Il localizzatore: mestiere sottovalutato

 Categoria: Operatori nel settore traduzioni

Se si cerca su un dizionario tradizionale la definizione del termine localizzazione, difficilmente corrisponderà ad esso un’accezione che vada al di là della mera attribuzione spaziale o temporale di qualche cosa. Sui dizionari di recente pubblicazione, si troverà invece che al termine localizzazione corrisponde un’altra spiegazione legata ad un fenomeno moderno, ovvero il “processo per rendere un prodotto linguisticamente e culturalmente adeguato al mercato di destinazione”.

Ma cos’è esattamente la localizzazione? Chi se ne occupa? Quanti sono a conoscenza dell’esistenza di un settore che può essere davvero molto redditizio per chi svolge il difficile mestiere del traduttore? La localizzazione è un fenomeno recente, che si può fare risalire agli anni ‘80, quando finalmente si inizia a comprendere che affinché la globalizzazione possa avvenire a tutto tondo, è necessario avvalersi del prezioso ausilio di internet.

Le industrie informatiche, al fine di adattare i propri prodotti alle aspettative dei clienti, capiscono l’urgenza di appoggiarsi ad una figura professionale appropriata che sia in grado di tradurre i siti web, la terminologia dei prodotti hardware e software e tutta la documentazione informatica, e che al contempo sia in possesso di imprescindibili competenze informatiche. È così che nasce la figura del localizzatore, un traduttore specializzato con abilità informatiche.

Il localizzatore non si occupa soltanto di materiale linguistico, ma anche di dati non linguistici che necessitano un adattamento in funzione del contesto d’uso a cui sono destinati. Esempi sono il formato di una data, l’orario, le unità di misurazione, la conversione delle valute o le immagini connotate culturalmente. Per questa ragione bisogna tenere nella giusta considerazione gli aspetti e le diversità culturali legati al processo di localizzazione, poiché sono proprio questi ultimi a determinare la differenza nel modo di recepire il messaggio da parte dei destinatari.

La mole di lavoro e di difficoltà che un localizzatore deve affrontare non è certo indifferente; si tratta di un processo lungo e complesso che richiede una pianificazione in diverse fasi.
Queste vanno dall’analisi del materiale che dovrà essere localizzato, ai vari testing delle funzionalità del prodotto, sia in itinere che finali, passando per l’identificazione delle risorse umane, la loro gestione e l’attività di traduzione e di ingegnerizzazione che costituiscono il fulcro di tutto il lavoro. È vero che il localizzatore può avvalersi dell’ausilio di strumenti come le fonti on-line e off-line (dizionari terminologici, database di traduzioni precedenti, sistemi di traduzione automatica) che consentono di accelerare notevolmente i tempi, ma rimane il fatto che il suo lavoro deve svolgersi in tempi abbastanza ristretti per adempiere alle scadenze fissate dal committente.

Domani verrà pubblicata la seconda parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Federica Capodici
Laureata in Lingue e culture moderne
Aspirante traduttrice ES>IT
Casteltermini (AG)

Diversi tipi di traduzione (2)

 Categoria: Storia della traduzione

L’altro aggettivo che ho sopra utilizzato nel parlare del campo della traduzione è “scomodo”; il termine si riferisce al fatto che ancora oggi questo ambito viene spesso sottovalutato. Ritengo invece che il mestiere del traduttore sia un’attività assolutamente dignitosa, da non dover essere considerata inferiore alla scrittura vera e propria. Ogni trasposizione conferisce qualcosa di nuovo al testo originale, talvolta arricchendolo, altre sminuendone il valore. La sfida è ogni volta più avvincente: il traduttore ha allo stesso tempo l’onore e l’onere di restituire un testo il più possibile vicino a quello di partenza, tentando di riprodurre nel linguaggio di ricezione l’equivalente naturale più prossimo del messaggio nella lingua di partenza, sia in termini di significato che in termini di stile.

Uno degli studiosi a cui guardo con maggiore ammirazione è Carlo Izzo, una delle figure più autorevoli dell’anglistica italiana del secondo Novecento, esperto di poesia, narrativa, letteratura inglese e americana. Punto cardine della sua visione è il disprezzo nei confronti dei traduttori che aggiungono del loro in traduzione. Il loro peccato è la presunzione. Responsabilità del traduttore onesto è invece l’umiltà: il suo sapersi mettere discretamente da parte per lasciare intero il campo dell’autore straniero. In definitiva: il traduttore deve scomparire, rendersi invisibile.

Di idea nettamente opposta è Harington, il primo traduttore inglese dell’Orlando Furioso, che inserì nel frontespizio della sua traduzione un autoritratto di dimensioni molto maggiori rispetto al ritratto di Ariosto incluso nella stessa pagina.

Ho fatto riferimento a questi due studiosi per arrivare a dare la mia visione delle cose: la mia posizione sta più o meno a metà strada tra quella di Izzo e quella di Harington. Non condivido l’egocentrica idea di quest’ultimo, ma allo stesso tempo ritengo che l’esortazione izziana a scomparire sia più problematica di quanto sembri: è impossibile, e a mio avviso, sbagliato cancellare la propria firma dalla propria traduzione. Ciononostante della teoria di Izzo rimane valida, sul piano etico, la condanna dell’arroganza del traduttore che mette se stesso davanti al proprio autore. Il prodotto finale deve soddisfare occhi, orecchie e facoltà raziocinanti del traduttore stesso.

Autore dell’articolo:
Trunfio Ramona
Traduttrice EN>IT
Gioia Tauro (RC)

Diversi tipi di traduzione

 Categoria: Storia della traduzione

Roman Jakobson, nel testo On Linguistic Aspects of Translation, distingue tre tipi di traduzione:

Intralingual Translation: interpretazione dei segni verbali per mezzo di altri segni della stessa lingua;
Interlingual Translation: interpretazione dei segni verbali per mezzo di un’altra lingua;
Intersemiotic Translation: interpretazione dei segni verbali per mezzo di sistemi non verbali.

Lo studioso affronta poi il tema centrale: nonostante i messaggi possano fornire adeguate interpretazioni di unità codificate, non si può in definitiva ottenere mai completa equivalenza nella traduzione. Chiara appare quindi la posizione del grande linguista, che, pur riconoscendo una notevole importanza al lavoro dei traduttori, non vede possibile il totale trasferimento del messaggio dal “Source Text” al “Target Text”.

Posizione nettamente differente è quella di Levy, secondo cui ogni omissione o anche semplice contrazione delle espressioni difficoltose nell’atto traduttivo è da considerarsi immorale. Il traduttore ha la responsabilità di trovare una soluzione ai problemi più spinosi, e deve cercare di rendere stesso significato, stile e forma del testo di partenza.

Apparentemente contraddittoria è la teoria di Octavio Paz, che esprime così la propria visione: “Ogni testo è unico e, allo stesso tempo, traduzione di un altro testo. Ciononostante tutti i testi sono originali perché ogni traduzione è distinta”.

Potrei andare avanti per molte pagine facendo cenno agli innumerevoli studiosi che, a torto o ragione, hanno dato il proprio contributo circa il mondo tanto appassionante quanto scomodo della traduzione. Uso l’aggettivo appassionante perché è esattamente ciò che ho sempre voluto fare, sin da quando, sedicenne, lessi per la prima volta Oliver Twist di Charles Dickens. In quell’occasione capì quanto necessaria fosse una giusta trasposizione del testo nella nostra lingua, e quanto inaccettabile fosse la perdita di un singolo e apparentemente insignificante suono del testo originale. Da lì iniziai a leggere senza sosta testi in lingua sia inglese che spagnola, con la presuntuosa ma allo stesso tempo modesta voglia di farne una traduzione valida.

La seconda e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Trunfio Ramona
Traduttrice EN>IT
Gioia Tauro (RC)

La traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

La traduzione è un atto d’amore che trova espressione nella sensibilità del traduttore.
Capire, intellegere ciò che l’autore vuole trasmettere non è un atto meccanico, immediato, un mero esercizio. Occorre tanta pazienza, passione affinché un testo venga restituito nella sua pienezza di significato e significante, senza “tradire” il pensiero dell’autore.

Spesso, risulta veramente difficile far comprendere ai profani le complessità e gli aspetti multiformi che si celano dietro un testo da tradurre. Tradurre significa coinvolgere tutti i nostri sensi, anche il sesto… Avere per esempio l’intuizione che l’uso di un termine piuttosto che un altro, possa discostarsi dall’originale .

Ad un pubblico attento e conoscitore di una lingua straniera di certo non sfuggono certe sfumature di significato comparando la versione natia e la traduzione, per esempio accade quando si guarda un film in cui il dialogo originale può essere completamente stravolto. Certe espressioni idiomatiche, tipiche di una cultura, vanno riadattate a seconda del pubblico cui vengono destinate, cercando di conservare il senso generale e scaturire il medesimo effetto. Si pensi ad una di quelle brillanti commedie inglesi, il sense of humour diverge dal nostro e ciò rende necessario un intervento da parte di un esperto per generare una bella e sonora risata!

Il rischio in cui un traduttore può incappare allorquando traduce un testo, è quello di riscriverne un altro. Chi non ha mai sperimentato al liceo che durante la correzione di una versione di latino ci si ritrova poi con più soluzioni, magari in antitesi fra loro? Certo, in latino la codifica dovrebbe essere più precisa in quanto è una lingua morta, cioè non più in divenire lessicalmente quanto grammaticalmente. Una lingua moderna subisce invece delle mutazioni, le parole vengono rese ambigue dalle infinite contestualizzazioni a cui si prestano.

Studio, passione e conoscenza sono solo i punti di partenza di un buon traduttore. Obiettività e sensibilità, i requisiti sperati.

Autore dell’articolo:
Maria Josè Pugliese
Laurea in Lingue e Lett.re Straniere
Traduttrice EN-FR>IT
Pisa

I traduttori automatici servono davvero?

 Categoria: Strumenti di traduzione

Di recente notizia è la gaffe “piccante” di un bando pubblicato sul sito del MIUR. Infatti, pare che un professore della facoltà Agraria dell’università di Firenze abbia affidato la traduzione di un testo scritto in italiano intitolato “Dalla pecora al pecorino” a un traduttore professionista, e che quest’ultimo si sia affidato a un traduttore automatico per svolgere il lavoro. Risultato: il titolo tradotto è stato “From sheep to Doggy Style”, ossia “Dalla pecora alla pecorina”. Ma come è possibile?! Siamo nel 2012 e ci sono ancora traduttori che non hanno capito la completa inutilità dei traduttori automatici?

Alcuni definiscono giustamente i traduttori automatici come “una tra le migliori idee peggio funzionanti di sempre” ed effettivamente non hanno tutti i torti, ma c’è anche chi sostiene che questi software abbiano fatto dei progressi enormi e che riescano a tradurre testi tecnici in modo accettabile. Noi traduttori sappiamo benissimo che questi strumenti dovrebbero essere eliminati definitivamente dal web e che è sempre meglio affidarsi alle proprie capacità e conoscenze personali, ma spiegatelo per favore anche a quei traduttori che li utilizzano ancora per facilitare il lavoro. Mi chiedo: al posto di utilizzare questi software, con i quali potreste rischiare anche di essere licenziati per aver consegnato lavori pessimi, non sarebbe meglio mettersi un po’ di soldi da parte per aumentare le vostre conoscenze e magari acquistare anche un CAT tool (o scaricarne uno gratis come OmegaT )? Sicuramente aiutano molto di più durante il lavoro di traduzione e aiutano a non commettere quegli enormi strafalcioni che i traduttori automatici invece commettono.

In conclusione, credo che la traduzione debba avvenire attraverso un accurato processo “umano” e che, in caso di utilizzo di traduttori automatici, si abbia per lo meno la decenza di revisionare il testo tradotto al fine di evitare brutte figure che potrebbero persino compromettere l’attività lavorativa professionale.

Autore dell’articolo:
Lucia Valentino
Traduttrice EN-ES>IT
Giugliano in Campania (NA)

La terminologia e il traduttore

 Categoria: Strumenti di traduzione

Il termine stesso ‘terminologia’, nella sua accezione più comune, indica sia una disciplina che studia il significato delle parole, in particolare di vocabolari speciali o settoriali, sia l’insieme dei termini che rappresentano un sistema concettuale. Basti pensare, ad esempio, alla terminologia legata alla nautica, all’informatica, alla medicina, etc.

La comparsa di sempre maggiori discipline porta alla creazione di termini tecnici e neologismi.
E lo sanno molto bene i traduttori che si trovano, quasi quotidianamente, a dover affrontare tecnicismi in continua evoluzione.
Ritengo che la parte più difficile e al tempo stesso più affascinante del mestiere di traduttore sia quella di creare una terminologia specifica. La ricerca puntuale del termine migliore e l’impegno nel rendere fruibile e utile la traduzione siano il nucleo di questo mestiere, che è sempre più una passione e sempre meno un mestiere.
È ovvio, quindi, che per un traduttore è più che mai essenziale “costruirsi” una buona terminologia specialistica.
Il traduttore si trova nelle condizioni di doversi creare un proprio “vocabolario” specialistico, cui attingere ogni volta che deve affrontare argomenti molto settoriali. Di grande aiuto, in questi casi, sono le banche-dati, le ricerche sistematiche e puntuali, le fonti, le riviste specialistiche, come anche consultare esperti del settore.

Fortunatamente la tecnologia è arrivata in soccorso al traduttore per la gestione di questa mole di informazioni; al traduttore spetta, infatti, il compito di archiviare e memorizzare in apposite “memorie” informatiche, disponibili con gli applicativi di “traduzione assistita”, tutte le informazioni reperite, per condividerle e riutilizzarle all’occorrenza.
Come in ogni ambito lavorativo la ricerca e il continuo aggiornamento sono molto importanti, a maggior ragione lo sono per un traduttore, in quanto fanno la differenza tra un lavoro di media qualità ed uno di ottima qualità.

Autore dell’articolo:
Rita Bandiera
Traduttrice EN>IT
Bologna

Traduzione dei contratti Italia – Russia (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Sul piano della struttura del periodo laddove il linguaggio giuridico italiano è caratterizzato da un alto grado di subordinazione e quindi dall’uso dell’ipotassi, il russo predilige invece la paratassi, con un grado di subordinazione del periodo assai ridotto rispetto a quando accade per l’italiano.

L’uso che i due linguaggi giuridici fanno invece del participio rappresenta forse una delle maggiori differenze riscontrate nel corso della mia analisi. Sul piano strettamente verbale: il participio passato nel linguaggio giuridico italiano è usato insieme agli ausiliare essere e avere per formare i tempi composti, in russo, dove l’ausiliare avere è assente mentre l’ausiliare essere si coniuga solo al passato был, была, было, были,(byl, byla, bylo, byli) il participio passato passivo non viene utilizzato per la formazione dei tempi composti ma è usato spesso nella sua forma breve come predicato verbale nelle costruzioni passive. I participi presenti attivi e passivi in russo vengono spesso usati in sostituzione delle corrispondenti subordinate attributive, mentre nel linguaggio giuridico italiano il participio presente è frequentemente lessicalizzato in funzione di sostantivo (l’acquirente). Sul piano della lessicalizzazione va inoltre ricordato che sia in italiano che in russo il participio passato viene spesso e volentieri lessicalizzato come aggettivo, anche se sia in italiano sia in russo può dar luogo anche a sostantivi come ad esempio l’imputato e данные, ma anche in questo caso i sostantivi derivati dal participio passato sono assai meno numerosi di quelli derivati dal participio presente.

L’uso del gerundio rappresenta invece un punto d’incontro fra queste due lingue, la sua funzione infatti in russo e in italiano si equivale anche se il gerundio in russo è sottoposto a maggiori restrizioni dal momento che obbliga alla coreferenzialità del soggetto del gerundio col soggetto della principale.

L’uso dei tempi verbali nei Codici, nelle sentenze e nei contratti sembra essere il punto in cui, se si tralascia quanto prima affermato sull’uso del participio passato, le differenze fra queste due lingue vengono quasi annullate. Nei Codici a prevalere, in entrambe le lingue, è l’uso del presente; nelle sentenze, invece, in entrambe le lingue, nella sezione dedicata all’esposizione dei fatti il tempo prevalente è il passato (che in italiano prende forma di imperfetto e trapassato prossimo, mentre in russo di passato), mentre nella parte relativa alle motivazioni della decisione tutte e due le lingue prediligono l’uso del presente. Nei contratti l’uso dei tempi verbali si equivale perfettamente.

Infine per quanto riguarda l’ordine dei costituenti all’interno della frase il russo si caratterizza per una maggiore flessibilità rispetto alla lingua italiana: la presenza dei casi, infatti, permette di poter disporre liberamente i costituenti all’interno della frase. In italiano, invece, l’assenza di marche casuali che permettono di determinare la funzione logica dei costituenti, obbliga quasi sempre a seguire l’ordine SVO.

Sul piano lessicale la necessità di esprimere gli stessi concetti e la natura quasi equivalente del sistema giuridico adottato (quello del diritto romano) riducono notevolmente la distanza fra le due lingue. Inoltre, anche sul piano morfosintattico, la vicinanza dell’italiano “giuridico” ai costrutti dell’italiano antico, più simile al latino e quindi al russo, contribuisce a limitarne notevolmente le differenze.

Autore dell’articolo:
Consuelo Speranza
Traduttrice EN-RU>IT IT>RU
Roma

Traduzione dei contratti Italia – Russia

 Categoria: Servizi di traduzione

A solo un ventennio di distanza dal crollo dell’Unione Sovietica, la Russia non rappresenta più una realtà politicamente ed economicamente lontana dalla vicina Europa configurandosi oggi come un Paese perfettamente inserito nelle dinamiche di mercato mondiali dove si trova, tra l’altro, ad occupare una posizione di spicco.

Gli ultimi anni hanno visto un intensificarsi dei rapporti commerciali tra Italia e Russia tanto che i due Paesi possono oggi vantare una partnership commerciale solida e stabile. Questa condizione ha favorito lo sviluppo di contatti diretti fra enti e aziende russe e italiane contribuendo alla formazione di una fitta rete di interscambi linguistici dove il contratto, per la sua natura di atto giuridico volto a regolare gli scambi commerciali tra i due Paesi, occupa una posizione di rilievo.

Il contratto è dunque il documento linguistico con cui il traduttore si deve più di sovente confrontare e che per la sua natura di atto giuridico, presenta difficoltà e peculiarità traduttive estranee ad altri generi. La stesura di un contratto infatti è il frutto dell’applicazione di leggi proprie ad un Paese, pertanto nella traduzione di un contratto da una lingua ad un’altra non entreranno in gioco solo problematiche di tipo linguistico, ma anche propriamente giuridiche.

Se è vero infatti che la volontà di dotare la Russia di un’economia di mercato ha dato avvio ad una serie di riforme legislative che hanno avvicinato notevolmente il diritto russo a quello romano, è altrettanto vero che il diritto russo conserva ancora tracce del diritto sovietico e nozioni tratte dalla Common Law del tutto assenti nel diritto romano.

Non potendo, per la vastità e la complessità dell’argomento, dar conto di tutte le difficoltà traduttive dovute alle differenze negli ordinamenti legislativi dei due Paesi, mi limiterò qui ad evidenziare, analizzare e giustificare le difficoltà traduttive che più di sovente ricorrono sul piano linguistico. Si è voluto qui di seguito fornire una sorta di guida per muovere i primi passi nel complesso mondo della traduzione giuridica italiano-russo e russo-italiano, con particolare riguardo alla traduzione dei contratti.

Ciò che sembra emergere dalla mia esperienza e dalle mie analisi è che, anche se russo e italiano sono due lingue che presentano numerose differenze dovute principalmente alla loro diversa struttura grammaticale, dal momento che il russo è una lingua flessiva e perciò sintetica, mentre l’italiano è una lingua analitica, su un piano specialistico come quello del linguaggio giuridico queste due lingue presentano anche molte somiglianze.
Cercherò quindi di riassumerne brevemente alcune delle mie conclusioni.

La seconda e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Consuelo Speranza
Traduttrice EN-RU>IT IT>RU
Roma

Da studenti di lingue a traduttori

 Categoria: Traduttori freelance

Studiare lingue non è così semplice come tutti pensano. Ci vogliono anni e anni di studi e sacrifici per arrivare ad un efficiente risultato. Molti potranno pensare che apprendere una lingua straniera può essere ancora più semplice, andando a vivere nel paese nativo di quella lingua. Questo forse è il metodo più veloce per apprendere, ma bisogna ricordarsi che ci deve sempre essere una base grammaticale da cui partire. Ma diventare traduttori è tutta un’altra cosa. Bisogna essere portati, avere anche stile nel riprodurre un nuovo testo in un’altra lingua, e distaccarsi il più possibile da una resa letterale del testo di partenza.

Il problema si pone quando bisogna tradurre elementi culturali, il più delle volte sconosciuti al pubblico d’arrivo, oppure lo humour. Questo l’ho sperimentato in prima persona nella redazione della mia tesi specialistica sull’analisi comparata di doppiaggio, sottotitolaggio e fansubs della serie televisiva How I met your mother. È stato un lavoro lungo e molto dettagliato, che ha portato ai suoi frutti (laurea specialistica con lode) ma che mi ha anche portato ad avere una consapevolezza maggiore dei problemi traduttivi di prodotti audiovisuali. Di conseguenza, ho prestato molta più attenzione a come siano doppiati film e telefilm in italiano, ponendomi sempre la domanda “Ma in originale com’era la battuta originale?” quando sentivo battute italiane che non suonavano bene al mio orecchio.

Questa è la dimostrazione che passi da essere uno studente di lingue con ambizioni da traduttore ad un traduttore con capacità nuove. Da lì parte il nuovo percorso che ti porta a fare il lavoro dei tuoi sogni, per cui hai duramente studiato e sgobbato sui libri.

Autore dell’articolo:
Stefania Di Dio
Traduttrice ES-EN>IT
San Maurizio Canavese (TO)

Il giapponese: la cultura in una lettera (3)

 Categoria: Le lingue

Infine è da notare una attitudine in generale verso un registro particolarmente ossequioso e circonvoluto, che tradotto letteralmente risulterebbe quasi fastidioso. La frase tradotta con “come forse molti di voi già sapranno” (皆様におかれましてもすでにお聞き及びと存じますが) in realtà sarebbe più letteralmente “so che state sentendo inutilmente qualcosa che già tutti sapete”.
In realtà, se fosse davvero così non ci sarebbe neanche bisogno della lettera in questione. Anche l’invito finale “Con il cortese invito a partecipare” è in realtà una traduzione ridotta per evitare un cerimonioso giro di parole in cui in si prega gli interlocutori, di cui si riconosce il fatto di essere quanto mai impegnati, di poter trovare un attimo per partecipare.
E’ la regola della “facciata” o “建前”, contrapposta a ciò che si pensa effettivamente, o di quello che è oggettivamente la realtà. Sicuramente, gli impiegati che ricevono tale lettera si sentiranno in dovere di partecipare, e nessuno di loro si sentirà dispensato dal dover venire perché gli sono stati riconosciuti i propri impegni. Anche ciò è una “forma”, ma, come nel caso della determinazione stagionale, dei saluti e dell’uso del linguaggio onorifico, è quanto mai anche una “sostanza”, che permette una fruttuosa e rassicurante comunicazione, assicurando la funzionalità dei complessi ingranaggi della società giapponese.

Ci si potrebbe chiedere: “ma non è una eccessiva perdita di tempo a detrimento del messaggio concreto?”. Può darsi, ma la pragmaticità dei giapponesi ha fatto sì che in internet al giorno d’oggi si trovino sconfinati database, con svariate frasi o addirittura schemi di lettere per ogni occasione, corredate dai saluti stagionali adatti per ogni mese! Oltretutto, non si pensi che la lettera sia particolarmente cerimoniosa solo perché si tratti in fin dei conti di una occasione mondana. Sicuramente ciò conta, ma anche un ordine ad un fornitore deve seguire gli stessi stilemi.

Concludendo, la conoscenza di una lingua non può non prescindere dalla conoscenza della sua cultura. Se, ipotizzando, questa lettera fosse stata tradotta da chi non è a conoscenza della società giapponese, il risultato sarebbe stato una testo quanto mai servile e ridondante, eccessivo persino per una lingua come l’italiano, che risulta spesso inutilmente involuta. Se invece la lettera avesse dovuto essere tradotta in giapponese senza le dovute cautele formali, il contenuto di per sé sarebbe stato mantenuto, ma il messaggio nella sua totalità avrebbe causato sicuramente un certo imbarazzo negli interlocutori.

Autore dell’articolo:
Giovanni Lapis
Traduttore e mediatore culturale JP-EN>IT
Padova

Il giapponese: la cultura in una lettera (2)

 Categoria: Le lingue

Già in una riga, che abbiamo praticamente dovuto saltare nella traduzione, traspare intanto la forte sensibilità giapponese per il ritmo delle stagioni, che risalta anche in situazioni di business; anzi, non vi stona. Certo, spesso per comodità viene utilizzata la formula (時下 ), che indica in modo neutrale la situazione presente. Tuttavia, nel caso della lettera si è optato per la scelta stagionale.
In primo luogo, si sarà già notato che la data indica la prima metà di Gennaio. Ebbene, come nelle innumerevoli poesie giapponesi classiche, la primavera è detta iniziare esattamente dopo Capodanno (secondo un calendario lunare). I tòpoi letterari giapponesi si soffermano sull’inizio di primavera con la forte aspettativa di un cambiamento. Il trasferimento del dottor BBB è una occasione che calza a pennello per questa formula.

Parlando di date, è d’obbligo sottolineare anche il fatto che nella lettera l’anno non è contato secondo il computo occidentale, ma secondo quello giapponese, che conta gli anni in “ere”, ossia in corrispondenza degli imperatori in carica. L’anno della lettera è il primo anno dell’era 平成, cioè il primo anno del regno dell’attuale imperatore Akihito.

Ritorniamo alla frase ますますご清栄のこととお喜び申し上げます, letteralmente: “le mie umili felicitazioni per il vostro onorevole successo negli affari“. Ciò sottolinea un’altra importante caratteristica della lettera in questione nella sua totalità, ossia l’uso del linguaggio onorifico.
La società giapponese è fortemente gerarchizzata, in cui i rapporti tendono a essere verticali (tra superiore e inferiore) piuttosto che orizzontali. E’ indicativo di ciò il fatto che esistano per esempio termini che indichino fratello maggiore 兄 e fratello minore弟, oppure amico più anziano (o con più esperienza) 先輩 e amico più giovane (o con meno esperienza) 後輩. In ambito formale, è d’obbligo porsi ad un livello inferiore rispetto al proprio interlocutore.
Ciò si riflette nel linguaggio, al livello delle stesse strutture grammaticali e semantiche, soprattutto nella coniugazione dei verbi. Quando il soggetto della frase è l’autore della lettera, viene utilizzato il livello umile (in giap. 謙譲語), mentre quando ci si riferisce all’interlocutore (anche in terza persona), che si intende innalzare al di sopra del proprio livello, si utilizza il livello onorifico (in giap. 尊敬語). Nella frase ますますご清栄のこととお喜び申し上げます, non esiste il soggetto, ma essendo il verbo in forma umile, non può trattarsi che dell’autore della lettera.

Spesso, nella misura in cui chi parla o scrive rappresenta un gruppo, il livello umile può denotare anche la totalità di quest’ultimo. Inoltre, vi sono spesso alcuni termini legati a doppio filo alla particolarità della cultura giapponese da rendere quasi impossibile una traduzione letteraria.
La frase “ come ringraziamento per i suoi sforzi a favore dell’associazione” (会のためにお骨折りいただいたご恩への感謝とともに) letteralmente sarebbe: “assieme al ringraziamento verso la benevolenza di chi ci ha onorati di essersi sforzato a favore dell’associazione“. Decisamente stucchevole, ma per i giapponesi questo tipo di linguaggio è l’olio per gli ingranaggi di una società così funzionale come può essere la loro. E’ notevole l’uso della termine 恩, qui tradotto con “benevolenza“, ma che in realtà indica quell’atto di beneficio ottenuto da un qualcuno di superiore, a cui bisogna assolutamente ripagare. Tipico è il 恩 ricevuto dai genitori, e infatti ciò che ho tradotto come “ditta subappaltatrice” (親会社) andrebbe tradotto con “società madre“, anche se si tratta semplicemente di una ditta che subappalta ad un altra (che ne è grata), e non di una holding.

Domani sarà pubblicata la terza e ultima parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Giovanni Lapis
Traduttore e mediatore culturale JP-EN>IT
Padova

Il giapponese: la cultura in una lettera

 Categoria: Le lingue

Una lingua straniera, come ben può immaginare anche chi si è avvicinato da poco allo studio di essa, non è un medium neutro, ma veicola con sé le caratteristiche della cultura da cui proviene, sia nelle sue strutture semantiche, grammaticali e sintattiche, che nei suoi stilemi.
Ciò è quanto mai palese quando si ha a che fare con una lingua lontana dal nostro orizzonte culturale europeo e addirittura americano. E’ certo il caso della lingua giapponese.

Sicuramente, la lingua del sol levante è quanto mai espressiva di una certa visione del mondo che caratterizza l’arcipelago giapponese. E la cosa più interessante è che ciò può trasparire addirittura da una business letter, o comunque da una lettera di alta formalità in ambiente lavorativo. Un tipo di documento che, specialmente in ambito anglosassone, pur concedendo anche agli anglofoni un certo livello di formalità stilistica, dovrebbe cercare di veicolare nella maniera più incisiva possibile il messaggio.

Esaminiamone un esempio; è un messaggio di una ditta, in subappalto da un’altra ditta più grande, che si rivolge a un consorzio di altre ditte nella stessa situazione di subappalto:

平成1 月1日10

関係各位
XXX株式会社
総務課長YYY

拝啓 初春の候、ますますご清栄のこととお喜び申し上げます。
さて、皆様におかれましてもすでにお聞き及びと存じますが、ZZZ株式会社のAAA工場長BBB氏は、このたび同社大阪店長に転勤となり、近く赴任されます。
つきましては、私どZZZ株式会社の下請業者で結成している経済協力会として、長年親会社側幹事役として、会のためにお骨折りいただいたご恩への感謝とともに、氏の前途を祝福するため、別紙詳細のとおり、送別会を開催したいと存じます。
ご多忙中とは思いますが、お繰り合わせのうえ、何卒ご出席くださいますようお願いいたします。
敬 具

Una traduzione italiana che abbia lo scopo di veicolare, con praticità, il messaggio e lo scopo per cui questa lettera è stata scritta andrebbe in questo modo.

XXX
Caposezione Affari Generali
YYY S.p.A.
1/1/1989
A tutti i cortesi interessati.

Stimati colleghi, come forse molti di voi già sapranno, il dottor BBB, direttore dello stabilimento AAA della ditta ZZZ S.p.A., essendogli stato affidato l’incarico come direttore della filiale della medesima ditta a Ōsaka, prossimamente si trasferirà. Pertanto, in quanto associazione di cooperazione economica costituita dagli enti in subappalto della ditta ZZZ, e avendo la nostra ditta da lungo tempo il compito di segretariato per parte della ditta subappaltatrice, abbiamo convenuto di organizzare una festa d’addio per il dottor BBB, i cui dettagli troverete nell’allegato, come ringraziamento per i suoi sforzi a favore dell’associazione e per augurargli i migliori auspici per la futura carriera.

Con il cortese invito a partecipare,
Cordiali saluti

Ora, in una traduzione come la precedente ci sono elementi che, per nostra cultura, abbiamo dovuto tralasciare per evitare una resa stucchevole e ridondante.
Per esempio la formula 拝啓 初春の候、ますますご清栄のこととお喜び申し上げます, che consta di tre elementi: il saluto (拝啓), la determinazione stagionale (初春の候 ) e il saluto di rispetto per i buoni affari degli interlocutori (ますますご清栄のこととお喜び申し上げます). Il tutto potrebbe essere tradotto letteralmente con “in questi giorni di inizio primavera, le mie umili felicitazioni per il vostro sempre maggiore onorevole successo negli affari“.

La seconda parte di questo interessante articolo sulla cultura e lingua giapponese sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Giovanni Lapis
Traduttore e mediatore culturale JP-EN>IT
Padova

Viaggiando nella lingua tedesca…

 Categoria: Le lingue

Quando, nel 2001, sono entrata per la prima volta a contatto con la lingua e la cultura tedesche, subito sono rimasta impressionata dall’incredibile lunghezza di alcune parole composte. La parola che maggiormente mi colpì fu Straßenbahnhaltestelle, ovvero “fermata del tram”. Andando più a fondo, in seguito, ho incontrato delle parole intraducibili nella nostra lingua, ma che, però, riescono a spiegare alla perfezione dei concetti, per i quali la nostra lingua necessita un certo numero di parole. Si pensi, ad esempio, a parole come Fremdschäme, Zweisamkeit, Nestbeschmutzer , Quotenfrauen e Lebensgefährt.

Fremdschäme, ad esempio, significa letteralmente “vergogna per qualcosa che qualcun altro ha fatto”, concetto di grandissimo uso, sia per quanto riguarda il contesto individuale che per quanto riguarda i contesti politico e sociale. Il popolo tedesco, a questo proposito, è stato per molti anni oggetto di luoghi comuni ed etichette ancora oggi difficili a morire. Questa sua condizione ha suscitato, spesso e volentieri, un senso di vergogna all’interno del popolo stesso, essi si sono sentiti, e si sentono tutt’oggi, in qualche modo, “colpevoli” per avvenimenti accaduti in passato. Come possiamo vedere, si tratta di un termine di grande attualità.

Un’altra parola che, in determinati contesti, può essere collegata a Fremdschäme è Nestbeschmutzer, “insozzatore del nido”, ossia una persona che, in qualche modo, “denigra” con parole o azioni la propria patria. Basti pensare a personaggi come Hitler, oppure anche semplicemente a scrittori e drammaturghi, come gli austriaci Thomas Bernard, Elfriede Jelinek e Peter Turrini, noti per la loro satira contro la società austriaca.

Per quanto riguarda la vita di coppia, troviamo termini come Zweisamkeit e Lebensgefährt che riescono a rendere dei concetti che, normalmente, nelle altre lingue vengono spiegati con un nutrito numero di parole. Il primo termine, Zweisamkeit, indica la chiusura di una coppia nei confronti del mondo esterno, come accade quando due persone tendono ad isolarsi da tutti, trascurando, in un certo senso, chi aveva fatto parte delle loro vite prima di iniziare una relazione. Lebensgefährt, invece, significa letteralmente “compagno di vita”. Non importa se si sia sposati, conviventi o semplicemente fidanzati, il concetto del compagno di vita indica una persona con cui si ha una relazione che si suppone debba durare per tutta la vita, una persona che si ha vicino nei momenti più importanti e con la quale condividere una parte di sé.

Anche il termine Quotenfrauen è di grandissima attualità. Esso sta ad indicare, infatti, le cosiddette “donne in quota”. Ed, in questo caso, il personaggio di Angela Merkel rientra appieno in questa categoria.

Fremdschäme, Nestbeschmutzer, Quotenfrauen e tutti gli altri termini qui analizzati sono solo una minima parte di tutte quelle parole tedesche, che nella nostra lingua sono intraducibili. Dopo tutti questi anni a contatto con la lingua tedesca non ho mai smesso di apprenderne di nuovi. In ognuna di queste parole è racchiusa una parte di storia e da questo viaggio all’interno di una lingua all’apparenza così difficile e dura, almeno per chi non l’ha mai conosciuta da vicino, non si finisce mai di imparare.

Autore dell’articolo:
Marina Pavido
Traduttrice freelance DE-EN>IT
Roma

La traduzione è un’attività creativa?

 Categoria: Traduttori freelance

Ho sempre divorato libri di ogni genere e in lingue diverse sin da piccolissima. Crescendo mi sentivo in vacanza solo se superavo i confini dell’Italia e sentivo suoni diversi, parole sconosciute e culture da scoprire.

A scuola avevo la pessima abitudine di leggere i libri per cui non riuscivo ad aspettare la sera, nascondendoli sotto il banco. I professori inizialmente mi mettevano in punizione, poi date le mie recidive continue e anche perché, nonostante le mie “distrazioni” avevo risultati più che accettabili a poco a poco se ne sono fatti una ragione. L’insegnante di lettere anzi mi chiedeva in privato cosa stessi leggendo e così cominciavamo delle interessanti discussioni solo nostre. I miei compagni mi prendevano in giro dicendomi: “Che stai leggendo oggi? Forse un libro spagnolo tradotto in inglese oppure uno francese tradotto in turco?” Muro di gomma, niente mi toccava.

Poi ho cominciato a leggere gli stessi libri prima in lingua originale e poi in italiano per imparare per quanto possibile tutte le sfumature delle mie lingue preferite, inglese e francese. A volte rimanevo davvero colpita da come un traduttore fosse riuscito a rendere il testo originale in maniera impeccabile, oppure profondamente infastidita perché mi rendevo conto che non era quello che l’autore voleva dire, nemmeno lontanamente.

Il mio lavoro mi ha portata in giro per il mondo (non a caso) e il tempo per dedicarmi al mio hobby preferito per forza di cose si è ristretto oltre la mia sopportazione. Adesso, che ho rallentato la mia attività primaria di professionista, sono ritornata al mio antico amore e ho ripreso con enorme soddisfazione a leggere con accanimento con le modalità dei miei anni giovanili. Ho cominciato a fare traduzioni per mio piacere trasformando la mia passione in una nuova e avvincente professione da esercitare a casa, in giardino, in viaggio. Virginia Woolf diceva: “Una stanza tutta per me e un giardino sono tutto quello che chiedo per essere felice”. Mi rispecchio totalmente in questo pensiero e adesso che posso permettermi di metterlo in pratica sono serena finalmente, dopo una vita piuttosto turbolenta sempre con la valigia in mano.

Più l’opera da tradurre è lontana dal mio pensiero, più la sfida è grande, come deve essere anche per un attore drammatico partecipare ad una pièce umoristica. Stimolante al massimo. Devi entrare nella parte e cercare di pensare come non sei abituato a fare. Ritengo che il tradurre non abbia niente di meccanico , al contrario è estremamente creativo anche se non molti la vedono così.

Mi piacerebbe poter partecipare ad un progetto di più ampio respiro, potendo anche confrontarmi con colleghi, con umiltà ma anche con la consapevolezza che darei comunque il meglio di me stessa.

Serie basi cognitive, ma molta sensibilità e grande accuratezza sono per me la chiave per una traduzione ben riuscita.

Do you agree?

Autore dell’articolo:
Donatella Destro
Traduttrice EN-FR>IT
Padova

Sapere e solitudine del traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

Quella del traduttore è una professione straordinaria sotto molteplici punti di vista.
L’aspetto più stimolante è la possibilità di apprendere ogni volta qualcosa di nuovo direttamente da casa, in una sorta di formazione continua e costante. Ed è proprio questa la caratteristica che più apprezzo nel mio lavoro. Ogni volta che traduco un testo, un mondo nuovo e fino a quel momento sconosciuto, si apre alla mia conoscenza. Fatti, avvenimenti, personaggi vagamente noti o dei quali ignoravo l’esistenza, diventano familiari. Parola dopo parola, frase dopo frase, il mio bagaglio culturale si arricchisce di informazioni, notizie, date, ricorrenze che stimolano e appagano la mia innata curiosità. Proprio quest’ultima, infatti, è la mia caratteristica principale che, assieme alla passione innata per la lettura, ha influito in modo determinante sulla scelta del lavoro.

Tradurre mi permette al tempo stesso di esercitare la mia professione e di ampliare il mio “sapere“, sarà perché mi occupo di testi artistici infiocchettati di citazioni, riferimenti, metafore, allusioni a vicende storiche, politiche, letterarie…. Così, comodamente seduta alla mia postazione di lavoro, a piedi nudi sul parquet, un bicchiere d’acqua di fronte alla tastiera e la scrivania traboccante di carte, penne e fogli, ogni giorno parto alla scoperta di qualche novità, circondata e immersa nel silenzio interrotto di tanto in tanto dallo squillo del cellulare, dai rumori provenienti dall’esterno ma scandito dal ticchettio dell’orologio e della tastiera che, per proteggere dal sudore delle dita, ho avvolto in un foglio di cellophane.

La solitudine
, già, l’altro aspetto inscindibile e fondamentale di questa professione almeno per me e che, confesso, all’inizio avevo del tutto sottovalutato. La solitudine, compagna fedele di tante ore passate a cercare il termine più adatto, più appropriato, a dirimere un dubbio, a trovare conferme o smentite. Mi pesa tanto la mancanza di un collega di scrivania con cui parlare, confrontarmi e perché no, litigare sullo spazio. Certo, la presenza di skype ha in parte mitigato questa sensazione ma se da un lato questo strumento fa entrare il mondo nella tua stanza, dall’altro aumenta il desiderio di contatti reali, basati su un’autentica vicinanza fisica. Per ovviare al problema o perlomeno nel tentativo di farlo, ci si potrebbe collegare nell’ora di pausa per bere insieme agli altri un caffè virtuale ma quello del bar ha tutto un altro sapore!

Autore dell’articolo:
Maria Cristina Chiarini
Traduttrice freelance FR-EN>IT
Città di Castello (PG)

Traduzione è comunicazione (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

Ma non si tratta solo di un labor limae, per dirla in latino, ma di un vero e proprio tentativo di sdoppiamento. Chiedersi se il libro tradotto che stiamo leggendo sia veramente leggibile, fruibile, è uno dei problemi più notevoli di chi lavora a una traduzione. Ovviamente quando parlo di “leggibilità” di un’opera, do per scontato che non si stia parlando della sua complessità intrinseca o di quell’oscurità semantica voluta dall’autore. Mi riferisco piuttosto a quando si effettuano delle scelte che possono compromettere l’agevolezza della lettura.

Quando un testo abbonda di termini che non hanno un equivalente italiano perché specifici della cultura di partenza, sarà più opportuno optare per una ‘non-traduzione’, affidandosi alla buona volontà e alla cultura del lettore, oppure a una “non-traduzione” corredata di nota esplicativa, oppure ancora bisognerà escogitare una perifrasi azzeccata?
Spesso mi soffermo a leggere in giro per la Rete i commenti dei lettori sulle versioni italiane di romanzi famosi in lingua inglese, e il più delle volte noto che, vuoi per una maggiore conoscenza dell’inglese rispetto al passato, vuoi per la globalizzazione culturale coadiuvata da internet, la maggior parte dei lettori lamenta certe traduzioni “a tutti i costi” che rovinano il fascino dell’originale, soprattutto nel caso dei fantasy e dei nomi propri dei personaggi.
Sta al traduttore, dunque, decidere se fidarsi ciecamente della curiosità e della cultura del suo lettore, o se spianargli la strada il più possibile. A questo proposito è il caso di dire che la traduzione è comunicazione, non è mai fine a sé stessa e non è mai autoreferenziale. Si tratta invece di un lavoro delicato, di un’interazione a più livelli tra traduttore e autore, tra traduttore e lettori, tra mondo culturale di riferimento del traduttore e mondo culturale di riferimento dell’autore.

Ho seguito tante conferenze sulla traduzione, ascoltato interessanti digressioni da parte di traduttori esperti, ho cercato di assimilare i consigli di chi mi ha introdotto nel mondo della traduzione letteraria.
Sono ancora agli inizi e ho molto da imparare, ma sono certa di una cosa: un traduttore non può limitarsi al confronto con l’autore, ma deve sempre tenere in considerazione la tipologia di pubblico che fruirà di quel lavoro, i suoi punti di riferimento culturali, e fare in modo da trovare il giusto equilibrio tra fedeltà e creatività.

Autore dell’articolo:
Gloria Falcone
Traduttrice EN>IT
Palermo

Traduzione è comunicazione

 Categoria: Traduzione letteraria

Normalmente si pensa alla traduzione letteraria come a un lavoro per solitari, noioso, adatto a chi non ama entrare in contatto con gli altri, a chi non cerca un lavoro dinamico e attivo ma piuttosto un lavoro fatto di riflessione, di pause, di ricerche estenuanti tra vocabolari cartacei e digitali, con solo uno schermo come referente, confinato tra le pareti di una stanzetta angusta.
In realtà, chi si avvicina seriamente al mondo della traduzione, sa che tradurre equivale a comunicare, che la traduzione non è un arido esercizio intellettuale, ma una sorta di porta magica che mette in comunicazione due mondi e due culture differenti.

Riprodurre correttamente il senso di un’opera letteraria è solo il punto di partenza del lavoro di un traduttore. È come quando si deve scolpire un materiale rigido e si inizia sbozzandolo sommariamente, per poi dargli una forma ben precisa, e, infine, lo si rifinisce nei minimi dettagli perché quella forma non sia una forma anonima ma porti il segno personale, riconoscibile, di chi l’ha scolpita. Il traduttore deve, in più, entrare con umiltà e ricettività nel mondo dell’autore, deve farsi medium di un messaggio che non è suo, ma che dovrà fare suo, trasmettendolo con la massima fedeltà possibile.

Dopo la prima stesura della traduzione, liberatosi degli impicci grammaticali, delle pastoie della sintassi e di tutti quegli ostacoli che la diversità tra la cultura di partenza e quella di arrivo comporta, ecco che avviene una sorta di magia. Si inizia a pensare alle sfumature, alle intenzioni dell’autore quando ha messo in bocca questa o quell’altra frase a un personaggio, all’effetto che voleva sortire con quella particolare descrizione. Ed è in quel momento che la traduzione cessa di essere un elegante esercizio mentale, e inizia a diventare un’arte.
L’arte fluida di entrare e uscire da quella porta tra i due mondi, scegliendo cosa trasformare e cosa mantenere, e, soprattutto, quanto fidarsi del lettore che godrà (si spera) di quel lavoro.
Già, il lettore. Quello è il problema ultimo, ma non meno importante, di chi si appresta a tradurre un’opera letteraria.

Se, nella prima fase, il traduttore ha cercato di entrare in sintonia con il mondo dell’autore, nella seconda fase di lavoro deve iniziare a chiedersi: “Come recepirà il lettore questa mia soluzione?”
Ecco che da linguista e medium, il traduttore si trasforma in lettore. La parte più ardua, non per nulla esiste la figura del revisore.

La seconda e ultima parte dell’articolo verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Gloria Falcone
Traduttrice EN>IT
Palermo

Lingue straniere: di amore in amore (3)

 Categoria: Traduttori freelance

Poi è stata la volta del tedesco, appreso da autodidatta… è stato proprio una sorta di “cherchez la femme”! Il tedesco mi serviva per il mio lavoro di commerciale estero dopo circa due anni che ricoprivo quel ruolo, ne avvertivo l’esigenza affinché potessi muovermi più liberamente in quel campo, questo sì che devo riconoscere essere stato un “amore utilitaristico”… funziona ancora, ma non riesco a togliergli di dosso questa etichetta… una sorta di cartellino con il prezzo!

E nel 2007, in un anno “buio”, in una sorte di vera e propria notte dell’anima io non trovo altro cui aggrapparmi se non mettermi sullo studio della lingua spagnola ed araba contemporaneamente… non mi si chieda il perché, non lo so, a quasi cinque anni di distanza non so cosa mi abbia spinto a ritornare verso la luce tramite queste due lingue, sono veramente le lingue di un nuovo corso della mia vita, lingue che mi sono venute in aiuto, ancelle di grazia e compassione.
Se lo spagnolo è stata una sorta di “divertissement” che mi sono concesso, l’arabo ha invece anticipato, è stato foriero di una scelta di vita avvenuta “ufficialmente” poco meno di un anno fa: quella di intraprendere la Via dei Sufi.
E a questa scelta è legata anche la lingua turca che poco più di tre anni fa sono stato “ispirato” a studiare da un sogno avvenuto alla fine del 2008… un derviscio rotante nel suo abito bianco immacolato mi è apparso in un sogno e la grazia di quella danza mi ha portato ad Istanbul pochi giorni dopo da dove sono rientrato con il desiderio di avvicinarmi a quella lingua… non sarà un caso che il primo autorevole testo introduttivo allo studio pratico della lingua turca che ho trovato sia stato proprio in… francese!

Qual è la prima sensazione che ho da quanto ho illustrato?… quella di vivere in un harem cui son certo di dare pari dignità ad ognuna delle mie amate-lingue, di rivolgermi loro con la stessa onestà morale ed intellettuale ed in primis emozionale… certo fra di esse c’è la mia bien-aimée… resto pur sempre un uomo! …ah! La lingua inglese? Bèh, mi ha preso per mano da adolescente, mi ha portato sedicenne a viaggiare senza genitori per portarmi con sé in soggiorni-studio e mi ha regalato l’incontro con un maestro di filosofia buddhista tibetana cui faccio da interprete!

Merci bien!

Autore dell’articolo:
Massimo Sopranzetti
Aspirante traduttore FR-EN-RU>IT
Jesi (AN)

Lingue straniere: di amore in amore (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Se oggi guardo a tutto ciò io vedo che ogni lingua per me ha significato, segna una stagione della mia vita, nutrendo quell’amore che mi lega alla parola e che è sorto con lo studio della mia prima lingua straniera, l’inglese. Lingua che però non ha resistito alcuni anni dopo alla malìa e alla seduzione del francese, alla presa di coscienza che proprio quella era la lingua che avevo dentro, che portavo in me da chissà quale tempo…la Lingua! Quella che non senti come qualcosa che arriva da un di fuori ma che riporti alla luce da un di dentro, che disseppellisci e che tanto più scopri tanto più ti fa scendere in profondità nel tuo intimo.
La lingua cui improvvisamente ricorri “naturalmente” quando ti sorprendi a pensare affinché contribuisca a portare sul mondo intorno a te uno sguardo diverso, ri-generato, ri-nato.
Una lingua che non ti giunge per innesto, non è un trapianto, non si pone il rischio di alcun rigetto…era già in circolo, nel tuo metabolismo!

E tu cominci insieme a lei una storia d’amore, sapendo che resterà per sempre la tua amata, perché senti che questo sapere non è frutto del pensiero ma scaturisce da una profonda comunione con la parte più profonda di te…è la lingua cui ricorro in momenti di serenità così come di tristezza e malinconia, quando parlo nella mia “lingua madre” ma improvvisamente, così, dal nulla, mi folgora la stessa espressione in francese, che non stavo cercando, non ci pensavo proprio, ma si manifesta così…e quasi sempre mi sorprendo a dover riconoscere che è più aderente a quello che volevo esprimere. E ciò mi colpisce sempre tanto, osservare con stupore come la grazia, il colore, il movimento, la sensazione poi la scia che lascia dietro di sé ciò che dici, scrivi o pensi sia qualitativamente diversa a seconda dei suoni che veicolano il senso.

Da questo grande amore bello irrompe anche la curiosità di provare altri strumenti…di suonare altre lingue…e credo sia stata proprio la curiosità a spingermi verso la scelta del russo, per sentire proprio come suonasse una lingua non appartenente al ceppo romanzo o sassone/germanico ma bensì slavo…un nuovo mondo da scoprire e altre porte che si aprono, altre finestre da cui entra aria nuova (una bella amicizia a San Pietroburgo che dura da diciannove anni – è metà della mia vita!), un Paese che era e resta comunque sempre immenso e che mi ha fatto scoprire luoghi quali il Caucaso (l’Armenia e la Georgia) e Samarcanda e la città-museo di Khiva e poi Bukhara…ed è la lingua che mi ha fatto guadagnare i miei primi soldi lavorando come interprete con dei commercianti che giungevano nelle Marche, la mia regione, provenienti da Ekaterinburg!

A domani la terza e ultima parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Massimo Sopranzetti
Aspirante traduttore FR-EN-RU>IT
Jesi (AN)

Lingue straniere: di amore in amore

 Categoria: Traduttori freelance

Ad un profondo livello spirituale o sulla via di una intima ricerca di senso della propria vita si afferma che la prima nascita ci viene data ma che la seconda, la vera nascita, ognuno di noi è tenuto a darsela da sé.

Che cosa mi abbia spinto, all’età di quattordici anni, ad assumere una posizione intransigente e ferma nel voler scegliere gli studi linguistici presso il liceo della mia città (un liceo scientifico che proponeva anche una sperimentazione linguistica moderna), non lo so ancora dire… credo che vi siano delle epifanie profonde nel corso della nostra vita, qualcosa che viene da un altro tempo e spazio, forse proprio dal quel Tempo e quello Spazio… da quella “non-esistenza” da cui siamo tratti e in cui ritorneremo e che suscita in noi tanto ineffabile stupore.

Quella scelta però così sentita, così profondamente curata, accarezzata, scaturita, sprigionatasi dal mio intimo, da quel nucleo vero di me stesso (che sono stato molto più coraggioso a difendere e a non tradire a quattordici anni che non a diciannove, nel momento della scelta universitaria) è proprio quella cui sono ritornato in questo momento della mia vita quando a trentotto anni, con una laurea in economia ed una esperienza più che decennale di responsabile commerciale estero per un’azienda, ripercorrendo a ritroso un percorso che mi è costato dolore, ho ricontattato quel ragazzo che in questi ultimi venti anni circa era tuttavia sempre rimasto ad accarezzare quel grande amore adolescenziale.

Ed è proprio dal riprendere per mano quel ragazzo che l’uomo trentottenne di oggi desidera aprire una nuova stagione della sua vita con accanto non solo la lingua francese (lingua tanto amata, cui devo tanto) ma anche l’inglese e la lingua russa (terza lingua straniera liceale… scelta nel lontano 1989, ancora difendendo il mio sentire profondo e non la logica “utilitaristica” di ciò che fosse più spendibile sul mondo del lavoro… all’epoca naturalmente la lingua tedesca, per la quale potevo optare al posto del russo).

In questo processo di oramai quattro anni, in cui ripercorro a ritroso la mia vita, mi sono però accorto che quella passione adolescenziale non si era mai spenta, anzi ardeva con vigore, forse l’avevo così vicina da non riuscire a metterla a fuoco se è vero che ho abbracciato, per amore disinteressato, da autodidatta, altre quattro lingue: il tedesco, lo spagnolo e il turco (la cui spinta a studiarlo mi è giunta in una notte di due anni fa cui devo riconoscere un segno venuto da non so dove) e come esercizio intellettuale/spirituale l’arabo.

Nella seconda parte dell’articolo di domani leggeremo come cresce quest’amore per le lingue straniere.

Autore dell’articolo:
Massimo Sopranzetti
Aspirante traduttore FR-EN-RU>IT
Jesi (AN)

La traduzione in “Harry Potter” (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Traduzione più felice è, invece, quella della versione francese, dovuta evidentemente anche alle proprietà fonetiche della lingua stessa: lo Choixpeau Magique si avvicina maggiormente all’attività di “sorting” (smistamento, classificazione, selezione) del cappello e, rispetto all’originale inglese, gioca su un doppio livello linguistico: quello fonetico, laddove il termine francese per “cappello” (chapeaux) si pronuncia /ʃapo/, dando così la possibilità di giocare anche con la pronuncia di “scelta” (choix = /ʃwa/), e quello morfologico, inserendo la parola choix all’interno della principale chapeau.

Fortunatamente la versione italiana riesce, in altri casi, a prendersi una rivincita. Si pensi allo Sneakoscope, una sorta di trottola che, alla presenza di inganni in atto o di persone di cui non fidarsi, si accende e gira: lo Spioscopio italiano rende bene l’idea dello “sneak” (=spia), al contrario del suo cugino francese, Scrutoscope (da scruter = scrutare), che si allontana dall’atto dello “spiare”, generalizzandolo un po’ troppo.

E che dire delle creature magiche? Pensiamo al Boggart, le cui traduzioni – rispettivamente in italiano e in francese – sono Molliccio e Épouvantard. Analizzando l’etimologia la parola “boggart”, tipica del Northern English ( = fantasma, poltergeist), è probabile che le traduzioni siano state basate su due possibili interpretazioni del significato e dell’origine della parola stessa: in inglese, bog vuol dire palude, e questo ci riconduce a giustificare la traduzione italiana in Molliccio, che non esclude – tuttavia – la scelta di attenersi semplicemente alla caratteristica principale della creatura (trattandosi di un Mutaforma, ossia di una creatura che può assumere forme differenti, ben si ricollega alla mancanza di rigidità di ciò che è “molle”). Consideriamo, ora, boggart come variante di bug + -ard, laddove bug (che nell’inglese moderno significa insetto) risale al termine del Middle English bugge = “spaventapasseri, qualcosa di spaventoso”, motivando così la traduzione francese in Épouvantard (da épouventer = spaventare). Insomma, due sfumature semantiche di Boggart rese in due distinte traduzioni.

Questi sono solo pochissimi esempi di problematiche e di tutto un mondo che meriterebbe un più ampio studio, considerando che una traduzione, soprattutto nell’ambito della narrativa, deve essere contemporaneamente “fedele” all’originale e “efficace” nella lingua d’arrivo.

Autore dell’articolo:
Serena Dessì
Laurea Specialistica in Letterature Moderne Comparate
Traduttrice freelance EN-FR>IT
Caserta

La traduzione in “Harry Potter”

 Categoria: Problematiche della traduzione

Dire quasi la stessa cosa: così Umberto Eco intitola il suo libro sulla traduzione, frutto di una serie di esperienze pratiche in qualità di correttore di traduzioni.
Fino ad oggi, un’innumerevole quantità di libri, articoli e testi sono stati scritti sulla traduzione e su quanto sia difficile (e finanche, in alcuni casi, impossibile) rispettare il valore originale delle parole da tradurre o ciò che il loro autore avrebbe voluto far intendere. La traduzione di un testo tecnico (sia esso di tipo scientifico, medico, informatico, ecc.) si presenta, nell’immaginario comune, più semplice in relazione alla traduzione di termini specifici: una conoscenza più approfondita dell’argomento trattato, potrebbe risolvere molti dei problemi di traduzione.
Ma cosa accade quando, ad essere tradotti, sono nomi e/o oggetti fantastici che non necessitano solo di una traduzione tale da far cogliere al lettore della lingua di arrivo il valore semantico, ma che ne rispettino altresì il valore “magico”?
L’oggetto di questa riflessione è il mondo fantastico del mago Harry Potter, forgiato dalla penna della scrittrice J. K. Rowling: il successo della saga, costituita da ben sette libri, non poteva non interessare anche il mondo della traduzione.

Comparando la versione inglese alle traduzioni in italiano e in francese, è interessante notare come siano stati tradotti i nomi di alcuni oggetti magici che accompagnano le avventure del mago e dei suoi amici: le caratteristiche fonologiche e morfologiche di una lingua permettono all’autore di “giocare” con la traduzione…ma, alle volte, nell’incontro/scontro tra versione originale e versioni tradotte, quest’ultime si rivelano perdenti.

Per cominciare, all’inizio del primo anno ad Hogwarts, Harry si sottopone allo smistamento in una delle quattro case presenti (Grifondoro, Serpeverde, Tassorosso, Corvonero): ed è qui che entra in scena il primo oggetto magico, il Cappello Parlante che, posto sulla testa del candidato, ne scruta l’animo e annuncia il nome della casa a cui deve appartenere. Scopriamo che la traduzione italiana del Sorting Hat della Rowling fa perdere gran parte della sua reale particolarità: non si tratta solo di un cappello “parlante”, ma di un cappello che influenza tutta la storia della saga nel rivelare – in parte – il destino degli studenti di Hogwarts.

Domani sarà pubblicata la seconda e ultima parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Serena Dessì
Laurea Specialistica in Letterature Moderne Comparate
Traduttrice freelance EN-FR>IT
Caserta

L’abito linguistico

 Categoria: Traduttori freelance

Se devo pensare alla mia lingua, al mezzo con cui esprimo i miei pensieri, le mie idee, opinioni, modi di vedere il mondo, penso ad un abito, cucito apposta per me sin dalla nascita, un abito elastico, morbido, che aderisce alle mie forme, le modella e su di esse si modella, un abito che cresce con me e che indosso quasi fosse privo di peso.
È l’abito di ogni giorno della mia vita, adatto ad ogni occasione, che non potrei cambiare neanche fra mille anni, neanche quando sarà fatto più di toppe o buchi che di stoffa.

Quando mi chiedono di svestirmi e di provare un altro abito sono sempre un po’ spaventata. So già che quell’abito non mi starà bene come il mio, perché non è stato cucito su di me ma su qualcun altro. Eppure devo indossarlo, è una necessità ed anche una bella sfida, diciamoci la verità. E così lo prendo, lo guardo e gli dico: “Bello, sei bello. Ma devo farti mio, dammi il tempo di abituarmi a te. Non posso modificarti, ahimè, altrimenti perderesti la tua unicità, ciò che ti rende te stesso e non un altro abito. Cercherò di adattarmi a te, ma prima lascia che ti conosca in ogni tua parte”. Inizio a osservarlo attentamente prima dal diritto, poi lo rivolto e ne osservo con cura il rovescio. Vedo che in certi punti è simile al mio abito, me lo ricorda un po’, non è certo lo stesso, ma forse per un attimo è passato dalle mani dello stesso sarto. In altri punti, invece, mi rendo conto di come questo abito sia stato cucito con tecniche che mi sembrano davvero strane, ma che comunque sono riuscite perfettamente nel loro scopo: creare un abito, “diverso” sì, ma “perfetto” in sé stesso.

Dando un’occhiata in giro vedo che ci sono persone che lo indossano, mi metto così ad osservarle cercando di capirne il portamento. Non tutti lo portano allo stesso modo, lo riconosco. Qualcuno mi è più congeniale, lo prenderò come modello. Anzi no, prenderò un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. Diversità non è forse ricchezza? Come renderti omaggio, dunque, mio bell’abito linguistico?
Avrei la tentazione di indossarti sopra il mio abito in modo tale da sentirmi comunque al sicuro e protetta. Ma no, non sarebbe opportuno. E poi in trasparenza potrebbe vedersi il difetto e allora che figura farei? D’accordo, ti indosserò da solo. Non riuscirò subito a sentirmi a mio agio, è giusto che tu lo sappia. Avrò sempre la tentazione di girarmi a guardare il mio caro, sicuro abito italiano, e probabilmente le prime volte lo farò, ma proverò ad esserti fedele, col tempo. In fondo se non inizio, anche a poco a poco, a tenerti addosso, a contatto con la mia pelle, non potrò mai conoscerti veramente. E se io stessa non ardisco a conoscerti veramente, come posso pretendere di far conoscere la tua bellezza e stranezza agli altri?
E così, la decisione è presa. Stasera ho una festa, è una buona occasione per farti fare un giro. Vado a prepararmi.

Autore dell’articolo:
Alessia Mannino
Aspirante traduttrice
Palermo

Osservazioni sulla traduzione (2)

 Categoria: Storia della traduzione

Ogni traduzione è anche in parte una interpretazione, poiché un testo, qualunque sia la sua natura, è un sistema che interagisce diversamente con ognuno dei suoi lettori. Ogni lingua ha delle precise particolarità legate alla cultura e a tutti i concetti intellettuali, alla mentalità e al carattere di un popolo. Sono poche le parole e le espressioni di una lingua che trovano un’esatta corrispondenza in un’altra. Un altro elemento da tenere in considerazione è che l’uso individuale della lingua del traduttore e quello dell’autore non coincidono.

Ognuno di noi infatti ha delle idiosincrasie lessicali e spesso attribuisce ad alcune parole significati privati. Una parola che risulta neutra per una persona può essere per un’altra connotata in maniera positiva o negativa. La varietà delle connotazioni è infinita e impossibile da definire; aggiunge alla definizione oggettiva di un termine dei valori che hanno in qualche modo a che fare con i sentimenti. Le connotazioni in certo modo amplificano le differenze fra le lingue e quando si dice che una traduzione è impossibile, si pensa quasi sempre a queste connotazioni che rendono difficile non solo il passaggio da una cultura all’altra, da una visione del mondo all’altra, ma anche da individuo ad individuo all’interno di una stessa cultura.
Lo scopo del traduttore consiste, comunque, nel produrre sui suoi lettori, per quanto possibile, lo stesso effetto prodotto sui lettori dell’originale.

Dal punto di vista scientifico la traduzione perfetta, pura, resta impossibile da ottenere, ci si potrà forse solo avvicinare a questo risultato, ciononostante la pratica della traduzione ha preceduto tutte le teorie sulla stessa ed è sopravvissuta a queste teorie che negherebbero la possibilità di tradurre.
La traduzione non è sempre possibile ma solo in certi casi e con certi limiti. Bisogna tuttavia cercare di determinare questi limiti volta per volta partendo da un testo e due lingue date.

Autore dell’articolo:
Monica Callegari
Laurea in Lingua e letteratura francese – Università degli studi Pisa
Traduttrice FR>IT
La Spezia

Osservazioni sulla traduzione

 Categoria: Storia della traduzione

La traduzione è da sempre considerata il luogo di una curiosa contraddizione: da un lato si considera una pratica puramente intuitiva, in parte tecnica, in parte letteraria, che in fin dei conti non necessita di nessuna teoria o riflessione specifica, dall’altro a partire da Cicerone ed Orazio esistono molti scritti sulla traduzione, di natura religiosa, filosofica, letteraria, metodologica oppure, in tempi più recenti, scientifica.
Molti traduttori hanno scritto e scrivono sul loro lavoro, ma la maggior parte degli scritti sulla traduzione non sono prodotti da persone che traducono. Per molto tempo le analisi sulla traduzione sono state fatte da studiosi non specializzati in questa pratica. Il secolo scorso ha visto la situazione cambiare fino alla produzione di un vasto numero di testi di traduttori.

Oggi la traduzione è una pratica  autonoma che ha trovato un suo spazio. La condizione della traduzione, tuttavia, è sempre sospetta agli occhi del pubblico e dei traduttori stessi nonostante numerosi ottimi lavori e il superamento di difficoltà considerate insormontabili. Ciò spiega come , quando si parla di traduzione, si parli ancora di fedeltà ed infedeltà: il traduttore deve servire due padroni come scriveva Rosenzweig, servire l’opera, l’autore e la lingua straniera (primo padrone) o servire il pubblico e la propria lingua (secondo padrone). In realtà questo discorso appare un po’ limitativo in quanto una traduzione è un lavoro minuzioso che si compie per successive approssimazioni ed accettando una serie di compromessi che costituiscono il punto d’incontro di due lingue.

La traduzione consiste nel tentativo di produrre nella lingua d’arrivo l’equivalente naturale più vicino al messaggio della lingua di partenza per ciò che riguarda il significato e lo stile. E’ molto difficile ottenere una traduzione che sia un’esatta riproduzione del testo originale, si corre spesso il rischio di oscillare fra “ipertraduzione” e “ipotraduzione”.
In tutte le traduzioni infatti si registrano dei profitti e delle perdite rispetto all’originale ma la traduzione non è soltanto questo: essa può altresì far apparire qualcosa che non appariva nell’originale, può mostrare un altro lato dell’opera, o, come sosteneva Goethe, può rigenerarla.

A domani la seconda parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Monica Callegari
Laurea in Lingua e letteratura francese – Università degli studi Pisa
Traduttrice FR>IT
La Spezia

Le parole sono importanti (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Una volta che il testo è stato messo per iscritto, abbiamo la seconda fase cruciale, quella in cui attraverso gli occhi del lettore il testo viene capito, apprezzato oppure non tocca le corde giuste, viene frainteso; su questa fase lo scrittore non può più intervenire e solitamente, per fortuna, non ci prova neanche.
Il traduttore invece, quando è chiamato in causa, vive sospeso proprio tra questi due momenti, in una terra di mezzo tra l’autore del testo ed il lettore. Lui sì, interviene, e fa la differenza – qui le parole sono importanti – perché ha il potere di distruggere la poetica di un autore, come anche di distruggere l’impatto a livello pubblicitario di una semplice brochure, oppure di consegnare al lettore straniero il testo di partenza in tutta la sua ricchezza, in tutte le sfumature, pur lavorando nell’invisibilità.

Sono musicista prima che traduttrice, ed è proprio la musica che mi ha portato a vivere per un periodo e viaggiare continuamente in Spagna, quindi non posso evitare un paragone musicale.
Penso ad un concerto o ad una sinfonia di Mozart, per esempio. Alcuni dei suoi temi nella loro semplicità hanno già qualcosa di assolutamente geniale, ma la vera bellezza sta nel loro sviluppo e nell’arrangiamento. Chi si trova a riarrangiare un capolavoro musicale, ovvero a trascrivere un’opera adattandola ad un altro organico strumentale, deve fare i conti con un numero diverso di strumenti, con timbri ed estensioni diverse, ed addirittura con la tradizione culturale che sta dietro ad uno strumento. Ha letteralmente il potere di trasmettere la bellezza dell’opera ma anche quello di distruggerla, di renderla inefficace e incomprensibile, tanto quanto un’interprete mentre la suona.

Il traduttore pur con minore libertà ha un compito simile, si muove con alcune limitazioni, per esempio si trova a combattere con il fatto che non ogni concetto esiste in ogni lingua, o che alcuni concetti sono impossibili da comprendere per un lettore che non conosce profondamente il paese e la cultura della lingua di partenza; nonostante questo lavora con lo stesso labor limae, in un continuo domandarsi, cercare di capire, reinventarsi per fare in modo che niente vada perso nella traduzione.

Autore dell’articolo:
Elisa Azzarà
Traduttrice freelance ES>IT
Pisa

Le parole sono importanti

 Categoria: Traduttori freelance

Quando frequentavo il liceo, la nostra insegnante di italiano rispondeva furiosa alle goffe spiegazioni che gli studenti accampavano per giustificare gli errori di forma, sintassi, punteggiatura, la scelta di termini inadeguati. La risposta era sempre la stessa: “Non avete ancora capito che la forma ed il contenuto sono la stessa cosa?”.
Alla luce di questa frase continuo a ridere di cuore di fronte alla celebre scena di Palombella Rossa, in cui Nanni Moretti letteralmente aggredisce e schiaffeggia la povera giornalista che lo intervista a suon di frasi fatte e luoghi comuni: “Ma come parla? Ma come parla?? Le parole sono importanti!!!”

Non ho dimenticato quelle della mia insegnante ed anzi credo che continueranno a darmi la caccia ed a pungolarmi per molto tempo, ogni volta che rischierò di scrivere una traduzione pigra, inesatta, disonesta nei confronti del testo di partenza.
Il senso dell’onestà in fondo è legato a quello della responsabilità, per cui un buon traduttore conserva la propria onestà intellettuale quando capisce di avere un vero e proprio ruolo di responsabilità. Non esiste messaggio verbale che possa arrivare intatto al destinatario, passando indenne attraverso la forma che ad esso si dà.
Nel momento della redazione di un testo avviene un passo fondamentale, perché è in questo momento che il concetto acquisisce la sua prima forma, indossa il primo vestito. La scelta della parola esatta, di un aggettivo al posto di un altro, sono semplicemente tutto. Non a caso molti pensano che un buon romanzo si riconosca dalle descrizioni, quelle in cui sembra che non avvenga niente, ma si dice tutto. Il Gattopardo sarebbe la stessa meraviglia senza la descrizione della tavola imbandita, senza quella della morte del Principe? Non una parola di più, non una di meno.

Leggendo Diario di un millennio che fugge di Lodoli per esempio ho avuto spesso un senso di disorientamento, la sensazione di non capire in quale direzione andasse il romanzo, ma ogni frase uscita dalla penna dell’autore rendeva quel viaggio degno di essere vissuto. Non so come ma nell’immaginario comune lo scrittore sembra essere colui che ha una buona idea, qualcosa da raccontare, quando in realtà lo scrittore è soprattutto colui che partendo da una buona idea sa fare un incessante e sapiente labor limae.

La seconda e ultima parte dell’articolo verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Elisa Azzarà
Traduttrice freelance ES>IT
Pisa

La tecnologia sostituirà i traduttori? (2)

 Categoria: Strumenti di traduzione

Da circa un anno infatti è stata rilasciata un’applicazione per Android chiamata Google Conversation Mode. Al momento del rilascio erano disponibili solo tre lingue (inglese, spagnolo e tedesco) ma la promessa di poter comunicare senza sforzi deve aver allettato molti uomini di affari sempre in viaggio per lavoro e gli svogliati che di imparare una lingua straniera non volevano saperne. L’utilizzo dell’applicazione è facile ed intuitivo: tu parli e lui ripete nella lingua del tuo interlocutore. Così si viene ad avere una conversazione uomo-macchina-uomo che sconcerterebbe chiunque. Potrà anche essere un’applicazione che può aiutarti in casi di estrema necessità come ad esempio malaugurati casi in cui qualcuno finisce in ospedale e non sa proprio come farsi capire però io ritengo che non tutto possa basarsi su algoritmi, statistiche e voci metalliche.

Tradurre non è un atto meccanico in cui si legge parola per parola e la si traduce, nel tradurre si mette cuore, passione e anche un pizzico di empatia. Il traduttore non legge semplicemente un testo e lo rende appetibile per il pubblico che dovrà leggere un libro o un articolo nella lingua di arrivo, il traduttore deve pensare quasi le medesime cose che l’autore di un testo (di qualsiasi natura esso sia) voleva comunicare. Perché tradurre non è un processo sterile e automatico e non sempre le idee possono passare da lingua a lingua senza subire delle, seppur minime, modifiche. Non si può tradurre alla lettera, altrimenti il testo non avrebbe senso, e nemmeno ci si può discostare troppo dai termini di partenza. Il traduttore quindi opera un atto di mediazione, scende a compromessi con le lingue, cerca di rendere la sua traduzione quanto più aderente al testo di partenza. Questo non è di certo un lavoro che una macchina può compiere, come può un computer sapere come tradurre un’espressione di slang come l’americano “It’s raining cats and dogs”? Se si fa un tentativo su Google Translate il risultato è “Piove cani e gatti”, la traduzione corretta invece è “Piove tantissimo”.

È difficile creare un programma che basi le sue traduzioni anche su espressioni idiomatiche, perifrasi e slang ed è più gratificante a livello umano avere rapporti con persone invece che con macchine, quindi è per questo che nel futuro della traduzione vedo l’uomo al centro, un po’ come un nuovo Umanesimo delle lingue.

Autore dell’articolo:
Lorena Bellano
Traduttrice EN>IT
Bologna

La tecnologia sostituirà i traduttori?

 Categoria: Strumenti di traduzione

È indubbio che in questi ultimi anni la tecnologia stia facendo progressi da gigante, soppiantando in alcuni settori il ruolo base che l’uomo assumeva nello svolgere determinate mansioni. Sarà questo anche il futuro dei traduttori? Di recente è stato pubblicato un articolo su Repubblica in cui viene svelato come Ashish Venugopal l’ideatore di Google Translate, il noto motore di Google che permette a milioni di persone nel mondo di traduttore in maniera più o meno grammaticalmente corretta frasi in lingue che vanno dall’arabo allo yiddish passando per lo swahili e il persiano, abbia improntato le basi del suo programma su un approccio di tipo statistico: per tradurre un vocabolo da una lingua A ad una lingua B non ci verrà più detto quale regola applicare (questo metodo di traduzione appartiene alla vecchia scuola) ma il nuovo sistema ci darà qualcosa in grado di funzionare sempre, forse non corretta, ma che comunque funziona. Il potentissimo computer del dottor Venugopal basa le sue deduzioni tra documenti tradotti in tutte le lingue dell’Onu e scava inoltre tra i classici della letteratura e delle religioni. In questo modo si può creare una base statistica di incidenza delle parole e voilà, il gioco è fatto.

Ma basta davvero questo computer, seppur potente, a scalzare il primato del traduttore in carne e ossa, che ha studiato lingua e cultura di un determinato paese, passato notti insonni sulla dura grammatica araba e sulle flessioni del cinese e vedere così il suo lavoro rimpiazzato da un automa? A tal proposito mi viene in mente una puntata di CSI in cui il poliziotto usava un dispositivo di riconoscimento vocale per parlare con una potenziale indiziata. Il suo funzionamento era piuttosto semplice: la giovane donna parlava in russo e il futuristico marchingegno ripeteva il tutto in inglese con solo un paio di secondi di ritardo. Se sembra solo una fantasia televisiva, un qualcosa lontano anni luce da ciò a cui siamo abituati rassegniamoci, anche qui Google ha messo il suo zampino.

A domani la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Lorena Bellano
Traduttrice EN>IT
Bologna

Il problema della traduzione dei realia

 Categoria: Problematiche della traduzione

I realia sono parole e locuzioni che denotano cose materiali culturospecifiche, appartenenti cioè a una determinata lingua/cultura, e che, in quanto tali, non trovano corrispondenze precise in altre. La traduzione dei realia implica quindi una scelta onerosa che si sposta lungo i due poli estremi dell’addomesticamento e dello straniamento: l’addomesticamento è un avvicinamento del “testo” (considerato nel suo significato più esteso, ovvero di qualsiasi tipo di produzione scritta o orale) tradotto al lettore e alla sua cultura, un procedimento target-oriented dove il traduttore compie un vero e proprio lavoro di scalpello per smussare ed eliminare tutte le asperità, ovvero tutto ciò che può apparire estraneo o incomprensibile in quanto appartenente a un diverso background culturale; lo straniamento è invece un procedimento source-oriented, dove avviene l’opposto: si cerca di avvicinare il lettore al testo, lasciando intatte alcune peculiarità, soprattutto linguistico-culturali, dello stesso, magari fornendo, nel caso di testi scritti, un apparato critico che aiuti nell’interpretazione, come note a piè di pagina o glossari. Bruno Osimo nella sua opera “Il manuale del traduttore”, dedica un paragrafo a parte al problema della traduzione dei realia e ne analizza le varie strategie di resa, in certa misura differenti da quelle usate normalmente nella traduzione:

1. Neutralizzazione del realia (si pensa possa causare dei problemi o si trova difficoltà a tradurlo, e per questo motivo si omette);
2. sostituzione con un realia della cultura ricevente;
3. esplicitazione del realia (viene fornita una spiegazione/descrizione).

Tra i realia si collocano anche le parole legate al cibo e non è un caso se «sono tra le più intraducibili e tra le meno tradotte». Un esempio vistoso di questo si può individuare nelle versioni doppiata in italiano (ma questo vale anche nel caso di altre lingue, come lo spagnolo o l’inglese) degli anime (spesso chiamati impropriamente “cartoni animati”) giapponesi, dove la tendenza a mantenere il nome originale dei cibi è praticamente inesistente. Le scelte di traduzione dominanti sono invece incentrate alla sostituzione con un altro realia più familiare alla realtà culturale degli spettatori e alla neutralizzazione; anche la tecnica dell’esplicitazione viene utilizzata in pochissimi casi. Questo è dovuta probabilmente allo scopo che ci si prefigge, ovvero rendere la visione dell’anime immediata e scorrevole, eliminando o cambiando tutto quello che può apparire estraneo alla cultura ricevente o che (si pensa) non verrà compreso, fomentando indirettamente una sorta di “pigrizia culturale”.

Autore dell’articolo:
Agnese Ciccone
Traduttrice EN-ES>IT
Siena

Traduzione audiovisiva di testi dialettali (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Il Cockney fa parte dei dialetti dell’est ma anche di quelli centrali e si può definire il dialetto tradizionale della classe lavoratrice londinese, infatti il termine è apparso per la prima volta nel quattordicesimo secolo usato dalla gente di campagna per appellare i nativi di Londra che, non conoscendo i lavori e le fatiche manuali, non conoscevano la vita vera.
La dialettologia ha da sempre concentrato i suoi studi sui dialetti rurali e tradizionali, trascurando così le forme utilizzate dalla maggioranza della popolazione che vive in città. È una tendenza dovuta all’interesse degli studiosi di ottenere informazioni sulla varietà più conservativa della lingua standard piuttosto che su ogni variazione sociale presente nell’area. I dialetti urbani sono classificati come meno conservativi e tendenzialmente più nuovi, visti come risultati di immigrazioni da aree rurali. È, dunque, anche a causa di questa tendenza della dialettologia, che le origini del Cockney sono incerte e difficili da tracciare perché è sempre stato un linguaggio tanto diffuso quanto prettamente orale. Si può probabilmente affermare che il Cockney sia nato come un vero e proprio linguaggio gergale, definito poi Cokney Rhyming Slang solo nel ventesimo secolo, nell’epoca vittoriana, e come tutti i linguaggi gergali, si sia quindi sviluppato per l’esigenza di un gruppo di non farsi capire da chi non vi appartiene.

Al contrario di quanto accade per le controverse origini, non vi sono dubbi o perplessità nell’affermare che il Rhyming slang del cockney si basa sulla capacità di sostituire una parola con un’altra o, qualora non vi fosse, con un’intera frase che possa rimare con la prima.
Il livellamento del dialetto Cockney di cui si è accennato prima è riscontrabile nel doppiaggio del film “My Fair Lady” dove il dialetto Cockney della protagonista è reso in italiano con un misto tra napoletano e barese dando vita ad un linguaggio mai sentito prima, creato appositamente per l’occasione e riconducibile al Sud Italia perchè è in questa area geografica che vengono collocate le persone più povere della società che inevitabilmente spesso conoscono solo il loro dialetto. In realtà l’adattamento migliore per la traduzione del dialetto Cockney sarebbe potuto essere il dialetto romanesco il quale condivide con il primo l’uso di un tono di voce alto e talvolta volgare.
Un altro esempio di una traduzione del dialetto Cockney quanto mai forzata è senza dubbio il caso di “Lock, Stock and Two Smoking Barrels” dove il Rhyming slang caratteristico del dialetto londinese è reso con una quantità eccessiva di rime, idea non del tutto sbagliata ma che in questo caso contribuisce a fare si che il testo sia percepito come qualcosa di estraneo all’italiano, più vicino ad un elemento esotico non localizzato.

Detto questo sembra doveroso sottolineare che nell’ultimo lavoro di traduzione audiovisiva svolto si è deciso di standardizzare inevitabilmente l’accento Cockney che caratterizza la serie televisiva This is England ’86 ma di mantenere comunque vivi tutti i tratti riconducibili al mondo skinhead giovanile attraverso la riproduzione quanto più fedele dei termini usati dai protagonisti.
In virtù di quanto detto crediamo che la standardizzazione del dialetto, ove non è possibile renderlo con una soluzione plausibile e appropriata, sia la scelta migliore che può comunque far sì che si rispetti il senso ultimo e l’atmosfera dell’originale.

Autore dell’articolo:
Petrini Marta
Traduttrice EN>IT
Roma

Traduzione audiovisiva di testi dialettali

 Categoria: Servizi di traduzione

La trasposizione di un testo audiovisivo, grazie alla vasta diffusione di prodotti audiovisivi attraverso diversi canali di fruizione, è a partire dagli anni Novanta uno dei campi di ricerca più fertile in quanto è spesso caratterizzato da una gamma esaustiva e completa di esempi linguistici e offre così, grazie alla sua dimensione visiva e sonora contemporaneamente, la possibilità di analizzare un numero consistente di variazioni fonologiche, sintattiche e lessicali.

La “screen translation”, termine inglese più generico e adatto, ha quindi un ruolo fondamentale e parlando di questa non ci si può esimere dal considerare l’eterna diatriba tra chi sostiene il doppiaggio e i fautori della versione originale del testo con i sottotitoli. Questi ultimi sono a volte considerati troppo fragili in quanto, partendo dal presupposto che conoscere la lingua di partenza in tutte le sue sfaccettature sarebbe la cosa più auspicabile ma anche la più improbabile, la lettura dei sottotitoli provoca inevitabilmente una disattenzione del fruitore rispetto alle immagini e a come queste si sincronizzano con il parlato, portando quindi alla dispersione dell’humus dell’opera. D’altra parte però il doppiaggio è protagonista di uno sconveniente paradosso se si pensa che meglio è realizzato e più occulta la natura di testo tradotto del proprio testo, bisogna infatti rivolgersi a un doppiaggio mal realizzato per mantenere viva l’idea di traduzione. Inoltre, al contrario dei sottotitoli vincolati dalle restrizioni imposte dalla loro disposizione sullo schermo, il doppiaggio è condizionato dalla sincronizzazione, quindi dalle immagini, le quali spesso contraddicono le parole stesse. La tecnica del doppiaggio è da considerare una scelta innaturale se si pensa che insegna a fare sempre meno caso a incongruenze logiche di vario tipo (unità di misura), ha un costo quindici volte superiore al sottotitolaggio e lascia passare il messaggio implicito che in tutto il mondo si parli la lingua dello spettatore oramai disabituato a pensare alle differenze culturali.

Quale che sia la decisione del traduttore, sia che questo sia orientato verso i sottotitoli o verso il doppiaggio, è importante non trascurare la tendenza che attualmente è andata stanziandosi nel campo della traduzione audiovisiva in Italia, di modernizzare il contesto linguistico lasciando però inalterato qualche elemento di partenza al fine di riprodurre così il senso dell’esotico proveniente dalla consapevolezza di stare guardando un film straniero. Le cose cambiano quando si deve affrontare la traduzione audiovisiva di testi dialettali: lo sforzo che attualmente viene impiegato per mantenere la cultura di origine tramite elementi culturali e linguistici inalterati, non risulta pari nella traduzione di una parlata dialettale la quale, probabilmente perché in Italia queste sono sempre state viste come elementi di comicità non adatte a testi drammatici (escludendo il dialetto siciliano legato alla Mafia che è usato in più contesti), viene standardizzata, tradotta in modo arbitrario e scorretto con un dialetto italiano, o più spesso resa attraverso espressioni errate legate ad un linguaggio informale il quale a sua volta non è ricollegabile ad un’area geografica precisa.
È questo il caso che investe la traduzione del dialetto Cockney e del suo Rhyming slang.

Domani verrà pubblicata la seconda e ultima parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Petrini Marta
Traduttrice EN>IT
Roma

La traduzione: non sono solo parole (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Nel caso della traduzione tecnica, invece, più che una conoscenza dell’autore, è necessario possedere una conoscenza approfondita di tutto ciò che riguarda gli aspetti socio-culturali del paese della lingua da cui traduce, oltre che naturalmente del proprio paese. Per tradurre un testo legale, per esempio, è necessario conoscere somiglianze e differenze dei rispettivi sistemi giuridici.

C’è inoltre un altro aspetto di fondamentale importanza da tenere in considerazione: il lessico. In più di un’occasione mi è capitato di confrontare un testo di partenza con il rispettivo tradotto, prestando particolare attenzione al parallelismo dei termini nelle due lingue. In molti casi ho notato una corrispondenza inesatta, fenomeno che può dipendere da due principali fattori:
- una superficialità, in parte accompagnata da un’incompetenza, del traduttore;
- una mancanza nella lingua di arrivo del termine da tradurre.
Nel primo caso, l’inadempienza è del traduttore e, a meno che non se ne accorga per tempo, “il danno è fatto”.

Nel secondo caso, partendo dal presupposto che ciascuna lingua possiede un lessico molto ricco e che talvolta si corre il rischio di non riuscire a trovare la corrispondenza esatta nella lingua di arrivo, il traduttore deve mostrarsi abile nell’individuare il termine e/o il concetto che maggiormente si avvicina. In casi come questo, più che un dizionario, si rivelano di grande aiuto i cosiddetti “testi paralleli”, la cui consultazione e il cui confronto permettono al traduttore di arricchire e approfondire la propria conoscenza del sistema semantico – lessicale di entrambe le lingue, consentendogli inoltre di individuare la soluzione più appropriata. Sulla base della mia esperienza personale, in molti casi l’uso dei testi paralleli si è sempre rivelato più utile di qualunque vocabolario che, pur riportando la traduzione dei termini talvolta inserendoli anche in un contesto, non sempre offre la possibilità di conoscerne e impararne il corretto utilizzo. Quest’ultimo si apprende realmente solo tramite “esperienza diretta”: considerando il termine nel contesto in cui compare, cercando più testi sul medesimo argomento in entrambe le lingue e confrontandoli.

Traendo una conclusione azzardata, si potrebbe quasi affermare che l’uso dei testi paralleli sta all’uso del dizionario come l’apprendimento di una lingua sul campo sta all’apprendimento di una lingua su libri di testo: per imparare una lingua l’esperienza sul campo si rivela fondamentale per apprenderne quelle sfumature e particolarità che i libri di testo e di grammatica non possono offrire; analogamente, per realizzare una traduzione che sia all’altezza delle aspettative del destinatario, la consultazione di testi paralleli è fondamentale qualora quella del dizionario risulti limitata. Il lavoro del traduttore, per una traduzione che possa essere definita tale, richiede perciò uno studio e una ricerca continua, non limitata ai soli sistemi linguistici e a quegli strumenti che possono essere considerati di più scontata e immediata consultazione.

Il mondo della traduzione diventa così un mondo magico e complesso, sempre pronto a stupire, a sorprendere e a regalare infiniti mondi, non smettendo mai di indurre chi ne è coinvolto a formarsi ulteriormente e ad arricchire la propria cultura.

Autore dell’articolo:
Damiana Troian
Traduttrice DE-EN>IT
Genova

La traduzione: non sono solo parole

 Categoria: Traduttori freelance

Cosa significa fondamentalmente “tradurre”? Diverse possono essere le definizioni: una fra quelle che aderisce maggiormente al mio pensiero è quella di “rendere un concetto in un altro sistema linguistico (e non solo)”. Il contenuto da tradurre può essere costituito da un libro, da un romanzo, da un manuale tecnico, così come da una semplice frase. La traduzione del testo, quindi, sembra facilmente realizzabile se ci si limita a considerare il testo di partenza che, con l’aiuto di un vocabolario, viene tradotto vocabolo per vocabolo nella lingua di arrivo. Le cose non sono però così semplici. La traduzione deve rispondere ai canoni di un “sistema linguistico”, ragion per cui non è sufficiente il solo supporto (assolutamente fondamentale anche per i traduttori più esperti) del vocabolario. Per tradurre e per saper tradurre sono necessarie (oltre ad una padronanza linguistica tanto della lingua di arrivo quanto di quella di partenza) una conoscenza dei sistemi linguistici, di entrambi i paesi, della loro cultura, della loro società, del loro modo di vivere e di pensare. Sono dunque queste le basi fondamentali che permettono di realizzare traduzioni appropriate, in grado di trasmettere al destinatario della lingua di arrivo lo stesso messaggio che viene percepito da quello della lingua di partenza. È proprio questo il fulcro e lo scopo di quella che viene comunemente chiamata “traduzione”: attendere le aspettative del destinatario che pensa, ragiona e agisce sulla base del proprio sistema linguistico e culturale.

Spesso si parla di “testo originale” e di “testo tradotto” per riferirsi rispettivamente al testo di partenza e al testo di arrivo. Ma è davvero appropriato parlare di “testo originale”? Non può essere considerato “originale” anche un testo tradotto, in quanto rielaborazione e resa di un testo in una lingua A verso una lingua B? Il traduttore, in quanto capace di rendere un concetto nella propria lingua madre e adattarlo al sistema linguistico relativo, non può essere considerato in qualche modo un autore? Da questo interrogativo sorge spesso il dubbio su quale versione fornire del testo da tradurre: se utilizzare una traduzione “letterale”, traducendolo parola per parola in modo da creare un’aderenza perfetta tra i due testi, rischiando però di non rispettare quelle che sono le regole morfosintattiche della lingua di arrivo, oppure una traduzione “libera”, che consenta al traduttore di distaccarsi dal testo di partenza (al quale tuttavia rimane sempre fedele), per adattarlo ai parametri e alle regole linguistiche e grammaticali della lingua di arrivo.
Entrambe le modalità di traduzione si rivelano importanti: quella letterale permette di capire cosa esattamente sta dicendo l’autore; quella libera permette di trasmettere il messaggio con una trasparenza tale da far percepire il testo non come tradotto, ma come scritto ex-novo.

È tuttavia mio parere che la versione finale di ogni traduzione debba essere “libera”, in modo da permettere al destinatario della lingua di arrivo di poter leggere un testo scorrevole, riducendo al minimo le tracce, gli artifici e le spie della transcodificazione. In questo caso, autore e traduttore elaborano un testo per comunicare un messaggio: l’autore dà origine al concetto, il traduttore, dopo averlo fatto suo, lo rielabora per trasportarlo nel sistema linguistico diverso. Solo in questo senso il traduttore potrebbe essere così considerato alla stregua di un autore. Per poter essere visto come tale, nel caso della traduzione letteraria, per il traduttore è spesso necessario conoscere tutte quelle informazioni utili alla realizzazione di una traduzione fedele, come la vita e le opere dell’autore, il periodo in cui ha vissuto, il modo in cui ha vissuto, la sua linea di pensiero.

La seconda e ultima parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Damiana Troian
Traduttrice DE-EN>IT
Genova

Il fenomeno dello Spanglish

 Categoria: Le lingue

Il fenomeno dello spanglish, la fusione tra lo spagnolo e l’inglese americano, affonda le sue radici nell’Ottocento, quando gli Stati Uniti conquistarono gran parte del territorio messicano, comprese le città di Los Angeles e San Francisco. Già da allora la popolazione di origine messicana, obbligata a imparare l’inglese, iniziò a fonderlo con il castigliano, come segno di identità e di resistenza ai nuovi governanti. Lo spanglish ebbe poi un ulteriore diffusione nel secondo dopoguerra, con la migrazione massiccia di messicani negli USA.
Questo che poteva sembrare un semplice tipo di espressione popolare, di strada, acquisì uno status più elevato negli anni Settanta grazie ai Nuyorican Writers, un gruppo di scrittori originari di Porto Rico ma cresciuti a New York. In questo contesto di interazione culturale fiorì la letteratura in spanglish, che viene sintetizzata in maniera particolarmente efficace nel breve racconto satirico “Pollito chicken”, pubblicato nel 1977 dalla portoricana Ana Lydia Vega. Protagonista della storia è una donna da anni emigrata negli USA che ha perso la sua identità portoricana e anzi disprezza le sue umili origini; queste però finiscono per riemergere inaspettatamente nel corso di una sensuale vacanza nella terra d’origine. Il seguente estratto dal racconto ci dà un’idea di come inglese e spagnolo si fondano per dar vita alla narrazione:

Al llegar, se sintió all of a sudden como un frankfurter girando dócilmente en un horno de cristal. Le faltó aire y tuvo que desperately hold on a la imagen del breathtaking poster para no echar a correr hacia el avión. La visión de aquella vociferante crowd disfrazada de colores aullantes y coronada por kilómetros de hair rollers la obligó a preguntarse si no era preferible coger un bus o algo por el estilo y refugiarse en los loving arms de su Grandma en el countryside de Lares.

La scelta delle parole espresse in inglese dipende dal singolo scrittore, non esistono regole precise, anche se ad esempio i portoricani hanno una serie di parole stabilite che si usano con maggior frequenza nella lingua anglosassone. Ad esempio, al telefono si risponde con hello e si saluta con bye; o ancora, per dire “parcheggio”, invece dello spagnolo aparcamiento si usa l’inglese parking.
Oggi uno dei più grandi promotori dello spanglish è il filologo messicano Ilán Stavans, che ha pubblicato un dizionario apposito e ha tradotto il don Chisciotte in questa lingua ibrida. Per un confronto diretto con la nostra lingua, possiamo proporre l’attacco del primo capitolo in italiano (traduzione di Bartolommeo Gamba) con la trasposizione realizzata da Stavans:

Viveva, non ha molto, in una terra della Mancia, che non voglio ricordare come si chiami, un idalgo di quelli che tengono lance nella rastrelliera, targhe antiche, magro ronzino e cane da caccia.

In un placete de La Mancha of which nombre no quiero remembrearme, vivía, not so long ago, uno de esos gentlemen who always tienen una lanza in the rack, una buckler antigua, a skinny caballo y un grayhound para el chase.

Definire lo spanglish un impoverimento o volgarizzazione del castigliano significa non tener conto della grandezza del fenomeno e soprattutto del suo valore culturale, sociale e simbolico. Per comprenderne l’importanza è sufficiente riportare le parole del pittore e scrittore chicano Guillermo Gómez-Peña: “Lo spanglish è la nostra unica patria. Molti messicani che, come me, hanno vissuto vari anni negli Stati Uniti e poi tornano alla loro terra di origine si sentono e sono stranieri. Il Messico ci dice che non siamo messicani e gli Stati Uniti ci ripetono ogni giorno che non siamo anglosassoni. Solo lo spanglish e la sua cultura ibrida mi hanno conferito quella cittadinanza che entrambe le nazioni mi hanno negato.”

Autore dell’articolo:
Marco Menchi
Traduttore ES-EN>IT
Montemarciano (AN)

Google Translator Toolkit

 Categoria: Strumenti di traduzione

Google Translator Toolkit, fornito dal noto motore di ricerca, è un’applicazione che semplifica il processo di traduzione.

Per usare le sue funzionalità è sufficiente disporre di un account gratuito Google e si può cominciare subito a lavorare. È possibile tradurre un file locale, una pagina web o un articolo di Wikipedia. Analizziamo il processo:

Caricare il file, la pagina web o l’articolo Wikipedia – Per iniziare il processo di traduzione occorre caricare il documento in questione, inserire l’URL di un file sul Web o inserire il nome o l’URL di un articolo Wikipedia. È necessario assegnare un nome al progetto e inserire la combinazione linguistica. È inoltre possibile condividere la memoria di traduzione (TM). Infatti, se non viene specificata alcuna TM, i segmenti tradotti saranno memorizzati nella TM globale condivisa, altrimenti basta creare una nuova TM per limitare la condivisione dei segmenti tradotti. Infine si può specificare un glossario che andrà utilizzato come riferimento principale per la terminologia specifica della traduzione.

Tradurre – Google Translator Toolkit convertirà il file e in pochi secondi apparirà a schermo la classica interfaccia di traduzione, dove a sinistra avremo il testo originale e a destra la traduzione. L’applicazione evidenzierà a sinistra la frase che stiamo traducendo, mentre a destra ci suggerisce la traduzione effettuata da Google Translator. Ovviamente la traduzione suggerita andrà sostituita, perché come ben sappiamo, Google Translator può essere utile per cercare una parola al volo (e la maggior parte delle volte neanche per quello). Quindi basta sovrascrivere il testo e cliccare il tasto Avanti>>. Ci sposteremo al nuovo segmento e così via, fino a completare la traduzione.

Scaricare, condividere… – Una volta completata la traduzione si può scaricare, condividere con altri utenti, eseguire il controllo ortografico… Le funzioni offerte, tutte accessibili dal menù superiore, sono poche ma basilari.

In conclusione, Google Translator Toolkit è una buona applicazione per la traduzione assistita. Certo, non sarà mai e poi mai al pari degli altri programmi, come ad esempio SDL Trados, ma per essere gratuito è un ottimo strumento per i traduttori ai primi anni di esperienza che non dispongono di fondi sufficienti per acquistare i fratelli maggiori.

Autore dell’articolo:
Francesco Foresta
Traduttore EN-FR>IT
Narni (TR)

Come rendere locale un contenuto globale

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Nel corso degli ultimi decenni si è assistito a una evoluzione esponenziale del processo di globalizzazione, che ha investito tutti gli ambiti socioeconomici.
Nel caso specifico del settore linguistico, la diffusione sempre maggiore di Internet e degli strumenti informatici di supporto alla traduzione ha portato notevoli vantaggi sia per i traduttori che per i committenti, in termini di organizzazione e gestione di progetti multilingua, mantenimento della coerenza terminologica e stilistica, volume del materiale tradotto.

Col termine internazionalizzazione, strettamente correlato al concetto di globalizzazione, si indica il processo che ha come obiettivo l’adattamento di un prodotto per agevolarne la localizzazione, senza rendere necessaria una nuova progettazione. Generalmente, un prodotto viene internazionalizzato durante il ciclo di sviluppo, pertanto il processo di internazionalizzazione precede le fasi successive di localizzazione. Tale flusso di lavoro riduce notevolmente i tempi e i costi di produzione, garantendo il rilascio di un prodotto finale perfettamente inserito nella realtà locale cui è indirizzato. Per citare un esempio, il processo di internazionalizzazione per un’applicazione software può riguardare la separazione del testo traducibile dal testo che costituisce il codice dell’applicazione. Tale operazione agevola il successivo processo di traduzione, riducendo la possibilità per i traduttori di commettere errori o di modificare il codice di programmazione. Un altro esempio di internazionalizzazione riguarda la stesura del testo che verrà successivamente tradotto. Tale compito viene generalmente svolto dai technical writer, che scrivono per un pubblico globale, elaborando cioè il contenuto affinché sia facilmente adattabile alle varie culture locali.

Il termine localizzazione, traduzione dall’americano localization, deriva invece dalla parola inglese locale, che significa “piccola regione”. Nel linguaggio tecnico il termine indica il processo di preparazione di versioni specifiche di un prodotto destinato a un ambito locale, mediante l’adeguamento a requisiti culturali appropriati. Inizialmente, la localizzazione prevedeva esclusivamente la traduzione e l’adattamento di applicazioni software e relative guida in linea e documentazione annesse. Tuttavia, grazie all’enorme sviluppo di Internet e delle tecnologie IT, la localizzazione oggi comprende anche la traduzione e l’adattamento di siti Web e più in generale di tutte le applicazioni tecnologiche basate sul World Wide Web.
In tale contesto globale, è evidente che la traduzione, insieme alle attività di revisione e correzione ad essa correlate, rappresenta solo una delle fasi di un progetto più ampio di internazionalizzazione e localizzazione. Un progetto di localizzazione completo comprende, infatti, numerose altre attività, quali la gestione di progetti multilingua, lo sviluppo e il testing del software e della documentazione in linea, la conversione dei documenti in formati che ne agevolano la traduzione e l’impaginazione, la gestione delle memorie di traduzione e lo sviluppo di strategie di supporto e consultazione per la traduzione.

Un’altra differenza sostanziale tra traduzione e localizzazione risiede nel fatto che la traduzione, intesa secondo l’accezione tradizionale, viene eseguita solitamente sul prodotto finito, spesso già presente sul mercato. La localizzazione, invece, prevede la traduzione e l’adattamento del prodotto durante le fasi di progettazione, sviluppo e testing, garantendone in tal modo il contemporaneo rilascio in più lingue e paesi committenti. Grazie alla localizzazione, le aziende produttrici di software sono in grado di incrementare le vendite e la diffusione dei loro prodotti su scala globale, senza contare inoltre che spesso sono proprio i regolamenti comunitari e governativi a imporre la traduzione della manualistica e, più in generale, della documentazione nella lingua locale, senza la quale la commercializzazione del prodotto non è consentita. Si tratta, è evidente, di strategie produttive e di mercato perfettamente in linea con l’era della globalizzazione.

Autore dell’articolo:
Maria Porrone
Traduttrice EN-ES>IT
Torino

Quali sono le 4 verità?

 Categoria: Traduttori freelance

Imparare una lingua non è mai facile. Si comincia fastidiosamente dalla grammatica, dal vocabolario, primi requisiti di apprendimento. Poi la cultura del paese, i proverbi, le locuzioni della lingua, la storia permettono di capirne tutte le sottigliezze. E su questo punto, ogni lingua, anche se sembra assomigliarsi attraverso qualche parola, è diversa nella sua complessità.

A questo proposito mi viene in mente una storia alla quale ho assistito. Riguarda una locuzione in francese tradotta addirittura in italiano in una discussione. Era una banale discussione tra amici italiani e francesi come abbiamo tutti ogni tanto. A un certo punto l’amico francese parlando di una terza persona dice in italiano: “La prossima volta gli dico le quattro verità!”. L’amico italiano, curioso, aggiunge: “Hai ragione! Ma quali verità?”. L’amico francese: “Come quali? Non so”. L’italiano di nuovo: “Hai detto le quattro verità. A me puoi dirle quali sono?”. Una scena degna del gran Toto’ (famoso interprete nel teatro e del cinema italiano). Finalmente l’amico francese si spiega: “Sai in Francia quando abbiamo voglia di dire francamente le cose a qualcuno, cioè dire a qualcuno il fatto suo si dice: – dire les quatre vérités -. In realtà non si sa quali sono queste quattro verità. E’ un’espressione francese che si usa e abusa senza sapere da dove viene. In italiano, letteralmente, questa locuzione non esiste e non significa proprio niente.

Esistono tanti proverbi, locuzioni in tutte le lingue che spesso non si possono tradurre parola per parola. Queste espressioni sono tante, ricche. Esse animano le discussioni, i libri, le storie e danno una propria identità alla lingua. Fanno parte del patrimonio culturale e da un paese all’altro ci sono delle differenze. Per esempio, nei proverbi in Francia si parla spesso di gatto, in Italia preferiscono i cani. In francese si dice: “ne reveillez pas le chat qui dort” e diventa in italiano: “non svegliare il cane che dorme”, o ancora in francese “chat échaudé craint l’eau froide” si dice in italiano “cane scottato dall’acqua calda teme la fredda”. Insomma, potremmo quasi dire che finalmente l’Italia e la Francia sono come cane e gatto… Chissà? Attraverso la storia di entrambi i paesi le loro lingue potrebbero insegnarci tante cose sulla loro storia, i loro scambi, confronti.

Per concludere, come il protagonista del mio racconto, non dirò le quattro verità, nemmeno una.
Ognuno ha la sua. Ma l’apprendimento di una lingua, in tutta la sua complessità, richiede di andare al di là della grammatica, del vocabolario, liberarsene per cominciare ad apprezzare le sottigliezze, le differenze, la singolarità di una lingua che contraddistingue gli abitanti del suo paese.

Autore dell’articolo:
Magali Mazzolini
Traduttrice FR<>IT
Parigi

Difficoltà di traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Chi parla una lingua straniera spesso concentra la sua attenzione sulla dimensione della morfologia e del lessico. Un anglosassone che osserva un latino ha l’impressione di aggressività, perché la lingua è molto più vocalica, rumorosa e viene usata con un tono di voce più accentuato dell’inglese. A questo “urlare” si aggiunga poi il fatto che i latini si interrompono spesso e agitano le mani, rendendo la sensazione di aggressività una certezza. Al contrario la persona mediterranea ritiene che il tono contenuto, la voce bassa e i lunghi silenzi degli inglesi siano segni di presunzione, distacco e mancanza di entusiasmo. Da qui nasce la difficoltà di traduzione per la maggior parte di noi quando ci imbattiamo in lingue di culture molto distanti dalle nostre: così quando uno spagnolo, un italiano o un tedesco parlano in inglese, essi traducono le parole ma non il loro modo di concettualizzare, di costruire un testo, per cui traducono in inglese con la loro struttura linguistica (un forte uso dei pronomi relativi per esempio), cosicché il testo risulta prodotto in inglese ma non è un testo inglese.

Quando nei primi anni sessanta il regista Jaques Dassin si ritrovò ad adattare ai tempi odierni il mito di “Fedra” per il cinema, capì subito la difficoltà che l’idioma ellenico portava con sé. Gli interpreti Anthony Perkins, Melina Merkouri e Raf Vallone dovevano muoversi su scenari teatrali e recitare in versione moderna le liriche antiche. Un famoso critico e letterato, Paul Ricoeur, soleva sostenere a questo proposito che la “traduzione perfetta” è impossibile.
Ma ricordiamoci che l’impero di Alessandro Magno fu un impero multilingue e multiculturale; l’impero romano era multilingue, multiculurale e multireligioso. Così come anche l’Unione Europea ha scelto lo stesso modello interculturale, variegato e plurilingue.

Credo che la chiave per una buona traduzione sia osservare la lingua e la cultura, capirne gli animi oltre che le parole, i diversi modi di pensare oltre che di esprimere i periodi ipotetici, perché nella nostra società ormai i modelli culturali variano così rapidamente che non ci si può soffermare solo al puro e semplice studio di una lingua. Si deve insegnare a osservare la cultura.

Autore dell’articolo:
Irene Pappalardo
Lingue e Letterature Straniere Traduttrice GR>IT
Trieste

Il sapore di una cosa ben detta

 Categoria: Traduttori freelance

“Una cosa ben detta conserva il suo sapore in tutte le lingue”, diceva John Dryden nel 1668.
Ma cosa si cela dietro una parola di uso così comune come “lingua”? Questa piccola parola, simbolo apparente di differenza, cela in realtà un significato di comunanza.
La parola lingua deriva, infatti, dalla radice indoeuropea *dngwa-: questo strano miscuglio di consonanti, utilizzato millenni or sono per descrivere l’organo della parola e al tempo stesso, il complesso ed astratto concetto di linguaggio, ha dato origine poi alle parole che in tutte le lingue europee descrivono ancor oggi lo stesso concetto. Passando attraverso il latino dingua, poi evolutosi in lingua grazie al contatto con il dialetto sabino, questo antico suono echeggia ancora nel vocabolo inglese tongue, nel tedesco Zunge, nel francese langue, nel rumeno limba e nello spagnolo lengua. L’etimologia di questo vocabolo ci dimostra quindi che anche dietro quella che sembra un’insormontabile differenza, quale può essere appunto la barriera linguistica, si cela in realtà un’antica radice comune.

Lo scopo della traduzione si potrebbe quindi definire proprio come la ricerca di questa primitiva unità. Nell’era delle grandi comunicazioni, comunicare è importante, ma è fondamentale comunicare bene.
Non basta infatti tradurre in maniera meccanica, letterale, perché si rischia di tradire il senso profondo di un testo, il suo spirito: “Tradurre è anzitutto comprendere, ma non è poi semplicemente riprodurre quanto si è compreso”, scrive Benvenuto Terracini (“Il problema della traduzione”, 1983). Per comprendere una lingua, bisogna conoscere il popolo che la parla, la scrive e la vive: per questo per il mio lavoro di traduttrice dal francese, ritengo fondamentale la mia esperienza di vita, studio e lavoro in Francia, che mi ha permesso di vivere appieno questa lingua meravigliosa, che difficilmente si lascia imbrigliare da scarne strutture grammaticali, dove le eccezioni superano le regole e rendono questo linguaggio così vivo.

Tradurre: dal latino traducere, condurre, trasportare. In accordo con l’etimologia di questo verbo, mi piace dunque immaginare la traduzione come un veicolo ideale che ci può permettere di valicare le frontiere della differenza linguistica, per avvicinarci ad altri popoli. In una traduzione ben fatta le differenze diventano una ricchezza, non un ostacolo alla comprensione, ma anzi, il mezzo che ci permette di riscoprire le radici comuni che avvicinano culture così lontane geograficamente, ma così vicine nella loro umanità, e così valorizzate dalla differenza.
Solo così allora, una cosa ben detta potrà davvero conservare il suo sapore in tutte le lingue.
Anche tradurre è, come far musica e poesia, come dipingere un quadro e scolpire una statua, sforzo e anelito di conquistare e di possedere la propria realtà. (Manara Valgimigli).

Autore dell’articolo:
Francesca Romana Valente
Archeologa
Traduttrice FR>IT
Roma