La traduzione delle barzellette

 Categoria: Servizi di traduzione

Tradurre le barzellette è molto meno facile di quanto sembri. Innanzitutto una barzelletta deve far ridere. Se già l’originale non ti fa ridere, ti ritrovi a pensare “cominciamo bene!”. D’altra parte, già il senso dell’umorismo è diverso da persona a persona, da generazione a generazione, figuriamoci da una cultura all’altra.
La più classica difficoltà sorge quando la battuta è basata su un gioco di parole ovviamente intraducibile. Se la barzelletta è corredata di vignetta grafica, io cerco di aggirare l’ostacolo ignorando completamente il testo originale e cercando di ideare una battuta che si adatti alla situazione illustrata.

Ma oltre agli ostacoli strettamente linguistici, molteplici insidie nascono dalle differenze culturali.
In ogni cultura c’è una serie di luoghi comuni ricorrenti nel mondo delle barzellette. Se da noi, ad esempio, si sprecano le storielle sulla presunta scarsa intelligenza dei Carabinieri, i Francesi si accaniscono allo stesso modo sui Belgi. E parlando di campanilismi, è tutta italiana la serie che comincia con “Un Italiano, un Inglese e un Francese…” e termina immancabilmente con la dimostrazione della superiore intelligenza del nostro connazionale, come ben evidenziano Elio e le Storie Tese nella canzone La Vendetta del Fantasma Formaggino: “vince, sì, l’Italiano vince, e con lui vince l’Italia intera”.

Nel mondo anglosassone, non senza una punta di maschilismo, la fanno da padrone le situazioni coniugali con marito pelandrone e desideroso solo di bere birra e giocare a golf e moglie bisbetica, pettegola e spendacciona, per non parlare dell’onnipresente suocera che, quando non appare alla porta con le valigie, fa da “backseat driver”, ossia pretende di guidare l’auto dando indicazioni dal sedile posteriore. Uscendo dal quotidiano, tra i luoghi più comuni nella barzelletta anglosassone troviamo il lettino dello psicanalista e l’isola deserta con uno o più naufraghi.

In sostanza, quindi, il lavoro di adattamento del traduttore non è solo linguistico ma anche culturale. Ad esempio, se nella vignetta originale stanno preparando il tacchino per il Giorno del Ringraziamento, noi lo sposteremo a Natale. Se il marito fannullone è incollato alla tv a guardare il Superbowl, gli faremo guardare una molto più nostrana partita di calcio di fantozziana memoria.

Autore dell’articolo:
Elvira Cuomo
Traduttrice EN-FR>IT e correttrice di bozze
Genova

Insegnare e apprendere l’italiano L2 (2)

 Categoria: Le lingue

Il docente diventa facilitatore dell’apprendimento, una guida che abbandona metodiche direttive e abbraccia approcci comunicativi, rendendo l’apprendente autonomo e capace di riflettere sulla lingua e sul suo funzionamento. L’apprendente ha un ruolo talmente importante da influenzare le scelte didattiche del docente, che si trova a negoziare il programma del proprio sillabo giorno dopo giorno, non perdendo mai di vista le esigenze, le preferenze e soprattutto i bisogni comunicativi dei propri allievi. Un migrante, ad esempio, avrà necessità più pratiche rispetto ad un giovane adulto in vacanza studio all’estero: prima di tutto cambia la motivazione (il migrante ha motivazioni strumentali e integrative mentre l’adolescente sarà spinto essenzialmente da motivazioni culturali intrinseche, quindi studierà l’italiano per piacere); in secondo luogo questi due profili di apprendenti hanno bisogni ed esigenze completamente differenti. In una classe di migranti il docente tenderà a presente la lingua della quotidianità, immediatamente spendibile in un contesto esterno all’aula, e di conseguenza si concentrerà su forme linguistiche utili alla sopravvivenza e all’integrazione nella società. Al giovane adulto in vacanza studio, invece, sarà proposto un programma volto all’interazione e alla comunicazione all’interno e fuori dall’aula, con la presentazione delle varietà linguistiche dell’italiano neo-standard.

Questo cambio di rotta che ha subìto il campo della didattica ha trasformato l’insegnamento delle lingue da mera e semplice somministrazione unidirezionale di informazioni e conoscenze ad un continuo scambio di opinioni tra docente e alunni, tanto da rendere l’insegnante un negoziatore di conoscenza che si mette in gioco, che incoraggia i propri allievi, creando allo stesso tempo un ambiente sereno, in cui paure e ansie vengano messe da parte a favore di un sano scambio di idee.

Autore dell’articolo:
Flavia Santarsiero
Aspirante traduttrice EN-DE>IT
Potenza

Insegnare e apprendere l’italiano L2

 Categoria: Le lingue

Quando si parla di italiano L2 si fa riferimento all’italiano appreso, e di conseguenza insegnato, in Italia e all’estero. Gli stranieri che decidono di studiare l’italiano sono numerosissimi e le motivazioni che spingono ad intraprendere questo percorso sono le più variegate: dal semplice piacere di imparare una lingua melodica e dolce come quella italiana alla necessità, ad esempio dei migranti, di studiarla per trovare un lavoro e integrarsi.

“Insegnare italiano agli stranieri? Un gioco da ragazzi! Basta essere italiani e conoscere la grammatica per essere dei bravi insegnanti”. Niente di più falso. L’insegnamento dell’italiano agli stranieri presuppone studio e preparazione. Conoscere i diversi approcci della glottodidattica ed essere in grado di applicarne metodi e tecniche costituisce uno dei requisiti fondamentali di un bravo docente di italiano L2.

Nel corso del tempo la glottodidattica ha, infatti, vissuto diverse stagioni, alternando momenti in cui prevaleva l’analisi della lingua oggetto ad altri in cui l’attenzione era focalizzata prevalentemente sul suo uso. Vecchie barriere sono state abbattute e nuovi orizzonti sono stati scoperti, portando così al centro dell’attenzione l’apprendente e puntando più che alla padronanza grammaticale della lingua a quella comunicativa. Comunicare, interagire, diventare attore sociale e cittadino europeo, sapere utilizzare la lingua in maniera efficace e adeguata ai diversi contesti, essere in grado di conciliare plurilinguismo e pluriculturalismo: questi gli obiettivi del QCER (Quadro Europeo di riferimento per le lingue) che un insegnante deve aspirare a realizzare in una classe di studenti stranieri.

Autore dell’articolo:
Flavia Santarsiero
Aspirante traduttrice EN-DE>IT
Potenza

Riflessioni sulla traduzione (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Ritengo che gli anni della formazione, se davvero professionale e portata avanti con passione, siano fondamentali per imparare ad amare questo lavoro (anche se a volte si arriva ad odiarlo), per innamorarsi della parola, della lingua. Rita Desti nel documentario usa un’espressione bellissima: «nel suono della lingua io continuo a camminare» ed è una delle espressioni in grado di riassumere il percorso formativo e il progressivo “innamoramento” che un traduttore dovrebbe vivere, e credo, altresì, che non si possa amare questo mestiere se non si ama la lingua, ogni lingua, non solo quelle straniere, quelle “adottive”, ma anche, e forse soprattutto, la nostra, la “lingua madre”. Molti traduttori saranno di certo d’accordo con me perché questa dev’essere una caratteristica fondamentale di ogni traduttore, il suo tesoro: l’amore per la “lingua paterna”, come la definisce Ilde Carmignani.
E ciò è fondamentale poiché se si ama troppo la lingua straniera, come capita a me con lo spagnolo, si rischia di restar bloccati… mi capita, a volte, di amare a tal punto lo spagnolo da non voler tradurre perché ancorata al testo di partenza: ne assaporo le parole, i suoni, che mi tengono attaccata al testo e che mai potranno essere trasportati in italiano, e questo mi blocca, quasi non volessi tradurre, ma conservare lì quelle parole così belle, così “hermosas”, che in italiano hanno tutt’altro effetto.

Il dubbio, in questo mestiere, è un’insidia sempre in agguato; Nasi parla della “malinconia del traduttore”, «che è una malattia che ti prende d’improvviso, quando, dopo mille tentativi, ti senti invaso da un fortissimo senso di inadeguatezza e di impotenza» (2008: 8). E leggere queste parole mi fa pensare che è impossibile perdere questa “malinconia”, anche dopo tanti anni di esperienza, si impara solo a conviverci.

Ogni traduzione è una sfida, è fatica, ma allo stesso tempo ogni esperienza è formativa perché contribuisce a costruire il proprio essere, il proprio stile come traduttrice. Tradurre è un lavoro di formazione, e di conoscenza. Un atto di crescita…nonché di innamoramento e apprendimento ad entrare nell’altro, nell’altra lingua, nell’altra cultura.

È proprio vero, come dice F. Nasi, che «tradurre è forse uno dei migliori esercizi per penetrare nell’altro» (2008: 88).

Autore dell’articolo:
Ilaria Noemi De Carlo
Traduttrice

Riflessioni sulla traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

La traduzione è sfida, è fatica, è umiltà, è pudore, ed è rispetto. Il traduttore ha un compito enorme: quello di tenere in vita dei testi, di tenerli in vita rispettandone l’alterità per la cultura che li vorrebbe o dovrebbe conoscere, di rendere familiare ciò che dovrebbe mantenere la propria specifica estraneità (F. Nasi, 2010: 62)

Quale frase migliore per riassumere il compito, il “dovere”, la missione del traduttore, e quale Traduttore migliore per esprimere questo pensiero. Sono pienamente in linea col pensiero con F. Nasi poiché per me la traduzione è proprio questo: è soprattutto “fatica” perché tradurre non è solo trovare equivalenti, dire in italiano quello che ho sulla pagina di fronte a me, così come non è tradurre una parola, una frase, una lingua, ma un mondo; è far conoscere un’altra cultura e per fare ciò bisogna avere grande rispetto per la cultura di partenza, bisogna «rispettarne l’alterità» (F. Nasi, 2010: 62) e ogni traduzione «deve avere una nota blu, farci sentire un poco almeno dell’altro, farci provare la nostalgia» (F. Nasi, 2008: 17) per quella cultura che possiamo conoscere solo attraverso un filtro, quello di noi traduttori (o aspiranti traduttori); dunque il nostro compito è davvero importantissimo, ma, purtroppo, spesso sottovalutato.

Devo dire che è davvero difficile “auto-definirsi”, anche se a mio parere è fondamentale per ogni traduttore riflettere su cosa sia, per lui, il mestiere che sta svolgendo, così come lo è confrontarsi, leggere e condividere esperienze con altri “tecnici del mestiere” per ritrovare un’esperienza vissuta anche da noi durante una traduzione. E spesso le riflessioni sgorgano per caso, ripensando a parole ascoltate, a parole lette, mentre si è a letto, o al supermercato. Per questo motivo voglio accompagnare queste mie considerazioni con le “fonti di ispirazione”.
Se penso alle caratteristiche che per me deve avere il traduttore mi vengono in mente la lentezza e l’attesa; Anna Nadotti in un’intervista diceva che «ci vuole molto orecchio per il silenzio», ed è così perché il traduttore (e non solo quello letterario) deve saper stare in silenzio, aspettare che la parola arrivi e imparare l’arte della lentezza. Nel documentario Tradurre di P.P. Giarolo (altra mia fonte preziosissima di ispirazione) si paragona la traduzione alla lavorazione del pane, nella quale bisogna avere pazienza, attendere. A volte è difficile accettare questa lentezza, soprattutto per noi che ci affacciamo al mondo lavorativo, per paura dei tempi di consegna, per paura di non farcela. Susanna Basso scrive che da giovane doveva «ancora accettare la lentezza che la traduzione impone» (2010: 1) ed è assolutamente vero perché a volte è difficile saper aspettare, attendere che le immagini che si creano nella nostra mente si trasformino in parole. Tuttavia bisogna imparare che attendere che le parole ci vengano da dentro è più efficace che ricorrere immediatamente al dizionario, barricandosi dietro le «salde torri di carta» (S. Basso, 2010: 5) che per me fungono da paracadute, da rete sotto il trapezista (prendo in prestito questa metafora da Nadia Fusini, che l’ha usata nel documentario Tradurre) per evitare le insidie dei dubbi, dell’errore, nonostante sia consapevole che, pur essendo uno strumento fondamentale, non è sempre il migliore.

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Ilaria Noemi De Carlo
Traduttrice
Alberobello (BA)

La traduzione farmaceutica

 Categoria: Servizi di traduzione

In Italia l’informazione scientifica sui farmaci è gestita in larga misura dall’industria farmaceutica, che si trova nella difficile posizione di tutelare contemporaneamente la salute pubblica e i propri interessi economici. A dirimere la questione interviene la legge italiana, che, attraverso i decreti 30 dicembre 1992 n. 541 e 24 aprile 2006 n. 219, regola i contenuti ammissibili nei materiali informativi. Per il traduttore che si trovi a tradurre visual, opuscoli, guide alla prescrizione, pubblicazioni farmaceutiche, eccetera, è essenziale conoscere il contesto legislativo in cui opera, poiché dalla conformità con i suddetti decreti dipende l’autorizzazione alla divulgazione da parte dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA).

Il primo paletto importante è posto dall’articolo 114 del decreto legislativo 219/06 che stabilisce come principio generale che la pubblicità dei farmaci deve favorire l’uso razionale del medicinale, presentandolo in modo obiettivo e senza esagerarne le proprietà e che non può essere ingannevole. Sebbene si tratti di un’indicazione che interessa la fase di redazione del testo, non si deve scordare che, in quanto revisore finale, il traduttore può contribuire notevolmente alla qualità del testo, segnalando quando necessario omissioni, imprecisioni o veri e propri errori. Il medesimo articolo fornisce un’importante indicazione per il traduttore: tutti gli elementi della pubblicità di un medicinale devono essere conformi alle informazioni che figurano nel riassunto delle caratteristiche del prodotto, che dovrà quindi essere mantenuto come riferimento primario durante tutta la fase di traduzione. Altrettanto fondamentale sarà verificare tutti gli studi e gli articoli citati nel testo, come previsto dal comma 4 dall’articolo 120: gli articoli, le tabelle e le altre illustrazioni tratte da riviste mediche o da opere scientifiche devono essere riprodotti integralmente e fedelmente, con l’indicazione esatta della fonte. Non sono consentite citazioni che, avulse dal contesto da cui sono tratte, possono risultare parziali o distorsive.

Ai vincoli imposti dalla legge italiana, si aggiungono quelli annoverati nei manifesti etici delle singole aziende e da quelli di categoria, quali il codice deontologico di Farmindustria, che recita, ad esempio, che a prescindere dall’autorizzazione ministeriale non sono comunque ammesse affermazioni onnicomprensive quali “farmaco di elezione”, “assolutamente innocuo” o “perfettamente tollerato” e simili e non si deve asserire categoricamente che un prodotto è privo di effetti collaterali o rischi di tossicità. In una materia delicata come l’informazione scientifica sui farmaci, il traduttore deve essere consapevole del peso del suo ruolo, e soprattutto del peso delle parole quando si parla di salute.

Autore dell’articolo:
Lucia Baila
Traduttrice EN-ES-JP>IT
Follonica (GR)

La traduzione nel giornalismo

 Categoria: Traduttori freelance

Con una Laurea Triennale in Lingue e Culture Straniere a Roma e una Laurea Specialistica in Traduzione e Servizi Linguistici in Portogallo credevo di essermi specializzata – non a sufficienza, ci sono ancora teorie da studiare, CAT tools e aree tecniche da conoscere e approfondire – abbastanza per entrare nel mondo della traduzione e dell’interpretazione consecutiva, attività che mi riempiono di curiosità e adrenalina.
Oltre alle collaborazioni come traduttrice freelance e uno stage in un’impresa di traduzione a Porto, sentivo che potevo allargare ulteriormente le possibilità come “linguista” (lo metto volutamente tra virgolette, e non lo inserisco nel mio CV, dato il significato del termine).
Inizio una collaborazione come reporter italiano all’estero con un mensile portoghese, scrivendo recensioni cinematografiche, trascrivendo e traducendo interventi di eventi internazionali. Ho la possibilità di scegliere il film da recensire e spesso anche l’evento da promuovere. Gli articoli per me di maggiore interesse oltre ad essere letti cominciano così ad essere anche scritti.

Vedere i film in lingua originale (in Portogallo vengono doppiati esclusivamente i film per bambini) e accorgersi degli errori nei sottotitoli, scrivere l’articolo in portoghese con parti anche in inglese; ricevere audio di interventi in inglese, trascrivere i discorsi e trasferire il contenuto in portoghese; correggere, rivedere, riformulare, rileggere. Tutto questo fa parte dei processi di traduzione e di revisione di un documento, con la differenza che l’originale italiano è nella testa, e l’autore e il traduttore coincidono!

Questo lavoro è incredibilmente dinamico e ricco ed unisce produzione testuale, comunicazione e traduzione; contribuisce ad uno sforzo creativo oltre che traduttivo.
Non posso che consigliarlo!

Autore dell’articolo:
Ughetta Rotundo
Dottoressa in Traduzione e Servizi Linguistici
Traduttrice PT-EN>IT
Porto (Portogallo)/ Roma

Il territorio del traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

Nel 1912 Karl Kraus scriveva così nella sua opera Pro domo et mundo: “Tradurre in un’altra lingua un’opera vuol dire che uno si toglie la pelle, passa il confine e là indossa il costume del paese”. Ecco come ci si sente quando si traduce un testo partendo da una lingua straniera: inizialmente, quasi come fossimo alieni, atterriamo con la nostra navicella piena di conoscenze teoriche su un terreno a noi sconosciuto, pieno di insidie e, perché no, a volte anche di pericoli da affrontare e rischi da correre. Già, perché molto spesso scegliere una congiunzione anziché un’altra può cambiare il modo di percepire e di assimilare il testo nella lingua d’arrivo e allora bisogna buttarsi perché, dopo un’attenta e accurata valutazione, alla fine è il cuore a comandare. Dopo l’iniziale sensazione di spaesamento però il testo da tradurre viene letto e riletto, ed inizia a sembrarci sempre più familiare e così, a poco a poco, iniziamo ad ambientarci in questo nuovo mondo ancora tutto da scoprire.

Tradurre un romanzo è un po’ come spogliarsi di vecchi abiti e indossarne di nuovi, calandosi completamente nella parte di attori diversi a seconda della storia da tradurre.

Si dice che una traduzione se vuole essere bella deve essere anche infedele: più il traduttore è libero di vagare per le strade del nuovo territorio sconosciuto quale è il testo originale e più riesce a rendere al meglio lo scritto straniero: restando troppo fedeli al testo si rischia solo di trasporre l’opera in un italiano contorto, difficile da leggere e da interpretare.
Così i traduttori devono essere anime libere, molte parole sono intraducibili da una cultura a un’altra e allora si devono trovare tutti gli escamotage possibili per rendere al meglio ciò che lo scrittore originale voleva trasmettere. Traducendo fedelmente e letteralmente, molto spesso si rischia di perdere il sentimento: restano le parole, ma volano via le emozioni.
Ci si deve avvicinare al testo dolcemente, e capirlo nel profondo, come fosse un bambino che, nascosto dietro alla gonna della mamma, ci osserva da lontano in maniera diffidente: dobbiamo riuscire ad avvicinarci a lui attraverso la comprensione e ponendoci al suo stesso livello, guadagnando a poco a poco la sua fiducia. Riprodurre semplicemente quello che leggiamo e trasporlo nella lingua d’arrivo non basta: dobbiamo lasciarci catapultare nella storia che stiamo leggendo per rivivere le emozioni originali e trasmetterle ai nuovi lettori.

Autore dell’articolo:
Jessica Tassara
Laureata in Comunicazione Internazionale per il Turismo
Cuneo

Traduzione e monoreferenzialità (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Nei testi letterari il traduttore dovrà prestare particolare attenzione a riportare nella LA (lingua di arrivo) il concetto espresso nella LP (lingua di partenza), possibilmente rispettando la forma, vale a dire lo stile di scrittura contenuto nel testo di partenza. Conseguentemente non potrà neanche riscrivere il testo di arrivo concentrandosi solo sull’equivalenza formale (la cosiddetta belle infidèle che, pur di creare un testo di arrivo elegante dal punto di vista stilistico, ne sacrifica il contenuto). In poche parole, se l’autore del TP (testo di partenza) utilizza uno stile volto ad acuire l’interesse del lettore e a raggiungere un certo tipo di effetto con determinate parole, il traduttore dovrà ingegnarsi per suscitare lo stesso effetto nel lettore del TA (testo di arrivo). Nel farlo, non dovrà cadere nella trappola della belle infidèle, ma neanche privare il testo del suo stile originale. Trovo a tal proposito le parole di Gassega piuttosto emblematiche:

La traduzione è l’utopia dell’impossibile”.

La traduzione appare dunque un bilancio tra il contenuto e la forma in cui esso si presenta.
La forma è l’elemento che, assieme alla componente connotativa, fa la differenza tra un testo aperto e un testo chiuso, chiamati così poiché il primo, di natura letteraria, è aperto, appunto, a un’ampia gamma di soluzioni, il secondo conduce invece ad un numero chiuso di esiti, di soluzioni traduttive. Questo è dovuto alla settorialità del testo chiuso, la quale agevola le corrispondenze biunivoche tra le forme della lingua di partenza e quelle della lingua di arrivo.
È proprio la settorialità del testo specialistico a implicare la mera denotazione delle parole, intesa da Osimo come:

il significato elementare di un segno, accezione di un vocabolo reperibile nel dizionario, che non contiene molti elementi soggettivi o affettivi o determinati dal contesto. Ai significati denotativi si sommano quelli connotativi”.

Possiamo quindi collocare il testo aperto e il testo chiuso su un continuum alle cui estremità troveremo la connotazione, per i testi aperti, e la denotazione, per i testi chiusi.
Questo concetto ci mostra come la variabile presa in esame, in questo caso la biunivocità, aumenti con l’aumentare della componente denotativa del testo: maggiore sarà la specificità di quest’ultimo, maggiore sarà la corrispondenza biunivoca tra i termini della LP e della LA.
Al contrario, più un testo sarà letterario (pregno, quindi di un alto valore connotativo), più risulterà difficile riscontrare la stessa biunivocità. Saper risolvere questi (e altri) impasse traduttologici costituisce, a parer mio, il legante che sostiene quel progetto di vita che l’interprete e/o il traduttore si era prefissato di costruire.

Autore dell’articolo:
Roberta Ionata
Traduttrice e interprete di conferenza EN-DE-FR<>IT

Traduzione e monoreferenzialità

 Categoria: Traduttori freelance

Ho sempre pensato alla traduzione come un progetto in costruzione, un’attività che parte dai materiali fino a realizzare dei progetti finiti, non solo nel momento singolo in cui si traduce un testo, ma anche pensando al percorso didattico che il traduttore sperimenta nel corso della sua attività accademica: le grammatiche che egli studia, i rami della linguistica generale e le quattro principali competenze (lettura, scrittura, produzione orale e ascolto) in una o più lingue straniere gli forniscono il materiale base con cui lavorare per raggiungere “piani” sempre più alti nel suo progetto di vita.

Trovo che lo studio delle lingue straniere in generale sia un’arma a doppio taglio poiché, inserendosi all’interno delle discipline umanistiche, comporta il rischio di fornire una conoscenza vasta, ma a volte superficiale delle cose, poiché la completezza e la specificità tendono spesso ad escludersi vicendevolmente. Il diritto, ad esempio, è sì una materia umanistica, cui studi, però, forniscono una conoscenza piuttosto approfondita delle tematiche interessate dai diversi rami (diritto penale, d’azienda ecc.) a seconda della specializzazione che si intende intraprendere. Quando ci si specializza nell’interpretariato, resta la competenza pragmatica delle lingue, ma, salvo alcuni casi, non si possiede ancora una conoscenza approfondita in un settore di preferenza. Il glossario terminologico, oggetto delle tesi del corso di laurea in interpretariato di conferenza, è, a mio avviso, un esempio didattico che illustra il giusto approccio da adottare quando ci si deve preparare per un convegno per il quale veniamo chiamati a tradurre.
Un glossario di questo tipo sarà però utile nella misura in cui il convegno sarà incentrato su tematiche di carattere specialistico, che adotterà cioè le cosiddette lingue speciali: il linguaggio medico, giuridico, finanziario sono alcuni esempi di linguaggi che, nell’ambito della traduzione, vengono indicati con il termine “lingua speciale”. La caratteristica predominante di queste lingue è la loro forte tendenza alla monoreferenzialità, alla biunivocità dei termini: calcestruzzo, se pur nelle diverse trascrizioni fonetiche di ciascuna lingua (signifiant), indicherà sempre quel conglomerato a base di acqua e cemento (signifié), nonché uno dei materiali maggiormente impiegati nell’edilizia. Esistono fondamentalmente due tipologie testuali: da una parte troviamo i testi di natura specialistica, dall’altra i testi letterari, che si caratterizzano per un alto valore connotativo delle parole, ossia, citando Osimo:

un significato (supplementare a quello denotativo) assunto da un segno in relazione a un contesto specifico (culturale, geografico, storico, familiare). Tale significato, di carattere emotivo, è particolarmente soggetto a variare da un individuo all’altro”.

Domani sarà pubblicata la seconda e ultima parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Roberta Ionata
Traduttrice e interprete di conferenza EN-DE-FR<>IT
Milano

Tradurre: un’arte sapiente

 Categoria: Traduttori freelance

Saper tradurre è un’arte che presuppone sì una base di conoscenze ma che permette anche di acculturarsi sempre di più in una vasta gamma di argomenti.

Sappiamo che esistono vari tipi di traduzioni: scientifiche, legali, letterarie… e ognuna di queste presuppone una certa conoscenza di base e implica un continuo doversi acculturare sull’argomento specifico di traduzione per poter rendere al meglio, quanto più fedelmente possibile, il testo originale. Ciò permette al traduttore, cosa che trovo molto interessante e affascinante, di non rendere statica la sua sapienza, relegata ad un solo ambito conoscitivo, ma di dotarlo di un dinamismo e di una elasticità mentale-cognitiva enorme. Non deve per forza restare ancorato ad una branchia specifica di conoscenza, ma al contrario può spaziare in qualsiasi ambito ingurgitando termini sempre nuovi che implicano una ricerca approfondita per una sistemazione adeguata del termine stesso che rispetti il testo originale. Tale fedeltà ci permette di arricchire il vocabolario del traduttore rispetto non solo alla lingua di partenza ma e soprattutto anche a quello della lingua di arrivo. La conoscenza profonda di tale lingua per un traduttore è molto importante perché solo il saper districarsi nel labirinto dei diversi sinonimi, costruzioni linguistiche che riescano a centrare in modo corretto, rispettando il registro e la volontà dell’autore, può rendere fedele una traduzione.

Un altro aspetto da tenere conto durante un lavoro di traduzione è quello della sensibilità del traduttore. Trovo quest’ultima una componente essenziale, ai fini di un lavoro di traduzione svolto bene, che permette di immergersi nell’animo dell’autore del testo originale e che però va commisurata al tipo di argomento trattato. Ad esempio, sicuramente una traduzione scientifica, che riporti dati tecnici, richiede una sensibilità minore rispetto ad un testo letterario o addirittura poetico. Una sensibilità meno spiccata io credo che possa trovare più interessante e “affascinante” una traduzione di tipo scientifico o strettamente tecnico, mentre un’elevata emotività potrebbe invece preferire e riuscire meglio nel rendere un testo letterario.

Possiamo quindi riassumere che la traduzione avviene su tre livelli: conoscenza acquisita e poi appresa dell’argomento trattato, grande dimestichezza nell’usare la lingua d’arrivo e grado di sensibilità propria del traduttore che gli permette di interpretare meglio un argomento piuttosto che un altro.

Autore dell’articolo:
Giovanna Alberino
Traduttrice ES-EN>IT

Le ragnatele della traduzione (5)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Rimaniamo in ambito giuridico: nessun giudice italiano ammonirebbe il pubblico al grido
di “Linguaggio, per favore!”; se in un processo le parti sottostanno a the jurisdiction di
una certa corte, vorrà dire si rimettono alla sua autorità, alla sua competenza, non alla sua circoscrizione (?). Non si può tradurre meccanicamente they built their case against X con costruirono il loro caso contro X, che, onestamente, in italiano non vuol dire nulla: case against
è infatti chiaramente un’espressione tratta dal linguaggio giuridico anglosassone.
Propriamente vuol dire ‘raccogliere prove (contro qualcuno)’ e nel romanzo è usata nel senso traslato di ‘argomentare a sfavore di una tesi’.

C’è infine un’ulteriore problematica che affligge questa traduzione dall’inglese, così come
molte altre che mi è capitato di leggere. Si tratta di questo: se in un testo in inglese il soggetto muta da una frase all’altra, per il lettore rimane chiaro chi stia compiendo l’azione grazie all’espressione obbligatoria del soggetto o, eventualmente, alla presenza di un aggettivo possessivo. Prendiamo queste due frasi in sequenza: Mrs. B. was wachting him on the monitor. His feet were on the desk. Se traduciamo in italiano, come fa il nostro traduttore, con La signora B. lo guardava su un monitor. Aveva posato i piedi sulla scrivania, per il lettore italofono non sarà affatto immediato capire chi abbia posato i piedi sulla scrivania: la stessa signora B. o l’uomo spiato dalla signora B.? Se, infatti, in inglese il dubbio non sussiste, perché his si riferisce necessariamente ad un individuo di genere maschile, in italiano invece, la mancata disambiguazione disorienta il lettore. La mia osservazione potrà sembrare eccessivamente puntigliosa, ma, in realtà, è frequente, nel leggere testi narrativi tradotti in italiano, l’impressione di perdere continuamente il filo del discorso, come se le frasi fossero slegate l’una dall’altra. Una delle principali ragioni risiede proprio in questo, e cioè nella trascuratezza del traduttore che si limita a tradurre verbatim, senza tenere presenti le peculiarità morfo-sintattiche di ciascuna lingua.

Autore dell’articolo:
Corinna Onelli
Dottore di Ricerca in Studi di Storia Letteraria e Linguistica Italiana
Luton (GB)

Le ragnatele della traduzione (4)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Ancora: si presume che un traduttore sia in grado di distinguere un prestito. Qui non è il caso: troviamo gang tradotto con ghenga e, al contrario, nomination (‘candidatura’) non tradotto – si noti che il contesto è quello dell’elezione del Presidente degli Stati Uniti, non quello dell’assegnazione del Premio Oscar. Poi, abbiamo uno dei personaggi del romanzo, un ubriacone impenitente, che spende centinaia di dollari in longneck Corrs e daiquiri al limone. Ammetterò tutta la mia ignoranza e confesserò di avere appreso – ahimè – solo grazie a Wikipedia che il daiquiri è un cocktail caraibico. Ma il longneck? È forse anche questo il nome di una qualche esotica bevanda? No, nient’affatto. Sempre grazie a Wikipedia, ho imparato che longneck (lett. ‘dal collo lungo’), oltre ad essere un tipo di anguilla, altro non è se non la classica bottiglia di birra dal collo allungato. Perciò, vada per il daiquiri, ma longneck non è un prestito, va tradotto! Propongo un semplicissimo scialacquava in birre Corrs o bottiglie di Corrs.

Un altro terreno insidioso sono i nomi di istituzioni, agenzie e quant’altro. Vanno tradotti? Sì, se sono nomi comuni; no, se sono nomi propri. Ad esempio, il generico Secret Service andrebbe tradotto con servizi segreti e non lasciato in inglese come fa il nostro traduttore, che poi, al contrario, si premura di commutare il Federal Bureau of Prisons degli Stati Uniti d’America nell’italianissimo Dipartimento degli Isituti di Pena. Non parliamo poi del tentativo di tradurre Old British common law con antico diritto comune britannico, tentativo particolarmente infelice. Anzitutto, perché Common law è espressione intraducibile, per il semplice fatto che è il nome dell’ordinamento giuridico proprio dei paesi anglosassoni, che non può, dunque, avere un corrispettivo nella nostra lingua. In secondo luogo, perché Diritto comune, al pari di Common law, è un’espressione tecnica, che vuol dire tutt’altro: se il Common low è quel particolare sistema giuridico basato sui precedenti più che sui codici, per Diritto comune si intende – ancora da Wikipedia? ebbene sì – ‘l’esperienza giuridica che si sviluppò nell’Europa continentale dal X secolo (…) ne è esclusa l’Inghilterra’. Insomma, con una traduzione come antico diritto comune britannico si sconfina nel no sense. Anche in questo caso, non si pretendeva certo che un traduttore fosse anche specializzato in Storia del Diritto, si presume però che un professionista sia consapevole del fatto che la traduzione dei linguaggi settoriali sia irta di tranelli e richieda la massima prudenza.

La quinta e ultima parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Corinna Onelli
Dottore di Ricerca in Studi di Storia Letteraria e Linguistica Italiana
Luton (GB)

Le ragnatele della traduzione (3)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Un’altra nota dolente sono per l’appunto le espressioni idiomatiche, che, come evidente, non andrebbero tradotte letteralmente: non si può tradurre keep your head up (‘mantieni la calma, non perdere la testa’) con su con la testa, né tanto meno si può tradurre cobweb, che in senso figurato vuol dire ‘confusione mentale’, con il letterale ragnatela, nel caso in cui si stia parlando dei postumi di una sbornia: cito testualmente stava bevendo un caffellatte doppio (…) per dipanare le ragnatele del primo mattino (!!). Se in inglese troviamo planning was his strong suit (lett. ‘pianificare era la sua carta vincente’, dove suit indica il seme delle carte da gioco), non possiamo tentare di mantenere la metafora, con un goffo la pianificazione era sempre stata la sua briscola. Al massimo, potremmo scrivere era il suo forte. Infine, non so a quanti lettori italofoni possa risultare chiaro cosa voglia dire vendere a un uomo di paglia, traduzione letterale dell’orig. sell to a strawman, che in realtà vuol dire ‘fantoccio’, o meglio, dato il contesto, ‘prestanome’.
Un altro esempio interessante è offerto dall’espressione inside the Beltway, che il traduttore ha reso con entro la cerchia della Beltway. Ma beltway come nome comune altro non vuol dire che ‘tangenziale’. Dal momento che, nella fattispecie, l’espressione si riferisce a un personaggio che è a conoscenza di tutto ciò che avviene inside the Beltway di Washigton, il senso della frase sembrerebbe essere, di primo acchito, che tale personaggio è al corrente di tutto ciò che avviene nella città di Washington. Leggendo il testo originale, però, non può sfuggire come l’autore enfatizzi la tangenziale di Washington quasi si trattasse della Tangenziale per antonomasia: the Beltway. Una rapidissima ricerca su Internet e ho appurato che inside the Beltway è una locuzione con la quale, negli Stati Uniti, si allude a tutto ciò che gravita, più o meno lecitamente, intorno al Governo Federale, che per l’appunto ha sede a Washington.

Personalmente, non trovo affatto scandaloso il fatto che un traduttore possa ignorare un peculiare idiom statunitense. Quello che però mi sembra difficile da giustificare è la scarsa attenzione che il traduttore ha dimostrato nei confronti del testo, trattando Beltway alla stregua di un nome proprio. Certo, stiamo parlando di un romanzo di genere, ma non credo che per questo una casa editrice possa esimersi dal mettere sul mercato una traduzione di qualità, che consenta anche ai lettori italiani di apprezzare le sfumature del testo originale.

Domani sarà pubblicata la quarta parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Corinna Onelli
Dottore di Ricerca in Studi di Storia Letteraria e Linguistica Italiana
Luton (GB)

Le ragnatele della traduzione (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

In italiano diciamo mi fumo una sigaretta o mi mangio un panino per indicare un particolare coinvolgimento nell’azione che stiamo compiendo, ma proporre, come fa il nostro traduttore, “ci passiamo una seratina tranquilla sul divano” mi sembra francamente eccessivo. Tradurre paralegal (‘assistente, segretario di avvocato’) con paralegale è una scelta infelice, così come spotty white beard (lett. ‘barba bianca a chiazze’, nel senso di rada) con barba bianca e maculata (?).
Non mi risulta che si dica un giorno di morta (trad. di a slow day) per indicare una giornata priva di eventi, né tanto meno che in italiano esista, come invece in inglese, un tipo di cappello denominato fedora. Se in inglese abbiamo l’espressione gay-extorsion per indicare un ricatto basato sulla minaccia di rivelare l’omosessualità di personaggi insospettabili, non possiamo ricalcarla in italiano con gay-estorsione, ma, eventualmente, con estorsione-gay, così come in italiano si è tradotto redskin con pellerossa e non rossapelle.

Gli impiegati di una banca possono essere rinomati per la loro riservatezza, non per la loro segretezza. Se l’evasione da una prigione non si rivela particolarmente difficoltosa, non diremmo che fuggire fu più facile che fare un salto dall’ortolano (less complicated than a trip to the grocery nell’originale), ma magari che fu più facile che bere un bicchier d’acqua. Non mi sembra evidente cosa voglia dire che le deroghe ad un regolamento verranno concesse senza pregiudizi, ma dall’originale liberally capiamo che l’autore intendeva dire senza particolari restrizioni.
Nessun italiano chiederebbe di un caffè: “Semplice o doppio?”; su un tavolo ci saranno eventualmente alcune scatole di ciambelle (doughnut boxes) e non scatole per ciambelle.
In italiano si dice a novembre, non in novembre, fuori dal gioco, non fuori del gioco, e così via.
Mi rendo conto che non è facile rendere il tono sprezzante di una frase come I don’t want to see you people lurking around here. Ma non credo che la soluzione adottata dal traduttore (non voglio vedere voialtri bazzicare qui intorno) sia la migliore, perché ormai voialtri suona desueto e non incute proprio alcun timore. Magari, in questo caso si potrebbe optare per una traduzione meno fedele, che renda il colore dell’originale, senza cercare necessariamente l’esatto corrispettivo dello spregiativo you people (propongo: non vi voglio tra i piedi).

La terza parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Corinna Onelli
Dottore di Ricerca in Studi di Storia Letteraria e Linguistica Italiana
Luton (GB)

Le ragnatele della traduzione

 Categoria: Problematiche della traduzione

Sono stata spinta a raccogliere le riflessioni che seguono dopo aver letto la traduzione italiana di un best-seller americano. Premetto che scrivo principalmente in veste di lettrice – non sono infatti un’esperta di scienza della traduzione – pur tuttavia non posso dimenticare di essere, come formazione, un’italianista. Non credo sia importante specificare il titolo del romanzo dal quale ho tratto gli esempi che analizzeremo. Il mio contributo finirebbe di fatti per trasformarsi, inevitabilmente, in una sorta di attacco ad personam nei confronti del traduttore. Non mi dispiacerebbe, invece, se le mie osservazioni potessero portare a conclusioni di ordine generale.

Le perplessità che mi ha suscitato la traduzione in questione erano tante e tali che ho deciso di procurarmi il testo originale. Dal confronto tra originale e traduzione sono scaturite appunto le osservazioni che vado a proporvi. La prima sarà addirittura banale: si presume che un traduttore padroneggi pienamente la lingua di arrivo, nella fattispecie, l’italiano. Come ho detto, tacerò il nome del traduttore, tuttavia non nasconderò il fatto che si tratta di un noto traduttore che lavora per una delle maggiori case editrici italiane, dal quale ci si aspetterebbe una perfetta conoscenza dell’italiano. Invece, nel testo in italiano troviamo gongolarsi invece di gongolare, e, viceversa, ruffianare in luogo di arruffianarsi. Dannoso vuol dire ‘che arreca danno’, non ‘che concerne danni’, perciò la miserable list dei misfatti di qualcuno non può certo essere tradotta con il dannoso elenco. Non è chiaro, poi, cosa possa voler dire sgambettato dalla curiosità. Forse incalzato, sopraffatto dalla curiosità? (in effetti l’originale recita his curiosity getting the better of him).

Se il dizionario ci dice che lousy vuol dire ‘squallido, pidocchioso’, non per questo siamo autorizzati a tradurre a lousy million dollars con un milione di dollari pidocchiosi, semmai un misero milione di dollari. Rivolgere mezzo cipiglio così come togliersi il cruccio dalla fronte non mi sembrano espressioni di uso comune, mentre inverso nel senso di ‘accigliato, contrariato’ è registrato dai lessicografi, ma solo come voce regionale. A tal proposito, mi chiedo se non sia di ambito regionale anche l’espressione spandersela (adesso te la spandi) usata dal traduttore per tradurre to play the big shot, letteralmente ‘atteggiarsi a persona importante, darsi delle arie’, o più colloquialmente ‘menarsela’.

La seconda parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Corinna Onelli
Dottore di Ricerca in Studi di Storia Letteraria e Linguistica Italiana
Luton (GB)

La resa del valenciano in Blasco Ibáñez (4)

 Categoria: Le lingue

Questa strategia si sarebbe potuta impiegare anche nella traduzione italiana, inserendo una nota però soltanto dove lo si fosse ritenuto strettamente necessario. Considerando infatti che la maggior parte dei frammenti di discorso diretto presenti non sono indispensabili ai fini della comprensione del testo, e sono per lo più costituiti da brevi saluti, esclamazioni e grida corali (come ad esempio «¡Grasies!», «¡Pare!», «¡Mare!», «Bòna nit!») e aggiunta la stretta somiglianza tra il valenciano e la lingua italiana, la scelta si sarebbe rivelata adeguata. In questo modo, senza pregiudicare la comprensione del TO, si sarebbe mantenuta l’alterità e la connotazione fortemente regionalistica che caratterizza il testo spagnolo, conferendo ai personaggi quel “colore” locale che li contraddistingue.

Un’altra possibile strategia consiste nel ricorrere ad un dialetto italiano, tentando di rendere la condizione sociale e la specificità locale dei personaggi attraverso una variante regionale dell’italiano. Tuttavia, come rileva Manera, si tratta di una scelta rischiosa, che raramente dà risultati convincenti, perché strania troppo la situazione. Fare parlare gli huertanos di Valencia con un dialetto napoletano o siciliano per esempio, avrebbe sortito un effetto poco credibile e inadatto a rendere in modo adeguato i tratti linguistici dell’originale. Un’altra alternativa nella traduzione di questi passaggi in valenciano, poteva essere data dalla resa di un italiano sgrammaticato, con ripetizioni e volgarismi, capace di ricreare la condizione sociale dei personaggi, mettendone in luce le lacune relative all’istruzione. In proposito Manera asserisce: «personalmente ritengo che abbia più carte da giocare la capacità di dare un’inflessione all’italiano, una coloritura (magari attingendo a dialetti più impastabili con la lingua nazionale, come il toscano o il romanesco), o ancora il saper storpiare e anche scorciare l’italiano».

Alla fine di questa breve analisi, considerata la somiglianza tra il valenciano e l’italiano e la ridotta estensione dei dialoghi, la scelta di non tradurre le espressioni in valenciano trova ampia giustificazione, rivelandosi efficace e convincente. Questa strategia avrà indubbiamente un effetto “stranierizzante” sul lettore della cultura di arrivo, ma ricreerà nel TA il messaggio presente nel testo di partenza preservandone, almeno in parte, l’alterità. La tecnica del traduttore qui adottata, che appiattisce il TO portando tutto il testo sul livello dell’italiano standard, costituisce una strategia di addomesticamento che, sebbene renda più fluida la lettura, non si rivela adeguata nella resa traduttiva.

Autore dell’articolo:
Gabriele Maronese
Dottore in Traduzione e mediazione culturale EN-FR-ES>IT
Pravisdomini (PN)

La resa del valenciano in Blasco Ibáñez (3)

 Categoria: Le lingue

Il termine «schioppo», infatti, oltre a risultare un po’ più “volgare”, si avvicina molto al corrispettivo utilizzato in alcuni dialetti dell’Italia settentrionale. Essendo questo termine presente nell’italiano standard, e rimanendo comunque comprensibile ad un lettore italiano, la scelta potrebbe rivelarsi adeguata, evitando di rendere eccessivamente opaco il testo. Infine a «ladro», termine neutro, sarebbe preferibile l’accrescitivo «ladrone», o meglio ancora «ladron», eliminando la vocale finale e allontanando ulteriormente il testo da un italiano corretto che nel caso in questione si rivela inappropriato. Fondamentale è scegliere uno degli approcci possibili, e applicarlo in tutte le situazioni che occorrono, compiendo una scelta univoca, senza confondere il lettore.

Nel frammento che segue, si riporta la sentenza pronunciata dal Tribunal de las Aguas nei confronti del personaggio principale:

«Pagará el Batiste Borrull dos lliures de pena y cuatre sòus de multa.»
«Batista Borrull pagherà una penale di due libbre e quattro soldi.»

In questo caso, essendo la frase sostanzialmente comprensibile per un lettore italiano, potrebbe essere lasciata in valenciano, dato che non è poi fondamentale sapere qual è la pena assegnata al personaggio in questione, quanto il fatto che sia stato multato. La ricostruzione del messaggio avviene grazie ad alcune parole chiave molto simili all’italiano, come «pagará», «pena», «cuatre» e «multa». In questo caso, come per
«¡Pare!… ¡pare!»
«¡Fill meu!… ¡fill meu!»
«¡Bòna nit, siñor Batiste!»
la comprensione avviene senza richiedere il minimo sforzo al lettore.

Passando ora ad analizzare più nello specifico le possibili strategie traduttive, Blanco García prende in considerazione Terres Maudites, la traduzione francese de La Barraca ad opera di Hérelle (pubblicata nel 1902 dall’editore Calmann-Lévy), e osserva che il traduttore francese non traduce mai i segmenti in lingua valenciana. Volendo conservare questa specificità linguistica, mantiene le brevi battute e le espressioni in valenciano, ma le traduce per il lettore francese in una nota a piè di pagina: «Dieu nous donne une bonne journée!», «Bonjour!».

Domani sarà pubblicata la quarta e ultima parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Gabriele Maronese
Dottore in Traduzione e mediazione culturale EN-FR-ES>IT
Pravisdomini (PN)

La resa del valenciano in Blasco Ibáñez (2)

 Categoria: Le lingue

Quando si ha a che fare con la resa di un dialetto o comunque di un’altra lingua oltre a quella in cui è scritto il testo, il compito si può definire tutt’altro che facile. In casi simili, come sottolinea Londero, il linguaggio dialettale sarà tanto meglio tradotto quanto più se ne sfrutterà/trasferirà l’efficacia comunicativa, aspirando in particolar modo all’adeguatezza nella lingua d’arrivo. Analizzando la traduzione, si osserva come sia troppo “corretta” da un punto di vista grammaticale: il congiuntivo nell’italiano popolare non è presente, e volendo utilizzare gli strumenti che la lingua mette a disposizione per rendere la parlata di determinati personaggi, si sarebbe potuto tradurre con un italiano più sgrammaticato. Al posto del congiuntivo presente «dia», si potrebbe inserire l’indicativo presente «dà», anteponendo ad inizio frase la particella «che». Già con questo semplice espediente si otterrebbe una struttura non proprio corretta grammaticalmente, ma che sarebbe in grado di conservare almeno in parte la sfumatura regionalistica presente nell’originale. Sostituendo poi «buon giorno!» con «buondì!» o con la forma contratta «giorno!», meno comuni nell’italiano standard, si sarebbe potuto rafforzare l’effetto. Si osservi ora la traduzione dal valenciano di:

«¡Pimentó!… ¡Lladre!… ¡Tórnam la escopeta!»
«Pimentò… ladro… rivoglio il mio fucile!»

L’espressione «rivoglio il mio fucile» ancora una volta non rende la sfumatura locale e la forza illocutiva che caratterizza l’originale in valenciano. Nell’originale con «¡Tórnam la escopeta!» si esprime un ordine, mentre in italiano lo si rende attraverso una garbata richiesta. Sostituendo «rivoglio» con l’imperativo «dammi» o «ridammi» l’ordine diventa molto più diretto e si abbasserebbe leggermente il registro. Il termine «escopeta» che viene definito dal DRAE «arma de fuego portátil, con uno o dos cañones de siete a ocho decímetros de largo, que suele usarse para cazar», e che in tutta l’opera viene tradotto con «doppietta», qui diventa «fucile». Probabilmente perché il traduttore ha ritenuto che «doppietta» fosse un termine troppo preciso e tecnico, e ha optato per un termine di maggior uso e molto più comune come «fucile».
Nel Treccani si legge per «doppietta», «fucile da caccia a due canne giustapposte, generalmente ad anima liscia» e per «fucile» «arma da fuoco portatile individuale, munita di un meccanismo di caricamento e sparo, costituita da una canna di acciaio fissata longitudinalmente su un fusto di legno (cassa) che si prolunga posteriormente in un’espansione (calcio) adattata per l’appoggio sulla spalla del tiratore». La scelta di impiegare «fucile» è comunque inadatta, e la decisione migliore potrebbe essere quella di utilizzare il sostantivo «schioppo» (da cui deriva peraltro il termine spagnolo «escopeta», come si può leggere nella definizione fornita dal DRAE) riuscendo a trasmettere in questo modo anche la sfumatura dialettale.

La terza parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Gabriele Maronese
Dottore in Traduzione e mediazione culturale EN-FR-ES>IT
Pravisdomini (PN)

La resa del valenciano in Blasco Ibáñez

 Categoria: Le lingue

Nella mia tesi di laurea magistrale mi sono occupato dell’autore valenciano Blasco Ibáñez, e nello specifico del suo romanzo La Barraca pubblicato nel 1898. Ho confrontato l’originale spagnolo con l’ultima traduzione italiana risalente al 1989 dal titolo La baracca, curata da María de la Fuente ed edita da Casini. Tra i vari aspetti che ho trattato, uno fra tutti mi è sembrato di maggiore rilievo, e meritevole di un’analisi più approfondita: mi sto riferendo alla resa in italiano della lingua valenciana.

La Barraca presenta un numero assai limitato di dialoghi e di battute tra i personaggi della vicenda, ma è interessante notare come si tratti generalmente di parole o frasi riconducibili al valenciano. Questi regionalismi linguistici sono da attribuirsi ad una volontà dell’autore di descrivere una popolazione e un ambiente fortemente connotati, e la lingua contribuisce a creare la specificità e l’identità degli abitanti della huerta. Si tratta dunque di un aspetto fondamentale che cala il lettore entro una cornice ben precisa, e che fornisce anche delle implicazioni socio-culturali riguardanti il livello di educazione dei personaggi. Nel romanzo, infatti, vengono descritti uomini e donne dediti al lavoro nei campi e talvolta a quello nelle fabbriche della città vicina, che non hanno frequentato la scuola (se non grazie alle improvvisate lezioni di un maestro rurale), che tengono molto alle loro tradizioni e che sono continuamente impegnati nella lotta contro i padroni delle loro terre. Il castigliano, dunque, non sarebbe stata la lingua più adatta per rendere il socioletto dei personaggi, indispensabile per mettere in risalto non solo l’attaccamento al tessuto regionale, ma anche la condizione sociale che caratterizza la loro situazione. Con l’intento di sottolineare il realismo che emerge dai brevi dialoghi in valenciano, Betoret afferma che Blasco ha messo in bocca a molti dei suoi personaggi alcune espressioni nella sua lingua madre che contribuiscono a ricreare in modo efficace un ambiente adeguato, conferendo un tono di verosimiglianza al racconto.

In traduzione, la resa delle battute in valenciano diventa fondamentale dunque per trasmettere il marchio socio-culturale e regionale dei personaggi. L’atteggiamento del traduttore in questo caso si mantiene costante ed opta per una standardizzazione, traducendo i brevi dialoghi con un italiano standard. Si notino i seguenti frammenti per un’analisi della traduzione:

«¡Bòn día mos done Deu!»; «¡Bòn día!»
«Il Signore ci dia una buona giornata!»; «Buon giorno!»

Queste brevi battute sono presenti nelle prime pagine dell’opera, e vengono pronunciate dagli abitanti della huerta che si salutano mentre, la mattina presto, si dirigono verso la città a vendere i loro prodotti al mercato. Come si può notare, il traduttore traduce in un italiano standard, senza tentare di rendere la parlata dialettale dei personaggi.

La seconda parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Gabriele Maronese
Dottore in Traduzione e mediazione culturale EN-FR-ES>IT
Pravisdomini (PN)

Imparare una nuova lingua – Motivazioni (2)

 Categoria: Le lingue

Tutti i fattori elencati fino a questo momento sono senza dubbio rilevanti nell’apprendimento delle lingue straniere; ciò che mi preme affermare in quest’articolo è che, tuttavia, risulterebbero quasi insignificanti senza l’ultimo e più importante fattore di cui parleremo, e cioè la motivazione dell’apprendente. La motivazione è la base stessa di ogni tipo di apprendimento e, nel caso delle lingue, lo è anche maggiormente poiché non è possibile imparare una nuova lingua senza avere la voglia di farlo, degli obiettivi di studio chiari e delle ragioni alla base della ricerca di questa difficile meta. L’atmosfera delle lezioni e l’ambiente esterno influenzano i risultati di studio del discente in maniera minore rispetto alla sua stessa motivazione; il professore di conseguenza assume il fondamentale ruolo di motivatore, responsabile di scegliere le attività più appropriate per incrementare l’interesse dei suoi alunni per la sua materia. Allo stesso modo, le difficoltà linguistiche e in particolare la distanza tra la propria lingua madre e la lingua studiata influiscono meno della motivazione dello studente nel raggiungimento del suo obiettivo, per cui si spiegano gli svariati casi in cui persone con una lingua madre completamente diversa dalla lingua meta (per continuare con l’esempio di prima, italiani e polacchi) la riescono ad apprendere molto velocemente se condizionati da ragioni amorose o lavorative.

Anche gli altri fattori interni all’apprendente, e cioè età e personalità, sono di importanza relativa se rapportati alla sua motivazione: numerosissimi sono i casi di persone anziane, e quindi enormemente fuori dal loro periodo critico che, per possedere un’alta motivazione nell’apprendimento della lingua straniera in oggetto, hanno migliori risultati di studio di persone molto più giovani che, teoricamente, hanno una struttura mentale più adatta a fare propri i meccanismi di una nuova lingua. Analogamente, una persona estroversa e fiduciosa in se stessa avrà minore esito nel processo di apprendimento di una lingua straniera di una persona poco sicura di sè, timida e ansiosa, ma altamente motivata a raggiungere il suo scopo. Motivazione, quindi, alla base dell’apprendimento delle lingue straniere: anche se non è detto che ogni discente debitamente motivato raggiunga facilmente la sua meta, è sicuro che ogni discente di successo sia ben motivato e, a sua volta, che il suo stesso successo rafforzi la sua motivazione.

Autore dell’articolo:
Enrico Leon
Laureato Triennale in Lingue, Letterature e Culture Moderne
Laureato Magistrale in Lingue Moderne per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale
Master in Learning and Teaching of Spanish in Multilingual and International Contexts
Traduttore freelance EN-ES>IT
Padova (PD)

Imparare una nuova lingua – Motivazioni

 Categoria: Le lingue

Tra i fattori che influenzano maggiormente l’apprendimento di una lingua straniera, si citano spesso quelli esterni all’apprendente, e cioè quelli relativi all’ambiente in cui questa lingua viene studiata, alla capacità di chi la insegna e alla difficoltà di questa stessa lingua. Molto più semplice sarà imparare una nuova lingua se l’atmosfera in aula è rilassata e accogliente, se il professore è in grado di facilitare il processo d’apprendimento riducendo al minimo l’ansia e lo stress dei suoi alunni e semplificando e rendendo il più divertente possibile le sue ore di lezione, se l’ambiente esterno all’aula è di immersione – e cioè se la lingua parlata dalla gente del posto coincide con la lingua studiata – e se questa stessa lingua non è troppo differente dalla propria, e quindi di minore difficoltà. Anche se il polacco è unanimemente considerata una delle lingue più difficili al mondo, è probabile che un parlante di un’altra lingua appartenente alla stessa famiglia (lingue slave, e quindi per esempio il ceco) lo imparerà più facilmente che lo spagnolo o l’italiano, lingue normalmente considerate più semplici, ma che si distanziano di più strutturalmente dalla sua lingua madre.

Nell’apprendimento di una lingua straniera risultano di fondamentale importanza anche i fattori interni allo stesso apprendente, quali età, personalità e soprattutto motivazione. È noto a tutti che la quasi totalità delle persone con una padronanza perfetta di una lingua sono quelle che l’hanno appresa da piccole: anche se è difficile stabilire esattamente il periodo critico, e cioè il numero di anni esatto a partire da cui l’abilità di apprendimento di una lingua straniera decresce (soprattutto a causa dell’interferenza prodotta dalle strutture mentali della propria lingua madre), è evidente che l’età gioca un ruolo primario in questo processo. È inoltre innegabile che anche la personalità di chi sta imparando una lingua straniera influenzi i suoi risultati di apprendimento: alta fiducia in se stessi, poca paura di sbagliare, basso livello di ansietà e carattere spigliato ed espansivo aumentano le possibilità di riuscita, anche se non la garantiscono. In questo senso si può sostenere che esista una “predisposizione” alle lingue.

Domani sarà pubblicata la seconda e ultima parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Enrico Leon
Laureato Triennale in Lingue, Letterature e Culture Moderne
Laureato Magistrale in Lingue Moderne per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale
Master in Learning and Teaching of Spanish in Multilingual and International Contexts
Traduttore freelance EN-ES>IT
Padova (PD)

Perché scegliere l’audiovisivo

 Categoria: Servizi di traduzione

Sono entrata nel mondo della traduzione imbattendomi in diversi tipi testi e ho trovato la mia strada nei prodotti audiovisivi: nella sottotitolazione di film, serie tv e documentari. Benché la letteratura rappresenti per molti traduttori la faccia più accattivante di questo lavoro, dietro alla sottotitolazione c’è un universo di tecniche e una grande possibilità di essere anche un “traduttore e creativo”. E tutto questo lo affermo sulla base delle esperienze che gli studi della Triennale e della Specialistica mi hanno fornito in questo settore e sulla base della mia esperienza personale, oramai triennale, come fansubber.

La sottotitolazione rappresenta, insieme al doppiaggio, la modalità più diffusa di trasferire un prodotto audiovisivo dal paese di realizzazione al resto del mondo. C’è una differenza sostanziale tra le due pratiche: laddove il doppiaggio permette di conservare l’oralità nel passaggio da una lingua all’altra (dando, quindi, allo spettatore l’impressione di trovarsi davanti a un originale), la sottotitolazione impone il passaggio dall’oralità alla scrittura. Si tratta di un dialogo elaborato in forma scritta con l’obiettivo di farlo sembrare orale, in cui vanno riprodotte il più possibile le caratteristiche del parlato. Per far ciò, nel corso della sottotitolazione, i dialoghi vengono condensati e riformulati, per questioni dovute a limiti di spazio e tempo, e al fatto stesso che il sottotitolo non deve essere una resa completa e dettagliata del TS, in quanto l’immagine interagisce con i segni scritti, completando la resa ed agevolando la comprensione dello spettatore. Il traduttore che si occupa di sottotitoli deve trasferire il contenuto linguistico espresso nella lingua di partenza in una realtà estranea, opera un salto di codice a livello diamesico, dal testo orale al testo scritto, stando ai vincoli tecnici posti dal mezzo d’espressione in cui lavora. La componente verbale, infatti, deve amalgamarsi a quella visiva delle immagini e dei movimenti degli attori, e a quella acustica.

La sottotitolazione è, infine, soprattutto il lavoro di un traduttore, il personaggio invisibile che è dietro al prodotto visibile, e che ha il compito di trasportare un’opera, sia essa un testo letterario, una poesia o un film, in un’altra lingua e in un’altra dimensione, nel rispetto del testo di partenza e del suo pubblico, nel tentativo di far apprezzare al massimo quella stessa opera.
In un certo qual senso una “ricreazione”, ma non di un qualcosa di diverso che tradisca l’intenzione e la dimensione dell’“altro”, bensì di un qualcosa che sia allo stesso modo affascinante e comprensibile, seguendo, per usare le parole di Pessoa, “quella re-ispirazione, secondo la quale tradurre sarebbe solo un parafrasare in un’altra lingua”.

Autore dell’articolo:
Martina Papaleo
Sottotitolatore e Traduttore letterario EN-ES>IT
Roma

Il cinese, via libera alla foreignization (2)

 Categoria: Le lingue

Un’altra parola che non amo tradurre è Gaokao. Il Gaokao non è l’esame di maturità, come spesso si è portati a pensare, il Gaokao è piuttosto un esame di ammissione all’università, un esame che però, a differenza dei nostri test d’ingresso, viene condotto a livello nazionale, lo stesso giorno in tutte le province, città e regioni e per tutte le facoltà della Cina. Il Gaokao è il momento più importante nella vita di ogni studente cinese e ne decide il futuro, un punteggio alto consente l’accesso alle più prestigiose università della Cina e spiana la strada ad una carriera brillante, al contrario può stroncare il futuro di ogni studente. Chiamarlo semplicemente esame o, per sottolinearne l’importanza, esame di Stato o di maturità sarebbe una perdita culturale e sociale enorme.

La lista è infinita e potrei andare avanti ad elencare tutte le unità di misura del presente e del passato che, per l’ampiezza del territorio e difficoltà di comunicazione, assumevano nomi e criteri di misurazione diversi e che solo forzatamente trovano una corrispondenza reale in italiano.

Il punto è che dietro ognuna di queste parole c’è una storia. Sono convinta che lo straniamento non crei estraneità nel lettore, lo crea piuttosto il contrario, quando ci si aspetta elementi di una cultura che non ci sono. E allora, un bel corsivo e una nota a piè pagina ed ecco salva la traduzione dalla lingua cinese ad un’altra lingua, l’autostima del lettore, fiero di aver imparato nuovi concetti e contento di fare un viaggio immaginario nella Terra di Mezzo e, perché no, anche l’orgoglio del traduttore che può sentirsi soddisfatto di non aver tradito né il testo né l’autore.

Autore dell’articolo:
Giovanna Tescione
Traduttrice e interprete ZH-EN>IT
Roma

Il cinese, via libera alla foreignization

 Categoria: Le lingue

Un articolo di qualche settimana fa portava all’attenzione un tema tanto discusso tra i traduttori di tutto il mondo. Domestication o foreignization, ovvero domesticazione o straniamento? La scelta è tra tradurre i riferimenti culturali legati alla lingua di partenza o lasciare che quello stesso riferimento crei un senso di straniamento nel lettore della lingua d’arrivo. Il problema esiste in tutte le combinazioni linguistiche, nessuna esclusa; ogni Paese ha una propria cultura che si riflette nella lingua, un legame indissolubile che crea parole e concetti per così dire diversi, diversi da chi non vi appartiene, e che trasportati in un’altra lingua rischiano di non trovare dei reali corrispondenti. Esiste nella traduzione tra lingue vicine e diventa ancor più evidente nella traduzione tra mondi e culture lontane come l’Oriente e l’Occidente.

Io personalmente preferisco la seconda opzione. Mi piace pensare, da lettrice assidua e traduttrice ‘fedele’, che il lettore venga catapultato in un mondo diverso dal suo, tra parole e suoni all’inizio sconosciuti, ma a cui pian piano riesce ad abituarsi. D’altra parte, mi dico, il motivo che spinge un lettore occidentale, italiano nello specifico, ad acquistare un romanzo, nel mio caso in lingua cinese o a leggere un articolo che semplicemente parla di Cina è perché in qualche modo vuole immergersi in una cultura diversa, avvicinarsi a quel mondo e sentirsi parte di esso, guidato in un viaggio e nell’apprendimento di qualche piccola nozione di questo o quel Paese.

Ed è quello che mi sono detta quando mi è capitato di dover tradurre la parola Kang, che qualcuno chiama letto, ma che in realtà in epoca Qing, e ormai in disuso, consisteva in una piattaforma di mattoni utilizzato per riposare e ricevere ospiti, riscaldato a legna nella parte centrale. Niente a che vedere con il nostro letto abbinato nell’immaginario comune a tanto di lenzuola e corredo di merletto. Ma non solo, il Kang era utilizzato nel nord della Cina e in un’epoca ben precisa, ragion per cui non utilizzare la parola Kang significa negare al lettore una serie di informazioni che lo aiuterebbero, invece di confonderlo, nella comprensione generale del testo.

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Giovanna Tescione
Traduttrice e interprete ZH-EN>IT
Roma

Tradurre una poesia lirica

 Categoria: Servizi di traduzione

La problematica della complessità del tradurre una poesia lirica dalla lingua inglese alla lingua italiana rientra nel tema più ampio della possibilità o meno di tradurre una poesia, creata in una particolare lingua, in una seconda lingua totalmente diversa dalla prima. Le correnti di pensiero al riguardo tendono a conferire la prerogativa della traduzione a particolari categorie di specialisti. Alcuni, infatti, intendono come idonei alla traduzione della lirica solo i poeti come tali ma che creano in altre lingue.

Come prima ragione dell’esigenza di tradurre dall’inglese all’italiano si individua nel corso della storia la traduzione di servizio. In tal caso il motivo che spinge a tradurre la poesia lirica è unicamente quello di evidenziare il significato recondito nell’opera, tralasciando l’importanza di conservare la poeticità della stessa. Questo tipo di traduzione punta, perciò, ad una mera traduzione letterale sorvolando sulla determinante musicalità che in una lingua determinate parole e non altre conferiscono al poema.

Tradurre fedelmente una poesia lirica dall’inglese all’italiano significa, invece, “sentire” la poesia, calarsi nell’animo dell’autore identificandosi nella sua cultura e nelle ragioni che lo hanno portato a scrivere quei versi. Questa tensione di avvicinamento alla lingua di partenza produce così una traduzione più aderente all’originale. La poesia lirica in italiano risuona allora della medesima musica e poeticità di quella originale in lingua inglese.

Come valutare a questo punto se una poesia è stata tradotta nel secondo modo esposto invece che nel primo? Il metro di giudizio al riguardo si fonda su due parametri specifici: il primo è meramente legato alla bellezza o bruttezza della traduzione, mentre il secondo è quello della fedeltà o meno. Questi due parametri possono confondersi e fondersi fra di loro. Infatti, una poesia lirica possiede una bellezza legata alla sua sonorità e alle immagini che evoca. La fedeltà della traduzione si lega piuttosto al senso profondo che l’autore dà al poema. Tradurre, poi, il ritmo di una poesia lirica scritta in lingua inglese significa dover scegliere, nella lingua italiana di arrivo, termini ed espressioni che possono riprodurre un ritmo, una musica analoghi. Si rende, pertanto, necessaria anche la lettura a voce alta della poesia lirica in lingua inglese. Questa operazione permette, infatti, di individuare le sonorità ricorrenti, la musicalità propria del poema. Ciò aiuta nella traduzione in lingua italiana, perché lo sforzo nel tradurre porta a optare per termini nella lingua di arrivo che possano il più possibile riprodurre analoghe sonorità.

Autore dell’articolo:
Alessandro Mecchia
Traduttore EN>IT
Lucca

Tradurre o interpretare…

 Categoria: Traduttori freelance

Quando ci accingiamo a tradurre un testo spesso ci troviamo tra l’incudine e il martello. Ci sono testi che richiedono tutto il nostro senso della fedeltà intatto e questa ci sembra sicuramente la migliore linea d’azione. Ma dove rimane il senso della fedeltà quando gli elementi in questione sono, appunto, le parole? Una parola può condannare e può salvare. Proprio la stessa parola. Com’è che questo succede? Ecco la differenza che intercorre fra l’interpretazione e la traduzione. Quante volte ci siamo trovati a cercare di far ridere uno straniero con una barzelletta tradotta dall’italiano, senza otterene il risultato desiderato, ovvero una sonora risata? Ecco che allora iniziamo a perderci nel mondo delle barzellette sottotitolate che, per il semplice fatto di dover essere spiegate, perdono tutto il loro incanto. È qui che ci rendiamo conto che conoscere una lingua straniera significa, soprattutto, conoscere la gente che la parla, l’idiosincrasia dell’intorno dove questa evolve e, non meno importante, il senso che protrebbero dare a questa coloro che saranno i destinatari della traduzione. È anche vero che ci sono situazioni nelle quali un autore non può essere “violentato” e riteniamo opportuno rimanere fedelmente ancorati alle parole. Ma non si esercita a caso violenza sullo stesso autore quando, in nome della fedeltà verso i significanti, alteriamo il significato? Le parole sono significanti la cui utilità è soltanto quella di dare un significato alle cose in un’unica direzione possibile. Sono cariche di senso e sovente, colpiscono per il tono in cui vengono dette. Ci sono le parole non dette, ma che tanto aiutano il traduttore che, interpretandone il significato, rimane fedele al senso e all’essenza delle cose. Quel settanta per cento di comunicazione non verbale che fornisce di significato, parole che, altrimenti, sarebbero solo parole.

Faccio la traduttrice o faccio l’interprete? Io rispondo che traduco interpretando, che amo le parole, la loro storia, la loro evoluzione etimologica e tutto ciò che rende possibile il mio lavoro: l’essere parte di un qualcosa che rende fattibile il trenta per cento della comunicazione restante in un abbraccio globale e che, fortunatamente è ancora parlata.

Autore dell’articolo:
Eleonora Sallemi
Traduttrice IT>ES
Rosario (Argentina)

Traduttore tecnico-scientifico

 Categoria: Servizi di traduzione

“Traduttore tecnico-scientifico”: la definizione si presenta senz’altro come un altisonante e prestigioso biglietto da visita, ma all’atto pratico si rivela qualcosa di differente.
I corsi di traduzione tecnico-scientifica tendono ad offrire, nella maggior parte dei casi, un’infarinatura – purtroppo – piuttosto generale dello scopo per cui i candidati vi si iscrivono speranzosi, a meno che questi non si presentino in qualità di corsi strutturati a livello monotematico (ad esempio corso abecedario sulla traduzione di maniglie di porte o malattie genetiche del cromosoma tal dei tali in tutte le sue possibili combinazioni).
Altrettanto incerto, nel concreto, è il modus operandi propinato sul come il traduttore tecnico-scientifico debba agire per sbrigliare quei cervellotici ed invalicabili testi specialistici relativi ad un dato ambito di conoscenza. Si diventa traduttori tecnico-scientifici sul campo, armati di infinita pazienza, curiosità ed un sentito Sprachgefühl come lo chiamano i tedeschi.
Il traduttore in questione è un addetto ai lavori, è colui che oltre a conoscere e ad identificare che “x” vada tradotto con “y”, ha preventivamente toccato con mano, visto con i propri occhi, sentito con le proprie orecchie e vissuto in prima persona la tecnicità e scientificità di un dato ambito che, come risultato finale, può vantare di saper tradurre nella sua lingua madre.

L’esperienza maturata negli ultimi cinque anni della mia carriera, trascorsi a collaborare con un’azienda tecnica specializzata nella produzione di pareti divisorie ed arredi per ufficio, si è rivelata essere una preziosa opportunità per comprendere, vedere e sentire come sono fatti, giusto per citare degli esempi, un montante o una serratura a cariglione, quali siano le loro funzioni e di quali materiali essi si compongono.
Entrare nell’anima di quello che si sta traducendo guardando il mondo con gli occhi del significante carico di un significato – in questo caso rigorosamente, o quasi, privo di sinonimia.
La tecnicità e la sottigliezza escludono ed azzerano la presenza di sinonimi.
È questo l’arduo compito del traduttore tecnico, lo specialista, colui che conosce, ha fatto esperienza e rivela il mistero racchiuso nel termine “x”, che in fondo non è mai un semplice termine, ma una storia ed un vissuto semantico.

Questa visione e conoscenza a priori permette di entrare nel vivo dei testi settoriali che si è chiamati a tradurre comprendendone la missione per procedere senza quel pesante senso di genericità ed inafferrabilità che si avverte davanti ad un argomento di cui si è a digiuno, sprovvisti, dunque, di quella necessaria consapevolezza che guida verso la strada del “tradurre bene”.

Autore dell’articolo:
Giuseppe Carletti
Traduttore
Scerne di Pineto

Giornate della Traduzione Letteraria

 Categoria: Traduzione letteraria

Quando mi fermo a pensare ai pro e ai contro della mia professione di traduttrice freelance, affiancata alla popolosa lista dei vantaggi, la “colonna” degli aspetti negativi è dominata da un aspetto su tutti: la necessità di dover passare molto tempo in solitaria di fronte a uno schermo sacrificando così quella porzione di relazioni interpersonali che sono all’ordine del giorno nel lavoro in ufficio. Tuttavia, e fortunatamente per noi, questo inconveniente è facilmente risolvibile, grazie all’ampissima offerta di seminari, corsi di aggiornamento, fiere del libro e innumerevoli altre occasioni in cui i traduttori dei più svariati ambiti possono ritrovarsi e confrontarsi. Tra tutte queste iniziative spiccano a mio avviso le Giornate della Traduzione Letteraria, organizzate nell’anno 2013 dal 18 al 20 ottobre.

La splendida città collinare di Urbino ha ospitato una tre giorni di incontri, seminari, tavole rotonde e premiazioni, a cui hanno partecipato grandi nomi del mondo della traduzione, quali Enrico Terrinoni, che ha curato la nuova traduzione dell’Ulisse di Joyce, rappresentanti di case editrici del calibro di Feltrinelli, Mondadori, Zanichelli e Guanda, e una moltitudine di studenti e traduttori, professionisti o alle prime armi.

Per chi come me ama la traduzione e l’ha scelta come lavoro e, perché no, come stile di vita, una manifestazione come questa permette di esplorare le diverse sfaccettature di una professione in continua evoluzione e in particolare di entrare in contatto con diverse tipologie di attori del palcoscenico editoriale, spesso e volentieri difficili da raggiungere, ben felici di condividere e istruire sui loro ferri del mestiere.

Avere la possibilità di partecipare alle Giornate della Traduzione Letteraria di Urbino ha significato immergersi totalmente nell’universo della traduzione e dell’editoria e aprire numerosi spunti di riflessione sui temi più disparati, dalla letteratura per l’infanzia all’uso dei dizionari, dall’iter da seguire per pubblicare una propria traduzione ai nuovi media a supporto della professione, dalla rilettura dei classici alle prospettive future del settore e, non da ultimo, ha costituito una preziosa occasione di scambio e confronto tra addetti ai lavori. Un’esperienza dunque estremamente positiva e assolutamente da ripetere negli anni a venire!

Autore dell’articolo:
Lisa Torre
Traduttrice Freelance EN-DE>IT
Meda (MB)

Giocare con le parole

 Categoria: Traduttori freelance

Qualsiasi traduttore si sia cimentato con testi letterari si sarà trovato, prima o poi, davanti alla vera nemesi di ogni traduzione: il gioco di parole.

Altro che termini tecnici di discipline astruse! Altro che parole antiche e desuete da ricercare! Nell’era di internet non rappresentano certo una sfida: un buon motore di ricerca, un po’ di impegno e il gioco è fatto.

Ma provatevi a cercare di tradurre: “Il semblerait qu’Amora, déesse de la moutarde, soit montée au nez des autres dieux” (da “Asterix e l’indovino”).

La traduzione letterale (“Sembra che Amora, dea della senape, sia montata al naso degli altri dei”)
avrebbe ben poco significato al di fuori della Francia (e degli amanti della senape Amora).
Anche conoscendo il modo di dire francese “la moutarde lui monte au nez” (“gli sale la senape al naso”, perde la pazienza), occorre tutta la fantasia e la creatività del traduttore per ottenere un buon compromesso: “Sembra che Amora, dea delle mosche, sia saltata al naso degli altri dei”.

La bravissima Luciana Marconcini, storica traduttrice di Asterix, espone tutto questo in una sua nota alla traduzione contenuta nell’album “Asterix alle Olimpiadi”, altro album ricco di doppi sensi e giochi di parole (il mio preferito: “Scherzi a parte, il Partenone non parte”).

E che dire delle perplessità di Quirino Principe, curatore per Rusconi della traduzione
de “Il Signore degli Anelli”, affidata dal precedente editore alle inesperte, anche se abili, mani dell’allora quindicenne principessa Vicky Alliata di Villafranca. Di fronte ai Borso-Sacconi (Sackville-Baggins, rimasto poi in originale), a Torinio Ochescudo (Torin Oakenshield, Torin Scudodiquercia) e a Felice (Merry, che andrebbe pure bene se il nome completo non fosse Meriadoc). Per dirla con le sue parole: “Ero preoccupato, poiché in nome della verità avrei dovuto dire alla giovanissima principessa che molte sue soluzioni traslatorie erano inaccettabili. Il punto più dolente era l’eccesso di italianizzazione, che tendeva a trasformare la prosa italiana del Signore degli Anelli in una sorta di mega-albo di Walt Disney”.

Nel mio piccolo, nei vari anni in cui ho tradotto narrazioni e regolamenti di giochi ambientati nei mondi fantastici e fantascientifici creati da Games Workshop, mi sono sovente scontrato con doppi sensi, spesso gustosi in originale, che tradotti letteralmente avrebbero perso ogni riferimento umoristico.

Ecco quindi l’arte del traduttore, che nessun programma potrà mai surrogare, che prende il sopravvento sulla mera tecnica. Cercare una soluzione che sia il più fedele possibile al testo originale, mantenendo però il gusto della battuta.

Se ne deduce che, oltre che padronanza della lingua, buona tecnica e un ricco vocabolario, il buon traduttore debba essere dotato di senso dell’umorismo.

Autore dell’articolo:
Giuliano Graziu
Traduttore EN>IT
Pietrasanta

Tradurre per il teatro

 Categoria: Servizi di traduzione

Alcuni testi richiedono più creatività e libertà nella traduzione rispetto ad altri. Le istruzioni d’uso di un apparecchio dovranno essere pressoché letterali mentre la traduzione teatrale o di un testo letterario può richiedere più creatività e libertà da parte del traduttore. Sono questi ultimi a essere, a mio avviso, i più interessanti; infatti, sono frequentemente oggetto di discussione. La traduzione deve rimanere fedele al testo, lasciando meno spazio alla creatività e interpretazione del traduttore, oppure sarà meglio rimanere fedele allo spirito del testo, consentendo più spazio al traduttore per adattare il testo alla lingua e alla cultura in cui lo deve tradurre? Le opinioni divergono. Nel caso in cui l’autore del testo sia ancora in vita, egli può chiaramente dare indicazioni in merito, infatti, i problemi sorgono più che altro nel caso in cui l’autore non c’è più. Poi c’è anche il fattore che alcune lingue risultano più compatibili, se vogliamo dire così; questo può essere dovuto al fatto che ci sono poche differenze linguistiche e/o maggiori affinità culturali.

Io traduco attualmente prevalentemente per il teatro ‘moderno’, quel teatro che a volte non può nemmeno essere definito tale. Frequentemente non viene fatto uso di un vero teatro ma si usa una location particolare, a volte non si sa quando inizia o quando finisce, come nel caso delle installazioni teatrali. Quello che accomuna i vari tipi di espressione artistica però, rimane la volontà e la necessità dell’autore/produttore/regista di trasmettere un messaggio e di entrare in contatto con lo spettatore.
E rimane chiaramente il compito del traduttore di trasmettere questo messaggio chiaro e forte in un’altra lingua.

Autore dell’articolo:
Pauline Ninck Blok
Traduttrice freelance IT-EN>NL IT-NL>EN
Perugia

Portoghese: una lingua per due continenti

 Categoria: Le lingue

Spesso chi si avvicina allo studio della lingua portoghese lo fa principalmente perché interessato alla cultura del Brasile. Non a caso con i suoi oltre 190 milioni di abitanti, il Brasile è uno dei nuovi e più forti paesi in via di sviluppo. La vera culla del portoghese è però il Portogallo, piccolo stato della penisola iberica all’estremità occidentale dell’Europa. È da lì che Vasco da Gama e molti altri navigatori lusitani sono partiti, contribuendo così a creare quell’impero ultramarino portoghese tanto celebrato da Camões. Proprio dal Portogallo, la lingua lusitana si è così diffusa nelle principali colonie, tanto che il portoghese è attualmente lingua ufficiale in ben quattro continenti, dall’America all’Asia. Tra i paesi lusofoni abbiamo il Brasile, Capo Verde, Guinea Bissau, Angola, Mozambico, Timor Est, São Tomé e Principe, Macao.

A causa della sua vasta diffusione, il portoghese ha subito delle evoluzioni in ognuno degli stati in cui è parlato. Oggi però si tende sempre più a distinguere tra due rami principali della lingua: il portoghese europeo e quello brasiliano. Teoricamente esiste anche una variante africana ma essendo molto simile a quella europea viene inglobata in quest’ultima. Data la grande distanza tra Portogallo e Brasile, la lingua ha inevitabilmente sviluppato delle alterazioni tra le due varianti, non solo nella pronuncia, ma anche in alcune strutture grammaticali e lessicali. Chi conosce questa lingua sa che il portoghese europeo o continentale è un po’ più complicato da comprendere perché ha una cadenza ritmica molto più veloce rispetto alla norma brasiliana, che a sua volta ha invece un suono più musicale e lento. Per quel che riguarda invece l’ambito grammaticale, una delle principali differenze tra le due varianti è l’uso del pronome vocȇ, che in Portogallo è il pronome di cortesia, il nostro ‘lei’, mentre in Brasile è utilizzato come tu. Inoltre il brasiliano impiega molto più frequentemente il gerundio dei verbi (estou falando vs. estou a falar). Ulteriore divergenza tra portoghese europeo e brasiliano si riscontra anche nel lessico, poiché alcuni vocaboli hanno subito uno slittamento semantico in Brasile. Ad esempio la parola bicha significa ‘fila’ in Portogallo ma ‘omosessuale’ in Brasile.

Oggi però il vero ‘pomo della discordia’, a proposito delle due varietà di portoghese, è soprattutto l’ortografia. Nel corso dei secoli si è avuta una leggera differenziazione che ha portato i brasiliani a scrivere in maniera diversa alcune parole, cosa non sempre accettata e condivisa dai parlanti lusofoni europei. Infatti il portoghese brasiliano non scrive le consonanti mute, quelle che non si pronunciano (acto diventa ato) e le consonanti c e p dei gruppi ct, cç, pt, pç (acção diventa ação e óptimo diventa ótimo). Proprio per appianare questo tipo di discussioni, nel 1990 è stato varato il cosiddetto Acordo Ortográfico da Língua Portuguesa, un accordo ratificato da tutti i paesi di lingua portoghese entrato in vigore solo nel 2009. In realtà questo accordo non ha risolto ancora tutti i problemi poiché rimangono in sospeso questioni ancora irrisolte, come le divergenti opinioni tra i sostenitori del portoghese ‘standard’ cioè quello europeo e coloro che invece difendono le ‘differenze’ brasiliane. L’intento comune è comunque quello di creare una norma ortografica unificata e condivisa in tutto il mondo, in modo da facilitare l’apprendimento della lingua portoghese come seconda lingua (L2). Questo però senza andare ad intaccare le caratteristiche sintattiche, stilistiche o lessicali dei diversi paesi lusofoni.

È evidente che il portoghese ha ancora molta strada da fare prima di affermarsi come lingua ‘influente’ ma soprattutto l’ascesa del Brasile farà da traino allo sviluppo di un idioma che nel corso dei secoli ha avvicinato terre lontane e sconosciute tra loro.

Autore dell’articolo:
Assunta Tescione
Traduttrice EN-PT>IT
Casalnuovo di Napoli (NA)

Spagnolo: il fascino di una lingua complicata

 Categoria: Le lingue

Quando sento dire che lo spagnolo è una lingua semplice, guardo il mio interlocutore con grande stupore, come se avesse detto un’eresia.
Ebbene sì, lo spagnolo è tutto tranne un “idioma fácil de aprender”, ed a causa della sua grande somiglianza con il nostro italiano risulta maggiormente difficile impararlo.
Infatti, le due lingue sopra citate provengono dal medesimo filone neolatino e romanzo, per cui la loro vicinanza aggrava ancor più la difficoltà che una persona italiana può incontrare nell’apprendimento della lingua ispanica.

Al contrario di quanto traspare “el español” è una lingua molto complicata, che si avvale di una grammatica difficile caratterizzata da una miriade di verbi irregolari che spesso è impossibile racchiudere all’interno di una regola fissa. Infatti, esistono verbi che sono irregolari solo alla prima persona singolare del presente indicativo e poi per quanto concerne gli altri tempi e modi si comportano quasi normalmente; o altri che, invece, mantengono la propria irregolarità entrando a far parte di eccezioni personali che spesso creano confusione ed inducono lo studente a commettere gravi errori di traduzione e comprensione.
Che cosa dire poi dei cosiddetti “falsos amigos”? Se si va in Spagna e ci si reca in un ufficio postale per chiedere un “bollo”, sicuramente la persona che ci si trova di fronte riempirà il suo viso con una risata che farà intendere che forse abbiamo sbagliato qualcosa. In effetti è proprio così, perché la parola “bollo” in spagnolo significa “brioche”. Così, per esempio, se desideriamo un po’ di burro parleremo di “mantequilla” e non di “burro” che corrisponde alla parola italiana “asino”.

Altra difficoltà si può incontrare di fronte a certi verbi che in italiano possiedono una sola traduzione, mentre in spagnolo si dividono fra due opzioni diverse a seconda del contesto in cui si trovano. Per essere più esplicita, propongo di considerare il verbo “chiedere”. Esso nell’idioma ispanico ha due possibili traduzioni: “preguntar” e “pedir”. Il primo ha valore di “chiedere per sapere”, diverso dal “chiedere per avere” del secondo.

Quello che ho precedentemente esposto è solo una minima parte delle peculiarità insite nella difficoltà della lingua spagnola: una lingua che nella sua essenza e pronuncia possiede un fascino immane, ma che non può essere ridotta alla semplice aggiunta della desinenza “s” al finale delle parole, come spesso molti italiani pretendono di fare. Una pretesa questa che non fa altro che declassare un idioma che, a mio avviso, possiede una gran bellezza nel suo essere così complicato.

Autore dell’articolo:
Benedetta Camporesi
Traduttrice EN>IT
Forlì

Traduzione dei titoli dei film stranieri (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Il titolo è importante non solo per il potenziale pubblico, ma è uno dei principali motivi per cui si è indotti a guardare un film. Non bisogna dimenticare che è un elemento essenziale anche per il produttore, per l’azienda cinematografica e per tutti coloro che sono coinvolti nella realizzazione di un film, ovviamente i loro interessi sono maggiormente rivolti all’aspetto commerciale poiché desiderano vendere il film e ricavarne profitti.

La traduzione dei titoli di un film è un processo creativo molto complicato che ha uno scopo chiaro ed evidente, cioè quello di attirare il pubblico e stimolarlo a guardare il film. Naturalmente lo scopo è la chiave dell’intero processo di traduzione e di solito si riferisce al testo di arrivo. Conoscere il motivo per il quale il prodotto viene tradotto e per quale pubblico, aiuta il traduttore ad adottare strategie appropriate al fine di realizzare lo scopo del film.
Sicuramente un film è un prodotto commerciale ma anche un’opera d’arte; da un lato, un film di successo è quello che attira un gran numero di spettatori al cinema, dall’altro, un film come forma di arte racchiude in sé influenze culturali e l’ambito commerciale. Pertanto, nel processo di traduzione dei titoli cinematografici, l’accento deve essere posto sui valori informativi, culturali ed estetici e il fine ultimo del titolo di un film è quello di conquistare il cuore del pubblico ed essere premiati dai profitti. Pertanto, quando una riproduzione fedele dello stile del titolo del film originale non è sufficiente a soddisfare il gusto del potenziale pubblico, i traduttori devono modificare, o addirittura sacrificare alcune delle funzioni originali del testo di partenza, ricreando il titolo del film per renderlo attraente agli occhi dei destinatari.

Autore dell’articolo:
Marianna Presterà
Traduttrice freelance EN-FR-DE>IT
Napoli

Traduzione dei titoli dei film stranieri

 Categoria: Servizi di traduzione

Lo studio sulla traduzione dei titoli non ha ancora ricevuto la dovuta attenzione in ambito accademico nonostante la traduzione sia stata a lungo indagata sotto vari punti di vista. Proprio perché siamo nell’era della globalizzazione, la traduzione viene approfonditamente studiata nel contesto degli studi culturali in cui ci si concentra anche sullo studio dei mass media che ormai sono all’ordine del giorno. Lo studio dei mass media commerciali si è concentrato in particolare sulla traduzione pubblicitaria. Soltanto negli ultimi anni emergono studi sulla traduzione dei titoli dei film.

Un titolo ha numerose funzioni che derivano da considerazioni diverse. Qualsiasi oggetto che svolge un ruolo speciale nella nostra vita porta con sé un significato, e proprio per questo merita un titolo che lo rappresenti. Tale presupposto di base è importante quando si pone l’accento da un lato, sul rapporto complesso tra il titolo e il prodotto che rappresenta, e dall’altro lato, sul rapporto tra il titolo, il prodotto e lo spettatore. Il vero titolo, ossia quello originale, scelto dallo stesso autore, è stato scelto dopo una serie di considerazioni e dopo aver riflettuto su vari elementi e componenti. Ciò si basa sul fatto che il titolo viene scelto dopo aver completato il processo di scrittura del testo o dopo la visione del prodotto.

La traduzione dei titoli dei film stranieri è una delle branche del cosiddetto movie dubbing, cioè del doppiaggio, ossia l’operazione con cui un film viene dotato di un sonoro diverso da quello originale. Tale procedimento ha lo scopo di far passare un testo tradotto come originale e, inoltre, ha lo scopo di dare l’impressione che gli attori stiano parlando nella lingua della cultura ricevente.

Il processo di traduzione dei titoli, in realtà, può apparire facile, ma quando ci si sofferma più attentamente sulle frasi e la sintassi che compongono i titoli, ci si rende conto che non è poi tanto semplice.

Autore dell’articolo:
Marianna Presterà
Traduttrice freelance EN-FR-DE>IT
Napoli

“Faux amis” per traduttori e interpreti

 Categoria: Problematiche della traduzione

L’espressione “faux amis” viene coniata nel 1928 da due studiosi, Koessler e Derocquigny, per indicare “les mots d’étymologie et de forme semblable mais de sens partiellement ou totalement différents”, ovvero parole appartenenti a lingue diverse, simili nella forma ma non nel significato.
I falsi amici rappresentano un’insidia tanto per il traduttore quanto per l’interprete ma, come vedremo, si ripercuotono sulle due professioni in modo diverso.

Sappiamo che la principale differenza tra il lavoro del traduttore e quello dell’interprete è che il primo lavora con testi scritti (legge un testo e lo “riscrive”), mentre il secondo con testi orali (ascolta un testo e lo “ridice”). Inoltre, la fruizione del lavoro dell’interprete è immediata (l’oratore, il ricevente, e l’interprete condividono la stessa situazione comunicativa), mentre non si può dire lo stesso per le traduzioni scritte, dove la fase di scrittura, traduzione e lettura non coincidono. L’interprete, pertanto, si confronta con una serie di problematiche diverse da quelle che possono riguardare il traduttore e questo vale anche per i faux amis.

Esistono, infatti, varie tipologie di falsi amici, sia a livello lessicale, sia a livello morfosintattico. Per quanto riguarda la professione dell’interprete, risulta particolarmente interessante il sottogruppo dei falsi amici prosodici, ovvero quei termini uguali o simili nella forma e nel significato, ma con diversa sillaba tonica. È interessante notare come tale tipologia di falsi amici possa trarre in inganno l’interprete, mentre non interessi affatto il traduttore. Per capire meglio di cosa stiamo parlando, si potrebbe fare un esempio fra due lingue molto simili, quali l’italiano e lo spagnolo. La parola italiana “farmacia” si traduce in spagnolo come “farmacia”. Ciò che cambia, però, è la pronuncia, poiché l’accento tonico ricade sulla penultima sillaba in italiano (farmacìa) e sulla terzultima in spagnolo (farmàcia). È evidente, dunque, che, sebbene i falsi amici prosodici non rappresentino alcun problema per un traduttore, potrebbero tuttavia essere un ostacolo per l’interprete che, confuso dalla diversa pronuncia, potrebbe ricalcarla nella lingua d’arrivo (specie nella velocità della simultanea).

Allo stesso modo, esistono sottogruppi di faux amis che rappresentano un problema per il traduttore, ma non per l’interprete. Stiamo parlando dei falsi amici ortografici, ovvero parole che, tra due lingue, differiscono solo nell’ortografia. I falsi amici ortografici non interessano l’interprete, mentre sono molto insidiosi per il traduttore che, in caso d’incertezza, sarà tenuto a verificare l’ortografia di quella determinata parola. Anche in questo caso, la coppia di lingue italiano-spagnolo, così affine (e dunque, così ingannevole), offre parecchi esempi: quadro/cuadro; quando/cuando; Pasqua/Pascua. Un’ulteriore insidia per il traduttore è rappresentata, poi, da quelli che chiameremo falsi amici tipografici, in realtà un sottogruppo dei primi e che riguardano le differenze nell’uso delle maiuscole (ad esempio in inglese bisogna sempre scrivere i mesi con la lettera maiuscola) e della punteggiatura (basti pensare al diverso uso che se ne fa in ambito matematico nel mondo anglosassone, dove viene utilizzata una virgola per dividere le migliaia e un punto per indicare i decimali). Ovviamente, in una traduzione scritta si dovrà tenere conto di tutto ciò e traducendo in italiano un testo contenente cifre, si dovranno “tradurre” anche quest’ultime.

In conclusione, dunque, possiamo affermare che il fenomeno dei faux amis riguarda tanto la professione dell’interprete quanto quella del traduttore, specie nelle sue forme più popolari (omonimi). Tuttavia, alcune sottocategorie di falsi amici sono più insidiose per i traduttori, mentre altre sono più insidiose per gli interpreti. Di qui la necessità di affrontare e focalizzarsi su problematiche diverse.

Autore dell’articolo:
Sara Terrinoni
Traduttrice EN-ES-FR>IT
Fiuggi

Tradurre João Guimarães Rosa in italiano (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

Se una prima lettura di questa traduzione può lasciare sconcertati o risultare un tanto incomprensibile, un primo passo di approssimazione al testo originale di Rosa è stato fatto, perché analoga è l’impressione sul lettore brasiliano. Una seconda lettura potrà dire se anche i passi successivi hanno avuto esito, qualora si riveli poco a poco o di forma immediata la sua chiave crittografica.
L’idea di fondo è stata cercare le parentele tra lo strano linguaggio di Rosa e alcune propaggini della lingua italiana. Un punto di contatto. Mi è sembrato che portoghesizzare l’italiano fosse l’unico modo di dare a Tutaméia una leggibilità nella nostra lingua.

Altre traduzioni che osassero meno sono impraticabili in questo caso, in quanto portano inevitabilmente alla parafrasi. Tradurre João Guimarães Rosa richiede uno sforzo di composizione e una buona dose di sfrontatezza, di irriverenza, doti che normalmente scarseggiano tra i professionisti delle lettere. Forse per questo l’ultima opera di Rosa attende da quarantatré anni la sua forma italiana, che la completa in maniera particolare, come l’autore ha lasciato intendere.

Edoardo Bizzarri, che si dedicò con estrema competenza alle principali traduzioni tuttora disponibili in italiano, fece miracoli ai suoi tempi, ma oggi non rende giustizia piena a quanto Rosa merita nella nostra lingua. Il contatto diretto con l’autore, col suo legato di reverenza, alla fine non ha giovato alle sue traduzioni.

Insomma, detto proprio in forma semplice, credo che oggi Rosa sia in Italia l’unico, l’ultimo dei grandi del ‘900, tra le principali lingue romanze, ancora in attesa di un vero sdoganamento, non solo in relazione ad opere come Tutaméia, ancora non tradotte in italiano, ma anche a nuove versioni di opere come Grande Sertão: Veredas, Corpo de Baile e Sagarana.

L’Italia oggi, spenta e invecchiata, si dibatte con i problemi dello strano, dello straniero, ma non ha mai perso in fondo il suo grande talento nella comprensione e rappresentazione di culture e lingue differenti, in special modo quelle americane.
Credo che fosse questo, in ultima istanza, quello che Rosa aveva capito – la necessità di completamento in italiano dei suoi lavori – quando lasciava trasparire, nei suoi carteggi con Bizzarri, la sua predilezione per la traduzione nella lingua italiana.

Autore dell’articolo:
Marco Cristellotti
Rio de Janeiro (Brasil)

Tradurre João Guimarães Rosa in italiano

 Categoria: Traduzione letteraria

Mi sono trovato quasi senza volere nella necessità di tradurre in italiano l’ultima opera dello scrittore brasiliano João Guimarães Rosa, Tutaméia, pubblicata in Brasile nel 1967, pochi mesi prima della morte dell’autore. Già il titolo suggerisce che si tratti di un tentativo di condensare in forma breve il lavoro letterario di una vita. Variante considerata dall’autore: Mea omnia. Ciò contrasta solo apparentemente con la forma dell’opera principale di Rosa, il romanzo Grande Sertão: Veredas, un’opera fiume di seicento e passa pagine mai cadenziate da capitoli ma solo capoversi. Solo in apparenza quest’opera contrasta con Tutaméia. Solo in apparenza, o per un equivoco europeo, quell’epos moderno viene inteso come romanzo, forse perché vi sono tracce di introspezione psicologica.

Nonada, quisquilia, è la parola chiave che lega le due opere, la prima parola del romanzo fiume che la connette al sottotitolo di Tutaméia, Ossa di farfalla. Il grande epos si lega alle quisquilie dei raccontini di Tutaméia attraverso dei dettagli minimi, come la breccia irrilevante lasciata da Teti sul tallone di Achille. Da qui la necessità stringente di tradurre João Guimarães Rosa inedito in italiano e possibilmente di ritradurre le sue opere già presenti nella nostra lingua. Necessità che pende per lo meno dal 1970, quando G. Contini sanciva sul Corriere della Sera la rilevanza globale di Rosa nel panorama letterario mondiale: ”Un Faust brasiliano”. Rilevava in quell’articolo gli ostacoli della sua traduzione: difficoltà cospicue, ma meramente idiomatiche, alla Gadda per intenderci, non più vastamente esegetiche, come per l’ultimo Joyce…

Una doppia necessità, quindi, muove questa traduzione letteraria: quella di rivelare un’opera inedita in italiano e quella di chiudere il cerchio interpretativo su un autore che nell’anno della morte era quasi certo vincitore del premio Nobel per la letteratura. Un cerchio che può chiudersi solo con l’interpretazione di cosa lega in questo scrittore la forma epico-romanzesca al racconto breve. I tratti arcaici del suo linguaggio e la modernità spinta dei suoi esperimenti linguistici. La traccia è fornita da Rosa stesso quando scrive: “Non sono un rivoluzionario della lingua, chi afferma questo non afferra alcun senso della lingua, perché giudica secondo le apparenze. Se proprio vogliamo una frase fatta, preferirei che mi chiamassero reazionario della lingua, perché ogni giorno cerco di risalire all’origine della lingua, lì dove la parola sta ancora nelle interiora dell’anima, per potergli dare luce secondo la mia immagine”. Una chiave d’oro per capire anche il senso della lingua e della cultura brasiliane in toto.

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Marco Cristellotti
Rio de Janeiro (Brasil)

Doppiaggio e sottotitoli a confronto (3)

 Categoria: Servizi di traduzione

Sesto esempio:

Plus I’ll probably have to give my parents less money. It’ll kill my father (302 script)
He’s not gonna be able to get as good a seat in the synagogue (303 script)
He’ll be in the back, away from God, far from the action (304 script)
• Capisci, probabilmente ai miei genitori dovrò dare di meno. Sai, questo ucciderà mio padre (302    doppiaggio)
• Lui, non potrà più prendersi un posto buono in sinagoga (303 doppiaggio)
• Dovrà prenderlo in fondo, lontano da Dio, fuori area (304 doppiaggio)
• Dovrò anche ridurre l’assegno per i miei. Mio padre ne morirà (302 sottotitolazione)
• Perderà il suo bel posto nella sinagoga (303 sottotitolazione)
• Si ritroverà a sedere nell’ultima fila, lontano da Dio (304 sottotitolazione)

In questo dialogo possiamo notare che il traduttore del doppiaggio ha preferito rendere una traduzione più fedele al testo rispetto alla traduzione dei sottotitoli. Rilevante in queste battute mi sembra il riferimento culturale e cioè che nelle sinagoghe si debba pagare per avere un posto a sedere, e se si vuole un buon posto si deve pagare di più, questo mi sembra reso abbastanza bene proprio mantenendo la fedeltà al testo di partenza. In quanto in pochi probabilmente avrebbero colto il riferimento alla cultura ebraica.

Settimo esempio:

I’ll turn into a guy that sells comics outside Bloomingdale’s (533 script)
• Non voglio essere folgorato non sono mai riuscito a convincermi, che il tuono sia il cessato          pericolo (533 doppiaggio)
• Potrebbe trasformarmi in uno di quei tipi che vendono fumetti all’angolo (533 sottotitolazione)

Penso che questo dialogo sia importante per la particolare traduzione del doppiaggio “non voglio essere folgorato”, una riformulazione in cui possiamo trovare il doppio significato semantico di “folgorato”, vale a dire “struck by thunder” e “folgorato” come i nerd e cioè quelli che vendono i fumetti in America e di solito sono persone stravaganti, fuori dal mondo, in quanto vivono più nel mondo dei fumetti e dei videogiochi che nella vita reale. In questo senso, la traduzione ha il compito di chiarire il senso del riferimento culturale, che sarebbe incomprensibile per alcuni italiani.

Ottavo esempio:

That I was bad in bed, not bright enough, or physically unattractive (545 script)
• Pensavo, che non ero brava a letto, abbastanza intelligente, fisicamente attraente (545                doppiaggio)
• Che non ero brava a letto, che non ero abbastanza intelligente o attraente (545                          sottotitolazione)

In questa battuta, sia nella traduzione del doppiaggio che della sottotitolazione abbiamo un’omissione culturale, il gioco di parole omofonico “bad in bed” (il gioco di parole è realizzato attraverso lo sfruttamento di queste due parole, che sono omofone) non è stato tradotto, o meglio ancora riformulato nelle versioni italiane sottotitolate e doppiate.

Autore dell’articolo:
Roberta Solazzo
Dottoressa in Lingue e Letterature Moderne dell’Occidente e dell’Oriente
Traduttrice EN-FR-DE>IT
Palermo

Doppiaggio e sottotitoli a confronto (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Terzo esempio:

Look at you. You’re so threatened (136 script)
• Che cosa hai? La coda di paglia? (136 doppiaggio)
• Guardati. Hai una tale paura (136 sottotitolazione)

In questo caso, nella traduzione del doppiaggio, possiamo vedere due trasformazioni nel passaggio dalla lingua di origine alla lingua di destinazione. La prima cambia la frase imperativa “Look at you” nella frase interrogativa “Che cosa hai?”. La seconda trasformazione riguarda l’uso dell’espressione “You’re so threatened” tradotta con un idioma italiano. In entrambe le trasformazioni abbiamo una traduzione accettabile. Invece nella sottotitolazione abbiamo mantenuto una traduzione fedele.

Quarto esempio:

What do you do, Tracy? I go to high school (208 script)
Oh, really. Really. Somewhere Nabokov is smiling, if you know what I mean (209 script)
• Cosa fai, Tracy? Io faccio il liceo (208 doppiaggio)
• Oh, senti, senti il liceo. Sembra talmente lontano il liceo (209 doppiaggio)
• Tu cosa fai, Tracy? Frequento la scuola superiore (208 sottotitolazione)
• Oh, davvero? Nabokov se la sta sicuramente ridendo, non credi? (209 sottotitolazione)

In questa parte, si nota la completa sostituzione dell’espressione “Oh, really. Really. Somewhere Nabokov is smiling, if you know what I mean” con l’espressione italiana “Oh, senti, senti il liceo; -sembra talmente lontano il liceo”. Probabilmente perché il traduttore del doppiaggio pensa che il riferimento culturale a Nabokov, l’autore del romanzo “Lolita” che parla di una ragazza sessualmente precoce, non sarebbe stato compreso da tutti. In questo caso siamo di fronte ad una diminuzione del livello culturale.

Nella traduzione della sottotitolazione, l’espressione è stata tradotta letteralmente, anche se abbiamo la trasformazione da frase affermativa a frase interrogativa.

Quinto esempio:

I’m cash poor or something. I got no cash flow. (295 script)
• Io sono allo scoperto, non so, dice che non sono liquido (295 doppiaggio)
• Sono scarso di contanti. Non ho abbastanza flusso di contanti (295 sottotitolazione)

In questa battuta, penso che, l’espressione inglese – americana “I’m cash poor”, usata per parlare di qualcuno che possiede molti beni e cioè una casa, una macchina e molto altro ma pochi soldi in tasca, nella traduzione della sottotitolazione, il significato è reso meglio rispetto alla traduzione del doppiaggio.

Anche in questo caso, la traduzione della sottotitolazione è più fedele alla lingua di partenza rispetto alla traduzione del doppiaggio, dove l’idioma inglese americano è stato sostituito con un idioma italiano.

La terza e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata nei prossimi giorni.

Autore dell’articolo:
Roberta Solazzo
Dottoressa in Lingue e Letterature Moderne dell’Occidente e dell’Oriente
Traduttrice EN-FR-DE>IT
Palermo