Adattare il film Il Maestro e Margherita (5)

 Categoria: Servizi di traduzione

Per quel che riguarda le scritte sullo schermo, Paolinelli e Di Fortunato (2005, 56-74) propongono due diverse strategie per restituire al pubblico della LA il significato della scritta:
1) inserire un sottotitolo, che nel linguaggio settoriale del doppiaggio viene chiamato “cartello”;
2) far leggere la scritta a uno degli attori in fase di doppiaggio;
la seconda soluzione viene privilegiata, in modo da evitare troppi “cartelli”, usati solo per i titoli di giornale, lettere o messaggi scritti.

Nel terzo episodio, Bosoj, sotto indicazione di Korov’ev, ritrova la lettera speditagli da Lichodeev con la richiesta di registrare Woland e farlo soggiornare sia nella stanza del direttore del Varieté, sia in quella del defunto Berlioz. Tuttavia, nel romanzo si accenna al contenuto della lettera senza un vero e proprio frammento di testo dedicato alla sua lettura, quindi si ritiene che sia stata creata ad hoc dagli sceneggiatori.

Data la relativa brevità dell’inquadratura sulla lettera (circa 3,5 secondi) prima che Bosoj pronunci la battuta successiva (A quanto pare me ne ero dimenticato. E Lichodeev quando parte per Jalta?), risulta piuttosto difficoltoso far enunciare in poco tempo il contenuto della lettera, che comunque è già stato illustrato in precedenza da una battuta di Korov’ev. È stata effettuata una verifica non irreprensibile ma indicativa, per cui un madrelingua riesce a leggere solo le prime quattro parole della lettera (“prošu vas vremenno proregistrirovat’), per cui si è deciso di inserire un “cartello” contenente l’informazione principale, cioè il verbo “proregistrirovat’

CARTELLO Si richiede permesso di residenza per l’artista Woland.

BOSOJ (ft) / (da fc) A QUANTO PARE L’AVEVO DIMENTICATO / E LICHODEEV QUANDO PARTIREBBE PER JALTA?

Si potrebbe pensare che Bortko abbia deciso di creare un remake, però il prodotto audiovisivo in questione sembra avvicinarsi soprattutto alla trasposizione, in particolare alla luce del fatto che i dialoghi siano stati praticamente calcati dal TP.
In Russia (e in Unione Sovietica) il fenomeno della trasposizione di opere letterarie è chiamato ekranizacija, di solito estremamente calligrafica.
Anche Master i Margarita può essere inscritto in questa pratica, dato che “restituisce” il romanzo quasi nella sua interezza e si può guardare “col libro in mano”. L’unica modifica macroscopica che ha suscitato alcune polemiche è stata l’eliminazione del riferimento al famigerato gulag dell’arcipelago Solovki, nella trasposizione trasformato semplicemente in lager’. Probabilmente il film di Bortko ha suscitato molte polemiche proprio perché rispetta lo scheletro narrativo dell’originale: sebbene non sia possibile avere un riscontro rigoroso, si ritiene che il problema di questo tipo di trasposizione cinematografica sia che non si possa venire incontro alle rappresentazioni dei personaggi che ogni lettore ha durante la lettura del testo. Ognuno, infatti, ha una propria rappresentazione dell’aspetto di Woland, di Margherita e di Bezdomyj. Tanto più che per un pubblico come quello russo, per cui il Maestro e Margherita è un testo cult, il fatto di trasporlo rappresenta un’operazione a rischio di “sacrilegio”.

Sicuramente l’adattamento di un prodotto come Master i Margarita presenta diverse varianti da tenere in considerazione e, come si ha avuto modo di dimostrare in questo articolo, di volta in volta occorre decidere quale sia il fattore più importante, cercando di restituire al meglio possibile il messaggio del TP.

Autore dell’articolo:
Alessia G. Cadeddu
Traduttrice RU-EN<>IT
Genova

Adattare il film Il Maestro e Margherita (4)

 Categoria: Servizi di traduzione

3. I PROBLEMI TRADUTTIVI.

La vicenda del Maestro e Margherita è ambientata in un contesto piuttosto distante dalla lingua di arrivo sia nel tempo che nello spazio, pertanto i riferimenti linguistico-culturali sono stati spesso ricodificati ricorrendo alla tecnica dell’esplicitazione.

Franco La Polla ha messo in rilievo l’importanza del contesto culturale e la sua intraducibilità. Al di là dell’elemento verbale, ci sono elementi così strettamente legati alla cultura d’origine che rischiano di essere parzialmente snaturati, o perduti, nel passaggio ad altra lingua e cultura (in Baccolini, Bollettieri Bosinelli, Gavioli 1994, 15). Sempre secondo La Polla, è evidente che il doppiaggio “aggiusta” il TP ed i suoi valori culturali a un sistema di riferimento che è invece quello della lingua di arrivo: un esempio di tutto questo è la pratica del cosiddetto “doppiaggio creativo”, che prevede l’inserimento nel TA italiano di elementi linguistici (per esempio inflessioni e accenti) del tutto estranei al TP, al fine di vivacizzare la traduzione o di superare eventuali problemi traduttivi posti dal TP. Nell’adattamento qui proposto non sono state fornite per gli attori indicazioni relative agli accenti: il testo dell’adattamento, infatti, deve spiegare agli attori cosa devono dire, non come. Tuttavia, si ritiene opportuno ricordare che, nel primo episodio, Woland si presenta a Bezdomnyj e Berlioz parlando con spiccato accento tedesco che, in alcuni punti, tuttavia, sparisce. In sede di doppiaggio occorrerebbe far notare all’attore questa particolarità, in modo che non si perda un elemento significativo della storia.

In una delle prime scene del primo episodio, Berlioz e Bezdomyj si avvicinano a un chiosco che vende bevande e Berlioz chiede una “Narzan”: si tratta di una marca di acqua minerale famosa nell’Unione Sovietica, per di più prodotta a Kislovodsk, città dove il presidente dell’Associazione Moscovita dei Letterati (Massolit) dice di volersi recare. In questo caso si è esplicitato semplicemente con “acqua minerale”, riducendo l’espressione ad “acqua” nell’adattamento in quanto non c’è tempo a sufficienza per poter articolare anche solo “minerale”.

Un riferimento culturale più problematico è legato al termine Komsomol (abbreviazione di Kommunističeskij Sojuz Molodëži), un’organizzazione giovanile del PCUS. Dicendo “komsomolka”, è subito chiaro allo spettatore russo quanti anni ha la ragazza: nel TA italiano è stata effettuata un’esplicitazione parziale inserendo l’attributo iscritta che può far intuire che si tratta di un’organizzazione del Partito. Tuttavia, a causa del sincronismo articolatorio quantitativo, non è possibile inserire l’espressione “iscritta al Komsomol”, quindi si è scelto di neutralizzare traducendo con “una giovane russa, una comunista”. Si è reso necessario aggiungere l’aggettivo determinativo una a causa della breve pausa all’interno della battuta, per cui sarebbe risultato marcato dire una “giovane russa comunista”.

La quinta e ultima parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Alessia G. Cadeddu
Traduttrice RU-EN<>IT
Genova

Adattare il film Il Maestro e Margherita (3)

 Categoria: Servizi di traduzione

Nelle scene ambientate a Mosca e nelle sequenze del Gran Ballo di Satana, Bulgakov sfoggia tutta la sua abilità di satirico, nata anche dall’esperienza come autore per i feuilleton. Queste due linee narrative sono pervase da un registro colloquiale, che in alcuni casi sfiora il gergo, da una parte, e usa gli arcaismi nelle scene del Gran Ballo. Allo stesso Convegno è intervenuta anche Rita Giuliani (1986, 192), che ha notato l’utilizzo da parte di Bulgakov di una serie di espressioni metaforiche che contengono la parola “diavolo” (in russo čërt, o d’javol, di derivazione greca): d’javolu by založila dušu, čtoby tol’ko uznat’, vozit’ ko vsem čertjam, čerti b menja vzjali, čërt voz’mi, ecc. Si tratta di un meccanismo che l’autore ha tratto dalla tradizione del teatro popolare russo.

Dato che il testo letterario è stato trasformato in sceneggiatura e, quindi, in dialoghi, questa diversità di stile si avverte di meno rispetto alla lettura del romanzo: un prodotto audiovisivo di questo tipo ha soprattutto lo scopo di intrattenere il pubblico, per cui si è cercato di creare dialoghi non marcati.

Nella prossima pubblicazione della quarta parte dell’articolo verranno elencati problemi traduttivi di tipo linguistico-culturale e quelli legati al doppiaggio: sono riportate due traduzioni, una “scritta per essere letta”, l’altra “scritta per essere recitata”, pertanto spesso in fase di adattamento si riscontreranno divergenze rispetto alle soluzioni proposte per la traduzione cartacea, motivate dai vincoli a cui il TA deve sottostare per poter essere utilizzato per il doppiaggio.

Come in tutti i tipi di traduzione, ogni minima scelta traduttiva si può ripercuotere sul resto del testo. È il caso delle forme allocutive, che indicano il rapporto di confidenza tra i personaggi: in russo si dà del voi anche ai giorni nostri, mentre in italiano questa forma risulta marcata e piuttosto antiquata. Nel TA si è deciso di attualizzare il testo, mentre in fase di adattamento la scelta è stata più problematica, in quanto nella traduzione audiovisiva non è solo in gioco la marcatezza del TP, che deve a volte essere messa in secondo piano rispetto all’illusione del perfetto sinc labiale. Inizialmente la scelta sembrava propendere per il voi, in modo da riempire di più i battiti del TP. In altre parti del testo, tuttavia, le battute sono talmente brevi che risparmiare anche una sola sillaba può essere fondamentale: per questo motivo si è scelto il male minore, cioè si è deciso di dare del lei, decidendo di compensare eventuali carenze di battiti con altri riempitivi, o con locuzioni più lunghe.

La quarta parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Alessia G. Cadeddu
Traduttrice RU-EN<>IT
Genova

Adattare il film Il Maestro e Margherita (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Canziani (in Bussi, Salmon 1996, 29-30) cerca di spiegare quali sono le difficoltà della trasposizione, piuttosto che limitarsi ad affermare la sua legittimità o illegittimità: il problema principale è capire quale interpretazione del testo letterario debba essere l’oggetto dell’adattamento cinematografico. Se si legge un romanzo allo scopo di “tradurlo” in film, occorrono diverse competenze (analisi dei caratteri, delle psicologie, delle ideologie) che tuttavia non garantiranno una codifica fedele delle idee inscritte nel romanzo, per cui saranno inevitabili aggiunte o sottrazioni. Il messaggio del testo letterario non è trasferibile tout court in scene e sequenze filmiche, dal momento che le esigenze di un regista sono diverse da quelle del romanziere e dello sceneggiatore. Per quanto si possa condividere la posizione di Canziani, occorre ricordare che il doppiaggio è di per sé un’abilità che, pur essendo imperfetta in quanto umana, cerca di assottigliare quanto più possibile la differenza tra la mimica dell’attore “di partenza” e la voce dell’attore “di arrivo”.

Nessuno ha considerato che un film è prima di tutto una sceneggiatura, quindi anche se è tratto da un romanzo sarà un “remake” scritto del romanzo, in cui la parte dialogica prevarrà su quella descrittiva.

2. IL MAESTRO E MARGHERITA: DAL ROMANZO ALLE TRASPOSIZIONI.

Non è questa la sede per discutere del romanzo Il Maestro e Margherita, dato che esiste un’amplia letteratura su questo tema. Possiamo ricordare in particolare gli Atti del convegno «Michail Bulgakov» e Invito alla lettura di Bulgakov. Sono molte le edizioni italiane del testo, e per il russo come testo di riferimento si è utilizzata l’edizione del 2006 (Mosca, Martin).

Secondo quanto riportato nel sito ufficiale del film a puntate, esistono diverse trasposizioni cinematografiche de Il Maestro e Margherita oltre a quella di Bortko del 2005:
Pilatus und andere (1971): film prodotto nella RFT, regia di Andrzej Wajda.
Maestro i Margarita (1972): produzione italo-jugoslava, regia di Aleksandar Petrović.
Mistrz i Małgorzata (1989): serie televisiva di quattro puntate, regia di Mačej Vojtyško.
Incident in Judaea (1991): produzione per la televisione britannica, regia di Paul Bryers.
Master i Margarita (1994): film russo, regia di Jurij Kara, distribuito per la prima volta in Russia        nel 2011.
A mester és Margarita (2005): produzione per la televisione ungherese, regia di Ibolya Fekete.

Nel romanzo di Bulgakov si intrecciano varie linee narrative (Bazzarelli 1977, 10) e vari critici hanno riconosciuto che ciascuna di esse è caratterizzata da uno stile e da un registro diverso. Durante il Convegno su Bulgakov tenutosi a Gargnano del Garda nel 1984, Thomas Reschke (1986, 474) ha raccontato la sua esperienza di traduttore del Maestro e Margherita. Durante la prima versione della sua traduzione (negli anni successivi dovette rivedere la propria traduzione, per un totale di tre varianti), aveva deciso di tradurre i capitoli storici con un linguaggio biblico, vicino alla lingua utilizzata da Lutero nella traduzione della Bibbia. Tuttavia, occorre notare che Bulgakov in realtà narrava le vicende di Ponzio Pilato usando il russo moderno, persino nelle unità di misura (con le verste al posto dei chilometri).

La terza parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Alessia G. Cadeddu
Traduttrice RU-EN<>IT
Genova

Adattare il film Il Maestro e Margherita

 Categoria: Servizi di traduzione

In questo articolo verrà effettuata una panoramica dell’adattamento per lo schermo di opere letterarie. A titolo esemplificativo si utilizzeranno scene tratte da Master i Margarita (2005), tratto dall’omonimo romanzo di Michail Bulgakov, diretto da Vladimir Bortko e prodotto dal canale televisivo Rossija.

1. L’ADATTAMENTO PER LO SCHERMO DI OPERE LETTERARIE.

La traduzione audiovisiva è entrata a far parte del dibattito sulla traduzione solo in anni recenti e questo si riscontra anche nella poca precisione della terminologia. Gli studiosi si sono interessati a diversi aspetti: alcuni hanno cercato di definire questo fenomeno, altri di motivarlo, molti si sono semplicemente limitati a criticarlo come una pratica illecita.

Andrew Dudley, nel saggio Concepts in Film Theory: Adaptation, individua tre tipi di adattamento cinematografico di un testo letterario:
1) Prestito. Si utilizza la fabula dei grandi miti e simboli dell’antichità classica e giudaico cristiana.
2) Intersezione. Solo alcune parti dell’opera letteraria vengono rivisitate e adattate al linguaggio cinematografico.
3) Fedeltà nella trasposizione. Lo scheletro narrativo rispetta quello del testo letterario.

Per Franco La Polla, il remake è il rifacimento consapevole che può essere fatto a) rimanendo nello stesso ambito mediale dell’opera “originale”, b) utilizzando un mezzo di espressione diverso da quello del testo originale. Il secondo tipo di remake si può ricondurre alla pratica che Dudley chiama fedeltà nella trasposizione. Delia Chiaro Nocella osserva che qualunque sia il comune denominatore che permetta di capire se un film deriva direttamente da un altro film o da un romanzo, ci si troverà sempre davanti a “scatole”, nessuna delle quali grande e perfetta quanto la prima. Laura Salmon si interroga sul motivo per cui qualcuno è spinto a effettuare un remake: a) il “vero soggetto del TP non è stato reso efficacemente dal film precedente, b) il vero “soggetto non è univoco e il testo si può rifare tante volte quante sono le possibili interpretazioni, c) il primo film è invecchiato per diversi motivi. Per Giuliana Bendelli e Aldo Viganò, un film per essere fedele al romanzo dovrà “tradire la lettera”, cercando di farne risaltare il senso profondo. Jean Mitry individua la differenza tra romanzo e film in ciò che determina il tempo: nel romanzo è determinato dalle parole, nel film è dato dalle inquadrature.

Antonio Costa sostiene che esistano due tipi di film letterari: a) quelli che lasciano solo intuire un’origine letteraria, b) quelli che esplicitano la fonte letteraria.
Secondo il semiologo statunitense Seymour Chatman la letteratura e il cinema sono arrivati a influenzarsi a vicenda, si è creato un nucleo narrativo comune, per cui è giustificata la possibilità di una trasposizione.

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Alessia G. Cadeddu
Traduttrice RU-EN<>IT
Genova

Le trascrizioni

 Categoria: Servizi di traduzione

Mi sono avvicinata al mondo delle trascrizioni un paio di anni fa a causa della perdita del mio lavoro, avevo bisogno di guadagnare ed essendo molto veloce con la tastiera e con ottime conoscenze informatiche, ho pensato di provare a vedere come funziona questo mondo. All’inizio pensavo “non ce la farò mai”, ma poi piano piano e con tanto impegno mi sono davvero appassionata a questo lavoro fino a non sentire nemmeno la stanchezza ed a non rendermi conto delle ore che passavano mentre io scrivevo. Mi succede ogni volta che ho da effettuare una trascrizione, comincio e non mi fermo fino a quando non finisco o almeno non arrivo al punto che mi sono prefissata di raggiungere quel giorno, e non ha importanza se ho cominciato alle otto del mattino e finito alle quattro del mattino dopo perché se qualcosa viene fatto con passione non è mai un peso o una sofferenza, anche se la schiena urla, gli occhi bruciano e le caviglie sono gonfie.

Ogni trascrizione è una sfida che devo vincere perché ogni volta c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire nella formattazione o nell’impaginazione del testo, e devo dire che anche il PC mi aiuta in questo decidendo ogni tanto di fare di testa sua e cambiare le regole del gioco, ma sono io che comando e la spunto tutte le volte. Adoro trascrivere, mi piace il suono della tastiera sotto le mie dita e il ritmo che si prende quando la concentrazione è a mille, suono la batteria quindi tutta la mia vita va a ritmo. Scherzi a parte devo essere sincera, quello di trascrivere è un lavoro che comunque ti permette di gestire il tempo e le giornate senza avere orari fissi e questo per me è un ottimo vantaggio. Da poco sto cominciando ad avvicinarmi alla traduzione (dall’inglese) con piccoli lavori, anche se da adolescente ho tradotto “Salomè” di Oscar Wilde dal francese, che non conosco per niente, ma leggendo l’opera in italiano devo dire che il senso di tutto filava alla perfezione. Mi piacerebbe approfondire anche questo aspetto del trascrivere al computer perché, come molti che fanno questo lavoro, penso che tradurre da una lingua ad un’altra sia una sorta di missione nel far comunicare tra loro diverse culture, usanze e idee, e questo nel mondo in cui viviamo oggi penso sia fondamentale per comprendersi e rispettarsi gli uni con gli altri.

Autore dell’articolo:
Floriana Angelico
Caltagirone (CT)

Nascita della traduzione in Brasile (2)

 Categoria: Storia della traduzione

L’eccessiva libertà di gestione viene però limitata con l’applicazione della censura, strumento repressivo che termina nella seconda metà del XIX secolo, quando arrivano in Brasile gli editori stranieri che iniziano a remunerare il lavoro dei traduttori. Durante questo periodo le traduzioni vengono stampate fuori dal paese e importate al fine di ridurre l’alto costo di produzione del libro a causa della spesa del supporto cartaceo nazionale.

Grazie al teatro e al romanzo d’appendice, la traduzione in Brasile subisce un incremento: a partire dal 1810 le opere straniere subiscono l’imitazione in lingua nazionale o vengono liberamente tradotte e sviluppate per il mercato interno, dal momento che non esiste una produzione nazionale.

Grazie all’operato di Machado de Assis e di altri traduttori e scrittori, il 30 aprile 1843 viene inaugurato il Conservatorio Drammatico Brasiliano con il fine di stabilire modelli linguistici da applicare sia alle sceneggiature teatrali nazionali che ai testi tradotti.

Con la politica nazionalista del Presidente Getúlio Vargas nel campo dell’educazione e dell’alfabetizzazione vengono stampati molti libri tecnici, didattici e per l’infanzia, accanto alle opere storiografiche sul Brasile scritte da autori stranieri che vengono tradotte e pubblicate dalla “Livraria Martins”.

In Brasile, la “traduzione” conosce la sua “Età dell’Oro” tra il 1942 e il 1947 grazie allo scrittore Érico Veríssimo, che coordina la casa editrice “Globo” di Porto Alegre e un’équipe di traduttori con tariffe orarie e luoghi di lavoro con una remunerazione mensile. I migliori intellettuali e professionisti vengono contrattualizzati per tradurre grandi opere di letteratura straniera, vengono così stampate collezioni letterarie e enciclopedie.

Nel 1952 viene stampato in Brasile il primo libro sulla traduzione, intitolato Escola de Tradutores scritto da Paulo Rónai, un traduttore-revisore ungherese rifugiatosi in Brasile dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Nel 1968 viene approvata una proposta per rendere autonomo all’interno delle Università il corso di studi sulla traduzione. Questo passaggio rende la “traduzione” più definita e chiara libera dai vincoli legati alle altre materie trasformandola così in oggetto di ricerca.

Nel 1969 la Pontificia Università cattolica di Rio de Janeiro istituisce l’abilitazione per vari ruoli del corso di lettere, inserendo la figura professionale di revisore, traduttore e interprete.

Autore dell’articolo:
Fabio Mechella
Laurea in Lingue e Letterature Straniere – Laurea in Filologia Moderna
Dottore di Ricerca in Storia e cultura del viaggio e dell’odeporica
Traduttore e interprete IT<>PT
Roma

Nascita della traduzione in Brasile

 Categoria: Storia della traduzione

La storia della traduzione brasiliana inizia a prendere corpo quando i nativi del Brasile vengono tradotti o interpretati oralmente dai colonizzatori portoghesi: nel Brasile del XVI secolo la lingua predominate è quella indigena e i colonizzatori la apprendono per poter esercitare il controllo e il dominio della nascente colonia portoghese.

La prima rivoluzione linguistica del Brasile avviene nel 1549 con l’arrivo dei gesuiti: i religiosi, per poter evangelizzare la popolazione indigena, apprendono il nheengatu, la lingua franca della costa, un idioma che entra a far parte della colonia. Sono i gesuiti che per primi effettuano traduzioni scritte. Questo aspetto religioso della lingua cambia la figura del traduttore: i cosiddetti “linguas” (così erano chiamati i traduttori) per effetto della colonizzazione non sono più i “degredados” (criminali comuni costretti al naufragio atti ad imparare le lingue dei colonizzati), ma i mamelucchi brasiliani, incroci di bianchi europei con amerindi. Nasce così la lingua geral, una lingua popolare comune usata da indios, meticci e portoghesi, che durante la seconda metà del XVII secolo, grazie all’opera dei gesuiti, viene sistematizzata. Successivamente proibita con l’espulsione dei gesuiti nel 1759 la lingua geral sopravvive in forma ufficiosa accanto al portoghese.

Nel 1808 con l’apertura dei porti al commercio estero, la figura dell’interprete subisce delle variazioni: nasce la figura dell’ “ufficiale di lingua”, inserito all’interno della Segreteria di Stato del Ministero degli Affari Esteri e della Guerra. Più tardi si aggiunge quella di “interprete pubblico” per la traduzione ufficiale di documenti esteri, nominato dal Tribunale del Commercio. Nel 1823 la lingua portoghese viene istituita come lingua ufficiale.

Nel XVIII secolo la traduzione scritta progredisce: vengono tradotte dall’inglese, dal francese, dal castigliano e dal tedesco opere con idee illuministe ai fini del progresso del paese stampate a Lisbona nel 1799. Due anni dopo la tipografia viene incorporata alla Stampa Regia di Lisbona e i giovani traduttori vengono remunerati in termini di vitto e alloggio. Quest’organo di stampa ufficiale produce traduzioni di testi, di romanzi e di altre opere letterarie, (Ovidio, Virgilio, Voltaire e Racine), ma sopprime il nome dell’autore e crea titoli suggestivi.

Domani sarà pubblicata la seconda e ultima parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Fabio Mechella
Laurea in Lingue e Letterature Straniere – Laurea in Filologia Moderna
Dottore di Ricerca in Storia e cultura del viaggio e dell’odeporica
Traduttore e interprete IT<>PT
Roma

Tradurre e interpretare il diritto

 Categoria: Servizi di traduzione

Da quando ho deciso di dedicarmi all’attività di traduzione di testi giuridici, il mio animo di azzeccagarbugli mi ha portato a chiedermi se fosse più corretto tradurre i testi in maniera letterale, riproducendo esattamente e quindi ‘letteralmente’ il contenuto espresso nella lingua d’origine, oppure fosse più opportuno concentrarsi sui concetti espressi. Mi sono posta questa domanda proprio perché, da un lato, la terminologia giuridica è molto specifica e sembrerebbe richiedere una traduzione pedissequa del contenuto del testo da tradurre, dall’altro però c’è il rischio che una traduzione strettamente letterale non esprima correttamente il concetto che il suo autore intendeva comunicare.

Io credo che occorra fare una riflessione sulle peculiarità proprie delle traduzioni giuridiche rispetto alle ben più amene traduzioni letterarie. Se da un lato queste ultime offrono maggiore libertà espressiva perché consentono al traduttore di poter spaziare liberamente nella ricerca del termine esteticamente più consono, dall’altro, invece, il più, permettetemi il termine, “arido” e conciso mondo del diritto richiede attenzione nella scelta della terminologia che corrisponda al concetto giuridico del caso.
Sembra quindi che nel mondo del diritto si sia meno liberi e il rigore sia d’obbligo.

Il traduttore di testi giuridici dovrà essere molto cauto nell’interpretare il testo a lui sottoposto dal momento che dietro i concetti si innalzano responsabilità e impegni spesso particolarmente rilevanti, che rischiano di essere travisati se non adeguatamente tradotti.

Tornando quindi alla domanda che io mi sono posta all’inizio di questa nuova avventura chiamata “professione traduttrice freelance”, credo che non sia poi affatto semplice stabilire quando il traduttore debba necessariamente tradurre pedissequamente una frase e quando invece possa interpretare il concetto al fine di renderlo comprensibile nella lingua d’arrivo.

Personalmente credo che l’expertise giuridica sia il punto di partenza che consenta al traduttore specialistico di poter ‘interpretare’ un testo laddove necessario per una maggiore comprensibilità dello stesso.

Inoltre, l’esperienza mi ha insegnato che alcune lingue sono certamente più concise di altre (ad esempio l’inglese è una lingua più chiara e diretta di alcune delle lingue romanze quali l’italiano, il francese e lo spagnolo che presentano più sfumature) e che la conoscenza di entrambe le lingue anche sotto il profilo della terminologia giuridica e del background culturale delle stesse sia una risorsa notevole da utilizzare nel momento in cui si traduce. Ciò che infatti distingue un traduttore-giurista da un semplice traduttore è proprio il fatto di possedere degli strumenti e delle competenze che, all’occorrenza, consentono di adottare la scelta interpretativa più adatta al contesto di cui si tratta.

Spero che queste mie brevi considerazioni possano costituire uno spunto di riflessione ed essere un monito per i potenziali lettori e traduttori freelance affinché siano molto cauti di fronte ad un testo tecnico-giuridico da tradurre e “interpretare”.

Autore dell’articolo:
Simonetta Buccellato
Avvocato e traduttrice freelance EN-FR-ES>IT
Milano

Essere bilingue, appello ai genitori

 Categoria: Traduttori freelance

Se siete una coppia mista, come ce ne sono sempre di più ai giorni nostri ed avete figli che ancora non hanno iniziato a parlare, per favore non togliete loro l’immensa opportunità di essere completamente madre lingua in entrambe le vostre lingue.

Certo le lingue si imparano, si studiano e si può essere bilingue anche in età avanzata ma non è esattamente la stessa cosa (credo…).

Io faccio parte di quei privilegiati che non hanno dovuto faticare perché, figlia di una coppia mista, sin da piccola nella mia testa si sono create due “rotaie linguistiche” perfettamente uguali sulle quali corre il treno della parola. Quando voglio, il mio “cervello capotreno”, azionando una semplice leva nel cervello, innesca uno cambio di binario ed allora quello che era il binario italiano diventa quello francese e vice versa.

Ho conosciuto, soprattutto qui in Francia, molte persone che sono “di origine italiana” ma che non parlano una parola d’italiano, spesso perché sono nipoti di immigrati che dopo aver messo piede su quella terra che gli ha accolti, riconoscenti, si sono voluti integrare ed hanno quindi voltato le spalle alle proprie origini e smesso di parlare la loro lingua che si è dunque persa.

Oggi, avviene, forse, il contrario; gli emigrati si rinchiudono nelle propria comunità. Ed anche questo fenomeno è comprensibile. Ma esiste una terza categoria di persone: quelle che hanno deciso di cambiare paese per seguire il/la proprio/a compagno/a o per lavoro o per una migliore qualità della vita. Per queste persone la scelta è, giustappunto, una scelta e in quanto tale forse non tanto dolorosa.

Allora è a queste persone che mi rivolgo, che ragioni avete di non tramandare ai vostri figli la bellezza insita in ogni lingua del mondo?

Mi raccomando, conto su di voi!

Autore dell’articolo:
Valentina Tamburello
Traduttrice IT<>FR
Parigi (Francia)

La traduzione come il rovescio dell’arazzo

 Categoria: Servizi di traduzione

Pero con todo eso, me parece que el traducir de una lengua en otra, […] es como quien mira los tapices flamencos por el revés: que aunque se veen las figuras, son llenas de hilos que las escurecen, y no se veen con la lisura y tez de la haz

L’opinione del grande Miguel de Cervantes Saavedra è ciò che mi piace ricordare ogni volta che mi avvicino ad una traduzione: il risultato del lavoro di un traduttore è come la vista di un arazzo al rovescio, dove si può scorgere la figura principale, ma si intravedono anche fili ed imperfezioni che non si noterebbero dal diritto.
Ci si può dichiarare d’accordo con quest’affermazione oppure no, ma io la tengo a mente perché nel lavoro della traduzione è la molla che mi spinge a trovare qualcosa di meglio, è quella spinta che mi aiuta a cercare la traduzione che più si avvicina al messaggio che l’autore vuole trasmettere nella sua lingua madre.
Ovviamente, nel caso in cui non sia possibile trasmettere il messaggio originale nella cultura di arrivo ricorro a strategie come il riferimento culturale o l’adattamento, ma sempre con l’idea di dare forma a qualcosa di strettamente legato al testo di partenza.

José Ortega y Gasset, nella famosa opera Miseria e splendore della traduzione, parla di una fondamentale ricerca di adeguatezza nel processo di trasmissione del messaggio in un’altra lingua. E’ ciò che cerco di fare in ogni testo che analizzo e poi traduco: a partire da un testo filosofico, come quello tradotto e commentato nella tesi di laurea, passando per quelli di ambito sanitario, legale ed amministrativo, fino ad arrivare a testi tecnici riguardanti elettrodomestici. Infatti, anche a contatto con produzioni apparentemente prive di fascino letterario, il tentativo è quello di avvicinare il lettore a ciò che viene descritto.

In conclusione, ogni traduttore sa che nella sua produzione si troveranno sempre alcuni “fili” ad oscurare il disegno dell’arazzo, ma la vera sfida sta nel riuscire a mostrarne il meno possibile, risaltando invece il messaggio che l’autore vuole trasmettere.

Autore dell’articolo:
Silvia Miglioretti
Traduttrice ES-EN<>IT
Torino

Traduzione biblica

 Categoria: Servizi di traduzione

La traduzione della Bibbia presenta delle peculiarità che la rendono particolarmente complessa. Sebbene le difficoltà di carattere linguistico e culturale siano proprie di qualsiasi tipo di traduzione, questi fattori presentano delle implicazioni particolarmente rilevanti in riferimento alla Bibbia, così come ad altri testi sacri, poiché il traduttore deve riuscire a contemperarli con il rispetto della sacralità.

La traduzione della Bibbia non è soltanto fine a se stessa e alla divulgazione della dottrina in essa contenuta, ma può fungere da strumento di mediazione linguistico-culturale e di acculturazione, divulgando, in diversi casi, oltre alla fede cristiana, anche la cultura occidentale che fa da mediatrice tra la cultura d’origine del testo e quella d’arrivo delle popolazioni evangelizzate, contribuendo ancora oggi come ieri, ad arricchire la lingua e la cultura delle popolazioni cui è destinato. La funzione di mediazione culturale svolta dalla traduzione biblica è possibile, a condizione che il testo venga sottoposto a dei processi di adattamento, che permettano di rettificare tutti quegli elementi che causerebbero gravi fraintendimenti e di realizzare un testo facilmente comprensibile per il fedele comune della cultura target.

La Chiesa non sempre ha valutato e valuta positivamente questi processi di adattamento linguistico-culturale, poiché teme che possano inficiare la sacralità del testo. Queste esigenze contrastanti sembrano mettere il traduttore sacro di fronte a un bivio: rispetto della sacralità o comprensibilità del testo sacro?

È possibile conciliare questi due principi parimenti importanti. Il segreto consiste nella mediazione: non si può propendere né per una traduzione totalmente source oriented né per una totalmente response oriented; in base alla rilevanza spirituale del passo biblico, il traduttore sacro deve valutare se adattarlo o lasciarlo immutato. Nel caso in cui l’adattamento sia impossibile, poiché si tratta di un dogma fondamentale, la comprensione può essere ugualmente garantita attraverso il ricorso ad apparati critici; in virtù della loro indipendenza dal testo biblico in sé, essi consentono di non inficiare in alcun modo la sacralità del testo.

Autore dell’articolo:
Rosalia Pagano
Traduttrice e interprete freelance EN-ES-FR>IT
Genova

La difficile arte del sottotitolo (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Nella prima parte dell’articolo, avevo parlato delle difficoltà di tradurre dei sottotitoli per film dal punto di vista tecnico (numero limitato di caratteri, fattore tempo della durata di una scena). Adesso vorrei approfondire l’aspetto più propriamente artistico e stilistico nella fase di traduzione.

Non occorre aver visto il film “Lost in Translation” per esprimere il concetto che quando si passa da una lingua “source” a una lingua “target”, il rischio di perdere molte sfumature sia alto, per non parlare del rischio di travisare completamente il significato di un’espressione. La lingua è in continua evoluzione e quindi occorre, in un certo senso, non farsi travolgere dalla lingua stessa, ma domarla, senza la presunzione di non avere più niente da imparare da essa. Questo vale sia per la lingua madre, il romeno nel mio caso, ma anche e soprattutto per le lingue da cui traduco, essenzialmente dall’inglese e dall’italiano. Vivendo da molti anni in Italia, si potrebbe pensare che questo giochi a mio sfavore nei confronti della mia lingua madre. Tutto il contrario. Grazie all’approfondimento dell’italiano, ho scoperto (o riscoperto) espressioni e modi di dire della mia lingua che ormai credevo sepolte nella mia coscienza. Il continuo scambio con altri traduttori di lingue diverse ha fatto sì che potessi accumulare un bagaglio di esperienze tale da risultarmi preziosissimo al momento di tradurre soprattutto i sottotitoli per film. Tornando proprio ad essi, il tema principale di questo blog, vorrei ribadire ancora una volta la difficoltà della trasposizione, ancora più che della traduzione, da una lingua all’altra. Si pensi al genere “commedia” (ne ho tradotte molte) o ai musical completamente in rima. La scelta di fronte a cui mi sono spesso trovata è la seguente: occorre privilegiare la traduzione più o meno letterale o piuttosto restituire nella propria lingua il senso di una battuta, o gioco di parole, presente in un certo sottotitolo? Occorre ricercare anche una certa metrica e ritmicità nelle parole tradotte o è sufficiente limitarsi a un’ottima traduzione? Come nella maggior parte dei casi della vita, non è mai tutto nero o tutto bianco. Occorre un giusto bilanciamento tra le varie componenti.

Personalmente, non cerco a tutti i costi una traduzione fedele, ma neppure troppo libera per non tradire l’opera dello sceneggiatore e del regista originale. Diciamo che il mio lavoro è simile a quello del doppiatore che cerca le parole adatte per creare un effetto di sincronizzazione con il labiale dell’attore. È un lavoro di limatura, finché tutti i pezzi non vanno perfettamente al loro posto. Non traduco un film, ma sono parte del film stesso. Al servizio dello spettatore.

Autore dell’articolo:
Aurelia Costache
Sottotitolatrice e traduttrice tecnica EN-FR-IT>RO

La difficile arte del sottotitolo

 Categoria: Servizi di traduzione

Da ormai tanti anni (ho un’esperienza ultra-decennale) nel settore, ripartisco la mia attività lavorativa in due grandi categorie: da un lato eseguo traduzioni tecniche e giuridiche (ho tradotto e traduco manuali di ogni tipo: da quelli per ferri da stiro con caldaia separata, a quelli per stampanti laser ad uso industriale; dalle vasche per idromassaggio, alle caldaie, ai manuali per macchine fotografiche, agli apparecchi elettronici di ultima generazione), dall’altro mi occupo di traduzioni di sottotitoli per DVD, Blu-Ray Disc e show televisivi.

Si tratta di due mondi completamente diversi: se per i Manuali è richiesta una precisione maniacale nella ricerca di termini precisi e appropriati, il più possibile vicini nella struttura e nel layout visivo della matrice originale da cui si traduce – anche per esigenze di pubblicazione, il numero dei caratteri e la lunghezza dei termini non devono discostarsi troppo dalla lingua “sorgente” -, il mondo dei sottotitoli ha un approccio del tutto diverso. Innanzitutto ci sono delle severe limitazioni nel numero di caratteri da utilizzare (per far sì che i software di conversione che trasformano una stringa di testo in un sottotitolo non incorrano in qualche errore, pena la non leggibilità del sottotitolo stesso), e, all’interno di questo limite, vi è da considerare anche il fattore tempo. Mi spiego meglio. Una scena che dura due secondi, non può contenere un numero di caratteri di sottotitolo tale che non possa dare allo spettatore il tempo di leggere tutto quello che viene sottotitolato. Ho detto “sottotitolato” e non “detto dagli attori”, per esprimere ancora meglio questa dicotomia tra il parlato, quello che avviene nella scena, e lo scritto del sottotitolo, che interessa essenzialmente allo spettatore. Proprio qui interviene il duro lavoro del sottotitolatore, il quale deve compiere un’opera di scelta, di sintesi, per fare in modo di riprodurre tutto il senso di una scena, senza farne perdere il significato. Dunque si capisce perfettamente quale sia la difficoltà di tradurre i sottotitoli per film. Se nei manuali si parla di traduzione di opera cartacea o digitale non soggetta al fattore tempo, inteso come termine limitativo per la fruizione della stessa, nel sottotitolo, lo ribadisco ancora una volta, il fattore tempo è tutto.

Questo è solo l’aspetto più puramente tecnico nel descrivere la difficoltà di una traduzione di un film, ma occorre naturalmente approfondire l’aspetto linguistico e propriamente artistico che cercherò di spiegare nella seconda parte del mio articolo che sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Aurelia Costache
Sottotitolatrice e traduttrice tecnica EN-FR-IT>RO

Antropologia e traduzione (2)

 Categoria: Traduttori freelance

A riguardo di quanto affermato nella prima parte dell’articolo, torna alla mente uno dei topici dell’antropologia culturale di Clifford Geertz, che raffigurava la cultura come un testo che l’antropologo deve sforzarsi di interpretare a partire dagli strumenti che gli fornisce la sua propria cultura, avvalendosi anche dell’interpretazione dei nativi. Da questo punto di vista, il lavoro del traduttore si può avvalere di importanti strumenti propri dell’interpretazione antropologica, soprattutto dal punto di vista epistemologico e interpretativo.

La ricerca antropologica, poiché si sviluppa continuamente a diretto contatto con culture diverse (e dunque universi concettuali ma anche costruzioni linguistiche distinte), ha da sempre dovuto fare i conti con il problema dell’intelligibilità tra le lingue, elemento fondamentale per la comprensione dei significati. A questo proposito, vale la pena solo una breve considerazione che riguarda l’impossibilità di traduzione di concetti assenti nell’una o nell’altra lingua: come esempio, la lingua mayanse tojolabal non include una parola equivalente a “io” o che esprima l’individualità della persona, dal momento che la stessa società tojolabal è organizzata in termini collettivisti, pertanto privilegia l’ambito del “noi”. Un altro esempio è l’improbabile traduzione della parola “giustizia” in un’altra lingua mayanse, il tzeltal: questo concetto, così come lo intendiamo nella cultura “occidentale”, non esiste, e se chiediamo come viene definita la risoluzione dei conflitti ci viene risposto che è “il ritorno del cuore” che era andato fuori posto e pertanto aveva provocato un delitto o problema.

Ritornando all’ambito della traduzione tra lingue più vicine, come ad esempio l’italiano e lo spagnolo (che condividono l’appartenenza all’ambito geografico e culturale dell’euromediterraneo), ancora una volta gli strumenti della riflessione e dell’esperienza antropologica si rivelano utili per favorire la sensibilità nella ricerca delle parole adeguate o nell’interpretazione e trasposizione di un concetto culturalmente marcato.

Infine, non dimentichiamo che l’attività fondamentale di interpretazione precede tanto la scrittura etnografica, propria dell’antropologia, quanto la traduzione stessa, che non può mai essere un semplice allineare parole ipoteticamente equivalenti, ma la costruzione di un concetto appropriato nella lingua di destinazione. Assieme a ciò, ricordiamo che la necessità di favorire la comunicazione anima in egual modo la disciplina antropologica ed il lavoro di traduzione, e infonde a entrambe un fascino particolare.

Autore dell’articolo:
Giovanna Gasparello
Antropologa e traduttrice ES<>IT
Città del Messico

Antropologia e traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Una delle asseverazioni più importanti dell’antropologia contemporanea, ovvero il riconoscimento delle differenti e molteplici identità che convivono e formano ogni persona, mi permette di intrecciare in questa breve riflessione due campi della pratica intellettuale apparentemente distinti, ma in realtà accomunati da una comune radice: la volontà di favorire la comprensione di ciò che è diverso, incomprensibile o sconosciuto.

Da tempo ho stabilito i miei interessi professionali nel crocevia tra discipline diverse eppure strettamente intrecciate: come antropologa, residente in Messico da quasi una decade, ho approfondito lo studio della comunicazione in contesti interculturali, e il suo impatto e sviluppo nelle culture indigene dell’America Centrale. D’altro canto, la mia esperienza di migrante non ha cancellato le radici più profonde che sono forse proprio la nostra lingua e, convinta che le parole sono un ponte tra i popoli, da tempo ho affiancato al lavoro di ricerca antropologica l’insegnamento della mia lingua madre, l’italiano, e l’attività di interpretazione e traduzione, in particolare di testi, conferenze e convegni inerenti alla mia disciplina di studio.

A partire da tali distinte seppur complementari esperienze, mi sono trovata a riflettere sulla vocazione originaria dell’antropologia proprio come fondamentale traduzione: non solo un processo di tipo linguistico, ma anche e soprattutto una traduzione concettuale. Uno degli oggetti principali dell’antropologia classica è stato infatti lo studio di culture diverse, che rende simile lo stesso studio antropologico a un lavoro di “traduzione” di concetti e pratiche da una cultura ad un’altra, per permetterne la comprensione. A questo riguardo, è fondamentale l’approccio dialogico della disciplina antropologica, che implica la disposizione e la capacità di ascoltare, come primo passo verso la comprensione e, inevitabilmente, la ricerca di un punto di riferimento comune tra le culture. Attualmente, le nostre società via via sempre più spiccatamente multiculturali necessitano di questo ponte dialogico per potersi trasformare in interculturali, ed in questo processo si riformula il ruolo dell’antropologo come mediatore tra esperienze culturali diverse, e di traduttore in quanto deve tradurre concetti i cui significati sono distinti nelle differenti culture.

La seconda e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Giovanna Gasparello
Antropologa e traduttrice ES<>IT
Città del Messico

Linguaggio scritto e linguaggio orale (3)

 Categoria: Traduttori freelance

Venendo ora alla mia traduzione, nella scelta della strategia traduttiva ho tenuto conto soprattutto del lettore modello del testo di arrivo a cui mi sono rivolta e delle dominanti attribuite al metatesto, ho deciso di rispettare e riconoscere i realia tentando di conservarli, la maggior parte delle volte, nel metatesto.
Per colmare l’implicito culturale che, in alcuni casi, si andava a creare ho fatto ricorso a note esplicative a fondo pagina e rimandi paratestuali al glossario finale tradotto dall’originale ed ampliato con termini che ho ritenuto importante aggiungere per una maggior comprensibilità da parte del lettore modello.
Mi sono impegnata per mantenere lo stile del testo senza accentuare il tono e il registro quando non necessario mantenendo lo stesso grado di colloquialità delle interviste.
Per quanto riguarda le frequenti ripetizioni – tipiche della lingua parlata – di verbi e sostantivi, ho cercato di lasciare il testo di arrivo intatto, rispetto al testo di partenza, con qualche caso di eliminazione utile per non causare ridondanza e prolissità in un testo già di per sé molto parlato.

Per quanto riguarda l’organizzazione sintattica del testo, ho riscontrato nel prototesto un utilizzo molto più marcato delle frasi coordinate rispetto a quelle subordinate. Penso che ciò sia dovuto al fatto che, poiché le interviste sono la trascrizione precisa di un discorso orale, esse ricalchino la lingua parlata in pieno ed è noto che quando ci esprimiamo senza prestare attenzione o sappiamo che ciò che diciamo non verrà annotato per farne un testo scritto, utilizziamo molto di più la paratassi rispetto all’ipotassi, molte più congiunzioni coordinative piuttosto che subordinative, pause lunghe o brevi corrispondenti nello scritto a punti e virgole. Nel mio lavoro di traduzione ho cercato di mantenere la struttura paratattica del prototesto, conservando anche la punteggiatura, soprattutto le moltissime virgole, laddove possibile, a volte eliminandole e ricorrendo ad un adattamento della punteggiatura stessa con l’uso dei due punti e del punto e virgola per spezzare il periodo.

Potrei andare avanti per ore a parlare della traduzione, di tutto quello a cui penso mentre traduco e a quanto ami tradurre ma mi fermo qui!

Autore dell’articolo:
Alessandra D’Ambrosio
Traduttrice e interprete ZH-EN>IT
Venezia

Linguaggio scritto e linguaggio orale (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Il linguaggio scritto non può contare sul contesto che deve, quindi, essere esplicitato; quando si parla si ha, naturalmente, più controllo su ciò che l’ascoltatore sentirà, si utilizzano espressioni colloquiali o idiomatiche, ci si esprime con maggior spontaneità e immediatezza.
I linguisti devono discernere le unità di idee e prendere in considerazione le nozioni di coordinazione, subordinazione, intonazione, le pause, le interiezioni, i riempitivi e i marcatori del discorso.
I marcatori del discorso sono quegli elementi lessicali, una parola o una frase, utilizzati dall’interlocutore come un’unità a sé stante all’interno del linguaggio parlato. Appaiono con maggior frequenza all’inizio o alla fine di una proposizione e all’orecchio dell’ascoltatore giungono come un segnale che l’intenzione dell’emittente è quella di porre un limite nel discorso come un cambiamento del tono, l’inizio di un nuovo argomento. I marcatori del discorso servono anche ad indicare l’atteggiamento del parlante o la tendenza del discorso, per esempio una persona può introdurre un marcatore del discorso per indicare un orientamento contrario a quello dell’interlocutore come ad esempio nel dialogo:

A: penso se l’avesse fatto a me io l’avrei licenziato subito.
B: be’ adesso non esageriamo.

Una frase avrebbe lo stesso valore che ci sia o meno il marcatore del discorso, quello che esso aggiunge è una sfumatura di tono o un suggerimento di ciò che sta pensando in quel momento l’interlocutore. I marcatori non vanno a colpire il significato della frase ma sottolineano le informazioni più salienti con un possibile aumento della conoscenza condivisa tra il parlante e l’ascoltatore. I marcatori sono rilevanti nella conversazione orale poiché il linguaggio scritto è quasi sempre molto più formale di quello orale.

Domani sarà pubblicata la terza e ultima parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Alessandra D’Ambrosio
Traduttrice e interprete ZH-EN>IT
Venezia

Linguaggio scritto e linguaggio orale

 Categoria: Traduttori freelance

Mi è capitato tempo fa di tradurre un testo scritto (alcune interviste) pensato per essere orale ma prima ancora di scegliere la mia strategia traduttiva è stata necessaria una riflessione sulla differenza tra i due tipi di testo.
La maggior parte di noi capisce intuitivamente che esistono delle differenze tra il linguaggio scritto e il linguaggio orale. Tutti i tipi di comunicazione indicano il trasferimento delle informazioni da una persona ad un’altra. “Scrivere” è una forma di trasferimento piuttosto statica mentre “parlare” è un trasferimento più dinamico e immediato.
Il linguaggio scritto può essere significativamente più preciso di quello orale, le parole possono essere scelte con maggiore libertà e riflessione, l’argomento può essere estremamente sofisticato, complicato, lungo. Queste caratteristiche del linguaggio scritto sono possibili perché il ritmo è controllato sia dallo scrittore sia dal lettore. Il primo può scrivere riferendosi a grandi porzioni di tempo e allo stesso modo il lettore può leggerle velocemente o lentamente o addirittura interrompersi per pensare a ciò che ha appena letto.
I discorsi orali possono anch’essi essere precisi, anzi, dovrebbero esserlo, ma la precisione nella comunicazione orale avanza di pari passo con un grande sforzo di preparazione precedente. Una volta dette le parole non si possono ritirare, nonostante ci si possa scusare per un errore e improvvisare un chiarimento.

La comunicazione orale, d’altra parte, può risultare molto più efficace quando si esprime qualcosa ad un pubblico. Questa distinzione tra la precisione e l’efficacia è dovuta al vasto repertorio che ha a disposizione una persona mentre parla e che include elementi come l’intonazione, l’inflessione della voce e il volume, il timbro, l’impostazione, la velocità, i movimenti del corpo, i gesti, i segnali mimici, le pause, elementi che nel testo scritto vanno purtroppo persi ma che possono essere recuperati in parte attraverso la punteggiatura o con forme grafiche come il grassetto o il corsivo o la descrizione dei segnali gestuali o vocali riportati all’interno di parentesi.

La seconda parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Alessandra D’Ambrosio
Traduttrice e interprete ZH-EN>IT
Venezia

Conoscere differenti lingue per migliorarsi

 Categoria: Traduttori freelance

La comunicazione è un fattore importantissimo al giorno d’oggi; si comunica nel raccontare esperienze di vita, fatti, che siano di cronaca, di politica, personali, lavorativi; questo avviene tra amici, al telegiornale, in un bar, in palestra e molti altri posti. La comunicazione quindi può avvenire in vari luoghi e attraverso varie modalità. Il suo punto di forza è lo scambio di informazioni; questo, infatti, può avvenire con superficialità, con accuratezza e attenzione ai particolari o magari semplicemente in maniera spontanea.
La cosa che arricchisce di più, al giorno d’oggi, è lo scambio di idee, pensieri, in particolare la conoscenza dei cosiddetti “ways of living”.

Ogni viaggio ti regala un’emozione, un ricordo ma soprattutto nuovi ambienti, usi, costumi e persone conosciute; persone anche straniere, che magari non parlano la tua stessa lingua ma ne parlano un’altra, e con le quali riesci a comunicare solo se sei a conoscenza della loro lingua parlata. L’importanza delle lingue straniere, al giorno d’oggi, è fondamentale in ambienti lavorativi, per una propria ricchezza personale, o semplicemente, per comunicare.
Lo spagnolo, il francese, il tedesco, l’italiano, il portoghese e le altre lingue europee sono importanti ma soprattutto possiamo notare come l’imminente necessità di conoscere anche altre lingue quali il russo, il cinese, l’arabo e il giapponese stia diventando giorno dopo giorno sempre più importante. Sì, le lingue note come le più “complesse” sono anche le più affascinanti; esse celano dietro di sé storie avvincenti, paesi con paesaggi mozzafiato, fatti storici noti al mondo ma soprattutto realtà differenti dalle nostre. Il fascino di queste popolazioni con “ways of living” così differenti dalla tipica mentalità europea si riflette sul loro sistema di comunicazione e quindi sulla lingua parlata in ognuno di questi paesi.

Viaggiare, conoscere, osservare, parlare, immaginare: tutti verbi all’infinito; l’infinito visto come quel punto lontano che ognuno di noi vorrebbe raggiungere per sentire di essere realizzato, felice, soddisfatto. Come si può raggiungere? Lavorando molto, viaggiando molto, migliorando sé stessi giorno dopo giorno ma, soprattutto, comunicando: non ci sono confini nella comunicazione, il modo più veloce di comunicare con persone lontane fisicamente è quello di usare sistemi informatici “all over the world”.

La conoscenza apre la mente e per conoscere bisogna comunicare: “Knowing the world is like improve yourself and to improve yourself you need to know different languages”.

Autore dell’articolo:
Arianna Porreca
Laureata in Ingegneria Medica e in Biologia
Traduttrice EN>IT
Grottaferrata (Roma)

La lingua cinese e la traduzione

 Categoria: Le lingue

Il cinese dal punto di vista linguistico è una di quelle lingue che definirei in modo azzardato ‘poliedrica’. Essa desta un certo fascino nei riguardi di coloro che ne sono semplicemente incuriositi, ma sorprende giorno dopo giorno coloro i quali hanno avuto o hanno un approccio diretto a essa: più si è portati a studiarla, più si entra in stretto contatto con quel meccanismo assolutamente perfetto che si cela dietro il mondo dei caratteri cinesi e alle storie che li accompagnano.
Nello specifico, alcuni caratteri vengono definiti pittogrammi, ovvero si tratta di caratteri che, verosimilmente rappresentano ciò che la realtà del nostro occhio vede; altri vengono definiti ideogrammi, ovvero caratteri dal significato astratto che non hanno quindi un riscontro tangibile e visibile all’occhio nella realtà.
La particolarità di alcuni caratteri è data dal modo in cui vengono scritti. Seguendo un determinato ordine dei tratti, un solo carattere può definire un piccola storia che lascia sorprendentemente compiaciuti; ad esempio il carattere (kàn) 看 guardare, è composto da due elementi: (shǒu) 手che significa mano e () 目 che significa occhio, secondo le abitudini e la gestualità, per guardare lontano si pone una mano poco al di sopra del sopracciglio, proprio per poter scrutare meglio l’orizzonte. Ed ecco che da due caratteri diversi nasce una storia, un significato e la sua ricchezza.

Dal punto di vista grammaticale, la lingua cinese è relativamente semplice, a differenza dell’italiano e di tante altre lingue, i verbi non vengono coniugati in base a modo e tempo. Per poter definire il passato o il futuro vengono posposte o anteposte particelle al verbo principale, in alcuni casi, strutture che rendono tale verbo ugualmente scritto in tutte le forme: maschile/femminile, singolare/plurale, passato/futuro. Ne consegue che il verbo in sé resta invariato, e ciò che ne modifica la forma è la particella aspettuale.

Dal punto di vista della scrittura, il cinese è una lingua che non utilizza alfabeti, tuttavia per semplificare l’alfabetizzazione della popolazione cinese, durante il periodo Maoista, venne applicata una semplificazione dei caratteri cinesi che portò a una maggiore facilità di scrittura degli stessi, e inoltre venne adoperato un alfabeto sillabico definito Pinyin solo per agevolare lo studio di tale lingua ai bambini durante le scuole elementari. Questa forma di alfabeto sillabico che determina la pronuncia di ciascun carattere, associato ai quattro diversi toni applicabili a ciascuna sillaba, dà vita a una lingua melodica e sonora, col difetto che in caso doveste sbagliare a pronunciare un tono, cambiereste totalmente il significato della parola.

In conclusione c’è da dire che il fascino di una lingua come il cinese è strettamente legato alla sua cultura nonché alla storia. Vero che in qualsiasi paese non si può apprendere una lingua senza conoscerne la cultura, tuttavia, direi che questo vale molto di più per la lingua cinese, la quale porta con sé in ciascuna parola un pizzico di storia, cultura e tradizione.

Autore dell’articolo:
Dott. Alessandro Polito
Traduttore e interprete freelance ZH-EN<>IT
Laurea triennale in Lingue e Civiltà Orientali presso la facoltà di studi orientali de “La Sapienza”
Laurea magistrale in traduzione e interpretariato presso la facoltà di interpretariato e traduzione “LUSPIO”
Roma

Traduzione, importanza del fattore tempo

 Categoria: Traduttori freelance

La laurea in Scienze Linguistiche indubbiamente dà le basi teoriche per una traduzione perfetta, ma quando poi noi ex studenti veniamo catapultati nella realtà lavorativa il lavoro risulta ben diverso.

Poste le basi di grammatica e cultura della lingua che ogni traduttore deve avere per svolgere una traduzione professionale, l’esperienza aiuta a capire l’importanza di altri fattori esterni, che però contribuiscono in modo pregnante alla buona riuscita di una traduzione. Prendiamo la mia brevissima esperienza come traduttrice (come neolaureata, in fondo, come posso averne una pluriennale?): l’approccio a un testo completamente nuovo deve seguire alcuni step precisi.

Numero uno: leggere attentamente quello che andremo a tradurre, comprenderne il senso generale e, solo alla seconda lettura, valutare più approfonditamente la quantità di parole sconosciute.
Numero due: procedere con una prima traduzione letterale, in modo da integrare nel testo il significato delle parole sconosciute.
Numero tre: rileggere il testo ad alta voce già traducendolo, in questo modo ci renderemo conto delle correzioni da fare per rendere il testo scorrevole nella lingua di destinazione.
Numero quattro: lasciar “decantare” per qualche ora.
Numero cinque: rileggere il testo finale e correggere le parti che non scorrono, che ci saranno sicuramente viste le differenze sintattiche presenti fra tutte le lingue, anche fra quelle romanze, che ingenuamente vengono ritenute simili.

Al termine di questo iter è necessario valutare un fattore fondamentale per il traduttore: il tempo. Un’ottima traduzione (completa di ovvia localizzazione del testo) richiede un tempo di elaborazione che il professionista impara a valutare con l’esperienza. È indispensabile che chi traduce si prenda il giusto tempo per leggere e rileggere l’elaborato finale: al contrario del pensiero comune questo non significa perdere tempo. Un buon traduttore deve imparare a prendersi del tempo, ma solo quello necessario per elaborare una traduzione completa. Sono da considerarsi non-professionisti sia coloro che ne impiegano troppo poco a tradurre (qualunque sia l’ambito di appartenenza della traduzione) sia coloro che ne impiegano troppo. È una sottile linea di demarcazione, ma per avere un lavoro professionale è indispensabile visualizzarla, sia per il cliente sia per il traduttore.

Ovviamente, non ci sono tempi tecnici precisi e regolamentati per una traduzione. Certo è che una traduzione letteraria in poesia richiederà al traduttore molto più tempo rispetto a quello necessario per la traduzione di una brochure, ma in entrambi i casi il professionista deve imparare quale sia la quantità di tempo necessaria per svolgere un lavoro perfetto, senza approfittarsi del tempo del cliente e senza neanche sottostare alla pressione di chi non è dell’ambito, perché poi se la traduzione non è soddisfacente la colpa è solo la nostra.

Concludendo, è fondamentale prendersi il tempo necessario a elaborare una traduzione lineare e coerente, qualunque sia la lingua di destinazione (e di provenienza) e qualunque sia il nostro grado di padronanza della suddetta lingua. Non prendersi questo tempo significa stravolgere il significato del testo e significa tradurre il termine “budello” (riferito al budello del salame in una guida enogastronomica) con l’equivalente inglese che si riferisce però al budello della cittadina, sconvolgendo e ridicolizzando l’articolo all’interno della guida agli occhi dello straniero che legge (esempio trovato realmente dalla sottoscritta).

Autore dell’articolo:
Elena Prati
Laureata in Scienze Linguistiche e Letterature Straniere
Traduttrice EN-FR-ES-RU<>IT
Alessandria

Il traduttore e il rispetto per l’autore (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Tutto ciò conferma che per essere un buon traduttore (o interprete) non basta conoscere una lingua straniera, e che quindi un madrelingua sia per forza un traduttore migliore di uno che non lo è: quest’ultimo può aver studiato meglio e più approfonditamente l’arte della traduzione e aver praticato di più il mestiere e quindi rendere meglio quello che vuole esprimere l’autore originale.

Ciò che deve fare essenzialmente un traduttore è riproporre il testo in una lingua diversa da quella di partenza. Io personalmente sono dell’idea che il traduttore non debba riscrivere il libro cambiando le frasi o lo stile dell’autore, ma deve riuscire a rispettare la formalità/informalità del testo, il lessico aulico/semplice, i modismi, e soprattutto l’idea che l’autore vuole trasmettere usando proprio quei vocaboli. Il traduttore, nel caso in cui non trovi un corrispettivo che rispecchi la parola originale, può anche lasciarla non tradotta e con una nota a piè di pagina spiegarne il significato: questo significa tradurre, non si deve reinventare il testo e proprio per questo motivo si devono apprezzare i traduttori che hanno il coraggio di farlo, e non si devono considerare non professionali. Talvolta un traduttore può trovare che più termini siano adatti allo stesso significante straniero, ma solo uno è quello che userebbe l’autore, se conoscesse l’altra lingua. Il traduttore, a causa dei fenomeni della sinonimia, omonimia, calco, adattamento e prestito deve compiere delle scelte: deve immaginare di mettere su un tavolo ogni termine in una cartella, poi provare ognuno dei termini nella frase e nel contesto e capire quale sia quello giusto, quello che non tradisce il testo originale. Forse, chi conosce la lingua originale dell’autore e legge la traduzione di quel testo può pensare “Io avrei reso la frase in maniera diversa”, ma può darsi che il traduttore abbia pensato la stessa cosa e abbia dovuto tradurre usando quelle parole proprio per rispettare l’autore del libro.

Il traduttore deve mediare, portare un messaggio da una lingua a un’altra, non riscrivere il testo solo perché ne ha capito il senso: deve rispettare le parole di colui che di mestiere fa l’autore, solo così sarà rispettato come traduttore.

Autore dell’articolo:
Martina Lecchini
Traduttrice ES-EN>IT
Pisa

Il traduttore e il rispetto per l’autore

 Categoria: Traduttori freelance

Girano sempre molte voci sui traduttori, sembra facile dire quale sia il loro mestiere, devono SOLO tradurre da una lingua a un’altra, mediare, e dove può essere il problema se comprendono perfettamente la lingua di partenza e quella di arrivo? Nessuno, per chi non sa tutto il lavoro che un traduttore deve fare per tradurre un testo, partendo da un articolo di giornale, un libretto delle istruzioni di un elettrodomestico e finendo con un libro, un testo letterario o perfino una poesia.

Il traduttore ha studiato le lingue straniere
, conosce tutte le regole grammaticali e sa dove cercare le informazioni, ma non sa tutto di tutto. Il traduttore non può tradurre qualsiasi scritto solo perché conosce la lingua del testo originale e quella d’arrivo, per farlo deve essere un traduttore specializzato in quel preciso settore, qualunque esso sia (giuridico, medico, letterario, meccanico, politico o economico). Per esempio, se a un madrelingua italiano chiediamo di darci informazioni sul motore di una nave o di descriverci in termini medici un organo del corpo umano, non credo che questo ne sia in grado solo perché conosce l’italiano. Lo stesso vale per il traduttore. Non si può pretendere che questo traduca un atto giuridico o la cartella clinica di un paziente solo perché conosce una data lingua di partenza e quella di arrivo. Ogni traduttore sceglie delle aree specifiche su cui specializzarsi, si documenta in maniera esaustiva su tutti i termini medici, su tutte le parti del motore di una nave e impara a parlare il “legalese”, e solo così può permettersi di tradurre. Cercare, trovare, saper usare: questo è ciò che un traduttore deve fare con le parole. Ovviamente il traduttore deve sempre stare al passo con gli aggiornamenti linguistici, i neologismi e le mode linguistiche del momento, solo così potrà fare un buon lavoro.

Lo stesso vale per gli interpreti. Ogni buon interprete oltre a dover sapere affrontare una traduzione in simultanea, consecutiva o trattativa, e quindi capire e parlare in modo perfetto una lingua straniera, si deve documentare sull’argomento prima di lavorare. Si deve essere sempre preparati.

La seconda e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Martina Lecchini
Traduttrice ES-EN>IT
Pisa

Tradurre fumetti (4)

 Categoria: Servizi di traduzione

Come molti sapranno, quelle che noi definiamo “onomatopee”, in un manga sono espressioni che possono rappresentare un suono, ma anche un moto dell’animo, un concetto, un processo o un’azione. In italiano, e da quanto ne so anche nel resto delle lingue europee, abbiamo onomatopee per esprimere suoni –crash, bum, bang, plic, wrooom, driin, zzz, snif, smack, sbam–, versi di animali –bau, miao, iiih, chicchirichì– o alcuni stati d’animo –gulp, gasp, uff, sob, tutumtutum– ma come esprimere moti dell’animo, azioni, processi? Per fortuna la casa editrice mi ha dato una mano: che sorpresa sapere che il rumore di una persona che scrive si rende con “scribscrib“, il senso di vergogna con “blush“, un’emozione forte e che ci ferisce nel profondo con “sting“, una ragazzina che strilla con “kyah“, una bellezza affascinante e inarrivabile con “brill“, una minaccia che si avvicina imminente con “dohdohdoh“. Sono stata fortunata perché ho avuto collaboratori pazienti che mi hanno insegnato tanto e mi hanno dato il tempo di imparare. E mi si è aperto un mondo.

Terza e ultima domanda: il linguaggio dei fumetti è un linguaggio a sé?

Direi di no, lo farei rientrare in quel registro a metà tra scritto e parlato proprio anche dei dialoghi televisivi e della narrativa. È un linguaggio codificato, con le sue regole, che come tali vanno rispettate; che ammette una lingua sì informale, ma pur sempre rientrante nell’accettabilità di un italiano standard. È una linea di demarcazione molto sottile, ma a cui va data la dovuta importanza, altrimenti la lettura rischia di diventare fastidiosa e il testo di scadere nello sciatto.

Da quando ho cominciato a tradurre fumetti, mi sono appassionata e ho cercato di leggerne quanti più possibile: volevo capire quali mi piacessero di più, quali fossero i personaggi che mi affascinavano e che sentivo “amici”. E via con raccolte di strisce, graphic novels, biografie a fumetti, ma anche manga, che poi ho scoperto non piacermi tanto. A un certo punto ho capito però che quel legame con i fumetti in realtà c’era già stato, in qualche momento: sono riaffiorati alla memoria ricordi di raccolte di strisce della Pantera Rosa, numeri e numeri di Corriere dei Piccoli, con tutti i loro personaggi, consumati per quante volte li avevo letti… ed è stato un bel tuffo nel passato.

E in questa ricerca ho anche trovato il mio personaggio preferito, ossia Mafalda. Forse perché tra le sue amichette ce n’è una la cui mamma fa la traduttrice…

Autore dell’articolo:
Valentina Traversi
Traduttrice EN-FR>IT
Modena

Tradurre fumetti (3)

 Categoria: Servizi di traduzione

Altra differenza fondamentale tra libri e fumetti è la modalità di distribuzione del testo sulle tavole disegnate. Sulla pagina di un libro di narrativa, solitamente, il testo viene distribuito in modo prevalentemente continuativo, parola dopo parola, frase dopo frase. E così nascono i paragrafi e i capitoli. Chiaramente nei fumetti è tutto molto diverso: sulla tavola, il testo viene distribuito con altri criteri e le parole sembrano quasi contendersi un po’ di quello spazio a disposizione; a volte, quando l’autore lo permette loro, riescono addirittura a conquistarsi lo spazio che esula il balloon, a impadronirsi di un fazzoletto di colore che le trasforma in onomatopee. Sono scritte, sono composte di lettere, eppure sono diventate qualcosa di diverso da una semplice parola. In un fumetto il testo viene dunque frammentato: non solo diviso tra un balloon e l’altro, ma anche espresso tramite sistemi semiotici diversi. La difficoltà maggiore, per me, è non cadere nella tentazione di concentrarmi sulla singola “unità”: tradurre un fumetto richiede non solo di far “filare” il testo all’interno del balloon o di tradurre correttamente la singola onomatopea, ma di far scorrere il tutto nel suo insieme. E all’inizio non è per nulla scontato. Le difficoltà maggiori probabilmente le ho incontrate traducendo la trasposizione a fumetti di Do Androids Dream of Electric Sheep?: il testo è l’originale di Philip K. Dick, non una parola di meno. Pensato quindi per la letteratura. Nella trasposizione a fumetti, attraverso un laborioso lavoro di lettering, il testo viene scomposto in numerosi balloon, strettamente e irrimediabilmente uniti fra loro da un filo più spesso di quello che lega i balloon di un fumetto che nasce come tale. Non so quante volte ho riletto e modificato il file di traduzione…

E qui si passa alla domanda successiva: quali sono le difficoltà maggiori che si incontrano quando si traduce un fumetto?
La prima è quella di cui ho parlato poco sopra: far “filare” il tutto nella sua interezza.
La seconda, almeno per me, è tradurre le onomatopee e saperle trasporre correttamente in italiano.

Come ho detto all’inizio, ero piuttosto a digiuno di fumetti, quindi anche di onomatopee. Ma non credevo che tradurle potesse essere in un certo senso complicato. Del resto le onomatopee più comuni le conosciamo tutti e fanno parte anche del nostro quotidiano. Il problema vero si è posto quando mi è capitato di tradurre alcuni manga dall’edizione francese.

Domani sarà pubblicata la quarta e ultima parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Valentina Traversi
Traduttrice EN-FR>IT
Modena

Tradurre fumetti (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Erano domande alle quali fino a quel momento avevo dato solo risposte superficiali, ma che quella chiacchierata davanti a una fetta d’anguria in una calda sera d’estate mi fece considerare in modo diverso. Mi misi allora a riflettere sul mio lavoro e sulle differenze che ci sono tra il tradurre un libro (la mia esperienza era molto limitata in fatto di narrativa, ma avevo pur sempre un metro di confronto) e un albo a fumetti; così ho pensato di riproporre qui quelle domande e quelle risposte.

Prima di tutto: che differenza c’è tra tradurre un albo a fumetti e un libro?

Tanto per cominciare, non contano solo le parole. Nei fumetti, i personaggi hanno una dimensione in più: abbiamo informazioni visive che caratterizzano ulteriormente la loro personalità, la loro mimica, il loro modo di muoversi, di pensare ecc.
Sarà più facile, allora, decidere come caratterizzare anche il loro modo di parlare, fino a che punto spingerci con espressioni gergali o eventualmente volgari, decidere se un’esclamazione è adatta o meno a tale personaggio. Naturalmente tutto ciò avviene anche nella narrativa, ma mi pare che nei fumetti la personalità dei personaggi emerga in modo più inequivocabile.

Le immagini aiutano anche a risolvere eventuali dubbi su termini polisemici o desueti. Ad esempio, mi è capitato di tradurre le avventure del galante signor Giacomo C. il quale, a un certo punto, tira una “botte” al suo fedele servitore combina guai. Di primo acchito avrei tradotto botte con stivale essendo quello il suo primo significato. Ma le immagini mi hanno fatto desistere: si trattava di una scarpa secentesca con tacco, punta e tanto di fiocco sul collo del piede. Ho optato per un modesto scarpa. Allo stesso tempo, dunque, le immagini, possono anche essere “insidiose” e non devono mai essere trascurate durante la traduzione: se avessi tradotto botte con stivale avrei commesso un errore, non ci sarebbe stata coincidenza tra immagini e testo e molto probabilmente la lettura di quel passaggio sarebbe risultata fastidiosa.

Insomma, le immagini sono un supporto in più non solo per il lettore, che può immergersi più profondamente nelle atmosfere e nelle ambientazioni della storia, ma anche per il traduttore, che sarà agevolato nelle sue scelte linguistiche, potendo risolvere più agevolmente i dubbi sulle sfumature di significato che si troverà di fronte.

La terza parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Valentina Traversi
Traduttrice EN-FR>IT
Modena

Tradurre fumetti

 Categoria: Servizi di traduzione

Diventare traduttrice non era un progetto che avevo in mente sin da quando ho cominciato a studiare lingue. Anzi, all’inizio snobbavo l’idea. Nemmeno leggere fumetti era una passione che coltivavo da sempre. Anzi, non mi piaceva affatto.
Ma come spesso accade, le strade che si incrociano con la nostra ci portano a visitare luoghi che mai avremmo sospettato o sperato di raggiungere.

Finite le superiori volevo studiare lingue, ma studiare “traduzione”, chissà perché, mi sembrava riduttivo. Mi interessavano le lingue da un punto di vista antropologico e culturale e temevo che “imparare a tradurre” non mi avrebbe permesso di entrare in contatto con quegli aspetti in modo profondo. E ancora: leggevo con interesse narrativa e saggistica, ma i fumetti… proprio non riuscivo a capacitarmi di come ci si potesse appassionare, li trovavo noiosi e soprattutto difficili da seguire. Perché nei fumetti si fondono diversi linguaggi – il testo, le immagini, le onomatopee – che veicolano un vero e proprio mare di messaggi impastati tra loro e impossibili da scindere: inutile cercare di coglierli nella loro individualità, sono comprensibili solo nella loro forma di magma fluido. E poi, mi dicevo che ci sarà di bello in quei super-eroi dai poteri eccezionali? O in quel Goku dai capelli sparati?
Finché un giorno, finito da poco il tirocinio previsto dal mio corso universitario in Francia e prossima alla laurea in Traduzione e Redazione Tecnica che finalmente mi ero decisa a conseguire, mi venne proposto di collaborare con una casa editrice che avrebbe cominciato di lì a poco la pubblicazione di diverse serie a fumetti.
La cosa mi destò subito interesse: sapevo che sarebbe stato un lavoro particolare e ne fui subito affascinata. Inoltre, se avessi lavorato bene, sarebbe stata la mia prima opportunità lavorativa come traduttrice, per cui non ci pensai due volte e accettai di buon grado, pur sapendo che avrei dovuto misurarmi con un mondo che conoscevo ben poco.

Ogni volta che dico di tradurre fumetti, le persone rimangono stupite e mi dicono “che bello”. Sì, è bellissimo. Ma c’è stato un momento in cui per me era diventata quasi una cosa normale, dato che fino a qualche tempo fa traducevo prevalentemente fumetti e magazine per bambini. Finché un giorno il papà di un mio amico mi ha riempito di domande sul mio lavoro. Ad esempio: il linguaggio dei fumetti è difficile? È un linguaggio a sé? Quali sono le difficoltà maggiori che incontri nel tradurli?

La seconda parte di questo interessante articolo sulla traduzione dei fumetti sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Valentina Traversi
Traduttrice EN-FR>IT
Modena

La traduzione e il potere creativo

 Categoria: Traduttori freelance

Comunemente non si associa il potere creativo all’opera della traduzione, si attribuisce la creatività all’opera originaria, dove l’autore ha elaborato e sviluppato delle idee, una storia, un progetto. Egli viene riconosciuto come l’autore dell’opera, nessuno mette in dubbio il suo lavoro, il suo prestigio.

Spesso, purtroppo, si pensa al traduttore come all’autore di una sorta di copia incolla seppur in un’altra lingua… beh non è affatto così!

Specifico che mi riferisco alla traduzione specializzata come quelle di cui mi occupo, per esempio la traduzione giuridica, quella economica e quella psicologica o medica.
Ecco in questi settori il traduttore è CREATORE, prima guardo il testo che ho davanti agli occhi, lo assaporo, lo coccolo, ne colgo l’essenza, devo entrare nell’anima dell’opera e poi posso iniziare il lavoro più specificatamente intellettuale, inizia la traduzione, le parole, una per una, devono essere trasformate, inglese, francese e spagnolo diventano italiano, ma non basta, le parole ora vanno unite, vanno contestualizzate e, qui entra in gioco la cultura, tutto il background del traduttore che fa da collante alle parole e che gli permette di creare in una nuova lingua una nuova opera, fedelissima all’originale, ma è stata creata da lui, con tutti gli ingredienti che vi ho descritto.
Come un pittore dinanzi alla tela bianca, il nostro foglio di lavoro, i colori sul piatto, le parole da tradurre, il quadro, l’opera finale, la nostra traduzione, i nostri occhi pieni di meraviglia e soddisfazione, un sorriso esplode spontaneo…siamo davanti alla nostra opera.
La traduzione è un’opera d’arte e noi traduttori oltre che intellettuali siamo anche un po’ artisti.

Ho letto un libro, meraviglioso, s’intitola “Soul without shame” tradotto in italiano, significa “Anima senza vergogna” scritto da Byron Brown, è pubblicato solo in lingua inglese, opera di rara profondità e spessore nel suo genere, uno dei miei sogni sarebbe tradurlo perché è un vero peccato che chi non conosce l’inglese non possa nemmeno pensare di leggerlo.
Come le belle opere dell’arte questo libro dovrebbe essere accessibile a tutti, almeno a livello di opportunità, poi, come in tutti i settori della vita ognuno eserciterà la sua libertà di scelta ma ciò che conta davvero è avere una possibilità.
La possibilità di creare, di ammirare la bellezza, di conoscere e di crescere, la possibilità di fare arte.

Autore dell’articolo:
Paola Migliaccio
Traduttrice freelance ES-FR-EN>IT
Milano

L’inglese: la lingua del terzo millennio

 Categoria: Le lingue

Per lingua inglese intesa come lingua franca s’intende una lingua acquisita in aggiunta alla propria lingua madre, che funge da mezzo di comunicazione comune per interlocutori di madrelingua diversa. Occorre prestare attenzione a non confondere la lingua inglese utilizzata come lingua franca con la lingua inglese usata come lingua straniera.
Lo scopo di quest’ultima è ben diverso poiché auspica a rispettare le norme del madrelingua nel senso che viene data maggiore importanza all’accuratezza linguistica piuttosto che all’efficienza comunicativa.

Nel corso dei secoli molte lingue sono state utilizzate come lingua franca (si pensi ad esempio al latino) ma ciò che rende unico questo fenomeno è lo scopo per cui viene utilizzato.
L’inglese in qualità di lingua franca si concentra maggiormente sulla funzione comunicativa piuttosto che sulla forma; ciò che importa è la trasmissione del messaggio e non la sua correttezza formale. Ne consegue che le conversazioni in cui l’inglese viene usato come lingua franca sono spesso “miste” nel senso che gli interlocutori “adattano” il loro modo di comunicare al loro background culturale.

Alcune delle particolarità più evidenti dell’inglese inteso come lingua franca sono:
- l’utilizzo dell’infinito al posto del gerundio,
- l’utilizzo di who e which come pronomi relativi intercambiabili,
insomma in poche parole una grammatica per cosi dire “zoppicante”.
Tuttavia occorre sottolineare che queste caratteristiche non sono per niente vincolanti o obbligatorie, semplicemente non compromettono la comunicazione.

In una società come quella del terzo millennio dominata dalla comunicazione via internet, la lingua inglese rafforza sempre più la sua supremazia sulle altre lingue del mondo ma non è possibile prevedere quale sarà il suo futuro. La questione della predominanza di una lingua su di un’altra comporta non pochi problemi che riguardano molti aspetti: sociali, religiosi e soprattutto politici.

Autore dell’articolo:
Danila Fontana
Laureata in lingua e letteratura inglese
Traduzioni EN>IT
Parma

Tradurre: fedeltà vs. bellezza (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Non vi è alcun dubbio. Una traduzione, per potersi definire tale, deve essere fedele, nel significato più basilare della parola: deve, cioè, riportare nella lingua d’arrivo tutto quello che viene espresso nel testo originale. È, però, anche vero che il traduttore deve essere in grado di renderla “bella”, ossia di riorganizzare tutto quello che nella cultura di arrivo potrebbe risultare poco chiaro, elaborandolo nel giusto stile e rendendolo fluido, ma stando attento a non contrapporlo a quello originale. L’arduo compito del traduttore, alle prime armi o professionista che sia, è quello di sfruttare al massimo le proprie abilità, in modo da bilanciare nel migliore dei modi questi due aspetti, nonché di dare vita a un testo che non sappia di “traduttorese”, bensì che sembri scritto direttamente in lingua originale, senza che si avverta la mano del traduttore e il passaggio da una lingua all’altra. A questo proposito, un buon traduttore deve essere anche un buon scrittore.

Prima di decidere che tipo di traduzione effettuare, è necessario che il traduttore analizzi attentamente il tipo di testo su cui sta per lavorare, poiché è consapevole del fatto che generi diversi devono essere affrontati e risolti in modi diversi. Il seguente esempio chiarirà tale affermazione: un capitolo di un romanzo, durante il processo traduttivo, lascia più spazio alla fantasia del traduttore, che ha molta più possibilità di prendere qualche iniziativa rispetto, ad esempio, a chi si occupa di tradurre un brevetto o un manuale tecnico che, al contrario, ha molta meno libertà e deve optare per una traduzione più letterale e fissa, sia dal punto di vista del contenuto sia della forma.
La citazione che segue riassume in modo istantaneo il fulcro dell’articolo e accenna al concetto di “equivalenza”: il perfetto equilibrio tra fedeltà e bellezza.

L’equivalenza: ecco il fine di ogni traduzione
[Joseph Joubert]

Autore dell’articolo:
Tommaso Bonaiuti
Traduttore EN-ES>IT
Firenze

Tradurre: fedeltà vs. bellezza

 Categoria: Problematiche della traduzione

La traduzione è una disciplina molto antica – pensate che molte teorie fanno presupporre che già nella civiltà mesopotamica e in quella egizia se ne avvalessero – e al contempo molto delicata. In quanto tale, coloro che se ne occupano si trovano ad affrontare tutta una serie di problematiche ad essa legate.

In materia di complicazioni riguardanti la traduzione spicca fra tutte la problematica relativa alla fedeltà traduttiva che, automaticamente, introduce quella della bellezza linguistica e stilistica.

Le traduzioni sono come le donne. Quando sono belle non sono fedeli, e quando sono fedeli non sono belle
[Carl Bertrand]

Tale citazione, analizzata all’interno di un contesto traduttivo, suonerebbe all’incirca così: quanto una traduzione deve essere fedele all’originale? Quanto deve essere una bella traduzione? Quanto il traduttore può intervenire?

Fedeltà vs. bellezza. Questa annosa questione è stata studiata e analizzata da molti linguisti e traduttori, ma mai risolta, poiché una soluzione standard non esiste. A tale proposito, meritano sicuramente di essere citati Tullio De Mauro e Peter Newmark. Il primo, oltre a distinguere fra traduzione ‘semantica’ – letterale, che si attiene molto al testo di partenza – e ‘comunicativa’ – mira a rendere il messaggio, più che la forma, del testo di partenza – parla di “naturalezza”: una traduzione non deve “sapere” di traduzione; dunque, è sempre necessario utilizzare il proprio stile, in modo da creare qualcosa di naturale. Il secondo non ama parlare di “fedeltà” perché la ritiene una parola troppo ambigua; per valutare una traduzione preferisce il termine “adeguatezza” e ne identifica addirittura sette tipi (adeguatezza denotativa, sintattico-frasale, lessicale, espressiva, testuale, pragmatica e semiotica).

Combinando le proprie esperienze a quanto esposto dai maggiori teorici della traduzione, per ogni traduttore è dunque chiaro che, purtroppo, una risposta al suddetto quesito non esiste e non esisterà mai. Difatti, per quanto potrebbe tornare utile una bilancia che aiuti a regolare gli interventi traduttivi, riuscire a trovare un equilibrio che permetta di dare vita a una traduzione bella e fedele è unicamente responsabilità del traduttore.

La seconda parte dei questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Tommaso Bonaiuti
Traduttore EN-ES>IT
Firenze

Domesticazione o straniamento?

 Categoria: Problematiche della traduzione

A differenza di quanto si possa pensare, quando s’intraprende la traduzione di un testo molto spesso non è la componente linguistica a porre i maggiori problemi, bensì quella culturale. Tutti i tipi di testo, quelli letterari e audiovisivi in particolare, ma anche pubblicitari o turistici, sono pieni di elementi che fanno riferimento alla cultura di partenza, quella a cui appartiene l’autore o che si desidera promuovere. La traduzione di questi elementi non è per niente scontata, tanto più quando le lingue coinvolte non presentano solo una distanza formale (come nel caso di inglese e italiano, ad esempio), ma anche culturale (come per l’italiano e le lingue orientali). Il traduttore si trova di fronte a varie possibilità, che a conti fatti possono essere raggruppate in due principali atteggiamenti: una resa orientata al testo di partenza e un’altra orientata al pubblico d’arrivo.

Il traduttore e teorico della traduzione Lawrence Venuti è il primo a riferirsi a queste due strategie con i termini domestication e foreignization, che potremmo rendere in italiano come domesticazione e straniamento. Con questi due termini Venuti fa riferimento a quanto una traduzione neutralizzi il testo straniero rendendolo conforme alla lingua e alla cultura d’arrivo o quanto piuttosto ne sottolinei le differenze. La domesticazione rende il testo più familiare e facilmente comprensibile per il fruitore finale mediante alterazioni e “sostituti culturali”, ma può determinare in alcuni casi la perdita d’informazioni. Lo straniamento, al contrario, mantiene intatta l’alterità del testo di partenza anche a costo di mettere in difficoltà il pubblico di destinazione o infrangere le convenzioni della lingua d’arrivo.

Quale sia la soluzione migliore è difficile da stabilire. La definizione stessa di traduzione suggerisce che, almeno a livello teorico, sarebbe sicuramente meglio aderire il più possibile al testo originale, cercando di trasmettere fedelmente il messaggio dell’autore, ma chi ha già affrontato la traduzione di un testo in maniera professionale sa che nella pratica quest’approccio non è sempre possibile. Il più delle volte è necessario scendere a compromessi e trovare una soluzione che rispetti il senso del testo da tradurre pur non essendo un’equivalenza perfetta, per evitare che nello sforzo di preservare il significato si perda l’immediatezza della comunicazione. I fattori da tenere in considerazione nella scelta sono moltissimi e variano in base al contesto e ai vincoli imposti dalla tipologia di traduzione, però tutto sommato io credo si debba sempre cercare una soluzione orientata al testo di partenza. Al di là delle ovvie ragioni legate alla fedeltà traduttiva, il contatto con la cultura d’origine è sempre un modo per arricchire le proprie conoscenze personali e stimolare la curiosità, oltre che incoraggiare la tolleranza e il rispetto verso ciò che è diverso. Lo straniamento dovrebbe sempre essere l’ideale a cui tendere, anche per mantenere viva l’attenzione del pubblico d’arrivo in modo che non s’impigrisca ma faccia sempre lo sforzo di capire. Nel caso in cui mantenere un riferimento culturale del tutto invariato non fosse proprio possibile, penso che andrebbe sempre cercata la giusta via di mezzo, senza comunque cedere a una totale domesticazione, che causerebbe inevitabilmente un impoverimento del testo.

Autore dell’articolo:
Sonia Barbazza
Dott.ssa in Scienze della mediazione linguistica per il doppiaggio cine-televisivo
Traduttrice freelance EN-ES>IT
Torino

Cosa significa “tradurre” (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Un bravo traduttore deve essere un abile scrittore senza però mai esserlo del tutto. Deve avere creatività, stile, un’ottima conoscenza linguistica e socio-culturale di tutte le lingue di cui si occupa, spirito di mediazione, tanto coraggio e pazienza.

Com’è già stato sicuramente affermato, il traduttore è un po’ come un alchimista che deve saper equilibrare e dosare bene tutti gli ingredienti per ottenere un mix traduttivo che funzioni. Ma chi di fronte alla traduzione di un libro o di un lavoro pensa mai a questo? Quasi nessuno. Eppure il traduttore vive in funzione del suo lettore. Le sue scelte traduttive non sono mai casuali, ma tendono ad essere studiate e calcolate proprio per rendere il testo tradotto scorrevole e comprensivo alla lettura, senza però tradire l’originale. Per lui, si fa pioniere di opere inedite.
Si assume l’incarico di rivisitare vecchie traduzioni per renderle più moderne e piacevoli da leggere. Si assume la responsabilità di tradurre in breve tempo documenti estremamente importanti (basti pensare ai traduttori che operano all’interno della Commissione europea).

Nel complesso, il  lavoro del traduttore è il più delle volte stressante, competitivo, frustrante. Ma quando un traduttore riesce a portare a termine un buon lavoro, che sia nell’ambito dell’editoria o in ambiti più tecnici e settoriali, è talmente tanta la soddisfazione e l’arricchimento personale che tutti gli aspetti negativi di questo mestiere spariscono. E non importa se la maggior parte dei lettori si dimenticherà di ringraziarci. Il grazie più grande è quello di vedere che la nostra traduzione viaggia talmente bene da diventare un tutt’uno con la sua versione originale, permettendo così a chiunque di accedere ad autori e conoscenze che fino ad allora gli erano preclusi. E forse è proprio questa la ragione che mi fa amare tanto questo lavoro e non mi fa smettere di dedicargli tutta la mia energia e il mio cuore…

Autore dell’articolo:
Maria Federica D’Oria
Traduttrice freelance
EN-FR>IT
Roma

Cosa significa “tradurre”

 Categoria: Traduttori freelance

Molti pensano basti conoscere una lingua straniera o essere bilingue per poter essere un traduttore o lavorare come tale, ma chi dedica i suoi studi e la sua vita a questo mestiere sa che non è sempre così. I fattori che incidono sul lavoro di traduzione sono tanti: l’ottima conoscenza non solo linguistica ma anche culturale sia della lingua di partenza che di quella di arrivo, il fatto di dover tenere sempre presente il contesto socio-culturale di entrambe le lingue (che spesso è molto diverso), lo studio e la buona conoscenza di base dell’argomento che ci apprestiamo a tradurre (soprattutto nel caso di traduzioni più specifiche, come quelle mediche, giuridiche, scientifiche, ecc.). Il lavoro che un traduttore svolge è sicuramente un lavoro di grande responsabilità e rilevanza sociale. Grazie a lui, popoli e culture diverse hanno modo di conoscersi e scambiarsi informazioni tra loro. Basti pensare in primo luogo alla letteratura, ma anche alle opere scientifiche, ai trattati di medicina o di arte, fino ad arrivare al cinema e alla televisione. Oggi non tutti avrebbero modo di leggersi Anna Karenina, di studiare su di un manuale di medicina americano, o perché no, guardarsi l’ultima serie di Grey’s Anatomy nella propria lingua se dietro non ci fosse il lavoro di un traduttore. Eppure molti di noi lo danno per scontato.

Amo il lavoro della traduzione. Ma se dovessi etichettarlo in qualche modo, la prima cosa che mi viene in mente è una: il lavoro del traduttore è un lavoro infame. Già, perché molto spesso ci si focalizza solo sugli aspetti più positivi e nobilitanti del tradurre. Ma nella realtà, le cose sono un po’ diverse. Il lavoro del traduttore è un lavoro solitario e certosino che viene svolto nell’ombra. Si passano intere ore, giorni e notti rinchiusi in una sorta di isolamento. Il nostro unico compagno è il testo da tradurre, non sempre facile da capire e da interpretare. Con lui (e il suo autore) dobbiamo aprire un vero e proprio dialogo. E non è sempre facile.

La seconda parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Maria Federica D’Oria
Traduttrice freelance
EN-FR>IT
Roma

Perché tradurre la psicologia

 Categoria: Servizi di traduzione

Mi è sempre piaciuto partire dalla fonte: leggere libri da cui hanno sceneggiato film, guardare serie tv in anteprima originale, ricercare i primi testi di autori divenuti celebri in seguito, e scavare alla radici di una scoperta scientifica cercando di capire il processo che ha portato ai suoi sviluppi. Penso sia da questo, dalla curiosità mista alla necessità (dal momento che la lingua madre in molti di questi campi è l’inglese), che sono arrivata ad occuparmi di traduzioni scientifiche.

Ho scelto di diventare psicologa, forse anche in questo caso per ricercare le origini di un qualcosa, un qualcosa associato alla sofferenza emotiva. Ovviamente è questo il campo in cui effettuo la maggior parte del lavoro di traduttrice, perché nonostante la conoscenza della lingua, ritengo sia fondamentale la conoscenza dell’ambito di cui si sta parlando. Ogni settore ha i suoi modi di dire, le sue parole chiave, i suoi significati. Sarei capace di tradurre letteralmente un vocabolo di elettronica? Probabilmente sì. Sarei capace di far capire all’altro di cosa si sta parlando, cosa intendeva realmente l’autore? Probabilmente no.
Con la psicologia sono nel mio territorio, ed è un piacere farlo conoscere anche ad altri.

La ricerca, il motore che mantiene attiva ed aggiornata qualsiasi attività scientifica, è quasi totalmente a carico del mondo anglosassone o viene ricondotta alla lingua inglese, essendo essa ritenuta un punto d’incontro mondiale per la divulgazione e la condivisione del sapere. Tuttavia ogni paese ha la sua storia, i suoi usi e le sue abitudini, e non è sempre possibile applicare le stesse “regole” indistintamente, specialmente in un campo così delicato come quello della psicologia, che risulta fortemente associato alla cultura di riferimento.
Non basta quindi mettere semplicemente in pratica le scoperte altrui, in quanto potrebbero non essere idonee alla nostra realtà. Potremmo però utilizzarle come base per sviluppare una nostra versione, cercando di trarre il significato sottostante e adattarlo a quello più corrispondente a noi. Penso che il lavoro di un traduttore scientifico, se non di tutti i traduttori, consista fondamentalmente in questo: nel trasmettere il pensiero di base originale, nella maniera più appropriata per il destinatario.

Autore dell’articolo:
Chiara Francesconi
Psicologa, psicoterapeuta cognitiva in formazione.
Mondavio (PU)

Per tradurre ma non tradire…

 Categoria: Traduttori freelance

TRADURRE: dal latino tradùcere (far passare), da trans (al di là) e dùcere (condurre) = condurre qualcuno da un luogo ad un altro; far passare un’opera da una lingua ad un’altra; esplicare; interpretare.

Sono un’insegnate e quando metto i miei studenti a confronto per la prima volta con un’attività di traduzione chiarisco loro l’etimologia del termine tradurre. Perché per quanto negli ultimi decenni la traduzione sia stata a torto considerata un’attività didattica alquanto meccanica e noiosa, dalla dubbia utilità, è innegabile che sia il ponte che consente a qualcuno di “passare da un luogo ad un altro”, un luogo della mente, naturalmente, e perciò tanto più vasto e pieno di possibilità.
In questo senso il significato più ampio del termine assume un’importanza ancora maggiore: cosa sarebbe la traduzione senza l’interpretazione? Come si potrebbe anche solo pensare di sostituire significanti dietro significanti senza tener conto che il significato globale trova spesso una propria espressione che differisce di lingua in lingua? Quale italiano oserebbe mai dire: “Piovono cani e gatti” durante una giornata di pioggia battente o “Rompiti una gamba” per augurare buona fortuna a qualcuno?
D’altronde, quei luoghi che la traduzione collega sono mondi vivi, indipendenti, con una propria storia ed una propria cultura e non si può prescindere da tutto questo nel momento in cui si traduce.

Il traduttore, sia egli un professionista o semplicemente uno studente, deve conoscere bene gli aspetti principali della storia, della cultura e della civiltà cui la propria lingua materna appartiene, esattamente come della storia, della cultura e civiltà legate alla lingua seconda oggetto della traduzione, se intende ottenere un risultato che sia efficace, anche agli occhi di un lettore madrelingua.

Autore dell’articolo:
Amelia Cugliandro
Docente abilitata di Lingua e Civiltà Inglese c/o Scuola Secondaria di I e II grado (A345-6)
Mediatore Linguistico c/o Provincia di RC per Inglese e Spagnolo
CTU c/o Tribunale di RC categoria Interpreti e Traduttori
Reggio Calabria

Tradurre letteratura – Il Flusso Infinito

 Categoria: Traduzione letteraria

…riverrun,…
Finn, again!… A way a lone a last a loved a long the…

Tutto comincia lì dove finisce, tutto finisce lì dove comincia.
Ognuno ogni cosa ogni luogo cade e risorge. L’inizio è la fine.

Nessuno come J. Joyce è riuscito a tradurre in letteratura quel processo mentale complesso ed affascinante studiato dalla psicoanalisi di S. Freud.
Nessuno è riuscito a penetrare nei meandri nascosti della nostra mente per interpretare e comprendere quel flusso incessante, quel fiume in piena che scorre a livello inconscio dentro di noi.

Un iceberg enorme che affiora dall’acqua spaventa e affascina perché nasconde il mistero, l’ignoto.
È un cerchio che diventa infinito, che si allarga a dismisura nello spazio e nel tempo.

Non ci sei più eppure sei sempre qui. H.C.E. Quanti modi differenti di interpretazione, quanti enigmi nascosti, ognuno plausibile.
Puoi tuffarti ovunque nel testo, leggere e rileggere, interpretare e cambiare opinione per ritrovarti sempre allo stesso esatto punto.
La fine è l’inizio nella fondamentale idea del grande infinito ciclo della vita.

Il linguaggio o meglio i diversi linguaggi, talora persino l’invenzione e la creazione di parole, ha lo scopo di catturare l’unità che risiede nell’apparente diversità degli idiomi stessi, ma è anche il suggerimento della perdita del potere comunicativo che caratterizza la società moderna.

Joyce stesso scrive: “… quando un’anima nasce le vengono gettate delle reti per impedire che fugga…”, ma l’intento dell’autore è proprio quello di cercare di fuggire da quelle reti così il suo babble talk diventa l’espressione significativa di un linguaggio universale.

Abbiamo bisogno di ritrovare il nostro daimon.
Non c’è nessun altrove.
La risposta è insita in noi, dobbiamo solo saperla decifrare.

Autore dell’articolo:
Claudia Invernizzi
Laurea in Lingue e Letteratura Inglese
Docente di Lingua e Letteratura Inglese
Traduttrice EN<>IT
Milano

Traduzioni e trascrizioni (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Se ami questo lavoro come è successo a me, non conti le notti, i weekend e le feste così dette ‘consacrate’ in cui ti ritrovi con un testo complesso o urgente da dover consegnare e addio affetti, divertimenti e quant’altro. Anche se mi sono sempre resa conto di questo, non ho mai potuto rinunciare al lavoro per svago o divertimento, ai quali dedicavo ritagli del mio tempo. Troppo sacro e direi necessario per poter vivere. Rinunciare voleva dire perdere un cliente, a volte un’occasione che poteva diventare un rapporto continuativo, se il lavoro veniva fatto nei tempi richiesti e bene.

In parallelo, mi sono avvicinata al servizio di trascrizione che è cresciuto in contemporanea a quello delle traduzioni. Ne avrò effettuate più di mille tra congressi medici, assemblee, riunioni, conferenze, incontri, traduzioni di libri da altre lingue, incontri sportivi, trasmissioni televisive, film, documentari, libri di VIP, eccetera eccetera. Anche in questo caso bisogna avere un’ottima conoscenza della tastiera, ovviamente una velocità di trascrizione che ti permetta di arrivare, personalmente sulle 30-50 pagine di PC al giorno, ad una certa quantità quotidiana, altrimenti anche in questo caso è un lavoro che non soddisfa dal punto di vista sia economico che di qualità. Bisogna avere una tempistica, fattore fondamentale anche in questo settore. È un lavoro che alla fine, oltre alle soddisfazioni che mi ha dato, mi ha permesso anche di acquisire delle nozioni e delle informazioni che altrimenti mi sarebbero sfuggite. Si rimane aggiornati su argomenti a volte anche molto interessanti. È un settore – tra virgolette – che aiuta ad aumentare la propria consapevolezza per quanto riguarda la vita tua e quella degli altri.

Al di là degli argomenti trattati, è un lavoro, quello del traduttore e del trascrittore che, secondo me, se eseguito in un certo modo ti può dare grandi soddisfazioni permettendoti di diventare un link importante e a volte insostituibile che aiuta la gente a comunicare.

Autore dell’articolo:
Giusy Oreni
Traduttrice/Trascrittrice
Milano

Traduzioni e trascrizioni

 Categoria: Servizi di traduzione

Ho un’esperienza ormai più che trentennale nel settore delle traduzioni e delle trascrizioni. La traduzione mi ha sempre affascinato perché dai qualcosa comunque di tuo al testo che stai traducendo. Non devi mettere niente di tuo, ma lo stile in cui scegli di costruirlo, quello appartiene a te, ti qualifica, ti caratterizza in fondo. E devo dire che alla fine, è una grande soddisfazione quando riesci ad instaurare una certa continuità nel rapporto con il cliente, chiunque esso sia. Del resto la scuola che ho scelto per questa specializzazione mi ha fatto passare tempi molto duri prima di riuscire nel suo intento: cioè quello di formare dei veri professionisti e non delle persone che traducano parola per parola. Ho imparato a stilare un testo che risponda all’originale ma che viene comunque interpretato, quindi senza fare la traduzione parola per parola; senza lasciarmi coinvolgere, senza mettere opinioni personali, senza tradire, il che è fondamentale, il suo senso originale.

Dopo i primi anni in cui ho tradotto della semplice corrispondenza, quindi operando nel settore commerciale, ho iniziato a tradurre per riviste di moda gioielleria e pelletteria, di settore in poche parole. In fine, ho abbracciato il mondo della medicina, collaborando per ben quindici anni con case farmaceutiche sia in medicina umana che in medicina veterinaria. E’ stata un’esperienza lunghissima che mi ha formato e mi ha permesso di avvicinarmi sempre più al mondo dei medicinali, traducendo studi clinici di farmaci che dovevano essere presentati al ministero della sanità, in italiano. Le collaborazioni sono state diverse, sia di genere che di quantità e qualità dei testi, da quelli tecnici, scientifici ai testi di libri e romanzi.

La tempistica: altro scoglio da superare, e questo devo dire che l’avevo superato già all’interno della scuola. Devi avere una tempistica in questo lavoro, altrimenti non fai il traduttore, soprattutto nel settore tecnico. Per i romanzi, i tempi sono più elastici, meno serrati, comunque una tempistica è necessaria pure lì, altrimenti come si arriva alla rilettura e correzione finale, ultimo step a volte faticosissimo.

La seconda parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Giusy Oreni
Traduttrice/Trascrittrice
Milano