Legame fra testo di partenza e di arrivo

 Categoria: Traduttori freelance

Per tradurre è necessario mettersi nella condizione di scegliere il miglior modo per trasferire un significato da una lingua all’altra, un passaggio nel quale occorre negoziare fra due sistemi di pensiero e di esperienza.
Sono convinta che uno degli obiettivi da porsi sia l’eleganza, che anzitutto significa “capacità di scelta”e di ascolto del testo. Eleganza che rende possibile la ricerca delle migliori espressioni disponibili per rendere l’espressività della lingua di partenza, cosa assai complessa nei dialoghi.

Nella traduzione professionale, la specificità di un testo corrisponde al pubblico a cui essa è rivolta e al tipo di messaggio che viene trasmesso. Una traduzione di servizio funziona se trasmette con il più basso rumore di fondo il messaggio iniziale. Al contrario, per la traduzione di un articolo di giornale, ci si può permettere di interferire in maniera lieve per mezzo di adattamenti ed espressioni che la lingua di arrivo impone, realizzando una traduzione che mira alla“comunicazione” e alla “fruibilità immediata”. Infine nella traduzione di un testo di maggiore prestigio, il traduttore è erede delle scelte dello scrittore, quindi ha il compito di rendere le sue intenzioni e la forma alla luce dei vincoli che la lingua di arrivo impone. Tradurre diventa così un doppio esercizio di volontà, ripagato da un lavoro più affine che fedele al testo di partenza: pertanto la lettura può essere agevolata da scelte più vicine alla lingua di arrivo. Bisogna scegliere in che misura sacrificare certe caratteristiche del testo di partenza – come i trattini, o riferimenti che abbiano un significato forte nel testo – che nella resa finale possono mettere in difficoltà il lettore. Ho conosciuto traduttori fieri sostenitori della scelta di non agevolare troppo la lettura scorrevole, per ricreare piuttosto l’effetto che il testo di partenza ricerca. È una rinuncia all’adattamento per onorare la sensibilità della lingua del testo originario.

Esistono quindi molteplici sfumature di posizione verso il testo di arrivo o verso il testo di partenza: può addirittura rivelarsi più creativo imporsi i vincoli che il testo di partenza contiene al suo interno. Non significa soltanto trovare una via di mezzo, ma restituire quel quid quasi invisibile dal quale scaturisce la godibilità della lettura, dando la giusta misura ai dettagli e all’ordito complessivo: si comprende meglio l’idea che tradurre non è né semplice tradire, né una riproduzione gemella e zoppa di un testo, ma la creazione di un figlio maturo e in grado di contenere un significato autonomo, che mantiene però significativi legami con il testo originale.

Autore dell’articolo:
Anna Quatraro
Laurea in Mediazione Linguistica e Culturale,
Master Oblique, redattore editoriale, Roma
FR-EN>IT
Padova

Il lavoro di traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Un lavoro di traduzione richiede di per sé un attento lavoro sul testo scegliendo, a seconda del medesimo, di prestare una maggiore attenzione al significato letterale, come nei testi d’uso, o una particolare attenzione al ritmo ed alla musicalità del verso, come in poesia, magari concedendosi qualche piccola licenza sul piano del significato. Tradurre significa interpretazione, studio, ricerca, ma soprattutto la creazione di un ponte tra culture diverse, di cui si deve tener conto quando ci si approccia al testo.

In ambito musicale si è persa la consuetudine di mettere in musica le opere tradotte preferendo, ove possibile, l’originale. Ciò accade non solo per la complessità della traduzione ma per il senso di straniamento che provoca un’opera tradotta: un ascoltatore attento si renderà conto che “qualcosa non combacia”.

Un traduttore musicale lavora quindi sul piano letterario e sul piano tecnico.
Il piano letterario riguarda ciò che un compositore scrive a proposito delle proprie opere o, nel caso l’autore non abbia lasciato indicazioni, il parere degli studiosi. Chi ama la traduzione non potrebbe non amare il testo che ha sotto le mani, e chi ama la musica non può non emozionarsi leggendo le parole di chi ha lasciato tracce nella storia della musica.

Sul piano tecnico ci si approccia ai testi specifici con molta attenzione, sapendo che un termine sbagliato può provocare non solo l’errore ma anche un’incongruenza tra un’eventuale illustrazione e la frase tradotta.

La cosa più emozionante è sapere che un interprete può scegliere un certo modo di eseguire un pezzo perché ha trovato una traduzione nella sua lingua; o sapere che una persona potrebbe comprendere meglio un argomento in una buona traduzione. Ѐ emozionante sapere di avere creato un ponte tra due culture, tra due persone, restando dietro le quinte.

Autore dell’articolo:
Marina Garau Chessa
Traduttrice EN-ES-DE>IT
Sassari

Interpretazione simultanea: come prepararsi

 Categoria: Servizi di traduzione

Prima di affrontare un’interpretazione simultanea (la quale, generalmente, si svolge all’interno di una cabina insonorizzata), l’interprete non può presentarsi sul posto di lavoro senza un’adeguata preparazione (senza conoscere, per esempio, il tema del convegno, senza aver incontrato almeno una volta i relatori, senza aver verificato che le apparecchiature tecniche funzionino correttamente, ecc.). Sebbene spesso accada che gli interpreti vengano ingaggiati solo pochi giorni prima della celebrazione dell’evento al quale prenderanno parte, molte altre volte vengono contattati con largo anticipo e possono, quindi, avere il tempo necessario da dedicare alla propria preparazione. Tale preparazione consta di vari aspetti che, nell’insieme, contribuiscono alla buona riuscita della traduzione, ed è di due tipi: preparazione costante e preparazione ad hoc.
La prima ha l’obiettivo di migliorare le conoscenze generali dell’interprete, in particolare quelle che riguardano l’attualità sociale, economica, politica e tecnologica. Per la seconda, invece, l’interprete sarà tenuto a leggere documenti legati all’argomento della conferenza sia per entrare in possesso di conoscenze generali, sia per conoscere elementi linguistici specifici della terminologia specializzata.

In primo luogo, l’interprete dovrà premurarsi di conoscere l’argomento della conferenza per potersi, poi, dedicare alla formulazione di un glossario ad hoc. Ogni interprete che si rispetti, infatti, deve essere pronto a tradurre discorsi che riguardino qualunque tipo di argomento, essere sempre al corrente delle ultime notizie relative alla politica nazionale e conoscere le istituzioni e le strutture giuridiche ed economiche dei Paesi di riferimento; tuttavia, è fondamentale che gli vengano fornite le informazioni utili (circa l’argomento della conferenza e le caratteristiche dei relatori) al fine di aumentare il livello di rendimento della traduzione e approfondire il vocabolario inerente all’argomento. L’interprete, una volta conosciuto l’argomento della conferenza e accettato l’incarico, si dedicherà al lavoro terminologico e alla ricerca di informazioni. Sarà di fondamentale importanza per lui avere, inoltre, delle informazioni generali a proposito della città in cui si terrà il congresso, ad esempio, e un’ulteriore risorsa consisterebbe nell’entrare in possesso di discorsi tenuti precedentemente dai relatori e analizzare testi inerenti al tema del congresso, così da familiarizzare con la terminologia dell’evento e attestare l’affidabilità dei termini e delle relative traduzioni.

Una volta elaborato il glossario, l’interprete dovrà riuscire a memorizzare un numero di termini tali da poter poi, durante la simultanea, fare affidamento sulla propria memoria per la traduzione di termini tecnici o specializzati la cui traduzione, se precisa e coerente, renderà più scorrevole e credibile il discorso. L’eventuale consultazione del glossario dovrà essere rapida e limitata a quei termini particolarmente difficili o, generalmente, estranei al vocabolario quotidiano dell’interprete. Egli potrà, inoltre, accrescere la propria preparazione e migliorare la propria resa, chiedendo liberamente di incontrare i relatori prima dell’inizio dell’evento per cominciare ad abituarsi al loro accento, chiedere chiarimenti a proposito di determinati termini di cui l’interprete non ha chiaro il significato ed, eventualmente, farsi consegnare, se esiste, una versione scritta del discorso del relatore. In tal caso, all’interprete saranno richieste discrezione, confidenzialità e rispetto del codice etico per la protezione delle informazioni e dei documenti, spesso confidenziali.

Per concludere, la preparazione “pre-cabina”, non si limita esclusivamente alla ricerca terminologica adeguata, bensì si fonda, in gran parte, sull’aspetto psicofisico. L’interprete è un professionista che si rivolge ad un pubblico, per questo non deve sottovalutare il mezzo di comunicazione tramite cui gli è possibile effettuare il proprio lavoro: la voce. Esistono degli esercizi che gli interpreti dovrebbero praticare prima di eseguire un’interpretazione, molto simili a quelli utilizzati dai cantanti, che coinvolgono varie parti del corpo, quali il diaframma, le corde vocali, il viso e, più in generale, la postura. Attraverso tali esercizi, si impara a controllare la respirazione per evitare di restare senza fiato nel bel mezzo della frase, di preservare gli organi fonatori e, non meno importante, il nervosismo.È altrettanto essenziale imparare a controllare la potenza della voce: a volte, può capitare che l’interprete debba parlare senza l’ausilio di un microfono, sarà quindi necessario imparare a proiettare e ad amplificare la voce (per mezzo di un corretto uso del diaframma e della risonanza della gabbia toracica).

Autore dell’articolo:
Susanna Rodio
Laureata in lingue e letterature straniere e tecniche della mediazione linguistica
Traduttrice e interprete IT<>EN, IT<>ES
Messina (ME)

Il mondo della traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Solitamente addentrarsi nel mondo della traduzione non risulta essere un compito facile. La strada che si presenta al giovane e inesperto traduttore è molto lunga e difficile da percorrere. Spesso, purtroppo, i titoli non sono sufficienti (diplomi, lauree, master) e qualche volta la conoscenza di una o più lingue straniere non è abbastanza per svolgere questo mestiere.

In questa prospettiva, apparentemente sfavorevole, risulta quindi complicato cominciare a muovere i primi passi nel mondo delle traduzioni affinché qualcuno possa notare il nostro lavoro. Ecco allora che può risultare di grande aiuto trovare qualcuno già avviato in questo settore, e che magari può essere in grado di insegnarci quelli che sono “i trucchi del mestiere” affinché il giovane traduttore possa trovare l’agognata retta via. Attraverso la guida e i consigli di un traduttore più esperto, si possono capire quelli che sono gli standard richiesti dalla maggior parte delle agenzie di traduzione, mettendoci in grado di poter cominciare la propria carriera nel mondo della traduzione.

I consigli che questa guida può offrire sono vari, solitamente i più importanti riguardano:

- Come presentare il proprio lavoro, rispettando le scadenze.
- Come e quanto libera può essere una traduzione, e magari anche le tariffe da richiedere all’inizio.
- L’attrezzatura di cui avremo bisogno (Vocabolari, libri, programmi di assistenza sulla traduzione).
- Come pubblicizzare i propri servizi.

Oltre a queste utili informazioni, ovviamente, la nostra guida sarà in grado di rispondere a molti altri dubbi che perfezioneranno le nostre traduzioni. Inoltre, il traduttore esperto non potrà, ovviamente, assumerci o offrirci lavoro, ma sicuramente sarà in grado di aiutarci ad avere un’idea più concreta di quello che è e che comporta il lavoro affascinante del traduttore.

Autore dell’articolo:
Giacomo Manfreda
Aspirante traduttore EN<>IT

Traduzione e globalizzazione

 Categoria: Servizi di traduzione

Nell’era della globalizzazione ci troviamo in un mondo più ristretto, ravvicinati l’uno con l’altro tramite nuove tecnologie; diversi compiti pratici sono da affrontare. Scambi economici, soprattutto, scambi scientifici, nello specifico, con un crescente bisogno di comunicazione interculturale, comunicazione che si basa su uno strumento essenziale: una traduzione attendibile.

In campo scientifico, la traduzione deve essere, per ovvi motivi, più vicina possibile alla lingua di partenza, più “riproduzione” possibile. Per fare questo, però, si è spesso obbligati ad abbandonare la traduzione in senso stretto e “ricostruire” il testo originario nella lingua d’arrivo. Tradurre è sempre un processo attivo che, per una corretta mediazione di informazione, ne decifra e ne ricostruisce in modo creativo il senso.

Vista così, la traduzione non è soltanto uno strumento della globalizzazione con effetto uniformante. Accanto a questa funzione strumentale della traduzione di uniformare, omologare, senz’altro indispensabile per lo svolgimento dei compiti pratici, esiste un aspetto di formazione culturale, di motore per l’arricchimento della lingua e della cultura d’arrivo attraverso un’apertura verso il nuovo, il diverso, verso l’estraneo.

La traduzione scientifica in questo senso, se basata su un’approfondita conoscenza della materia in questione anche nella lingua di partenza, porta ad un ampliamento dell’orizzonte culturale, all’omologazione di ciò che è uguale e alla maggiore comprensione della diversità. La conoscenza si evolve tramite l’uniformarsi dei sistemi di vita, dei sistemi di lavoro, tramite l’accorciarsi delle distanze; una traduzione riuscita porta all’approfondimento del proprio linguaggio, della propria cultura, approfondimento che significa ricchezza dando un valore aggiunto alle vicende della vita quotidiana.

Autore dell’articolo:
Armin Umbach
Dott. in Sociologia Medica
Traduzioni IT-EN>DE
Torino

Autotraduzione: la vendetta è compiuta

 Categoria: Tecniche di traduzione

In qualunque modo ci serviamo del modello, il frutto delle nostre fatiche non potrà mai essere identico all’originale.

Le parole sono di Confucio, e adattandole alla traduzione, stanno a intendere che, il traduttore, benché sia il lettore ideale, il lettore sui generis, non riuscirà mai a riprodurre l’originale, se non a farne una copia molto vicina. Ecco forse perché è nata l’autotraduzione, e gli studi che la riguardano, che si sono evoluti nel corso degli anni Settanta. Ma che cos’è l’autotraduzione?
L’autotraduzione, non vi inganni, non è una traduzione automatica, prodotta da sistemi informatici di traduzione, bensì è una traduzione prodotta dall’autore stesso dell’opera. Senza soffermarci sugli autori, che sono comunque in molti, passerei a un ulteriore interrogativo: perché un autore non si affida a un traduttore?

Dobbiamo partire dicendo che ci sono diversi tipi di autotraduzione: naturalizzante, decentrata e ri-creatrice. La prima consiste semplicemente nel privilegiare le norme della lingua d’arrivo, evitando qualsiasi interferenza da parte della lingua originale, l’opera diventa così parte della letteratura canonica in quella lingua. L’autotraduzione decentrata, prevede l’inserimento nel testo di termini stranieri alla lingua d’arrivo, provocando così un testo con valore a se stante. Infine, la traduzione (ri)creatrice è quella che più si distanzia dai canoni di traduzione, in quanto al traduttore è concessa la massima libertà di ri-scrittura. Nell’ultimo caso, si può trovare traccia di traduzione e dei suoi valori, se mettiamo in conto, che l’autore e traduttore, non cambia il testo per proprio piacere, come può invece fare durante il periodo di scrittura, prima della pubblicazione, ma lo fa per esigenze culturali, per far sì che il messaggio che vuole portare attraverso la sua opera possa essere compreso da tutti, quindi anche da un’altra cultura. L’autotraduttore è quindi un mediatore culturale. Ci chiediamo però, se in questo modo, non si arrischi una delle funzioni principali della traduzione, che da strumento di conoscenza e cambiamento ha la capacità di farci entrare in contatto con realtà diverse, con punti di vista diversi dai nostri. I testi ci rispondono che essendo l’autotraduttore, un traduttore privilegiato, avrà gli stessi valori del traduttore che l’opera la conosce solo per averla letta, magari molte volte, ma che non l’ha scritta. E che quindi il testo che ne deriverà sarà una traduzione.

Dal nostro punto di vista, l’autotraduzione, è sì una traduzione, che deriva da notevole sforzo da parte dell’autore, sempre che questi voglia bene alla sua opera e quindi premettendo che non voglia cambiarla. Appare però anche come un fenomeno tratto dall’egocentrismo degli scrittori e, forse, dalla paura che quel traduttore non sia un amico, ma che sia un traditore che non riuscirà a dare senso all’opera come l’autore desidera. Ecco che la vendetta dell’autore è compiuta: ora faccio da me, ci dice.

Autore dell’articolo:
Roberta Botta
Laureanda in mediazione linguistica
Vercelli

Audiovisivi: voice-over e sottotitoli (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Passando al sottotitolaggio, questa è una delle altre tecniche utilizzate per la traduzione di materiali audiovisivi. In Italia, a causa della forte tradizione del doppiaggio in sincrono, non si è diffusa molto questa tecnica, valutata inizialmente più scadente e di minor prestigio. Le origini di questa tendenza sono storiche, e risalgono al proibizionismo fascista, che non conosceva alcun contatto con lingue diverse dall’italiano.
Oggi, però, pare che le tendenze stiano cambiando: la popolarità e il recente interesse verso questo sistema di traduzione, che rispetta di più la realtà linguistica originale, sono aumentati a beneficio di un potenziamento nell’acquisizione di lingue seconde. Oltre a questo motivo, i sottotitoli devono la loro crescente popolarità anche alla semplicità della loro realizzazione e ai costi di produzione ridotti che comportano. Scelgono di ricorrere al sottotitolaggio, quei paesi che non ammortizzerebbero gli elevati costi del doppiaggio, stimati essere dieci volte maggiori.
La sottotitolazione permette di proporre, attraverso un testo scritto collocato nella parte bassa dello schermo, una traduzione condensata dei dialoghi originali del film” (E. Perego, La traduzione audiovisiva, Roma, Carocci Editore 2005).

Alcuni studiosi considerano i sottotitoli una “riduzione selettiva” dell’originale finalizzata ad adattare la lingua alle circostanze e a permetterle di rappresentare ciò che il parlante intendeva comunicare. Questo, spesso, va a discapito della traduzione filologica, ma allo stesso tempo a favore della leggibilità e della comprensione.
Anche questo tipo di traduzione è molto stimolante e rispetto alle classiche traduzioni specializzate o narrative, obbliga il traduttore a tener conto di diversi fattori che esulano dalla mera frase tradotta.

Io ho avuto a che fare con entrambi i tipi di traduzione descritti nel mio percorso di studi e, più in particolare, anche nella tesi di laurea e posso confermare l’estrema difficoltà che comportano. Allo stesso tempo, avere a che fare con un testo così “dinamico” è uno degli aspetti che interessa e stimola maggiormente il traduttore.

Autore dell’articolo:
Valentina Ottomano
Laureata in Traduzione e specializzata in Traduzione audiovisiva, EN-ES-FR>IT
Milano

Audiovisivi: voice-over e sottotitoli

 Categoria: Servizi di traduzione

La traduzione audiovisiva è, a mio parere, uno dei tipi più interessanti e vari con cui avere a che fare. Il testo audiovisivo costituisce una tipologia testuale a sé stante, che comprende al suo interno un’infinità di temi a volte molto distanti tra loro.

Quando si parla di traduzione audiovisiva, ci si riferisce a “tutte le modalità di trasferimento linguistico che si propongono di tradurre i dialoghi originali di prodotti audiovisivi, cioè di prodotti che comunicano simultaneamente attraverso il canale acustico e quello visivo” (E. Perego, La traduzione audiovisiva, Roma, Carocci Editore 2005).

La traduzione audiovisiva si esprime in diversi metodi di trasferimento e di adattamento linguistico. In particolare, si fa riferimento a due tecniche principali: il voice-over e il sottotitolaggio.

La traduzione in voice-over
, o semidoppiata, si usa generalmente per mandare in onda notizie, documentari o interviste. Questa tecnica consiste nella sovrapposizione di una o più voci alla colonna sonora originale del prodotto. Il volume della versione originale viene ridotto e, a questa, viene sovrapposta la versione tradotta. I dialoghi vengono letti o recitati da professionisti, che solitamente lasciano un breve spazio all’inizio e alla fine dell’intervento per permettere al pubblico di percepire l’attacco e la chiusura dell’intervento originale. Questo, implica un adattamento e spesso una riduzione della prima versione poiché risulta più corta di circa un paio di secondi. La tecnica del voice-over si utilizza principalmente per la resa degli interventi, spesso pronunciati a braccio, presenti in un documentario e non è l’unica tecnica presente in questo tipo di prodotto. Spesso c’è anche un narratore che spiega e accompagna gli interventi degli intervistati. Per la resa della voce del narratore si utilizza la tecnica del voice-off: la colonna sonora viene cancellata e coperta integralmente con quella tradotta. Ciò comporta una maggiore libertà e flessibilità da parte del traduttore, che può aggiungere o eliminare informazioni per facilitare la ricezione del prodotto audiovisivo. Questo tipo di traduzione pone diverse sfide: l’obiettivo della traduzione, infatti, non è solo quello di tradurre il testo della traccia audio, ma è anche quello di fare in modo che il suo testo di arrivo sia più o meno dell’identica lunghezza di quello originale, in modo da non creare confusione nell’ascoltatore che vede ancora nel viso del parlante un movimento labiale e non può associare nessuna voce nella sua lingua.

La seconda parte di questo interessante articolo sulla traduzione audiovisiva sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Valentina Ottomano
Laureata in Traduzione e specializzata in Traduzione audiovisiva, EN-ES-FR>IT
Milano

Gli italianismi della lingua francese

 Categoria: Le lingue

Il francese e l’italiano sono lingue molto vicine essendo tutte e due lingue romanze, cioè derivate dal latino, e nel corso dei secoli, molti termini italiani sono entrati a far parte della lingua francese. Si parla di prestito linguistico quando un termine arriva in un’altra lingua e nasce dal contatto tra lingue e culture differenti. Può risultare difficile riconoscerlo se è un prestito integrato, cioè quando la lingua che accoglie la parola la modifica per renderla foneticamente più consona. I fattori che determinano l’ingresso di parole di origine straniera nell’idioma di un’altra lingua possono essere extralinguistici cioè dovuti a scambi economici, invasioni militari.
Ne Le parole straniere, Zolli scrive che il prestito è legato alla superiorità di un popolo in un determinato campo. Forse per questo il periodo di maggior espansione degli italianismi è il Rinascimento. Durante il XVI secolo, l’italiano dominava quasi tutti gli ambienti per la sua ricchezza economica, per la sua forza militare e soprattutto per la sua supremazia culturale, si era di fronte ad una vera e propria italo-mania. Come scrive B. H. Wind ne Les mots italiens introduits au XVI° siècle: “Au XVI° siècle, l’Italie domine intellectuellement le monde ; elle le charme, l’attire, l’instruit, elle est éducatrice”. Molti studiosi e nobili europei vennero a studiare in Italia (Erasmo, Copernico…). Era comune fare un viaggio di formazione in Italia, viaggio che in francese prenderà il nome di Grand Tour e avrà la sua massima espansione nel XVIII secolo. Questo porterà a un florilegio di racconti di viaggio sull’Italia come per esempio L’Italie d’hier dei fratelli de Goncourt.

L’influenza culturale dell’Italia si fece sentire nella lingua francese, così migliaia di parole italiane entrarono nel lessico francese. Erano perlopiù termini legati alle armi come canon, cartouche, alla finanza come banqueroute, crédit, all’architettura come balcon, belvédère. Il fatto poi che Caterina de’ Medici era la sposa del re di Francia aumentò la presenza dell’italianità in Francia. Era ritenuta cosa di buon gusto parlare l’italiano. Nel XVI secolo, gli italianismi della lingua francese erano più o meno duemila. Essendo l’italiano e il francese due lingue molto simili fra loro, è avvenuta l’assimilazione fonetica degli italianismi così che è diventato difficile riconoscerli come tali. Possiamo citare tournesol, cavalcade, brigand, escrime, partisan, citadelle, embusquer, violon, casemate (termine di fortificazione o caccia oggi caduta in disuso), ombrelle, estafette, piédestal, escarpe (da scarpa oggi non più utilizzato), camisole, gondole, cabriole, polichinelle.

Molti letterati francesi si ribellarono contro quest’invasione di italianismi nella lingua francese. Tra questi il poeta Joachim du Bellay che nella sua Deffence et illustration de la langue françoise (1549) propone l’arricchimento del vocabolario francese tramite la creazione di parole nuove composte da parole esclusivamente francesi. Anche Henri Estienne difende la lingua francese. In Deux dialogues du nouveau français italianizé si prende gioco del francese della corte di Enrico IV infarcito di italianismi difendendo la purezza della lingua francese.

Oggi solo una piccola parte degli italianismi è sopravissuta e riguardano perlopiù la cucina e la gastronomia (spaghetti, vermicelle, mortadelle, pizza, lasagne, brocoli…) l’arte, il cinema. La politica, la criminalità (mafia, camorra, omerta…). Inoltre, quasi tutti i termini riguardanti la musica classica vengono dall’italiano: allégro, andante, adagio

Autore dell’articolo:
Ida Forace
Traduttrice FR<>IT

Traduzioni di qualità o a basso costo?

 Categoria: Traduttori freelance

Tutti vorremmo tradurre, da casa con il nostro PC e guadagnare dei soldini però non è proprio così che funziona! Intanto è chiaro che non esistono criteri universali per tradurre poiché l’argomento o settore fa da padrone e ci impone delle regole.

Le traduzioni di opere letterarie chiedono che venga rispettato quello per le quali sono state create, e cioè lo stile, trasmettendo emozioni e sentimenti.
Non possiamo sacrificare quindi il concetto (cosa molto seria per B. Croce) né lo stile che contraddistingue un autore, ma invece si può variare un sostantivo, un verbo o addirittura tutto un periodo, perché attenendoci ad una traduzione parola per parola si distruggerebbe lo stile di un’opera nonché il suo aspetto lirico e poetico; ad esempio, espressioni come “plus ça change, plus c’est pareil” oppure “don’t give up” non possono essere tradotte alla lettera. Mentre, quando si traduce un libro di fiabe per bambini dove si trasmette un messaggio e non la poesia, si può tradurre alla lettera pur perdendo la caratteristica culturale se si tratta di racconto ambientato in un luogo diverso, per esempio in Canada dove innumerevoli etnie vivono più o meno in armonia e si esprimono in modo diverso rispetto agli italiani.

Le traduzioni di tipo tecnologico, scientifico, ecc. si devono effettuare alla lettera nei limiti del possibile, poiché se nel manuale dell’auto si indica un pezzo come “il sensore di temperatura non andremo a tradurre il concetto (la funzione svolta dal pezzo) bensì l’esatto corrispettivo nell’altra lingua e via di seguito.

A livello giuridico, a mio giudizio ( poiché non ne ho esperienza), si deve esaudire il concetto e allo stesso tempo attenersi alle parole, infatti ci sono delle forme ed espressioni precise per tradurre una laurea o un certificato, quindi ritengo sia meglio specializzarsi nel settore.

Ma come la mettiamo con i traduttori automatici, software, ecc.?
Spesso, all’estero mi sono ritrovato con libretti delle istruzioni tradotti “alla Totò e Peppino”! Una grande quantità di depliant e a volte articoli sono tradotti con errori grossolani.

Forse anche il lavoro di traduttore/traduttrice si sta abbassando qualitativamente a causa delle macchine e dello sfruttamento della mano d’opera a basso costo in Asia?

Autore dell’articolo:
Vincenzo Donato
Dottore in Filosofia
Messico

Lo spagnolo giuridico

 Categoria: Servizi di traduzione

Dello spagnolo sempre si è detto che è una lingua simile all’italiano, quindi facile per gli italiani da imparare. Frequentemente ricorrono frasi del tipo “ lo spagnolo è come l’italiano però con la s finale”. Dire così, però, è come dire che gli italiani mangiano solo pasta o che in Spagna tutti ballano flamenco. Di conseguenza, la lingua spagnola ha un’identità propria e complessa (verbi irregolari, diversi modi di accentuazione, distinta pronunziazione, distinta applicazione verbi “serestar”, uso del congiuntivo e condizionale, flessibilità nell’ordine sintattico, ecc.). Inoltre, lo spagnolo ha moltissime sfumature, ad esempio i formalismi o le locali varianti dialettali, che solo può percepire un madre lingua.

Il linguaggio giuridico spagnolo si consolida storicamente come un codice utilizzato dalle classi più intellettuali. Infatti, a differenza di altri linguaggi tecnici, come il commerciale, il giuridico non si è ancora volgarizzato.
Di conseguenza, il linguaggio giuridico spagnolo ha un’identità che si è evoluta contemporaneamente alle esigenze morali, sociali e politiche della Spagna.

Alcune caratteristiche del linguaggio giuridico spagnolo sono:

• Sostantivazioni esagerate (“causante”, “obrante”, ecc)
• Utilizzo del congiuntivo imperfetto (“causare”)
• La preferenza del sostantivo alla forma verbale (“reparación del daño”)

Le citate caratteristiche, a cui si sommano le difficoltà del linguaggio giuridico, implicano che per tradurre testi giuridici in lingua spagnola non è sufficiente essere un madre lingua, ma è necessario possedere una adeguata preparazione professionale nel campo giuridico. Ad esempio, una traduzione troppo letterale di un unico termine giuridico può modificare nella sostanza le condizioni di un contratto, il quale potrebbe arrecare un danno al cliente.

Autore dell’articolo:
Antonio Rodríguez Hita
Consulente Legale in proprietà industriale (brevetti e marchi)
Traduttore IT>ES

L’inglese e…la psicologia

 Categoria: Traduttori freelance

Nel 2004 ho preso la decisione di iscrivermi alla Facoltà di Psicologia. Uno degli strumenti di cui mi sono avvalsa maggiormente nello studio degli argomenti relativi alle discipline del mio corso di laurea, è stato rappresentato dagli articoli in lingua inglese. Sino a quel momento avevo avuto modo di conoscere e di studiare le regole grammaticali, sintattiche e stilistiche della lingua inglese e di entrare in diretto contatto con il mondo della letteratura inglese. Poi ho avuto la possibilità di scoprire l’ingente mole di articoli in lingua inglese riguardanti la psicologia. Generalmente si tratta di testi che presentano degli studi che sono stati fatti in merito ad un determinato tema; essi solitamente presentano la seguente struttura:

abstract che analizza gli aspetti principali dello studio;

introduzione: essa è volta a descrivere le premesse teoriche sulle quali lo studio si fonda e ad enunciare l’ipotesi di base della ricerca;

metodo: soggetti e loro reclutamento, strumenti di misurazione e procedure: questa parte è finalizzata in primo luogo, ad enunciare i principali dati relativi ai partecipanti dell’esperimento e a spiegare in che modo essi sono stati reclutati; in secondo luogo essa mira a descrivere le tipologie di strumenti di misurazione che sono stati utilizzati (ad esempio, test, questionari ecc.) e le procedure messe in atto ai fini della realizzazione del progetto;

risultati: in questa parte vengono enunciati i risultati dell’esperimento attraverso tabelle o grafici; tali risultati sono sottoposti ad analisi statistiche;

discussione dei risultati: i dati ottenuti vengono attentamente analizzati e confrontati con le ipotesi di base di ricerca esposte nell’introduzione;

conclusioni: a conclusione della ricerca, vengono espresse delle considerazioni personali sullo studio e suggeriti possibili sviluppi futuri per le ricerche nello specifico settore di cui l’articolo si occupa;

bibliografia: vengono enunciati i riferimenti bibliografici di cui gli autori dell’articolo si sono serviti per realizzare il loro progetto.

Sin da subito ho potuto notare quanto sia difficile studiare questi articoli; non è infatti necessario solo tradurre le parole dall’inglese all’italiano ma anche e soprattutto analizzare in maniera dettagliata ogni loro aspetto poiché bisogna essere in grado di valutare criticamente lo studio presentato.

Autore dell’articolo:
Luigia Tatiana Porcelli
Laurea in Psicologia clinica-Master in Neuropsicologia Clinica
Padova

Il traduttore è un traditore? (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Eppure, non possiamo fare a meno di pensare alla lezione che ci impartì san Girolamo nell’Epistola LVII del De Optimo Genere Interpretandi, in cui enuncia con semplicità il suo principio di base: “Non verbum e verbo, sed sensum exprimere de sensu”, ossia rendere il senso piuttosto che le parole dei testi, considerare il testo nell’insieme e non come un’agglutinazione di parole individuali che fanno senso solo nella loro significazione intrinseca. Non entreremo qui nel dibattito che infuria sin dalla notte dei tempi, quello di interrogarci sulla fedeltà di una traduzione rispetto al testo originale. Forse solo i teorici della traduzione possono ancora dare credito a questo dibattito, ma quelli che traducono sanno molto bene che tutto non si può tradurre sempre in modo ottimo. I giochi di parole, per esempio, rimangono spesso intraducibili, ma possiamo trovare una soluzione nell’adattarli alla cultura della lingua in cui si traduce. I traduttori sanno pure che il loro lavoro è un sapiente miscuglio di parecchie competenze che riuniscono conoscenza, comprensione, pazienza ma anche adattabilità e passione. Quella di non scoraggiarsi e di cercare di tradire il meno possibile l’autore di origine.

Per questo Valery Larbaud, scrittore e traduttore dell’inizio del Novecento questa volta, usa un’immagine che rispecchia proprio l’etica del traduttore. Considera questi “verborum pensitatores”, vale a dire “pesatori di parole”, grazie a bilance mentali che permettono di trovare la parola giusta, quella che tradurrà meglio, in tutte le sue sfumature di significato e in tutte le sue sonorità, la parola che l’autore aveva scelto. Di fatto, il traduttore deve fare scelte ed esse dipendono dal fatto che egli è umano e in conseguenza, ha una personalità propria con convinzioni sul proprio lavoro. Ma essere umano è prima di tutto un vantaggio per il traduttore perché, come potremo accertarcene ogni volta che la curiosità ci spingerà a voler convincerci della nostra utilità, tutti i software che svolgono traduzioni automatiche provocheranno in noi grasse risate nei confronti del senso che daranno al testo tradotto. Questo ci rassicura sul nostro lavoro, sia attuale che futuro e ci rincora a continuare a dare il meglio di noi stessi sventando i tranelli del controsenso! Critiche rispetto al nostro lavoro, ce ne saranno sempre, ma non dobbiamo dimenticare che il difetto più grande della traduzione è di non essere l’originale.

Autore dell’articolo:
AurélieLherminier, francese
Traduttrice IT>FR
Grenoble

Il traduttore è un traditore?

 Categoria: Traduttori freelance

Il traduttore è un traditore? Che cosa dobbiamo pensarne? Noi, traduttori, possiamo proprio nasconderci dietro questa paronomasia per cercare scuse ai nostri errori? E da dove viene questa espressione che sembra ossessionare il traduttore e perseguirlo lungo tutta la sua vita?

Il dibattito è stato aperto tanti anni fa e ripreso in Francia da un autore, Albert Cohen che, fatte alcune ricerche, è rimasto senza una risposta soddisfacente relativa al fatto che la suddetta paronomasia  sia basata su testimonianze storiche precise. Se la paronomasia traduttore-traditore funziona ottimamente in italiano, nelle altre lingue moderne come il francese – traducteur-traître – o l’inglese – translator-traitor –, essa perde in modo totale il gioco con le sonorità. Ma questo non significa per forza che le origini dell’espressione si trovino nell’italiano. Infatti, Joachim du Bellay afferma, nel capitolo VI della Défense et illustration de la langue française, pubblicata nel 1549, che alcuni traduttori meriterebbero di più l’appellativo di “traditeurs” (e non di “traîtres”). La parola esiste davvero in quell’epoca, appartiene al lessico ecclesiastico ed è usata comunemente con il significato di traditore. La troviamo pure nelle opere di Nostradamus che risalgono allo stesso decennio. Inoltre, in italiano, i termini dell’espressione odierna esistevano con la stessa forma ortografica. Del resto, possiamo notare che la parola inglese “traducer” designa un diffamatore. Con tutto questo, il problema dell’origine dell’espressione ci sembra ormai molto meno pertinente rispetto alla significazione della parola “tradurre”.

In realtà, se ci concentriamo sull’origine latina di questo vocabolo, ci rendiamo conto che “traducere”, oltre i sensi di “far passare” e di “tradurre”, significa anche “ingannare” a partire dal momento in cui comincia a svilupparsi il cristianesimo. Questo coincide peraltro al periodo in cui grandi scritti vennero tradotti; accenno ovviamente alla Bibbia. Così, ci fu un’epoca storica in cui le due pratiche, sfortunatamente, si confondevano… Bella etica quella del traduttore!

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
AurélieLherminier, francese
Traduttrice IT>FR

Le Lingue: la chiave per farsi capire

 Categoria: Le lingue

Ero solo una bambina, quando ancora si usava carta e penna per tenersi in contatto da un continente all’altro e leggevo l’emozione negli occhi di mia madre ogni volta che arrivava una lettera dalla sua cugina canadese. Mi mettevo lì a pensare a quanta strada aveva fatto quella lettera, scritta in un italiano quasi dimenticato, frasi e parole mantenute insieme dalla sola disperazione di non perdere del tutto il contatto con le proprie radici… una lettera partita da un mondo così distante, nella lingua, nelle tradizioni, nella cultura… un mondo così affascinante… perché diverso dal mio…

Il mio atlante, quando ancora non esisteva google earth, era consumato. Andavo a scoprire ogni luogo di cui sentivo parlare, che sentivo anche soltanto nominare, e mi dicevo che un giorno l’avrei visto di persona. Ma per farlo dovevo imparare a comunicare, a conoscere le altre culture, LE LINGUE STRANIERE, la chiave per farsi capire, la chiave del mondo… per me le lingue erano la chiave del mondo…

Alle elementari e per buona parte delle medie mi sono sentita quasi handicappata… quando ancora studiare una lingua straniera era considerato superfluo, così giovani… a che serve? Per imparare le lingue c’è tutto il tempo… più avanti! Questo ritornello così irritante mi dava fastidio come il ronzio di una zanzara quando stai per addormentarti…

La prima lingua che mi hanno consentito di studiare è stato il francese, alle medie, a sorteggio! Sono stata assegnata ad una classe di francese a sorteggio! Ho divorato la mia prima lingua con la fame della conoscenza… alla fine dei tre anni ero già in grado di parlarlo e capirlo come pochi… memore di quando, anni prima, erano venuti i parenti di mio padre dalla Francia e sentendoli parlare mi sentivo così esclusa, così isolata, sorda. Quel “non capire” mi faceva andare fuori di testa… Finchè alle superiori finalmente ho avuto la possibilità di uscire definitivamente da quell’isolamento! LICEO LINGUISTICO! Quanto suonava bene alle mie orecchie… non ero più sorda! Devo aver provato la stessa sensazione che prova un detenuto chiuso da anni in una cella buia al quale all’improvviso aprono una finestra su un giardino! Il mondo era il mio giardino e le lingue lo strumento per scavalcare la finestra per uscire a esplorare quel giardino!

La prima cosa che ho fatto quando ho cominciato a saper mettere in fila un po’ di frasi sensate in inglese è stata scrivere di mio pugno alla cugina canadese di mia madre. Che soddisfazione! Che emozione! Annunciarle in un inglese ancora scolastico ma pressoché perfetto, come si addiceva alla mia pignoleria: “Scrivi pure in inglese! Sono in grado di capire e di tradurre a mia madre i tuoi pensieri! Non ti devi più sforzare di scrivere in italiano, adesso ci sono io!”…

Avevo in mano il potere della comunicazione!

Autore dell’articolo:
Sabrina Di Gregorio
Traduttrice FR-EN<>IT
Corciano (PG)

Argot e Verlan, grattacapi per il traduttore

 Categoria: Le lingue

All’interno di una lingua si formano delle sacche di innovazione che prescindono da qualunque regola, anzi, hanno come base lo stravolgimento della regola. Compito del traduttore è anche saper conoscere e riconoscere tali fenomeni, oltre che saperli tradurre.

La lingua francese, per esempio, o meglio la lingua popolare e il parlato comune francesi accolgono una quantità enorme di termini provenienti dall’argot, da sempre lingua familiare e periferica.

Negli anni 80 espressioni come parler jeunes o parler branché indicavano un tipo di linguaggio detto argotique che non era solo appannaggio dei giovani francesi, ma apparteneva anche ad altri gruppi sociali. Negli anni 90, invece si sviluppò un filone di ricerca su la langue des banlieues parlata inizialmente nelle periferie parigine. Sono queste le componenti linguistiche della lingua dei giovani francesi. Si tratta di esperienze linguistiche che nascono in situazioni di confine tra due culture (per esempio le banlieues popolate da emigrati) per poi diffondersi nella lingua comune: termini verlan come meuf (femme), keuf (flic) o tchatcher (bavarder) sono oggi reperibili nel dizionario Le Robert. Le parole vengono alterate volontariamente per non essere comprese facilmente o creare effetti di meraviglia, quasi per gioco. D’altra parte di cosa si può parlare se non di gioco quando si parla del Verlan (inverso della parola l’envers), gergo nato nelle periferie parigine ed ora parlato dai giovani di tutta la Francia, una sorta di anagramma che gioca con le sillabe delle parole invertendole in modo semplice o talvolta più complesso.

Quel che resta da sapere è come riuscire a rendere una varietà linguistica così complessa nei codici e nei significati e che sta penetrando con forza nella letteratura (Céline ne è la prova più eclatante). Non sempre, infatti, è possibile trovare nell’italiano dei termini che ne traducano esattamente il significato e questo a causa del fatto che l’italiano, diversamente dal francese, ha molte varietà dialettali che sostituiscono i gerghi nelle varietà popolari, i traduttori pertanto devono ricorrere spesso a parole prestate dai dialetti più comuni oppure a varietà meno popolari di lingua, che tradiscono di fatto l’originale. Soprattutto per il verlan, non esistono parole in grado di renderne l’originalità linguistica, a meno che il traduttore non voglia inventarsi un inverso italiano che non esiste. Insomma, la traduzione di questi linguaggi, Argot e Verlan, è un campo aperto a tutti gli esperimenti e non esiste una verità riconosciuta, ragion per cui sta alla capacità del singolo traduttore, alla sua voglia di giocare con le parole, la riuscita o meno della traduzione.

Autore dell’articolo:
Daniela Virone
Traduttrice EN-FR-AR>IT
Torino

La traduzione letteraria, lingua e cultura (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

Questi sono solo semplici esempi. Pensiamo invece a quando non si tratta di singole parole o di frasi isolate ma di grandi testi o discorsi interamente immersi in una data cultura, che parrebbero una serie di costrutti privi di senso senza l’intervento di un mediatore linguistico. Ecco il nostro traduttore letterario, pronto a svolgere il lavoro di mediazione non solo linguistica ma anche e soprattutto culturale; quel ricercatore curioso che non smette mai di domandarsi quale effetto l’autore intendeva creare sul proprio pubblico e di quali strumenti si è servito per raggiungere il suo scopo, per poi tentare di riprodurre lo stesso effetto sul pubblico d’arrivo.
Ecco cosa intendeva Bertrand quando parlava di traduzione bella e infedele. Parlava della capacità di ricorrere a processi di adattamento, trasportando il senso tra le lingue e cercando il più possibile di mantenere intatto lo stile. Per rispettare tutte queste esigenze gli è necessario, in alcuni momenti, operare delle scelte di forma e contenuto, in caso contrario la sua traduzione parrà puramente letterale e verrà classificata come un lavoro malfatto.

C’è un altro punto che mi ha colpita molto: il traduttore non mira alla gloria. È lì, in quelle pagine che lui stesso ha scritto in una lingua nuova, è grazie a lui che gli inglesi leggono la Divina Commedia e gli italiani l’Amleto, è per lui che testi come la Bibbia hanno fatto il giro il mondo. Ma lui resta lì, si nasconde tra le righe per osservare i suoi lettori, e sorride se, alla fine, sente commentare: “Come scrive bene questo autore!”. Dunque il merito all’autore, sempre, non al traduttore, ed è questo il primo segnale del suo successo. La sua presenza non deve essere percepibile perché sarebbe una stonatura, parrebbe voler forzare la mano per dire quelle cose nello stesso modo e con le stesse parole, senza ricorrere ad alcun adattamento.
“Siate trasparenti”. La nostra professoressa lo diceva sempre.
Apro una pagina internet e mi cade l’occhio su un titolo: “Prezzi alle stelle”. Basta uno sguardo un po’ più attento per rendersi conto che quanto sopra scritto, la stretta correlazione tra lingua e cultura, sia un fenomeno che ci riguarda più di quel che pensiamo, soprattutto nella società odierna in cui lo scambio di informazioni tra i Paesi è sempre più rapido e frequente. Mi basta un click di mouse per scoprire che in inglese e in spagnolo non ci sono più né starsestrellas e leggo prima “Prices go through the roof”, poi “Los precios se disparan”. Un giochetto divertente, un esempio come tanti altri, e come questo se ne potrebbero fare all’infinito.

All’università una mia compagna di corso lesse da una rivista queste parole: “Senza traduttori vivremmo in Paesi confinanti nel silenzio”. Non so a chi appartenga questa citazione, ma l’ho portata sempre con me, per tutti questi anni. Mi torna in mente ogni volta che mi capita tra le mani un testo da tradurre, e ogni volta mi fa sorridere, mi ricorda qual è il ruolo e la responsabilità che questo lavoro comporta.
La traduzione è ricerca, curiosità, responsabilità, e non basta conoscere le lingue per essere dei buoni traduttori.
Personalmente, sono sempre più convinta che per chi ami leggere e scrivere la traduzione sia la più nobile tra le arti.

Autore dell’articolo:
Alessandra Casale
Dottoressa in Traduzione letteraria e tecnico scientifica
Traduttrice ES-EN>IT
Novara

La traduzione letteraria, lingua e cultura

 Categoria: Traduzione letteraria

Le traduzioni sono come le donne. Quando sono belle non sono fedeli, e quando sono fedeli non sono belle.

Quando ho pensato di scrivere un articolo sulla traduzione letteraria, ha iniziato a riecheggiarmi nella mente questa citazione, con cui Carl Bertrand (Traduttore tedesco.Tradusse La Divina Commedia Cit.: in Dante Alighieri, Divina Commedia, 1887/94) apre la sua traduzione all’opera maestra del signor Alighieri.
Certo, parlare di traduzione non è cosa semplice, non lo è mai stato fin dagli esordi, da quando veniva relegata a umile e sbrigativa pratica di trasposizione di parole da un sistema linguistico a un altro. È pur vero che più se ne parla, più guadagna un po’ del valore che merita. Sono felice che oggi venga riconosciuta come un’arte, un’arte nobile, e amo le parole di Manara Valgimigli (1876-1965. Filosofo, grecista, poeta, scrittore e traduttore italiano ) quando cita: “È come far musica e poesia, è come dipingere un quadro e scolpire una statua, sforzo e anelito di conquistare e possedere la propria realtà.”

Sono sincera: quando ho deciso di intraprendere il cammino della traduttrice non sapevo a che cosa stavo andando incontro. Mi piaceva viaggiare, conoscere culture diverse e mi sentivo portata per le lingue straniere. Poi, pian piano mi si è aperto un mondo. Ricordo che il primo giorno di laboratorio di traduzione letteraria la professoressa ci chiese: “Perché avete scelto questo corso?”. Restammo tutti in silenzio per qualche minuto, ognuno a cercare dentro di sé una risposta plausibile. Era ovvio che rispondere “mi piacciono le lingue straniere” sarebbe risultato banale.
Fu da quel momento che iniziai a capire che cos’è davvero la traduzione e che cosa voleva quella professoressa da me.

Si partì dalla linguistica, con cui Saussure (1857-1913. Linguista svizzero, considerato il fondatore della linguistica moderna) spiega a tutti i linguisti del mondo che le parole non sono suoni vuoti (la nota distinzione tra significato e significante). Ciò che si vuole esprimere infatti, ha senso solo se immerso in un preciso sistema culturale. È la cultura a forgiare una parola, un segno, per dirla come Saussure, a darle significato e tutto il resto. Se pensiamo, com’è ovvio, che ogni Paese ha la propria cultura, iniziamo a intravedere i primi ostacoli che il traduttore letterario si trova a dover affrontare.
Per fare un esempio semplice: perché in Italia la casa sia chiama solo casa mentre in inglese abbiamo house e home? Quale accezione vogliono esprimere gli inglesi quando usano un lemma anziché l’altro? E come traduco dallo spagnolo la curiosidad mató al gato?
Questo spiega il motivo per cui i traduttori automatici (per fortuna!) non hanno avuto successo. È ovvio che se, parlando con un gruppo di italiani, me ne esco con la curiosità uccise il gatto vengo guardata male, forse presa in giro, comunque non capita. È necessario un essere umano, un’intelligenza capace di comprendere le accezioni, le intenzioni di quel che lo spagnolo vuol comunicare, per arrivare al più comprensibile tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino.

La seconda e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Alessandra Casale
Dottoressa in Traduzione letteraria e tecnico scientifica
Traduttrice ES-EN>IT
Novara

L’evoluzione della traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Il lavoro del traduttore intorno agli anni ’70, ma comunque fino ai primi anni ‘90, era di natura molto diversa.
I computer, o meglio i calcolatori, all’epoca occupavano delle intere sale e richiedevano l’uso di gruppi frigoriferi per il raffreddamento, servivano per complicatissimi calcoli matematici ed erano molto lontani dal PC di cui dispone ormai la maggior parte della popolazione. Il mezzo di comunicazione a distanza più importante era il telefono, il telefax sembrava un dispositivo molto avveniristico e Internet, ADSL, Wi-Fi, telefoni cellulari, e-mail, SMS, Skype forse erano sistemi noti soltanto alla NASA.
Chi aveva bisogno di un lavoro di traduzione si recava di persona presso un’agenzia, dove consegnava il materiale, oppure spediva il plico per posta o tramite fattorino. Il traduttore probabilmente era costretto a lavorare unicamente in sede oppure, anch’esso doveva recarsi di persona presso l’agenzia per ritirare la documentazione da tradurre o ricorrere comunque al servizio postale e ai fattorini. La macchina da scrivere era l’ausilio “hardware” di cui esso si serviva per scrivere il testo.
Se occorrevano degli approfondimenti tecnici, bisognava recarsi presso biblioteche, consultare volumi, prendere contatto con tecnici specializzati. I costi e i tempi per l’esecuzione dei servizi erano di natura molto superiore all’attuale.

Oggigiorno, si può lavorare a distanza. È sufficiente accendere il PC, scaricare le e-mail, accettare una proposta di traduzione calcolata il più delle volte a parola, si possono firmare contratti di collaborazione e inviarli per fax, si può collaborare con agenzie di altri continenti, si ha una visibilità maggiore perché si può creare un proprio sito su Internet. I dizionari, i manuali, le enciclopedie, ossia le fonti di approfondimento principali utilizzate anche dai traduttori più esperti restano sugli scaffali della libreria e si coprono di polvere, poiché è sufficiente una breve consultazione sui motori di ricerca più comuni per ottenere informazioni di qualsiasi natura: medica, scientifica, geografica, astronomica oppure svolgere una ricerca terminologica. Una vera e propria evoluzione della traduzione che è diventata più rapida e  meno costosa, e il risparmio è dovuto principalmente all’uso dei cat-tools. Si tratta di software per la traduzione assistita, che mettono a disposizione delle memorie che ripropongono frasi uguali a quella in questione o con una similarità fino al 99%, già tradotte in precedenza per le quali si accettano delle tariffe scontate. Tali software consentono di creare dei glossari, garantendo l’uniformità terminologica, anche se per uno stesso lavoro si impiegano più traduttori. Le memorie poi possono essere condivise anche on-line. In tal modo le agenzie sono in grado di richiedere la traduzione di manuali di 30 – 40 cartelle nel giro anche di soli due giorni.

Trova un impiego sempre maggiore il lavoro di post-editing, ossia la traduzione svolta automaticamente da un software e il traduttore si limita a verificarne l’esattezza intervenendo solo dove necessario, con tariffe in discesa vertiginosa. Ovviamente si parla di traduzioni tecniche e non letterarie, settore nel quale mi auguro che il lavoro del traduttore sia ancora “puro”, svolto con la serenità, la calma e la gioia di tradurre per trasporre il senso nella lingua di destinazione cercando di mantenere inalterato quello attribuito originariamente all’autore senza oppressione di tempo e costi.

Autore dell’articolo:
Federica Ricci
Traduttrice freelance EN-DE>IT
Ariccia (Roma)

Strategie traduttive

 Categoria: Traduttori freelance

La traduzione è un’attività molto antica che risale al III secolo a.C., all’epoca alessandrina. Fin dall’antichità si è tradotto per motivi commerciali, per divulgare opere e generi letterari.

La traduzione è la trasposizione di un messaggio scritto in una lingua di partenza in uno scritto in un’altra lingua. L’atto del tradurre, però, non si limita al semplice trasferimento dei segni linguistici, ma è un processo più complesso, di natura multidisciplinare, costituito da diverse operazioni e strategie traduttive dove il traduttore deve tenere conto anche della mediazione culturale. Importante è anche conoscere la cultura del testo di partenza e di arrivo oltre che le due lingue, poiché anche due lingue molto vicine, come ad esempio l’italiano e il francese, possono presentare delle difficoltà nella traduzione legate alla cultura, come le festività. Infatti, ”l’epifania” italiana non ha un preciso corrispondente in francese, dove invece si festeggia con la “galette des rois”, il traduttore può in questo caso optare per la non traduzione, per il corrispondente della lingua d’arrivo o per un binomio traduttore esplicativo.

Il processo traduttivo è dunque costituito da scelte che il traduttore deve compiere tenendo conto delle diverse culture, ma anche del destinatario, cioè il lettore modello a cui si rivolge il testo. A volte le caratteristiche culturali possono essere tanto diverse al punto da richiedere al traduttore la modifica del testo per mantenere l’equivalenza funzionale. Il successo di un testo tradotto dipende dalla capacità quindi del traduttore di elaborare una strategia traduttiva adatta a un numero elevato di lettori.

La traduzione è un’attività indispensabile per la società odierna, è grazie ad essa che popoli diversi tra loro per cultura, lingua possono comunicare tra loro ed allargare i propri orizzonti, in un mondo dove ormai non esistono confini.

Autore dell’articolo:
Valentina Paolino
Laureata FR-SP-EN<>IT
Pozzallo (RG)

Tradurre significa scoprire culture diverse

 Categoria: Traduttori freelance

La lingua e il contenuto di un testo riflettono una cultura specifica. Tradurre significa scoprire culture diverse. Il traduttore ha il compito di tenere conto delle differenze culturali cercando di adottare la strategia migliore in modo tale da creare un “metatesto” comprensibile. I traduttori devono possedere quindi una buona conoscenza della storia e della cultura in cui un testo e’ nato, svolgendo una funzione di intermediario. Inoltre, il traduttore deve cercare di trasmettere le informazioni in modo più preciso possibile, evitando di aggiungere abbellimenti o materiale proprio.

I testi di culture diverse dalla nostra sono ricchi di termini culturalmente specifici. Queste parole, chiamate “realia” non hanno corrispondenze precise in altre lingue. Quindi il traduttore solitamente opta per mantenerle inalterate per preservare l’ambientazione culturale del testo originale, a meno che non ci siano differenze di alfabeto o si tratti di espressioni legate alla cultura, che riportate nel testo tradotto non avrebbero più alcun significato. In questo caso sono necessarie spiegazioni in nota o nell’apparato meta testuale. È importante che il traduttore riesca a trasmettere, oltre al significato semantico, anche l’aspetto connotativo, elemento essenziale per una completa percezione dell’immagine.
Se questi termini difficilmente traducibili vengono tradotti, il traduttore riesce a rendere il testo maggiormente scorrevole ma andando a discapito dell’autenticità della cultura del testo di partenza. Queste constatazioni mettono in luce l’importanza della presa di coscienza delle diverse culture e la difficoltà del lavoro di un traduttore nel rendere un testo comprensibile soprattutto se privo di apparato metatestuale. D’altra parte se questi termini vengono lasciati come nel testo originale, il testo finale risulterà arricchito perché è stato inserito un elemento di un’altra cultura senza mascherarlo, ampliando la visione culturale del lettore e producendo un effetto di straniamento.

Un esempio chiaro che semplifica quanto detto fino ad ora possono essere i testi di autori sudafricani. Vivendo in una nazione in cui le lingue principali sono l’inglese e l’afrikaans, gli scrittori di questo paese pur scrivendo in inglese inseriscono spesso parole nella seconda lingua citata. La presenza di parole di questo tipo: Voortrekker, oupa, oupagrootje, tannie, braaivleis, volk, ecc, contribuisce a dare la forte impressione di entrare in contatto con la mentalità degli Afrikaans. Sono parole che riflettono un diverso modo di pensare, una diversa concezione del mondo. Ad esempio braaivleis non ha una precisa parola equivalente in italiano o in altre lingue, perché appartiene ad una tradizione tipica del Sudafrica.

Autore dell’articolo:
Lisa Boretti
Laureata in Lingue e Letterature europee e americane
Firenze

Ruolo del traduttore dell’Unione Europea (3)

 Categoria: Operatori nel settore traduzioni

Altri elementi di cui il traduttore deve tener conto, quando si accinge a realizzare una traduzione, sono: il destinatario ed il mittente del testo, il mezzo per permettere la comunicazione ed il linguaggio da utilizzare.
Il linguaggio istituzionale deve quindi rispettare specifiche caratteristiche quali: la semplicità, chiarezza, obiettività, impersonalità, l’utilizzo di termini e simboli specifici, neutralità emotiva, coerenza logica e mancanza di ambiguità.
Il traduttore dell’Unione Europea, si trova a dover tradurre differenti testi come atti normativi, documenti politici ed amministrativi, testi d’informazione.
I traduttori dell’Unione Europea utilizzano particolari strategie di traduzione, come i neologismi semantici ed i neologismi combinatori.
I neologismi semantici introducono un elevamento ed una sostituzione del senso originale dei termini; i neologismi combinatori sono invece la combinazione di due o più parole per creare un termine stabile.
Nel linguaggio dell’Unione Europea c’ è spesso la creazione di nuovi termini tramite l’uso di prefissi e suffissi ed è anche molto diffuso l’uso delle abbreviazioni.

Al termine della traduzione, un collaboratore del traduttore, il revisore, controlla il lavoro effettuato dal traduttore ed egli può rifiutare totalmente il testo o accettarlo apportando delle modifiche, se necessario, tramite: la semplice rilettura del testo per verificare la coerenza e la chiarezza, tramite la lettura incrociata per verificare che le scelte effettuate siano valide, tramite la revisione dei termini e del lessico per controllare i termini tecnici ed infine, tramite la revisione dei termini e del lessico per migliorare il testo.
Il revisore, durante la rilettura, può riscontrare otto categorie di errori, che sono così classificati: traduzione scorretta, omissione, terminologia tecnica scorretta, errori di ortografia, errori di grammatica, errori di punteggiatura, errori di chiarezza, assenza di documenti di riferimento.

Per realizzare la traduzione dei testi della Comunità Europea, lavorano circa 3500 traduttori divisi nei diversi organi che se ne occupano: Commissione Europea, Direzione generale di traduzione, Consiglio Europeo, il Parlamento Europeo, la Corte di Giustizia delle Comunità Europee, il Tribunale ed infine altri organi consultativi come il Comitato economico e sociale ed il Comitato della Regioni.
I traduttori, possono iniziare a lavorare presso l’Unione Europea, tramite un concorso pubblico (che prevede prove scritte ed orali), titoli ed esami e devono avere competenze specifiche come: conoscere almeno una lingua straniera, possedere un’assoluta padronanza della propria lingua madre, avere una laurea.
Per affrontare la questione del plurilinguismo e per realizzare un’ottima traduzione, i traduttori analizzano il testo originale, fanno riferimento a delle lingue dette “ponte” ed infine fanno riferimento ad altre lingue.

Ultimamente la traduzione è diventata un’attività più visibile e per questo è nato un nuovo campo di studi accademici, chiamato studio di traduzione. Si è iniziato a parlare dello studio della traduzione, soprattutto nel Regno Unito, quando alcuni testi letterari stranieri, sono stati tradotti in lingua inglese. Gli studi di traduzione si dividono in letteratura comparativa e linguistica. Durante questi studi, è stata individuata un’ulteriore differenziazione tra gli studi di traduzione e gli studi di cultura.
Gli studi di traduzione sono effettuati per la lingua e per la cultura e quindi, è realizzata una traduzione tra due culture e due lingue; gli studi di cultura, invece, lavorano solamente in una lingua.
Il concetto di cultura è quindi molto importante per la traduzione e di conseguenza per il plurilinguismo.
Il traduttore può apprendere l’altra cultura tramite l’esperienza e con altri aspetti sociali e linguistici che hanno un’incidenza sulla dimensione sociale dell’uso della lingua.
La cultura è definita come: ricerca di perfezione, sviluppo della società, aiuto per le nostre difficoltà, sviluppo delle abilità morali ed intellettuali grazie all’educazione, sistema di differenziazione tra gruppi di persone, insieme di conoscenze, credenze, arte, morale di una persona che appartiene ad una particolare società.
Come conseguenza, è ovvia la diversa definizione del traduttore e del mediatore: il traduttore legge i testi prima di tradurli ed effettua la traduzione tra due parti dove c’è un’evidente comunicazione problematica; il mediatore invece deve avere la capacità di permettere la comunicazione tra differenti culture e quindi realizza la traduzione, prima dell’evento.
Il plurilinguismo è quindi la capacità degli Organismi dell’Unione Europea di effettuare l’attività istituzionale tra lingue diverse.

L’Unione Europea incoraggia quindi, il plurilinguismo perché esso rappresenta la capacità di una persona di conoscere più di una lingua ma, rappresenta anche, la presenza di differenti comunità linguistiche nella stessa area geografica, anche al fine di promuovere lo sviluppo economico.
La diversità delle lingue parlate nell’Unione Europea non deve rappresentare un ostacolo ma, al contrario, un ponte che permette la comprensione ed il rispetto reciproco.
Gli insegnanti hanno un ruolo fondamentale, per l’apprendimento delle lingue straniere, ed essi hanno il compito di insegnarle ai bambini ma, anche agli adulti.
La conoscenza linguistica è anche importante nel mondo commerciale, nella pubblicità, nel giornalismo, nel servizio turistico.

Grazie alla conoscenza di altre lingue, l’uomo è predisposto al dialogo, all’apertura verso altre culture, alla tolleranza, alla comprensione, tutti questi, elementi utili per l’affermazione della pace.

Autore dell’articolo:
Teresa Viterbo
Dottoressa in Lingue e letterature straniere, indirizzo di comunicazione linguistica ed interculturale; specilizzanda in traduzione specialistica campo medico e giuridico

Ruolo del traduttore dell’Unione Europea (2)

 Categoria: Operatori nel settore traduzioni

Altre strategie di traduzione, frequentemente utilizzate nei testi, sono: la trasposizione, l’equivalenza, la modulazione, la traduzione letterale, l’adattamento.
L’equivalenza è definita: zero, quando un termine della lingua di partenza non ha un termine corrispondente nella lingua d’arrivo; plurivoca, quando il termine della lingua di partenza ha diversi termini corrispondenti nella lingua d’arrivo; falsa, quando due termini sembrano corrispondenti ma, in realtà, hanno significati diversi; incerta, quando i termini utilizzati nella lingua d’arrivo, conferiscono ambiguità al testo originale.
Nella traduzione letterale, il traduttore si orienta verso il testo di partenza e realizza una traduzione parola per parola.
Con la trasposizione, il traduttore, sostituisce una parte del discorso, con un’altra parte, tramite un’operazione grammaticale.
La modulazione è invece la variazione del messaggio per assicurare l’equivalenza tra il testo di partenza e quello d’arrivo.
L’adattamento è invece il passaggio da un genere all’altro o rappresenta dei cambiamenti all’interno dello stesso genere.

Come strategie, sono utilizzate anche la metonimia (che rappresenta la corrispondenza di alcuni termini), la sineddoche (che rappresenta la parte per il tutto), la metafora ( con la quale il traduttore trasporta il significato proprio di una parola ad un altro significato, con la sostituzione di due termini).

Dato che ogni lingua ha un approccio diverso con la realtà, si creano dei luoghi semantici dell’intraducibilità e quest’ultima, spesso riguarda i testi che si occupano della vita materiale, ecologica, tecnologica, sociale, quotidiana, testi che sono scritti utilizzando una lingua regionale o un dialetto o testi in cui sono presenti giochi di parole o variazioni socialmente e parzialmente marcati.
L’intraducibilità è definita totale, quando un testo ha senso solamente nella lingua originale e non nella lingua d’arrivo. Essa è invece definita parziale, quando c’è la possibilità di eliminare qualche elemento che non è essenziale nel testo. Il traduttore quindi deve necessariamente essere bilingue ma, anche biculturale per evitare che il messaggio originale sia modificato.
In questi specifici casi, sono utilizzate strategie di traduzione come la trascrizione, il prestito lessicale, il calco.
Con la trascrizione, il traduttore trascrive il termine nella lingua originale e inserisce delle note esplicative, in basso alla pagina.
Il prestito può essere: integrato ( quando i termini utilizzati fanno ormai parte del linguaggio comune e sono quindi utilizzati senza una traduzione, perché sono comprensibili da tutti); parzialmente integrato (quando ci sono dei termini specifici non tradotti che non sono accompagnati da una traduzione); non integrato (quando sono necessariamente accompagnati da una traduzione perché, il loro significato non è immediatamente comprensibile).
Il calco può essere semantico quando, una parola assume un nuovo significato in base alla somiglianza con una parola straniera, ma può essere anche di traduzione quando gli elementi di una parola composta straniera, vengono tradotti parola per parola formando una nuova parola.

In alcuni testi è anche presente l’entropia, ovvero l’impoverimento semantico o stilistico del testo. Essa può essere totale, quando il traduttore evita di tradurre un passaggio difficile e lo elimina completamente; parziale quando il traduttore utilizza il senso figurato del termine.
Alcuni testi sono legati concettualmente ad altri testi che li hanno preceduti, rendendo così evidente l’intertestualità. Il traduttore rispetta il contesto linguistico per la selezione pertinente di un termine ma, rispetta anche il contesto generale della situazione e della cultura che egli, conosce durante la lettura del testo originale.

Nei testi concernenti le Istituzioni dell’Unione Europea, ogni Paese Membro utilizza un idioletto, chiamato in italiano anche comunitarese, che spesso assume una denotazione negativa perché, i testi della Comunità Europea sono accusati di non rispettare i modelli della lingua parlata e scritta dei diversi Paesi.
Ma, in realtà, con l’uso dell’eurocratese, l’intento è quello di utilizzare una lingua comprensibile non solamente da una cerchia ristretta ma, da un pubblico più vasto.
Analizzando la traduzione, il traduttore dell’Unione Europea deve tener conto del grado di conoscenza della lingua straniera, della sua lingua madre ma, anche dell’interesse per il mondo straniero e della sua formazione personale.

La terza e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Teresa Viterbo
Dottoressa in Lingue e letterature straniere, indirizzo di comunicazione linguistica ed interculturale; specilizzanda in traduzione specialistica campo medico e giuridico

Ruolo del traduttore dell’Unione Europea

 Categoria: Operatori nel settore traduzioni

L’Unione Europea ha attualmente ventisette Paesi Membri e quindi all’incirca venti differenti lingue; pertanto essa cerca di rispettare le varie identità nazionali presenti, attraverso il principio del plurilinguismo.
Le lingue principali sono quella inglese, francese, italiana, tedesca ed olandese ma, esistono altre lingue che vengono prese in considerazione per la stesura di testi giuridici.
La lingua di lavoro è quella utilizzata durante le riunioni tra le varie istituzioni mentre, la lingua ufficiale è quella utilizzata per la corrispondenza tra i cittadini e le istituzioni.
Tutti i regolamenti e i documenti generali sono pubblicati in tutte le lingue ufficiali e poi successivamente pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea.
Il plurilinguismo è dunque un aspetto che caratterizza solamente l’Unione Europea ed ha come obiettivo quello di arricchire culturalmente l’Europa e di permettere a tutti i cittadini di poter godere dei propri diritti, come ad esempio quello di potersi candidare alle elezioni europee.
Ci sono stati, durante gli ultimi anni, delle fazioni che erano in disaccordo con il concetto del plurilinguismo e cercavano, al contrario, di individuare una lingua franca ovvero, un idioma di riferimento, quale l’inglese, per evitare lo spreco nei costi della traduzione dei testi ma, fortunatamente, grazie al plurilinguismo, è stato possibile combattere questo processo di imperialismo e colonialismo culturale.

Per permettere una buona comprensione dei testi giuridici da parte di tutti i cittadini europei, l’Unione Europea ha realizzato un’unità di traduzione per la quale, lavorano traduttori qualificati e specializzati.
Tramite le loro competenze tecniche e tramite la loro ottima conoscenza di almeno due lingue straniere, i traduttori dell’Unione Europea realizzano traduzioni basandosi sul principio della chiarezza linguistica e soprattutto rispettando la coerenza lessicale e concettuale tra il testo originale e quello tradotto.
Per tradurre al meglio i testi tecnici e giuridici, i traduttori si servono di specifiche strategie di traduzione che spesso, permettono di combattere il problema dell’intraducibilità di alcuni testi piuttosto ostici.
Spesso il problema dell’intraducibilità si verifica quando, il traduttore deve tradurre testi sociali ed istituzionali ed è quindi, obbligato a tener conto della diversa cultura, delle diverse organizzazioni statali, del diverso contesto.
Molto spesso, per i testi giuridici, si utilizzano delle banche dati terminologiche e quindi si ricorre anche spesso all’aiuto della traduzione automatica on line che però, non riuscirà mai ad avere la stessa efficacia e precisione di un testo redatto da un traduttore.
L’elaborazione di un testo giuridico segue delle fasi ben precise e durante queste fasi, il traduttore deve sempre tener a mente la diversità delle culture presenti nell’Unione Europea.
Il traduttore deve dunque conoscere la società in questione, avere competenze di comunicazione verbale e scritta, capacità tecniche e soprattutto una sensibilità interculturale.

Quando il traduttore effettua una traduzione, ci sono differenti finalità, in base alla tipologia della traduzione.
In effetti, c’è una distinzione tra traduzione universitaria e traduzione professionale.
La prima, serve per apprendere la lingua straniera e per migliorare la comprensione del testo; la seconda serve invece a trasmettere un messaggio a chi non comprende la lingua d’arrivo.
Il traduttore quindi, deve tenere conto sia del cotesto che del contesto.
Il cotesto è la selezione dei termini e delle parole che devono essere appropriati alla situazione descritta.
Il contesto è, invece, la conoscenza globale della situazione e della cultura presenti nel testo da tradurre.
La lingua è l’espressione della cultura di un popolo e permette la comprensione tra popoli differenti e l’affermazione della propria capacità relazionale.
La traduzione è un aspetto molto importante che ha come obiettivo il trasferimento del significato e del senso, di un termine, da una lingua di partenza ad una lingua d’arrivo.
Il traduttore, ed anche il mediatore, con particolari strategie di traduzione, cercano di rispettare le due lingue ma, soprattutto le due culture.
Tra le varie tipologie di strategie di traduzione c’è, ad esempio, la parasinonimia che consiste nel ricercare dei sinonimi, aggiungendo un senso supplementare alla frase tradotta.
Con la parafrasi, il traduttore, realizza una frase simile a quella originale ma, esprimendosi in maniera differente. La parafrasi è legittima quando rispetta il senso ed il registro del messaggio della lingua originale.
Essa è invece volontaria, quando il traduttore afferma esplicitamente di aver manipolato il testo originale, aggiungendo degli elementi.

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo interessante articolo sul ruolo del traduttore dell’Unione Europea.

Autore dell’articolo:
Teresa Viterbo
Dottoressa in Lingue e letterature straniere, indirizzo di comunicazione linguistica ed interculturale; specilizzanda in traduzione specialistica campo medico e giuridico

Perché hai scelto di studiare le lingue?

 Categoria: Le lingue

Quante volte mi è stata fatta questa domanda – sin dai tempi del liceo: “Perché hai deciso di studiare le lingue? Io non ci riuscirei mai… troppo difficile!”.

Le lingue straniere mi hanno sempre appassionata, volevo conoscere il significato di nuove parole e poter riuscire a viaggiare comodamente senza dover avere bisogno del vocabolario a portata di mano. La mia passione per le lingue straniere era concentrata soprattutto sulla mia aspirazione di vivere e studiare in Inghilterra e potermi immergere in una cultura differente dalla mia. Terminato il liceo decisi dunque di trasferirmi in Inghilterra, precisamente a Nottingham, per cominciare la mia laurea in Lingue Moderne – Francese, Spagnolo e Portoghese. Ricordo vivamente la curiosità e l’entusiasmo che provai nel potermi finalmente immergere in un paese che non fosse il mio. I corsi e le lezioni, così come i saggi e le presentazioni, venivano svolti interamente in inglese. I miei compagni di studio e nel dormitorio erano inglesi nella maggior parte ed io ero una delle poche persone straniere nel mio corso. Per molte persone questa situazione di adattamento sarebbe stata difficile, ma già dai primi mesi riuscii a integrarmi nella mia università, con i miei compagni universitari, e conoscere molti studenti stranieri provenienti da diverse parti del mondo. I corsi erano interessantissimi e la cosa che mi affascinava di più era il fatto di poter imparare le lingue (in questo caso Francese, Spagnolo e Portoghese) dal punto di vista di una lingua straniera, l’Inglese. Una volta terminata la mia laurea, decisi di intraprendere una specializzazione in Traduzione all’università UCL a Londra – città nella quale risiedo attualmente.

Credo fermamente che studiare le lingue sia la chiave per potersi sentire liberi di viaggiare, di imparare in un paese che non sia il nostro, di diventare parte integrante di una nuova cultura.
Le lingue sono una vera e proprio “dichiarazione di indipendenza” e, dopo le tante fatiche per far sì che una lingua straniera diventi nostra, i risultati che se ne ricavano sono estremamente soddisfacenti.

Se dovessi rispondere alla domanda “Perché hai scelto di studiare le lingue?” direi che ho fatto questa scelta perché le lingue mi hanno permesso di creare il futuro che avevo sempre immaginato senza alcune barriere o impedimenti. Mi hanno permesso di conoscere le persone che hanno avuto un impatto significativo nella mia vita e che non avrei mai incontrato se non avessi avuto la possibilità di trasferirmi all’estero. Le lingue straniere hanno fatto in modo che potessi cominciare un nuovo capitolo senza abbandonare il bagaglio culturale di quello precedente.

Imparare le lingue straniere aiuta a scoprire se stessi, così come il mondo intorno a noi.

Autore dell’articolo:
Martina Campinoti
Traduttrice EN-FR-ES-PT>IT
Londra

Il buon traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

E’ soltanto negli ultimi anni che ho capito la fortuna di essere bilingue. Nata e cresciuta per gran parte della vita a Londra (GB) e per diversi anni in Italia dove attualmente vivo, ho potuto acquisire la cultura e conoscenza linguistica di entrambi i paesi. L’inglese, la mia madrelingua e l’italiano mi sono sempre state richieste durante la mia formazione e sono sempre servite da aiuto ai vari amici e parenti che necessitavano di “traduzioni” in una lingua o nell’altra. Un giorno, capii che questa mia capacità di tradurre poteva servire e che in fondo questo lavoro lo poteva fare chi conosce bene due lingue. Ho preso la specializzazione con un Master in Traduzione capendo i requisiti necessari di questo mestiere.

Quindi, cosa fa di un traduttore un buon traduttore? La mia esperienza mi ha insegnato che il buon traduttore, capito bene il concetto del testo di partenza, deve innanzitutto scegliere la semplicità per rendere la lettura del testo di arrivo del committente il più scorrevole e di facile lettura possibile, riportando fedelmente le idee del testo di partenza usando le medesime parole quanto più possibile. E’ molto importante non cercare di cambiare il testo di partenza facendo delle aggiunte, omissioni o riassunti e rispettare ciò che vuole comunicarci l’autore del testo originale. Naturalmente si devono rispettare tutte le regole e le tecniche necessarie che comporta il “tradurre” facendo attenzione anche all’accuratezza dei particolari. La continua evoluzione delle lingue richiede di mantenersi sempre aggiornati circa nuove terminologie e modi di dire. Solamente usando questi piccoli “tools” si riesce a dare alla traduzione quella “rifinitura” che fa la differenza.

Spesso si ricorre all’uso di “traduttori automatici”, molto utili per chi vuole risparmiare tempo e fatica. Il traduttore automatico però non riconosce e non capisce il significato delle parole usate nel loro contesto, e non può fare altro che effettuare una traduzione basandosi sul dizionario e sulla grammatica. I traduttori automatici quindi dovrebbero essere usati da traduttori professionisti, altrimenti si rischia di tradurre tutt’altro concetto di quello che si voleva trasmettere!

Per concludere, ogni traduzione rappresenta per me una sfida diversa, una strada da percorrere, dove scavalcare ostacoli e raggiungere nuovi traguardi imparando sempre qualcosa di nuovo!

Autore dell’articolo:
Francesca Ashley Foxley
Traduttrice freelance EN<>IT
Ravenna

I nomi tradizionali dei mesi in russo

 Categoria: Le lingue

Nello studio della lingua russa e soprattutto dalla lettura di testi letterari in prosa o poesia, si possono scoprire interessanti nozioni circa il passato linguistico dei russi, presente e vivo ancora oggi, soprattutto per gli abitanti dei villaggi delle campagne e delle grandi foreste.
In questo articolo si esamineranno gli antichi nomi tradizionali dei mesi in russo che quel popolo ha dato secoli fa ai vari mesi dell’anno, traendo a piene mani dall’indigeno universo linguistico slavo orientale e discostandosi di molto dai sostantivi della lingua ufficiale, che derivano invece in toto da radici latine.
Tali denominazioni hanno contribuito alla nascita del cosiddetto calendario tradizionale e popolare; inoltre pongono il traduttore moderno di fronte alla difficoltà di scegliere o delle perifrasi che ne illustrino il significato (rendendo però obsoleta la resa) o delle creazioni (a volte rischiose) di neologismi che si avvicinino a quelli russi.

La primavera è chiamata Vesna e comprende i mesi di marzo (mart), aprile (aprel’) e maggio (maj); di seguito si possono leggere i nomi tradizionali e popolari:

Mart: suchoj (da suchoj: secco) per la temperatura che tende ad essere un po’ più mite dopo il gelido ed umido inverno; questo termine è tipico delle terre a nord, verso il mar bianco. Berëzozol (da berëza: betulla e zoloto: oro) per i riflessi del sole sulle foglie di questi alberi che iniziano a germogliare. Altri due termini sono zimobor (da zima: inverno, e borec: lottatore) che indica la vittoria sull’inverno, e protal’nik (da protalina: luogo disgelato).

Aprel’: snegogon (da sneg: neve, e gon: corsa) richiamante l’immagine dei ruscelli che portano impetuosi i resti della neve ghiacciata; altro termine è cveten’ (da cvesti: fiorire) in quanto ad aprile la flora inizia il suo percorso di rinascita.

Maj: travnik o traven’ (da trava, erba) perché c’è l’esplosione dei colori primaverili con il tripudio dell’erba.

L’estate è chiamata Leto e comprende i mesi di giugno (ijun’), luglio (ijul’) e agosto (avgust); i nomi popolari antichi dei suddetti sono:

Ijun’
: červen’ (da červec, cocciniglia) a causa dei piccoli insetti fitofagi che compaiono sulle piante in questo periodo.

Ijul’: makuska leta (culmine dell’estate) perché esso viene considerato l’ultimo mese nonostante agosto in Russia possa essere torrido; altro sostantivo è stradnik (dall’aggettivo stradnyj: proprio della mietitura) che dunque si lega all’attività dei contadini; infine la denominazione groznik (da groza: temporale) sottolinea come forti ed improvvise perturbazioni si alternino al caldo sole estivo.

Avgust: questo mese nel nord della Russia è chiamato zarev (da zarevo: tramonto acceso) per i colori che si formano nel cielo durante il tramonto; nelle terre meridionali invece agosto è conosciuto come serpen’ (da serp: falce), termine che indica ancora una volta il lavoro contadino nei campi.

L’autunno è Osen’ e i mesi corrispondenti sono settembre (sentjabr’), ottobre (oktjabr’) e novembre (nojabr’). Tuttavia a livello popolare i termini ancora una volta si discostano molto:

Sentjabr’
: chmuren’ (dall’ aggettivo chmuryj: cupo, tetro) perché a causa del clima settembrino il cielo perde i colori estivi, e con le frequenti piogge assume un colore cupo.

Oktjabr’: listopad (da listopad: caduta delle foglie) è un termine che denota il processo che colpisce il mondo vegetale; ottobre è inoltre chiamato grjaznik (da grjaz’: fango) per il fango che si produce sui sentieri russi durante le intense piogge; è infine conosciuto come svadebnik (da svad’ba: nozze) perché in campagna questo mese indica un periodo propizio per celebrare matrimoni.

Nojabr’: gruden’ (da gruda: mucchi) è un termine che indica la presenza di ammassi di terra gelata e neve lungo le strade o più genericamente nei campi.

L’inverno in russo è Zima, con i mesi di dicembre (dekabr’), gennaio (janvar’) e febbraio (fevral’). Ed ecco i differenti nomi tradizionali:

Dekabr’: studen’ (dall’aggettivo studënyj: gelido) è un sostantivo usato per indicare il grande freddo e le rigide temperature di questo mese.

Janvar’: conosciuto come prosinec (con due etimologie: la prima, da prosin’: sprazzi di azzurro, la seconda da prosijat’: cominciare a splendere) perché nonostante il clima rigido iniziano a vedersi le azzurrità del cielo.

Fevral’: snezhen’ (da sneg: neve) è un termine che sottolinea le ultime nevicate invernali; febbraio è conosciuto anche come oppure bokogrej (da bok: fianco e gret’: scaldare) perché gli allevatori iniziano a portare fuori dalle stalle il bestiame, che così riceve i primi raggi di un sole un po’ più caldo.

Come si può notare, tutti i sostantivi tradizionali sono legati al mondo dei lavori agricoli, al clima, alla flora e alla fauna. Ciascun termine colora il mese di una precisa connotazione naturale, non riscontrabile nelle voci della lingua ufficiale. Per il contadino russo l’importanza del clima in ogni stagione era (ed è) fondamentale per la sussistenza; a ciò si aggiunga un amore quasi filiale del popolo per una terra chiamata da secoli mat’-syra zemlja: madre umida terra; nasce così, anche a livello onomastico, una fenologia sui generis, dal basso, una fenologia campestre e silvestre.

Autore dell’articolo:
Francesco Bigo
Dottore Magistrale in Lingua e Letteratura russa
Mestre (VE)

La traduzione: semplice solo in apparenza!

 Categoria: Traduttori freelance

“Tradurre? E che ci vuole?” potrebbe pensare qualcuno, “Basta avere un’infarinata generale di una lingua ed è un gioco da ragazzi!” Ebbene, questo è un grosso errore! Perché? Per diversi motivi.
Il primo motivo è che la conoscenza della lingua straniera non è che un mattone del muro che bisogna costruire per poter essere bravi traduttori. E, certo, non basta avere un’idea o sapere qualche frase qua e là, ma ci vuole una conoscenza approfondita, un buon vocabolario alla base e le regole grammaticali ben assimilate. Per far questo ci vuole tempo, mesi, anni e anche più.

Un secondo motivo è che chi la pensa come sopra non considera minimamente che la cultura sia un fattore determinante. Questo non è affatto vero. Il background, ovvero il passato, le tradizioni, la cultura di un popolo e, di conseguenza, la sua cultura influenzano il modo di pensare, di ragionare, di capire, di agire e di reagire delle persone. E la lista potrebbe continuare…

Il terzo e ultimo motivo che vogliamo analizzare è che il traduttore in gamba deve dedicare molto tempo al suo lavoro, non pensando che lo possa fare nei ritagli di tempo, come passatempo o distrazione.
Ci vogliono, come per tutti i lavori, costanza, impegno, dedizione e passione. Questo pretende sacrificio, ma si sa, senza di esso non si ottiene nulla.
La nostra lista potrebbe continuare, ma questo è già sicuramente un buon inizio per lavorare come traduttori. Prestate attenzione a questi punti e… buon lavoro a tutti i traduttori, presenti e futuri!

Autore dell’articolo:
Matteo Bernardini
Traduttore EN-RO>IT
Ponsacco (PI)

Tradurre una lingua, tradurre una cultura

 Categoria: Le lingue

L’apprendimento di una lingua è qualcosa che non finisce mai. Ne sono testimoni i traduttori di lingua madre italiana che vivono all’estero da molto tempo: la loro traduzione in italiano rischia di risultare un po’ arcaica, non al passo con i tempi.
Qualche mese fa, ne discutevano scherzando fra loro gli insegnanti di lingua italiana dell’Istituto Italiano di Cultura di Haifa (Israele). Alcuni di loro, tornando in Italia a qualche anno di distanza dall’ultima visita, avevano scoperto con stupore e divertimento che molte espressioni colloquiali erano scomparse ed erano state sostituite da termini, una volta desueti, ora diventati di uso comune: “Adesso incazzarsi è un verbo che non rende più, è stato usato così tanto e con una tale facilità che ha perso significato. Oggi, se uno è davvero arrabbiato, dirà che si è inalberato. Inalberato, capisci?! Due anni fa non avrebbe saputo nemmeno dell’esistenza di questo verbo!”.
Se questo accade con la propria lingua, a maggior ragione con una lingua straniera il continuo aggiornamento e la pratica “sul posto” diventano indispensabili.

Studiare una lingua straniera non equivale a conoscerla, men che meno nelle nostre scuole dove prevale un atteggiamento che definirei “purista” che chiude le porte alla lingua parlata e allo slang, quasi fossero una colpa del parlante nativo che attenta alla bellezza della propria lingua.
Così uno studente Erasmus che arriva in Francia, magari con un ottimo livello di francese, scopre che dovrà ricominciare da capo, imparare un francese orale, molto diverso da quello accademico che gli è stato impartito. Scopre che nel parlato nessuno usa la forma corretta per le frasi negative, impara i doppi sensi e i giochi di parole, un umorismo diverso dal nostro che porta le persone ad ironizzare su aspetti del quotidiano diversi da quelli dei quali ridiamo noi. In altre parole, è necessario immergersi completamente in un’altra cultura per poterne tradurre la lingua. Il linguaggio è così impregnato di retaggi culturali, di sottintesi, che per capirlo a fondo non si può prescindere dalla conoscenza della popolazione che ne fa uso.
Lo dimostra il fatto che ci sono parole o espressioni impossibili da tradurre alla lettera, o che nella lingua di destinazione necessitano di una spiegazione molto lunga e dettagliata, quando in quella d’origine risultavano invece evidenti.

Quando in ebraico si legge, per esempio, di una persona che fa la shivah, per il lettore è subito chiaro di cosa si tratti. Il traduttore dall’ebraico, invece, per evitare ambiguità, sentirà l’esigenza di trascrivere la parola in caratteri latini senza tradurla, spiegando in una nota che si tratta della settimana di lutto che nel giudaismo sono tenuti a rispettare i parenti di primo grado di un defunto.
Allo stesso modo, prendere uno sherut è qualcosa di estremamente comune in Israele, ma non esiste alcuna possibile traduzione. Al lettore italiano bisognerà spiegare che si tratta un mezzo di trasporto con una decina di posti che, come un taxi, va a prendere i singoli passeggeri e li porta ognuno alla propria destinazione esatta, coprendo generalmente tratte interurbane.
Ci sono poi le formule augurali, che più d’ogni altra cosa si fanno espressione della tradizione, della cultura popolare. In arabo, per esempio, ad ogni occasione di festa ci si scambia l’augurio كل سنعة وانت بخير letteralmente: “Possa tu star bene tutto l’anno”, che in italiano diventa semplicemente “auguri”. Non potrebbe andare diversamente, dal momento che in arabo quest’augurio suona del tutto naturale, e una traduzione diversa risulterebbe inusuale e lascerebbe intendere al lettore una qualche connotazione che non esiste nell’originale.

In conclusione, credo che i presupposti per una buona traduzione siano un’ottima conoscenza della cultura legata alla lingua dalla quale si traduce, una stretta fedeltà al testo, intervenendo laddove una traduzione letterale andrebbe a scapito del significato o delle intenzioni dell’autore o rischierebbe di connotare un testo originariamente neutro.

Autore dell’articolo:
Chiara Camarda
Aspirante traduttrice HE-FR-EN>IT
Roma

Il traduttore è un ricercatore

 Categoria: Traduttori freelance

La mia passione per la lingua italiana è nata con il primo viaggio in Italia da quando ho potuto scoprire tutta la ricchezza di questo paese, cioè la melodia di questa lingua, la bellezza dei paesaggi e la cultura che è come un ponte perché unisce i cittadini con la loro terra.

Anche se ho studiato Lingue e Culture Moderne proprio in Italia, la verità è  che non  basta conoscere una lingua solo dal lato linguistico perché, altrimenti, gli elementi di cultura resteranno completamente estranei. Uno può distinguere bene i segni del linguaggio, ma non riuscirà a capire il senso di un dialogo tra due italiani in una certa situazione. Perché? La lingua non esiste senza cultura, la quale penetra in essa fin dal suo inizio. La cultura è un bagaglio storico di ogni lingua senza il quale un viaggiatore non può partire per andare all’estero perché non comprende le indicazioni per la strada giusta. Chiunque vuole imparare una lingua straniera, ma specialmente il traduttore, diventa un ricercatore che fin in fondo deve scoprire il patrimonio culturale. Per questo motivo è sempre più facile  catturare le differenze culturali durante un soggiorno all’estero perché, per capire bene un atteggiamento degli stranieri, bisogna vedere dal vivo ed acquistare esperienza. La comprensione del comportamento di uno straniero è un secondo passo nella strada infinita di imparare una lingua. All’età di dodici anni, non conoscendo neanche una parola italiana, ho vissuto per tre mesi solo con italiani nel Molise. Come risultato ho imparato tanto, tanto di più in questi tre mesi rispetto a quanto avevo imparato studiando un’altra lingua straniera per tre anni nella scuola nel mio paese. A parte che dodici anni è, linguisticamente parlando, l’età ritenuta come la più adatta nell’adolescenza per imparare una lingua straniera, ho comunque fatto anche  uno sforzo intellettuale cercando di  osservare attentamente come parlavano e come si comportavano i molisani, individualmente o nei diversi gruppi, nelle varie situazioni di vita quotidiana. Questa esperienza non si può ottenere in nessuna scuola ma bisogna viaggiare, osservare o meglio guardare nel profondo di ogni situazione, ascoltare e finalmente scoprire “quali strade sono giuste per diventare un esperto linguistico-culturale”.

Un viaggiatore impara molto più velocemente e grazie alle sue utili osservazioni, potrà affrontare più facilmente tutte le difficoltà che incontrerà durante il processo di traduzione. Ogni traduttore sa che a volte il suo lavoro porta tanti dubbi e spesso ci vuole tanto tempo per trovare la soluzione giusta; qualche volta passano giorni per riuscire a mettere anche una sola parola in un certo contesto. Uno dei famosi traduttori, E. Nida, ha sottolineato che grazie all’equivalenza dinamica, il testo tradotto compie più facilmente il senso vero nel target language.  Questa metodologia permette al traduttore di cercare il significato delle parole, ovvero delle frasi, tramite il target culture. In questo modo il traduttore non si limita a trovare solo il significato letterale, ma viaggia oltre tutti i confini linguistici per arrivare allo scopo, cioè rispecchiare il senso che porta il testo originale.

Autore dell’articolo:
Patrizia Rzepecka-Gielnik
Traduttrice EN-IT>PL
Laureata in Lingue e Culture Moderne e in Traduzione
Wrocław (Polonia)

Presenza dell’inglese nella lingua italiana

 Categoria: Le lingue

L’inglese è una delle lingue maggiormente parlate a livello mondiale e la sua diffusione ed importanza è visibile anche all’interno della nostra stessa lingua.
Il suo inserimento nel nostro idioma è stato graduale, ma altrettanto veloce, e il risultato è stato la sostituzione di intere parole italiane con altre inglesi.
Al giorno d’oggi spesso ci si trova di fronte a frasi del tipo: “Senza sapere l’inglese non si va da nessuna parte” e ciò è tangibile a tal punto che molte parole inglesi si sono create prepotentemente un posto fisso nel lessico italiano. Slogan, curry, borderline, web… sono solo un piccolo assaggio di tutto quello che quotidianamente testimonia la costante onnipresenza del “English Language” dovuta anche alla perenne influenza del mondo di internet.

Il problema è che a volte non esiste una vera traduzione per queste parole e tutto ciò rende complicato anche l’utilizzo e la comprensione della nostra stessa lingua, soprattutto da parte di chi non conosce bene l’idioma britannico. Non si sente più’ dire “vado ad un incontro”, ma “vado ad un meeting”, non si parla più di “fuso orario”, ma di “jet lag” (che in realtà significa “disritmia”), la domenica non esistono più la colazione ed il pranzo, ma esiste solo il “brunch”, una simbiosi fra “breakfast” e “lunch”.
Inoltre, la popolazione non è composta solo da persone giovani ed aggiornate, ma anche da persone anziane che di fronte ad un “break” si chiedono “cos’è?”, venendo poi a scoprire che si tratta di una semplice “pausa”.

Tutto questo non è molto positivo e salutare per la lingua che viene invasa da parole inglesi (in questo caso la lingua italiana), perché sembra quasi che essa perda pian piano la sua essenza e ragione di essere. Ecco perché occorrerebbe cercare di utilizzare parole italiane in Italia, lasciando quelle inglesi alla loro lingua di origine, in modo tale che ciascuna lingua possa mantenere la propria integrità, rispettando la storia e la popolazione del paese a cui appartiene.

Autore dell’articolo:
Benedetta Camporesi
Traduttrice EN>IT
Forlì

Il linguaggio dell’economia e della finanza

 Categoria: Traduttori freelance

La lingua dell’economia e della finanza è a tutti gli effetti un linguaggio specialistico. Con “linguaggio specialistico” o “lingua speciale” s’intende la varietà funzionale di una lingua naturale, che dipende da un settore di conoscenze specialistico e che quindi viene utilizzata da un gruppo di parlanti ristretto, per soddisfare i bisogni comunicativi di quel settore e facilitare la comunicazione tra di loro. Come, ad esempio, la lingua della medicina viene parlata dal gruppo ristretto dei medici.
Fra le caratteristiche delle lingue speciali, si possono annoverare tra le più importanti la precisione, la mono-referenzialità, l’oggettività e non-emotività, l’economia e la chiarezza.

Tuttavia, se si prende in considerazione la lingua speciale dell’economia in un particolare genere testuale, quello dell’articolo di quotidiano, emergono osservazioni interessanti. In primo luogo, si può facilmente notare una certa soggettività ed emotività di questa lingua speciale. Infatti, se si prova ad analizzare un qualsiasi articolo di argomento economico su un quotidiano, si possono riscontrare numerose figure retoriche, prime fra tutte le metafore, che spesso lasciano trasparire l’opinione dell’autore e fanno sì che i testi economico-finanziari della stampa presentino caratteri simili a quelli letterari. Facendo riferimento ad alcuni esempi individuati in testate quali “La Repubblica” o “Il Corriere della Sera”, è stata notata la presenza di metafore che fanno riferimento a particolari categorie della vita reale. Ad esempio, metafore che fanno riferimento alla sfera della salute, come l’espressione largamente utilizzata “economie in salute” per fare riferimento a nazioni che non presentano particolari difficoltà da un punto di vista economico-finanziario; oppure la parola “contagio”, usata in particolare per esprimere la paura o il rischio di un fallimento come quello che ha investito la Grecia. Ed ancora, espressioni che fanno riferimento alla meteorologia, come l’espressione “turbolenza”, per indicare situazioni di disordine e instabilità, in modo particolare per quanto riguarda i mercati finanziari. Per non parlare delle espressioni che fanno riferimento alla sfera bellica, come l’utilizzo del verbo “combattere”, impiegato in contesti in cui la crisi economica e i problemi ad essa collegati vengono delineati come il nemico da sconfiggere.

Da un punto di vista prettamente linguistico, quindi, la tipologia di linguaggio economico-finanziario considerata in questo articolo devia dalle caratteristiche di oggettività e non-emotività normalmente attribuite alle lingue speciali. Inoltre, l’utilizzo di espressioni figurate non fa altro che far trasparire la fervida immaginazione dell’autore. Infatti, i testi economico-finanziari difficilmente sono del tutto informativi ed oggettivi e le espressioni linguistiche utilizzate rappresentano molto spesso spie di soggettività.

Autore dell’articolo:
Zaira Fiori
Traduttrice EN-DE>IT
Ponsacco (PI)

La localizzazione videoludica

 Categoria: Servizi di traduzione

Nonostante da un recente sondaggio sia risultato che oltre 18 milioni di italiani (per la maggior parte adulti) giocano ai videogiochi, la strada verso la costruzione di una solida cultura “gaming” nel nostro paese è ancora lunga. Quando alla domanda “Che lavoro fai?” rispondo “Testo videogiochi in lingua italiana” la reazione è sempre la stessa: “Wow, giochi tutto il giorno!” e a questo punto diventa difficile convincere l’interlocutore che il mio ruolo è più concentrato sulla localizzazione, traduzione e verifica dei testi che non sul funzionamento del gioco in sé. Ma come si può spiegare a chi non è del settore in cosa consiste la localizzazione di un videogioco?

Capire il lavoro di un QA Localisation Tester potrebbe essere il primo passo verso la comprensione.

Impossibile negare che si “gioca”, e molto, ma sicuramente con un occhio diverso da quello di un normale videogiocatore il cui unico scopo è il puro divertimento. Quando al “QA Department” arrivano le prime versioni del gioco, noi localizzatori nemmeno le guardiamo; passiamo giorni a controllare le traduzioni parola per parola affinché siano “coerenti” con quelle in lingua originale, traduciamo nuovi testi che ci vengono man mano inviati, ascoltiamo e riascoltiamo i file audio verificando non solo che la traduzione coincida con l’originale, ma che la pronuncia sia corretta e comprensibile. Indispensabile è poi il corretto uso della terminologia stabilita da colossi quali Microsoft, Sony e Nintendo. Infatti, prima che un video gioco venga messo sul mercato, deve superare dei test ben precisi e se ci sono anche solo un paio di errori di terminologia, il risultato della “submission” rischia di essere un “fail“, con gravi danni in termini economici e di tempo per l’azienda. Questo purtroppo è un punto dolente dal punto di vista della traduzione: mi è capitato spesso di dover apportare correzioni dove non venivano rispettate le regole terminologiche. Tutti i traduttori che lavorano nell’ambito gaming dovrebbero usare degli appositi manuali; di solito le grandi aziende li consegnano direttamente al traduttore a cui viene affidato il lavoro, ma se così non fosse, suggerisco caldamente di farne specifica richiesta al fine di poter offrire un lavoro di maggior qualità.

Dopo che tutti i testi sono stati corretti, questi vengono inseriti nel gioco e a quel punto anche noi riceviamo una versione localizzata e cominciamo la fase di “testing“. Durante questa fase molte volte accade che nonostante la traduzione dalla lingua originale sia corretta, questa non sia coerente con il contesto con cui il videogiocatore dovrà interfacciarsi ed è qui che entrano in gioco la cultura e la capacità del localizzatore di adattare al meglio il testo nella propria lingua.

Il lavoro di controllo e traduzione, però, non si esaurisce con il testing, infatti, man mano che il progetto viene sviluppato, i “game designer” inseriscono nuovi testi che noi traduciamo ed adattiamo al contesto e così via fino a quando viene rilasciata la versione “demo” ed il gioco è pronto per essere lanciato sul mercato. A questo punto, se tutto è andato per il verso giusto, si passa ad un nuovo progetto, altrimenti si lavora alla “patch”, che verrà rilasciata per risolvere i piccoli problemi che potrebbero essersi manifestati dopo l’uscita del gioco.

Il localizzatore è una figura professionale con un solido background videoludico (per la maggior parte si tratta di veri appassionati del settore dove il lavoro si trasforma in svago nel momento in cui tornano a casa) ed un’ottima conoscenza della propria lingua madre e degli usi e costumi del paese d’origine. Una corretta localizzazione è fondamentale per il successo di un videogioco.

Autore dell’articolo:
Valentina Colombo
Experienced QA Localisation Technician
Traduttore Freelance EN-FR>IT
Royal Leamington Spa (Regno Unito)

Una buona traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Fare una buona traduzione non significa semplicemente tradurre “parola per parola”: se fosse così semplice basterebbe affidarsi ad un traduttore online ed il gioco sarebbe fatto. Ci avete mai provato? Il risultato è tanto veloce, quanto… incomprensibile.

Il mio primo capoufficio aveva l’abitudine di dire ai clienti di lingua anglofona: “We will do the bridge”; è vero che “bridge” significa ponte, ma non nel senso che intendeva lui, non per spiegare che gli uffici sarebbero stati chiusi più giorni in occasione della festività di turno. Molti di noi sono convinti di saper parlare bene un’altra lingua, questo vale soprattutto per l’inglese, perché lo hanno studiato a scuola, hanno frequentato qualche corso e soprattutto si sono esibiti con il loro migliore inglese durante le vacanze estive, nel tentativo di “attaccare bottone” con il vicino di ombrellone in spiaggia. Eppure pare che a livello europeo siamo tra i più scarsi in fatto di conoscenza linguistica. Non parliamo poi di effettiva padronanza linguistica.

Il compito di un traduttore, nonché la sua principale soddisfazione, è quella di consentire a chiunque di leggere e assaporare le idee altrui, anche quando sono espresse in una lingua diversa e sconosciuta, di agire da tramite tra il lettore e l’autore rendendo il suo pensiero accessibile a tutti. Per capire un testo straniero non basta solo tradurre quell’insieme di parole, ma è importante comprendere il significato globale del discorso, le sfumature di significato e soprattutto, secondo me, avere la capacità e la sensibilità di trovare la parola che meglio rappresenta, nella propria lingua madre, ciò che voleva esprimere l’autore nel testo originario.
Quanto sopra a livello macroscopico: è evidente poi che bisogna capire le singole parole, sapendo che sovente ci si può trovare di fronte a neologismi, a espressioni dialettali, allo slang giovanile o a termini tecnici e chissà cos’altro. In questi casi arrivano in aiuto i dizionari tecnici, la propria esperienza di traduttore e interprete e, perché no, anche l’umiltà di chiedere, quando è possibile, delucidazioni a chi ha scritto il testo.

Infine, ciliegina sulla torta, è fondamentale conoscere bene la propria lingua, padroneggiarla, oserei perfino dire amarla, al punto da rendere quanto scritto in lingua originale nel modo più armonioso ed elegante possibile. Insomma… conoscere altre lingue offre la possibilità di entrare in contatto con popoli diversi da noi, con la loro cultura, il loro modo unico di ragionare e di approcciarsi alle cose, consente di viaggiare autonomamente visitando anche luoghi lontani dai soliti circuiti turistici, di stringere nuovi rapporti di amicizia, di fare esperienze di studio o lavoro all’estero e, cosa più importante, di aprire i propri confini!

Autore dell’articolo:
Elena Mancardi
Traduttrice FR-EN>IT
Borgo San Dalmazzo

I termini nella traduzione giuridica (3)

 Categoria: Servizi di traduzione

Visitare siti tedeschi è stato funzionale alla comprensione del sistema che ha prodotto il testo di legge sulla tutela dei minori e all’indagine sulle modalità di applicazione della legge stessa, non soltanto a livello legislativo e giudiziario, ma anche nella vita di tutti i giorni. Molto utile è risultata la visione del cortometraggio “Die Wette” (La scommessa), che si è fatto portavoce di quella quotidianità che si ritrova strettamente e costantemente a contatto con i giovani.

La ricerca all’interno dei siti italiani è stata finalizzata essenzialmente alla raccolta di tutta la normativa vigente nel nostro ordinamento relativamente alla tutela dei minori in pubblico. Questa fase di studio e documentazione risulta particolarmente efficace anche per la formazione della terminologia e delle convenzioni redazionali tipiche del settore. E ancora più efficace è stato lo studio dei testi paralleli, ovvero di altri testi di legge tedeschi tradotti precedentemente in italiano, di cui sono state analizzate le strutture lessicali e grammaticali, volte a verificare la presenza di eventuali standard traduttivi. Altra importante fonte di consultazione è stata quella delle banche dati, nel caso specifico banche dati di terminologia giuridica, e infine la consultazione con gli esperti del settore, quando si sono rese necessarie delucidazioni in merito a determinati termini.

Nel corso di questo lavoro, che si sviluppa intorno alla traduzione della legge tedesca sulla tutela dei minori in pubblico, è stato tracciato un percorso che parte dalla Jugendschutzgesetz e che, attraverso il confronto tra la normativa tedesca e italiana a disciplina della stessa materia, approda alla versione italiana del testo normativo tedesco. L’obiettivo era affrontare la traduzione di un testo altamente specializzato, che racchiudesse al proprio interno le tipiche consuetudini redazionali di un testo giuridico e che al contempo si occupasse di una tematica attuale e delicata, al fine di realizzare un testo in lingua italiana rivolto a chi si occupa dello studio della materia in questione. Con questo lavoro di traduzione è stato raggiunto il risultato di un testo familiarizzante, particolarmente orientato verso il lettore di lingua italiana, poiché, pur mantenendo la fedeltà ai contenuti e ad alcune peculiarità redazionali presenti nel testo di legge tedesco, esso si presenta facilmente fruibile al destinatario di lingua italiana. Un esempio diretto dell’adozione di tale strategia localizzante è costituito dalla resa dei Realia istituzionali tedeschi, che sono stati tradotti in italiano, anche nei casi di mancata presenza di equivalenti, laddove è stata applicata la soluzione di una parafrasi, quindi di un equivalente concettuale, evitando la presenza di nomi tedeschi che avrebbero potuto pregiudicare la comprensione per il lettore italiano. In questo modo si spera di aver condotto a buon fine l’obiettivo fondamentale di una traduzione specializzata, ovvero la trasmissione d’informazioni.
È facilmente ravvisabile la complessità che si rende necessaria non solo in un lavoro di traduzione giuridica, ma in ogni lavoro di traduzione, sempre caratterizzato da documentazione, conoscenza e dunque arricchimento, elementi che a mio avviso conferiscono al mestiere del traduttore grande fascino.

Autore dell’articolo:
Marta Barone
Traduttrice EN-DE-FR > IT
Nocera Inferiore (SA)

I termini nella traduzione giuridica (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Le difficoltà lessicali incontrate nella traduzione della Jugendschutzgesetz sono nate da una duplice causa:

1) presenza di termini per i quali è stato possibile rintracciare un corrispettivo nella lingua d’arrivo soltanto successivamente a un’attenta e minuziosa verifica, volta a constatare se l’equivalente traduttivo avesse nell’ordinamento d’arrivo la stessa funzione del termine originale nell’ordinamento di partenza;

2) presenza di termini che non hanno alcun corrispettivo nella lingua d’arrivo, i cosiddetti Realia, ovvero, secondo la definizione che è stata data dai ricercatori bulgari Vlahov e Florin: parole (e locuzioni composte) della lingua popolare che costituiscono denominazioni di oggetti, concetti, fenomeni tipici di un ambiente geografico, di una cultura, della vita materiale o di peculiarità storico-sociali di un popolo, di una nazione, di un paese, di una tribù, e che quindi sono portatrici di un colorito nazionale, locale o storico; queste parole non hanno corrispondenze precise in altre lingue.

In linea generale il traduttore decide di volta in volta quale sia la strategia traduttiva che meglio si adatta alla resa del Realia nella lingua d’arrivo, tenendo conto di diversi fattori, quali la funzione del testo, il tipo di destinatario, il tipo di cultura ricevente e il suo grado di tolleranza verso le parole straniere. Il traduttore deve in pratica valutare se il mantenimento dell’elemento esotico nella traduzione sia fondamentale nel contesto traduttivo, adottando conseguentemente una decisione circa il mantenimento del termine (prestito), circa una spiegazione del concetto contenuto dal termine di partenza attraverso una definizione nella lingua d’arrivo (parafrasi), o circa una traduzione del termine di partenza mediante un neologismo nella lingua d’arrivo. La scelta della strategia traduttiva deve fondamentalmente soddisfare la finalità primaria della traduzione giuridica, ovvero quella di trasmettere dei contenuti giuridici, garantendo l’accettabilità e la chiarezza del testo, elementi costitutivi della qualità della traduzione stessa. Gli scogli terminologici incontrati in sede di traduzione del testo legislativo tedesco sono stati resi talvolta attraverso un equivalente, in altri casi attraverso il ricorso a una parafrasi, laddove per quei termini, designanti per lo più istituzioni, leggi, regolamenti o trattati afferenti all’ordinamento federale tedesco, non esisteva alcuna traduzione standardizzata veicolante nella lingua d’arrivo.

In una traduzione giuridica, prima che sul piano strettamente lessicale, il confronto avviene quindi sul piano normativo. L’analisi di un testo di legge implica necessariamente l’analisi del sistema normativo, o parte di esso, che ha generato il testo legislativo da tradurre. È quindi fondamentale uno studio approfondito del sistema, cui il testo di partenza appartiene, che sia propedeutico al processo traduttivo stesso. Precedentemente al lavoro di traduzione della Jugendschutzgesetz, è stato necessario svolgere un lavoro di documentazione, di ricerca, d’informazione e certamente di comparazione. La navigazione in rete è stata il principale strumento informativo, attraverso il quale è stato possibile visitare siti autorevoli tedeschi e italiani, da cui è avvenuta l’estrapolazione di notizie, di testi di legge, ma anche di usi e costumi.

La terza e ultima parte dell’articolo sui termini nella traduzione giuridica sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Marta Barone
Traduttrice EN-DE-FR>IT
Nocera Inferiore (SA)

I termini nella traduzione giuridica

 Categoria: Servizi di traduzione

Attraverso il presente articolo, desidero condividere alcune importanti riflessioni su uno dei tanti settori che compongono il variegato mondo della traduzione specializzata, ovvero quello relativo alla traduzione giuridica. Tali riflessioni prendono vita dal primo grande lavoro traduttivo svolto in occasione dello svolgimento della tesi di Laurea Specialistica, lavoro incentrato e sviluppato intorno alla traduzione dal tedesco verso l’italiano di un testo normativo inedito nella nostra lingua, la Jugendschutzgesetz, legge tedesca sulla tutela dei minori.

Quello relativo alla traduzione giuridica è certamente uno degli ambiti maggiormente complicati; la lingua del diritto è, infatti, strettamente legata alla cultura che la origina e soprattutto a un sistema giuridico specifico; i sistemi giuridici differiscono da stato a stato e ogni stato ha la propria terminologia giuridica. È perciò fondamentale stabilire che un linguaggio giuridico deve essere tradotto in un altro linguaggio giuridico: non si traduce da una lingua giuridica nei termini del linguaggio ordinario della lingua d’arrivo, ma nella terminologia giuridica di quest’ultima. Si deduce quindi che non può esistere una precisa corrispondenza tra i termini giuridici delle lingue, come avviene invece per le scienze esatte i cui referenti sono universali, poiché le realtà cui i termini giuridici fanno riferimento variano da un ordinamento all’altro.

Nella fase di traduzione questa unicità del termine, determinata dal rinvio allo specifico ordinamento di appartenenza, obbliga il traduttore a ricorrere a equivalenze o a tentare di tracciare un parallelo con istituzioni o istituti simili del paese della lingua d’arrivo. Più che in altri tipi di traduzione, all’imperativo della fedeltà al testo toccherà rispondere in termini di equivalenza. A causa della specificità sistemica dei termini giuridici, si verifica però una piena equivalenza solo quando le due lingue si rapportano al medesimo sistema giuridico, poiché quando esse fanno riferimento a sistemi giuridici differenti l’equivalenza è rara. Per attestare l’accettabilità dell’equivalenza dei termini, è necessario prendere in considerazione due fattori, ovvero il contesto e la finalità della traduzione, e perché un termine nella lingua d’arrivo possa essere identificato come equivalente a un termine nella lingua di partenza non basta che tra essi vi sia equivalenza funzionale, essi devono risultare similmente incastonati sotto il profilo sistematico e strutturale, bisogna cioè sempre tenere presenti i fattori pragmatici che influenzano la traduzione giuridica. Riveste una notevole importanza la scienza del diritto comparato, il cui scopo è quello di ricavare dall’insieme delle istituzioni particolari una base comune, o quanto meno punti di contatto capaci di mettere in luce l’unità fondamentale della vita giuridica universale. La comparazione assume come oggetto di studio una pluralità di ordinamenti giuridici e ha come obiettivo finale il confronto tra gli ordinamenti indagati e la conseguente analisi delle differenze e delle analogie di struttura e disciplina ravvisabili.

In una traduzione specializzata, e dunque in una traduzione giuridica, i termini svolgono un ruolo di primaria importanza, poiché costituiscono lo strumento fondamentale attraverso cui avviene la trasmissione delle informazioni; i problemi legati alla terminologia rappresentano uno dei maggiori ostacoli che il traduttore specializzato deve affrontare e ovviamente superare. In un testo normativo tale difficoltà assume un carattere di amplificazione rispetto agli altri settori specializzati, poiché, com’è stato affermato in precedenza, i termini giuridici sono strettamente legati alla cultura e al sistema normativo da cui nascono, essi sono culturospecifici, il che significa che non esistono dei corrispondenti nelle altre lingue, o comunque ciò avviene solo in casi rari, per cui di volta in volta il traduttore giuridico sarà costretto a trovare soluzioni diverse.

Domani, nella seconda parte dell’articolo, vi parlerò delle difficoltà nella traduzione giuridica e strategie traduttive.

Autore dell’articolo:
Marta Barone
Traduttrice EN-DE-FR>IT
Nocera Inferiore (SA)

Metodo e sensi per imparare una lingua (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Mi ricordo ancora lo schema d’attacco che buttai giù al mio ritorno dal soggiorno in terra inglese. Recitava più o meno così:

1. Listening: dai film, ai telegiornali, dalle trasmissioni radio ai podcast su internet, annotarsi tutte le parole sconosciute, le espressioni idiomatiche, i modi di dire, le collocazioni, ecc. Cercare poi di farsi venire in mente delle frasi chiave e di uso comune attraverso l’ausilio dei corpora e che siano facili da memorizzare;

2. Reading: sottolineare e prender nota di tutte le espressioni interessanti tipiche del parlato e dello scritto presenti in articoli di giornale, riviste online, magazine, ecc. Classificarle poi in una tabella e tenerla sott’occhio quando si deve scrivere un testo;

3. Speaking: fare un uso attivo e sensato del maggior numero di nuovi vocaboli, incontrati nelle letture e negli ascolti;

4. Writing: cercare di esercitare la scrittura in più ambiti, così da arrivare a padroneggiare bene i diversi linguaggi settoriali, usando possibilmente parole ed espressioni nuove incontrate negli ascolti e nelle letture;

Questo metodo per imparare una lingua straniera ha sempre dato i suoi frutti ed è grazie alla costante applicazione di queste strategie a ogni singola azione quotidiana che il mio vocabolario inglese è aumentato in maniera esponenziale. Non c’è pertanto voluto molto perché questo piano d’attacco lo applicassi anche alla mia seconda lingua straniera, il tedesco. Devo dire che questa sistematicità, una sorta di escamotage di fronte all’immensità lessicale, sebbene rischi di sfociare in infinite liste di nuove costruzioni linguistiche, si è rivelato molto utile anche in ambito traduttivo, e grazie a questo sono riuscito ad acquisire maggiore sensibilità nell’interpretazione dei testi. Ciò di cui inoltre mi sono reso conto nei miei anni di studio è un altro aspetto fondamentale per l’apprendimento linguistico: il coinvolgimento sensoriale. Più sensi entrano in gioco quando veniamo in contatto con le strutture linguistiche, più alta è la possibilità che queste si ancorino in modo permanente nella memoria a lungo termine. Facciamo un semplice esempio: se leggo e pronuncio la parola artichoke avrò una certa percentuale di possibilità di ricordarla. Ma se io, oltre a leggerla e a pronunciarla, coinvolgo il gusto e l’olfatto mangiando l’artichoke la percentuale di memorizzarla aumenta. Se la lingua si trasforma poi da oggetto di studio a medium affettivo come nel caso delle amicizie, dei rapporti di tandem o magari degli amori, ecco che si ha il massimo coinvolgimento sensoriale da cui deriva il massimo apprendimento.

Dunque, per concludere, la mia ricetta personale è: strutturare con precisione scientifica l’approccio alla lingua straniera e non imparare solo con l’intelletto ma anche con tutti i nostri sensi.

Autore dell’articolo:
Francesco Galli
Traduttore EN-DE<>IT
Firenze

Metodo e sensi per imparare una lingua

 Categoria: Traduttori freelance

Sì, lo so, è una domanda la cui risposta può sembrare scontata (quante volte abbiamo detto o ci siamo sentiti dire “leggi, fai gli ascolti, guarda la tv!”? Tante, vero?), eppure siamo di fronte a un quesito al quale spesso diamo una risposta poco precisa o troppo superficiale, e che lascia spazio alle più diverse interpretazioni. Del resto è ancora abbastanza diffusa l’idea, ed è proprio questa la risposta che sentiamo più frequentemente, che se si vuole imparare una lingua straniera bisogna leggere (e tanto), ascoltare trasmissioni radiofoniche in lingua, guardare i canali delle emittenti straniere o consultare pagine web. Certo, tutto ciò serve, nessuno lo mette in dubbio. Ma la domanda qui è un’altra: in che modo ciò diventa davvero utile? In altre parole, che uso facciamo di queste strategie di individual learning, generalmente adottate quando siamo alle prese con una lingua straniera? Quanto riusciamo effettivamente a capire e a ricordare di tutto ciò che ascoltiamo o leggiamo in una lingua straniera? Tutto sta nel capire la differenza tra apprendimento attivo (ciò che capiamo, ma non riusciamo poi a inserire in un contesto comunicativo) e apprendimento passivo (ciò che capiamo, immagazziniamo, ma non riusciamo poi a riutilizzare).

In virtù di ciò, io sono dell’idea che noi non saremo mai in grado di appropriarci di una nuova lingua se il nostro approccio ad essa è confuso e mal organizzato. E cioè, non possiamo pretendere di diventare degli esperti in una qualsiasi lingua straniera senza uno studio sistematico, senza un vero e proprio piano di attacco che sia efficace, senza agire, come accennavo prima, attivamente. Per questo l’unico modo è pianificare il metodo di apprendimento di una lingua, prima di tutto cercando di capire quali sono le varie abilità peculiari dei linguaggi, e solo dopo individuare le migliori strategie per acquisire competenze. Per dirla con termini abbastanza noti a tutti, userò l’inglese: reading, listening, speaking e writing. Sono queste le aree in cui si modulano i linguaggi. Forse non tutti sono coscienti del fatto che in fondo il loro è un apprendimento tendente al passivo, convinti che sia sufficiente mettersi davanti a uno schermo piatto, accendere la radio o passare in edicola per acquistare un quotidiano straniero. Facciamo un esempio: chi di voi guarda un film con un dizionario accanto? Molti di voi direbbero: “Certo che no, mi prenderebbero per matto!”; oppure: chi di voi prima di iniziare a leggere un articolo lungo 6-7 pagine (e nelle testate straniere ce ne sono non pochi) si procura un evidenziatore per poi annotarsi tutte le espressioni interessanti dal punto di vista linguistico? Immagino che la reazione più comune sia questa: “Ma che fatica! Se faccio così, questo articolo non lo finisco più! Ho ben altro da fare!” Vi ricorda qualcuno? Beh, a me sì.

Fino a un paio di anni fa mi affacciavo alla lingua straniera in maniera troppo passiva, mi fermavo a un approccio globale che rischiava di essere anche superficiale e, solo dopo aver trascorso un mese e mezzo in Inghilterra frequentando un corso sul miglioramento delle mie competenze linguistiche in tutti le aree di cui parlavo prima, mi resi conto che c’era qualcosa che non andava nel modo in cui io stavo ampliando il mio vocabolario. Da allora decisi che a seconda dell’area linguistica con la quale avrei avuto a che fare mi sarei comportato di conseguenza.

Nella seconda parte dell’articolo che verrà pubblicata domani vi parlerò delle mie strategie per imparare una lingua straniera.

Autore dell’articolo:
Francesco Galli
Traduttore EN-DE<>IT
Firenze

La linguistica: cos’è e perché è utile?

 Categoria: Traduttori freelance

È difficile dare una definizione di “linguistica”. Spesso, quando dico di essere una linguista, la gente mi chiede: “Ma quante lingue parli?”. Effettivamente, ne parlo tante, ma non è necessario sapere molte lingue per essere un linguista. La linguistica è la scienza che studia scientificamente il linguaggio, le sue strutture sintattiche, morfologiche e semantiche. La sintassi si occupa dei rapporti fra gli elementi della frase: in un’espressione come “Luigi è bravo” individuiamo un soggetto (Luigi), un predicato (è) e un nome predicativo (bravo). La morfologia studia gli elementi di significato all’interno dei confini della parola: nell’aggettivo “bravo” distinguiamo il tema ‘brav-’ – che ci dà il significato primario della parola – e la desinenza ‘-o’, che ci dice che la forma è maschile e singolare (e si oppone perciò a “brav-a”, “brav-i”, “brav-e”). La semantica, infine, si occupa del significato, sia di lessemi (parole) che di intere costruzioni. Nella mia tesi di dottorato mi sono occupata dei diversi modi di esprimere il concetto di “possesso”, e l’impresa non è stata facile: qual è il significato comune di espressioni come “ho un cane”, “ho il raffreddore” e “ho un problema”? Perché si può dire “ho un problema” ma non “possiedo un problema”? Le disquisizioni su questo tema sono infinite, fra gli studiosi.
Ad ogni modo, le due branche che mi piacciono di più della linguistica sono la linguistica storica – che si occupa dello sviluppo e del mutamento delle lingue nel tempo – e la linguistica tipologica – che si occupa di individuare strutture universali, presenti in tutte le lingue del mondo, e di osservare come ogni lingua le faccia proprie.

Facciamo due brevi esempi. In italiano diciamo ‘padre’, in inglese ‘father’, tedesco ‘Vater’, sanscrito (un’antica lingua indiana) ‘pita’, in greco ‘pater’. La somiglianza è innegabile: tutte queste parole non solo hanno simile significato, ma anche una simile forma fonetica. Prendiamo ancora la desinenza dell’accusativo (il caso che indica l’oggetto di un verbo transitivo): è –M/ -N in latino (regeM ‘re’), greco antico (lukoN ‘lupo’), sanscrito (rajaM ‘re’), lituano, slavo antico, persiano….Non può essere una coincidenza! Osservando questi e da altri esempi, nell’Ottocento, i pionieri della linguistica indoeuropea capirono e provarono che un numero enorme di lingue, parlate in Asia ed Europa, derivavano in realtà da una comune lingua madre, parlata circa 5000 anni fa, il proto-indoeuropeo: latino e lingue romanze, lingue germaniche, slave, baltiche, albanese, armeno, persiano, hindi, e molte altre ancora sono lingue sorelle – come prova la linguistica storica.
È possibile però comparare anche lingue diverse fra loro, che non hanno parentela. Da questa comparazione emergono interessanti dati: alcune lingue, per esempio quelle semitiche, come arabo ed ebraico, non distinguono fra “passato” “presente “ e “futuro”, ma solo fra azioni completate e azioni in corso. In alcuni casi lingue diverse fra loro possono influenzarsi a vicenda. È il caso del finlandese e del russo: in finlandese “io ho” si traduce “presso di me è”: minulla on talo “presso di me è una casa = ho una casa”. Il russo ha un verbo avere, come le altre lingue slave, ma usa per esprimere il possesso principalmente una costruzione che significa “presso di me è”: u menja dom “presso di me è una casa = ho una casa”. In questo caso il russo è stato influenzato dalle lingue finniche, come il finlandese, che sono parlate in una zona geograficamente attigua a quella dei dialetti russi.

Tutte queste cose possono sembrare astratte, interessanti, ma poco utili per un uso pratico delle lingue. In realtà è vero il contrario! È vero che si può usare l’italiano, o il russo, senza conoscere nulla delle loro strutture grammaticali, della loro appartenenza alla famiglia indoeuropea, o sull’origine della costruzione russa per esprimere il verbo “avere”. Si può…ma si perde molto! Al contrario, da linguista, traduttrice da svariate lingue europee e da amante delle lingue, posso dirvi che quanto più si sa di una lingue e della sua storia, più si conoscono le strutture fondamentali del linguaggio, tanto più si penetra in profondità nel “segreto” di una lingua, la si sente propria e la si comprende a fondo. Ovviamente, bisogna anche conoscere la cultura di cui è veicolo; la letteratura che ha espresso, etc.: tutte queste informazioni sono ciò che costituisce l’humus di un traduttore, ciò da cui partire per tradurre persino un contratto legale o una perizia tecnica: perché le parole non sono mai solo parole, sono sempre parte di un organismo vivo che chiamiamo lingua.

Autore dell’articolo:
Lidia Federica Mazzitelli
Dottore di ricerca in Linguistica slava
Traduttrice RU-EN-DE-SL-PL>IT