La passione per il russo

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

La passione per le lingue me l’ha trasmessa mio padre che mi cantava e suonava le canzoni dei Beatles con la chitarra, e mi piaceva ascoltare concetti di amore, di dolore, di solitudine espressi in un’altra lingua,e col tempo anche io ho imparato ad esprimere le mie emozioni utilizzando l’inglese, tuttavia per un caso del destino alle scuole medie fui assegnata alla classe di Francese, ma con mia grande sorpresa, la facilità di ascolto ed espressione fu pari, se non superiore a quella dell’inglese ed i tre anni  di studio che seguirono furono piacevoli e molto proficui sotto il profilo dei voti conseguiti. Di conseguenza anche al Liceo classico fui assegnata ad una sezione di Francese, ma con mio grande dispiacere, gli anni dedicati a questa lingua furono soltanto due, quelli del Ginnasio. All’Università spinta da pressioni familiari e da una cattiva informazione decisi di iscrivermi a Giurisprudenza, dove avrei conseguito comunque la Laurea, ma con pochissima soddisfazione da parte mia.

I due anni di praticantato  legale che seguirono li ricordo come un periodo molto triste, piangevo, non vedevo prospettive davanti a me ! ragion per cui decisi di iscrivermi ad un’altra facoltà per studiare il  Francese e l’Ebraico, una lingua di cui mi ero appassionata qualche anno prima. Tuttavia per ragioni di incompatibilità caratteriale col docente di lingua Francese, dopo un anno decisi di cambiare programma e di inserire la Lingua Russa. In verità avevo preso la guida universitaria ed avevo scelto la prima lingua, che dalla breve presentazione, mi sembrava  di  facile interpretazione. E così fu, fin dal primo momento del mio ingresso nell’aula di Russo. Molte soddisfazioni, voti superlativi sia agli esami scritti, sia a quelli orali e questo vale anche per l’Ebraico di cui ho studiato sia quello Biblico che quello moderno (l’Ivrit).

Quindi subito dopo la laurea, (nel frattempo avevo comunque conseguito l’abilitazione alla professione di avvocato), mi sono iscritta alla Camera di Commercio di Milano, sono stata ammessa al ruolo dei periti ed esperti in Lingua Russa, e poi ho fatto domanda al Tribunale di Milano. Devo dire che già dopo qualche mese mi arrivavano delle richieste di lavoro, tramite telefonate, che poi ho scoperto venivano smistate dal Consolato Russo che mi aveva inserita in un elenco esterno di Traduttori. Certificati e Sentenze di Divorzio, all’inizio, e poi man mano anche atti societari, Procure notarili da asseverare e legalizzare con le apostille dell’Aja. Qualche volta sono stata contattata anche dai notai per fare da interprete durante la stipula di contratti Ati. E poi l’estate scorsa ho ricevuto il mio primo incarico peritale dal Tribunale di Milano, come interprete durante un processo. Inutile dire che la mia gioia e la mia soddisfazione sono state al massimo, anche se sotto il profilo economico non si raggiungono cime, ma dal punto di vista psicologico il godimento  è assicurato.

Autrice dell’articolo:
Giovanna Fringuelli
CTU Tribunale di Milano

Il doppiaggio: tra finzione e realtà (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

La teoria funzionalista in traduttologia postula che il principio dominante di qualunque traduzione è il suo stesso fine. Nel caso di un testo audiovisivo, il fine ultimo è quello di intrattenere il suo pubblico; per fare ciò, sia l’autore del testo di partenza, sia il traduttore, devono lasciarsi guidare dal criterio della verosimilitudine:
il testo deve sembrare reale, deve rappresentare le situazioni di vita che viviamo quotidianamente o comunque vicine alla realtà. Lo skopos del testo audiovisivo si può riassumere dunque nel dover intrattenere il suo pubblico con la rappresentazione di situazioni credibili, verosimili e reali.

L’esperienza professionale accumulata durante gli anni mi ha permesso di sviluppare automatismi in quest’ambito utili per il compimento dello skopos ultimo del mio lavoro. In generale, per creare situazioni credibili, verosimili e reali ho cercato sempre di stabilire delle relazioni dirette tra il mondo della realtà e quello della finzione; in altre parole, la mia “regola d’oro” è stata quella di mescolare tutti gli elementi che costituiscono questi due mondi “paralleli”, facendo sempre molta attenzione a non far prevalere la realtà sulla finzione e viceversa. Grazie a questa regola, sono riuscito a creare dialoghi in lingua di arrivo in grado di mantenere (per quanto possibile) tutti gli elementi culturali presenti nei dialoghi in lingua di partenza. Il risultato finale è stato una traduzione funzionale e credibile e, di conseguenza, costantemente diretta alla cultura meta.

Concludendo, credo che l’aspetto più affascinante di chi si occupa di traduzione per il doppiaggio sia proprio quello di poter giocare con lo strumento più potente di una comunità: la lingua. Se la cultura costituisce l’unità di traduzione principale, allo stesso modo, la lingua costituisce le “viscere” della cultura. La lingua è parte di una realtà che garantisce la ricchezza e la varietà delle culture umane. Ogni lingua, persino la più strana, è un esempio di meraviglia, un miracolo dell’evoluzione che ha prodotto un insieme unico di parole, suoni e architettura grammaticale. Un insieme che rappresenta una visione del mondo originale, uno specchio del pensiero che una determinata popolazione usa per interpretare il mondo: ogni lingua è un universo!

Il doppiaggio: tra finzione e realtà

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Oggi viviamo totalmente immersi in un tipo di società influenzata e dominata dai mezzi audiovisivi che, con il passare del tempo, sono diventati il principale veicolo di trasmissione delle informazioni, della cultura e delle ideologie. Infatti, è proprio grazie alle tecniche utilizzate da questi mezzi che oggi siamo riusciti a superare le barriere linguistiche, consolidando in questo modo i contatti fra le diverse culture che popolano il nostro pianeta, contribuendo pertanto allo sviluppo del fenomeno della globalizzazione.

In quest’ambito, la traduzione è l’unica possibilità di mediazione linguistica e culturale in grado di superare tali barriere, in quanto è diventata uno strumento indispensabile nel panorama informativo e culturale di tutti gli abitanti del nostro pianeta. Tuttavia, fra le molteplici modalità di traduzione audiovisiva, la soluzione più adottata e praticata in molti Paesi europei è il doppiaggio cinematografico.
Dal mio punto di vista, si tratta di una modalità di traduzione chiaramente orientata verso la cultura meta, in quanto il suo obiettivo principale è quello di “annullare” il testo in lingua di partenza, cercando in questo modo di avvicinarsi quanto più possibile al suo pubblico destinatario. Sotto questa nuova luce, la traduzione cinematografica non deve essere concepita solo come un mero processo, bensì come un prodotto culturale. Tutto ciò fa sì che il traduttore audiovisivo lavori sempre nella consapevolezza dell’importanza della funzione del testo tradotto nella cultura di arrivo.

A tal proposito, per portare a termine l’obiettivo principale di qualunque tipo di traduzione, il traduttore dovrebbe intervenire nel testo soprattutto sul piano linguistico, in quanto il linguaggio utilizzato dai mezzi audiovisivi costituisce le “viscere” della cultura (la cui funzione principale è quella di dotare di significato il mondo e renderlo comprensibile). Pertanto, nell’ambito della comunicazione interculturale, bisogna concepire la cultura come la principale unità di traduzione. Secondo quanto appena affermato, credo che il merito principale del doppiaggio sia concretamente quello di considerare la cultura nazionale di arrivo come l’oggetto principale del processo traduttivo. Quest’ultimo aspetto, sommato alle ragioni storiche, nazionaliste e protezioniste, ha contribuito a favorire principalmente il doppiaggio rispetto al sottotitolaggio (diretto invece alla cultura di partenza).

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Gestione della terminologia (4)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Terza parte di questo articolo

QUALI STANDARD INTERNAZIONALI FORNISCONO GUIDA SULLA GESTIONE TERMINOLOGICA?
L’Organizzazione internazionale per la normazione ha generato diversi standard che forniscono le migliori pratiche nella gestione terminologica:

ISO ISO 704:2009 Lavoro terminologico — Principi e metodi
Questo documento di 65 pagine è un eccellente introduzione alla gestione terminologica, includendo linee guida per la scrittura delle definizioni

ISO 1087-1:2000 Lavoro terminologico — Vocabolario — Parte 1: Teoria ed applicazione
Questo è un altro testo panoramico che descrive i concetti più usati nella gestione dei termini.

ISO 12616:2002 Terminologia orientata alla traduzione
Questo documento fornisce delle informazioni sulla gestione terminologica specifica per ambienti di traduzione.

ISO 12620:2009 Applicazioni informatiche nella terminologia — Categorie di dati
Questo documento specifica le categorie di dati che dovrebbero essere usati al fine di garantire uno scambio di dati semplice tra sistemi che archiviano e processano la terminologia.

Oltre alle norme appropriate per la gestione della terminologia, l’ISO pubblica letteralmente centinaia di norme che contengono glossari monolingue e multilingue. Inoltre, molti organi normativi nazionali, così come organizzazioni governative e non, pubblicano approfonditi glossari di dominio specifico che potrebbero essere utili al momento di iniziare un progetto di gestione terminologico.

QUALI SOFTWARE SONO DISPONIBILI PER LA GESTIONE TERMINOLOGICA?
Una serie di software possono aiutare la vostra organizzazione nella gestione della terminologia, tra cui i seguenti:

Fonte: Articolo scritto da Uwe Muegge e pubblicato il 01 agosto 2011 su Bepress

Traduzione a cura di:
Dott. Andrea Balice
Combinazioni linguistiche EN>ITA; ES>ITA e viceversa
Bari

Gestione della terminologia (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Approvazione e revisione del database terminologico
Semplicemente non vi è un modo per evitare che esperti del settore in oggetto revisionino i database terminologici monolingue e multilingue precedentemente alla loro pubblicazione ed utilizzo. Essi sono documenti normativi che dovrebbero essere usati come riferimento da tutti i comunicanti all’interno dell’organizzazione così come dai propri fornitori esterni di servizi d’informazione come marketing, pubblicità e traduzione. Per tale motivo, è obbligatorio che, colui che abbia familiarità sia con il settore ricoperto dal database terminologico sia con l’organizzazione che promuove il progetto terminologico, riveda ed approvi ogni singola voce. Il compito del revisore è quello di valutare l’accuratezza della definizione e, nel caso in cui una voce contenga più di un termine (sinonimi), scegliere quali tra essi sono consigliabili e dovrebbero essere usati (termini preferenziali) e quali no (termini sconsigliati). I glossari tradotti dovrebbero essere revisionati da un bilingue esperto del settore e che lavori nel paese in cui si parli la lingua target del glossario tradotto.

Manutenzione del database terminologico
Il vecchio detto, secondo cui l’unica costante nel mondo del business è il cambiamento, si applica certamente alla gestione della terminologia. Poiché sia la tecnologia che la lingua sono in continua evoluzione, dovrebbero esserlo anche i glossari ed i database terminologici. Mettiamola così: Per essere in grado di fornire ai comunicatori interni ed esterni la terminologia aggiornata di cui hanno bisogno, i database non solo devono essere continuamente ampliati, ma i dati già presenti devono essere revisionati ed aggiornati costantemente.

QUAL E’ IL MIGLIOR MOMENTO PER DARE IL VIA AD UN PROGETTO TERMINOLOGICO?
Il miglior momento per iniziare a sviluppare una terminologia per un progetto specifico è prima della stesura del primo documento originale in una campagna globale. La cerchia terminologica dell’organizzazione dovrebbe formalizzare un glossario iniziale di nuovi termini per le caratteristiche e le funzioni durante la fase di specificazione. Questo glossario crescerà e maturerà con l’evolversi del nuovo prodotto o dei nuovi servizi. Se la gestione dei termini inizia più tardi, ad esempio estraendo termini da documenti già esistenti, inevitabilmente si dovranno cambiare alcuni o tutti questi documenti al fine di armonizzare i termini.

Cambiare i documenti alla fine dei giochi comporterà inevitabilmente una perdita di tempo e di denaro: Uno studio condotto nell’industria automobilistica indica come cambiare dei termini durante la fase di manutenzione (ad esempio, dopo la pubblicazione) è 200 volte più costoso rispetto a quando ciò si verifichi durante la fase dati del prodotto (ad esempio, durante la fase di specificazione).

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Uwe Muegge e pubblicato il 01 agosto 2011 su Bepress

Traduzione a cura di:
Dott. Andrea Balice
Combinazioni linguistiche EN>ITA; ES>ITA e viceversa
Bari

Gestione della terminologia (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

QUALI SONO LE FASI COINVOLTE NELLA GESTIONE TERMINOLOGICA?
Ricerca terminologica
Non è semplice identificare parole tanto importanti da comportare il loro utilizzo coerente all’interno e tra i documenti. Se un organizzazione ha a disposizione un team di più soggetti interessati ai termini (rappresentanti di Ricerca e Sviluppo, operazioni, comunicazioni tecniche e di marketing, senza tralasciare quelle legali) che identifica e colleziona termini, la sfida sta nel trovare il consenso tra tutti i vari gruppi ed interessi.

Se non vi è una cerchia terminologica, che è lo scenario più tipico nel mondo del business al giorno d’oggi, ed i membri dei vari gruppi hanno già redatto una grande varietà di documenti (specifiche tecniche, interfaccia utente del software, documenti di assistenza utente, documenti legali e commerciali), potrebbe essere difficile analizzare tutti i documenti annessi al rilascio per verificarne la coerenza terminologica. Ed anche se tali documenti fossero disponibili in un unico posto, la mole del volume di testo potrebbe essere troppo grande per essere elaborato da persone umane.

Creazione delle voci
Una volta risolto il problema relativo a quali termini inserire nella banca dati, la domanda successiva a cui rispondere è: Quante altre informazioni aggiuntive devo inserire? E’ discutibile se abbia senso dal punto di vista commerciale collezionare qualunque cosa oltre che delle semplici liste di termini. L’ISO 12620 cataloga quasi 200 categorie di dati possibili per l’inserimento di un termine. Allo stesso tempo, l’ISO 12616 elenca solamente tre di queste categorie di dati (termine, fonte e data) come obbligatorie. Per molte, se non la maggior parte delle organizzazioni, la soluzione più pratica consisterebbe probabilmente in un modello di dati composto da meno di due dozzine di categorie di dati. Tutti i principali standard terminologici considerano le definizioni come una categoria di dati opzionale. Sebbene scrivere una definizione può essere facilmente considerata come la fase più costosa e che richiede più tempo nell’inserimento di un termine, essa è generalmente la parte più importante di quest’ultimo. Le definizioni sono particolarmente importanti nel caso in cui un database di termini venga usato come base universale di conoscenza che può essere: La definizione aiuta i membri dello staff tecnico a scegliere il termine corretto tra una vasta gamma di opzioni, ed è la definizione che permette ai nuovi impiegati di comprendere un concetto sconosciuto meglio di qualunque altra informazione contenuta nella voce. Un piccolo inciso per coloro che hanno problemi nel scrivere definizioni: Una definizione terminologica ed una voce enciclopedica sono cose molto diverse tra loro. Una buona definizione terminologica che si attenga agli standard è una affermazione concisa non più lunga di una frase che identifica un gruppo più generico al quale appartiene il termine stesso e le caratteristiche che lo contraddistinguono da termini correlati ad esso.

Esempio: scheda di memoria
Dispositivo elettronico di archiviazione di dati digitali più portatile e robusto rispetto ad un classico disco rigido.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Uwe Muegge e pubblicato il 01 agosto 2011 su Bepress

Traduzione a cura di:
Dott. Andrea Balice
Combinazioni linguistiche EN>ITA; ES>ITA e viceversa
Bari

Gestione della terminologia

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Uwe Muegge, CSOFT International Ltd.

“La gestione della terminologia può migliorare l’efficacia e l’efficienza degli sforzi comunicativi di un organizzazione attraverso diversi canali”

QUALI SONO GLI INCENTIVI PER UNA GESTIONE TERMINOLOGICA?
Una comunicazione più efficiente
Con una strategia di gestione terminologica, organizzazioni di qualunque grandezza sono in grado di usare gli stessi termini coerentemente all’interno e tra i vari documenti ed etichette che accompagnano un prodotto o un servizio. Dato che questi documenti vengono generalmente redatti in ambienti collaborativi, la gestione della terminologia è la soluzione più efficiente al fine di garantire che l’organizzazione, nel suo insieme, usi gli stessi termini per descrivere le medesime caratteristiche e funzioni.

Avere a disposizione delle banche dati terminologiche complete e progetto-specifiche sin dall’inizio di un progetto consente ai membri del team di essere liberi dal noioso compito di dover ricercare i termini per conto proprio. Inoltre, la disponibilità di termini progettuali riduce il rischio che più colleghi possano coniare più termini per descrivere la medesima caratteristica e che, se non identificati, potrebbero confondere l’utente o causare inutili spese e ritardi per la successiva armonizzazione terminologica durante il ciclo di vita del prodotto.

COSA SI RISCHIA SE UN’ORGANIZZAZIONE NON GESTISCE LA TERMINOLOGIA?
Il lancio di un prodotto potrebbe essere influenzato negativamente
Non ci sono dubbi: qualsiasi sforzo di gestione terminologica comporterà dei costi. D’altro canto, la mancata gestione terminologica da parte di un’organizzazione potrebbe comportare costi ancor più alti. Considerate ciò: Implementando un database di termini specifici per un organizzazione, quest’ultima avrà i mezzi necessari per aiutare tutti i comunicatori interni ed esterni ad usare gli stessi termini nel momento in cui si discute delle caratteristiche chiave dei prodotti e dei servizi che l’organizzazione stessa fornisce. Infatti, con un database di termini, i comunicatori e gli editori possono usare strumenti automatizzati per assicurarne la conformità con le regole terminologiche stabilite. In assenza di un database terminologico specifico, è molto complicato far sì che vi sia una coerenza tra i termini all’interno dei singoli documenti e tra più documenti, per non parlare dei documenti pluri-settoriali come il settore tecnico, marketing o documenti legali. Se il marchio conta, l’uso di un database di termini aggiornato e completo al fine di garantire un corretto utilizzo dei termini durante la sua fase di creazione permette alle organizzazioni di rilasciare i propri prodotti più velocemente rispetto a quelle che spendono un’infinità di tempo e di energie nel correggere incongruenze terminologiche durante le fasi di revisione e correzione.

Effettuare un ulteriore controllo qualitativo al fine di correggere le incongruenze terminologiche presenti nei documenti e mitigare l’impatto negativo di quest’ultimo sul budget e sul rilascio del prodotto non è il peggiore dei casi. Molto peggio sarebbe il caso di un lancio posticipato dovuto a ritardi nel processo di approvazione normativo a causa di terminologie incorrette o contrastanti nei documenti da consegnare. Conosco il caso di una consegna rifiutata all’istante da un organo normativo estero a causa di errori terminologici e di traduzione, arrecando una perdita di diversi milioni di dollari di profitto.

“Non è semplice identificare parole tanto importanti da comportare il loro utilizzo coerente all’interno e tra i documenti”.

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Fonte: Articolo scritto da Uwe Muegge e pubblicato il 01 agosto 2011 su Bepress

Traduzione a cura di:
Dott. Andrea Balice
Combinazioni linguistiche EN>ITA; ES>ITA e viceversa
Bari

Insidie nel localizzare i videogiochi (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Esempio 4
Ecco un ultimo esempio di un gioco multilingue su cui ho lavorato.
Il termine insospettabilmente insidioso era “sorrow choker”. “Choker” è il sostantivo del verbo inglese “to choke”, soffocare, strozzare. Nell’ambito della gioielleria è chiamata choker una collana girocollo, che cinge strettamente, quasi a strozzarla, la gola di chi la indossa.
Sapendo che nel gioco erano presenti molti artefatti in forma di gioiello, come gemme, ciondoli, anelli e medaglioni, molti dei traduttori hanno reso questo termine nelle rispettive lingue come “girocollo della tristezza”.
Se non che, troppo tardi, venne fuori che il “sorrow choker” era una fiaschetta di liquore. Il suo nome, letteralmente “soffoca-tristezza” derivava dal fatto che si beve per tirarsi su di morale.

Cosa ho imparato:
In questo caso il ragionamento dei traduttori è stato perfettamente logico e in linea con gli altri elementi del gioco, eppure li ha tratti in inganno.

In certi casi non ci si può aspettare che il traduttore arrivi da solo alla risposta giusta.
In tali casi commenti chiarificatori nei file consegnati ai traduttori, l’accesso al gioco in anteprima o la condivisione dei file di risorse grafiche sono pratiche in grado di risparmiare a tutte le parti coinvolte numerosi grattacapi.

In conclusione, un bravo traduttore nel settore dei videogiochi deve svolgere un lavoro che va ben oltre la conversione linguistica del testo.
Per individuare la traduzione migliore deve aggrapparsi a ogni scampolo di informazione che riesce a trovare e risalire al rapporto tra i vari elementi, alle meccaniche di gioco stesse.
Lungi dall’accontentarsi di una traduzione corretta secondo il dizionario, deve scegliere “la traduzione”, assicurandosi che tutti gli elementi siano internamente coerenti e abbiano un senso per il giocatore nella lingua d’arrivo.
Inoltre, per quanto il game designer faccia un ottimo lavoro e il traduttore faccia anch’esso un ottimo lavoro, se tra i due non sussiste comunicazione, il prodotto finale potrebbe lo stesso contenere gravi sviste che ne fanno precipitare irrimediabilmente la qualità.
Al contrario, se si apre un dialogo tra i due, il risultato sarà veramente un prodotto di cui andare fieri, che valorizza l’impegno e la professionalità profusa da entrambi.

Autrice dell’articolo:
Sara Todaro
Traduttrice freelance da inglese a italiano, giapponese a italiano

Insidie nel localizzare i videogiochi (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Esempio 2: Mostri a tema invernale
Un altro esempio che mi è rimasto impresso è l’ambiguo termine “snowman”, trovato in un videogioco tratto da una collana di libri dell’orrore per ragazzi.
Con “snowman” gli anglofoni intendono due entità molto diverse: il vecchio, caro pupazzo di neve dal naso di carota e il leggendario Sasquatch, l’abominevole uomo delle nevi.
Dal contesto non c’era modo di capire se questo essere fosse un pupazzo di neve magicamente animato oppure un vero uomo delle nevi (nei libri figuravano sia i pupazzi di neve stregati sia il Sasquatch).
Non rimaneva che chiedere delucidazioni al cliente, il quale confermò che si trattava di un pupazzo di neve mostruoso.

Cosa ho imparato:
A volte chi scrive (il narrative designer in questo caso) fa fatica a rendersi conto dei doppi sensi della propria lingua. Dopotutto si mette nei panni del giocatore, che vedrà immagine e testo insieme, non lasciando spazio a equivoci. Non farebbe però male mettersi anche un po’ nei panni del traduttore, che ha a disposizione solo il testo.
Il traduttore dovrebbe tenere sempre presenti le possibili ambiguità e, se necessario, ottenere chiarimenti direttamente dalla fonte.
I game designer, a loro volta, potrebbero abituarsi a includere commenti chiarificatori nei file che consegnano ai traduttori, dar loro accesso al gioco in anteprima o condividere le risorse grafiche.

Esempio 3: Americani, farmacie e costumi di Halloween
Ricordo poi un caso di una sottilissima differenza linguistica, in cui mi salvai da una pessima figura grazie al potere del contesto.
Si trattava di un altro gioco gestionale di costruzione di città. Nella lista di edifici compariva un “pharmacy”, che tradussi a prima vista con “farmacia”.
Continuando a tradurre altre parti del gioco, scoprii da una linea di dialogo che questa presunta farmacia vendeva costumi di Halloween.
Presa dal dubbio, approfondii la questione e appurai che nell’inglese americano contemporaneo pharmacy è ancora sinonimo interscambiabile di drugstore, (un po’ come un tempo anche da noi farmacia e drogheria erano lo stesso negozio). Chiaramente per il giocatore italiano è assurdo comprare costumi di Halloween in farmacia, ho dunque modificato la mia traduzione in “emporio”.

Cosa ho imparato:
Non importa quanto bene si conosca una lingua straniera, ci sono sempre dei piccolissimi dettagli e sfumature negli usi più quotidiani o regionali che rimangono oscuri.
Un bravo traduttore mette in discussione ogni parola. Non importa quanto pensiamo di conoscere il significato di una parola banale e comune: se anche un minimo dettaglio non ci torna (nel nostro caso i costumi di Halloween) dobbiamo approfondire, e magari impareremo qualcosa di nuovo e sorprendente.

Terza parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Sara Todaro
Traduttrice freelance da inglese a italiano, giapponese a italiano

Insidie nel localizzare i videogiochi

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Di seguito riporterò alcuni casi particolarmente insidiosi in cui mi sono cimentata durante la mia esperienza nella localizzazione di videogiochi, in particolare nella traduzione degli inventari degli elementi di gioco.

Questo articolo ha tre scopi:
- suggerire ai colleghi traduttori del settore degli spunti per non cadere nei tranelli della localizzazione, per questo sotto ogni esempio riporto una lezione che ho imparato da esso;
- dimostrare ai creatori di videogiochi, con esempi pratici, come sia importante lavorare in sinergia con il traduttore per ottenere un servizio migliore, anche suggerendo accorgimenti per evitare gaffe imbarazzanti;
- divertire tutti i lettori con i dilemmi esistenziali dei traduttori.

A mio parere, l’ostacolo maggiore che un traduttore di videogiochi deve affrontare è la mancanza di contesto.
Classica parte di molti generi di videogame è l’inventario, ovvero una lista di elementi di gioco (articoli da acquistare o raccogliere, armi, potenziamenti ecc.) presentati scevri da ogni contesto. Questa è una delle peggiori insidie per un traduttore.

Nel gioco ogni voce dell’inventario è associata a un’immagine.
In un mondo ideale il traduttore avrebbe accesso a tali immagini, ma in realtà accade di rado. Il più delle volte si ritrova una lista di nude parole, nei casi peggiori senza conoscere neanche il genere o l’ambientazione del gioco in cui andranno a collocarsi.
In questa situazione anche un traduttore esperto potrebbe commettere gaffe.

Tra l’altro, anche se, come vedremo di seguito, la colpa non è sempre imputabile al traduttore, l’errore finale è particolarmente visibile e stridente per il giocatore, che si trova davanti un’immagine e una descrizione che non corrispondono.
Per fortuna, con una più stretta collaborazione tra traduttore e game designer si possono evitare le gaffe peggiori.

Esempio 1: Frutto o colore?
Un esempio devastante nella sua banalità. Traducendo una lista di arredi urbani per un gioco di costruzione di città, mi trovai davanti il termine “orange tree”. Ovviamente la prima cosa che mi venne in mente fu l’albero di arance.
La scelta aveva senso: nel gioco si potevano raccogliere ingredienti per creare vari prodotti, tra cui l’aranciata, quindi un albero da frutto sembrava più che plausibile…
Se non che, nello stesso elenco, trovai anche il termine “yellow tree”.
“E se ‘orange’ fosse il colore, non il frutto?!” Piombai in paranoia.

Alla fine mi decisi a chiedere alla game designer: “Hai presente quell’‘orange tree’ alla cella XY? Sarebbe, tipo, un albero che fa le arance, o un semplice albero con le foglie arancioni?”
Lei ci pensò un attimo. “Questa sì che è una bella domanda! È un albero con le foglie arancioni.”

Cosa ho imparato:
Se non fosse stato per quel “yellow tree” che mi ha insospettita, avrei scelto la traduzione “sbagliata”. Sono arrivata alla soluzione non solo analizzando il singolo termine dal punto di vista linguistico, ma confrontandolo con gli altri elementi dell’inventario, anche se non erano direttamente collegati.
Un videogioco è un microcosmo, dove ogni singolo elemento ha il suo posto.

Un abile traduttore non deve limitarsi a considerare gli elementi come singoli, ma cercare attivamente schemi e connessioni con le altre parti del testo a sua disposizione.
Un indizio prezioso per comprendere un termine può celarsi nella battuta di un dialogo, in un messaggio di sistema o, come in questo caso, nella variazione tra elementi simili.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Sara Todaro
Traduttrice freelance da inglese a italiano, giapponese a italiano

L’Italia e la Russia (10)

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Interferenze culturali che possono incidere sul business. Soluzioni e tecnologie linguistiche per fare con successo il business con i russi

< Nona parte di questo articolo

Il brindisi
Fare il brindisi a tavola è molto importante. Fa parte della cultura russa. Fare un brindisi con il socio commerciale aiuta a capire che persona hai davanti perché dopo il terzo brindisi si inizia a essere se stessi (“in vino veritas”). Dall’altro lato, rifiutare di fare il brindisi può essere preso come un’offesa, una mancanza di rispetto, oppure significare che il socio straniero stia nascondendo qualcosa e non voglia essere scoperto. Soluzione: Cercare di non rifiutare di fare un brindisi.

Banya
Anche la banya (in russo: баня, simile a sauna) fa parte dell’accoglienza russa. Se vi invitano di venire in banya significa che il vostro socio russo vi vuole bene, e vuole procedere con l’affare. Poiché in sauna ci si rilassa e le persone sono come sono davvero. La sauna può aver luogo durante o dopo aver stipulato un contratto. Nell’ultimo caso fa parte della tradizione russa festeggiare un affare concluso, “обмыть” (“obmyt’”).

Come vestirsi
In Russia occorre prestare la massima attenzione ai vestiti. La tuta e scarpe da tennis non sono opportune a meno che non si vada in palestra. A un incontro d’affari si consiglia di mettere un completo elegante con cravatta.
Vestirsi in modo elegante (non è necessario che sia troppo caro) vi darà qualche punto in più perché la prima impressione viene formata dall’aspetto fisico. In russo si dice: “Встречают по одѐжке, провожают по уму” “Prima si guarda come sei vestito e dopo si valuta la tua intelligenza”.

Visite nelle case
Occorre sapere che entrando in una casa russa si tolgono le scarpe. Se volete fare una buona impressione, è consigliabile portare dei piccoli regali o dolci per i vostri amici russi o soci (è opportune informarsi in anticipo se loro hanno dei figli e se sono sposati/e). Può andar bene una scatola di cioccolatini. Se donate fiori, assicuratevi che siano in numero dispari (il numero pari si usa per i funerali).

***

Con un contatto frequente fra le lingue e culture il fenomeno di interferenza culturale appare inevitabile. Tuttavia, per superare con successo un’incomprensione tra i comunicanti provenienti da nazioni diverse occorre prestare attenzione alle loro consuetudini e particolarità culturali, essere informato in anticipo sulle peculiarità comportamentali e culturali, rispettare e non violare le tradizioni e i costumi da parte di entrambi i soci.

Articolo scritto da:
Prof.ssa Olga Kobzeva
Docente di lingua russa, mediazione scritta attiva e lingua per gli affari
Presso Scuola Superiore per Mediatori Linguistici
Pisa

Bibliografia
1.Jakobson Roman (1971) Language in relation to other communication systems, SelectedWritings,vol.II, The Hague: Mouton,

2. Kobzeva Olga (2017) Corso avanzato di lingua Russa (B1) con glossario di linguistica. Modulo sette, Pisa, Arnus – Edizioni il Campano, – 130 p.,

2.Вольская, Н.П. (2014) Можно? Нельзя? Практический минимум по культурной адаптации в русской среде/ Н.П. Вольская, Д.Б.Гудков, И.В.Захаренко, В.В.Красных. – 8-е изд., стереотип. – М.: Русский язык. Курсы, – 48с.,

3.Мощинская, Н.В. (2015)«Русская культура: диалог со временем»: Учебное пособие для иностранцев, изучающих русский язык / Н.В.Мощинская, Н.М.Разинкина. – 2-е зид, стереотип. – М.: Русский язык.Курсы, – 416 с.,

4.Лысакова И.П. (2016) Методика обучения русскому как иностранному: учебное пособие для вузов / И.П.Лысакова, Г.М. Васильева, С.А.Вишнякова и др.; под ред. проф. И.П Лысаковой. – М.: Русский язык. Курсы. – 320 с.,

5.Ожегов С.И. (2012) Толковый словарь русского языка: Ок. 100 000 слов, терминов и фразеологических выражений / С.И.Ожегов; Под ред. Проф. Л.И. Скворцова. – 28-е изд., перераб. – М.: ООО «Издательство «Мир и Образование»: ООО «Издательство ОНИКСЛИТ», – 1375 с. Prof.ssa Olga Kobzeva 7

6. Перевозникова А.К. (2015) Россия: страна и люди. Лингвострановедение: Учебное пособие для изучающих русский язык как иностранный, – 4-е изд. Стереотип. – М.: Русский язык.Курсы, – 184с.

Intervistatori:
Erokhin Anatolij Viktorovič, giudice,Tribunale Arbitrale della regione Kemerovskaya

Kobzev Viktor Vladimirovič, direttore Svyaz’ – Bank, filiale Kemerovskij

Zheludkova Elena Ghennad’evna, docente di lingua francese e italiana presso l’Università Statale di Kemerovo

Igor’ Fedorovič, fisioterapista presso l’Ospedale regionale Kemerovskaya

Trillini Bruno, pensionato

L’Italia e la Russia (9)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Interferenze culturali che possono incidere sul business. Soluzioni e tecnologie linguistiche per fare con successo il business con i russi

< Ottava parte di questo articolo

Gesticolazione
La gesticolazione degli italiani è notevole. Aiuta ad esprimersi e capirsi, senza la quale non immaginiamo l’atto di comunicazione. Però per i russi troppa gesticolazione può sembrare un po’ aggressiva.
In un incontro d’affari, un russo, vedendo la gesticolazione inadeguata alle circostanze, chiede all’interprete: “Ma perché mi sta urlando il signore italiano? In realtà, il signore italiano non stava urlando, sono stati i gesti che hanno spaventato il socio russo il quale non trovando corrispettivi ai russi, aveva frainteso la comunicazione vocale – urlo.
Soluzione: Cercare di non affidarsi molto ai gesti, ma essere espliciti per via verbale.

Fattori socio-culturali
1. Salutarsi in solito modo – stringendo la mano. Però attenzione: lo fanno uomini e non donne. Non c’è l’abitudine che una donna stringa la mano a qualcuno (né alle donne, né agli uomini). Se conoscete da tanto il vostro partner è possibile anche abbracciarsi all’incontro e (o) dare tre baci sulle guance (indipendentemente dal sesso), con gli estranei e persone non conosciute tale comportamento non è tollerato.

2. Soffiarsi il naso in pubblico (soprattutto a tavola) è considerato un gesto molto scortese, maleducato e poco gradito.
Soluzione: cercare di non soffiarsi il naso.

3. Fattore cruciale è il tempo. Si dice che il tempo sia denaro («Время – деньги»), dunque non puo’ essere sprecato. La puntualita’ viene fortemente richiesta oltre che da se stessi anche dai partner. Perciò è sempre meglio presentarsi dieci minuti in anticipo all’incontro anziché farsi attendere un minuto. La puntualità è un elemento per gli italiani spesso irrilevante, ma per il russo è un segno di considerazione e di rispetto. Fare tardi significa mancanza di rispetto.
Soluzione: cercare di non fare tardi sopratutto al primo incontro.

4. L’Ospitalità e l’accoglienza è il segno distintivo della popolazione russa. Per negoziare le condizioni vi possono invitare in un ristorante. Un orario stabilito per il pranzo non esiste, si mangia quando c’è fame.

Decima parte di questo articolo >

Articolo scritto da:
Prof.ssa Olga Kobzeva
Docente di lingua russa, mediazione scritta attiva e lingua per gli affari
Presso Scuola Superiore per Mediatori Linguistici
Pisa

L’Italia e la Russia (8)

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Interferenze culturali che possono incidere sul business. Soluzioni e tecnologie linguistiche per fare con successo il business con i russi

< Settima parte di questo articolo

Essere seri
E comunque se i russi sono seri non vuol dire che siano arrabbiati (come invece si pensa di solito). È un segno del fatto che sono molto attenti a tutto quello che viene detto loro, segno di rispetto in qualche modo, è un segno positivo, se vogliamo.

La serietà oltre all’attenzione può significare un segno di difesa. La difesa contro la truffa come comportamento inconscio è dovuta agli anni novanta, quando dopo il periodo del comunismo l’organizzazione del mercato si basava sulla criminalità e la corruzione. Perciò quando i russi vedono una persona al primo incontro sorridere senza un “motivo valido”, non lo capiscono e il fatto desta loro preoccupazione.

Va notato che la neutralità di espressione e comportamento, tanta serietà e forse freddezza sono fattori educativi in una relazione soltanto in fase iniziale.
Bisogna dire anche che i russi apprezzano l’umorismo, hanno il senso dell’umorismo e capiscono l’ironia sottile.

Soluzione.
Se si vuole proseguire nell’affare, è opportuno cercare di “copiare” il comportamento del vostro socio: non sorridere, essere seri e freddi nella fase iniziale, facendogli capire che anche voi siete della stessa opinione, siete sulla stessa onda. È possibile scherzare ma “est modus in rebus”.(c’è una misura nelle cose).

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Prof.ssa Olga Kobzeva
Docente di lingua russa, mediazione scritta attiva e lingua per gli affari
Presso Scuola Superiore per Mediatori Linguistici
Pisa

L’Italia e la Russia (7)

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< Sesta parte di questo articolo

La comunicazione non verbale

Sorriso
La neutralità nei comportamenti dei russi è assai notevole per un italiano. Capita raramente che un russo sorrida se non c’è un motivo che ritenga valido. Non può avere sicuramente un sorriso di circostanza, e non lo fa perché “bisogna sorridere”. Non è facile capire neanche dall’espressione del viso se vada tutto bene. Come si fa a capire se sono contenti? In nessun modo. Ci sarà però un modo per capire se essi non sono contenti.

Il sorriso è un atteggiamento molto significativo. Nella cultura italiana, ad esempio,un sorriso può essere un segno di successo, di cortesia, un segno per attenuare le informazioni negative o ipocrite(un sorriso amaro). Mentre nella cultura russa attraverso un sorriso i russi dimostrano una vera gioia e simpatia per le persone a cui sorridono. La funzione principale di un sorriso è la manifestazione di un atteggiamento sincero e gentile verso l’interlocutore. E può essere applicato solo per le persone che i russi conoscono. È proprio per questo che non vedrete mai sorridere una commessa se entrate in un negozio russo: non vi conosce. (e poi sarebbe un sorriso di circostanza, stereotipato).

Vi sono alcuni fattori culturali che impediscono un sorriso superficiale. Si pensa generalmente che sorridere senza un motivo valido (che sarebbe una vera gioia e soddisfazione) sia un motivo per pensare se davanti a te si trovi una persona sana di mente. Infatti, tra i russi si dice scherzando: «Улыбайтесь, шеф любит идиотов» (“Sorridere, al capo piacciono gli scemi”). Esiste anche un proverbio russo: «Смех без причины – признак дурачины» (“Ridere senza motivo significa essere stupido.”)

Dall’altro lato, se vedete un russo sorridere allora significa che lo fa davvero, sarà sicuramente un sorriso sincero che viene dal cuore.
Se il vostro socio d’affari è uno sportivo, allora preparatevi perché non arriverà mai un momento in cui sorriderà.

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Prof.ssa Olga Kobzeva
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Presso Scuola Superiore per Mediatori Linguistici
Pisa

L’Italia e la Russia (6)

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< Quinta parte di questo articolo

Il modo condizionale
Nella lingua italiana il modo condizionale è molto frequente. Spesso in ambito formale sentiamo “vorrei”, “direi”, “preferirei”, “bisognerebbe fare”. Oppure per rendere una richiesta, un ordine ancora più gentile si usa il modo condizionale e congiuntivo (il quale non esiste in russo) “bisognerebbe che lo facesse”.

In russo, invece, il modo condizionale si usa soltanto in tre casi: per esprimere 1) un’irrealtà di un’azione, 2) un’azione che può avere luogo in determinate circostanze o si presume, si desidera che abbia luogo, 3) uso di cortesia del condizionale, che viene spesso usato per via del verbo “мочь” potere con la particella negativa не:

“Ты не могла бы мне принести сумку?”Letteralmente: “Non mi potresti portare la borsa? E se i russi sentono usare il modo condizionale al di là di questi tre casi nominati, sentono troppa gentilezza inadeguata alle circostanze e credono che gli italiani siano troppo cortesi. Per un italiano però può sembrare inadeguato e maleducato il fatto di non usare il condizionale nelle situazioni dove se lo aspetta. Ma non è maleducato. È solo perché quest’uso del condizionale non rientra in tre casi individuati.

Soluzione.
Per rendere una richiesta gentile e cortese si possono usare gli altri mezzi linguistici, ad esempio пожалуйста (per favore): Сделайте эту работу к понедельнику, пожалуйста! (Potrebbe fare questo lavoro per lunedì?)
Si consiglia di usare comunque il condizionale italiano dove è richiesto benché i russi non ne facciano uso.

1 Jakobson, R. (1971) Language in relation to other communication systems, Selected Writings, vol.II, The Hague: Mouton,

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Prof.ssa Olga Kobzeva
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L’Italia e la Russia (5)

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< Quarta parte di questo articolo

La comunicazione verbale e non verbale

La comunicazione verbale
Un tratto significativo verbale che trasmette il carattere nazionale russo è la risposta alla domanda “Как дела?” (Come stai?). Non sentiremo mai un russo dire “Хорошо” (“Bene”) come invece è richiesto (perché è quello che ci si aspetta) dalla cultura italiana. Motivo? La connotazione della parola stessa “хорошо” che impedisce di usarla in questa situazione.
Per connotazione si intendono i segni del concetto espresso da una parola che realizzino l’atteggiamento socialmente accettato, nonché la valutazione di un oggetto e di un fatto per le caratteristiche tradizionali e culturali.

Sono insiti delle caratteristiche culturali russe in questa parola. “Хорошо” trasmette la valutazione connotativa positiva, e non è solo una risposta alla domanda sull’andamento delle cose. Rispondendo positivamente alla domanda “Какдела?”significa che stiamo davvero bene. Ma se non è vero?
Per di più vi è un rischio per la scaramanzia: “se ora dico che tutto va bene, chissà se domani tutto andrà sempre bene” oppure: “se ora rispondo che tutto va bene, chissà se proverà invidia nei miei confronti”.

Per un russo la domanda “Как дела?” non è un semplice gesto di educazione come, ad esempio, accade nella cultura italiana (“Come stai” appare talvolta anche senza sfumatura interrogativa, come per dire “Ciao”) o anglo-americana, dove “How do you do?” nonostante il punto interrogativo in fondo non è una domanda ma ormai un modo per salutare.
“Как дела?” in russo invece è una domanda che esige una risposta. E se un russo non se la sente non può rispondere “Хорошо” (perché non sarà vero), ma risponde “Нормàльно” (Normale) ovvero né bene né male. (ecco che qui il russo è in contraddizione con se stesso, perché dà una risposta “intermedia”.)

Nonostante il fatto che la domanda “Как дела” esegua nella comunicazione la cosiddetta funzione fatica (phatic function1 ) ovvero la funzione per stabilire un contatto con interlocutore, i russi la trattano come un vero e proprio interessamento sulla loro vita. Per un italiano che aspetterà alla domanda “Come stai” una semplice risposta “Bene, grazie” può sembrare strana la reazione da parte dei russi quando quest’ultimi inizieranno a raccontare tutti i fatti della loro vita privata: come sta lui stesso, la sua famiglia, come vanno o non vanno le cose al lavoro, problemi alla salute, ecc.

Soluzione.
La soluzione più adatta sarà comportarsi in modo naturale e semplice e alla domanda “Какдела?” rispondere con una risposta stabilita in italiano: “Va tutto bene, grazie” sebbene il parlante sia profondamente infelice. Da parte degli italiani bisogna essere preparati per affrontare una lunga risposta nel caso in cui i russi dovessero raccontare con tutta la sincerità come va la loro vita.

Sesta parte di questo articolo >

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Prof.ssa Olga Kobzeva
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L’Italia e la Russia (4)

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< Terza parte di questo articolo

I tratti contraddittori del carattere russo
I russi possono fare affidamento sul potere supremo che può risolvere tutti i problemi, e allo stesso tempo sognare una “volontà libera”; mostrare le meraviglie del coraggio, dell’eroismo e nello stesso tempo essere sottomessi; sacrificarsi per la Patria e non rispettare il suo passato storico, il quale, a seconda della situazione politica viene considerato o positivamente,o negativamente.

Anche la religione, secondo gli scienziati, formava l’incoerenza del carattere russo. Nell’ortodossia, a differenza del cattolicesimo, ci sono solo due punti polari: il paradiso e l’inferno, ma non c’è il purgatorio. Questo fatto determinò nella mentalità russa l’esistenza di due categorie: una categoria è di «molto bene» e un’altra è di «molto male». O piena sotto missione, o un comportamento senza alcun limite. Lo scrittore russo Anton Pavlovič Čechov scriveva così su questo tratto dei russi: «Tra «Dio c’è » e « Dio non c’è » si trova un enorme spazio, il quale un vero saggio passa con grande difficoltà. Un russo, invece, conosce soltanto uno di questi due estremi, il mezzo non gli interessa».

Sul fatto che l’uomo russo spesso non ha il limite e facilmente tocca il fondo, raccontano anche i proverbi russi: «O tutto o niente», «O un petto pieno di croci (si intende croce come un premio: croce di San Giorgio), o la testa in un cespuglio».
«La mancanza della parte intermedia nel ramo culturale» – così è stato definito dai filosofi il principio della vita russa.

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Prof.ssa Olga Kobzeva
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L’Italia e la Russia (3)

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< Seconda parte di questo articolo

Informazioni di carattere storico-sociale. Contraddizione del carattere russo
«Умом Россию не понять» (La Russia non è comprensibile con la ragione) – queste sono le parole del poeta Fѐdor Ivanovič Tjutčev che vengono spesso ricordate quando si parla della Russia e dei russi, segnandone l’incoerenza, la mistica e l’imprevedibilità.
Senza dubbio, alcune caratteristiche del carattere russo sono legate alla posizione geografica del paese. La Russia si trova tra i due continenti, due civiltà, l’Europa e l’Asia, l’Oriente e l’Occidente. La cultura russa riunisce in se le caratteristiche sia della cultura dell’Occidente, sia di quella dell’Oriente, ma comunque peculiare.

Lo sviluppo della Russia era simile a un’oscillazione del pendolo in un orologio. Si direbbe che all’inizio della sua formazione, la Rus’ di Kiev faceva parte della civilizzazione europea, la Rus’ di Mosca, invece, faceva parte della civilizzazione orientale. Le riforme di Pietro Il Grande spostarono la Russia verso l’Occidente e poi di nuovo la Russia si voltò verso l’Oriente. L’abolizione della servitù della gleba e le riforme alla fine del XIX secolo avevano un carattere occidentale. Dopo la rivoluzione del 1917 si intensificarono i tratti orientali che si verificavano nelle particolarità del regime politico, nella struttura del potere, nella gerarchia sociale. La perestrojka (letteralmente «ristrutturazione») del 1985 rivolse il paese verso i valori occidentali.

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L’Italia e la Russia (2)

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< Prima parte di questo articolo

Tuttavia, i comunicanti saranno indotti ad agire secondo i canoni della loro educazione e avranno sempre aspettative conformi alle nozioni acquisite su ciò che ritengono “corretto” e “adeguato” in una data situazione.
Ecco che, nelle relazioni commerciali tra stranieri, contraddizioni e fallimenti indesiderabili si possono verificare già all’atto dell’approccio, a causa di reazioni comportamentali giudicate sbagliate o inadeguate da parte del partner.

Che cosa si dovrebbe fare per evitare malintesi o interpretazioni sbagliate nella comunicazione di concetti comuni tramite definizioni linguistiche differenti?
E, per quanto ci riguarda in funzione del nostro contatto, abbiamo sufficiente conoscenza dell’universo russo, di quell’ambiente e del popolo con cui interferiremo e con il quale andremo a trattare?

Sappiamo che ragioni geografiche e climatiche, percorsi storiche e culturali ci hanno resi comprensibilmente diversi anche come mentalità, per cui è logico che, all’evidenza dei fatti, non avremo le stesse reazioni.
Allora, siccome non vogliamo che questo comprometta il successo della nostra impresa, dobbiamo prepararci meglio al russo e, oltre che apprenderne la lingua, dobbiamo analizzare l’indole e scoprire il carattere del popolo russo per entrare il sintonia con loro, per cercare di capire l’anima russa.

I russi, come sono oggi, dopo tante vicissitudini?
Quanto differiscono dall’idea che ci eravamo fatta di loro, dalle nozioni storiche e dai documenti della loro straordinaria letteratura?
Come bisogna comportarsi all’atto pratico in certe situazioni, per non fare brutta figura con loro?
In questo articolo vi forniremo alcuni consigli di comportamento i quali vi potranno aiutare a superare con successo alcune interferenze interculturali, contribuendo a sviluppare in maniera vantaggiosa il vostro business.

Terza parte di questo articolo >

Articolo scritto da:
Prof.ssa Olga Kobzeva
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Pisa

L’Italia e la Russia

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Interferenze culturali che possono incidere sul business. Soluzioni e tecnologie linguistiche per fare con successo il business con i russi

Al giorno d’oggi si assiste a un gran numero di imprese russe che operano sul mercato italiano e ad imprese italiane sul mercato russo.
Questo è il fatto sicuramente significativo che dimostra quanto interesse ci sia, da entrambe le parti, per lo sviluppo della cooperazione economica tra i due paesi: Italia e Russia.
La crescita di scambi commerciali reciprocamente vantaggiosi e il richiamo esercitato dal rispettivo patrimonio storico-artistico e ambientale contribuiscono ad aumentare anche il flusso turistico dei cittadini russi in Italia e italiani in Russia.

Il rapporto tra due soci stranieri, qualsiasi contatto, avviene tramite una comunicazione fra soggetti che rappresentano lingue e culture diverse. Pertanto, per favorire un buon rapporto nelle relazioni socio-economiche e allo scopo di evitare contraddizioni e fallimenti indesiderati nella comunicazione interculturale, oltre a una buona padronanza tecnica della gestione del business, è necessario acquisire anche quelle conoscenze minime peculiari dell’identità dell’altro, conoscenze che aiuteranno a superare il fenomeno delle interferenze interculturali.
Per interferenze interculturali si intende un processo (conscio o inconscio) di trasferimento delle norme di comportamento, di abitudini, di conoscenze e di aspettative da una cultura ad un’altra.

Gli interlocutori, provenienti da culture diverse, in una maniera o in un’altra, automaticamente o no, intenzionalmente o meno, nella pratica dell’interscambio iniziano ad agire in conformità con i loro atteggiamenti culturali e ciascun soggetto si aspetta dall’altro un comportamento simile a quello cui sono abituati nella loro cultura d’origine.
Però non sempre tutte le nostre norme comportamentali trovano corrispondenza in altre culture, poiché altre culture possono aver determinato radicate norme comportamentali diverse dalle nostre, nel tempo.

Seconda parte di questo articolo >

Articolo scritto da:
Prof.ssa Olga Kobzeva
Docente di lingua russa, mediazione scritta attiva e lingua per gli affari
Presso Scuola Superiore per Mediatori Linguistici
Pisa

Il linguaggio influenza il modo di pensare (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Alcune strutture della lingua derivano dal modo in cui la comunità linguistica che la utilizza percepisce il mondo.

Anche gli scrittori, all’interno delle loro opere,hanno spesso ripreso il tema dell’influenza delle strutture linguistiche sullo sviluppo cognitivo e sul modo di pensare dei soggetti che parlano una determinata lingua. George Orwell, per esempio, nel suo romanzo “1984” immagina e descrive la “Neolingua”, una lingua artificiale imposta da un regime totalitario e volutamente caratterizzata da un vocabolario limitato, al fine di rendere impossibile ogni pensiero eretico (cioè contrario ai princìpi del regime). In questo caso la popolazione non può pensare all’insurrezione perché la lingua che utilizza non ha parole che esprimano questo concetto, che quindi non esiste.

Un recente studio ha inoltre evidenziato come i parlanti anglofoni tendano a dirottare i propri pensieri su aspetti diversi rispetto ai soggetti di madrelingua tedesca, quando per esempio si soffermano ad osservare un’azione. In particolare, i ricercatori hanno potuto dimostrare che gli individui di lingua inglese tendono a concentrarsi sulle dinamiche dell’azione, mentre quelli di lingua tedesca ad interrogarsi sullo scopo di quella medesima azione.

Anche gli individui bilingue hanno mostrato diverse reazioni rispetto all’azione, a seconda che essa fosse descritta in inglese o in tedesco.

Altri studi ancora hanno dimostrato come le persone tendano a prendere decisioni maggiormente orientate all’utilità e al beneficio quando sono costrette a parlare in una lingua straniera rispetto a quando parlano la propria lingua nativa. In quest’ultimo caso, infatti, si sono rilevate maggiori anche le emozioni in grado di trasparire attraverso il linguaggio verbale, ma questo è dovuto essenzialmente alla maggiore distanza emotiva che associamo alle lingue straniere.

Ovviamente, resta da verificare se questi studi, spesso condotti utilizzando un numero molto limitato di persone, siano da considerarsi validi e significativi. D’altra parte, spesso le azioni degli individui sono conseguenza del loro carattere e della loro personalità piuttosto che del loro background linguistico.

Non si può comunque negare che siano indagini molto interessanti, che stimolano una riflessione sulla relazione che intercorre tra la lingua che parliamo e lo sviluppo dei nostri pensieri e della nostra visione del mondo.

Fonte: Articolo scritto da Brigitte Schreyer e pubblicato il 18 giugno 2017 sul proprio blog

Traduzione dal tedesco a cura di:
Samantha Di Venezia
Traduttrice freelance DE/EN/ES > IT
Larciano (PT)

Il linguaggio influenza il modo di pensare

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Che cos’è il linguaggio? In che modo influisce sul nostro pensiero? Il linguaggio non è soltanto un mezzo di comunicazione fatto di suoni e parole. Diversi studi hanno infatti dimostrato che la lingua che utilizziamo influisce anche sul nostro modo di pensare.

L’ipotesi di Sapir-Whorf è soltanto uno dei numerosi studi che hanno approfondito la relazione esistente tra linguaggio e mente. Secondo questo studio sarebbe la lingua, con le sue strutture, a determinare il modo di pensare della comunità linguistica che la utilizza.

Questa ipotesi ha quindi condotto alla più importante teoria a sostegno dell’intraducibilità dei testi.

Nel diciannovesimo secolo, il linguista e scienziato Wilhelm von Humboldt fu uno dei primi a riprendere questa idea, sostenendo la teoria secondo la quale la lingua costituirebbe lo strumento di strutturazione del pensiero. Questo equivarrebbe a dire che siamo in grado di pensare soltanto a ciò che è definibile attraverso la lingua.

Circa 100 anni più tardi, il filosofo Ludwig Wittgenstein scriverà: “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. In sintesi, tutti questi pensatori consideravano il linguaggio la base di ogni pensiero: senza il primo non sarebbe esistito il secondo.

Ma ci sono emozioni e sentimenti che gli esseri umani non riescono ad esprimere a parole. Quante volte rimaniamo senza parole o riscriviamo qualcosa mille volte senza riuscire mai ad arrivare al punto e a mettere nero su bianco esattamente quello che vorremmo dire?

Si potrebbe supporre, quindi, che più ampio è il nostro vocabolario, più diversificati saranno i nostri pensieri. Di conseguenza, per i parlanti la cui lingua madre si caratterizza per un vocabolario limitato, l’apprendimento di una lingua straniera si convertirebbe in un miglioramento della capacità di espressione e in un “ampliamento del pensiero”, da cui deriverebbe l’acquisizione di un nuovo punto di vista sul mondo.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Brigitte Schreyer e pubblicato il 18 giugno 2017 sul proprio blog

Traduzione dal tedesco a cura di:
Samantha Di Venezia
Traduttrice freelance DE/EN/ES > IT
Larciano (PT)

Tradurre e insegnare lo Spagnolo (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

D: Cosa diresti a chi accusa di ingerenza un traduttore che dà lezioni di spagnolo, come nel caso di un professore di inglese che offre servizi di traduzione senza avere la formazione adeguata?

R: Uff, ingerenza. Sono d’accordo che in tutti i settori dobbiamo proteggerci da eccessi di ingerenze, ma credo anche che non tutti miriamo agli stessi clienti. Un professore di inglese e un traduttore ben formato arriveranno a clienti diversi con esigenze e necessità diverse. Allo stesso modo, un traduttore con dieci anni di esperienza arriverà a clienti che per me, che di anni di esperienza ne ho appena tre, al momento sono inaccessibili.

Forse risulto un po’ drastica, ma credo che sia molto più utile, sia personalmente che per la collettività, lottare per dimostrare il nostro valore che litigare con gli intrusi. In fin dei conti, se tutti noi ci sforziamo per dimostrare perché siamo bravi in ciò che facciamo, verremo apprezzati ancora di più e gli intrusi avranno uno spazio minore nel nostro settore.

Credo che la stessa cosa si possa applicare all’insegnamento: io non ambirò agli stessi alunni di un laureato in filologia con molti anni di esperienza, ma non credo neanche che sia più utile per lo stesso laureato in filologia impegnarsi a «scacciare» l’intruso rispetto a dimostrare perché scegliere lui come professore. Poi è a discrezione della singola persona formarsi per essere un buon professionista o meno. Ho frequentato il corso di formazione per professori di spagnolo per stranieri dell’Instituto Cervantes, sono esaminatrice dei livelli A1-A2 e frequento regolarmente corsi sull’insegnamento dello spagnolo.

Grazie mille a Inés per averci raccontato in prima persona la sua esperienza di conciliazione delle sue due professioni. Ci avevate pensato? Io stessa ho frequentato un corso di insegnamento dello spagnolo di oltre 200 ore, ma devo ammettere che non avrei mai pensato che creare la mia piattaforma fosse fattibile, semplice e proficuo. Ma a quanto pare è così! All’inizio dell’articolo trovate il link per il corso di Beatriz Mora che Inés ha frequentato, ve lo reinserisco qui.

Fonte: Articolo scritto da Merche García Lledó e pubblicato il 19 dicembre 2016 sul sito Traducir&Co

Traduzione a cura di:
Giovanni  Gemito
Traduttore freelance EN > IT – IT > ES – FR > IT
Napoli

Tradurre e insegnare lo Spagnolo (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

D: ¿Perché credi che noi traduttori dovremmo prendere in considerazione questa possibilità?
Credo che sia una magnifica possibilità per i traduttori a cui, come nel mio caso, appassiona insegnare e lavorare con lo spagnolo. È un modo per differenziare le entrate. Inoltre, insegnare lo spagnolo online, e non in presenza, ti consente di organizzare molto meglio il tuo tempo: puoi tradurre tra una lezione e l’altra o, ad esempio, dedicare la mattina a tradurre e il pomeriggio a fare lezione o viceversa. Questo è molto più difficile con le lezioni in presenza, perché finisci per perdere molto tempo tra il trasporto e le ore morte.

Inoltre credo che, in generale, a noi traduttori attira tutto ciò che si relaziona con altre lingue e culture. Diversamente dall’insegnamento in presenza, essere professore online ti consente di fare lezione a persone provenienti da qualsiasi posto nel mondo. Trovo molto stimolante parlare con alunni provenienti dal Giappone, dalla Norvegia, dalle Filippine o dal Canada e conoscere i loro punti di vista, le loro vite e le loro esperienze. Ogni giorno imparo qualcosa di nuovo.

D: Quale è stato il procedimento che ti ha portato a decidere di addentrarti in questo campo fino a quando non hai iniziato ad avere i tuoi primi alunni?

R: Il corso che ho frequentato, enseñandoespañol online, era molto pratico e dava tantissime informazioni utili con cui avrei potuto portare avanti il progetto. È stato un buon investimento nella formazione. Ho frequentato il corso per due settimane; dopo altre due avevo il mio sito web funzionante e da lì ho trovato i miei primi alunni. Inoltre, ho investito nella collocazione e nel dominio del sito web. Tutto è oramai abbondantemente ammortizzato.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Merche García Lledó e pubblicato il 19 dicembre 2016 sul sito Traducir&Co

Traduzione a cura di:
Giovanni  Gemito
Traduttore freelance EN > IT – IT > ES – FR > IT
Napoli

Tradurre e insegnare lo Spagnolo

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Gli sbocchi professionali a cui aspira un traduttore vanno oltre l’essere correttore, revisore, project manager o responsabile della qualità. Uno dei grandi sbocchi a cui molti aspirano è dedicarsi all’insegnamento dello spagnolo e, a tal proposito, oggi intervisto Inés, una traduttrice professionista che pratica entrambe le professioni. Nello specifico, lei insegna spagnolo sulla sua piattaforma online.

Inés Fernández Taboada è di A Coruña, ha studiato a Granada e vive a Salisburgo. Traduce DE/EN > ES ed è specializzata nella traduzione letteraria e audiovisiva, ma si occupa anche di traduzione tecnica e giurata. Dopo la laurea, le è stato offerto un posto di assistente di conversazione in Austria, dove da allora (2013) vive e lavora come traduttrice autonoma. Un anno dopo, si è specializzata in traduzione audiovisiva con il METAV (máster en Traducción Audiovisual) dell’Università Autonoma di Barcellona.

D: Quando hai deciso, come traduttrice, di diventare professoressa di spagnolo online? Eserciti entrambe le professioni?

R: Mentre leggevo un blog che mi piace, mi sono imbattuta in un’intervista a Beatriz Mora, una ragazza che offriva un corso per diventare professore di spagnolo online. Avevo dato lezioni di spagnolo in presenza sia durante la carriera universitaria che come assistente di conversazione e tramite lezioni private in Austria, ma non avevo mai preso in considerazione l’idea di insegnare online. Mi sono resa conto che rappresentava un’ottima possibilità per me e quindi ho avviato il mio progetto Palabrerías.

Inizialmente, avevo accantonato l’insegnamento per dedicarmi pienamente al mio progetto di traduttrice autonoma e non l’ho ripreso fino a quando non è comparsa questa possibilità. Non ci ho pensato più di tanto. Insegnare lo spagnolo è qualcosa che adoro e inoltre mi offre qualcosa di molto importante che mi mancava nel mio quotidiano: i contatti sociali.

Attualmente l’insegnamento dello spagnolo occupa circa un terzo della mia giornata lavorativa. Quando decisi di iniziare, mi organizzai in modo da non togliere tempo alla traduzione e allo stesso tempo per fare in modo che mi servisse come entrata principale e regolare per poter così tralasciare gli ambiti che mi piacciono di meno (le traduzioni tecniche). Inoltre, avere un’entrata principale mi consente di dedicare più tempo a trovare clienti migliori per la traduzione letteraria e audiovisiva, che sono le uniche due specialità a cui aspiro a dedicarmi nel medio termine.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Merche García Lledó e pubblicato il 19 dicembre 2016 sul sito Traducir&Co

Traduzione a cura di:
Giovanni  Gemito
Traduttore freelance EN > IT – IT > ES – FR > IT
Napoli

Le origini della linguistica dei corpora

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

L’era del digitale ha consentito un significativo sviluppo della ricerca linguistica, grazie all’enorme disponibilità di testi, di tutti i generi, in formato elettronico. Oggi, le banche dati e i corpora linguistici a disposizione, molti dei quali di libero accesso, possono essere utilizzati per rappresentare l’evoluzione storica delle lingue, per la didattica e, non da ultimo, possono costituire una preziosa risorsa per i traduttori (i corpora multilingue in modo particolare).

Ma quali sono le origini della linguistica dei corpora?

La tradizione anglosassone viene oggi considerata preponderante nel panorama mondiale. Il Brown Corpus of American Written English è stato pubblicato nel 1964, ma già negli anni Cinquanta Charles Carpenter Fries aveva dato un contributo fondamentale con la sua grammatica descrittiva della lingua inglese basata su un consistente corpus di conversazioni telefoniche.

Secondo Manuel Barbera, ricercatore dell’Università degli Studi di Torino e autore del volume “Linguistica dei Corpora e linguistica dei corpora italiana. Un’introduzione”, viene generalmente taciuto, soprattutto nella manualistica di lingua inglese, l’importante ruolo italiano nella disciplina, che ha radici ben più antiche di quelle anglosassoni. Infatti, come sottolineato più volte da Francesco Sabatini, nella storia della lingua italiana grammatici e lessicografi hanno fatto ricorso a corpora di testi fin dai tempi di Dante, anche nelle dispute linguistiche. Questo a causa della condizione particolare della nostra lingua, nata attraverso l’opera di grandi scrittori e mantenuta vitale per lungo tempo attraverso l’uso scritto.

Quindi, secondo Barbera, la tradizione italiana dovrebbe assumere un ruolo centrale nella linguistica dei corpora in primis perché, come sopra menzionato, il procedimento corpus based è alla base della storia linguistica italiana (tanto è vero che il Dizionario della Crusca del 1612 è stato costruito proprio su testi). Non solo: secondo Barbera, si dovrebbe dare adeguato rilievo anche all’opera del Padre Roberto Busa il quale, nel 1949, diede inizio all’Index Thomisticus, una lemmatizzazione, a quanto sembra già basata su conteggi elettronici, dell’opera di Tommaso D’Aquino e degli scritti a questo connessi.

Il volume di Barbera, così come il sito della Crusca, ci mettono a disposizione un ricco elenco di banche dati e corpora di varie tipologie (multilingue, traduzionali e interpretariali, giornalistici, giuridici, radiofonici e televisivi, solo per citarne alcuni)e la quantità di materiale a disposizione per la lingua italiana è davvero sorprendente.

Articolo scritto da:
Virginia Leo
Traduttrice EN-FR, IT
Cervia (RA)

Bibliografia
- Barbera Manuel (2013), Linguistica dei corpora e linguistica dei corpora italiana. Un’introduzione, Q.u.A.S.A.R. srl, Milano (l’e-book è scaricabile gratuitamente dal sito www.bmanuel.org).
Accademia della Crusca (ultimo accesso febbraio 2019)

Il corpo rivela ciò che nella lingua si cela (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Interpretare il corpo
“Il fatto è che lei vede ma non osserva; qui sta la differenza!”[1]

Comprendere realmente una persona
Saranno innumerevoli le volte in cui ci si trova a contatto con una persona, sul posto di lavoro, in famiglia, ad una festa; qualunque siano le circostanze, si è sempre spinti ad interagire con un altro individuo e ciò può avvenire parlando o anche soltanto guardandosi negli occhi, poiché persino “guardare” è uno dei simboli più percettivi del linguaggio corporale. L’obiettivo principale è capire soprattutto  i pensieri e nonostante sia umanamente impossibile leggere nella mente, ciò che il corpo comunica è un chiaro indizio per svelare quella parte remota dell’essere. Come tutti sanno, la natura ha donato all’essere umano i cinque sensi e nella comunicazione non verbale quelli utilizzati per esprimere qualcosa sono prevalentemente il tatto e la vista;  i restanti tre, invece,  hanno una funzione decisamente passiva, giacché entrano in gioco quando si recepisce un’informazione.

C’è anche chi parla del cosiddetto “sesto senso”, considerato quasi un dono e talvolta denominato “intuito femminile”, poiché attribuito in particolar modo alle donne. Dopotutto è risaputo che esse siano più inclini ad entrare nella mente degli altri e a capire immediatamente le intenzioni della persona con cui hanno a che fare, specialmente se dello stesso sesso; questo perché, essendo tali,  sono consapevoli di certe azioni e sentimenti di altre donne, e di come potrebbero comportarsi in determinate circostanze. Del resto  non si presta molta attenzione alle proprie posture e ai propri gesti, difatti , pur quando si manifesta un certo stato d’animo le parole dicono tutt’altro.

Questa contraddizione fa notare come il linguaggio del corpo rifletta il vero e proprio stato emozionale della persona, ascoltando ciò che  si dice e cogliendo ogni minimo movimento. Per tale motivo è necessario essere percettivi, ossia leggere e captare quei piccoli dettagli presenti nei segnali non verbali per poi metterli a confronto con quelli verbali e scoprire se vi siano contraddizioni. Ad ogni modo non è così semplice come sembra; affinché si riesca a decodificare la vera personalità di un individuo, bisogna tener conto anzitutto del carattere, attuando una sorta di psicoanalisi.

Risulta essere quell’atteggiamento alla cui base  vi è infatti sia una componente psichica che somatica, le quali permettono alla persona di affrontare la vita, di porsi di fronte agli altri, al mondo. “Il linguaggio del corpo è nato dalla necessità di integrare in uno schema unitario i concetti psicoanalitici fondamentali [...] che stanno alla base della nostra terapia, unità che viene raggiunta clinicamente con l’applicazione dei principi dell’analisi del carattere.”[2]
Dunque l’obiettivo principale è quello di approfondire il modello di comportamento, che denota come ogni gesto si inserisca in un determinato contesto;  pertanto svolgere  questa analisi mostra come i processi del linguaggio del corpo possano rivelare il carattere stesso dell’individuo.

Articolo scritto da:
Francesca Dutti
Traduttrice
Foggia


[1] Arthur Conan Doyle (1859-1930).
[2] Alexander Lowen, Il Linguaggio del Corpo, Paolo di Sarcina e Maura Pizzorno, Milano 1958, p. 103

Il corpo rivela ciò che nella lingua si cela (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Probabilmente nessuno ci fa caso, ma gli umani non sono gli unici esseri viventi capaci di comunicare, difatti il linguaggio del corpo è l’unico sistema di comunicazione presente nel regno animale. A questo punto è evidente che, pur non avendo l’abilità di parlare, le varie specie riescono ugualmente ad interloquire fra loro mediante versi o movimenti del corpo. In fin dei conti, è praticamente impossibile non comunicare.

La comunicazione non verbale
Tutto ciò che non implica l’uso delle parole fa parte di un insieme di fenomeni, quali gesti, sguardi e qualità della voce che vengono trasmessi attraverso la comunicazione non verbale. Può essere percepita in maniera consapevole o inconsapevole ed essere espressa volutamente e non, dato che fornisce informazioni principalmente su stati d’animo ed emozioni. Il linguaggio non verbale fa uso di un sistema di segni, i quali sono le unità fondamentali della comunicazione. Il tipo di segno che descrive questa attività è il segnale, usato intenzionalmente o motivato naturalmente, come ad esempio uno sbadiglio, il quale può delineare noia o sonno. Molteplici studi e osservazioni sono stati portati avanti dai migliori esperti in linguaggio e comunicazione, tra i quali il noto Albert Mehrabian , psicologo e professore statunitense  di origini iraniane.

Da ciò che ha scritto in Silent Messages (1971) e confrontandosi con altri studiosi, ha poi dedotto la cosiddetta regola del 7-38-55, la quale afferma che il canale  maggiormente utilizzato per comunicare è  proprio il linguaggio non verbale, con una percentuale del 55%, mentre la restante parte è costituita dal linguaggio para verbale ( timbro, tono e ritmo della voce) con il 38% e da quello verbale (semplici parole pronunciate) con solo il 7%.

Evidentemente questo accade perché si utilizza il linguaggio del corpo al fine di rafforzare e dare più valore al messaggio e , in certi termini, tende  anche a superarlo. Ad ogni modo la comunicazione non verbale andrebbe studiata a fondo per capire ciò che realmente viene trasmesso, che sia un’emozione, uno stato d’animo o  una menzogna.

Terza parte di questo articolo >

Articolo scritto da:
Francesca Dutti
Traduttrice
Foggia

Il corpo rivela ciò che nella lingua si cela

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Non a tutti capita di osservare una persona, e per “osservare” si intende entrare in quell’immenso mondo dell’interiorità umana che non viene considerato del tutto, o almeno, non quello che realmente si vuol far vedere. Facendo una riflessione, c’è sempre una parte nascosta che non si mostra agli altri con il semplice linguaggio verbale e dunque il semplice parlare, bensì attraverso la gestualità del corpo. A volte esso è spontaneo, naturale, dovuto a sintomi o reazioni involontarie, ma qualunque sia la ragione, il corpo trova sempre il modo di comunicare. Se ci si fa caso, è sin da prima della nascita che i gesti entrano in scena, come ad esempio quel tenero momento in cui il bambino, ancora in grembo, dà dei “calcetti” ogni volta che si muove per far notare a tutti la sua presenza.

Così come il neonato utilizza i propri piedini, l’uomo, durante il suo percorso di vita, si fa capire attraverso espressioni facciali, movimenti del corpo e persino degli stessi occhi; tutto si può esprimere senza neanche aprir bocca. Qualsiasi gesto, postura o anche un semplice sguardo sono un vivo segnale di comunicazione, il che significa scambiarsi informazioni l’un l’altro. Perché si utilizza il verbo “scambiare”? Rispondere è naturale, poiché, quando una persona manda un segnale al suo interlocutore, ha come obiettivo che quest’ultimo dia una sorta di “feedback”, ossia una risposta da parte del ricevente affinché abbia percepito quella determinata informazione. Questo è comunicazione, positiva o negativa che si voglia intendere. Ebbene sì, un gesto che sembra apparentemente normale, in altri ambiti e paesi risulta totalmente diverso e talvolta offensivo. Ciò accade perché il linguaggio del corpo non è sempre lo stesso in tutto il mondo, sicché ogni cultura possiede tradizioni distinte.

Un chiaro esempio lo si può notare nel classico “gesticolare”, tipico del popolo italiano (particolarmente diffuso nel sud del Paese); ciò non significa che è l’unico a farne uso, ma uno stesso gesto eseguito altrove ne trasforma il significato, tant’è che in Gran Bretagna, ad esempio, la “V” in segno di vittoria con il palmo della mano rivolto verso di sé equivale ad un segno irriverente. Per cui bisogna prestare molta attenzione a come ci si esprime, nonostante ci sia l’abitudine di accompagnare sempre un gesto a ciò che si vuol dire. Tuttavia l’atto vero e proprio o movimento che sia ha avuto origine ancor prima del linguaggio, poiché era l’unico metodo di comunicazione primitivo dell’uomo, non essendosi ancora evoluto per poter fare uso del linguaggio verbale.

Seconda parte di questo articolo >

Articolo scritto da:
Francesca Dutti
Traduttrice
Foggia

Doppiaggio, lingue e accenti (4)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Terza parte di questo articolo

Sono pochi i casi in cui si adotta questo approccio per tradurre la variazione linguistica nella traduzione audiovisiva. Uno di essi, con la combinazione linguistica italiano-tedesco, è quello presentato da Heiss e Soffritti (2009) che, basandosi su Pym (2000), cercano di capire quale sia la funzione dei fenomeni dialettali concreti scelti e come si trasferisca tale funzione nella lingua di arrivo, e propongono una lista di soluzioni per compensare la perdita degli elementi dialettali delle produzioni testuali originali.

Sulla stessa falsa riga si posiziona Alemán (2005), che in un suo studio presenta una proposta di doppiaggio del film britannico Billy Elliot diversa da quella utilizzata nel doppiaggio ufficiale. Nell’audio originale la varietà diatopica geordie dei personaggi si sovrappone al loro status sociale di appartenenti alla classe operaia; tuttavia, nel doppiaggio in spagnolo europeo riservato alla proiezione nelle sale cinematografiche e alla distribuzione commerciale, l’accento diventa neutro, una perdita a cui Alemán (2005) propone di rimediare. Per l’autore i personaggi appartenenti alla classe operaia dovrebbero differenziarsi e utilizzare un castigliano popolare che, pur non inquadrandoli in una varietà diatopica, tenga conto della differenza sociale. Il pericolo che si corre con questa soluzione è che lo spettatore della lingua di arrivo abbia l’impressione che i personaggi impieghino un registro più basso della versione inglese, visto che il contesto sociale e linguistico dell’originale si perderebbe ed è probabile che non si capisca il motivo dell’uso di un castigliano popolare nel contesto originale del film».

Come potete vedere, non si tratta di un tema per niente irrilevante e che bisogna pensarci non una, ma più volte prima di sostituire un accento o un dialetto con un altro. Ma se niente di questo vi convince, pensate alla figura del lektor nella televisione polacca: nessun accento, poca intonazione e la stessa voce per tutti i personaggi.

E voi che ne pensate della soluzione del trailer? Vi convince? Come sempre, apprezzerò i commenti che lascerete. Alla prossima!

Fonte: Articolo pubblicato il 16 agosto 2018 sul blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Antonella Leoci
Neolaureata in Specialized Translation
Terlizzi (BA)

Doppiaggio, lingue e accenti (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Non voglio dilungarmi oltre, perché un blog ha i suoi limiti, ma vi propongo un frammento di un articolo di Gloria Uclés, in modo che capiate la complessità della questione e quanto questa problematica venga studiata:

«Nella pratica, quando vengono proposti dei modi di agire rispetto alla presenza di variazione diatopica nel testo di partenza, esistono principalmente due linee di pensiero: una di tendenza non interventistica e un’altra che propone di sostituire le varietà dell’originale con altre che siano equivalenti dal punto di vista funzionale. Nel primo gruppo si colloca Rabadán (1991: 97), che considera inaccettabile che si utilizzino equivalenti funzionali per tradurre la varietà diatopica e afferma che in genere questo problema si risolve mediante l’uso della forma standard della lingua di arrivo, oppure traducendo con le forme standard ed esplicitando che l’espressione dell’enunciato è in dialetto.

Focalizzandosi esclusivamente sulla traduzione audiovisiva, Agost (1999: 129) segnala la difficoltà che in essa rappresenta la presenza dei dialetti e afferma che nelle versioni doppiate in spagnolo è abituale sentire gli indios parlare all’infinito, i neri di Harlem utilizzare vari gerghi, o addirittura capita spesso che i dialetti dell’inglese vengano tradotti in catalano attribuendo a ogni personaggio una variante geografica di questa lingua (Agost, 1999: 63). Tuttavia, successivamente, sulla falsa riga di Rabadán (1991), aggiunge che adottare queste soluzioni solitamente è sconsigliabile: “Molti professionisti della traduzione ritengono che questa non sia la soluzione migliore e sono favorevoli all’idea di attribuire a ogni personaggio dei tratti linguistici particolari per caratterizzarlo, grazie ai quali lo spettatore capisca subito che ci sono delle differenze con gli altri personaggi.” (Agost, 1999: 63).

Rispetto a questa linea di pensiero, altri autori propongono come soluzione alla presenza di varietà dialettali la sostituzione del dialetto della lingua di partenza con un altro dialetto equivalente nella lingua di arrivo. Il concetto di equivalenza non va considerato come una corrispondenza geografica (cosa impossibile, visto che si tratta di due lingue diverse), ma in termini di equifunzionalità: il dialetto della lingua di arrivo deve assolvere le stesse funzioni dell’originale (Catford, 1965: 87). A questa importanza della funzione del dialetto contribuisce anche Pym (2000), che ritiene fondamentale individuare, prima di tutto, quale sia la funzione assolta dalla variazione diatopica in un testo e, una volta analizzata la stessa, Pym conclude che i traduttori devono cercare in ogni modo di riprodurre nel testo di arrivo l’effetto che il dialetto produceva nel testo originale.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato il 16 agosto 2018 sul blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Antonella Leoci
Neolaureata in Specialized Translation
Terlizzi (BA)

Doppiaggio, lingue e accenti (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Gli altri in traduzione
Nella traduzione a volte si vince e a volte si perde. Si cerca di perdere il meno possibile, ma non esiste una soluzione unica per tutto né una che accontenti tutti. È questa la realtà. Possono presentarsi dei problemi persino quando si fa riferimento alla propria lingua, il classico «Do you speak English?» («Parli inglese?») in un film statunitense che diventa in spagnolo, in un estremo tentativo di salvataggio, «¿Hablas mi idioma?» («Parli la mia lingua?») o «¿Me entiendes?» («Capisci quello che dico?»).

Un altro problema frequente è tradurre in spagnolo qualcosa che in lingua originale è già in spagnolo. Per esempio, ricordo una soap erotica di alcuni anni fa in cui i protagonisti, statunitensi, scappavano in Messico. La ragazza si sentiva un po’ persa perché non capiva lo spagnolo e il ragazzo faceva da interprete. Il problema era che quella forma di spagnolo era perfettamente comprensibile e la traduzione non avrebbe funzionato. La mia soluzione è stata quella di utilizzare forme dello spagnolo messicano ed espressioni più dialettali che erano difficili da capire per la protagonista. Tradurre è decidere cosa o chi tradire affinché il destinatario della traduzione riceva e usufruisca del prodotto come lo farebbe il destinatario della versione originale.

Senza dubbio, la difficoltà maggiore si presenta quando si deve tradurre un determinato accento. Per fortuna ora disponiamo di molti esempi, alcuni più recenti di altri, di come questi problemi siano stati risolti al cinema e in televisione, cosa che rappresenta un grande aiuto. Ecco qui alcuni illustrati da +Babbel:

[IL TRONO DI SPADE, dal 2011: accenti diversi in inglese; in tedesco parlano un tedesco senza accento; in francese parlano un francese senza accento; in italiano parlano un italiano senza accento; in spagnolo parlano uno spagnolo senza accento]

[MICKEY O’NEIL (BRAD PITT) IN SNATCH – LO STRAPPO (2000): in inglese ha una parlata pikey; in tedesco parla un tedesco farfugliato; in francese parla un francese farfugliato; in italiano usa il gergo gitano; in spagnolo usa il gergo gitano]

[TENENTE ARCHIE HICOX (MICHAEL FASSBENDER) IN BASTARDI SENZA GLORIA (2009): in inglese parla un tedesco con accento inglese; in tedesco parla un tedesco senza accento; in francese parla un francese senza accento; in italiano parla un italiano senza accento; in spagnolo parla uno spagnolo senza accento]

[IL GATTO CON GLI STIVALI (ANTONIO BANDERAS) IN SHREK (2004-2009-2011): in inglese parla un inglese con accento spagnolo; in tedesco parla un tedesco con accento spagnolo; in francese parla un francese con accento spagnolo; in italiano parla un italiano con accento spagnolo; in spagnolo usa il dialetto andaluso]

[ELIZA DOOLITTLE (AUDREY HEPBURN) IN MY FAIR LADY (1964): in inglese parla il cockney; in tedesco parla il dialetto berlinese; in francese usa un accento non meglio definito della classe operaia; in italiano parla un misto di dialetti (pugliese, napoletano, ciociaro); in spagnolo usa un accento della Spagna meridionale, tipico di gente di bassa estrazione e classe operaia]

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato il 16 agosto 2018 sul blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Antonella Leoci
Neolaureata in Specialized Translation
Terlizzi (BA)

Doppiaggio, lingue e accenti

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Quante ne hai combinate, Merida
Ed ecco l’ennesimo caos per un doppiaggio. Se ultimamente non avete frequentato molto i social network perché siete in vacanza e avete cose migliori da fare (e vi capirei tranquillamente), vi faccio un breve riassunto qui. Alcuni giorni fa è uscito il trailer del film Ralph Spacca Internet (2018), nel quale vediamo tutte le principesse Disney in una stanza, compresa Merida (Ribelle – The Brave, 2012) che parla uno scozzese stretto, con grande rapidità e articolando pochissimo le parole. Ciò che rende divertente la scena è che le altre principesse non la capiscono e una di loro chiude così la questione: «È dell’altra casa di produzione» (Pixar).

Da parecchio tempo sui social network tutti hanno iniziato a speculare su come sarebbe stato il doppiaggio in spagnolo e, vai a capire per quali meccanismi, molti hanno ipotizzato fantasiosamente un doppiaggio in murciano o galiziano. Chi era per la prima ipotesi la difendeva perché apparentemente il murciano è poco comprensibile e chi era per la seconda sottolinea le radici gaeliche del galiziano (sic).

Ad ogni modo, il trailer in spagnolo è uscito un paio di giorni fa e no, non hanno utilizzato né il galiziano né il murciano. Hanno deciso di far parlare Merida a gran velocità e in maniera incomprensibile, non articolando bene le parole. Ed è successo un gran caos. Così si perde la magia, hanno tradito l’originale, ecc.

Vediamo le due versioni:

https://www.youtube.com/watch?v=MRD6HiPupW0
https://www.youtube.com/watch?v=mS7hjGnftDA

Ma va’, che esagerazione. A me sembra una buona soluzione. Avrebbero potuto farle articolare le parole di meno o diversamente? Probabile. Ma far parlare questo personaggio con un accento o un dialetto della lingua spagnola, questo no. Innanzitutto, qui si parla di credibilità. Il cinema ha stretto un patto sacro con lo spettatore: deve credere a ciò che succede sullo schermo. Anche se si tratta di animazione, è credibile che un personaggio parli con un accento spagnolo molto marcato? Bisogna considerare che questo è il personaggio di un film ambientato in Scozia e non nell’isola murciana La Manga del Mar Menor. Tradire questa credibilità comporta delle conseguenze e, se fatto di proposito, si crea un’altra versione, che non è una semplice traduzione, ma un vero e proprio adattamento. Esempi classici ne sono i doppiaggi delle sitcom degli anni ’90 e, più di recente, film come Ted (2012), del quale abbiamo già parlato in questo articolo.

D’altro canto c’è il discorso della coerenza. Nella versione spagnola di Ribelle – The Brave Merida fu doppiata appunto in spagnolo e la si capiva perfettamente. Se nel suo film parlava uno spagnolo standard (non lo chiamo neutro per evitare equivoci) perché qui dovrebbe parlare in maniera diversa? Andiamo a vedere cosa succede nell’originale. L’accento scozzese era forte come in questo trailer? No. In Ribelle – The Brave l’accento non era così marcato, anche se l’attrice era la stessa. L’accento è diventato così marcato in Ralph Spacca Internet per far ridere. Credetemi, se ci fosse stata qualche discrepanza, sarebbe stata la stessa cosa. Ricordate che tragedia quando nel trailer spagnolo di Alla ricerca di Dory la voce di Dory non era quella di Anabel Alonso? Beh, la coerenza è essenziale.

Un altro fattore importante, almeno secondo me, è la sensibilità. In un momento in cui i “sentimenti” linguistici e territoriali sono sempre molto forti e presenti, non mi sorprenderebbe se qualcuno si lamentasse del fatto che al galiziano o al murciano siano associate queste caratteristiche dello sketch: che non si capisce, che parla come se avesse una patata in bocca, ecc.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato il 16 agosto 2018 sul blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Antonella Leoci
Neolaureata in Specialized Translation
Terlizzi (BA)

Le difficoltà dell’interprete diplomatico (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Competenze fondamentali dell’interprete diplomatico

  • Ampio orizzonte. In caso di interpretariato per la diplomazia, è richiesta la comprensione della cultura di entrambi i Paesi, per essere in grado di trasmetterla con competenza al pubblico. I politici americani citano spesso la Bibbia nei loro discorsi, quindi quando ci si occupa della traduzione dei loro interventi, solo una persona che abbia familiarità con la Sacra Scrittura può accuratamente trasmettere il significato di quanto detto.
  • Conoscenza dei dialetti e sottigliezze della lingua. I politici cercano di attenersi alla lingua letteraria, ricordandosi dei traduttori, ma non è sempre così. Proverbi, detti, riferimenti a eventi e personalità – tutto questo non dovrebbe mettere l’interprete in un vicolo cieco.
  • Concentrazione e reazione rapida. Ciò è particolarmente vero per gli interpreti simultanei, perché devono letteralmente pensare allo stesso tempo dell’oratore. Un secondo di ritardo minaccia perdita di significato dell’intera frase.
  • Buona memoria. Oltre all’enorme vocabolario che gli interpreti tengono a mente, una buona memoria consente di ricordare con precisione il parlato dell’oratore durante la traduzione consecutiva.
  • Obiettività e neutralità politica. È importante trasmettere il discorso senza aggiungere nient’altro che si discosti da esso. Non è consentita qualsiasi sfumatura aggiunta dall’interprete che non fosse nelle parole dell’oratore.

L’interprete diplomatico: una persona nel mezzo

Se il traduttore di testi letterari sta tra lo scrittore e il lettore, l’interprete simultaneo in una conferenza scientifica sta tra lo scienziato e l’ascoltatore, quindi l’interprete diplomatico si trova tra due Stati, spesso tra due ideologie.

La traduzione di protocollo al più alto livello richiede non solo una conoscenza impeccabile di entrambe le lingue, ma anche una chiara comprensione della situazione nell’arena internazionale, la capacità di mettere in relazione le parole con il contesto politico, la conoscenza dell’etichetta diplomatica. La bellezza della parola e la scorrevolezza della stilistica cedono il posto, in questo tipo di traduzione, alla correttezza degli accenti politici, e anche le frasi frammentarie, taglienti e stravaganti sono inaccettabili.

Nell’interpretariato per la diplomazia non basta conoscere la lingua letteraria, altrimenti la traduzione del discorso di un rappresentante di qualsiasi Paese, dove ci sono diversi dialetti, può mettere uno specialista in un vicolo cieco. Nel caso dell’Inglese, è necessario avere una conoscenza sia della lingua classica di Oxford, che della lingua Inglese-Americana, poiché molti termini, in particolare quelli giuridici, non sono comparabili. È richiesta anche la conoscenza del Latino, poiché molti termini diplomatici hanno origine da questa lingua.

Fonte: Articolo scritto da Anton Rudanov e pubblicato il 18 luglio 2018 su Tranzilla.ru

Traduzione a cura di:
Dott. Alessandro Nicolini
Traduttore freelance EN˃IT / IT˃EN e RU˃IT / IT˃RU
Socio IATI, n. tessera 1259
Trento

Le difficoltà dell’interprete diplomatico

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Gli interpreti diplomatici sono dei professionisti, i cui malintesi possono costare caro al mondo.

Nell’arena internazionale essi diventano “eminenze grigie” in grado di incidere, con una parola erroneamente tradotta, sui cambiamenti della politica estera di uno Stato e sull’intera atmosfera della comunità mondiale. È particolarmente difficile tradurre per gli interpreti simultanei, visto che per orientarsi nel significato di una frase, hanno letteralmente una frazione di secondo.

Errori di interpreti passati alla storia

Anche gli interpreti diplomatici sono persone e le persone possono sbagliare. Rispetto ad altri interpreti, hanno molta più responsabilità e stress, che a volte sfocia in malintesi – divertenti o veramente pericolosi.

  • Una volta un malinteso dell’interprete ha peggiorato seriamente le relazioni tra Stati Uniti d’America e Spagna, sebbene non vi fossero assolutamente ragioni obiettive. L’allora Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Donald Rumsfeld, aveva espresso la possibilità di nuovi attacchi islamici nelle città europee. Il suo interprete invece aveva enunciato un nuovo atto terroristico che si sarebbe svolto in Spagna. Quindi il costrutto grammaticale, usato in modo scorretto, ha trasformato l’avvertimento alla prudenza in una minaccia esplicita a un altro Stato.
  • La visita di Jimmy Carter in Polonia, nel 1977, si è trasformata in un vero scandalo. Durante questo periodo la Polonia faceva parte del campo socialista, quindi un interprete russo, che conosceva abbastanza sia il Polacco che l’Inglese, è stato incaricato per l’incontro con il 39° Presidente americano. Carter ha cercato di conquistare il pubblico, il suo discorso è stato aperto e amichevole, ma a causa della mancanza di professionalità dell’interprete è stato tutto inutile. Già la prima frase del Presidente “Sono partito dagli Stati Uniti questa mattina” è stata tradotta in modo errato: secondo l’interprete, Carter [aveva detto] “Ho abbandonato gli Stati Uniti per non farvi più ritorno”. Successivamente tutto è volto al peggio: nella traduzione sono comparse allusioni alle parti intime delle donne polacche e alla forte attrazione sessuale di Carter verso i Polacchi. È stato chiamato un altro interprete con urgenza, ma all’incontro non poteva più essere posto rimedio.
  • Il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, in un suo discorso a una conferenza stampa, ha affermato che ogni Paese ha il diritto di sviluppare la tecnologia nucleare. L’interprete della CNN ha riferito ciò come una forte dichiarazione: l’Iran intende fabbricare armi nucleari. Non c’è nulla di divertente nei malintesi a questo livello.
  • Nel 2013, tutta la stampa spagnola ha discusso attivamente di uno scandalo politico senza precedenti, causato anche da traduzioni imprecise. Il Rappresentante per l’educazione dell’Unione Europea, Dennis Abbott, aveva menzionato la parola “rubbish” caratterizzando l’affermazione di Jose Vert – l’allora Ministro della Pubblica Istruzione spagnolo. La parola che può essere trasposta dall’Inglese come “qualcosa di completamente ridicolo” è stata tradotta con “spazzatura”.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Anton Rudanov e pubblicato il 18 luglio 2018 su Tranzilla.ru

Traduzione a cura di:
Dott. Alessandro Nicolini
Traduttore freelance EN˃IT / IT˃EN e RU˃IT / IT˃RU
Socio IATI, n. tessera 1259
Trento

I bambini, la cultura e i cartoni animati (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Definire la proprietà
I bambini amano i cartoni animati, guarderebbero i loro preferiti milioni di volte, quindi non c’è da sorprendersi se interiorizzano le lezioni che vengono raccontate. Ciò significa che i cartoni sono un potente mezzo per insegnare ai bambini cos’è lecito nella società. Nel film Madagascar, uscito nel 2005, la zebra Marty dice al suo amico leone “Excuse me! You’re biting my butt!” (lett. Scusami! Mi stai mordendo il culo!): questa affermazione non risulta particolarmente volgare per gli standard americani, ma può esserlo per altre culture.  Nella traduzione Georgiana del film, infatti, il traduttore ha cambiato la battuta originale in “Pardon! Is it possible that your teeth pierced me?” (lett. Scusi! E’ possibile che i suoi denti mi abbiano perforato?). Il significato del testo di partenza è restituito con un cambio di registro da informale a molto formale con l’uso della forma di cortesia (in italiano dando del “lei”, in inglese con il pronome “you”). Questo cambio di registro trasmette la confusione e la paura nervosa della zebra senza violare le norme della società della regione di destinazione.

Trasportare la cultura
I cartoni animati sono il primo prodotto audiovisivo della maggior parte dei bambini e per questo il primo assaggio di cultura. E’ importante che gli aspetti culturali siano integrati nei cartoni animati così da formarli per la loro società. Ad esempio nella traduzione cinese della serie televisiva Transformers,  il traduttore ha fatto un ottimo lavoro con la scelta dei nomi dei personaggi. Megatron è stato chiamato 威震天 (wei zhen tian, “potenza che fa tremare il cielo”), Menasor è stato chiamato飞天虎 (fei tian hu, “tigre volante nel cielo) e Thundercracker è diventato  惊天雷 (jing tian lei, “tuono che scuote il cielo”). Questi nomi non solo restituiscono fedelmente il potere e il vigore previsti dai nomi originali, ma inoltre sono tratti dalla letteratura marziale Cinese e danno prova dello stile iconico dei nomi composti (da 3 elementi) degli eroi leggendari Cinesi.
Come traduttore la creatività è sempre importante ma quando si tratta di cartoni, bisogna andare oltre ciò che verrebbe accettato normalmente nella traduzione. A volte può essere necessario apportare cambiamenti radicali per realizzare il “lavoro” più importante del cartone animato: Insegnare.

Fonte: Articolo pubblicato il 18 novembre 2014 sul blog Simply CSOFT

Traduzione a cura di:
Francesca Castiglione
Traduttrice contenuti audiovisivi
EN>IT IT>EN PT>IT
Roma, Italia

I bambini, la cultura e i cartoni animati

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Benché i cartoni animati nascano come forma d’intrattenimento con lo scopo di essere divertenti e ricreativi, essi hanno la funzione di piattaforma educativa per i bambini. Questi ultimi assorbono molte informazioni dai loro cartoni preferiti; apprendono la loro cultura, il valore e la moralità nella loro società, e gli aspetti che rendono un personaggio buono o cattivo (spesso si tratta di animali nel caso dei cartoni).

Per produrre una traduzione educativa spesso i linguisti dei cartoni devono lavorare sui contenuti in maniera molto più creativa e trasformativa di quanto facciano i traduttori di contenuti per adulti. Nell’articolo del blog di oggi, si analizzano le tecniche con cui i traduttori creano contenuti culturalmente appropriati per bambini.

Insegnare la storia
Ogni cultura ha una storia di associazioni con altri popoli e luoghi; talvolta le vicende storiche possono essere offensive per le altre culture. Ad esempio, il film Aladdin del 1992 della Disney, inizia con un mercante arabo che attraversa il deserto. Cavalcando il suo cammello canta “Le notti d’Oriente”, una canzone che include la frase “It’s barbaric, but it’s home” (è barbara, ma è casa).  La designazione “barbara” della civiltà Araba rimanda ad alcune relazioni storiche tra l’Europa e il mondo Orientale tuttavia può risultare razzista e inaccettabile. I traduttori avrebbero potuto scegliere parole il cui significato fosse vicino a “selvaggia” o anche “primitiva”, ma avrebbero evitato parole che suggeriscano un giudizio personale (ovvero una categorizzazione soggettiva dell’argomento trattato). I traduttori delle aree geografiche che hanno vissuto un passato più felice con la civiltà Araba, avrebbero scelto parole come “avventurosa” o “vigorosa”.  Qualunque cosa voglia dire la società della lingua di destinazione, il traduttore deve manipolare il significato del cartone animato per renderlo più fedele possibile.

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Fonte: Articolo pubblicato il 18 novembre 2014 sul blog Simply CSOFT

Traduzione a cura di:
Francesca Castiglione
Traduttrice contenuti audiovisivi
EN>IT IT>EN PT>IT
Roma, Italia

Tradurre o l’incontro tra culture (6)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Quinta parte di questo articolo

Tradurre i diritti umani in arabo
La traduzione dei diritti umani in arabo segue lo stesso processo, ma nella direzione opposta. Taieb Baccouche osserva che è proprio il riferimento internazionale basato “sull’idea fondamentale che i diritti umani costituiscono un insieme di valori universali” che è oggetto di divergenza. Il problema più importante – al di là del problema tecnico della traduzione, che non è insormontabile – riguarda alcuni concetti, non nella loro dimensione terminologica, ma nel loro riferimento culturale: in particolare la libertà di credo e di religione. Ciò solleva il problema teorico della traduzione: deve essere letterale o deve trasporre e trasmettere il messaggio? In quest’ultimo caso, il traduttore, in quanto intermediario tra l’autore e il lettore, svolge lo stesso ruolo o ha una particolare responsabilità? La traduzione dei diritti umani in arabo e i numerosi sconvolgimenti che ha provocato nei forum internazionali illustrano la difficoltà di abituare persone di “culture diverse ad ascoltare gli altri, a rispettare il loro punto di vista, a cercare di capire il loro messaggio e a stabilire una vera comunicazione, un vero scambio per arricchirsi a vicenda, in uno spirito di tolleranza”.

Ma non sono forse pie speranze quando sappiamo, seguendo i numerosi studi sul campo dell’antropologia culturale, che la visione dell’Altro è sempre stata strettamente dipendente da una “comprensione mediata delle culture attraverso il prisma dei racconti di esplorazione, dei rapporti degli amministratori coloniali e delle riviste missionarie”? L’antropologia, nonostante le buone domande che si pone, si scontra sempre con una di esse, per quanto fondamentale: quella della “rilevanza dell’opposizione canonica tra il carattere scritturale delle culture occidentali e la natura orale delle culture esotiche e quindi l’assenza correlativa, in quest’ultima, di qualsiasi ermeneutica”. In altre parole, i membri di una cosiddetta cultura orale si sentono analfabeti, analfabeti e vivono in un ambiente semiologicamente vuoto?

Spetta a Jack Goody di aver insistito sull’importanza della tradizione scritta, in particolare quella proveniente dalla civiltà arabo-musulmana – con tutto ciò che questo stesso contributo porta con sé da elementi greci, egiziani, sumeri, ecc. Sulle culture dell’Africa occidentale, come Bambara e Dogon, di solito presentate come isole pure di oralità e paganesimo.

Seguendo Jean-Luc Nancy, Rada Ivekovic si interroga sulla possibile esistenza di una via di mezzo tra traducibilità e intraducibilità, partendo dall’osservazione che se “la difficoltà di traduzione, la sua insufficienza, è una prova ” , essa condivide questa insufficienza e questa inadeguatezza con tutte le lingue e con tutte le lingue. A suo avviso, la traduzione è “la messa in contatto, l’aggrapparsi e il legame tra due (ognuno dei quali è plurale) che sarà trasformato in questo rapporto “. Di conseguenza, la traduzione non può differire dall’originale e ad esso corrisponde solo parzialmente. Non rende impossibile l’accesso all’originale, “lo rende altrimenti accessibile”. In breve, la traduzione “è creazione allo stesso modo dell’”originale”, ugualmente buona o nulla, ma indipendentemente”: la traduzione è possibile solo se l’”originale” e il traduttore si trasformano, e se il risultato – tradotto – coesiste con il suo “originale” differito e trasformato.

Vorremmo semplicemente concludere qui – molto provvisoriamente – sottolineando che, mentre non c’è dubbio sulla disuguaglianza linguistica (tra lingue dominanti e lingue dominate), che si riferisce ampiamente alla disuguaglianza tra paesi dominanti e paesi dominati, e sul fatto che la traduzione è una questione essenziale nelle lotte per la legittimità simbolica, culturale e letteraria di una lingua e di un paese, è tuttavia vero che la traduzione contribuisce, in modo più o meno decisivo a seconda dei casi, a trasformare, incorporando vari elementi, la lingua della traduzione e la lingua dell’”originale”.

Fonte : Articolo scritto da Jean-François Hersent e pubblicato nel giugno 2003 sul sito BBF (Bulletin des Bibliotèques de France)

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisi

Tradurre o l’incontro tra culture (5)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Quarta parte di questo articolo

Specchio dell’evoluzione della cultura europea trapianto di una cultura costituzionale
Le cose si complicano quando si tratta di trasporre nei paesi ex coloniali le strutture costituzionali e politiche ereditate dal potere coloniale. Il trapianto di una cultura costituzionale non è ovvio, tale è l’essenza dell’argomento di Ranabir Samaddar, suggerito dai costumi politici e sociali del libro testamentario di Rabindranath Tagore del 1940, La crisi della civiltà.

Alla luce di diversi studi recenti sulla storia della guerra e della pace in Asia, R. Samaddar fa una pessimistica osservazione dell’essenzialismo costituzionalista applicato alle ex colonie, che considera incapace di “inglobare il mondo non bianco nei suoi schemi di pensiero”. In breve, egli ritiene che, se una costituzione fornisce servizi, « non è mai la sede principale del dialogo, semplicemente perché non codifica quello che viene chiamato “potere sovrano” ». E per invocare di conseguenza misure radicali, “poiché, fin dall’inizio, le costituzioni non sono state in grado di definire chi sono gli stranieri, dobbiamo compiere questo compito smantellando queste costituzioni”!

Tradurre le Mille e una notte
La traduzione di opere letterarie obbedisce a simili leggi operative, anche se, nel caso della traduzione delle Mille e una notte, le difficoltà, sia complesse che specifiche, “possono essere meno una questione di “testo” che di “fenomeno letterario”, come ammette Richard von Leeuven in ” tradurre scheherazade”. Tuttavia, resta vero che dalla traduzione di Antoine Galland nel XVIII secolo – la prima versione europea della collezione – “gli europei si sono “appropriati” Le Mille e una notte e le hanno adattate ai propri gusti”. Non solo sarà necessario attendere la fine del XX secolo per poter tracciare un quadro esaustivo dei vari testi – il manoscritto che Galland aveva acquisito conteneva solo 281 Notti – ma la complessità della genesi delle Mille e una notte rimane un formidabile ostacolo per il traduttore moderno, che non ha ancora un testo di riferimento universalmente accettato: esistono molte traduzioni europee, alcune basate su testi arabi, altre solo in lingue occidentali!

Le Mille e una notte di Galland è stata all’origine di una moda orientale duratura nella letteratura europea, ma questa traduzione, come “ogni traduzione successiva, riflette sia le tendenze e i gusti del suo tempo, sia lo spirito del suo traduttore“. Queste diverse interpretazioni, per lo più fortemente influenzate dai loro traduttori, rappresentano quindi uno specchio dell’evoluzione della cultura europea e degli approcci alla letteratura, alla traduzione e all’Oriente. Nel complesso, hanno avuto un’immensa influenza sia sulla letteratura europea che sulle concezioni europee del mondo arabo. In altre parole, hanno partecipato alla costruzione dell’orientalismo mentre esprimevano le ossessioni del loro tempo.

Le immagini che hanno dato del mondo arabo – immagini distorte per coincidere con gli interessi dell’Europa nel mondo e per confermarlo nell’idea della sua superiorità culturale – hanno a loro volta suscitato le accuse di molti studiosi arabi di travisare la loro civiltà dotando l’Oriente di una serie di stereotipi a sostegno di una politica espansionistica e oppressiva. Questa è la prova che una traduzione – che si tratti delle Mille e una notte o di qualsiasi altra opera letteraria non occidentale – “non è un’impresa puramente artistica o letteraria; ha anche connotazioni politiche”.

Sesta parte di questo articolo >

Fonte : Articolo scritto da Jean-François Hersent e pubblicato nel giugno 2003 sul sito BBF (Bulletin des Bibliotèques de France)

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisi

Tradurre o l’incontro tra culture (4)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Terza parte di questo articolo

Lo sfruttamento delle culture non europee
Lo stesso vale per la costruzione dell’Europa. In pratica, la diversità culturale europea è spesso il modo elegante per riconoscere tutto ciò che separa gli europei in termini di memorie, riferimenti e sistemi simbolici. Tuttavia, la posta in gioco è alta. Avere come orizzonte un’integrazione economica e la nascita di una nuova forma politica accompagnata da una messa in comune delle diverse culture che rispetta le singolarità e tuttavia produce progetti comuni costituisce una radicale innovazione storica.

La sfida è dunque la seguente: o si gioca sulle differenze e si rimane necessariamente nel quadro di una diversità culturale riservata alle élite, in quanto è vero che “queste identità sono al tempo stesso oggetto di fede e di fedeltà, e [.....] in quanto tali [....] costituiscono resistenza e [....] alimentano un’ambiguità”. O consideriamo che il punto comune delle diverse culture europee risiede “nel modo in cui hanno avuto, simultaneamente, ma comunemente, di relazionarsi con il resto del mondo”.

In altre parole, l’Europa è stata realizzata attraverso lo sfruttamento (appropriazione, saccheggio, distruzione) di culture non europee, la loro importazione/imposizione/incorporazione nella cultura europea, in particolare attraverso imprese coloniali e la traduzione di importanti opere letterarie non europee in una o l’altra lingua europea : Così, le traduzioni dei racconti delle Mille e una notte sono diventate parte integrante della cultura europea, “anche nel modo in cui hanno saputo tradire, troncare, distorcere o censurare il testo, non solo in quanto tale, ma anche attraverso le tante opere, letterarie, musicali,  pittoriche, cinematografiche, alle quali hanno dato origine”. Questa negazione dell’opera o cultura originale era già stata denunciata nel 1943 da Simone Weil, va ricordato, in un testo intitolato « À propos de la question coloniale dans ses rapports avec le destin du peuple français. »

Come risultato di questo processo storico, i paesi occidentali sono stati a lungo confrontati – in realtà – con la questione di come trattare le loro minoranze culturali. Questo vale naturalmente per gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Germania o la Francia. Ma questo vale anche per l’Europa centrale : Ricordiamo, come ci invita a fare il filosofo croato Nenad Miscevic´, la terribile guerra che, durante l’ultimo decennio del XX secolo, ha distrutto e dislocato l’ex Repubblica Jugoslava. Miscevic´ tuttavia supplica per quella che chiama “intertraduzione”, che si basa sul fatto che la lingua dei serbi, croati e bosniaci è “più o meno comune”. Questa intertraduzione sarebbe, a suo avviso, un potente strumento per combattere ciò che minaccia di accadere oggi in questa regione: una profonda ignoranza per le generazioni future del passato e della storia di questi popoli. In breve, “la traduzione interculturale è essenziale per la stabilità e quindi indispensabile per l’ordine democratico europeo”.

Più in generale, se vogliamo compiere progressi verso l’integrazione europea, dobbiamo tenere conto dell’attuale diversità etno-culturale della maggior parte degli Stati europei per attuare misure politiche adeguate che richiedono un forte sostegno istituzionale per l’interazione e la comunicazione interculturale.

Quinta parte di questo articolo >

Fonte : Articolo scritto da Jean-François Hersent e pubblicato nel giugno 2003 sul sito BBF (Bulletin des Bibliotèques de France)

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisi