Teorie traduttive: possibili applicazioni (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

Il realismo con cui viene raccontata la violenza, la disumanità della schiavitù è un attacco contro il colonialismo e la brutalità che genera. Behn si espone in prima persona poiché beneficia della ‘lontananza’ geografica del suo punto di vista critico rispetto alla questione trattata. E’ una scrittrice, donna, inglese del XVIII secolo. Difficilmente avrebbe potuto esporsi di più. Per questo la sua non è un’accusa contro la schiavitù come istituzione ma una condanna contro chi la governa con bestialità. E’ un’opposizione non un’infrazione. Tant’è che l’unico genere di donna che Behn riesce a pensare al fianco del principe è si molto bella ma passiva, ‘silenziosa’ e l’unica fine adatta alla tragedia della sua vita è la sua morte, l’unica via d’uscita per innalzare questo eroe alla gloria e liberarlo dello squallore a cui era stato ridotto. Quando il principe eroe comprende che non riuscirà a riconquistare la sua libertà e quella della sua amata, decide di uccidere sia lei che il figlio che porta in grembo, frutto della violenza subita da uno schiavista. Imoinda si sottometterà al volere del suo sposo e accetterà quella morte che qualcun altro ha scelto per lei invece della sopravvivenza.

La tragedia di Imoinda, non di Oroonoko, viene trasformata in celebrazione della vita e della libertà dall’autrice post-coloniale Joan Anim-Addo che restituisce la voce alla donna, alle donne, all’intera comunità africana caraibica che per troppo tempo è stata tenuta sotto silenzio. I silenzi a cui Behn non dà voce, quelli di Imoinda, sono troppo pesanti e vengono riscritti, tradotti in parole, voce, canto in una nuova opera Imoinda, or She who will lose her name. La traduzione di Anim-Addo fa parte di quel genere di letteratura che si fa fonte di revisionismo storiografico attraverso il testo, la sua riscrittura e l’intendersi come intertesto.

La traduzione di Anim-Addo si basa sull’intertestualità come modalità della riscrittura e sulla riscrittura come traduzione intersemiotica o intercodice. L’autrice infatti traduce il romanzo in un’opera lirica: Anim-Addo utilizza il genere della tradizione italiana del bel canto. Questa scelta è soprattutto dettata dalle immense possibilità che esso offre alla musica, al canto e al coro, quindi alla dimensione collettiva, orale e all’elemento tribale della cultura caraibica, cultura ad oralità primaria che privilegia la parola parlata, evento sonoro che ricrea la situazione dell’interagire tra essere umani. La dimensione musicale inoltre permette la ripetizione, fondamentale per le culture precarie dell’oralità che devono continuare a dirsi, a parlare, a esistere.

Questo processo di traduzione intersemiotica implica, come stiamo osservando, una messa in gioco di valori, anzi di un’intera cultura, della sua storia, con il suo passato e il suo presente e una proiezione nel futuro espressa in quella speranza finale che nasce con una bambina che viene al mondo. Il passaggio, nell’atto del tradurre, è quello da un mondo a un altro in cui è impossibile non tener conto di quei fattori extra-testuali, storici e sociali, che fanno parte della ‘carne dell’opera letteraria’ come la definisce Lotman.
Si verifica dunque un processo di traduzione come trasformazione sulla base delle due dinamiche dell’adattamento e dell’attualizzazione che vengono così definite da Osimo nel suo glossario per il traduttore: “L’adattamento: (…) è un processo di trasformazione in cui si tiene conto del prototesto soltanto come idea generale, ma la trasposizione si adatta alla cultura ricevente e l’attualizzazione: (…) è una strategia traduttiva che riguarda il cronotopo temporale: è la modifica di un (meta)testo, consistente nell’eliminare riferimenti ai tempi storici del proto testo, sostituendoli con riferimenti storici attuali della cultura ricevente”.

L’adattamento è quindi una forma di riscrittura. E’ indubbio che ci sia una sopravvivenza del tema o del topos da cui parte la trasposizione; la sua forma però, il suo senso, sono stati riconfigurati. Nei due testi a confronto, quello di Behn e quello di Anim-Addo, c’è la riproduzione di un tema di fondo che è quello della schiavitù e dell’esperienza tragica che essa comporta. Cambia però il modo di argomentarlo, la forma in cui presentarlo, il punto di vista in cui riprodurlo e tutto ciò che quest’ultimo fattore culturale comporta.

Intertestualità e traduzione intersemiotica, dunque, sono due concetti profondamente legati, che si muovono nell’ampio spazio della letteratura e dell’arte in generale, su cui hanno riflettuto gli studiosi e i ricercatori moderni nell’ambito delle teorie della traduzione. Per citarne alcuni potremmo iniziare da Torop, allievo e seguace della scuola di Lotman, che sostiene che “anche un rimando intertestuale sia un atto traduttivo” e che il testo nasce in uno spazio intertestuale e questo spazio è il luogo della letteratura. Lotman, a sua volta, attraverso il concetto di ‘semiosfera’ spiega come funziona l’intertestualità. La semiosfera di Lotman (universo della significazione) è per analogia associabile alla biosfera (universo della vita). Anche la semiosfera come la biosfera è un insieme di sistemi in continua ‘interazione’ tra loro tanto che tutti i testi possono essere considerati intertesti che conservano in sé tracce della memoria culturale collettiva.

L’intersezione delle culture, quindi l’intertestualità, la traduzione, sono i luoghi della/e cultura/e, i territori fluidi, interstiziali, intermedi e ec-centrici in cui esse realizzano la loro sopravvivenza e il rinnovamento. E a questo proposito, non è un caso che l’atto traduttivo in quanto processo ermeneutico possa essere descritto come l’area tra i due poli di un’ellissi – testo di partenza e testo d’arrivo – che si configura come spazio mediano (mediatore).

Ritornando a Lotman e alla sua semiosfera, essa può essere utile anche per comprendere la dinamica proprio/altrui insita nel rapporto tra le due opere qui analizzate.

La relazione dell’individuo con ‘l’altrui’ può assumere due forme: “inserire l’altrui nel proprio” o “appropriarsi dell’altrui”. Nel primo caso si opera un riconoscimento degli elementi estranei per ciò che sono e si ha consapevolezza delle differenze culturali; nel secondo invece si adatta l’estraneo secondo la logica del ‘come se’ che evita il confronto con la diversità. La stessa dinamica è presente a livello testuale e il rapporto con l’estraneo varia a seconda delle condizioni linguistiche e culturali in cui il sistema testo nasce.
Lo studioso della scuola di Tel-Aviv Itamar Even-Zohar ha constatato che la letteratura tradotta, nei contesti in cui il polisistema letterario è ancora giovane o periferico (il caso del contesto caraibico), è un mezzo per trarre benefici dall’esperienza di altre letterature che, pur rimanendo un modello da imitare, sono soprattutto delle fonti da cui partire per produrre nuovi discorsi alternativi. In questo senso, la letteratura tradotta viene considerata un sistema letterario a statuto speciale di cui è illuminante esplorare la posizione all’interno del polisistema letterario. Quando come nel caso delle letterature postcoloniali il polisistema è in fase di formazione, la letteratura tradotta è attività primaria, essa diviene parte del processo di innovazione del codice letterario e la traduzione è un mezzo per elaborare nuovi modelli. Tale condizione si riscontra nella relazione che esiste tra Oroonoko, testo facente parte del polisistema letterario inglese e Imoinda, testo tradotto della letteratura caraibica che si serve del mezzo traduttivo per arricchire e sviluppare il proprio polisistema ancora giovane. Anche in questo caso, l’evoluzione che viene prodotta non è solo un fatto linguistico e letterario ma anche sociale e, in un senso più vasto e onnicomprensivo, culturale.

La terza e ultima parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Alessandra Di Lorenzo
Dott.ssa in Letterature e Culture Comparate – Università di Napoli L’Orientale
Catanzaro

Teorie traduttive: possibili applicazioni

 Categoria: Traduzione letteraria

Ogni testo è unico e, nel contempo, è la traduzione di un altro testo.

La citazione da Octavio Paz contiene il senso dell’unicità e della pluralità, ‘nel contempo’, dei testi e ciò implica l’idea di trasformazione letteraria che è il processo insito nella traduzione.
Quest’articolo ha come intento quello di considerare i testi nella loro unicità e ‘originalità’ ma anche nel loro rapporto, intertestuale, con altri testi, stabilito da un ponte, l’atto del tradurre, inteso come transito ma anche come accoglienza mai sterile e innovazione. La traduzione come mediazione culturale, come qui la si vuole intendere, implica un confronto tra culture e sebbene ogni cultura/civiltà sia un mondo a sé, la pluralità delle lingue e la singolarità delle opere non significano eterogeneità in senso assoluto. Esse si stagliano all’interno di un tessuto di relazioni tra lingue-testi che sono separazioni e unioni, contraddizioni e corrispondenze. L’opera letteraria dunque stabilisce relazioni e in quanto ‘testo’, nella sua etimologia ‘textum’ da ‘texo’, tessuto, intrecciato, si interseca e mescola con altri testi.

Le due opere letterarie a confronto da me scelte e individuate come utili a rappresentare la validità delle moderne teorie sulla traduzione, appartengono a due panorami storici diversi e lontani: Oroonoko, or the History of the Royal Slave (1688) della scrittrice inglese Aphra Behn e Imoinda, or She who will lose her name (2000) della scrittrice africana caraibica Joan Anim-Addo. Entrambe appartengono al contesto anglofono, Behn nell’ottica del ‘centro’, della ‘madrepatria’ nel periodo della colonizzazione, Anim-Addo nella prospettiva del ‘margine’, della (post)colonia creola-inglese nel periodo della decolonizzazione che, a partire dagli anni ’50 del secolo scorso, si è progressivamente diffusa in tutte le zone caraibiche e in generale in tutte le attuali ex-colonie sviluppandosi come movimento politico ma anche e soprattutto come risposta culturale-letteraria.

Anim-Addo appartiene a quel genere di letteratura postcoloniale che lavora per il riposizionamento del canone e che utilizza l’intertestualità come modalità della riscrittura. Imoinda è pensata in quanto riscrittura di Oroonoko. Riscrittura che in questo lavoro si lega al concetto di traduzione così come viene concepito da A. Lefevere. Dunque traduzione come riscrittura, come forma di manipolazione testuale, della ‘fama letteraria’, vale a dire, dell’immagine di una data opera letteraria.

Tutte le forme di riscrittura sono influenzate dalle ideologie e dalle poetiche della società in cui prendono forma ed “è naturale che esse alterino la letteratura perché questa svolga una particolare funzione sociale”. Nel suo risvolto positivo e produttivo la riscrittura e la traduzione contribuiscono all’accoglienza di nuovi generi e temi producendo un’evoluzione del sistema letterario e sociale. La riscrittura dunque è il motore dell’evoluzione letteraria.

Il suo legame con l’ideologia fa della stessa uno strumento potente, anche di riscatto. Per cui, la logica della riscrittura che rifiuta l’etnocentrismo, applicata al contesto postcoloniale, diviene progetto che intende “riplasmare nella cultura d’arrivo l’immagine di un’opera letteraria o persino di una società”. I ri-scrittori sono quindi creatori di nuove immagini e hanno come obiettivo la ‘trasformazione’ dell’originale, la sua manipolazione e il successivo adattamento all’ideologia del proprio tempo. Questa è esattamente la dinamica che spiega la relazione tra testo-riscrittura che si sviluppa tra le opere in questione.
Joan Anim-Addo, infatti, si rifà all’opera letteraria di Aphra Behn e la riscrive, la manipola producendo un’immagine nuova, specchio della sua cultura, che esiste parallelamente ad una specifica realtà storica. La manipolazione, la trasformazione sono qui necessarie per dar voce a quegli spazi vuoti lasciati dal racconto di Behn, realistico ma ‘ad una sola voce’, che il testo postcoloniale non può far a meno di rendere ‘polifonico’ e multiplo.

Per capire a fondo tutti i significati espliciti e impliciti del testo d’arrivo, è necessario procedere un po’ come procede il traduttore, accostandosi al testo di partenza prima come lettore, poi come interprete, poi ancora come autore e infine come traduttore, secondo i passaggi del circolo ermeneutico. Il circolo ermeneutico prevede un confronto, un’interazione tra testo e lettore da cui nasce un sistema di interpretazioni, un atto critico. L’approccio del lettore parte dalla lettura del testo e della riflessione sulle parti coinvolte: l’autore empirico che è quello reale, in carne e ossa; l’autore modello che è l‘immagine che l’autore empirico si dà, che può essere in alcuni casi il narratore; il lettore modello, che è il destinatario ‘tipo’ a cui è destinato e per cui è pensato il testo e il lettore empirico, quello in carne e ossa che lo legge. In ogni momento il lettore empirico fa delle ipotesi interpretative, poi confermate o smentite dal testo stesso, sulla base delle quali opera delle scelte interpretative. E’ dunque un circolo interpretativo.

La lettura comunque necessita di un supporto, dato dalle informazioni paratestuali sul testo e sull’autore. Dal metatesto (inteso come apparato di testi che accompagnano il prototesto) ricaviamo che Oroonoko di Behn è il frutto di un soggiorno in Suriname della scrittrice e del suo contatto con i personaggi maschili del luogo che suscitarono in lei una forte attrazione ma anche una grande diffidenza. La narrazione dunque nasce da un’esperienza reale e per tale motivo in molti passaggi è realistica. Resta pur sempre una storia romanzata, ambientata nelle West Indies, i Caraibi, che racconta la vita di un principe africano, tratto in schiavitù con l’inganno e deportato in una piantagione. Oroonoko possiede caratteristiche fisiche e morali tipicamente occidentali, incarna il modello del guerriero romano. C’è dunque nel testo la presenza dell’elemento esotico e il suo adattamento ai canoni morali ed estetici occidentali, un’appropriazione, ‘un’annessione’ dell’elemento estraneo africano ai valori della cultura inglese, il simbolo, la proiezione della concezione del primato europeo, logocentrico e colonialista. Ho utilizzato volutamente il termine ‘annessione’ collegandomi alla definizione di Meschonnic che la intende come annullamento del rapporto testuale fra due testi in due lingue culture, l’illusione del naturale, il come-se, a prescindere dalle differenze di cultura, di epoca, di struttura linguistica. Mi è sembrato possibile poter adattare una riflessione utilizzata per spiegare il rapporto interlinguistico-culturale tra un testo e la sua traduzione trasponendola sul piano del rapporto tra realtà osservata e concezione della realtà resa in un testo, anche a conferma del fatto che un testo, in quanto fatto linguistico, riproduce una visione del mondo.

Domani sarà pubblicata la seconda parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Alessandra Di Lorenzo
Dott.ssa in Letterature e Culture Comparate – Università di Napoli L’Orientale
Catanzaro

Traduzione e censura (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Altro campo in cui la censura nella traduzione è intervenuta, sempre nel caso di Detective Conan (ma non solo), è il mascheramento della cultura d’origine: in Giappone, terra da cui l’anime in questione proviene, la valuta corrente sono gli “yen”, non i “dollari”. Un bambino o un ragazzo che apprenda una falsa informazione come questa potrebbe crescere pensando che il Giappone non abbia una moneta propria, stravolgendo così ancora una volta la realtà dei fatti.

Altro campo in cui la censura è intervenuta, ancor più fortemente che in precedenza, sono i temi che riguardano il sociale: in particolare, nel caso sopracitato, la traduzione incoerente a livello linguistico, iconico e concettuale (per cui completamente errata) di “droga” con “microfilm” e il travestimento da donna da parte di un uomo. La censura ha operato su questi elementi perché toccano due tematiche sociali importanti da cui i bambini dovrebbero essere “protetti” secondo le direttive del MOIGE: le droghe e, presumibilmente, il travestitismo (non si capirebbe altrimenti perché censurare un uomo vestito da donna), elemento chiaramente legato alla sessualità. Nascondere ai bambini e ai ragazzi elementi come questi, operando una traduzione tanto censurata (linguistica nel primo caso e concettuale nel secondo), li porta inevitabilmente a una futura ignoranza o incomprensione di queste tematiche, e potrebbe portare a siparietti d’ironia pirandelliana (cioè che fanno ridere all’impatto, ma che portano in seguito a una profonda riflessione), quali l’inorridimento in un negozio di articolo fotografico a sentir parlare dell’acquisto di un microfilm o la confusione sull’identità sessuale dei protagonisti di A qualcuno piace caldo nella famosa scena in cui Joe e Jerry decidono di travestirsi da donne per infiltrarsi nell’orchestra femminile, sfuggendo così temporaneamente ai sicari della mafia che li inseguono. In questi casi dallo stravolgimento si passa addirittura alla negazione palese della realtà dei fatti.
L’applicazione della censura e la sua eliminazione sono tutt’ora soggette ad oscillazioni, come ancora riporta la pagina di Wikipedia:

Con il secondo blocco di episodi (dall’episodio 131 della numerazione italiana, 124 della numerazione originale, trasmesso il 12 gennaio 2004), si cercò di ricalcare meglio la versione originale; vi sono meno tagli e censure di scene con cadaveri e non si utilizzano più i metodi del bianco e nero e del mantenimento di metà dell’immagine precedente, ma in alcuni casi fu utilizzata la tecnica del fermo immagine o dello zoom. Il secondo blocco, rispetto agli altri, si caratterizza per la presenza di molte meno censure audio, in quanto si possono sentire spesso parole come “morto” e “uccidere”. Nella trasmissione della sesta stagione italiana della serie (dall’episodio 335 della numerazione italiana, 310 della numerazione originale, trasmesso il 20 giugno 2007) la situazione dell’adattamento mutò nuovamente: le censure a partire da questo blocco concernettero l’offuscamento di cadaveri ed alcune scene ritenute troppo violente o in cui sussistette la presenza di sangue, per esempio con la colorazione delle zone sporche di sangue, anche se si può ancora vedere il fermo-immagine. Anche l’audio ricevette un trattamento differente; tuttavia, sebbene tutt’oggi nel doppiaggio siano presenti anche parole come “morte”, “uccidere”, “assassinare”, “droga”, “omicidio”, “suicidio” o “sangue”, non poche frasi o scene necessarie per il proseguimento della trama continuano ad essere adattate erroneamente o in maniera approssimativa (cfr. “deceduto”, “scomparire”, “togliersi la vita”, “farla finita”, “eliminare”, “fare fuori”, “togliere di mezzo”, “tracce ematiche”). Dall’ottava stagione italiana (dall’episodio 439 della numerazione italiana, 404 della numerazione originale, trasmesso il 16 settembre 2009) scompaiono i fermi-immagine, anche se rimangono molte censure audio. Si ritrovano, però, tagli e forti censure video nell’episodio Una morte inattesa (552 della numerazione italiana, 504 della numerazione originale), volte per lo più ad eliminare le inquadrature di un personaggio morente ed insanguinato.”.

Nel caso appena trattato, quello dei manga e soprattutto degli anime, al posto di censurarli si potrebbe adottare una loro classificazione simile, se non identica, a quella originaria, trasmettendo gli anime in fasce orarie adeguate al pubblico di destinazione e applicando anche ai manga la classificazione PEGI. In tal modo i traduttori sarebbero liberi di rendere nella lingua d’arrivo il messaggio comunicato dall’autore (che nel caso degli anime, tratti spesso dai manga, si definisce per l’appunto “mangaka”) in modo coerente e corretto.

Concludendo, la censura in generale è un chiaro ostacolo alla traduzione in più di un caso, e qualunque traduttore che abbia un minimo di senso morale e di rispetto per l’autore originario di un testo, oltre che per i suoi destinatari, dovrebbe riportarne il pensiero senza timore di incorrere in censure di qualsivoglia tipo.

Autore dell’articolo:
Mauro Sorrentino
Dottore in Mediazione Linguistica
Palermo

Traduzione e censura

 Categoria: Problematiche della traduzione

Sappiamo bene che qualunque testo è il prodotto di un autore o di una collaborazione di più autori. Ogni autore, tramite il testo, intende comunicare un messaggio esprimendo il suo libero pensiero, utilizzando come tramite, il più delle volte, la sua lingua madre. Dal momento che esistono attualmente circa 6700 lingue, l’importanza del lavoro dei traduttori perché il messaggio passi correttamente da una lingua all’altra è ben evidente. Bisogna spesso fare i conti, però, con due entità che si scontrano spesso in questo passaggio: il libero pensiero dell’autore stesso, veicolato dal testo, e il problema della censura del paese della lingua d’arrivo. Ogni traduttore è tenuto a scegliere da che parte stare, facendo affidamento sulla propria etica di lavoro personale.
In tale contesto, bisogna però notare come la censura sia di ostacolo non solo alla piena espressione dei contenuti che l’autore del testo vuole esprimere, ma anche alla traduzione stessa.
Uno degli esempi che si possono riportare a tal proposito è la traduzione italiana dei dialoghi dell’anime Detective Conan, tratta dal manga omonimo di Gōshō Aoyama. Riportando le corrispondenti informazioni dalla pagina di Wikipedia:

I primi 123 episodi importati e trasmessi (130 per la numerazione italiana) ebbero modifiche sostanziali, con numerose omissioni o tagli: tra le altre cose, i termini “uccidere”, “cadavere” e “sangue” vennero doppiati come “eliminare”, “corpo” e “liquido corporeo” e la droga non venne mai nominata. Inoltre, solo in questi episodi, venivano eliminati anche alcuni riferimenti al Giappone, per esempio chiamando i soldi “dollari” invece che “yen” (cosa che avviene anche in un episodio della seconda stagione italiana). Nelle scene che inquadrano cadaveri si applicarono censure come lo zoom su una parte della scena, il bianco e nero o il mantenimento dell’immagine della scena precedente su metà dello schermo. L’episodio 12 della numerazione italiana (seconda parte dell’11 della numerazione originale) ha visto la censura del travestimento da donna da parte di un uomo (diventato nella versione italiana semplicemente una donna) e della droga (sostituita con “microfilm” creando, così, un’incongruenza con la polvere bianca vista prima.)”.

Le censure sono state effettuate perché in Italia gli anime sono spesso confusi per cartoni animati, destinati ai bambini (con chiare eccezioni come I Simpson, I Griffin e Futurama, ma anche South Park, perché inquadrati già nella creazione come politicamente scorretti – e come tali vanno accettati), e il MOIGE (Movimento Italiano Genitori) li ritiene passibili per questo di modifiche e tagli ad elementi che potrebbero urtare la sensibilità dei minorenni. Gli anime e manga giapponesi originali sono invece classificati per fasce di età, e Detective Conan in particolare è classificato come Shōnen (termine che in giapponese letteralmente significa “ragazzo”), ossia per un pubblico dai dieci anni alla maggiore età. La censura italiana come quella sopracitata ha quindi l’obiettivo di “proteggere” la sensibilità infantile appartenente a questa fascia di età, nascondendo però al tempo stesso la realtà dei fatti: ciò si ripercuote e si avverte sul piano della traduzione dei dialoghi, così come in quello visivo e in quello concettuale. Si pensa ad esempio che i bambini dai dieci anni in su potrebbero essere turbati mentalmente dalla visione del sangue o anche dalla sua semplice menzione, ma capita che giocando o a causa di incidenti domestici si feriscano e lo vedano dal vivo, quindi perché censurarlo? Non solo così si “copre” un elemento del tutto naturale, ma tradurre “sangue” con “liquido corporeo”, inoltre, porta a supporre che il sangue sia l’unico liquido corporeo, quando non è così dal momento che esistono anche, per dirne solo altri due, il sudore e l’urina. Questo è il primo esempio di come la traduzione censurata abbia stravolto la realtà dei fatti.

Anche tradurre “cadavere” con “corpo” ha dato origine ad una differenza di significato: “cadavere” fornisce in maniera decisiva l’idea di un “corpo” chiaramente morto, ed è quindi un termine più preciso, soprattutto in ambito medico-legale, di quest’ultimo (se si scopre un “corpo” in un casolare abbandonato, c’è la speranza di imbattersi in un essere umano debolissimo ma ancora vivo; se vi si trova un “cadavere”, questa possibilità non sussiste più). Quel che può mettere in dubbio lo spettatore di una certa fascia di età è, piuttosto, la sfumatura “edulcorata” del termine “corpo” rispetto a “cadavere”: il secondo ha una connotazione più macabra e decisiva del primo, certo, ma in un qualsiasi film, libro, fumetto, manga o anime giallo, genere cui Detective Conan appartiene, non ci si può del resto aspettare un’atmosfera diversa. Vale lo stesso discorso nel confronto tra i termini “eliminare” e “uccidere”: la sfumatura di significato del secondo termine è più macabra, precisa e forte di quella del primo, ma proprio perché in quanto tale nei contesti corretti si dovrebbe avere la libera e piena possibilità di utilizzarla.

La seconda parte di questo interessante articolo su traduzione e censura sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Mauro Sorrentino
Dottore in Mediazione Linguistica
Palermo

Le lingue oltre i confini (2)

 Categoria: Le lingue

Primo anno del mio percorso di studi, una classe parecchio vivace e tanta ma tanta voglia di sapere cosa ci avrebbe riservato il futuro, finché esso stesso “bussò” alla porta in veste di preside che ci chiese di fare silenzio, un rappresentante di Intercultura ci avrebbe descritto cosa significasse fare un anno di studio all’estero. Io cosa feci? Presi appunti e mi portai via tutti i dépliant. Con le “farfalle nello stomaco” li lessi in treno mentre ritornavo a casa; volevo prendere una borsa di studio per imparare il tedesco, era deciso! Bisognava solo convincere i miei genitori. Grazie al mio impegno ci riuscì e questo anno di studi mi sconvolse la vita regalandomi nuovi occhi con cui esplorare il mondo.
I ritmi erano serrati, tra le lezioni di tedesco e tutte le materie che facevano parte del secondo anno delle superiori, ma un giorno il professore di matematica prese l’influenza e avevo un’ora di buca, “bene”, dissi io, “finalmente un po’ di riposo…”. Macché!! Ero minorenne non potevo girare per la scuola senza meta alcuna così il preside mi fece entrare in una classe che non era la mia, ma che per un’ora avrei potuto presenziare senza impegno alcuno.
Era la classe di francese e caspita che fortuna era giorno di compito in classe… così la professoressa invitò a fare il compito pure a me, con molta felicità apparente, ovviamente mi sedetti e iniziai.
Era un testo a cui seguivano risposte a crocette, io ci provai, grazie allo spagnolo e all’italiano le azzeccai tutte e senza rendermene conto mi lasciai convincere e il francese divenne la mia quinta lingua.

Bonjour, bonsoir ed ecco che gli anni passano, concludo le superiori ritornata in Italia e inizio a lavorare come commerciale estero. Lettere di corrispondenza, telefonate e viaggi, vendite e acquisti nei posti più sparati del mondo. Arrivavo in ufficio con una adrenalina che mi rendeva entusiasta del mio operato in qualsiasi parte del mondo finché una lettera con un importante ordine da parte di un cliente di lingua portoghese spense il mio sorriso. Io non parlavo il portoghese lui non parlava nessuna delle lingue che io conoscevo e mi domandavo a cosa serve sapere tante lingue se non azzecchi proprio quella di cui hai bisogno… Ma senza perdermi d’animo, scrissi in italiano un piccolo discorso da dire al telefono e lo tradussi in un portoghese approssimativo che però dette i suoi risultati. Il cliente ebbe la sua risposta, la possibilità di essere capito e seguito nel percorso di acquisto e io fui invitata dall’azienda a fare un corso di portoghese prendendo così tutto il mercato di riferimento.

Ecco la mia storia, il mio percorso formativo con i casi della vita che mi portano qui ed ora a dare il mio contributo per continuare ad essere la colla tra tante culture facendo in modo che sempre meno fronti si arriccino perché le parole non vogliono uscire… le lingue oltre i confini.

Autore dell’articolo:
Marina Lorena Trotta
Traduttrice freelance EN-DE-FR-PT>ES-IT (bilingue)

Le lingue oltre i confini

 Categoria: Le lingue

Tra le molteplici diversità che ci distinguono, esiste un’occupazione che funge da ponte, rendendo comprensibile la trasmissione di informazioni tra interlocutori di due diverse culture.
Facilitare questo via vai di notizie richiede attitudine e flessibilità di comunicazione perché, affinché l’intento di chi scrive rimanga intatto nella lettura di chi leggerà il testo tradotto nella sua lingua, si devono tradurre i concetti, non le parole.

Rimane intatto ancora nella mia mente, un pomeriggio di primavera a Buenos Aires quando avevo appena nove anni e ancora si stava dibattendo su quale sarebbe stata la lingua internazionale del commercio. Ritornando da non so dove, stavo camminando mano nella mano con mio padre mentre lui mi spiegava come mai l’inglese, a discapito dello spagnolo, sarebbe stato sicuramente scelto perché diventasse la colla della comunicazione mondiale. Il suo discorso è stato talmente spettacolare che io ho concluso la sua spiegazione con una frase di grande ammirazione per le persone che sarebbero riuscite a far comunicare il mondo e gli dissi: “Che bello sarebbe poter parlare tante lingue…” e come per magia lì in quel preciso istante iniziò il mio desiderio, che poi divenne il mio cammino nel mondo della traduzione e dell’interpretariato, il quale mi condusse al giorno d’oggi a parlare sei lingue che arrivarono nella mia vita così per caso.
All’epoca era già da un anno che mia mamma mi aveva iscritto al mio primo corso di inglese, mi divertivo tantissimo, ero orgogliosa di attaccare al frigo, all’armadio, alla sedia il loro nome nella lingua che stavo studiando, pochi anni dopo però i fogli cambiarono lingua perché tutta la famiglia in vista di un trasferimento in Italia stava entrando nel fantastico mondo della lingua di Dante…
Chi arrivava a casa mia si perdeva nella lettura di quei foglietti attaccati negli oggetti che adornavano casa e poi il giorno arrivò, tutti sull’aereo a salutare parenti e amici che lasciavamo per un percorso nuovo, un suono ed una cultura che i miei nonni ci raccontavano con un pizzico di nostalgia ma carico di entusiasmo.

I primi giorni avevo un “sorello” che per lui ero la sua “fratella” e queste doppie che facevano sorridere i miei insegnanti perché non volevano far parte del mio lessico, ma poi, poco tempo dopo, divenne la mia lingua quotidiana fino a diventare io stessa insegnante e riferimento per tanti lavoratori stranieri che assetati di parole per potersi esprimere si incamminavano nella lingua italiana.
Assetati sì, perché quando non conosci le parole esse ti rimangono nel palato e la fronte ti si arriccia perché non vogliono uscire e vorresti raccontare ma ti limiti a due tre suoni dei quali sei per certo sicuro, quanto meno, che azzecchi il significato.

Affascinata dalla mia realtà che si destreggiava quotidianamente in mezzo a tre lingue diverse: a casa si parlava spagnolo, con gli amici si parlava in italiano e a scuola studiavo l’inglese, era quasi inevitabile che scegliessi come scuola superiore liceo linguistico e così fu.

Il seguito di questo articolo sarà pubblicato domani.

Autore dell’articolo:
Marina Lorena Trotta
Traduttrice freelance EN-DE-FR-PT>ES-IT (bilingue)

Tradurre il linguaggio medico-scientifico

 Categoria: Servizi di traduzione

Esistono varie ragioni per le quali si decide di diventare medico, la mia ragione principale l’ho individuata negli anni più recenti e cioè credo si tratti del desiderio e del piacere di comunicare con chi ha bisogno di essere innanzitutto ascoltato e poi aiutato a superare al meglio le proprie difficoltà, siano esse di natura fisica o psichica. La soddisfazione, dal punto di vista umano e professionale, per avere svolto una buona comunicazione è grande, soprattutto quando vi sono implicati ostacoli sensoriali o legati a gravi malattie della mente.

Anche la ricerca medico-scientifica necessita di una adeguata comunicazione dei metodi e dei risultati, al fine di un efficace scambio delle informazioni fra i gruppi di studio. Certamente in questo settore l’inglese è la lingua franca e la sua conoscenza fra gli operatori è un necessario strumento di lavoro; tuttavia fra i non madrelingua il livello comunicativo non risulta sempre adeguato, in particolare, se il linguaggio tecnico è spesso circoscritto e ripetitivo, si rileva spesso una certa difficoltà nell’affrontare banali conversazioni (small talk) o nell’accuratezza delle presentazioni orali dei lavori.

La traduzione del materiale medico-scientifico, per quanto mi riguarda, non è altro che un ulteriore modo di comunicare, dove prevale il nobile obiettivo di rendere il significato in maniera massimamente semplice, chiara ed efficace, scegliendo il linguaggio con la precisione e la cura di un artigiano.

Sin da ragazzina ho sempre coltivato una vera passione e curiosità per le lingue straniere. Recentemente sono giunta alla considerazione che l’inglese è una grande lingua perché in grado di adattarsi ai nostri tempi in continuo e rapido mutamento, con necessità di una massima semplificazione e flessibilità del linguaggio comunicativo. Per questo ritengo che l’inglese resterà per molto tempo insostituibile nella mediazione fra culture, in particolare nel mondo scientifico. Negli ultimi anni mi sto dedicando anche all’insegnamento, altro significativo settore dove la comunicazione in senso lato riveste un ruolo di primaria importanza. Insegnare l’inglese è per me un modo per comunicare prima di tutto che lo studente è ascoltato e che le sue difficoltà sono capite e affrontate insieme. Un compito utile e delicato, rivolto a chi è consapevole di vivere in un mondo globalizzato, ma per me particolarmente motivante e di grande responsabilità soprattutto quando rivolto verso le nuove generazioni.

In questo variegato contesto, la passione per la comunicazione rappresenta il principio che motiva e giustifica il doppio sforzo di mantenere l’aggiornamento linguistico e specialistico nel settore medico-scientifico.

Autore dell’articolo:
Valeria E.R. Tontodonati
Medico geriatra, insegnante d’inglese,
Traduttrice freelance EN>IT
S.Donato Milanese (MI)

La difficile Arte della Traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Già nel 46-45 a.C., nel tradurre i discorsi di Demostene e di Eschine, Cicerone rifletteva sull’arduo problema della traduzione interlinguistica affermando: “Io li ho resi comportandomi non da semplice traduttore ma da scrittore. Non ho ritenuto necessario rendere ogni parola con una parola; e tuttavia ho conservato intatto il significato essenziale e il valore di tutte le parole”. Perché in realtà al lettore doveva importare che gli si offrisse, di queste stesse parole, non il numero, ma per così dire il “peso”.

Partendo dunque da questa riflessione ciceroniana, per fornire al lettore una traduzione che sia degna di questo nome, il traduttore moderno dovrebbe sempre tener presenti il significato, il valore, il senso di ciò che traduce proprio in qualità di “scrittore” egli stesso.
In effetti, chi opera in questo campo a livello professionale, vede la propria condizione oscillare fra la figura di modesto divulgatore entro una cultura altra di messaggi che non può decifrare a pieno, e quella di super intellettuale capace di unire in un connubio sovranazionale il (vero o presunto) genio poetico proprio ed altrui, dal momento che sovente si assiste a tentativi che vanno dalla pretesa di rendere visibile il cosiddetto “spirito della lingua”, all’estrema indeterminatezza di termini quali “significato” e “senso”, alla labilità di parole come “sfumature” e “fiuto”, fino alla rozza separazione fra atto del tradurre ed atto dell’interpretare.

A mio modesto parere, se teniamo conto del fatto che ogni atto comunicativo è di per sé una traduzione e la traduzione quasi una “missione”, il traduttore deve considerarsi soprattutto ed appunto un “comunicatore”, un “tramite”: qualcuno cioè in grado di mettere in comunicazione culture diverse e distanti tra loro avvalendosi della propria abilità, della propria “arte”: la difficile arte della traduzione fatta di passione, dedizione, pratica e conoscenza.

Autore dell’articolo:
Pina Mariarosaria Benevento
Traduttrice EN>IT
Caserta

L’adattamento nella traduzione

 Categoria: Servizi di traduzione

Vi siete mai chiesti quanto lavoro ci sia dietro un film o documentario tradotto? Diversamente da altri Paesi, come ad esempio la Svizzera o i Paesi scandinavi, in cui gli spettatori vedono i film stranieri nella lingua originale, o tutt’al più sottotitolati, in Italia c’è una lunga tradizione di doppiaggio. Ed ecco allora che un particolare rilievo viene assunto dalla figura del traduttore adattatore o dialoghista, cioè colui che ricrea interi copioni nella nostra bella lingua. Spesso bistrattato o nel migliore dei casi semplicemente invisibile agli occhi dei più, col suo lavoro permette la diffusione di capolavori cinematografici o di serie TV che entrano nel nostro quotidiano modificando i nostri gusti e i modi di pensare (pensiamo ai celeberrimi “X Files”, “E.R.” o al più recente “N.C.I.S”) e lanciando veri e propri fenomeni di massa. Una sorta di artista, quindi, ma con delle regole precise da rispettare. Prima tra tutte tenere ben presente lo scopo comunicativo del suo lavoro e riuscire a conciliarlo col proprio estro creativo. Infatti il traduttore, adattatore nel nostro caso, da lettore privilegiato riesce ad analizzare il testo di partenza, godendo delle sue molteplici sfumature di significato, dei rimandi extra-testuali, della sua trama fonica, insomma della piena bellezza che lo caratterizza nella lingua originale; ma poi dovrà “trasportare” tutto questo materiale in un nuovo testo e in un contesto socioculturale differente. Nel migliore dei casi ci si può imbattere in film o serie televisive che utilizzano una terminologia tecnica, da addetti ai lavori (sulla quale per lo meno, con l’aiuto di un buon glossario non si può sbagliare), ma molto più spesso è necessario ricreare il testo, come nel caso in cui si faccia riferimento a un personaggio o a una situazione noti nella cultura della lingua d’origine (source language) ma sconosciuti in quella d’arrivo (target language). Oppure ci si può imbattere in espressioni gergali, varietà linguistiche e accenti regionali o modi di dire. Un caso tipico di rimodulazione del testo si ha in presenza del turpiloquio, generalmente diffuso in alcune lingue, soprattutto in contesti colloquiali e familiari (pensiamo alla cultura spagnola) e che in Italia di solito viene attenuato. Insomma è necessario destreggiarsi tra la fedeltà all’originale e la sensibilità del pubblico della lingua d’arrivo.

Spesso l’interesse filologico per il testo di partenza viene minimizzato affinché prevalga la funzione comunicativa e il prodotto finale, cioè i dialoghi, non sembrino forzatamente tradotti, ma siano il più comprensibile possibile per il fruitore. In secondo luogo bisogna fare i conti con un aspetto più tecnico, ma ugualmente rilevante: adattare vuol dire sincronizzare i dialoghi al labiale dell’attore che compare sullo schermo. Non dimentichiamo che il testo di un copione va recitato ed è fatto anche di pause che vanno adeguatamente indicate. Per questo capita di dover smembrare e ricomporre una traduzione già pronta, per cucirla addosso al filmato. Ma non finisce qui, perché spesso il testo viene ulteriormente modificato dai doppiatori in sede di registrazione e il traduttore deve accettarlo con umiltà.

Insomma un mestiere davvero faticoso, in bilico tra l’arte e la tecnica, adatto a quanti desiderano tenersi continuamente aggiornati.

Autore dell’articolo:
Antonella Pinizzotto
Traduttrice-adattatrice EN-ES<>IT
Roma

Il Norvegese: rischio di estinzione? (2)

 Categoria: Le lingue

La Norvegia ha una particolare propensione all’utilizzo dell’inglese in numerosi ambiti sociali e culturali (come casi più comuni basti citare i corsi universitari tenuti in inglese a vantaggio degli studenti stranieri o la gran mole di articoli accademici scritti in inglese per favorirne la diffusione a livello internazionale). Tutto ciò si può ritenere naturale anche alla luce di quello che si è detto riguardo alla somiglianza tra due lingue, cosa che giustifica la facilità con cui i norvegesi fanno uso dell’inglese. Ciò determina tuttavia alcuni comportamenti peculiari: dall’esperienza della sottoscritta risulta, infatti, non solo che tutti i norvegesi con cui si inizia una conversazione tendono a usare l’inglese (cosa che si potrebbe dare per scontata sapendo di avere davanti un non-nativo), ma che alcuni di loro persistono in quest’atteggiamento anche quando hanno appurato che lo straniero con cui stanno comunicando padroneggia il norvegese. Quasi tutti, poi, arrivano prima o poi a domandare come mai si conosca la loro lingua (sottintendendola sua condizione minoritaria e “di nicchia” nel panorama europeo). Sembra quasi che la lingua norvegese subisca attualmente una sorta di svalutazione, che venga considerato un idioma poco rilevante dai suoi stessi parlanti. Questa tendenza è data proprio dalla predominanza della cultura anglofona come modello da seguire, in particolar modo di quella americana: l’economia norvegese, ad esempio, si ispira infatti dichiaratamente al modello di welfare state americano, pur continuando a conservare una propria identità caratteristica.

Forse sarebbe più esatto dire che esiste una sorta di dualismo nel modo in cui i norvegesi considerano la propria lingua e la propria cultura: da una parte c’è il confronto con realtà che appaiono più grandi e importanti, da cui la Norvegia risulta essere molto marginale e minoritaria, dall’altra c’è l’orgoglio nazionale, coltivato con estremo fervore soprattutto in ambito linguistico già dall’epoca della formazione della Norvegia quale stato indipendente. Da allora in questo paese è infatti attivo un dibattito linguistico piuttosto acceso e peculiare, che in un primo tempo si è concentrato soprattutto sull’affermazione di una lingua ufficiale (anche se poi le lingue ufficiali che si sono affermate sono state due, il bokmåle il nynorsk), mentre attualmente verte piuttosto sulla definizione di uno standard parlato, che secondo le norme vigenti ancora non esiste (ovvero è consentito usare qualsiasi varietà locale di norvegese in qualsiasi ambito). L’interesse per la propria lingua è dunque vivo per i cittadini norvegesi. Tuttavia la diffusione capillare dell’inglese nella vita quotidiana e la predominanza del modello di cultura che esso veicola (grazie anche alla spinta delle generazioni più giovani) suscita spirito di emulazione e un riconoscimento dei propri limiti a volte quasi eccessivo.

Tutto sommato, dunque, il norvegese, malgrado abbia soltanto cinque milioni di parlanti e malgrado gli stessi norvegesi temano che la propria lingua verrà presto soppiantata dall’inglese, non sembra ancora trovarsi a rischio estinzione, come ipotizzato nel titolo dell’articolo, dato inoltre che il numero di anglismi diretti presenti in questa lingua non supera quello di altre lingue europee e che esiste un ente ufficiale che regola le questioni linguistiche in Norvegia (lo Språkrådet) che si impegna a proporre alternative norvegesi ai termini inglesi che entrano nell’uso.

Infine, un’opinione personale. Ritengo che, in qualità di cittadini europei, conoscere e relazionarsi, per lavoro o passione, a realtà e lingue così particolari come quella norvegese, sia una ricchezza, una risorsa che fornisce punti di vista nuovi e che permette di riappropriarsi di una parte importante di storia e di cultura della realtà in cui viviamo. Inoltre è anche questa conoscenza che in parte aiuta queste culture ad avere un futuro senza che si appiattiscano all’ombra di altre.

Autore dell’articolo:
Eleonora Petrarca
Traduttrice freelance NO-EN>IT
Roma

Il Norvegese: rischio di estinzione?

 Categoria: Le lingue

Come quasi tutti sanno, il norvegese è una delle lingue scandinave che appartengono alla famiglia delle lingue germaniche e ne costituiscono il ramo settentrionale. Nonostante siano lingue antiche che hanno percorso una linea evolutiva comune (non solo discendono direttamente dal norreno, l’idioma comune a tutta l’area scandinava fino al tardo Medioevo, ma ancora oggi norvegese, danese e svedese sono quasi mutualmente intellegibili, mentre l’islandese ha conservato una forma scritta quasi interamente identica al vecchio norreno), sono attualmente usate da una quantità di parlanti piuttosto esigua se confrontata a quella relativa a molte altre lingue europee. Tuttavia partecipano a formare un’identità e una cultura dai caratteri tipici, legata alla storia vichinga e ai climi freddi del nord.

Torniamo a concentrarci principalmente sulla lingua norvegese, avendo ormai assodato che anche le altre lingue scandinave condividono la maggior parte delle sue caratteristiche. Essendo una lingua germanica è dunque imparentata con l’inglese. Se si studiano più da vicino, si noterà anzi che hanno una certa quantità di tratti in comune: la forma di molte parole – a titolo di esempio basterà citare i termini che significano ‘parola’, ‘libro’, ‘porta’, ord (norv.) – word (ing.), bok (norv.) – book (ing.), dør (norv.) – door (ing.) -, l’estrema semplicità della coniugazione verbale, l’uso del genitivo detto “sassone” -the cat’s tail (ing., la coda del gatto) – kattens hale (norv.) – e altri. Questa somiglianza è data dalla parentela germanica che legava i vichinghi a quelle popolazioni che dominarono l’Inghilterra nel Medioevo e in parte dalla stessa temporanea presenza vichinga sul suolo inglese (non bisogna dimenticare, inoltre, che gli stessi normanni che conquistarono l’Inghilterra nell’XI secolo, pur se “francesizzati” erano discendenti dei vichinghi stanziatisi nel nord della Francia). In ogni caso, le due lingue e le due culture hanno poi percorso separatamente diversi secoli di storia.

Al giorno d’oggi la facilità dei viaggi e l’apertura sia commerciale che comunicativa tra tutti i paesi d’Europa e del mondo tornano a mettere a confronto le varie realtà. Le lingue diventano molto permeabili e in esse si installano grandi quantità di termini stranieri provenienti dalle lingue più rappresentate nella comunicazione all’interno di determinati ambiti (vale a dire nei mass-media, in pubblicità, in economia, ecc.). Cosa succede dunque nello scambio tra la cultura anglofona e quelle di minore rilievo internazionale, come il norvegese? Come è noto, grazie all’enorme sviluppo degli Stati Uniti d’America e al ruolo di primo piano assunto a livello internazionale da questo paese a partire dalla seconda metà del Novecento, l’inglese è diventato la lingua chiave, spesso l’unica per poter comunicare tra persone provenienti da paesi diversi. Se non si conosce almeno qualche parola o frase fondamentale in inglese si è praticamente esclusi dal mondo del lavoro, dall’uso delle tecnologie informatiche e quindi dalla cultura contemporanea. Questa lingua è ormai parte integrante dei programmi scolastici dei paesi non anglofoni. Ma non tutti hanno sviluppato lo stesso “zelo” nell’appropriarsi di questa seconda lingua semi-obbligatoria: in Italia, ad esempio, la conoscenza dell’inglese, soprattutto a livello di capacità d’uso in situazioni comunicative reali, è piuttosto bassa (secondo una classifica stilata dall’azienda EF, consultabile all’indirizzo http://www.ef-italia.it/epi/, l’Italia è al 24° posto nel mondo). In Norvegia la situazione è un’altra, infatti, la maggioranza degli abitanti di tutte le età (nella classifica citata questo paese si trova al 5° posto nel mondo, preceduta dagli altri paesi dell’area scandinava continentale e dai Paesi Bassi) sanno non solo capire, ma anche usare correttamente l’inglese.
Senza dubbio una situazione del genere è innanzitutto il risultato di maggiore disponibilità economica a sostegno dell’apprendimento delle lingue straniere.

La seconda parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Eleonora Petrarca
Traduttrice freelance NO-EN>IT
Roma

Le lingue: “diamanti” della comunicazione

 Categoria: Le lingue

La grande passione per le lingue straniere ed in particolare per l’inglese e il francese mi ha, fin da bambina, portata ad intraprendere un iter formativo interamente incentrato sullo studio delle stesse; così, le decisioni in merito alle varie iscrizioni (corso bilingue alla scuola media, liceo linguistico e facoltà di lingue moderne) e alle materie delle tesi (triennale e specialistica) sono sempre state salde e decise poiché dettate da un amore che proviene dal profondo. Anche quando ho dovuto iniziare lo studio di una terza e quarta lingua al linguistico, il tedesco curriculare e lo spagnolo extracurricolare, ero entusiasta in quanto, nonostante fossero totalmente sconosciute a me e, per quanto riguarda il tedesco, una lingua alquanto difficile, erano pur sempre delle lingue straniere e, come tali, ci avrei messo tutto l’impegno necessario per riuscire nell’ardua impresa. Devo dire che i voti mi hanno sempre premiata. Quando si è trattato di scegliere le due lingue da studiare all’università non avevo dubbi circa l’inglese e il francese. Molti mi dicevano che il mercato era quasi saturo poiché c’era troppa concorrenza ma l’inclinazione per le stesse ha prevalso su tutto.

Da quando ho conseguito la laurea, nel tempo libero, mi diverto a tradurre i testi delle canzoni che trasmettono in radio e a confrontare poi la mia versione con quelle che circolano nel web. Qualunque riferimento mi risulti poco chiaro, diventa nel giro di pochi minuti oggetto di studio circa le intenzioni del cantante e le scelte linguistiche. Volendo fare un esempio, una delle mie artiste preferite, Rihanna, in una delle sue perle, “Diamonds”, (interpretando le parole di Sia Furler ed altri) intona “as we moonshine and molly”. Discordando dalla maggior parte delle scelte di altri traduttori che ha proposto “mentre brilliamo come la luna”, dopo una lunga ricerca su internet, sono arrivata alla conclusione che in queste parole sia racchiusa la volontà dell’autore di paragonare l’amore intenso che corona un rapporto di coppia all’effetto derivante dall’uso combinato del Moonshine, whisky distillato illegalmente, con la droga Molly, in riferimento alla MDMA, generalmente conosciuta come ecstasy.

Restando nell’ambito della traduzione ci tengo a parlare brevemente di uno degli “highlights” del mio percorso formativo: il mio lavoro di tesi dal titolo “IL CASO ALITALIA: LE TRATTATIVE CON AIR FRANCE-KLM. ANALISI DEL LINGUAGGIO ECONOMICO”, a conclusione del quale ho conseguito la laurea specialistica in Lingue Moderne per la Comunicazione Internazionale.
A partire da testi (tradotti in prima persona) relativi ad una problematica estremamente attuale (nel 2009) come quella di Alitalia e in particolare delle trattative tra la compagnia di bandiera italiana e il vettore aereo franco-olandese, il mio lavoro ha prodotto, quali risultati principali, la realizzazione di due “versioni” (italiana e francese) dei testi d’origine (comunicati stampa) e l’analisi comparata del linguaggio economico in italiano e in francese. In quanto “versioni”, esse rappresentano solo una delle proposte possibili (in termini di traduzione) dei testi presi in considerazione. Per far sì che funzionassero nella lingua/cultura d’arrivo così come nella lingua di partenza (seppure in alcuni punti molto ostici), si è fatto riferimento, dopo una lunga ricerca terminologica nei dizionari e glossari specializzati – in formato cartaceo ed elettronico – ai testi prodotti direttamente nella lingua d’arrivo e appartenenti allo stesso settore. Il problema più frequente nel corso della fase di traduzione, quello dei termini o delle espressioni che non presentavano un equivalente nella lingua d’arrivo, è stato risolto ricorrendo ad espressioni (talvolta spiegazioni) che mantenessero il medesimo significato e la stessa funzione nella lingua d’arrivo.

L’analisi del linguaggio economico, oggetto del lavoro di tesi, è stata svolta sulla base delle strategie (quelle più frequenti) messe in atto passando dal macro al micro livello: livello testuale, livello morfosintattico, livello lessicale.

Il risultato è stato per me una grande soddisfazione. Nonostante le difficoltà incontrate sono giunta alla conclusione che dare tutto se stessi in un testo da rendere in un’altra lingua rappresenta una grande sfida che vale la pena accettare.

Autore dell’articolo:
Silvia Romata
Laurea Specialistica in Lingue Moderne per la Comunicazione Internazionale
Traduttrice FR-EN>IT
Francavilla Fontana (BR)

Il traduttore, ponte tra culture diverse

 Categoria: Traduttori freelance

Al giorno d’oggi il traduttore è una figura di grande importanza, in un mondo sempre più globalizzato nel quale gli scambi sia commerciali che culturali sono in grande aumento, la necessità di creare un ponte tra le culture è reale e tangibile, il ruolo del traduttore è pertanto quello di creare un ponte tra culture diverse.

E’ innegabile che delle volte, nonostante la vicinanza fisica, ci sia una grande lontananza culturale che solo un traduttore competente e sensibile può colmare utilizzando tutte le sue capacità di trasposizione e di scrittura. Un bravo traduttore conosce bene sia la realtà del testo di partenza sia quella del testo di arrivo. Tradurre significa rendere comprensibile in una lingua un testo che in origine è scritto in un’altra, tuttavia la traduzione non è solo trasposizione da una lingua di partenza a una lingua di arrivo, altrimenti basterebbe un buon vocabolario e tutta il processo diventerebbe meccanico e scontato. Ogni testo nasce in un contesto culturale ben preciso, al suo interno ha rimandi, termini specifici e affinché questo diventi comprensibile al lettore di arrivo bisogna mediare oltre che al significato letterale anche quello culturale. Solo dei traduttori, che oltre alla preparazione tecnica hanno la sensibilità di capire nel profondo il testo e di trasporlo poi nella lingua di arrivo portando quanto più possibile dell’anima del testo di partenza, sono in grado di mettere in atto questo processo. Il ruolo del traduttore non è solo quello di mediare il messaggio linguistico trasponendo da una lingua all’altra un testo o un messaggio ma è anche quello di fare da mediatore del messaggio culturale facendo in modo che il lettore che si trova al di fuori dal contesto di provenienza del testo riesca a venire in contatto con questo e possa entrare nel testo e nel contesto grazie all’arte del tradurre e alla maestria del traduttore.

Il nostro non è un mestiere facile o banale, come qualcuno può pensare, al contrario è un mestiere molto difficile, richiede studio, dedizione, tempo, capacità, sensibilità. Tutto questo delle volte non basta per rendere il testo fino nel profondo, per capirlo e trovare la chiave giusta per tradurlo. Le scelte traduttive delle volte possono essere contestate, può essere contestato l’uso di un termine piuttosto che un altro, gli errori, i falsi amici sono da sempre i nemici giurati del traduttore ma la soddisfazione di vedere una traduzione terminata è sempre grande, dà la sensazione di essere un ponte tra due culture.

Autore dell’articolo:
Magda Giaiotti
Università degli Studi di Udine – Laurea Magistrale in Traduzione e Mediazione culturale
Traduttrice SL-HR-DE>IT
Udine

Traduzioni di brochure

 Categoria: Servizi di traduzione

Al giorno d’oggi moltissime aziende affidano alle brochure il compito di pubblicizzare, oltre ai loro prodotti, la loro immagine. Molte volte la brochure costituisce il primo strumento di marketing aziendale e deve quindi saper catturare l’attenzione dei clienti al primo impatto.

Per realizzare brochure efficaci è essenziale curare l’impostazione grafica e la qualità della carta ma anche e soprattutto i contenuti. Alcune aziende tendono, sbagliando, ad investire più sui primi due aspetti che sui contenuti e finiscono per ottenere un prodotto “pesante”. Un po’ come produrre una bellissima autovettura che non si riesce poi a mettere in moto.

E invece è proprio sui contenuti che bisognerebbe porre l’accento, a maggior ragione se l’azienda vuole rivolgersi ad un pubblico internazionale e vuole far arrivare il proprio messaggio pubblicitario in maniera diretta ed efficace ai clienti stranieri.

Una brochure prodotta nella sola lingua di origine, per quanto ben congegnata, non otterrebbe mai lo scopo desiderato! Ecco quindi che per mantenere la propria efficacia il messaggio dovrà essere affidato ad un traduttore professionista “padrone” della lingua del mercato di riferimento.

Questo è stato compreso dalla stragrande maggioranza degli operatori che adesso commissionano traduzioni di brochure in inglese e in molte altre lingue di loro interesse. Talvolta però, alcune aziende, non riuscendo a valutare la qualità della traduzione ricevuta, finiscono per dare di sé un’immagine non curata, sottovalutando l’impatto negativo che le traduzioni pubblicitarie di bassa qualità possono portare alla loro reputazione.

L’approccio alla traduzione delle brochure deve basarsi sullo studio del messaggio che l’azienda vuole trasmettere cercando di mantenere nel testo tradotto l’enfasi del testo originale. A tale scopo non sarà sufficiente la sola correttezza ortografica e grammaticale e di poco aiuto sarà anche il buon uso della sintassi. Traduzioni effettuate parola per parola, perdono la loro efficacia e, anziché mantenere l’impatto promozionale richiesto, svuotano di contenuti e di significato ciò che si voleva promuovere.

E’ per questo motivo che la nostra agenzia affida le proprie traduzioni di brochure a traduttori madrelingua dalla spiccata conoscenza del mercato pubblicitario ed in possesso di competenze aggiuntive rispetto alle sole traduzioni tecniche. Una buona esperienza nel settore del marketing e della comunicazione permette al traduttore esperto di trovare formule comunicative appropriate proprio quando la complessità del messaggio che si vuole tradurre scoraggia il neofita.

La conoscenza della materia permette ai nostri collaboratori di rielaborare modi di dire, slogan, messaggi brevi che perderebbero di efficacia se affidati a traduttori bravi ma specializzati in altre discipline. Allo stesso tempo, grazie all’esperienza maturata sul campo, sono in grado di studiare gli adattamenti grafici a volte necessari nella traduzione di brochure.

Tutti sanno che la pubblicità è l’anima del commercio. Non affidate le sorti della vostra immagine a traduttori improvvisati. Esperti traduttori marketing attendono di potersi misurare con successo con le vostre problematiche, sia in lingua inglese, che è quella più richiesta, che in tutte le combinazioni linguistiche esistenti. Inviateci una e-mail con il testo della brochure da tradurre, riceverete in tempi rapidi un preventivo. Molti clienti soddisfatti ci riconfermano la loro fiducia certi di poter contare su competenza e professionalità di prim’ordine.

Autore dell’articolo:
Meoni Fabio
Traduttore freelance EN>IT
Pistoia

Cervelli in viaggio: apprendere nuove lingue

 Categoria: Traduttori freelance

In Giappone si parla napoletano. Ecco cosa ho scoperto sulla celebre enciclopedia virtuale Wikipedia. Al numero settantasette della lista delle “lingue per numero di parlanti” regna, infatti, la voce “napoletano” e, accanto, il seguente elenco: Italia meridionale, Canada, Stati Uniti, Brasile, Norvegia, Argentina, Belgio, Francia, Giappone, Portogallo. In poche parole: siamo ovunque. Gli immensi capovolgimenti sociali, politici ed economici degli ultimi tempi hanno condotto inevitabilmente ad una rivoluzione sul piano culturale. A seguito del processo di globalizzazione, stiamo assistendo ad una vera e propria diaspora del XXI secolo, con le mete più diverse.

Il fenomeno può essere analizzato da più punti di vista: da un lato, si presenta l’ormai celebre fuga dei cervelli; giovani talentuosi, che vedono liquefarsi i propri sogni in una società malata e ferma, decidono di cercare fortuna altrove… ovunque, purché ci sia un futuro. La patria abbandonata perde, così, capitale umano, cultura e dignità. Sono fiduciosa nella ripresa del nostro Paese, ma perché ciò accada è indispensabile un capovolgimento della mentalità capitalistica in vigore, che dà valore a ciò che non dovrebbe averne a discapito delle attività culturali e dell’educazione. Ma non sono solo gli italiani a fare le valigie in Europa: a pari merito vediamo soprattutto spagnoli e greci, dilaniati dalla crisi.

D’altro canto, perché ciò sia possibile, è necessario apprendere una lingua straniera. Ecco, se vogliamo, il lato positivo di tutta la faccenda: nella disgrazia, si tirano fuori le unghie e si allena la mente. Aumenta la consapevolezza di se stessi, la coscienza critica ed il senso di appartenenza alla cultura europea, grazie al moltiplicarsi di progetti di studio e lavoro per i giovani, promotori della mobilità trans-nazionale. Si diffonde lo scambio umano, culturale, sociale, si aprono nuove prospettive e si scoprono talenti che non si credeva di possedere. Entrare a contatto con persone provenienti dai luoghi più disparati ci mette davanti ad inevitabili differenze, ma anche ad inaspettate similitudini.

Io appartengo al gruppo dei cervelli in fuga, o potremmo meglio definirli “in viaggio”. Dopo una formazione umanistica, linguistica, mediatica e numerosi tirocini non retribuiti che mi toglievano energia e speranza, ho deciso di mettermi alla prova in due radio austriache, in un’esperienza a tutto tondo che mi restituisse stimoli, speranza e voglia di fare. E che mi permettesse di far conoscere alcuni talenti musicali nostrani all’estero.

Da sempre amante dei viaggi, ma al contempo fiera di appartenere al Belpaese, metto le mie conoscenze linguistiche a disposizione di coloro che vogliono apprendere, con incontri individuali e traduzioni, nel pieno rispetto del significato originario del testo e del contesto socio-culturale a cui questo fa riferimento.

Autore dell’articolo:
Maria Sanna
Traduttrice EN-FR>IT, insegnante di italiano, conduttrice radiofonica
Italia-Austria

Tradurre con il cuore

 Categoria: Traduttori freelance

Nel mondo in cui viviamo le frontiere sono soltanto un dettaglio politico e geografico, i nuovi mezzi di informazione hanno messo le ali alle parole e ai pensieri, che corrono senza sosta da un continente all’altro dando il benvenuto all’aurevoir che si sono lasciati alle spalle un battito d’ala fa. I Marco Polo e gli Amerigo Vespucci dei nostri giorni per avere successo hanno bisogno di stringere nelle mani la fiaccola della conoscenza linguistica e l’audacia del libero pensiero. Un parigino e un brasiliano, così come un londinese e un giapponese al giorno d’oggi possono respirare la stessa aria e camminare sugli stessi sentieri grazie al grande sviluppo dello studio delle lingue.

Su internet non si fa che leggere che la globalizzazione ha unificato il mondo, mettendo così in primo piano figure professionali come il traduttore e l’interprete: è la verità, è sempre più necessaria la comunicazione tra persone che vanno a letto mentre altre bevono il caffè del mattino, e a causa di una concorrenza illimitata e dalle più variegate qualità è sempre più importante comunicare nel modo più diretto, immediato e ad effetto possibile per avere successo in qualsiasi campo.

Ecco il perché del sorgere di innumerevoli scuole, facoltà e specializzazioni per chi voglia incamminarsi nel tortuoso sentiero del mondo della traduzione. Aziende e agenzie molto spesso richiedono anni e anni di esperienza a chi voglia anche solo pensare di autocandidarsi per un lavoro da traduttore presso le loro strutture, tarpando le ali e la possibilità di fare strade a giovani che chiedono solo la possibilità di mettersi in gioco per dimostrare la loro bravura. Le scuole di traduzione sono ottime e assolutamente formanti, ma a volte fanno sembrare la traduzione un processo scientifico, un qualcosa di apatico e asettico. La traduzione di una lingua in un’altra tocca tasti delicatissimi, entrando e ammirando per poi convertire un intero mondo culturale e di folklore, arrivando a toccare l’intimità più vera di un popolo. Il traduttore è un abile accordatore, un mago della parola, un incantatore di allitterazioni e un sognatore di mondi sempre in evoluzione: tradurre è arte e come ogni arte, la parte della conoscenza è solo la prima fase di una lunghissima strada di vita, emozioni, esperienze e continua crescita personale e linguistica.

La traduzione più vera non è quella dei programmi CAT (utili in molti contesti): si deve tradurre con il cuore e con gli occhi pieni di emozioni, non tutte le scuole lo insegnano e non tutti possono impararlo, è una dote innata.

Ovviamente per svolgere il lavoro del traduttore sono indispensabili e fondamentali una cultura generale e settoriale importante, la conoscenza della lingua con cui si lavora e abilità ed educazione nei rapporti interpersonali. Ciononostante non bisogna sottovalutare un cuore pieno di patos, né sbarrare la strada a chi è troppo giovane per avere esperienza.

Autore dell’articolo:
Azzurra Bisogni
Traduttrice freelance
Modica (RG)

Il ruolo del traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

Vorrei iniziare con una citazione per far capire la mia visione sulla traduzione e sul ruolo del traduttore:

Solo hay dos caminos. O bien el traductor daja el escritor lo más tranquilo posible y hace que el lector vaya a su encuentro, o bien deja lo más tranquilo posible al lector y vaya a su encuentro el escritor.” (Scheleiermarcher)

Tradurre è un’arte, è qualcosa di personale, non esiste una traduzione assoluta, ogni traduttore ha una sensibilità diversa rispetto ad un altro. Il lavoro del traduttore non è così facile come invece si può pensare. Un vero traduttore deve avere una buona preparazione linguistica sia della lingua verso la quale deve tradurre sia della sua lingua madre in quanto deve sempre ricercare il termine giusto e appropriato, deve tenersi sempre informato, aggiornato per avere una grande conoscenza dell’attualità perché non si sa mai che tipo di traduzione gli può capitare.

Uno degli aspetti a mio parere più importanti per fare una buona traduzione è quello culturale, perché non basta riportare i termini tradotti da una lingua all’altra, ma bisogna anche localizzarli, vedere se possono essere adatti per una determinata cultura, se sono capiti allo stesso modo, se hanno lo stesso impatto del testo originale. Io vedo la cultura come un insieme di valori e di abitudini condivisi da un gruppo di persone che varia in base al luogo geografico in cui si trovano ed è condizionata da molti fattori e tra quello più importante c’è proprio quello linguistico. Quindi bisogna valutare non solo ciò che si sta dicendo ma anche come lo si sta dicendo, in che contesto, con che emozione e con che intenzione.

Il traduttore ha molte responsabilità: deve essere fedele, ossia riportare tutte le informazioni in modo veritiero, non può aggiungere o togliere informazioni, deve cercare un’equivalenza per un termine tradotto, però questo non sempre è possibile, deve essere invisibile, non deve mettere opinioni o commenti e il testo tradotto deve essere fatto in modo che sembri un testo originale.

Autore dell’articolo:
Gaia Graciotti
Aspirante traduttrice ES>IT
Laureata in Discipline della Mediazione Linguistica
Osimo (AN)

La traduzione nella storia

 Categoria: Storia della traduzione

L’Unione Europea è fondata sull’”unità nella diversità”: diversità di culture, usi, costumi, credenze e lingue tutelata dagli artt. 21 e 22 della “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea”. La conoscenza delle lingue è un valore fondamentale non solo per un’economia che vuole essere all’avanguardia, ma anche, se non soprattutto, per il dialogo interculturale, bisogno fondamentale per capire le diverse culture ed allentare le tensioni sociali.

Fin dall’antichità il linguaggio ha permesso una graduale interazione fra gli uomini, la comunicazione fra le diverse società e le rispettive culture, rappresentandone la principale e più complessa componente.
“Tutta la terra aveva una lingua sola e parole uguali” (Genesi 11,1); tale definizione ben rappresenta la teoria di alcuni studiosi che credono nell’esistenza di una singola lingua di partenza con origine in Africa in epoca precedente alla prima migrazione, più di centomila anni fa; ma comunque fu il linguaggio originale che evolvendosi nel tempo creò nuove varianti, simili o molto diverse, fino ad arrivare all’attuale diffusione mondiale di oltre seimila lingue. Già nell’antichità si sentì la necessità di ridurre la profonda diversità linguistica cercando di interpretare da una lingua all’altra, infatti la traduzione orale è un’attività antichissima.

Il termine “tradurre” proviene dal latino traducere “far passare da un luogo ad un altro”; definendola nel modo più semplice, la traduzione non sarebbe altro che sostituire le parole di una lingua con altre di un’altra lingua che abbiano lo stesso o equivalente significato. In realtà la definizione “equivalente” non presume un puro e semplice travaso di parole, neanche un mero trasferimento di significato. La meta della traduzione è la selezione degli equivalenti che riproducano una “situazione” analoga a quella descritta dalla lingua originale tenendo conto della struttura linguistica e il contesto culturale della lingua nella quale si traduce.

Il fatto che ogni lingua strutturi la realtà a suo modo o che ogni lingua implichi una propria visione del mondo induce ad individuare la relazione che esiste tra la lingua e la cultura o tra la lingua ed il pensiero.
E’ la storia che testimonia l’importanza della traduzione, fondamenta del sapere.

Autore dell’articolo:
Rosaria Mazza
Mediatore linguistico culturale

Il carattere iconico della lingua cinese

 Categoria: Le lingue

In camera. Un sottilissimo velo di carta alla parete. Il pensiero vola, istintivamente, indietro nel tempo. Una, due, forse tre settimane fa. Shanghai. Il regalo di un calligrafo. Quattro caratteri stesi su carta in cinese antico. Un chengyu. Ji feng jing cao 疾风劲草. Solo il vento forte conosce l’erba resistente. Il vento. L’erba.

Agosto 2011. Cucina, sala, cucina, sala, camera, cucina, sala. Tesi di laurea. Wang Anyi è la scrittrice di cui provo ad afferrare il pensiero. Scompongo, per ricostruire. Idee. Immagino, comprendo. Di più, immagino. Devo immaginare, per comprendere. Sfumo significati. Traduco.

Hai kuo tian kong 海阔天空. Esteso come il mare, vasto come il cielo. Il mare. Il cielo.
Xi zhi mo jie 细枝末节. Un ramo sottile, un segmento insignificante. Un ramo. Un segmento.
Zhan ding jie tie 斩钉截铁. Rompe il chiodo, spacca il ferro. Il chiodo. Il ferro.
Shui dao qu cheng 水到渠成. Dove scorre l’acqua si forma un canale. L’acqua. Il canale.
Gu fang zi shang 孤芳自赏. Un animo solitario innamorato di se stesso, come un fiore della propria fragranza. Un animo solitario. Un fiore.

Immagini. Simboli. Icone. Forme. Sembianze. Ritratti. Foto. Disegni. Forme. Visioni.
Chiudo gli occhi. Ora, provo. Traduco.

Astrazioni. Concetti. Nozioni. Ragionamenti. Logiche. Criteri. Argomenti. Spiegazioni. Perifrasi. Deduzioni.

Ji feng jing cao 疾风劲草. Persona che, nei momenti difficili e significativi, rimane fedele ai propri principi. Hai kuo tian kong 海阔天空. Infinito, illimitato. Sterminata vastità priva di confini.
Xi zhi mo jie 细枝末节. Dettagli insignificanti. Zhan ding jie tie 斩钉截铁. Risoluto, categorico. Shui dao qu cheng 水到渠成. Tutto va nel verso giusto. Gu fang zi shang 孤芳自赏. Narcisismo.
Perdo il simbolo. Conquisto l’idea.

Agosto 2008. Pechino. Mi interrogo sul significato di un termine. Forse di una frase. Forse di un periodo. Forse. Non ricordo. Ne discutemmo a lungo. Lui, professore cinese. Io, studentessa italiana. Ricordo. Abbandona la logica, abbandonati, prova a vedere. Le sue parole. Perfettamente. Ricordo.

Una predisposizione estetica differente. Pensiamo. Concettualizziamo, per comprendere. Noi. Immaginano. Dipingono, per vedere. Loro.

Rimanere sospeso in un’atmosfera immaginata e immaginaria. Contribuire ad una sorta di straniamento. Plasmare l’abituale visione delle cose a partire da una realtà prettamente irreale. Così, tradurre. La suggestione delle immagini. Il carattere marcatamente iconico della lingua cinese.

Autore dell’articolo:
Valentina Ficosecco
Laureata in Lingue e Letterature Straniere (laurea magistrale)
Traduttrice ZH>IT
Montelupone (MC)

La lingua cambia!

 Categoria: Le lingue

Avete mai sperimentato un lungo soggiorno all’estero? Avete mai provato quella sublime sensazione di trovarvi in un paese straniero e imparare quel processo lento di acquisizione della lingua, che dopo mesi e mesi di pratica vi permette di essere orgogliosi della padronanza che ne avete? Molti possono testimoniarlo.

Come saprete, molti espatriano per lavoro, sogni e legami sentimentali ritrovandosi immersi in nuove culture. E secondo voi come comunicano tra loro? Un gruppo di amici italiani che lavorano a Parigi che lingua parlerà? Italiano? Francese? Vi sembrerà strano, ma dopo un lungo periodo di permanenza all’estero il nostro cervello comincia ad abituarsi alla nuova cultura e così anche al modo di pensare. E il modo di pensare equivale alla lingua che si parla. E’ quindi inevitabile trasformare la lingua madre, mescolandola con termini della lingua acquisita. Un “Ciao, ti chiamo dopo!” tradotto in francese: “Ciao, je vais t’appeler plus tard” può diventare “Ciao ti appello dopo”.
Già! Quando il vostro cervello è sintonizzato su “lingua francese”, ventitré ore su ventiquattro, sarà più facile, anche quando si parla nella madre lingua, usare termini francofoni. “Scusa Carla puoi balaiare un po’ la cucina oggi, per favore?”, “Excuse-moi Carla est-ce que tu peux balayer un petit peu la cuisine aujourd’hui, s’il te plaît?”, “Scusa Carla puoi spazzare un po’ la cucina oggi, per favore?”.

Ha dell’incredibile come il nostro cervello elabori gli eventi che ci circondano, come si adatti e come ci permetta di fare cose che noi crederemmo impossibili. Questo ci insegna come la lingua non sia mai statica, ma sempre in movimento; la lingua cambia, effettua variazioni continue e si evolve costantemente. Quello della lingua è uno studio che non finirà mai; la sua evoluzione che va di pari passo con la mente umana non può che stupire, oggi come ieri. Perciò l’immergersi in una nuova cultura non può far altro che aprire la nostra mente, mettendo in discussione tutto il nostro sapere originale, capovolgendo ogni uso e costume e dando inizio ad una nuova trasformazione linguistica. Oggi, è molta la gente che si avventura in questo tipo di esperienza, e non nascondo di essere curiosa nel vedere che aspetto avranno le lingue in un domani.

Autore dell’articolo:
Claudia Nicolai
Traduttrice EN-FR>IT
Terni

Aggiornamento lingua e ruolo del traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

Il traduttore ha un ruolo nell’aggiornamento della lingua? Tradizionalmente il traduttore è l’operaio silenzioso e industrioso nel retroscena, che traduce ed interpreta un testo, tuttavia la plasticità di lingue come l’inglese, reso tale da una globalizzazione sempre più veloce, spinge il traduttore a fare scelte e interventi sempre maggiori.
Sia per le traduzioni tecniche che per quelle letterarie, l’utilizzo del linguaggio ai giorni nostri richiede sempre di più una lingua chiara, funzionale e sintetica che serva ad una comunicazione multimediale e diretta.

Due esempi: il primo è che il linguaggio finanziario negli ultimi anni si è evoluto per descrivere prodotti finanziari nuovi (tutta la banda dei derivati finanziari: swaps, CDS, CDOs ecc.), così come i parametri che fino a poco tempo fa erano riservati alle sale di mercato delle banche (vedi lo spread). Qui il traduttore ha avuto il compito arduo in tempi recenti di assicurare una traduzione tecnica e scorrevole. La finanza ormai parla una lingua ibrida di inglese e altro, ricca di sigle, acronimi e termini matematici che mettono in difficoltà anche gli insiders.
Il secondo è la scelta coraggiosa di alcuni traduttori di aggiornare il linguaggio dei grandi classici con idiomi correnti (vedi Richard Freeman “Fathers and Sons” di Turgenev). D’altra parte, come si aggiornano i costumi e le scenografie delle opere liriche e teatrali per dare un sapore moderno al messaggio dell’autore, così si possono aggiornare gli idiomi per conservare l’impatto che il messaggio ebbe all’epoca, liberandolo dagli ingombri linguistici di altri tempi.

Le traduzioni si prestano a critiche e a discussioni e le scelte di altri traduttori possono essere talvolta discutibili, tuttavia credo sia molto importante tradurre dando uno spazio maggiore a quelli che sono i nuovi usi della lingua che partono da un consenso comune, anche se più o meno ufficiale, più che da iniziative personali.
La sensibilità del traduttore deve sempre essere sempre sintonizzata sul bilancio di perdita e di guadagno di una traduzione al fine di ricreare il messaggio originale. Nel tradurre dall’inglese verso lingue come l’italiano e il francese si sacrifica sempre una qualità essenziale dell’inglese che è la sinteticità.
Il traduttore si trova di fronte ad una miriade di scelte, non sempre facili, nel tradurre una lingua in cui le influenze dello slang sono particolarmente accentuate, inoltre, deve addentrarsi nel campo minato dei modi di dire inglesi “importati”, entrati nel parlare comune all’estero, che sono intraducibili, parole tecniche usate quasi esclusivamente in inglese, ed anche errori di traduzione introdotti e perpetrati dai media che restano nel linguaggio comune con accezioni non totalmente corrette.

Una traduzione non è mai perfetta. Anche i traduttori più esperti si trovano a fare scelte di compromesso o che equivalgono al male minore e inoltre, la percezione della lingua può cambiare molto da lettore a lettore.
Il ruolo del traduttore deve essere quello di barometro del presente sull’uso della lingua, attenendosi a regole non scritte che cambiano di continuo, anche in tempi brevi, per ridare una comunicatività nel suo lavoro che sia al passo con i tempi.
Una mission impossible della comunicazione ma che guidata da intuizione e lavoro svolto con dedizione, gli ricava una nicchia nell’aggiornamento della lingua da artigiano esperto, attento alle novità e ai cambiamenti della società.

Autore dell’articolo:
Katia Palma
Traduttrice EN-FR<>IT
Toulouse (Francia)

Traduzione affidata a persone non qualificate

 Categoria: Problematiche della traduzione

Nella mia carriera giornalistica nel campo dei motori e dell’auto ho più volte dovuto scontrarmi (pun intended!) con traduttori che erano sì padroni della lingua, e nella fattispecie l’inglese-americano, ma assolutamente all’oscuro dei temi tecnici.
Certo, l’utilizzo di un buon dizionario di inglese tecnico li avrebbe aiutati, ma, grosso limite, queste persone non ne erano dotate o cadevano nell’errore dell’autoreferenzialità. Non vorrei cadere in una “gender issue“, è capitato che queste traduzioni fossero eseguite da gentili signore, che evidentemente di motori proprio non ne volevano sapere, e appunto torniamo al discorso della esagerata “self confidence“.

Un primo esempio divertente: avevo una collaborazione con una rivista mitica e assolutamente innovativa, AutoCapital, al cui creatore e primo direttore, Luca Grandori, va il mio saluto a quasi due anni dalla scomparsa. Poco prima del mio ingresso in redazione la rivista acquista un articolo da un periodico statunitense, la prova comparativa fra la Ferrari GTO e la Pontiac GTO. Doverosa premessa: GTO significa Gran Turismo Omologato e si riferisce alla qualifica per poter accedere ad una specifica “classe” nelle competizioni automobilistiche. La Ferrari in questione è una vettura quasi artigianale, con un raffinato e “difficile” motore di 3000 cc, dotato di due alberi a camme per bancata, a V, 12 cilindri. Vettura prodotta in un numero ridottissimo di esemplari.
La Pontiac GTO invece deriva dalla grande serie e monta invece un motore a 8 cilindri a V, di c/a 6,4 lt., dotato di 3 carburatori doppio corpo, ma, e qui siamo al “topic“, in inglese il corpo del carburatore si traduce in “barrell” e la gaffe della traduttrice fu proprio nel cadere nell’errore del “false friend“, e così tradusse: “Motore 8 cilindri a V, tre carburatori a doppio barile”.
Immaginate le lettere indignate giunte in redazione, inclusa la mia, che mi garantì un appuntamento col capo-redattore e l’ingresso nel mondo dell’editoria motoristica.

Un altro effetto della scarsa attitudine a comprendere che il proprio mondo culturale non è l’unico che esista, trae esempio dalla nozione dell’esistenza delle unità di misura anglosassoni, pollici, piedi, miglia etc.
Quante volte mi è capitato, al cinema, di sentire orrende castronerie nelle traduzioni e relativi doppiaggi: sempre in tema di motori, in un film di qualche anno fa una certa vettura veniva decantata come ”dotata di un motore da 300 hp e 350 centimetri cubi”!
Oddio, neanche con due turbo ce la farebbe! L’arcano è subito svelato: negli USA le cilindrate dei motori sono espresse in pollici cubi, ma il traduttore, non capendo e peccando come già detto di autoreferenzialità e di nessuna umiltà, a sentire “cubic inches” ha pensato l’errore fosse nella pellicola e ha tradotto “centimetri cubi” mentre 350 “inches” son ben 5700 centimetri cubi, ben spiegando l’elevata potenza.

Questo dimostra la necessità dell’approfondimento previo, la presenza nel traduttore delle tare dovute alla propria cultura d’origine e, spesso, la mancanza dello strumento adatto, cioè un dizionario appropriato al compito.

Autore dell’articolo:
Luca Di Grazia
Giornalista/media analyst
Milano

Traduzione: la verità delle parole

 Categoria: Traduttori freelance

Parole. Le persone le pronunciano con una tale semplicità che quasi sembrano innate.
La verità delle parole credo sia insita nell’essere umano, dato che sono una sua espressione.
Ma soffermandoci ad analizzare l’idea che ci evocano quando le sentiamo, potremmo trovarci di fronte a diverse alternative e, soprattutto, a diverse sensazioni. Ad esempio, in inglese troviamo due parole che indicano lo stesso (o quasi) concetto: “Home” ed “House”. Il dizionario Oxford così le giustifica:

- Home: the place where one lives permanently, especially as a member of a family or household.
- House: a building for human habitation, especially one that consists of a ground floor and one or
more upper storeys.

Dalle due definizioni notiamo subito come l’intenzione delle due sia radicalmente differente: se una fa riferimento all’aspetto più umano dell’abitazione, ossia alla famiglia e ai suoi componenti, l’altra si riferisce unicamente all’edificio.
Il significato di “home” in italiano viene a perdere la connotazione “umana”: “Costruzione a uno o più piani adibita ad abitazione per uno o più nuclei familiari”, mentre in inglese “home” si riferisce ad un posto, ad un luogo che la famiglia si gode per trascorrere il tempo, in italiano “casa” viene ad assumere subito il significato di “costruzione”. Ed ecco che “casa” si avvicina, infatti, ad “house”.

In portoghese ci si imbatte invece in “Edifício destinado à habitação; vivenda. (Sin.: morada, domicílio, habitação, residência.) / Conjunto das coisas que se relacionam com a vida doméstica”. Anche qui si perde l’aspetto umano ma non in maniera così forte come in italiano: edificio destinato all’abitazione. Permane il concetto di “costruzione” come in italiano ma si osserva la presenza di una “attività” che si identifica con l’abitare un luogo. A mio avviso, l’uso di “adibito” nella definizione italiana non fa riferimento all’attività umana compiuta dagli abitanti nell’atto dello svolgimento della vita domestica. Si riferisce, in effetti, al tipo di edificio che viene costruito ossia ad un edificio tipo che si configura come “luogo dove gli esseri umani possono trovare accoglimento”. Motivo per cui, si è spinti a pensare che la costruzione dell’edificio avvenga prima che l’edificio stesso possa essere “adibito”, per usare lo stesso termine della definizione, a “casa”. In portoghese, d’altro canto, l’aspetto umano, sempre a mio avviso, viene sottolineato dall’uso della parola “destinado”: non si fa riferimento al tipo di edificio in sé, piuttosto allo scopo della costruzione, ossia con l’idea di costruire un edificio che abbia lo scopo di accogliere esseri umani. In altre parole, in italiano, la concezione dell’edificio in quanto “casa” non precede la costruzione della stessa mentre in portoghese sì. L’attività svolta all’interno della casa viene poi specificata, infatti, alla seconda accezione del termine: “Insieme delle cose relazionate alla vita domestica”.

In spagnolo, il celeberrimo dizionario della Real Academia sottopone al lettore una chiara ed esauriente suddivisione:

- Edificio para habitar.
- Edificio de una o pocas plantas destinado a vivienda unifamiliar, en oposición a piso.
- piso (vivienda).
- Edificio, mobiliario, régimen de vida, etc., de alguien.
- familia (grupo de personas que viven juntas).

Ritengo che l’approccio della definizione spagnola sia quello più corretto ai fini della traduzione. Potremmo infatti trovarci di fronte ad un caso in cui la parola “casa” necessiti di essere tradotta con “famiglia”. Avendo la certezza che, in spagnolo, esiste anche questa accezione, il traduttore è giustificato. Altrimenti, si deve ricorrere all’istinto, che io ritengo essere una dote fondamentale per l’interpretazione dei testi. Il supporto chiaro e deciso (nella fattispecie, mi sento di prendere ad esempio il dizionario della Real Academia) di un dizionario ci offre quella certezza sulla base della quale consegniamo il nostro testo tradotto con più tranquillità.

Molto spesso gli studenti sono portati ad un eccessivo ragionamento sulle parole ed io stesso mi includo in questa categoria. Tuttavia, credo che questo “eccessivo” ragionamento sia necessario per abituare la mente a valutare le diverse alternative che la lingua ci propone. Si ricordi sempre che le parole sono l’espressione dell’essere umano. Le parole vengono mischiate, ordinate, combinate per ottenere delle strutture, regolate dalle grammatiche (considerate, a volte, come il pilastro di una lingua ma che, in effetti, ne rappresentano unicamente una regolamentazione); si tenga presente, però, la loro origine: l’espressione di ciò che l’essere umano sente o vuole indicare. E’ per questo che il traduttore non potrà e non dovrà mai essere una macchina.

Autore dell’articolo:
Jacopo Mosconi
TraduttoreEN-ES-PT>IT

Come apprendere una lingua straniera (3)

 Categoria: Le lingue

Se in classe, mentre l’insegnante spiega, una parte degli alunni lo segue con attenzione, l’altra parte si distrae, altri ancora non seguono proprio, che cosa fare? Ci sono vari modi per aumentare l’interesse all’attività in aula. Si può fare una nota, chiedere agli studenti distratti di ripetere quello che è stato precedentemente detto o fare degli esempi, organizzare una spiegazione reciproca tra gli studenti, e cercare di coinvolgere tutti con degli esempi spiccati, raccontare una storia bizzarra, cambiare la tonalità della spiegazione, del tema, della forma della spiegazione, utilizzare delle pause musicali, la visualità.

INTERESSE

Si crea quando uno studente è attivo, quando gli è posto un problema da risolvere, quando il suo lavoro è diversificato, quando c’è cambiamento dei ritmi durante la lezione, dei tipi dei compiti, quando il materiale è pensato per diverse tipologie di abilità (c’è la libertà di scelta del materiale), quando la difficoltà per gli studenti è abbordabile (non è facile, ma nemmeno tanto difficile) e si percepisce l’utilità del materiale (lo scetticismo uccide l’interesse: a che cosa ci serve?), quando lo studente vede il traguardo, la sua fatica è riconosciuta, e studiare diventa piacevole e divertente .

COME AUMENTARE L’INTERESSE IN UNA LINGUA STUDIATA

Lo studio della lingua straniera diventa più efficace se si riesce a convincere gli studenti che la lingua che studiano servirà loro per la professione futura, per usarla nei viaggi ecc. Per questo si svolgono colloqui durante i quali si discute in che modo la lingua può essere un mezzo per soddisfare interessi riguardanti lo studio e quelli estranei allo studio, quale ruolo può avere nella futura professione, e si svolgono lezioni che mostrano lati interessanti della lingua di studio.

L’interesse degli studenti si abbassa bruscamente se il materiale è troppo difficile. Il professore deve preoccuparsi della fruibilità del materiale.

FRUIBILITA’ DEL MATERIALE

Il materiale presentato è valutato in maniera soggettiva: le stesse unità possono dimostrarsi semplici, comprensibili per una parte degli studenti e abbastanza complicati e difficili, non comprensibili per l’altra parte. Quali fattori soggettivi incidono sull’aumento o abbassamento della soglia di fruibilità dei testi, delle regole e delle unità discorsive?
Prima di tutto bisogna considerare il livello di preparazione degli studenti a percepire le spiegazioni dell’insegnante. Un notevole ostacolo nell’apprendimento del materiale nuovo sono le lacune delle conoscenze pregresse. Per esempio, uno studente che è mancato alla lezione dove è stato spiegato il futuro del verbo perfettivo, penserà che nelle preposizioni Я прочитаю. Я напишу si usa la forma del presente.

Una tattica sbagliata nel proporre un nuovo materiale disturba la comprensione delle spiegazioni. Gli studenti con un tipo di ragionamento logico-razionale avranno difficoltà a percepire materiale lessico-grammaticale o comunicativo proposto senza una spiegazione dettagliata, senza corrispondenza con il materiale precedente, senza gli esempi che dimostrano le condizioni nelle quali si svolgono le azioni discorsive.

La forma orale della presentazione del materiale richiederà maggiori sforzi per la comprensione da parte di una persona abituata a ricevere le informazioni attraverso il canale visivo.

La sensazione di sconforto, la stanchezza, la monotonia delle forme di attività didattica, possono rendere un materiale semplice non fruibile per la comprensione. Ecco perché bisogna considerare la presenza di diversi tipi di studenti e utilizzare varie strategie e tattiche.

Cosa occorre affinché gli studenti possano apprendere una lingua straniera con successo?

È indispensabile elaborare l’abilità automatica del discorso. Lo si può ottenere solo in seguito ad una ripetizione multipla. Gli psicologi hanno scoperto che per memorizzare una parola fino all’automatismo occorre sentirla e usarla in media 12-24 volte (e questo per le capacità cognitive medie).

Lo studio efficace è, prima di tutto, un sistema, cioè un insieme di elementi che lavorano insieme e inoltre tengono conto delle facoltà della memoria umana e della psicologia. Ma il principale elemento del successo è il coinvolgimento emozionale dello studente: figuratività, straordinarietà, humour, connessione tematica, diversità di tattiche, informazioni interessanti, e non di meno, il coinvolgimento degli studenti nelle attività. Tutto questo aumenta l’interesse degli studenti.

Autore dell’articolo:
Elena Polevik
Traduttrice IT-EN>RU
Reggio Calabria

Come apprendere una lingua straniera (2)

 Categoria: Le lingue

La classificazione (raggruppamento) come tattica di memorizzazione è usata dagli studenti quando occorre organizzare informazioni di diverso genere nei gruppi omogenei. Per esempio, le unità lessicali si dividono per generi, per gruppi semantici (parole che definiscono le parti del corpo, il vestiario ecc.). Nei manuali didattici per sviluppare questo tipo di memoria vengono proposti i seguenti compiti; “Trovate delle coppie di sinonimi, contrari”, “collegate le parole della colonna a destra a quelli di sinistra”, “classificate le parole in tre gruppi; a) città, b) appartamento; c) università”. Sono esercizi alquanto noiosi, di routine, per apprendere una lingua straniera,  ma anche qui un bravo insegnante può trovare una strategia per rendere il compito più divertente, magari introducendo un momento di competizione.

La memoria associativa è la capacità di trovare la connessione tra gli oggetti di diversa natura. Per esempio, per memorizzare le lunghe file di numeri, le persone che dimostrano un gran volume di memoria, associano ogni numero a un’immagine. La memoria associativa si usa nel metodo silenzioso, dove ad ognuno dei bastoncini colorati vengono associate le parole, le parti di parole e parti del discorso. I disegni e i simboli aiutano a memorizzare meglio le poesie, i testi, le parole, i fenomeni grammaticali.

Esistono anche altri tipi di memoria: visiva, uditiva e motoria. Come fare a sviluppare negli studenti le capacità mnemoniche per imparare una lingua straniera? È possibile manipolare la memoria nelle sue forme di acquisizione e apprendimento?

Nell’insegnamento della lingua russa si usano molti compiti indirizzati all’apprendimento: memorizzazione delle nuove parole, regole, locuzioni, e perciò contemporaneamente vengono proposti diversi tipi di training per la memoria. Per esempio, viene dato un certo numero di parole, lo studente viene invitato ad osservarle attentamente, dopo di che deve chiudere gli occhi e cercare di vederle sullo schermo della sua vista interna. L’operazione viene ripetuta più volte e la quantità delle parole memorizzate aumenta.

Per memorizzare un testo, bisogna leggerlo e poi cercare di ricordare, in tal modo si alternano percezione e memorizzazione, inoltre il testo deve essere letto e ricordato per intero e non diviso in parti. Se lo studente ha dimenticato una parte del testo, lui deve cercare di ricostruirlo con uno sforzo di volontà senza sbirciare nel libro. Volendo usare il metodo logico di memorizzazione il testo si divide in parti semantiche, le parole si dividono in gruppi secondo il campo semantico di appartenenza (colore, forma, significato astratto ecc.), si dispongono riferimenti verbali, schematici e illustrativi. Una tecnica simile – mnemonica – la usava Cicerone quando preparava i suoi famosi discorsi: preparando il discorso lui mentalmente disponeva le sue parti per tutta la casa, poi, facilmente ricostruiva l’intero testo semplicemente ripassando per le stanze del palazzo.

E noi quali tecniche di memorizzazione usiamo? Come possiamo organizzare il processo di memorizzazione in aula? Come indirizzare l’attenzione degli studenti al contenuto dell’attività didattica e non a una memorizzazione di un lato formale? Per questo vengono applicate le forme delle attività collettive, varie competizioni, giochi, nei quali non è tanto importante l’esattezza della riproduzione delle unità del discorso ma il risultato dell’attività, la velocità con la quale si raggiunge lo scopo. Per esempio si possono eseguire skills del tipo: riprodurre le repliche del dialogo con una velocità di eloquio diversa, con diversa emotività, preparare al più presto delle domande al gruppo avversario per verificare la comprensione del testo, della lezione, delle spiegazioni.

ATTENZIONE E INTERESSE

Uno studente attento memorizza meglio. Ma alcuni studenti hanno un livello di attenzione diverso, e anche la stessa persona, in momenti diversi, ha alternanze dell’attenzione.

Un appello “Attenzione!” è di poco aiuto. L’attenzione varia secondo l’età, lo stato psico-fisico, il tempo, la luminosità, la vicinanza o lontananza dell’insegnante e della lavagna. L’attenzione si perde a causa della monotonia della lezione. Cosa bisogna fare allora per mantenere giusto il suo livello? Interesse, attività, emozioni, in particolare quelli positivi: piacere e gioia.

La terza e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Elena Polevik
Traduttrice IT-EN>RU
Reggio Calabria

Come apprendere una lingua straniera

 Categoria: Le lingue

MOTIVAZIONE

E’ difficile, se non impossibile, insegnare una lingua straniera in modo efficace se l’insegnante non ha idea in che modo i discenti apprendono la lingua straniera, quali particolarità intellettuali ed emotive si presentano in questo processo. Il famoso pedagogo russo K. Ushinskij scriveva: “Studiate le leggi di quelle manifestazioni psichiche che volete manipolare e agite in concordanza con quelle leggi, quelle circostanze con le quali le volete applicare”.

Allora quali fattori psico-emotivi bisogna considerare durante l’insegnamento di una lingua straniera? Di solito si prendono in considerazione i seguenti fattori personali dell’efficacia del processo didattico.

1) I motivi dell’apprendimento della lingua.

2) Necessità comunicative.

3) Le strategie dell’apprendimento della lingua.

4) Le strategie dell’uso della lingua per scopi comunicativi.

5) I motivi dell’apprendimento della lingua sono le fonti principali dell’energia nel processo dello studio di una lingua straniera. Se i discenti provano l’interesse durante la lezione, la loro memoria funziona meglio, loro sono più attenti, il loro profitto scolastico aumenta, loro si coinvolgono più facilmente nel processo dello studio. “La noia – diceva un famoso pedagogo russo – è anche un’emozione, ma essa non potenzia l’attività cerebrale, ma la sopprime”.

Per un insegnante di lingua straniera è molto importante capire la motivazione che muove i suoi studenti a scegliere questa e non un’altra lingua, e stimolare l’interesse per le sfere linguistiche scelte dallo studente.

MEMORIA

I metodisti hanno un aforisma: “Non ci sono allievi cattivi ma c’è un metodo non adatto a loro”. Il compito della didattica odierna consiste non solamente nel fornire le conoscenze, ma nell’insegnare ad imparare. Per questo bisogna sapere bene quali abilità possiede ogni singolo studente e con il supporto di queste abilità sviluppare quelle che sono più deboli. Quali sono queste abilità?

Prima di tutto la memoria. Il suo ruolo nello studio delle lingue straniere è enorme. Bisogna memorizzare le parole, le forme. Alla memorizzazione possono aiutare le associazioni, i commenti, la melodia, il ritmo, la cinesica, e anche le emozioni, il coinvolgimento dello studente nell’attività. Per memorizzare bisogna ripetere molte volte il testo, le parole, ma nello stesso tempo lo studente non deve perdere l’interesse per quello che sta studiando, non deve comparire la stanchezza. Alla memorizzazione sono di aiuto la rima, il supporto dei sinonimi e contrari, metodo intuitivo, generalizzazioni ecc..

APPRENDIMENTO E ACQUISIZIONE

Gli psicologi e metodisti distinguono due tipi di memorizzazione: “apprendimento” e “acquisizione”, ovvero, “consapevole” e “automatico”, che dipendono dal fatto di quanto si è coscienti dei processi di acquisizione delle conoscenze. La memoria spontanea entra nel gioco quando si applicano gli sforzi in modo cosciente, per esempio per imparare parole nuove, le collocazioni e locuzioni ecc.. La memoria riflessiva funziona in modo impercettibile per l’uomo: il processo di memorizzazione avviene in un certo senso senza la sua volontà. Per esempio, durante il processo di studio in una lingua straniera avviene spesso che vengano fissate le regole sociali del comportamento discorsivo, si memorizzano nuove parole ecc. Uno studente può inconsapevolmente aumentare in modo notevole il proprio bagaglio lessicale e grammaticale semplicemente leggendo la letteratura in grande quantità e senza il dizionario. È oramai noto, che la suggestopedia per mezzo della musica e delle tecniche speciali scollega i meccanismi della memorizzazione spontanea allargando contemporaneamente la memoria irriflessiva.

LA MEMORIZZAZIONE LOGICA E ASSOCIATIVA

In relazione al modo in cui viene memorizzato tutto ciò che è nuovo, di quali emozioni si provano, si distinguono i seguenti tipi di memoria: logica e associativa, figurativa ed emozionale.

La memorizzazione logica avviene per mezzo di azioni intellettuali come induzione, deduzione, sistemazione, spostamento.

Induzione è un processo mentale e la memorizzazione dal dettaglio al globale, dall’esempio alla regola, sia si tratti di una regola grammaticale sia di una regola di comportamento discorsivo.

Deduzione è il movimento verso la sapienza dal globale al particolare, ai dettagli, dalla regola agli esempi, all’uso delle regole nella pratica discorsiva. Se nel processo didattico prevalgono le emozioni positive, allora il volume di quello che è memorizzato aumenta grazie alla memoria associativa, emozionale.

La seconda parte di questo interessante articolo su come apprendere una lingua straniera sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Elena Polevik
Traduttrice IT-EN>RU
Reggio Calabria

Traduzione audiovisiva, si ottiene recitando

 Categoria: Servizi di traduzione

Molto spesso accade che il pubblico, che si siede comodamente in poltrona a vedere un film in lingua straniera, non conosce veramente il lavoro che ha portato alla sua realizzazione. Infatti, ogni prodotto cinematografico proveniente dall’estero prima di essere trasmesso in televisione o al cinema ad un auditorio italiano subisce una serie di operazioni linguistiche, la prima delle quali è la traduzione che nel linguaggio tecnico viene definita traduzione audiovisiva. Ed è proprio sul termine audiovisivo che dobbiamo concentrarci per comprendere al meglio in che cosa consiste.

In un copione cinematografico non bisogna fare i conti soltanto con il testo scritto in sé come accade di solito ad un traduttore, ma anche con tutta una serie di suoni e immagini perché in questa tipologia di traduzione il testo scritto è strettamente legato ai suddetti elementi.
La difficoltà primaria dunque risiede proprio nel fatto di mettere da parte per un attimo le parole, quasi dimenticandosi del testo realizzato dallo sceneggiatore, per lasciare spazio alla creazione da parte del traduttore di frasi semplici che, seppur in alcuni casi richiedano l’utilizzo di una terminologia complessa, possano risultare comprensibili ad un pubblico medio.

La fase successiva alla traduzione è l’adattamento, un procedimento grazie al quale, come dice la parola stessa, il testo tradotto viene preparato per essere poi recitato dall’attore-doppiatore.
La fase espositiva da parte dell’attore è l’ultima passo ma è strettamente legata alla fase traduttiva. Infatti, per fare in modo che il doppiatore, al leggio, trovi davanti a sé un lavoro ben fatto, il testo che riceverà dall’adattatore dovrà essere lineare risultando il più possibile scorrevole al suo orecchio di professionista. Trovandoci spesso nelle sale di doppiaggio riusciamo a renderci conto ancora meglio di quanto questa operazione sia fondamentale perché il doppiatore stesso, a sua volta, dovrà in un certo senso ri-tradurre quel testo, cercando di trasmettere alle parole semplici del traduttore la stessa emotività dell’originale.

Nei doppiaggi italiani questa cosa accade quasi sempre, in quanto disponiamo di doppiatori davvero ben preparati. Ma non mancano le eccezioni. Anche se è difficile da credere, per quanto il testo di arrivo sia fedele all’originale in realtà sarà sempre un falso, come diceva il maestro Oreste Lionello, attore e doppiatore di successo. Come è ovvio, la sua non voleva essere un’offesa al prodotto italiano, bensì una presa di coscienza del fatto che tradurre un testo emotivamente, per renderlo il più possibile simile all’originale, è un’operazione molto complessa che comporta quindi l’utilizzo di ogni tipo di tecnica di cui un doppiatore è in possesso. E nonostante la sua esperienza non riuscirà comunque a riprodurre qualcosa che sia identico all’originale perché il suo prodotto sarà sempre qualcosa di nuovo e così deve essere.

Un doppiatore davanti ad un leggio si trova a dover fare i conti con molti aspetti linguistici. Il più interessante dal punto di vista traduttologico è quello di trovare una corrispondenza perfetta tra il sync labiale dell’attore originale ed il suo, nonostante la struttura morfo-sintattica delle lingue utilizzate sia diversa, così da non rischiare di rovinare la battuta perché si è troppo in ritardo o troppo in anticipo. In questo caso il doppiatore, per cercare di essere il più preciso possibile nel suo lavoro, spesso sceglie di eliminare alcuni termini inutili in alcuni punti ai fini della perfetta comprensione da parte del pubblico, restituendo la connotazione semantica persa precedentemente nei passaggi successivi del film o telefilm.

Questo è soltanto uno degli esempi di tecniche utilizzate dai doppiatori, ma ai fini traduttivi entrare virtualmente in una sala di doppiaggio ci è stato molto utile per far comprendere ai lettori la differenza che intercorre tra una traduzione normale ed una traduzione audiovisiva. Tradurre un film o un telefilm, infatti, non significa riprodurre letteralmente (come si direbbe nel linguaggio tecnico) un testo ma quasi recitarlo, andando perciò oltre il semplice testo scritto per riempirlo di emozioni e per renderlo il più chiaro possibile anche a discapito delle parole originali. Perché l’unico giudice finale di questo prodotto è esattamente lo stesso di un’opera teatrale o di un film: il pubblico.

Autore dell’articolo:
Valentina Giudici
Traduttrice EN-FR-ES>IT (con specializzazione in traduzione audiovisiva)
Roma

Come si impara veramente una lingua?

 Categoria: Le lingue

Il primo anno sul banco di scuola a contatto con una lingua, che non è la madrelingua, sconforta tante persone. La domanda che ci si pone è: “Perché non riesco ad imparare questa lingua?”. Spesso cerchiamo le colpe all’esterno oppure pensiamo a delle incapacità personali: “la maestra non è brava ad insegnare”, “mi mancano i mezzi appropriati per studiare la lingua straniera”, “non sono portato per le lingue”; sono le frasi più frequenti.

Sono tutte ragioni, che possono senz’altro creare delle difficoltà nell’apprendimento di una lingua straniera, ma c’è un fattore molto importante che a volte viene considerato troppo poco: “Bisogna trovare la motivazione giusta per imparare una lingua straniera!”.
Trovare la motivazione giusta per imparare una lingua, può sembrare a volte impossibile e poi, ad un tratto, arriva da sola e ci ritroviamo ad imparare una lingua che non abbiamo mai preso nemmeno in considerazione più di tanto. Ce n’è un’infinità di motivazioni e per ognuno sarà differente.

Il fascino per un paese straniero, con culture diverse e la voglia di comunicare nella stessa lingua, ci permetterà di apprendere con più facilità la lingua straniera e di capire di conseguenza meglio la mentalità e la cultura dell’altro paese. Viaggiare aiuta molto nell’apprendimento delle lingue straniere. Aprire ed abituare le orecchie a suoni nuovi attraverso incontri casuali nelle strade non turistiche di una Parigi romantica, di una Berlino affascinante o di una Tokyo futuristica, può rendere l’apprendimento di una lingua un’avventura molto piacevole.

A volte la motivazione per imparare una lingua è spinta da una necessità, che può essere un lavoro. Ormai, non esiste quasi più un lavoro dove non sia necessario poter comunicare anche in altre lingue (c’è da dire, che l’Inglese ormai non è più considerata una lingua straniera, ma fa parte della preparazione elementare). Chi vuole rimanere sempre al passo con il futuro, si deve adattare. Bisogna essere in grado di poter comunicare con il mondo intero.

Forse la motivazione che ci spinge di più a immergersi fino in fondo in una lingua straniera è l’amore. Voler comunicare alla persona amata pensieri e sentimenti propri e voler capire nello stesso modo l’altra persona, necessita di uno strumento ancora più appropriato del linguaggio del corpo, che senz’altro è un mezzo di comunicazione fondamentale: le parole! Ciò non vuol dire, sapere tradurre semplicemente alla lettera, ma conoscere e capire l’umorismo, la mentalità e gli usi e costumi dell’altra cultura.

Nel mondo di oggi ci sono sempre più coppie miste, persone che vanno a vivere all’estero, bambini che crescono bilingue, rapporti di amicizia o di lavoro che nascono a migliaia di chilometri di distanza. Quindi imparare una nuova lingua non dovrebbe essere più vissuto come barriera spaventosa ma come una sfida per affrontare il mondo moderno.

Autore dell’articolo:
Isis Matysiak
Traduttrice freelance DE<>IT, EN>IT
Sovicille (SI)

L’arabo è difficile?

 Categoria: Le lingue

Parlato da circa 300 milioni di individui, l’arabo è la lingua ufficiale di alcuni paesi del Nord Africa (Algeria, Egitto, Gibuti, Libia, Marocco, Mauritania, Sudan, Tunisia) e dell’area mediorientale (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Kuwait, Libano, Giordania, Oman, Qatar, Palestina, Siria, Yemen), oltre a essere la lingua liturgica dell’Islam e una delle lingue ufficiali dell’ONU.

Sono sempre più numerosi coloro che si avvicinano allo studio dell’arabo, spinti innanzitutto dalla curiosità verso una lingua e una cultura affascinante e geograficamente non troppo lontana. Ma perché nell’immaginario comune occidentale l’arabo è la lingua difficile per antonomasia? La presunta difficoltà intrinseca dell’arabo è, in parte, un mito da sfatare, in quanto oggettivamente nessuna lingua è “facile” o “difficile”; direi invece che, più precisamente, esistono fattori linguistici ed extralinguistici (come la vicinanza tipologica- linguistica, culturale e/o geografica alla propria lingua madre) che facilitano il percorso di apprendimento di una seconda lingua. Per esempio,le lingue romanze, come il francese e lo spagnolo, sono linguisticamente affini all’italiano, e, pertanto, più facilmente apprendibili e viceversa.

Probabilmente la difficoltà iniziale nell’approcciarsi alla lingua araba sta nell’apprendimento del suo alfabeto. Secondo la mia esperienza personale, l’acquisizione delle competenze di lettura e scrittura non presentano particolari difficoltà ma possono essere raggiunte, con un buon esercizio giornaliero, in un tempo relativamente breve. In realtà, è doveroso sottolineare che qualsiasi lingua presenta aspetti complessi cui il parlante deve far fronte e, per quanto riguarda l’arabo, una delle problematiche consiste nella pronunzia dei fonemi, molto lontani dal sistema linguistico dell’italiano. Ho impiegato anni ad imparare ad eseguire una giusta aspirazione del fonema Ḥ (ﺡ), mentre, sin da subito, non ho avuto particolari problemi a riprodurre un suono, come quello della lettera `ayn (ﻉ), che a molti risulta abbastanza astruso.

Il fenomeno della diglossia in lingua araba, ovvero della compresenza di una lingua araba standard e di una lingua dialettale, parlata quotidianamente e che varia da paese in paese, potrebbe suscitare confusione nell’apprendente che si chiede “quale arabo” sia meglio imparare.
La fruizione della lingua araba, invece, passa per canali poco conosciuti e numericamente inferiori. Ciò significa che se voglio, per esempio, visionare un film o leggere un libro in arabo, le mie risorse saranno piuttosto scarse ma non inesistenti: il web, infatti, si rivela il miglior veicolo di comunicazione e condivisione di risorse in arabo.
Detto ciò, quello che consiglierei a chi desidera imparare l’arabo non sarebbe sostanzialmente diverso da un consiglio a chi volesse imparare l’inglese, il francese o il cinese; raccomanderei magari un diverso impiego di energie e un maggiore impegno che scaturiscono soltanto da motivazione, costanza e passione.

Autore dell’articolo:
Francesca De Luca
Laureata in Lingue e culture moderne
Specializzata in lingua araba
Aspirante Traduttrice EN-AR>IT
Palermo

Introduzione alla lingua serba

 Categoria: Le lingue

La lingua serba appartiene alla famiglia delle lingue slovene, assieme al russo, ceco, ucraino, polacco, macedone, come pure bosniaco, montenegrino e croato con le quali è talmente simile che i parlanti si possono perfettamente capire.
All’estero, gli stranieri collegano spesso i serbi e la lingua serba con la Russia e la loro lingua, e sono solite le domande: “Siete vicini alla Russia?”. Oppure: “Serbia? Intendi Siberia?”.
Anche se l’opinione è che pochissime persone parlino serbo, ciò non è vero. Ben 12 milioni di persone usano la lingua serba, sia in Serbia come madrelingua, sia all’estero come madrelingua o seconda lingua. Questa è la conseguenza delle tante guerre avvenute in Serbia, cioè ex Jugoslavia, durante le quali tante persone sono scappate dal loro paese per cercare pace e ricominciare la vita da capo. Il numero degli immigrati serbi è aumentato assai anche a causa di una difficilissima situazione economica che perdura tuttora e delle poche opportunità di lavoro per i giovani, ma anche per la grande curiosità di conoscere paesi stranieri, che era stata soffocata fino a qualche anno fa, quando finalmente la Serbia è entrata nella lista Schengen e i cittadini hanno avuto l’opportunità di viaggiare senza dover ottenere il visto.

La lingua serba è particolare per vari motivi. Quello principale è l’uso di due alfabeti: cirillico e latino.
Il cirillico è il primo alfabeto serbo, ha 30 lettere che assomigliano alle lettere russe, bulgare, macedoni… L’alfabeto cirillico è stato usato dall’undicesimo secolo fino alla metà del Novecento ed era l’unico alfabeto serbo. Poi, sempre a causa di guerre, sanzioni e occupazioni, in alcune parti della Serbia l’uso dell’alfabeto cirillico è stato vietato e per forza si doveva usare il latino. Così, piano piano, nel serbo è entrato l’alfabeto latino, e per i serbi è diventato usuale scrivere con entrambi gli alfabeti. Anche oggi tutti e due gli alfabeti sono ufficiali, anche se con il grande impatto della cultura occidentale l’alfabeto latino è diventato più comune. Questo per il fatto che studiando altre lingue (in Serbia è comune che ognuno parli almeno inglese oltre al serbo), uno deve usare il latino, e utilizzando i famosi gadget sempre in inglese, i giovani si abituano sempre di più a usare il latino invece del cirillico.

Il latino, invece, è l’alfabeto occidentale che si usa nella maggior parte delle lingue indoeuropee. Ogni lettera dell’alfabeto cirillico coincide con una lettera dell’alfabeto latino.
Nonostante i due alfabeti, non è difficile imparare a scrivere in lingua serba perché ogni suono corrisponde ad una sola lettera. Le doppie non esistono, né si scrivono gli accenti sopra le lettere.
Però il vero problema degli stranieri che vogliono imparare il serbo è un’altra particolarità: la pronuncia, perché in serbo si usano poco le vocali, anche se ce ne sono cinque, e c’è un gran numero di parole senza vocali, con la R usata come semivocale. Per esempio: strpljenje – pazienza, smrt – morte, cvrak – grillo.
Ma una volta imparata la pronuncia delle lettere, tutto diventa più facile, finché non si arriva ai sette casi…

Incoraggiare ad apprendere una lingua

 Categoria: Le lingue

Questo articolo è rivolto sia agli insegnanti di una lingua straniera, sia a chi ha deciso di apprenderne una nuova.
Dalla mia esperienza, come allieva all’università e come insegnante di lingue straniere per adolescenti e adulti, ho compreso l’importanza dell’incoraggiamento all’interno del processo di insegnamento e apprendimento di una lingua straniera. Sarebbe bene instaurare un clima di cooperazione tra insegnante e apprendente/i, per generare in questi ultimi uno stato d’animo positivo nei confronti della possibilità di superare le difficoltà che possono sopraggiungere nel corso dell’apprendimento e raggiungere gli obiettivi prefissati. È importante che l’apprendente abbia fiducia nelle proprie capacità; è quindi necessario focalizzarsi su ogni apprendente, incoraggiarlo a superare le eventuali difficoltà e ad impegnarsi a fondo.
A tale proposito cito Mazzeo (Mazzeo, Rosario [2005]. L’organizzazione efficace dell’apprendimento. Personalizzazione e metodo di studio. Trento, Edizioni Erickson): “Incoraggiare vuol dire fare appello e dare fiducia al cuore dello studente perché egli si decida a mettersi in azione e/o continui ad agire in un modo efficace rispetto al raggiungimento della meta”.

Ho potuto osservare che semplici frasi come: “Hai fatto un buon lavoro, continua così!”, “Il tuo intervento è stato molto pertinente, bravo!” assumono un grande significato per l’apprendente, il quale comprende che l’insegnante riconosce i suoi progressi, la fatica e l’impegno necessari al raggiungimento di quel risultato. L’apprendente viene così incentivato a procedere in questo modo, sa che i suoi sforzi verranno riconosciuti.

Anche molti altri autori sostengono l’importanza dello stile relazionale, spiegando che l’incoraggiamento, i commenti positivi, e il coinvolgere gli apprendenti chiamandoli per nome, incentiva la motivazione. Sulla base della mia esperienza, questa volta di apprendente a scuola e all’università, ho però osservato anche l’opposto: alcuni insegnanti, ad ogni intervento degli apprendenti, fanno notare soltanto gli errori commessi, (ad esempio, gli errori di pronuncia in lingua francese, rimarcando magari quanto l’apprendente abbia una pronuncia italianizzante…), rischiando di condurre l’apprendente alla convinzione di non essere portato per una lingua straniera e inducendolo, inconsciamente, alla decisione di abbandonare ogni tentativo di miglioramento. Questo atteggiamento dell’insegnante, attraverso il quale vengono evidenziati soltanto gli errori, demoralizza l’apprendente, il quale crede che ogni suo intervento sia sbagliato nella sua totalità. In questi casi, come ho potuto constatare, anche gli studenti più partecipativi, finiscono col perdere sempre più la voglia di interagire in classe. Gli insegnanti molto critici solitamente credono che il loro atteggiamento aiuti gli studenti a concentrare l’attenzione sugli errori, ma in realtà, mettendo in evidenza soltanto i lati negativi con critiche, rischiano molto spesso di inibire gli studenti piuttosto che favorire l’autocorrezione o il cambiamento (Gordon, Thomas. [1991]. Insegnanti efficaci. Firenze, Giunti Editore, ed. or. 1974, Teacher Effectivness Training).

Nel corso della mia esperienza di apprendente di una lingua straniera ho notato che altri insegnanti, invece, oltre agli errori, riconoscono anche gli elementi positivi, ad esempio il lessico ricco e vario impiegato dall’apprendente oppure la correttezza dei tempi verbali, motivandolo a focalizzarsi sulle proprie lacune e a continuare a potenziare gli altri aspetti.
Sulla base della mia esperienza di insegnante durante un tirocinio e nelle occasioni in cui impartisco lezioni private e corsi di lingue straniere, durante la correzione degli esercizi svolti dall’apprendente, tendo di solito a mostrargli sì gli errori, inducendolo all’autocorrezione, ma mettendo in evidenza anche gli elementi positivi della sua produzione, ad esempio l’impiego di un ottimo termine, una costruzione frastica particolarmente complessa realizzata correttamente. Tendo cioè ad apprezzare il suo impegno, piuttosto che a sottolineare gli insuccessi; cerco di mostrare all’apprendente che oltre agli errori ci sono elementi molto positivi, e che la sua produzione scritta e orale non è mai sbagliata in toto.

Ecco che cos’è per me l’incoraggiamento e perché credo molto in esso. Spero che questo articolo abbia potuto offrirvi spunti di riflessione e qualche suggerimento!

Autore dell’articolo:
Giulia Zaccarelli
Laureata in Lingue e Culture Europee (corso di mediazione linguistica)
Laureata in Letterature Comparate, Moderne e Postcoloniali
Aspirante traduttrice EN-DE-FR>IT
Mirandola (MO)

Correttezza è buona comunicazione

 Categoria: Traduttori freelance

C’è chi sostiene che la traduzione, soprattutto in campo artistico-letterario, non sia altro che una versione dell’opera, l’interpretazione personale del traduttore. Allora com’è possibile che in Italia non riusciamo a farne a meno? Sì, forse amiamo i personalismi, in ogni caso trovare in Italia un cinema con proiezioni in lingua originale con sottotitoli è un’impresa, mentre all’estero è la normalità.

Paradossalmente però siamo restii nel creare valide traduzioni per ogni nuovo vocabolo che ci arriva dall’estero, quelli inglesi ma non solo; così: , trailer, spelling, computer e garage sono traducibili con bande-d’annonce, épeler, ordinateur, e garage in francese; tráiler, deletreo, ordenador e garaje in spagnolo; ma non hanno traduzione in italiano.

Di per sé quello di assorbire vocaboli provenienti da altre lingue non può essere un difetto se ci rende più internazionali, eppure spesso non conosciamo neanche la loro giusta pronuncia e non sappiamo scriverli correttamente. Ammettiamolo, ci piace storpiare le parole, “italianizzarle”, a testimonianza di questo nell’ultimo anno ognuno di noi ha imparato almeno una parola straniera in modo sbagliato. Chi non ricorda i famosi indignados spagnoli? Essendo un vocabolo spagnolo la “gn” di indignados si legge con il suono duro e non con quello dolce tipico dell’italiano, eppure in tutti i telegiornali d’Italia l’abbiamo sentita pronunciare all’italiana!

L’Italia ha una grande storia di varietà linguistiche, tuttora da nord a sud è un susseguirsi di dialetti e parlate, i nostri addirittura non sono neanche considerabili dialetti, la definizione vuole, infatti, che i dialetti siano quelle varietà linguistiche comprensibili dai parlanti la lingua dominante, in questo caso l’italiano, eppure noi sappiamo che non è affatto così. Quindi conosciamo bene cos’è la varietà e che una parola mal pronunciata può avere un diverso significato del tutto erroneo rispetto a quello che vogliamo comunicare addirittura potrebbe risultare offensivo. Per fortuna noi italiani siamo bravissimi a sdrammatizzare ma non scordiamoci che la correttezza in una lingua è sempre fondamentale per la buona comunicazione!

Autore dell’articolo:
Giulia Rolando
Traduttrice ES-FR>IT
Bologna

Lo spagnolo cileno

 Categoria: Le lingue

Mi sono sempre piaciute le lingue, fin da bambina, e all’età di circa dodici anni ho deciso che da grande avrei lavorato in questo campo.

Nonostante il mio grande interesse verso qualsiasi lingua e la curiosità di imparare almeno un paio di parole di ognuna – ogni volta che andavo in vacanza all’estero avevo sempre con me un quadernino sul quale scrivevo le parole più ricorrenti – ce n’è sempre stata una alla quale mi sento più affezionata: lo spagnolo. Da quando ho iniziato a studiarlo al liceo non l’ho mai abbandonato e ho sempre fatto tutto il possibile per migliorarlo giorno dopo giorno e per poter imparare anche quei detti e quelle frasi fatte che non vengono mai insegnati a scuola.

Ma la mia convinzione di aver acquisito un buon livello di spagnolo è svanita il primo giorno che ho messo piede sul suolo cileno. Durante la mia carriera universitaria, ho avuto la fortuna di poter studiare per sei mesi a Santiago del Cile ed è stato proprio lì che mi sono resa conto che il mio spagnolo scolastico mi sarebbe servito a poco. Così, come ogni regione italiana ha il proprio dialetto, ogni paese di lingua spagnola ha le sue sfumature e i suoi vocaboli.

Mi ci sono volute un paio di settimane per ambientarmi e soprattutto per abituarmi alla velocità con cui parlano i cileni. Hanno talmente tanta fretta nel parlare che si “mangiano” la maggior parte delle parole e ricordo che ogni volta dovevo chiedere di ripetere più lentamente ogni frase. Ma le difficoltà non finiscono qui perché dopo essersi abituati alla velocità, è necessario crearsi un proprio dizionario di “spagnolo cileno” con le parole più comuni.

Innanzi tutto ciò che i cileni adorano fare è carretear, che per qualsiasi giovane di Madrid sarebbe salir de fiesta; se invece racconti qualcosa di davvero interessante, per loro sarà molto bakan, ossia qué guay. Per non dimenticare il cachai, la parola più importante di tutto il vocabolario cileno. Equivale allo spagnolo vale, ma in realtà è un intercalare che usano molto spesso e senza rendersene conto; lo mettono tra le frasi per risvegliare l’attenzione del loro interlocutore e soprattutto lo usano alla fine di qualsiasi proposta o spiegazione per essere sicuri che la persona con cui stanno parlando abbia capito tutto, anche se in realtà non è una vera domanda che esige una risposta.

Per quanto riguarda i mezzi di trasporto, invece, se si va alla fermata dell’autobus è perché si vuole prendere una micro (i bus sono solo quelli che percorrono lunghe distanze) e il conducente non conduce ma maneja. Inoltre, non ci si può certo dimenticare del chao gracias quando si scende dalla micro! È il rituale saluto che ogni passeggero urla dal fondo del bus prima di scendere e anche in questo caso non ci si aspetta una risposta, soprattutto perché sono molto pochi gli autisti che salutano.

In conclusione, per imparare bene una lingua non bastano i corsi scolastici, ma l’ideale è viverla, assaporarla, ascoltarla e non scinderla mai dalla sua cultura e dalla sua gente.

Autore dell’articolo:
Francesca Conti
Scienze Linguistiche
Milano

L’ideogramma cinese: espressione pittorica

 Categoria: Traduttori freelance

L’amore per la Terra cinese e il sogno nutrito fin da bambina di vivere in Cina sono la forza propulsiva delle mie traduzioni e dei miei racconti bilingue. Appassionata di letteratura e di geografia umana, ritengo che, per avere una profonda conoscenza della Cina e della sua affascinante lingua, sia necessario convivere quotidianamente con il popolo cinese, immergersi nell’atmosfera autentica dei villaggi abitati da numerose e diverse etnie, svolgere continue ricerche sulla storia, gli usi e i costumi della sua civiltà.

Dopo aver studiato la lingua cinese all’Università, allo scadere del ventesimo secolo sono approdata in Cina e subito ho avvertito un sottile filo rosso collegare i giorni della mia vita alla lingua e alla cultura tradizionale locale. Quando visitai per la prima volta Pechino, ebbi subito un particolare approccio con la scrittura e la pronuncia degli ideogrammi cinesi: straordinarie espressioni pittoriche, che racchiudono in sé pensieri, emozioni e precisi significati simbolici. Un pomeriggio presi un taxi e mi diressi a Liu Li Chang, la via antica degli artisti e degli antiquari. Lungo una strada brulicante di persone dai capelli d’inchiostro, tra centinaia di negozi che vendevano vasi di porcellana e cloisonné, mobili, lacche, statuette, giade e oggetti in tartaruga, incontrai una giovane pittrice originaria di Xian, che dipingeva delicati acquarelli raffiguranti concubine della corte imperiale. Entrai nel suo negozio, un bugigattolo stretto tappezzato di quadri e acquistai due suoi dipinti: alcune dame di epoca Tang dalle guance rosa pesca come petali di fiore, disegnate con estrema precisione con un piccolo pennello dalla punta sottilissima. Prima di partire per la Cina avevo ordinato un blocchetto di bigliettini da visita da distribuire agli amici che avrei conosciuto; su quei rettangoli di carta bianca e lucida erano incisi il mio nome e cognome italiani (Fiori Picco) e dipinti i due simboli che li rappresentavano, ovvero il picco di una montagna e un fiore che cresceva sulla cima: una composizione bucolica e decisamente naif, adatta a uno dei suoi acquarelli. La pittrice nel guardarlo esultò e mi diede la traduzione corrispondente in lingua locale, il nome cinese che adottai per sempre: Xue Lian, il Loto delle Nevi, un fiore che cresce sulle vette dell’Himalaya, pianta medicinale, vegetale rarissimo e prezioso, emblema sacro ai monaci buddisti, simbolo di purezza e di forza interiore perché sbuca in mezzo ai ghiacciai perenni, in condizioni climatiche rigidissime.

In due semplici sillabe dal suono melodioso sono racchiusi tanti piccoli frammenti di una cultura antica da preservare, di un mondo arcano e misterioso da cui attingere sapienza, spiritualità, poesia e gioia di vivere.

Autore dell’articolo:
Fiori Picco
Docente di lingua cinese, interprete, traduttrice letteraria e autrice Siae. Università Ca’ Foscari di Venezia
Brescia

La lingua di un popolo

 Categoria: Traduttori freelance

Le belle traduzioni sono il mezzo più veloce e più sicuro per arricchire una lingua” (Jean de le Rond d’Alembert 1717-1783 filosofo francese).

La lingua di un popolo è un suo gioiello splendente che contemporaneamente indica l’altezza della sua civiltà. Più crescono i popoli, più vengono coltivate e migliorate le loro lingue. Tutte le lingue dei popoli vengono rispettate sia per popoli culturalmente evoluti o no. Questo è il motivo per cui l’apprendimento delle lingue è molto importante per la vita e l’evoluzione culturale dell’uomo. Chi, dice Goethe, non conosce le lingue straniere non sa nulla della sua, e questo ruolo importante viene interpretato dalle traduzioni. Fin dall’antichità, i Romani con le opere greche, o il caso degli Ittiti come dice I.Th. Kakridi abbiamo i primi campioni di traduzioni. Naturalmente, non possiamo dimenticare il movimento di maggior traduzione di quel periodo che è la traduzione – salvataggio di antichi testi greci dalle traduzioni in arabo e poi diffuse in tutta l’Europa.

La traduzione non è importante solo nella diffusione della conoscenza, la religione, la letteratura e la cultura in generale, svolge un ruolo importante, anche, nel determinare lingue nazionali come quella inglese associata a ripetute invasioni straniere e nelle rispettive lingue straniere (latino, anglosassone, danese, francese) e notoriamente include molti prestiti dal greco e dalle lingue scandinave ed altre , ma anche portato all’invenzione di nuovi alfabeti per le esigenze di traduzioni specifiche. Un esempio ben noto è l’invenzione dell’alfabeto cirillico (sulla base di greco) e le prestazioni grafiche in lingua slava dai Santi Cirillo (c. 827-869) e Metodio (c. 825-885), per il bisogno di tradurre le sacre scritture e per la cristianizzazione degli Slavi.

Autore dell’articolo:
Konstantinos Kokologiannis
Poeta-traduttore GR<>IT
Nicosia – Cipro

Tradurre: fatica, scoperta e soddisfazione

 Categoria: Traduttori freelance

L’insaziabile fame di libri scoperta non appena fui in grado di leggere, la curiosità innata per i discorsi e i pensieri altrui, e la passione per la scrittura. Credo siano queste caratteristiche, più che una ponderata volontà di intraprendere una professione, ad avermi portato a lavorare come traduttrice. Nel mio catalogo mentale tradurre rientra tra quelle professioni, come molti sport, in cui per raggiungere buoni risultati contano la predisposizione, la fortuna e l’allenamento.

Quando mio padre, titolare di un piccolo studio editoriale, mi propose di tradurre alcuni capitoli di un manuale di fotografia dall’inglese, mi ci buttai senza troppe riflessioni. Avevo da poco concluso il liceo scientifico, e le mie conoscenze dell’inglese si limitavano agli studi scolastici, mentre la fotografia era una materia a me del tutto oscura. Scoprii presto a mie spese quanto l’opera di traduzione fosse tutt’altro che semplice o meccanica, con mille insidie e difficoltà che non immaginavo nemmeno lontanamente, ma non volli demordere. Con fatica (in alcuni casi, con moltissima fatica) andai avanti, un passo alla volta. Lavoravo seduta a un tavolino nella camera di mia nonna, sballottata dai duplici momenti di sconforto derivanti dagli ostacoli lavorativi e dal peggiorare delle sue condizioni di salute. Lei non visse a sufficienza per vederlo, ma infine uscì il primo libro con il mio nome come traduttrice.
Nei dieci anni successivi, se ho ottenuto progressi è stato grazie a tenacia e inesauribile pazienza, che mi hanno insegnato a confrontarmi con i temi più diversi: dalla chitarra al giardinaggio, dagli oceani alla cura dei neonati. Ho scoperto che ogni volta è come immergersi in un’atmosfera particolare, fatta di costruzioni sintattiche, meccanismi logici e parole di un ambito specifico, e che devi essere pronto a non dare mai nulla per scontato, avvicinandoti a ogni testo come a una nuova scoperta. Così come con le persone che incontri ogni giorno, occorre sia avere gli strumenti per capire sia saperli usare senza pregiudizi, con un pizzico di umiltà.

Con l’esperienza, mi sono fatta l’opinione che per ottenere una traduzione soddisfacente sono sicuramente necessarie le fondamentali competenze linguistiche, ma sono altrettanto indispensabili doti di comprensione umana e di espressione comunicativa. Il traduttore è il tramite, il postino che compie la delicata missione di capire, con occhi benevoli, mente aperta e attenzione vigile, quello che l’autore ha voluto scrivere, per restituire al lettore il messaggio originale, consegnandolo con parole a lui comprensibili. Andando controcorrente rispetto a un mondo in cui sempre più si tende a prediligere la quantità di parole a scapito del loro valore, chi diventa nello stesso tempo spettatore e voce narrante dovrebbe essere sempre guidato da uno schietto rispetto per il significato, non solo letterale, di ogni vocabolo, di ogni frase, per attuare quella sorta di magia che nessun traduttore automatico è in grado di compiere.

Lingue neolatine a confronto

 Categoria: Le lingue

La lingua italiana e la lingua francese, anche se sono lingue neolatine,  presentano differenze in parecchi campi. La grammatica francese sembra molto difficile rispetto a quella italiana ma i francesi pensano spesso che basti aggiungere una vocale alla fine di una parola francese per trasformarla in una parola italiana. Questo è falso! Può darsi che alcune parole italiane e francesi siano uguali, ma questo è raro. Per quanto riguarda la grammatica, invece, la lingua italiana sembra avere regole meno difficili e meno strane. Però nella lingua italiana ci sono i dialetti: il dialetto genovese, napoletano… anche se si parla molto bene l’italiano, parlare un dialetto è come parlare una lingua completamente diversa. Manzoni ha affermato che l’italiano vero e proprio è il toscano, ma perché? Sarebbe una lingua più nobile del napoletano?

In francese non abbiamo questa diversità di lingue. La lingua francese presenta delle differenze in alcune parole ma, in definitiva, sono molto simili. Ciò che cambia tra le varie regioni francesi è la pronuncia. Infatti, il sud e il nord della Francia hanno pronunce diverse per una stessa parola, tipo “un brin d’herbe” si pronuncia con la nasale nel nord e senza nasale nel sud.
Anche l’accento è spesso diverso. A Marsiglia, per esempio, la gente sembra che canti quando parla, mentre a Strasbourg l’accento della gente si avvicina al tedesco perché quella zona confina con la Germania.

I francesi pensano che la lingua spagnola e quella italiana siano quasi simili; quando imparano queste lingue a scuola, spesso fanno errori e usano parole italiane e non spagnole o viceversa. Anche questo è un falso luogo comune perché queste due lingue non sono proprio identiche. Forse questo perché l’accento spagnolo e l’accento italiano si assomigliano nei confronti di quello francese o tedesco.

Autore dell’articolo:
Sophie Gonçon
Traduttrice freelance IT>FR
Lyon (Francia)

Legame fra testo di partenza e di arrivo

 Categoria: Traduttori freelance

Per tradurre è necessario mettersi nella condizione di scegliere il miglior modo per trasferire un significato da una lingua all’altra, un passaggio nel quale occorre negoziare fra due sistemi di pensiero e di esperienza.
Sono convinta che uno degli obiettivi da porsi sia l’eleganza, che anzitutto significa “capacità di scelta”e di ascolto del testo. Eleganza che rende possibile la ricerca delle migliori espressioni disponibili per rendere l’espressività della lingua di partenza, cosa assai complessa nei dialoghi.

Nella traduzione professionale, la specificità di un testo corrisponde al pubblico a cui essa è rivolta e al tipo di messaggio che viene trasmesso. Una traduzione di servizio funziona se trasmette con il più basso rumore di fondo il messaggio iniziale. Al contrario, per la traduzione di un articolo di giornale, ci si può permettere di interferire in maniera lieve per mezzo di adattamenti ed espressioni che la lingua di arrivo impone, realizzando una traduzione che mira alla“comunicazione” e alla “fruibilità immediata”. Infine nella traduzione di un testo di maggiore prestigio, il traduttore è erede delle scelte dello scrittore, quindi ha il compito di rendere le sue intenzioni e la forma alla luce dei vincoli che la lingua di arrivo impone. Tradurre diventa così un doppio esercizio di volontà, ripagato da un lavoro più affine che fedele al testo di partenza: pertanto la lettura può essere agevolata da scelte più vicine alla lingua di arrivo. Bisogna scegliere in che misura sacrificare certe caratteristiche del testo di partenza – come i trattini, o riferimenti che abbiano un significato forte nel testo – che nella resa finale possono mettere in difficoltà il lettore. Ho conosciuto traduttori fieri sostenitori della scelta di non agevolare troppo la lettura scorrevole, per ricreare piuttosto l’effetto che il testo di partenza ricerca. È una rinuncia all’adattamento per onorare la sensibilità della lingua del testo originario.

Esistono quindi molteplici sfumature di posizione verso il testo di arrivo o verso il testo di partenza: può addirittura rivelarsi più creativo imporsi i vincoli che il testo di partenza contiene al suo interno. Non significa soltanto trovare una via di mezzo, ma restituire quel quid quasi invisibile dal quale scaturisce la godibilità della lettura, dando la giusta misura ai dettagli e all’ordito complessivo: si comprende meglio l’idea che tradurre non è né semplice tradire, né una riproduzione gemella e zoppa di un testo, ma la creazione di un figlio maturo e in grado di contenere un significato autonomo, che mantiene però significativi legami con il testo originale.

Autore dell’articolo:
Anna Quatraro
Laurea in Mediazione Linguistica e Culturale,
Master Oblique, redattore editoriale, Roma
FR-EN>IT
Padova

Il lavoro di traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Un lavoro di traduzione richiede di per sé un attento lavoro sul testo scegliendo, a seconda del medesimo, di prestare una maggiore attenzione al significato letterale, come nei testi d’uso, o una particolare attenzione al ritmo ed alla musicalità del verso, come in poesia, magari concedendosi qualche piccola licenza sul piano del significato. Tradurre significa interpretazione, studio, ricerca, ma soprattutto la creazione di un ponte tra culture diverse, di cui si deve tener conto quando ci si approccia al testo.

In ambito musicale si è persa la consuetudine di mettere in musica le opere tradotte preferendo, ove possibile, l’originale. Ciò accade non solo per la complessità della traduzione ma per il senso di straniamento che provoca un’opera tradotta: un ascoltatore attento si renderà conto che “qualcosa non combacia”.

Un traduttore musicale lavora quindi sul piano letterario e sul piano tecnico.
Il piano letterario riguarda ciò che un compositore scrive a proposito delle proprie opere o, nel caso l’autore non abbia lasciato indicazioni, il parere degli studiosi. Chi ama la traduzione non potrebbe non amare il testo che ha sotto le mani, e chi ama la musica non può non emozionarsi leggendo le parole di chi ha lasciato tracce nella storia della musica.

Sul piano tecnico ci si approccia ai testi specifici con molta attenzione, sapendo che un termine sbagliato può provocare non solo l’errore ma anche un’incongruenza tra un’eventuale illustrazione e la frase tradotta.

La cosa più emozionante è sapere che un interprete può scegliere un certo modo di eseguire un pezzo perché ha trovato una traduzione nella sua lingua; o sapere che una persona potrebbe comprendere meglio un argomento in una buona traduzione. Ѐ emozionante sapere di avere creato un ponte tra due culture, tra due persone, restando dietro le quinte.

Autore dell’articolo:
Marina Garau Chessa
Traduttrice EN-ES-DE>IT
Sassari

Interpretazione simultanea: come prepararsi

 Categoria: Servizi di traduzione

Prima di affrontare un’interpretazione simultanea (la quale, generalmente, si svolge all’interno di una cabina insonorizzata), l’interprete non può presentarsi sul posto di lavoro senza un’adeguata preparazione (senza conoscere, per esempio, il tema del convegno, senza aver incontrato almeno una volta i relatori, senza aver verificato che le apparecchiature tecniche funzionino correttamente, ecc.). Sebbene spesso accada che gli interpreti vengano ingaggiati solo pochi giorni prima della celebrazione dell’evento al quale prenderanno parte, molte altre volte vengono contattati con largo anticipo e possono, quindi, avere il tempo necessario da dedicare alla propria preparazione. Tale preparazione consta di vari aspetti che, nell’insieme, contribuiscono alla buona riuscita della traduzione, ed è di due tipi: preparazione costante e preparazione ad hoc.
La prima ha l’obiettivo di migliorare le conoscenze generali dell’interprete, in particolare quelle che riguardano l’attualità sociale, economica, politica e tecnologica. Per la seconda, invece, l’interprete sarà tenuto a leggere documenti legati all’argomento della conferenza sia per entrare in possesso di conoscenze generali, sia per conoscere elementi linguistici specifici della terminologia specializzata.

In primo luogo, l’interprete dovrà premurarsi di conoscere l’argomento della conferenza per potersi, poi, dedicare alla formulazione di un glossario ad hoc. Ogni interprete che si rispetti, infatti, deve essere pronto a tradurre discorsi che riguardino qualunque tipo di argomento, essere sempre al corrente delle ultime notizie relative alla politica nazionale e conoscere le istituzioni e le strutture giuridiche ed economiche dei Paesi di riferimento; tuttavia, è fondamentale che gli vengano fornite le informazioni utili (circa l’argomento della conferenza e le caratteristiche dei relatori) al fine di aumentare il livello di rendimento della traduzione e approfondire il vocabolario inerente all’argomento. L’interprete, una volta conosciuto l’argomento della conferenza e accettato l’incarico, si dedicherà al lavoro terminologico e alla ricerca di informazioni. Sarà di fondamentale importanza per lui avere, inoltre, delle informazioni generali a proposito della città in cui si terrà il congresso, ad esempio, e un’ulteriore risorsa consisterebbe nell’entrare in possesso di discorsi tenuti precedentemente dai relatori e analizzare testi inerenti al tema del congresso, così da familiarizzare con la terminologia dell’evento e attestare l’affidabilità dei termini e delle relative traduzioni.

Una volta elaborato il glossario, l’interprete dovrà riuscire a memorizzare un numero di termini tali da poter poi, durante la simultanea, fare affidamento sulla propria memoria per la traduzione di termini tecnici o specializzati la cui traduzione, se precisa e coerente, renderà più scorrevole e credibile il discorso. L’eventuale consultazione del glossario dovrà essere rapida e limitata a quei termini particolarmente difficili o, generalmente, estranei al vocabolario quotidiano dell’interprete. Egli potrà, inoltre, accrescere la propria preparazione e migliorare la propria resa, chiedendo liberamente di incontrare i relatori prima dell’inizio dell’evento per cominciare ad abituarsi al loro accento, chiedere chiarimenti a proposito di determinati termini di cui l’interprete non ha chiaro il significato ed, eventualmente, farsi consegnare, se esiste, una versione scritta del discorso del relatore. In tal caso, all’interprete saranno richieste discrezione, confidenzialità e rispetto del codice etico per la protezione delle informazioni e dei documenti, spesso confidenziali.

Per concludere, la preparazione “pre-cabina”, non si limita esclusivamente alla ricerca terminologica adeguata, bensì si fonda, in gran parte, sull’aspetto psicofisico. L’interprete è un professionista che si rivolge ad un pubblico, per questo non deve sottovalutare il mezzo di comunicazione tramite cui gli è possibile effettuare il proprio lavoro: la voce. Esistono degli esercizi che gli interpreti dovrebbero praticare prima di eseguire un’interpretazione, molto simili a quelli utilizzati dai cantanti, che coinvolgono varie parti del corpo, quali il diaframma, le corde vocali, il viso e, più in generale, la postura. Attraverso tali esercizi, si impara a controllare la respirazione per evitare di restare senza fiato nel bel mezzo della frase, di preservare gli organi fonatori e, non meno importante, il nervosismo.È altrettanto essenziale imparare a controllare la potenza della voce: a volte, può capitare che l’interprete debba parlare senza l’ausilio di un microfono, sarà quindi necessario imparare a proiettare e ad amplificare la voce (per mezzo di un corretto uso del diaframma e della risonanza della gabbia toracica).

Autore dell’articolo:
Susanna Rodio
Laureata in lingue e letterature straniere e tecniche della mediazione linguistica
Traduttrice e interprete IT<>EN, IT<>ES
Messina (ME)