Doppiaggio, lingue e accenti (4)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Terza parte di questo articolo

Sono pochi i casi in cui si adotta questo approccio per tradurre la variazione linguistica nella traduzione audiovisiva. Uno di essi, con la combinazione linguistica italiano-tedesco, è quello presentato da Heiss e Soffritti (2009) che, basandosi su Pym (2000), cercano di capire quale sia la funzione dei fenomeni dialettali concreti scelti e come si trasferisca tale funzione nella lingua di arrivo, e propongono una lista di soluzioni per compensare la perdita degli elementi dialettali delle produzioni testuali originali.

Sulla stessa falsa riga si posiziona Alemán (2005), che in un suo studio presenta una proposta di doppiaggio del film britannico Billy Elliot diversa da quella utilizzata nel doppiaggio ufficiale. Nell’audio originale la varietà diatopica geordie dei personaggi si sovrappone al loro status sociale di appartenenti alla classe operaia; tuttavia, nel doppiaggio in spagnolo europeo riservato alla proiezione nelle sale cinematografiche e alla distribuzione commerciale, l’accento diventa neutro, una perdita a cui Alemán (2005) propone di rimediare. Per l’autore i personaggi appartenenti alla classe operaia dovrebbero differenziarsi e utilizzare un castigliano popolare che, pur non inquadrandoli in una varietà diatopica, tenga conto della differenza sociale. Il pericolo che si corre con questa soluzione è che lo spettatore della lingua di arrivo abbia l’impressione che i personaggi impieghino un registro più basso della versione inglese, visto che il contesto sociale e linguistico dell’originale si perderebbe ed è probabile che non si capisca il motivo dell’uso di un castigliano popolare nel contesto originale del film».

Come potete vedere, non si tratta di un tema per niente irrilevante e che bisogna pensarci non una, ma più volte prima di sostituire un accento o un dialetto con un altro. Ma se niente di questo vi convince, pensate alla figura del lektor nella televisione polacca: nessun accento, poca intonazione e la stessa voce per tutti i personaggi.

E voi che ne pensate della soluzione del trailer? Vi convince? Come sempre, apprezzerò i commenti che lascerete. Alla prossima!

Fonte: Articolo pubblicato il 16 agosto 2018 sul blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Antonella Leoci
Neolaureata in Specialized Translation
Terlizzi (BA)

Doppiaggio, lingue e accenti (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Non voglio dilungarmi oltre, perché un blog ha i suoi limiti, ma vi propongo un frammento di un articolo di Gloria Uclés, in modo che capiate la complessità della questione e quanto questa problematica venga studiata:

«Nella pratica, quando vengono proposti dei modi di agire rispetto alla presenza di variazione diatopica nel testo di partenza, esistono principalmente due linee di pensiero: una di tendenza non interventistica e un’altra che propone di sostituire le varietà dell’originale con altre che siano equivalenti dal punto di vista funzionale. Nel primo gruppo si colloca Rabadán (1991: 97), che considera inaccettabile che si utilizzino equivalenti funzionali per tradurre la varietà diatopica e afferma che in genere questo problema si risolve mediante l’uso della forma standard della lingua di arrivo, oppure traducendo con le forme standard ed esplicitando che l’espressione dell’enunciato è in dialetto.

Focalizzandosi esclusivamente sulla traduzione audiovisiva, Agost (1999: 129) segnala la difficoltà che in essa rappresenta la presenza dei dialetti e afferma che nelle versioni doppiate in spagnolo è abituale sentire gli indios parlare all’infinito, i neri di Harlem utilizzare vari gerghi, o addirittura capita spesso che i dialetti dell’inglese vengano tradotti in catalano attribuendo a ogni personaggio una variante geografica di questa lingua (Agost, 1999: 63). Tuttavia, successivamente, sulla falsa riga di Rabadán (1991), aggiunge che adottare queste soluzioni solitamente è sconsigliabile: “Molti professionisti della traduzione ritengono che questa non sia la soluzione migliore e sono favorevoli all’idea di attribuire a ogni personaggio dei tratti linguistici particolari per caratterizzarlo, grazie ai quali lo spettatore capisca subito che ci sono delle differenze con gli altri personaggi.” (Agost, 1999: 63).

Rispetto a questa linea di pensiero, altri autori propongono come soluzione alla presenza di varietà dialettali la sostituzione del dialetto della lingua di partenza con un altro dialetto equivalente nella lingua di arrivo. Il concetto di equivalenza non va considerato come una corrispondenza geografica (cosa impossibile, visto che si tratta di due lingue diverse), ma in termini di equifunzionalità: il dialetto della lingua di arrivo deve assolvere le stesse funzioni dell’originale (Catford, 1965: 87). A questa importanza della funzione del dialetto contribuisce anche Pym (2000), che ritiene fondamentale individuare, prima di tutto, quale sia la funzione assolta dalla variazione diatopica in un testo e, una volta analizzata la stessa, Pym conclude che i traduttori devono cercare in ogni modo di riprodurre nel testo di arrivo l’effetto che il dialetto produceva nel testo originale.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato il 16 agosto 2018 sul blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Antonella Leoci
Neolaureata in Specialized Translation
Terlizzi (BA)

Doppiaggio, lingue e accenti (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Gli altri in traduzione
Nella traduzione a volte si vince e a volte si perde. Si cerca di perdere il meno possibile, ma non esiste una soluzione unica per tutto né una che accontenti tutti. È questa la realtà. Possono presentarsi dei problemi persino quando si fa riferimento alla propria lingua, il classico «Do you speak English?» («Parli inglese?») in un film statunitense che diventa in spagnolo, in un estremo tentativo di salvataggio, «¿Hablas mi idioma?» («Parli la mia lingua?») o «¿Me entiendes?» («Capisci quello che dico?»).

Un altro problema frequente è tradurre in spagnolo qualcosa che in lingua originale è già in spagnolo. Per esempio, ricordo una soap erotica di alcuni anni fa in cui i protagonisti, statunitensi, scappavano in Messico. La ragazza si sentiva un po’ persa perché non capiva lo spagnolo e il ragazzo faceva da interprete. Il problema era che quella forma di spagnolo era perfettamente comprensibile e la traduzione non avrebbe funzionato. La mia soluzione è stata quella di utilizzare forme dello spagnolo messicano ed espressioni più dialettali che erano difficili da capire per la protagonista. Tradurre è decidere cosa o chi tradire affinché il destinatario della traduzione riceva e usufruisca del prodotto come lo farebbe il destinatario della versione originale.

Senza dubbio, la difficoltà maggiore si presenta quando si deve tradurre un determinato accento. Per fortuna ora disponiamo di molti esempi, alcuni più recenti di altri, di come questi problemi siano stati risolti al cinema e in televisione, cosa che rappresenta un grande aiuto. Ecco qui alcuni illustrati da +Babbel:

[IL TRONO DI SPADE, dal 2011: accenti diversi in inglese; in tedesco parlano un tedesco senza accento; in francese parlano un francese senza accento; in italiano parlano un italiano senza accento; in spagnolo parlano uno spagnolo senza accento]

[MICKEY O’NEIL (BRAD PITT) IN SNATCH – LO STRAPPO (2000): in inglese ha una parlata pikey; in tedesco parla un tedesco farfugliato; in francese parla un francese farfugliato; in italiano usa il gergo gitano; in spagnolo usa il gergo gitano]

[TENENTE ARCHIE HICOX (MICHAEL FASSBENDER) IN BASTARDI SENZA GLORIA (2009): in inglese parla un tedesco con accento inglese; in tedesco parla un tedesco senza accento; in francese parla un francese senza accento; in italiano parla un italiano senza accento; in spagnolo parla uno spagnolo senza accento]

[IL GATTO CON GLI STIVALI (ANTONIO BANDERAS) IN SHREK (2004-2009-2011): in inglese parla un inglese con accento spagnolo; in tedesco parla un tedesco con accento spagnolo; in francese parla un francese con accento spagnolo; in italiano parla un italiano con accento spagnolo; in spagnolo usa il dialetto andaluso]

[ELIZA DOOLITTLE (AUDREY HEPBURN) IN MY FAIR LADY (1964): in inglese parla il cockney; in tedesco parla il dialetto berlinese; in francese usa un accento non meglio definito della classe operaia; in italiano parla un misto di dialetti (pugliese, napoletano, ciociaro); in spagnolo usa un accento della Spagna meridionale, tipico di gente di bassa estrazione e classe operaia]

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato il 16 agosto 2018 sul blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Antonella Leoci
Neolaureata in Specialized Translation
Terlizzi (BA)

Doppiaggio, lingue e accenti

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Quante ne hai combinate, Merida
Ed ecco l’ennesimo caos per un doppiaggio. Se ultimamente non avete frequentato molto i social network perché siete in vacanza e avete cose migliori da fare (e vi capirei tranquillamente), vi faccio un breve riassunto qui. Alcuni giorni fa è uscito il trailer del film Ralph Spacca Internet (2018), nel quale vediamo tutte le principesse Disney in una stanza, compresa Merida (Ribelle – The Brave, 2012) che parla uno scozzese stretto, con grande rapidità e articolando pochissimo le parole. Ciò che rende divertente la scena è che le altre principesse non la capiscono e una di loro chiude così la questione: «È dell’altra casa di produzione» (Pixar).

Da parecchio tempo sui social network tutti hanno iniziato a speculare su come sarebbe stato il doppiaggio in spagnolo e, vai a capire per quali meccanismi, molti hanno ipotizzato fantasiosamente un doppiaggio in murciano o galiziano. Chi era per la prima ipotesi la difendeva perché apparentemente il murciano è poco comprensibile e chi era per la seconda sottolinea le radici gaeliche del galiziano (sic).

Ad ogni modo, il trailer in spagnolo è uscito un paio di giorni fa e no, non hanno utilizzato né il galiziano né il murciano. Hanno deciso di far parlare Merida a gran velocità e in maniera incomprensibile, non articolando bene le parole. Ed è successo un gran caos. Così si perde la magia, hanno tradito l’originale, ecc.

Vediamo le due versioni:

https://www.youtube.com/watch?v=MRD6HiPupW0
https://www.youtube.com/watch?v=mS7hjGnftDA

Ma va’, che esagerazione. A me sembra una buona soluzione. Avrebbero potuto farle articolare le parole di meno o diversamente? Probabile. Ma far parlare questo personaggio con un accento o un dialetto della lingua spagnola, questo no. Innanzitutto, qui si parla di credibilità. Il cinema ha stretto un patto sacro con lo spettatore: deve credere a ciò che succede sullo schermo. Anche se si tratta di animazione, è credibile che un personaggio parli con un accento spagnolo molto marcato? Bisogna considerare che questo è il personaggio di un film ambientato in Scozia e non nell’isola murciana La Manga del Mar Menor. Tradire questa credibilità comporta delle conseguenze e, se fatto di proposito, si crea un’altra versione, che non è una semplice traduzione, ma un vero e proprio adattamento. Esempi classici ne sono i doppiaggi delle sitcom degli anni ’90 e, più di recente, film come Ted (2012), del quale abbiamo già parlato in questo articolo.

D’altro canto c’è il discorso della coerenza. Nella versione spagnola di Ribelle – The Brave Merida fu doppiata appunto in spagnolo e la si capiva perfettamente. Se nel suo film parlava uno spagnolo standard (non lo chiamo neutro per evitare equivoci) perché qui dovrebbe parlare in maniera diversa? Andiamo a vedere cosa succede nell’originale. L’accento scozzese era forte come in questo trailer? No. In Ribelle – The Brave l’accento non era così marcato, anche se l’attrice era la stessa. L’accento è diventato così marcato in Ralph Spacca Internet per far ridere. Credetemi, se ci fosse stata qualche discrepanza, sarebbe stata la stessa cosa. Ricordate che tragedia quando nel trailer spagnolo di Alla ricerca di Dory la voce di Dory non era quella di Anabel Alonso? Beh, la coerenza è essenziale.

Un altro fattore importante, almeno secondo me, è la sensibilità. In un momento in cui i “sentimenti” linguistici e territoriali sono sempre molto forti e presenti, non mi sorprenderebbe se qualcuno si lamentasse del fatto che al galiziano o al murciano siano associate queste caratteristiche dello sketch: che non si capisce, che parla come se avesse una patata in bocca, ecc.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato il 16 agosto 2018 sul blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Antonella Leoci
Neolaureata in Specialized Translation
Terlizzi (BA)

Le difficoltà dell’interprete diplomatico (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Competenze fondamentali dell’interprete diplomatico

  • Ampio orizzonte. In caso di interpretariato per la diplomazia, è richiesta la comprensione della cultura di entrambi i Paesi, per essere in grado di trasmetterla con competenza al pubblico. I politici americani citano spesso la Bibbia nei loro discorsi, quindi quando ci si occupa della traduzione dei loro interventi, solo una persona che abbia familiarità con la Sacra Scrittura può accuratamente trasmettere il significato di quanto detto.
  • Conoscenza dei dialetti e sottigliezze della lingua. I politici cercano di attenersi alla lingua letteraria, ricordandosi dei traduttori, ma non è sempre così. Proverbi, detti, riferimenti a eventi e personalità – tutto questo non dovrebbe mettere l’interprete in un vicolo cieco.
  • Concentrazione e reazione rapida. Ciò è particolarmente vero per gli interpreti simultanei, perché devono letteralmente pensare allo stesso tempo dell’oratore. Un secondo di ritardo minaccia perdita di significato dell’intera frase.
  • Buona memoria. Oltre all’enorme vocabolario che gli interpreti tengono a mente, una buona memoria consente di ricordare con precisione il parlato dell’oratore durante la traduzione consecutiva.
  • Obiettività e neutralità politica. È importante trasmettere il discorso senza aggiungere nient’altro che si discosti da esso. Non è consentita qualsiasi sfumatura aggiunta dall’interprete che non fosse nelle parole dell’oratore.

L’interprete diplomatico: una persona nel mezzo

Se il traduttore di testi letterari sta tra lo scrittore e il lettore, l’interprete simultaneo in una conferenza scientifica sta tra lo scienziato e l’ascoltatore, quindi l’interprete diplomatico si trova tra due Stati, spesso tra due ideologie.

La traduzione di protocollo al più alto livello richiede non solo una conoscenza impeccabile di entrambe le lingue, ma anche una chiara comprensione della situazione nell’arena internazionale, la capacità di mettere in relazione le parole con il contesto politico, la conoscenza dell’etichetta diplomatica. La bellezza della parola e la scorrevolezza della stilistica cedono il posto, in questo tipo di traduzione, alla correttezza degli accenti politici, e anche le frasi frammentarie, taglienti e stravaganti sono inaccettabili.

Nell’interpretariato per la diplomazia non basta conoscere la lingua letteraria, altrimenti la traduzione del discorso di un rappresentante di qualsiasi Paese, dove ci sono diversi dialetti, può mettere uno specialista in un vicolo cieco. Nel caso dell’Inglese, è necessario avere una conoscenza sia della lingua classica di Oxford, che della lingua Inglese-Americana, poiché molti termini, in particolare quelli giuridici, non sono comparabili. È richiesta anche la conoscenza del Latino, poiché molti termini diplomatici hanno origine da questa lingua.

Fonte: Articolo scritto da Anton Rudanov e pubblicato il 18 luglio 2018 su Tranzilla.ru

Traduzione a cura di:
Dott. Alessandro Nicolini
Traduttore freelance EN˃IT / IT˃EN e RU˃IT / IT˃RU
Socio IATI, n. tessera 1259
Trento

Le difficoltà dell’interprete diplomatico

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Gli interpreti diplomatici sono dei professionisti, i cui malintesi possono costare caro al mondo.

Nell’arena internazionale essi diventano “eminenze grigie” in grado di incidere, con una parola erroneamente tradotta, sui cambiamenti della politica estera di uno Stato e sull’intera atmosfera della comunità mondiale. È particolarmente difficile tradurre per gli interpreti simultanei, visto che per orientarsi nel significato di una frase, hanno letteralmente una frazione di secondo.

Errori di interpreti passati alla storia

Anche gli interpreti diplomatici sono persone e le persone possono sbagliare. Rispetto ad altri interpreti, hanno molta più responsabilità e stress, che a volte sfocia in malintesi – divertenti o veramente pericolosi.

  • Una volta un malinteso dell’interprete ha peggiorato seriamente le relazioni tra Stati Uniti d’America e Spagna, sebbene non vi fossero assolutamente ragioni obiettive. L’allora Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Donald Rumsfeld, aveva espresso la possibilità di nuovi attacchi islamici nelle città europee. Il suo interprete invece aveva enunciato un nuovo atto terroristico che si sarebbe svolto in Spagna. Quindi il costrutto grammaticale, usato in modo scorretto, ha trasformato l’avvertimento alla prudenza in una minaccia esplicita a un altro Stato.
  • La visita di Jimmy Carter in Polonia, nel 1977, si è trasformata in un vero scandalo. Durante questo periodo la Polonia faceva parte del campo socialista, quindi un interprete russo, che conosceva abbastanza sia il Polacco che l’Inglese, è stato incaricato per l’incontro con il 39° Presidente americano. Carter ha cercato di conquistare il pubblico, il suo discorso è stato aperto e amichevole, ma a causa della mancanza di professionalità dell’interprete è stato tutto inutile. Già la prima frase del Presidente “Sono partito dagli Stati Uniti questa mattina” è stata tradotta in modo errato: secondo l’interprete, Carter [aveva detto] “Ho abbandonato gli Stati Uniti per non farvi più ritorno”. Successivamente tutto è volto al peggio: nella traduzione sono comparse allusioni alle parti intime delle donne polacche e alla forte attrazione sessuale di Carter verso i Polacchi. È stato chiamato un altro interprete con urgenza, ma all’incontro non poteva più essere posto rimedio.
  • Il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, in un suo discorso a una conferenza stampa, ha affermato che ogni Paese ha il diritto di sviluppare la tecnologia nucleare. L’interprete della CNN ha riferito ciò come una forte dichiarazione: l’Iran intende fabbricare armi nucleari. Non c’è nulla di divertente nei malintesi a questo livello.
  • Nel 2013, tutta la stampa spagnola ha discusso attivamente di uno scandalo politico senza precedenti, causato anche da traduzioni imprecise. Il Rappresentante per l’educazione dell’Unione Europea, Dennis Abbott, aveva menzionato la parola “rubbish” caratterizzando l’affermazione di Jose Vert – l’allora Ministro della Pubblica Istruzione spagnolo. La parola che può essere trasposta dall’Inglese come “qualcosa di completamente ridicolo” è stata tradotta con “spazzatura”.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Anton Rudanov e pubblicato il 18 luglio 2018 su Tranzilla.ru

Traduzione a cura di:
Dott. Alessandro Nicolini
Traduttore freelance EN˃IT / IT˃EN e RU˃IT / IT˃RU
Socio IATI, n. tessera 1259
Trento

I bambini, la cultura e i cartoni animati (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Definire la proprietà
I bambini amano i cartoni animati, guarderebbero i loro preferiti milioni di volte, quindi non c’è da sorprendersi se interiorizzano le lezioni che vengono raccontate. Ciò significa che i cartoni sono un potente mezzo per insegnare ai bambini cos’è lecito nella società. Nel film Madagascar, uscito nel 2005, la zebra Marty dice al suo amico leone “Excuse me! You’re biting my butt!” (lett. Scusami! Mi stai mordendo il culo!): questa affermazione non risulta particolarmente volgare per gli standard americani, ma può esserlo per altre culture.  Nella traduzione Georgiana del film, infatti, il traduttore ha cambiato la battuta originale in “Pardon! Is it possible that your teeth pierced me?” (lett. Scusi! E’ possibile che i suoi denti mi abbiano perforato?). Il significato del testo di partenza è restituito con un cambio di registro da informale a molto formale con l’uso della forma di cortesia (in italiano dando del “lei”, in inglese con il pronome “you”). Questo cambio di registro trasmette la confusione e la paura nervosa della zebra senza violare le norme della società della regione di destinazione.

Trasportare la cultura
I cartoni animati sono il primo prodotto audiovisivo della maggior parte dei bambini e per questo il primo assaggio di cultura. E’ importante che gli aspetti culturali siano integrati nei cartoni animati così da formarli per la loro società. Ad esempio nella traduzione cinese della serie televisiva Transformers,  il traduttore ha fatto un ottimo lavoro con la scelta dei nomi dei personaggi. Megatron è stato chiamato 威震天 (wei zhen tian, “potenza che fa tremare il cielo”), Menasor è stato chiamato飞天虎 (fei tian hu, “tigre volante nel cielo) e Thundercracker è diventato  惊天雷 (jing tian lei, “tuono che scuote il cielo”). Questi nomi non solo restituiscono fedelmente il potere e il vigore previsti dai nomi originali, ma inoltre sono tratti dalla letteratura marziale Cinese e danno prova dello stile iconico dei nomi composti (da 3 elementi) degli eroi leggendari Cinesi.
Come traduttore la creatività è sempre importante ma quando si tratta di cartoni, bisogna andare oltre ciò che verrebbe accettato normalmente nella traduzione. A volte può essere necessario apportare cambiamenti radicali per realizzare il “lavoro” più importante del cartone animato: Insegnare.

Fonte: Articolo pubblicato il 18 novembre 2014 sul blog Simply CSOFT

Traduzione a cura di:
Francesca Castiglione
Traduttrice contenuti audiovisivi
EN>IT IT>EN PT>IT
Roma, Italia

I bambini, la cultura e i cartoni animati

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Benché i cartoni animati nascano come forma d’intrattenimento con lo scopo di essere divertenti e ricreativi, essi hanno la funzione di piattaforma educativa per i bambini. Questi ultimi assorbono molte informazioni dai loro cartoni preferiti; apprendono la loro cultura, il valore e la moralità nella loro società, e gli aspetti che rendono un personaggio buono o cattivo (spesso si tratta di animali nel caso dei cartoni).

Per produrre una traduzione educativa spesso i linguisti dei cartoni devono lavorare sui contenuti in maniera molto più creativa e trasformativa di quanto facciano i traduttori di contenuti per adulti. Nell’articolo del blog di oggi, si analizzano le tecniche con cui i traduttori creano contenuti culturalmente appropriati per bambini.

Insegnare la storia
Ogni cultura ha una storia di associazioni con altri popoli e luoghi; talvolta le vicende storiche possono essere offensive per le altre culture. Ad esempio, il film Aladdin del 1992 della Disney, inizia con un mercante arabo che attraversa il deserto. Cavalcando il suo cammello canta “Le notti d’Oriente”, una canzone che include la frase “It’s barbaric, but it’s home” (è barbara, ma è casa).  La designazione “barbara” della civiltà Araba rimanda ad alcune relazioni storiche tra l’Europa e il mondo Orientale tuttavia può risultare razzista e inaccettabile. I traduttori avrebbero potuto scegliere parole il cui significato fosse vicino a “selvaggia” o anche “primitiva”, ma avrebbero evitato parole che suggeriscano un giudizio personale (ovvero una categorizzazione soggettiva dell’argomento trattato). I traduttori delle aree geografiche che hanno vissuto un passato più felice con la civiltà Araba, avrebbero scelto parole come “avventurosa” o “vigorosa”.  Qualunque cosa voglia dire la società della lingua di destinazione, il traduttore deve manipolare il significato del cartone animato per renderlo più fedele possibile.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato il 18 novembre 2014 sul blog Simply CSOFT

Traduzione a cura di:
Francesca Castiglione
Traduttrice contenuti audiovisivi
EN>IT IT>EN PT>IT
Roma, Italia

Tradurre o l’incontro tra culture (6)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Quinta parte di questo articolo

Tradurre i diritti umani in arabo
La traduzione dei diritti umani in arabo segue lo stesso processo, ma nella direzione opposta. Taieb Baccouche osserva che è proprio il riferimento internazionale basato “sull’idea fondamentale che i diritti umani costituiscono un insieme di valori universali” che è oggetto di divergenza. Il problema più importante – al di là del problema tecnico della traduzione, che non è insormontabile – riguarda alcuni concetti, non nella loro dimensione terminologica, ma nel loro riferimento culturale: in particolare la libertà di credo e di religione. Ciò solleva il problema teorico della traduzione: deve essere letterale o deve trasporre e trasmettere il messaggio? In quest’ultimo caso, il traduttore, in quanto intermediario tra l’autore e il lettore, svolge lo stesso ruolo o ha una particolare responsabilità? La traduzione dei diritti umani in arabo e i numerosi sconvolgimenti che ha provocato nei forum internazionali illustrano la difficoltà di abituare persone di “culture diverse ad ascoltare gli altri, a rispettare il loro punto di vista, a cercare di capire il loro messaggio e a stabilire una vera comunicazione, un vero scambio per arricchirsi a vicenda, in uno spirito di tolleranza”.

Ma non sono forse pie speranze quando sappiamo, seguendo i numerosi studi sul campo dell’antropologia culturale, che la visione dell’Altro è sempre stata strettamente dipendente da una “comprensione mediata delle culture attraverso il prisma dei racconti di esplorazione, dei rapporti degli amministratori coloniali e delle riviste missionarie”? L’antropologia, nonostante le buone domande che si pone, si scontra sempre con una di esse, per quanto fondamentale: quella della “rilevanza dell’opposizione canonica tra il carattere scritturale delle culture occidentali e la natura orale delle culture esotiche e quindi l’assenza correlativa, in quest’ultima, di qualsiasi ermeneutica”. In altre parole, i membri di una cosiddetta cultura orale si sentono analfabeti, analfabeti e vivono in un ambiente semiologicamente vuoto?

Spetta a Jack Goody di aver insistito sull’importanza della tradizione scritta, in particolare quella proveniente dalla civiltà arabo-musulmana – con tutto ciò che questo stesso contributo porta con sé da elementi greci, egiziani, sumeri, ecc. Sulle culture dell’Africa occidentale, come Bambara e Dogon, di solito presentate come isole pure di oralità e paganesimo.

Seguendo Jean-Luc Nancy, Rada Ivekovic si interroga sulla possibile esistenza di una via di mezzo tra traducibilità e intraducibilità, partendo dall’osservazione che se “la difficoltà di traduzione, la sua insufficienza, è una prova ” , essa condivide questa insufficienza e questa inadeguatezza con tutte le lingue e con tutte le lingue. A suo avviso, la traduzione è “la messa in contatto, l’aggrapparsi e il legame tra due (ognuno dei quali è plurale) che sarà trasformato in questo rapporto “. Di conseguenza, la traduzione non può differire dall’originale e ad esso corrisponde solo parzialmente. Non rende impossibile l’accesso all’originale, “lo rende altrimenti accessibile”. In breve, la traduzione “è creazione allo stesso modo dell’”originale”, ugualmente buona o nulla, ma indipendentemente”: la traduzione è possibile solo se l’”originale” e il traduttore si trasformano, e se il risultato – tradotto – coesiste con il suo “originale” differito e trasformato.

Vorremmo semplicemente concludere qui – molto provvisoriamente – sottolineando che, mentre non c’è dubbio sulla disuguaglianza linguistica (tra lingue dominanti e lingue dominate), che si riferisce ampiamente alla disuguaglianza tra paesi dominanti e paesi dominati, e sul fatto che la traduzione è una questione essenziale nelle lotte per la legittimità simbolica, culturale e letteraria di una lingua e di un paese, è tuttavia vero che la traduzione contribuisce, in modo più o meno decisivo a seconda dei casi, a trasformare, incorporando vari elementi, la lingua della traduzione e la lingua dell’”originale”.

Fonte : Articolo scritto da Jean-François Hersent e pubblicato nel giugno 2003 sul sito BBF (Bulletin des Bibliotèques de France)

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisi

Tradurre o l’incontro tra culture (5)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Quarta parte di questo articolo

Specchio dell’evoluzione della cultura europea trapianto di una cultura costituzionale
Le cose si complicano quando si tratta di trasporre nei paesi ex coloniali le strutture costituzionali e politiche ereditate dal potere coloniale. Il trapianto di una cultura costituzionale non è ovvio, tale è l’essenza dell’argomento di Ranabir Samaddar, suggerito dai costumi politici e sociali del libro testamentario di Rabindranath Tagore del 1940, La crisi della civiltà.

Alla luce di diversi studi recenti sulla storia della guerra e della pace in Asia, R. Samaddar fa una pessimistica osservazione dell’essenzialismo costituzionalista applicato alle ex colonie, che considera incapace di “inglobare il mondo non bianco nei suoi schemi di pensiero”. In breve, egli ritiene che, se una costituzione fornisce servizi, « non è mai la sede principale del dialogo, semplicemente perché non codifica quello che viene chiamato “potere sovrano” ». E per invocare di conseguenza misure radicali, “poiché, fin dall’inizio, le costituzioni non sono state in grado di definire chi sono gli stranieri, dobbiamo compiere questo compito smantellando queste costituzioni”!

Tradurre le Mille e una notte
La traduzione di opere letterarie obbedisce a simili leggi operative, anche se, nel caso della traduzione delle Mille e una notte, le difficoltà, sia complesse che specifiche, “possono essere meno una questione di “testo” che di “fenomeno letterario”, come ammette Richard von Leeuven in ” tradurre scheherazade”. Tuttavia, resta vero che dalla traduzione di Antoine Galland nel XVIII secolo – la prima versione europea della collezione – “gli europei si sono “appropriati” Le Mille e una notte e le hanno adattate ai propri gusti”. Non solo sarà necessario attendere la fine del XX secolo per poter tracciare un quadro esaustivo dei vari testi – il manoscritto che Galland aveva acquisito conteneva solo 281 Notti – ma la complessità della genesi delle Mille e una notte rimane un formidabile ostacolo per il traduttore moderno, che non ha ancora un testo di riferimento universalmente accettato: esistono molte traduzioni europee, alcune basate su testi arabi, altre solo in lingue occidentali!

Le Mille e una notte di Galland è stata all’origine di una moda orientale duratura nella letteratura europea, ma questa traduzione, come “ogni traduzione successiva, riflette sia le tendenze e i gusti del suo tempo, sia lo spirito del suo traduttore“. Queste diverse interpretazioni, per lo più fortemente influenzate dai loro traduttori, rappresentano quindi uno specchio dell’evoluzione della cultura europea e degli approcci alla letteratura, alla traduzione e all’Oriente. Nel complesso, hanno avuto un’immensa influenza sia sulla letteratura europea che sulle concezioni europee del mondo arabo. In altre parole, hanno partecipato alla costruzione dell’orientalismo mentre esprimevano le ossessioni del loro tempo.

Le immagini che hanno dato del mondo arabo – immagini distorte per coincidere con gli interessi dell’Europa nel mondo e per confermarlo nell’idea della sua superiorità culturale – hanno a loro volta suscitato le accuse di molti studiosi arabi di travisare la loro civiltà dotando l’Oriente di una serie di stereotipi a sostegno di una politica espansionistica e oppressiva. Questa è la prova che una traduzione – che si tratti delle Mille e una notte o di qualsiasi altra opera letteraria non occidentale – “non è un’impresa puramente artistica o letteraria; ha anche connotazioni politiche”.

Sesta parte di questo articolo >

Fonte : Articolo scritto da Jean-François Hersent e pubblicato nel giugno 2003 sul sito BBF (Bulletin des Bibliotèques de France)

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisi

Tradurre o l’incontro tra culture (4)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Terza parte di questo articolo

Lo sfruttamento delle culture non europee
Lo stesso vale per la costruzione dell’Europa. In pratica, la diversità culturale europea è spesso il modo elegante per riconoscere tutto ciò che separa gli europei in termini di memorie, riferimenti e sistemi simbolici. Tuttavia, la posta in gioco è alta. Avere come orizzonte un’integrazione economica e la nascita di una nuova forma politica accompagnata da una messa in comune delle diverse culture che rispetta le singolarità e tuttavia produce progetti comuni costituisce una radicale innovazione storica.

La sfida è dunque la seguente: o si gioca sulle differenze e si rimane necessariamente nel quadro di una diversità culturale riservata alle élite, in quanto è vero che “queste identità sono al tempo stesso oggetto di fede e di fedeltà, e [.....] in quanto tali [....] costituiscono resistenza e [....] alimentano un’ambiguità”. O consideriamo che il punto comune delle diverse culture europee risiede “nel modo in cui hanno avuto, simultaneamente, ma comunemente, di relazionarsi con il resto del mondo”.

In altre parole, l’Europa è stata realizzata attraverso lo sfruttamento (appropriazione, saccheggio, distruzione) di culture non europee, la loro importazione/imposizione/incorporazione nella cultura europea, in particolare attraverso imprese coloniali e la traduzione di importanti opere letterarie non europee in una o l’altra lingua europea : Così, le traduzioni dei racconti delle Mille e una notte sono diventate parte integrante della cultura europea, “anche nel modo in cui hanno saputo tradire, troncare, distorcere o censurare il testo, non solo in quanto tale, ma anche attraverso le tante opere, letterarie, musicali,  pittoriche, cinematografiche, alle quali hanno dato origine”. Questa negazione dell’opera o cultura originale era già stata denunciata nel 1943 da Simone Weil, va ricordato, in un testo intitolato « À propos de la question coloniale dans ses rapports avec le destin du peuple français. »

Come risultato di questo processo storico, i paesi occidentali sono stati a lungo confrontati – in realtà – con la questione di come trattare le loro minoranze culturali. Questo vale naturalmente per gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Germania o la Francia. Ma questo vale anche per l’Europa centrale : Ricordiamo, come ci invita a fare il filosofo croato Nenad Miscevic´, la terribile guerra che, durante l’ultimo decennio del XX secolo, ha distrutto e dislocato l’ex Repubblica Jugoslava. Miscevic´ tuttavia supplica per quella che chiama “intertraduzione”, che si basa sul fatto che la lingua dei serbi, croati e bosniaci è “più o meno comune”. Questa intertraduzione sarebbe, a suo avviso, un potente strumento per combattere ciò che minaccia di accadere oggi in questa regione: una profonda ignoranza per le generazioni future del passato e della storia di questi popoli. In breve, “la traduzione interculturale è essenziale per la stabilità e quindi indispensabile per l’ordine democratico europeo”.

Più in generale, se vogliamo compiere progressi verso l’integrazione europea, dobbiamo tenere conto dell’attuale diversità etno-culturale della maggior parte degli Stati europei per attuare misure politiche adeguate che richiedono un forte sostegno istituzionale per l’interazione e la comunicazione interculturale.

Quinta parte di questo articolo >

Fonte : Articolo scritto da Jean-François Hersent e pubblicato nel giugno 2003 sul sito BBF (Bulletin des Bibliotèques de France)

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisi

Tradurre o l’incontro tra culture (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

L’invariabilità della cultura
Lévi-Strauss ritiene che: “La cultura può essere considerata come un insieme di sistemi simbolici, in primo piano dei quali la lingua, le regole matrimoniali, i rapporti economici, l’arte, la scienza e la religione. Tutti questi sistemi mirano ad esprimere alcuni aspetti della realtà fisica e sociale e, a maggior ragione, le relazioni che questi due tipi di realtà hanno tra loro e che i sistemi simbolici stessi hanno tra loro. » Questo è il fondamento dell’antropologia strutturale, la cui ambizione è quella di identificare e indicizzare le “invarianti” o “universali”, cioè quei materiali culturali che sono sempre identici da una cultura all’altra. Lévi-Strauss prenderà in prestito quattro idee essenziali da Ruth Benedict (la cui eredità appare chiaramente in Tristes Tropiques).

In primo luogo, le diverse culture sono definite da un certo modello (pattern). In secondo luogo, vi è un numero limitato di possibili tipi di culture. In terzo luogo, lo studio delle società “primitive” è il metodo migliore per determinare le possibili combinazioni tra elementi culturali. In quarto luogo, queste combinazioni possono essere studiate in se stesse, indipendentemente dagli individui che appartengono al gruppo per i quali rimangono inconsci. Lévi-Strauss è quindi in un certo senso l’erede dell’antropologia culturale americana, ma se ne distingue cercando di andare oltre l’approccio particolarista alle culture : Al di là dello studio delle variazioni culturali, si propone di analizzare l’invariabilità della cultura. Per lui, culture particolari non possono essere comprese senza riferimento alla Cultura, il “capitale comune” dell’umanità da cui attingere per sviluppare i loro modelli specifici.

Ma non basta proclamare che “l’umanità (o l’Occidente, o l’Europa, o l’Islam, ecc.) è forte nella sua diversità”. Secondo Bruce Robbins, la domanda fondamentale deve essere posta nei seguenti termini: “Se, nel bene e nel male, Huntington condivide con i suoi oppositori una valutazione positiva della diversità culturale, con quale logica passa dal rispetto delle culture inviolabili alla difesa degli interessi americani e, d’altra parte, i suoi oppositori potranno rinnegare questa logica? Per noi, che rispettiamo la cultura ma rifiutiamo di dare priorità agli interessi degli Stati Uniti (o di un’altra cultura, a seconda dei casi), è questa una via che possiamo evitare? »

La sfida è quella di “costruire un consenso che non si basa su un vago concetto di essenza umana predeterminata, ma è il risultato attivo del dialogo e della lotta. È anche la sfida della cultura stessa, che non deve avere paura di aprirsi per rivelare (e mettere in discussione) il suo carattere universale.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte : Articolo scritto da Jean-François Hersent e pubblicato nel giugno 2003 sul sito BBF (Bulletin des Bibliotèques de France)

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisi

Tradurre o l’incontro tra culture (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

La traduzione come negoziazione delle differenze una questione di civiltà
Di conseguenza, l’approccio ci invita a considerare la traduzione come una negoziazione delle differenze, e non più come un’opposizione tra l’universale e il locale. Lavorare sulla traduzione delle culture significa non solo chiedersi cosa si traduce, perché si traduce, come si traduce , ma anche interrogarsi sulle narrazioni contemporanee dell’intraducibile e, così facendo, mettere in discussione il tema dell’incompatibile, quello dell’originale/originale e della traduzione/traduzione tradimento. In breve, tradurre significa pensare alla cultura come rapporto tra le culture. Per questo motivo non si può parlare di una cultura omogenea. Le differenze sono presenti all’interno della stessa cultura e tra le culture, così come all’interno della stessa lingua e tra le lingue. Tradurre tra le culture è quindi una sfida di civiltà, soprattutto nell’attuale contesto ideologico, che fa del riferimento alla “guerra di civiltà” il discorso dominante ed implicito ovunque. Più che mai, è necessario pensare ai divari tra cultura e civiltà, tra alterità e chiusura. Né dobbiamo trascurare i vari fattori inevitabili e la questione in sospeso dell’incompatibilità, il diverso, l’intraducibile, tanti fattori di guerra piuttosto che di pace.

Si tratta infatti di rispondere a un paradosso che può essere così formulato: è proprio perché non esiste un fondo culturale comune, legato agli stessi valori religiosi, alla stessa filosofia della libertà individuale, allo stesso modello di razionalità e all’adesione agli stessi valori democratici, che la traduzione interculturale ha tanta difficoltà ad essere realizzata. Ognuno sa che, al di là di questo innegabile fondo culturale comune dell’umanità caro a Claude Lévi-Strauss, si ricade rapidamente sulle differenze, per non dire sugli antagonismi che spiegano non solo la recente storia violenta segnata dall’attacco alle Torri gemelle e al Pentagono dell’11 settembre 2001 – e che nei mesi successivi ad una rinnovata seduzione delle controverse tesi di Samuel Huntington sullo scontro di civiltà – ma anche la più antica storia del colonialismo.

Terza parte di questo articolo >

Fonte : Articolo scritto da Jean-François Hersent e pubblicato nel giugno 2003 sul sito BBF (Bulletin des Bibliotèques de France)

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisi

Tradurre o l’incontro tra culture

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Impegnarsi a “cercare verso la civiltà le possibili vie di un ritorno alla politica, che la maggior parte delle società contemporanee sono venute a mancare, denunciare l’essenzializzazione delle culture, l’etnicizzazione e la comunitarizzazione della politica”. […], non si tratta forse di un obiettivo mobilitante per un’ambizione profondamente umanistica? La traduzione è una delle condizioni (necessarie ma non sufficienti) per superare il discorso identitario. Essa offre anche opportunità di confronto tra diverse realtà culturali e solleva una serie di questioni relative sia al funzionamento dei settori della produzione culturale che agli scambi  internazionali, questioni che troppo spesso vengono discusse oggi solo dal punto di vista della “globalizzazione” o ” mondializzazione”. Da qui l’interesse euristico di aprire “un nuovo campo teorico nella sua trasversalità e modalità di applicazione [.....] per sviluppare una valida alternativa alle nozioni superate di “dialogo delle culture” o multiculturalità”. Abbiamo ora un insieme di riflessioni stimolanti che seguono approcci simili, come gli studi di traduzione e, soprattutto, gli studi sui processi di “trasferimento culturale”.

Come sottolineano Johan Helbron e Gisèle Shapiro: “Il campo di ricerca degli studi di traduzione, che è stato istituito a partire dagli anni ’70 in alcuni piccoli paesi, spesso multilingue (Israele, Belgio, Paesi Bassi), è diventato, almeno in alcuni luoghi, una specialità a sé stante, con le sue cattedre, l’insegnamento, i manuali e le riviste specializzate. Questo lavoro rappresenta un cambiamento nell’approccio adottato. Invece di comprendere le traduzioni solo o principalmente in relazione a un testo originale, un testo di partenza o una lingua di partenza, e di identificare attentamente le deviazioni la cui rilevanza dovrebbe poi essere determinata, gli studi di traduzione si sono sempre più concentrati su questioni che riguardano il funzionamento delle traduzioni nei loro contesti di produzione e di ricezione, cioè nella cultura di destinazione. È questa stessa questione del rapporto tra i contesti di produzione e di accoglienza che sta alla base degli approcci in termini di “trasferimento culturale”, che mettono in discussione anche gli attori di questi scambi, istituzioni e individui, e la loro inclusione nei rapporti politico-culturali tra i paesi studiati. »

Seconda parte di questo articolo >

Fonte : Articolo scritto da Jean-François Hersent e pubblicato nel giugno 2003 sul sito BBF (Bulletin des Bibliotèques de France)

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisi

Il potere politico della traduzione (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Ed è questo che fa la traduzione: rende la visione di un medico italiano a Lampedusa – una storia in cui la gran parte dei dialoghi stessi sono tradotti dall’arabo e dal dialetto siciliano – accessibile ad un lettore di Newcastle o del Nuovo Messico. In Lacrime di sale, Pietro Bartolo propone quella che ritiene la giusta soluzione al dilemma umanitario europeo, dal momento che la crisi della migrazione forzata è ancora in atto. Non la condivido completamente, ma questo non è il punto: ciò che importa è che grazie alla versione inglese di Lacrime di sale, la sua opinione entra a far parte del dibattito su come dovrebbero reagire i Paesi di destinazione.

Il numero dei profughi accolti dai Paesi anglofoni è relativamente basso rispetto al gran numero non dichiarato di quanti entrano in alcuni Paesi dell’Europa continentale ed ai flussi ancora maggiori in Giordania e Turchia, e quindi è molto importante tenere vivo il dibattito sull’argomento.

Gianfranco Rosi, il regista italiano il cui film Fuocoammare, vincitore di un Oscar,ha documentato il lavoro di Bartolo a Lampedusa, ha detto del film: “Voglio che gli spettatori uscendo dalla salasi chiedano: ‘Qual è la mia posizione verso tutto questo? Cosa posso fare?” Certo, è tanto da chiedere ad un film o ad un libro, e mentre spero che il potente racconto di Lacrime di sale provochi una reazione nei suoi lettori, non ho un obiettivo programmatico rispetto a ciò che esso dovrebbe realizzare.

Forse la mia traduzione delle parole di Bartolo e della Tilotta porterà un lettore da qualche parte a non avere successo nell’apprendimento dell’arabo, ad associarsi, in modo fallimentare, ad un circolo della maglia, o addirittura a riuscire a trovare un modo pratico per essere di aiuto. Forse farà cambiare idea ad alcuni lettori e ne stimolerà altri. Ma anche se Lacrime di sale non spingerà direttamente all’azione i suoi lettori, oggi la voce di Bartolo può essere ascoltata nella sua traduzione inglese, ed è già qualcosa.

Fonte: Articolo scritto da Chenxin Jiang e pubblicato l’8 gennaio 2018 ­sul sito Literary Hub

Chenxin Jiang
Nata a Singapore e cresciuta ad Hong Kong, traduce da italiano, tedesco e cinese.
La sua ultima traduzione è il best-seller internazionale “Lacrime di sale. La mia storia quotidiana di medico di Lampedusa fra dolore e speranza” scritto dal Dr. Pietro Bartolo e da Lidia Tilotta,  pubblicato da W.W.Norton a gennaio 2018.

Traduzione a cura di:
Daniela Liconti
Traduttrice ING/ITA-FR/ITA
Francia

Il potere politico della traduzione (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Scegliere di fare il medico su un’isola remota è certamente un atto politico, in quanto rende le cure mediche accessibili ad una comunità scarsamente assistita – anche se non era questa la sua unica, o la primaria, motivazione. Tuttavia, quando il numero di migranti che attraversavano il Mediterraneo raggiunse livelli critici, Bartolo si trovò sempre più coinvolto nel dibattito politico sull’identità dell’Europa e l’impegno umanitario. Si tratta di argomenti particolarmente impegnativi a Lampedusa, un piccolo porto italiano geograficamente più vicino alla costa tunisina che a quella siciliana dove i confini tra Europa e Africa si confondono.

Inutile dire che anche la traduzione letteraria è un atto profondamente politico, in quanto rende accessibili testi particolari a lettori particolari trasportandoli oltre i confini linguistici. Spesso noi traduttori difendiamo gli autori ed i libri che traduciamo, ma non sempre pensiamo alla traduzione come ad una forma di difesa politica di per sé, né necessariamente dovremmo. È vero che dare prolungata attenzione ad un racconto complesso o impegnativo rappresenta una dichiarazione politica su ciò che ha valore per noi, ma non leggiamo o traduciamo buoni libri solo o principalmente per l’importanza politica di quell’atto – li leggiamo perché sono talmente buoni che non possiamo farne a meno.

Ciò detto, alcuni libri danno particolare importanza alla dimensione politica del compito del traduttore per via della loro diretta rilevanza politica – e riflettendoci bene, mi accorgo che in passato ne sono stata spesso attratta.

Il primo libro che ho tradotto era un rapporto sulla rivoluzione culturale cinese, un episodio profondamente traumatico su cui si sorvola nelle scuole cinesi e di cui a mala pena si parla a Hong Kong, dove sono cresciuta. La stalla (The Cowshed) di JiXianlin fu, a detta di tutti, il resoconto sulla rivoluzione culturale cinese più letto nel Paese; pensai che dovesse essere reso disponibile anche al pubblico di lingua inglese. Ma, ovviamente, ciò poteva accadere solo se qualcuno lo avesse tradotto.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Chenxin Jiang e pubblicato l’8 gennaio 2018 ­sul sito Literary Hub

Chenxin Jiang
Nata a Singapore e cresciuta ad Hong Kong, traduce da italiano, tedesco e cinese.
La sua ultima traduzione è il best-seller internazionale “Lacrime di sale. La mia storia quotidiana di medico di Lampedusa fra dolore e speranza” scritto dal Dr. Pietro Bartolo e da Lidia Tilotta,  pubblicato da W.W.Norton a gennaio 2018.

Traduzione a cura di:
Daniela Liconti
TraduttriceING/ITA-FR/ITA
Francia

Il potere politico della traduzione

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Tradurre in inglese le storie dei profughi secondo Chenxin Jiang
Nell’agosto 2015, quando Angela Merkel aprì le frontiere della Germania ai profughi, mi trovavo a Berlino.Per giorni non feci che seguire i notiziari e leggere di famiglie siriane ed altri esuli che fluivano nelle stazioni ferroviarie tedesche.

Un anno dopo mi trasferii a Berlino, disposta a fare ogni possibile sforzo come volontaria per accogliere i profughi. Mi iscrissi ad un circolo della maglia per tedeschi ed immigrati, ma in quanto principiante fui più d’intralcio che di aiuto per gli organizzatori. Feci uno sforzo saltuario per imparare l’arabo da un libro, ma in breve tempo mi ritrovai sempre più impegnata in lavori di archivio e libri da tradurre e la mia riserva di entusiasmo diminuì.

Solo a Berlino c’erano decine di migliaia di profughi: cosa poteva fare chiunque di noi? Non mi era mai venuto in mente che il mio lavoro di traduttrice letteraria – anche dall’italiano, oltre ad altre lingue, in inglese – potesse avere qualcosa a che fare con le cause politiche che mi stavano tanto a cuore.

Poi ricevetti una email da un editore: mi sarebbe piaciuto tradurre un libro scritto da un medico italiano che gestisce un ambulatorio sull’isola di Lampedusa, avamposto dell’impegno umanitario per il soccorso ai rifugiati sulla pericolosa via del mare verso l’Europa? Prima ancora di leggere il libro, dissi di sì. E quando infine lessi Lacrime di sale, ero ancora più elettrizzata all’idea di tradurlo.

Insieme alla co-autrice Lidia Tilotta, il medico di Lampedusa Pietro Bartolo racconta le storie dei migranti che ha salvato: le famiglie separate e riunite, le donne gravide a seguito di stupro, i tragici incidenti in mare. Questi resoconti sono inframmezzati dalla storia di Bartolo, cresciuto a Lampedusa come figlio di pescatori finiti in miseria. Dato che sull’isola non c’era la scuola superiore, il giovane Bartolo venne mandato in Sicilia per avere un’istruzione, per poi tornare sull’isola a gestirne l’unico ambulatorio.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Chenxin Jiang e pubblicato l’8 gennaio 2018 ­sul sito Literary Hub

Chenxin Jiang
Nata a Singapore e cresciuta ad Hong Kong, traduce da italiano, tedesco e cinese.
La sua ultima traduzione è il best-seller internazionale “Lacrime di sale. La mia storia quotidiana di medico di Lampedusa fra dolore e speranza” scritto dal Dr. Pietro Bartolo e da Lidia Tilotta,  pubblicato da W.W.Norton a gennaio 2018.

Traduzione a cura di:
Daniela Liconti
TraduttriceING/ITA-FR/ITA
Francia

Dodici falsi miti sui bambini bilingue (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

E cosa ne sappiamo oggi…

Mito 1
Non esiste alcuna prova scientifica a sostegno di questa affermazione. Bilingue e monolingue hanno la stessa capacità di sviluppo.
Mito 2
In realtà, i bambini bilingue tendono ad avere una curva di apprendimento più rapida dei monolingue.
Mito 3
I bambini sembrano avere più facilità degli adulti ad imparare le lingue ma non bisogna sottovalutare lo sforzo che costa loro né aspettarsi che parlino perfettamente fin dall’inizio.
Mito 4
I bilingue hanno capacità che i monolingue non hanno. Spesso i bilingue parlano una lingua dominante allo stesso livello di un monolingue, alla quale se ne aggiunge un’altra, più debole, che utilizzano meno spesso. Nel corso di una conversazione, il bilingue sa scegliere se optare per il modo monolingue o per quello bilingue.
Mito 5
Nella prima infanzia, imparare una lingua non richiede un dono o un talento particolari, ma fa semplicemente parte della vita , come camminare o vedere da entrambi gli occhi.
Mito 6
I testi linguistici standardizzati vertono solo su attitudini linguistiche parziali del bilingue (ovvero una sola lingua) che sono confrontate con le attitudini linguistiche complete del monolingue. I risultati mediocri di un bilingue a questi test non tengono conto dei diversi schemi di dominanza linguistica. Attualmente non esiste nessun test specifico per i bambini bilingue.
Mito 7
Pochissimi immigrati latino americani parlano inglese e non ci sono abbastanza strutture d’insegnamento dell’inglese per accoglierli tutti. I programmi che coniugano lo spagnolo e l’inglese lo fanno in parte perché ciò permette ai bambini bilingue di imparare l’inglese meglio e più rapidamente.
Mito 8
Le lingue primitive o « senza grammatica » non esistono. Tutte le lingue sono complesse ma comunque “imparabili”.
Mito 9
Forse è esatto, però non ci si deve aspettare che tutti i bambini la pensino così. Bisogna dare un senso all’apprendimento della lingua, facendo frequentare al bambino delle persone interessanti che fanno cose divertenti nell’altra lingua.
Mito 10
Anche questo forse è vero, a condizione però che il bambino non abbia mai sentito parlare un’altra persona, cosa abbastanza rara se i genitori non sono nativi della lingua, dominante o minoritaria che sia.
Mito 11
Non esiste nessuna prova di questo. I bambini che hanno difficoltà con due lingue ne hanno generalmente anche con una sola.
Mito 12
I genitori sono gli unici esperti in questo campo. L’unico modo di  crescere male un bambino bilingue è quello di insegnargli una lingua sola. Se non è già stato fatto, non è mai troppo tardi per fare meglio.

Fonte:  Articolo scritto da Corey Heller e pubblicato sul sito Multilingual Living

Traduzione a cura di:
Simona Grisendi
Traduttrice EN-FR-PT>IT – IT>FR
Neuilly Plasance – Francia

Dodici falsi miti sui bambini bilingue

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Interessatissima al bilinguismo dei bambini da quando sono diventata mamma di un piccolo italo-francese che crescerà bilingue in ambienti monolingui e in una società che, sebbene relativamente aperta al multiculturalismo, resta scettica sul bilinguismo precoce, ho trovato interessante il seguente articolo di blog. Aspetto di vedere cosa succede dal vivo…

Mito 1
I bambini bilingue iniziano a parlare più tardi dei monolingue.
Mito 2
I bambini bilingue accumulano un ritardo scolastico che non colmeranno mai.
Mito 3
I bambini piccoli assorbono le lingue come delle spugne.
Mito 4
I bilingue sono come due monolingue in una sola persona.
Mito 5
Bisogna essere portati per le lingue per impararne due contemporaneamente.
Mito 6
Se i bilingue hanno risultati inferiori ai test linguistici standardizzati significa che hanno capacità inferiori ai bambini monolingue che sono nella media.
Mito 7
Gli immigrati latino americani negli Stati Uniti rifiutano l’apprendimento dell’inglese e impongono a tutti l’uso dello spagnolo.
Mito 8
Alcune lingue sono più primitive di altre e quindi più facili da imparare. Molta gente parla inglese perché in questa lingua ci sono meno regole di grammatica.
Mito 9
Parlare una seconda lingua è di per sé una ricompensa.
Mito 10
I genitori che non parlano perfettamente una lingua trasmettono i loro errori e il loro accento ai bambini.
Mito 11
Se un bambino ha difficoltà d’espressione in una o due lingue, il problema scompare  nel momento in cui ne abbandona una delle due.
Mito 12
Esiste un modo solo per crescere bene un bambino bilingue.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte:  Articolo scritto da Corey Heller e pubblicato sul sito Multilingual Living

Traduzione a cura di:
Simona Grisendi
Traduttrice EN-FR-PT>IT – IT>FR
Neuilly Plasance – Francia

La parola, il linguaggio come progetto di senso

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

“ In principio era il verbo, …” così recita il Prologo al Vangelo di Giovanni.  Il Verbum, la parola, sono dunque gli artefici della creazione del mondo, ne plasmano i contorni e suggellano l’attitudine dell’essere umano a vivere e a comunicare all’interno di un contesto sociale. Ma cosa significa in realtà comunicare ? Non si tratta forse di riconoscere ad uno stesso fatto o alla medesima situazione analoghe caratteristiche percettive suscettibili di indurre le stesse reazioni sensoriali, siano esse visive, olfattive, uditive, gustative ? Le immagini, i suoni, i profumi creano come delle sinfonie percettive i cui toni si articolano in parole. Ogni tonalità di ciò che viene percepito tramite i sensi trova in tal modo una corrispondenza verbale, che viene poi codificata allorché venga condivisa all’interno di una stessa aggregazione sociale. La paura, la rabbia, il desiderio vengono interiorizzati e si rivelano nella loro essenza alle persone, e quelle stesse persone si rivelano a se stesse attraverso di loro.

Questa duplice rivelazione determina l’esigenza di aprirsi al mondo, di stabilire un contatto per conoscerlo e per votarsi ad esso nel modo più consono. Ne consegue che la verità di queste percezioni diviene allora una verità imperativa suscettibile di imporsi attraverso un progetto di senso che ne motivi le ragioni, un progetto vissuto ed elaborato dalla coscienza individuale al fine di anticipare le possibili conseguenze legate a quelle stesse percezioni. Comunicare assume quindi la valenza di una sorta di anticipazione di una vocazione futura già inscritta nella propria coscienza, che indurrà o meno ad assumere determinati comportamenti, oppure a rinunciarvi. Alla base di ciò troveremo sempre l’anelito alla conoscenza di se stessi, per poter rinascere ogni volta infrangendo il santuario dell’interiorità che non è fatto per rimanere serrato e inaccessibile ma che deve proiettarsi verso il mondo, senza peraltro sgretolarsi per concedersi ad esso.

Ecco allora che si prefigura l’ineludibile necessità di attribuire al linguaggio un senso comune, sulla base delle ragioni volte a giustificarne la convenienza e l’imperatività di fronte a verità non ancora conosciute o rivelate. Questo senso non può prescindere da una motivazione che nasce paradossalmente dall’ignoranza; è Socrate che ci ha fornito il più bell’esempio di questa forma paradossale di motivazione quando dice: « Tutto ciò che so, è che  non so nulla. » Rendersi conto di non sapere suscita un’attrazione formidabile verso ciò che bisogna conoscere, trasmettere, comunicare.

Fonte: Spunti tratti dal testo di Antoine de La Garanderie “La motivazione: il suo risveglio, il suo sviluppo”

Autore dell’articolo:
Dott. Guido Pancera
Traduttore freelance dal francese in italiano
Ceresara (MN)

Il Cooperative Learning (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

I fondamenti teorici del Cooperative Learning, che promuovono l’apprendimento del singolo in una dimensione gruppale, sono:

- l’interdipendenza positiva nella quale il conseguimento dell’obiettivo è condiviso fra i vari componenti,vincolati fra loro mediante relazioni di assertività, resistenza allo stress, controllo dell’ansia;
- il rafforzamento dell’equilibrio psicologico, per cui il successo o il fallimento del singolo è esteso al gruppo;
- la comunicazione fra i componenti, che stimola la scoperta, allevia le tensioni e la fatica incrementando l’autostima e la fiducia nelle proprie potenzialità e al contempo un clima relazionale accogliente;
- la relazione comunicativa, anch’essa fondamentale nel gruppo cooperativo, che non si acquisisce autonomamente, bensì va appresa. Ciò presuppone un individuo “eterocentrato”, in grado di organizzare un messaggio non ambiguo, ma preciso, in grado di esprimere emozioni in modo congruo a condizione che si verifichi una serie di precondizioni quali la credibilità, la personalizzazione, l’appropriatezza e la ridondanza del messaggio, la rotazione degli incarichi, con un leader situazionale che, secondo le necessità, motivi alla realizzazione del compito mediante azioni di controllo e coordinamento delle informazioni, orientamento al lavoro, stimolo all’approfondimento, incoraggiamento della partecipazione ed elargizione di riconoscimenti. Lo svolgimento del proprio ruolo all’interno di un gruppo in modo efficace è associato a una comunicazione efficace.
- la gestione costruttiva dei conflitti, mediante una negoziazione, ossia una comprensione ossia una comprensione delle ragioni altrui, un’esplorazione dei motivi di dissenso, una compenetrazione nella prospettiva dell’altro al fine di delineare una soluzione di reciproco vantaggio, per rivalutare il conflitto quale forte stimolo intellettivo alle capacità di argomentazione e di riflessione, un’esperienza educativa che consente il mantenimento di un buon clima relazionale.

Le esperienze di Cooperative Learning promuovono comportamenti e stati motivazionali che incrementano sia la motivazione estrinseca, poiché il discente vede l’apprendimento come un vantaggio vicendevole e una responsabilità condivisa, sia la curiosità epistemica, che induce a chiarire e ad approfondire al fine di individuare una soluzione comune.

Il Cooperative Learning contribuisce a rafforzare i processi motivazionali che premiano l’interazione promozionale, l’integrazione degli sforzi e la motivazione intrinseca basata sulla soddisfazione per l’acquisita consapevolezza di determinare con il proprio contributo il successo scolastico. I feedback ricevuti dai pari fungono, da forti molle motivazionali indotte da interessi solidali e non competitivi.

Autrice dell’articolo:
Maria Grazia Falcinelli
Traduttrice freelance ING-IT, FR-IT, SP-IT
Docente di Lingua Inglese Scuola secondaria superiore
Napoli

Articolo originale tratto dalla tesi di Master II livello in Didattica dell’Italiano L2 “Fattori emotivo- motivazionali nell’apprendimento della L2 e Cooperative Learning”

Il Cooperative Learning

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Il contesto socioculturale globale si è rivelato un terreno assai fertile per lo sviluppo di un ampio movimento educativo che pone l’enfasi su modalità di apprendimento cooperativo o di gruppo esigenza motivata dalla crisi dei processi di socializzazione dovuta alla perdita di autorevolezza delle istituzioni tradizionalmente deputate alla relazionalità, quali la famiglia e la scuola. La famiglia è disgregata o allargata, le relazioni intergenerazionali sono tese, i valori della socialità sono alla deriva, l’individualismo e la competitività prevalgono su ideali e mete in grado di instillare la cultura della progettualità nelle giovani generazioni che sono, dunque, prive di modelli di riferimento. La scuola sembra aver perso il proprio ruolo di primaria agenzia di socializzazione, stretta fra pastoie burocratiche, impostazioni pseudo-aziendali e un anacronismo didattico e organizzativo che la separa dal mondo reale. I processi di socializzazione tradizionale s’intrecciano con le opportunità formative offerte dai mass media che condizionano la maturazione sociale e psicologica degli adolescenti. La televisione, è “la cattiva maestra” evocata da Karl Popper, che travolge i giovani con una quantità alluvionale di informazioni e propone una visione della realtà distorta.

Recentemente, il social networking è il fenomeno che connota i nuovi percorsi di socializzazione in cui la relazionalità è svincolata dall’interazione. La realtà digitale promuove una socializzazione artificiale in un universo virtuale nel quale le distanze si annullano e non esiste una comunicazione efficace e genuina, ma un’innegabile perdita dell’identità individuale. In una società multirazziale, la presenza di etnie diverse determina, altresì, problemi relazionali interpersonali dovuti all’eccessiva competitività e alla scarsa propensione verso l’altro. La crisi del rendimento scolastico e la disaffezione verso la scuola, unita a una generalizzata carenza nelle abilità sia disciplinari che relazionali, ha indotto gli educatori a individuare metodi efficaci per migliorare la formazione e stimolare la motivazione, sentiti come esigenze imprescindibili. Il principio innovativo del Cooperative Learning è la variabile che ne costituisce il fondamento, ossia la cooperazione fra i discenti. Il termine indica una modalità di apprendimento che si rifà ad un vasto movimento educativo, affermatosi negli Stati Uniti a partire dagli anni ’90, nel quale si delineano due orientamenti, il primo risalente a John Dewey e l’altro a Kurt Lewin. Entrambi convengono sulla cooperazione, come mezzo di autorealizzazione e promozione individuale.

Il Cooperative Learning è “un insieme di tecniche di conduzione dell’aula, nel quale i discenti lavorano in piccoli gruppi per attività di apprendimento e ricevono valutazioni in base ai risultati conseguiti”. E’ necessario delimitare l’ambito operativo affinché si possa parlare di Cooperative Learning e non di un gruppo spontaneo o tradizionale, connotato da una leadership marcata e dinamiche di competitività e individualismo. Un vero gruppo cooperativo secondo D. Dishon e O’ Leary, si basa su 5 principi, ossia:

- elevato livello d’interdipendenza positiva e di responsabilizzazione reciproca (interdipendenza positiva)
- leadership condivisa (leadership distribuita) con l’incoraggiamento e controllo diversamente dal gruppo tradizionale nel quale ci sono una leadership formale e responsabilità individuali;
- gruppo eterogeneo per caratteristiche personali e abilità;
- perseguimento dell’obiettivo e acquisizione delle competenze sociali che promuovono un’interrelazione positiva, nella quale ci sarà sempre un feedback e una valutazione individuale e di gruppo;
- gruppo autonomo e autosufficiente.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Maria Grazia Falcinelli
Traduttrice freelance ING-IT, FR-IT, SP-IT
Docente di Lingua Inglese Scuola secondaria superiore
Napoli

Articolo originale tratto dalla tesi di Master II livello in Didattica dell’Italiano L2 “Fattori emotivo- motivazionali nell’apprendimento della L2 e Cooperative Learning”

La gestione della classe e il clima emotivo (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Robert Hinshelwood ha elaborato il concetto di ‘personalità collettiva di classe’ inteso come lo stile relazionale preponderante fra i suoi componenti e definisce la classe demotivata, quieta ma spenta e indifferente in cui l’atteggiamento prevalente è l’astenia. In tale classe, si assorbono le critiche, ci si adatta alle circostanze, si adotta la logica del minimo sforzo, crogiolandosi nell’apatia e spegnendo le motivazioni individuali ed eventuali slanci che falliscono sul nascere. L’obiettivo del docente è la creazione di ciò che Hinshelwood definisce la ‘classe costruttiva’, ossia quella armonicamente bilanciata che, se non fortuitamente costituita grazie a una serie di coincidenze, è frutto di un minuzioso lavoro educativo e programmatico.

La trasformazione di una classe amorfa in una costruttiva è possibile privilegiando un’impostazione a forte impianto cooperativo; infatti l’attivazione di percorsi collaborativi, mediante una gestione di spazi e una diversificazione delle attività, accresce la responsabilità individuale e sollecita le dovute risposte. Anche un gruppo classe demotivato ha in ogni caso una sua struttura collaborativa, che però impedisce lo sviluppo delle potenzialità individuali, attivabili, invece, grazie a processi di competizione motivante e con una divisione dei compiti. Un clima motivante è quello integrativo e di riconoscimento reciproco improntato alla massima dinamicità degli scambi, nel quale il docente adotta strumenti operativi che colgono la pluridimensionalità della conoscenza.

Il docente assume il ruolo di ‘regista del clima educativo’13 convogliando e promuovendo le competenze sociocognitive specifiche e lo sviluppo della motivazione ad apprendere. Il metodo di apprendimento cooperativo, che contrappone a una gestione tradizionale dell’aula, una mediazione sociale nella quale l’origine del processo di apprendimento è nell’allievo, corresponsabile del proprio percorso educativo, deriva dal paradigma costruttivista affermatosi in ambito pedagogico negli anni ’80, che enfatizza la cooperazione come la strategia ottimale per migliorare i risultati cognitivi, le interrelazioni e il benessere psicologico in un contesto socioeducativo, rivoluzionato dall’avvento dei nuovi media e dalla globalizzazione.

Autrice dell’articolo:
Maria Grazia Falcinelli
Traduttrice freelance ING-IT, FR-IT, SP-IT
Docente di Lingua Inglese Scuola secondaria superiore
Napoli

Articolo originale tratto dalla tesi di Master II livello in Didattica dell’Italiano L2 “Fattori emotivo- motivazionali nell’apprendimento della L2 e Cooperative Learning”

La gestione della classe e il clima emotivo

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Un apprendimento proficuo necessita di un’atmosfera serena e di un ambiente cognitivo adeguato. La gestione della classe include le azioni e le strategie di conduzione delle attività adottate dai docenti per consentire l’ottimizzazione del lavoro in aula e il coinvolgimento dei discenti, stimolando atteggiamenti cooperativi. Jacob Kounin, uno dei più autorevoli studiosi di questa tematica propone un modello comportamentale ‘ecologico’ che si fonda sulle condizioni ambientali e sull’incidenza del comportamento docente su feedback dei discenti. Un docente efficace agisce sempre in modo preventivo, coglie la multidimensionalità degli eventi, la simultaneità dei compiti e l’imprevedibilità delle situazioni. E’ necessaria una pianificazione preventiva, il management di tipo anticipatorio di cui parla JereBrophy, che si fonda su una progressiva e chiara esplicitazione di regole e norme adottate in una classe, sostenute fino alla routinizzazione (comunicazione regolativa).

La progettazione di interventi mirati di tipo motivazionale non può prescindere dal clima emotivo che si instaura in classe e che condiziona notevolmente le dinamiche relazionali. Gabriella Pozzo parla del ‘fattore C’, ossia il clima di classe, composto da una serie di variabili prosociali che afferiscono all’idea di unione (coinvolgimento, consapevolezza, condivisione, confronto, controllo, covalutazione, comunicazione, collaborazione). Il gruppo classe è, in primis, un gruppo affettivo, oltre che di lavoro, che funziona se vi è un forte senso di responsabilità e può rivelarsi una preziosa risorsa per lo sviluppo di abilità relazionali, a condizione che si rendano palesi, si sviluppino le potenzialità emotive e si estrinsechi una comunicazione circolare. Il docente è un socializzatore della motivazione, connotato da autorevolezza, che dovrà adottare uno stile di conduzione flessibile e assertivo e promuovere atteggiamenti responsabili e soprattutto l’autoregolazione e l’autonomia dei discenti.

Per sollecitare forme più interiorizzate di motivazione è imprescindibile un rimodellamento dei ruoli del docente e del discente, per loro natura asimmetrici, one-up/ one-down, affinché le regole scaturiscano da una negoziazione attiva e non da un’imposizione unilaterale. Un clima di classe che fa scattare ‘la molla motivazionale’ è quello nel quale il docente sperimenta la dimensione del ‘pedagogicalcaring’, il prendersi cura dell’allievo e in cui prevale la comprensione e l’accoglienza sull’autoritarismo che annichilisce l’apprendimento e soffoca la responsabilità individuale.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Maria Grazia Falcinelli
Traduttrice freelance ING-IT, FR-IT, SP-IT
Docente di Lingua Inglese Scuola secondaria superiore
Napoli

Articolo originale tratto dalla tesi di Master II livello in Didattica dell’Italiano L2 “Fattori emotivo- motivazionali nell’apprendimento della L2 e Cooperative Learning”

L’interprete: un mediatore a più variabili

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

È facile rendersi conto delle lacune generali che ancora oggi molti hanno nel definire la figura dell’interprete, anche se professionisti delle reti televisive. Sorprende come, in molte reti televisive, il termine interprete viene spesso confuso con quello dell’artista o del cantante, visto che i professionisti responsabili del servizio di interpretazione vengono denominati traduttori o traduttori simultanei (Vallecillo Molina 2002: 101[1]). Purtroppo, queste lacune non riguardano semplicemente l’aspetto terminologico della professione ma si riferiscono a una erronea comprensione del ruolo professionale stesso dell’interprete che, nonostante sia fondamentale per il successo di qualsiasi trasmissione televisiva, viene considerato come una figura marginale che non richiede molta attenzione. Inoltre, degna di nota è pure la mancanza nei titoli di coda di qualunque trasmissione televisiva dei nomi degli interpreti e delle organizzazioni alle quali essi appartengono, così da far prevalere l’anonimato piuttosto che il merito.

Fortunatamente, per gran parte degli addetti ai lavori, l’immagine tradizionale dell’interprete come colui che è coinvolto soltanto nella traduzione di messaggi da una lingua all’altra, ormai sembra essersi sgretolata. È stato dimostrato che il lavoro dell’interprete è reso possibile dalla sua capacità di comprensione della situazione comunicativa e, in secondo luogo, dalla sua capacità di portare avanti la traduzione. Oggi, anche la visione dell’interprete come colui che traduce e, dunque, come translation machine, sembra sempre più essere influenzata dal modo in cui la gente, in questo caso il pubblico televisivo, percepisce l’interazione mediata dall’interprete. Prendendo in considerazione le categorie di Goffman (1981), vengono identificati tre formati di produzione; l’animator, l’author ed il principal.

In primo luogo, generalmente l’interprete parla per conto di qualcun altro, proiettando il suo self come animator degli altri.  In secondo luogo, nell’animare il discorso altrui, l’interprete assume anche la responsabilità del ruolo di author. Tuttavia, l’interprete non può assumere il ruolo del principal. Tuttavia, il dilemma per l’interprete televisivo è come affrontare il doppio vincolo, che consiste nel mantenere una distanza professionale dagli elementi emotivi o frivoli del talkshow e, allo stesso tempo, essere coinvolto personalmente come partecipante professionalmente importante e di primaria importanza.  In quanto partecipante primario, ovvero nel caso in cui venga coinvolto nell’interazione dai partecipanti sullo schermo, l’interprete di talkshow deve possedere una certa propensione all’azione per “calarsi nel ruolo” giocato dall’ospite o dal conduttore e, quantomeno, deve saper gestire la situazione.

Il ruolo che si profila per l’interprete televisivo, dunque, richiede un profondo senso del limite, una capacità di oscillare tra distanza e coinvolgimento che permetta di co-gestire l’evento comunicativo e il dispiegarsi delle azioni. Come si può evincere da quanto detto, oltre allo stress, l’interprete televisivo potrebbe incorrere nel rischio di confondere la propria identità, a causa dell’assunzione di diversi ruoli richiesti di volta in volta e della difficoltà di capire quale sia il momento giusto per scegliere in quali dei tanti “calarsi”.

Autrice dell’articolo:
Carla Cassarà
Traduttrice EN-ES>IT – Interprete di conferenza
Milano

Questo articolo è stato estratto dalla Tesi di Laurea Magistrale sperimentale della Dr.ssa Carla Cassarà in “Traduzione Specialistica e Interpretariato di Conferenza”, Università IULM di Milano, Titolo: “Media Interpreting e valutazione della qualità. L’analisi di un caso: l’applauso come aspettativa dell’utente”, pp. 55 – 57)


[1] Vallecillo Molina J. (2002)”La interpretación simultánea en las cadenas de TV statale españolas: aspectos técnicos, situacionales y emocionales”, in Puentes. Hacia nuevas investigaciones en la mediación intercultural, 1, pp.95-106.

La differenza tra traduzione e interpretariato

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Interpretariato e traduzione sono due discipline linguistiche strettamente correlate. Eppure raramente vengono svolte dalle stesse persone. La differenza di competenze, formazione, attitudine e la conoscenza anche di lingua sono così sostanziali che poche persone riescono a coniugarle a livello professionale.

Parlando in maniera superficiale, la differenza tra traduzione ed interpretariato sembra stare solo nel mezzo: l’interprete traduce oralmente mentre il traduttore traduce il testo scritto. Traduzione ed interpretariato inoltre presuppongono un certo amore per la lingua e un profondo amore per più di una lingua.

Il profilo di competenze dei traduttori tecnici
Le differenze nelle abilità sono senza dubbio piùdelle loro somiglianze. Le competenze chiave del traduttore sono la capacità di comprendere la lingua di origine e la cultura del paese da cui il testo ha avuto origine, quindi l’utilizzo di una buona biblioteca di dizionari e materiali di riferimento, per rendere il materiale chiaro e preciso nella lingua di destinazione. In altre parole, mentre le competenze linguistiche e culturali sono ancora critiche, il marchio più importante di un buon traduttore è la capacità di scrivere bene nella lingua di destinazione

E’ raro che un individuo bilingue riesca ad esprimere la sua idea su un determinato contesto in modo ugualmente perfetto in entrambe le lingue, e molti eccellenti traduttori non sono abbastanza bilingue per provarci.  Conoscendo questo limite, un buon traduttore tradurrà solo documenti verso la propria lingua madre. Ecco perché noi che ci occupiamo della lingua scientifica richiediamo assolutamente che i nostri traduttori tecnici traducano solo nella loro lingua madre, oltre alle loro altre competenze specifiche.

D’altra parte, un interprete deve essere in grado di tradurre in entrambe le direzioni sul posto,senza l’utilizzo di dizionari o altri materiali di riferimento supplementari. Gli interpreti devono avere straordinarie capacità di ascolto, soprattutto per l’interpretazione simultanea. Gli interpreti simultanei hanno bisogno di elaborare e memorizzare le parole che l’oratore della lingua di origine sta dicendo istantaneamente e nel frattempo tradurre nella lingua di destinazione le parole dette dal parlante 5-10 secondi prima. Gli interpreti, devono anche possedere un eccellente livello di Speaking e le competenze e la capacità intellettuale di trasformare immediatamente idiomi, espressioni colloquiali e altri riferimenti specifici alla cultura in analoghe dichiarazioni in modo che il pubblico possa comprenderle.

Qualifiche dell’interprete
Nell’interpretariato, cosi come nella traduzione, è fondamentalmente l’arte del “parafrasare” — l’interprete ascolta un oratore in una sola lingua, coglie il contenuto di ciò che viene detto e poi parafrasa la propria comprensione del significato utilizzando gli strumenti del linguaggio di destinazione. Tuttavia, proprio come non si può spiegare un pensiero a qualcuno se non hai completamente capito quel pensiero, non si può tradurre o interpretare qualcosa senza che si abbia una conoscenza dell’argomento da tradurre.
Semplicemente non si può sopravvalutare: quando si sceglie un interprete, la sua conoscenza approfondita della materia è importante quanto la loro esperienza di interpretariato.

Gli interpreti del linguaggio scientifico devono possedere le seguenti abilità:

- Conoscenza approfondita del soggetto generale che deve essere interpretato
- Intima familiarità con entrambe le culture
- Ampio vocabolario in entrambe le lingue
- Capacità di esprimere pensieri in modo chiaro e conciso in entrambe le lingue
- Eccellente conoscenza di tecniche di interpretazione consecutiva
- Esperienza di almeno 2-3 anni per l’interpretazione simultanea

Fonte: Articolo pubblicato sul blog di Language Scientific

Traduzione a  cura di:
Sara Vicari
San Cataldo (CL)

Localizzazione di videogiochi (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Non rispondere alle alte aspettative generate dagli utenti può avere ripercussioni negative sull’esperienza che gli stessi hanno con il prodotto finale, giacché i giochi (soprattutto quelli più tecnici e realistici, come i simulatori) sono focalizzati su un pubblico specifico e specializzato rispetto a ciò di cui si tratti, così il processo di localizzazione deve essere finalizzato esclusivamente a soddisfare le necessità di suddetto pubblico potenziale. Come mette in evidenza Serón Ordoñez (2012: 113),

Si deve segnalare in tal senso che allo stesso modo in cui la traduzione poco creativa in cui si perdano certe connotazioni di un videogioco dal contenuto fantasy può ridurre l’esperienza di gioco, in un videogioco dal contenuto storico, una traduzione, che manchi di fedeltà rispetto alla realtà storica rappresentata, può risvegliare l’incredulità del giocatore e, di conseguenza, compromettere la sua esperienza di gioco.

Il settore continua a crescere e ogni volta ci sono sempre più piattaforme su cui lanciare videogiochi, cosa che presuppone il lancio di più prodotti per lo svago elettronico che si adattano primariamente a differenti tipi di pubblico. A tal riguardo, quanto più lontano sta il gioco dall’utente tradizionale, quanto più la localizzazione del prodotto sarà necessaria per un buon godimento dello stesso da parte dell’utente. Secondo Méndez González (2010, in rete)

Si avvicina il momento di lasciarci alle spalle tutti i luoghi comuni e le credenze erronee e fare un passo definitivo verso il grande pubblico, consolidandosi come un nuovo modello artistico che possa essere riconosciuto a livello sociale e culturale. Ciò che prima sembrava un’utopia è più vicino che mai e così lo dimostra la sempre maggiore accoglienza che lo svago elettronico riceve nelle case di tutto il mondo. Tuttavia, questo spintone definitivo deve ricevere l’appoggio di un elemento tanto importante quanto lo è la traduzione; indipendentemente dal paese del mondo, è necessario che i videogiochi parlino la stessa lingua del loro pubblico per finire di consolidarsi.

Per sopravvivere nella realtà contemporanea, è fondamentale offrire prodotti localizzati ai diversi mercati. La localizzazione è, secondo Méndez González (2014a: 119):

lo strumento attraverso il quale un prodotto si adegua testualmente e culturalmente a uno specifico mercato con l’obiettivo di rendere reale il fine ultimo di tutta la produzione dello svago elettronico; ottenere che il giocatore si lasci trasportare dalle immagini e che abiti le immagini.

E sono esattamente gli utenti quelli che hanno l’ultima parola e quelli che, negli ultimi tempi, stanno reclamando che tutta la produzione che si lanci in Spagna contenga, come minimo, testi in spagnolo (con l’idea sempre più presente della possibilità di avere prodotti doppiati). Per questa ragione, alcune compagnie pubblicizzano nella custodia del gioco la lingua in cui è disponibile quella versione. Per esempio, nonostante non sia l’unica, Microsoft applica solitamente nella parte frontale della custodia dei suoi giochi un’etichetta verde (il colore che richiama la sua piattaforma Xbox) all’interno della quale indica se il gioco è stato doppiato in spagnolo (Méndez González, 2013: 59). Però questo espediente pubblicitario non fa altro se non porre pressione ai localizzatori professionisti, che devono essere all’altezza e devono riuscire a trasmettere questo mondo virtuale agli utenti.

Fonte: Articolo scritto dal Dott.Ramón Méndez González e pubblicato nell’aprile del 2015 sul Translation Journal

Traduzione a cura di:
Viviana Mirabile
Consulente linguistico, localizzatrice, sottotitolatrice e traduttrice freelance (ENG-ESP>IT)
Palermo

Localizzazione di videogiochi

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Abstract
La localizzazione dei videogiochi è un elemento fondamentale della valutazione del prodotto, giacché si tratta di quella barriera che determina se il gioco possa essere beneficiato dall’utente o meno. Infatti, un cattivo lavoro di localizzazione può presupporre un rifiuto da parte degli utenti e della critica, al punto tale che tutta la produzione fallisca perché non si è stati capaci di trasmettere le stesse emozioni e gli stessi messaggi a un nuovo gruppo di utenti. In questo articolo ripasseremo il concetto di localizzazione e approfondiremo alcuni esempi la cui traduzione ha causato l’insuccesso commerciale dei giochi in questione.

La localizzazione dei videogiochi si sta convertendo nel settore della traduzione che sta generando un interesse sempre maggiore negli studi sulla traduzione. Non per nulla, si tratta di un ambito nuovo, ancora sconosciuto e che genera un profitto tanto importante da superare gli ambiti della musica o del cinema (NewZoo, 2013). Tuttavia, il carattere interattivo proprio del prodotto finale genera una serie di convinzioni su ciò che effettivamente riguarda la localizzazione di un videogioco. Infatti, è possibile che la localizzazione dei videogiochi sia uno degli ambiti più esigenti di tutti i rami della traduzione (MéndezGonzález, 2013: 57).In questo articolo analizzeremo il significato del termine “localizzazione” per studiare, successivamente, come un lavoro di localizzazione che non soddisfi il cliente possa avere delle ricadute negative sul prodotto stesso.

Un settore molto complesso
Una delle prime cose da tenere in considerazione in questo senso è “la complessità e la necessità da parte dei professionisti della localizzazione di essere pronti a tutto” (Méndez González, 2013: 58). Nel mercato dei videogiochi non basta specializzarsi in un ramo specifico, ma è fondamentale essere preparati a diversi tipi di discorso e necessità. Per vie generali, a livello lessico-semantico e morfosintattico, il mondo dei videogiochi è composto da tutte quelle particolarità proprie della lingua inglese (per usare come esempio la lingua che generalmente è quella veicolare di questo settore) ma anche dei rispettivi linguaggi settoriali che possono avere luogo nel discorso (economico, giuridico, scientifico, tecnico, medico, etc.) e del linguaggio settoriale proprio del lavorare con un software così complesso e ricco di particolarità.Tutto questo conduce a difficoltà aggiunte che il professionista della localizzazione deve tenere in considerazione (MéndezGonzález, 2014b). Ciascun gioco possiede una propria terminologia e ciascun progetto le sue particolarità, in modo tale che non esistono due giochi uguali né per tematica, né per dinamiche da applicare durante il processo di localizzazione e fuori dallo stesso.

MéndezGonzález mette in evidenza che:
non parliamo del “linguaggio dei videogiochi” come una lingua che si può trovare nei giochi già messi in commercio; stiamo parlando di un linguaggio specializzato che può essere esteso alle conferenze, alla pubblicità, alle guide di strategia o a qualsiasi altro spazio in cui il videogioco abbia un effetto.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto dal Dott.Ramón Méndez González e pubblicato nell’aprile del 2015 sul Translation Journal

Traduzione a cura di:
Viviana Mirabile
Consulente linguistico, localizzatrice, sottotitolatrice e traduttrice freelance (ENG-ESP>IT)
Palermo

Apprendimento linguistico e audiovisivi (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Presentazione storica del contesto

La traduzione audiovisiva
Lo spostamento paradigmatico nell’insegnamento delle lingue degli anni Settanta ha trasferito l’attenzione da un approccio letterario basato sulla lettura e sulla scrittura a un approccio comunicativo basato sull’ascolto e il parlato (Brown, 2007:18. Cook, 2010:23). Ad oggi, la TAV è il tipo di traduzione più richiesto, dato che i film e le serie TV adesso raggiungono spettatori molto più lontani rispetto a quanto possano farlo i libri o le riviste. Ci sono diversi modi di tradurre il materiale audiovisivo – il sottotitolaggio, il doppiaggio, la voce fuoricampo, la narrazione, la telecronaca libera e l’interpretazione simultanea. Come afferma Szarkoswka, ogni paese sviluppa una sua propria differente tradizione di traduzione filmica, che è influenzata da un numero di fattori, quali circostanze storiche, tradizioni, la tecnica cui il pubblico è abituato, costi così come la posizione di entrambe la cultura di arrivo e quella di partenza nel contesto internazionale.

Secondo la Routledge Encyclopaedia of Translation Studies, esistono quattro gruppi di appartenenza dei diversi paesi, suddivisi in base al tipo di traduzione per lo schermo a cui ricorrono:

  1. Paesi della lingua d’origine, che nel mondo contemporaneo equivale a dire paesi in cui si parla la lingua inglese come gli Stati Uniti o il regno Unito, dove difficilmente vengono importati altri prodotti cinematografici. Quelli stranieri tendenzialmente vengono sottotitolati piuttosto che doppiati. In Gran Bretagna, la TAV non è considerata come una questione rilevante, dato che la maggior parte dei film importati è di produzione americana e non richiede alcun tipo di traduzione.
  2. I paesi del doppiaggio, che comprendono principalmente quei paesi dove si parla il francese, l’italiano e lo spagnolo (ai quali, talvolta, ci si riferisce come il gruppo FIGS), sia in Europa che al di fuori. In questi paesi la stragrande maggioranza di film viene sottoposta al processo di doppiaggio.
  3. I paesi del sottotitolaggio, caratterizzati da un’alta percentuale di film importati, così da generare una grande e costante richiesta di traduzione. Il sottotitolaggio è preferito al doppiaggio nei paesi come Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Danimarca, Grecia, Slovenia, Croazia e Portogallo e in alcuni paesi non europei. In Belgio e in Finlandia, dove vi sono diverse comunità in cui si parlano due lingue, i film vengono distribuiti con la doppia opzione linguistica.
  4. I paesi della voce fuoricampo, che comprendono principalmente quei paesi in cui non si possono affrontare i costi del doppiaggio, come la Russia e la Polonia.

Questa suddivisione, ad ogni modo, sembra essere una semplificazione, e non fornisce alcuna distinzione tra la traduzione per il cinema e per la televisione. Per esempio, la Polonia è indicata come un “paese della voce fuori campo”, quando ricorre maggiormente al sottotitolaggio per le produzioni cinematografiche, eccetto per alcune produzioni per bambini che vengono doppiate (Szarkoswka 2005). Anche nella Repubblica Ceca, il cinema ricorre al sottotitolaggio, fatta eccezione per le produzioni per bambini, mentre le trasmissioni televisive spesso vengono doppiate. Tutto questo, comunque, potrebbe subire delle variazioni in futuro dato che sempre più gente, specialmente i giovani, richiede il sottotitolaggio, accompagnato dall’audio in lingua originale.

“Su scala globale, questa è l’era della comunicazione di massa, delle esperienze multimediali e di un mondo dove il pubblico reclama il diritto di condividere l’ultimo testo simultaneamente tra le culture, che sia esso un film, una canzone o un libro.” (Bassnett, in Alverz 1996:1)

In conclusione, è diventato evidente che la traduzione filmica non è semplicemente un problema linguistico ma piuttosto un’attività che è “condizionata in gran parte dalle necessità funzionali della cultura d’arrivo e non, o non solo, dalle esigenze presentate dai film originali” (Delabastista 1990:99). [...]

Fonte: Articolo scritto da Euis Meinawati e pubblicato nell’aprile del 2015 su Translation Journal

Traduzione a cura di:
Viviana Mirabile
Consulente linguistico, localizzatrice, sottotitolatrice e traduttrice freelance (ENG-ESP>IT)
Palermo

Apprendimento linguistico e audiovisivi

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Abstract
Lo scopo di questo studio è quello di scoprire l’efficacia di un approccio didattico che utilizzi materiale audiovisivo durante le fasi dell’apprendimento linguistico. C’è una buona percezione nei corsi di traduzione riguardo all’uso del materiale audiovisivo. La percentuale delle risposte in cui si affermava di essere “fortemente d’accordo” era del 48%. Gli studenti hanno una media dei voti che equivale al 41,5% prima di utilizzare un approccio basato sul materiale audiovisivo e al 58,5% dopo il ricorso a tale metodo. L’insegnante può ricorrere una varietà di aiuti durante il corso di traduzione perché la traduzione è uno strumento di comunicazione e mediazione.

Contesto
Ho insegnato traduzione e interpretariato per diversi anni in corsi di lingue straniere. È una materia difficile per i miei studenti. Loro imparano come utilizzare tecniche per la traduzione tra la lingua indonesiana e quella inglese. Tradurre è una di quelle cose che lo studente potrebbe voler fare con lingua straniera dopo i suoi studi, a livello professionale e para-professionale. Gli studenti pensano che la traduzione sia come una “quinta abilità”. Raramente la traduzione è vista di per sé come un metodo di apprendimento linguistico. Questa concezione apparteneva al metodo grammatico-traduttivo diffuso nel diciannovesimo secolo, ma da allora si è evoluta in una procedura applicabile tra le tante altre. In quanto tale, dobbiamo accettare che essa può e, generalmente, è combinata con un gran numero di approcci di insegnamento.

In questo contesto, speriamo che gli studenti possano migliorare le loro abilità traduttive, specialmente nell’interpretariato, ricorrendo alla traduzione audiovisiva. La traduzione audiovisiva (di seguito TAV) è una ramo distintivo degli studi sulla traduzione che è stato considerato fino a non molto tempo fa come una specializzazione minore, riguardante la traduzione dei film, serie TV, spettacoli e altro materiale audiovisivo. Nonostante la TAV sia vecchia quanto la produzione cinematografica, la necessità della traduzione filmica non si è diffusa tanto fino agli ultimi due decenni. Ciò è dovuto a diversi fattori. Internet e la distribuzione in rete ha anche avuto un forte effetto sulla richiesta della TAV, giacché la maggior parte del materiale audiovisivo è adesso accessibile per tutti gli spettatori, sia legalmente che illegalmente, attraverso l’uso di internet.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Euis Meinawati e pubblicato nell’aprile del 2015 su Translation Journal

Traduzione a cura di:
Viviana Mirabile
Consulente linguistico, localizzatrice, sottotitolatrice e traduttrice freelance (ENG-ESP>IT)
Palermo

Consigli per Interpreti: lo shadowing

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Con l’articolo di oggi si desidera condividere una tecnica di preparazione che potrebbe darvi una mano a migliorare le vostre abilità di interpretazione. Si tratta di un breve articolo di veloce lettura, che richiede meno di tre minuti per essere letto. La tecnica in oggetto è comprovata e funziona, ma spesso si tende a dimenticarsene. Eppure, si ha la sensazione che le proprie interpretazioni siano migliori dopo averla messa in atto.

Anche se la maggior parte di voi probabilmente conosce già questa tecnica, detta shadowing, vale la pena rivederla. Lo shadowing consiste nell’ascoltare in cuffia una registrazione audio e ripetere ciò che viene detto parola per parola, nella lingua di partenza, cercando di mantenersi con almeno un enunciato di ritardo rispetto al parlante. Può sembrare facile in un primo momento, ma alcune persone parlano così velocemente da rendere lo shadowing estremamente difficoltoso, per non parlare dell’interpretazione. Bisogna comunque esercitarsi con parlatori veloci (udienze e soprattutto processi in tribunale reperibili su YouTube sono l’ideale) proprio per abituarsi al livello di difficoltà più alto. Richiede meno sforzo dell’interpretazione reale per cui si consiglia di esercitarsi per 45 minuti. Nella sessione di interpretazione che seguirà i risultati saranno tangibili. Lo shadowing, avendone sperimentato l’efficacia, aiuta a migliorare pronuncia e velocità. Ripetendo le stesse frasi di continuo nella fase di preparazione, infatti, si può notare come la propria parlata risulti più sciolta durante l’interpretazione vera e propria.

Provate anche voi, cari colleghi. La raccomandazione è di esercitarsi sia nella lingua di partenza che in quella di arrivo (o in più lingue di partenza, se è il vostro caso). Che cosa ne pensate? Ci avete già provato? Avete dei video di vostre interpretazioni che vorreste condividere? È sempre un piacere sentire cosa avete da dire e ricevere le vostre opinioni.

Fonte: Articolo pubblicato sul blog Translation Times

Traduzione a cura di:
Marco Maffioli
Laurea in Comunicazione Interlinguistica Applicata
SSLMIT Trieste e Master in traduzione Audiovisiva SSLM Pisa
Crevoladossola (VB)

L’interprete ideale

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Il breve post di oggi riguarda la prospettiva del cliente perché, oltre a essere fornitori di un servizio, spesso siamo a nostra volta clienti, in quanto acquistiamo servizi di interpretariato. Più precisamente, affidiamo incarichi ai colleghi, soprattutto quando si tratta di progetti di interpretariato di conferenza. Vorremmo quindi proporvi una breve lista delle cose che cerchiamo, senza seguire un ordine specifico. Queste qualità e caratteristiche vanno al di là delle effettive capacità dell’interprete.

  • L’interprete si presenta in modo professionale (sito web, indirizzo email professionale, ecc.).
  • L’interprete risponde subito alle nostre domande (la cosa che odiamo di più: inviamo tre domande e riceviamo risposta solo a due).
  • L’interprete risponde prontamente. Con ciò s’intende generalmente lo stesso giorno lavorativo. Ovviamente non ci si aspetta una risposta immediata, ma solitamente è bene rispondere nell’arco dello stesso giorno lavorativo.
  • L’interprete invia un preventivo professionale quando lo richiediamo. Con ciò non s’intende un’email con una tariffa, ma un documento che includa termini e condizioni, ecc.
  • L’interprete sa quali domande porgere, ad esempio riguardo all’attrezzatura, o quando si tratta di richiedere materiale informativo, ecc.
  • L’interprete ci fa fare bella figura. In fin dei conti, mandiamo gli interpreti agli eventi affinché facciano un ottimo lavoro e ci facciano fare bella figura. Ciò richiede che l’interprete sia sempre professionale.
  • L’interprete risolve velocemente i problemi. Nell’interpretariato di conferenza, i problemi possono sorgere abbastanza facilmente. Cerchiamo interpreti che sappiano agire velocemente e risolvere i problemi il più autonomamente possibile, benché ovviamente siamo sempre disponibili a dare una mano.
  • L’interprete è una persona positiva e socievole. Cerchiamo interpreti che si concentrino sugli aspetti positivi rispetto a quelli che non sono in grado di controllare. Il lamentarsi continuamente ad un evento non è piacevole né utile. Alcune situazioni non sono ideali ma occorre farci i conti e saperle gestire.
  • L’interprete ha un buon rapporto con il cliente. A differenza di molti fornitori, la nostra piccola agenzia non teme che gli interpreti ci “rubino” il cliente. Ci fidiamo dei nostri interpreti e ci sentiamo sicuri del nostro rapporto con i clienti. Durante un evento, riteniamo opportuno che l’interprete (o gli interpreti) parli con il cliente in caso di necessità anche se non siamo presenti.
  • L’interprete è puntuale, o in anticipo. Tendiamo a lavorare sempre con gli stessi professionisti, e scegliamo sempre persone conosciute per la loro puntualità. Se ritardi, probabilmente non lavorerai più con noi.

Queste sono le cose che cerchiamo in un interprete. C’è qualcosa che vorreste aggiungere?

Fonte: Articolo pubblicato sul blog Translation Times

Traduzione a cura di:
Antiniska Cancelli
Interprete di conferenza e traduttrice
Alassio (SV)

La cultura underground dei sottotitoli

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

In Italia la parola “sottotitolo” ci porta subito a pensare ai sottotitoli per non udenti, alla pagina 777 del televideo, a qualcosa di indispensabile per le persone che altrimenti, a causa della propria disabilità, non potrebbero comprendere film o serie e programmi televisivi.
In realtà i sottotitoli sono una forma di comunicazione che ci permette di oltrepassare molte più barriere di quante pensiamo. Le barriere della lingua, per esempio, e di conseguenza anche di culture diverse dalla nostra, stili di vita, modi di dire, slang e tradizioni rappresentati cinematograficamente dai Paesi stranieri.

Vero è che i nostri doppiatori sono molto apprezzati e famosi per il loro talento, ma questo ci ha resi ignari del valore aggiunto di un opera in lingua originale, come la precisa intensità interpretativa da parte dell’attore stesso che è ineguagliabile anche per il doppiatore più bravo.
All’estero, la sottotitolazione è una forma ormai molto diffusa. Anche nelle sale cinematografiche è normale la proiezione di un film di altra nazionalità in lingua originale con traduzione sottotitolata.

Dagli anni ’80 a oggi, è dilagato il fenomeno dei “Fansub”, gruppi di giovani che si sono organizzati per tradurre e sottotitolare, non a scopo di lucro, “da fan per i fan”, film e serie televisive non licenziate nel proprio Paese. Ed ecco che una passione condivisa è riuscita a oltrepassare i limiti del mercato e a divulgare un metodo più coinvolgente per guardare le opere cinematografiche e televisive, in lingua originale appunto, senza rinunciare alla completa comprensione dei contenuti.
In un primo momento i sottotitoli erano disponibili in rete solo in lingua inglese, poi sono nati fansub in altre parti d’Europa che traducono tali sottotitoli nella propria lingua madre.

Da qualche anno l’interesse verso l’oriente ha spinto una fetta sempre maggiore di appassionati a ricercare opere televisive (Drama o Dorama) e cinematografiche asiatiche che evidentemente non sono di interesse commerciale ma che stanno catalizzando l’attenzione di tanti.
I drama non son visti e conosciuti solamente in Asia, ma sono seguitissimi anche in America Latina, in Russia, nel mondo arabo, e da qualche anno appunto anche in Europa.

Recentemente si sta verificando un altro fenomeno, l’avvento del K-POP. La musica commerciale coreana sta riscuotendo un enorme successo in tutta Europa, molte boy band asiatiche (i cui membri spesso recitano nei drama), contano schiere di fan, soprattutto in Francia, in Spagna, in Germania e in Italia, e da qui il passaggio ai drama con l’idolo di turno è breve.

A causa delle leggi sempre più severe sul copyright digitale, nonostante i fansub realizzino soltanto sottotitoli in semplici file di testo incoraggiando l’acquisto del materiale audiovisivo con cui abbinarli, sta diventando difficile lo scambio e la visione di drama e film asiatici per gli utenti regolarmente attivi e partecipi nei forum. Ciò ha creato grande sconforto tra gli appassionati e i sostenitori della divulgazione della cultura asiatica attraverso il filone cinematografico e televisivo.

C’è anche da dire che il livello di traduzione e sottotitolaggio dei fansub, in media, è molto scarso, proprio perché non è svolto da professionisti del settore, ma da dilettanti che si arrangiano a prestare un servizio altrimenti inesistente.
Per questo sono in molti a sperare che qualche rete televisiva, magari lungimirante e pronta a osare, prenda in considerazione la programmazione di drama, ma rigorosamente in lingua originale e sottotitolati da professionisti.

Autrice dell’articolo:
Giada Bolletta
Sottotitolatrice intralinguistica e interlinguistica EN > IT
Roma

Sopratitoli a teatro (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Tenendo presente tutto quanto esposto nell’articolo di ieri (ndr), non stupisce che i sopratitoli abbiano avuto di recente una rapida crescita, specialmente a Parigi. Nel settembre 2014 ‘Madre Courage e i suoi figli’ di Bertold Brecht è stato rappresentato in tedesco al Théâtre de la Ville, seguito da ‘Tratando de Hacer una Obra que Cambie el Mundo’ (‘Cercando di creare un’opera che cambi il mondo’) in spagnolo e ‘Ravens, We Shall Load Bullets’ (‘Ravens, dovremo caricare i proiettili’) in giapponese. Nel novembre dello stesso anno sono stati portati in scena ‘Straight White Men’ (‘Onesti uomini bianchi’) di Young Jean Lee, in inglese al Pompidou Centre e ‘Fragments’ (‘Frammenti’) al Bouffes du Nord, col copione francese di Beckett proiettato attraverso i sopratitoli. All’inizio del 2015 abbiamo visto ‘Le Sorelle Macaluso’ in italiano e ‘Daisy’ in spagnolo al Théâtre du Rond Point, per non parlare delle altre innumerevoli produzioni sopratitolate in tutta la città. Quando le barriere linguistiche, culturali sono abbattute e contemporaneamente abbracciate, è un momento incredibile ed emozionante per un amante del teatro, in tutto il mondo.

E non è solo la gente locale che viene messa a conoscenza del segreto del teatro internazionale. L’industria del turismo è fiorente e i visitatori non sono più soddisfatti dai tour sugli autobus scoperti. Camminando per le strade di alcune delle principali città europee, la gamma di accenti e lingue differenti che probabilmente si riesce ad ascoltare per caso è sorprendente. Io per prima non batto più ciglio quando sento un viaggiatore americano dalla voce acuta in una carrozza della metropolitana parigina, oppure un gruppo di australiani camminare lungo il quai de la Seine. Infatti, Tobias Veit, produttore artistico ed esecutivo dello Schaubühne, ha detto lo stesso di Berlino, la città turistica con la più rapida crescita in Europa. Attualmente lo Schaubühne sopratitola 4-6 rappresentazioni al mese, in inglese e francese, mentre il Maxim Gorki Theater ha fatto un passo in più, sopratitolando il 100% dei loro spettacoli. I teatri in Spagna, Olanda e Giappone sono recentemente saltati sul carro del vincitore e ora, grazie alla start-up ‘Theatre in Paris’, anche in Francia. Per la prima volta nella storia, gli spettatori stranieri sono invitati a fare un passo dentro i teatri parigini e ad assistere a rappresentazioni in lingua originale, fianco a fianco con gli amanti locali del teatro.

Penso che il ‘The Spectator’ di Joseph Addison sarebbe molto felice di sapere che, alla fine, abbiamo trovato la soluzione definitiva alle barriere linguistiche teatrali. Non dobbiamo più sederci in un teatro facendo finta di capire, mentre segretamente ci preoccupiamo di aver perso un elemento  cruciale della trama o qualche astuto gioco di parole.

Il meglio di tutto questo? L’apprezzamento delle lingue e delle culture straniere che rimane completamente intatto e, a mio avviso, più forte che mai.

Fonte: Articolo in inglese di Daisy Jacobs pubblicato il 3 agosto 2015 sul Blog TiP’s TIPS

Traduzione a cura di:
Luca Colangelo
Articolista, recensore e traduttore freelance EN > IT
Milano

Sopratitoli a teatro (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

In anni più recenti, le compagnie teatrali di tutto il mondo hanno afferrato il concetto e lo hanno portato avanti, usando i sopratitoli per aprire le porte del teatro internazionale a un pubblico completamente nuovo. L’iniziativa ‘Globe to Globe’ del World Shakespeare Festival ne è un perfetto esempio. Nel 2012, per oltre 6 settimane, 37 compagnie da 37 paesi diversi si sono esibite in un’opera shakespeariana nella loro lingua madre al Globe Theatre di Londra, usando sopratitoli per riassumere l’azione sul palco. Tre degli spettacoli sono poi ritornati al Globe nel 2013, così pure nel 2014. Quest’anno saranno ospitati l’Opera di Pechino con un ‘Riccardo III’ in cinese mandarino e un ‘Macbeth’ in cantonese diretto da Tang-Shu Wing, tutto con l’aiuto di riassunti proiettati. Con un’iniziativa simile, la ‘Quatrième Salle’ ( la ‘Quarta Sala’) della Comédie Française di Parigi gira il mondo portando i classici francesi in Asia, Russia e oltre, sopratitolando le rappresentazioni nella lingua locale e, quindi, portando il teatro tradizionale francese in luoghi che altrimenti non sarebbero mai stati messi in contatto con esso.

I sopratitoli non sono unicamente una benedizione dove è interessata solo l’accessibilità; in effetti, sono diventati una vera e propria forma d’arte a sé stante. In una società che spinge costantemente a sfidare i confini e i limiti della tecnologia, non sorprende che sempre più compagnie teatrali sperimentino a cuor leggero la ricchezza di possibilità che la sopratitolazione è in grado di offrire. Prendiamo ad esempio la compagnia spagnola Atresbandes che ha girato il Regno Unito l’anno scorso. Nel loro spettacolo ‘Solfatara’ i sopratitoli cominciano traducendo fedelmente l’opera per un pubblico di lingua inglese, poi lentamente, ma inesorabilmente, cominciano ad assumere un carattere sovversivo, facendosi beffa della scena sottostante, alterando la traduzione e “litigando” con gli attori, fino a diventare essi stessi una parte fondamentale delle interazioni in scena. Sono spettacoli come questo che dimostrano quanto tecnologia e teatro possano assolutamente lavorare in tandem e, quando lo fanno, il risultato può essere elettrizzante.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo in inglese di Daisy Jacobs pubblicato il 3 agosto 2015 sul Blog TiP’s TIPS

Traduzione a cura di:
Luca Colangelo
Articolista, recensore e traduttore freelance EN > IT
Milano

Sopratitoli a teatro

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Nel 1712 Joseph Addison, il fondatore del quotidiano inglese ‘The Spectator’, scrisse quanto segue:

“Non c’è dubbio che i nostri pronipoti saranno molto curiosi di sapere la ragione per cui i loro avi erano abituati a sedersi insieme, come spettatori stranieri nel proprio paese, e ad ascoltare interi spettacoli davanti a loro in una lingua che non comprendevano […] Naturalmente, non posso fare a meno di pensare come uno storico che scrive da qui a due o trecento anni […] e che farà la seguente riflessione:‘All’inizio del diciottesimo secolo l’italiano era così ben compreso in Inghilterra che le opere sui palcoscenici erano recitate in quella lingua.’” [1]

Come studentessa di lingue e amante del teatro, ho sempre apprezzato leggere e guardare opere in lingua originale e, guardando uno spettacolo tradotto, non riesco a fare meno di pensare di essere stata ingannata, di aver perso “l’autenticità”. L’andatura, il ritmo e la melodia di una lingua aggiungono ad un pezzo di teatro una dimensione talmente inestimabile che, togliendola, l’opera cambia completamente. Tuttavia, io non parlo russo, tedesco, italiano o spagnolo (la lista potrebbe andare avanti) e non posso lasciar perdere Čechov, Brecht, Goldoni, ecc. solo perché non sono in grado di leggerne i copioni originali. E non importa quanto mi piaccia andare a teatro: non riesco proprio a vedermi uscire fuori dopo due ore di ‘Три сeстры’ (‘Le tre sorelle’ di Anton Čechov) lodando la sottigliezza del linguaggio e i dialoghi avvincenti…

Secondo me, è proprio qui che i sopratitoli entrano in gioco. Conosciuti anche come ‘sovratitoli’, i sopratitoli sono incredibilmente recenti e la loro storia non è poi così definita. Ciò che sappiamo è che sono stati visti per la prima volta nelle opere liriche adattate per la televisione come “didascalie”, le quali sarebbero comparse davanti allo schermo per fornire agli spettatori un breve riepilogo di quanto stesse accadendo, non diversamente dalle didascalie nei film muti. Si pensa che i sopratitoli così come li conosciamo oggi siano stati introdotti nel 1983 a Pechino, seguita da Copenhagen, New York e, nel 1984, dal Canada; infatti, la parola ‘sopratitolo’ è un marchio registrato dalla Canadian Opera Company [2]. I sopratitoli sarebbero stati proiettati in alto, sopra il palcoscenico del teatro, permettendo al pubblico di seguire la storia senza perdere la ricchezza del linguaggio originale dell’opera (al prezzo di qualche giorno col torcicollo).

Seconda parte di questo articolo >

Riferimenti:
[1] J. Addison, Papers from “The Spectator”: The Opera, The Lotus Magazine, Vol. 5, No. 3 (Dic., 1913), pp. 165-172
[2] J. Burton, The Joy of Opera: The Art and Craft of Opera Subtitling and Surtitling (The Royal Opera House, London) <http://www.port.ac.uk/media/contacts-and-departments/slas/events/tr08-burton.pdf> [Accesso 20 Gennaio 2015]

Fonte: Articolo in inglese di Daisy Jacobs pubblicato il 3 agosto 2015 sul Blog TiP’s TIPS

Traduzione a cura di:
Luca Colangelo
Articolista, recensore e traduttore freelance EN > IT
Milano

L’importanza del lavoro del traduttore

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Non bisogna comunque sottovalutare il lavoro del traduttore: l’assenza di restrizioni temporali immediate permette al traduttore infatti di investire più risorse mentali nel compito di trovare la soluzione corretta. Il traduttore è sempre alla ricerca di soluzioni rigorose, non di soluzioni che permettano semplicemente di ‘assolvere al compito’. A questo scopo il traduttore esegue ricerche e consultazioni approfondite e utilizza banche dati specializzate per ampliare la conoscenza della materia in oggetto. Di conseguenza, il traduttore finisce spesso per diventare piuttosto esperto dell’argomento trattato. Dal punto di vista di un committente il processo di traduzione con le successive correzioni e revisioni riduce i margini di errore, per cui il prodotto finale risulta decisamente più chiaro rispetto un lavoro di interpretazione.

Molti interpreti non si sono mai cimentati in lavori di traduzione e viceversa, anche se le due discipline sono complementari. Il lavoro del traduttore, che ricerca perfezione e significati precisi, richiede analisi scrupolose del significato delle parole, la loro annotazione su carta e quindi un momentaneo assestamento che precede il lavoro di analisi e revisione. Quest’attività è perfettamente complementare a quello dell’interprete, che ricava dal messaggio originale una panoramica generale volta a cogliere l’essenza del discorso. Una tale integrazione di competenze ci doterebbe di abilità invidiabili: la capacità di cogliere i dettagli più minuziosi di un linguaggio da un lato e la capacità di produrre analisi –lampo di un messaggio permettendone la sua fedele interpretazione in un altro linguaggio, dall’altro.

Sia i traduttori che gli interpreti sono artigiani della parola, e riconoscere le cose che ci accomunano e quelle che ci differenziano significa riconoscere la complessità del lavoro a cui entrambe i gruppi si dedicano.

Fonte: Articolo scritto da Lourdes De Rioja e pubblicato il 20 aprile 2015 sul blog Oford Dictionaries

Taduzione a cura di:
Serena Gargiulo
Dott. di Ricerca in Biotecnologie Industriali
Dott. in Biotecnologie Industriali
Traduttore scientifico EN<>IT
Napoli

Diversità fra interpretazione e traduzione

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

La domanda apparentemente banale ‘che lavoro fai?’ manda in crisi esistenziale gli interpreti; fatichiamo a trovare la maniera migliore di dare una risposta a questa semplice domanda. Meglio qualificarci come traduttori o come interpreti? Il motivo per cui la domanda ci pone di fronte a tanto dilemma è che non è mai semplice spiegare ad altri in cosa realmente consista il lavoro di interprete di conferenza. E in effetti la tipica reazione ad una spiegazione attentamente ponderata e ben posta è ‘Ah, quindi sei un traduttore!’. Questa comunissima risposta rivela quanto la linea di demarcazione tra le discipline di traduzione ed interpretariato sia ancora per molti piuttosto vaga; pur tuttavia ad una più attenta analisi apparirà subito chiaro come le competenze richieste nell’uno e nell’altro caso siano invece piuttosto diverse.

Definire traduzione ed intepretariato di conferenza
Nel definire sia la traduzione che l’interpretariato di conferenza come discipline che rendono possibile una comunicazione multilingue, sia essa scritta o parlata, ci rendiamo conto che il denominatore comune ad entrambe le materie è il linguaggio. Esistono, tuttavia, importanti differenze nelle modalità in cui il linguaggio viene utilizzato (nell’uno e nell’altro caso).La parola scritta richiede l’utilizzo di tecniche piuttosto diverse rispetto alla lingua parlata, e di conseguenza traduttori ed interpreti lavorano in contesti diversi come il giorno e la notte. Questo è uno dei motivi per cui è raro trovare professionisti che si dedichino ad entrambe le discipline. Al momento di mettere penna su carta il traduttore deve esprimere in un’altra lingua e con precisione l’idea contenuta nel testo d’origine, rimanendo fedele al contenuto, allo stile e alla forma del testo originale. Il traduttore si concentra sull’analisi di un testo scritto e lo esamina scrupolosamente per individuarne significati, meandri, forme e colori. E’ un lavoro che richiede tempo, riflessione ed una continua riscrittura, per assicurare che nulla vada perso nel processo di traduzione.

Agli interpreti invece è concesso un margine di creatività, per far fronte a quella che è una delle maggiori restrizioni nel trattare il linguaggio parlato: il tempo, o la carenza di esso. L’interprete deve lavorare in tempi brevi e dimostrare spontaneità, operare sia in modalità simultanea che consecutiva (ovvero tradurre mentre l’oratore parla o dopo). Nell’interpretazione simultanea, l’interprete deve ascoltare e parlare contemporanemente, mentre nella modalità di interpretazione consecutiva l’interprete dev’essere in grado di ascoltare, utilizzare particolari tecniche per annotare il discorso e subito dopo riformulare le unità informative in un’altra lingua.

Infatti, la sfida più grande è la comprensione, l’analisi e la riformulazione accurata di un linguaggio in un altro, in tempo reale. L’interprete è sia un ascoltatore che un oratore che lavora in tempo reale, senza ‘ancore di salvataggio’ e con poche possibilità di correggere errori. Il lavoro simultaneo, o pressappoco simultaneo, associato all’ assenza di controllo rispetto ai contenuti del discorso d’origine, fa operare l’inteprete in condizioni impegnative, che lasciano poco margine d’errore. Approfondirò l’argomento nell’ articolo di domani (ndr).

Fonte: Articolo scritto da Lourdes De Rioja e pubblicato il 20 aprile 2015 sul blog Oford Dictionaries

Taduzione a cura di:
Serena Gargiulo
Dott. di Ricerca in Biotecnologie Industriali
Dott. in Biotecnologie Industriali
Traduttore scientifico EN<>IT
Napoli

Buone ferie!

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Riprenderemo le pubblicazioni il 31 agosto pv, buone ferie a tutti!

Il linguaggio non verbale nell’interpretariato

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Spesso, nell’assistere dal vivo o in televisione ad una sessione di interpretariato, vengono sottovalutati e fraintesi i gesti che caratterizzano la comunicazione non verbale di un determinato contenuto linguistico.

Nel comprendere le tappe che portano l’interprete ad una buona riproduzione di un contenuto verbale è necessario fare un resoconto generale su cosa sia l’interpretariato. Partendo dal presupposto che la finalità principale dell’interpretazione è trasmettere un contenuto linguistico, esistono varie forme di interpretazione. Le più conosciute sono: l’interpretariato consecutivo (che divide il contenuto da riprodurre in secondi o minuti, cosicché possa essere tradotto consecutivamente), l’interpretariato simultaneo (traduce simultaneamente un contenuto verbale o non verbale), l’interpretazione in chuchotage (nella quale l’interprete sussurra simultaneamente ad un pubblico ridotto, il contenuto linguistico basato su un determinato tema) ed il relè (caratterizzato da più lingue di ricezione nelle quali l’interpretazione viene riprodotta).

Pur essendo l’interpretariato conosciuto e menzionato per la sua espressione verbale, è fortemente caratterizzato da un elevata componente non verbale. Una comunicazione non verbale comprende tutte quelle forme di comunicazione che non sono considerate parole. Nella comunicazione orale, questi messaggi simbolici sono realizzati attraverso l’intonazione, la postura del corpo, le espressioni del volto e delle pause.
L’interprete tratterà questi elementi non verbali utilizzando un tono di voce adeguato, guardando la persona che sta parlando, evitando di fare pause in modo da guadagnare tempo, utilizzando gesti ed espressioni facciali tipiche della cultura destinataria dell’interpretazione.
Ed è proprio nel momento in cui si traduce verso la cultura di ricezione che possono nascere incomprensioni ed equivoci.

Per esempio, mostrare la lingua per le culture occidentali significa fare smorfie; al contrario, lo stesso gesto in Tibet esprime gentilezza, in Cina è usato per esprimere confusione o preoccupazione, in Indonesia per esprimere il proprio dissenso su un determinato argomento.
Pertanto, nel momento in cui si presentano queste difficoltà, legate fortemente ad una matrice culturale, in che modo l’interprete deve tener conto del suo lavoro al fine di limitarle o eliminarle?

Una soluzione che può limare gli aspetti sopra menzionati ha a che vedere con la collaborazione tra l’interprete e il suo cliente in quanto, il produttore e il fruitore effettivi del contenuto linguistico espresso sono il cliente e il pubblico a cui si rivolge. Per l’interprete, in questo frangente neutrale, sarà possibile decifrare i gesti e le posture non verbali assunte dal proprio cliente. In sintesi, l’interprete deve sapersi districare tra il linguaggio non verbale espresso dal proprio cliente e dal suo interlocutore.

Autore dell’articolo:
Salvatore Aromando
Traduttore Freelance ES-PT-EN>IT
Salerno