Il linguaggio e i suoi fortunati servitori

 Categoria: Traduttori freelance

Tradurre… da piccola non mi era mai passata per la mente la possibilità di imboccare questa strada… è vero, ho sempre amato leggere, ho sempre avuto un interesse particolare per l’inglese e per le lingue in generale, ho sempre sognato di viaggiare, conoscere posti nuovi, gente nuova, modi di vivere totalmente diversi dal mio… la curiosità è stata da sempre il mio più grande pregio/difetto: ero la bambina dei continui perché, quella che non si accontentava di un “perché sì” o “perché è così”, quella che voleva capire il motivo primordiale che scatenava le cose, e se non ci riusciva la viveva come una sconfitta. Ho sempre amato la lingua italiana, la correttezza grammaticale, la precisione semantica, sfruttare al massimo la possibilità che abbiamo di esprimere i nostri pensieri, e poterlo fare in modo corretto. Allora un giorno mi son fermata e ho pensato: “Perché non fare di tutto questo il motore trainante del mio futuro, la base della mia vita lavorativa e di ciò che mi darà modo di costruirmelo quel futuro?”. Ed ecco che nel mio cervello si è accesa la lampadina che corrispondeva al mestiere che meglio si addice a queste caratteristiche: la traduttrice.

Crescendo la curiosità me la son sempre portata dentro. E la porto dentro tuttora: leggo, ma non mi fermo mai alla superficie; scavo, vado fino in fondo nelle cose, sempre, convinta che anche le spiegazioni più esaustive nascondono qualcosa in più. Col trascorrere degli anni ho poi imparato a conoscere altre lingue, altre culture e il fascino nei riguardi di quell’ignoto è aumentato sempre più. I primi viaggi con gli amici, le prime esperienze all’estero quando capisci che finalmente puoi mettere in pratica tutto quello che hai imparato finora: la soddisfazione di capire un film in lingua originale, ma ancora di più, l’ineguagliabile soddisfazione che provi nel momento in cui ti rendi conto che stai pensando nell’altra lingua! Addio al meccanismo cerebrale: italiano -> altra lingua! Il tuo cervello pensa come se non ti appartenesse più, come se si fosse estraniato da te divenendo un madrelingua altra. Poi però rientri in Italia e ti rammarichi di non poter più sfruttare questa possibilità, una possibilità che non viene concessa certo a tutti. E tutto ti riporta sempre lì: l’unico modo che hai di continuare a sentirti vivo allo stesso modo è quello di dedicarti alla lettura in lingua originale, e alla conseguente resa nella tua lingua. Ecco attivo il processo cerebrale inverso: altra lingua -> italiano.

La libertà mentale richiesta da questo mestiere non è roba da poco. E se non ti senti libero dentro, non ha senso quello che fai. Non ha senso sforzarti di capire cosa c’è al di là delle parole, cosa cela quel che dice l’autore e cosa dice col suo “non dire”. Ma soprattutto non ha senso tentare di riproporlo nella tua lingua: conoscenza è potere, e noi abbiamo il potere di aiutare il mondo a comunicare non fermandosi alla mera comunicazione verbale, ma scavando nel profondo degli stati d’animo, delle motivazioni. Siamo fortunati, immensamente fortunati, siamo il ponte di connessione tra culture diverse, tra anime diverse. Il linguaggio è solo la crosta superficiale; noi trasmettiamo l’essenza. Eppure senza quella crosta, l’essenza non potrebbe esser trasmessa: è un circolo senza fine, di quelli che ti fanno perdere e ritrovare e poi perdere ancora una volta… ma alla fine ti riportano sempre a quella domanda alla quale non riesci a dare una risposta: “Nella lingua originale suona meglio, perché?”.

Autore dell’articolo:
Francesca Giada Meo
Laureata in Interpretariato e traduzione EN-FR-ZH>IT
Roma

Sapere la differenza tra “sì, yes, ja…”

 Categoria: Traduttori freelance

Al giorno d’oggi, in un mondo sempre più globalizzato, la conoscenza delle lingue straniere sta diventando sempre più importante, quasi necessaria specialmente per tutti quei giovani che assistono a programmi in lingua originale tramite la TV via cavo, o si scambiano pareri, opinioni e punti di vista tramite social network quali Facebook o Youtube.

Fino a non molto tempo fa, soprattutto in Italia, si pensava che conoscere una seconda lingua oltre alla propria, fosse soltanto qualcosa in più da usare per l’insegnamento, le traduzioni e nel settore del turismo, mentre oggi il background linguistico è essenziale sia per la comunicazione che la negoziazione nel mondo degli affari internazionali .
In gran parte delle aziende, infatti, è sempre più richiesto che la classe dirigente abbia un’ottima conoscenza di una seconda lingua, fattore che permette a chi ne è in possesso, di avere un vantaggio competitivo che può rilevarsi decisivo, ad esempio per presentare prodotti, o progetti a lungo termine dell’organizzazione, ad un acquirente straniero.
La conoscenza di una seconda o anche una terza lingua straniera, non basta certamente per ottenere un buon lavoro o avviare un’attività redditizia, ma senza dubbio può aiutare ad inserirsi nel mondo del lavoro.
Ormai non vi sono settori in cui non sia richiesta la conoscenza di almeno, una seconda lingua; qualsiasi offerta di lavoro rivolta a neolaureati oppure top manager, prevede una conoscenza per lo meno basica di un’altra lingua, oltre alla propria.

I vantaggi che derivano dall’essere padroni di una lingua straniera nel mondo del lavoro sono molteplici, mentre numerosi possono essere i disagi non conoscendola. Non essere sufficientemente competente nell’esprimersi in un’altra lingua può rivelarsi decisivo nell’interpretazione, può dar luogo a malintesi o addirittura causare problemi nella conclusione degli accordi e creare difficoltà nei rapporti commerciali. Inoltre, conoscere una lingua straniera significa anche conoscere e approfondire la cultura di riferimento del paese cui appartiene.
La padronanza di una seconda e meglio ancora, di una terza lingua consente di studiare sempre nuove culture e stili di vita, attraverso i libri, i mass-media e soprattutto Internet.

Per concludere, nel mondo di oggi parlare una lingua straniera non è soltanto un “very interesting skill”, ma una vera necessità per essere competitivi sia culturalmente che professionalmente.

Autore dell’articolo:
Valerio Di Martire
Traduttore interprete
Roma

Fedeltà linguistica o fedeltà al testo?

 Categoria: Problematiche della traduzione

Ogni volta che un traduttore si trova di fronte a un testo tecnico, gli si pone un dubbio, ossia restare fedeli alla linguistica o al contenuto del testo originale? Si sa, si può tradurre un testo quasi perfetto da un punto di vista strettamente linguistico, ma spesso il risultato è una traduzione approssimativa e insufficiente. Inoltre la sintassi, la morfologia e la semantica creano ancor più difficoltà in quanto il testo tecnico usa un linguaggio più sintetico, utile per descrivere in modo chiaro l’oggetto o il procedimento in questione, ma diventa motivo per il quale il traduttore deve stare molto attento al contenuto semantico e alla reazione che il testo deve produrre nei destinatari. Si possono creare problemi di tipo linguistico-semantico ad esempio la polisemia, la omonimia, i falsi amici, la sinonimia, l’iperonimia, l’iponimia, l’antonimia ecc. Per questa ragione la scelta dei termini è alla base di questo processo, visto che devono esprimere in modo preciso il significato del testo originale. Nel caso di traduzioni giuridiche, medico-scientifiche, socio-economiche ecc. bisogna sempre dare primaria importanza al contenuto e non alla fedeltà linguistica. La traduzione non è mai solo un problema linguistico ma anche un problema che riguarda la cultura, la storia, le tradizioni, il sistema socio-politico e giuridico del paese in questione. Proprio a questo proposito Umberto Eco ha scritto un saggio Riflessioni Teorico-pratiche sulla traduzione affermando che “una fedeltà linguistica permette una fedeltà culturale.” I due principali obiettivi di un traduttore sono: comprendere il significato del testo di partenza e la ricerca della terminologia equivalente nella lingua di arrivo. È evidente che dipende anche dalla tipologia di testo, ad esempio un testo giuridico è caratterizzato da una terminologia specializzata di una professione o di una specifica attività per questo motivo i termini giuridici devono corrispondere a significati univoci.

Ottenere una traduzione quasi perfetta in questo ambito è praticamente impossibile, lo è in ogni settore, ancor di più in campo giuridico; a tal proposito Ortega e Gasset nel loro saggio Miseria e splendore della traduzione, affermano che “è un’utopia credere che due vocaboli appartenenti a due lingue, e che il dizionario ci indica come traduzione l’uno dell’altro, facciano riferimento esattamente agli stessi oggetti”. Il traduttore deve tener presente tutti gli aspetti extra-linguistici prima di iniziare a tradurre. I significati, le connotazioni, le peculiarità semantiche del linguaggio riflettono le tradizioni, la cultura e il sistema del loro paese. Concludo dicendo che conoscere bene una lingua non significa essere un bravo traduttore, tradurre implica un’abilità specifica che richiede competenza traduttiva e il sapere specifico per comprendere le informazioni, a volte molto tecniche, del testo originale, la bravura sta nel riuscire ad esprimerle, traducendole in modo adeguato e corretto.

Autore dell’articolo:
Teresa Sasso
Laureanda in traduzione FR-ES-EN-PL>IT
Firenze-Genova

La lingua da carta a click (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

Durante le ripetizioni ai miei ragazzi ho potuto riscontrare quanto al giorno d’oggi la musica, i film e soprattutto la familiarità con l’ambiente informatico e videoludico rappresentino una marcia in più. Spesso si imparano involontariamente dei termini giocando a un Super Mario, ascoltando le canzoni del gruppo preferito e via discorrendo. Con questo tipo di apprendimento passivo il vocabolario si “deposita” nell’esperienza di ciascuno e certamente favorisce la metabolizzazione di una nuova cultura.
Il problema di questo tipo di fruizione è che se non ne segue uno studio attento l’apprendente viene rimosso dall’equazione e diventa mero ricettacolo di termini ed espressioni che non si sanno in seguito utilizzare attivamente e collocare nel giusto contesto.

Ed arriviamo ad oggi, anzi ieri, l’era dei social network come Facebook, Twitter, Myspace e simili. Questo tipo di modalità interattiva, dal punto di vista socio-linguistico è stata una vera rivoluzione. Siamo sempre in ambito virtuale quindi il muro tra gli interlocutori persiste ma quello che è cambiato è che si è creato un ambiente, una rete, in cui tante persone sono interconnesse e l’interazione è ricca e continua.
Il vantaggio di un social network di questa portata è un esponenziale aumento degli scambi linguistici conseguenti all’interazione con i propri contatti (inclusi quelli che parlano una lingua straniera): si condividono pensieri, passioni, e le esperienze si intrecciano arricchendo il bagaglio comunicativo. La presenza di parole straniere – soprattutto in lingua inglese – è costante. Non escludo che un linguista come il sottoscritto, che ha ingiallito le pagine dei vocabolari, si possa sentire in un certo senso “obsoleto” davanti a questa conoscenza “ereditata”: qualche anno fa lo studio consisteva in ore passate a casa sui libri e altrettante in classe quando invece oggi molte parole ed espressioni vengono date per scontate spostando (almeno lessicalmente parlando) la linea di partenza in avanti.

La lingua è veicolo di storia, cultura generale e popolare, specchio della realtà sociale di un Paese e la sua circolazione è un valido indicatore di convergenza culturale. Quello che possiamo augurarci è che in questo passaggio ideale da carta a click, dal concetto di “noi” a “tutti”, da “ieri” a “domani”, niente vada perso per sempre perché, citando Adrienne Rich, “Negli interstizi della lingua si nascondono i significativi segreti della cultura”.

Autore dell’articolo:
Mauro P. Miccolis
Traduttore
Mola di Bari

La lingua da carta a click

 Categoria: Strumenti di traduzione

Il lettore converrà come, nell’esperienza di molti, lo studio di una lingua straniera, e ad esempio la traduzione, abbia sempre evocato l’immagine di pesanti dizionari spaccati in due fino allo sfinimento e opere di autori inglesi con gorgiera e sguardo fiero.

Nel mio caso, per fortuna, l’approccio con la lingua inglese è stato naturale e indolore, quasi giocoso, e a scuola si sa com’è, se si sa più degli altri si diventa un vocabolario umano.

Procedendo verso l’età adulta, lo studio di una lingua straniera acquisisce più importanza perché si è portati ad interagire nell’ambito di una realtà più ampia.

Vent’anni fa quando ero un ragazzino, non si faceva che ripetere: “L’informatica e l’inglese sono il futuro”. E così è stato, da lì a poco si sarebbe entrati in un’epoca in cui l’una sarebbe stata complementare all’altro e il binomio avrebbe costituito la pietra miliare di un’educazione superiore.

I vocabolari cartacei cominciano ad essere sostituiti dalle controparti elettroniche: arrivano i dizionari elettronici e su cd, che costano ancora troppo e questo sicuramente non incoraggia all’acquisto. È innegabile il conseguente vantaggio di portabilità, accessibilità, fruibilità (e sicuramente la riduzione del numero di tagli da carta alle dita) ma personalmente lo ritengo un passo più lungo della gamba da parte della tecnologia che cercava di farsi strada un po’ in tutti i settori alimentata dalla novità “internet”.
Il dizionario open source online arriva in Italia (sempre in ritardo rispetto agli altri Paesi) verso la metà degli anni novanta a pari passo con la diffusione virale del mezzo internet.

Quando si pensa alla lingua straniera inevitabilmente si pensa all’inglese, vitale negli scambi commerciali, i rapporti internazionali, per non parlare della terminologia sia tecnica che colloquiale che è diventata appendice di ogni lingua. Non è insolito sentire parlare quotidianamente di team work, management, feedback o class action e – mi si perdoni la cattiveria – a volte in maniera banale e poco consapevole. Partendo dal presupposto che tutte le lingue comunitarie acquisiscono la stessa importanza, si può notare come alcune lingue siano usate più ricorrentemente in determinati contesti: il francese ad esempio viene molto usato in ambito di rapporti internazionali, vista la collocazione del Parlamento Europeo. Il tedesco, in ambito commerciale e finanziario vista la considerevole attività industriale e bancaria, lo spagnolo diventa chiave d’accesso nei rapporti tra i giovani e assieme all’italiano rappresenta una costante in ambito turistico soprattutto visto il considerevole spessore culturale.

Chiudendo questa parentesi europeista, al giorno d’oggi l’apprendimento di una lingua straniera è un bene inevitabile perché si è venuto a creare, soprattutto dopo la creazione della UE, un unico bacino culturale da cui poter attingere continuamente, per contro nei casi estremi si può parlare persino di fagocitazione linguistica.

La seconda parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Mauro P. Miccolis
Traduttore
Mola di Bari

Traduzione e traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

La traduzione è l’arte che opera una sintesi tra la fedeltà al codice linguistico e la bellezza estetica.
Quindi, compito del traduttore è ricreare un testo in modo fedele e bello. Ad esempio, le parole cimitero, camposanto e necropoli hanno tutte una stessa referenza ma significati diversi. Infatti, se si deve tradurre un testo con contesto non cristiano, il traduttore preferirà usare il termine neutro di cimitero e non quello religioso di camposanto. Se poi ci si ritrova di fronte ad un testo letterario ricco di metafore, il traduttore deve sempre sforzarsi di restituire il pensiero dell’autore. Ad esempio, se un testo scritto nel medioevo racconta di una contadina violentata da un signorotto locale e l’organo genitale femminile è chiamato dall’autore badessa, il termine migliore per tradurre in inglese quella parola dotata di sacralità, di pregnante significato ecclesiastico è prioress.

A volte il traduttore deve rinunciare alla fedeltà al codice linguistico per favorire la bellezza del codice di arrivo. E’ il caso del prestito: il traduttore rinuncia a tradurre per un’assenza di corrispondenza tra una lingua e l’altra. Ad esempio, il termine mouse del computer non potrà essere tradotto in italiano topo. In alcuni casi, per mediare tra fedeltà e bellezza, è necessaria una trasposizione con cui si attua un cambio grammaticale dalla lingua di partenza a quella di arrivo. Quindi, importanza vitale sarà tradotta vitally important. Un livello estremo di trasposizione è la modulazione che opera un cambiamento della struttura semantica sintattica della lingua di arrivo. Infatti, i termini inglesi in opposizione deep e shallow possono essere resi in italiano solo con le parole profondo e poco profondo.

Personalmente, la traduzione è anche passione. Quando devo tradurre un testo mi immergo nel pensiero, nella cultura del periodo scelto dall’autore, nella psicologia dei suoi personaggi. Sono così travolta da un flusso di energie, di parole, di suoni e mi desto da questo sogno solo a traduzione ultimata. La traduzione può essere vera magia…

Mariaelena Grimaldi
Traduttrice
Bari

L’errore in traduzione: l’interferenza

 Categoria: Problematiche della traduzione

Il lavoro di traduttore presenta all’inizio molte trappole, alcune delle quali possono essere evitate se si fa uso dei metodi di analisi testuale, che permettono al traduttore di approcciarsi in modo più sicuro al testo di partenza (TP) che deve tradurre verso la lingua di arrivo (LA), generalmente la sua madrelingua. Una di queste trappole è sicuramente rappresentata dell’errore in traduzione. Si cade in errore per mancanza di esperienza, di professionalità, ma a volte anche a causa di un eccessivo lavoro di precisione. Alla base degli errori più comuni e analizzati in traduzione, c’è l’interferenza.

Dal punto di vista linguistico, essa viene definita come la violazione di una norma linguistica in una lingua sotto l’influenza di altri elementi linguistici. Diversa, è invece la definizione nella didattica delle lingue che definisce interferenza come l’influenza negativa della lingua madre nell’apprendimento di una lingua straniera. E’ sicuramente importante capire quale sia il significato di interferenza in traduzione e su quali livelli testuali possa agire. Si tratta sicuramente di una sorta di trasposizione di caratteristiche del TP sul TA che vanno a violare norme della lingua di arrivo. Una volta definito il concetto analizziamo gli aspetti più significativi, ossia i livelli di testo interessati dal fenomeno. Sicuramente l’interferenza agisce a livello lessicale, causando il fenomeno dei falsi amici. Infatti, a tutti i traduttori alle prime armi, sarà capitato di cadere in errore proprio a causa della differenza di significato di due parole molto simili. A mio parere, risulta invece più grave, il fenomeno di interferenza sintattica, frutto di una cattiva conoscenza delle strutture sintattiche di una lingua, che si basa invece sulle violazioni di regole grammaticali della lingua di arrivo, all’interno del testo di arrivo. E’ proprio la preparazione del traduttore e la conoscenza della lingua di arrivo che consente di evitare queste problematiche: ad esempio sarebbe sufficiente sapere che in italiano il pronome soggetto può essere omesso invece di essere esplicitato ad ogni proposizione.
Si parla poi anche di interferenza culturale, che riguarda i diversi modi di esprimere atti linguistici, come ad esempio una richiesta, il porgere un invito e l’uso di forme di cortesia. A tal proposito è utile affermare che un traduttore non deve essere soltanto bilingue ma deve assolutamente conoscere la cultura della lingua di arrivo.

Concludo dicendo che non bisogna mai aver troppa paura dell’errore in traduzione. Certamente lo studio e la conoscenza di metodi e analisi della traduzione aiuta e dà sicurezza, ma si può sempre avere a che fare con questi fenomeni che risultano sempre più frequenti anche tra i professionisti. Da ultimo, si dovrebbe tradurre sempre e soltanto verso la propria lingua madre.

Autore dell’articolo:
Mariastella Gambardella
Traduttore FR-DE>IT
Maratea (PZ)

Il traduttore moderno

 Categoria: Traduttori freelance

Fino a solo vent’anni fa anche solo poter pensare di accettare un’offerta di lavoro all’estero, lasciando il proprio paese, lasciando la famiglia ed imparare una nuova lingua, era semplicemente impensabile. Oggi, grazie alle moderne tecnologie, è sempre più facile considerarsi dei cittadini del mondo, piuttosto che di una singola nazione.

Abbiamo visto un continuo sviluppo dei mezzi di comunicazione, e proprio grazie a questo continuo sviluppo è davvero molto semplice essere informati sui fatti della giornata, per essere al corrente delle idee di una nazione che si trova dall’altra parte del mondo. Tutto questo ha portato a rivalutare la figura del traduttore, e degli interpreti, che sono sempre più indispensabili, e nei più diversi settori.
Traduttori affidabili, aggiornati, i quali non sono semplicemente persone che sostituiscono delle parole con delle altre, ma più precisamente sono uomini e donne che riescono a comprendere a fondo il messaggio dei concetti espressi. Uno dei requisiti fondamentali per riuscire al meglio in questa professione sta nel fatto di essere un lettore onnivoro, in modo da poter acquisire una buona competenza nei diversi stili della scrittura che gli saranno certamente utili nel lavoro che lo aspetta.

Per una traduzione completa il traduttore, oltre a comprendere in tutto e per tutto il testo, deve cercare la forma più corretta ed al tempo stesso utilizzabile dalla maggioranza dei lettori.
E qui entra in gioco un altro fondamentale requisito, cioè la buona conoscenza delle regole della scrittura e delle varie forme che la stessa potrà assumere, che in seguito si potranno utilizzare per esprimere al meglio quello che il testo tradotto vuole esporre. Inoltre, è necessario anche essere in grado di interpretare al meglio le due culture che si vogliono mettere in contatto.

Autore dell’Articolo:
Valentina Pellegrino
Dott.ssa in Scienze politiche
Taranto

Inglese? Sì, grazie

 Categoria: Traduttori freelance

Ricordo che, quando ero piccola, il mio otorino mi diceva che avrei dovuto fare la traduttrice simultanea. Questo non per una mia particolare predisposizione alle lingue (facevo le elementari) ma per la velocità con cui parlavo e la mia innata incapacità al silenzio.
Così non è stato. Non ricordo bene a che punto della mia carriera scolastica ho deciso che sarei stata una scienziata ignorando, totalmente, che scienza ed inglese, ormai sono quasi la stessa cosa.

Non si può fare il mio lavoro senza avere un’ottima padronanza della lingua inglese e non sto parlando solo di termini specifici. Ma andiamo con ordine. Prima di accedere all’Università, ho studiato al Liceo Classico. Con grande insistenza dei miei genitori scelsi l’indirizzo linguistico, insomma inglese per tutti e cinque gli anni. Ammetto che l’esperienza fu quasi traumatica. Alla fine del mio percorso la professoressa dichiarò alla classe che ero negata per le lingue straniere e che, nemmeno secoli di permanenza a Londra, avrebbero migliorato la mia condizione. Effettivamente l’inglese mi sembrava qualcosa di totalmente staccato da me. Le parole mi rimbombavano in testa senza senso, il significato delle canzoni dei miei cantanti preferiti continuava a rimanere nebuloso… insomma la mia Prof. del Liceo ci aveva visto giusto. Eppure, colpo di scena! Arrivata all’ultimo anno dell’Università decisi di partire in Erasmus. Meta il Trinity College a Dublino, Irlanda. Nonostante sia una persona ottimista ed entusiasta della vita, ricordo di aver pianto per almeno dieci giorni di fila. Tutto mi sembrava ostile, oscuro, non riuscivo a comunicare con i colleghi, non riuscivo a farmi degli amici. L’esperienza sul campo si stava dimostrando più dura del previsto. Poi, ad un tratto, qualcosa è cambiato. I suoni, le espressioni, la gestualità delle persone, hanno iniziato a diventare familiari. Ho comprato libri su libri, andavo al cinema, ascoltavo canzoni. Non ho saltato un seminario proposto per quel semestre al Trinity. Ho aderito a gruppi studenteschi. Quando non capivo chiedevo aiuto ai miei colleghi in laboratorio con cui per altro, è nata un’amicizia così forte da essere ancora viva dopo dieci anni. Un giorno il grande miracolo: il mio primo sogno in inglese. Da lì mi sono accorta che la lingua non andava interpretata, ma accolta. Era l’ora di smettere di cercare nella mia testa la parola italiana, la frase fatta da tradurre, il suono arrivava insieme al suo significato. Una specie di miracolo ed una splendida rivalsa sulla Prof. del Liceo.

Da quella prima esperienza ne sono seguite altre. Ora lavoro in Italia ma costantemente in contatto con Professori stranieri, partecipo a congressi internazionali (dove tengo anche dei seminari in inglese), scrivo lavori, libri e produco tesi. Chi lo avrebbe mai detto? Certo non la mia Prof….

Autore dell’articolo:
Silvia Cantara
PhD in discipline scientifiche
Traduttrice EN<>IT
Siena

Processo traduttivo e ruolo del traduttore

 Categoria: Problematiche della traduzione

Il processo traduttivo è affascinante quanto problematico. Le difficoltà di quella che amo definire una vera e propria arte scaturiscono da un insieme di fattori e aspetti che non si limitano alla sola sfera linguistica, ma abbracciano anche questioni di tipo culturale e pragmatico.
Del resto, la traduzione non è solo un semplice passaggio di informazioni, attraverso il quale un messaggio prodotto in una lingua viene trasferito in un’altra, ma possiamo dire che permette la comunicazione e il contatto tra culture e mondi concepiti in modo diverso che altrimenti resterebbero esclusi l’uno dall’altro. La lingua è lo specchio di una cultura e di come essa percepisce e vede il mondo. Il traduttore, oltre ad avere una solida conoscenza delle lingue di lavoro, non può esimersi dal considerare queste implicazioni.

La concezione del processo traduttivo è stata per lungo tempo caratterizzata da un atteggiamento estremamente etnocentrico che ha portato il traduttore a preoccuparsi della ricezione nella lingua di arrivo, tanto da non esitare ad apportare cambiamenti incisivi alla forma e, spesso, al significato del testo originale, in nome della chiarezza e della volontà di esprimersi necessariamente in una buona lingua, ritenuta tale dalla norma. Soltanto a partire dal XIX secolo le nuove teorie dette descrittive hanno aperto nuovi orizzonti e approcci e la traduzione ha iniziato ad acquisire valore di opera originale.
Le due tendenze principali delineatesi durante il XX secolo hanno pertanto visto il traduttore diviso tra due tendenze contrapposte: quella dei ciblistes e quella dei sourciers. Le scelte del traduttore lo porteranno a favorire una maggiore o minore aderenza al testo di partenza, sia per quanto riguarda il senso sia la forma. Entrambe le posizioni hanno dei risvolti negativi, in quanto la totale fedeltà al testo originale può a volte pregiudicare la comprensione nella lingua d’arrivo, o viceversa, la volontà di ricreare nella traduzione un effetto il più naturale possibile, può comportare il rischio di appiattire e standardizzare la lingua e gli aspetti culturali del testo originale. Inoltre, il traduttore, come intermediario tra lo scrittore e il lettore, si sente diviso tra lasciare che sia quest’ultimo ad avvicinarsi all’opera o al contrario aiutarlo, adattando e interpretando secondo la cultura e la lingua del lettore. Nel caso in cui il traduttore decida di interpretare il testo di partenza, il lettore riceve un lavoro più comprensibile, ma meno fedele all’originale, con la possibilità di introdurre involontariamente il punto di vista del traduttore; nel caso della traduzione letterale, il concetto che l’autore vuole trasmettere potrebbe venire a mancare, anche se la versione sarà più fedele nella forma all’originale. Qualunque sia la scelta del traduttore, si ha sempre la sensazione che sfugga qualcosa, tanto che, spesso, il concetto di traduzione è legato a un’idea di perdita e di impoverimento, in quanto sembra che nel passaggio da una lingua all’altra non si riesca a riprodurre l’opera originale in tutta la sua integrità. Il traduttore è consapevole di avere il difficile compito di restituire il testo dalla lingua di origine alla lingua di destinazione in maniera tale da mantenere il più possibile inalterato il significato e lo stile del testo, così come la sua “anima” e il pensiero dell’autore.

In conclusione, la traduzione è un procedimento complesso, in cui sono molte le varianti che entrano in gioco e di cui il traduttore deve tenere conto nel tentativo di fornire un risultato bilanciato e il più possibile armonioso tra rispetto del testo di partenza e di arrivo.

Autore dell’articolo:
Carmen Mangiola
Traduttrice freelance EN-FR-ES>IT
Messina

Il processo traduttivo

 Categoria: Traduzione letteraria

Voglio solo ricordare che per la sola massa della sua produzione, la traduzione letteraria occupa quantitativamente il primo posto fra tutti i generi di traduzione suscettibili di una classificazione statistica.
I testi letterari usano spesso la lingua a livello connotativo e ricercano ritmo e musicalità, che nella traduzione è quasi impossibile mantenere. Questo vale particolarmente per i testi poetici, “testi aperti” per eccellenza.

Il traduttore deve interpretare il testo e spesso si trova davanti al dilemma: preferire l’equivalenza linguistica (e mantenere il ritmo, la rima, la musicalità, le assonanze, ecc.), oppure la fedeltà del contenuto? Qualunque sia la sua scelta, ci sarà sempre un residuo, una perdita, uno scarto dall’originale.

Oggi tradurre un testo letterario significa non solo rispettare il senso strutturale, o linguistico, del testo (cioè il suo contenuto lessicale e sintattico), ma anche il senso globale del messaggio (con il suo ambiente, il secolo, la cultura e, se è necessario, la civiltà, magari completamente diversa, da cui esso proviene ).
L’analisi linguistica ci permette anche di risolvere oggi tutti i problemi posti da questa nuova definizione di fedeltà di una traduzione. Secondo la vecchia tesi, non si poteva ottenere la qualità (la bellezza si diceva allora) se non a spese della fedeltà. Ma analizzando nel messaggio globale di un testo numerose informazioni non rivelate dal suo significato letterale, si possono portare giustificazioni scientifiche per dei modi di traduzione che prima sembravano “infedeltà”.
Così Vinay e Darbelnet distinguono dei modi leciti di procedere in materia di traduzione, la quale non è più concepita solo come il rispetto della forma linguistica (traduzione letterale o fedele) o come il rispetto del contenuto (traduzione libera o infedele), ma secondo la formula auspicata dal Cary, come la trasmissione la più esatta possibile “del preciso rapporto fra la forma e il contenuto dell’originale”.

Autore dell’articolo:
Laura Zuin
Traduttrice FR>IT
Dolo (VE)

Care parole

 Categoria: Traduttori freelance

Sono da sempre attratta dalle parole, in un modo così naturale che non mi accorgo quasi mai quando mi soffermo puntualmente ad analizzare le parole usate, sentite, lette da ogni punto di vista: grammaticalmente, testualmente, morfologicamente. A prescindere dalla mia passione di sapere tutto di una parola, come si è formata, perché, quando e da chi, credo sia importante conoscere in profondità l’origine ed il significato di ogni parola, soprattutto al giorno d’oggi, perché spesso mi capita di sentire un uso inappropriato delle parole. Allora, viene quasi spontaneo da chiedersi: “Perché un torto cosi grave nei confronti di una lingua?”.
Ho sempre pensato che tutte le lingue siano uguali per quanto riguarda il “rispetto” nel parlarle correttamente, sia nei confronti delle persone di madrelingua che, forse ancora di più, nei confronti della lingua stessa; per tutto il tempo occorso alla sua comparsa e evoluzione per raggiungere la forma in cui si presenta oggi, per le modifiche subite, volute o necessarie, e infine per il ruolo che ha avuto ed ha nella nostra vita. Senza le parole non possiamo essere quello che siamo, nemmeno esprimere tutto quello che vorremo essere.

Sull’importanza di conoscere una lingua diversa dalla lingua madre potrei avere tantissimi argomenti, ma l’unico che mi sta veramente a cuore è quello di comunicare al mondo te stesso con tutto quello che puoi avere ereditato e acquisito nella vita, imparato e insegnato, aspirato e fallito, guadagnato e perso… Non sei mai veramente te stesso e non potrai mai aprirti completamente in un ambiente straniero senza il linguaggio cosi prezioso del posto, che in un certo momento della vita, per un breve o lungo periodo, ti ospita e l’unico modo di ringraziare, ma anche di crescere, è proprio farti conoscere così come sei realmente a casa tua.

Proprio per questo grande amore per le parole mi sono comportata in modo strano, dal punto di vista di tante persone che forse hanno poco interesse per le lingue, al mio arrivo in un paese straniero, l’Italia (la mia origine è romena o rumena, ma non rom!). Pur vivendo in questo paese, lavorando e studiando, per mesi mi sono rifiutata di parlare l’italiano e non per timidezza o mancanza d’interesse per la lingua, ma semplicemente perché mi accorgevo molto bene che non ero pronta a parlarlo correttamente, non conoscevo bene il significato di alcune parole usate molto, ma a mio avviso un po’ particolari, e soprattutto era tanto fastidioso sentire i miei connazionali improvvisare un linguaggio romeno-italiano, ma più romeno che italiano, pur di comunicare e di farsi capire, che come risultato non ottenevano altro che incomprensioni, confusioni e tante risate.
Un bel giorno ho aperto la bocca, e non solo per mangiare, ed è stata una soddisfazione indescrivibile a parole (perdonatemi, care parole), quando i miei pensieri, tutti e completi, hanno preso forma ed hanno raggiunto in pieno lo scopo grazie alle parole pronunciate correttamente, con il giusto significato e nell’ordine appropriato, nella lingua così tanto attesa e studiata con tanta pazienza e passione.
Grazie a voi, care parole!

Autore dell’articolo:
Lorena Curiman
Aspirante traduttrice RO<>IT
Sassari (SS)

La traduzione: un amore da difendere (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Per la tesi finale ho tradotto racconti natalizi canadesi per bambini: è stato un tuffarmi nella lingua, nelle parole, nella punteggiatura, nelle frasi idiomatiche, nelle espressioni colloquiali e nei modi di dire. Stare mezz’ore intere a cercare il termine giusto da usare per tradurre quella determinata parola, trovare la sfumatura giusta, l’accezione più adeguata finché non la si trova. La traduzione è un mondo a sé. Ha vita propria, è una dimensione a parte, una sfera intrisa di meraviglie. È anche difficile, complicata, complessa, intricata, rischiosa.

Quante volte mi infastidisco quando sento dire da chiunque di “saper tradurre”, che si spaccia per traduttore partendo dal fatto che conosce una lingua straniera. Che rabbia e che fastidio. Persone che non sanno cosa c’è dietro, quanto lavoro e quanta passione devono necessariamente concorrere per realizzare una vera traduzione. Conoscerne le tecniche, i metodi, gli strumenti.

O quante volte noi traduttori ci siamo alterati di fronte a frasi del tipo: “Cosa studi?”, “Traduzione scritta”. “Ah! Lingue!”. “No”. “Ah sì, quelli in tv con l’auricolare che traducono simultaneamente!”, “No, quelli sono gli interpreti”. “Ah”. Balle di fieno. Agghiacciante. In quel momento tutto il fuoco che arde per proteggere la vera natura di quello che si sta studiando, sale e ti fa rispondere in maniera acida: “No, sono due cose diverse. Sai quando leggi un libro di un autore straniero tradotto in italiano? Oppure quando apri il foglietto illustrativo di un medicinale o il libretto di istruzioni del frullatore??”…

Siamo una categoria a parte. Purtroppo al nostro profilo non viene data la rilevanza che merita, ma non bisogna mollare perché senza di noi il mondo scritto non comunicherebbe. O comunicherebbe male. Giocare con le lingue è quanto di più divertente e pungente, anche quando ci ritroviamo a correggere impulsivamente e spontaneamente -per deformazione professionale- qualcosa scritta male dal punto di vista grammaticale, sintattico o stilistico, o a modificare l’editing di una pagina disordinata, aggiustarla e revisionarla. Ci sentiamo un po’superbi forse, ma anche più ricchi dentro rispetto a chi non sa cosa si prova nel tradurre nel vero, profondo e autentico significato che ha.

Autore dell’articolo:
Chiara Luise
Traduttrice FR-EN-ES>IT
Roma

La traduzione: un amore da difendere

 Categoria: Traduttori freelance

Avevo 16 anni e mi trovavo in un college in Francia durante il periodo estivo; ho fatto da tramite tra due ragazzi stranieri che non si capivano e ho tradotto in francese cosa diceva l’uno all’altro. Ho avuto un brivido che mi ha percorso interamente e mi si è acceso qualcosa: “No, che bello, ecco cosa voglio fare da grande!”, ho pensato, “Voglio essere un ponte di comunicazione tra due lingue, due culture, due modi diversi di esprimere lo stesso pensiero, voglio mettere in relazione le parole, spiegare lo stesso concetto con sistemi linguistici diversi”.

Studiavo le lingue già dalle scuole medie, poi ho frequentato il liceo linguistico e sulla scelta dell’Università non c’erano dubbi: avrei scelto “Lingue”. Durante il triennio però sono rimasta un po’ delusa: tanta linguistica e tanta letteratura, sicuramente utili e fondamentali, imparavo come scomporre la lingua in ogni sua piccola parte e poi come ricostruirla. Però quel ponte comunicativo mancava. Lo riuscivo a ricreare durante le mie vacanze-studio all’estero e l’ho amplificato durante l’Erasmus in Belgio, l’esperienza più bella ed emotivamente forte della mia vita. Parlarsi, capirsi, fare della lingua uno scambio di elementi che arricchiscono il proprio mondo.

E’ stato quando mi sono iscritta alla laurea Specialistica in Traduzione che mi sono perdutamente innamorata. Durante il biennio ho tradotto testi di ogni genere, la mia mente si allenava a spaziare da un argomento all’altro, era una sfida continua così stimolante, sempre nuova e che mi ha regalato sempre più motivazione e passione. Approcciarmi ad ambiti in precedenza solo sfiorati mi ha fatto sentire la mente viva, che finalmente veniva usata al massimo. Riuscire ad entrare in un testo, capirne a fondo ogni sfaccettatura, e ricrearlo nella mia lingua, mi conferiva veramente felicità. Scoprire l’enorme differenza nel tradurre un testo biomedico, o scientifico o giuridico-economico, così tecnici e settoriali, con una terminologia a parte che richiedeva approfondimenti enormi su quelle determinate tematiche; e poi avere a che fare con testi letterari, editoriali, dove l’approccio è più svincolato e tu sei libero di ricreare il concetto a parole tue senza stravolgerne il senso ma in un certo modo riscrivendolo di tuo pugno: restare fedeli al messaggio che l’autore vuole dare, ma personalizzarlo.

Domani sarà pubblicata la seconda e ultima parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Chiara Luise
Traduttrice FR-EN-ES>IT
Roma

Riflessione sulle lingue e sulla traduzione

 Categoria: Le lingue

Il 2 settembre, in occasione della Giornata europea della cultura ebraica, ho visitato la sinagoga di Merano senza immaginare che quel pomeriggio per me si sarebbe trasformato in un lungo momento di riflessione anche e soprattutto sulle lingue e sulla traduzione. Probabilmente, il fatto che Merano si trovi in Alto Adige, realtà culturale e linguistica complessa, sospesa tra il mondo di lingua tedesca e quello di lingua italiana, ha fatto sì che il dibattito sulle lingue e sulla traduzione fosse particolarmente acceso: sembrava di essere, infatti, più che in una sinagoga in un master per interpreti e traduttori. Come non essere orgogliosa di una professione che seppur precaria e talvolta frustrante, è così importante in quanto strumento necessario e imprescindibile per la comunicazione tra i popoli.

Il percorso “didattico” iniziava con un filmino dove diverse frasi pronunciate in inglese venivano tradotte dapprima in tedesco e poi in yiddish (letteralmente: “giudeo/giudaico”). Questo idioma è nato grazie agli ebrei della Renania, intorno al XII sec., mescolando il tedesco con l’ebraico e successivamente con i termini slavi da essi incontrati a seguito delle massicce migrazioni verso le regioni dell’Europa centro orientale. Nel volgere di tre secoli produssero una lingua che nel film di Radu Mihaileanu, Train de vie, viene definita “una parodia del tedesco, con dentro l’ironia”. Attualmente, a seguito della Shoah, lo yiddish continua ad esistere solamente negli Stati Uniti e in Israele, paesi in cui i sopravvissuti trovarono rifugio. Il discorso su questa lingua potrebbe essere più articolato e toccare argomenti atavici e complessi, ma per adesso mi limito a commentare quanto sia stato sorprendente ogni volta comparare il suono delle frasi in tedesco con quelle in yiddish che oggettivamente risultavano simili, ma in qualche modo più estrose.

Dopo aver visitato la sinagoga, mi sono diretta al museo ebraico situato al piano interrato. Visto che la Giornata europea era dedicata allo humor di matrice ebraica, vi era una sezione dedicata a grandi registi come Woody Allen e a film famosi come “Harry ti presento Sally”. Proprio riguardo a questo film la guida ci spiegava che quasi tutti i dialoghi italiani sono stati riadattati eliminando spesso quelle battute che facevano riferimento al mondo ebraico e quindi ritenute difficili da comprendere per lo spettatore italiano.
Questa affermazione mi ha dato lo spunto per la riflessione all’origine di questo articolo che si riallaccia in qualche modo a quello pubblicato da Massimiliano Misturelli (postato in questo blog il 6 agosto nella categoria “problematiche della traduzione”) sull’arbitrarietà linguistica delle versioni italiane dei film stranieri, spesso davvero pesante. A questo punto sarebbe interessante comparare le due versioni del film, inglese e italiana, per capire in che modo e con quale portata i riferimenti all’ebraismo siano stati “epurati”. Un altro riadattamento davvero curioso è quello riguardante la serie televisiva “La Tata” (titolo originale “The Nanny”): nella versione originale la protagonista si chiama Fran Fine ed è una newyorchese ebrea del quartiere Queens, in quella italiana, invece, si chiama Francesca Cacace è cattolica e di origini italiane precisamente della Ciociaria. Ci si può quindi immaginare quanto i dialoghi non siano stati “solo” tradotti, ma completamente riadattati per ben aderire alla “nuova” identità della protagonista. Quanto questo sia giusto e necessario rimane per me davvero una domanda aperta.

E per concludere una nota folcloristica che in qualche modo ricorda a noi traduttori (per fortuna!) che gli errori in traduzione sono vecchi come la storia del mondo. Nella Chiesa di San Pietro in Vincoli a Roma si trova, infatti, la famosa statua di Michelangelo che ritrae Mosè con le corna: in realtà questa caratteristica iconologica deriva dal fatto che nella traduzione del testo originale ebraico la parola keren (raggio di luce) è stata scambiata erroneamente con karna’im (corna)!

Autore dell’articolo:
Raffaella Pellegrini
Traduttrice DE>IT
Alto Adige/Roma

L’apprendimento accelerato delle lingue

 Categoria: Le lingue

Ho sempre amato imparare le lingue straniere. Sin da piccolo ero attratto dalle lingue e non solo le lingue veicolari e internazionali più usate e insegnate a scuola come l’inglese, il francese ecc. ma anche le lingue dell’est Europa. Ricordo che mi sintonizzavo sulle frequenze di Radio Capodistria e attendevo, alla sera, che iniziassero i programmi in lingua slovena. Questa mia passione mi ha spinto a fare collezione di dizionari tascabili di serbo-croato e rumeno. Ho iniziato ad ascoltare audiocassette di rumeno e a seguire le lezioni audio con il libro di grammatica allegato e giorno dopo giorno è nato l’amore per questa lingua. Poi il volontariato laico mi ha aperto le porte alla conoscenza della lingua del paese delle aquile, l’albanese. Anni vissuti in Albania mi hanno aiutato a capire, parlare e scrivere la lingua correntemente e fluentemente al punto che poi ho voluto frequentare un “Corso per imparare metodi didattici innovativi per l’apprendimento accelerato delle lingue”.

Il Corso è stato tenuto dal Dr. Harry Cotton del Canadian Institute of English – (TESOL course: Teachers of English to Speakers of Other Languages) e nel corso di 5 intense giornate io ed altri 50 insegnanti di altre 16 lingue straniere parlate in Italia (arabo, cinese, amarico, tigrino, russo, tamil, albanese, giapponese, serbo-croato, singalese, bengali, ecc.) abbiamo appreso come insegnare a studenti italiani una lingua straniera.

Ecco alcune informazioni davvero interessanti apprese in quei 5 giorni:

Le ultime ricerche su come il cervello impara una lingua dimostrano che i tradizionali metodi di insegnamento delle lingue ampiamente utilizzati nelle classi di tutto il mondo sono del tutto inefficaci.
Un cervello passivo di uno studente seduto ad ascoltare lunghe e noiose spiegazioni, coniugazioni e declinazioni di verbi e aggettivi, se non viene stimolato si annoia e perde l’interesse per la lingua da imparare, perde ogni motivazione e incentivo ad apprendere. E’ stato riscontrato che quando ci si siede, al cervello affluisce il 25% in meno di ossigeno e inoltre i neurotrasmettitori stimolano del 50% in meno le sinapsi del cervello; in poche parole lo studente inizia a dormire se non a sognare ad occhi aperti. Questo corso tiene conto di questi studi neuro-scientifici e si propone di iniettare nei futuri insegnanti di lingua una buona dose di umorismo, ricordando loro l’importanza dell’interazione fra gli studenti, della partecipazione attiva e del coinvolgimento costante dello studente.
Nell’utilizzo dei 35 metodi è pratico non seguire una sequenzialità degli stessi in quanto il cervello è più stimolato ad apprendere una lingua straniera quando è sottoposto all’effetto sorpresa e a nuove sfide. Il cervello odia la monotonia, la routine delle solite cose che si ripetono. Un altro aspetto significativo di questi metodi è ‘l’esercizio di costruzione incrementale a ritroso’ (il modo migliore per imparare come si pronunciano le parole o le frasi è ripeterne le sillabe in ordine inverso. Per esempio: “ZE” – “STANZE” – “COSTANZE” – “CIRCOSTANZE”). Questo esercizio trae spunto dal fatto che il nostro cervello, la nostra memoria, ricorda ‘a ritroso’.

METODO 1 – AUDIO/LINGUALE

FASI:

1. L’insegnante esprime chiaramente e con sufficiente volume una parola o una frase semplice nella nuova lingua, come “Grazie”, “Ciao” o “Come ti chiami?”
2. Poi ‘schiocca’ le dita e fa ripetere la parola o la frase alla classe come se dirigesse un’orchestra (per far questo schiocca le dita di entrambe le mani e poi solleva le mani e il ginocchio destro in direzione della classe).
3. Ripete una seconda volta sia la pronuncia della nuova parola che lo schiocco delle dita e l’alzata del ginocchio destro. Loda la classe dopo ogni risposta.
4. Adesso si rivolge a un singolo studente senza seguire un ordine preciso, ‘schiocca’ (schiocca le dita di una mano e indica col dito lo studente). Continua finché ogni studente non avrà ripetuto la parola o la frase per due volte.
5. Se uno studente sbaglia la pronuncia, per aiutarlo ‘schiocca’ a un altro e fa esprimere alternativamente i due studenti fino a quando la migliore pronuncia dell’uno non avrà corretto quella dell’altro.

Questi ed altri metodi innovativi li abbiamo provati in classe simulando vicendevolmente l’apprendimento delle nostre lingue (albanese, arabo, cinese, ecc.) e il risultato finale è stato che funzionano veramente!

Autore dell’articolo:
Massimo Veronese
Traduttore ed Interprete freelance ALB/SQ>IT
Rovigo

La traduzione a vista (4)

 Categoria: Tecniche di traduzione

Si possono scegliere differenti tipi di soluzione per raggiungere un buon lavoro. Di seguito una lista delle principali tecniche di traduzioni usate:
Adattazione: sostituire un elemento culturale con un altro proprio della cultura ricettiva.

Ampliazione: aggiungere elementi linguistici. Si oppone alla tecnica della compressione.

Amplificazione: introdurre precisazioni non formulate nel testo originale – informazioni, parafrasi esplicative -. Include le note del traduttore. Si oppone alla tecnica della riduzione.

Calco: tradurre letteralmente una parola o un sintagma straniero, può essere lessicale o strutturale.

Compensazione: introdurre al posto del testo un elemento di informazione o un effetto stilistico; ciò avviene quando un elemento del prototesto non può essere tradotto con gli stessi mezzi linguistici nel metatesto.

Compressione: sintetizzare elementi linguistici. Si oppone alla tecnica dell’ampliazione.

Creazione discorsiva: stabilire un’equivalenza effimera totalmente imprevedibile fuori dal contesto.

Descrizione: sostituire un termine o un’espressione con la descrizione della sua forma o della sua funzione.

Equivalenza:usare un termine o un’espressione riconosciuti dal dizionario, o dall’uso stilistico come equivalente nella lingua di arrivo.

Generalizzazione: utilizzare termini più generici o neutri. Si oppone alla tecnica della particolarizzazione.

Modulazione:effettuare un cambiamento del punto di vista o di categorie di pensiero in relazione alla formulazione del testo originale; può essere lessicale o strutturale.

Particolarizzazione: usare termini più precisi e concreti. Si oppone alla tecnica della generalizzazione.

Prestito: servirsi di una parola o di un’espressione dell’altra lingua tale e quale, può essere puro (senza nessun cambiamento) o naturalizzato (traslitterazione della lingua straniera).

Riduzione: non formulare elementi di informazione del testo originale. Si oppone alla tecnica dell’amplificazione.

Sostituzione (linguistica, paralinguistica): cambiare elementi linguistici con altri paralinguistici (intonazione, gesti) e viceversa.

Traduzione letterale: tradurre parola per parola un sintagma o un’espressione.

Trasposizione: cambiare la categoria grammaticale.

Variazione: cambiare elementi linguistici o paralinguistici (intonazione, gesti) che concernono elementi della variazione linguistica come il tono, lo stile, il dialetto sociale, il dialetto geografico.

Il testo prodotto oralmente deve essere il più fedele possibile al testo di partenza e il traduttore deve avere una buona capacità di esprimersi davanti al pubblico resistendo allo stress; in questa modalità di traduzione è molto importante il comportamento dell’interprete traduttore il quale deve formulare un discorso chiaro e preciso più vicino alla lingua orale che a quella scritta. È fondamentale pertanto avere una buona capacità di anticipazione e di segmentazione delle informazioni, di risoluzione dei problemi lessicali e di velocità (per non perdere la fluidità).

Il traduttore a vista riformula oralmente un testo scritto per qualcuno che lo ascolta e dunque si trasforma in un interprete dato che la sua traduzione orale deve essere immediatamente compresa dagli ascoltatori dal momento che la prima versione data è la definitiva. Egli deve sforzarsi affinché la riformulazione sia il più vicino possibile all’oralità poiché traduce per essere ascoltato e non per essere letto. La registrazione della traduzione è un metodo molto utile per verificare l’adeguatezza della riformulazione.

Durante il lavoro di traduzione a vista l’interprete traduttore deve confrontarsi con alcune difficoltà che emergono a livello psicofisiologico; il fatto di dover tradurre a voce alta davanti ad un pubblico produce un certo livello di ansia e durante la riformulazione è molto importante la capacità di tollerare lo stress dovuto al fatto di avere una consegna e un tempo limitato.

Inoltre gioca un ruolo fondamentale la memoria a breve termine perché durante la traduzione a vista ciò che si sta dicendo non coincide a livello temporale con ciò che si sta leggendo e pertanto i segmenti orali che si stanno formando devono rimanere momentaneamente immagazzinati nella memoria operativa mentre la vista prosegue nella lettura delle parole successive.

Esercitarsi nella traduzione a vista serve a sviluppare anche la memoria a lungo termine perciò che riguarda la conoscenza dei termini e la facilità di recupero di termini che appaiono poco frequentemente.

Autore dell’articolo:
Martina Pedrinazzi
Traduttrice ES<>IT, EN-FR>IT
Sesto San Giovanni (MI)

La traduzione a vista (3)

 Categoria: Tecniche di traduzione

STRATEGIE PER GESTIRE AL MEGLIO LO STRESS

Il primo passo da compiere è quello di parafrasare il testo e di mettere a fuoco l’idea generale che esso contiene.
In fase di traduzione un aiuto può essere quello di ribadire i concetti mediante la spiegazione e la tecnica della ridondanza, aumentare la carica informativa all’inizio di ogni nuova idea anziché alla fine ed usare un’intonazione adeguata per separare chiaramente un’idea o per includerla all’interno di un’altra, evitare lo stesso ordine delle parole e la traduzione letteraria per non confondersi; questa tecnica è molto importante soprattutto quando le due lingue sono molto simili poiché potrebbe prodursi una sovrapposizione fra ciò che si traduce e ciò che si legge. Essere in grado di improvvisare e avanzare in ogni caso nella lettura al fine di evitare falsi inizi o pause troppo lunghe.

La lingua scritta è sintatticamente più complessa di quella orale, pertanto è preferibile eliminare le subordinate e le forme passive quando si traduce oralmente un testo scritto poiché l’oralità predilige la coordinazione. Inoltre bisogna risolvere anche altri tipi di problema che sorgono quando si produce un cambio di modo, per esempio il fatto che la forma scritta abbia un maggior livello di astrazione, una maggior varietà lessicale, un livello minore di personalizzazione, una maggiore esplicitazione, un maggiore livello di formalità nonché una maggiore presenza delle lingue classiche.

Ulteriori criticità emergono quando bisogna tradurre nomi di organizzazioni, espressioni sconosciute e frasi relative. Nel primo caso il traduttore, non avendo tempo sufficiente per verificare l’esistenza di una traduzione ben definita, può risolvere il problema usando iperonimi e basandosi sulle sue conoscenze di cultura generale, ovvero sulle sue competenze extra linguistiche.

Nel secondo caso può usare due tecniche: può servirsi di un iperonimo (se conosce il campo semantico a cui appartiene il termine) od ometterne la traduzione (questa tecnica è possibile solo nella traduzione orale). Nel terzo caso è consigliabile che il traduttore riprenda nella riformulazione il referente della frase relativa e lo trasformi in una frase indipendente.

Ogni traduttore usa procedimenti individuali coscienti ed incoscienti, verbali e non verbali per risolvere i problemi riscontrati durante il suo processo di traduzione in funzione delle sue necessità.

Domani sarà pubblicata la terza e ultima parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Martina Pedrinazzi
Traduttrice ES<>IT, EN-FR>IT
Sesto San Giovanni (MI)

La traduzione a vista (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

COMPETENZE E CONOSCENZE SPECIFICHE NECESSARIE

L’interesse per lo studio di questa varietà di traduzione parte fondamentalmente dall’interesse per l’insegnamento; la traduzione a vista è un metodo molto diffuso per esercitarsi tanto nell’interpretazione quanto nella traduzione scritta ed uno strumento strategico per imparare a tradurre in generale.

Gli aspetti che bisogna tenere in considerazione quando si fa una traduzione a vista sono molteplici e vanno dalla competenza linguistica in quanto a comprensione e produzione fino alla capacità di tradurre e alle risorse del traduttore.

In particolare la traduzione a vista possiede due condizionamenti specifici quali l’immediatezza della riformulazione che si produce in maniera parallela e quasi simultanea alla lettura e il cambio di modo da scritto a orale durante il processo di traduzione. L’unione di questi due condizionamenti rappresenta la caratteristica fondamentale di questa modalità.
In aggiunta si sottolinea, facendo riferimento al cambio di modo, la mancanza nella lingua scritta dei tratti caratteristici dell’oralità, quali l’intonazione, l’intensità, la variazione del timbro, il ritmo e le pause; tratti che sono difficili da rappresentare nella lingua scritta che è fondamentalmente lineare e segmentata. Tuttavia il traduttore può risolvere in maniera parziale questa carenza grazie ai segni di punteggiatura presenti nel testo di partenza e grazie alle sue competenze nella riformulazione delle informazioni servendosi di un’intonazione adeguata a ciò che sta dicendo.

Le principali difficoltà che emergono quando si deve eseguire una traduzione in generale sono:

- Le interferenze grammaticali, lessicali, culturali e fonetiche.
- La comprensione, in riferimento alla complessità testuale, alle parole e ai termini individuali.
- La competenza linguistica (l’uso della lingua nei suoi aspetti grammaticali, di registro e di proprietà).
- Le questioni tecniche (metafore, termini istituzionali, omissioni e sovrapposizioni, citazioni, stile).

ABILITA’ POTENZIATE MEDIANTE LA TRADUZIONE A VISTA

Esercitandosi nella traduzione a vista l’interprete traduttore acquisisce alcune competenze che rappresentano un vantaggio per risolvere le questioni sopra menzionate, in particolare vengono sviluppati:

1. I riflessi mentali, ossia diventa più veloce nella comprensione di un’idea all’interno del suo contesto.
2. La memoria, che gli serve per ricordare immediatamente la parola che sta per tradurre (agilità mentale).
3. La capacità di comprendere il testo come un insieme e non come una serie di parole isolate.
4. La capacità di visualizzare le parole chiave per trasmettere un’idea con maggiore chiarezza.
5. La capacità di ricostruire le frasi in maniera rapida e coerente.
6. L’acquisizione del senso della punteggiatura.
7. L’uso e il domino dei sinonimi (pieno dominio delle lingue di lavoro).
8. La capacità di individuare i falsi amici.
9. La fluidità del pensiero e della lingua che porta ad una traduzione immediata del testo di arrivo senza incorrere in pause tropo lunghe, dubbi o riformulazioni (falsi inizi).
10. Un livello di attenzione e concentrazione alto e costante che gli permetta di non perdere la fluidità.

La terza parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Martina Pedrinazzi
Traduttrice ES<>IT, EN-FR>IT
Sesto San Giovanni (MI)

La traduzione a vista

 Categoria: Tecniche di traduzione

DEFINIZIONE E PRINCIPALI CARATTERISTICHE

La traduzione a vista è da un lato una strategia di traduzione, dall’altro un modo di tradurre che si colloca a metà fra la traduzione scritta e la traduzione orale. Si tratta di una modalità di traduzione complessa poiché avviene un cambio rispetto al testo originale (da scritto a orale).

La prima questione che bisogna spiegare quando si parla di questo tipo di traduzione riguarda il concetto stesso di traduzione a vista dato che ognuno degli autori che si sono fatti carico della descrizione di questa disciplina ha messo in risalto un aspetto diverso di questa modalità di traduzione, a tal punto che sembra quasi che si riferiscano a concetti diversi. In particolare si possono riassumere le seguenti sottocategorie:

- Traduzione a colpo d’occhio o traduzione a prima vista, che consiste nella riformulazione orale in una lingua diversa da quella del testo scritto del contenuto, il quale viene visionato per la prima volta e senza preparazione. Il traduttore ignora ciò che c’è scritto nelle righe successive a quelle che sta traducendo.
- Traduzione a vista preparata, nella quale il traduttore ha l’opportunità di leggere il testo prima di cominciare a tradurlo; più tempo a disposizione ha il traduttore per leggere il testo, quanto più di qualità sarà la sua riformulazione e quanto meno sarà il suo livello di stress.
- Traduzione a vista consecutiva, che consiste nella riformulazione orale di un testo scritto in un’altra lingua dopo aver finito di leggerlo. In questo caso la traduzione avviene dopo aver terminato la lettura. Ne esistono due diversi tipi: la traduzione a vista sintetica, un riassunto orale di un testo scritto; in questo caso la lettura e la comprensione devono avvenire molto rapidamente. E la traduzione a vista esplicativa, che consiste in una spiegazione orale di un testo scritto spesso di carattere istruttorio.
- Traduzione a vista nell’interpretazione consecutiva, ovvero una riformulazione orale non lineare di un testo scritto letto a voce alta da un oratore; in questo caso la memoria e la capacità di sintesi acquisiscono un ruolo fondamentale.
- Traduzione simultanea con testo, ossia una combinazione di interpretazione simultanea e di traduzione a vista che si verifica quando gli interpreti hanno a disposizione una copia del testo che sta leggendo l’oratore; in questa modalità il livello di stress è più basso rispetto alle precedenti.

Tuttavia è la traduzione a prima vista quella che si considera più pura, poiché il traduttore non può prepararsi prima e il testo viene tradotto interamente, senza omissioni.

Possiamo dire che il concetto di traduzione a vista si riferisce generalmente alla traduzione orale in una lingua di un testo scritto in un’altra lingua e non conviene essere più precisi in quanto alla terminologia dal momento che può avere diversi tipi di funzione.

Una delle funzioni più importanti della traduzione a vista è quella di aiutare il processo di apprendimento della traduzione orale; di fatto è una pratica abituale nella didattica dell’interpretazione simultanea e consecutiva nei centri di formazione per interpreti e traduttori.

I luoghi in cui ci si serve maggiormente di questa modalità di traduzione sono i tribunali, le conferenze, le presentazioni e le riunioni.

La traduzione a vista richiede che si traduca almeno per un destinatario che può essere un ascoltatore che condivide la medesima situazione comunicativa del traduttore, o un lettore che leggerà una trascrizione della riformulazione orale effettuata dal traduttore.

Il processo di traduzione a vista può essere suddiviso in quattro fasi:

- Percezione visuale (prendere visione del testo)
- Comprensione del messaggio (cogliere il significato globale)
- Traduzione mentale (focalizzare i concetti difficili e la terminologia impiegata)
- Produzione orale nella lingua di arrivo

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo interessante articolo.

Autore dell’articolo:
Martina Pedrinazzi
Traduttrice ES<>IT, EN-FR>IT
Sesto San Giovanni (MI)

La traduzione specialistica

 Categoria: Servizi di traduzione

Durante la prima lezione seguita in università mi è stato detto di dimenticare tutto ciò che fino ad allora mi era stato insegnato alle scuole, ovvero la traduzione parola per parola. Mi dissero che la traduzione è qualcosa di più, non è la mera traduzione scritta, vi deve essere una conoscenza profonda delle culture, da e verso le quali si traduce. Dagli anni 70 la traduzione specialistica ha avuto sempre maggior rilievo. Oggigiorno il lavoro traduttivo è sempre più ricercato, dalle aziende, dagli organi di governo e internazionali.
Cercherò con questo articolo di spiegare in breve cos’è la traduzione specialistica (TS da qui in poi). Una definizione standard è che la TS è una comunicazione interlinguistica mediata, di documenti redatti nelle “lingue speciali” (microlingue o tecno letti ovvero lingue artificiali con regole e vocaboli creati ad hoc per un determinato campo professionale o tecnico. Es. linguaggio medico, scientifico ecc.)

È bene capire che la traduzione specialistica è totalmente diversa da quella letteraria: la prima lavora su testi chiusi, la seconda vede il testo come un unico corpus dove il significato del testo di partenza deve arrivare in modo accettabile nella cultura d’arrivo il traduttore è un ricreatore, non totalmente libero, ma l’importante in queste traduzioni è riportare il senso generale del testo. La TS invece implica un approccio più razionale e automatico. Si parte dal fatto che è possibile una sola interpretazione e il traduttore è fin dall’inizio vincolato e orientato nella redazione del testo dalla funzione, dai destinatari, cosi come dalle norme e dalle convenzioni del genere testuale. L’obiettivo principale è la fedeltà al testo di partenza; bisogna riportare integralmente le informazioni in esso contenute. Un errore cognitivo in una TS è molto più grave rispetto a uno fatto in una traduzione letteraria. Un’altra caratteristica delle TS oltre alla fedeltà, è l’assenza di intraducibilità: in questi testi è sempre possibile tradurre.

Le lingue speciali che caratterizzano le TS, si differenziano dalla lingua comune in primis sul piano lessicale e morfosintattico; ad uno sguardo più attento si nota inoltre che si differenziano l’una dall’altra per la particolare frequenza di determinati fenomeni sintattici; si predilige l’utilizzo di uno stile nominale (visibile soprattutto in inglese dove troviamo le noun phrases o noun strings), stile che può creare problemi nel traduttore poco esperto. Questo stile serve a soddisfare i requisiti tipici delle TS di chiarezza, economia e compattezza nella sintassi.
Un altro fenomeno è quello della semplificazione della struttura del periodo, soddisfacendo così i requisiti di concisione, chiarezza e compattezza. Si prediligono costruzioni sintattiche semplici affinché i destinatari si concentrino sulle informazioni contenute nel testo.
Per quanto riguarda l’uso dei verbi si preferisce l’uso di forme impersonali e passive, questa scelta spersonalizza ciò che viene scritto evidenziando cosi il fatto, il processo.
Inoltre spesso ritroviamo nelle TS l’uso di hedging che servono per attenuare le proprie affermazioni (es. certainly, clearly, ecc .).
Come già brevemente citato, nelle lingue speciali si cerca di soddisfare determinati requisiti oltre a quelli già citati di chiarezza, economia, compattezza, concisione si hanno così trasparenza e assenza di emotività. E per soddisfare questi requisiti tipici si utilizzano tutte quelle forme sintattiche e morfosintattiche brevemente citate sopra. Ci sarebbe molto altro da dire sulla TS e le sue caratteristiche ma questa doveva essere una semplice introduzione.

Per concludere, il lavoro del traduttore non è qualcosa di semplice, non è solo prendere un dizionario o un vocabolario e tradurre le parole. Implica una conoscenza completa di almeno due lingue comuni, di tutte le lingue speciali, e soprattutto delle culture tra cui si fa da ponte. Dietro a una traduzione specialistica c’è un lavoro davvero grande … la prossima volta che leggerete anche un semplice manuale d’istruzioni pensateci!

Autore dell’articolo:
Marika Rocco
Dottoressa in Mediazione Linguistica e Culturale
Traduttrice EN-ES> IT
Milano

La magia della comunicazione

 Categoria: Storia della traduzione

La nascita della scrittura, avvenuta nel corso del IV millennio a.C., ha determinato un avvenimento di primaria importanza per l’umanità: la fine della preistoria e l’inizio della storia.
Da quel periodo ad oggi, numerosissime sono state le trascrizioni del linguaggio che, sino a quel momento, veniva tramandato oralmente. Grazie a elaborati codici, costituiti da pittogrammi, ideogrammi, versioni sillabiche ed alfabetiche, è stato possibile trascrivere i vari idiomi del mondo. In Occidente, dalla superfamiglia dell’indoeuropeo, si è sviluppata una molteplicità di lingue, in parte sopravvissute sino ai giorni nostri ed in parte estinte, come il tocario.

Parlare di lingua e di linguaggio non è la medesima cosa. Per lingua, dal latino lingua, si intende quell’insieme di segni convenzionali atti a regolamentare la comunicazione scritta ed orale di una comunità umana. Per linguaggio, invece, ci si riferisce alla capacità di comunicare non solo attraverso le parole, bensì anche tramite l’ausilio di segni e gesti. Da qui, il linguaggio verbale specialistico (politico, medico, informatico, giornalistico, scientifico, sportivo) ed il linguaggio non verbale (animale, gestuale).
Accanto alla conoscenza della propria lingua madre, con tutte le sue peculiarità, al giorno d’oggi, è di fondamentale importanza l’apprendimento di altre lingue al fine di facilitare e favorire la comprensione delle differenti culture, in un mondo sempre più globalizzato e cosmopolita.

Mentre nel periodo medievale era il latino la lingua internazionale della cultura, nel 700, questa venne sostituita dal francese e dall’Ottocento, in seguito allo sviluppo industriale originatosi nel Regno Unito e all’ampliamento dell’impero coloniale, fu l’inglese a prendere il sopravvento sino a diventare, ancora oggi, la lingua a più grande diffusione, anche se altre lingue godono di diffusa circolazione come lo spagnolo e le lingue degli stati emergenti come il russo ed il portoghese brasiliano.
E’ in inglese che si comunica utilizzando la rete informatica. E’ in inglese, spagnolo e portoghese che si canticchiano i ritornelli dei brani musicali più in voga. E’ in francese che si discute di moda (haute couture, boutique, tailleur), ed in italiano che si parla di cucina (spaghetti, pasta, pizza) e di musica classica (soprano, allegretto, moderato).

Per promuovere l’apprendimento delle lingue straniere, oggi, se ne propone l’insegnamento dalla scuola primaria, talvolta materna, per permettere alle future generazioni di comunicare e convivere con i vari popoli, conoscendone cultura e tradizioni. Soltanto grazie alla reciproca comprensione, favorita dallo scambio linguistico, sarà possibile comprendere, sempre maggiormente ed in profondità, gli aspetti sociali, politici, religiosi, folcloristici di ogni popolazione, cercando di rendere questo pianeta terra che ci ospita non come la Torre di Babele, ove regnarono il caos e la confusione, bensì come una grande casa comune, i cui inquilini si conoscono come dei fratelli.

Autore dell’articolo:
Francesca Perotti
Docente di lingua inglese, di alfabetizzazione italiana per stranieri e guida turistica
Traduttrice EN>IT
Soncino (CR)

Impara la lingua e… mettila da parte

 Categoria: Traduttori freelance

Appartengo a quel gruppo di persone che, per le loro origini, hanno due lingue attraverso le quali è naturale comunicare. Nel mio caso, queste due lingue sono lo spagnolo e l’italiano. La prima di queste, lo spagnolo, è la lingua del paese dove sono nata, il Perù, e quindi, anche la lingua in cui ho maggiormente comunicato e seguito gli studi. La seconda, l’italiano, è la lingua dei miei antenati, della mia famiglia, delle mie origini, ed è anche la lingua del paese dove risiedo da dieci anni.

Avendo questa fortuna, mi rimaneva sempre la scelta di imparare una terza lingua, che nella mia scuola era l’inglese, mi sono innamorata subito di questa lingua, sia per il suono che ha, sia per la sua vastità. Se ci pensiamo, per esempio, è la lingua in cui sono scritte la maggior parte di canzoni o almeno delle più famose, è la lingua in cui comunichiamo nella maggior parte di paesi quando non sappiamo la lingua del posto. Per me l’esempio più vivo è che, vivendo in una città molto vicino all’Austria, mi capita spesso di andare là a farmi fare le mèches da una ragazza che lavora molto bene; lei non parla l’italiano e neanche lo spagnolo, ed io non parlo il tedesco, però riusciamo a comunicare molto bene e a parlare di tutto in inglese. Non intendo dire che le altre lingue non siano importanti, ma diciamo che l’inglese, per molti versi, e una specie di lingua “universale”.
L’ho studiata per tutti gli anni della mia educazione scolastica, poi, ai tempi dell’università ho fatto un soggiorno di tre mesi a Sydney, dove ho studiato in un TAFE, che sarebbe un Istituto tecnico superiore in Australia. Era incredibile, c’erano ragazzi di diversi paesi e continenti, ognuno doveva accantonare momentaneamente la sua lingua madre per comunicare unicamente in inglese. Cosi si sono create delle bellissime amicizie che sono andate oltre la scuola: siamo usciti insieme, abbiamo fatto gite, abbiamo conosciuto la città, ed è stato molto bello. Io sono stata particolarmente contenta perché ho anche festeggiato il mio ventunesimo compleanno circondata da ragazze e ragazzi di diverse nazionalità tutti felici di stare insieme.

Questa mia conoscenza delle lingue, è stata molto utile durante la mia vita; senza volerlo, mi sono trovata numerose volte, a fare da traduttrice. Come quando all’Università in Perù, durante i miei studi di Giurisprudenza, un docente aveva bisogno di farci leggere un articolo di Diritto Civile che era scritto in italiano, allora, conoscendo le mie origini, mi chiese il favore di tradurlo in spagnolo in modo che tutta la classe potesse leggerlo. Io lo feci e dopo questo episodio mi chiese altre volte di tradurre altri articoli.

Mi sono anche trovata molte volte a fare da traduttrice a diverse persone: ai miei genitori quando c’era da comunicare in inglese, alle mie amiche e conoscenti in Perù quando ci vado con il mio compagno e devo fare la traduzione simultanea, in modo che anche lui possa partecipare alla conversazione.

Alcuni episodi molto belli sono capitati nei paesi in cui, come dicevo prima, non si parla né l’italiano né lo spagnolo. Ho viaggiato molto, quasi sempre in compagnia (il mio ragazzo non parla altro che italiano) e quindi ero sempre io che dovevo comunicare per qualsiasi cosa con la gente, ed era molto strano trovarmi sempre a parlare in inglese, con una persona la cui lingua madre è il tedesco, il francese o il creolo in certe isole, il filippino, e poi in simultanea tradurre al mio ragazzo tutto in italiano. Trovo che questo uso delle lingue sia meraviglioso; è la chiave di tutto, perché la comunicazione è la chiave nelle negoziazioni, negli accordi: tutto passa dalla comunicazione. Penso che la traduzione sia uno strumento meraviglioso che rende possibile tutto questo.

Autore dell’articolo:
Gianella Lavarello Alba
Traduttrice giuridica ES>EN-IT
Udine

Lo slang inglese

 Categoria: Le lingue

Lo slang è lo stile informale della lingua inglese, costituito da parole ed espressioni che sono più comuni nella lingua parlata e meno appropriati in situazioni formali. Si compone di parole o frasi che hanno un impatto emozionale più forte rispetto a quelli utilizzati nella lingua formale, questo è un modo per esprimere un atteggiamento di disprezzo nei confronti delle regole e dell’autorità morale. Lo slang promuove inoltre il sentimento di appartenenza all’interno di un gruppo, infatti, i membri sono accomunati dagli stessi valori, interessi e comportamenti.
Lo slang è una parte del lessico in continuo mutamento, che consta di parole e frasi che caratterizzano diversi gruppi sociali e professionali, rinforzando l’identità sociale, ma non solo, viene anche utilizzato per acquisire un’aria rilassata e informale. Nei dizionari non esiste un’unica definizione di slang, poiché il significato di questa parola ha assunto connotazioni diverse in periodi di tempo altrettanto diversi.

L’Enciclopedia Microsoft Encarta definisce lo slang come: l’insieme di termini o espressioni utilizzati da categorie professionali o da gruppi, che solo in parte possono essere compresi da chi è estraneo all’ambiente. Lo slang costituisce un lessico specializzato, che si distacca da quello della lingua standard, e solo più raramente ne coinvolge anche i meccanismi sintattici e morfologici. Viene definito slang, il lessico specifico o altamente tecnico dei gruppi professionali, quali l’ambiente della medicina, della giurisprudenza, della finanza, del mondo scientifico-tecnologico, dell’istruzione, della vita militare, dello sport, dello spettacolo ecc… Altre fonti importanti di termini appartenenti allo slang sono i gruppi sociali quali giovani, minoranze etniche, abitanti dei quartieri popolari, gruppi sportivi, sindacati, associazioni professionali o culturali, comunità o sette religiose, tossicodipendenti, criminali. Le espressioni dello slang spesso incarnano le attitudini e i valori dei membri del gruppo, rafforzando così il senso di appartenenza al gruppo stesso e fornendo all’interlocutore informazioni sulla provenienza del parlante. Prima di trasformarsi in slang, un’espressione deve però essere adottata su larga scala dai membri del gruppo.
(Microsoft Encarta Encyclopedia -2007-)

Originariamente questo termine era impiegato per far riferimento alla lingua dei criminali e vagabondi, ma a partire dal XVIII secolo il suo significato ha assunto connotazioni diverse, iniziando a comprendere il gergo usato da altri sottogruppi, non necessariamente collegati al ceto basso della società, come per esempio avvocati, scienziati, poeti, saggisti e storici. Infine nei primi anni del 1900 lo slang è stato identificato come lo stile informale e colloquiale di una lingua. Lo slang è soggetto a restrizioni nel tempo, poiché molte espressioni che in passato erano considerate slang non vengono più utilizzate o sono considerate obsolete, come l’esclamazione di rabbia, o sorpresa Gordon Bennet. Altre parole invece sono entrate a far parte della lingua standard, come telly, diminutivo per indicare la televisione oppure bird-brained per indicare qualcuno senza buon senso.

Autore dell’articolo:
Concetta Cipicchia
Traduttrice EN-FR>IT
Lipari

Le traduzioni nell’ambito turistico

 Categoria: Servizi di traduzione

Le traduzioni nel settore turistico-alberghiero richiedono competenze specifiche da parte dei traduttori sia per il lessico che per lo stile utilizzato. I testi turistici riguardano la cultura di un Paese diverso (traduzioni intralinguistiche), luoghi, eventi (come festival e fiere), viaggi, vacanze, presentazioni di strutture ricettive e ristorazione, per cui lo stile è di solito informale ed accattivante. È necessario, quindi, che il traduttore conosca bene l’ambito in cui si realizzano gli atti linguistici, cioè il contesto situazionale e la cultura sottesa alla comunicazione: il contesto culturale.

I testi turistici tradotti vengono pubblicati in opuscoli, giornali del settore, dépliant, menù ed attualmente soprattutto in siti internet, dato che rendono più visibile il prodotto turistico e più veloce la comunicazione con gli utenti. Per questo motivo, soprattutto per i testi pubblicati in siti web, occorre una particolare abilità da parte del traduttore nel combinare l’informazione e la descrizione turistica con il messaggio pubblicitario e la sua forza persuasiva. Il testo di arrivo è sempre semplice, lineare, fruibile e scorrevole; è una caratteristica tipica del linguaggio turistico.
La traduzione di un testo turistico è quindi strettamente collegata con l’attività di marketing, infatti, il traduttore deve curare molto la terminologia, i modi di dire, le metafore, per capire se hanno un equivalente nella lingua di destinazione o se è necessaria una soluzione alternativa che renda il testo ugualmente efficace nella trasmissione del messaggio. È molto importante, inoltre, che il traduttore individui le parole chiave che contraddistinguono la specificità lessicale del settore, sia per tradurre correttamente un testo, sia perché sono spesso utilizzate dagli utenti del web per ricercare, ad esempio, il sito internet di una struttura ricettiva, di un ristorante o di un operatore turistico. Più sono scelte con accuratezza dal traduttore, più il sito sarà facilmente trovato poiché le parole chiave giuste permettono al sito web di essere sempre in cima nelle posizioni sui motori di ricerca e ciò è fondamentale per la visibilità.

Le traduzioni turistiche richiedono particolare cura e ricerca della sfumatura giusta di significato di ogni termine perché il linguaggio è sempre molto evocativo e colorato, ma la mia esperienza di traduttrice, soprattutto in tale settore, mi ha arricchito e divertito poiché ogni traduzione è un viaggio attraverso culture diverse, innovazioni tecnologiche e nuove strategie di marketing. Un viaggio da non perdere!

Autore dell’articolo:
Alessandra Cafieri
Traduttrice EN-ES<>IT
Caserta (CE)

Parlare di vino, tradurre il vino

 Categoria: Servizi di traduzione

Recentemente ho svolto – per dovere, ma con grande piacere – una ricerca approfondita sul linguaggio del vino in lingua inglese.
Ciò che balza subito all’occhio è una grande somiglianza con lo stesso tipo di linguaggio italiano, sia dal punto di vista terminologico, che da quello morfologico (ad esempio nell’uso diffuso della suffissazione: en. fruit>fruity; it. frutto>fruttato) e stilistico.

Quello del vino costituisce un ottimo esempio di linguaggio specialistico, il cui uso si può notare in particolare in tre diverse situazioni comunicazionali: la prima è la comunicazione tra esperti, che dà luogo ad un genere di discorso scientifico e tecnico; vi è poi la comunicazione divulgativa, quella usata nelle riviste di settore e nelle guide ai vini; ed infine la comunicazione promozionale, che si ritrova nella descrizione dei prodotti di aziende, cantine ed enoteche.
La comunicazione tra esperti è forse quella che crea meno problemi linguistici: i professionisti cercano soprattutto chiarezza e precisione, utilizzando uno stile conciso, commenti ragionati e termini con un significato accettato e condiviso. La traduzione dei loro discorsi è probabilmente quella meno problematica nell’ambito della descrizione enologica: stile pulito, termini precisi (anche se spesso tecnici, ed in questo caso è necessaria una ricerca terminologica approfondita) e dal significato chiaro.
La comunicazione promozionale è invece più complessa: si va dalle descrizioni delle caratteristiche sensoriali del prodotto in esame, presenti ad esempio nelle schede tecniche dei vini (assimilabili alle descrizioni dei professionisti di cui si parlava sopra), all’utilizzo di nomi fantasiosi dati ai vini, per attirare l’attenzione dei consumatori e degli appassionati. A questo proposito Adrienne Lehrer, linguista americana che studia da più di trent’anni il linguaggio enologico, ha notato che, per dare un nome ai vini o alle cantine, si utilizzano sempre più frequentemente nomi di animali, di solito preceduti da un aggettivo che non ha alcuna attinenza con l’animale a cui è riferito: Dancing Bull, Painted Turtle o Arrogant Frog. Altri nomi non hanno alcun rapporto con il vino, come Two Left Feet o Cabs: quest’ultimo è un vino composto dalle uve Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, e lo stratagemma linguistico nasce dal plurale dell’abbreviazione di Cabernet. Ma nella comunicazione promozionale lo slogan e il gioco di parole la fanno da padroni, e qui la sfida per il traduttore si fa più interessante: entra in gioco la creatività linguistica, sia nel testo di partenza che in quello d’arrivo, e a volte bisogna proprio rompersi la testa per arrivare ad una traduzione soddisfacente.

Nella mia ricerca ho avuto a che fare anche con l’analisi delle cosiddette tasting notes, ovvero le note di degustazione scritte dai giornalisti enologici: si tratta di testi molto brevi, che vanno da 10 a 100 parole, che hanno la funzione di descrivere e valutare un vino, ricalcando le fasi della valutazione sensoriale (analisi visiva, olfattiva e gustativa). Poiché la trasposizione di queste sensazioni fisiche in descrizioni verbali è tutt’altro che semplice, e poiché spesso i professionisti devono descrivere vini dalle caratteristiche molto simili (pensiamo a chi deve confrontare una trentina di Chianti prodotti da cantine diverse), i giornalisti ricorrono spessissimo all’uso di metafore e di immagini sempre più bizzarre, che diventano una caratteristica dello stile di chi scrive, ma spesso risultano di difficile o impossibile comprensione per i destinatari. A questo proposito, la famosa giornalista enologica Natalie MacLean ha proposto le note di degustazione di alcuni vini in due versioni: la traditional description e la delirious description. Eccone due, per capire meglio di cosa stiamo parlando:

VINO: Masi Amarone (Italia)
TRADITIONAL DESCRIPTION: dark cherries, charred wood, full-bodied
DELIRIOUS DESCRIPTION: Explosive fruit with a tannic structure to straighten the Tower of Piza
(sic!)

VINO: Marlborough Sauvignon Blanc (Nuova Zelanda)
TRADITIONAL DESCRIPTION: herbal, gooseberry, good acidity
DELIRIOUS DESCRIPTION: The Toronto Argonauts football field after a fresh mow on a crisp October morning

Certo, si può tradurre il contenuto linguistico, ma il significato vero… quella è un’altra storia!

Per farsi un viaggio virtuale nel mondo del vino e del suo linguaggio, può essere molto interessante la lettura del fumetto The Drops of God: si tratta della traduzione inglese del manga giapponese Kami no Shizuku (per i francesisti, è stato tradotto anche in francese, con il titolo Les Gouttes de Dieu). Gli autori hanno creato una storia avvincente e divertente, ambientata nel mondo del vino. La cosa singolare è che i vini citati in queste avventure hanno registrato delle vere impennate nelle vendite. Addirittura, la compagnia aerea All Nippon Airways ha modificato la propria carta dei vini a bordo, seguendo le indicazioni di Shizuku Kanzaki e degli altri protagonisti di questo manga.

Insomma, oltre ad essere piacevole da bere, il vino è anche interessante da leggere e da tradurre.

Autore dell’articolo:
Daniela Bottazzi
Traduttrice freelance EN-FR>IT
Piacenza

Sul tradurre filosoficamente

 Categoria: Traduttori freelance

Non è necessario essere un filosofo per poter tradurre decentemente un qualsiasi testo scritto. Ovvio. È necessario esserlo per tradurre un testo filosofico? Non proprio. In un certo senso, è l’atto stesso del tradurre a presentare caratteristiche prettamente filosofiche, laddove per “filosofia” si vuole intendere piuttosto un certo modo di fare filosofia, basato sul concetto di voce (espressione, passaggio di conoscenza dall’interno all’esterno) in relazione alla pratica autobiografica. Il riferimento è ai pensatori della cosiddetta filosofia del linguaggio ordinario e, in particolare, alla lettura che ne ha dato un contemporaneo, il filosofo americano Stanley Cavell, esponente di spicco della filosofia post-analitica e autore di un celebre testo sistematico, La riscoperta dell’ordinario (1979).

Secondo Cavell, infatti, si può comprendere la maniera di filosofare del Wittgenstein delle Ricerche filosofiche e di J. L. Austin – le cui opere sono costruite sulla base di una pratica di astrazione autobiografica – nei termini di una sistematica presunzione della voce, di un’arrogante assunzione del diritto a parlare per gli altri, nel tentativo di testare il proprio grado di rappresentatività all’interno della comunità di appartenenza (linguistica, filosofica, artistica) a partire da un atto originario di richiesta di autorizzazione a parlare filosoficamente di sé. Nel 1994, Cavell dedica un’intera opera all’intersezione tra filosofia e autobiografia, dando alle stampe A Pitch of Philosophy. Autobiographical Exercises. Non si tratta ancora di un’autobiografia effettiva e definitiva: è solo con il libro Little Did I Know. Excerpts from Memory, datato 2010, che l’impulso autobiografico presente in Cavell trova totale risoluzione, anche se questo lavoro rappresenta solo l’ultimo tassello all’interno di un mosaico filosofico che nel tempo ha incrociato più volte la riflessione sull’autobiografia e il tema della memoria. Il “pitch” del primo titolo vuole evidentemente riferirsi all’idea di “tonalità”: la tonalità riconoscibile che deve essere propria della voce di ogni filosofo. Alla ricerca di una propria voce durante gli studi dottorali ad Harvard, mentre è in lotta con se stesso perché non riesce a produrre una dissertazione convincente, imbattendosi nei lavori di Austin e di Wittgenstein, Cavell realizza che esiste una filosofia in grado di conferire senso a quello che intende dire. Un linguaggio filosofico all’interno del quale il riconoscimento può essere universale e immediato, e quindi abbracciare qualsiasi esigenza concettuale. La metafora più utilizzata da Cavell è quella dell’orecchio assoluto, ovvero la capacità, per chi è pratico del linguaggio musicale, di riconoscere all’istante ogni singolo tono, ogni nota, senza consultare la partitura o servirsi dello strumento. Lo scrivere filosoficamente, dunque, coincide per Cavell con il trovare un linguaggio all’interno del quale “io” possa comprendere che la filosofia si deve ereditare, un linguaggio che sia espressione della voce attraverso la quale “noi” diventiamo capaci di trovare le parole adatte a raccontare la nostra storia. L’unico modo per reperire le condizioni di un tale linguaggio è quello di comporre la propria autobiografia, intercettando e traducendo il linguaggio dei propri padri.

È questa la promessa filosofica espressa dall’opera di Cavell, nel suo farsi amalgama affascinante tra sostanze teoriche così, apparentemente, distanti: la rinascita di una nuova cerchia di umanità filosofica che fondi eticamente la possibilità di un pensiero linguistico genuinamente creativo, costruito a partire dai frammenti memoriali e dai singoli vissuti esperienziali. Alla luce di quanto detto, la figura del traduttore può essere accostata a quella del filosofo: il problema della resa del senso di un testo, nel passaggio da una lingua all’altra, ha molto a che vedere con il vissuto di chi interpreta, e dunque con determinate esperienze pregresse di traduzione e con una precisa identità di studioso e parlante. Solo attestando la propria posizione nell’alveo di una certa eredità culturale, si è in grado di riconoscere e di discernere tra il significativo e l’irrilevante. E si tratta di una consapevolezza puramente filosofica.

Autore dell’articolo:
Simona Busni
Dottore di ricerca, curatore editoriale e critico cinematografico
Cosenza

Lingue opache e lingue trasparenti

 Categoria: Le lingue

Qualche anno fa in una scuola per l’insegnamento dell’inglese come lingua straniera nella pittoresca cittadina di Cambridge, il nostro professore, conoscendo le difficoltà di noi poveri studenti stranieri ad imparare la pronuncia e lo spelling di una lingua come l’inglese, ci portò ad esempio il testo di una spassosa filastrocca:

I take it you already know
Of tough and bough and cough and dough?
Others may stumble, but not you
On hiccough, thorough, slough, and through.
Well don’t! And now you wish, perhaps,
To learn of less familiar traps.
Beware of heard, a dreadful word
That looks like beard but sounds like bird.
And dead: it’s said like bed, not bead,
For goodness sake don’t call it deed!
Watch out for meat and great and threat
(They rhyme with suite and straight and debt).
A moth is not a moth as in mother
Nor both as in bother, nor broth as in brother,
And here is not a match for there,
Nor dear and fear, for bear and pear.
And then there’s dose and rose and lose –
Just look them up — and goose and choose
And cork and work and card and ward
And font and front and word and sword
And do and go, then thwart and cart,
Come, come! I’ve hardly made a start.
A dreadful Language? Why man alive!
I learned to talk it when I was five.
And yet to write it, the more I tried,
I hadn’t learned it at fifty-five.

Persino un buon conoscitore di quella che l’autore di questa filastrocca definisce “a dreadful Language” impiegherebbe qualche sforzo in più del normale per evitare di inciampare sulle parole di questa filastrocca-scioglilingua.
Questo ci apre ad un’interessante riflessione sulle caratteristiche dell’ortografia delle lingue, che i linguisti sono soliti distinguere in lingue opache e lingue trasparenti: opache quando ad un grafema possono corrispondere diversi fonemi, e trasparenti quando ogni grafema corrisponde a un fonema. Il livello di trasparenza fonologica di una lingua può variare di molto e la English Spelling Society, un’organizzazione internazionale con sede in Gran Bretagna, ne propone un elenco.

Sull’italiano siamo tutti d’accordo: è una lingua trasparente. A esso si aggiunge lo spagnolo, il portoghese e altre lingue meno scontate come l’ungherese, il serbocroato.
Anche sull’inglese tutti concordano nel dire che si tratti di una lingua opaca.
Altre lingue invece si trovano in una posizione intermedia come l’olandese, il francese e il tedesco. Questa distinzione è di importanza cruciale, in quanto un maggiore grado di opacità in una lingua potrebbe costituire un fattore sfavorevole in soggetti predisposti a disturbi quali la dislessia. Diversi studi hanno dimostrato inoltre che i bambini italiani (o qualsiasi altra lingua “trasparente”) apprendono a leggere più rapidamente grazie alla corrispondenza tra scrittura e pronuncia; e riescono anche a leggere parole nuove in base alla coerenza delle regole di lettura. I bambini di lingua inglese, al contrario, impiegano molto più tempo ad imparare a leggere e tendono a memorizzare più fonemi possibili in vari contesti, così da avere a disposizione un bagaglio di informazioni più grande che consenta loro di affrontare la lettura.

Fatte queste considerazioni propongo a Voi, miei gentili lettori anglofoni, un po’ di spasso andandovi a leggere qualche altra filastrocca-scioglilingua di quella che, pur con i difetti e le difficoltà che conosciamo e abbiamo visto, rimane una lingua fantastica e inimitabile.
A questo link della English Spelling Society troverete quello che fa per voi!

http://www.spellingsociety.org/news/media/poems.php

Buona lettura!

Autore dell’articolo:
Roberto Ciampi
Traduttore EN-ES>IT
Perugia

Le diverse strategie traduttive

 Categoria: Traduttori freelance

Il duplice trasferimento da una all’altra lingua comporta, molto spesso, la modificazione dell’enunciato iniziale. La ricostruzione del testo deve gestire le diversità culturali così come le incompatibilità strutturali tra la lingua di partenza e quella di arrivo. In quest’atto di appropriazione e di ricostruzione testuale, la portata dell’intervento del traduttore può essere più o meno ampia. A definirla concorrono anche scelte di fondo che possono variare dall’adattamento al suo estremo opposto, la traduzione-calco. L’adattamento mette in atto una strategia traduttiva impostata in funzione del pubblico di arrivo: in questo modo il testo di partenza risulta elemento secondario, fonte di dati che verranno riutilizzati per “confezionare” un prodotto caratterizzato da un notevole livello di rielaborazione e di libertà espressiva, con cambiamenti anche consistenti rispetto alle caratteristiche dell’originale. L’estremo opposto è la cosiddetta traduzione-calco, che traspone nel testo di arrivo gli elementi del testo di partenza in modo da riprodurne gli aspetti semantici, etimologici e temporali.

Esiste poi la strategia traduttiva definita “letterale”, che rispetta le particolarità formali del testo di partenza, conformandosi agli usi grammaticali della lingua di arrivo. Il traduttore mira a far emergere il senso di estraneità, per consentire al lettore di cogliere la presenza forte, l’immanenza, di una fonte originale, senza tuttavia forzare in modo innaturale la lingua di arrivo. Al conseguimento di questo risultato concorrono prestiti lessicali e strutture sintattiche vicine, quando possibile, a quelle del testo di partenza. Un tipo di traduzione letterale è la traduzione parola per parola, che traspone nel testo di arrivo gli elementi del testo di partenza senza modificarne l’ordine. Una strategia utile per individuare la struttura della grammatica e del lessico nel caso di lingue antiche, ma altresì pericolosa in quanto può facilmente compromettere la ricezione del senso del testo ed essere fonte di errore.

Occorre a questo punto l’ipotesi dell’intraducibilità linguistica: secondo questa teoria il trasferimento del significato non può essere realizzabile, contenendo nel migliore dei casi la sostituzione del significato espresso nella lingua di partenza con un significato espresso nella lingua di arrivo. La traduzione realizzerà allora una sostituzione e non un trasferimento di significati, vale a dire che i significati espressi dalla lingua di partenza nel testo di partenza non saranno trapiantati nel testo di arrivo, come implica il termine trasferimento. Resta il fatto che la traduzione, pur con tutti i limiti che a essa si vogliano o si possano attribuire, resta irrinunciabile giacché risponde alle esigenze comunicative di un mondo che non ha ancora conquistato, e nel quale difficilmente potrà affermarsi, una lingua “globale”.

Autore dell’articolo:
Fabrizio Orlandi
Traduttore laureato ES-EN-PT>IT
Madrid (Spagna)

Shakespeare nel mondo arabo (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

Mutrān traduce l’Otello, primo dramma shakespeariano rappresentato nei paesi arabi, dove è evidente un chiaro tentativo, da parte dell’autore stesso, di conferire un’impronta arabizzante all’adattamento in questione, o meglio, un voluto adattamento al contesto arabo, a scapito di una traduzione fedele, che avrebbe visto lo spettatore arabo calarsi in una realtà a lui estranea.
Nella piena consapevolezza che non può essere questo il contesto in cui fornire un’analisi esaustiva della trattazione dell’opera shakespeariana nel mondo arabo, si intende mostrare quanto, in una prospettiva di perdite e acquisizioni traduttologiche, in campo linguistico e culturale, possa essere esemplificativo l’adattamento dell’Otello di Halīl Mutrān, che è stato, peraltro, il primo drammaturgo arabo a conferire il titolo di ‘Utayl alla traduzione dell’opera.

A scopo esemplificativo, si mostreranno soltanto due esempi della traduzione di alcuni momenti dell’opera, contenuti nella Scena I dell’Otello, dove si può osservare come alcune espressioni siano rese, nelle due lingue, quella araba e quella inglese, in maniera piuttosto diversa, dove appunto entra in gioco la componente culturale a fare da sfondo alle scelte di traduzione dell’autore.

_ I: […] Farewell, for I must leave you […] (Iago)
Tr. […] Addio, devo lasciarvi […]
_ A: […] ٲﺴﺘﻮﺪﻋﻚ ﷲ […]

Tr. […] Che Dio vi aiuti […]

Notiamo che l’interiezione inglese Farewell diventa in arabo qualcosa di totalmente diverso. La scelta di Mutrān, qui, è spiegabile col fatto che ad un lettore arabo risulta più familiare leggere l’espressione correlata alla sfera religiosa, “Che Dio vi aiuti”, piuttosto che una colloquiale, “Addio”, del testo originale.

_ I: […] Heaven is my judge […] (Iago)
Tr. […] Il cielo lo sa […]
_A: ﻴﺸﻬﺪ ﷲ

Tr. […] Dio mi è testimone […]

Osserviamo che Mutrān utilizza un’espressione prettamente araba, facendo riferimento a Dio; dunque, è interessante notare come il testo arabo, sul piano delle interiezioni si discosti dal testo originale, una diversità culturale che si esprime con una diversità espressiva.

La scelta di utilizzare riferimenti della letteratura araba, in comparazione con quella inglese, deriva da un interesse e da uno studio di queste due culture, insieme con le loro relative lingue, che va indietro nel tempo, che ancora mi accompagna, e che, sono sicura, non mi abbandonerà mai.
Per me la traduzione è un mezzo per tramandare la cultura nel tempo e nello spazio. Per dirla con Walter Benjamin: “Attraverso la traduzione i testi sopravvivono. Se non avessimo accesso a opere scritte in lingue a noi sconosciute, noi saremmo immensamente più poveri”.

Autore dell’articolo:
Sabrina Dazio
Traduttrice arabo/inglese <> italiano
Giugliano in Campania (NA)

Shakespeare nel mondo arabo

 Categoria: Traduzione letteraria

La vita culturale degli arabi, tra il XIX e il XX secolo, è stata fortemente influenzata dalla divulgazione delle opere occidentali, grazie ad un particolare movimento di traduzione.
Gli intellettuali di quell’epoca si mostrarono molto interessati a quanto scrivessero gli europei, e, dunque, attraverso traduzioni, compendi di grandi opere occidentali, cercarono di far conoscere idee nuove con cui intesero confrontarsi.
Un vero movimento di traduzione di testi occidentali in arabo è cominciato intorno alla metà del XIX secolo, come uno sforzo consapevole da parte di alcuni settori della società araba di imparare ed acquisire determinati aspetti della cultura occidentale e della sua civilizzazione.
Gli arabi fanno riferimento a questo periodo di intensa attività di traduzione con l’espressione Harakat al-tarğamah (lett. Movimento della traduzione) proprio per dare un’idea chiara del ruolo significativo che ha svolto la traduzione in quel periodo.
Per molti arabi, leggere opere occidentali, significava stabilire un primo contatto con l’Occidente, laddove la traduzione rappresentava l’unico mezzo di cui disponevano per avere un minimo approccio alla letteratura straniera. Inoltre, gli scrittori arabi moderni, nel momento in cui presero a scrivere romanzi, a dar vita ad espressioni teatrali, non potevano fare a meno delle traduzioni, perché da lì apprendevano le tecniche per realizzare le loro opere stesse.

Giungendo all’argomento che vuole essere oggetto della presente esposizione, si fa osservare che il teatro arabo nasce dall’impatto con l’Occidente, dove un’idea moderna di teatro si delinea intorno alla metà del XIX secolo, prendendo forma attraverso un intenso movimento di traduzione di opere occidentali.
Alla luce della considerazione che il poeta inglese più noto al pubblico arabo, e al quale i critici hanno rivolto più spesso l’attenzione, è sicuramente William Shakespeare, ritenuto maestro incontrastato del dramma, risulta che le opere del drammaturgo inglese siano state rappresentate, di frequente, nei paesi arabi, e che siano state quelle che hanno conosciuto il maggior numero di traduzioni, adattamenti e rifacimenti.
Halīl Mutrān, libanese, è stata la figura che, nel panorama dei drammaturghi arabi dediti all’adattamento delle opere occidentali, nella seconda metà del XIX secolo, ha assunto maggior spicco, in modo particolare, in relazione ai drammi shakespeariani, dove provvede a chiarirne le strategie di traduzione.

Nella seconda parte dell’articolo che sarà pubblicata domani vi illusterò queste strategie di traduzione.

Autore dell’articolo:
Sabrina Dazio
Traduttrice arabo/inglese <> italiano
Giugliano in Campania (NA)

L’ascesa della lingua araba

 Categoria: Le lingue

L’anno 2001 è stato battezzato dall’Unione Europea come l’anno delle lingue europee. In Europa sono riconosciute ventitré lingue ufficiali di cui l’inglese, il francese e il tedesco sono state adottate come lingue procedurali. Per promuovere le lingue, l’Unione ha stanziato milioni di finanziamenti per progetti, articoli promozionali e manifestazioni. L’obiettivo centrale si incentrava sulla conoscenza da parte di ogni cittadino dell’Unione di almeno altre due lingue accanto alla propria lingua madre. Obiettivo parzialmente raggiunto.
Dopo la guerra fredda l’Europa è stata invasa dall’ondata della cultura e lingua anglo-americana “invadendo” le lingue europee che hanno visto sostituirsi e insediarsi parole prettamente anglosassoni, divenendo sempre più comuni nel linguaggio quotidiano. Quest’ondata, più accentuata nelle metropoli e non meno nelle province, è stata vissuta con serenità da parte di ogni cittadino europeo, in quanto lo sviluppo non può essere fermato.

L’inglese è una lingua attraente, sinonimo di sviluppo e progresso, con una grammatica semplice e poche flessioni, ed è per questo che è diventata lingua internazionale usata in tutti i più svariati campi da quello fisico a quello medico, dall’informatica all’economia e alla politica. Scienziati e ricercatori pubblicano i risultati delle loro ricerche in inglese e tali sono anche l’ottanta per cento dei documenti messi in rete. La diffusione della lingua inglese è stata una vera “bomba” culturale.
Ma recenti studi condotti dai linguisti hanno evidenziato come l’inglese, in quanto lingua internazionale, sia in leggero “declino”. Si evince che lingue orientali come il cinese e l’arabo potrebbe dominare il futuro del mondo. Ed è proprio l’arabo a risultare la lingua più accreditata per il futuro.

Sempre più giovani sono attratti e influenzati da culture orientali e ad apprenderne le relative lingue. Anche presso le Università sono stati inseriti corsi di lingue orientali che hanno registrato un forte numero di iscrizioni. Ma non poche sono state le difficoltà incontrate dagli studenti nell’apprendimento di queste lingue.
Le difficoltà sono spesso oggettive. La lingua araba, caratterizzata da una grammatica complessa, poche vocali e molti termini a volte impronunciabili, presenta molte varianti dialettali. Il cinese, senza una grammatica ben definita, dovrebbe essere imparato memorizzando quasi a memoria i migliaia di ideogrammi di cui è costituito. Oggi l’arabo, parlato da più di trecento milioni di persone nonché lingua ufficiale delle Nazioni Unite, si colloca al quinto posto nella scala delle lingue più parlate ancor prima del francese e del tedesco.
Ma quale ruolo avrà l’arabo in un futuro non tanto lontano? Sarà davvero in grado di sostituire la “potenza” dell’inglese? Riuscirà ad avere lo stesso impatto (positivo) dell’inglese? Ricordiamo che la cultura araba è molto forte considerando che anche i normanni durante la dominazione in Sicilia rispettarono l’arabo in quanto lingua del regime.

Ogni lingua, che sia occidentale o orientale, ha in sé un fascino e delle caratteristiche uniche. E’ interessante lo studio e la diffusione delle lingue e delle relative culture. Ma è altrettanto importante che nessuna cultura prevalga mai totalmente a discapito di un’altra in quanto indice dell’identità nazionale di un popolo. Studiare lingue e culture, conservando preziosamente anche la propria!

Autore dell’articolo:
Maria Grazia Scarfia
Traduttrice EN-FR-DE<>IT
(testi informatici, scientifici, commerciali, siti)
Catania

Italianismi nel serbo-croato (2)

 Categoria: Le lingue

A partire dalla toponomastica della mia città natia Herceg-Novi, situata all’ingresso delle Bocche di Cattaro, vicino al confine croato, i principali luoghi della città vecchia hanno un’origine latino-veneta, risultando del tutto comprensibili: Forte Mare (una fortificazione massiccia esposta verso il mare), Bella Vista (piazzetta nella parte alta della città vecchia), Macel (un fortino veneziano successivamente diventato il macello della città), Lazaret (un piccolo quartiere fuori dalle ormai scomparse mura cittadine presumibilmente il lazzaretto durante le epidemie). Altri italianismi nel serbo-croato delle Bocche di Cattaro si ritrovano nei soprannomi affibbiati alle persone grazie a qualche caratteristica o difetto fisico, ma anche nei mestieri che facevano:  si usava dire per esempio che uno era šporkaćun(it. sporcaccione) se curava poco l’igiene del proprio esercizio commerciale; “macakan” (dove la lettera “c” in serbo-croato si pronuncia “ts” – it. ammazzacane -) coloro che sopprimevano i cani randagi, “njoka” (it. gnocco) uomo corpulento dal naso a patata oppure “stimadur” (it. stimare) una specie di consulente e intermediario per le compravendite. I sostantivi sarebbero un’infinità e andrebbero suddivisi tra astratti, concreti e tecnici, ma vediamone solo alcuni facilmente riconoscibili e ancora utilizzati, a volte importati nei gerghi giovanili: “faca” (it. faccia) colui che è particolarmente simpatico o si distingue all’interno di una compagnia, “finta” (it. finta, finzione) un’azione che serve per attirare attenzione, sorprendere o mostrare abilità in qualcosa, “škver” (dove la lettera “š” equivale al suono “sc” di sciabola in italiano – veneziano: squero -) il porticciolo o il luogo dove si riparano le barche a remi. Altrettanto numerosi sono gli aggettivi e ne scelgo sempre alcuni ancora utilizzati, ad esempio “škur” (it. scuro), “falc” (it. falso) per indicare persona falsa e ipocrita ma anche in gastronomia “falca supa” per indicare un brodo fatto con pochi ingredienti poveri in mancanza d’altro, diventando un brodo “finto”; “škembav” (it. sgembo) persona rachitica, denutrita, fisicamente fragile. Infine qualche verbo: “isat” (it. issare) alzare qualcosa, “šegat” (it. segare) assume anche il significato dell’atto sessuale, “miritat” (it. meritare), “obadat” (it. badare) di solito si usa nel senso negativo “ne obadaj ga” cioè non dargli retta, “štufat” (it. stufare) con l’analogo significato.

Questi pochi esempi dimostrano come a quasi tre secoli di distanza dalla fine della dominazione veneziana nelle Bocche di Cattaro rimangano ancora le sue influenze nelle varianti locali del serbo-croato, anche se a causa delle migrazioni interne stanno scomparendo. L’influenza latina fin dall’antichità si riversava ad ondate sulla zona costiera della penisola balcanica. Ondate che si esaurivano con la nuova “slavizzazione” dell’area grazie all’arrivo delle popolazioni dall’interno causato dalle cicliche guerre e spartizioni tra i grandi imperi. Quest’ultima perdita dell’elemento latino dalle Bocche di Cattaro, sempre più evidente dagli anni novanta si inserisce nella tendenza generale della globalizzazione linguistica e del conseguente appiattimento dello stesso serbo-croato che oggigiorno viene semmai influenzato dalla lingua dei media, di internet, delle sit-com e della musica. Dunque, a discapito dell’eredità veneziana troviamo molti termini neo-tradizionali o ancora più spesso neologismi di derivazione inglese. Inoltre, a differenza di alcuni tentativi fatti in Italia per tutelare i dialetti come patrimonio culturale, ciò non è mai avvenuto nella regione presa brevemente in esame. E’ naturale che i dialetti, così come le lingue, una volta esaurito il loro compito e la loro funzione scompaiano e si trasformino in qualcos’altro, tuttavia è un peccato questa perdita dell’eredità latina che in altri luoghi della Dalmazia sopravvive ancora.

Autore dell’articolo:
Dusko Djordjevic
Traduttore SH<>IT
Herceg-Novi (Montenegro)

Italianismi nel serbo-croato

 Categoria: Le lingue

Quando da ragazzino arrivai in Italia, pur ricordando le non poche difficoltà linguistiche, non ero del tutto sprovveduto. Conoscevo un po’ d’italiano grazie alle reti Rai che si potevano vedere nell’area costiera del Montenegro e della Croazia rappresentando uno stimolo, soprattutto per i più giovani, per apprendere questa lingua. Si sentiva una certa affinità “mediterranea”, con il sud Italia in particolare, che affonda le radici lontano nel tempo, in grado di relativizzare in qualche misura il confine rappresentato dal mar Adriatico tra il mondo latino e quello slavo. Avevo quindi un modesto vocabolario appreso dai film e dai cartoni animati al quale potevo aggiungere qualche frase fatta d’uso quotidiano. La familiarità con la lingua italiana, per chi viene dalla costa orientale dell’Adriatico, naturalmente non è dovuta solo a questa vicinanza con la cultura pop diffusa dalle emittenti televisive, ma anche ad un substrato linguistico che ha lasciato una traccia significativa in particolare durante la dominazione della Repubblica di Venezia. Un’epoca, quella tra il XV e il XVIII secolo, in cui per esigenze amministrative e commerciali, non solo si parlava il latino o il veneziano, ma nascevano degli idiomi ibridi adatti alle esigenze della plebe che mischiavano con disinvoltura più lingue e dialetti tra veneziano, serbo, dalmata antico e turco. A livello più esteso una cosa simile accadeva con la “lingua franca” parlata nei porti di tutto il Mediterraneo. L’eredità veneziana, bisogna sottolineare, ha lasciato meno traumi di altre dominazioni come quella Ottomana che pretendeva un controllo politico e religioso capillare con la conseguente oppressione per le popolazioni locali. Venezia dal canto suo era più interessata ai propri commerci e lasciava un ampio margine di autonomia alle città dell’Adriatico orientale lasciandolo inserito nella propria rete commerciale, permettendo così anche la possibilità di avere più scambi culturali con il Mediterraneo e il resto del mondo.

In molti dialetti, tra cui quelli che si parlano nelle Bocche di Cattaro c’è un sorprendente numero di italianismi, alcuni di chiara derivazione veneta. Il serbo-croato parlato nelle Bocche di Cattaro è un dialetto usato da sempre meno persone in seguito agli sconvolgimenti degli anni Novanta che hanno causato un sensibile cambiamento nella situazione demografica e quindi anche linguistica in questa regione. Malgrado questo moltissimi termini di origine latina, italiana e persino veneta persistono dando una certa familiarità con la lingua italiana agli abitanti di queste zone. Fino a qualche decennio fa anche un italiano poteva essere in grado di cogliere il senso delle frasi o capire l’oggetto di un discorso grazie all’abbondanza di vocaboli facilmente riconoscibili, anche se inseriti all’interno di una struttura grammaticale e sintattica molto diversa. La cosa più interessante per chi non ha nessuna dimestichezza con la filologia slava sarebbe sentire qualche esempio, che in alcuni casi può risultare anche, a mio parere, divertente.

Nell’articolo di domani vi farò l’esempio di italianismi presenti nella variante del serbo-croato parlata nelle Bocche di Cattaro.

Autore dell’articolo:
Dusko Djordjevic
Traduttore SH<>IT
Herceg-Novi (Montenegro)

Perché studi le lingue?

 Categoria: Traduttori freelance

Quante volte qualcuno mi ha chiesto: “Perché hai scelto proprio di studiare lingue? Io non ci capirei niente!”.
Io ho scelto di studiare lingue straniere perché fin da piccola mi hanno stregata: l’idea di poter capire chi parla in maniera differente da me è dannatamente affascinante, dopotutto la curiosità è una delle qualità più comuni tra gli esseri umani!
Forse sarà anche per il fatto che mia madre è nata in Argentina e lì ha vissuto buona parte della sua vita, quindi questo legame con le lingue è una cosa di famiglia, tant’è vero che anche mio fratello, alla fine, ha seguito questo percorso.

Studiare lingue permette di dire “I’m improving my Eglish” o “je suis en train d’améliorer mon français” quando ci si vuole prendere la libertà di vedere un bel film o magari leggere un bel libro in lingua originale… ma anche di chiacchierare o chattare con amici di altre parti del mondo o fare un bel viaggio culturale o trasferirsi per un periodo di studio/lavoro all’estero.
Già, studiare lingue è una gran bella opportunità, anche se, bisogna ammetterlo, non è poi una passeggiata, ci si trova a dover combattere con accenti strani, pronunce improbabili, suoni innaturali, frasi arzigogolate oppure troppo spesso si viene considerati una sorta di “dizionario vivente” da amici e familiari.

Tuttavia, nonostante le tante “fatiche”, posso dire che per me ne è proprio valsa la pena e se dovessi rispondere ora alla domanda “perché hai scelto la facoltà di lingue?” direi che l’ho scelta perché mi permette di conoscere altri luoghi, altre culture, altre persone… e conoscere gli altri ci aiuta a capire meglio noi stessi, il mondo dove viviamo e il modo in cui viviamo!

Autore dell’articolo:
Silvia Sanginiti
Traduttrice EN-FR>IT
Milano

Tradurre un testo

 Categoria: Servizi di traduzione

Tradurre un testo richiede la capacità di comprendere a fondo il reale significato del testo, anche al di là delle parole. In linea di massima, quando si traduce un libro, prima di tutto bisognerebbe capire e conoscere lo spirito del tempo, l’atmosfera in cui è ambientato il romanzo e l’esperienza di vita dello scrittore.
Particolare attenzione dovrebbe anche essere prestata al contesto dei personaggi protagonisti o meno del racconto, al momento storico ed economico in cui è ambientato.

Dall’altro lato, nella traduzione di un testo tecnico bisogna curare il lessico specifico, ossia è necessario prima conoscere i prodotti a cui ci si riferisce e familiarizzare con le relative caratteristiche al fine di essere in grado di spiegare come funzionano, come si installano, come gestirli al meglio e quali problemi possono avere; descrivere i loro componenti con l’assistenza tecnica eventualmente offerta.

In merito invece alle traduzioni di testi commerciali (siano essi offerte, ordini, richieste di consegna, ritardi di produzione, garanzia, termini di pagamento, imballo, resa, fatture, documenti di consegna, bolle doganali, listini prezzi, contratti di rappresentanza/agenzia etc.), è necessario disporre di una buona capacità comunicativa e conoscenza dei termini specificatamente utilizzati.

Ultimo, ma non per importanza, bisognerebbe sempre tenere a mente che qualsiasi testo deve essere contestualizzato relativamente al paese di origine dell’autore, adattato all’atmosfera in cui è stato concepito ed interpretato come è stato inteso fin dall’inizio.
Concludo affermando che il lavoro di traduttore/interprete mi ha sempre appassionato proprio perché richiede la capacità e profondità necessarie per poter “leggere” oltre che tra le righe!

Autore dell’articolo:
Anna Maruelli
Traduttrice freelance
Brescia

Il “Globish”: lingua del futuro

 Categoria: Le lingue

La comprensione del pensiero espresso attraverso l’utilizzo del linguaggio è per molti l’espressione dell’immanentismo Spinoziano: noi siamo Dio, Dio è in noi. La parola, le locuzioni, gli avverbi sono gli strumenti attraverso cui una lingua è capace di scavare nel vissuto emotivo individuale; l’espressione verbale del pensiero, accozzaglia disordinata di suoni più o meno gradevoli per uno straniero, risulta essere uno dei più grandi fenomeni che, nel quotidiano, attestano la grandezza della natura umana. Viene da chiedersi quale sia l’arcano meccanismo attraverso il quale il suono articolato in parole riesca a trasformarsi, nelle sinapsi neuronali, in impulso elettrico e quindi in emozioni in un’area cerebrale denominata sistema limbico. La torre di Babele dipinta da Bruegel nel 1563 testimonia la desolazione di un’umanità improvvisamente privata della capacità di intessere un dialogo con i propri simili e nell’impossibilità di formulare un pensiero omni-comprensibile. Le lingue rappresentano, infatti, uno strumento di avvicinamento ma anche di crudele allontanamento tra popoli che non le condividono.

La conoscenza di una lingua o del dialetto che la sottende è l’espressione di una volontà di appartenenza che esclude la continua ed inquieta ricerca dell’altrove, implica una forte motivazione all’attaccamento alle proprie radici, non importa quanto lontano da esse ci si trovi.
La lingua è un concetto vivo non scevro dalla commistione con altrettante componenti vitali appartenenti ad altri idiomi giunti a contatto durante i processi di dominazione straniera o di scambio economico tra le nazioni. E’ sorprendente, infatti, scoprire come alcuni dialetti siano stati marchiati da vocaboli esteri, durante gli anni tumultuosi delle due grandi guerre. Conoscere più lingue ci pone sulle tracce del nostro passato facendo rivivere a ritroso, il momento del contatto tra i popoli in un istantaneo ritorno ad un passato ricco di un delicato legame affettivo. Si scopre così come alcuni vocaboli scivolino da una lingua all’altra trasformandosi ed intridendosi di peculiarità locali e nello stesso tempo amalgamandosi perfettamente al nuovo idioma dimentichi del travaso e pronti ad una nuova fase vitale che li cambierà e forse presterà a nuove geografie. Una lingua è madre, è famiglia e vissuto, niente di più accogliente nella vita di un’individuo, è il luogo dove ci si sente al sicuro, esserne padroni, addomesticarla ed esaltarla implica personalità e carattere. Nuovi passi verso un altro idioma rendono incerti e barcollanti, insicuri e vulnerabili ma forti e soddisfatti non appena si incede nei meandri costituiti da nuovi suoni e parole con maggiore padronanza.

La globalizzazione, dettata ed imposta dai nuovi sistemi di comunicazione, scopre la necessità di sentirsi cittadini del mondo e nel contempo rende urgente la comprensione tra i popoli. Tale esigenza ha portato alla nascita del globish una semplificazione dell’inglese che viene divorato in massa dalle popolazioni della terra. Il globish è una lingua impersonale che consente di comunicare in maniera immediata senza troppe complicazioni, non ha nulla del sangue e dei geni di un luogo ma è comunque in grado di inoltrarsi in percorsi economici, scientifici e giuridici in modo asettico e poco coinvolgente. Non impariamo l’inglese ma la lingua del globale che si divulgherà in maniera inarrestabile e forse tra qualche millennio cancellerà la tradizione e diverrà l’unico idioma del pianeta. Il compito delle nostre radici sarà quello di trattenere il passato e con esso la cultura e la tradizione popolare incuranti del mondo nuovo che corre e cancella i trascorsi della storia e della cultura di un paese. Il processo di traduzione risulta indispensabile nel mantenimento delle lingue, impedirà che un inglesismo incontrollato si impadronisca della nostra cultura impoverendoci di un patrimonio dal valore inestimabile.

Autore dell’articolo:
Raffaella Marasco
Specialista in Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva
Specialista in Medicina Interna
Traduttrice EN-ES>IT
Catanzaro

La lingua mezzo di comunicazione

 Categoria: Traduttori freelance

La lingua ha delle origini antichissime. La “lingua” viene definita come quel sistema di comunicazione verbale o gestuale che permette a tutti gli esseri umani di poter comunicare tra loro. È tramite il linguaggio (scritto o orale) che l’uomo ha la capacità di poter esprimersi e di farsi capire all’interno di una comunità; linguaggio che è possibile solo grazie ad un sistema di segni. La disciplina che studia la lingua è la linguistica, che intende la lingua come quel potenziale innato dell’uomo di produrre il linguaggio. Senza la lingua, la parola, non ci potrebbe essere comunicazione, senza di essa l’uomo non potrebbe comunicare con gli altri esseri umani che popolano il pianeta.

La comunicazione avviene nel momento in cui avviene un passaggio di informazioni da un’emittente ad un destinatario, così che il messaggio possa coincidere con l’informazione decodificata dal ricevente. Gli studi sul linguaggio portano ad affermare che il linguaggio sia inteso come facoltà umana di comunicare attraverso sistemi verbali e studi sulla lingua intesa come manifestazione concreta delle potenzialità verbali di un individuo che si realizzano in un contesto storico, geografico, sociale. Ma non è solo l’uomo che riesce a comunicare con i suoi simili, anche gli animali riescono a scambiarsi informazioni tramite segni che, pur non essendo verbali, permettono loro di comunicare. La lingua viene considerata come uno strumento importante, ossia quella capacità che è alla base di tutte le funzioni concettuali. La lingua è il “mezzo” di comunicazione più appropriato che l’uomo ha a disposizione per poter partecipare alla vita della sua comunità, trasformandosi, in questo modo, in un membro attivo, ricevendone il bagaglio culturale che può essere modificato secondo le sue esigenze. Tramite la lingua, l’uomo esprime la sua cultura, le sue idee politiche, religiose, culturali, i suoi sentimenti più profondi. È grazie all’uomo che si sono articolate dalle lingue antiche come il latino e il greco, altre lingue (lingue neolatine) che permettono a ciascun popolo di poter esprimere le loro idee, cultura e pensieri.

La lingua, dalla sua nascita, continua a crescere giorno dopo giorno, caratterizzata sempre da nuove parole che vanno ad evidenziare l’evoluzione che l’uomo ha avuto nel corso degli anni. Imparare ad apprendere più lingue non solo aumenta il nostro bagaglio culturale, ma in questo modo abbiamo la possibilità di iniziare a conoscere una nuova cultura diversa dalla nostra, offrendoci la possibilità di crescere dal punto di vista intellettuale. Anche se all’inizio risulterà difficile cercare di entrare “nell’ottica” di una cultura diversa, pian piano l’uomo riuscirà ad accettare ciò che è diverso dalla propria lingua. E il lavoro del traduttore consiste proprio in questo: cercare di saper cogliere quelle che sono le differenze, e soprattutto riuscire a capire l’altro anche se “usa” una lingua diversa dalla nostra.

Autore dell’articolo:
Nunzia Bonelli
Traduttrice EN-FR-ES>IT
Andria (BT)

Una traduzione sufficientemente buona (2)

 Categoria: Traduttori freelance

In che modo il traduttore può ottenere quella che nell’articolo di ieri definivo una traduzione “sufficientemente buona”? Innanzitutto riconoscendo a priori il ruolo positivo del conflitto evitando che questo si trasformi in dilemma, portando ad un blocco irrisolvibile del lavoro, e farne terreno di scoperta, dialogo, apertura all’alterità. Una volta entrato nella giusta dimensione, egli scoprirà che il costante confronto col testo si trasforma mano a mano in un rapporto ermeneutico non solo di traduzione ma anche di interpretazione. Proprio l’interpretazione gioca un ruolo, a mio parere, fondamentale nel processo traduttivo, sia che si opti per una traduzione libera sia che si opti per una traduzione letterale. Anche su questo punto le teorie si sono sprecate. Ciò che però alla fine emerge dalla mischia delle posizioni contrastanti, è che non può venire imposta una regola oggettiva e universale in merito. Questo perché quando si parla di traduzione bisogna tener presente sia la vastità del campo nel quale ci si va ad introdurre, sia il fatto che non esiste un metodo di traduzione per eccellenza universalmente applicabile. Infatti trovarsi a tradurre dall’inglese all’italiano un libro per bambini richiede una competenza e un approccio metodologico sicuramente differente rispetto alla traduzione di una tavoletta ittita del II millennio a.C.

Quello che interessa veramente al pubblico al quale la traduzione è rivolta, è che questa sia chiara ma non semplicistica. Il traduttore non deve rendere ad ogni costo nella propria lingua tutti i termini che si trova davanti, anche perché ve ne sono sempre (qualunque cosa si stia traducendo) alcuni che è impossibile rendere in un altra lingua proprio perché non esiste una trasposizione semantica equivalente. In casi come questi vanno semplicemente lasciati nella lingua originale e corredati di apposita nota esplicativa a piè di pagina. L’uso dei sinonimi poi, come sosteneva Roman Jakobson, risulta un valido aiuto in caso di difficoltà. Siccome la lingua è un codice, ossia un sistema di segni, la ricerca di un sinonimo contribuisce ad aumentare maggiormente la funzione comunicativa e informativa della lingua stessa, funzione della quale la traduzione deve farsi carico.

All’inizio si è accennato al fatto che ogni volta che si effettua una traduzione ciò che ne risulta è sempre un’opera nuova, anche se spesso il traduttore non ci pensa affatto oppure non si rende conto di aver accettato una missione così importante. Questo è un fatto positivo a patto di non perdere mai di vista l’originale, vero punto di partenza e di riferimento dal quale non deve allontanarsi mai. Le traduzioni che mantengono a fianco il testo a fronte sono, a mio avviso, il modo migliore che il lettore (unico e vero giudice) possiede per valutare tramite il confronto diretto con l’originale il lavoro del traduttore.

Autore dell’articolo:
Laura Belinzoni
Traduttrice EN>IT
Pavia

Una traduzione sufficientemente buona

 Categoria: Traduttori freelance

Quando possediamo un’ottima conoscenza di una determinata lingua straniera, tradurre ciò che leggiamo nella nostra madrelingua ci appare qualcosa di scontato e immediatamente fattibile. Ma è davvero così? Innanzitutto occorre definire che cosa si intende davvero per traduzione e, già qui, iniziamo a renderci conto di stare varcando un terreno disseminato di teorie contraddittorie e che richiederebbero ben altro che un breve saggio per essere esposte come meritano.
Volendo partire da quella che è considerata la definizione base, diremo che la traduzione è un semplice trasferimento di un messaggio da un mezzo linguistico ad un altro. Anche se semplice, in realtà, non lo è mai. Per restringere ulteriormente il campo, qui tratterò solo della traduzione come trasposizione linguistica di un testo scritto da una lingua all’altra. Chi ha studiato anche solo un poco di latino sa che il verbo “tradurre” deriva dal latino tra-ducere (ossia portare/condurre fuori) che fu adottato per la prima volta dall’umanista rinascimentale Leonardo Bruni, al quale si deve proprio il passaggio dal transferre utilizzato dai latini, appunto, al traducere. Da qui l’idea moderna della traduzione come trasmissione attiva della forma dell’originale che è diventata la base per la costruzione di altre concezioni più complesse anche dal punto di vista epistemologico e filosofico.

Ma torniamo al punto di partenza: ossia che cosa deve o non deve fare un soggetto che si trova a dover tradurre un testo dalla propria lingua ad un’altra che, come già precisato, pur conosce molto bene. La prima cosa che non può assolutamente ignorare è, a mio parere, la certezza che dentro a quel testo è racchiusa una parte più o meno grande di cultura del luogo dal quale il testo proviene e che ogni singolo enunciato è, nello stesso tempo, specchio che riflette l’immagine di quella cultura e fanale puntato sullo sguardo del traduttore come monito a non distaccarsi troppo dall’originale per non rischiare di snaturarlo o addirittura di perderlo.
La traduzione, non dobbiamo mai dimenticarlo, è infatti già di per sé metamorfosi e, seppur minimamente, porta comunque a un cambiamento. Essa, lungi dall’essere solo un trasferimento linguistico di significati, investe anche e soprattutto concetti e conoscenza. Tra il testo straniero e quello tradotto si impone sempre una distanza che, se non dovutamente compresa, può trasformarsi in vero e proprio conflitto. Compito del bravo traduttore è quello di “afferrare” questa distanza e farne il “mezzo” per raggiungere lo “scopo”, e cioè, usando un linguaggio più psicanalitico che letterario, quello di ottenere una traduzione “sufficientemente buona”.

Continuerò ad esporre il mio pensiero in materia nell’articolo di domani.

Autore dell’articolo:
Laura Belinzoni
Traduttrice EN>IT
Pavia