitaria; tuttavia è proprio per questo che la UE dovrebbe fare di più per promuovere l’inglese al ruolo di unica lingua europea di comunicazione. L’attuale inerzia ha creato un’Europa in cui una casta di privilegiati poliglotti formati nelle università europee può muoversi agevolmente da un paese all’altro e dominare i dibattiti comunitari. Un maggiore impegno a favore dell’inglese in Europa e nelle singole nazioni ne promuoverebbe la conoscenza presso quei cittadini UE che attualmente non lo parlano.

Alla fine non si tratta di scegliere fra un’Europa anglofona o fra una completamente multilingue, ma fra una pia illusione e i fatti. Nicolas Véron, economista francese che lavora a Bruxelles, fa notare che l’inglese è già di fatto la lingua di lavoro della UE, il che ha permesso a lui e ad altri, nel 2005, di creare Bruegel, uno dei primi think tank a livello comunitario. Qualcosa come il 97% dei tredicenni europei sta imparando l’inglese, e il numero dei corsi universitari in inglese è cresciuto dai 725 del 2002 a più di ottomila. I movimenti politici continentali si esprimono per la gran parte in inglese: il sito web e gli interventi sulle reti sociali di Fridays for Future, così come quelli del movimento populista di destra Identitarian, sono in inglese. Ad un raduno di leader sovranisti a Milano prima delle elezioni europee, i leader di Finlandia, Danimarca, Olanda, Repubblica Ceca e Germania hanno rivolto i propri saluti alla folla in inglese.

Diffondete il verbo

Prendere atto formalmente di come stanno le cose permetterebbe alla UE e ai governi nazionali di concentrare più risorse nella diffusione dell’inglese. Tali risorse – alcune delle quali si potrebbero ricavare dalla riduzione dell’enorme numero di traduttori e interpreti della UE – potrebbero essere impiegate per corsi di lingua per i lavoratori più anziani e meno istruiti. Stimolerebbe più mezzi di comunicazione a scrivere in inglese, favorendo così la nascita di media autenticamente paneuropei.

Il maggiore ostacolo è simbolico. Umberto Eco scrisse: «La traduzione è la lingua dell’Europa». La UE è orgogliosa delle sue tante lingue usate ogni giorno, che ogni anno diventano sempre più diffuse ed accessibili grazie al progresso degli strumenti di traduzione automatica. Tuttavia adottare l’inglese come lingua comune dovrebbe essere visto come il complemento di questa tradizione e non come una sfida ad essa. La quintessenza dell’Europa è la diversità, e il suo caleidoscopio di lingue e dialetti deve essere promosso e protetto; ma è anche unità, un’unità possibile solo con una lingua comune, anche se non padroneggiata alla perfezione. Diffondere capillarmente l’inglese e al contempo difendere le lingue native della UE non significherebbe tradire l’ideale di un’Europa cosmopolita, bensì portarlo a compimento.

Fonte:  Articolo pubblicato il 15 giugno 2019 sul sito dell’Economist

Traduzione a cura di:
Luca Falzoni
Traduttore freelance tecnico/scientifico EN,DE > IT
Cilavegna (PV)

L’Inglese per l’Unione Europea

 Categoria: Le lingue

La Brexit è l’occasione giusta perché l’inglese diventi la lingua della UE

Sarà una lingua franca neutrale.

Per buona parte della sua storia le lingue principali dell’Unione Europea sono state tre: il tedesco (la lingua madre più parlata), il francese (lo strumento d’elezione della diplomazia brussellese) e l’inglese (ampiamente usato come seconda lingua). Tuttavia negli ultimi anni la crescita di Internet e l’adesione degli stati dell’Europa orientale e centrale hanno sancito il dominio dell’inglese. Ad oggi più dell’80% dei documenti della Commissione europea sono prima redatti in inglese, poi tradotti nelle altre 23 lingue ufficiali.

I malumori non mancano. «L’inglese non è l’unica lingua ufficiale dell’Unione Europea» ha dichiarato con irritazione nel settembre 2018 Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea. Alcuni hanno accolto la Brexit come un’occasione per ristabilire il ruolo del francese come lingua principale della UE, o almeno per far decadere l’inglese da lingua ufficiale. Dopo il fallito tentativo europeo di dare il benservito all’idioma di Boris Johnson e Nigel Farage, un giornalista francese ha sbottato: «Ci vorrà un miracolo per governare 450 milioni di cittadini in una lingua destinata ad un futuro di minoranza».

Al contrario, non potrebbe esserci momento migliore per la UE di adottare l’inglese come sua unica lingua ufficiale. Politicamente la Brexit gioca a favore. Il filosofo belga Philippe van Parijs sostiene che la Brexit renderà l’inglese una lingua neutrale all’interno della UE (Irlanda e Malta, dove pure è lingua ufficiale, rappresentano appena l’1% della restante popolazione) e quindi ideale per far comunicare europei con lingue madri rivali. Date le sue radici sia romanze che germaniche, adottarla costituirebbe, da un punto di vista linguistico, un ritorno in patria, facendo tornare l’inglese sul continente. «Ridateci la nostra lingua» dice scherzando van Parijs. In secondo luogo, l’Europa va verso l’unione politica: dalle proteste anti-migranti alle dimostrazioni ambientaliste degli studenti di Fridays for Future, i movimenti sono sempre più transnazionali. Nelle elezioni europee del maggio 2019 la partecipazione al voto ha raggiunto il massimo degli ultimi 25 anni dopo una campagna in cui l’impatto dei leader, dal populista di destra Matteo Salvini al centrista liberale Emmanuel Macron in Francia (che alla prossima tornata elettorale intende introdurre liste paneuropee di candidati), ha travalicato i confini dei rispettivi paesi. In un’epoca in cui la politica si scopre più autenticamente europea una lingua franca accettata da tutti ha perfettamente senso, e l’inglese è l’unico candidato logico.

Alcuni temono che sancire formalmente il predominio dell’inglese (idea sostenuta con fervore non da britannici o americani, ma da personalità come l’ex presidente tedesco Joachim Gauck e l’ex presidente del Consiglio italiano Mario Monti) rafforzerebbe la cultura anglosassone e metterebbe pubblicazioni in lingua inglese come The Economist in posizione dominante. In effetti, molti grandi media europei – inclusa la maggior parte dei giornali tedeschi, lo spagnolo El País e il greco Kathimerini – pubblicano una propria versione online in inglese allo scopo di avere voce nel dibattito paneuropeo, e un ruolo formale dell’inglese incoraggerebbe altri a fare altrettanto.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte:  Articolo pubblicato il 15 giugno 2019 sul sito dell’Economist

Traduzione a cura di:
Luca Falzoni
Traduttore freelance tecnico/scientifico EN,DE > IT
Cilavegna (PV)

La situazione del tedesco nel 2020 (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Negli anni a venire, in virtù della nuova legge del governo federale per favorire l’immigrazione di personale qualificato, l’insegnamento del tedesco avrà come obiettivo principale la formazione linguistica degli specialisti. Nel complesso il numero degli adulti che studiano il tedesco (dovuta alla crescente importanza della formazione linguistica dei profili specializzati) è cresciuto dai circa 433.000 del 2015 a 474.000. Complessivamente circa 309.000 persone studiano tedesco presso le sedi del Goethe Institut, con una crescita degli studenti di ambo i sessi di circa 73.000 unità rispetto al 2015.

L’indagine (che non ha considerato il periodo della pandemia da Coronavirus) ha per la prima volta preso in esame l’offerta di formazione tramite piattaforme digitali. I risultati mostrano la crescente importanza, anche in prospettiva, sia delle possibilità di apprendimento online del tedesco che della formazione degli stessi insegnanti di lingua. L’utilizzo delle offerte formative tramite le piattaforme digitali e mobili considerate dall’indagine è cresciuto dal marzo 2020: ad esempio, durante la chiusura al pubblico degli istituti di formazione linguistica e il divieto di contatti sociali in tutto il mondo gli accessi (“visits”) alla piattaforma formativa online del Goethe Institut hanno mostrato un significativo aumento delle lezioni via Internet: i circa 326.000 accesi del maggio 2019 sono diventati, a distanza di dodici mesi, più di 1,2 milioni. Nello stesso periodo la fruizione dei corsi online di tedesco della Deutsche Welle è raddoppiata, raggiungendo i 4,2 milioni di utenti.

Alla crescente domanda di tedesco un po’ ovunque si contrappone tuttavia la mancanza di insegnanti: nell’impegno del ministero degli Esteri e dei suoi partner la formazione degli insegnanti è perciò considerata assolutamente prioritaria. Programmi di formazione e perfezionamento come il Dhoch3 del DAAD o il Deutsch Lehren Lernen (Imparare ad insegnare il tedesco), o DLL, del Goethe Institut contribuiscono alla formazione continua degli insegnanti.

Sotto la guida del ministero degli Esteri l’organizzazione Netzwerk Deutsch raccoglie ogni cinque anni, insieme a gruppi di lavoro locali, i dati relativi agli studenti di tedesco da tutto il mondo. L’indagine del 2020 è stata coordinata dal Goethe Institut (che elabora anche i dati) in cooperazione con i già citati DAAD, Deutsche Welle e ZfA.

Fonte: Articolo pubblicato sul sito del Goethe Institut

Traduzione a cura di:
Luca Falzoni
Traduttore freelance tecnico/scientifico EN,DE > IT
Cilavegna

La situazione del tedesco nel 2020

 Categoria: Le lingue

In Asia e Africa sempre più persone studiano il tedesco
L’interesse per il tedesco come lingua straniera non conosce soste, e le iniziative per promuoverlo dimostrano un’efficacia durevole: come rivela l’indagine Deutsch als Fremdsprache weltweit (Il tedesco come lingua straniera nel mondo), pubblicata a cadenza quinquennale a cura del ministero degli Esteri in cooperazione col Goethe Institut, la Deutsche Welle, il Deutscher Akademischer Austauschdienst (DAAD, Servizio Federale per gli scambi accademici) e la Zentralstelle für das Auslandsschulwesen (ZfA, Servizio Federale per le Scuole all’Estero), in tutto il mondo lo studiano più di 15,4 milioni di persone. Come sempre l’Europa fa la parte del leone, ma il tedesco guadagna posizioni soprattutto in Africa e Asia. La competenza linguistica del personale specializzato proveniente dall’estero gioca un ruolo sempre maggiore nel sostegno al tedesco, e le offerte di formazione digitale incontrano sempre maggior favore.

Il tedesco resta sempre la lingua più studiata in Europa con 11,2 milioni di studenti. I tassi di crescita maggiori si registrano nei vicini della Germania: Danimarca, Olanda, Repubblica Ceca e Francia (che con un +18% raggiunge gli 1,185 milioni di studenti). Anche in Russia, che nel 2015 registrava il maggiore calo, il numero di chi impara il tedesco è cresciuto nuovamente del 16%, fino a toccare 1,79 milioni. Per contro alcuni paesi europei segnano il passo: il numero di studenti in Polonia, per quanto rimanga il più alto al mondo (1,95 milioni), è calato del 15% dal 2015; la situazione in Ungheria è simile, e l’uscita della Gran Bretagna dalla UE potrebbe ulteriormente minare il già declinante interesse per il tedesco (-25% rispetto al 2015).

Al di fuori della UE colpisce la straordinaria crescita dell’Africa (+50% circa): tra i paesi africani in cui è aumentato il numero di chi studia il tedesco si annoverano Egitto, Algeria e Costa D’Avorio. Un altro importante teatro di crescita del tedesco è l’Asia, soprattutto la Cina. Di contro gli USA mostrano un calo intorno al 15%.

Come risulta poi dall’indagine, il tedesco si studia soprattutto nelle scuole (il numero delle scuole in cui si studia il tedesco è cresciuto dalle 95.000 del 2015 a circa 106.000). L’iniziativa Schulen: Partner der Zukunft (Scuole: partner del futuro), o PASCH, si è dimostrata un valido strumento di promozione del tedesco a livello mondiale: ad oggi vi prendono parte circa duemila scuole e più di seicentomila alunni in oltre cento paesi. L’iniziativa PASCH si svolge in collaborazione con la ZfA, il Goethe Institut, il DAAD e l’Organizzazione per gli scambi culturali con l’estero della Conferenza Federale dei ministri dell’Istruzione. Nelle scuole gli studenti studiano approfonditamente la lingua e la cultura tedesche e si familiarizzano con l’odierna realtà della Germania. Inoltre il tedesco rappresenta un investimento per il futuro, dando accesso ad uno dei migliori sistemi scolastici del mondo e ad un attraente mercato del lavoro e della formazione.

Nelle università il tedesco è attualmente studiato da 1,27 milioni di persone, con un leggero calo (circa 60.000 unità) rispetto al 2015. Con un certificato di tedesco e il diploma finale delle scuole estere della ZfA, ogni anno circa 20.000 diplomati di ambo i sessi ottengono accesso al sistema universitario tedesco, e di questi il 45% si iscrive ad un corso di laurea in Germania. Anche il programma di formazione Studienbrücke del Goethe Institut e del DAAD facilita l’accesso al mondo accademico tedesco.

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Fonte: Articolo pubblicato sul sito del Goethe Institut

Traduzione a cura di:
Luca Falzoni
Traduttore freelance tecnico/scientifico EN,DE > IT
Cilavegna

I fenomeni del cocoliche e del lunfardo

 Categoria: Le lingue

Il periodo della grande emigrazione degli italiani verso l’America del Sud iniziò indicativamente a partire dal 1880 e una delle mete principali era l’Argentina, in particolare l’area rioplatense. Gli italiani provenivano da varie zone d’Italia, la maggior parte erano liguri e calabresi, ma anche piemontesi, veneti, friulani ecc. e di tutte le estrazioni sociali; non dobbiamo pensare che fossero tutti poveri e analfabeti, ma lasciavano l’Italia anche letterati e musicisti. Bisogna fare una premessa, a quell’epoca l’Unità d’Italia era ancora recente e la lingua italiana era diffusa a livello nazionale solo fra le persone colte. L’Italia era ancora fortemente dialettofona quindi la popolazione comunicava con difficoltà sul proprio territorio, ma come si rapportavano gli italiani all’estero dove incontravano anche altre culture e lingue?

L’Argentina aveva aperto le porte agli immigrati e gli italiani erano la maggioranza, seguiti dagli spagnoli, ma era meta di emigrazione anche per francesi, inglesi, tedeschi ecc. e la zona rioplatense divenne uno straordinario crogiolo di lingue e culture. In particolare la presenza massiva degli italiani concentrata nella zona del Rio de la Plata mise a contatto lo spagnolo di quell’area con l’italiano dialettale (e non l’italiano standard, poco parlato dagli immigrati) e portò alla nascita di due fenomeni di contatto linguistico: il cocoliche e il lunfardo.

Il cocoliche coinvolge tutti i livelli della lingua, quindi il lessico, la morfologia, la sintassi e la fonetica. Il lunfardo è un argot basato principalmente su italianismi e riguarda solo il piano lessicale. Il primo andò in disuso e rimase solo nell’ambito teatrale, mentre quest’ultimo riuscì a radicarsi. L’origine della parola cocoliche dovrebbe risalire al cognome calabrese Cuccoliccio.
Nello specifico, il cocoliche non si può definire un gergo, perché per essere tale dovrebbe essere caratterizzato dal desiderio o dalla necessità di differenziarsi dalla comunità, al contrario, il cocoliche esprime la volontà di comunicazione e di integrazione e lo si può definire come lo sforzo fatto dagli italiani per riuscire ad integrarsi nel tessuto sociale argentino. La struttura del cocoliche, infatti, si compone di tre elementi: dialetti italiani (in particolare genovese) + italiano standard + castigliano ( andaluso).

Il lunfardo, invece, è un gergo e l’origine della parola sarebbe “lombardo” inteso in senso dispregiativo in quanto chi proveniva dalla Lombardia era considerato ladro poiché molti di loro svolgevano anche l’attività di usurai. Di conseguenza questo gergo era una sorta di lingua segreta, parlata in ambiti delinquenziali. Oggigiorno il lunfardo non è più collegato alla malavita italoargentino e si è diffuso anche in Uruguay e alcuni termini sono utilizzati nella vita quotidiana.
A volte i termini cocoliche e lunfardo vengono considerati erroneamente sinonimi ma i due fenomeni sono diametralmente opposti: il cocoliche nasceva dalla volontà di comunicare, mentre il lunfardo dalla necessità di non essere compresi.

Di seguito alcuni curiosi esempi di parole in cocoliche e la loro origine.
• BACAN = deriva dal genovese “baccan” (parola che indicava il capofamiglia o un leader in generale);
• BIRRA = Si utilizza il termine italiano su entrambe le sponde del Rio de la Plata invece di dire cerveza (Spagna);
• CHAPAR = dal lombardo “ciapà” (prendere) > italiano “acchiappare”;
• FAINA’ = dal genovese “fainà”, nome dialettale della farinata di ceci; molto diffusa in Argentina, è un altro retaggio della forte immigrazione ligure nel paese.

Autrice dell’articolo:
Rosamaria Cabona
Traduttrice SP > IT
Genova

Il bilinguismo in età prescolare

 Categoria: Le lingue

Esistono innumerevoli vantaggi nell’insegnamento di una seconda lingua in età prescolare. E’ ormai un luogo comune che imparare una seconda lingua in giovane età sia più semplice se paragonato all’apprendimento della stessa in età adulta. Ad avvalorare questa ipotesi si aggiungono innumerevoli studi scientifici che affermano come tra gli 0 e i 5 anni il cervello del bambino sia estremamente più plastico.

Ne consegue che tutte le esperienze, sia quelle costruttive che quelle negative, vadano a impattare estremamente sul cervello del bambino in questa fascia di età. Ad esempio chi subisce eventi negativi tra gli 0 e i 5 anni svilupperà più facilmente depressione o alcolismo o altri tipi di patologie.

Lo stesso vale per l’apprendimento delle lingue. Il bambino bilingue inizierà ad esprimersi nella seconda lingua con un leggero ritardo rispetto al bambino che impara e parla in casa e alla scuola dell’infanzia soltanto una lingua. Ma è comprovato che una volta acquisita una seconda lingua, sarà più semplice, per il bambino bilingue, impararne una terza ed una quarta.

Anche il metodo di insegnamento va ad impattare sui risultati. Esistono svariati tipi di insegnamento, di seguito ne prenderemo in considerazione tre: il metodo induttivo, il metodo deduttivo e quello naturale.

Il metodo induttivo è quello sperimentale e più all’avanguardia. Dal Latino ‘in duco’, mi muovo verso: il bambino dovrà fare uno sforzo, implicando le funzioni logiche, per ‘andare verso’ la lingua, ovvero per riuscire ad impossessarsene e a padroneggiarla. Con il metodo induttivo si passa dal particolare al generale, ovvero dall’esempio alla regola. Questo metodo non è mnemonico né ripetitivo.

Il metodo deduttivo è quello più tradizionale. Dal Latino ‘de duco’, movimento dall’alto verso il basso: la conoscenza viene trasmessa, appunto, dall’alto a chi la riceve in modo per lo più passivo. Il metodo deduttivo procede dal generale al particolare e implica la memorizzazione e la ripetitività.

Infine, il metodo naturale, non prevede tecniche specifiche: si parlerà al bambino nella lingua da apprendere esattamente come una madre fa con il proprio figlio. Sempre più scuole dell’infanzia decidono di adottare questo tipo di metodo che non adotta la memorizzazione e la ripetitività.

Concludendo, è auspicabile l’adozione di un metodo induttivo o di un metodo naturale piuttosto che di un metodo deduttivo ed è preferibile iniziare l’apprendimento di una seconda lingua tra gli 0 e i 5 anni.

Autrice dell’articolo:
Anna Maria Delfina Adelaide Parlangeli
Traduttrice EN FR> IT
Milano

Tutelare le lingue indigene brasiliane (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Negli ultimi anni sono stati pubblicati alcuni inventari delle lingue indigene attualmente parlate in Brasile, presentati in libri e riviste, con indicazioni sulle posizioni geografiche e dati demografici approssimativi. Grazie a questi strumenti, è stato possibile determinare quali lingue sono in pericolo di estinzione a causa del ridotto numero di utilizzatori. La presenza di queste minoranze linguistiche è anche causata dallo sterminio delle popolazioni indigene da parte degli invasori.
Il ridotto numero di lingue che sono sopravvissute sino ad oggi necessita di riconoscimento e tutela da parte del governo brasiliano, che è responsabile delle popolazioni autoctone e del sostegno a programmi di ricerca per evitarne l’estinzione. I governi più conservatori tendono a non rispettare i diritti delle minoranze, al contrario, hanno cercato di porre fine alle loro storia culturale.

Jair Bolsonaro, politico nazionalista di estrema destra, presidente del Brasile dal 1° gennaio 2019, ha sollevato polemiche sulla gestione del governo brasiliano della questione indigena. Dopo essere stato eletto, ha elaborato un decreto provvisorio, secondo il quale le attività di identificazione, delimitazione, demarcazione e registrazione delle terre indigene del paese, debbano andare sotto la responsabilità del Ministero dell’Agricoltura. Questa misura ha ampliato i poteri di quest’ultimo, causando la perdita di queste funzioni da parte della Fondazione Nazionale dell’Indio (FUNAI), insieme al coordinamento e alla concessione di licenze ambientali nelle terre coinvolte, che include il permesso per la costruzione di dighe idroelettriche, ferrovie e autostrade nei pressi delle comunità indigene.

Questa politica è stata molto discussa negli ultimi tempi e la resistenza indigena ha dimostrato di voler difendere i propri diritti con la mobilitazione nazionale “Acampamento Terra Livre“, svoltasi tra il 24 e 26 aprile 2019 nella capitale, Brasilia. Durante questi giorni è stata richiesta la tutela dei diritti costituzionali degli indios, riguardanti il poter vivere nella propria terra, secondo i propri valori e tradizioni. La comunità indigena continua a combattere contro le grandi compagnie minerarie e agroindustriali, i proprietari terrieri e il razzismo che, purtroppo, sopravvive ancora in questo XXI secolo. È necessario fare tutto il possibile per poter tutelare queste minoranze linguistiche, che rappresentano una parte importante del patrimonio culturale portoghese e brasiliano.

Autrice dell’articolo:
Mariangela Sforza
Traduttrice freelance (PT-EN > IT)
Bari

Tutelare le lingue indigene brasiliane

 Categoria: Le lingue

Le particolarità del portoghese brasiliano sono state definite dai linguisti come un risultato di influenze amerindie e africane. Dal lato amerindio, la fonte è essenzialmente il Tupi, la principale lingua nativa in Brasile. Il numero di lingue indigene brasiliane esistenti, attualmente 180, rappresenta una grande diversità linguistica.
I dati a riguardo hanno permesso agli studiosi di classificare queste lingue per famiglie e tronchi linguistici. Il tronco Tupi è uno dei più grandi gruppi con una grande dispersione geografica: le sue lingue sono parlate in diverse regioni del Brasile (specialmente a sud del Rio delle Amazzoni) e anche in altri paesi del Sud America.

È composto da diverse famiglie: Tupi-Guarani, Mondé, Tupari, Juruna, Mundurukú, Ramarána, Awetí, Puruborá. L’altro grande gruppo è quello delle lingue del tronco Macro-Jê, presenti in particolare nelle regioni dei campi (come quelle di Maranhão e Pará, fino al Sud del Paese). Include le famiglie: , Karajá, Maxakalí, BororoBotoctió, Guató, Ofayé, Rikbaktsá, Yate. Le famiglie Karib e Aruák sono rappresentate ciascuna da 20 lingue, distribuite a nord e a sud del Rio delle Amazzoni e nelle regioni nordoccidentale e occidentale (Stati di Amapá, Roraima, Pará, Amazonas, Acri, Mato Grosso). La famiglia Páno comprende 14 lingue parlate in Brasile (Acre, Rondônia e Amazonas) ancora poco conosciute, e altre parlate in Perù e Bolivia.

Nonostante la crescente estinzione di diverse lingue in tutto il mondo, negli ultimi tempi i linguisti si sono allarmati in modo particolare per le lingue indigene brasiliane, questione che è stata affrontata in diverse conferenze. Secondo gli studiosi, queste lingue sono soggette a pressioni molto forti e si può ritenere che siano tutte minacciate dall’estinzione. Il fattore che rappresenta la più grande minaccia alla sopravvivenza di queste lingue è l’assenza di informazioni sufficienti: questo problema conduce all’incapacità di adottare misure amministrative per tutelare o promuovere le lingue native. Il lavoro di ricerca e informazione spetta ai linguisti, per far comprendere alla società brasiliana che, come proclamato dall’UNESCO e riconosciuto dal Ministero della Cultura, tutte le lingue sono un patrimonio culturale dell’Umanità e di ogni nazione a cui appartengono.

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Autrice dell’articolo:
Mariangela Sforza
Traduttrice freelance (PT-EN > IT)
Bari

Si può dimenticare la lingua materna? (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Capacità innata per preservare la lingua nativa
Però va detto, una perdita così drastica della lingua non è altro che un’eccezione. Nella maggior parte degli immigrati che vanno a vivere in un altro paese, entrambe le lingue si mantengono più o meno vive. In questi casi, la prima lingua si conserva meglio o peggio a seconda del talento innato della persona. Coloro che, in generale, sono bravi con le lingue, tendono a preservare meglio l’idioma nativo, indipendentemente dal tempo che hanno trascorso fuori dal loro paese. Lo stesso vale per la scioltezza tipica della madrelingua, strettamente legata al modo in cui padroneggiamo le diverse lingue nel nostro cervello.

La vera differenza tra il parlare una o due lingue è che il cervello deve aggiungere una sorta di sistema di controllo che gli permetta di passare dall’una all’altra. Se questo meccanismo di controllo è debole, la persona può avere difficoltà nel trovare la parola giusta o nel continuare a destreggiarsi nella seconda lingua.

Socializzare con i parlanti stranieri
Passare molto tempo con parlanti della tua stessa madrelingua all’estero può peggiorare le cose, poiché si sa che entrambe le lingue saranno comprese. In molti casi il risultato è un ibrido linguistico. Per esempio, a Londra, una delle città più multilingue del pianeta, questo tipo di ibrido è così comune che si è quasi convertito in un dialetto urbano. Però va detto, modificare non equivale a dimenticare. Quel che è certo è che, con il tempo, questo scambio informale e simultaneo tra le due lingue può impedire che il cervello resti in un’unica casella linguistica quando ciò è necessario. Così, ciò che viene prodotto è una spirale accelerata di trasformazione del linguaggio.

Tuttavia, questa capacità di adattamento non ha motivo di essere vista negativamente, quanto piuttosto come un test della nostra inventiva come esseri umani. È solamente un processo naturale che spinge le persone ad apportare cambiamenti nella loro grammatica per adattarsi alla nuova realtà. Il fatto è che ciò che ci permette di apprendere nuove lingue, ci permette anche di fare cambiamenti.

In ogni caso, bisogna tenere presente che il deterioramento dell’idioma nativo non è qualcosa di irreversibile, almeno negli adulti. Un periodo di riavvicinamento al nostro paese di origine, ai nostri ricordi e al nostro senso di identità farà sì che possiamo recuperarla in poco tempo, dal momento che la nostra lingua è legata alla nostra identità più profonda.

Fonte: Articolo pubblicato il 31 agosto 2018 sul sito dell’agenzia Salminter

Traduzione a cura di:
Arianna Tognelli
Traduttrice ES>IT \ ENG>IT
Roma

Si può dimenticare la lingua materna?

 Categoria: Le lingue

Ti può essere capitato, dopo aver vissuto alcuni anni all’estero, di iniziare a notare che la tua lingua materna ti suona strana. La maggior parte degli immigrati che hanno vissuto per molto tempo nei paesi di accoglienza sanno perfettamente cosa significa sentirsi un parlante nativo un po’ arrugginito. In un primo momento potrebbe sembrare normale che, dopo molti anni senza usare la nostra lingua in modo regolare nella vita quotidiana, iniziamo a dimenticare alcune cose. Tuttavia, devi sapere che il processo non è così semplice.

La scienza del quando, perché e come perdiamo la nostra lingua materna è anzi piuttosto complessa. Non sempre influisce quanto a lungo siamo stati fuori. E inoltre, socializzare con altri parlanti nativi in un paese straniero può far sì che le nostre competenze nella lingua con cui siamo cresciuti peggiorino. Anche se in realtà sono i fattori emotivi l’elemento più importante di tutti.

Differenze tra bambini e adulti
Per di più devi sapere che, a lungo termine, gli immigrati non sono gli unici interessati. In certa misura, qualunque persona che sta imparando una seconda lingua può iniziare a dimenticare l’idioma nativo. Nel momento in cui iniziamo a studiare un’altra lingua, i due sistemi cominciano a competere tra loro.

Di fatto, nei bambini il fenomeno di dimenticare la lingua è ancora più rilevante perché le loro menti sono più flessibili e adattabili. Si sono verificati molti casi di bambini che sono stati adottati e sono andati a vivere in altri paesi e che addirittura, pur avendo già 9 anni, hanno scordato completamente la loro lingua madre non appena allontanati dal paese di nascita.  Nel caso degli adulti è molto meno probabile che la prima lingua scompaia del tutto.

Forti traumi
Ciononostante, il fatto di dimenticare la lingua materna può essere dovuto anche a un forte shock. Per esempio, gli ebrei rifugiatisi negli Stati Uniti e nel Regno Unito durante la II Guerra Mondiale hanno vissuto un grande trauma in quanto vittime della persecuzione nazista. Le persone che abbandonarono la Germania nei primi giorni del regime di Hitler, prima che si producesse il genocidio, parlavano bene il tedesco anche se  erano fuori da più tempo, mentre coloro che lasciarono il paese dopo lo sterminio, parlavano tedesco con difficoltà o, addirittura, lo avevano dimenticato completamente. Il fatto è che, nonostante il tedesco fosse la lingua della loro infanzia e quella parlata in casa, era anche la lingua legata a ricordi dolorosi, perciò i rifugiati maggiormente traumatizzati lo rimossero.

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Fonte: Articolo pubblicato il 31 agosto 2018 sul sito dell’agenzia Salminter

Traduzione a cura di:
Arianna Tognelli
Traduttrice ES>IT \ ENG>IT
Roma

Il bilinguismo

 Categoria: Le lingue

Da molti decenni il problema del bilinguismo è argomento di studio di psicologi e pedagogisti.
Eppure, nonostante tale fenomeno abbia una vasta incidenza, la crescente necessità di un’istituzione bi- o plurilingue e il numero degli studi e delle ricerche in proposito, poco si conosce ancora riguardo la vera natura psicologica e linguistica del bilinguismo, circa i suoi problemi socio-culturali, l’effetto del bilinguismo individuale sullo sviluppo intellettuale, linguistico ed emotivo del soggetto bilingue, i mezzi più idonei per condurre l’individuo all’acquisizione di un ben integrato stato di bilinguismo.

La maggior parte delle ricerche compiute su vari aspetti del bilinguismo è costituita da studi biografici di bambini bilingui condotti dai loro genitori, o da indagini sull’incidenza del fenomeno in zone in cui accanto al fenomeno del bilinguismo esistono tensioni socio-economiche o problemi di acculturazione. O ancora si tratta di resoconti di tentativi tendenti a confrontare l’intelligenza e il profitto scolastico in gruppi di bambini monoglotti e bilingui.

Attualmente l’interesse per lo studio dei fenomeni del bilinguismo non è più soltanto di origine psicologica o antropologica, ma anche pedagogico-didattica, poiché la consapevolezza dell’importanza della conoscenza di più lingue nel mondo odierno ripropone il problema dei metodi atti a riprodurre nello studente uno stato di apprendimento per quanto possibile simile a quello del parlante bilingue.

Tornando al concetto di bilinguismo come meta educativa, sorgono spontanei alcuni quesiti riguardo il vero significato del termine, se sia possibile di fatto un perfetto equilibrio nell’uso delle due lingue (“equi-linguismo”), e ancora circa le eventuali condizioni e le conseguenze che uno stato effettivo di bilinguismo possa comportare all’individuo e alla società. Sono proprio questi gli interrogativi posti da numerosi studiosi in tutto il mondo e molti dei quali in contatto con popolazioni viventi in ambiti geopolitici plurilingui.

Il problema del bilinguismo è quindi tra i più complessi che si possano presentare a professionisti come il linguista, lo psicologo, l’antropologo o l’educatore.

Autrice dell’articolo:
Giulia Lobascio
Qualifica: traduttrice Fr & En>It

Spirito segreto di una lingua

 Categoria: Le lingue

Uno degli aspetti più affascinanti delle lingue, per chi le studia o le traduce, è la loro misteriosa natura di esseri quasi viventi. Le lingue nascono, lentamente, l’una dall’altra; si nutrono di oggetti, pensieri, esperienze dei popoli che le usano; crescono e mutano, mettono radici o seccano, si fondono e si fecondano; muoiono, né tenerle sotto campane di vetro ne prolunga la vita. Parole e costrutti sorgono non voluti, si diffondono, migrano o scivolano via dall’uso, oltre l’illusione di controllo delle grammatiche, dei progetti, dei poteri di ogni sorta.

Così, viva com’è, ogni lingua ha un corpo e una sorta di spirito. Descrivere il primo e comprenderne i meccanismi è un compito arduo; si avvale però di dati misurabili e di eccellenti strumenti d’analisi, quali la scienza linguistica oggi fornisce e continua ad affinare. Molto più sfuggente – eppure a suo modo autoevidente – è il secondo. Chi nega, anche a un primo impatto, che il tedesco e il francese abbiano due “carismi” diversi? Chi, traducendo testi pur semplici dall’arabo all’italiano, non si è dovuto misurare con modi distanti di sentire, esprimere e organizzare il mondo? E come per gli esseri umani si è tentati di inquadrare un carattere in pochi stereotipi, così per le lingue sono in agguato infiniti luoghi comuni: “lingua da poeti”, “da commercianti”, “da militari”, “fredda”, “dura”, “musicale”, “romantica”. Eppure, come per qualcuno che si voglia conoscere, soltanto anni di frequentazione e d’ascolto, d’immedesimazione e di messa alla prova in contesti diversi possono portare a una vera familiarità, e perciò a comprensione.

In questo processo si scopre, tra l’altro, come ogni lingua sembri meglio attrezzata per certi scopi o, viceversa, abbia meno risorse per raggiungerne altri. Chi scrive ha constatato negli anni che il tedesco, grazie alla produttività del suo sistema di prefissi e suffissi e alla duttilità dei sostantivi composti, permette di esprimere contenuti analitico-astratti con una precisione e una brevità inarrivabili per l’italiano; mentre questo ha una frequenza di espressioni figurate, e soprattutto uno slancio a crearne liberamente di inedite, straordinari: un parlante italiano anche incolto intesse metafore, iperboli, ironie, metonimie, antonomasie a ritmo incessante senza saperlo, ed incappa in seri problemi di comunicazione se mantiene lo stesso stile in un’altra lingua.

Dunque la traduzione è un processo quanto mai delicato, paragonabile alla trascrizione di una melodia per vari strumenti, o alla recitazione di uno stesso monologo da parte di vari attori. Per Elisa non suonerà identica sul pianoforte, sull’organo o sul controfagotto, né To be or not to be farà lo stesso effetto se impersonato da un bimbo, un giovane o un vecchio: ogni lingua darà il suo vivo carattere ai testi che in essa prendono forma. Il traduttore si farà amico di quel suo segreto spirito e cercherà – con umiltà e audacia – di trarne il massimo, come fa il compositore coi suoi strumenti e il regista coi suoi attori. Vi saranno limiti invalicabili, ma anche gustose sorprese. Di tutte le infinite traduzioni in tedesco di Odi et amo di Catullo, solo una ha mai fatto balzare in piedi, folgorata, l’alunna men che mediocre di un liceo di provincia: “Prof, ora ho capito!”. Era quella, in prosa, nel suo dialetto materno.

Autrice dell’articolo:
Paola Franchi
Filologa, insegnante e bloggerin
Baden bei Wien (Austria)

Com’è nata la mia passione per le lingue (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Per quanto riguarda le mie esperienze traduttive, le materie studiate alla SSML Carlo Bo mi hanno permesso di interfacciarmi con la traduzione da e verso la lingua (le lezioni comprendevano sia traduzione ITA >ENG sia ENG > ITA, stesso discorso per spagnolo), iniziando prima con testi brevi per poi arrivare man mano a testi aventi tematiche e strutture più complesse. Ho esplorato vari settori, dagli articoli di giornale, scienza, medicina, letteratura, ambito giuridico, agricoltura e così via.

Il terzo anno il focus del programma si è spostato sull’apprendimento delle terminologie tecniche di alcuni dei settori precedentemente menzionati. Questo studio mi ha permesso di ampliare il mio lessico, la mia capacità di memorizzazione di svariati termini appartenenti ad ambiti diversi ed ovviamente la conoscenza dei suddetti ambiti.

Oltre alla traduzione tecnica apprezzo particolarmente anche la traduzione editoriale, la quale per me è stata oggetto di approfondimento delle mie due tesi. Ritengo che sia una tipologia di traduzione creativa e stimolante: il traduttore si immerge nei romanzi che traduce e ne assimila la storia e le sfaccettature.

La mia prima tesi consisteva in una ritraduzione delle pagine 79-83 del libro La sombra del viento (tradotto in Italia con il titolo L’ombra del vento) di Carlos Ruiz Zafón. Prima di ritradurle ho letto e studiato le scelte traduttive di Lia Sezzi, la traduttrice della versione italiana del romanzo già citato. Questo lavoro è stato di fondamentale importanza per me: vedere le scelte traduttive degli altri traduttori è utile per analizzare in modo critico la resa finale e domandarsi cosa può averli spinti ad effettuare determinate scelte linguistiche. Inoltre, è sempre interessante vedere come lavorano i traduttori più esperti.

Stesso discorso per quanto riguarda la tesi della magistrale, la quale trattava delle opere della scrittrice inglese Beatrix Potter. Verso la fine mi sono concentrata sull’analisi di tre traduzioni differenti di cinque opere in particolare della scrittrice (The Tale of Peter Rabbit, The Tale of Jemima Puddle Duck, The Tale of Timmy Tiptoes, The Tale of Squirrel Nutkin e The Tale of Tom Kitten). Si è trattato di un lavoro lungo e approfondito durato quasi un anno. Sono stata molto soddisfatta del risultato e del sostegno della mia relatrice, frutto di mesi di duro lavoro.

Mi ritengo soddisfatta del percorso universitario intrapreso. Ho seguito le mie passioni ottenendo dei buoni risultati. Il mio desiderio è di trasformare la passione per le lingue e per la traduzione in una professione. So bene che ci saranno vari ostacoli e problemi da fronteggiare, ma sono desiderosa di lasciare anch’io un modesto contributo a questa nobile arte.

Autrice dell’articolo:
Stella Zecchini
Traduttrice ENG<>ITA e SPA<>ITA
Bologna

Com’è nata la mia passione per le lingue

 Categoria: Le lingue

Fin da piccola sono sempre stata affascinata dalla diversità e dalle altre culture. Sotto questo punto di vista i miei genitori non mi hanno mai fatto mancare nulla, sono sempre stata circondata dai libri, i quali mi venivano regalati ad ogni occasione. Mi hanno sempre affascinato la scrittura e la lettura, il saper mettere insieme parole ed emozioni è un mestiere nobile e non per tutti, bisogna possedere oltre ad una cultura personale notevole, un discreto grado di coinvolgimento, nel senso di sapersi coinvolgere e saper coinvolgere l’altro tramite la narrazione.

Personalmente ritengo che la lingua italiana sia dotata di infinite sfumature, come ogni lingua straniera, ed il requisito imprescindibile per conoscere appieno una lingua straniera e saperla tradurre è conoscere bene la propria. È un principio che mi è stato insegnato dai professori che ho avuto e che condivido appieno, avendoci oltretutto avuto a che fare in svariate situazioni.

Tornando alla mia passione per le lingue, una volta diventata un’accanita lettrice in brevissimo tempo, aggiungendoci il fatto che sono stata una delle prime della classe ad imparare a leggere e scrivere, inizialmente i miei approcci alla lingua inglese non furono subito brillanti, era strano per me il fatto che una parola si scrivesse in un determinato modo e si pronunciasse in un altro.

Eppure, man mano che la studiavo e apprendevo nuovi concetti per me divenne un gioco irrinunciabile, un gioco che mi interessava sempre di più. Ero sempre più desiderosa di sapere tutto sulle lingue straniere. Come tutti i bambini della mia epoca, in un primo momento ho iniziato a studiare l’inglese alle elementari, alle medie si aggiunse il francese, al liceo lo spagnolo, raggiungendo così tre lingue straniere di studio. Ero sempre più entusiasta di ciò, a tal proposito scelsi un liceo linguistico. Ho avuto insegnanti eccezionali con cui sono rimasta in contatto tuttora, i quali non soltanto mi hanno motivata sempre più a raggiungere dei buoni risultati, bensì sono stati capaci di tirare fuori il meglio di me e infondermi ancora di più l’amore smisurato verso le lingue straniere.

Quando è arrivato il momento di scegliere l’università avevo le idee molto chiare in merito: volevo perfezionare le lingue straniere e concentrarmi sulla traduzione e l’interpretariato. Al liceo iniziai ad appassionarmi anche al doppiaggio per conto mio. Imparai che non sempre le battute rese in lingua originale corrispondevano perfettamente al labiale italiano, per varie motivazioni, tra cui la sincronia, le differenze tra cultura di partenza e cultura d’arrivo, i modi di dire eccetera eccetera. Non bisogna dimenticare che il doppiaggio è un tipo di traduzione, e così da cosa nasce cosa, ecco nato in me il desiderio di scoprire di più riguardo a questo mondo. Scelsi la SSML Carlo Bo di Bologna, il cui piano di studi comprendeva lo studio di una prima lingua (l’inglese per tutti) e di una seconda, a scelta tra francese, spagnolo e tedesco. A malincuore abbandonai il francese e mi orientai sullo spagnolo, mi è sempre piaciuta di più come lingua, a livello di suoni, grammatica e cultura in generale.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Stella Zecchini
Traduttrice ENG<>ITA e SPA<>ITA
Bologna

Il linguaggio giovanile inglese e italiano

 Categoria: Le lingue

Le forme di comunicazione giovanile italiane e inglesi sono numerose (musica, fumetti, messaggi telematici e dei telefoni cellulari, scritte e graffiti), dalle quali i teenagers sperimentano continuamente nuovi canali espressivi, dove la prima regola è la proprietà di linguaggio per creare delle parole nuove, leggere, rapide, precise, semplici e brevi.

Si tratta di un giocoso ed espressivo linguaggio giovanile vista l’estrema variabilità interna di un modo di adoperare, trasformare, in parte anche innovare la lingua italiana e inglese, che è proprio delle nuove generazioni. Particolarmente interessante è l’analisi di questo nuovo lessico o gergo soprattutto per le aperture metaforiche che da esso nascono; si pensi ad esempio, al linguaggio tecnologico in tutti i suoi aspetti che ha generato metafore derivate dal computer e da Internet.

Gli aspetti dei linguaggi giovanili dipendono dai cambiamenti che avvengono nelle modalità di aggregazione dei giovani, negli usi comunicativi nei quali cambia la componente linguistica quanto la componente paralinguistica, conversazionale, cinesica (in particolare gestuale e prossemica), nel rapporto fra gli strati linguistici ai quali attingono le varietà giovanili, ad esempio, l’arretramento dei dialetti, il rinnovamento dei gerghi, l’espansione della pubblicità, l’allargamento dell’area d’uso di una lingua colloquiale.

Si possono, quindi, riscontrare determinate influenze sui linguaggi giovanili che attingono, volontariamente e consapevolmente, parte della terminologia giovanile.

Il linguaggio giovanile italiano e inglese è caratterizzato inoltre dalla rapidissima usura e dall’altrettanto rapido ricambio del proprio bagaglio lessicale, ed inoltre viene percepito soggettivamente dai giovani stessi come flusso continuo, produttore di strumenti comunicativi ed espressivi realizzati just in time e destinati a funzionare per il breve lasso di tempo in cui l’euforia verbale ha l’occasione di esprimersi attraversando gli anni della gioventù. Non cambiano, quindi, le regole e le funzioni, ma le forme dove la vitalità e le caratteristiche del linguaggio giovanile provano che sia vivo, immaginoso, irridente, dissonante e dissacrante.

Autore dell’articolo:
Conti Paolo
Traduttore EN-PT>IT
Roma

Le lingue che interessano ai russi

 Categoria: Le lingue

La popolazione russa è molto interessata allo studio delle lingue straniere e riesce ad apprenderle con estrema facilità, soprattutto rispetto agli italiani. Io, per esempio, dopo tre mesi che studiavo l’italiano, riuscivo a comprendere parecchio della lingua italiana e a tradurla. Al contrario mio marito, che è italiano, -pur essendo andato a lezione di lingua russa -, riusciva a stento a farsi capire dalle sue amicizie russe.

Tra le lingue straniere studiate dai russi, l’inglese è ritenuta la lingua più utile secondo la stragrande maggioranza della popolazione. Dopo, nella graduatoria, c’è il tedesco, seguono lo spagnolo, il cinese e il francese.

A proposito della lingua francese, bisogna sottolineare che ebbe un forte sviluppo,dopo che la Francia di De Gaulle creò un asse privilegiato con l’Unione Sovietica, unico paese occidentale ed europeo. Nella mia città, Omsk, nella Russia occidentale, – una città di oltre un milione di abitanti -, fu istituita una facoltà di lingua francese all’Università, unica lingua straniera da noi studiata poi nelle scuole medie e superiori.

Noi russi siamo un popolo che può ritenersi poliglotta, in quanto sono sempre di più gli abitanti che apprendono una lingua straniera, in massima parte preferendo l’inglese, lo spagnolo, il cinese ed appunto il francese.

Nelle grandi città russe, come Mosca, Leningrado, Ekaterinburg, moltissima gente, negli ultimi venticinque anni si è messa a studiare l’inglese, tanto che essa è una lingua molto conosciuta in Russia.

Quasi tre quarti della popolazione, specialmente tra i giovani, sostiene che  una lingua straniera possa sempre servire nella vita.

Al dipartimento di lingue straniere della Scuola Superiore di Economia dell’Università di Mosca, oltre all’inglese, che è una lingua obbligatoria, sono scelte, in ordine decrescente il tedesco, lo spagnolo, il cinese e il francese. Gli studenti possono scegliere una seconda lingua fra le seguenti lingue straniere: arabo, giapponese, cinese, spagnolo, tedesco, francese, portoghese e italiano. La maggioranza ha scelto però il tedesco e lo spagnolo.

La lingua più scelta, secondo un recente sondaggio, è l’inglese mentre, all’inizio del 2000 c’è stata una grande richiesta per il cinese, poi calata negli anni successivi.

Per gli studenti delle scuole elementari e medie la scelta della lingua è decisa dai genitori. Per la scelta incidono anche altri fattori, in quanto, solo per esempio, il tedesco e lo spagnolo vengono scelti perché lì il corso di laurea magistrale costa meno, se non è addirittura gratuito.

Ultimamente si sono avute richieste per il coreano, l’hindi e il finlandese, poi in maggioranza abbandonate per mancanza di prospettive di lavoro.

I russi studiano le lingue non solo per obiettivi professionali. Ci si impegna a studiare le lingue per poterle usare nei viaggi e poter conversare con gli abitanti locali.

C’è chi  ha iniziato a studiare il tedesco perché lavorava come giornalista in Russia e desiderava scrivere per la stampa tedesca.

La lingua più esotica che abbiano mai studiato i russi è il persiano.

Autrice dell’articolo:
Irina Vonciskaya
Traduttrice RU-IT

Qual è la lingua “migliore”? (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Penso che ogni lingua abbia i suoi pro e contro. Ad esempio, penso che per i traduttori che vivono negli Stati Uniti il francese e il tedesco siano lingue molto appetibili, perché c’è un buon equilibrio tra la mole di lavoro e le tariffe, e perché i traduttori che risiedono negli Stati Uniti hanno alcuni vantaggi finanziari (un costo della vita solitamente più basso, e il fatto che non pagano l’IVA). Inoltre anche il fuso orario degli USA è un vantaggio, dato che i clienti europei possono mandare il lavoro a fine giornata del loro fuso orario, ed ottenere risposta il mattino dopo. Comunque, la cultura europea del business è basata su rapporti diretti, e può essere molto difficile trovare e mantenere clienti diretti in Europa, a meno che non ci si possa recarvici con una certa frequenza.

In termini di necessità urgente, ritengo che le lingue mediorientali e asiatiche siano sicuramente quelle vincenti. Penso inoltre che la combinazione linguistica giapponese /inglese sia tra le più pagate, se non la più pagata, in molte indagini di mercato. Ma la mia sensazione è che per alcune di queste combinazioni linguistiche c’è molta concorrenza da parte di traduttori che non sono di madrelingua inglese, ma che traducono in inglese comunque, anche se non dovrebbero. Inoltre, queste culture sono molto meno simili alla cultura americana rispetto alla cultura europea, ed è probabilmente più difficile per i traduttori che sono cresciuti negli Stati Uniti “adattarsi” in Cina o in Arabia Saudita, di quanto non lo sia in Spagna o in Svizzera.

Poi c’è l’affinità personale/soggettiva: amo il suono della lingua italiana e portoghese. Sono così nerd che a volte ascolto i notiziari italiani o portoghesi alla radio (su TuneIn), anche se non li riesco a capire affatto. Attraversare le Dolomiti in bicicletta la scorsa estate è stata una delle migliori vacanze della mia vita: amo l’Italia! Se dovessi pensare esclusivamente al reddito potenziale, probabilmente sceglierei il giapponese, ma mi trovo ad avere serie difficoltà con le lingue basate sui caratteri, come ad esempio quando mio marito ed io abbiamo viaggiato in Nepal, ed io non avevo particolari difficoltà con la lingua parlata, ma non ero in grado di leggere nulla, mentre per lui era l’opposto.

In ogni caso, basta pensieri sconnessi in merito alle varie lingue! Cari lettori, cosa ne pensate? Uno studente di liceo vi manda un’e-mail chiedendovi “Che lingua dovrei studiare?” E voi rispondete…

Fonte: articolo originale pubblicato in inglese l’8 aprile 2013 da Corinne McKay sul Blog Thoughts on Translation

Autore dell’articolo:
Marina Rossi
Traduttrice EN-ES>IT
Grottaferrata (RM)

Qual è la lingua “migliore”?

 Categoria: Le lingue

L’articolo di oggi è una traduzione dall’italiano all’inglese di un articolo scritto da Corinne McKay e pubblicato l’8 aprile 2013 sul Blog Thoughts on Translation.

Anni fa avevamo ricevuto una traduzione dello stesso articolo ad opera di un’altra traduttrice, Raffaella Esposito. Non è la prima volta che capita un evento del genere, anzi, ultimamente è accaduto in diverse occasioni.

Come abbiamo sottolineato in quelle circostanze, non è detto che una delle due versioni sia migliore dell’altra, anzi è assolutamente plausibile che siano entrambe valide seppur diverse fra loro.
Vi invitiamo a leggere l’articolo “La traduzione non è matematica” come approfondimento.

Qui di seguito la traduzione dell’articolo di Corinne McKay eseguita da Marina Rossi.

Mi viene spesso posta questa domanda, in diverse forme:

  • Vorrei diventare un traduttore/interprete: quale lingua dovrei studiare?
  • Qual è la lingua maggiormente richiesta nel campo della traduzione e dell’interpretariato?
  • Qual è la lingua migliore che un traduttore o un interprete dovrebbe conoscere?

La risposta, così come la risposta a molte domande riguardanti il lavoro da freelance, è un fragoroso dipende. Esprimerò qui le mie opinioni, poi cortesemente esprimete anche le vostre (così che le possa usare per rispondere a questa domanda la prossima volta che mi verrà posta!)

Per me “richiesta” e “migliore” sono due cose differenti. Ad esempio negli Stati Uniti la lingua generalmente più richiesta è senza dubbio lo spagnolo. È la seconda lingua più parlata negli USA, dopo l’inglese (a ciò aggiungo uno dei miei aneddoti preferiti, cioè che gli Stati Uniti non hanno una lingua ufficiale!). Ma quando le persone domandano a proposito della lingua “migliore”, solitamente essi si riferiscono a una sorta di equilibrio tra domanda e potenziale profitto, anche quando non si esprimono in questi termini. E in termini di potenziale profitto, i traduttori dallo spagnolo si trovano ad affrontare molte sfide, a cominciare dall’elevata competitività dei traduttori che vivono in America Latina, il cui standard di vita è assai più basso, e i quali hanno lo stesso fuso orario dei clienti statunitensi. A ciò bisogna aggiungere che, essendoci così tanti parlanti spagnoli negli Stati Uniti, i traduttori ed interpreti professionisti spesso si scontrano con la mentalità del “tutti possono tradurre” diffusa tra alcuni aspiranti traduttori e interpreti e persino tra alcuni clienti. Quindi, nonostante l’elevatissima richiesta per quanto riguarda la lingua spagnola negli Stati Uniti, non è probabilmente la lingua che incoraggerei a imparare, soprattutto se si sta iniziando da zero.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: articolo originale pubblicato in inglese l’8 aprile 2013 da Corinne McKay sul Blog Thoughts on Translation

Autore dell’articolo:
Marina Rossi
Traduttrice EN-ES>IT
Grottaferrata (RM)

Magyarorszàg…

 Categoria: Le lingue

Vi domanderete cosa ho scritto… è il nome esatto dell’Ungheria. Il significato di questa meravigliosa e complicata parola si racchiude in un popolo pieno di origini e discendenze, vuol dire “Paese Magiaro”, il paese meraviglioso dove io sono nato. La sua storia racchiude l’impero Austro Ungarico, discendenze finniche ed una forte influenza turca.
Ho avuto il dono di poter imparare questa lingua da mia madre che a tre anni mi ha portato in Italia. Credetemi, penso sia una delle lingue più difficili al mondo.

Il mio cammino verso la traduzione è iniziato sin da piccolo, quando mia madre faceva scambi culturali tra Italia ed Ungheria ed io ero una sorta di mascotte per tutti. Insomma a 7-8 anni andavo in giro per Roma a tradurre le meraviglie della mia città.
Poi ho passato lunghi periodi con amici, conoscenti della mia famiglia; portavo persone italiane alla scoperta della Parigi dell’Est, cioè Budapest. Qui potrei raccontarvi tantissime cose ma non vorrei dilungarmi e magari annoiarvi troppo. Vi rubo un altro secondo dicendovi che nella vita, se fai ciò che più ti piace, allora non serve a nulla il resto, puoi solo sorridere ed essere felice di poter rappresentare due paesi meravigliosi che, per quanto diversi, hanno una bandiera unica con gli stessi colori. Non mi pongo limiti, conosco perfettamente l’italiano quanto l’ungherese.

Autore dell’articolo:
Giovanni Detari
Budapest (Ungheria)

L’importanza delle lingue

 Categoria: Le lingue

Avete mai provato almeno una volta nell’arco della vostra vita a sentirvi come un “pesce fuor d’acqua”? Sì, la classica espressione utilizzata dalla maggior parte della gente comune per esprimere quella situazione di disagio dalla quale non sembra proprio facile uscire.
Bene, proprio grazie a quell’espressione io ho fondato lo scopo della mia vita. Ricordo, ancora ragazzina, i viaggi con la scuola in paesi tanto belli quanto così lontani da me.
Ricordo le gite fatte in Francia ai castelli (bellissimi eh) ma quanto era duro cercare di arrivare a fine giornata per poter finalmente chiudersi in camera, afferrare il telefono dell’albergo e chiamare finalmente casa. Ti rispondevano quel “pronto” in italiano che ti faceva sentire la vicinanza degli affetti e cosa ancor più bella l’essere capita e il poter capire e cogliere le sfumature della vita che ti circondava.

Così pensai dopo l’ultimo dei miei meravigliosi quanto difficili viaggi all’estero che non volevo più vivere in un mondo a metà.
Perché dico a metà? Semplice: sai l’italiano, conosci l’Italia, vivi in Italia, paese splendido, ricco di storia, di calore, ma quando raggiungi il confine e arrivi in terra straniera dove non sai né lingua, né usi, né costumi, come ti senti?
Capire qualche parola di francese, tedesco e inglese non basta per poter cogliere appieno l’essenza di ogni luogo, e così decisi d’intraprendere il magico studio delle lingue.
Già dal primo corso sembrò aprirsi davanti miei occhi uno scenario che non avevo mai visto. Mi sembrava di sentire attraverso quello studio nuovo ma tanto utile per capire e confrontarmi con gli altri, i profumi e i sapori di terre fino a quel momento a me sconosciute.

Dopo anni ed anni di duro apprendimento, di esperienza fatta sui luoghi per capire, imparare, ascoltare dalle culture diverse dalla mia, mi sentivo parte del mondo.
Sì, finalmente potevo dire a me stessa di essere nel mondo, poiché studiando le lingue potevo mettermi in gioco, metterle in gioco.
Lo stesso Rousseau, nel “Saggio sulle origini delle lingue”, spiega che il linguaggio serve innanzitutto per esprimere passioni e stati d’animo, proprio quei sentimenti che sarebbe paradossale manifestare senza capire.
Mi servo dunque di questo incantevole strumento per arricchire giorno dopo giorno la mia biblioteca interiore. Ciò mi consente di vivere al meglio la vita e di chiudere nel baule delle esperienze quanto di più possibile si possa.
Ora viaggio, visito posti bellissimi ma non mi sento più quel “pesce fuor d’acqua” che solo semplicemente per comprare una cartolina da spedire a casa doveva fare uno schizzo su un foglio di carta per farsi comprendere.
Le mie lingue mi permettono una comprensione chiara e corretta di ciò che mi circonda, anche di fatti politici, religiosi e culturali di paesi lontani ma pur sempre così vicini.

La lingua inglese nel mondo (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

La realtà linguistica in Nigeria è tale che la maggior parte della popolazione tende infatti a imparare innanzitutto l’inglese, per poi utilizzare la lingua materna (molto spesso proprio il Nigerian Pidgin) solo in contesti quotidiani o di bassa rilevanza. Ciò che quindi è importante sottolineare è che, sebbene le lingue pidgin continuino a essere parlate, questo avviene sempre meno, e l’inglese rimane comunque la lingua privilegiata quando si tratta di scegliere l’idioma più corretto per un contesto formale o un romanzo: il prestigio derivante dall’uso dell’inglese infatti era ed è rimasto indiscutibile anche nei territori ex coloniali, dove oggi come allora si continuano a privilegiare i parlanti nativi o chi usa una tipologia di inglese il più vicina possibile allo Standard English.  Nonostante tutto però, molte comunità africane hanno continuato a produrre una cultura resistendo alle costrizioni sociali e psicologiche imposte dai coloni, e ciò è riscontrabile dal quantitativo di usanze e costumi indigeni che sono comunque arrivati fino a noi.

Ecco, considerare la letteratura e le lingue autoctone al pari degli usi e costumi locali sarebbe già un passo avanti essenziale per continuare a difendere tali realtà che costituiscono comunque un patrimonio culturale inestimabile. È questa dunque la direzione da prendere per proteggere e salvaguardare la storia e la cultura dei Paesi ex coloniali; anziché continuare a considerare i vari pidgin come varietà di broken English, ovvero come un inglese di serie B, si dovrebbe cercare di seguire l’esempio di molti letterati, professori, avvocati e giornalisti africani che non vogliono abbandonare la loro lingua e che continuano a difenderla parlandola e parlandone.

Per finire, da un punto di vista letterario, purtroppo ancora oggi solo alcuni autori preferiscono utilizzare le loro lingue materne nei romanzi, data la maggiore visibilità e vendibilità sul mercato internazionale che l’inglese può invece assicurare loro, relegando così gli idiomi autoctoni a qualche piccola battuta dei personaggi minori o a qualche termine, come detto all’inizio dell’articolo. Per il futuro possiamo solo sperare che si sviluppi una più forte collaborazione tra governi, linguisti e studiosi affinché tali lingue riprendano un ruolo di primo piano, anche per fronteggiare lo strapotere e il fenomeno della globalizzazione linguistica, in maniera che non solo la cultura ma anche la storia di queste comunità non venga dimenticata poiché, come diceva Frantz Fanon in un suo saggio che ho amato molto, lo splendido Black skin, white masks, “to speak means to be in a position to use a certain syntax, to grasp the morphology of this or that language, but it means above all to assume a culture, to support the weight of a civilization”.

La lingua inglese nel mondo (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

L’espansione della lingua inglese nel mondo è infatti una delle conseguenze più rilevanti del periodo coloniale, ed è dovuta anche al rapporto estremamente stretto che i britannici hanno da sempre avuto con la loro lingua, e alla grande considerazione che hanno da sempre riposto in essa. Nel caso della colonizzazione del continente africano, ognuna delle diverse colonie britanniche ha sviluppato una serie di caratteristiche linguistiche particolari, dovute ai differenti bisogni che gli esploratori inglesi si trovarono ad affrontare: coloro che dovevano instaurare un rapporto diretto con gli abitanti di colore delle varie regioni hanno dato vita ai cosiddetti New Englishes, le varietà africanizzate di inglese, mentre l’unico paese africano in cui la lingua inglese si è imposta come prima lingua in buona parte della popolazione è il Sudafrica, dove comunque gli scontri di carattere razziale non sono mancati, visto che per molti indigeni neri e molti parlanti di afrikaans l’inglese è rimasto in ogni caso una seconda lingua.

E sono proprio i conflitti sociali derivanti dalla presenza non solo dei colonizzatori, ma anche della loro lingua, gli elementi alla base di tutta una serie di polemiche sul concetto di identità che si è formato in una tale situazione: l’inglese, sebbene lingua straniera e dell’oppressione, dovrebbe dunque essere considerata la lingua più adatta per esprimere e sviluppare la cultura africana? O al contrario non farebbe altro che ghettizzare e discriminare ancora di più le popolazioni nere d’Africa?

A tal proposito è bene ricordare che è stato solo nel secondo dopoguerra, ed in particolare dopo il processo della decolonizzazione, che si è potuto iniziare a considerare anche la parte positiva dell’“invasione” dell’inglese in tali zone, senza quella connotazione negativa che lo aveva caratterizzato in precedenza, dovuta proprio alla situazione di autorità ed oppressione con cui gli inglesi trattavano le colonie portando molto spesso i popoli colonizzati a dover rinunciare alla loro lingua e, di conseguenza, alla loro cultura ed identità. Non a caso molti intellettuali e scrittori africani, in particolare il nigeriano Chinua Achebe, hanno spesso criticato l’uso esagerato e indiscriminato che molti colleghi hanno fatto e fanno della lingua inglese nelle loro opere, relegando così le loro lingue vernacolari a un ruolo di secondo piano.

Terza parte di questo articolo >

La lingua inglese nel mondo

 Categoria: Le lingue

Cimentandosi nell’ambito della traduzione è possibile scontrarsi con parole o espressioni tipicamente appartenenti a culture e lingue molto lontane dalle nostre, soprattutto quando si ha a che fare con testi postcoloniali, che spesso presentano un vocabolario colorito e ricco di termini autoctoni delle regioni nei quali sono stati scritti e ambientati. Questo avviene soprattutto in quei romanzi che, seppur prevalentemente scritti in una lingua europea ed ex coloniale come l’inglese, il francese o lo spagnolo, hanno comunque al loro interno sfumature, colori e odori delle terre africane, caraibiche o asiatiche in cui queste lingue sono state importate. In gran parte della letteratura africana, per esempio, questo fenomeno è molto diffuso, e porta il traduttore a doversi misurare con realtà decisamente estranee e, di conseguenza, con alcune difficoltà che, per quanto affascinanti e interessanti possano dimostrarsi, restano comunque delle sfide significative.

Tutto ciò è ancora più vero quando si ha a che fare con la letteratura di nazioni con un passato coloniale duro e contrassegnato da momenti di vera tensione, che hanno addirittura portato a una grande frammentazione linguistica e alla creazione delle cosiddette lingue pidgin, come è accaduto per esempio in Nigeria, dove la lingua istituzionale, l’inglese, è comunque affiancata da una serie di vernacoli più o meno ufficiali e tuttavia molto usati dalla popolazione locale, tra cui è possibile citare il Nigerian Pidgin English. Gli scrittori nigeriani sono quindi molto spesso dei veri e propri bilingui, e questa loro doppia anima arriva poi a scontrarsi nelle loro opere.

Tale fenomeno è dovuto al fatto che i colonizzatori inglesi che sbarcarono in massa sulle coste africane a partire dalla metà del XIX secolo non portavano con sé solo fucili ed armi di ogni sorta che stupivano ed affascinavano le popolazioni locali, ma ovviamente anche la loro lingua. E proprio quest’ultima fu uno degli strumenti più potenti che gli esploratori britannici di ogni epoca ebbero a loro disposizione per portare a termine la loro opera di dominazione e sottomissione delle etnie autoctone di ogni nuovo territorio decidessero di conquistare, dato che nulla quanto una conoscenza linguistica è in grado di discriminare, o al contrario, elevare una persona all’interno della società in cui vive, soprattutto se consideriamo la relazione intrinseca che lega indissolubilmente il sistema culturale di una determinata nazione o società alla sua lingua. Questo principio di base si dimostra tanto più vero se ci soffermiamo ad analizzare il fenomeno della colonizzazione non soltanto attraverso una prospettiva storico-sociale, ma anche da un punto di vista linguistico.

Seconda parte di questo articolo >

Il burushaski: la lingua sopravvissuta (5)

 Categoria: Le lingue

< Quarta parte di questo articolo

Lei ha fatto molti viaggi sul campo in Kashmir e ha insegnato ad alcuni burushos dei metodi per la documentazione linguistica…
Sì, ho lavorato con parlanti nativi di tutti i dialetti del burushaski. Vista la loro comunità molto ristretta, i burushos del Srinagar sono stati una bella sfida per me. Alla fine, però, alcuni dei miei assistenti linguistici sono riusciti a pieno a registrare, trascrivere e analizzare i dati utili per il progetto.

Quali sono le tipologie di tradizioni orali raccolte dai ricercatori?
Esistono diverse collezioni di testi già pubblicate da vari autori, perlopiù tradotte in tedesco e francese. I risultati della mia ricerca includono anche un corpus digitale consultabile, il “Burushaski Language Resource”, che si trova nella Digital Collection Library dell’UNT. Il corpus contiene materiale linguistico di varia natura, come ad esempio storie popolari, racconti personali, conversazioni spontanee, canzoni etc. Questi materiali sono conservati e disponibili in diversi formati – registrazioni audio e video e testi (su burushaskilanguage.com).

C’è qualche aneddoto interessante sul suo lavoro con i Burushos che vuole condividere con noi?
Avrei diverse storie avventurose, felici e anche dolorose da raccontare. Potrei parlarvi del mio calvario di tre anni per ottenere un permesso per il Pakistan, e di come, una volta arrivata lì nel 2010, sono rimasta bloccata nell’aeroporto di Islamabad perché il mio volo per Gilgit era stato cancellato. Sono finita a fare l’autostop e a viaggiare in auto fino a Gilgit mentre ero incinta al quinto mese. Una volta giunta sul posto, ho dovuto affrontare tutte le agenzie di intelligence che ostacolavano i miei spostamenti nella regione.  Un giorno un agente mi chiese di pagargli una mazzetta per darmi il “permesso di lavorare senza ulteriori interruzioni”. Poi scoprii che era il figlio di un contatto che avrei dovuto incontrare il giorno successivo. Infine, l’agente, in evidente imbarazzo, mi regalò tre volumi di una traduzione del Corano in burushaski.

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)

Il burushaski: la lingua sopravvissuta (4)

 Categoria: Le lingue

< Terza parte di questo articolo

Quanti sono i parlanti di questa lingua nel Gilgit-Baltistan?
Non esistono statistiche ufficiali al riguardo. Analizzando i dati raccolti nel censimento del governo del 1981, Peter Backstrom calcolò che il numero approssimativo dei parlanti di burushaski in Pakistan a quell’epoca si aggirava tra i 55.000 e i 60.000. Secondo una pubblicazione del 2017, The Ethnologue calcola circa 96.800 parlanti di burushaski in Pakistan nel 2004. Per quanto mi riguarda, basandomi sulla mia personale esperienza comunicativa con i parlanti nativi di diversi dialetti del burushaski, credo che il numero totale di parlanti si aggiri intorno ai 100.000 o più. Qualche migliaio di loro si è trasferito nelle grandi città come Gilgit, Islamabad e Karachi. Qualcuno si è anche trasferito all’estero.

La generazione dei più giovani predilige l’uso dell’Urdu/Kashmiri?
Sì, la paura della deriva linguistica [1] è molto diffusa. Molti parlanti sono plurilingui (a diversi livelli) con il kashmiri, l’urdu e l’inglese. Il burushaski è fortemente influenzato dall’urdu e da altre lingue dominanti come il kashmiri (in Srinagar) e lo shina e il khowar (in Pakistan). Nonostante la comunità abbia cercato di preservare la lingua originaria nel tempo e di tramandarla alle generazioni più giovani, è molto forte la spinta della deriva linguistica verso lingue più dominanti e prestigiose, specialmente l’urdu.

Sono state messe in atto iniziative per preservare la lingua?
Molti studiosi locali del Pakistan si sono impegnati nel tempo in questo senso. Vari autori hanno pubblicato descrizioni di carattere grammaticale e collezioni di testi sui diversi dialetti. Io stessa ho portato avanti dei progetti di documentazione e conservazione linguistica sui quattro dialetti del burushaski con l’aiuto dei finanziamenti della US National Science Foundation.

La lingua non ha una tradizione letteraria scritta. Qual è l’alfabeto utilizzato?
Nonostante le varie proposte, finora non c’è unanimità nella scelta di un sistema di scrittura standard per questa lingua. I parlanti utilizzano sia l’alfabeto arabo-persiano con delle modifiche, sia l’alfabeto romano, ma non esiste un modo univoco per la scrittura di alcuni suoni (vocali e consonanti) che non sono presenti nell’urdu e nell’inglese.

Quinta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)

[1] NdT: La deriva linguistica, talvolta chiamata trasferimento linguistico o perdita linguistica è il processo mediante il quale una comunità di locutori di una lingua passa a parlarne un’altra, abbandonando quindi la lingua precedente (da cui il termine “deriva”).

Il burushaski: la lingua sopravvissuta (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Il Burushaski dello Srinagar è diverso da quello parlato nel Gilgit-Baltistan?
Esistono differenze nette a livello di vocabolario, morfologia e pronuncia tra le varietà regionali. La varietà parlata nello Srinagar, ad esempio, presenta tratti in comune con il dialetto Hunza perché in origine tale varietà derivava da quella del Nagar. La varietà dello Yasin, che dista chilometri e chilometri di aspre montagne rocciose da quelle sopra citate, è quella che presenta i tratti più distinti tra tutte. I parlanti della lingua comprendono i diversi dialetti a vari livelli. A causa del suo isolamento dalla più folta comunità di parlanti di burushaski, durato più di 125 anni, la varietà dello Srinagar ha sviluppato tratti linguistici divergenti.

È possibile considerare il burushaski una lingua isolata? Alcuni studi lo riconducono ad un’origine Indoeuropea, è vero?
Molti sono gli studi che hanno cercato di indagare le origini linguistiche del Burushaski comparandole con altre lingue, purtroppo però, non si è ancora riusciti a trovare una connessione che convinca del tutto. Secondo John Bengtson, il Burushaski apparterrebbe ad un phylum linguistico “macrocaucasico” (o sinocaucasico), incluso nel più ampio macro-phylum denecaucasico transcontinentale, che dovrebbe raccogliere lingue disparate come ilbasco, gli idiomi parlati nel Dagestan (al confine tra la Georgia e l’Azerbaijan), le lingue caucasiche della regione nord-occidentale e il burushaski. Lo studioso Sergei Starostin propose un macro-phylum di connessione tra il sinotibetano, lo yeniseiano (della regione intorno al fiume Yenisei in Siberia centrale) e le lingue caucasiche. Ilija Čašule tentò invece di stabilire una relazione tra le lingue Indoeuropee e il burushaski, in particolare tra quest’ultimo e la famiglia linguistica paleobalcanica. Tuttavia, pochi di questi studi ci forniscono prove sufficienti per stabilire una reale relazione genetica tra il burushaski e le altre lingue esistenti.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)

Il burushaski: la lingua sopravvissuta (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Come è venuta a conoscenza della presenza di burushos nello Srinagar?
A dire il vero è stata proprio una scoperta casuale avvenuta durante la mia visita a Shiraz (Iran), poco dopo essermi sposata nell’estate del 2002. Ho incontrato una persona originaria dello Srinagar una sera a cena e gli ho chiesto quale fosse la sua prima lingua. Al tempo sapevo anche che la sua comunità veniva comunemente chiamata “BotaRajas” dalla maggior parte dei parlanti di kashmiri (i tibetani e i ladakhis vengono chiamati “bota” dagli abitanti del luogo), eppure sospettavo che il mio interlocutore non fosse di origini tibetane. Capii che il nostro amico non conosceva il vero nome della sua lingua che (erroneamente) chiamò “gilgiti”. Da lì ho iniziato la mia ricerca linguistica basandomi, inizialmente, su alcuni contatti che avevo nello Srinagar e ho stilato una lista di parole. Solo alla fine ho scoperto che l’idioma in questione era il burushaski, una lingua isolata prevalentemente parlata nelle valli diHunza, Nagar e Yasin, in Pakistan.

Quanti sono i parlanti di burushaski in Kashmir? È una lingua documentata?
I parlanti di burushaski in Kashmir costituiscono una piccolissima minoranza, formata da una comunità di circa 350 persone. La maggior parte di loro vive in un minuscolo villaggio, spesso chiamato “KathiDarwaza” e situato alle pendici del Forte Hari Parbat. Per quanto ne so, la lingua è rimasta non documentata almeno fino alla mia prima pubblicazione uscita nel 2006.

Come ha fatto il Burushaski ad arrivare in quelle zone?
La maggioranza dei parlanti di Burushaski appartenenti alla comunità dello Srinagar discende da RajaAzur Khan, il principe ereditario dell’allora Gilgit Agency [1] che visse nel XIX secolo. Gli antenati della comunità, tra cui anche RajaAzur Khan, furono arrestati tra il 1891 e il 1892 dalle autorità britanniche e della dinastia Dogra del Kashmir. Azur Khan e la sua cerchia furono spediti nello Srinagar e tenuti prigionieri nel Forte di Hari Parbat. I burushos che oggi abitano lo Srinagar includono alcuni membri originari della valle di Hunza, i quali migrarono solo più tardi (spesso per motivi matrimoniali).

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)


[1] NdT: sistema di amministrazione stabilito dall’Impero Indiano Britannico sugli stati sussidiari del Jammu e del Kashmir.

Il burushaski: la lingua sopravvissuta

 Categoria: Le lingue
  • Parlata da una piccola minoranza in Kashmir e in Gilgit-Baltistan, il burushaski è una lingua isolata molto rara e affascinante
  • In Kashmir, i parlanti del burushaski vengono considerati i discendenti del re di una tribù originaria del nord del Pakistan

Partiamo da un presupposto: su un totale di 12,5 milioni di abitanti che popolano il Jammu e il Kashmir, si contano soltanto 350 parlanti di burushaski. Tuttavia, è nella regione del Gilgit-Baltistan, rivendicata dal Pakistan come quinta provincia, che si concentra il numero maggiore di parlanti, circa 100.000, tra le valli di Hunza, Nagar e Yasin. In Kashmir, i parlanti di burushaski sono considerati i discendenti di un re tribale proveniente dal nord del Pakistan e si concentrano principalmente nello Srinagar, alle pendici dell’Hari Parbat.

SadafMunshi, professoressa associata dell’Università del Texas del Nord (UNT) e dottorata in linguistica, ha concentrato le sue ricerche sulle lingue indoariane (hindi, urdu, kashmiri, romani o lingue “gitane”) e sul burushaski, considerata una lingua isolata.

La studiosa iniziò le sue ricerche linguistiche sul burushaski nello Srinagar nel 2003. Molte registrazioni furono raccolte durante il coprifuoco nella Valle del Kashmir, allora dilaniata dai conflitti. Munshi ci descrive come abbia inizialmente trovato molte resistenze da parte dei giovani parlanti della comunità, che non vedevano di buon occhio la sua ricerca e il suo intento di “decodificare” la loro lingua. Fortunatamente gli iniziali sospetti si dissiparono con l’intervento delle generazioni più anziane.

Munshi riconosce che la documentazione linguistica può comportare l’uso di metodi indiscreti, come la registrazione audio e video durante conversazioni comuni e in altri contesti comunicativi. “Un giorno stavo cercando di registrare un matrimonio come parte del mio studio per analizzare il discorso naturale e le canzoni. Nonostante avessi ottenuto il permesso dal capo famiglia, una donna si oppose. Avevo vissuto con loro per alcuni giorni per partecipare all’evento, ma alla fine ho dovuto rinunciare perché si è scatenata una discussione tra i membri della famiglia”.

La studiosa ha recentemente pubblicato un libro intitolato Srinagar Burushaski (Brill), in cui presenta una descrizione strutturale del burushaski parlato in Srinagar. In un’intervista via mail, Munshi ci parla della sua ricerca e del futuro di questa lingua. Estratti dell’intervista.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)

L’arabo è un diamante dalle mille facce (4)

 Categoria: Le lingue

< Terza parte di questo articolo

Entrambe le trascrizioni dialettali usano i comuni numeri per rappresentare i suoni arabi, 7 è pronunciata nella parte posteriore della gola, 3 è una consonante difficile e gutturale chiamata voce fricativa faringea. 2 è la fermata glottale.

Ci vuole occhio per vedere le poche parole in comune tra i dialetti, Anche permettendo agli oratori di raccontare la storia con le loro stesse parole le differenze sarebbero nette.

Per coloro che amano la diversità linguistica, è tutto molto divertente. Per coloro che vogliono che le lingue in generale restino invariate, e per quelli in particolare che vogliono che l’arabo rimanga immutato come unica lingua comprensibile, cioè diviene molto difficile. Per lo studente di lingue, è un compito scoraggiante. Essere competenti in arabo significa apprendere una lingua da leggere e scrivere e una lingua correlata da vari elementi  (come il latino e poi l’italiano) da poter parlare. Inoltre, il povero straniero si limiterà a comprendere solo una parte del mondo arabo. Parlando del declino del pan-arabismo, è probabile che l’incapacità degli arabi di muoversi nella regione, e parlare correttamente ed essere facilmente compresi sia il motivo per cui non sempre essi si sentono un unico popolo.

C’è un detto tra i linguisti che dice una lingua è un dialetto sono un esercito con una flotta. Questo di solito significa che le lingue prive di uno stato vengono sminuite. Ma qui vediamo un caso opposto al problema: la lingua araba, diffusa in più di 20 paesi, ha troppi eserciti e flotte.

Addendum: anche più del solito, incoraggio i lettori a esaminare i commenti qui sotto. Un certo numero di madrelingua pensa che l’account sopra esageri le differenze dialettali. Dato un migliaio di parole in più avrei potuto aggiungere molti più dettagli e sfumature a questo account. Forse, cosa più importante, e che non ho del tutto precisato che i dialetti occidentali (in particolare marocchini) sono separati nettamente da quelli orientali (egiziano, levantino e così via). All’interno dei dialetti orientali, esistono linee nette che li separano, da linee dialettali più facili. alcuni dialetti sono parlati in più paesi, come il continuum levantino parlato in Siria, Giordania, Libano e Palestina. I lettori non dovrebbero avere l’impressione che la maggior parte degli arabi non possano parlare tra loro attraverso i vari paesi. Possono, in particolare quelli che possiedono conoscenze metalinguistiche per ridurre al minimo le caratteristiche insolite dei propri dialetti e utilizzare consapevolmente frasi di uso comune.

Ecco una tipica vignetta riguardante gli adolescenti che non sanno ancora parlare bene questa lingua. Viene trasmesso da un linguista tunisino, Mohamed Maamouri, a  un sedicenne di Tunisi di nome Khaled, in visita a suo cugino in Arabia Saudita:

“Khaled e Sourour non parlano gli stessi dialetti arabi. Khaled comprende la maggior parte di ciò che Sourour dice quando parla in arabo, ma lei non capisce il tunisino. Deve usare il Fusha o il francese per parlarle. Finalmente trovano il modo di comprendersi i due. Ma il suo francese non è corretto  come il suo. Quando torna a Tunisi, vuole scriverle delle lettere, così le scrive in Fusha con termini in francese e inglese”.

L’intero articolo di Maamouri è interessante (e non è tecnico), per i lettori che desiderano maggiori dettagli sull’argomento.

Fonte: Traduzione libera dell’articolo pubblicato il 21 giugno del 2013 sul blog Johnson dell’Economist

L’arabo è un diamante dalle mille facce (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Un giorno, Juha e suo figlio stavano preparando le valigie per andare nella città vicina, e si misero in sella sulla schiena dell’asino per iniziare il loro viaggio. Lungo la strada passarono davanti a un piccolo villaggio e la gente iniziò a guardarli con sguardi strani. Dissero: Guardate questi miserabili, cavalcano l’asino e non vedono quanto stia soffrendo l’animale. Quando stavano per raggiungere il secondo villaggio, il figlio scese dall’asino e camminò a piedi, Quando furono in procinto di entrare nell’altro villaggio, il popolo li vide e disse: Guarda questo padre ingiusto, lascia che suo figlio cammini a piedi mentre lui si riposa sul suo asino. Quando stavano per raggiungere il prossimo villaggio il padre Joha scese dall’asino e disse a suo figlio di salire sul l’asino. Quando entrarono nel villaggio, la gente li vide e disse: Guarda Questo figlio ingrato che lascia suo padre camminare a piedi mentre lui si riposa sul l’asino. Joha si arrabbiò per via delle lamentele della gente e decise di andare con suo figlio a piedi lasciando l’asino camminare solo dietro di loro, Così che la gente non avesse da ridire su di loro. Quando entrarono nella città, la gente li vide, e disse: Guardate questi pazzi, loro camminano a piedi stancandosi e lasciano l’asino dietro di loro a camminare da solo. Alla fine i due vendettero l’asino.

Ascoltando e leggendo i diversi dialetti parlati dai nostri personaggi che raccontano la storia, si osservano le traslitterazioni derivanti dall’alfabeto romano ed abbiamo subito la sensazione che qui stiamo prendendo molto più del dialetto. Ecco il primo bit traslitterato dal moderno arabo

Fii yowmmin al-ayaamkaanaJohawaibnuhuyahzimuunamta’atahumisti’daadanlil-safar ila al-madiina al mujaawira fa rakibaa ‘ala dhahrilikayyabda’urihlatahum. Wa fii al-tariiqmarruu ‘ala quriyasaghiira fa akhadha al-nasyandhiruunilayhimbinadharaatghariibawayaquuluun: “andharuu ila ha’ulaa’ al-qusaahyarkabuunkulluhumaa ‘ala dhahri al-hamaariwa la yaraa’afuunbihi.

Qui di seguito una versione algerina da Algeri:
Qallek wa7ed ennharkan Djou7a w wlido y7addro besh yro7o lwa7ed mdina, wkan 3andhom 7mar. Alors, tal3o fi zoudjfoqel 7mar w qall3o meddar. Fettriqdjazo 3la un petit village, w ghirdekhlobdewennas ta3 hadelvillageykhozrofihom “yokha 3la hado, rakbinzodj 3la 7mar wa7ed meskin. Wallahi la 7ram”

Eccone una in egiziano da Alessandria:
fi youmminelayem, kan go7a we’bno bey7addaro 7aget-hom 3ashan yeroo7o elbaladelligambohom. farekboeletnein 7omarhom 3ashan yabtedoyesafro. we 3a’sekka marro 3ala baladsoghayyarakeddaho. ba7ala2o elnasfeehomwe 2alo:  ayoh! bo99o elnasel 2asya elli mabter7amshi rakbeenkollohom 3ala el 7omar.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Traduzione libera dell’articolo pubblicato il 21 giugno del 2013 sul blog Johnson dell’Economist

L’arabo è un diamante dalle mille facce (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

In Europa, le lingue che chiamiamo “Francese” e “Spagnolo” nell’arabo queste varietà sono dette”dialetti”, nonostante la mancanza di mutua intelligibilità. Alcuni linguisti fanno così il punto: si tratta di lingue diverse, dicono. Ma gli arabi considerano l’arabo una cosa sola, nonostante i vari dialetti. Tutti gli Arabi istruiti imparano la lingua basata sulla cultura coranica che i linguisti chiamano “modern standard Arabic”. È viene usato in discorsi politici, scritti e telegiornali. ma nessuno lo parla in maniera corretta, la Maggior parte delle persone fatica anche a scriverlo correttamente.

Alcuni pensatori panarabisti hanno codificato l’arabo moderno basato su determinate norme di scrittura ma spogliato di tante complessità inutili tra cui alcune forme del dialetto. Ma non c’è nessuna autorità che esprima il fatto di poter parlare correttamente l’arabo moderno. naturalmente il fascino del pan-arabismo è diminuito in concorrenza con i nazionalismi locali, il Panislamismo, il settarismo di sciiti-sunniti e altre tendenze. È un tripudio di situazioni  difficili da descrivere, con la precisazione di non infastidire qualcuno. Ma Fortunatamente, c’è internet, che permette di esprimersi senza la necessità di prevalere su qualcun altro. E alcuni utenti arabi di Reddit, hanno semplicemente deciso di dare voce ai loro dialetti registrando un breve racconto umoristico, sottolineando intenzionalmente le caratteristiche dialettali, forse immaginando vecchi avi che parlavano così. Questa è la storia, scritta in arabo standard.

فييوممنالأيامكانجحاوابنهيحزمونأمتعتهمإستعداداًللسفرإلىالمدينةالمجاورة،فركباعلىظهرالحمارلكييبدأوارحلتهم. وفيالطريقمرواعلىقريةٍصغيرةفأخذالناسينظرونإليهمبنظراتٍغريبةويقولونأنظرواإلىهؤلاءالقساهيركبونكلهماعلىظهرالحمارولايرأفونبه،وعندماأوشكواعلىالوصولإلىالقريةالثانيةنزلالأبنمنفوقالحماروسارعلىقدميهلكيلايقولعنهمأهلهذهالقريةكماقيللهمفيالقريةالتيقبلها،فلمادخلواالقريةرآهمالناسفقالواأنظرواإلىهذاالأبالظالميدعإبنهيسيرعلىقدميهوهويرتاحفوقحماره،وعندماأوشكواعلىالوصولإلىالقريةالتيبعدهانزلجحامنالحماروقاللإبنهإركبأنتفوقالحمار،وعندمادخلواإلىالقريةرآهمالناسفقالواأنظرواإلىهذاالإبنالعاقيتركأباهيمشيعلىالأرضوهويرتاحفوقالحمار،فغضبجحامنهذهالمسألةوقررأنينزلهووابنهمنفوقالحمارحتىلايكونللناسسُلْطَةًعليهما،وعندمادخلواإلىالمدينةورآهمأهلالمدينةقالواأنظرواإلىهؤلاءالحمقىيسيرونعلىأقدامهمويتعبونأنفسهمويتركونالحمارخلفهميسيرلوحده” … فلماوصلواباعوالحمار

Fonte: Traduzione libera dell’articolo pubblicato il 21 giugno del 2013 sul blog Johnson dell’Economist

Terza parte di questo articolo >

L’arabo è un diamante dalle mille facce

 Categoria: Le lingue

JOHNSON ha parlato dell’arabo e della sua storia molte poche volte nel corso degli anni, ma mai veramente si è affrontata una domanda cruciale: cos’è “L’ Arabo”, ad oggi è davvero anche un’unica lingua?

Segue una versione breve e semplificata della storia: il Profeta Muhammad ha scritto (o ricevuto direttamente da Allah) il Corano nel settimo secolo, poi conquistò come leader politico e militare quasi tutta L’Arabia ai suoi successori — I quattro califfi, e poi ai califfi Omayyadi — conquistò ulteriormente l’Islam fino a quando il mondo islamico si estese dalla Spagna al Pakistan.  I soldati e gli amministratori di Lingua araba si stabilirono in tutti questi luoghi, e la loro lingua si radicò gradualmente fra le popolazioni locali, che fino ad allora parlavano lingue dal latino rustico, al Berbero, al Copto, al Persiano.

Per quasi 1400 anni fa, L’arabo del Corano è rimasto un prestigioso e quasi immutabile standard in tutto il mondo islamico. Questo è quello che la maggior parte degli Arabi considerano “Arabo”. Ma la varietà di lingue parlate hanno cambiato effettivamente con il tempo la lingua araba parlata nelle strade e nelle case. Differenziandola molto dal 1400. Oggi, il mondo arabo è a volte comparato all’Europa medievale, quando il latino classico era ancora la lingua unica “vera” parlata, scritta e studiata dalla maggior parte delle persone, ma “Il Latino” parlato dai popoli divenne ben presto: francese, spagnolo, portoghese e così via. Oggi riconosciamo che il francese e il portoghese sono lingue diverse — ma gli arabi non sono ancora sicuri (e sono in contrasto) su come definire oggi “L’ Arabo”. Il semplice fatto è che un cittadino marocchino e un cittadino iracheno non riescono ad avere una conversazione e intendersi perfettamente. Un cittadino algerino e un cittadino Giordano stentano a parlare tra loro, ma trovano solitamente modi per far fronte ed appianare le incomprensioni utilizzando dosi di arabo standard formale. Mentre a volte usano noti dialetti, soprattutto quello egiziano (diffuso attraverso la televisione e la radio), per colmare le lacune.

Fonte: Traduzione libera dell’articolo pubblicato il 21 giugno del 2013 sul blog Johnson dell’Economist

Seconda parte di questo articolo >

Il serbo-croato: nascita e declino (2)

 Categoria: Le lingue

<Prima parte di questo articolo

Nasceva finalmente una lingua nazionale, nonchè quella che sarebbe poi diventata lingua ufficiale della Federazione Jugoslava, distinta in due principali varianti, dalle differenze quasi inesistenti: quella Serba, con alfabeto cirillico, e quella Croata, con alfabeto latino. I decenni successivi all’accordo di Vienna furono anni d’oro, sia per la lingua, che si affermava lentamente anche a livello europeo e mondiale, sia per la nazione stessa, che sotto la guida di Tito si ritrovò a vivere un momento di stabilità e prosperità. Nel 1954 viene stipulata un’altra convenzione sottoscritta da 25 illustri scrittori e linguisti dell’epoca, tra cui il premio nobel per la letteratura Ivo Andric.

Vent’anni dopo, verso gli anni ’70, i primi conflitti a sfondo etnico sono solo un pallido preavviso di quello che avverrà con la guerra degli anni ’90.

Durante il conflitto civile avvenuto nel 1991, infatti, laddove ogni elemento possibile veniva considerato arma politica, l’elemento linguistico costituì uno degli strumenti più forti.  Ogni singolo nuovo stato emerso da questa tragica separazione corse ai ripari, proclamando la propria lingua ufficiale e rivendicando l’indipendenza linguistica. Questo fenomeno fu caratterizzato da una introduzione quasi forzata di neologismi che distinguessero le nuove lingue l’una dall’altra. Nascono così: il serbo, il croato, il bosniaco e il montenegrino.

La domanda principale è: ma queste differenze, così fortemente volute, sono davvero così rilevanti? Le differenze fondamentali sono differenze di pronunzcia: la divisione tra kajkavo, stokavo e cakavo è ancora oggi palese, come anche quella tra ikavski, ekavski e jekavski. Ma d’altronde, quale parlata del Nord non è diversa da una parlata del Sud? Lo stesso potremmo affermare per quanto riguarda delle scelte grammaticali, che cambiano da regione a regione. Dal punto di vista dell’uso dei vocaboli, le scelte linguistiche e soprattutto l’introduzione di forestierismi, essi sono dipesi dalla storia di ogni singola entità: nella regione della Dalmazia per esempio, è presente un gran numero di italianismi, dovuti alla dominazione italiana della seconda metà del ’900.  O ancora, la notevole presenza di parole turche in Bosnia, è dovuta all’islamizzazione del territorio nel XIX e XX sec.

Detto ciò, vi è un ultimo fondamentale dato di fatto da prendere in considerazione prima di concludere questo breve excursus: per quanto la separazione delle lingue sia ormai ufficiale, e per quanto questa verità possa risultare scomoda ai più, un serbo e un croato si capiranno sempre e comunque, anche senza il minimo sforzo.