Ruolo del traduttore dell’Unione Europea (3)

 Categoria: Operatori nel settore traduzioni

Altri elementi di cui il traduttore deve tener conto, quando si accinge a realizzare una traduzione, sono: il destinatario ed il mittente del testo, il mezzo per permettere la comunicazione ed il linguaggio da utilizzare.
Il linguaggio istituzionale deve quindi rispettare specifiche caratteristiche quali: la semplicità, chiarezza, obiettività, impersonalità, l’utilizzo di termini e simboli specifici, neutralità emotiva, coerenza logica e mancanza di ambiguità.
Il traduttore dell’Unione Europea, si trova a dover tradurre differenti testi come atti normativi, documenti politici ed amministrativi, testi d’informazione.
I traduttori dell’Unione Europea utilizzano particolari strategie di traduzione, come i neologismi semantici ed i neologismi combinatori.
I neologismi semantici introducono un elevamento ed una sostituzione del senso originale dei termini; i neologismi combinatori sono invece la combinazione di due o più parole per creare un termine stabile.
Nel linguaggio dell’Unione Europea c’ è spesso la creazione di nuovi termini tramite l’uso di prefissi e suffissi ed è anche molto diffuso l’uso delle abbreviazioni.

Al termine della traduzione, un collaboratore del traduttore, il revisore, controlla il lavoro effettuato dal traduttore ed egli può rifiutare totalmente il testo o accettarlo apportando delle modifiche, se necessario, tramite: la semplice rilettura del testo per verificare la coerenza e la chiarezza, tramite la lettura incrociata per verificare che le scelte effettuate siano valide, tramite la revisione dei termini e del lessico per controllare i termini tecnici ed infine, tramite la revisione dei termini e del lessico per migliorare il testo.
Il revisore, durante la rilettura, può riscontrare otto categorie di errori, che sono così classificati: traduzione scorretta, omissione, terminologia tecnica scorretta, errori di ortografia, errori di grammatica, errori di punteggiatura, errori di chiarezza, assenza di documenti di riferimento.

Per realizzare la traduzione dei testi della Comunità Europea, lavorano circa 3500 traduttori divisi nei diversi organi che se ne occupano: Commissione Europea, Direzione generale di traduzione, Consiglio Europeo, il Parlamento Europeo, la Corte di Giustizia delle Comunità Europee, il Tribunale ed infine altri organi consultativi come il Comitato economico e sociale ed il Comitato della Regioni.
I traduttori, possono iniziare a lavorare presso l’Unione Europea, tramite un concorso pubblico (che prevede prove scritte ed orali), titoli ed esami e devono avere competenze specifiche come: conoscere almeno una lingua straniera, possedere un’assoluta padronanza della propria lingua madre, avere una laurea.
Per affrontare la questione del plurilinguismo e per realizzare un’ottima traduzione, i traduttori analizzano il testo originale, fanno riferimento a delle lingue dette “ponte” ed infine fanno riferimento ad altre lingue.

Ultimamente la traduzione è diventata un’attività più visibile e per questo è nato un nuovo campo di studi accademici, chiamato studio di traduzione. Si è iniziato a parlare dello studio della traduzione, soprattutto nel Regno Unito, quando alcuni testi letterari stranieri, sono stati tradotti in lingua inglese. Gli studi di traduzione si dividono in letteratura comparativa e linguistica. Durante questi studi, è stata individuata un’ulteriore differenziazione tra gli studi di traduzione e gli studi di cultura.
Gli studi di traduzione sono effettuati per la lingua e per la cultura e quindi, è realizzata una traduzione tra due culture e due lingue; gli studi di cultura, invece, lavorano solamente in una lingua.
Il concetto di cultura è quindi molto importante per la traduzione e di conseguenza per il plurilinguismo.
Il traduttore può apprendere l’altra cultura tramite l’esperienza e con altri aspetti sociali e linguistici che hanno un’incidenza sulla dimensione sociale dell’uso della lingua.
La cultura è definita come: ricerca di perfezione, sviluppo della società, aiuto per le nostre difficoltà, sviluppo delle abilità morali ed intellettuali grazie all’educazione, sistema di differenziazione tra gruppi di persone, insieme di conoscenze, credenze, arte, morale di una persona che appartiene ad una particolare società.
Come conseguenza, è ovvia la diversa definizione del traduttore e del mediatore: il traduttore legge i testi prima di tradurli ed effettua la traduzione tra due parti dove c’è un’evidente comunicazione problematica; il mediatore invece deve avere la capacità di permettere la comunicazione tra differenti culture e quindi realizza la traduzione, prima dell’evento.
Il plurilinguismo è quindi la capacità degli Organismi dell’Unione Europea di effettuare l’attività istituzionale tra lingue diverse.

L’Unione Europea incoraggia quindi, il plurilinguismo perché esso rappresenta la capacità di una persona di conoscere più di una lingua ma, rappresenta anche, la presenza di differenti comunità linguistiche nella stessa area geografica, anche al fine di promuovere lo sviluppo economico.
La diversità delle lingue parlate nell’Unione Europea non deve rappresentare un ostacolo ma, al contrario, un ponte che permette la comprensione ed il rispetto reciproco.
Gli insegnanti hanno un ruolo fondamentale, per l’apprendimento delle lingue straniere, ed essi hanno il compito di insegnarle ai bambini ma, anche agli adulti.
La conoscenza linguistica è anche importante nel mondo commerciale, nella pubblicità, nel giornalismo, nel servizio turistico.

Grazie alla conoscenza di altre lingue, l’uomo è predisposto al dialogo, all’apertura verso altre culture, alla tolleranza, alla comprensione, tutti questi, elementi utili per l’affermazione della pace.

Autore dell’articolo:
Teresa Viterbo
Dottoressa in Lingue e letterature straniere, indirizzo di comunicazione linguistica ed interculturale; specilizzanda in traduzione specialistica campo medico e giuridico

Ruolo del traduttore dell’Unione Europea (2)

 Categoria: Operatori nel settore traduzioni

Altre strategie di traduzione, frequentemente utilizzate nei testi, sono: la trasposizione, l’equivalenza, la modulazione, la traduzione letterale, l’adattamento.
L’equivalenza è definita: zero, quando un termine della lingua di partenza non ha un termine corrispondente nella lingua d’arrivo; plurivoca, quando il termine della lingua di partenza ha diversi termini corrispondenti nella lingua d’arrivo; falsa, quando due termini sembrano corrispondenti ma, in realtà, hanno significati diversi; incerta, quando i termini utilizzati nella lingua d’arrivo, conferiscono ambiguità al testo originale.
Nella traduzione letterale, il traduttore si orienta verso il testo di partenza e realizza una traduzione parola per parola.
Con la trasposizione, il traduttore, sostituisce una parte del discorso, con un’altra parte, tramite un’operazione grammaticale.
La modulazione è invece la variazione del messaggio per assicurare l’equivalenza tra il testo di partenza e quello d’arrivo.
L’adattamento è invece il passaggio da un genere all’altro o rappresenta dei cambiamenti all’interno dello stesso genere.

Come strategie, sono utilizzate anche la metonimia (che rappresenta la corrispondenza di alcuni termini), la sineddoche (che rappresenta la parte per il tutto), la metafora ( con la quale il traduttore trasporta il significato proprio di una parola ad un altro significato, con la sostituzione di due termini).

Dato che ogni lingua ha un approccio diverso con la realtà, si creano dei luoghi semantici dell’intraducibilità e quest’ultima, spesso riguarda i testi che si occupano della vita materiale, ecologica, tecnologica, sociale, quotidiana, testi che sono scritti utilizzando una lingua regionale o un dialetto o testi in cui sono presenti giochi di parole o variazioni socialmente e parzialmente marcati.
L’intraducibilità è definita totale, quando un testo ha senso solamente nella lingua originale e non nella lingua d’arrivo. Essa è invece definita parziale, quando c’è la possibilità di eliminare qualche elemento che non è essenziale nel testo. Il traduttore quindi deve necessariamente essere bilingue ma, anche biculturale per evitare che il messaggio originale sia modificato.
In questi specifici casi, sono utilizzate strategie di traduzione come la trascrizione, il prestito lessicale, il calco.
Con la trascrizione, il traduttore trascrive il termine nella lingua originale e inserisce delle note esplicative, in basso alla pagina.
Il prestito può essere: integrato ( quando i termini utilizzati fanno ormai parte del linguaggio comune e sono quindi utilizzati senza una traduzione, perché sono comprensibili da tutti); parzialmente integrato (quando ci sono dei termini specifici non tradotti che non sono accompagnati da una traduzione); non integrato (quando sono necessariamente accompagnati da una traduzione perché, il loro significato non è immediatamente comprensibile).
Il calco può essere semantico quando, una parola assume un nuovo significato in base alla somiglianza con una parola straniera, ma può essere anche di traduzione quando gli elementi di una parola composta straniera, vengono tradotti parola per parola formando una nuova parola.

In alcuni testi è anche presente l’entropia, ovvero l’impoverimento semantico o stilistico del testo. Essa può essere totale, quando il traduttore evita di tradurre un passaggio difficile e lo elimina completamente; parziale quando il traduttore utilizza il senso figurato del termine.
Alcuni testi sono legati concettualmente ad altri testi che li hanno preceduti, rendendo così evidente l’intertestualità. Il traduttore rispetta il contesto linguistico per la selezione pertinente di un termine ma, rispetta anche il contesto generale della situazione e della cultura che egli, conosce durante la lettura del testo originale.

Nei testi concernenti le Istituzioni dell’Unione Europea, ogni Paese Membro utilizza un idioletto, chiamato in italiano anche comunitarese, che spesso assume una denotazione negativa perché, i testi della Comunità Europea sono accusati di non rispettare i modelli della lingua parlata e scritta dei diversi Paesi.
Ma, in realtà, con l’uso dell’eurocratese, l’intento è quello di utilizzare una lingua comprensibile non solamente da una cerchia ristretta ma, da un pubblico più vasto.
Analizzando la traduzione, il traduttore dell’Unione Europea deve tener conto del grado di conoscenza della lingua straniera, della sua lingua madre ma, anche dell’interesse per il mondo straniero e della sua formazione personale.

La terza e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Teresa Viterbo
Dottoressa in Lingue e letterature straniere, indirizzo di comunicazione linguistica ed interculturale; specilizzanda in traduzione specialistica campo medico e giuridico

Ruolo del traduttore dell’Unione Europea

 Categoria: Operatori nel settore traduzioni

L’Unione Europea ha attualmente ventisette Paesi Membri e quindi all’incirca venti differenti lingue; pertanto essa cerca di rispettare le varie identità nazionali presenti, attraverso il principio del plurilinguismo.
Le lingue principali sono quella inglese, francese, italiana, tedesca ed olandese ma, esistono altre lingue che vengono prese in considerazione per la stesura di testi giuridici.
La lingua di lavoro è quella utilizzata durante le riunioni tra le varie istituzioni mentre, la lingua ufficiale è quella utilizzata per la corrispondenza tra i cittadini e le istituzioni.
Tutti i regolamenti e i documenti generali sono pubblicati in tutte le lingue ufficiali e poi successivamente pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea.
Il plurilinguismo è dunque un aspetto che caratterizza solamente l’Unione Europea ed ha come obiettivo quello di arricchire culturalmente l’Europa e di permettere a tutti i cittadini di poter godere dei propri diritti, come ad esempio quello di potersi candidare alle elezioni europee.
Ci sono stati, durante gli ultimi anni, delle fazioni che erano in disaccordo con il concetto del plurilinguismo e cercavano, al contrario, di individuare una lingua franca ovvero, un idioma di riferimento, quale l’inglese, per evitare lo spreco nei costi della traduzione dei testi ma, fortunatamente, grazie al plurilinguismo, è stato possibile combattere questo processo di imperialismo e colonialismo culturale.

Per permettere una buona comprensione dei testi giuridici da parte di tutti i cittadini europei, l’Unione Europea ha realizzato un’unità di traduzione per la quale, lavorano traduttori qualificati e specializzati.
Tramite le loro competenze tecniche e tramite la loro ottima conoscenza di almeno due lingue straniere, i traduttori dell’Unione Europea realizzano traduzioni basandosi sul principio della chiarezza linguistica e soprattutto rispettando la coerenza lessicale e concettuale tra il testo originale e quello tradotto.
Per tradurre al meglio i testi tecnici e giuridici, i traduttori si servono di specifiche strategie di traduzione che spesso, permettono di combattere il problema dell’intraducibilità di alcuni testi piuttosto ostici.
Spesso il problema dell’intraducibilità si verifica quando, il traduttore deve tradurre testi sociali ed istituzionali ed è quindi, obbligato a tener conto della diversa cultura, delle diverse organizzazioni statali, del diverso contesto.
Molto spesso, per i testi giuridici, si utilizzano delle banche dati terminologiche e quindi si ricorre anche spesso all’aiuto della traduzione automatica on line che però, non riuscirà mai ad avere la stessa efficacia e precisione di un testo redatto da un traduttore.
L’elaborazione di un testo giuridico segue delle fasi ben precise e durante queste fasi, il traduttore deve sempre tener a mente la diversità delle culture presenti nell’Unione Europea.
Il traduttore deve dunque conoscere la società in questione, avere competenze di comunicazione verbale e scritta, capacità tecniche e soprattutto una sensibilità interculturale.

Quando il traduttore effettua una traduzione, ci sono differenti finalità, in base alla tipologia della traduzione.
In effetti, c’è una distinzione tra traduzione universitaria e traduzione professionale.
La prima, serve per apprendere la lingua straniera e per migliorare la comprensione del testo; la seconda serve invece a trasmettere un messaggio a chi non comprende la lingua d’arrivo.
Il traduttore quindi, deve tenere conto sia del cotesto che del contesto.
Il cotesto è la selezione dei termini e delle parole che devono essere appropriati alla situazione descritta.
Il contesto è, invece, la conoscenza globale della situazione e della cultura presenti nel testo da tradurre.
La lingua è l’espressione della cultura di un popolo e permette la comprensione tra popoli differenti e l’affermazione della propria capacità relazionale.
La traduzione è un aspetto molto importante che ha come obiettivo il trasferimento del significato e del senso, di un termine, da una lingua di partenza ad una lingua d’arrivo.
Il traduttore, ed anche il mediatore, con particolari strategie di traduzione, cercano di rispettare le due lingue ma, soprattutto le due culture.
Tra le varie tipologie di strategie di traduzione c’è, ad esempio, la parasinonimia che consiste nel ricercare dei sinonimi, aggiungendo un senso supplementare alla frase tradotta.
Con la parafrasi, il traduttore, realizza una frase simile a quella originale ma, esprimendosi in maniera differente. La parafrasi è legittima quando rispetta il senso ed il registro del messaggio della lingua originale.
Essa è invece volontaria, quando il traduttore afferma esplicitamente di aver manipolato il testo originale, aggiungendo degli elementi.

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo interessante articolo sul ruolo del traduttore dell’Unione Europea.

Autore dell’articolo:
Teresa Viterbo
Dottoressa in Lingue e letterature straniere, indirizzo di comunicazione linguistica ed interculturale; specilizzanda in traduzione specialistica campo medico e giuridico

Perché hai scelto di studiare le lingue?

 Categoria: Le lingue

Quante volte mi è stata fatta questa domanda – sin dai tempi del liceo: “Perché hai deciso di studiare le lingue? Io non ci riuscirei mai… troppo difficile!”.

Le lingue straniere mi hanno sempre appassionata, volevo conoscere il significato di nuove parole e poter riuscire a viaggiare comodamente senza dover avere bisogno del vocabolario a portata di mano. La mia passione per le lingue straniere era concentrata soprattutto sulla mia aspirazione di vivere e studiare in Inghilterra e potermi immergere in una cultura differente dalla mia. Terminato il liceo decisi dunque di trasferirmi in Inghilterra, precisamente a Nottingham, per cominciare la mia laurea in Lingue Moderne – Francese, Spagnolo e Portoghese. Ricordo vivamente la curiosità e l’entusiasmo che provai nel potermi finalmente immergere in un paese che non fosse il mio. I corsi e le lezioni, così come i saggi e le presentazioni, venivano svolti interamente in inglese. I miei compagni di studio e nel dormitorio erano inglesi nella maggior parte ed io ero una delle poche persone straniere nel mio corso. Per molte persone questa situazione di adattamento sarebbe stata difficile, ma già dai primi mesi riuscii a integrarmi nella mia università, con i miei compagni universitari, e conoscere molti studenti stranieri provenienti da diverse parti del mondo. I corsi erano interessantissimi e la cosa che mi affascinava di più era il fatto di poter imparare le lingue (in questo caso Francese, Spagnolo e Portoghese) dal punto di vista di una lingua straniera, l’Inglese. Una volta terminata la mia laurea, decisi di intraprendere una specializzazione in Traduzione all’università UCL a Londra – città nella quale risiedo attualmente.

Credo fermamente che studiare le lingue sia la chiave per potersi sentire liberi di viaggiare, di imparare in un paese che non sia il nostro, di diventare parte integrante di una nuova cultura.
Le lingue sono una vera e proprio “dichiarazione di indipendenza” e, dopo le tante fatiche per far sì che una lingua straniera diventi nostra, i risultati che se ne ricavano sono estremamente soddisfacenti.

Se dovessi rispondere alla domanda “Perché hai scelto di studiare le lingue?” direi che ho fatto questa scelta perché le lingue mi hanno permesso di creare il futuro che avevo sempre immaginato senza alcune barriere o impedimenti. Mi hanno permesso di conoscere le persone che hanno avuto un impatto significativo nella mia vita e che non avrei mai incontrato se non avessi avuto la possibilità di trasferirmi all’estero. Le lingue straniere hanno fatto in modo che potessi cominciare un nuovo capitolo senza abbandonare il bagaglio culturale di quello precedente.

Imparare le lingue straniere aiuta a scoprire se stessi, così come il mondo intorno a noi.

Autore dell’articolo:
Martina Campinoti
Traduttrice EN-FR-ES-PT>IT
Londra

Il buon traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

E’ soltanto negli ultimi anni che ho capito la fortuna di essere bilingue. Nata e cresciuta per gran parte della vita a Londra (GB) e per diversi anni in Italia dove attualmente vivo, ho potuto acquisire la cultura e conoscenza linguistica di entrambi i paesi. L’inglese, la mia madrelingua e l’italiano mi sono sempre state richieste durante la mia formazione e sono sempre servite da aiuto ai vari amici e parenti che necessitavano di “traduzioni” in una lingua o nell’altra. Un giorno, capii che questa mia capacità di tradurre poteva servire e che in fondo questo lavoro lo poteva fare chi conosce bene due lingue. Ho preso la specializzazione con un Master in Traduzione capendo i requisiti necessari di questo mestiere.

Quindi, cosa fa di un traduttore un buon traduttore? La mia esperienza mi ha insegnato che il buon traduttore, capito bene il concetto del testo di partenza, deve innanzitutto scegliere la semplicità per rendere la lettura del testo di arrivo del committente il più scorrevole e di facile lettura possibile, riportando fedelmente le idee del testo di partenza usando le medesime parole quanto più possibile. E’ molto importante non cercare di cambiare il testo di partenza facendo delle aggiunte, omissioni o riassunti e rispettare ciò che vuole comunicarci l’autore del testo originale. Naturalmente si devono rispettare tutte le regole e le tecniche necessarie che comporta il “tradurre” facendo attenzione anche all’accuratezza dei particolari. La continua evoluzione delle lingue richiede di mantenersi sempre aggiornati circa nuove terminologie e modi di dire. Solamente usando questi piccoli “tools” si riesce a dare alla traduzione quella “rifinitura” che fa la differenza.

Spesso si ricorre all’uso di “traduttori automatici”, molto utili per chi vuole risparmiare tempo e fatica. Il traduttore automatico però non riconosce e non capisce il significato delle parole usate nel loro contesto, e non può fare altro che effettuare una traduzione basandosi sul dizionario e sulla grammatica. I traduttori automatici quindi dovrebbero essere usati da traduttori professionisti, altrimenti si rischia di tradurre tutt’altro concetto di quello che si voleva trasmettere!

Per concludere, ogni traduzione rappresenta per me una sfida diversa, una strada da percorrere, dove scavalcare ostacoli e raggiungere nuovi traguardi imparando sempre qualcosa di nuovo!

Autore dell’articolo:
Francesca Ashley Foxley
Traduttrice freelance EN<>IT
Ravenna

I nomi tradizionali dei mesi in russo

 Categoria: Le lingue

Nello studio della lingua russa e soprattutto dalla lettura di testi letterari in prosa o poesia, si possono scoprire interessanti nozioni circa il passato linguistico dei russi, presente e vivo ancora oggi, soprattutto per gli abitanti dei villaggi delle campagne e delle grandi foreste.
In questo articolo si esamineranno gli antichi nomi tradizionali dei mesi in russo che quel popolo ha dato secoli fa ai vari mesi dell’anno, traendo a piene mani dall’indigeno universo linguistico slavo orientale e discostandosi di molto dai sostantivi della lingua ufficiale, che derivano invece in toto da radici latine.
Tali denominazioni hanno contribuito alla nascita del cosiddetto calendario tradizionale e popolare; inoltre pongono il traduttore moderno di fronte alla difficoltà di scegliere o delle perifrasi che ne illustrino il significato (rendendo però obsoleta la resa) o delle creazioni (a volte rischiose) di neologismi che si avvicinino a quelli russi.

La primavera è chiamata Vesna e comprende i mesi di marzo (mart), aprile (aprel’) e maggio (maj); di seguito si possono leggere i nomi tradizionali e popolari:

Mart: suchoj (da suchoj: secco) per la temperatura che tende ad essere un po’ più mite dopo il gelido ed umido inverno; questo termine è tipico delle terre a nord, verso il mar bianco. Berëzozol (da berëza: betulla e zoloto: oro) per i riflessi del sole sulle foglie di questi alberi che iniziano a germogliare. Altri due termini sono zimobor (da zima: inverno, e borec: lottatore) che indica la vittoria sull’inverno, e protal’nik (da protalina: luogo disgelato).

Aprel’: snegogon (da sneg: neve, e gon: corsa) richiamante l’immagine dei ruscelli che portano impetuosi i resti della neve ghiacciata; altro termine è cveten’ (da cvesti: fiorire) in quanto ad aprile la flora inizia il suo percorso di rinascita.

Maj: travnik o traven’ (da trava, erba) perché c’è l’esplosione dei colori primaverili con il tripudio dell’erba.

L’estate è chiamata Leto e comprende i mesi di giugno (ijun’), luglio (ijul’) e agosto (avgust); i nomi popolari antichi dei suddetti sono:

Ijun’
: červen’ (da červec, cocciniglia) a causa dei piccoli insetti fitofagi che compaiono sulle piante in questo periodo.

Ijul’: makuska leta (culmine dell’estate) perché esso viene considerato l’ultimo mese nonostante agosto in Russia possa essere torrido; altro sostantivo è stradnik (dall’aggettivo stradnyj: proprio della mietitura) che dunque si lega all’attività dei contadini; infine la denominazione groznik (da groza: temporale) sottolinea come forti ed improvvise perturbazioni si alternino al caldo sole estivo.

Avgust: questo mese nel nord della Russia è chiamato zarev (da zarevo: tramonto acceso) per i colori che si formano nel cielo durante il tramonto; nelle terre meridionali invece agosto è conosciuto come serpen’ (da serp: falce), termine che indica ancora una volta il lavoro contadino nei campi.

L’autunno è Osen’ e i mesi corrispondenti sono settembre (sentjabr’), ottobre (oktjabr’) e novembre (nojabr’). Tuttavia a livello popolare i termini ancora una volta si discostano molto:

Sentjabr’
: chmuren’ (dall’ aggettivo chmuryj: cupo, tetro) perché a causa del clima settembrino il cielo perde i colori estivi, e con le frequenti piogge assume un colore cupo.

Oktjabr’: listopad (da listopad: caduta delle foglie) è un termine che denota il processo che colpisce il mondo vegetale; ottobre è inoltre chiamato grjaznik (da grjaz’: fango) per il fango che si produce sui sentieri russi durante le intense piogge; è infine conosciuto come svadebnik (da svad’ba: nozze) perché in campagna questo mese indica un periodo propizio per celebrare matrimoni.

Nojabr’: gruden’ (da gruda: mucchi) è un termine che indica la presenza di ammassi di terra gelata e neve lungo le strade o più genericamente nei campi.

L’inverno in russo è Zima, con i mesi di dicembre (dekabr’), gennaio (janvar’) e febbraio (fevral’). Ed ecco i differenti nomi tradizionali:

Dekabr’: studen’ (dall’aggettivo studënyj: gelido) è un sostantivo usato per indicare il grande freddo e le rigide temperature di questo mese.

Janvar’: conosciuto come prosinec (con due etimologie: la prima, da prosin’: sprazzi di azzurro, la seconda da prosijat’: cominciare a splendere) perché nonostante il clima rigido iniziano a vedersi le azzurrità del cielo.

Fevral’: snezhen’ (da sneg: neve) è un termine che sottolinea le ultime nevicate invernali; febbraio è conosciuto anche come oppure bokogrej (da bok: fianco e gret’: scaldare) perché gli allevatori iniziano a portare fuori dalle stalle il bestiame, che così riceve i primi raggi di un sole un po’ più caldo.

Come si può notare, tutti i sostantivi tradizionali sono legati al mondo dei lavori agricoli, al clima, alla flora e alla fauna. Ciascun termine colora il mese di una precisa connotazione naturale, non riscontrabile nelle voci della lingua ufficiale. Per il contadino russo l’importanza del clima in ogni stagione era (ed è) fondamentale per la sussistenza; a ciò si aggiunga un amore quasi filiale del popolo per una terra chiamata da secoli mat’-syra zemlja: madre umida terra; nasce così, anche a livello onomastico, una fenologia sui generis, dal basso, una fenologia campestre e silvestre.

Autore dell’articolo:
Francesco Bigo
Dottore Magistrale in Lingua e Letteratura russa
Mestre (VE)

La traduzione: semplice solo in apparenza!

 Categoria: Traduttori freelance

“Tradurre? E che ci vuole?” potrebbe pensare qualcuno, “Basta avere un’infarinata generale di una lingua ed è un gioco da ragazzi!” Ebbene, questo è un grosso errore! Perché? Per diversi motivi.
Il primo motivo è che la conoscenza della lingua straniera non è che un mattone del muro che bisogna costruire per poter essere bravi traduttori. E, certo, non basta avere un’idea o sapere qualche frase qua e là, ma ci vuole una conoscenza approfondita, un buon vocabolario alla base e le regole grammaticali ben assimilate. Per far questo ci vuole tempo, mesi, anni e anche più.

Un secondo motivo è che chi la pensa come sopra non considera minimamente che la cultura sia un fattore determinante. Questo non è affatto vero. Il background, ovvero il passato, le tradizioni, la cultura di un popolo e, di conseguenza, la sua cultura influenzano il modo di pensare, di ragionare, di capire, di agire e di reagire delle persone. E la lista potrebbe continuare…

Il terzo e ultimo motivo che vogliamo analizzare è che il traduttore in gamba deve dedicare molto tempo al suo lavoro, non pensando che lo possa fare nei ritagli di tempo, come passatempo o distrazione.
Ci vogliono, come per tutti i lavori, costanza, impegno, dedizione e passione. Questo pretende sacrificio, ma si sa, senza di esso non si ottiene nulla.
La nostra lista potrebbe continuare, ma questo è già sicuramente un buon inizio per lavorare come traduttori. Prestate attenzione a questi punti e… buon lavoro a tutti i traduttori, presenti e futuri!

Autore dell’articolo:
Matteo Bernardini
Traduttore EN-RO>IT
Ponsacco (PI)

Tradurre una lingua, tradurre una cultura

 Categoria: Le lingue

L’apprendimento di una lingua è qualcosa che non finisce mai. Ne sono testimoni i traduttori di lingua madre italiana che vivono all’estero da molto tempo: la loro traduzione in italiano rischia di risultare un po’ arcaica, non al passo con i tempi.
Qualche mese fa, ne discutevano scherzando fra loro gli insegnanti di lingua italiana dell’Istituto Italiano di Cultura di Haifa (Israele). Alcuni di loro, tornando in Italia a qualche anno di distanza dall’ultima visita, avevano scoperto con stupore e divertimento che molte espressioni colloquiali erano scomparse ed erano state sostituite da termini, una volta desueti, ora diventati di uso comune: “Adesso incazzarsi è un verbo che non rende più, è stato usato così tanto e con una tale facilità che ha perso significato. Oggi, se uno è davvero arrabbiato, dirà che si è inalberato. Inalberato, capisci?! Due anni fa non avrebbe saputo nemmeno dell’esistenza di questo verbo!”.
Se questo accade con la propria lingua, a maggior ragione con una lingua straniera il continuo aggiornamento e la pratica “sul posto” diventano indispensabili.

Studiare una lingua straniera non equivale a conoscerla, men che meno nelle nostre scuole dove prevale un atteggiamento che definirei “purista” che chiude le porte alla lingua parlata e allo slang, quasi fossero una colpa del parlante nativo che attenta alla bellezza della propria lingua.
Così uno studente Erasmus che arriva in Francia, magari con un ottimo livello di francese, scopre che dovrà ricominciare da capo, imparare un francese orale, molto diverso da quello accademico che gli è stato impartito. Scopre che nel parlato nessuno usa la forma corretta per le frasi negative, impara i doppi sensi e i giochi di parole, un umorismo diverso dal nostro che porta le persone ad ironizzare su aspetti del quotidiano diversi da quelli dei quali ridiamo noi. In altre parole, è necessario immergersi completamente in un’altra cultura per poterne tradurre la lingua. Il linguaggio è così impregnato di retaggi culturali, di sottintesi, che per capirlo a fondo non si può prescindere dalla conoscenza della popolazione che ne fa uso.
Lo dimostra il fatto che ci sono parole o espressioni impossibili da tradurre alla lettera, o che nella lingua di destinazione necessitano di una spiegazione molto lunga e dettagliata, quando in quella d’origine risultavano invece evidenti.

Quando in ebraico si legge, per esempio, di una persona che fa la shivah, per il lettore è subito chiaro di cosa si tratti. Il traduttore dall’ebraico, invece, per evitare ambiguità, sentirà l’esigenza di trascrivere la parola in caratteri latini senza tradurla, spiegando in una nota che si tratta della settimana di lutto che nel giudaismo sono tenuti a rispettare i parenti di primo grado di un defunto.
Allo stesso modo, prendere uno sherut è qualcosa di estremamente comune in Israele, ma non esiste alcuna possibile traduzione. Al lettore italiano bisognerà spiegare che si tratta un mezzo di trasporto con una decina di posti che, come un taxi, va a prendere i singoli passeggeri e li porta ognuno alla propria destinazione esatta, coprendo generalmente tratte interurbane.
Ci sono poi le formule augurali, che più d’ogni altra cosa si fanno espressione della tradizione, della cultura popolare. In arabo, per esempio, ad ogni occasione di festa ci si scambia l’augurio كل سنعة وانت بخير letteralmente: “Possa tu star bene tutto l’anno”, che in italiano diventa semplicemente “auguri”. Non potrebbe andare diversamente, dal momento che in arabo quest’augurio suona del tutto naturale, e una traduzione diversa risulterebbe inusuale e lascerebbe intendere al lettore una qualche connotazione che non esiste nell’originale.

In conclusione, credo che i presupposti per una buona traduzione siano un’ottima conoscenza della cultura legata alla lingua dalla quale si traduce, una stretta fedeltà al testo, intervenendo laddove una traduzione letterale andrebbe a scapito del significato o delle intenzioni dell’autore o rischierebbe di connotare un testo originariamente neutro.

Autore dell’articolo:
Chiara Camarda
Aspirante traduttrice HE-FR-EN>IT
Roma

Il traduttore è un ricercatore

 Categoria: Traduttori freelance

La mia passione per la lingua italiana è nata con il primo viaggio in Italia da quando ho potuto scoprire tutta la ricchezza di questo paese, cioè la melodia di questa lingua, la bellezza dei paesaggi e la cultura che è come un ponte perché unisce i cittadini con la loro terra.

Anche se ho studiato Lingue e Culture Moderne proprio in Italia, la verità è  che non  basta conoscere una lingua solo dal lato linguistico perché, altrimenti, gli elementi di cultura resteranno completamente estranei. Uno può distinguere bene i segni del linguaggio, ma non riuscirà a capire il senso di un dialogo tra due italiani in una certa situazione. Perché? La lingua non esiste senza cultura, la quale penetra in essa fin dal suo inizio. La cultura è un bagaglio storico di ogni lingua senza il quale un viaggiatore non può partire per andare all’estero perché non comprende le indicazioni per la strada giusta. Chiunque vuole imparare una lingua straniera, ma specialmente il traduttore, diventa un ricercatore che fin in fondo deve scoprire il patrimonio culturale. Per questo motivo è sempre più facile  catturare le differenze culturali durante un soggiorno all’estero perché, per capire bene un atteggiamento degli stranieri, bisogna vedere dal vivo ed acquistare esperienza. La comprensione del comportamento di uno straniero è un secondo passo nella strada infinita di imparare una lingua. All’età di dodici anni, non conoscendo neanche una parola italiana, ho vissuto per tre mesi solo con italiani nel Molise. Come risultato ho imparato tanto, tanto di più in questi tre mesi rispetto a quanto avevo imparato studiando un’altra lingua straniera per tre anni nella scuola nel mio paese. A parte che dodici anni è, linguisticamente parlando, l’età ritenuta come la più adatta nell’adolescenza per imparare una lingua straniera, ho comunque fatto anche  uno sforzo intellettuale cercando di  osservare attentamente come parlavano e come si comportavano i molisani, individualmente o nei diversi gruppi, nelle varie situazioni di vita quotidiana. Questa esperienza non si può ottenere in nessuna scuola ma bisogna viaggiare, osservare o meglio guardare nel profondo di ogni situazione, ascoltare e finalmente scoprire “quali strade sono giuste per diventare un esperto linguistico-culturale”.

Un viaggiatore impara molto più velocemente e grazie alle sue utili osservazioni, potrà affrontare più facilmente tutte le difficoltà che incontrerà durante il processo di traduzione. Ogni traduttore sa che a volte il suo lavoro porta tanti dubbi e spesso ci vuole tanto tempo per trovare la soluzione giusta; qualche volta passano giorni per riuscire a mettere anche una sola parola in un certo contesto. Uno dei famosi traduttori, E. Nida, ha sottolineato che grazie all’equivalenza dinamica, il testo tradotto compie più facilmente il senso vero nel target language.  Questa metodologia permette al traduttore di cercare il significato delle parole, ovvero delle frasi, tramite il target culture. In questo modo il traduttore non si limita a trovare solo il significato letterale, ma viaggia oltre tutti i confini linguistici per arrivare allo scopo, cioè rispecchiare il senso che porta il testo originale.

Autore dell’articolo:
Patrizia Rzepecka-Gielnik
Traduttrice EN-IT>PL
Laureata in Lingue e Culture Moderne e in Traduzione
Wrocław (Polonia)

Presenza dell’inglese nella lingua italiana

 Categoria: Le lingue

L’inglese è una delle lingue maggiormente parlate a livello mondiale e la sua diffusione ed importanza è visibile anche all’interno della nostra stessa lingua.
Il suo inserimento nel nostro idioma è stato graduale, ma altrettanto veloce, e il risultato è stato la sostituzione di intere parole italiane con altre inglesi.
Al giorno d’oggi spesso ci si trova di fronte a frasi del tipo: “Senza sapere l’inglese non si va da nessuna parte” e ciò è tangibile a tal punto che molte parole inglesi si sono create prepotentemente un posto fisso nel lessico italiano. Slogan, curry, borderline, web… sono solo un piccolo assaggio di tutto quello che quotidianamente testimonia la costante onnipresenza del “English Language” dovuta anche alla perenne influenza del mondo di internet.

Il problema è che a volte non esiste una vera traduzione per queste parole e tutto ciò rende complicato anche l’utilizzo e la comprensione della nostra stessa lingua, soprattutto da parte di chi non conosce bene l’idioma britannico. Non si sente più’ dire “vado ad un incontro”, ma “vado ad un meeting”, non si parla più di “fuso orario”, ma di “jet lag” (che in realtà significa “disritmia”), la domenica non esistono più la colazione ed il pranzo, ma esiste solo il “brunch”, una simbiosi fra “breakfast” e “lunch”.
Inoltre, la popolazione non è composta solo da persone giovani ed aggiornate, ma anche da persone anziane che di fronte ad un “break” si chiedono “cos’è?”, venendo poi a scoprire che si tratta di una semplice “pausa”.

Tutto questo non è molto positivo e salutare per la lingua che viene invasa da parole inglesi (in questo caso la lingua italiana), perché sembra quasi che essa perda pian piano la sua essenza e ragione di essere. Ecco perché occorrerebbe cercare di utilizzare parole italiane in Italia, lasciando quelle inglesi alla loro lingua di origine, in modo tale che ciascuna lingua possa mantenere la propria integrità, rispettando la storia e la popolazione del paese a cui appartiene.

Autore dell’articolo:
Benedetta Camporesi
Traduttrice EN>IT
Forlì

Il linguaggio dell’economia e della finanza

 Categoria: Traduttori freelance

La lingua dell’economia e della finanza è a tutti gli effetti un linguaggio specialistico. Con “linguaggio specialistico” o “lingua speciale” s’intende la varietà funzionale di una lingua naturale, che dipende da un settore di conoscenze specialistico e che quindi viene utilizzata da un gruppo di parlanti ristretto, per soddisfare i bisogni comunicativi di quel settore e facilitare la comunicazione tra di loro. Come, ad esempio, la lingua della medicina viene parlata dal gruppo ristretto dei medici.
Fra le caratteristiche delle lingue speciali, si possono annoverare tra le più importanti la precisione, la mono-referenzialità, l’oggettività e non-emotività, l’economia e la chiarezza.

Tuttavia, se si prende in considerazione la lingua speciale dell’economia in un particolare genere testuale, quello dell’articolo di quotidiano, emergono osservazioni interessanti. In primo luogo, si può facilmente notare una certa soggettività ed emotività di questa lingua speciale. Infatti, se si prova ad analizzare un qualsiasi articolo di argomento economico su un quotidiano, si possono riscontrare numerose figure retoriche, prime fra tutte le metafore, che spesso lasciano trasparire l’opinione dell’autore e fanno sì che i testi economico-finanziari della stampa presentino caratteri simili a quelli letterari. Facendo riferimento ad alcuni esempi individuati in testate quali “La Repubblica” o “Il Corriere della Sera”, è stata notata la presenza di metafore che fanno riferimento a particolari categorie della vita reale. Ad esempio, metafore che fanno riferimento alla sfera della salute, come l’espressione largamente utilizzata “economie in salute” per fare riferimento a nazioni che non presentano particolari difficoltà da un punto di vista economico-finanziario; oppure la parola “contagio”, usata in particolare per esprimere la paura o il rischio di un fallimento come quello che ha investito la Grecia. Ed ancora, espressioni che fanno riferimento alla meteorologia, come l’espressione “turbolenza”, per indicare situazioni di disordine e instabilità, in modo particolare per quanto riguarda i mercati finanziari. Per non parlare delle espressioni che fanno riferimento alla sfera bellica, come l’utilizzo del verbo “combattere”, impiegato in contesti in cui la crisi economica e i problemi ad essa collegati vengono delineati come il nemico da sconfiggere.

Da un punto di vista prettamente linguistico, quindi, la tipologia di linguaggio economico-finanziario considerata in questo articolo devia dalle caratteristiche di oggettività e non-emotività normalmente attribuite alle lingue speciali. Inoltre, l’utilizzo di espressioni figurate non fa altro che far trasparire la fervida immaginazione dell’autore. Infatti, i testi economico-finanziari difficilmente sono del tutto informativi ed oggettivi e le espressioni linguistiche utilizzate rappresentano molto spesso spie di soggettività.

Autore dell’articolo:
Zaira Fiori
Traduttrice EN-DE>IT
Ponsacco (PI)

La localizzazione videoludica

 Categoria: Servizi di traduzione

Nonostante da un recente sondaggio sia risultato che oltre 18 milioni di italiani (per la maggior parte adulti) giocano ai videogiochi, la strada verso la costruzione di una solida cultura “gaming” nel nostro paese è ancora lunga. Quando alla domanda “Che lavoro fai?” rispondo “Testo videogiochi in lingua italiana” la reazione è sempre la stessa: “Wow, giochi tutto il giorno!” e a questo punto diventa difficile convincere l’interlocutore che il mio ruolo è più concentrato sulla localizzazione, traduzione e verifica dei testi che non sul funzionamento del gioco in sé. Ma come si può spiegare a chi non è del settore in cosa consiste la localizzazione di un videogioco?

Capire il lavoro di un QA Localisation Tester potrebbe essere il primo passo verso la comprensione.

Impossibile negare che si “gioca”, e molto, ma sicuramente con un occhio diverso da quello di un normale videogiocatore il cui unico scopo è il puro divertimento. Quando al “QA Department” arrivano le prime versioni del gioco, noi localizzatori nemmeno le guardiamo; passiamo giorni a controllare le traduzioni parola per parola affinché siano “coerenti” con quelle in lingua originale, traduciamo nuovi testi che ci vengono man mano inviati, ascoltiamo e riascoltiamo i file audio verificando non solo che la traduzione coincida con l’originale, ma che la pronuncia sia corretta e comprensibile. Indispensabile è poi il corretto uso della terminologia stabilita da colossi quali Microsoft, Sony e Nintendo. Infatti, prima che un video gioco venga messo sul mercato, deve superare dei test ben precisi e se ci sono anche solo un paio di errori di terminologia, il risultato della “submission” rischia di essere un “fail“, con gravi danni in termini economici e di tempo per l’azienda. Questo purtroppo è un punto dolente dal punto di vista della traduzione: mi è capitato spesso di dover apportare correzioni dove non venivano rispettate le regole terminologiche. Tutti i traduttori che lavorano nell’ambito gaming dovrebbero usare degli appositi manuali; di solito le grandi aziende li consegnano direttamente al traduttore a cui viene affidato il lavoro, ma se così non fosse, suggerisco caldamente di farne specifica richiesta al fine di poter offrire un lavoro di maggior qualità.

Dopo che tutti i testi sono stati corretti, questi vengono inseriti nel gioco e a quel punto anche noi riceviamo una versione localizzata e cominciamo la fase di “testing“. Durante questa fase molte volte accade che nonostante la traduzione dalla lingua originale sia corretta, questa non sia coerente con il contesto con cui il videogiocatore dovrà interfacciarsi ed è qui che entrano in gioco la cultura e la capacità del localizzatore di adattare al meglio il testo nella propria lingua.

Il lavoro di controllo e traduzione, però, non si esaurisce con il testing, infatti, man mano che il progetto viene sviluppato, i “game designer” inseriscono nuovi testi che noi traduciamo ed adattiamo al contesto e così via fino a quando viene rilasciata la versione “demo” ed il gioco è pronto per essere lanciato sul mercato. A questo punto, se tutto è andato per il verso giusto, si passa ad un nuovo progetto, altrimenti si lavora alla “patch”, che verrà rilasciata per risolvere i piccoli problemi che potrebbero essersi manifestati dopo l’uscita del gioco.

Il localizzatore è una figura professionale con un solido background videoludico (per la maggior parte si tratta di veri appassionati del settore dove il lavoro si trasforma in svago nel momento in cui tornano a casa) ed un’ottima conoscenza della propria lingua madre e degli usi e costumi del paese d’origine. Una corretta localizzazione è fondamentale per il successo di un videogioco.

Autore dell’articolo:
Valentina Colombo
Experienced QA Localisation Technician
Traduttore Freelance EN-FR>IT
Royal Leamington Spa (Regno Unito)

Una buona traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Fare una buona traduzione non significa semplicemente tradurre “parola per parola”: se fosse così semplice basterebbe affidarsi ad un traduttore online ed il gioco sarebbe fatto. Ci avete mai provato? Il risultato è tanto veloce, quanto… incomprensibile.

Il mio primo capoufficio aveva l’abitudine di dire ai clienti di lingua anglofona: “We will do the bridge”; è vero che “bridge” significa ponte, ma non nel senso che intendeva lui, non per spiegare che gli uffici sarebbero stati chiusi più giorni in occasione della festività di turno. Molti di noi sono convinti di saper parlare bene un’altra lingua, questo vale soprattutto per l’inglese, perché lo hanno studiato a scuola, hanno frequentato qualche corso e soprattutto si sono esibiti con il loro migliore inglese durante le vacanze estive, nel tentativo di “attaccare bottone” con il vicino di ombrellone in spiaggia. Eppure pare che a livello europeo siamo tra i più scarsi in fatto di conoscenza linguistica. Non parliamo poi di effettiva padronanza linguistica.

Il compito di un traduttore, nonché la sua principale soddisfazione, è quella di consentire a chiunque di leggere e assaporare le idee altrui, anche quando sono espresse in una lingua diversa e sconosciuta, di agire da tramite tra il lettore e l’autore rendendo il suo pensiero accessibile a tutti. Per capire un testo straniero non basta solo tradurre quell’insieme di parole, ma è importante comprendere il significato globale del discorso, le sfumature di significato e soprattutto, secondo me, avere la capacità e la sensibilità di trovare la parola che meglio rappresenta, nella propria lingua madre, ciò che voleva esprimere l’autore nel testo originario.
Quanto sopra a livello macroscopico: è evidente poi che bisogna capire le singole parole, sapendo che sovente ci si può trovare di fronte a neologismi, a espressioni dialettali, allo slang giovanile o a termini tecnici e chissà cos’altro. In questi casi arrivano in aiuto i dizionari tecnici, la propria esperienza di traduttore e interprete e, perché no, anche l’umiltà di chiedere, quando è possibile, delucidazioni a chi ha scritto il testo.

Infine, ciliegina sulla torta, è fondamentale conoscere bene la propria lingua, padroneggiarla, oserei perfino dire amarla, al punto da rendere quanto scritto in lingua originale nel modo più armonioso ed elegante possibile. Insomma… conoscere altre lingue offre la possibilità di entrare in contatto con popoli diversi da noi, con la loro cultura, il loro modo unico di ragionare e di approcciarsi alle cose, consente di viaggiare autonomamente visitando anche luoghi lontani dai soliti circuiti turistici, di stringere nuovi rapporti di amicizia, di fare esperienze di studio o lavoro all’estero e, cosa più importante, di aprire i propri confini!

Autore dell’articolo:
Elena Mancardi
Traduttrice FR-EN>IT
Borgo San Dalmazzo

I termini nella traduzione giuridica (3)

 Categoria: Servizi di traduzione

Visitare siti tedeschi è stato funzionale alla comprensione del sistema che ha prodotto il testo di legge sulla tutela dei minori e all’indagine sulle modalità di applicazione della legge stessa, non soltanto a livello legislativo e giudiziario, ma anche nella vita di tutti i giorni. Molto utile è risultata la visione del cortometraggio “Die Wette” (La scommessa), che si è fatto portavoce di quella quotidianità che si ritrova strettamente e costantemente a contatto con i giovani.

La ricerca all’interno dei siti italiani è stata finalizzata essenzialmente alla raccolta di tutta la normativa vigente nel nostro ordinamento relativamente alla tutela dei minori in pubblico. Questa fase di studio e documentazione risulta particolarmente efficace anche per la formazione della terminologia e delle convenzioni redazionali tipiche del settore. E ancora più efficace è stato lo studio dei testi paralleli, ovvero di altri testi di legge tedeschi tradotti precedentemente in italiano, di cui sono state analizzate le strutture lessicali e grammaticali, volte a verificare la presenza di eventuali standard traduttivi. Altra importante fonte di consultazione è stata quella delle banche dati, nel caso specifico banche dati di terminologia giuridica, e infine la consultazione con gli esperti del settore, quando si sono rese necessarie delucidazioni in merito a determinati termini.

Nel corso di questo lavoro, che si sviluppa intorno alla traduzione della legge tedesca sulla tutela dei minori in pubblico, è stato tracciato un percorso che parte dalla Jugendschutzgesetz e che, attraverso il confronto tra la normativa tedesca e italiana a disciplina della stessa materia, approda alla versione italiana del testo normativo tedesco. L’obiettivo era affrontare la traduzione di un testo altamente specializzato, che racchiudesse al proprio interno le tipiche consuetudini redazionali di un testo giuridico e che al contempo si occupasse di una tematica attuale e delicata, al fine di realizzare un testo in lingua italiana rivolto a chi si occupa dello studio della materia in questione. Con questo lavoro di traduzione è stato raggiunto il risultato di un testo familiarizzante, particolarmente orientato verso il lettore di lingua italiana, poiché, pur mantenendo la fedeltà ai contenuti e ad alcune peculiarità redazionali presenti nel testo di legge tedesco, esso si presenta facilmente fruibile al destinatario di lingua italiana. Un esempio diretto dell’adozione di tale strategia localizzante è costituito dalla resa dei Realia istituzionali tedeschi, che sono stati tradotti in italiano, anche nei casi di mancata presenza di equivalenti, laddove è stata applicata la soluzione di una parafrasi, quindi di un equivalente concettuale, evitando la presenza di nomi tedeschi che avrebbero potuto pregiudicare la comprensione per il lettore italiano. In questo modo si spera di aver condotto a buon fine l’obiettivo fondamentale di una traduzione specializzata, ovvero la trasmissione d’informazioni.
È facilmente ravvisabile la complessità che si rende necessaria non solo in un lavoro di traduzione giuridica, ma in ogni lavoro di traduzione, sempre caratterizzato da documentazione, conoscenza e dunque arricchimento, elementi che a mio avviso conferiscono al mestiere del traduttore grande fascino.

Autore dell’articolo:
Marta Barone
Traduttrice EN-DE-FR > IT
Nocera Inferiore (SA)

I termini nella traduzione giuridica (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Le difficoltà lessicali incontrate nella traduzione della Jugendschutzgesetz sono nate da una duplice causa:

1) presenza di termini per i quali è stato possibile rintracciare un corrispettivo nella lingua d’arrivo soltanto successivamente a un’attenta e minuziosa verifica, volta a constatare se l’equivalente traduttivo avesse nell’ordinamento d’arrivo la stessa funzione del termine originale nell’ordinamento di partenza;

2) presenza di termini che non hanno alcun corrispettivo nella lingua d’arrivo, i cosiddetti Realia, ovvero, secondo la definizione che è stata data dai ricercatori bulgari Vlahov e Florin: parole (e locuzioni composte) della lingua popolare che costituiscono denominazioni di oggetti, concetti, fenomeni tipici di un ambiente geografico, di una cultura, della vita materiale o di peculiarità storico-sociali di un popolo, di una nazione, di un paese, di una tribù, e che quindi sono portatrici di un colorito nazionale, locale o storico; queste parole non hanno corrispondenze precise in altre lingue.

In linea generale il traduttore decide di volta in volta quale sia la strategia traduttiva che meglio si adatta alla resa del Realia nella lingua d’arrivo, tenendo conto di diversi fattori, quali la funzione del testo, il tipo di destinatario, il tipo di cultura ricevente e il suo grado di tolleranza verso le parole straniere. Il traduttore deve in pratica valutare se il mantenimento dell’elemento esotico nella traduzione sia fondamentale nel contesto traduttivo, adottando conseguentemente una decisione circa il mantenimento del termine (prestito), circa una spiegazione del concetto contenuto dal termine di partenza attraverso una definizione nella lingua d’arrivo (parafrasi), o circa una traduzione del termine di partenza mediante un neologismo nella lingua d’arrivo. La scelta della strategia traduttiva deve fondamentalmente soddisfare la finalità primaria della traduzione giuridica, ovvero quella di trasmettere dei contenuti giuridici, garantendo l’accettabilità e la chiarezza del testo, elementi costitutivi della qualità della traduzione stessa. Gli scogli terminologici incontrati in sede di traduzione del testo legislativo tedesco sono stati resi talvolta attraverso un equivalente, in altri casi attraverso il ricorso a una parafrasi, laddove per quei termini, designanti per lo più istituzioni, leggi, regolamenti o trattati afferenti all’ordinamento federale tedesco, non esisteva alcuna traduzione standardizzata veicolante nella lingua d’arrivo.

In una traduzione giuridica, prima che sul piano strettamente lessicale, il confronto avviene quindi sul piano normativo. L’analisi di un testo di legge implica necessariamente l’analisi del sistema normativo, o parte di esso, che ha generato il testo legislativo da tradurre. È quindi fondamentale uno studio approfondito del sistema, cui il testo di partenza appartiene, che sia propedeutico al processo traduttivo stesso. Precedentemente al lavoro di traduzione della Jugendschutzgesetz, è stato necessario svolgere un lavoro di documentazione, di ricerca, d’informazione e certamente di comparazione. La navigazione in rete è stata il principale strumento informativo, attraverso il quale è stato possibile visitare siti autorevoli tedeschi e italiani, da cui è avvenuta l’estrapolazione di notizie, di testi di legge, ma anche di usi e costumi.

La terza e ultima parte dell’articolo sui termini nella traduzione giuridica sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Marta Barone
Traduttrice EN-DE-FR>IT
Nocera Inferiore (SA)

I termini nella traduzione giuridica

 Categoria: Servizi di traduzione

Attraverso il presente articolo, desidero condividere alcune importanti riflessioni su uno dei tanti settori che compongono il variegato mondo della traduzione specializzata, ovvero quello relativo alla traduzione giuridica. Tali riflessioni prendono vita dal primo grande lavoro traduttivo svolto in occasione dello svolgimento della tesi di Laurea Specialistica, lavoro incentrato e sviluppato intorno alla traduzione dal tedesco verso l’italiano di un testo normativo inedito nella nostra lingua, la Jugendschutzgesetz, legge tedesca sulla tutela dei minori.

Quello relativo alla traduzione giuridica è certamente uno degli ambiti maggiormente complicati; la lingua del diritto è, infatti, strettamente legata alla cultura che la origina e soprattutto a un sistema giuridico specifico; i sistemi giuridici differiscono da stato a stato e ogni stato ha la propria terminologia giuridica. È perciò fondamentale stabilire che un linguaggio giuridico deve essere tradotto in un altro linguaggio giuridico: non si traduce da una lingua giuridica nei termini del linguaggio ordinario della lingua d’arrivo, ma nella terminologia giuridica di quest’ultima. Si deduce quindi che non può esistere una precisa corrispondenza tra i termini giuridici delle lingue, come avviene invece per le scienze esatte i cui referenti sono universali, poiché le realtà cui i termini giuridici fanno riferimento variano da un ordinamento all’altro.

Nella fase di traduzione questa unicità del termine, determinata dal rinvio allo specifico ordinamento di appartenenza, obbliga il traduttore a ricorrere a equivalenze o a tentare di tracciare un parallelo con istituzioni o istituti simili del paese della lingua d’arrivo. Più che in altri tipi di traduzione, all’imperativo della fedeltà al testo toccherà rispondere in termini di equivalenza. A causa della specificità sistemica dei termini giuridici, si verifica però una piena equivalenza solo quando le due lingue si rapportano al medesimo sistema giuridico, poiché quando esse fanno riferimento a sistemi giuridici differenti l’equivalenza è rara. Per attestare l’accettabilità dell’equivalenza dei termini, è necessario prendere in considerazione due fattori, ovvero il contesto e la finalità della traduzione, e perché un termine nella lingua d’arrivo possa essere identificato come equivalente a un termine nella lingua di partenza non basta che tra essi vi sia equivalenza funzionale, essi devono risultare similmente incastonati sotto il profilo sistematico e strutturale, bisogna cioè sempre tenere presenti i fattori pragmatici che influenzano la traduzione giuridica. Riveste una notevole importanza la scienza del diritto comparato, il cui scopo è quello di ricavare dall’insieme delle istituzioni particolari una base comune, o quanto meno punti di contatto capaci di mettere in luce l’unità fondamentale della vita giuridica universale. La comparazione assume come oggetto di studio una pluralità di ordinamenti giuridici e ha come obiettivo finale il confronto tra gli ordinamenti indagati e la conseguente analisi delle differenze e delle analogie di struttura e disciplina ravvisabili.

In una traduzione specializzata, e dunque in una traduzione giuridica, i termini svolgono un ruolo di primaria importanza, poiché costituiscono lo strumento fondamentale attraverso cui avviene la trasmissione delle informazioni; i problemi legati alla terminologia rappresentano uno dei maggiori ostacoli che il traduttore specializzato deve affrontare e ovviamente superare. In un testo normativo tale difficoltà assume un carattere di amplificazione rispetto agli altri settori specializzati, poiché, com’è stato affermato in precedenza, i termini giuridici sono strettamente legati alla cultura e al sistema normativo da cui nascono, essi sono culturospecifici, il che significa che non esistono dei corrispondenti nelle altre lingue, o comunque ciò avviene solo in casi rari, per cui di volta in volta il traduttore giuridico sarà costretto a trovare soluzioni diverse.

Domani, nella seconda parte dell’articolo, vi parlerò delle difficoltà nella traduzione giuridica e strategie traduttive.

Autore dell’articolo:
Marta Barone
Traduttrice EN-DE-FR>IT
Nocera Inferiore (SA)

Metodo e sensi per imparare una lingua (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Mi ricordo ancora lo schema d’attacco che buttai giù al mio ritorno dal soggiorno in terra inglese. Recitava più o meno così:

1. Listening: dai film, ai telegiornali, dalle trasmissioni radio ai podcast su internet, annotarsi tutte le parole sconosciute, le espressioni idiomatiche, i modi di dire, le collocazioni, ecc. Cercare poi di farsi venire in mente delle frasi chiave e di uso comune attraverso l’ausilio dei corpora e che siano facili da memorizzare;

2. Reading: sottolineare e prender nota di tutte le espressioni interessanti tipiche del parlato e dello scritto presenti in articoli di giornale, riviste online, magazine, ecc. Classificarle poi in una tabella e tenerla sott’occhio quando si deve scrivere un testo;

3. Speaking: fare un uso attivo e sensato del maggior numero di nuovi vocaboli, incontrati nelle letture e negli ascolti;

4. Writing: cercare di esercitare la scrittura in più ambiti, così da arrivare a padroneggiare bene i diversi linguaggi settoriali, usando possibilmente parole ed espressioni nuove incontrate negli ascolti e nelle letture;

Questo metodo per imparare una lingua straniera ha sempre dato i suoi frutti ed è grazie alla costante applicazione di queste strategie a ogni singola azione quotidiana che il mio vocabolario inglese è aumentato in maniera esponenziale. Non c’è pertanto voluto molto perché questo piano d’attacco lo applicassi anche alla mia seconda lingua straniera, il tedesco. Devo dire che questa sistematicità, una sorta di escamotage di fronte all’immensità lessicale, sebbene rischi di sfociare in infinite liste di nuove costruzioni linguistiche, si è rivelato molto utile anche in ambito traduttivo, e grazie a questo sono riuscito ad acquisire maggiore sensibilità nell’interpretazione dei testi. Ciò di cui inoltre mi sono reso conto nei miei anni di studio è un altro aspetto fondamentale per l’apprendimento linguistico: il coinvolgimento sensoriale. Più sensi entrano in gioco quando veniamo in contatto con le strutture linguistiche, più alta è la possibilità che queste si ancorino in modo permanente nella memoria a lungo termine. Facciamo un semplice esempio: se leggo e pronuncio la parola artichoke avrò una certa percentuale di possibilità di ricordarla. Ma se io, oltre a leggerla e a pronunciarla, coinvolgo il gusto e l’olfatto mangiando l’artichoke la percentuale di memorizzarla aumenta. Se la lingua si trasforma poi da oggetto di studio a medium affettivo come nel caso delle amicizie, dei rapporti di tandem o magari degli amori, ecco che si ha il massimo coinvolgimento sensoriale da cui deriva il massimo apprendimento.

Dunque, per concludere, la mia ricetta personale è: strutturare con precisione scientifica l’approccio alla lingua straniera e non imparare solo con l’intelletto ma anche con tutti i nostri sensi.

Autore dell’articolo:
Francesco Galli
Traduttore EN-DE<>IT
Firenze

Metodo e sensi per imparare una lingua

 Categoria: Traduttori freelance

Sì, lo so, è una domanda la cui risposta può sembrare scontata (quante volte abbiamo detto o ci siamo sentiti dire “leggi, fai gli ascolti, guarda la tv!”? Tante, vero?), eppure siamo di fronte a un quesito al quale spesso diamo una risposta poco precisa o troppo superficiale, e che lascia spazio alle più diverse interpretazioni. Del resto è ancora abbastanza diffusa l’idea, ed è proprio questa la risposta che sentiamo più frequentemente, che se si vuole imparare una lingua straniera bisogna leggere (e tanto), ascoltare trasmissioni radiofoniche in lingua, guardare i canali delle emittenti straniere o consultare pagine web. Certo, tutto ciò serve, nessuno lo mette in dubbio. Ma la domanda qui è un’altra: in che modo ciò diventa davvero utile? In altre parole, che uso facciamo di queste strategie di individual learning, generalmente adottate quando siamo alle prese con una lingua straniera? Quanto riusciamo effettivamente a capire e a ricordare di tutto ciò che ascoltiamo o leggiamo in una lingua straniera? Tutto sta nel capire la differenza tra apprendimento attivo (ciò che capiamo, ma non riusciamo poi a inserire in un contesto comunicativo) e apprendimento passivo (ciò che capiamo, immagazziniamo, ma non riusciamo poi a riutilizzare).

In virtù di ciò, io sono dell’idea che noi non saremo mai in grado di appropriarci di una nuova lingua se il nostro approccio ad essa è confuso e mal organizzato. E cioè, non possiamo pretendere di diventare degli esperti in una qualsiasi lingua straniera senza uno studio sistematico, senza un vero e proprio piano di attacco che sia efficace, senza agire, come accennavo prima, attivamente. Per questo l’unico modo è pianificare il metodo di apprendimento di una lingua, prima di tutto cercando di capire quali sono le varie abilità peculiari dei linguaggi, e solo dopo individuare le migliori strategie per acquisire competenze. Per dirla con termini abbastanza noti a tutti, userò l’inglese: reading, listening, speaking e writing. Sono queste le aree in cui si modulano i linguaggi. Forse non tutti sono coscienti del fatto che in fondo il loro è un apprendimento tendente al passivo, convinti che sia sufficiente mettersi davanti a uno schermo piatto, accendere la radio o passare in edicola per acquistare un quotidiano straniero. Facciamo un esempio: chi di voi guarda un film con un dizionario accanto? Molti di voi direbbero: “Certo che no, mi prenderebbero per matto!”; oppure: chi di voi prima di iniziare a leggere un articolo lungo 6-7 pagine (e nelle testate straniere ce ne sono non pochi) si procura un evidenziatore per poi annotarsi tutte le espressioni interessanti dal punto di vista linguistico? Immagino che la reazione più comune sia questa: “Ma che fatica! Se faccio così, questo articolo non lo finisco più! Ho ben altro da fare!” Vi ricorda qualcuno? Beh, a me sì.

Fino a un paio di anni fa mi affacciavo alla lingua straniera in maniera troppo passiva, mi fermavo a un approccio globale che rischiava di essere anche superficiale e, solo dopo aver trascorso un mese e mezzo in Inghilterra frequentando un corso sul miglioramento delle mie competenze linguistiche in tutti le aree di cui parlavo prima, mi resi conto che c’era qualcosa che non andava nel modo in cui io stavo ampliando il mio vocabolario. Da allora decisi che a seconda dell’area linguistica con la quale avrei avuto a che fare mi sarei comportato di conseguenza.

Nella seconda parte dell’articolo che verrà pubblicata domani vi parlerò delle mie strategie per imparare una lingua straniera.

Autore dell’articolo:
Francesco Galli
Traduttore EN-DE<>IT
Firenze

La linguistica: cos’è e perché è utile?

 Categoria: Traduttori freelance

È difficile dare una definizione di “linguistica”. Spesso, quando dico di essere una linguista, la gente mi chiede: “Ma quante lingue parli?”. Effettivamente, ne parlo tante, ma non è necessario sapere molte lingue per essere un linguista. La linguistica è la scienza che studia scientificamente il linguaggio, le sue strutture sintattiche, morfologiche e semantiche. La sintassi si occupa dei rapporti fra gli elementi della frase: in un’espressione come “Luigi è bravo” individuiamo un soggetto (Luigi), un predicato (è) e un nome predicativo (bravo). La morfologia studia gli elementi di significato all’interno dei confini della parola: nell’aggettivo “bravo” distinguiamo il tema ‘brav-’ – che ci dà il significato primario della parola – e la desinenza ‘-o’, che ci dice che la forma è maschile e singolare (e si oppone perciò a “brav-a”, “brav-i”, “brav-e”). La semantica, infine, si occupa del significato, sia di lessemi (parole) che di intere costruzioni. Nella mia tesi di dottorato mi sono occupata dei diversi modi di esprimere il concetto di “possesso”, e l’impresa non è stata facile: qual è il significato comune di espressioni come “ho un cane”, “ho il raffreddore” e “ho un problema”? Perché si può dire “ho un problema” ma non “possiedo un problema”? Le disquisizioni su questo tema sono infinite, fra gli studiosi.
Ad ogni modo, le due branche che mi piacciono di più della linguistica sono la linguistica storica – che si occupa dello sviluppo e del mutamento delle lingue nel tempo – e la linguistica tipologica – che si occupa di individuare strutture universali, presenti in tutte le lingue del mondo, e di osservare come ogni lingua le faccia proprie.

Facciamo due brevi esempi. In italiano diciamo ‘padre’, in inglese ‘father’, tedesco ‘Vater’, sanscrito (un’antica lingua indiana) ‘pita’, in greco ‘pater’. La somiglianza è innegabile: tutte queste parole non solo hanno simile significato, ma anche una simile forma fonetica. Prendiamo ancora la desinenza dell’accusativo (il caso che indica l’oggetto di un verbo transitivo): è –M/ -N in latino (regeM ‘re’), greco antico (lukoN ‘lupo’), sanscrito (rajaM ‘re’), lituano, slavo antico, persiano….Non può essere una coincidenza! Osservando questi e da altri esempi, nell’Ottocento, i pionieri della linguistica indoeuropea capirono e provarono che un numero enorme di lingue, parlate in Asia ed Europa, derivavano in realtà da una comune lingua madre, parlata circa 5000 anni fa, il proto-indoeuropeo: latino e lingue romanze, lingue germaniche, slave, baltiche, albanese, armeno, persiano, hindi, e molte altre ancora sono lingue sorelle – come prova la linguistica storica.
È possibile però comparare anche lingue diverse fra loro, che non hanno parentela. Da questa comparazione emergono interessanti dati: alcune lingue, per esempio quelle semitiche, come arabo ed ebraico, non distinguono fra “passato” “presente “ e “futuro”, ma solo fra azioni completate e azioni in corso. In alcuni casi lingue diverse fra loro possono influenzarsi a vicenda. È il caso del finlandese e del russo: in finlandese “io ho” si traduce “presso di me è”: minulla on talo “presso di me è una casa = ho una casa”. Il russo ha un verbo avere, come le altre lingue slave, ma usa per esprimere il possesso principalmente una costruzione che significa “presso di me è”: u menja dom “presso di me è una casa = ho una casa”. In questo caso il russo è stato influenzato dalle lingue finniche, come il finlandese, che sono parlate in una zona geograficamente attigua a quella dei dialetti russi.

Tutte queste cose possono sembrare astratte, interessanti, ma poco utili per un uso pratico delle lingue. In realtà è vero il contrario! È vero che si può usare l’italiano, o il russo, senza conoscere nulla delle loro strutture grammaticali, della loro appartenenza alla famiglia indoeuropea, o sull’origine della costruzione russa per esprimere il verbo “avere”. Si può…ma si perde molto! Al contrario, da linguista, traduttrice da svariate lingue europee e da amante delle lingue, posso dirvi che quanto più si sa di una lingue e della sua storia, più si conoscono le strutture fondamentali del linguaggio, tanto più si penetra in profondità nel “segreto” di una lingua, la si sente propria e la si comprende a fondo. Ovviamente, bisogna anche conoscere la cultura di cui è veicolo; la letteratura che ha espresso, etc.: tutte queste informazioni sono ciò che costituisce l’humus di un traduttore, ciò da cui partire per tradurre persino un contratto legale o una perizia tecnica: perché le parole non sono mai solo parole, sono sempre parte di un organismo vivo che chiamiamo lingua.

Autore dell’articolo:
Lidia Federica Mazzitelli
Dottore di ricerca in Linguistica slava
Traduttrice RU-EN-DE-SL-PL>IT

Traduzione di libri per bambini

 Categoria: Servizi di traduzione

Come traduttrice professionista, ho sempre avuto modo di visitare negli ultimi anni la Bologna Children’s Book Fair.
Un mondo di colori, emozioni e novità editoriali pervadono l’atmosfera che vi si respira. Si vedono intere scolaresche accompagnate da docenti per mostrare loro il trend del momento sul mercato dell’editoria. Dal fantasy, al romanzo per ragazzi, storie per bambini, libri pop-up per i più piccoli. Per i traduttori è un’opportunità attraverso la quale è possibile iniziare nuove collaborazioni, conoscere il mercato e quindi farsi un’idea di che cosa piaccia o non piaccia ai piccoli lettori.

Nel 2008, proprio in questa circostanza, ebbi modo di stringere rapporti con una casa editrice tedesca, la Naumann & Göbel, che mi affidò la traduzione dal Tedesco all’Italiano di due libri per bambini (età 3-5 anni) con oggetti da rintracciare e labirinti, enigmi di parole, più un libro di fiabe come Cappuccetto Rosso, Cenerentola, Hansel e Gretel (6-7 anni). Per me è stata una scintilla che ha acceso la mia vera e propria passione per questo tipo di letteratura. Tanto che lo scorso anno ho voluto frequentare un laboratorio attivo di traduzione per bambini e ragazzi, per approfondire questo settore straordinario.

Una delle cose fondamentali da tenere in considerazione quando bisogna tradurre per i più piccoli è sicuramente il tipo di linguaggio, che varia molto per fascia d’età. Ad esempio per i bambini in età prescolare, l’uso di ripetizioni – affinché il piccolo possa apprendere le prime parole di uso quotidiano – è fondamentale, come anche l’utilizzo di un plain language, con frasi molto brevi e stuzzicanti. Le immagini presenti in un testo possono essere di grande aiuto al traduttore, che cercherà sempre di adattare per quanto gli è possibile la traduzione alla figura. Si devono altresì rispettare “gli spazi traduttivi”; nei libri con dialoghi a fumetti ad esempio molte case editrici forniscono già una forma rigida per il testo, una “gabbia” per la nuvoletta, che va rispettata, così come l’impaginazione (o layout). Quindi il traduttore deve essere abile nel trasporre il senso della traduzione da una lingua all’altra con il minor numero di parole possibili, visto che l’italiano è oltretutto una lingua più articolata dell’Inglese o Tedesco. I tipi di libri che si possono trovare per questa fascia d’età sono i pop-up (libri con inserti in rilievo e descrizioni o brevi storie), i rigidi con fiabe o favole, i libri di tessuto molto morbidi adatti anche ai primi mesi d’età, gli album da decorare, colorare, di figurine, libri sulla natura, con didascalie ecc.
Una cosa c’è da notare. All’estero, in particolare in Germania e Paesi nordici, le fasce d’età non corrispondono esattamente alle nostre, cioè i libri destinati al nostro mercato (e quindi da tradurre in italiano) contengono meno testo e più immagini. Questa condizione si inverte a mano a mano che si va verso la scolarizzazione, mentre all’estero si tende ad inserire molto più testo e meno disegni, in quanto i bambini si avvicinano prima alla lettura, imparano velocemente e hanno un approccio diverso all’oggetto “libro”. Già questo fa capire come molte case editrici italiane e straniere si muovano diversamente sul mercato. Infatti, spesso una casa editrice italiana che acquista i diritti di traduzione da una estera deve in un certo modo riadattare il testo e l’impaginazione del libro alla tradizione editoriale italiana, affinché quel determinato prodotto possa essere venduto.

Scostandomi ora dall’editoria, per finire vorrei trattare brevemente l’argomento del laboratorio di lingue per bambini dall’inglese, attività nella quale mi sto cimentando da circa un anno tramite il mio sito di servizi linguistici e traduzioni. Questo laboratorio è molto creativo; infatti, il bambino riesce ad avvicinarsi gradualmente alla lingua Inglese, imparandola mentre si diverte con altri piccoli. Il mio metodo è basato sulla lettura di una fiaba in Inglese con testi per bimbi da 4 a 6 anni. Inizio traducendola pian piano a voce e scrivendo sulla lavagna in Inglese le varie parole più importanti. Il bambino ascolta e ripete in gruppo con il mio aiuto. Successivamente si ritagliano le figure degli oggetti e personaggi principali del libro; quindi, dopo aver imparato i nomi, si colorano e si imparano i vari colori. Infine si fanno dei giochi interattivi con i numeri e si instaurano le varie relazioni tra cose e nomi, si fa una lista dei primi verbi ecc… Ritengo che questo laboratorio, oltre a educare, permetta ai bambini di socializzare e sentirsi pienamente a loro agio nell’apprendimento.
Avendo una formazione di scuola magistrale linguistica, mi era sempre piaciuta l’idea di poter sperimentare questa attività e devo dire che mi ha dato delle grandi soddisfazioni come insegnante, insieme alla professione di traduttrice.

Autore dell’articolo:
Sara Gneri
Traduzioni, Corsi e Servizi Linguistici EN-DE-FR-ES>IT
Fornacette (PI)

La traduzione di un mito aborigeno (3)

 Categoria: Traduttori freelance

Quella che segue è invece la traduzione in inglese del solo testo aborigeno.

1. To ashes the fire burnt down, to ashes it burnt,
To ashes the fire burnt down.
2. To ashes all burnt down, in ashes he lies,
He lies.
To ashes, not seeing in ashes he lies.
3. Lying in the ashes not seeing
Lying in the ashes.
4. The fire-brand burnt it.
Ashes, the fire!
The fire-brand burnt it.
Ashes, the fire.

5. Akilyawa he calls himself, the Aranda
name for “dragon lizard”,
He looks at his bare bones and leaves
his burnt camp.
5a. He leaves his burnt camp, he looks at his bare bones
He calls himself Akilyawa,
He looks at his bare bones and leaves his burnt camp.
(half sung)
Now arise!

6. It was evening, twilight, evening
Twilight, and the mulga was burnt, it was evening.
7. He picks up sticks,
He picks up sticks,
With his hands he builds a humpy.
8. The salt lake Mirlaka is there, it glistens,
He makes a noise as he vomits, it glistens.

9. He sees he has turned greyish white, there he sees he is greyish white,
There lies his tail. When he scratches himself it falls apart.
He sees he has turned greyish white, there.

9a. He sees he has turned greyish white, somewhere, when he scratches himself,
He sees he has turned greyish white, somewhere, when he scratches himself.

10. I am the Knob-tailed Gecko, the Knob-tailed Gecko,
I am the Knob-tailed Gecko, the Knob-tailed Gecko.
My body I bury below.
10a. My body I bury below
My body I bury below.
I am the Knob-tailed Gecko, the Knob-tailed Gecko,
I am the Knob-tailed Gecko, the Knob-tailed Gecko.
My body I bury below.

A questo punto proponiamo la traduzione in italiano della versione inglese e del commento aggiunto in inglese al testo originario aborigeno. Il commento era stato fornito, in lingua originale, a Duwell e Dixon da Mick McLean Irinyili, discendente della gente Wangkangurru, un popolo di lingua Aranda, diffusa, con numerosi dialetti, in tutta l’Australia centrale, specialmente lungo il Finke River e nel Deserto di Simpson. Il canto prende le mosse dal Grande Incendio Ancestrale che prese inizio proprio nella regione degli Aranda e si spostò verso nord-est. Narra le vicende di un mitico antenato, il quale diede origine al sogno di questo animale totemico.

I Canti del Geco dalla Coda a Pomo

1. In cenere il fuoco bruciò, in cenere bruciò,
In cenere il fuoco bruciò.

La Lucertola delle Dune, Wakultyuru, era nel fuoco al campo Kudnara. Egli tentò di proteggersi col suo scudo, ma lo scudo si bruciò. La sua pelle si staccò. Mentre giaceva nella cenere cantò questo verso.

2. Tutto bruciò in cenere, nella cenere egli giace
Egli giace
In cenere, senza più vedere nella cenere giace.

Sarà stato il giorno dopo: ritornò lentamente alla vita tra la cenere. Non era ancora un Geco dalla Coda a Pomo. Era Wakultyuru, cioè una lucertola delle regioni delle dune sabbiose. Lo si può vedere dappertutto: è marrone con una grossa testa e la coda lunga. Le ustioni lo hanno fatto sembrare diverso: si sarebbe trasformato in un Geco dalla Coda a Pomo chiamato Mayipalkuru o Tyarla-tyarla.

3. Giace nella cenere senza vedere,
Giace nella cenere.

Rimase là,se ne stette appiattito dopo l’incendio, senza guardare da nessuna parte. Se ne stette disteso e continuò a restare disteso. Non che dormisse: era come morto.

4. Il tizzone ardente lo bruciò. Cenere, il fuoco!
Il tizzone ardente lo bruciò. Cenere, il fuoco!

Riuscì a guardare in su e vide il proprio campo; era stato bruciato.

5. Akilyawa chiama se stesso, il nome Aranda che indica la “lucertola drago”,
Guarda le sue ossa nude e abbandona il suo campo bruciato.

Gradualmente recuperò abbastanza forza per muoversi. Diede a se stesso il nome con un verso. E girò il verso intorno.

5a. Egli abbandona il suo campo bruciato, guarda le sue ossa nude
Chiama se stesso Akilyawa,
Guarda le sue ossa nude e abbandona il suo campo bruciato.
(mezzo cantato)
Ora alzati!

E si levò dal morto.

6. Era sera, crepuscolo, sera,
Crepuscolo e il mulga era bruciato, era sera.

Ecco come partì e si guardò intorno attentamente per decidere in quale direzione e da che parte andare.

7. Raccoglie ramoscelli,
Raccoglie ramoscelli,
Con le mani costruisce un riparo.

Continuò a cercare un posto dove accamparsi ma la campagna intorno era già nel crepuscolo. Il sole tramontò. Cercava un frangivento, un po’ di rami d’acacia mulga per farsi un riparo. Tutto era stato bruciato dal fuoco. “Dove posso andare a riposare tra qualche albero di mulga?”
Andò avanti. C’era un albero di mulga nella palude, un albero di mulga! La palude non era bruciata e l’albero era rimasto in piedi, vivo. Trascorse la notte sotto l’albero di mulga e il giorno dopo si si spinse ancora più a sud-ovest, nel deserto.

8. Il lago salato Mirkala è laggiù, risplende,
Egli produce un rumore mentre vomita, risplende.

Allora vide il lago salato Mirlaka e lo nominò nel suo canto.

9. Si accorge di essere diventato bianco grigiastro, là si accorge
di essere diventato bianco grigiastro.
Là giace la sua coda. Mentre si gratta essa si stacca.
Si accorge di essere diventato bianco grigiastro, là.

Era ancora molto ammalato, poiché il fuoco gli aveva bruciato lo stomaco. Mentre guardava il lago si trasformò in un Geco dalla Coda a Pomo poiché era stato bruciato dal fuoco. Vide che dall’altra parte del lago, non lontano dalla riva, c’era una grande duna di sabbia. Raggiunse la sommità e osservò l’area circostante. Cercava un posto. Dove poteva nascondersi sottoterra e riposare in pace? Era ancora sofferente per il fuoco e la coda si era staccata.

9a. Si accorge di essere diventato bianco grigiastro, da qualche parte,
quando si gratta,
Si accorge di essere diventato bianco grigiastro, da qualche parte,
quando si gratta.
10. Sono il Geco dalla Coda a Pomo, il Geco dalla Coda a Pomo,
Sono il Geco dalla Coda a Pomo, il Geco dalla Coda a Pomo.
Nascondo il mio corpo sottoterra.
10a. Nascondo il mio corpo sottoterra,
Nascondo il mio corpo sottoterra.
Sono il Geco dalla Coda a Pomo, il Geco dalla Coda a Pomo,
Sono il Geco dalla Coda a Pomo, il Geco dalla Coda a Pomo.
Nascondo il mio corpo sottoterra.

Infine trovò un posto per accamparsi. Andò a stendersi sottoterra, si scavò un rifugio sottoterra, poi pronunciò una maledizione, una formula magica per quel posto. (Il cantore non rivela la maledizione che, afferma, gli è stata rivelata dal padre. Si riferisce a ciò che era accaduto al Geco. Può essere rivolta solo contro un uomo.)

Risulta evidente che la prima cosa che si perde, nella traduzione di un mito che originariamente era raccontato in versi è, come qualcuno ha acutamente notato, la voce, la tonalità originaria. Tentare di mantenere la tonalità di un racconto è sempre la cosa più difficile per ogni traduzione. Le lingue degli aborigeni posseggono una straordinaria musicalità, data dalla possibilità di realizzare straordinari effetti sonori mediante il gioco delle ripetizioni delle allitterazioni e delle assonanze, che evaporano completamente nel processo di traduzione. Inoltre, i canti, che erano legati spesso a cerimonie sacre, riti di iniziazione o propiziatori, erano accompagnati dal fragore prodotto dal battito ritmico dei boomerang, dei bastoni, delle mani e dal cupo suono del didjeridoo. Non è più possibile recuperare la musicalità originaria, specialmente per il fatto che quelle storie, in gran parte sono giunte a noi attraverso la mediazione di una terza lingua. Tuttavia si potrebbe tentare di farlo con quelle che sono sopravvissute anche nella versione originale.
Pare che W. B. Yates, si facesse leggere il testo poetico che intendeva tradurre in inglese da un madrelingua, il quale poi lo aiutava a trovare l’esatto equivalente inglese di ogni termine. A questo punto cominciava ad elaborare il testo che aveva prodotto cercando di imitare la musicalità originaria. È quasi come suonare la stessa musica con uno strumento diverso da quello per il quale era stata scritta. Solo che è un po’ più difficile, ma è un’avventura affascinante.

Autore dell’articolo:
Aldo A. Magagnino
Traduttore Letterario/Freelance EN-FR>IT
Alezio (Lecce)

La traduzione di un mito aborigeno (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Si calcola che, prima dell’arrivo dei bianchi, in Australia ci fossero circa settecento diverse unità tribali e che ognuna costituisse un popolo diverso. Questo spiega anche le varietà regionali dei miti, delle favole e delle leggende. In totale, le lingue parlate erano circa duecentocinquanta, alcune simili tra di loro, altre diverse come potrebbero esserlo il francese dall’inglese. Questo complesso sistema presenta una notevole diversità rispetto ai sistemi europei. Diversa è, per esempio, oltre alla struttura sintattica, l’organizzazione della frase. È evidente che le favole, così come noi le conosciamo, contengano, al di là della volontà dei curatori delle varie raccolte, un notevole grado di occidentalizzazione.
A. W. Reed, che ha pubblicato numerose raccolte di storie aborigene, afferma che ogni scrittore che si avventuri a raccontare i miti e le leggende aborigene deve necessariamente adottare uno stile ed una presentazione personali, riscrivendo i miti e i racconti popolari e apportando solo i cambiamenti necessari a renderli accettabili ai lettori dei nostri giorni. Reed non ha avuto la possibilità di raccogliere il materiale sul campo, ma ha utilizzato le ricerche di altri ricercatori, poeti e scrittori, tra i quali T. G. H. Strehlow e, in particolare, Roland Edward Robinson, un irlandese trapiantato in Australia in tenera età e che divenne una delle principali figure del movimento Jindyworobak, che tanta parte ha avuto nel diffondere tra i lettori australiani prima, e all’estero poi, la consapevolezza dell’unicità del patrimonio culturale dagli aborigeni d’Australia. In genere, i ricercatori avevano raccolto le storie direttamente dagli aborigeni, alcuni dei quali erano istruiti o semianalfabeti. Va ricordato che gli esponenti Jindyworobak non erano in genere antropologi, né archeologi o etnologi, ma poeti e letterati e che di natura squisitamente letteraria erano i loro fini.
Naturalmente, a prescindere dalla bontà della traduzione, è possibile che, per altri versi, il significato risulti poco chiaro, poiché la matrice originaria dalla quale il testo emerge non è conosciuta in modo approfondito.
Bisognerà sempre tener presente che i racconti, che si rifanno alle songlines, erano originariamente in versi, come i poemi omerici, e la cadenza con la quale venivano raccontati contribuiva a far balzare davanti agli occhi le immagini della terra d’Australia. Il ritmo e la danza erano parte essenziale della narrazione.
Si vedano, per esempio le trasformazioni subite dai “Canti del Geco dalla Coda a Pomo”, nei passaggi dal testo originale aborigeno alla traslitterazione e traduzione inglese. Si tratta, di fatto, di una doppia traduzione: una, per così dire endolinguistica, con il passaggio dalla lingua orale aborigena ad una lingua aborigena scritta, anche se attraverso la mediazione di un codice europeo come l’uso di un alfabeto scritto, del tutto sconosciuto agli aborigeni, e una traduzione interlinguistica, dalla lingua aborigena alla/e lingua/e europea/e. I canti fanno parte di una raccolta curata da M. Duwell e R. M. W. Dixon, Little Eva at Moonlight Creek (University of Queensland Press, St. Lucia 1994).
Al testo aborigeno era stato aggiunto un commento in inglese, in sostituzione probabilmente di quelle parti del mito veicolate dal ritmo della musica e dai movimenti della danza, ottenendo un racconto che segue i canoni della cultura occidentale, ma che allo stesso tempo riesce ad evitare una completa colonizzazione del testo originario da parte della lingua d’arrivo. Siamo, quindi, anche di fronte ad una traduzione intersemiotica.

I CANTI DEL GECO DALLA CODA A POMO

(Tyárlara tyárlara ruté)

1. Yadná wuRadí pantaná yádnalpántaná
Yadná wuRadí pantaná.

The Sandhill Lizard, Wakultyuru, was in the fire at the Kudnara camp. He had tried to protect himself with his shield but it was burnt. His skin peeled off. Lying among the ashes he sang this verse.

2. Yadnál’ pantaná yadná linthityá
Linthítyarará.
Yadná warará yadná linthityá.

It must have been the day after: he slowly came back to life amid the ashes. He was not yet a Knob-tailed Gecko. He was Wakultyuru, that is a lizard in the sandhill contry. You see him anywhere: he is brown with a big head and a long tail. His burns have made him look different: he was to turn into a Knob-tailed Gecko called Mayipalkuru or Tyarla-tyarla.

3. Linthítyálarái yadnáwararái
Yadná linthityá.

He remained there, he just lay there flat after the fire, not looking anywhere. He lay there and went on lying there. Not that he was sleeping: he was as if dead!

4. Yanpá láthuká yatú pantaná
Yadná wuRa
Yanpá láthuká yatú pantaná
Yadná wuRalí.

He managed to look up and he saw his own camp: it had been burnt.

5. Mákulyé kulyákulyáidna
Makudnhái tyar’ímpirái.

He gradually recovered enough strength to move. He named himself in a verse. Then he turned the verse around.

5a. Tyar’ímparáta ma kudnhá
Mákulyá kulyáidna
Má kudnái tyar’ímpará
(half sung)
Uta thurkaná!

And he arose from the dead.

6. Língwetyengwé, pályalya língwetyengwé
Pályalya waridity’ amánta língwemantá.

This is how he set up and he looked around close by to decide in which direction and which way should go.

7. Kantireí yályara Rambálkulyanái
Kánti lyalyayará Rambálkulyanái,
MáRara wílpilminé.

He went looking for somewhere to camp but the country alla round was already in twilight. The sun set. He was looking for a windbreak, for a bit of mulga to break off to make a shelter. Everything had been burnt by the fire. “Where can I go to settle down among some mulga trees?”
He went on. There was a mulga tree in a swamp, a mulga tree! The swamp had not been burnt, and there was a tree standing there, alive. He spent the night by the mulga tree and travelled further southwest into the desert t
he next day.

8. Pántu Mirláka wára kampíne
Rítyampirlá kawára kampíne.

He saw the saltlake Milaka then and named it in his song.

9. Purlká nhintya láwurú purlká nhintya
Láwurú lithírkithirké
Purlká nhintya láwurú.

He was still so ill as the fire had burnt his stomach. As he was looking at the lake he turned into a Knob-tailed Gecko, because he had been burnt by the fire. He saw that on the other side of the saltlake, there lay a huge sandhill. He went up on top and looked around the area. He was looking for a place. Where could he go down below the ground to rest for good? He was still sick from having been burnt by the fire, and his tail had dropped off.

9a. Purlká nhintya láwurú lithírkithirké
Purlká nhintya láwurú lithírkithirké.
10. Tyárlara tyárlara ruté
Ya tyárlara tyárlara rut’
Yadngadnámpa kákyara runté.
10a. Yadnadnámpa kalyáRa luntáyi
Yadnadnámpa kalyáRa luntáyi
Yátyalára tyarlára luntáyi
Yátyalára tyarlára luntáyi
Yadnadnámpa kalyáRa luntáyi.

At last he found a place to camp. He went to lie down below the ground, he dug himself below the ground, he then pronounced a curse, a magic spell at the place. (The singer does not include the spell, which he describes as having been given to him by his father. It refers to what had happened to the Gecko. It could only be directed against men.)

Domani sarà pubblicata la terza e ultima parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Aldo A. Magagnino
Traduttore Letterario/Freelance EN-FR>IT
Alezio (Lecce)

La traduzione di un mito aborigeno

 Categoria: Traduttori freelance

Mai, come nel caso della traduzione dei miti degli aborigeni australiani, appare in tutta la sua drammaticità il problema se si tratti, in realtà, di traduzione o di trasformazione. Le storie mitologiche degli aborigeni d’Australia hanno certamente subito notevoli manipolazioni nel corso del tempo, dal momento che sono più antiche dei più arcaici poemi occidentali. Molte sono andate perse dopo l’arrivo dei colonizzatori bianchi. Colin Johnson, lo scrittore aborigeno che è stato a lungo uno dei più attivi portavoce della cultura aborigena, autore di Wild Cat Falling, Writing from the Fringe e di Doctor Wooreddy’s Prescriptions for Enduring the End of the World, che dal 1988 ha mutato il proprio nome in Mudrooroo, ha scritto con amara ironia, “Quando i valorosi pionieri inglesi occuparono l’Australia, magari recando con sé una copia dell’Iliade in tasca, occuparono [la Terra nullius, la terra di nessuno: gli aborigeni erano nessuno] con grande spargimento di sangue e la catturarono come gli antichi greci catturarono e presero Troia. Chi conosce il canto di Troia o l’epica che i troiani cantavano? Si è persa, dimenticata … Al vincitore spettano le spoglie e questo è successo per l’Australia”. I racconti superstiti sono stati raccolti sul campo e tradotti/trasportati in altre lingue, dopo essere passati, naturalmente attraverso la lingua e la cultura inglese.

Le storie mitologiche aborigene si rifanno ad un periodo che precedette l’inizio del tempo, che viene definito il “Dreamtime”, “il Tempo del Sogno”, o semplicemente “The Dreaming”, “il Sogno”, o il “tempo della tradizione”, che ebbe inizio con le gesta dei mitici antenati totemici. Nella mitologia aborigena, il Sogno è un’epopea primordiale, che agli occidentali può apparire vaga e nebulosa, ma che per gli aborigeni è reale, nella quale gli uomini sono anche animali e gli animali sono anche uomini. Gli antenati potevano trasformarsi in uomini o animali a loro piacimento. In seguito alle straordinarie avventure, tramandate fino ai nostri giorni dalla “tradizione”, molti di loro si trasformarono definitivamente negli animali che oggi vediamo in Australia. Naturalmente, quando parliamo di tradizione, non intendiamo un insieme monolitico di leggende, miti e storie. La vastità stessa del territorio australiano, il fatto stesso che gli aborigeni discendano da popoli diversi, migrati in epoche successive e probabilmente da varie regioni dell’Asia, prima di disperdersi sul nuovo vasto continente australe, è incompatibile con questa visione. Tuttavia, alcuni temi sono ricorrenti. Il legame tra gli uomini e l’animale che prese forma dagli antichi antenati rimane saldissimo. Ogni aborigeno si identifica ancora oggi in un animale totemico e ne conosce il Sogno. Alcuni ritengono di essere essi stessi l’animale totemico. Con le sue gesta, l’antenato totemico ha, infatti, generato non solo il paesaggio, con le sue caratteristiche fisiche, ma ha anche dato vita alla tribù che popola quella terra.

“(Gli antenati) hanno percorso la terra, lasciando sul loro cammino i figli che generavano con le donne dei popoli che essi stessi avevano creato; infine avevano varcato il confine del territorio noto a quella particolare tribù ed erano ridiscesi nelle profondità della terra, oppure si erano trasformati in rocce, alberi o in qualche altra caratteristica naturale del paesaggio. Questi luoghi divennero centri dai quali gli spiriti individuali, che rappresentano quei particolari antenati, scaturirono per reincarnarsi in forma umana” (A. W. Reed, Aboriginal Myths, Reed New Holland, Sydney 1999, pagg. 50-55).

Poiché si tratta di materiali ritrasmessi più volte nel corso dei millenni, per Anthony Pym non si può che concordare con Lévi-Strauss, secondo il quale, in questo caso, il valore dell’equazione traduttore/traditore è praticamente zero. Per questo motivo, non ci dovrebbe essere nulla di più facile che tradurre i miti, in quanto non esiste un autore unico che possa essere tradito. La fonte ultima del mito non è rintracciabile e qualunque versione giunta fino a noi è già la trasformazione di altre trasformazioni: nessun traduttore può, quindi, essere tacciato di essere in errore o infedele.
Tuttavia le cose non sono così semplici come a prima vista potrebbe apparire. Lo stesso Pym ci ricorda che Malinowski, per esempio, considera il mito come “la narrazione di un evento primordiale che stabilisce il precedente per un’istituzione”. Questo porterebbe a concludere che un mito può solo funzionare nel luogo sociale nel quale ha generato quell’istituzione. In luoghi diversi, il suo rapporto con la realtà si annulla e la traduzione è assimilabile alla trasposizione di un testo morto. Inoltre, non si può dimenticare il fatto che il mito è già di per sé una “traduzione” della realtà, un’interpretazione del mondo e dei suoi misteri e che il suo valore specifico è noto solo a pochi membri della tribù. Il possesso di questa conoscenza conferisce potere istituzionale. Un potere che verrebbe annullato dalla rivelazione pubblica del significato mitologico. In questo caso, l’interpretazione e la traduzione del testo mitologico in una lingua occidentale si configurerebbe non solo come un’appropriazione culturale ma anche come una profanazione.
Tutto questo sembrerebbe condurre, in qualche modo, alla conferma della teoria dell’intraducibilità di particolari testi, in particolare di quelli relativi a storie mitologiche, in quanto, pur esistendo la possibilità di trasferire i materiali narrativi rimane irrisolto il problema della trasferibilità dei valori relativi ad una certa cultura e ad una certa istituzione sociale. Tuttavia, anche i testi cosiddetti intraducibili sono tradotti e sono letti da lettori appartenenti ad aree culturali anche molto diverse da quella originale. Può darsi che il traduttore non riesca a far apprezzare fino in fondo allusioni, rimandi, allitterazioni, assonanze e quant’altro la lingua originale riusciva a veicolare ai membri di quella particolare cultura, ma rimane il fatto, come nota Umberto Eco in Dire Quasi la Stessa Cosa, che da millenni la gente traduce di tutto, compresi testi apparentemente impossibili come la Bibbia. Il fatto che biblisti, linguisti e teologi da secoli siano impegnati in discussioni sull’esatta interpretazione di diversi passaggi dei testi sacri, non ha impedito a tali testi di pervenire, attraverso i secoli, a miliardi di fedeli di lingue diverse, in una staffetta da una lingua all’altra. Non solo, ma, prosegue Eco, “una parte consistente dell’umanità si è trovata d’accordo sui fatti e sugli eventi fondamentali tramandati da questi testi, dai Dieci Comandamenti al Discorso della Montagna, dalle storie di Mosè alla passione di Cristo – e, vorrei dire, sullo spirito che anima quei testi.” Secondo Eco, la traduzione si fonda su alcuni processi di negoziazione, un processo nel corso del quale, per ottenere qualcosa, si rinuncia a qualcos’altro, ricercando un equilibrio che dia soddisfazione, che “renda giustizia”, alle due parti in causa.
A proposito della lingua nella quale il mito era originariamente raccontato, bisogna ricordare che le lingue parlate dagli aborigeni d’Australia sono un mondo a sé. Certamente non si tratta di lingue “primitive.” Al contrario, la loro complessità attesta la lunga evoluzione. Come tutte le lingue, anche quelle degli aborigeni sono funzionali alla cultura del popolo che le utilizza.

La seconda parte di questo interessante articolo sulla traduzione di un mito aborigeno sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Aldo A. Magagnino
Traduttore Letteraio/Freelance EN-FR>IT
Alezio (Lecce)

Tradurre per il doppiaggio di un film

 Categoria: Servizi di traduzione

Un tipo particolare di traduzione è la traduzione filmica per il doppiaggio. Il film oggetto del mio studio è La Haine, film francese del 1995 di Mathieu Kassovitz. Nella versione originale del film si fa ampio uso del verlan e dell’argot, varianti linguistiche che non sono presenti nella lingua di arrivo del doppiaggio, che nel nostro caso è l’italiano.
Come sono rese queste varianti della lingua francese nella lingua di arrivo?
Per prima cosa, è da notare che la lingua utilizzata nel doppiaggio riflette molte caratteristiche del linguaggio parlato italiano (aferesi, termini del linguaggio familiare, termini enfatici, volgarità, ecc.). Oltre a queste osservazioni, voglio cercare di rispondere alla seguente domanda: il linguaggio utilizzato proviene e rispecchia qualche realtà italiana particolare, o è un linguaggio caratterizzato da una neutralità fonetica e prosodica, cioè da uno scollamento tra parlato e foneticamente connotato in diatopia?

Analizzo dunque in primo luogo alcuni dei riferimenti culturali presenti nella versione originale, vedendo quale trattamento è loro riservato nel doppiaggio. Innanzitutto, mi pare opportuno soffermarmi sui nomi dei protagonisti: Saïd, Vinz e Hubert. Si tratta di nomi che parlano, ben ancorati nella realtà francese in diversi modi e con diversi significati.
Appare allora emblematico che questi nomi non vengano tradotti, forse per mantenere chiaro per il pubblico il fatto che si tratti di un film francese, sottolineato anche da tutto quel corpus di scritte che concorrono a rendere l’atmosfera di un paese straniero, senza cioè voler creare l’illusione di un film italiano. Quando si trova davanti a un film doppiato, il pubblico ha la consapevolezza di essere in presenza di un prodotto straniero, per tutto questo insieme di segnali che anche inconsapevolmente ha imparato a decodificare. Ma se il significato rimanesse esclusivamente ancorato all’universo culturale francese e se non si tentasse neppure minimamente di trasferirne qualche caratteristica nel mondo che al pubblico italiano è più vicino, forse la sua appropriazione sarebbe più superficiale. Ecco quindi che la scelta del traduttore è quella di mettere in scena un determinato accento, seppure non troppo marcato, che dà una connotazione regionale alla lingua parlata nella traduzione. Si cerca in questo modo di trasferire il mondo rappresentato nella versione originale calandolo in un contesto più familiare al pubblico italiano. I personaggi del film, infatti, parlano con un accento romano, leggero ma comunque percepibile da un orecchio italiano. Questa sfumatura attribuita al linguaggio parlato dai tre protagonisti, che pure conservano i loro nomi originali, contribuisce a rendere il film più vicino agli spettatori italiani, dando alla parlata dei protagonisti una connotazione ben riconoscibile da tutti. Probabilmente, attribuendo al linguaggio utilizzato nella versione doppiata queste caratteristiche, si è voluto collocare i personaggi nella periferia della nostra capitale, trasferendoli così dalla periferia di Parigi a quella di Roma. Ma, come ho detto in precedenza, le immagini non partecipano a questo avvicinamento al pubblico italiano, in quanto esse conservano tutti i significati della realtà di partenza. Abbiamo quindi, con il doppiaggio, la sovrapposizione di due realtà, quella francese attraverso le immagini e quella italiana attraverso la parlata dei personaggi.

In conclusione, la mia analisi mostra quanto sia difficile tradurre e trasferire tutti i significati di un prodotto culturale, in questo caso tramite il doppiaggio. Infatti, i sistemi linguistici che entrano in gioco in ogni traduzione, la lingua di partenza e quella di arrivo, non corrispondono perfettamente in tutte le loro modalità e potenzialità espressive, ed è proprio in questo scarto che si gioca la difficoltà di una buona traduzione. Poiché i sistemi linguistici non sono perfettamente corrispondenti, il traduttore, consapevole dell’importanza del suo ruolo, deve far fronte a questo limite e a questa difficoltà usando tutti i mezzi che la lingua di arrivo mette a disposizione e trasferendo sensi e modalità espressive al meglio.

Autore dell’articolo:
Loredana Bicci
Professoressa di francese
Traduttrice FR>IT
Brescia

L’inglese nella ricerca medica

 Categoria: Servizi di traduzione

Negli ultimi dieci anni, lo studio delle caratteristiche del Sistema Nervoso ha subito una notevole accelerazione. L’obiettivo dei gruppi di ricerca è quello di riuscire a conoscere le cause e gli effetti di malattie neurodegenerative quali la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) e la malattia di Alzheimer (AD). Questo compito sta coinvolgendo gruppi di ricerca sia italiani sia internazionali, accumunati dal comune obiettivo di capire l’effetto di queste patologie.
Per rendere più semplice, lo scambio di dati e le relazioni tra i differenti gruppi, si è scelto di utilizzare una lingua comune. L’opzione migliore è stata quella di utilizzare la lingua inglese; questa è quella comunemente usata non solo nella vita di tutti i giorni ma anche nell’ambito scientifico fatto di congressi nazionali e internazionali e della produzione di lavori scientifici.

La lingua inglese, nel campo della ricerca medica, è diventata comune sia nei corsi universitari sia nella descrizione delle tecniche utilizzate nei diversi laboratori.
Nel campo della ricerca delle malattie neurodegenerative molti termini di origine anglosassone sono diventati di uso quotidiano tra gli addetti ai lavori di ospedali e istituti italiani. Per esempio, nel campo della ricerca sulla malattia di Alzheimer, si parla spesso di up-regolazione oppure di down-regolazione dei livelli di Beta-Amiloide testati sul liquido cefalo rachidiano che è più comunemente conosciuto con il termine di cerebrospinal fluid (CSF). Inoltre, gli stessi protocolli dei Kit che vengono utilizzati nei diversi laboratori italiani sono scritti in lingua inglese; questo consente una facile interpretazione da parte dell’operatore poiché questa lingua risulta più facile per descrivere certi concetti di laboratorio.

Un ulteriore dato di come la lingua inglese sia comune nella ricerca delle malattie neurodegenerative è che i corsi per l’utilizzo di macchine complesse come i sequenziatori di nuova generazione (macchine che consentono la caratterizzazione di un intero genoma) vengano tenuti in inglese e non in italiano. In particolare, i programmi di bioinformatica necessari per l’analisi dei dati sono sviluppati con questo linguaggio. Anche lo scambio di dati con i responsabili di queste piattaforme viene fatto in lingua. L’esempio più comune avviene con l’impiego dei software di genetica per l’analisi delle sequenze di DNA (acido desossiribonucleico) come per il programma Sequenze Pilota. Infatti, il servizio di supporto per la comprensione del programma si basa su questo linguaggio; perciò, qualsiasi utente sia italiano o straniero deve conoscere l’inglese per potere porre qualsiasi domanda.

In conclusione, posso dire che faccio parte di questo mondo da circa sei anni, in tutto questo tempo ho conosciuto gente di diverse nazionalità, ciò che ci ha accumunato è stato l’amore per la ricerca e la lingua inglese. Grazie alla conoscenza di questa lingua ho potuto fare molte esperienze diverse che mi hanno arricchito.

Autore dell’articolo:
Francesca Cortini
Biologa
Novara

Le lingue: strumento di comunicazione

 Categoria: Le lingue

Per l’uomo in quanto essere sociale l’esigenza di comunicare è stata sempre di fondamentale importanza. Comunicare significa “far comune ad altri ciò che è nostro”, ed è inoltre importante che il messaggio che vogliamo trasmettere agli altri venga recepito correttamente. Nei miei studi universitari di linguistica sono stata particolarmente attratta da tutto ciò che concerneva le modalità della comunicazione. Vorrei fare qui riferimento ai due tipi di comunicazione, verbale e non verbale, che quotidianamente sono alla base delle nostre relazioni interpersonali. Senza voler trascurare la rilevante “eloquenza” del linguaggio non verbale (gesti, posture, espressioni del viso) – spesso e volentieri oggetto degli studi di psicologia – tuttavia esso presenta alcuni limiti che la lingua, viceversa, riesce a superare. Credo dunque che dobbiamo riconoscere la superiorità della lingua, considerando la sua potenza comunicativa e la sua funzionalità, visto che, con un budget relativamente limitato di elementi, essa riesce ad esprimere qualsiasi situazione, concreta ma anche astratta.

Inoltre le lingue non sono dei sistemi statici, ma si evolvono, essendo in grado di aumentare le loro potenzialità comunicative in relazione a sempre nuove e crescenti necessità pratiche. Basti pensare alla molteplicità di parole nuove che continuamente entrano nel lessico e che riflettono, di fatto, l’esigenza costante della lingua di adattarsi alla realtà circostante in continuo cambiamento. Questa constatazione non può che risultare più che mai vera nell’epoca attuale in cui lo sviluppo tecnologico ha fatto sì che sistemi di comunicazione sempre più rapidi e sofisticati si moltiplicassero con un ritmo sempre crescente. Un cambiamento senza precedenti che risponde alle esigenze di un mondo sempre più globalizzato in cui si impone la necessità di rafforzare uno spazio di dialogo interculturale, per la realizzazione del quale la conoscenza delle diverse lingue costituisce decisamente il punto di partenza.

Quali sono i benefici che si possono trarre dalla conoscenza di più lingue? Ogni lingua è il risultato di un sapere che si è stratificato nel tempo, è il frutto di una cultura diversa e nello stesso tempo ne costituisce lo strumento per poterla comprendere. L’idea di poter facilitare la comunicazione tra tutti gli uomini mediante la creazione di una lingua comune unica è certamente entusiasmante. Un esperimento in tal senso è stato fatto con l’esperanto, esperimento che in realtà si è rivelato fallimentare. Questo sta a testimoniare il fatto che una lingua non può essere creata artificialmente. L’espressione linguistica è inscindibilmente legata, con le sue innumerevoli sfumature, al popolo che se ne serve. Sotto questo aspetto è di importanza cruciale anche l’uso del dialetto.

La conoscenza di più lingue non va considerata quindi come un ostacolo, ma piuttosto come un sinonimo di arricchimento culturale. Essa non soltanto facilita la comunicazione ma offre anche l’opportunità, direi unica, di poter scoprire l’originalità di ciascuna cultura e di poter cogliere nella diversità quel mondo dell’Altro che così tanto ci affascina e ci conquista.

Autrice dell’articolo:
Rosamaria D’Amico
Laurea in Lingue e Letterature Straniere
Traduttrice EN-FR>IT
Giarre (Catania)

I sottotitoli in Italia

 Categoria: Servizi di traduzione

La situazione dei sottotitoli, in Italia, non è tra le più sviluppate in Europa. Infatti, l’industria cinematografica italiana dispone di una lunga tradizione nel campo del doppiaggio e di professionisti di alto livello nel campo. Il doppiaggio è quasi un passaggio obbligatorio a cui i film stranieri sono sottoposti nel momento in cui vengono importati sugli schermi italiani. Questo perché anche i telespettatori italiani sono ormai abituati a seguire i programmi stranieri adattati alla loro lingua, a differenza di quello che accade nella maggior parte dei paesi del nord Europa, dove invece i dialoghi sono tradotti in stringhe di testo nella lingua di arrivo. Un discorso a parte deve essere fatto a proposito di quelle sale cinematografiche che, contro le convenzioni, decidono di trasmettere periodicamente delle pellicole in versione originale sottotitolate. Infatti, anche se in Italia il doppiaggio resta dominante (l’89% circa dei film europei e il 63% dei film americani sono doppiati), alcuni film escono anche in versione originale.

La televisione italiana è però attenta alle esigenze dei non udenti, in quanto fornisce spesso, attraverso il televideo, la trascrizione in didascalia dei dialoghi italiani delle trasmissioni televisive. Tuttavia, per quanto riguarda l’apprendimento delle lingue straniere attraverso le sottotitolazioni, le televisioni non sembrano troppo persuase della loro utilità. Infatti, sembra non essersi sviluppata, nella scena televisiva italiana, una sensibilità verso l’ausilio che i sottotitoli potrebbero fornire a chi non ha molta familiarità con una lingua straniera, ma che vuole migliorare le sue competenze.

I rari casi in cui in Italia si trova materiale estero sottotitolato sono quelli dei film o serie TV che non vengono trasmesse in televisione o al cinema, ma che vengono seguiti da persone che, comprendendo la lingua originale, decidono di sottotitolarli e di metterli a disposizione sulla rete. Queste sono iniziative di singoli che utilizzano le loro conoscenze linguistiche per rendere accessibili ai locutori della lingua italiana anche quei materiali che non sono diffusi dalle televisioni ufficiali.

Autore dell’articolo:
Oriana Siracusa
Traduttrice EN-FR-SP>IT
Ragusa

I falsi amici spagnoli

 Categoria: Le lingue

Chissà perché molte persone credono che la lingua spagnola sia così semplice. È vero, assomiglia moltissimo a quella italiana, come struttura della frase, come particelle grammaticali, come posizioni delle varie categorie grammaticali. Ma non illudiamoci! Lo spagnolo, nonostante tutto, è molto diverso dall’italiano. Non basta aggiungere la “s” come in molti dicono. Allo stesso modo, il lessico è molto vario. Se ci troviamo in una situazione in cui vorremmo sprofondare sotto terra e diciamo “Estoy embarazado/a” senza dubbio ci sentiremmo rispondere “Ay, qué bien! Enhorabuena!” (Oh, che bello, auguri!). Questo perché, invece di dire di essere imbarazzate, abbiamo detto di essere “incinta”!

Esistono moltissimi falsi amici nello spagnolo, per esempio:

todavía = ancora, non tuttavia
atender = occuparsi di qualcosa, non attendere
salir = uscire, non salire
salida = uscita, non salita
subir = salire, non subire
bolso = borsa da donna, non busta della spesa
habitación = stanza, non abitazione
luego = dopo, non luogo
mantel = tovaglia, non mantello
vaso = bicchiere, non vaso
toalla = asciugamano, non tovaglia
espaldas = schiena, non spalle
hombros = spalle, non ombre
cara = viso, non cara
pronto = presto, non pronto
libreta = block notes, non libretto
aguantar = sopportare, non agguantare
burro = asino, non burro
topo = talpa, non topo
guardar = conservare, non guardare
aceite = olio, non aceto
cámara = macchina fotografica, non camera
cura = prete, non cura
en seguida = subito, non in seguito
largo = lungo, non largo
manzana = mela, non melanzana
pelo = capelli, non pelo
sembrar = seminare, non sembrare

E la lista non finisce qui, ce ne sono sempre di nuovi. Perciò, se vi volete addentrare seriamente nel lessico di una lingua, in questo caso dello spagnolo, ricordate di diffidare dai falsi amici!

Autore dell’articolo:
Eleonora Battista
Traduttrice ES>IT
Torino

Apprendimento di una lingua: influenze (2)

 Categoria: Le lingue

Per quanto concerne la personalità e, in particolare, l’attitudine personale di un individuo all’apprendimento delle lingue, essa rappresenta un altro dei fattori che influenzano l’apprendimento. La predisposizione allo studio delle lingue straniere, bassi livelli di ansietà, un carattere estroverso e fiducia in sé influiscono positivamente sullo svolgersi del processo di apprendimento. Le persone sicure di sé e meno timide sono più disposte a mettersi in gioco, a “buttarsi”, anche quando ciò implica il rischio di sbagliare e commettere errori. Durante la mia esperienza di tirocinio in una scuola secondaria di primo grado e in qualità di apprendente all’università, ho constatato che “rischiando” e partecipando direttamente e attivamente durante le lezioni, la capacità di apprendimento aumenta in quanto si ricordano meglio sia le risposte giuste, sia gli errori commessi.

La motivazione appare come un fattore di variabilità notevolmente incisivo dell’apprendimento sia di una seconda lingua che di una lingua straniera e rappresenta un elemento di intersezione tra fattori interni e fattori esterni. Sono state individuate due macrocategorie di motivazione: motivazioni culturali e motivazioni strumentali. Nella prima tipologia rientrano le motivazioni che spingono l’apprendente verso una lingua straniera per ragioni culturali, ad esempio quella integrativa, che nasce dal desiderio dell’apprendente di inserirsi rapidamente nella società in cui vive.

Rientra nell’ambito delle motivazioni culturali anche la motivazione “intrinseca”, riconducibile al desiderio di apprendere una lingua perché “piace”, per esempio, perché si ritiene che una certa lingua abbia un suono molto piacevole.
Per quanto riguarda invece le motivazioni strumentali, si suddividono in generali e particolari. Le prime sono basate sull’obiettivo di raggiungere un vantaggio pratico, ad esempio trovare un impiego, ottenere un titolo di studio, ecc.

Per quanto riguarda le motivazioni strumentali particolari, l’apprendente è spinto a studiare una lingua straniera per superare prove specifiche quali verifiche, interrogazioni, esami, test.
Ci si chiede quale sia la tipologia di motivazione responsabile di un successo maggiore nell’apprendimento. Alcuni studiosi sostengono, per esempio, che il bisogno di trovare un lavoro o di riuscire a superare un esame sembrerebbero essere motivazioni più forti rispetto alle motivazioni culturali. Ma è necessario far notare che le motivazioni strumentali sono di solito più forti nel breve periodo, mentre in un lasso di tempo più lungo ad avere la meglio sono spesso le motivazioni culturali.

Fattori esterni

Concentriamoci ora sui fattori esterni nel caso soprattutto dell’apprendimento in ambito scolastico: l’apprendimento risulta influenzato positivamente se avviene in un’atmosfera rilassata e accogliente, in cui si cerca di evitare le situazioni di stress e in cui i bisogni dell’apprendente vengono presi in considerazione. Per quanto riguarda invece l’ambiente all’esterno della classe, se l’apprendimento di una lingua straniera avviene nel paese in cui essa è parlata, ciò influenza positivamente l’apprendimento, dal momento che i contatti autentici con la lingua straniera saranno maggiori e molto frequenti, come hanno infatti testimoniato alcuni miei amici trasferitisi all’estero per motivi di studio o lavoro.

Autore dell’articolo:
Giulia Zaccarelli
Laureata in Lingue e Culture Europee (corso di mediazione linguistica)
Laureanda in Letterature Comparate, Moderne e Postcoloniali
Aspirante traduttrice EN-DE-FR>IT
Mirandola (MO)

Apprendimento di una lingua: influenze

 Categoria: Le lingue

Durante la stesura della mia tesi di laurea, intitolata Approcci didattici all’insegnamento di una lingua straniera, ho avuto modo di esaminare i fattori relativi all’apprendente che possono influenzare la riuscita o il fallimento dell’apprendimento di una lingua straniera.

Si suddividono in fattori interni e fattori esterni. I fattori interni comprendono aspetti quali l’età, la personalità e la motivazione dell’apprendente.
Tra i fattori esterni rientrano invece fattori sociali come l’atmosfera in classe e l’ambiente al di fuori di essa.

Fattori interni

L’età dell’apprendente è un fattore riconducibile alla natura biologica. Come sostengono molti autori, (per esempio Bettoni, Dulay, Burt e Krashen) i bambini imparano una seconda lingua meglio degli adulti. Alcuni linguisti sostengono che in una famiglia immigrata i genitori possono anche imparare la seconda lingua e padroneggiarla con scioltezza, ma ascoltandoli parlare si avverte quasi sempre una differenza rispetto ai parlanti nativi per quanto riguarda la pronuncia di certe parole e l’utilizzo di espressioni idiomatiche (ad esempio proverbi e modi di dire); i figli imparano invece la seconda lingua talmente bene da essere quasi sempre indistinguibili dai coetanei parlanti nativi. Colpita da questa asserzione, ho deciso di effettuare una prova per verificare personalmente se i bambini che apprendono una seconda lingua, una volta cresciuti, hanno effettivamente un’ottima competenza per quanto riguarda tutti gli aspetti linguistici. Ho registrato un’intervista a un parlante nativo italiano, Andrea, ventitreenne. In seguito ho registrato un’intervista simile a Hamza, un ragazzo di ventidue anni, nato a Casablanca, Marocco, e trasferitosi con la famiglia in Italia all’età di nove anni. Nella registrazione sono stati identificati come parlante 1 e parlante 2 per non influenzare il giudizio degli ascoltatori, i quali hanno dichiarato di non essere in grado di identificare il parlante non madrelingua italiana. Infatti, nonostante Hamza parli italiano da 13 anni, presenta influenze regionali emiliane nella pronuncia, utilizza espressioni tipiche e un lessico molto ricco, ha davvero una buonissima padronanza della lingua italiana.

Il successo dei bambini nell’imparare una seconda lingua è riconducibile a ragioni biologiche (il cervello dell’adulto è diverso da quello del bambino in materia di meccanismi di acquisizione della lingua) e sociali, ovvero all’ambiente linguistico. Infatti, un bambino rispetto a un adulto è maggiormente esposto a situazioni comunicative naturali; inoltre si pensa che abbia anche un atteggiamento più aperto nei confronti di una nuova cultura, che sia fortemente motivato a comunicare con i parlanti nativi per integrarsi con loro, per esempio per trovare nuovi amici.

Nell’articolo di domani vi parlerò degli altri fattori interni, cioè personalità e motivazione, e fattori esterni che influenzano l’apprendimento di una lingua straniera.

Autore dell’articolo:
Giulia Zaccarelli
Laureata in Lingue e Culture Europee (corso di mediazione linguistica)
Laureanda in Letterature Comparate, Moderne e Postcoloniali
Aspirante traduttrice EN-DE-FR>IT
Mirandola (MO)

L’inglese come lingua franca

 Categoria: Le lingue

Attraverso l’espansione coloniale dell’Impero Britannico, l’emigrazione di parlanti nativi della Gran Bretagna verso, in particolare, l’America e l’Australia e, più recentemente, il processo di globalizzazione, l’inglese si è evoluto da lingua nativa degli abitanti di un’isola relativamente piccola alla lingua più ampiamente insegnata, letta e parlata del mondo.
Eventi internazionali avvicinano persone di diversi background linguistici e socioculturali facendo sì che l’inglese sia stato adottato come lingua comune tra persone parlanti lingue materne diverse. Già nel 2000, nel suo libro “The Future of English”, Gradol affermava che il 99% delle organizzazioni europee usava l’inglese come lingua di lavoro.

L’incremento dell’uso dell’inglese come lingua comune in contesti multi linguistici e l’aumento della frequenza delle interazioni tra persone la cui prima lingua non è l’inglese ha sollevato un dibattito tra esperti di linguistica. Una delle principali controversie originate all’interno del contesto dell’utilizzo dell’inglese come lingua franca concerne l’idea che i parlanti inglese come lingua madre e le forme di inglese da loro parlate abbiano perso di importanza all’interno del contesto della comunicazione internazionale e che essi non possano più essere considerati i “possessori” della lingua inglese. Partendo dal presupposto che l’inglese è utilizzato più da persone di un’altra lingua madre che da persone di madrelingua inglese e che essi se ne servano per comunicare tra loro, alcuni ricercatori nel campo linguistico sono dell’opinione che l’inglese appartenga a chiunque lo parli e che dovrebbe essere consentito alla lingua di evolversi nel mondo indipendentemente dai cambiamenti linguistici che avvengono nei paesi di lingua inglese. Secondo gli studiosi sostenitori di questa tesi non è più necessario che gli studenti di inglese L2 si conformino alle norme dell’inglese dei parlanti nativi. Nel suo libro “World Englishes” la ricercatrice Jennifer Jenkins sostiene, infatti, la necessità di stabilire in modo empirico norme fonetiche e modelli di pronuncia fondati sull’inglese come lingua internazionale il cui obbiettivo principale sia l’intelligibilità per chi parla l’inglese come seconda lingua. Per i sostenitori di questa posizione, come per esempio il linguista Seidhofer, l’inglese come lingua franca non dovrebbe essere considerato inferiore o scorretto quando confrontato con l’inglese di coloro che lo parlano come prima lingua. Sono entrambi varianti della lingua inglese con la stessa autorità e autenticità nei loro propri contesti. La funzione dell’inglese come lingua franca è fondamentalmente strumentale, permettendo la comunicazione in diversi contesti internazionali.

In opposizione, linguisti come I-Chun Kuo sostengono che, nonostante un certo grado di inaccuratezza fonologica e grammaticale possa essere tollerata nella comunicazione reale, l’insegnamento dell’inglese non possa basarsi su un tale modello di comunicazione. Kuo ritiene che un appropriato modello pedagogico dovrebbe soddisfare una gamma di bisogni, da una comprensione di base a una maggiore accuratezza e fluidità della lingua paragonabile a quella di un parlante madrelingua. Dal suo punto di vista il modello fornito dall’inglese usato come prima lingua rappresenta una base completa. Starà agli insegnanti e agli studenti decidere quanto conformarsi a questo modello a seconda del contesto.

Autore dell’articolo:
Erica Falkingham
Aspirante traduttrice IT>EN EN>IT
Acqui Terme (AL)

Tradurre, da esercitazione a passione

 Categoria: Traduttori freelance

Si sa, per superare un esame le persone farebbero di tutto. In realtà sono pochi gli escamotage per superare un esame di lingua straniera quando lo scoglio non è la grammatica bensì la comprensione e la composizione dei testi. In tal caso, la lingua bisogna conoscerla ad un livello superiore. E come si fa se non si è madrelingua, non si può viaggiare per lunghi periodi e non si studia letteratura e lingue straniere all’Università? La necessità aguzza l’ingegno e gli amici ti danno una mano… Si diventa traduttori!
È grazie ad un’amica che ho scoperto la possibilità di unire l’utile al dilettevole, ossia leggere manga e studiare una lingua straniera. I manga sono fumetti giapponesi, molto diversi dai fumetti europei e americani (Comics) più diffusi e noti. Peccato che le opere più belle restino inedite ed è molto difficile trovare in italiano traduzioni degne di questo nome.
Ed ecco come nasce in me la traduttrice, un misto tra desiderio di apprendimento e filantropia: apprendimento, perché diverso è ‘leggere e comprendere’, dal ‘comprendere e rendere lo stesso testo nella tua lingua’, mantenendo intatto il significato originale del testo e contemporaneamente adattandolo al ‘sentire’ della propria cultura; filantropia (è un termine molto forte e forse poco modesto, ma credo sia quello più appropriato), perché è una perdita per tutti che certe opere restino sconosciute solo perché prodotte in una lingua che non si comprende.

La traduzione per me nasce così, da strumento di esercitazione ed apprendimento a strumento per la diffusione di qualcosa di bello che altrimenti rimarrebbe nascosto e sconosciuto. Molti di noi non hanno il dono della scoperta, della scrittura, del pensiero scientifico o filosofico, ma scoperta, scienza, letteratura e filosofia rimarrebbero appannaggio di pochi se nessuno facesse lo sforzo di raccogliere, fare proprio e trasmettere il pensiero e lo studio degli altri. Perché chi traduce non si limita a convertire i termini da una lingua all’altra, in uno sterile passaggio di fonetica e sintassi, ma prima metabolizza il pensiero dell’autore e poi cerca di renderlo nella propria lingua, senza privare il messaggio originale di forza e bellezza.
Questo è vero in generale, ma ancor più vero è in letteratura. L’etimo della parola ‘tradurre’ è “trans = far passare al di là e dúcere = condurre”. Il compito del traduttore è quindi quello di condurre il talento dello scrittore da una lingua all’altra.

Amo i libri di Gabriel Garcia Marquez perché sono come dipinti. Marquez ha il dono di dipingere immagini vive nella mente di chi legge, perché lo scorrere delle parole si trasforma nel profumo delle strade, nel nero brillante dei capelli, nel caldo soffocante e umido dei pomeriggi di siesta, nel rumore silenzioso della foresta e, mentre leggi, ti sembra di respirare quei profumi, vedere il luccichio dei capelli, sudare al caldo opprimente ed ascoltare il rumore degli alberi di “Cento anni di Solitudine”. Ma io non ho mai letto Marquez in originale. Non ne conosco la lingua abbastanza. Se, quindi, ho potuto vivere le sue opere con la stessa intensità che in originale è solo grazie a chi ha saputo trasferire le sue immagini dalla sua lingua alla mia.
Questo è tradurre: contribuire con il proprio lavoro all’arricchimento (culturale) degli altri.

Autore dell’articolo:
Carmela Torchiarella
Aspirante traduttrice EN>IT
Orta Nova (FG)

Traduzione di un testo

 Categoria: Traduttori freelance

E’ mia intenzione dare delle indicazioni su come io solitamente mi pongo di fronte ad un testo da tradurre, utilizzando una semplice metafora: “Immagino un fiume, invalicabile, che scorre tra due sponde. La sponda A è quella su cui io mi trovo e rappresenta il testo da tradurre, la sponda B è l’altra parte del fiume e rappresenta il risultato finale della traduzione. Il fiume che scorre tra le due sponde rappresenta i “problemi” del processo di traduzione. Il mio compito è di costruire un ponte per passare da una sponda all’altra, cercando di trovare il modo migliore visto che non sono un operaio specializzato nel costruire ponti ma solo una traduttrice. In tal modo il mio ponte non sarà mai uguale a quello di un altro traduttore e questo dà ad ogni traduttore una particolarità diversa”.
Credo che chiunque sia intenzionato ad affrontare una traduzione di tipo letterario, tecnico-scientifico, o generico deve avere le seguenti caratteristiche:

1) Competenza linguistica: una base grammaticale, sintattica e lessicale della lingua verso la quale si traduce.
2) Familiarità con la lingua di partenza: una conoscenza specifica della lingua dalla quale si traduce.
3) Capacità di sintesi: una capacità riassuntiva del testo di partenza per evitare di tradurre “parola per parola”.
4) Intuito, sensibilità.
5) Capacità analitica: analizzare prima il testo di partenza fino alla revisione del testo di arrivo.

La competenza linguistica è la caratteristica più importante delle cinque sopraelencate, ma le altre quattro non sono da sottovalutare. Infatti, solo chi è in grado di esprimersi bene nella propria lingua sarà un buon traduttore; molti problemi di interpretazione si possono risolvere facendo uso dei sensi e della sensibilità, calandosi nella situazione proposta nel testo da tradurre.
Intendo dire che quasi sempre bisogna apportare dei cambiamenti per rendere la traduzione più spontanea e meno contorta, perché non basta la corrispondenza formale tra le due lingue, bisogna prima codificare, poi decodificare e ricodificare il testo essendo consapevoli della propria soggettività che influisce sulla resa del testo tradotto, sulla scelta delle parole, sullo stile e così via.
Quindi nessuna traduzione sarà uguale; le caratteristiche personali le differenzieranno l’una dall’altra: la traduzione è senz’altro rispetto delle idee, dell’atmosfera del testo di partenza, ma è anche una ricreazione, non una brutta copia.

Autore dell’articolo:
Concetta Scognamiglio
Traduttrice EN-FR>IT
Napoli

Traduzione letteraria: una condivisione

 Categoria: Traduzione letteraria

La letteratura tradotta occupa un ampio spazio nel sistema letterario di tante culture. Il successo di un autore straniero è ancora oggi vincolato dalle traduzioni che in quest’ambito svolgono un ruolo fondamentale. Pensando all’importanza del lavoro di traduttore, si può osservare che egli assume la funzione di creatore del canone. Jerzy Jarniewicz, poeta, critico letterario e traduttore polacco, nell’articolo intitolato Tłumacz jako twórca kanonu, introduce la divisione fra il traduttore-ambasciatore e il traduttore-legislatore. Il traduttore-ambasciatore è orientato verso la cultura di partenza mirando alla presentazione delle autorevoli opere straniere nella lingua di arrivo e fa propria la letteratura degli scrittori canonici, invece il traduttore-legislatore si concentra sulla letteratura e sulla condizione della cultura e della lingua di arrivo. Tenendo conto che la traduzione diventa un fatto della letteratura di una data lingua, il traduttore-legislatore entra in dialogo con la letteratura di arrivo, proponendo qualcosa di nuovo (modello, linguaggio, criterio, ecc.). In tal modo questo si propone come un tipo di traduttore doppiamente creativo: come autore di un testo nuovo e come edificatore di gerarchie artistiche.

Allo stesso tempo, l’influenza e lo stato della traduzione dipende dalle relazioni che esistono in un determinato contesto culturale. È un problema di cui si è occupato Itamar Even-Zohar nell’articolo intitolato La posizione della letteratura tradotta all’interno del polisistema letterario. Lo studioso esamina la traduzione non in modo individuale, ma come una parte integrante del polisistema letterario. Il testo tradotto costruisce la cultura di destinazione, essendo contemporaneamente un suo fenomeno, in tal modo la traduzione è capace di estendere il repertorio letterario. Even-Zohar nel suo studio si concentra sul ruolo innovativo che può assumere un’opera tradotta, individuando tre circostanze: la prima, quando si tratta di una letteratura “giovane” che si sta formando; la seconda, quando la letteratura è periferica oppure debole; la terza, quando la letteratura sta vivendo un momento di svolta, un momento di crisi in cui si fa fronte al vuoto letterario che deve essere riempito.

Indubbiamente la funzione della traduzione dipende dalle relazioni esistenti all’interno del polisistema letterario e all’interno del sistema culturale. Uno degli elementi che differenzia le lingue è il prestigio derivante dalla loro percezione presso i parlanti delle lingue e utenti delle culture. Per di più nel mondo contemporaneo la posizione e il rilievo di una lingua vengono determinati in alta misura dal potere economico. Elżbieta Tabakowska, studiosa polacca dell’Università di Cracovia, reputa che “nel contesto della linguistica moderna la traduzione smette di essere uno scontro fra due lingue e diventa uno scontro tra due culture”. Di conseguenza, la traduzione presuppone il riconoscimento e il rispetto della diversità dell’altra lingua.

Il compito del traduttore non si limita oggi a una semplice trasposizione di un testo nell’altra lingua, egli contribuisce a rendere proficuo il rapporto fra lingue e culture. Inoltre tenendo presente la letteratura delle lingue che non appartengono a quelle più “potenti” e conosciute nel mondo, sembra evidente che il lavoro del traduttore e la sua forza di persuasione possono essere decisivi per la comparsa di un autore sul mercato straniero. Di fatto conoscere l’altro rappresenta una possibilità di aprire un dialogo e di collaborare, perciò la presenza del traduttore è una condizione della coesistenza delle comunità umane. Traducendo, egli fa scoprire l’esistenza delle altre letterature e culture, la loro particolarità e irripetibilità, ci porta verso la necessità della reciproca accettazione e conoscenza. Grazie allo sforzo del traduttore si allargano i nostri orizzonti intellettuali, si approfondisce il nostro sapere e si accresce la sensibilità.

Autore dell’articolo:
Magdalena Kampert
Laurea magistrale in Letterature moderne, comparate e postcoloniali
Traduttrice PL<>IT
Bologna

Doppiaggio o sottotitolaggio? (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

In Italia la sottotitolazione interlinguistica è confinata perlopiù ai grandi e piccoli festival di cinema e a pochissimi programmi TV, come il David Letterman Show e alcuni reality su MTV (molti dei quali, però, stanno passando dai sottotitoli alla versione in voice-over). Il doppiaggio (o, in alcuni casi, il voice-over) rimane la modalità di traduzione audiovisiva più diffusa. Senza pensare di capovolgere la situazione, si potrebbe però modificare leggermente la proporzione tra le due modalità.

Certo, in questo tipo di decisioni contano molto anche le abitudini del pubblico. Così come il ragazzo svedese di cui avevamo parlato nella prima parte dell’articolo è rimasto perplesso sentendo attori stranieri con una voce diversa, viene da pensare che noi italiani, abituati al doppiaggio, mal sopporteremmo di dover seguire delle fastidiose scritte sullo schermo. Ma le abitudini si possono in parte modificare: la diffusione dei DVD (che permettono di vedere un film in diverse lingue e, volendo, con diversi tipi di sottotitoli) ha aumentato nel pubblico la tolleranza ai sottotitoli, insieme ad altri fenomeni come il fan-subbing. A qualcuno di voi sarà capitato di scaricare una puntata della sua serie preferita, perché non riusciva ad aspettare un anno per vedere la stagione successiva. Se avete trovato una versione sottotitolata in italiano, beh, dovete ringraziare gli utenti di siti come Italiansubs o Subsfactory, che traducono e sottotitolano (spesso con buoni risultati) le principali serie TV, ma anche film, anime giapponesi… Anche in questo caso, quindi, vediamo una parte di pubblico normalmente abituata al doppiaggio che si rivolge a un prodotto sottotitolato. E parliamo di un fenomeno diffuso non solo tra i giovani, ma tra gente di tutte le età.

Sostituire il doppiaggio con il sottotitolaggio come modalità prevalente di traduzione sarebbe ormai molto difficile, e sarebbe inoltre un peccato non avvalersi dei nostri ottimi doppiatori. Ma ritengo che sarebbe una buona idea far convivere le due modalità di traduzione, ampliando un po’ l’esiguo spazio riservato ai sottotitoli sul piccolo e sul grande schermo.

Autore dell’articolo:
Nadia Cazzaniga
Traduttrice EN-FR>IT
(sottotitolatrice per il Milano Film Festival dal 2010 al 2012)
Monza

Doppiaggio o sottotitolaggio?

 Categoria: Servizi di traduzione

Una mia amica mi ha raccontato di una conversazione che ha avuto con un ragazzo svedese venuto a studiare a Milano. Si parlava di serie TV americane e il ragazzo non riusciva a capire come in Italia si potessero guardare quelle serie doppiate: “È terribile” diceva “non sentire la voce originale degli attori”. “È vero” gli ha risposto lei “ma devi sapere che i doppiatori italiani sono molto bravi”. “Ma” ha insistito lui “un attore recita con i gesti, con le espressioni, ma anche con la voce, e il doppiaggio quindi priva il pubblico di un elemento fondamentale”. La mia amica ha cercato di spiegargli che proprio grazie alla bravura dei doppiatori l’espressività viene mantenuta, anche se chiaramente la voce non è la stessa. Non l’ha convinto. Nel suo Paese, i film, i documentari e i telefilm in lingua straniera sono sempre proposti in versione originale con sottotitoli. Per lui era assurdo sentire improvvisamente gli attori parlare in un’altra lingua e con un’altra voce, e ancora più assurdo il fatto che ormai noi fossimo, fin da piccoli, abituati ad associare ad un certo attore una certa voce italiana.

Personalmente, non ho nulla contro il doppiaggio. Come spettatrice e come traduttrice, perché mi rendo conto di quali acrobazie linguistiche siano necessarie per adattare una traduzione plausibile al sincronismo labiale, cercando di mantenere lo spirito e l’espressività della battuta originale con un’altra voce. Non a caso il traduttore David Bellos, nel saggio Is That a Fish in Your Ear? definisce gli adattatori per il doppiaggioworld-class gymnasts of words”. Il doppiaggio nel nostro Paese ha una lunga tradizione e i nostri doppiatori sono considerati tra i migliori del settore. Per noi è ormai normale identificare un attore straniero con una certa voce italiana, per quanto uno straniero possa trovarlo bizzarro.
Ma, sempre come spettatrice e traduttrice, vorrei spezzare una lancia anche in favore del sottotitolaggio, soprattutto per la sua funzione educativa. Senza dubbio sono molti i motivi per cui Paesi come quelli scandinavi, in genere, sono più avanti rispetto agli italiani nell’apprendimento delle lingue, e dell’inglese in particolare. Eppure, credo che una parte del merito vada attribuita anche alla consuetudine di quei Paesi di distribuire i film stranieri in versione originale: il pubblico guarda i sottotitoli nella propria lingua, certo, ma l’orecchio, allo stesso tempo, si abitua a sentire e a riconoscere i suoni della lingua straniera.

Domani sarà pubblicata la seconda e ultima parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Nadia Cazzaniga
Traduttrice EN-FR>IT
(sottotitolatrice per il Milano Film Festival dal 2010 al 2012)
Monza

La mia scoperta delle lingue straniere

 Categoria: Traduttori freelance

Ricordo ancora oggi il momento in cui ho scoperto che la nostra lingua madre non è la sola ad esistere nel mondo. Nei primi anni di vita di ciascuno, è nostra consuetudine pensare che i suoni che quotidianamente ascoltiamo e il vocabolario che giorno dopo giorno apprendiamo, siano l’unico mezzo attraverso il quale impareremo a relazionarci con il mondo esterno. In realtà, ben presto le nostre convinzioni si sono rivelate il frutto della nostra immaginazione. Il mondo è ricco di lingue, l’una diversa dall’altra, ognuna con i propri suoni, regole e significati. Si tratta di lingue completamente nuove.
Venendo a conoscenza di queste possibilità, ho improvvisamente capito quale sarebbe stata la mia strada. Nel momento preciso in cui ho capito che l’italiano è soltanto una delle innumerevoli lingue che si ha la possibilità di apprendere, mi sono accostata a questa nuova realtà. Ho subito scoperto, passo dopopasso, quanto questa fosse in grado di coinvolgermi, sino a spingermi a decidere di intraprendere questo percorso, raggiungendo i miei obiettivi e alimentando in me la voglia di scoprire e di imparare sempre di più.

Oggi le lingue rappresentano qualcosa di importante, qualcosa che sembra addirittura diventato indispensabile. Conoscere le lingue rappresenta una ricchezza, si può considerare un surplus che ciascuno di noi dovrebbe necessariamente possedere. La conoscenza di una lingua straniera ci permette di viaggiare, ci aiuta ad ampliare il nostro ramo di conoscenze, ci aiuta ad essere più forti e più coraggiosi quando ci si trova in un Paese che non è il nostro. È, inoltre, fondamentale nel momento in cui ci si trova dinanzi a delle necessità primarie (come può esserlo l’acquisto del pane o del latte, o semplicemente il richiedere l’informazione circa una strada), per le quali è necessario conoscere una determinata terminologia e avere una certa dimestichezza nel saper affrontare determinate situazioni.

E’ tutto questo che mi ha spinta ad intraprendere questo percorso, sviluppando in me la voglia di imparare, giorno dopo giorno, sempre di più.

Autore dell’articolo:
Alba Quarato
Laureata in Lingue e Letterature Straniere (laurea magistrale)
Curriculum Comunicazione internazionale
Aspirante traduttrice
Noci (Ba)

Linguaggio giuridico spagnolo e italiano

 Categoria: Servizi di traduzione

I testi legali spagnoli si caratterizzano per l’uso del congiuntivo e del futuro indicativo, al contrario, quelli italiani presentano principalmente frasi asseverative, dove i tempi dominanti sono il presente e il futuro indicativo, e frequentemente si ricorre all’uso di frasi subordinate. L’utilizzo del congiuntivo in spagnolo è dovuto al fatto che il legislatore vuole conferire al discorso giuridico un valore di possibilità e potenzialità, in effetti il congiuntivo non enuncia un’azione reale e oggettiva, bensì qualcosa che potrebbe accadere. Per quanto riguarda il futuro, oltre a indicare un’azione ventura, conferisce ad essa una valorizzazione da parte dell’interlocutore, che mostra in che modo viene colpito personalmente dall’azione o dal fatto in questione. C’è un ulteriore motivo che giustifica il frequente uso del congiuntivo nel linguaggio giuridico spagnolo. In effetti, è necessario segnalare che questo tipo di linguaggio ha un carattere precettivo, pertanto, impiega verbi di comando, proibizione, ecc., ossia una classe di verbi che nelle frasi subordinate richiedono l’uso del congiuntivo. Inoltre in spagnolo si usa spesso il gerundio, in modo particolare la forma semplice, che esprime un’azione durativa; ma s’incontra anche la forma composta che, invece, indica un’azione conclusa, antecedente a quella del verbo principale.

Il futuro congiuntivo

L’uso del congiuntivo in spagnolo si differenzia abbastanza rispetto all’italiano. Lo spagnolo ha sei tempi verbali, mentre in italiano ne esistono solo quattro. Effettivamente in spagnolo esistono anche il futuro semplice o imperfetto e il futuro perfetto. I futuri del congiuntivo sono forme arcaiche. Nella lingua comune sono praticamente scomparsi, in effetti, attualmente‚ s’incontrano solo nei proverbi o nel linguaggio giuridico-amministrativo. Il loro uso è sporadico, non appaiono mai nella lingua parlata e raramente nella lingua scritta. I due futuri indicano possibilità, con riferimento al presente, al passato o al futuro. La forma semplice è imperfettiva, pertanto, indica un’azione non ancora conclusa, mentre la forma composta è perfettiva, ciò significa che si usa per indicare un’azione conclusa. La forma semplice o imperfetta del futuro congiuntivo si può sempre sostituire con altre forme dello spagnolo attuale, ciò significa che si può equiparare al presente indicativo o congiuntivo.
Pertanto, si tratta unicamente di una variante stilistica che perdura nel linguaggio giuridico, linguaggio molto conservatore. Nel linguaggio giuridico spagnolo si continuano a usare i futuri del congiuntivo perché è un linguaggio arcaico per la necessità di precisare alcune sfumature linguistiche. In italiano, solitamente, la forma del futuro semplice o imperfetto si traduce con l’imperfetto congiuntivo, come appare nel seguente esempio:

«El que sustrajere o dañare propiedades ajenas será castigado con la pena de…»
«Chi sottraesse o danneggiasse proprietà altrui, verrà punito con la pena di…»

Al contrario, il futuro perfetto congiuntivo spagnolo si traduce con il trapassato congiuntivo italiano:

«Quien hubiere realizado operaciones mercantiles fraudulentas…»
«Chi avesse realizzato operazioni commerciali fraudolente…»

Autore dell’articolo:
Oriana Simionato
Traduttrice ES-EN>IT
Ca’ Foscari – Venezia (IT)

Tradurre: ricerca del “termine perfetto”

 Categoria: Traduttori freelance

Le parole non servono solo per comunicare nel senso più semplicistico del termine, di rendere noto un concetto. Tenuto conto che anche solo poche parole possono riuscire, sia pure involontariamente, oltre a fornire un’immediata comunicazione verbale, a trasmettere un’impressione rendendoci soggetti al giudizio altrui, ne consegue che l’importanza del parlare bene rappresenta un valore anche, se non soprattutto, per quegli aspetti propriamente non verbali della comunicazione verbale.

Gran parte dell’opinione pubblica è portata a credere che se una persona conosce più di una lingua, può fare il traduttore. E’ come pensare che una persona che sappia leggere la musica sia per questo in grado di suonare uno strumento musicale. Certamente è possibile tradurre in maniera letterale per dare un senso immediato, spesso sufficiente in circostanze improvvisate o di emergenza, ma laddove si ritenga opportuno che la forma rappresenti la sostanza, una traduzione fatta bene ha lo stesso spessore psicologico del bello scrivere e della buona oratoria.

Alla base di una buona traduzione, c’è sempre la competenza, intesa come esperienza anche culturale delle lingue utilizzate, unita ad un imprescindibile interesse linguistico. Questa passione intrinseca per la lingua, così come la ricerca del bello è alla base del lavoro dell’artista, impegna il traduttore nella ricerca del termine perfetto, indispensabile per riuscire a trasmettere esattamente sia il senso del testo originale sia il microcosmo culturale ed emotivo dal quale lo stesso è generato. Una traduzione sarà sempre inevitabilmente influenzata dalla capacità empatica del traduttore.

Per il traduttore non esistono sinonimi. Un sintetico manuale tecnico di un trapano elettrico dovrà essere tradotto, oltre che in maniera fedele ovviamente per consentirne l’utilizzo, anche in modo da trasmettere, a chi lo usa, la percezione di avere in mano un oggetto utile, efficiente, funzionale e preciso; mentre una dettagliata recensione di un film di azione dovrà invogliare il lettore ad andare al cinema, creandogli un’aspettativa. In entrambe le traduzioni ci potrà essere, ad esempio, il concetto di ritmo ma se, in relazione al film, tale concetto potrà essere indicato con termini slegati dai ritmi della vita reale, il lettore del manuale dovrà essere, al contrario, indotto ad associare e condizionare l’idea di ritmo a quello della sicurezza.

Alla fine di un lavoro, quando un traduttore riesce a raggiungere quello stato di interiore consapevolezza di aver tradotto bene perché sa di aver prodotto un lavoro eticamente e culturalmente conforme al testo originale, è grande la soddisfazione che prova per essere riuscito a trasmettere un’emozione in un’altra lingua.

Autore dell’articolo:
Mary Anne Serrelli
Traduttrice EN<>IT
Roma

L’Interprete ballerino

 Categoria: Traduttori freelance

Potrà sembrare strano ma ho scelto di paragonare la professione dell’interprete a quella del ballerino soprattutto perché la mia personale conoscenza della danza mi ha permesso di scoprire piano piano numerose somiglianze tra le due professioni, somiglianze che possiamo cogliere solamente grattando la superficie della differenza sostanziale: comunicazione verbale per l’interprete e non verbale per il ballerino.
Ho pensato di trattare in particolare, la divisione dell’attenzione nell’interpretariato, una caratteristica che avvicina molto la professione a quella del ballerino. Come sappiamo, un interprete che sta effettuando una simultanea deve essere in grado di dividere la propria attenzione su diversi aspetti che possiamo analizzare secondo il modello della ripartizione delle risorse dell’interprete formulato da Daniel Gile che evidenzia queste quattro componenti: “Listening and analysis” o “sforzo di ascolto e analisi; “Speech production” o “produzione del discorso”; “Memoria a breve termine”; “Coordination” o “coordinamento”.
Partendo da questo modello ho cercato di analizzare in maniera più approfondita gli elementi messi in gioco nella divisione dell’attenzione dell’interprete:

• ascoltare la voce dell’oratore
• comprendere il significato di ciò che l’oratore dice
• immagazzinare le informazioni e cercare di rielaborarle in un tempo brevissimo
• mantenere un buon ritmo
• produrre le stesse informazioni nella lingua d’arrivo
• ascoltarsi
• evitare il più possibile errori
• mantenere un tono di voce che coinvolga e mantenga viva l’attenzione del pubblico
• gestire lo stress e l’adrenalina
• lavoro di squadra con il collega
• terminare il discorso qualsiasi cosa accada.

Dall’altra parte anche il ballerino divide la propria attenzione su:

• ascolto della musica
• esecuzione dei passi
• spostamento nello spazio
• evitare il più possibile errori
• percezione del proprio corpo e della giusta posizione di tutte le sue parti
• gestione di qualsiasi tipo di distrazione (dalla perdita o rottura di una parte del costume indossato alla leggera scivolata)
• mantenimento di un’espressione del viso piacevole e che non tradisca errori eventualmente commessi
• gestione dello stress e dell’adrenalina
• lavoro di squadra (aiuto del compagno di danza in caso di difficoltà, magari sostituendolo al momento, sempre senza farlo percepire al pubblico)
• terminare la coreografia qualsiasi cosa accada

Approfondendo alcuni di questi aspetti ci si accorge che due professioni così apparentemente diverse siano in realtà molto simili.
In uno spettacolo di danza dai primi passi mossi sul palco il ballerino professionista ha di fronte a sé almeno un’ora di spettacolo che, volente o nolente, deve essere in grado di gestire. Per resistere tutto questo tempo deve fare appello alle proprie capacità di gestione dello stress e dell’adrenalina, due elementi che inevitabilmente entrano in gioco nel momento in cui si percepisce il pubblico e si ha la consapevolezza di doversi esibire senza commettere errori e di terminare la coreografia qualsiasi cosa accada, con l’obiettivo di divertire il pubblico e fargli comprendere il significato di ciò che il coreografo vuole comunicare attraverso il ballerino stesso e le coreografie. Parallelamente, durante una conferenza, dal momento in cui l’interprete comincia a tradurre ha di fronte a sé un tempo più o meno lungo che deve essere in grado di gestire e sperimenta le stesse difficoltà percepite da un ballerino: la gestione dello stress e dell’adrenalina, evitare errori che potrebbero essere fatali per la comprensione del discorso, terminare ogni frase che si comincia. L’obiettivo, in questo caso, è quello di far comprendere al pubblico ciò che l’oratore vuole comunicare attraverso l’interprete che è lì per trasmettere un messaggio alla parte del pubblico che non comprende la lingua dell’oratore, e che non deve modificare, in alcun modo, il senso del discorso che gli si presenta. Si potrebbe quindi avvicinare la figura dell’oratore a quella del coreografo il cui obiettivo generale è quello di comunicare, di trasmettere un messaggio.

Concludendo, studiando interpretariato e danza ho capito che, come nulla può eguagliare la soddisfazione provata da un ballerino dopo aver affrontato uno spettacolo ed essere riuscito a comunicare veramente ciò che il coreografo aveva intenzione di trasmettere e a suscitare soddisfazione anche nel pubblico, così nulla può eguagliare la soddisfazione provata da un interprete dopo aver fatto una consecutiva o una simultanea ed essere riuscito a comunicare ciò che l’oratore voleva dire e, infine, a sentire la soddisfazione del pubblico. Proprio come un ballerino.

Autore dell’articolo:
Carlotta Soldani
Laurea magistrale in Traduzione specialistica e Interpretariato di conferenza
Traduttrice EN-ES>IT
Como