Tradurre o l’incontro tra culture (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

L’invariabilità della cultura
Lévi-Strauss ritiene che: “La cultura può essere considerata come un insieme di sistemi simbolici, in primo piano dei quali la lingua, le regole matrimoniali, i rapporti economici, l’arte, la scienza e la religione. Tutti questi sistemi mirano ad esprimere alcuni aspetti della realtà fisica e sociale e, a maggior ragione, le relazioni che questi due tipi di realtà hanno tra loro e che i sistemi simbolici stessi hanno tra loro. » Questo è il fondamento dell’antropologia strutturale, la cui ambizione è quella di identificare e indicizzare le “invarianti” o “universali”, cioè quei materiali culturali che sono sempre identici da una cultura all’altra. Lévi-Strauss prenderà in prestito quattro idee essenziali da Ruth Benedict (la cui eredità appare chiaramente in Tristes Tropiques).

In primo luogo, le diverse culture sono definite da un certo modello (pattern). In secondo luogo, vi è un numero limitato di possibili tipi di culture. In terzo luogo, lo studio delle società “primitive” è il metodo migliore per determinare le possibili combinazioni tra elementi culturali. In quarto luogo, queste combinazioni possono essere studiate in se stesse, indipendentemente dagli individui che appartengono al gruppo per i quali rimangono inconsci. Lévi-Strauss è quindi in un certo senso l’erede dell’antropologia culturale americana, ma se ne distingue cercando di andare oltre l’approccio particolarista alle culture : Al di là dello studio delle variazioni culturali, si propone di analizzare l’invariabilità della cultura. Per lui, culture particolari non possono essere comprese senza riferimento alla Cultura, il “capitale comune” dell’umanità da cui attingere per sviluppare i loro modelli specifici.

Ma non basta proclamare che “l’umanità (o l’Occidente, o l’Europa, o l’Islam, ecc.) è forte nella sua diversità”. Secondo Bruce Robbins, la domanda fondamentale deve essere posta nei seguenti termini: “Se, nel bene e nel male, Huntington condivide con i suoi oppositori una valutazione positiva della diversità culturale, con quale logica passa dal rispetto delle culture inviolabili alla difesa degli interessi americani e, d’altra parte, i suoi oppositori potranno rinnegare questa logica? Per noi, che rispettiamo la cultura ma rifiutiamo di dare priorità agli interessi degli Stati Uniti (o di un’altra cultura, a seconda dei casi), è questa una via che possiamo evitare? »

La sfida è quella di “costruire un consenso che non si basa su un vago concetto di essenza umana predeterminata, ma è il risultato attivo del dialogo e della lotta. È anche la sfida della cultura stessa, che non deve avere paura di aprirsi per rivelare (e mettere in discussione) il suo carattere universale.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte : Articolo scritto da Jean-François Hersent e pubblicato nel giugno 2003 sul sito BBF (Bulletin des Bibliotèques de France)

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisi

Tradurre o l’incontro tra culture (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

La traduzione come negoziazione delle differenze una questione di civiltà
Di conseguenza, l’approccio ci invita a considerare la traduzione come una negoziazione delle differenze, e non più come un’opposizione tra l’universale e il locale. Lavorare sulla traduzione delle culture significa non solo chiedersi cosa si traduce, perché si traduce, come si traduce , ma anche interrogarsi sulle narrazioni contemporanee dell’intraducibile e, così facendo, mettere in discussione il tema dell’incompatibile, quello dell’originale/originale e della traduzione/traduzione tradimento. In breve, tradurre significa pensare alla cultura come rapporto tra le culture. Per questo motivo non si può parlare di una cultura omogenea. Le differenze sono presenti all’interno della stessa cultura e tra le culture, così come all’interno della stessa lingua e tra le lingue. Tradurre tra le culture è quindi una sfida di civiltà, soprattutto nell’attuale contesto ideologico, che fa del riferimento alla “guerra di civiltà” il discorso dominante ed implicito ovunque. Più che mai, è necessario pensare ai divari tra cultura e civiltà, tra alterità e chiusura. Né dobbiamo trascurare i vari fattori inevitabili e la questione in sospeso dell’incompatibilità, il diverso, l’intraducibile, tanti fattori di guerra piuttosto che di pace.

Si tratta infatti di rispondere a un paradosso che può essere così formulato: è proprio perché non esiste un fondo culturale comune, legato agli stessi valori religiosi, alla stessa filosofia della libertà individuale, allo stesso modello di razionalità e all’adesione agli stessi valori democratici, che la traduzione interculturale ha tanta difficoltà ad essere realizzata. Ognuno sa che, al di là di questo innegabile fondo culturale comune dell’umanità caro a Claude Lévi-Strauss, si ricade rapidamente sulle differenze, per non dire sugli antagonismi che spiegano non solo la recente storia violenta segnata dall’attacco alle Torri gemelle e al Pentagono dell’11 settembre 2001 – e che nei mesi successivi ad una rinnovata seduzione delle controverse tesi di Samuel Huntington sullo scontro di civiltà – ma anche la più antica storia del colonialismo.

Terza parte di questo articolo >

Fonte : Articolo scritto da Jean-François Hersent e pubblicato nel giugno 2003 sul sito BBF (Bulletin des Bibliotèques de France)

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisi

Tradurre o l’incontro tra culture

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Impegnarsi a “cercare verso la civiltà le possibili vie di un ritorno alla politica, che la maggior parte delle società contemporanee sono venute a mancare, denunciare l’essenzializzazione delle culture, l’etnicizzazione e la comunitarizzazione della politica”. […], non si tratta forse di un obiettivo mobilitante per un’ambizione profondamente umanistica? La traduzione è una delle condizioni (necessarie ma non sufficienti) per superare il discorso identitario. Essa offre anche opportunità di confronto tra diverse realtà culturali e solleva una serie di questioni relative sia al funzionamento dei settori della produzione culturale che agli scambi  internazionali, questioni che troppo spesso vengono discusse oggi solo dal punto di vista della “globalizzazione” o ” mondializzazione”. Da qui l’interesse euristico di aprire “un nuovo campo teorico nella sua trasversalità e modalità di applicazione [.....] per sviluppare una valida alternativa alle nozioni superate di “dialogo delle culture” o multiculturalità”. Abbiamo ora un insieme di riflessioni stimolanti che seguono approcci simili, come gli studi di traduzione e, soprattutto, gli studi sui processi di “trasferimento culturale”.

Come sottolineano Johan Helbron e Gisèle Shapiro: “Il campo di ricerca degli studi di traduzione, che è stato istituito a partire dagli anni ’70 in alcuni piccoli paesi, spesso multilingue (Israele, Belgio, Paesi Bassi), è diventato, almeno in alcuni luoghi, una specialità a sé stante, con le sue cattedre, l’insegnamento, i manuali e le riviste specializzate. Questo lavoro rappresenta un cambiamento nell’approccio adottato. Invece di comprendere le traduzioni solo o principalmente in relazione a un testo originale, un testo di partenza o una lingua di partenza, e di identificare attentamente le deviazioni la cui rilevanza dovrebbe poi essere determinata, gli studi di traduzione si sono sempre più concentrati su questioni che riguardano il funzionamento delle traduzioni nei loro contesti di produzione e di ricezione, cioè nella cultura di destinazione. È questa stessa questione del rapporto tra i contesti di produzione e di accoglienza che sta alla base degli approcci in termini di “trasferimento culturale”, che mettono in discussione anche gli attori di questi scambi, istituzioni e individui, e la loro inclusione nei rapporti politico-culturali tra i paesi studiati. »

Seconda parte di questo articolo >

Fonte : Articolo scritto da Jean-François Hersent e pubblicato nel giugno 2003 sul sito BBF (Bulletin des Bibliotèques de France)

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisi

Il potere politico della traduzione (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Ed è questo che fa la traduzione: rende la visione di un medico italiano a Lampedusa – una storia in cui la gran parte dei dialoghi stessi sono tradotti dall’arabo e dal dialetto siciliano – accessibile ad un lettore di Newcastle o del Nuovo Messico. In Lacrime di sale, Pietro Bartolo propone quella che ritiene la giusta soluzione al dilemma umanitario europeo, dal momento che la crisi della migrazione forzata è ancora in atto. Non la condivido completamente, ma questo non è il punto: ciò che importa è che grazie alla versione inglese di Lacrime di sale, la sua opinione entra a far parte del dibattito su come dovrebbero reagire i Paesi di destinazione.

Il numero dei profughi accolti dai Paesi anglofoni è relativamente basso rispetto al gran numero non dichiarato di quanti entrano in alcuni Paesi dell’Europa continentale ed ai flussi ancora maggiori in Giordania e Turchia, e quindi è molto importante tenere vivo il dibattito sull’argomento.

Gianfranco Rosi, il regista italiano il cui film Fuocoammare, vincitore di un Oscar,ha documentato il lavoro di Bartolo a Lampedusa, ha detto del film: “Voglio che gli spettatori uscendo dalla salasi chiedano: ‘Qual è la mia posizione verso tutto questo? Cosa posso fare?” Certo, è tanto da chiedere ad un film o ad un libro, e mentre spero che il potente racconto di Lacrime di sale provochi una reazione nei suoi lettori, non ho un obiettivo programmatico rispetto a ciò che esso dovrebbe realizzare.

Forse la mia traduzione delle parole di Bartolo e della Tilotta porterà un lettore da qualche parte a non avere successo nell’apprendimento dell’arabo, ad associarsi, in modo fallimentare, ad un circolo della maglia, o addirittura a riuscire a trovare un modo pratico per essere di aiuto. Forse farà cambiare idea ad alcuni lettori e ne stimolerà altri. Ma anche se Lacrime di sale non spingerà direttamente all’azione i suoi lettori, oggi la voce di Bartolo può essere ascoltata nella sua traduzione inglese, ed è già qualcosa.

Fonte: Articolo scritto da Chenxin Jiang e pubblicato l’8 gennaio 2018 ­sul sito Literary Hub

Chenxin Jiang
Nata a Singapore e cresciuta ad Hong Kong, traduce da italiano, tedesco e cinese.
La sua ultima traduzione è il best-seller internazionale “Lacrime di sale. La mia storia quotidiana di medico di Lampedusa fra dolore e speranza” scritto dal Dr. Pietro Bartolo e da Lidia Tilotta,  pubblicato da W.W.Norton a gennaio 2018.

Traduzione a cura di:
Daniela Liconti
Traduttrice ING/ITA-FR/ITA
Francia

Il potere politico della traduzione (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Scegliere di fare il medico su un’isola remota è certamente un atto politico, in quanto rende le cure mediche accessibili ad una comunità scarsamente assistita – anche se non era questa la sua unica, o la primaria, motivazione. Tuttavia, quando il numero di migranti che attraversavano il Mediterraneo raggiunse livelli critici, Bartolo si trovò sempre più coinvolto nel dibattito politico sull’identità dell’Europa e l’impegno umanitario. Si tratta di argomenti particolarmente impegnativi a Lampedusa, un piccolo porto italiano geograficamente più vicino alla costa tunisina che a quella siciliana dove i confini tra Europa e Africa si confondono.

Inutile dire che anche la traduzione letteraria è un atto profondamente politico, in quanto rende accessibili testi particolari a lettori particolari trasportandoli oltre i confini linguistici. Spesso noi traduttori difendiamo gli autori ed i libri che traduciamo, ma non sempre pensiamo alla traduzione come ad una forma di difesa politica di per sé, né necessariamente dovremmo. È vero che dare prolungata attenzione ad un racconto complesso o impegnativo rappresenta una dichiarazione politica su ciò che ha valore per noi, ma non leggiamo o traduciamo buoni libri solo o principalmente per l’importanza politica di quell’atto – li leggiamo perché sono talmente buoni che non possiamo farne a meno.

Ciò detto, alcuni libri danno particolare importanza alla dimensione politica del compito del traduttore per via della loro diretta rilevanza politica – e riflettendoci bene, mi accorgo che in passato ne sono stata spesso attratta.

Il primo libro che ho tradotto era un rapporto sulla rivoluzione culturale cinese, un episodio profondamente traumatico su cui si sorvola nelle scuole cinesi e di cui a mala pena si parla a Hong Kong, dove sono cresciuta. La stalla (The Cowshed) di JiXianlin fu, a detta di tutti, il resoconto sulla rivoluzione culturale cinese più letto nel Paese; pensai che dovesse essere reso disponibile anche al pubblico di lingua inglese. Ma, ovviamente, ciò poteva accadere solo se qualcuno lo avesse tradotto.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Chenxin Jiang e pubblicato l’8 gennaio 2018 ­sul sito Literary Hub

Chenxin Jiang
Nata a Singapore e cresciuta ad Hong Kong, traduce da italiano, tedesco e cinese.
La sua ultima traduzione è il best-seller internazionale “Lacrime di sale. La mia storia quotidiana di medico di Lampedusa fra dolore e speranza” scritto dal Dr. Pietro Bartolo e da Lidia Tilotta,  pubblicato da W.W.Norton a gennaio 2018.

Traduzione a cura di:
Daniela Liconti
TraduttriceING/ITA-FR/ITA
Francia

Il potere politico della traduzione

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Tradurre in inglese le storie dei profughi secondo Chenxin Jiang
Nell’agosto 2015, quando Angela Merkel aprì le frontiere della Germania ai profughi, mi trovavo a Berlino.Per giorni non feci che seguire i notiziari e leggere di famiglie siriane ed altri esuli che fluivano nelle stazioni ferroviarie tedesche.

Un anno dopo mi trasferii a Berlino, disposta a fare ogni possibile sforzo come volontaria per accogliere i profughi. Mi iscrissi ad un circolo della maglia per tedeschi ed immigrati, ma in quanto principiante fui più d’intralcio che di aiuto per gli organizzatori. Feci uno sforzo saltuario per imparare l’arabo da un libro, ma in breve tempo mi ritrovai sempre più impegnata in lavori di archivio e libri da tradurre e la mia riserva di entusiasmo diminuì.

Solo a Berlino c’erano decine di migliaia di profughi: cosa poteva fare chiunque di noi? Non mi era mai venuto in mente che il mio lavoro di traduttrice letteraria – anche dall’italiano, oltre ad altre lingue, in inglese – potesse avere qualcosa a che fare con le cause politiche che mi stavano tanto a cuore.

Poi ricevetti una email da un editore: mi sarebbe piaciuto tradurre un libro scritto da un medico italiano che gestisce un ambulatorio sull’isola di Lampedusa, avamposto dell’impegno umanitario per il soccorso ai rifugiati sulla pericolosa via del mare verso l’Europa? Prima ancora di leggere il libro, dissi di sì. E quando infine lessi Lacrime di sale, ero ancora più elettrizzata all’idea di tradurlo.

Insieme alla co-autrice Lidia Tilotta, il medico di Lampedusa Pietro Bartolo racconta le storie dei migranti che ha salvato: le famiglie separate e riunite, le donne gravide a seguito di stupro, i tragici incidenti in mare. Questi resoconti sono inframmezzati dalla storia di Bartolo, cresciuto a Lampedusa come figlio di pescatori finiti in miseria. Dato che sull’isola non c’era la scuola superiore, il giovane Bartolo venne mandato in Sicilia per avere un’istruzione, per poi tornare sull’isola a gestirne l’unico ambulatorio.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Chenxin Jiang e pubblicato l’8 gennaio 2018 ­sul sito Literary Hub

Chenxin Jiang
Nata a Singapore e cresciuta ad Hong Kong, traduce da italiano, tedesco e cinese.
La sua ultima traduzione è il best-seller internazionale “Lacrime di sale. La mia storia quotidiana di medico di Lampedusa fra dolore e speranza” scritto dal Dr. Pietro Bartolo e da Lidia Tilotta,  pubblicato da W.W.Norton a gennaio 2018.

Traduzione a cura di:
Daniela Liconti
TraduttriceING/ITA-FR/ITA
Francia

Dodici falsi miti sui bambini bilingue (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

E cosa ne sappiamo oggi…

Mito 1
Non esiste alcuna prova scientifica a sostegno di questa affermazione. Bilingue e monolingue hanno la stessa capacità di sviluppo.
Mito 2
In realtà, i bambini bilingue tendono ad avere una curva di apprendimento più rapida dei monolingue.
Mito 3
I bambini sembrano avere più facilità degli adulti ad imparare le lingue ma non bisogna sottovalutare lo sforzo che costa loro né aspettarsi che parlino perfettamente fin dall’inizio.
Mito 4
I bilingue hanno capacità che i monolingue non hanno. Spesso i bilingue parlano una lingua dominante allo stesso livello di un monolingue, alla quale se ne aggiunge un’altra, più debole, che utilizzano meno spesso. Nel corso di una conversazione, il bilingue sa scegliere se optare per il modo monolingue o per quello bilingue.
Mito 5
Nella prima infanzia, imparare una lingua non richiede un dono o un talento particolari, ma fa semplicemente parte della vita , come camminare o vedere da entrambi gli occhi.
Mito 6
I testi linguistici standardizzati vertono solo su attitudini linguistiche parziali del bilingue (ovvero una sola lingua) che sono confrontate con le attitudini linguistiche complete del monolingue. I risultati mediocri di un bilingue a questi test non tengono conto dei diversi schemi di dominanza linguistica. Attualmente non esiste nessun test specifico per i bambini bilingue.
Mito 7
Pochissimi immigrati latino americani parlano inglese e non ci sono abbastanza strutture d’insegnamento dell’inglese per accoglierli tutti. I programmi che coniugano lo spagnolo e l’inglese lo fanno in parte perché ciò permette ai bambini bilingue di imparare l’inglese meglio e più rapidamente.
Mito 8
Le lingue primitive o « senza grammatica » non esistono. Tutte le lingue sono complesse ma comunque “imparabili”.
Mito 9
Forse è esatto, però non ci si deve aspettare che tutti i bambini la pensino così. Bisogna dare un senso all’apprendimento della lingua, facendo frequentare al bambino delle persone interessanti che fanno cose divertenti nell’altra lingua.
Mito 10
Anche questo forse è vero, a condizione però che il bambino non abbia mai sentito parlare un’altra persona, cosa abbastanza rara se i genitori non sono nativi della lingua, dominante o minoritaria che sia.
Mito 11
Non esiste nessuna prova di questo. I bambini che hanno difficoltà con due lingue ne hanno generalmente anche con una sola.
Mito 12
I genitori sono gli unici esperti in questo campo. L’unico modo di  crescere male un bambino bilingue è quello di insegnargli una lingua sola. Se non è già stato fatto, non è mai troppo tardi per fare meglio.

Fonte:  Articolo scritto da Corey Heller e pubblicato sul sito Multilingual Living

Traduzione a cura di:
Simona Grisendi
Traduttrice EN-FR-PT>IT – IT>FR
Neuilly Plasance – Francia

Dodici falsi miti sui bambini bilingue

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Interessatissima al bilinguismo dei bambini da quando sono diventata mamma di un piccolo italo-francese che crescerà bilingue in ambienti monolingui e in una società che, sebbene relativamente aperta al multiculturalismo, resta scettica sul bilinguismo precoce, ho trovato interessante il seguente articolo di blog. Aspetto di vedere cosa succede dal vivo…

Mito 1
I bambini bilingue iniziano a parlare più tardi dei monolingue.
Mito 2
I bambini bilingue accumulano un ritardo scolastico che non colmeranno mai.
Mito 3
I bambini piccoli assorbono le lingue come delle spugne.
Mito 4
I bilingue sono come due monolingue in una sola persona.
Mito 5
Bisogna essere portati per le lingue per impararne due contemporaneamente.
Mito 6
Se i bilingue hanno risultati inferiori ai test linguistici standardizzati significa che hanno capacità inferiori ai bambini monolingue che sono nella media.
Mito 7
Gli immigrati latino americani negli Stati Uniti rifiutano l’apprendimento dell’inglese e impongono a tutti l’uso dello spagnolo.
Mito 8
Alcune lingue sono più primitive di altre e quindi più facili da imparare. Molta gente parla inglese perché in questa lingua ci sono meno regole di grammatica.
Mito 9
Parlare una seconda lingua è di per sé una ricompensa.
Mito 10
I genitori che non parlano perfettamente una lingua trasmettono i loro errori e il loro accento ai bambini.
Mito 11
Se un bambino ha difficoltà d’espressione in una o due lingue, il problema scompare  nel momento in cui ne abbandona una delle due.
Mito 12
Esiste un modo solo per crescere bene un bambino bilingue.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte:  Articolo scritto da Corey Heller e pubblicato sul sito Multilingual Living

Traduzione a cura di:
Simona Grisendi
Traduttrice EN-FR-PT>IT – IT>FR
Neuilly Plasance – Francia

La parola, il linguaggio come progetto di senso

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

“ In principio era il verbo, …” così recita il Prologo al Vangelo di Giovanni.  Il Verbum, la parola, sono dunque gli artefici della creazione del mondo, ne plasmano i contorni e suggellano l’attitudine dell’essere umano a vivere e a comunicare all’interno di un contesto sociale. Ma cosa significa in realtà comunicare ? Non si tratta forse di riconoscere ad uno stesso fatto o alla medesima situazione analoghe caratteristiche percettive suscettibili di indurre le stesse reazioni sensoriali, siano esse visive, olfattive, uditive, gustative ? Le immagini, i suoni, i profumi creano come delle sinfonie percettive i cui toni si articolano in parole. Ogni tonalità di ciò che viene percepito tramite i sensi trova in tal modo una corrispondenza verbale, che viene poi codificata allorché venga condivisa all’interno di una stessa aggregazione sociale. La paura, la rabbia, il desiderio vengono interiorizzati e si rivelano nella loro essenza alle persone, e quelle stesse persone si rivelano a se stesse attraverso di loro.

Questa duplice rivelazione determina l’esigenza di aprirsi al mondo, di stabilire un contatto per conoscerlo e per votarsi ad esso nel modo più consono. Ne consegue che la verità di queste percezioni diviene allora una verità imperativa suscettibile di imporsi attraverso un progetto di senso che ne motivi le ragioni, un progetto vissuto ed elaborato dalla coscienza individuale al fine di anticipare le possibili conseguenze legate a quelle stesse percezioni. Comunicare assume quindi la valenza di una sorta di anticipazione di una vocazione futura già inscritta nella propria coscienza, che indurrà o meno ad assumere determinati comportamenti, oppure a rinunciarvi. Alla base di ciò troveremo sempre l’anelito alla conoscenza di se stessi, per poter rinascere ogni volta infrangendo il santuario dell’interiorità che non è fatto per rimanere serrato e inaccessibile ma che deve proiettarsi verso il mondo, senza peraltro sgretolarsi per concedersi ad esso.

Ecco allora che si prefigura l’ineludibile necessità di attribuire al linguaggio un senso comune, sulla base delle ragioni volte a giustificarne la convenienza e l’imperatività di fronte a verità non ancora conosciute o rivelate. Questo senso non può prescindere da una motivazione che nasce paradossalmente dall’ignoranza; è Socrate che ci ha fornito il più bell’esempio di questa forma paradossale di motivazione quando dice: « Tutto ciò che so, è che  non so nulla. » Rendersi conto di non sapere suscita un’attrazione formidabile verso ciò che bisogna conoscere, trasmettere, comunicare.

Fonte: Spunti tratti dal testo di Antoine de La Garanderie “La motivazione: il suo risveglio, il suo sviluppo”

Autore dell’articolo:
Dott. Guido Pancera
Traduttore freelance dal francese in italiano
Ceresara (MN)

Il Cooperative Learning (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

I fondamenti teorici del Cooperative Learning, che promuovono l’apprendimento del singolo in una dimensione gruppale, sono:

- l’interdipendenza positiva nella quale il conseguimento dell’obiettivo è condiviso fra i vari componenti,vincolati fra loro mediante relazioni di assertività, resistenza allo stress, controllo dell’ansia;
- il rafforzamento dell’equilibrio psicologico, per cui il successo o il fallimento del singolo è esteso al gruppo;
- la comunicazione fra i componenti, che stimola la scoperta, allevia le tensioni e la fatica incrementando l’autostima e la fiducia nelle proprie potenzialità e al contempo un clima relazionale accogliente;
- la relazione comunicativa, anch’essa fondamentale nel gruppo cooperativo, che non si acquisisce autonomamente, bensì va appresa. Ciò presuppone un individuo “eterocentrato”, in grado di organizzare un messaggio non ambiguo, ma preciso, in grado di esprimere emozioni in modo congruo a condizione che si verifichi una serie di precondizioni quali la credibilità, la personalizzazione, l’appropriatezza e la ridondanza del messaggio, la rotazione degli incarichi, con un leader situazionale che, secondo le necessità, motivi alla realizzazione del compito mediante azioni di controllo e coordinamento delle informazioni, orientamento al lavoro, stimolo all’approfondimento, incoraggiamento della partecipazione ed elargizione di riconoscimenti. Lo svolgimento del proprio ruolo all’interno di un gruppo in modo efficace è associato a una comunicazione efficace.
- la gestione costruttiva dei conflitti, mediante una negoziazione, ossia una comprensione ossia una comprensione delle ragioni altrui, un’esplorazione dei motivi di dissenso, una compenetrazione nella prospettiva dell’altro al fine di delineare una soluzione di reciproco vantaggio, per rivalutare il conflitto quale forte stimolo intellettivo alle capacità di argomentazione e di riflessione, un’esperienza educativa che consente il mantenimento di un buon clima relazionale.

Le esperienze di Cooperative Learning promuovono comportamenti e stati motivazionali che incrementano sia la motivazione estrinseca, poiché il discente vede l’apprendimento come un vantaggio vicendevole e una responsabilità condivisa, sia la curiosità epistemica, che induce a chiarire e ad approfondire al fine di individuare una soluzione comune.

Il Cooperative Learning contribuisce a rafforzare i processi motivazionali che premiano l’interazione promozionale, l’integrazione degli sforzi e la motivazione intrinseca basata sulla soddisfazione per l’acquisita consapevolezza di determinare con il proprio contributo il successo scolastico. I feedback ricevuti dai pari fungono, da forti molle motivazionali indotte da interessi solidali e non competitivi.

Autrice dell’articolo:
Maria Grazia Falcinelli
Traduttrice freelance ING-IT, FR-IT, SP-IT
Docente di Lingua Inglese Scuola secondaria superiore
Napoli

Articolo originale tratto dalla tesi di Master II livello in Didattica dell’Italiano L2 “Fattori emotivo- motivazionali nell’apprendimento della L2 e Cooperative Learning”

Il Cooperative Learning

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Il contesto socioculturale globale si è rivelato un terreno assai fertile per lo sviluppo di un ampio movimento educativo che pone l’enfasi su modalità di apprendimento cooperativo o di gruppo esigenza motivata dalla crisi dei processi di socializzazione dovuta alla perdita di autorevolezza delle istituzioni tradizionalmente deputate alla relazionalità, quali la famiglia e la scuola. La famiglia è disgregata o allargata, le relazioni intergenerazionali sono tese, i valori della socialità sono alla deriva, l’individualismo e la competitività prevalgono su ideali e mete in grado di instillare la cultura della progettualità nelle giovani generazioni che sono, dunque, prive di modelli di riferimento. La scuola sembra aver perso il proprio ruolo di primaria agenzia di socializzazione, stretta fra pastoie burocratiche, impostazioni pseudo-aziendali e un anacronismo didattico e organizzativo che la separa dal mondo reale. I processi di socializzazione tradizionale s’intrecciano con le opportunità formative offerte dai mass media che condizionano la maturazione sociale e psicologica degli adolescenti. La televisione, è “la cattiva maestra” evocata da Karl Popper, che travolge i giovani con una quantità alluvionale di informazioni e propone una visione della realtà distorta.

Recentemente, il social networking è il fenomeno che connota i nuovi percorsi di socializzazione in cui la relazionalità è svincolata dall’interazione. La realtà digitale promuove una socializzazione artificiale in un universo virtuale nel quale le distanze si annullano e non esiste una comunicazione efficace e genuina, ma un’innegabile perdita dell’identità individuale. In una società multirazziale, la presenza di etnie diverse determina, altresì, problemi relazionali interpersonali dovuti all’eccessiva competitività e alla scarsa propensione verso l’altro. La crisi del rendimento scolastico e la disaffezione verso la scuola, unita a una generalizzata carenza nelle abilità sia disciplinari che relazionali, ha indotto gli educatori a individuare metodi efficaci per migliorare la formazione e stimolare la motivazione, sentiti come esigenze imprescindibili. Il principio innovativo del Cooperative Learning è la variabile che ne costituisce il fondamento, ossia la cooperazione fra i discenti. Il termine indica una modalità di apprendimento che si rifà ad un vasto movimento educativo, affermatosi negli Stati Uniti a partire dagli anni ’90, nel quale si delineano due orientamenti, il primo risalente a John Dewey e l’altro a Kurt Lewin. Entrambi convengono sulla cooperazione, come mezzo di autorealizzazione e promozione individuale.

Il Cooperative Learning è “un insieme di tecniche di conduzione dell’aula, nel quale i discenti lavorano in piccoli gruppi per attività di apprendimento e ricevono valutazioni in base ai risultati conseguiti”. E’ necessario delimitare l’ambito operativo affinché si possa parlare di Cooperative Learning e non di un gruppo spontaneo o tradizionale, connotato da una leadership marcata e dinamiche di competitività e individualismo. Un vero gruppo cooperativo secondo D. Dishon e O’ Leary, si basa su 5 principi, ossia:

- elevato livello d’interdipendenza positiva e di responsabilizzazione reciproca (interdipendenza positiva)
- leadership condivisa (leadership distribuita) con l’incoraggiamento e controllo diversamente dal gruppo tradizionale nel quale ci sono una leadership formale e responsabilità individuali;
- gruppo eterogeneo per caratteristiche personali e abilità;
- perseguimento dell’obiettivo e acquisizione delle competenze sociali che promuovono un’interrelazione positiva, nella quale ci sarà sempre un feedback e una valutazione individuale e di gruppo;
- gruppo autonomo e autosufficiente.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Maria Grazia Falcinelli
Traduttrice freelance ING-IT, FR-IT, SP-IT
Docente di Lingua Inglese Scuola secondaria superiore
Napoli

Articolo originale tratto dalla tesi di Master II livello in Didattica dell’Italiano L2 “Fattori emotivo- motivazionali nell’apprendimento della L2 e Cooperative Learning”

La gestione della classe e il clima emotivo (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Robert Hinshelwood ha elaborato il concetto di ‘personalità collettiva di classe’ inteso come lo stile relazionale preponderante fra i suoi componenti e definisce la classe demotivata, quieta ma spenta e indifferente in cui l’atteggiamento prevalente è l’astenia. In tale classe, si assorbono le critiche, ci si adatta alle circostanze, si adotta la logica del minimo sforzo, crogiolandosi nell’apatia e spegnendo le motivazioni individuali ed eventuali slanci che falliscono sul nascere. L’obiettivo del docente è la creazione di ciò che Hinshelwood definisce la ‘classe costruttiva’, ossia quella armonicamente bilanciata che, se non fortuitamente costituita grazie a una serie di coincidenze, è frutto di un minuzioso lavoro educativo e programmatico.

La trasformazione di una classe amorfa in una costruttiva è possibile privilegiando un’impostazione a forte impianto cooperativo; infatti l’attivazione di percorsi collaborativi, mediante una gestione di spazi e una diversificazione delle attività, accresce la responsabilità individuale e sollecita le dovute risposte. Anche un gruppo classe demotivato ha in ogni caso una sua struttura collaborativa, che però impedisce lo sviluppo delle potenzialità individuali, attivabili, invece, grazie a processi di competizione motivante e con una divisione dei compiti. Un clima motivante è quello integrativo e di riconoscimento reciproco improntato alla massima dinamicità degli scambi, nel quale il docente adotta strumenti operativi che colgono la pluridimensionalità della conoscenza.

Il docente assume il ruolo di ‘regista del clima educativo’13 convogliando e promuovendo le competenze sociocognitive specifiche e lo sviluppo della motivazione ad apprendere. Il metodo di apprendimento cooperativo, che contrappone a una gestione tradizionale dell’aula, una mediazione sociale nella quale l’origine del processo di apprendimento è nell’allievo, corresponsabile del proprio percorso educativo, deriva dal paradigma costruttivista affermatosi in ambito pedagogico negli anni ’80, che enfatizza la cooperazione come la strategia ottimale per migliorare i risultati cognitivi, le interrelazioni e il benessere psicologico in un contesto socioeducativo, rivoluzionato dall’avvento dei nuovi media e dalla globalizzazione.

Autrice dell’articolo:
Maria Grazia Falcinelli
Traduttrice freelance ING-IT, FR-IT, SP-IT
Docente di Lingua Inglese Scuola secondaria superiore
Napoli

Articolo originale tratto dalla tesi di Master II livello in Didattica dell’Italiano L2 “Fattori emotivo- motivazionali nell’apprendimento della L2 e Cooperative Learning”

La gestione della classe e il clima emotivo

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Un apprendimento proficuo necessita di un’atmosfera serena e di un ambiente cognitivo adeguato. La gestione della classe include le azioni e le strategie di conduzione delle attività adottate dai docenti per consentire l’ottimizzazione del lavoro in aula e il coinvolgimento dei discenti, stimolando atteggiamenti cooperativi. Jacob Kounin, uno dei più autorevoli studiosi di questa tematica propone un modello comportamentale ‘ecologico’ che si fonda sulle condizioni ambientali e sull’incidenza del comportamento docente su feedback dei discenti. Un docente efficace agisce sempre in modo preventivo, coglie la multidimensionalità degli eventi, la simultaneità dei compiti e l’imprevedibilità delle situazioni. E’ necessaria una pianificazione preventiva, il management di tipo anticipatorio di cui parla JereBrophy, che si fonda su una progressiva e chiara esplicitazione di regole e norme adottate in una classe, sostenute fino alla routinizzazione (comunicazione regolativa).

La progettazione di interventi mirati di tipo motivazionale non può prescindere dal clima emotivo che si instaura in classe e che condiziona notevolmente le dinamiche relazionali. Gabriella Pozzo parla del ‘fattore C’, ossia il clima di classe, composto da una serie di variabili prosociali che afferiscono all’idea di unione (coinvolgimento, consapevolezza, condivisione, confronto, controllo, covalutazione, comunicazione, collaborazione). Il gruppo classe è, in primis, un gruppo affettivo, oltre che di lavoro, che funziona se vi è un forte senso di responsabilità e può rivelarsi una preziosa risorsa per lo sviluppo di abilità relazionali, a condizione che si rendano palesi, si sviluppino le potenzialità emotive e si estrinsechi una comunicazione circolare. Il docente è un socializzatore della motivazione, connotato da autorevolezza, che dovrà adottare uno stile di conduzione flessibile e assertivo e promuovere atteggiamenti responsabili e soprattutto l’autoregolazione e l’autonomia dei discenti.

Per sollecitare forme più interiorizzate di motivazione è imprescindibile un rimodellamento dei ruoli del docente e del discente, per loro natura asimmetrici, one-up/ one-down, affinché le regole scaturiscano da una negoziazione attiva e non da un’imposizione unilaterale. Un clima di classe che fa scattare ‘la molla motivazionale’ è quello nel quale il docente sperimenta la dimensione del ‘pedagogicalcaring’, il prendersi cura dell’allievo e in cui prevale la comprensione e l’accoglienza sull’autoritarismo che annichilisce l’apprendimento e soffoca la responsabilità individuale.

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Autrice dell’articolo:
Maria Grazia Falcinelli
Traduttrice freelance ING-IT, FR-IT, SP-IT
Docente di Lingua Inglese Scuola secondaria superiore
Napoli

Articolo originale tratto dalla tesi di Master II livello in Didattica dell’Italiano L2 “Fattori emotivo- motivazionali nell’apprendimento della L2 e Cooperative Learning”

L’interprete: un mediatore a più variabili

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

È facile rendersi conto delle lacune generali che ancora oggi molti hanno nel definire la figura dell’interprete, anche se professionisti delle reti televisive. Sorprende come, in molte reti televisive, il termine interprete viene spesso confuso con quello dell’artista o del cantante, visto che i professionisti responsabili del servizio di interpretazione vengono denominati traduttori o traduttori simultanei (Vallecillo Molina 2002: 101[1]). Purtroppo, queste lacune non riguardano semplicemente l’aspetto terminologico della professione ma si riferiscono a una erronea comprensione del ruolo professionale stesso dell’interprete che, nonostante sia fondamentale per il successo di qualsiasi trasmissione televisiva, viene considerato come una figura marginale che non richiede molta attenzione. Inoltre, degna di nota è pure la mancanza nei titoli di coda di qualunque trasmissione televisiva dei nomi degli interpreti e delle organizzazioni alle quali essi appartengono, così da far prevalere l’anonimato piuttosto che il merito.

Fortunatamente, per gran parte degli addetti ai lavori, l’immagine tradizionale dell’interprete come colui che è coinvolto soltanto nella traduzione di messaggi da una lingua all’altra, ormai sembra essersi sgretolata. È stato dimostrato che il lavoro dell’interprete è reso possibile dalla sua capacità di comprensione della situazione comunicativa e, in secondo luogo, dalla sua capacità di portare avanti la traduzione. Oggi, anche la visione dell’interprete come colui che traduce e, dunque, come translation machine, sembra sempre più essere influenzata dal modo in cui la gente, in questo caso il pubblico televisivo, percepisce l’interazione mediata dall’interprete. Prendendo in considerazione le categorie di Goffman (1981), vengono identificati tre formati di produzione; l’animator, l’author ed il principal.

In primo luogo, generalmente l’interprete parla per conto di qualcun altro, proiettando il suo self come animator degli altri.  In secondo luogo, nell’animare il discorso altrui, l’interprete assume anche la responsabilità del ruolo di author. Tuttavia, l’interprete non può assumere il ruolo del principal. Tuttavia, il dilemma per l’interprete televisivo è come affrontare il doppio vincolo, che consiste nel mantenere una distanza professionale dagli elementi emotivi o frivoli del talkshow e, allo stesso tempo, essere coinvolto personalmente come partecipante professionalmente importante e di primaria importanza.  In quanto partecipante primario, ovvero nel caso in cui venga coinvolto nell’interazione dai partecipanti sullo schermo, l’interprete di talkshow deve possedere una certa propensione all’azione per “calarsi nel ruolo” giocato dall’ospite o dal conduttore e, quantomeno, deve saper gestire la situazione.

Il ruolo che si profila per l’interprete televisivo, dunque, richiede un profondo senso del limite, una capacità di oscillare tra distanza e coinvolgimento che permetta di co-gestire l’evento comunicativo e il dispiegarsi delle azioni. Come si può evincere da quanto detto, oltre allo stress, l’interprete televisivo potrebbe incorrere nel rischio di confondere la propria identità, a causa dell’assunzione di diversi ruoli richiesti di volta in volta e della difficoltà di capire quale sia il momento giusto per scegliere in quali dei tanti “calarsi”.

Autrice dell’articolo:
Carla Cassarà
Traduttrice EN-ES>IT – Interprete di conferenza
Milano

Questo articolo è stato estratto dalla Tesi di Laurea Magistrale sperimentale della Dr.ssa Carla Cassarà in “Traduzione Specialistica e Interpretariato di Conferenza”, Università IULM di Milano, Titolo: “Media Interpreting e valutazione della qualità. L’analisi di un caso: l’applauso come aspettativa dell’utente”, pp. 55 – 57)


[1] Vallecillo Molina J. (2002)”La interpretación simultánea en las cadenas de TV statale españolas: aspectos técnicos, situacionales y emocionales”, in Puentes. Hacia nuevas investigaciones en la mediación intercultural, 1, pp.95-106.

La differenza tra traduzione e interpretariato

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Interpretariato e traduzione sono due discipline linguistiche strettamente correlate. Eppure raramente vengono svolte dalle stesse persone. La differenza di competenze, formazione, attitudine e la conoscenza anche di lingua sono così sostanziali che poche persone riescono a coniugarle a livello professionale.

Parlando in maniera superficiale, la differenza tra traduzione ed interpretariato sembra stare solo nel mezzo: l’interprete traduce oralmente mentre il traduttore traduce il testo scritto. Traduzione ed interpretariato inoltre presuppongono un certo amore per la lingua e un profondo amore per più di una lingua.

Il profilo di competenze dei traduttori tecnici
Le differenze nelle abilità sono senza dubbio piùdelle loro somiglianze. Le competenze chiave del traduttore sono la capacità di comprendere la lingua di origine e la cultura del paese da cui il testo ha avuto origine, quindi l’utilizzo di una buona biblioteca di dizionari e materiali di riferimento, per rendere il materiale chiaro e preciso nella lingua di destinazione. In altre parole, mentre le competenze linguistiche e culturali sono ancora critiche, il marchio più importante di un buon traduttore è la capacità di scrivere bene nella lingua di destinazione

E’ raro che un individuo bilingue riesca ad esprimere la sua idea su un determinato contesto in modo ugualmente perfetto in entrambe le lingue, e molti eccellenti traduttori non sono abbastanza bilingue per provarci.  Conoscendo questo limite, un buon traduttore tradurrà solo documenti verso la propria lingua madre. Ecco perché noi che ci occupiamo della lingua scientifica richiediamo assolutamente che i nostri traduttori tecnici traducano solo nella loro lingua madre, oltre alle loro altre competenze specifiche.

D’altra parte, un interprete deve essere in grado di tradurre in entrambe le direzioni sul posto,senza l’utilizzo di dizionari o altri materiali di riferimento supplementari. Gli interpreti devono avere straordinarie capacità di ascolto, soprattutto per l’interpretazione simultanea. Gli interpreti simultanei hanno bisogno di elaborare e memorizzare le parole che l’oratore della lingua di origine sta dicendo istantaneamente e nel frattempo tradurre nella lingua di destinazione le parole dette dal parlante 5-10 secondi prima. Gli interpreti, devono anche possedere un eccellente livello di Speaking e le competenze e la capacità intellettuale di trasformare immediatamente idiomi, espressioni colloquiali e altri riferimenti specifici alla cultura in analoghe dichiarazioni in modo che il pubblico possa comprenderle.

Qualifiche dell’interprete
Nell’interpretariato, cosi come nella traduzione, è fondamentalmente l’arte del “parafrasare” — l’interprete ascolta un oratore in una sola lingua, coglie il contenuto di ciò che viene detto e poi parafrasa la propria comprensione del significato utilizzando gli strumenti del linguaggio di destinazione. Tuttavia, proprio come non si può spiegare un pensiero a qualcuno se non hai completamente capito quel pensiero, non si può tradurre o interpretare qualcosa senza che si abbia una conoscenza dell’argomento da tradurre.
Semplicemente non si può sopravvalutare: quando si sceglie un interprete, la sua conoscenza approfondita della materia è importante quanto la loro esperienza di interpretariato.

Gli interpreti del linguaggio scientifico devono possedere le seguenti abilità:

- Conoscenza approfondita del soggetto generale che deve essere interpretato
- Intima familiarità con entrambe le culture
- Ampio vocabolario in entrambe le lingue
- Capacità di esprimere pensieri in modo chiaro e conciso in entrambe le lingue
- Eccellente conoscenza di tecniche di interpretazione consecutiva
- Esperienza di almeno 2-3 anni per l’interpretazione simultanea

Fonte: Articolo pubblicato sul blog di Language Scientific

Traduzione a  cura di:
Sara Vicari
San Cataldo (CL)

Localizzazione di videogiochi (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Non rispondere alle alte aspettative generate dagli utenti può avere ripercussioni negative sull’esperienza che gli stessi hanno con il prodotto finale, giacché i giochi (soprattutto quelli più tecnici e realistici, come i simulatori) sono focalizzati su un pubblico specifico e specializzato rispetto a ciò di cui si tratti, così il processo di localizzazione deve essere finalizzato esclusivamente a soddisfare le necessità di suddetto pubblico potenziale. Come mette in evidenza Serón Ordoñez (2012: 113),

Si deve segnalare in tal senso che allo stesso modo in cui la traduzione poco creativa in cui si perdano certe connotazioni di un videogioco dal contenuto fantasy può ridurre l’esperienza di gioco, in un videogioco dal contenuto storico, una traduzione, che manchi di fedeltà rispetto alla realtà storica rappresentata, può risvegliare l’incredulità del giocatore e, di conseguenza, compromettere la sua esperienza di gioco.

Il settore continua a crescere e ogni volta ci sono sempre più piattaforme su cui lanciare videogiochi, cosa che presuppone il lancio di più prodotti per lo svago elettronico che si adattano primariamente a differenti tipi di pubblico. A tal riguardo, quanto più lontano sta il gioco dall’utente tradizionale, quanto più la localizzazione del prodotto sarà necessaria per un buon godimento dello stesso da parte dell’utente. Secondo Méndez González (2010, in rete)

Si avvicina il momento di lasciarci alle spalle tutti i luoghi comuni e le credenze erronee e fare un passo definitivo verso il grande pubblico, consolidandosi come un nuovo modello artistico che possa essere riconosciuto a livello sociale e culturale. Ciò che prima sembrava un’utopia è più vicino che mai e così lo dimostra la sempre maggiore accoglienza che lo svago elettronico riceve nelle case di tutto il mondo. Tuttavia, questo spintone definitivo deve ricevere l’appoggio di un elemento tanto importante quanto lo è la traduzione; indipendentemente dal paese del mondo, è necessario che i videogiochi parlino la stessa lingua del loro pubblico per finire di consolidarsi.

Per sopravvivere nella realtà contemporanea, è fondamentale offrire prodotti localizzati ai diversi mercati. La localizzazione è, secondo Méndez González (2014a: 119):

lo strumento attraverso il quale un prodotto si adegua testualmente e culturalmente a uno specifico mercato con l’obiettivo di rendere reale il fine ultimo di tutta la produzione dello svago elettronico; ottenere che il giocatore si lasci trasportare dalle immagini e che abiti le immagini.

E sono esattamente gli utenti quelli che hanno l’ultima parola e quelli che, negli ultimi tempi, stanno reclamando che tutta la produzione che si lanci in Spagna contenga, come minimo, testi in spagnolo (con l’idea sempre più presente della possibilità di avere prodotti doppiati). Per questa ragione, alcune compagnie pubblicizzano nella custodia del gioco la lingua in cui è disponibile quella versione. Per esempio, nonostante non sia l’unica, Microsoft applica solitamente nella parte frontale della custodia dei suoi giochi un’etichetta verde (il colore che richiama la sua piattaforma Xbox) all’interno della quale indica se il gioco è stato doppiato in spagnolo (Méndez González, 2013: 59). Però questo espediente pubblicitario non fa altro se non porre pressione ai localizzatori professionisti, che devono essere all’altezza e devono riuscire a trasmettere questo mondo virtuale agli utenti.

Fonte: Articolo scritto dal Dott.Ramón Méndez González e pubblicato nell’aprile del 2015 sul Translation Journal

Traduzione a cura di:
Viviana Mirabile
Consulente linguistico, localizzatrice, sottotitolatrice e traduttrice freelance (ENG-ESP>IT)
Palermo

Localizzazione di videogiochi

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Abstract
La localizzazione dei videogiochi è un elemento fondamentale della valutazione del prodotto, giacché si tratta di quella barriera che determina se il gioco possa essere beneficiato dall’utente o meno. Infatti, un cattivo lavoro di localizzazione può presupporre un rifiuto da parte degli utenti e della critica, al punto tale che tutta la produzione fallisca perché non si è stati capaci di trasmettere le stesse emozioni e gli stessi messaggi a un nuovo gruppo di utenti. In questo articolo ripasseremo il concetto di localizzazione e approfondiremo alcuni esempi la cui traduzione ha causato l’insuccesso commerciale dei giochi in questione.

La localizzazione dei videogiochi si sta convertendo nel settore della traduzione che sta generando un interesse sempre maggiore negli studi sulla traduzione. Non per nulla, si tratta di un ambito nuovo, ancora sconosciuto e che genera un profitto tanto importante da superare gli ambiti della musica o del cinema (NewZoo, 2013). Tuttavia, il carattere interattivo proprio del prodotto finale genera una serie di convinzioni su ciò che effettivamente riguarda la localizzazione di un videogioco. Infatti, è possibile che la localizzazione dei videogiochi sia uno degli ambiti più esigenti di tutti i rami della traduzione (MéndezGonzález, 2013: 57).In questo articolo analizzeremo il significato del termine “localizzazione” per studiare, successivamente, come un lavoro di localizzazione che non soddisfi il cliente possa avere delle ricadute negative sul prodotto stesso.

Un settore molto complesso
Una delle prime cose da tenere in considerazione in questo senso è “la complessità e la necessità da parte dei professionisti della localizzazione di essere pronti a tutto” (Méndez González, 2013: 58). Nel mercato dei videogiochi non basta specializzarsi in un ramo specifico, ma è fondamentale essere preparati a diversi tipi di discorso e necessità. Per vie generali, a livello lessico-semantico e morfosintattico, il mondo dei videogiochi è composto da tutte quelle particolarità proprie della lingua inglese (per usare come esempio la lingua che generalmente è quella veicolare di questo settore) ma anche dei rispettivi linguaggi settoriali che possono avere luogo nel discorso (economico, giuridico, scientifico, tecnico, medico, etc.) e del linguaggio settoriale proprio del lavorare con un software così complesso e ricco di particolarità.Tutto questo conduce a difficoltà aggiunte che il professionista della localizzazione deve tenere in considerazione (MéndezGonzález, 2014b). Ciascun gioco possiede una propria terminologia e ciascun progetto le sue particolarità, in modo tale che non esistono due giochi uguali né per tematica, né per dinamiche da applicare durante il processo di localizzazione e fuori dallo stesso.

MéndezGonzález mette in evidenza che:
non parliamo del “linguaggio dei videogiochi” come una lingua che si può trovare nei giochi già messi in commercio; stiamo parlando di un linguaggio specializzato che può essere esteso alle conferenze, alla pubblicità, alle guide di strategia o a qualsiasi altro spazio in cui il videogioco abbia un effetto.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto dal Dott.Ramón Méndez González e pubblicato nell’aprile del 2015 sul Translation Journal

Traduzione a cura di:
Viviana Mirabile
Consulente linguistico, localizzatrice, sottotitolatrice e traduttrice freelance (ENG-ESP>IT)
Palermo

Apprendimento linguistico e audiovisivi (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Presentazione storica del contesto

La traduzione audiovisiva
Lo spostamento paradigmatico nell’insegnamento delle lingue degli anni Settanta ha trasferito l’attenzione da un approccio letterario basato sulla lettura e sulla scrittura a un approccio comunicativo basato sull’ascolto e il parlato (Brown, 2007:18. Cook, 2010:23). Ad oggi, la TAV è il tipo di traduzione più richiesto, dato che i film e le serie TV adesso raggiungono spettatori molto più lontani rispetto a quanto possano farlo i libri o le riviste. Ci sono diversi modi di tradurre il materiale audiovisivo – il sottotitolaggio, il doppiaggio, la voce fuoricampo, la narrazione, la telecronaca libera e l’interpretazione simultanea. Come afferma Szarkoswka, ogni paese sviluppa una sua propria differente tradizione di traduzione filmica, che è influenzata da un numero di fattori, quali circostanze storiche, tradizioni, la tecnica cui il pubblico è abituato, costi così come la posizione di entrambe la cultura di arrivo e quella di partenza nel contesto internazionale.

Secondo la Routledge Encyclopaedia of Translation Studies, esistono quattro gruppi di appartenenza dei diversi paesi, suddivisi in base al tipo di traduzione per lo schermo a cui ricorrono:

  1. Paesi della lingua d’origine, che nel mondo contemporaneo equivale a dire paesi in cui si parla la lingua inglese come gli Stati Uniti o il regno Unito, dove difficilmente vengono importati altri prodotti cinematografici. Quelli stranieri tendenzialmente vengono sottotitolati piuttosto che doppiati. In Gran Bretagna, la TAV non è considerata come una questione rilevante, dato che la maggior parte dei film importati è di produzione americana e non richiede alcun tipo di traduzione.
  2. I paesi del doppiaggio, che comprendono principalmente quei paesi dove si parla il francese, l’italiano e lo spagnolo (ai quali, talvolta, ci si riferisce come il gruppo FIGS), sia in Europa che al di fuori. In questi paesi la stragrande maggioranza di film viene sottoposta al processo di doppiaggio.
  3. I paesi del sottotitolaggio, caratterizzati da un’alta percentuale di film importati, così da generare una grande e costante richiesta di traduzione. Il sottotitolaggio è preferito al doppiaggio nei paesi come Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Danimarca, Grecia, Slovenia, Croazia e Portogallo e in alcuni paesi non europei. In Belgio e in Finlandia, dove vi sono diverse comunità in cui si parlano due lingue, i film vengono distribuiti con la doppia opzione linguistica.
  4. I paesi della voce fuoricampo, che comprendono principalmente quei paesi in cui non si possono affrontare i costi del doppiaggio, come la Russia e la Polonia.

Questa suddivisione, ad ogni modo, sembra essere una semplificazione, e non fornisce alcuna distinzione tra la traduzione per il cinema e per la televisione. Per esempio, la Polonia è indicata come un “paese della voce fuori campo”, quando ricorre maggiormente al sottotitolaggio per le produzioni cinematografiche, eccetto per alcune produzioni per bambini che vengono doppiate (Szarkoswka 2005). Anche nella Repubblica Ceca, il cinema ricorre al sottotitolaggio, fatta eccezione per le produzioni per bambini, mentre le trasmissioni televisive spesso vengono doppiate. Tutto questo, comunque, potrebbe subire delle variazioni in futuro dato che sempre più gente, specialmente i giovani, richiede il sottotitolaggio, accompagnato dall’audio in lingua originale.

“Su scala globale, questa è l’era della comunicazione di massa, delle esperienze multimediali e di un mondo dove il pubblico reclama il diritto di condividere l’ultimo testo simultaneamente tra le culture, che sia esso un film, una canzone o un libro.” (Bassnett, in Alverz 1996:1)

In conclusione, è diventato evidente che la traduzione filmica non è semplicemente un problema linguistico ma piuttosto un’attività che è “condizionata in gran parte dalle necessità funzionali della cultura d’arrivo e non, o non solo, dalle esigenze presentate dai film originali” (Delabastista 1990:99). [...]

Fonte: Articolo scritto da Euis Meinawati e pubblicato nell’aprile del 2015 su Translation Journal

Traduzione a cura di:
Viviana Mirabile
Consulente linguistico, localizzatrice, sottotitolatrice e traduttrice freelance (ENG-ESP>IT)
Palermo

Apprendimento linguistico e audiovisivi

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Abstract
Lo scopo di questo studio è quello di scoprire l’efficacia di un approccio didattico che utilizzi materiale audiovisivo durante le fasi dell’apprendimento linguistico. C’è una buona percezione nei corsi di traduzione riguardo all’uso del materiale audiovisivo. La percentuale delle risposte in cui si affermava di essere “fortemente d’accordo” era del 48%. Gli studenti hanno una media dei voti che equivale al 41,5% prima di utilizzare un approccio basato sul materiale audiovisivo e al 58,5% dopo il ricorso a tale metodo. L’insegnante può ricorrere una varietà di aiuti durante il corso di traduzione perché la traduzione è uno strumento di comunicazione e mediazione.

Contesto
Ho insegnato traduzione e interpretariato per diversi anni in corsi di lingue straniere. È una materia difficile per i miei studenti. Loro imparano come utilizzare tecniche per la traduzione tra la lingua indonesiana e quella inglese. Tradurre è una di quelle cose che lo studente potrebbe voler fare con lingua straniera dopo i suoi studi, a livello professionale e para-professionale. Gli studenti pensano che la traduzione sia come una “quinta abilità”. Raramente la traduzione è vista di per sé come un metodo di apprendimento linguistico. Questa concezione apparteneva al metodo grammatico-traduttivo diffuso nel diciannovesimo secolo, ma da allora si è evoluta in una procedura applicabile tra le tante altre. In quanto tale, dobbiamo accettare che essa può e, generalmente, è combinata con un gran numero di approcci di insegnamento.

In questo contesto, speriamo che gli studenti possano migliorare le loro abilità traduttive, specialmente nell’interpretariato, ricorrendo alla traduzione audiovisiva. La traduzione audiovisiva (di seguito TAV) è una ramo distintivo degli studi sulla traduzione che è stato considerato fino a non molto tempo fa come una specializzazione minore, riguardante la traduzione dei film, serie TV, spettacoli e altro materiale audiovisivo. Nonostante la TAV sia vecchia quanto la produzione cinematografica, la necessità della traduzione filmica non si è diffusa tanto fino agli ultimi due decenni. Ciò è dovuto a diversi fattori. Internet e la distribuzione in rete ha anche avuto un forte effetto sulla richiesta della TAV, giacché la maggior parte del materiale audiovisivo è adesso accessibile per tutti gli spettatori, sia legalmente che illegalmente, attraverso l’uso di internet.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Euis Meinawati e pubblicato nell’aprile del 2015 su Translation Journal

Traduzione a cura di:
Viviana Mirabile
Consulente linguistico, localizzatrice, sottotitolatrice e traduttrice freelance (ENG-ESP>IT)
Palermo

Consigli per Interpreti: lo shadowing

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Con l’articolo di oggi si desidera condividere una tecnica di preparazione che potrebbe darvi una mano a migliorare le vostre abilità di interpretazione. Si tratta di un breve articolo di veloce lettura, che richiede meno di tre minuti per essere letto. La tecnica in oggetto è comprovata e funziona, ma spesso si tende a dimenticarsene. Eppure, si ha la sensazione che le proprie interpretazioni siano migliori dopo averla messa in atto.

Anche se la maggior parte di voi probabilmente conosce già questa tecnica, detta shadowing, vale la pena rivederla. Lo shadowing consiste nell’ascoltare in cuffia una registrazione audio e ripetere ciò che viene detto parola per parola, nella lingua di partenza, cercando di mantenersi con almeno un enunciato di ritardo rispetto al parlante. Può sembrare facile in un primo momento, ma alcune persone parlano così velocemente da rendere lo shadowing estremamente difficoltoso, per non parlare dell’interpretazione. Bisogna comunque esercitarsi con parlatori veloci (udienze e soprattutto processi in tribunale reperibili su YouTube sono l’ideale) proprio per abituarsi al livello di difficoltà più alto. Richiede meno sforzo dell’interpretazione reale per cui si consiglia di esercitarsi per 45 minuti. Nella sessione di interpretazione che seguirà i risultati saranno tangibili. Lo shadowing, avendone sperimentato l’efficacia, aiuta a migliorare pronuncia e velocità. Ripetendo le stesse frasi di continuo nella fase di preparazione, infatti, si può notare come la propria parlata risulti più sciolta durante l’interpretazione vera e propria.

Provate anche voi, cari colleghi. La raccomandazione è di esercitarsi sia nella lingua di partenza che in quella di arrivo (o in più lingue di partenza, se è il vostro caso). Che cosa ne pensate? Ci avete già provato? Avete dei video di vostre interpretazioni che vorreste condividere? È sempre un piacere sentire cosa avete da dire e ricevere le vostre opinioni.

Fonte: Articolo pubblicato sul blog Translation Times

Traduzione a cura di:
Marco Maffioli
Laurea in Comunicazione Interlinguistica Applicata
SSLMIT Trieste e Master in traduzione Audiovisiva SSLM Pisa
Crevoladossola (VB)

L’interprete ideale

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Il breve post di oggi riguarda la prospettiva del cliente perché, oltre a essere fornitori di un servizio, spesso siamo a nostra volta clienti, in quanto acquistiamo servizi di interpretariato. Più precisamente, affidiamo incarichi ai colleghi, soprattutto quando si tratta di progetti di interpretariato di conferenza. Vorremmo quindi proporvi una breve lista delle cose che cerchiamo, senza seguire un ordine specifico. Queste qualità e caratteristiche vanno al di là delle effettive capacità dell’interprete.

  • L’interprete si presenta in modo professionale (sito web, indirizzo email professionale, ecc.).
  • L’interprete risponde subito alle nostre domande (la cosa che odiamo di più: inviamo tre domande e riceviamo risposta solo a due).
  • L’interprete risponde prontamente. Con ciò s’intende generalmente lo stesso giorno lavorativo. Ovviamente non ci si aspetta una risposta immediata, ma solitamente è bene rispondere nell’arco dello stesso giorno lavorativo.
  • L’interprete invia un preventivo professionale quando lo richiediamo. Con ciò non s’intende un’email con una tariffa, ma un documento che includa termini e condizioni, ecc.
  • L’interprete sa quali domande porgere, ad esempio riguardo all’attrezzatura, o quando si tratta di richiedere materiale informativo, ecc.
  • L’interprete ci fa fare bella figura. In fin dei conti, mandiamo gli interpreti agli eventi affinché facciano un ottimo lavoro e ci facciano fare bella figura. Ciò richiede che l’interprete sia sempre professionale.
  • L’interprete risolve velocemente i problemi. Nell’interpretariato di conferenza, i problemi possono sorgere abbastanza facilmente. Cerchiamo interpreti che sappiano agire velocemente e risolvere i problemi il più autonomamente possibile, benché ovviamente siamo sempre disponibili a dare una mano.
  • L’interprete è una persona positiva e socievole. Cerchiamo interpreti che si concentrino sugli aspetti positivi rispetto a quelli che non sono in grado di controllare. Il lamentarsi continuamente ad un evento non è piacevole né utile. Alcune situazioni non sono ideali ma occorre farci i conti e saperle gestire.
  • L’interprete ha un buon rapporto con il cliente. A differenza di molti fornitori, la nostra piccola agenzia non teme che gli interpreti ci “rubino” il cliente. Ci fidiamo dei nostri interpreti e ci sentiamo sicuri del nostro rapporto con i clienti. Durante un evento, riteniamo opportuno che l’interprete (o gli interpreti) parli con il cliente in caso di necessità anche se non siamo presenti.
  • L’interprete è puntuale, o in anticipo. Tendiamo a lavorare sempre con gli stessi professionisti, e scegliamo sempre persone conosciute per la loro puntualità. Se ritardi, probabilmente non lavorerai più con noi.

Queste sono le cose che cerchiamo in un interprete. C’è qualcosa che vorreste aggiungere?

Fonte: Articolo pubblicato sul blog Translation Times

Traduzione a cura di:
Antiniska Cancelli
Interprete di conferenza e traduttrice
Alassio (SV)

La cultura underground dei sottotitoli

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

In Italia la parola “sottotitolo” ci porta subito a pensare ai sottotitoli per non udenti, alla pagina 777 del televideo, a qualcosa di indispensabile per le persone che altrimenti, a causa della propria disabilità, non potrebbero comprendere film o serie e programmi televisivi.
In realtà i sottotitoli sono una forma di comunicazione che ci permette di oltrepassare molte più barriere di quante pensiamo. Le barriere della lingua, per esempio, e di conseguenza anche di culture diverse dalla nostra, stili di vita, modi di dire, slang e tradizioni rappresentati cinematograficamente dai Paesi stranieri.

Vero è che i nostri doppiatori sono molto apprezzati e famosi per il loro talento, ma questo ci ha resi ignari del valore aggiunto di un opera in lingua originale, come la precisa intensità interpretativa da parte dell’attore stesso che è ineguagliabile anche per il doppiatore più bravo.
All’estero, la sottotitolazione è una forma ormai molto diffusa. Anche nelle sale cinematografiche è normale la proiezione di un film di altra nazionalità in lingua originale con traduzione sottotitolata.

Dagli anni ’80 a oggi, è dilagato il fenomeno dei “Fansub”, gruppi di giovani che si sono organizzati per tradurre e sottotitolare, non a scopo di lucro, “da fan per i fan”, film e serie televisive non licenziate nel proprio Paese. Ed ecco che una passione condivisa è riuscita a oltrepassare i limiti del mercato e a divulgare un metodo più coinvolgente per guardare le opere cinematografiche e televisive, in lingua originale appunto, senza rinunciare alla completa comprensione dei contenuti.
In un primo momento i sottotitoli erano disponibili in rete solo in lingua inglese, poi sono nati fansub in altre parti d’Europa che traducono tali sottotitoli nella propria lingua madre.

Da qualche anno l’interesse verso l’oriente ha spinto una fetta sempre maggiore di appassionati a ricercare opere televisive (Drama o Dorama) e cinematografiche asiatiche che evidentemente non sono di interesse commerciale ma che stanno catalizzando l’attenzione di tanti.
I drama non son visti e conosciuti solamente in Asia, ma sono seguitissimi anche in America Latina, in Russia, nel mondo arabo, e da qualche anno appunto anche in Europa.

Recentemente si sta verificando un altro fenomeno, l’avvento del K-POP. La musica commerciale coreana sta riscuotendo un enorme successo in tutta Europa, molte boy band asiatiche (i cui membri spesso recitano nei drama), contano schiere di fan, soprattutto in Francia, in Spagna, in Germania e in Italia, e da qui il passaggio ai drama con l’idolo di turno è breve.

A causa delle leggi sempre più severe sul copyright digitale, nonostante i fansub realizzino soltanto sottotitoli in semplici file di testo incoraggiando l’acquisto del materiale audiovisivo con cui abbinarli, sta diventando difficile lo scambio e la visione di drama e film asiatici per gli utenti regolarmente attivi e partecipi nei forum. Ciò ha creato grande sconforto tra gli appassionati e i sostenitori della divulgazione della cultura asiatica attraverso il filone cinematografico e televisivo.

C’è anche da dire che il livello di traduzione e sottotitolaggio dei fansub, in media, è molto scarso, proprio perché non è svolto da professionisti del settore, ma da dilettanti che si arrangiano a prestare un servizio altrimenti inesistente.
Per questo sono in molti a sperare che qualche rete televisiva, magari lungimirante e pronta a osare, prenda in considerazione la programmazione di drama, ma rigorosamente in lingua originale e sottotitolati da professionisti.

Autrice dell’articolo:
Giada Bolletta
Sottotitolatrice intralinguistica e interlinguistica EN > IT
Roma

Sopratitoli a teatro (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Tenendo presente tutto quanto esposto nell’articolo di ieri (ndr), non stupisce che i sopratitoli abbiano avuto di recente una rapida crescita, specialmente a Parigi. Nel settembre 2014 ‘Madre Courage e i suoi figli’ di Bertold Brecht è stato rappresentato in tedesco al Théâtre de la Ville, seguito da ‘Tratando de Hacer una Obra que Cambie el Mundo’ (‘Cercando di creare un’opera che cambi il mondo’) in spagnolo e ‘Ravens, We Shall Load Bullets’ (‘Ravens, dovremo caricare i proiettili’) in giapponese. Nel novembre dello stesso anno sono stati portati in scena ‘Straight White Men’ (‘Onesti uomini bianchi’) di Young Jean Lee, in inglese al Pompidou Centre e ‘Fragments’ (‘Frammenti’) al Bouffes du Nord, col copione francese di Beckett proiettato attraverso i sopratitoli. All’inizio del 2015 abbiamo visto ‘Le Sorelle Macaluso’ in italiano e ‘Daisy’ in spagnolo al Théâtre du Rond Point, per non parlare delle altre innumerevoli produzioni sopratitolate in tutta la città. Quando le barriere linguistiche, culturali sono abbattute e contemporaneamente abbracciate, è un momento incredibile ed emozionante per un amante del teatro, in tutto il mondo.

E non è solo la gente locale che viene messa a conoscenza del segreto del teatro internazionale. L’industria del turismo è fiorente e i visitatori non sono più soddisfatti dai tour sugli autobus scoperti. Camminando per le strade di alcune delle principali città europee, la gamma di accenti e lingue differenti che probabilmente si riesce ad ascoltare per caso è sorprendente. Io per prima non batto più ciglio quando sento un viaggiatore americano dalla voce acuta in una carrozza della metropolitana parigina, oppure un gruppo di australiani camminare lungo il quai de la Seine. Infatti, Tobias Veit, produttore artistico ed esecutivo dello Schaubühne, ha detto lo stesso di Berlino, la città turistica con la più rapida crescita in Europa. Attualmente lo Schaubühne sopratitola 4-6 rappresentazioni al mese, in inglese e francese, mentre il Maxim Gorki Theater ha fatto un passo in più, sopratitolando il 100% dei loro spettacoli. I teatri in Spagna, Olanda e Giappone sono recentemente saltati sul carro del vincitore e ora, grazie alla start-up ‘Theatre in Paris’, anche in Francia. Per la prima volta nella storia, gli spettatori stranieri sono invitati a fare un passo dentro i teatri parigini e ad assistere a rappresentazioni in lingua originale, fianco a fianco con gli amanti locali del teatro.

Penso che il ‘The Spectator’ di Joseph Addison sarebbe molto felice di sapere che, alla fine, abbiamo trovato la soluzione definitiva alle barriere linguistiche teatrali. Non dobbiamo più sederci in un teatro facendo finta di capire, mentre segretamente ci preoccupiamo di aver perso un elemento  cruciale della trama o qualche astuto gioco di parole.

Il meglio di tutto questo? L’apprezzamento delle lingue e delle culture straniere che rimane completamente intatto e, a mio avviso, più forte che mai.

Fonte: Articolo in inglese di Daisy Jacobs pubblicato il 3 agosto 2015 sul Blog TiP’s TIPS

Traduzione a cura di:
Luca Colangelo
Articolista, recensore e traduttore freelance EN > IT
Milano

Sopratitoli a teatro (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

In anni più recenti, le compagnie teatrali di tutto il mondo hanno afferrato il concetto e lo hanno portato avanti, usando i sopratitoli per aprire le porte del teatro internazionale a un pubblico completamente nuovo. L’iniziativa ‘Globe to Globe’ del World Shakespeare Festival ne è un perfetto esempio. Nel 2012, per oltre 6 settimane, 37 compagnie da 37 paesi diversi si sono esibite in un’opera shakespeariana nella loro lingua madre al Globe Theatre di Londra, usando sopratitoli per riassumere l’azione sul palco. Tre degli spettacoli sono poi ritornati al Globe nel 2013, così pure nel 2014. Quest’anno saranno ospitati l’Opera di Pechino con un ‘Riccardo III’ in cinese mandarino e un ‘Macbeth’ in cantonese diretto da Tang-Shu Wing, tutto con l’aiuto di riassunti proiettati. Con un’iniziativa simile, la ‘Quatrième Salle’ ( la ‘Quarta Sala’) della Comédie Française di Parigi gira il mondo portando i classici francesi in Asia, Russia e oltre, sopratitolando le rappresentazioni nella lingua locale e, quindi, portando il teatro tradizionale francese in luoghi che altrimenti non sarebbero mai stati messi in contatto con esso.

I sopratitoli non sono unicamente una benedizione dove è interessata solo l’accessibilità; in effetti, sono diventati una vera e propria forma d’arte a sé stante. In una società che spinge costantemente a sfidare i confini e i limiti della tecnologia, non sorprende che sempre più compagnie teatrali sperimentino a cuor leggero la ricchezza di possibilità che la sopratitolazione è in grado di offrire. Prendiamo ad esempio la compagnia spagnola Atresbandes che ha girato il Regno Unito l’anno scorso. Nel loro spettacolo ‘Solfatara’ i sopratitoli cominciano traducendo fedelmente l’opera per un pubblico di lingua inglese, poi lentamente, ma inesorabilmente, cominciano ad assumere un carattere sovversivo, facendosi beffa della scena sottostante, alterando la traduzione e “litigando” con gli attori, fino a diventare essi stessi una parte fondamentale delle interazioni in scena. Sono spettacoli come questo che dimostrano quanto tecnologia e teatro possano assolutamente lavorare in tandem e, quando lo fanno, il risultato può essere elettrizzante.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo in inglese di Daisy Jacobs pubblicato il 3 agosto 2015 sul Blog TiP’s TIPS

Traduzione a cura di:
Luca Colangelo
Articolista, recensore e traduttore freelance EN > IT
Milano

Sopratitoli a teatro

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Nel 1712 Joseph Addison, il fondatore del quotidiano inglese ‘The Spectator’, scrisse quanto segue:

“Non c’è dubbio che i nostri pronipoti saranno molto curiosi di sapere la ragione per cui i loro avi erano abituati a sedersi insieme, come spettatori stranieri nel proprio paese, e ad ascoltare interi spettacoli davanti a loro in una lingua che non comprendevano […] Naturalmente, non posso fare a meno di pensare come uno storico che scrive da qui a due o trecento anni […] e che farà la seguente riflessione:‘All’inizio del diciottesimo secolo l’italiano era così ben compreso in Inghilterra che le opere sui palcoscenici erano recitate in quella lingua.’” [1]

Come studentessa di lingue e amante del teatro, ho sempre apprezzato leggere e guardare opere in lingua originale e, guardando uno spettacolo tradotto, non riesco a fare meno di pensare di essere stata ingannata, di aver perso “l’autenticità”. L’andatura, il ritmo e la melodia di una lingua aggiungono ad un pezzo di teatro una dimensione talmente inestimabile che, togliendola, l’opera cambia completamente. Tuttavia, io non parlo russo, tedesco, italiano o spagnolo (la lista potrebbe andare avanti) e non posso lasciar perdere Čechov, Brecht, Goldoni, ecc. solo perché non sono in grado di leggerne i copioni originali. E non importa quanto mi piaccia andare a teatro: non riesco proprio a vedermi uscire fuori dopo due ore di ‘Три сeстры’ (‘Le tre sorelle’ di Anton Čechov) lodando la sottigliezza del linguaggio e i dialoghi avvincenti…

Secondo me, è proprio qui che i sopratitoli entrano in gioco. Conosciuti anche come ‘sovratitoli’, i sopratitoli sono incredibilmente recenti e la loro storia non è poi così definita. Ciò che sappiamo è che sono stati visti per la prima volta nelle opere liriche adattate per la televisione come “didascalie”, le quali sarebbero comparse davanti allo schermo per fornire agli spettatori un breve riepilogo di quanto stesse accadendo, non diversamente dalle didascalie nei film muti. Si pensa che i sopratitoli così come li conosciamo oggi siano stati introdotti nel 1983 a Pechino, seguita da Copenhagen, New York e, nel 1984, dal Canada; infatti, la parola ‘sopratitolo’ è un marchio registrato dalla Canadian Opera Company [2]. I sopratitoli sarebbero stati proiettati in alto, sopra il palcoscenico del teatro, permettendo al pubblico di seguire la storia senza perdere la ricchezza del linguaggio originale dell’opera (al prezzo di qualche giorno col torcicollo).

Seconda parte di questo articolo >

Riferimenti:
[1] J. Addison, Papers from “The Spectator”: The Opera, The Lotus Magazine, Vol. 5, No. 3 (Dic., 1913), pp. 165-172
[2] J. Burton, The Joy of Opera: The Art and Craft of Opera Subtitling and Surtitling (The Royal Opera House, London) <http://www.port.ac.uk/media/contacts-and-departments/slas/events/tr08-burton.pdf> [Accesso 20 Gennaio 2015]

Fonte: Articolo in inglese di Daisy Jacobs pubblicato il 3 agosto 2015 sul Blog TiP’s TIPS

Traduzione a cura di:
Luca Colangelo
Articolista, recensore e traduttore freelance EN > IT
Milano

L’importanza del lavoro del traduttore

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Non bisogna comunque sottovalutare il lavoro del traduttore: l’assenza di restrizioni temporali immediate permette al traduttore infatti di investire più risorse mentali nel compito di trovare la soluzione corretta. Il traduttore è sempre alla ricerca di soluzioni rigorose, non di soluzioni che permettano semplicemente di ‘assolvere al compito’. A questo scopo il traduttore esegue ricerche e consultazioni approfondite e utilizza banche dati specializzate per ampliare la conoscenza della materia in oggetto. Di conseguenza, il traduttore finisce spesso per diventare piuttosto esperto dell’argomento trattato. Dal punto di vista di un committente il processo di traduzione con le successive correzioni e revisioni riduce i margini di errore, per cui il prodotto finale risulta decisamente più chiaro rispetto un lavoro di interpretazione.

Molti interpreti non si sono mai cimentati in lavori di traduzione e viceversa, anche se le due discipline sono complementari. Il lavoro del traduttore, che ricerca perfezione e significati precisi, richiede analisi scrupolose del significato delle parole, la loro annotazione su carta e quindi un momentaneo assestamento che precede il lavoro di analisi e revisione. Quest’attività è perfettamente complementare a quello dell’interprete, che ricava dal messaggio originale una panoramica generale volta a cogliere l’essenza del discorso. Una tale integrazione di competenze ci doterebbe di abilità invidiabili: la capacità di cogliere i dettagli più minuziosi di un linguaggio da un lato e la capacità di produrre analisi –lampo di un messaggio permettendone la sua fedele interpretazione in un altro linguaggio, dall’altro.

Sia i traduttori che gli interpreti sono artigiani della parola, e riconoscere le cose che ci accomunano e quelle che ci differenziano significa riconoscere la complessità del lavoro a cui entrambe i gruppi si dedicano.

Fonte: Articolo scritto da Lourdes De Rioja e pubblicato il 20 aprile 2015 sul blog Oford Dictionaries

Taduzione a cura di:
Serena Gargiulo
Dott. di Ricerca in Biotecnologie Industriali
Dott. in Biotecnologie Industriali
Traduttore scientifico EN<>IT
Napoli

Diversità fra interpretazione e traduzione

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

La domanda apparentemente banale ‘che lavoro fai?’ manda in crisi esistenziale gli interpreti; fatichiamo a trovare la maniera migliore di dare una risposta a questa semplice domanda. Meglio qualificarci come traduttori o come interpreti? Il motivo per cui la domanda ci pone di fronte a tanto dilemma è che non è mai semplice spiegare ad altri in cosa realmente consista il lavoro di interprete di conferenza. E in effetti la tipica reazione ad una spiegazione attentamente ponderata e ben posta è ‘Ah, quindi sei un traduttore!’. Questa comunissima risposta rivela quanto la linea di demarcazione tra le discipline di traduzione ed interpretariato sia ancora per molti piuttosto vaga; pur tuttavia ad una più attenta analisi apparirà subito chiaro come le competenze richieste nell’uno e nell’altro caso siano invece piuttosto diverse.

Definire traduzione ed intepretariato di conferenza
Nel definire sia la traduzione che l’interpretariato di conferenza come discipline che rendono possibile una comunicazione multilingue, sia essa scritta o parlata, ci rendiamo conto che il denominatore comune ad entrambe le materie è il linguaggio. Esistono, tuttavia, importanti differenze nelle modalità in cui il linguaggio viene utilizzato (nell’uno e nell’altro caso).La parola scritta richiede l’utilizzo di tecniche piuttosto diverse rispetto alla lingua parlata, e di conseguenza traduttori ed interpreti lavorano in contesti diversi come il giorno e la notte. Questo è uno dei motivi per cui è raro trovare professionisti che si dedichino ad entrambe le discipline. Al momento di mettere penna su carta il traduttore deve esprimere in un’altra lingua e con precisione l’idea contenuta nel testo d’origine, rimanendo fedele al contenuto, allo stile e alla forma del testo originale. Il traduttore si concentra sull’analisi di un testo scritto e lo esamina scrupolosamente per individuarne significati, meandri, forme e colori. E’ un lavoro che richiede tempo, riflessione ed una continua riscrittura, per assicurare che nulla vada perso nel processo di traduzione.

Agli interpreti invece è concesso un margine di creatività, per far fronte a quella che è una delle maggiori restrizioni nel trattare il linguaggio parlato: il tempo, o la carenza di esso. L’interprete deve lavorare in tempi brevi e dimostrare spontaneità, operare sia in modalità simultanea che consecutiva (ovvero tradurre mentre l’oratore parla o dopo). Nell’interpretazione simultanea, l’interprete deve ascoltare e parlare contemporanemente, mentre nella modalità di interpretazione consecutiva l’interprete dev’essere in grado di ascoltare, utilizzare particolari tecniche per annotare il discorso e subito dopo riformulare le unità informative in un’altra lingua.

Infatti, la sfida più grande è la comprensione, l’analisi e la riformulazione accurata di un linguaggio in un altro, in tempo reale. L’interprete è sia un ascoltatore che un oratore che lavora in tempo reale, senza ‘ancore di salvataggio’ e con poche possibilità di correggere errori. Il lavoro simultaneo, o pressappoco simultaneo, associato all’ assenza di controllo rispetto ai contenuti del discorso d’origine, fa operare l’inteprete in condizioni impegnative, che lasciano poco margine d’errore. Approfondirò l’argomento nell’ articolo di domani (ndr).

Fonte: Articolo scritto da Lourdes De Rioja e pubblicato il 20 aprile 2015 sul blog Oford Dictionaries

Taduzione a cura di:
Serena Gargiulo
Dott. di Ricerca in Biotecnologie Industriali
Dott. in Biotecnologie Industriali
Traduttore scientifico EN<>IT
Napoli

Buone ferie!

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Riprenderemo le pubblicazioni il 31 agosto pv, buone ferie a tutti!

Il linguaggio non verbale nell’interpretariato

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Spesso, nell’assistere dal vivo o in televisione ad una sessione di interpretariato, vengono sottovalutati e fraintesi i gesti che caratterizzano la comunicazione non verbale di un determinato contenuto linguistico.

Nel comprendere le tappe che portano l’interprete ad una buona riproduzione di un contenuto verbale è necessario fare un resoconto generale su cosa sia l’interpretariato. Partendo dal presupposto che la finalità principale dell’interpretazione è trasmettere un contenuto linguistico, esistono varie forme di interpretazione. Le più conosciute sono: l’interpretariato consecutivo (che divide il contenuto da riprodurre in secondi o minuti, cosicché possa essere tradotto consecutivamente), l’interpretariato simultaneo (traduce simultaneamente un contenuto verbale o non verbale), l’interpretazione in chuchotage (nella quale l’interprete sussurra simultaneamente ad un pubblico ridotto, il contenuto linguistico basato su un determinato tema) ed il relè (caratterizzato da più lingue di ricezione nelle quali l’interpretazione viene riprodotta).

Pur essendo l’interpretariato conosciuto e menzionato per la sua espressione verbale, è fortemente caratterizzato da un elevata componente non verbale. Una comunicazione non verbale comprende tutte quelle forme di comunicazione che non sono considerate parole. Nella comunicazione orale, questi messaggi simbolici sono realizzati attraverso l’intonazione, la postura del corpo, le espressioni del volto e delle pause.
L’interprete tratterà questi elementi non verbali utilizzando un tono di voce adeguato, guardando la persona che sta parlando, evitando di fare pause in modo da guadagnare tempo, utilizzando gesti ed espressioni facciali tipiche della cultura destinataria dell’interpretazione.
Ed è proprio nel momento in cui si traduce verso la cultura di ricezione che possono nascere incomprensioni ed equivoci.

Per esempio, mostrare la lingua per le culture occidentali significa fare smorfie; al contrario, lo stesso gesto in Tibet esprime gentilezza, in Cina è usato per esprimere confusione o preoccupazione, in Indonesia per esprimere il proprio dissenso su un determinato argomento.
Pertanto, nel momento in cui si presentano queste difficoltà, legate fortemente ad una matrice culturale, in che modo l’interprete deve tener conto del suo lavoro al fine di limitarle o eliminarle?

Una soluzione che può limare gli aspetti sopra menzionati ha a che vedere con la collaborazione tra l’interprete e il suo cliente in quanto, il produttore e il fruitore effettivi del contenuto linguistico espresso sono il cliente e il pubblico a cui si rivolge. Per l’interprete, in questo frangente neutrale, sarà possibile decifrare i gesti e le posture non verbali assunte dal proprio cliente. In sintesi, l’interprete deve sapersi districare tra il linguaggio non verbale espresso dal proprio cliente e dal suo interlocutore.

Autore dell’articolo:
Salvatore Aromando
Traduttore Freelance ES-PT-EN>IT
Salerno

Critica, calcio e traduzione (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Secondo passo: richiamare alla ragione l’autore della critica e quelli che l’hanno applaudita. Dobbiamo prendere una posizione quando un collega si trova ad affrontare una critica dura, e con ancora più veemenza quando la critica è completamente infondata. La traduzione è ancora vista da molte persone come “un male necessario”, il che è triste. Per criticare, bisogna saperla lunga, o perlomeno averne una nozione (ma anche nel tal caso bisogna stare attenti a criticare). Non che tutti debbano essere traduttori per valutare se una traduzione è buona o no, ma è necessario avere un minimo di buon senso. La mia critica è fondata? Ho alle spalle una riserva di letture ed esperienze sufficiente per attaccare un traduttore senza avere in mano il testo originale e senza sapere come si è svolto il processo editoriale? Alcuni errori sono ovvi. Altri neanche tanto. È lì che si annida il pericolo.

E il passo zero per ogni traduttore è studiare. Restare in contatto con le teorie, le discussioni e la storia della traduzione. Avere più autocritica che critica. Sapere come difendere le proprie scelte e decisioni con tutti gli strumenti possibili.
Traduzione vuol dire scelta e, per questo motivo, funziona sempre quel vecchio trucco: dai lo stesso paragrafo a due traduttori diversi e avrai due traduzioni diverse. Probabilmente arriveranno allo stesso punto, ma possibilmente prenderanno percorsi molto diversi. Anche se entrambe saranno corrette, non saranno uguali. Nella traduzione letteraria, sapere scegliere è uno dei trionfi del buon traduttore, ciò che lo differenzia dagli altri.

Personalmente, sono un grande fan della buona critica, anche quando non è molto favorevole. Mi infastidisco quando viene sottolineato qualche errore, chiaro, ma con me stesso. Allo stesso tempo, quando ricevo una critica negativa, aumenta ancora di più la mia voglia di sistemare, di perseguire quello che non so, chiarire dubbi, dirimere questioni, risolvere quello che deve essere risolto. Quando arriva una critica positiva, ne sono molto felice, ma ancora con quella certezza che posso ancora migliorare, sempre. La buona critica, alla fine, è quello che ci fa progredire. Al contrario della critica infondata, che non porta niente di buono, anzi. Ed è da questa che ci dobbiamo difendere e contro di lei che dobbiamo prendere posizione.

Fonte: Articolo scritto da Petê Rissatti e pubblicato l’08 dicembre 2014 sul blog Ponte de Letras

Traduzione a cura di:
Raffaella Piazza
Traduttrice Freelance PT/FR > IT
Bologna

Critica, calcio e traduzione (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Sciocchezze

E nel campo delle traduzioni non è diverso. Il tipo pensa di sapere una lingua, o magari la sa davvero e anche bene. Legge un libro in portoghese. Trova una frase che lui “pensa” che non può essere in quel modo. E cosa fa? Distrugge il traduttore, grida ai quattro venti che è un incompetente, o, peggio ancora, insinua soltanto che “c’è qualcosa di sbagliato” nella traduzione del tizio. Senza nessuna comprensione profonda, senza avere contatto o accesso all’originale, lui, che ha studiato la lingua, pensa che tradurre è la stessa cosa: so la lingua, prendo quella caterva di parole scritte nella lingua straniera e la riproduco in portoghese. Se le parole non sono nel modo che lui pensa che debbano essere (cioè, come sono nell’originale), allora è sbagliato, non può essere altrimenti.

Ancora sciocchezze

Chi fa il traduttore sa che di semplice non c’è niente. Che ci sono diversi condizionamenti e altri parametri che la rendono estremamente soggettiva. Si fanno errori? Caspita, se si fanno! Perfino in quelle traduzioni che pensiamo che siano perfette possiamo inciampare in un’inadeguatezza, in una mancanza di adattamento, in un segno di punteggiatura sbagliato. Già Lobato parlava dei “diavoletti”, gli errori che si fanno vedere solo dopo che il libro è stato stampato, saltando fuori da qualsiasi pagina apriamo. Tutti siamo soggetti agli sbagli. Ma nessuno si merita di essere subissato perché ha sbagliato.
E cosa fare quando un traduttore vede il suo nome gettato nel fango senza possibilità di difendersi?

Il primo passo, secondo me, è cercare di verificare qual è l’oggetto della critica. Ha un senso? È davvero un problema di traduzione? Questo passaggio apparentemente equivocato intralcia la comprensione del tutto? È possibile avere accesso all’originale per confrontarlo con la critica e vedere se concorda? Il libro passa per molte mani, il processo è assai lungo fino a giungere sugli scaffali, e molte volte il testo che è uscito dal computer del traduttore è leggermente (o molto) diverso dal testo che arriva in libreria, per vari motivi. In questo contesto, non discuteremo la questione. Potremo parlarne in un altro momento. Ma è quello che succede. Il secondo passo lo vedremo nell’articolo di domani (ndr).

Fonte: Articolo scritto da Petê Rissatti e pubblicato l’08 dicembre 2014 sul blog Ponte de Letras

Traduzione a cura di:
Raffaella Piazza
Traduttrice Freelance PT/FR > IT
Bologna

Critica, calcio e traduzione

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Prima o poi, tutti saremo bersaglio della critica. La critica (erroneamente percepita in maniera negativa nella maggior parte dei casi) è uno strumento eccellente per calibrare le nostre capacità. Il suo obiettivo è di fare in modo che il lettore e responsabile del testo ripensi alle sue scelte, analizzi gli adattamenti, corregga gli errori, insomma, migliori e si perfezioni per il lavoro successivo. Il critico è una figura di solito puntigliosa verso quello che lui non reputa buono, e il buon critico sa anche quando dare un giudizio positivo, elogiare, fare in modo che la persona criticata capisca qual è la parte positiva e quale la negativa in quello che fa.

E questo è estremamente positivo. Un applauso ai buoni critici, che fanno in modo che il nostro lavoro migliori giorno dopo giorno. D’altra parte, l’avvento delle reti sociali ha formato un esercito di critici. Di tutti i tipi. Il più comune, quello di cui ce n’è anche troppi, somiglia molto a un altro tipo piuttosto conosciuto: il critico di calcio.

Immaginate la scena con me: il tipo gioca a calcio ogni quindici giorni, è un tifoso fanatico della sua squadra, sa tutte le formazioni fin dalla fondazione del club, e per questo crede di poter criticare il tecnico che vive, respira e si guadagna la vita allenando, formando e rimpastando la squadra per vincere il campionato. Gli sbagli capitano, problemi di allineamento, giocatori infortunati, cattiva sorte. La squadra perde. E allora il tipo distrugge il tecnico, l’équipe, e pensa che, se ci fosse lui a capo della squadra, le cose andrebbero molto meglio.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Petê Rissatti e pubblicato l’08 dicembre 2014 sul blog Ponte de Letras

Traduzione a cura di:
Raffaella Piazza
Traduttrice Freelance PT/FR > IT
Bologna

Sottotitoli, per passione… (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

E col tempo ho capito anche l’importanza di conoscere l’italiano, prima dell’inglese.
In molti, quando dico che sottotitolo telefilm, rispondono “perché tu sai benissimo l’inglese”. Non è vero. Ogni parola inglese si trova su internet. Ci sono vocabolari, dizionari monolingue, siti specifici per gli slang, e l’inesauribile Wikipedia. È ovvio che, più è alta la conoscenza dell’inglese, più facile sarà il lavoro di traduzione. Ma è un aspetto secondario, di tempo di traduzione, di difficoltà magari, non di resa. Perché è la sfumatura, il gioco di parole, la comprensibilità della traduzione in italiano che rende il prodotto fruibile. A nessuno importa che tu abbia impiegato 30 minuti a scoprire cosa vuol dire “it was a piece of cake”. Ma tutti sentiranno la differenza tra “è stato un gioco da ragazzi”, “è stato facile”, “non ho avuto difficoltà a farlo”: tutte traduzioni accettabili, ma che, a seconda del contesto, renderanno la frase più o meno fluente in italiano.

Quando ho iniziato quest’avventura non sapevo esattamente a cosa stavo andando incontro. E tante volte, durante il viaggio, mi sono domandata se non volessi smettere. Perché anche ora che ho preso confidenza con le serie e con il linguaggio, impiego tre ore di media a tradurre la mia parte. È faticoso. Ho iniziato a sottotitolare durante l’ultimo anno di università, ed a volte ho impiegato anche otto, dieci ore per consegnare la mia parte, perché non trovavo un’espressione, non riuscivo a sincronizzare i sottotitoli con il parlato, non capivo come rendere al meglio una frase. Probabilmente se avessi iniziato dopo, non ce l’avrei fatta. Ma ora non riesco a smettere.
Perché ogni volta che, dopo dieci ore fuori casa per lavoro, mi chiedo chi me lo fa fare, poi mi metto a tradurre, e tutto scompare. La stanchezza, l’emicrania, la fatica. Perché amo fare quello che faccio. E lo amo a tal punto che la mia ricompensa, a fine giornata, non è il denaro, ma la gioia di sentirmi realizzata.
Ed è per questo che negli ultimi mesi ho cercato di ingegnarmi a diventare traduttrice. Perché quando ripenso a come ho reso la frase “I caught him red handed. Literally, red handed” (Castle, #5×19) sento che questa è l’unica cosa che voglio fare nella vita.

Autrice dell’articolo:
Valeria Gramigni
Traduttrice – Sottotitolatrice ENG>ITA
Roma

Sottotitoli, per passione… (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Presa dall’entusiasmo faccio il test, spiegato minuziosamente da una guida apposita, con programmi specifici, con indicazioni dei vocabolari online dove cercare i termini inglesi, e così via. Faccio tutto, consegno, e passo il test. Divento “SIP”, Subber In Prova. Sì, perché non importa che sia un lavoro amatoriale, non importa che sia solo un hobby, qui i sottotitoli si fanno a livello professionale. Perciò sei in prova, finché non capisci come si usano i programmi, come si formatta il testo, come si sincronizza con la voce, e poi vedremo.

La prima impressione che ho entrando nella sezione riservata al coordinamento dei subber è di stupore assoluto. Sono sopraffatta. Mi rendo conto di come tutto sia più grande di me: un’organizzazione minuziosa, scientifica, di tutte le serie, una divisione razionale e precisissima del lavoro, un’attenzione maniacale al dettaglio. Mi chiedo come sia possibile gestire una macchina così strutturata solo per hobby. Mi cerco un team di traduzione, ovvero una serie che voglio tradurre. Per ogni puntata ci sono, a seconda della lunghezza del ts (transcript, la trascrizione dell’audio originale), dai tre ai sei, sette subber. Per una sola puntata. Di un solo telefilm. Immaginate cosa voglia dire coordinare una ventina (e più) di serie. Con deadline diverse. Sì, perché non si può consegnare quando si vuole, ovviamente. Ogni serie ha le sue caratteristiche, e se un telefilm è più seguito di un altro, magari la consegna della parti è prevista alle dieci di mattina del giorno dopo rispetto alla programmazione inglese. Alle dieci della mattina. Con i sottotitoli inglesi che, probabilmente, sono usciti alle due, tre di notte. Il che vuol dire tradurre all’alba. Per poi passare le parti tradotte ad un revisore, che ne controlla l’omogeneità e la correttezza. Magari prima di andare al lavoro, o all’università. Per hobby.

Terza parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Valeria Gramigni
Traduttrice – Sottotitolatrice ENG>ITA
Roma

Sottotitoli, per passione…

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Ho cominciato a sottotitolare nel 2011, grazie ad un amore nato in sordina e di cui sicuramente non avrei immaginato l’esistenza. Non so quanti traduttori abbiano iniziato la loro carriera da giovanissimi, o siano stati spinti da una passione così preponderante da fargli rispondere alla famosa domanda “cosa vuoi fare da grande?” con “voglio tradurre”.
Di certo io non avrei mai risposto “voglio fare sottotitoli”. Ero più sul “voglio fare l’astronauta”, o “la mantenuta”. Ed allora come sono arrivata, alla soglia dei 30, a mettere in discussione tutta la mia vita ed i miei studi pur di fare di questa mia passione una fonte di reddito?

Facciamo un passo indietro.
Per anni ho vissuto nella triste convinzione che l’italiano fosse l’unica lingua che avrei mai voluto conoscere. Nonostante tutti mi dicessero che l’inglese è importante, la trovavo una lingua povera, ripetitiva e senza guizzi. Poi, come molti della mia generazione, sono diventata una series addicted (per i non anglofoni: telefilm-dipendente). Ed aspettare un anno dalla programmazione originale per vedere la mia amatissima serie tv doppiata in italiano mi sembrava una rinuncia completamente folle, impossibile, un dazio troppo alto. Così, visto il mio inglese a dir poco zoppicante, sono andata su internet a cercare un modo di vedere le mie serie tv senza dover aspettare i tempi del doppiaggio italiano, o la sua programmazione… fantasiosa, usando un eufemismo.

Vagando su internet mi sono imbattuta sul sito www.subsfactory.it. Ed è stato amore a prima vista. Per anni sono stata solo un’utente, anche se la scritta “Entra a far parte dello STAFF!” comodamente appoggiata sulla home mi stuzzicava. Ma non sapevo l’inglese (o meglio, non lo ritenevo all’altezza), e la paura del fallimento mi aveva sempre bloccata. Poi, complice un mese di vacanza studio a Londra, e tanta, tantissima voglia di non perdere il mio inglese (che era passato da lingua inutile a mioddiocomehofattoprimasenza), sono andata a guardare i requisiti di accesso. E mi sono resa conto di come la conoscenza dell’inglese fosse solo uno dei fattori, e neanche il più importante, per collaborare con il sito. Il requisito fondamentale richiesto era (ed è tuttora) un’ottima conoscenza della lingua italiana. Mi è sembrata una cosa priva di senso. Ovvio che so l’italiano, sono italiana! Non si traduce dall’audio, ma dai sottotitoli inglesi, il che rende tutto più abbordabile, comunque.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Valeria Gramigni
Traduttrice – Sottotitolatrice ENG>ITA
Roma

Come possiamo sviluppare il nostro cervello?

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Recentemente l’Università di Lund, in Svezia, ha svolto una ricerca sugli effetti dell’apprendimento di una nuova lingua, che ha dimostrato la crescita del cervello in varie aree, una delle quali è l’ippocampo.
Perché quest’area del cervello è così importante? Senza entrare troppo specificatamente nel dettaglio, negli esseri umani il sistema ippocampale è associato alla cosiddetta memoria episodica (elabora le informazioni che riguardano la conoscenza del mondo e le esperienze vissute) e alla memoria spaziale (memorizza gli elementi di natura visiva o spaziale).

Gli studenti reclutati per questo studio erano giovani provenienti dall’Accademia di Interpretariato delle Forze Armate Svedesi. Questi soggetti hanno studiato lingue come l’arabo, il russo, o il dari a ritmo intensivo dalla mattina alla sera, sia nei giorni feriali che nei fine settimana.

Per dimostrare che i risultati della ricerca erano dovuti all’aumento della conoscenza specifica, nello studio è stato incluso anche un gruppo di controllo parallelo, composto da studenti di scienze cognitive e medicina all’Università di Umea, vale a dire da persone abituate a studiare molto, ma non lingue. In questi non si è osservata alcuna variazione cerebrale.

Questi risultati completano quelli già ottenuti in uno studio effettuato nel 2010 all’Università di York a Toronto, che ha rivelato che il morbo di Alzheimer si sviluppa più tardi nelle persone bilingue o multilingue. A cosa si deve questo? Collegando le cose tra loro, è stato osservato che l’ippocampo è precisamente l’area del cervello il cui danno si presenta come uno dei primissimi segni del morbo di Alzheimer. A sua volta, l’ippocampo è spesso anche il centro degli attacchi epilettici. Questo fatto potrebbe essere il punto di partenza per ulteriori ricerche sui benefici dell’apprendimento delle lingue.

Johan Mårtensson, il ricercatore a capo del progetto svedese, riassume la prima fase della ricerca nel modo seguente: “Sebbene non sia possibile confrontare tre mesi di studio intensivo di una lingua con un’intera vita da bilingue, molti elementi suggeriscono che l’apprendimento delle lingue sia un buon modo per mantenere in forma il nostro cervello”.

Per chi fosse interessato a maggiori informazioni, lo studio è pubblicato nel Volume 63 della rivista NeuroImage.

Fonte: Articolo apparso il 24/03/2014 sul blog dell’agenzia Trusted Translation

Traduzione a cura di:
Marcella Alesiani
Traduttrice EN > IT > EN

Buon Natale 2014

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

La parola stessa riempie il cuore di gioia: Natale.
Una gioia che, nonostante la crisi e nonostante il poco tempo a disposizione, nelle scorse settimane ci ha spinto a comprare gli addobbi per la nostra casa, a fare il presepe, a scervellarci per giorni e giorni pensando a dei regali graditi per i nostri cari e poi a investire, oltre ai soldi, anche ore del nostro tempo per andare ad acquistarli.

Ma quando poi il Natale arriva, tutti i sacrifici fatti svaniscono come per magia e sentiamo lo stesso calore che sentivamo quando eravamo bambini, un calore che avvolge il nostro cuore e la nostra casa. Natale è il calore che arriva al cuore della gente e che fa sentire tutti più buoni.

Tanti auguri a tutti voi e alle vostre famiglie, riprenderemo le pubblicazioni a partire dal 06 gennaio 2015

Gli appunti nell’interpretazione consecutiva

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

L’interpretazione consecutiva si articola in tre momenti: l’ascolto del discorso originale, l’annotazione grafica degli elementi essenziali del discorso e la riformulazione nella lingua di arrivo. Rozan insiste sugli aspetti cognitivi dell’interpretazione consecutiva incentrati sull’analisi logica del discorso, piuttosto che sullo sviluppo di un elaborato sistema di annotazione. Nel suo manuale “La prise de notes en interprétation consecutive”, la fissazione delle idee elaborate dall’interprete, e non delle semplici parole pronunciate dall’oratore, dovrebbe avvenire sulla base di sette principi fondamentali e di dieci simboli essenziali.
I sette principi sono i seguenti:

- l’annotazione grafica del concetto;
- regola di abbreviazione delle parole;
- negazione:
- l’accentuazione dei concetti;
- verticalismo;
- l’annotazione scalare;
- il décalage, ovvero lo spostamento a destra nella linea sottostante delle informazioni concettualmente connesse.

Sulla base dei suddetti principi, Rozan ci invita inoltre alla massima economia di sforzi nella presa di appunti, poiché è costantemente richiesta la massima attenzione e concentrazione per elaborare e fissare nella mente l’informazione nel modo più sintetico possibile. Man mano che l’interprete ascolta ed elabora il testo, anziché scrivere in maniera lineare le informazioni, queste vengono scritte una sotto l’altra, effettuando uno spostamento a destra nelle righe successive, affinché si possano associare quelle logicamente o funzionalmente connesse.

Nel passaggio dal livello linguistico a quello grafico, l’interprete può formare il proprio codice segnico sulla base di elementi che riflettono le relazioni possibili tra significato e significante e che Pierce, in ambito semiotico, distingue in icona, indice e simbolo.
Per facilitare l’immediata attribuzione dei ruoli sintattici dei costituenti della frase (sintagma nominale, sintagma verbale, etc.) e per ricostruire autonomamente la frase nella lingua di arrivo, un’organizzazione delle informazioni nello spazio in cui anche la posizione sia portatrice di significato si presenta molto più funzionale per tale scopo.

Altro aspetto piuttosto dibattuto riguarda la lingua naturale in cui andrebbero prese le note in interpretazione consecutiva. Alcuni autori sostengono che l’interprete debba sforzarsi di prendere gli appunti in lingua di arrivo, poiché in questo modo gran parte dello sforzo traduttivo è già compiuto prima della fase di restituzione del discorso. Sebbene questa motivazione sia plausibile, potrebbe rivelarsi controproducente, in termini di perdita di tempo, cercare in tutti i modi un equivalente in lingua di arrivo per annotarlo sul foglio, nel momento in cui una traduzione non affiora alla mente. Tuttavia, si consiglia di adoperare entrambe le lingue di lavoro, in funzione del grado di immediatezza con cui l’una o l’altra si rende più disponibile al momento. Occorre comunque ricordare che l’accesso lessicale alla propria lingua madre è molto più immediato, ovvero veloce, rispetto a qualsiasi altra lingua. È normale, quindi, constatare in sede di apprendimento di interpretazione consecutiva che di solito risulta più spontaneo scrivere comunque nella propria lingua madre, indipendentemente dalla lingua di partenza e di arrivo in cui si lavora.

Autrice dell’articolo:
Maria Francesca Di Nicola
Dottoressa in Lingue Moderne (en/zh >it)
Teramo

Nuovi corsi online per traduttori freelance

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Le prossime sessioni dei miei corsi online inizieranno il 20 agosto per Beyond the Basics of Freelancing (Corso di perfezionamento per traduttori freelance) e il 24 settembre per Getting Started as a Freelance Translator (Corso di base per aspiranti traduttori freelance).
Getting Started è rivolto a studenti che vogliano intraprendere con successo un’attività di libera professione mentre Beyond the Basics è rivolto a studenti che abbiano già avviato la propria attività di freelance.
Ogni corso dura quattro settimane e si basa su quattro lezioni nelle quali fornisco feedback personalizzati, oltre ad una videoconferenza settimanale fatta di domande e risposte per tutta la classe. Inoltre, gli studenti del corso Beyond the Basics hanno diritto ad un colloquio individuale con me della durata di un’ora.

Getting Started individua le basi sulle quali fondare la tua attività freelance e sul modo di gestirla: scrivere un curriculum specifico per il settore della traduzione, una lettera di presentazione, pianificare una strategia di marketing, stabilire un tariffario ed accrescere la propria presenza online (creare un profilo LinkedIn, inserire un profilo nella directory dell’associazione traduttori, creare un sito web ecc.).
Beyond the Basics si concentra sulla pubblicizzazione dei tuoi servizi ad agenzie di traduzione di alta qualità e a clienti diretti, creare un profilo professionale e identificare le modalità per incontrare i clienti diretti nel loro campo. Il prezzo del corso è di 325 dollari americani ma dopo queste sessioni iniziali salirà a 350, quindi questo è il momento giusto per iscriversi, se si è interessati. L’anno scorso, in entrambi i corsi, tutti i posti disponibili sono andati esauriti prima della scadenza della data di presentazione della domanda, quindi, se sei interessato a partecipare a queste sessioni vai sul mio sito web e leggi le descrizioni complete! I membri ATA avranno uno sconto di 50 dollari per iscriversi a uno qualunque dei corsi.

Ecco un commento di un partecipante alla sessione più recente di Beyond the Basics: “Questo corso mi ha davvero aiutato a delineare un percorso per accrescere la mia attività, oltre a darmi ottimi strumenti per farcela. Ho avuto grandi input e incentivi non solo da Corinne, ma anche dagli altri studenti, ed è stato fantastico far parte di una piccola comunità virtuale.”

Traduzione libera dell’articolo “Upcoming online courses for free lancers“, pubblicato il 9 luglio 2014 sul blog “Thoughts on Translations”.

Traduzione a cura di:
Giordano Pozzato
Aspirante traduttore
Alessandria

Come rendere locale un contenuto globale

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Nel corso degli ultimi decenni si è assistito a una evoluzione esponenziale del processo di globalizzazione, che ha investito tutti gli ambiti socioeconomici.
Nel caso specifico del settore linguistico, la diffusione sempre maggiore di Internet e degli strumenti informatici di supporto alla traduzione ha portato notevoli vantaggi sia per i traduttori che per i committenti, in termini di organizzazione e gestione di progetti multilingua, mantenimento della coerenza terminologica e stilistica, volume del materiale tradotto.

Col termine internazionalizzazione, strettamente correlato al concetto di globalizzazione, si indica il processo che ha come obiettivo l’adattamento di un prodotto per agevolarne la localizzazione, senza rendere necessaria una nuova progettazione. Generalmente, un prodotto viene internazionalizzato durante il ciclo di sviluppo, pertanto il processo di internazionalizzazione precede le fasi successive di localizzazione. Tale flusso di lavoro riduce notevolmente i tempi e i costi di produzione, garantendo il rilascio di un prodotto finale perfettamente inserito nella realtà locale cui è indirizzato. Per citare un esempio, il processo di internazionalizzazione per un’applicazione software può riguardare la separazione del testo traducibile dal testo che costituisce il codice dell’applicazione. Tale operazione agevola il successivo processo di traduzione, riducendo la possibilità per i traduttori di commettere errori o di modificare il codice di programmazione. Un altro esempio di internazionalizzazione riguarda la stesura del testo che verrà successivamente tradotto. Tale compito viene generalmente svolto dai technical writer, che scrivono per un pubblico globale, elaborando cioè il contenuto affinché sia facilmente adattabile alle varie culture locali.

Il termine localizzazione, traduzione dall’americano localization, deriva invece dalla parola inglese locale, che significa “piccola regione”. Nel linguaggio tecnico il termine indica il processo di preparazione di versioni specifiche di un prodotto destinato a un ambito locale, mediante l’adeguamento a requisiti culturali appropriati. Inizialmente, la localizzazione prevedeva esclusivamente la traduzione e l’adattamento di applicazioni software e relative guida in linea e documentazione annesse. Tuttavia, grazie all’enorme sviluppo di Internet e delle tecnologie IT, la localizzazione oggi comprende anche la traduzione e l’adattamento di siti Web e più in generale di tutte le applicazioni tecnologiche basate sul World Wide Web.
In tale contesto globale, è evidente che la traduzione, insieme alle attività di revisione e correzione ad essa correlate, rappresenta solo una delle fasi di un progetto più ampio di internazionalizzazione e localizzazione. Un progetto di localizzazione completo comprende, infatti, numerose altre attività, quali la gestione di progetti multilingua, lo sviluppo e il testing del software e della documentazione in linea, la conversione dei documenti in formati che ne agevolano la traduzione e l’impaginazione, la gestione delle memorie di traduzione e lo sviluppo di strategie di supporto e consultazione per la traduzione.

Un’altra differenza sostanziale tra traduzione e localizzazione risiede nel fatto che la traduzione, intesa secondo l’accezione tradizionale, viene eseguita solitamente sul prodotto finito, spesso già presente sul mercato. La localizzazione, invece, prevede la traduzione e l’adattamento del prodotto durante le fasi di progettazione, sviluppo e testing, garantendone in tal modo il contemporaneo rilascio in più lingue e paesi committenti. Grazie alla localizzazione, le aziende produttrici di software sono in grado di incrementare le vendite e la diffusione dei loro prodotti su scala globale, senza contare inoltre che spesso sono proprio i regolamenti comunitari e governativi a imporre la traduzione della manualistica e, più in generale, della documentazione nella lingua locale, senza la quale la commercializzazione del prodotto non è consentita. Si tratta, è evidente, di strategie produttive e di mercato perfettamente in linea con l’era della globalizzazione.

Autore dell’articolo:
Maria Porrone
Traduttrice EN-ES>IT
Torino