Parlare di vino, tradurre il vino

 Categoria: Servizi di traduzione

Recentemente ho svolto – per dovere, ma con grande piacere – una ricerca approfondita sul linguaggio del vino in lingua inglese.
Ciò che balza subito all’occhio è una grande somiglianza con lo stesso tipo di linguaggio italiano, sia dal punto di vista terminologico, che da quello morfologico (ad esempio nell’uso diffuso della suffissazione: en. fruit>fruity; it. frutto>fruttato) e stilistico.

Quello del vino costituisce un ottimo esempio di linguaggio specialistico, il cui uso si può notare in particolare in tre diverse situazioni comunicazionali: la prima è la comunicazione tra esperti, che dà luogo ad un genere di discorso scientifico e tecnico; vi è poi la comunicazione divulgativa, quella usata nelle riviste di settore e nelle guide ai vini; ed infine la comunicazione promozionale, che si ritrova nella descrizione dei prodotti di aziende, cantine ed enoteche.
La comunicazione tra esperti è forse quella che crea meno problemi linguistici: i professionisti cercano soprattutto chiarezza e precisione, utilizzando uno stile conciso, commenti ragionati e termini con un significato accettato e condiviso. La traduzione dei loro discorsi è probabilmente quella meno problematica nell’ambito della descrizione enologica: stile pulito, termini precisi (anche se spesso tecnici, ed in questo caso è necessaria una ricerca terminologica approfondita) e dal significato chiaro.
La comunicazione promozionale è invece più complessa: si va dalle descrizioni delle caratteristiche sensoriali del prodotto in esame, presenti ad esempio nelle schede tecniche dei vini (assimilabili alle descrizioni dei professionisti di cui si parlava sopra), all’utilizzo di nomi fantasiosi dati ai vini, per attirare l’attenzione dei consumatori e degli appassionati. A questo proposito Adrienne Lehrer, linguista americana che studia da più di trent’anni il linguaggio enologico, ha notato che, per dare un nome ai vini o alle cantine, si utilizzano sempre più frequentemente nomi di animali, di solito preceduti da un aggettivo che non ha alcuna attinenza con l’animale a cui è riferito: Dancing Bull, Painted Turtle o Arrogant Frog. Altri nomi non hanno alcun rapporto con il vino, come Two Left Feet o Cabs: quest’ultimo è un vino composto dalle uve Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, e lo stratagemma linguistico nasce dal plurale dell’abbreviazione di Cabernet. Ma nella comunicazione promozionale lo slogan e il gioco di parole la fanno da padroni, e qui la sfida per il traduttore si fa più interessante: entra in gioco la creatività linguistica, sia nel testo di partenza che in quello d’arrivo, e a volte bisogna proprio rompersi la testa per arrivare ad una traduzione soddisfacente.

Nella mia ricerca ho avuto a che fare anche con l’analisi delle cosiddette tasting notes, ovvero le note di degustazione scritte dai giornalisti enologici: si tratta di testi molto brevi, che vanno da 10 a 100 parole, che hanno la funzione di descrivere e valutare un vino, ricalcando le fasi della valutazione sensoriale (analisi visiva, olfattiva e gustativa). Poiché la trasposizione di queste sensazioni fisiche in descrizioni verbali è tutt’altro che semplice, e poiché spesso i professionisti devono descrivere vini dalle caratteristiche molto simili (pensiamo a chi deve confrontare una trentina di Chianti prodotti da cantine diverse), i giornalisti ricorrono spessissimo all’uso di metafore e di immagini sempre più bizzarre, che diventano una caratteristica dello stile di chi scrive, ma spesso risultano di difficile o impossibile comprensione per i destinatari. A questo proposito, la famosa giornalista enologica Natalie MacLean ha proposto le note di degustazione di alcuni vini in due versioni: la traditional description e la delirious description. Eccone due, per capire meglio di cosa stiamo parlando:

VINO: Masi Amarone (Italia)
TRADITIONAL DESCRIPTION: dark cherries, charred wood, full-bodied
DELIRIOUS DESCRIPTION: Explosive fruit with a tannic structure to straighten the Tower of Piza
(sic!)

VINO: Marlborough Sauvignon Blanc (Nuova Zelanda)
TRADITIONAL DESCRIPTION: herbal, gooseberry, good acidity
DELIRIOUS DESCRIPTION: The Toronto Argonauts football field after a fresh mow on a crisp October morning

Certo, si può tradurre il contenuto linguistico, ma il significato vero… quella è un’altra storia!

Per farsi un viaggio virtuale nel mondo del vino e del suo linguaggio, può essere molto interessante la lettura del fumetto The Drops of God: si tratta della traduzione inglese del manga giapponese Kami no Shizuku (per i francesisti, è stato tradotto anche in francese, con il titolo Les Gouttes de Dieu). Gli autori hanno creato una storia avvincente e divertente, ambientata nel mondo del vino. La cosa singolare è che i vini citati in queste avventure hanno registrato delle vere impennate nelle vendite. Addirittura, la compagnia aerea All Nippon Airways ha modificato la propria carta dei vini a bordo, seguendo le indicazioni di Shizuku Kanzaki e degli altri protagonisti di questo manga.

Insomma, oltre ad essere piacevole da bere, il vino è anche interessante da leggere e da tradurre.

Autore dell’articolo:
Daniela Bottazzi
Traduttrice freelance EN-FR>IT
Piacenza

Sul tradurre filosoficamente

 Categoria: Traduttori freelance

Non è necessario essere un filosofo per poter tradurre decentemente un qualsiasi testo scritto. Ovvio. È necessario esserlo per tradurre un testo filosofico? Non proprio. In un certo senso, è l’atto stesso del tradurre a presentare caratteristiche prettamente filosofiche, laddove per “filosofia” si vuole intendere piuttosto un certo modo di fare filosofia, basato sul concetto di voce (espressione, passaggio di conoscenza dall’interno all’esterno) in relazione alla pratica autobiografica. Il riferimento è ai pensatori della cosiddetta filosofia del linguaggio ordinario e, in particolare, alla lettura che ne ha dato un contemporaneo, il filosofo americano Stanley Cavell, esponente di spicco della filosofia post-analitica e autore di un celebre testo sistematico, La riscoperta dell’ordinario (1979).

Secondo Cavell, infatti, si può comprendere la maniera di filosofare del Wittgenstein delle Ricerche filosofiche e di J. L. Austin – le cui opere sono costruite sulla base di una pratica di astrazione autobiografica – nei termini di una sistematica presunzione della voce, di un’arrogante assunzione del diritto a parlare per gli altri, nel tentativo di testare il proprio grado di rappresentatività all’interno della comunità di appartenenza (linguistica, filosofica, artistica) a partire da un atto originario di richiesta di autorizzazione a parlare filosoficamente di sé. Nel 1994, Cavell dedica un’intera opera all’intersezione tra filosofia e autobiografia, dando alle stampe A Pitch of Philosophy. Autobiographical Exercises. Non si tratta ancora di un’autobiografia effettiva e definitiva: è solo con il libro Little Did I Know. Excerpts from Memory, datato 2010, che l’impulso autobiografico presente in Cavell trova totale risoluzione, anche se questo lavoro rappresenta solo l’ultimo tassello all’interno di un mosaico filosofico che nel tempo ha incrociato più volte la riflessione sull’autobiografia e il tema della memoria. Il “pitch” del primo titolo vuole evidentemente riferirsi all’idea di “tonalità”: la tonalità riconoscibile che deve essere propria della voce di ogni filosofo. Alla ricerca di una propria voce durante gli studi dottorali ad Harvard, mentre è in lotta con se stesso perché non riesce a produrre una dissertazione convincente, imbattendosi nei lavori di Austin e di Wittgenstein, Cavell realizza che esiste una filosofia in grado di conferire senso a quello che intende dire. Un linguaggio filosofico all’interno del quale il riconoscimento può essere universale e immediato, e quindi abbracciare qualsiasi esigenza concettuale. La metafora più utilizzata da Cavell è quella dell’orecchio assoluto, ovvero la capacità, per chi è pratico del linguaggio musicale, di riconoscere all’istante ogni singolo tono, ogni nota, senza consultare la partitura o servirsi dello strumento. Lo scrivere filosoficamente, dunque, coincide per Cavell con il trovare un linguaggio all’interno del quale “io” possa comprendere che la filosofia si deve ereditare, un linguaggio che sia espressione della voce attraverso la quale “noi” diventiamo capaci di trovare le parole adatte a raccontare la nostra storia. L’unico modo per reperire le condizioni di un tale linguaggio è quello di comporre la propria autobiografia, intercettando e traducendo il linguaggio dei propri padri.

È questa la promessa filosofica espressa dall’opera di Cavell, nel suo farsi amalgama affascinante tra sostanze teoriche così, apparentemente, distanti: la rinascita di una nuova cerchia di umanità filosofica che fondi eticamente la possibilità di un pensiero linguistico genuinamente creativo, costruito a partire dai frammenti memoriali e dai singoli vissuti esperienziali. Alla luce di quanto detto, la figura del traduttore può essere accostata a quella del filosofo: il problema della resa del senso di un testo, nel passaggio da una lingua all’altra, ha molto a che vedere con il vissuto di chi interpreta, e dunque con determinate esperienze pregresse di traduzione e con una precisa identità di studioso e parlante. Solo attestando la propria posizione nell’alveo di una certa eredità culturale, si è in grado di riconoscere e di discernere tra il significativo e l’irrilevante. E si tratta di una consapevolezza puramente filosofica.

Autore dell’articolo:
Simona Busni
Dottore di ricerca, curatore editoriale e critico cinematografico
Cosenza

Lingue opache e lingue trasparenti

 Categoria: Le lingue

Qualche anno fa in una scuola per l’insegnamento dell’inglese come lingua straniera nella pittoresca cittadina di Cambridge, il nostro professore, conoscendo le difficoltà di noi poveri studenti stranieri ad imparare la pronuncia e lo spelling di una lingua come l’inglese, ci portò ad esempio il testo di una spassosa filastrocca:

I take it you already know
Of tough and bough and cough and dough?
Others may stumble, but not you
On hiccough, thorough, slough, and through.
Well don’t! And now you wish, perhaps,
To learn of less familiar traps.
Beware of heard, a dreadful word
That looks like beard but sounds like bird.
And dead: it’s said like bed, not bead,
For goodness sake don’t call it deed!
Watch out for meat and great and threat
(They rhyme with suite and straight and debt).
A moth is not a moth as in mother
Nor both as in bother, nor broth as in brother,
And here is not a match for there,
Nor dear and fear, for bear and pear.
And then there’s dose and rose and lose –
Just look them up — and goose and choose
And cork and work and card and ward
And font and front and word and sword
And do and go, then thwart and cart,
Come, come! I’ve hardly made a start.
A dreadful Language? Why man alive!
I learned to talk it when I was five.
And yet to write it, the more I tried,
I hadn’t learned it at fifty-five.

Persino un buon conoscitore di quella che l’autore di questa filastrocca definisce “a dreadful Language” impiegherebbe qualche sforzo in più del normale per evitare di inciampare sulle parole di questa filastrocca-scioglilingua.
Questo ci apre ad un’interessante riflessione sulle caratteristiche dell’ortografia delle lingue, che i linguisti sono soliti distinguere in lingue opache e lingue trasparenti: opache quando ad un grafema possono corrispondere diversi fonemi, e trasparenti quando ogni grafema corrisponde a un fonema. Il livello di trasparenza fonologica di una lingua può variare di molto e la English Spelling Society, un’organizzazione internazionale con sede in Gran Bretagna, ne propone un elenco.

Sull’italiano siamo tutti d’accordo: è una lingua trasparente. A esso si aggiunge lo spagnolo, il portoghese e altre lingue meno scontate come l’ungherese, il serbocroato.
Anche sull’inglese tutti concordano nel dire che si tratti di una lingua opaca.
Altre lingue invece si trovano in una posizione intermedia come l’olandese, il francese e il tedesco. Questa distinzione è di importanza cruciale, in quanto un maggiore grado di opacità in una lingua potrebbe costituire un fattore sfavorevole in soggetti predisposti a disturbi quali la dislessia. Diversi studi hanno dimostrato inoltre che i bambini italiani (o qualsiasi altra lingua “trasparente”) apprendono a leggere più rapidamente grazie alla corrispondenza tra scrittura e pronuncia; e riescono anche a leggere parole nuove in base alla coerenza delle regole di lettura. I bambini di lingua inglese, al contrario, impiegano molto più tempo ad imparare a leggere e tendono a memorizzare più fonemi possibili in vari contesti, così da avere a disposizione un bagaglio di informazioni più grande che consenta loro di affrontare la lettura.

Fatte queste considerazioni propongo a Voi, miei gentili lettori anglofoni, un po’ di spasso andandovi a leggere qualche altra filastrocca-scioglilingua di quella che, pur con i difetti e le difficoltà che conosciamo e abbiamo visto, rimane una lingua fantastica e inimitabile.
A questo link della English Spelling Society troverete quello che fa per voi!

http://www.spellingsociety.org/news/media/poems.php

Buona lettura!

Autore dell’articolo:
Roberto Ciampi
Traduttore EN-ES>IT
Perugia

Le diverse strategie traduttive

 Categoria: Traduttori freelance

Il duplice trasferimento da una all’altra lingua comporta, molto spesso, la modificazione dell’enunciato iniziale. La ricostruzione del testo deve gestire le diversità culturali così come le incompatibilità strutturali tra la lingua di partenza e quella di arrivo. In quest’atto di appropriazione e di ricostruzione testuale, la portata dell’intervento del traduttore può essere più o meno ampia. A definirla concorrono anche scelte di fondo che possono variare dall’adattamento al suo estremo opposto, la traduzione-calco. L’adattamento mette in atto una strategia traduttiva impostata in funzione del pubblico di arrivo: in questo modo il testo di partenza risulta elemento secondario, fonte di dati che verranno riutilizzati per “confezionare” un prodotto caratterizzato da un notevole livello di rielaborazione e di libertà espressiva, con cambiamenti anche consistenti rispetto alle caratteristiche dell’originale. L’estremo opposto è la cosiddetta traduzione-calco, che traspone nel testo di arrivo gli elementi del testo di partenza in modo da riprodurne gli aspetti semantici, etimologici e temporali.

Esiste poi la strategia traduttiva definita “letterale”, che rispetta le particolarità formali del testo di partenza, conformandosi agli usi grammaticali della lingua di arrivo. Il traduttore mira a far emergere il senso di estraneità, per consentire al lettore di cogliere la presenza forte, l’immanenza, di una fonte originale, senza tuttavia forzare in modo innaturale la lingua di arrivo. Al conseguimento di questo risultato concorrono prestiti lessicali e strutture sintattiche vicine, quando possibile, a quelle del testo di partenza. Un tipo di traduzione letterale è la traduzione parola per parola, che traspone nel testo di arrivo gli elementi del testo di partenza senza modificarne l’ordine. Una strategia utile per individuare la struttura della grammatica e del lessico nel caso di lingue antiche, ma altresì pericolosa in quanto può facilmente compromettere la ricezione del senso del testo ed essere fonte di errore.

Occorre a questo punto l’ipotesi dell’intraducibilità linguistica: secondo questa teoria il trasferimento del significato non può essere realizzabile, contenendo nel migliore dei casi la sostituzione del significato espresso nella lingua di partenza con un significato espresso nella lingua di arrivo. La traduzione realizzerà allora una sostituzione e non un trasferimento di significati, vale a dire che i significati espressi dalla lingua di partenza nel testo di partenza non saranno trapiantati nel testo di arrivo, come implica il termine trasferimento. Resta il fatto che la traduzione, pur con tutti i limiti che a essa si vogliano o si possano attribuire, resta irrinunciabile giacché risponde alle esigenze comunicative di un mondo che non ha ancora conquistato, e nel quale difficilmente potrà affermarsi, una lingua “globale”.

Autore dell’articolo:
Fabrizio Orlandi
Traduttore laureato ES-EN-PT>IT
Madrid (Spagna)

Shakespeare nel mondo arabo (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

Mutrān traduce l’Otello, primo dramma shakespeariano rappresentato nei paesi arabi, dove è evidente un chiaro tentativo, da parte dell’autore stesso, di conferire un’impronta arabizzante all’adattamento in questione, o meglio, un voluto adattamento al contesto arabo, a scapito di una traduzione fedele, che avrebbe visto lo spettatore arabo calarsi in una realtà a lui estranea.
Nella piena consapevolezza che non può essere questo il contesto in cui fornire un’analisi esaustiva della trattazione dell’opera shakespeariana nel mondo arabo, si intende mostrare quanto, in una prospettiva di perdite e acquisizioni traduttologiche, in campo linguistico e culturale, possa essere esemplificativo l’adattamento dell’Otello di Halīl Mutrān, che è stato, peraltro, il primo drammaturgo arabo a conferire il titolo di ‘Utayl alla traduzione dell’opera.

A scopo esemplificativo, si mostreranno soltanto due esempi della traduzione di alcuni momenti dell’opera, contenuti nella Scena I dell’Otello, dove si può osservare come alcune espressioni siano rese, nelle due lingue, quella araba e quella inglese, in maniera piuttosto diversa, dove appunto entra in gioco la componente culturale a fare da sfondo alle scelte di traduzione dell’autore.

_ I: […] Farewell, for I must leave you […] (Iago)
Tr. […] Addio, devo lasciarvi […]
_ A: […] ٲﺴﺘﻮﺪﻋﻚ ﷲ […]

Tr. […] Che Dio vi aiuti […]

Notiamo che l’interiezione inglese Farewell diventa in arabo qualcosa di totalmente diverso. La scelta di Mutrān, qui, è spiegabile col fatto che ad un lettore arabo risulta più familiare leggere l’espressione correlata alla sfera religiosa, “Che Dio vi aiuti”, piuttosto che una colloquiale, “Addio”, del testo originale.

_ I: […] Heaven is my judge […] (Iago)
Tr. […] Il cielo lo sa […]
_A: ﻴﺸﻬﺪ ﷲ

Tr. […] Dio mi è testimone […]

Osserviamo che Mutrān utilizza un’espressione prettamente araba, facendo riferimento a Dio; dunque, è interessante notare come il testo arabo, sul piano delle interiezioni si discosti dal testo originale, una diversità culturale che si esprime con una diversità espressiva.

La scelta di utilizzare riferimenti della letteratura araba, in comparazione con quella inglese, deriva da un interesse e da uno studio di queste due culture, insieme con le loro relative lingue, che va indietro nel tempo, che ancora mi accompagna, e che, sono sicura, non mi abbandonerà mai.
Per me la traduzione è un mezzo per tramandare la cultura nel tempo e nello spazio. Per dirla con Walter Benjamin: “Attraverso la traduzione i testi sopravvivono. Se non avessimo accesso a opere scritte in lingue a noi sconosciute, noi saremmo immensamente più poveri”.

Autore dell’articolo:
Sabrina Dazio
Traduttrice arabo/inglese <> italiano
Giugliano in Campania (NA)

Shakespeare nel mondo arabo

 Categoria: Traduzione letteraria

La vita culturale degli arabi, tra il XIX e il XX secolo, è stata fortemente influenzata dalla divulgazione delle opere occidentali, grazie ad un particolare movimento di traduzione.
Gli intellettuali di quell’epoca si mostrarono molto interessati a quanto scrivessero gli europei, e, dunque, attraverso traduzioni, compendi di grandi opere occidentali, cercarono di far conoscere idee nuove con cui intesero confrontarsi.
Un vero movimento di traduzione di testi occidentali in arabo è cominciato intorno alla metà del XIX secolo, come uno sforzo consapevole da parte di alcuni settori della società araba di imparare ed acquisire determinati aspetti della cultura occidentale e della sua civilizzazione.
Gli arabi fanno riferimento a questo periodo di intensa attività di traduzione con l’espressione Harakat al-tarğamah (lett. Movimento della traduzione) proprio per dare un’idea chiara del ruolo significativo che ha svolto la traduzione in quel periodo.
Per molti arabi, leggere opere occidentali, significava stabilire un primo contatto con l’Occidente, laddove la traduzione rappresentava l’unico mezzo di cui disponevano per avere un minimo approccio alla letteratura straniera. Inoltre, gli scrittori arabi moderni, nel momento in cui presero a scrivere romanzi, a dar vita ad espressioni teatrali, non potevano fare a meno delle traduzioni, perché da lì apprendevano le tecniche per realizzare le loro opere stesse.

Giungendo all’argomento che vuole essere oggetto della presente esposizione, si fa osservare che il teatro arabo nasce dall’impatto con l’Occidente, dove un’idea moderna di teatro si delinea intorno alla metà del XIX secolo, prendendo forma attraverso un intenso movimento di traduzione di opere occidentali.
Alla luce della considerazione che il poeta inglese più noto al pubblico arabo, e al quale i critici hanno rivolto più spesso l’attenzione, è sicuramente William Shakespeare, ritenuto maestro incontrastato del dramma, risulta che le opere del drammaturgo inglese siano state rappresentate, di frequente, nei paesi arabi, e che siano state quelle che hanno conosciuto il maggior numero di traduzioni, adattamenti e rifacimenti.
Halīl Mutrān, libanese, è stata la figura che, nel panorama dei drammaturghi arabi dediti all’adattamento delle opere occidentali, nella seconda metà del XIX secolo, ha assunto maggior spicco, in modo particolare, in relazione ai drammi shakespeariani, dove provvede a chiarirne le strategie di traduzione.

Nella seconda parte dell’articolo che sarà pubblicata domani vi illusterò queste strategie di traduzione.

Autore dell’articolo:
Sabrina Dazio
Traduttrice arabo/inglese <> italiano
Giugliano in Campania (NA)

L’ascesa della lingua araba

 Categoria: Le lingue

L’anno 2001 è stato battezzato dall’Unione Europea come l’anno delle lingue europee. In Europa sono riconosciute ventitré lingue ufficiali di cui l’inglese, il francese e il tedesco sono state adottate come lingue procedurali. Per promuovere le lingue, l’Unione ha stanziato milioni di finanziamenti per progetti, articoli promozionali e manifestazioni. L’obiettivo centrale si incentrava sulla conoscenza da parte di ogni cittadino dell’Unione di almeno altre due lingue accanto alla propria lingua madre. Obiettivo parzialmente raggiunto.
Dopo la guerra fredda l’Europa è stata invasa dall’ondata della cultura e lingua anglo-americana “invadendo” le lingue europee che hanno visto sostituirsi e insediarsi parole prettamente anglosassoni, divenendo sempre più comuni nel linguaggio quotidiano. Quest’ondata, più accentuata nelle metropoli e non meno nelle province, è stata vissuta con serenità da parte di ogni cittadino europeo, in quanto lo sviluppo non può essere fermato.

L’inglese è una lingua attraente, sinonimo di sviluppo e progresso, con una grammatica semplice e poche flessioni, ed è per questo che è diventata lingua internazionale usata in tutti i più svariati campi da quello fisico a quello medico, dall’informatica all’economia e alla politica. Scienziati e ricercatori pubblicano i risultati delle loro ricerche in inglese e tali sono anche l’ottanta per cento dei documenti messi in rete. La diffusione della lingua inglese è stata una vera “bomba” culturale.
Ma recenti studi condotti dai linguisti hanno evidenziato come l’inglese, in quanto lingua internazionale, sia in leggero “declino”. Si evince che lingue orientali come il cinese e l’arabo potrebbe dominare il futuro del mondo. Ed è proprio l’arabo a risultare la lingua più accreditata per il futuro.

Sempre più giovani sono attratti e influenzati da culture orientali e ad apprenderne le relative lingue. Anche presso le Università sono stati inseriti corsi di lingue orientali che hanno registrato un forte numero di iscrizioni. Ma non poche sono state le difficoltà incontrate dagli studenti nell’apprendimento di queste lingue.
Le difficoltà sono spesso oggettive. La lingua araba, caratterizzata da una grammatica complessa, poche vocali e molti termini a volte impronunciabili, presenta molte varianti dialettali. Il cinese, senza una grammatica ben definita, dovrebbe essere imparato memorizzando quasi a memoria i migliaia di ideogrammi di cui è costituito. Oggi l’arabo, parlato da più di trecento milioni di persone nonché lingua ufficiale delle Nazioni Unite, si colloca al quinto posto nella scala delle lingue più parlate ancor prima del francese e del tedesco.
Ma quale ruolo avrà l’arabo in un futuro non tanto lontano? Sarà davvero in grado di sostituire la “potenza” dell’inglese? Riuscirà ad avere lo stesso impatto (positivo) dell’inglese? Ricordiamo che la cultura araba è molto forte considerando che anche i normanni durante la dominazione in Sicilia rispettarono l’arabo in quanto lingua del regime.

Ogni lingua, che sia occidentale o orientale, ha in sé un fascino e delle caratteristiche uniche. E’ interessante lo studio e la diffusione delle lingue e delle relative culture. Ma è altrettanto importante che nessuna cultura prevalga mai totalmente a discapito di un’altra in quanto indice dell’identità nazionale di un popolo. Studiare lingue e culture, conservando preziosamente anche la propria!

Autore dell’articolo:
Maria Grazia Scarfia
Traduttrice EN-FR-DE<>IT
(testi informatici, scientifici, commerciali, siti)
Catania

Italianismi nel serbo-croato (2)

 Categoria: Le lingue

A partire dalla toponomastica della mia città natia Herceg-Novi, situata all’ingresso delle Bocche di Cattaro, vicino al confine croato, i principali luoghi della città vecchia hanno un’origine latino-veneta, risultando del tutto comprensibili: Forte Mare (una fortificazione massiccia esposta verso il mare), Bella Vista (piazzetta nella parte alta della città vecchia), Macel (un fortino veneziano successivamente diventato il macello della città), Lazaret (un piccolo quartiere fuori dalle ormai scomparse mura cittadine presumibilmente il lazzaretto durante le epidemie). Altri italianismi nel serbo-croato delle Bocche di Cattaro si ritrovano nei soprannomi affibbiati alle persone grazie a qualche caratteristica o difetto fisico, ma anche nei mestieri che facevano:  si usava dire per esempio che uno era šporkaćun(it. sporcaccione) se curava poco l’igiene del proprio esercizio commerciale; “macakan” (dove la lettera “c” in serbo-croato si pronuncia “ts” – it. ammazzacane -) coloro che sopprimevano i cani randagi, “njoka” (it. gnocco) uomo corpulento dal naso a patata oppure “stimadur” (it. stimare) una specie di consulente e intermediario per le compravendite. I sostantivi sarebbero un’infinità e andrebbero suddivisi tra astratti, concreti e tecnici, ma vediamone solo alcuni facilmente riconoscibili e ancora utilizzati, a volte importati nei gerghi giovanili: “faca” (it. faccia) colui che è particolarmente simpatico o si distingue all’interno di una compagnia, “finta” (it. finta, finzione) un’azione che serve per attirare attenzione, sorprendere o mostrare abilità in qualcosa, “škver” (dove la lettera “š” equivale al suono “sc” di sciabola in italiano – veneziano: squero -) il porticciolo o il luogo dove si riparano le barche a remi. Altrettanto numerosi sono gli aggettivi e ne scelgo sempre alcuni ancora utilizzati, ad esempio “škur” (it. scuro), “falc” (it. falso) per indicare persona falsa e ipocrita ma anche in gastronomia “falca supa” per indicare un brodo fatto con pochi ingredienti poveri in mancanza d’altro, diventando un brodo “finto”; “škembav” (it. sgembo) persona rachitica, denutrita, fisicamente fragile. Infine qualche verbo: “isat” (it. issare) alzare qualcosa, “šegat” (it. segare) assume anche il significato dell’atto sessuale, “miritat” (it. meritare), “obadat” (it. badare) di solito si usa nel senso negativo “ne obadaj ga” cioè non dargli retta, “štufat” (it. stufare) con l’analogo significato.

Questi pochi esempi dimostrano come a quasi tre secoli di distanza dalla fine della dominazione veneziana nelle Bocche di Cattaro rimangano ancora le sue influenze nelle varianti locali del serbo-croato, anche se a causa delle migrazioni interne stanno scomparendo. L’influenza latina fin dall’antichità si riversava ad ondate sulla zona costiera della penisola balcanica. Ondate che si esaurivano con la nuova “slavizzazione” dell’area grazie all’arrivo delle popolazioni dall’interno causato dalle cicliche guerre e spartizioni tra i grandi imperi. Quest’ultima perdita dell’elemento latino dalle Bocche di Cattaro, sempre più evidente dagli anni novanta si inserisce nella tendenza generale della globalizzazione linguistica e del conseguente appiattimento dello stesso serbo-croato che oggigiorno viene semmai influenzato dalla lingua dei media, di internet, delle sit-com e della musica. Dunque, a discapito dell’eredità veneziana troviamo molti termini neo-tradizionali o ancora più spesso neologismi di derivazione inglese. Inoltre, a differenza di alcuni tentativi fatti in Italia per tutelare i dialetti come patrimonio culturale, ciò non è mai avvenuto nella regione presa brevemente in esame. E’ naturale che i dialetti, così come le lingue, una volta esaurito il loro compito e la loro funzione scompaiano e si trasformino in qualcos’altro, tuttavia è un peccato questa perdita dell’eredità latina che in altri luoghi della Dalmazia sopravvive ancora.

Autore dell’articolo:
Dusko Djordjevic
Traduttore SH<>IT
Herceg-Novi (Montenegro)

Italianismi nel serbo-croato

 Categoria: Le lingue

Quando da ragazzino arrivai in Italia, pur ricordando le non poche difficoltà linguistiche, non ero del tutto sprovveduto. Conoscevo un po’ d’italiano grazie alle reti Rai che si potevano vedere nell’area costiera del Montenegro e della Croazia rappresentando uno stimolo, soprattutto per i più giovani, per apprendere questa lingua. Si sentiva una certa affinità “mediterranea”, con il sud Italia in particolare, che affonda le radici lontano nel tempo, in grado di relativizzare in qualche misura il confine rappresentato dal mar Adriatico tra il mondo latino e quello slavo. Avevo quindi un modesto vocabolario appreso dai film e dai cartoni animati al quale potevo aggiungere qualche frase fatta d’uso quotidiano. La familiarità con la lingua italiana, per chi viene dalla costa orientale dell’Adriatico, naturalmente non è dovuta solo a questa vicinanza con la cultura pop diffusa dalle emittenti televisive, ma anche ad un substrato linguistico che ha lasciato una traccia significativa in particolare durante la dominazione della Repubblica di Venezia. Un’epoca, quella tra il XV e il XVIII secolo, in cui per esigenze amministrative e commerciali, non solo si parlava il latino o il veneziano, ma nascevano degli idiomi ibridi adatti alle esigenze della plebe che mischiavano con disinvoltura più lingue e dialetti tra veneziano, serbo, dalmata antico e turco. A livello più esteso una cosa simile accadeva con la “lingua franca” parlata nei porti di tutto il Mediterraneo. L’eredità veneziana, bisogna sottolineare, ha lasciato meno traumi di altre dominazioni come quella Ottomana che pretendeva un controllo politico e religioso capillare con la conseguente oppressione per le popolazioni locali. Venezia dal canto suo era più interessata ai propri commerci e lasciava un ampio margine di autonomia alle città dell’Adriatico orientale lasciandolo inserito nella propria rete commerciale, permettendo così anche la possibilità di avere più scambi culturali con il Mediterraneo e il resto del mondo.

In molti dialetti, tra cui quelli che si parlano nelle Bocche di Cattaro c’è un sorprendente numero di italianismi, alcuni di chiara derivazione veneta. Il serbo-croato parlato nelle Bocche di Cattaro è un dialetto usato da sempre meno persone in seguito agli sconvolgimenti degli anni Novanta che hanno causato un sensibile cambiamento nella situazione demografica e quindi anche linguistica in questa regione. Malgrado questo moltissimi termini di origine latina, italiana e persino veneta persistono dando una certa familiarità con la lingua italiana agli abitanti di queste zone. Fino a qualche decennio fa anche un italiano poteva essere in grado di cogliere il senso delle frasi o capire l’oggetto di un discorso grazie all’abbondanza di vocaboli facilmente riconoscibili, anche se inseriti all’interno di una struttura grammaticale e sintattica molto diversa. La cosa più interessante per chi non ha nessuna dimestichezza con la filologia slava sarebbe sentire qualche esempio, che in alcuni casi può risultare anche, a mio parere, divertente.

Nell’articolo di domani vi farò l’esempio di italianismi presenti nella variante del serbo-croato parlata nelle Bocche di Cattaro.

Autore dell’articolo:
Dusko Djordjevic
Traduttore SH<>IT
Herceg-Novi (Montenegro)

Perché studi le lingue?

 Categoria: Traduttori freelance

Quante volte qualcuno mi ha chiesto: “Perché hai scelto proprio di studiare lingue? Io non ci capirei niente!”.
Io ho scelto di studiare lingue straniere perché fin da piccola mi hanno stregata: l’idea di poter capire chi parla in maniera differente da me è dannatamente affascinante, dopotutto la curiosità è una delle qualità più comuni tra gli esseri umani!
Forse sarà anche per il fatto che mia madre è nata in Argentina e lì ha vissuto buona parte della sua vita, quindi questo legame con le lingue è una cosa di famiglia, tant’è vero che anche mio fratello, alla fine, ha seguito questo percorso.

Studiare lingue permette di dire “I’m improving my Eglish” o “je suis en train d’améliorer mon français” quando ci si vuole prendere la libertà di vedere un bel film o magari leggere un bel libro in lingua originale… ma anche di chiacchierare o chattare con amici di altre parti del mondo o fare un bel viaggio culturale o trasferirsi per un periodo di studio/lavoro all’estero.
Già, studiare lingue è una gran bella opportunità, anche se, bisogna ammetterlo, non è poi una passeggiata, ci si trova a dover combattere con accenti strani, pronunce improbabili, suoni innaturali, frasi arzigogolate oppure troppo spesso si viene considerati una sorta di “dizionario vivente” da amici e familiari.

Tuttavia, nonostante le tante “fatiche”, posso dire che per me ne è proprio valsa la pena e se dovessi rispondere ora alla domanda “perché hai scelto la facoltà di lingue?” direi che l’ho scelta perché mi permette di conoscere altri luoghi, altre culture, altre persone… e conoscere gli altri ci aiuta a capire meglio noi stessi, il mondo dove viviamo e il modo in cui viviamo!

Autore dell’articolo:
Silvia Sanginiti
Traduttrice EN-FR>IT
Milano

Tradurre un testo

 Categoria: Servizi di traduzione

Tradurre un testo richiede la capacità di comprendere a fondo il reale significato del testo, anche al di là delle parole. In linea di massima, quando si traduce un libro, prima di tutto bisognerebbe capire e conoscere lo spirito del tempo, l’atmosfera in cui è ambientato il romanzo e l’esperienza di vita dello scrittore.
Particolare attenzione dovrebbe anche essere prestata al contesto dei personaggi protagonisti o meno del racconto, al momento storico ed economico in cui è ambientato.

Dall’altro lato, nella traduzione di un testo tecnico bisogna curare il lessico specifico, ossia è necessario prima conoscere i prodotti a cui ci si riferisce e familiarizzare con le relative caratteristiche al fine di essere in grado di spiegare come funzionano, come si installano, come gestirli al meglio e quali problemi possono avere; descrivere i loro componenti con l’assistenza tecnica eventualmente offerta.

In merito invece alle traduzioni di testi commerciali (siano essi offerte, ordini, richieste di consegna, ritardi di produzione, garanzia, termini di pagamento, imballo, resa, fatture, documenti di consegna, bolle doganali, listini prezzi, contratti di rappresentanza/agenzia etc.), è necessario disporre di una buona capacità comunicativa e conoscenza dei termini specificatamente utilizzati.

Ultimo, ma non per importanza, bisognerebbe sempre tenere a mente che qualsiasi testo deve essere contestualizzato relativamente al paese di origine dell’autore, adattato all’atmosfera in cui è stato concepito ed interpretato come è stato inteso fin dall’inizio.
Concludo affermando che il lavoro di traduttore/interprete mi ha sempre appassionato proprio perché richiede la capacità e profondità necessarie per poter “leggere” oltre che tra le righe!

Autore dell’articolo:
Anna Maruelli
Traduttrice freelance
Brescia

Il “Globish”: lingua del futuro

 Categoria: Le lingue

La comprensione del pensiero espresso attraverso l’utilizzo del linguaggio è per molti l’espressione dell’immanentismo Spinoziano: noi siamo Dio, Dio è in noi. La parola, le locuzioni, gli avverbi sono gli strumenti attraverso cui una lingua è capace di scavare nel vissuto emotivo individuale; l’espressione verbale del pensiero, accozzaglia disordinata di suoni più o meno gradevoli per uno straniero, risulta essere uno dei più grandi fenomeni che, nel quotidiano, attestano la grandezza della natura umana. Viene da chiedersi quale sia l’arcano meccanismo attraverso il quale il suono articolato in parole riesca a trasformarsi, nelle sinapsi neuronali, in impulso elettrico e quindi in emozioni in un’area cerebrale denominata sistema limbico. La torre di Babele dipinta da Bruegel nel 1563 testimonia la desolazione di un’umanità improvvisamente privata della capacità di intessere un dialogo con i propri simili e nell’impossibilità di formulare un pensiero omni-comprensibile. Le lingue rappresentano, infatti, uno strumento di avvicinamento ma anche di crudele allontanamento tra popoli che non le condividono.

La conoscenza di una lingua o del dialetto che la sottende è l’espressione di una volontà di appartenenza che esclude la continua ed inquieta ricerca dell’altrove, implica una forte motivazione all’attaccamento alle proprie radici, non importa quanto lontano da esse ci si trovi.
La lingua è un concetto vivo non scevro dalla commistione con altrettante componenti vitali appartenenti ad altri idiomi giunti a contatto durante i processi di dominazione straniera o di scambio economico tra le nazioni. E’ sorprendente, infatti, scoprire come alcuni dialetti siano stati marchiati da vocaboli esteri, durante gli anni tumultuosi delle due grandi guerre. Conoscere più lingue ci pone sulle tracce del nostro passato facendo rivivere a ritroso, il momento del contatto tra i popoli in un istantaneo ritorno ad un passato ricco di un delicato legame affettivo. Si scopre così come alcuni vocaboli scivolino da una lingua all’altra trasformandosi ed intridendosi di peculiarità locali e nello stesso tempo amalgamandosi perfettamente al nuovo idioma dimentichi del travaso e pronti ad una nuova fase vitale che li cambierà e forse presterà a nuove geografie. Una lingua è madre, è famiglia e vissuto, niente di più accogliente nella vita di un’individuo, è il luogo dove ci si sente al sicuro, esserne padroni, addomesticarla ed esaltarla implica personalità e carattere. Nuovi passi verso un altro idioma rendono incerti e barcollanti, insicuri e vulnerabili ma forti e soddisfatti non appena si incede nei meandri costituiti da nuovi suoni e parole con maggiore padronanza.

La globalizzazione, dettata ed imposta dai nuovi sistemi di comunicazione, scopre la necessità di sentirsi cittadini del mondo e nel contempo rende urgente la comprensione tra i popoli. Tale esigenza ha portato alla nascita del globish una semplificazione dell’inglese che viene divorato in massa dalle popolazioni della terra. Il globish è una lingua impersonale che consente di comunicare in maniera immediata senza troppe complicazioni, non ha nulla del sangue e dei geni di un luogo ma è comunque in grado di inoltrarsi in percorsi economici, scientifici e giuridici in modo asettico e poco coinvolgente. Non impariamo l’inglese ma la lingua del globale che si divulgherà in maniera inarrestabile e forse tra qualche millennio cancellerà la tradizione e diverrà l’unico idioma del pianeta. Il compito delle nostre radici sarà quello di trattenere il passato e con esso la cultura e la tradizione popolare incuranti del mondo nuovo che corre e cancella i trascorsi della storia e della cultura di un paese. Il processo di traduzione risulta indispensabile nel mantenimento delle lingue, impedirà che un inglesismo incontrollato si impadronisca della nostra cultura impoverendoci di un patrimonio dal valore inestimabile.

Autore dell’articolo:
Raffaella Marasco
Specialista in Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva
Specialista in Medicina Interna
Traduttrice EN-ES>IT
Catanzaro

La lingua mezzo di comunicazione

 Categoria: Traduttori freelance

La lingua ha delle origini antichissime. La “lingua” viene definita come quel sistema di comunicazione verbale o gestuale che permette a tutti gli esseri umani di poter comunicare tra loro. È tramite il linguaggio (scritto o orale) che l’uomo ha la capacità di poter esprimersi e di farsi capire all’interno di una comunità; linguaggio che è possibile solo grazie ad un sistema di segni. La disciplina che studia la lingua è la linguistica, che intende la lingua come quel potenziale innato dell’uomo di produrre il linguaggio. Senza la lingua, la parola, non ci potrebbe essere comunicazione, senza di essa l’uomo non potrebbe comunicare con gli altri esseri umani che popolano il pianeta.

La comunicazione avviene nel momento in cui avviene un passaggio di informazioni da un’emittente ad un destinatario, così che il messaggio possa coincidere con l’informazione decodificata dal ricevente. Gli studi sul linguaggio portano ad affermare che il linguaggio sia inteso come facoltà umana di comunicare attraverso sistemi verbali e studi sulla lingua intesa come manifestazione concreta delle potenzialità verbali di un individuo che si realizzano in un contesto storico, geografico, sociale. Ma non è solo l’uomo che riesce a comunicare con i suoi simili, anche gli animali riescono a scambiarsi informazioni tramite segni che, pur non essendo verbali, permettono loro di comunicare. La lingua viene considerata come uno strumento importante, ossia quella capacità che è alla base di tutte le funzioni concettuali. La lingua è il “mezzo” di comunicazione più appropriato che l’uomo ha a disposizione per poter partecipare alla vita della sua comunità, trasformandosi, in questo modo, in un membro attivo, ricevendone il bagaglio culturale che può essere modificato secondo le sue esigenze. Tramite la lingua, l’uomo esprime la sua cultura, le sue idee politiche, religiose, culturali, i suoi sentimenti più profondi. È grazie all’uomo che si sono articolate dalle lingue antiche come il latino e il greco, altre lingue (lingue neolatine) che permettono a ciascun popolo di poter esprimere le loro idee, cultura e pensieri.

La lingua, dalla sua nascita, continua a crescere giorno dopo giorno, caratterizzata sempre da nuove parole che vanno ad evidenziare l’evoluzione che l’uomo ha avuto nel corso degli anni. Imparare ad apprendere più lingue non solo aumenta il nostro bagaglio culturale, ma in questo modo abbiamo la possibilità di iniziare a conoscere una nuova cultura diversa dalla nostra, offrendoci la possibilità di crescere dal punto di vista intellettuale. Anche se all’inizio risulterà difficile cercare di entrare “nell’ottica” di una cultura diversa, pian piano l’uomo riuscirà ad accettare ciò che è diverso dalla propria lingua. E il lavoro del traduttore consiste proprio in questo: cercare di saper cogliere quelle che sono le differenze, e soprattutto riuscire a capire l’altro anche se “usa” una lingua diversa dalla nostra.

Autore dell’articolo:
Nunzia Bonelli
Traduttrice EN-FR-ES>IT
Andria (BT)

Una traduzione sufficientemente buona (2)

 Categoria: Traduttori freelance

In che modo il traduttore può ottenere quella che nell’articolo di ieri definivo una traduzione “sufficientemente buona”? Innanzitutto riconoscendo a priori il ruolo positivo del conflitto evitando che questo si trasformi in dilemma, portando ad un blocco irrisolvibile del lavoro, e farne terreno di scoperta, dialogo, apertura all’alterità. Una volta entrato nella giusta dimensione, egli scoprirà che il costante confronto col testo si trasforma mano a mano in un rapporto ermeneutico non solo di traduzione ma anche di interpretazione. Proprio l’interpretazione gioca un ruolo, a mio parere, fondamentale nel processo traduttivo, sia che si opti per una traduzione libera sia che si opti per una traduzione letterale. Anche su questo punto le teorie si sono sprecate. Ciò che però alla fine emerge dalla mischia delle posizioni contrastanti, è che non può venire imposta una regola oggettiva e universale in merito. Questo perché quando si parla di traduzione bisogna tener presente sia la vastità del campo nel quale ci si va ad introdurre, sia il fatto che non esiste un metodo di traduzione per eccellenza universalmente applicabile. Infatti trovarsi a tradurre dall’inglese all’italiano un libro per bambini richiede una competenza e un approccio metodologico sicuramente differente rispetto alla traduzione di una tavoletta ittita del II millennio a.C.

Quello che interessa veramente al pubblico al quale la traduzione è rivolta, è che questa sia chiara ma non semplicistica. Il traduttore non deve rendere ad ogni costo nella propria lingua tutti i termini che si trova davanti, anche perché ve ne sono sempre (qualunque cosa si stia traducendo) alcuni che è impossibile rendere in un altra lingua proprio perché non esiste una trasposizione semantica equivalente. In casi come questi vanno semplicemente lasciati nella lingua originale e corredati di apposita nota esplicativa a piè di pagina. L’uso dei sinonimi poi, come sosteneva Roman Jakobson, risulta un valido aiuto in caso di difficoltà. Siccome la lingua è un codice, ossia un sistema di segni, la ricerca di un sinonimo contribuisce ad aumentare maggiormente la funzione comunicativa e informativa della lingua stessa, funzione della quale la traduzione deve farsi carico.

All’inizio si è accennato al fatto che ogni volta che si effettua una traduzione ciò che ne risulta è sempre un’opera nuova, anche se spesso il traduttore non ci pensa affatto oppure non si rende conto di aver accettato una missione così importante. Questo è un fatto positivo a patto di non perdere mai di vista l’originale, vero punto di partenza e di riferimento dal quale non deve allontanarsi mai. Le traduzioni che mantengono a fianco il testo a fronte sono, a mio avviso, il modo migliore che il lettore (unico e vero giudice) possiede per valutare tramite il confronto diretto con l’originale il lavoro del traduttore.

Autore dell’articolo:
Laura Belinzoni
Traduttrice EN>IT
Pavia

Una traduzione sufficientemente buona

 Categoria: Traduttori freelance

Quando possediamo un’ottima conoscenza di una determinata lingua straniera, tradurre ciò che leggiamo nella nostra madrelingua ci appare qualcosa di scontato e immediatamente fattibile. Ma è davvero così? Innanzitutto occorre definire che cosa si intende davvero per traduzione e, già qui, iniziamo a renderci conto di stare varcando un terreno disseminato di teorie contraddittorie e che richiederebbero ben altro che un breve saggio per essere esposte come meritano.
Volendo partire da quella che è considerata la definizione base, diremo che la traduzione è un semplice trasferimento di un messaggio da un mezzo linguistico ad un altro. Anche se semplice, in realtà, non lo è mai. Per restringere ulteriormente il campo, qui tratterò solo della traduzione come trasposizione linguistica di un testo scritto da una lingua all’altra. Chi ha studiato anche solo un poco di latino sa che il verbo “tradurre” deriva dal latino tra-ducere (ossia portare/condurre fuori) che fu adottato per la prima volta dall’umanista rinascimentale Leonardo Bruni, al quale si deve proprio il passaggio dal transferre utilizzato dai latini, appunto, al traducere. Da qui l’idea moderna della traduzione come trasmissione attiva della forma dell’originale che è diventata la base per la costruzione di altre concezioni più complesse anche dal punto di vista epistemologico e filosofico.

Ma torniamo al punto di partenza: ossia che cosa deve o non deve fare un soggetto che si trova a dover tradurre un testo dalla propria lingua ad un’altra che, come già precisato, pur conosce molto bene. La prima cosa che non può assolutamente ignorare è, a mio parere, la certezza che dentro a quel testo è racchiusa una parte più o meno grande di cultura del luogo dal quale il testo proviene e che ogni singolo enunciato è, nello stesso tempo, specchio che riflette l’immagine di quella cultura e fanale puntato sullo sguardo del traduttore come monito a non distaccarsi troppo dall’originale per non rischiare di snaturarlo o addirittura di perderlo.
La traduzione, non dobbiamo mai dimenticarlo, è infatti già di per sé metamorfosi e, seppur minimamente, porta comunque a un cambiamento. Essa, lungi dall’essere solo un trasferimento linguistico di significati, investe anche e soprattutto concetti e conoscenza. Tra il testo straniero e quello tradotto si impone sempre una distanza che, se non dovutamente compresa, può trasformarsi in vero e proprio conflitto. Compito del bravo traduttore è quello di “afferrare” questa distanza e farne il “mezzo” per raggiungere lo “scopo”, e cioè, usando un linguaggio più psicanalitico che letterario, quello di ottenere una traduzione “sufficientemente buona”.

Continuerò ad esporre il mio pensiero in materia nell’articolo di domani.

Autore dell’articolo:
Laura Belinzoni
Traduttrice EN>IT
Pavia

Non si finisce mai di imparare una lingua!

 Categoria: Le lingue

Perché si studiano le lingue? A me piace pensare che non debba essere solo ed esclusivamente perché “Al giorno d’oggi senza sapere le lingue straniere non si va avanti”. Da una parte è vero, ormai lo sappiamo bene che per lavorare oggi l’ideale è conoscere bene almeno una o due lingue straniere, ma almeno per me non si tratta di studiare una lingua solo per trovare lavoro.
Imparare una lingua straniera è, prima di tutto, un piacere personale, uno sfizio. A me capita spesso di soffermarmi ad ascoltare persone di altri paesi che parlano nella loro lingua madre, completamente rapita ed affascinata.
Certo, al mio orecchio alcune lingue risultano più cacofoniche di altre, ma non per questo le considero lingue “brutte”, ogni lingua ha dietro di sé tutto un mondo.
Ci sono anni di storia, cultura, usi e costumi che noi neanche possiamo immaginare, ed è proprio conoscendo ed amando tutto ciò che c’è dietro ad una lingua, che possiamo dire di poterla capire e padroneggiare veramente.

Ma come si imparano le lingue, allora? È ovvio che bisogna studiare grammatica e vocabolario, ma non è solo con questo che si può dire di saper parlare una lingua.
È molto utile ascoltare musica, vedere film e leggere libri, il tutto ovviamente nella lingua che si è interessati ad apprendere, anche se vi accorgerete presto che, al primo confronto con i madrelingua, potreste avere qualche problema a comprenderli o a farvi comprendere appieno.
Questo capita perché fino a che non si riesce ad entrare nell’ordine di idee o nella mentalità tipica dei parlanti di una certa lingua, sarà molto difficile comprenderne il linguaggio. Bisogna tenere a mente che le lingue moderne sono in continua evoluzione, perché sono costantemente create e rinnovate dai parlanti. È bene quindi tenersi continuamente aggiornati e studiare i nuovi termini e le costruzioni grammaticali che potrebbero essere creati o modificati.

È proprio per questo che non si finisce mai di studiare ed imparare una lingua!

Autore dell’articolo:
Ilaria Caredda
Traduttrice EN>IT
Roma

Il mio amore per le lingue

 Categoria: Traduttori freelance

Il mio amore per le lingue nasce fin da bambina con un semplicissimo viaggio a Parigi.
BAM!!! Amore a prima vista.
Ricordo ancora adesso i suoi profumi, l’atmosfera romantica, la poesia che emanava e quel tocco retrò che la contraddistingue da sempre.
Al ritorno nella mia Sicilia pensavo che quei ricordi mi avrebbero accompagnata per un po’, forse fino all’adolescenza, ma non avrei mai immaginato che mi avrebbero accompagnata così a lungo, sino ad oggi, ormai non più una bambina, rimanendo così impressi nel mio cuore.
Anche perché nel mio percorso di studi, ho intrapreso altre strade (studi classici) che di certo non mi facevano presagire un ritorno al mio primo amore, ovvero scegliere la facoltà di Lingue e Letterature straniere. Forse un segno del destino, chissà… eppure è stato così.

Perché studiare, apprendere, conoscere una lingua straniera?
Per molti la sola menzione di un termine straniero o di un minimo approccio a ciò che è diverso, risulta un qualcosa di ostico, di incomprensibile, al di sopra delle proprie potenzialità e allora se ne allontanano perché spaventati, restando chiusi nella loro torre d’avorio al riparo da ciò che è meno noto, restringendo così la loro mentalità e il loro campo visivo. Eppure si sbagliano, perché ciò che si riceve in dono dallo studiare e dal fare propria un’altra lingua è un arricchimento che non ha eguali (come del resto il sapere in generale).
Ciò detto, non è mio interesse scendere in dettagli tecnici o dilungarmi in noiose nozioni di grammatica, sono qui per comunicare, a chi forse leggerà questo articolo, che allargando solo un po’ il proprio orizzonte ci si può ritrovare immersi in un mondo inesplorato, ricco di novità e scoperte sensazionali che lo studio di una lingua straniera può dare.

Così, ormai da parecchi anni, riverso il mio amore e la mia passione ora nell’Inglese ora nel Francese (le mie due lingue preferite) e mi ritrovo a fare un viaggio speciale attraverso culture e realtà diverse. Ad esempio, grazie ad autrici come Emily Brontë e Jane Austen, ho imparato che una donna, lottando, è capace di realizzare i suoi sogni nonostante le difficoltà che la vita le riserva. Invece Shakespeare, mio grande amore in età adolescenziale, con i suoi sonetti mi ha trasmesso la passione per la poesia e mi ha fatto provare, grazie alle sue opere tragi-comiche, sentimenti veri: amore e passione con “Romeo e Giulietta”, gelosia con “Otello” e mi ha immerso in una dimensione da sogno con “Sogno di una notte di mezza estate”.
E che dire poi della suspence provata con Alexandre Dumas e il suo “Conte di Montecristo” o del romanticismo puro regalatomi da Jacques Prèvert e dalle sue poesie? E dei luoghi che ho visitato con la fantasia? Dalla campagna inglese alla frenetica vita di città parigina, incontrando nel frattempo una miriade di personaggi, ognuno con le sua storia, la propria vita e le proprie usanze.
Ma il mio viaggio non è solo di fantasia e rivolto al passato. Non dimentichiamoci dell’uso attualissimo delle lingue che ci connettono con il mondo intero e ci permettono di comunicare anche con chi abita all’altro capo del mondo rendendoci vicini gli uni agli altri pur avendo culture, usi e costumi diversi.
È straordinario! Perché rinunciarci??
Quindi buon viaggio con lo studio delle lingue.

Autore dell’articolo:
Massari Stefania
Aspirante traduttrice EN-FR>IT
Comiso (RG)

Come memorizzare i caratteri cinesi (2)

 Categoria: Le lingue

Nell’articolo di ieri ho parlato dell’associazione, una tecnica a mio parere molto efficace per memorizzare i numerosissimi caratteri di cui è composto l’alfabeto cinese. Qui di seguito farò degli esempi pratici sull’utilizzo di questa tecnica.

Il carattere 猫 māo, “gatto” è composto dal radicale del cane (costituito dal primo segno a sinistra) che per estensione assume il significato più ampio di “animale quadrupede mammifero”, ed è infatti usato anche per scrivere i caratteri aventi per significato “lupo” 狼, “volpe” 狐 e altri ancora. Tra le componenti del carattere māo troviamo poi la parte fonetica miáo, 苗, che a sua volta è composta dall’erba o germoglio, căo 艹, e dal campo coltivato, tián 田. Una volta scomposto il carattere è dunque possibile collegare i rimandi semantici delle sue componenti, che sono informazioni che già conosciamo, creando un’immagine mentale che dovrebbe restare impressa nella nostra memoria. In questa immagine vediamo un gatto in un campo che difende i germogli, perché stana i topi che infestano le colture.

Un altro esempio può essere costituito da鲨 shā, “squalo”. Questo carattere è diviso in due componenti principali: il pesce, yŭ 鱼, e la sabbia, shā 沙, che a sua volta è composta dal radicale dell’acqua (le tre gocce a sinistra), e da “poco”, shăo 少. Possiamo pensare che la sabbia sia un elemento dove si può trovare poca acqua, ma per ricordare tutto il carattere avente “squalo” per significato, possiamo evocare un’immagine mentale. Lo squalo è un pesce che si può trovare anche nelle acque basse, vicino a riva, dove c’è poca acqua appunto, mentre nuota sfiorando la sabbia. Per ricordare il carattere shā, possiamo allora immaginarci uno squalo, cioè un pesce, che nuota a riva, dove c’è poca acqua.

Sono moltissimi i caratteri cinesi per la cui memorizzazione è possibile avvalersi di associazioni e collegamenti tra i significati o comunque tra i rimandi semantici dei suoi componenti. In alcuni casi si possono creare immagini anche bizzarre e stravaganti che restano impresse nella nostra memoria con una forza intensa, perché tutto quello che è strano e inusuale colpisce la nostra immaginazione e la nostra capacità di ricordare. Per coloro che si apprestano allo studio della lingua cinese e incontrano difficoltà nell’apprendimento e nella memorizzazione dei caratteri, un metodo molto utile ed efficace può essere pertanto rappresentato dall’associazione, scomposizione e creazione di idee ed immagini mentali, come ho potuto riscontrare anche nelle sperimentazioni di memorizzazione dei caratteri cinesi che ho svolto sia con soggetti principianti sia con soggetti che studiavano il cinese già da un paio di anni.

Autore dell’articolo:
Cristina Bordiga
Laureata in Scienze Linguistiche e Letterature Straniere (I livello)
Curriculum Relazioni Internazionali
Aspirante traduttrice
Bagolino (BS)

Come memorizzare i caratteri cinesi

 Categoria: Le lingue

La memoria riveste un ruolo di fondamentale importanza nell’apprendimento delle lingue straniere. Per imparare il cinese si dimostra essere una dote addirittura indispensabile. Infatti, i caratteri cinesi arrivano a superare le 56.000 unità, sebbene sia stato stimato che un cinese usi quotidianamente circa tremila caratteri. Per gli studenti stranieri interessati allo studio della lingua cinese, il sistema di scrittura rappresenta pertanto un grosso ostacolo, tenuto conto anche del fatto che i caratteri cinesi sono estremamente più complessi e graficamente più articolati rispetto alle nostre lettere dell’alfabeto fonetico e inoltre contengono diverse sfumature semantiche.

Per l’apprendimento dei caratteri cinesi è quindi fondamentale avvalersi di tecniche di memorizzazione e strategie mnemoniche. Oltre alla ripetizione e alla reiterazione meccanica dei caratteri, che sono i modi più semplici ed elementari ma anche i più usati dagli studenti, la tecnica forse più efficace è l’associazione, che permette di memorizzare i caratteri cinesi non solo per brevi periodi di tempo. Con associazione si intende mettere in relazione e collegare informazioni nuove da apprendere con informazioni già acquisite.

Ogni carattere cinese contiene infatti un elemento chiamato radicale. Questa parte del carattere è la sua chiave di lettura, la componente che conferisce significato al complesso fonetico. I dizionari di cinese, che non possono essere organizzati secondo un ordine alfabetico, vengono redatti secondo il criterio dei radicali, che sono in tutto 227. Ogni studente inizia quindi il suo apprendimento cominciando a imparare insieme ai primi caratteri anche alcuni radicali, molti dei quali rimandano a elementi concreti come acqua, fuoco, mano, cane. La prima scomposizione per memorizzare un carattere è pertanto tra il radicale e la parte restante. Dato il rimando semantico del radicale è già possibile avere una prima idea da ricordare alla quale poi associarne altre. Molti caratteri, come i composti logici o i composti semantico-fonetici, sono formati a loro volta da caratteri più semplici, alcuni dei quali aventi un proprio significato anche presi singolarmente, come i pittogrammi. I pittogrammi derivano da immagini che rappresentano oggetti fisici o concetti raffigurabili visivamente in modo piuttosto concreto. Si tratta, parlando in termini semplificati, di disegni molto stilizzati, che ci vengono in aiuto ai fini della memorizzazione. Collegando il radicale (e dunque l’elemento cui il radicale rimanda), al rimando semantico delle altre componenti del carattere è possibile creare un’immagine mentale, un’associazione che facilita appunto l’apprendimento del carattere.

Nell’articolo di domani farò degli esempi sulla tecnica sopra esposta.

Autore dell’articolo:
Cristina Bordiga
Laureata in Scienze Linguistiche e Letterature Straniere (I livello)
Curriculum Relazioni Internazionali
Aspirante traduttrice
Bagolino (BS)

Le traduzioni tecnico-scientifiche

 Categoria: Servizi di traduzione

La fedeltà nella traduzione di un testo tecnico-scientifico, oggi, comporta delle problematiche che vanno indubbiamente affrontate. La questione alla base di tutto è la ancora scarsa conoscenza di lingue straniere che, mediamente, gli studenti italiani hanno ancora oggi. Sicuramente il progetto Erasmus apre a tutti gli studenti delle opportunità un tempo lontane. Ma non tutti vi aderiscono e non tutti, altrettanto, sono in grado di trarne i vantaggi. In questo senso va considerata una strada obbligata quella intrapresa dal Politecnico di Milano che ha disposto che a partire dal prossimo anno accademico le lezioni saranno tenute solo in inglese.
Questo consentirà un approccio ed una familiarità con l’uso della lingua straniera che ha come unica alternativa, per la maggior parte degli studenti, il doversi costruire questa conoscenza individualmente, con alti costi in termini di impegno e spesa.
L’ambito, tuttavia, è ristretto. I soli studenti del Politecnico avranno quest’opportunità. Resta aperta, pertanto, la questione della traduzione di testi tecnico-scientifici e a chi affidarla.
Se confrontiamo un testo scientifico di, diciamo, trenta anni fa con uno dei giorni nostri le differenze sono, ovviamente, enormi.

Trenta anni fa un traduttore di testi generici poteva accostarsi alla traduzione scientifica grazie alla normalità del linguaggio e, con pochi ricorsi alle spiegazioni di esperti in materia, poteva affrontare il lavoro senza grandi difficoltà.
Oggi il panorama è molto cambiato. I testi scientifici e tecnici sono scritti in una sorta di linguaggio specifico per ogni settore. Il gergo complesso, il linguaggio per iniziati, sono diventati la normalità in quasi tutti i settori, ed anche per la provenienza. Un testo in inglese, ad esempio, che tratta di uno stesso argomento tecnico, presenta ovviamente delle notevoli differenze a seconda se è scritto in Giappone, in India, in Germania o negli Stati Uniti.
A questo va ad aggiungersi una marcata e necessaria tendenza alla sintesi, un largo uso di acronimi che spesso sono identici ma che hanno significati profondamente diversi a seconda del campo di applicazione, e che sono il vero incubo dell’interprete sul campo, ed infine, riferimenti a parametri statistici e matematici dai quali non si può prescindere. Inoltre bisogna saper leggere un grafico, una tabella, il risultato di un’analisi, per poter tradurre in modo corretto un testo.

In conclusione, l’interpretariato, la traduzione e la revisione di lavori tecnico scientifici necessitano da parte del traduttore/interprete/revisore di una preparazione di base che consenta la qualità alta del lavoro.
Le agenzie, chiamate a svolgere il proprio ruolo, hanno il compito di effettuare le opportune selezioni dei loro collaboratori e promuovere le condizioni che consentano a più specialisti di accostarsi al mondo delle traduzioni, così che questi possano offrire il proprio know-how a beneficio della qualità del lavoro.

Autore dell’articolo:
Marina Modafferi Magliano
Traduttrice freelance EN>IT
Napoli

Il desiderio di tradurre un libro

 Categoria: Servizi di traduzione

Scrivere su un blog?!
Io che ho sempre fatto resistenza e che appartengo alla generazione della carta e della penna e mi piace riconoscere le calligrafie e conoscere il mio interlocutore?
Eppure, a pensarci bene, non eravamo altro che blogger ante litteram, solo meno pigri, noi che trovavamo pacchi di lettere nella cassetta della posta ogni mattina e che alcune, già a vederle lì, ancora chiuse, ci davano un fremito e ci facevano spuntare un sorriso di gioia vera.
È vero, anche senza i vantaggi di adesso, comunicavamo, eccome, con tutto il mondo. Ci scambiavamo visite e regali. Senza saperlo costruivamo un pezzetto del nostro futuro. Quindi, comunicare non è mai stato un problema e, malgrado le lingue diverse e le distanze ed i tempi lunghi, l’impegno anche fisico profuso non è mai pesato e non pesa tuttora. La soddisfazione di abbattere la barriera della differenza della lingua e della cultura, arrivare a quel punto magico in cui il discorso scorre fluido, perché si comunica quasi telepaticamente e ci si dimentica ogni diversità di fondo, e tutto questo avviene perché ci sei tu a tradurre, è grande. Tutto questo è diventato un lavoro. Il mio lavoro.

Già, le traduzioni. Chi pensava di farne un lavoro? Eppure ci sono arrivata. I miei studi di chimica, fisica, meccanica, idraulica, economia, diritto e, soprattutto, tutti i rami della biologia e dell’industria alimentare, perché ad agraria si studiava tutto, ma proprio tutto, mi hanno fatto diventare un discreto agronomo ed un ottimo traduttore. E’ immodestia pura, lo so, ma come si fa a tradurre un lavoro scientifico se non si ha una conoscenza di fondo di quanto si sta trattando? Sia per interpretariati, sia per traduzioni scritte. Troppe volte, durante i miei interpretariati in fabbriche e laboratori mi sento dire: “Si vede che capisci quello che traduci”, come se non fosse indispensabile capire; oppure “Con te riusciamo a capire”, ma lo scopo dell’interpretariato non è proprio quello? E piano, piano sono passati più di venti anni. Mi è stato chiesto di entrare in questo mondo che mi ha regalato le esperienze più belle e gli amici più cari. Mi ci sono accostata in punta di piedi, pensando di non averne il diritto, perché i miei studi sono stati diversi, eppure ora non saprei dire quale lavoro mi piace di più. Le agenzie mi hanno offerto le tecniche che mi mancavano. La simultanea, la consecutiva, le trattative, le revisioni. Scariche di adrenalina a mille quando le trattative sono per contratti importanti. E poi lavori di ricerca scientifica, arte e restauro di monumenti, a me che ne sono appassionata. Quale altro lavoro mi avrebbe fatto partecipare allo smantellamento di un grosso aereo, o a guidare un’unità cinofila straniera sui luoghi di un terremoto, o assistere alle fasi di ricerca e sviluppo di gelati che poi ho visto in commercio? Mi considero fortunata.

Eppure, qualcosa mi manca. Un desiderio che mi è rimasto ancora inappagato.
La traduzione di un libro. Vedere il mio nome sulla seconda di copertina: ”Traduzione di…”.
Ovviamente un libro bello, di quelli che compro e leggo d’un fiato. Di quelli in cui mi piace giocare a cercare l’errore o il “come avrei tradotto io”. Già, dalla traduzione che leggo intuisco come doveva essere il testo originale ed immagino come sarebbe stato più fedele all’intenzione dell’autore tradurre in modo diverso. Ebbene, questo mi capita spesso ed ora mi è venuto il desiderio di tradurre un libro.
Hai visto mai…

Autore dell’articolo:
Marina Modafferi Magliano
Traduttrice freelance EN>IT
Napoli

Il mio primo approccio con l’inglese

 Categoria: Traduttori freelance

Ricordo ancora con tenerezza il mio primo approccio con l’Inglese. Eccomi lì: una bimbetta di otto anni, seduta per terra con i miei compagni di classe, naso all’insù a seguire stregata la mia maestra dai riccioli d’oro che insegnava le prime parole a ritmo di canzoncine e balletti. Come dimenticare “Goldilocks and the Three Bears song: Mama and Papa love Baby Bear!” (Cos’altro avrebbe potuto farci cantare una bionda riccia, se non Goldilocks?!). Da lì, un’escalation di successi canterini, conclusasi con la mia prima performance pubblica al concerto di Natale per i genitori, sulle note di “We are the World, We are the Children!

Purtroppo il mio talento incompreso non mi ha portato a sfondare nel mondo della Disco Music (nonostante la mia Playlist indiscutibilmente vincente!) ma, come canta Billie Joe Armstrong nella sua Good Riddance: “Time grabs you by the wrist, directs you where to go…”, dopo una Laurea in Lingue mi sono ritrovata a fare l’agente di viaggi.
Ora, cosa c’entri la professione di consulente turistico con quella dell’insegnante (lo ammetto, il mio vero sogno era insegnare Goldilocks ai bambini, come la mia adorata maestra, nonostante i miei black straight hair), ancora non l’ho capito.
Tuttavia, ritrovarmi a navigare quotidianamente tra AVAILABILITY, ALLOTMENT, RELEASE, OVERBOOKING, NO SHOW e RESERVATION usando il mio GLOBAL DISTRIBUTION SYSTEM, mi ha fatto tornare nostalgia di quello che era il mio sogno, il mio: “Da grande voglio fare…”, nonché progetto su cui ho improntato tutta la mia formazione.
E allora mi chiedo: Ho sbagliato strada? Il treno che realmente avrei dovuto prendere, mi è sfrecciato davanti senza che me ne accorgessi? La mia nave è salpata senza di me? Oh, ecco! Senza accorgermene, alludo costantemente al mio lavoro! Ma come far convergere queste mie passioni? Idea! I will become a Polyglot Travel Consultant! In fondo le due cose non sono così distanti, anzi, sono più che mai legate. Il viaggio rappresenta la sete di curiosità e di scoperta di tutto ciò che è diverso, come esperienza di arricchimento personale e, per poter realmente comprendere e apprezzare le meraviglie che ci circondano, è più che mai necessaria la conoscenza delle lingue. Pensiamo a cosa ne nascerebbe se, affamati al ristorante ordinassimo del PANE anziché del BREAD

Ecco allora che il cerchio si chiude. Ora so finalmente che la strada presa era quella giusta, niente più nuvole all’orizzonte, ma solo voglia di conoscere, visitare, scoprire luoghi e culture lontane e condividere con chi non ha la possibilità di partire, questo prezioso tesoro chiamato Mondo. “… A whole new world, a hundred thousand things to see, I’m like a shooting star, I’ve come so far, I can’t go back, to where I used to be…

Autore dell’articolo:
Silvia Olivato
Laureata in Mediazione Linguistica e Culturale
Aspirante traduttrice turistica EN-FR-ES>IT
Rubano

Due parole

 Categoria: Traduttori freelance

La lingua è la cultura. Le parole hanno una storia, veicolano la nostra, e ognuna di esse è una finestra aperta sulla nostra percezione della realtà, la nostra Weltanschauung, la nostra restituzione della realtà, la nostra relazione al mondo. Il traduttore è, per le necessità del suo lavoro, anche uno studioso che si addentra nel cuore della parola, esplora i suoi recessi più reconditi per portare alla luce tutti i tesori nascosti che alberga, riportando in superficie a volte perle di poesia che ci ricollegano con l’infinito e la nostra fragile, illimitata e meravigliosa umanità.

Desiderio è una di queste parole. Desiderio viene dal latino de-sidus, sideris, terza declinazione. Sidus indica un gruppo di stelle, e letteralmente, il desiderio è la privazione di poter contemplare le stelle. Il desiderio è la nostra volontà di raggiungere le stelle assenti, il nostro bisogno di proiettarci verso gli immensi cieli dei nostri sogni, stabilire una relazione con gli astri celesti che illuminano il nostro terreno destino.

Die Brille, dal latino beryllum, les lunettes, glasses, occhiali; chi si riferisce alla loro forma, chi al loro aspetto lucido, chi alla materia che li forma e chi invece all’organo del quale migliorano l’efficacia. Tedeschi, Francesi, Inglesi e Italiani hanno dato allo stesso strumento un nome ispirato all’aspetto che, secondo ognuna di queste nazioni, è quello più caratterizzante. Messi insieme, danno una descrizione esauriente di quell’oggetto di vetro lucido e di forma rotonda che aiuta i nostri occhi a percepire il mondo. Come altrettanti proiettori che, seguendo prospettive diverse, esprimono la realtà molteplice della stessa cosa, come tanti punti di vista che messi insieme ci aiutano ad avvicinarsi alla verità multidimensionale del nostro universo, come a suggerirci che la nostra è sempre una visione parziale: il nostro contributo umile ed essenziale alla vasta avventura dell’umano, alla quale possiamo sognare di dare un senso solo se prendiamo in considerazione la pluralità delle culture, delle civiltà, dei modi di vivere che popolano il nostro misterioso e vasto pianeta, e partecipano alla sua unicità.

Autore dell’articolo:
Brigitte Pargny
Traduttrice IT-EN>FR
Monterotondo (Roma)

La traduzione turistica

 Categoria: Servizi di traduzione

Che cos’è tradurre? Che cos’è turismo? Ergo, che cos’è la traduzione turistica? Questi i quesiti! Nella mia visione di mediatore linguistico e in veste di traduttore turistico, l’arte del tradurre è un’immensa opera artigianale. Così come il bravo giardiniere cura-coltiva-custodisce un prezioso giardino col lavoro quotidiano che, minuziosamente e sapientemente, crea con le proprie mani, così la Traduzione si propone come costante Medi-a-zione di Sens-a-zione del passato, del presente, del futuro.
Nel libro della Genesi è scritto: “…Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel Giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse”.
Nel 1800 , in “The Glory of the Garden”, Rudyard Kipling scriveva: “…la Gloria del Giardino sta laddove non cade lo sguardo…”.
Negli anni ’70, la celebre band americana “The Doors” si presenta al mondo con un verso del poeta-incisore inglese William Blake: “Se le porte della percezione fossero spalancate, ogni cosa apparirebbe all’uomo com’è, infinita…”. Ergo, quali si rivelano essere la visione, la natura, l’Essere stesso dell’opera di traduzione? Tradurre è assaporare il Profumo della Parola-Coltivare la Parola-Ri-creare la Parola. Accedere alla Parola nella sua dimensione olistica. Accogliere la Parola in ogni sua singola sfumatura. Annunciare una Parola Nuova. La tela del Beato Angelico “Annunciazione a Maria” ben coglie questo incanto. La Parola è rivelazione di mistero, di desiderio, d’ infinito. L’arte del tradurre si rivela, quindi, come il Ricreare un nuovo telaio di tessitura del nuovo testo; il Ridisegnare una parola in costante-continuo-incessante cammino; il Rimodellare il tessuto della Parola nella molteplicità, nella varietà e nella totalità di fili, incroci, ricami che la abbelliscono e la impreziosiscono per, poi, conservare quello stupore di bambino di fronte a tale Bellezza, Grandezza e Immensità e com-piacere dell’armonia e della sintonia di questo nuovo canto scritto.
Nel Cantico dei Cantici è scritto: “…Questo è il tempo di cantare..” e… di ascoltare, aggiunge Gerard Manley Hokins. In “The habit of perfection” , lo scrittore ripropone la ricerca dell’amore per la Parola quale“quella musica che io curi di ascoltare” .

Qual è il senso della Parola nel Turismo? Quale mediazione tra Parola e Turismo? Quale il significato della Traduzione Turistica?
Questo l’elogio di Proust al viaggio: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma, nell’avere nuovi occhi”.
La parola nella mediazione turistica ha in sé eloquenza-inerenza-coerenza tra testo di partenza e testo di arrivo. Una parola capace di amare la bellezza del testo: il suo colore, il suo ritmo, il suo senso. Una parola capace di manifestare l’essenzialità del testo. Una parola capace di rivelare la natura più nascosta, più profonda, più intima del testo. Nella traduzione turistica, la natura del testo si rivela come mediazione di una sens-a-zione legata a un’immagine. Quindi, tradurre Turismo è riconvertire-rielaborare-riproporre l’Immagine di un Luogo. La traduzione si manifesta, quindi, come momento di incontro-confronto di diverse società, culture, lingue. La parola è strumento di analisi-approfondimento-apprendimento del viaggio che stiamo per in-tra-prendere; un viaggio che è conoscenza dell’Altro che si rispecchia in Noi.
Chatwin, famoso viaggiatore-scopritore-narratore, sosteneva che “il viaggio non soltanto allarga la mente, le dà forma”. Formare l’uomo alla conoscenza di sé, della parola, del Libro del Mondo. E cosa rispondere all’affermazione di Sant’Agostino: “Il mondo è un libro e chi non viaggia ne legge solo una pagina”? Semplicemente con questi tre imperativi: Leggiamo! Conosciamo! Viaggiamo!

Autore dell’articolo:
R.V.
Laurea in Lingue Straniere Spec.Mediazione LInguistica
Traduttore turistico ENG <>ITL e FRA<>ITL

L’intraducibilità di una lingua

 Categoria: Le lingue

Cos’è una lingua? Un insieme di parole e segni dotati di un significato linguistico o qualcosa di più?
Questa mia domanda andrebbe in parte a spiegare il titolo del mio articolo e come esso andrà a svilupparsi, definendo cioè l’idea che una lingua per quanto “semplice” o “complessa” non è soggetta a traduzione in un’altra lingua.
Affermazione questa che probabilmente farà impallidire i miei lettori, ma che dopo un attimo di attenta riflessione li farà sicuramente meglio riflettere su quello che è un sistema linguistico.
Una lingua, da un punto di vista prettamente tecnico/linguistico strutturalista, e tutto ciò che ruota attorno ad essa, si districa attraverso i concetti di significante e significato, per chi non conoscesse questi due termini possiamo sommariamente definirli in questo modo:

- Significante: la sequenza di fonemi o grafemi di una parola;
- Significato: l’immagine mentale che noi abbiamo di quella parola.

Nulla di più o di meno senza scendere in complesse definizioni, esempi ed altro che appartengono alle scienze della linguistica e della filosofia del linguaggio.

Oggi però gli studi che riguardano la lingua e la traduzione si sono evoluti a tal punto da mettere in dubbio persino se stessi e la loro infallibilità, soprattutto per quanto riguarda il “campo” traduzione.
La domanda che i traduttori puntualmente si pongono è: “Come riuscire a trasferire un’idea, un concetto da una lingua all’altra senza snaturarlo?”  Non è facile riuscirci soprattutto se teniamo conto che ogni lingua si muove all’interno del suo universo culturale, cosa significa tutto ciò?
Un esempio meglio chiarificherà il concetto. Esiste una lingua Amerinda, l’Hopi, studiata dai linguisti Sapir e Whorf, che non possiede i concetti di destra e sinistra in senso spaziale ma solo il concetto di Punti cardinali, il perché è semplice, non vivendo in spazi cittadini ma all’interno di immense praterie il bisogno di orientarsi era possibile solo attraverso i punti cardinali; il bisogno di “inventare” i concetti di destra e sinistra non era loro utile per potersi orientare.
Il problema che potrebbe porsi un traduttore nei confronti dei suoi lettori è di come tradurre un testo Hopi affinché dei lettori occidentali possano comprenderlo, senza però snaturarlo culturalmente.
Il buon traduttore quindi, tenendo sempre ben presente che la traduzione ad sensum è l’unica possibile, dovrà fare un ulteriore sforzo di comprensione e cioè infiltrare se stesso in un universo culturale a lui totalmente estraneo cercando di trasferire nella maniera più “silenziosa” e naturale possibile determinati concetti che spesso nella sua lingua d’origine nemmeno esistono.
E’ quindi questo, a mio avviso, l’unico modo per cercare di bypassare l’intraducibilità di una lingua.

Autore dell’articolo:
Francesco Armando Coletti
Traduttore EN-FR>IT
Napoli

Imparare l’inglese in età adulta

 Categoria: Le lingue

La lingua inglese è un idioma molto affascinante, ma altrettanto molto difficile e complicato, a tal punto da non risultare così semplice a chi si appresta a volerlo imparare. Perché? Certamente se si inizia a studiarlo in età scolastica il percorso risulta un po’ meno tortuoso, grazie soprattutto alla mente del soggetto che, essendo più giovane ed allenata, possiede maggiore velocità e capacità di apprendimento.
La grande difficoltà che si riscontra nello studio dell’inglese è che si tratta di una lingua completamente differente dall’italiano: proviene dal filone delle lingue germaniche che possiedono una grammatica ferrea e ciò che la rende unica è la sua costante “sinteticità”. Quello che noi italiani esprimiamo con fiumi di parole arzigogolate ed inutili, gli inglesi lo rendono in modo veloce e sintetico, arrivando all’“essence” del discorso, con poche ma incisive frasi.

Ovviamente non si tratta solo della lingua, ma anche di ciò che si riscontra alla base di essa: la cultura, la storia, le tradizioni di un popolo sicuro di sé, pragmatico e diretto. Tutto ciò la rende una lingua molto difficile da imparare soprattutto in età adulta, in quanto il grande errore che l’allievo commette è il tentare di tradurre parola per parola, senza prestare attenzione al concetto generale. Occorre, invece, mettere in pratica la regola primaria: ciò che interessa non è la singola parola, ma il concetto. Si parte da questo, per poi trovare le parole inglesi più adatte ad esprimere tale concetto nel modo più esaustivo possibile, prendendo in considerazione anche il contesto socio-letterario che si trova alla base della cultura straniera.
Ragion per cui, se si desidera imparare questa lingua occorre “be detached” con la mente dalla propria lingua di origine e proiettarsi completamente in quella straniera, utilizzando una buona dose di pazienza e capacità di sintesi: ingredienti primari per il successo di una buona ricetta.

Autore dell’articolo:
Benedetta Camporesi
Traduttrice EN>IT
Forlì

Spagnolo e italiano: apparente somiglianza

 Categoria: Le lingue

L’ idea più diffusa è che per un italiano imparare lo spagnolo sia un compito facile. È realmente così? Di fatto l’ italiano e lo spagnolo sono lingue affini, ma lingue affini non vuol dire lingue facili.

Tutte le lingue che derivano dal latino condividono parole e strutture; nel caso dell’ italiano e lo spagnolo è più evidente, in quanto il grado di parentela tra le due lingue è uno dei più stretti. Leopardi scrive: “La lingua spagnuola è sorella carnalissima della nostra” (Lo Zibaldone). Le ragioni di questa stretta parentela sono molte: strutturali, trasparenza lessicale e un sistema vocalico molto simile, ciò che rende più facile la comprensione orale tra uno spagnolo e un italiano. Però questa enorme somiglianza tra le due lingue ci porta, molto spesso, a commettere gravi errori nella traduzione. È certo che un italiano impara a parlare lo spagnolo molto più velocemente che, per esempio un alunno straniero proveniente dai Paesi dell’ Est; però è anche vero che lo studente italiano commetterà più errori. Questo ci fa capire che quando la percezione di distanza tra le due lingue, in questo caso spagnolo e italiano, è minima aumenta il rischio di contaminazione linguistica.

Quando ho iniziato a studiare spagnolo, ho sperimentato in prima persona questa somiglianza apparente tra le due lingue; mi ricordo che quando sono arrivata per la prima volta a Barcellona (ancora non avevo molta dimestichezza con la lingua) non ho trovato nessuna difficoltà per comunicare con la gente del posto e la prima cosa che ho pensato è stata che l’apprendimento dello spagnolo sarebbe stato molto facile. In realtà, molto presto, mi sono resa conto che maggiore è la somiglianza tra le due lingue, tanto più difficile risulta l’apprendimento per lo studente.
Il fatto di studiare due lingue affini comporta maggiori difficoltà al momento dell’ apprendimento e l’ apparente somiglianza fra le due lingue molte volte può indurre in inganno, in quanto parole simili nella forma non hanno lo stesso significato. Queste parole sono i cosiddetti “falsi amici”, i quali molte volte favoriscono l’aumento degli errori. Di seguito alcuni esempi di falsi amici:

burro (it.) = mantequilla (esp.) – burro (esp.) = asino (it.)
salire (it.) = subir (esp.) – salir (esp.) = uscire (it.)
subire (it.) = sufrir (esp.) – subir (esp.) = salire (it.)

Cadere nell’inganno dei falsi amici, vuol dire avere una scarsa conoscenza della lingua d’ arrivo. Di fatto, nei primi mesi trascorsi a Barcellona, non possedendo ancora una buona conoscenza della lingua, mi sono imbattuta nei “falsi amici”.
Attualmente, grazie agli anni di studio presso l’ Università di Barcellona e alla convivenza giornaliera con la gente del posto, posso affermare di conoscere la stragrande maggioranza dei “falsi amici”.

Autore dell’articolo:
Sabrina Bertucci
Traduttrice ES>IT
Sant Vincent de Montalt – Barcellona (ES)

L’italiano parlato in Sicilia

 Categoria: Le lingue

Da due anni vivo in Sicilia dopo una lunga permanenza in una città del nord Italia. Da due anni convivo con una realtà linguistica ibrida che avevo studiato durante le mie ricerche universitarie e che oggi combatto quotidianamente correggendo le persone a me vicine e cercando di far capire loro l’importanza dell’italiano, cioè della lingua italiana riconosciuta ufficialmente come lingua nazionale.
Proprio come potrebbe fare un professore madrelingua inglese quando di volta in volta corregge uno studente che deve imparare la lingua sul campo, con lo stesso intento sto riuscendo a modificare un modo di parlare ormai insito quasi geneticamente, correggendo espressioni orali e forme grammaticali scorrette che purtroppo caratterizzano in maniera marcata un parlante del nord da uno del sud.
In Sicilia è la prassi sentire frasi del tipo “hai chiamato a Maria?” oppure “salutami a Salvo” o “lo vuoi fatto l’uovo?” o ancora “mamma, voglio comprato quel giocattolo”. Per non parlare dell’uso scorretto dei verbi intransitivi usati come transitivi. Quindi le frasi come “l’hai scesa la spazzatura?”, “l’hai uscita la carne dal freezer?” sono utilizzate nella normale quotidianità anche da persone con un alto grado di istruzione.
Ad esempio può capitare di sentire il medico di famiglia dire: “Signora, esca la lingua”, egli utilizza correttamente il congiuntivo presente ma cade miseramente sul verbo intransitivo.
Tutto ciò avviene con molta naturalezza ed erroneamente con la consapevolezza che la lingua che si sta utilizzando sia italiano. In realtà quelle espressioni, come anche molte parole utilizzate quotidianamente, sono la traduzione letterale dal dialetto imbastardito anch’esso, che in Sicilia é ancora la lingua madre. Il risultato della traduzione letterale automatica fin dai primi anni di vita del parlante é una lingua spuria che non è più il dialetto di una volta ma nemmeno l’italiano. Per citare altri esempi, si sente sempre più spesso l’uso scorretto del pronome personale complemento: “ci somiglia” per dire “gli o le somiglia” oppure “ci ho detto a lui…” anziché “gli o le ho detto”.
Se intervistassimo un anziano del nord Italia nella maggior parte dei casi questi utilizzerebbe l’italiano, probabilmente correttamente, se invece intervistassimo un anziano siciliano o del sud Italia la lingua utilizzata sarebbe un dialetto modernizzato o un italiano regionale.
Se nel resto d’Italia si ha un italiano che purtroppo subisce l’influenza di termini provenienti dalle nuove tecnologie, da internet, dai social networks o dagli sms, nel sud Italia oltre a queste nuove problematiche linguistiche si ha ancora a che fare con delle gravi carenze grammaticali.

Come si può immaginare ci sono delle motivazioni storico-culturali ben precise. Ancor prima dell’unità d’Italia pare che la Sicilia fosse trilingue. Già nell’antichità si parlava il greco antico, l’arabo e il latino e le influenze straniere, popolari e colte creavano delle interferenze continue. Il siciliano si é arricchito quindi di apporti arabi, bizantini, influssi francesi e spagnoli.
A supporto del dialetto come lingua a sé vi é anche il fatto che la Sicilia, essendo un’isola, sia separata dal resto d’Italia, cosa che tuttora permette pochi scambi linguistici e/o culturali.
Oggi più del 50% della popolazione siciliana si esprime e comunica nel proprio dialetto nativo a prescindere dalla lingua scelta dall’interlocutore.
Ma al di là delle ragioni storico-culturali ben definite del perché in Sicilia si parli ancora il dialetto o uno pseudo dialetto, considerando invece l’italiano una lingua poco adatta a certi discorsi e quasi altezzosa, credo che non ci si possa giustificare.
L’italiano é e deve essere insegnato correttamente e conosciuto da tutti.
L’interferenza continua tra i due registri linguistici non fa altro che alterare l’una e l’altra lingua. Sarebbe opportuno quindi, proprio come avviene in Sardegna, insegnare anche il dialetto nelle scuole come una lingua straniera vera e propria affinché nel parlato si possano distinguere, senza commistione alcuna, le due lingue nettamente.

La salvaguardia del dialetto, importante quanto lo é quello siciliano inteso come patrimonio culturale, (in quanto conoscere e capire il siciliano é come risalire, parola dopo parola, alle lingue delle tante popolazioni straniere passate da quest’isola), va di pari passo con la conoscenza di una lingua ufficiale quale appunto l’italiano che dobbiamo ora più che mai conservare e preservare per creare una uniformità linguistica italiana parallela ai dialetti e agli accenti delle varie regioni d’Italia.
Quindi no ad un italiano sgrammaticato, no ai regionalismi linguistici.

Autore dell’articolo:
Graziella Bentivegna
Traduttrice EN>IT
Palermo

Le lingue ovvero “la passione”

 Categoria: Le lingue

Chissà se sono nata con la passione per le lingue straniere o se è stato “il mio ambiente” a trasferirmela: avevo tre anni quando i miei genitori, che mi avevano già insegnato a leggere e scrivere, m’insegnarono l’inglese… e già da prima la nonna mi parlava in friulano. La mia passione per le lingue straniere aveva iniziato a farmi compagnia.

Adorando il francese e il latino alla scuola dell’obbligo, scelsi un liceo linguistico, dove ebbi modo d’imparare il tedesco. Per me le lingue non erano “materie”, erano “scrigni da aprire, arcani da svelare”. Dopo l’esame di maturità, partii per la Germania, riproponendomi di tornare in Italia non appena mi fossi sentita “padrona della lingua”. Il tedesco non mi distolse dalla mia passione: nel tempo libero riuscii ad imparare il greco moderno e lo spagnolo grazie a manuali di autoapprendimento per tedeschi. Dopo aver superato all’Università di Amburgo l’esame di lingua tedesca scientifica destinato agli studenti stranieri del quarto semestre universitario, ero pronta per tornare a casa.

In Italia, al corso di laurea in “Lingue e Letterature straniere”, ho recuperato “le mie lingue”, compreso lo spagnolo, ed ho approfittato della presenza dei lettori madrelingua per imparare l’arabo. Figuratevi la mia gioia quando al corso di filologia romanza ci hanno fatto imparare il provenzale antico!
Sono tornata in Germania, stavolta a Colonia, per preparare la tesi di laurea. L’argomento della tesi mi rispecchiava: si trattava di “andare oltre”, ovvero di ritrovare le tracce, nelle poesie di un brillante poeta contemporaneo tedesco, della sua passione per un celebre poeta ottocentesco. Tornata in Italia, ho confrontato le traduzioni italiane delle poesie ed ho deciso di relegarle in nota e di essere io a tradurre: le traduzioni “belle e infedeli” non mi servivano al confronto.

Al corso di laurea specialistica in “Teoria e pratica della traduzione letteraria”, focalizzato sulla lingua francese, ho imparato il catalano e il portoghese e in quest’istante ho finito la decima lezione del mio nuovo corso di autoapprendimento di russo. Le lingue straniere mi divorano, mi trascinano nel loro mondo, mi permettono di pensare e di sognare in sistemi mentali nuovi… ed è bellissimo lasciarsi trascinare.
Eccomi qua: trent’anni, un marito fantastico, un appartamentino luminoso in una città sul mare della Toscana ed una passione per le lingue straniere che mi muove da ventisette anni. Mi sento “ricca e felice”.

Autore dell’articolo:
Ilaria Capaccioli
Traduttrice EN-FR-DE-ES-PT>IT
Viareggio (LU)

Falsi Amici in lingua russa

 Categoria: Le lingue

Sono confusa e affascinata… Mi trovo in difficoltà e mi diverto… Vorrei scappare e vorrei rimanere… Poiché cercare di scoprire il mistero dei falsi amici, viaggiare nei labirinti dei molteplici significati e scoprire alla fine quell’unico traducente giusto è una indimenticabile sensazione di soddisfazione del proprio lavoro che conosce ogni traduttore appassionato.
Per precisare l’argomento in questione vorrei dare una delle possibili definizioni dei falsi amici: sono parole, di lingue diverse, parzialmente simili nel significante, ma diverse nei loro significati. Il concetto stesso è stato introdotto da Maxime Koessler e Jules Derocquigny nel 1928 in lingua francese e ha portato alla nascita di calchi semantici in diverse lingue: “faux amis”, “false friends”, “ложные друзья” e, naturalmente, “falsi amici”. Tuttavia, il fenomeno è stato analizzato da diversi studiosi, sono stati creati diversi glossari e anche interi dizionari dei falsi amici in diverse lingue.
Tale fenomeno linguistico non è omogeneo e, di conseguenza, il concetto stesso può essere interpretato in modo differenziato. In ogni caso, l’eterogeneità del fenomeno provoca l’eterogeneità dei possibili errori.
Vi sono diversi tipi di falsi amici: fonologici, semantici, polisemici, grammaticali. È facile confondersi e commettere uno sbaglio. Avere davanti un falso amico rappresenta una sfida: innanzitutto, si dovrebbe riconoscerlo, altrimenti lo sbaglio è inevitabile; in secondo luogo, si dovrebbe saper applicare diverse strategie traduttive.

Un fattore determinante che spesso aiuta ad evitare la trappola riguarda il contesto oppure la situazione comunicativa. Il significato che viene attribuito ad una parola straniera durante la traduzione (scritta oppure orale) dipende fortemente dal contesto. Ciò significa che la scelta traduttiva appropriata sarà quella che potrebbe funzionare nella situazione concreta data dal contesto. Per questo motivo, un rimedio abbastanza efficace potrebbe essere la contestualizzazione. Un altro fattore determinante è, indubbiamente, l’uso di supporti di diverso tipo (glossari specifici, dizionari, elenchi terminologici, corpora testuali, banche dati ed altro, sia in forma cartacea che digitale). Il ruolo del traduttore è sempre attivo e determinante, la sua attività è sempre un processo decisionale, innanzitutto perché è colui che effettua scelte traduttive basandosi sulle proprie capacità, sulla propria esperienza, sul proprio bagaglio cognitivo, culturale e certamente linguistico.
Per capire meglio, vorrei proporre alcune coppie di falsi amici in italiano e in lingua russa:

• arca (it.) – саркофаг /sarkofag/ (rus.)
арка /arka/ (rus.) – arco (it.);
• banca (it.) – банк /bank/(rus.)
банка /banka/(rus.) – barattolo, scatola (it.);
• cara (it.) – дорогая /dorogaja/, милая /milaja/(rus.)
кара /kara/(rus.) – punizione, castigo (it.);
• doccia (it.) – душ /duš/(rus.)
дочь /doč’/(rus.) – figlia (it.);
• dura (it.) – твёрдая /tverdaja/, жёсткая /žestkaja/(rus.)
дура /dura/(rus.) – stupida (it.);
• famiglia (it.) – семья /sem’ja/(rus.)
фамилия /familija/(rus.) – cognome (it.);
• firma (it.) – подпись /podpis’/(rus.)
фирма /firma (rus.)/ – ditta (it.);
• mai (it.) – никогда /nikogda/(rus.)
май /maj/(rus.) – maggio (it.).

Vorrei concludere con il pensiero che la ricerca linguistica che riguarda una lingua straniera potrebbe diventare il compito di una vita intera, poiché prevede, innanzitutto, il confronto tra due lingue, tra due sistemi linguistici, tra due culture. Considerando il fatto che la lingua è un sistema aperto, ossia un sistema in cambiamento continuo, si può affermare la continuità infinita di tale ricerca, portata avanti anchedai traduttori. Ed io, una di loro, mi sento un ponte tra due mondi diversi, mi trovo in un’area intermedia piena di labirinti sconosciuti in attesa di sfide linguistiche e traduttive, sempre pronta a fare la mia scelta, a prendere la mia decisione. Falsi amici! Vi aspetto… Vi “odio” e vi “adoro”.

Autore dell’articolo:
Jeyran Sadikhova
Traduttrice RU<>IT
Rimini

Traduzione Giuridica: giurista o traduttore?

 Categoria: Servizi di traduzione

Giuridico, tutto ciò che tratti la natura del diritto, in tutte le sue forme, in tutte le sue tematiche, di conseguenza piuttosto complessa e con diversi cavilli, per coloro che non siano del settore.
Essere traduttori implica che questo possa arrivare da esigenze di lavoro o per passione, io personalmente mi sono resa conto che alla base c’è la passione, che poi a questa vada aggiunta anche la parte di competenze giuridiche per pregresso formativo o per esigenze di lavoro, è un surplus.

A questo punto, ci si domanda a volte se nella traduzione tecnico-giuridica, prevalga la competenza del traduttore o quella del giurista.
A mio avviso, per una traduzione il più possibile attinente al testo da trattare, la competenza la vedo del giurista, che possa essere allo stesso tempo traduttore, la vedo meno vicina alla competenza del singolo traduttore in quanto la maggior parte dei professionisti, si vede costretto ad avere competenze professionali di vario tipo, da quelle tecniche a quelle informatiche a quelle ingegneristiche ed altro, per portare a compimento l’incarico affidato.

Se invece si decidesse di ingaggiare il giurista come traduttore specializzato in tale ambito, la traduzione avrebbe sicuramente una qualità migliore, più fine, con termini più appropriati, agendo di conseguenza sulla formazione del giurista per renderlo più competente anche per la parte tecnica.
Giurista o traduttore?
Il binomio sarebbe perfetto per una stesura più completa e affidabile del testo da tradurre.

Autrice dell’articolo:
Sabrina Barbin
Traduttrice EN-FR>IT
Padova (PD)

Tradurre l’intraducibile “Finnegans Wake”

 Categoria: Traduzione letteraria

Tradurre significa, in certa misura, ricreare, rimodellare, reinventare un “suonsenso” (per usare un’espressione joyciana) in lingua italiana per riprodurre le caratteristiche dell’originale e non solo trasformare le parole di una lingua in quelle di un’altra.
L’anno scorso ho frequentato un corso per traduttori letterari nel quale mi sono buttata a capofitto, vista la mia passione per le lingue e per la traduzione e la mia ferrea volontà a farmi strada in questo campo, e la cosa che più mi ha colpito studiando alcuni testi è stata la possibilità concreta per il traduttore di tradurre linguaggi apparentemente intraducibili. La lingua può essere usata dall’autore in modo creativo; egli si discosta, così facendo, ad esempio, dall’inglese standard, inventando, mescolando, modificando lemmi e costruzioni comunemente accettati e riscontrabili in dizionari e grammatiche. Così come l’autore, il traduttore dovrà comportarsi allo stesso modo con la propria lingua, producendo alterazioni dell’italiano “corretto” che in qualche modo tentino di mimare quelle dell’originale inglese.

“Finnegans Wake”di James Joyce, ad esempio, è il testo “intraducibile” per eccellenza, il testo che non va tradotto. Esso pone problemi che trascendono i problemi posti dalla traduzione dall’inglese, perché è scritto in una lingua fondata sull’inglese ma diversa, composita, ibridata, un idioma personale inventato da Joyce. Inoltre la sua logica non è strettamente narrativa, bensì linguistico-discorsiva: il discorso procede spesso per associazioni fonetiche, suggestioni di senso, correlazioni semantiche che distorcono la materia narrata. E allora, direte voi, perché preoccuparsi di tradurlo? Perché tradurre è anche inventare, re-inventare, pur portando rispetto all’originale, polisemico e multilingue; tradurre è re-inventare un testo, perché si re-inventa la lingua d’arrivo, facendola interagire e reagire con la lingua di partenza, fino ad amplificarla e arricchirla.“Finnegans Wake” sembra essere la sfida, inadeguatamente valorizzata, che pochi traduttori tuttora al lavoro hanno raccolto; uno di questi è Luigi Schenoni, che si è dedicato al romanzo in questione fin dai primi anni settanta, compiendo una translation in progress che è ora arrivata al Libro II. Schenoni scriveva nel 1979 della complessità del lavoro che aveva intrapreso e concludeva: “Se mi si domandasse, parafrasando il titolo di una nota commedia di Edward Albee, Who’s Afraid of Translating Finnegans Wake?, la mia risposta sarebbe: Io no”. E come commentava il redattore, tutti noi lettori timidamente lo ringraziamo.

Tanto per farvi comprendere meglio ciò di cui si sta parlando vado a riportarne qui l’incipit:
riverrun, past Eve and Adam’s, from swerve of shore to bend of bay, brings us by a commodius vicus of recirculation back to Howth Castle and Environs.
Il primo scoglio ad affiorare è la prima parola del testo, riverrun: “corso del fiume” (Wilcock 1961), “filafiume” (Burgess 1975), “fluidofiume” (Schenoni 1982). La soluzione più appropriata sembra essere l’ultima, proposta da Schenoni: a differenza di “corso del fiume”, “fluidofiume” è una sola parola; l’allitterazione con aggiunta del fonema liquido “l” (che sostituisce la “r” dell’originale) viene conservata come in “filafiume”, ma “fluidofiume” esprime un senso di movimento (fluido, flusso, fluire) che a “filafiume” mancava.
Qui come in tutto “Finnegans Wake”, le scelte sono potenzialmente infinite: dal momento che l’originale fa uso dell’inglese in modo creativo, il traduttore dovrà fare altrettanto con l’italiano, seguendo le associazioni di suono e di senso del testo di partenza. Del resto, questa è la procedura seguita dallo stesso Joyce nel momento in cui, con l’aiuto di un amico e collaboratore madrelingua, quale fu Nino Frank, si misurò con la traduzione in italiano di un frammento del suo testo.

Autore dell’articolo:
Giada Mastropietro
Traduttrice EN-FR>IT
Campobasso

Il vero significato della traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

René Magritte, uno dei più grandi pittori surrealisti europei, soleva dire: “Se il sogno è la traduzione della realtà, allora la realtà è la traduzione del sogno”. L’uomo che fece suo il concetto di indefinibilità del reale, racchiude in questa affermazione l’importanza del concetto stesso di traduzione: la capacità di decodificare linguaggi diversi e renderli l’uno l’immagine speculare dell’altro.

Tradurre un testo significa conoscerne profondamente l’essenza, non solo la lingua. Una trasposizione asettica, meramente basata sul meccanico adattamento di una lingua ad un’altra, svilisce il contenuto di qualsiasi messaggio, rendendo quest’ultimo privo di quell’efficacia che gli era propria nella sua versione originale. La traduzione è un processo complesso che non può prescindere dalla consapevolezza dell’esistenza di codici culturali diversi che ne influenzano la riuscita e, soprattutto, la fedeltà.

In tempi dove il web la fa da padrone, dove l’immediatezza e l’accessibilità sono caratteristiche irrinunciabili, spesso la traduzione è messa in secondo piano, finendo col generare degli errori macroscopici che nel migliore dei casi si limitano a rendere il messaggio meno comprensibile al ricevente, nel peggiore troncano sul nascere una diffusione su larga scala del messaggio.
Tristemente emblematica e, a dire il vero, anche involontariamente comica resta l’ormai famigerata campagna pubblicitaria sul latte made in USA che è riuscita a creare un vero e proprio tamburo mediatico puntando sull’incisività della frase “Got Milk?”. Se per il mercato americano lo slogan risultava efficace e simpatico, altrettanto non si poteva dire per il confinante territorio messicano, dove l’improbabile traduzione ispanica “¿Tiene Leche?” (che tradotto significa “Stai allattando?” ) rendeva lo slogan originale decisamente ridicolo.

Se per Magritte sognare era un modo di rivivere secondo un’altra prospettiva il vissuto reale, per un traduttore il proprio mestiere dovrebbe essere un modo per far rivivere secondo la cultura e la lingua di un altro Paese ciò che di importante si nasconde tra le parole.

Autore dell’articolo:
Desirée Pucci
Traduttrice freelance EN>IT
Empoli (FI)

Tradurre un articolo scientifico

 Categoria: Servizi di traduzione

Dal 2003 collaboro con una rivista di chirurgia, una delle più vecchie in Italia. La rivista è sempre stata molto attenta alle esigenze dei tanti chirurghi che scrivono sulle sue pagine, tanto da decidere, ad un certo punto, di pubblicare in lingua inglese in modo da garantire agli autori maggiore visibilità. Sono però pochi i chirurghi italiani che scrivono in inglese corretto ed una buona percentuale di contributi che giunge in redazione per la pubblicazione necessita di essere ampiamente revisionata o, nel peggiore dei casi, ritradotta.

Tradurre testi scientifici non è facile e non solo perché richiede la conoscenza della terminologia medica, chirurgica od anatomica. Durante la mia collaborazione con la rivista ho visto avvicendarsi molti traduttori che pensavano che bastasse una ottima padronanza dei termini per poter fare un buon lavoro. I risultati sono spesso stati insoddisfacenti, con traduzioni ineccepibili dal punto di vista grammaticale e sintattico, ma troppo letterali e perciò “sterili”, proprio come un tavolo operatorio. È indiscutibile che tradurre gli step di un intervento chirurgico o le casistiche di pazienti affetti da una certa patologia non permette grandi voli pindarici (sarebbero inoltre fuori luogo considerando gli argomenti!) ma questo non toglie che si tratti pur sempre di una traduzione e come per ogni traduzione che si rispetti, anche in questo caso è necessario che il traduttore “entri” nel testo per poterlo trasformare al meglio in una nuova lingua: dovrà pertanto fare un preventivo lavoro di ricerca bibliografica (ad esempio su Internet), informandosi bene sugli argomenti trattati, prima di affrontare l’arduo compito. Questo vale ovviamente sia per traduzioni dall’italiano all’inglese sia per quelle dall’inglese all’italiano che, a mio avviso, trovo ancora più stimolanti in quanto l’inglese – lingua già di per sé concisa rispetto al nostro più articolato italiano – quando è scientifico è ancora più stringato ed implica perciò un grosso sforzo interpretativo.

La traduzione di un articolo scientifico rappresenta una sfida importante che richiede tempo ed impegno ma senza dubbio si tratta di una sfida affascinante che, se affrontata nella maniera giusta, non mancherà di dare grandi soddisfazioni.

Autore dell’articolo:
Stefania Tavanti
Traduttrice professionista EN>IT
Firenze

In nome della traduzione…

 Categoria: Traduttori freelance

Il primissimo studio di una lingua straniera inizia con la scuola. Una delle cose fondamentali che vengono insegnate sono i nomi dei colori, i numeri e tutta una serie di semplici nozioni che ci si diverte ad utilizzare anche in ambito quotidiano. Con il passaggio alle classi superiori la lingua straniera sembra risultare meno accattivante di quanto si possa pensare; si finisce con il trovarsi dinanzi ad un mondo di regole grammaticali che sembrano distare anni luce dalla nostra lingua madre. Così la nostra curiosità scema. Poi iniziano le vacanze all’estero ed allora sì che si comprende l’importanza di comunicare aldilà dell’italiano. Per questo motivo ho deciso di raccontare la mia esperienza.

Posso dire che non sono mai stata un’ estimatrice di nessuna lingua nello specifico, non so se per pura pigrizia o perché non mi entusiasmava studiare un semplice testo. Un giorno, navigando su internet, nella speranza di trovare un’altra possibilità sul mondo del lavoro che non mi obbligasse ad accantonare l’amore per la letteratura, per i viaggi, mi sono imbattuta in un corso di traduzione. Per una lettrice accanita come me ha significato scoprire un mondo che non avevo mai considerato. Ho subito pensato che per capire a fondo una lingua, sarebbe stata necessaria un’esperienza all’estero. Solo osservando una nazione più da vicino, sarei stata in grado di comprendere le sfaccettature di cui una lingua dispone. La scelta è caduta sulla Francia la cui struttura linguistica, essendo una lingua romanza, è simile alla nostra. Ho trascorso un anno a Bordeaux e sono riuscita con il supporto di un corso di lingua francese, ma anche comunicando con la gente e ancora guardando film e ascoltando telegiornali, leggendo riviste, a sentirmi parte di un mondo fino ad allora sconosciuto. Continuo a credere che un testo scolastico non permetta di comprendere e apprezzare realmente una lingua che non sia la nostra. Entusiasta a dicembre ho iniziato il tanto atteso corso ed anche in questo caso si è aperta una finestra sul mondo della traduzione, sulla necessità di un’ approfondita conoscenza non solo della lingua di partenza (nel mio caso il francese) ma anche su quella di arrivo (l’italiano).

Due sono le linee guida per tradurre al meglio: in primo luogo tradurre non significa trasporre parola per parola un testo. Come sottolinea Umberto Eco nel suo libro “ Dire quasi la stessa cosa”, la parola d’ordine è negoziazione. Occorre adoperare un lessico che sia fedele all’originale ma che sia di uso comune nella lingua d’arrivo. In secondo luogo, non esiste una traduzione migliore o peggiore, molto dipende dal gusto del revisore e dell’editore. Da questo momento ho capito il duro lavoro racchiuso dietro il più semplice dei libri.

Autore dell’articolo:
Rosanna Cataldo
Traduttrice freelance FR>IT
Cervia (RA)

Esperienze di una traduttrice

 Categoria: Traduttori freelance

Già al liceo decisi che avrei studiato Traduzione. Mi affascinavano le lingue straniere: entrare a piccoli passi all’interno di un sistema linguistico fatto di suoni e grafemi sconosciuti che, pian piano, diventano la tua quotidianità; imparare a conoscere un altro paese, fatto di personaggi storici, avvenimenti ed elementi appartenenti a un diverso retroterra culturale; sperimentare un modo “insolito” di vivere il cibo e la convivialità; ridere di un umorismo “diverso”. Questo e molto di più è stato per me lo studio del tedesco, dell’inglese, dello spagnolo.

Poi sono arrivate le prime esperienze all’estero: Vienna, Bristol… Per la prima volta in vita mia mi ritrovai, da sola, in un paese che conoscevo perché lo studiavo da sempre, ma che in realtà mi era completamente estraneo. Già! Perché una cosa è studiare gli usi e costumi degli inglesi, degli spagnoli o dei tedeschi su un libro di testo; totalmente diverso è sperimentarli, quegli usi e costumi, sulla propria pelle: orari differenti, gastronomia a dir poco ignota… Persino i gesti non sono gli stessi! E la lingua, quell’idioma che pensavo di dominare con tanta sicurezza fra i banchi del liceo o dell’università, sembrava diventata aramaico. Nelle sfumature di ogni accento si confondevano i “won’t” con i “want”, “braten” con “raten”, “caza” con “casa”, dando origine a un umorismo involontario di cui ero la sfortunata protagonista fra l’ilarità generale, ed era allora che la tanto vantata sicumera si trasformava in un imbarazzante disagio e, maledicendomi, mi chiedevo perché avessi tanto voluto studiare Lingue.

Per fortuna, però, tutto questo non è durato a lungo. Col tempo, sono arrivati i momenti in cui scoprivo di aver capito una battuta e potevo permettermi di ridere davvero, o di poter avere una conversazione con un’amica madrelingua sui temi più disparati, dal prelibato sandwich provato il giorno prima al pub all’angolo, all’influenza imperialista sulla letteratura di viaggio femminile di fine Ottocento. Oppure, e quando mi successe per la prima volta fu pura magia, mi ritrovavo addirittura a PENSARE nella lingua che stavo studiando. È stato allora che ho capito che ce la potevo fare. E che avrei anche voluto, fortissimamente voluto, vivere all’estero una parte della mia vita. E che avrei fatto la traduttrice: perché amo le lingue e la letteratura; amo conoscere, vivere e sperimentare nuove culture; amo poter traghettare da un idioma all’altro l’immagine che uno scrittore o una poetessa hanno creato nella propria. Non che sia facile. Tutt’altro! È stato un percorso lungo e difficile, da quel banco del liceo fino a questa scrivania, a Jerez de la Frontera, Spagna, dove sono seduta oggi. Quasi un viaggio. E certi giorni sei talmente stanca, abbattuta, avvilita, delusa, che vorresti gettare il computer dalla finestra e maledici il giorno in cui hai iniziato a sognare di voler fare la traduttrice. O il traduttore. Ma i sogni sono proprio così, no? A volte si affievoliscono, si intorpidiscono, socchiudono gli occhi, ma sono sempre lì, che battono all’unisono con il tuo cuore.

Autore dell’articolo:
Elena Cannelli
Traduttrice freelance EN-ES>IT
Cadice (Spagna)

Tradurre letteratura cinese (5)

 Categoria: Traduzione letteraria

Un problema analogo a quello dei verbi in serie è evidenziabile anche a livello del lessico. Le parole del cinese sono in prevalenza bisillabiche e molte di esse si sono generate nel tempo attraverso il meccanismo della composizione che porta a connettere in un’unica parola due sillabe (a livello fonetico), due morfemi (a livello morfologico), due caratteri (a livello grafico), almeno nei casi del cinese (la maggior parte) in cui vi è corrispondenza tra sillaba e morfema. In traduzione, alcune volte, il diretto corrispettivo in italiano, sebbene sia un traducente che riporta lo stesso significato della parola in cinese, può non essere – del tutto o in parte – adatto a rendere l’espressione usata nel ST nella sua pienezza. Il traducente, infatti, può essere a sua volta un composto (caso veramente raro in italiano, lingua dove la composizione non ha nemmeno l’ombra della produttività che il fenomeno ha in cinese) ma le sue parti non corrispondono a quelle cinesi, o può (e questo è ciò che avviene più spesso) non essere affatto un composto, avendo una derivazione filologica del tutto diversa, e dunque non portare con sé uno solo o nessuno dei due campi semantici a cui fanno riferimento le parti morfemiche del composto cinese.

Sempre da un punto di vista lessicale una particolarità del cinese è rappresentata dai chengyu. Ceccagno (2005) descrive così l’uso dei chengyu in cinese:

Il cinese è ricco di proverbi e frasi standardizzate, spesso di derivazione letteraria, strutturati secondo la sintassi classica e perlopiù costituiti da quattro caratteri. Queste frasi fatte (成语chéngyǔ) sono entrate come unità consolidate nel lessico moderno e costituiscono un esempio interessante di cristallizzazione della sintassi propria di precedenti fasi evolutive della lingua (Abbiati, 1992). In qualche modo proverbi e frasi fatte potrebbero richiamare alla mente le nostre citazioni latine; in realtà si tratta di un bagaglio linguistico molto più diffuso e popolare: infatti, a proverbi e frasi fatte ricorrono continuamente tutti i cinesi, non solo le persone colte ma anche chi ha bassa scolarizzazione e livello culturale modesto. Inoltre i chéngyǔ sono ritenuti un patrimonio linguistico-culturale tradizionale da preservare e trasmettere alle giovani generazioni: in qualsiasi libreria cinese sono presenti vari volumi illustrati configure della tradizione che raccontano (e insegnano) ai ragazzi la storia che sta dietro ad ogni frase fatta.

I chengyu rientrano in un discorso più ampio, cioè quello delle espressioni idiomatiche, dei modi di dire, cioè di espressioni cristallizzate che esistono in tutte le lingue. In traduzione è spesso difficile rendere l’identico senso espresso, si rischia di sostituire un’espressione comunissima in cinese con un’altra che, sebbene equivalente in italiano, potrebbe suonare troppo poetica o fuori luogo. Dove possibile i chengyu andrebbero sostituiti con un’espressione idiomatica analoga. In molti casi, però, non vi è questa possibilità e basta tradurre il senso generale del modo di dire in questione.

Trattandosi di una cultura così lontana, le diversità riguardano anche e soprattutto i realia: cibi, usanze locali, particolari unità di misura, cioè oggetti culturalmente specifici che in Italia non abbiamo. Dunque in alcuni casi alcune parole possono essere proprio lasciate così come sono, al limite inserendo una nota a piè di pagina, che però è spesso una scelta osteggiata in nome della scorrevolezza e della leggibilità del testo per il lettore della cultura target.

Autore dell’articolo:
Maria Elena Iezzi
Traduttrice EN-ZH>IT
Penne (PE)

Tradurre letteratura cinese (4)

 Categoria: Traduzione letteraria

In cinese esistono poi particolari costruzioni verbali: i verbi direzionali e i verbi risultativi. Abbiati (1998) definisce i verbi (detti complementi) direzionali così:

I complementi direzionali sono costituiti da uno o due verbi di moto (complementi direzionali semplici nel primo caso e complementi direzionali composti nel secondo) che specificano la direzione e/o il senso del movimento descritto dal verbo reggente. […] I principali verbi che segnalano direzione sono 上shàng “salire (→ su)”, 下xià “scendere (→ giù)”, 进jìn “entrare (→ dentro)”, 出chū “uscire (→ fuori)”,回huí “tornare (→ indietro, ri-)”, 过guò “passare (→ avanti, oltre)”, 起 “alzarsi (→ in su)”, 开kāi “aprire (separazione → via), mentre due soli sono quelli che indicano il senso: 来lái “venire” (avvicinamento) e 去 “andare” (allontanamento).

In generale spesso non esiste un traducente diretto nella lingua d’arrivo per i significati espressi nel testo originale, pertanto si rende necessario, al fine di ottenere uno stile adeguato nel testo tradotto, rinunciare alla traduzione letterale e variare leggermente la struttura sintattica della frase, oppure scegliere un traducente che appartenga ad una categoria grammaticale diversa da quella usata dall’autore. Per quanto riguarda i direzionali il compito è particolarmente problematico, in quanto tali complementi non hanno un loro corrispettivo diretto in italiano. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, vi sono espressioni che possono sostituire il loro uso, permettendo di trasmettere in modo inalterato il senso delle frasi del testo, cioè l’impressione (di particolare effetto “cinematografico” in letteratura) di allontanamento e avvicinamento rispetto ai protagonisti delle azioni.

Per quanto riguarda i risultativi la definizione di Abbiati (1998) è la seguente:

Il complemento risultativo, costituito da forme verbali che si legano saldamente al verbo reggente da cui sono precedute, specifica l’esito prodotto dall’azione o dallo stato predicati. […] Qualunque verbo può fungere da risultativo, purché la costruzione risultante (verbo reggente – complemento) abbia coerenza e senso logico.

Dunque il primo verbo specifica l’azione e il secondo ne rivela l’esito. I risultativi rappresentano un aspetto particolarmente problematico della traduzione dal cinese in italiano, in quanto non è sempre possibile conservare nel testo tradotto entrambi i verbi che li compongono e, nei casi in cui questo è possibile, per uno dei due componenti è quasi inevitabile usare un traducente che appartenga ad una categoria diversa da quella verbale, oppure può essere opportuno inserire una congiunzione, dato che in italiano, a volte, è agrammaticale far seguire direttamente ad un verbo un altro verbo, o ancora, per conservare il senso espresso da entrambi i verbi, si può ricorrere ad una elaborazione di frase più complessa. A volte è inevitabile che una parte del senso vada persa, o in alcuni casi non è strettamente necessario rendere esplicite entrambe le parti, per rendere comprensibile il senso globale dell’azione, che si può sintetizzare con un unico verbo.

La quinta e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Maria Elena Iezzi
Traduttrice EN-ZH>IT
Penne (PE)

Tradurre letteratura cinese (3)

 Categoria: Traduzione letteraria

Il traduttore è dunque al centro di un processo ampio, in cui deve muoversi tenendo a mente sia i fattori linguistici, che i fattori letterari e culturali, specialmente quando si tratta di lingue e culture così distanti tra loro, così come sono quella cinese e quella italiana. Sulle scelte del traduttore influiscono parimenti tutti questi macrocontesti, e – come sottolineato da altri teorici dei translation studies – ve ne sono molti altri, quali ad esempio le norme del mercato editoriale, o anche la posizione di rilievo o di “prestigio” di una lingua e di una letteratura rispetto a un’altra (a questo proposito è molto interessante, ad esempio, l’approccio sistemico ed empirico di Even-Zohar, che postula l’esistenza di culture – e quindi di lingue e letterature – dominanti rispetto alle altre, e dell’appartenenza di un testo, dunque, ad una letteratura definita centrale o ad una periferica).

La nuova disciplina dei Translation Studies fa proprie, inoltre, molte delle acquisizioni della Systemic Functional Grammar, fondata da Michael Halliday, che sostituisce la grammatica normativa con un approccio funzionale, ovvero tiene in conto proprio fattori quali un context of culture, oltre ad un context of situation, presenti in qualsiasi atto comunicativo, quindi anche in un testo letterario, nonché di caratteristiche della lingua quali l’enfasi tematica. Ad esempio la distinzione di derivazione funzionalista tra il tema o topic e il rema o comment – un elemento della frase è enfatizzato, che esso sia o meno il soggetto, grazie alla posizione in testa dell’enunciato e rappresenta l’argomento di cui l’enunciato stesso tratta – è fondamentale per spiegare una caratteristica particolare del cinese, cioè la sua tendenza all’essere topic-prominent, così come descritta in vari studi di linguistica cinese. Non è sempre il soggetto in testa alla frase, sebbene il cinese sia una lingua SVO, soggetto verbo oggetto (che ultimamente tende ad evolversi verso la struttura SOV). Questa caratteristica funzionale della lingua – come altre – andrebbe rispettata, in taluni casi, anche in traduzione, se la lingua in cui il testo cinese viene tradotto lo consente.

L’italiano e in generale le lingue occidentali presentano caratteristiche tipologiche e morfosintattiche molto diverse dal cinese, che rendono particolarmente problematica la traduzione letteraria da questa lingua, e vanno tenute presenti da chi traduce, ad esempio una delle difficoltà e delle scelte che bisogna affrontare nel tradurre un testo di letteratura cinese riguarda i tempi verbali da adottare nel testo d’arrivo: la lingua italiana differenzia in maniera esplicita il tempo dei verbi, il cinese, invece, è definito lingua isolante (anche se il cinese moderno presenta molti meno tratti caratteristici delle lingue isolanti rispetto al cinese classico) e dunque non fa uso di variazioni morfologiche verbali per distinguere l’aspetto temporale delle azioni. In cinese la cronologia degli eventi, di solito, è resa esplicita dalla presenza di particelle aspettuali e modali, avverbi e complementi di tempo. In mancanza di tali elementi non è sempre possibile stabilire con certezza il momento in cui un’azione è collocata. Si rivela necessario, nei casi di ambiguità, decidere in base al contesto della narrazione, e fare riferimento ad altre indicazioni temporali che l’autore inserisce nel testo, in primo luogo per quanto riguarda la consecutio temporum, cioè il rapporto cronologico di anteriorità, contemporaneità o posteriorità dalle azioni che, quando non reso esplicito dalla particella le 了o da altre marche temporali, può essere dedotto solo in base a considerazioni logiche sulla struttura del racconto, e riportato nel testo italiano seguendo le caratteristiche verbali della nostra lingua, ad esempio attraverso l’uso di tempi composti quali i trapassati. Non sempre è evidente ad una prima lettura anche il tempo principale della narrazione del racconto, in rari casi in cui le marche temporali sono assenti o ambigue, la scelta della narrazione nel TT al passato, ad esempio, può essere addirittura affidata all’arbitrio del traduttore.

Domani verrà pubblicata la quarta parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Maria Elena Iezzi
Traduttrice EN-ZH>IT
Penne (PE)

Tradurre letteratura cinese (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

Esistono e sono esistiti molti differenti presupposti teorici a cui i traduttori si sono attenuti nel corso dei secoli, posizioni certamente tenute in considerazione, in parte, ancora oggi, ma precedenti al momento in cui la teoria della traduzione ha assunto statuto di disciplina ufficiale e quindi, per la maggior parte, già messe in discussione. La prima riflessione importante sulla traduzione letteraria è attribuita a Cicerone, secondo il quale una buona traduzione, definita “da oratore” consta della ricerca del miglior modo di rendere un testo a chi ne fruisce in un’altra lingua, mantenendone l’efficacia espressiva. Dopo di lui in molti si sono interrogati su quale fosse il miglior modo di tradurre e quali fossero i criteri da seguire per realizzare una buona traduzione. La riflessione sulla traduzione passa attraverso le menti di San Girolamo, Leonardo Bruni, Goethe, Schlegel, Schleiermacher, Humboldt e tanti altri ancora, fino a quando, nell’ultimo mezzo secolo, la traduzione si è trasformata da esercizio di stile per scrittori e letterati in una vera e propria professione, e attorno alla pratica della traduzione si è organizzata una disciplina con un suo statuto teorico, classificata sotto l’etichetta di translation studies. La denominazione della disciplina si fa risalire ad un saggio di James S. Holmes del 1988, “The name and the nature of Translation Studies” (1988), che è ritenuto il manifesto della nuova disciplina e ne definisce il carattere empirico, gli obiettivi e i principi, tra i quali – in primo luogo – la finalità di descrivere sia il processo che il prodotto della traduzione, così come essi si manifestano nell’esperienza. E’ nel 1980 che Susan Bassnett scrive l’opera che sarà ritenuta da allora fino ad oggi la più importante per la nuova teoria della traduzione contemporanea, intitolata, appunto, Translation Studies. Presupposto fondamentale del nuovo paradigma è che la sostanziale differenza tra i due testi che sono oggetto di studio delle teorie della traduzione non è più la cosiddetta “originalità”, perché anche il testo d’arrivo in un certo senso, può essere considerato un originale. La differenza consiste invece nei due diversi contesti di pubblico a cui i testi sono destinati: il testo di partenza, quello che veniva chiamato originale, viene ora denominato da Bassnett Source Text (ST). Esso è creato dall’autore in un determinato contesto culturale (in un dato tempo e in un certo luogo) ed è composto in una lingua che è espressione di tale cultura; il testo che era stato in precedenza denominato testo d’arrivo o testo tradotto, viene invece denominato Target Text (TT), e definito sempre in relazione al suo pubblico di destinazione: esso è creato per la fruizione da parte di lettori che appartengono ad un’altra cultura e usano un’altra lingua (nella stessa epoca, nel caso della traduzione di un testo contemporaneo, o addirittura di un’altra epoca, nella traduzione di un testo del passato).

A mio avviso, nell’adottare questa nuova ottica per quanto riguarda la traduzione di testi di letteratura contemporanea dalla lingua cinese alla lingua italiana, assumono valore di rilievo soprattutto il punto di vista linguistico e quello culturale, oltre a quello letterario, già studiato dai teorici del passato. Per quanto riguarda l’aspetto linguistico, soprattutto nel tradurre una lingua non imparentata per derivazione con la lingua del nuovo testo, diventa cruciale la differenziazione tipologica, ovvero la classificazione delle lingue in tipi di appartenenza, per rilevare, nella pratica, le caratteristiche linguistiche sia della lingua del ST che della lingua del TT e tenerle presenti nel processo di traduzione. Le caratteristiche letterarie del testo, cioè il suo genere, le notizie sull’autore, lo spirito del testo e la sua bellezza estetica vanno sempre tenute in grande considerazione, così come descritti dai più grandi teorici della traduzione ancor prima della fondazione della nuova disciplina, ma, inoltre e soprattutto, bisogna adottare oggi anche una prospettiva culturale; prospettiva, cioè, che mostri consapevolezza delle differenze di contesto, dei riferimenti, delle tradizioni e, in generale, di tutto ciò che appartiene al contesto culturale in cui vengono creati entrambi i testi. Uno dei primi a porsi il problema culturale, in effetti, era già stato Schleiermacher, che aveva contrapposto le traduzioni “naturalizzanti” a quelle “stranianti”, le prime sono quelle che naturalizzano il testo, cioè lo avvicinano al modo di comprendere del pubblico di destinazione del testo tradotto, mentre le ultime sono quelle che conducono il pubblico di ricezione ad avvicinarsi ad una nuova cultura, quella del testo così come esso è stato scritto dal suo primo autore.

A domani la pubblicazione della terza parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Maria Elena Iezzi
Traduttrice EN-ZH>IT
Penne (PE)