Mille articoli in cinque anni!

 Categoria: Agenzie di traduzione

Oggi è un giorno molto speciale per il nostro blog, è il giorno del suo quinto compleanno!
E questo anniversario è reso ancor più speciale dal fatto che l’articolo odierno è precisamente il millesimo! Ovviamente abbiamo un po’ pilotato la cosa, non è stata del tutto frutto della casualità, ci faceva piacere che i cinque anni di attività coincidessero con il millesimo articolo.

Duecento articoli all’anno, in media circa quattro articoli a settimana, quasi un articolo al giorno se si considerano i periodi di vacanza, i fine settimana e i giorni festivi. Sono risultati che ci inorgogliscono e dovrebbero inorgoglire anche voi, visto che è solo grazie al vostro impegno e alla vostra passione per le lingue e per la traduzione che è stato possibile raggiungerli.

Quando abbiamo iniziato qualche anno fa eravamo noi stessi a scrivere gli articoli. Poi dopo circa un anno abbiamo iniziato a ricevere sporadicamente delle richieste da parte degli utenti del blog che desideravano pubblicare i loro contributi. Quando le richieste sono diventate molte abbiamo deciso di dare la possibilità di pubblicare un articolo a chiunque lo desiderasse. Questo passaggio “epocale” avvenne il 1 gennaio del 2011, a distanza di un anno e mezzo esatto dalla nascita del blog.

Quando prendemmo questa decisione temevamo di ricevere qualche articolo “scopiazzato” che potesse crearci problemi legali oppure che abbassasse il livello qualitativo mantenuto fino ad allora. Per questi motivi creammo un regolamento (un po’ cavilloso lo ammettiamo!) che ci tutelasse in caso di plagi et similia. Tuttavia, salvo qualche rara eccezione, tutto è filato liscio fin da subito e nel corso del tempo abbiamo ricevuto articoli di pregevole fattura scritti da persone competenti e animate da una passione sincera.

Sì perché al di là di tutte le cavillosità del regolamento, le regole da seguire per pubblicare un articolo alla fine erano sostanzialmente tre: non copiare da altre fonti, scrivere in un italiano corretto e parlare di lingue e/o di traduzione con una certa cognizione di causa.
E di queste tre regole alla fine l’ultima era quella che ci interessava maggiormente perché gli articoli copiati sapevamo come neutralizzarli, quelli un po’ “sgrammaticati” potevamo sempre correggerli ma sul terzo punto non c’erano margini di manovra: gli articoli dovevano parlare di lingue e/o di traduzione, nessuno spazio per altre tematiche, non ci interessava fare il classico calderone e mescolare cultura, politica, attualità, ecc.

A distanza di qualche anno l’idea è tuttora la stessa, non ci siamo mossi di una virgola: creare uno spazio sul web che diventi (citiamo le nostre stesse parole apparse nell’articolo del 1 gennaio 2011) “un punto di riferimento in rete per chi opera nel settore della traduzione, un luogo dove trovare informazioni utili, comunicare notizie di interesse pubblico, discutere di varie tematiche, trovare collaboratori per progetti da svolgere a più mani, dare consigli, condividere esperienze e molto altro ancora”.

Ecco, rileggendo quelli che erano i nostri obiettivi tre anni e mezzo fa, il bilancio è indubbiamente positivo, nel senso che abbiamo di fatto raggiunto molti degli obiettivi che ci eravamo prefissi. Tuttavia, rimane il rammarico di non essere ancora riusciti ad aprire il blog ai commenti esterni.
Si tratta di un passaggio altrettanto epocale come l’apertura ai commenti esterni che ancora non siamo riusciti a compiere poiché la gestione del blog e tutto ciò che ne consegue (gestire le comunicazioni con tutti gli utenti, controllare che gli articoli non siano stati copiati da altre fonti, correggerne gli errori e pubblicarli in rete) è un lavoro che occupa un sacco di tempo e distrae risorse dai progetti di traduzione dell’agenzia.

Il nostro obiettivo per l’immediato futuro è pertanto quello di trovare una risorsa esterna all’agenzia che sia capace, competente e abbia tempo da dedicare quotidianamente alla moderazione delle discussioni che si verrebbero sicuramente a creare una volta aperti i commenti agli articoli. In cambio, oltre all’incremento esponenziale della sua visibilità personale sul web (potrebbe firmarsi con nome e cognome), gli garantiremmo un piccolo rimborso spese.

Solo così potremmo rendere il blog sulla traduzione veramente “social” e quasi democratico. Il quasi è d’obbligo perché se fosse completamente democratico basterebbe abilitare i commenti senza moderarli e non è questa la nostra intenzione, altrimenti l’avremmo fatto già da molto tempo, un minimo di moderazione vorremmo ci fosse.
Speriamo pertanto di ricevere quanto prima qualche candidatura per il ruolo di moderatore per far sì che il blog raggiunga presto l’ultimo obiettivo che ci siamo prefissi.

Ad ogni modo, anche in assenza di candidature per questa posizione, ci preme ringraziare in modo sentito tutti coloro che hanno contribuito a far crescere il blog della traduzione in questi 5 anni magnifici

Tradurre “Dove sei” di Li Er (3)

 Categoria: Traduzione letteraria

Le difficoltà che il traduttore di Ni zai na può incontrare riguardano anche la natura stessa della scrittura di Li Er: si tratta di una scrittura complessa, perché studiata nei più piccoli dettagli, creata parola dopo parola, dubbio dopo dubbio. Quando ho colto l’opportunità di chiedere all’autore quale sia il principale lettore di Ni zai na, egli ha risposto: «Non lo so, però il mio generalmente è un lettore che ha ricevuto una buona istruzione.» È una risposta che ci si aspettava, perché la narrativa di Li Er è ricca di citazioni e
riferimenti intertestuali che un lettore istruito potrebbe cogliere più facilmente. Il traduttore dunque – in veste di lettore – deve saper cogliere questi riferimenti intertestuali, questi rimandi, queste allusioni; deve saper ridere del sottile umorismo di questa scrittura, e saper riflettere sul suo aspetto più profondo. Deve andare oltre alla sua apparente semplicità e comprenderne le immagini, le espressioni e i significati più nascosti.

Quella di Li Er è anche una scrittura “scettica”, che non si abbandona all’istinto, e il traduttore – nell’atto concreto del tradurre – deve evitare di affrontarla “d’impulso”, “di getto”. Un’analisi approfondita del mondo creativo dell’autore, delle sue idee, del suo stile e dei suoi propositi, permette di sviluppare una consapevolezza adeguata, e di stabilire una precisa strategia traduttiva, che punti non solo a una buona resa in italiano, ma anche a una scrupolosa selezione delle parole e a un’attenta scelta del linguaggio.
A questo proposito, bisogna puntualizzare che nella traduzione interlinguistica, tra il prototesto (il testo originale) e il metatesto (il testo tradotto) non vi è mai un’equivalenza biunivoca, matematica e perfetta, e ciò rende la traduzione un processo che procura inevitabilmente delle perdite. Scegliere di perdere qualcosa in funzione di conservare qualcos’altro vuol dire individuare la caratteristica più importante del testo. Per far ciò ho approfittato della disponibilità dell’autore chiedendogli quale fosse, a suo avviso, l’aspetto più importante che non avrei dovuto assolutamente trascurare. Li Er ha risposto che la cosa migliore sarebbe stata trovare un linguaggio che rispecchiasse lo stile espressivo di un bambino. Ho cercato, così, di spingermi un po’ indietro nel tempo, ma non è stato semplice: la voce narrante non è propriamente un bambino, ma un feto, che nella realtà – è inutile dirlo – non sarebbe in grado di parlare. Non avendo, dunque, un termine di paragone al quale affidarmi, ho avuto difficoltà a capire quanto infantile avrebbe dovuto essere lo stile. Il racconto, inoltre, è ricco di espressioni ricercate o volgari, che difficilmente si trovano nel vocabolario di un bambino, e ciò ha inevitabilmente complicato le cose. È probabile che l’autore volesse far uso di un linguaggio inverosimile e contraddittorio per creare un effetto paradossale e alimentare il senso di assurdità che avvolge l’intero racconto. Ciò mi ha spinto a cercare una sorta di equilibrio tra il vocabolario complesso, che ho tentato di preservare, e il linguaggio semplice, che ho tentato di ricreare puntando sui tempi verbali, cioè escludendo quelli che i bambini generalmente non usano, come ad esempio il passato remoto.

Al di là delle difficoltà incontrate e della qualità della mia traduzione, spero di aver dimostrato quanto meravigliosa possa essere la narrativa cinese, quanto interessante possa essere tradurla, e soprattutto quanto degna di maggior attenzione sia la letteratura di Li Er, una letteratura impegnativa ma al tempo stesso gradevole, perché originale, ricca, colorita e divertente. Una letteratura che consiglio vivamente.

Autore dell’articolo:
Marta Lo Cascio
Dottoressa in Lingue e Culture dell’Asia Orientale (cinese)
Marsala

Tradurre “Dove sei” di Li Er (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

Nel mio caso, però, trattandosi di una tesi di laurea, ho avuto la possibilità di spiegare il significato degli elementi culturospecifici e di descrivere le mie diverse scelte traduttive all’interno del commento traduttologico. La peculiarità che più di tutte, a mio avviso, rende la linguacultura cinese tanto diversa dall’italiano quanto incantevole, è il modo in cui essa coinvolga la vista e l’immaginazione; chi la legge, al tempo stesso la “vede” e la riproduce nella propria mente, non solo come una serie di parole in successione, ma anche come un insieme armonico di immagini. E sono immagini che l’italiano non può tradurre, è una sensazione visiva che l’italiano non può ricreare. Talvolta penso che, forse, l’ideale sarebbe poter percepire visivamente il testo cinese e riproporne la traduzione con delle decorazioni, dei disegni, dei colori. Perché mai la parola “buono” potrà esprimere l’effetto visivo di 好hao, che sembra nascere da un abbraccio tra una donna (女) e un bambino (子zi); mai la parola “bruciare” potrà raffigurare, come in 燃ran, una fiamma (火huo) accanto alla carne (肉rou) di cane (犬quan) che cuoce sul fuoco (灬huo); e ancora mai l’alfabeto italiano potrà illustrare concretamente il significato di 葬zang, cioè “seppellire”, rappresentato dal corpo di un defunto (死si) inserito tra due strati di erba (艹cao e 廾, deformazione di 艸cao). Questo “svilupparsi per immagini” della lingua rende la narrativa cinese un’arte splendida, in grado di raccontare una storia e al tempo stesso dipingerla. Tradurla in italiano forse è un po’ come descrivere a un cieco la bellezza di un affresco: in mancanza del fattore visivo, ci si può cimentare nel far leva sugli altri sensi. In traduzione molto spesso non è facile, molto spesso non è indispensabile, e il seguente è uno dei pochi esempi in cui, in “Dove sei”, ho tentato di farlo:

她的耳孔在流脓,黏糊糊的。Ta de erkong zai liu nong, nianhuhu de.

La frase letteralmente vuol dire “dal suo canale uditivo sta colando del pus appiccicoso”.
Nel verbo attributivo 黏糊nianhu (appiccicoso), il fattore visivo rafforza l’idea di collosità.
I due caratteri 黏nian (appiccicoso) e 糊hu (colla di farina; incollare; pasta, poltiglia), infatti, presentano rispettivamente il radicale del miglio 黍shu e il radicale del riso 米mi, e ciò fa sì che l’occhio percepisca un’immagine correlata a qualcosa di farinoso o glutinoso – incrementata per di più dalla ripetizione del verbo secondo lo schema ABB (黏糊糊) – . Non essendo l’italiano una lingua ideografica, non permette al lettore del testo tradotto di ricevere le stesse informazioni ottiche, e per sopperire a tale mancanza, è stato utile puntare sul fattore fonico, e intensificare il senso di pastosità con l’aggettivo “appiccicaticcio”.

La terza e ultima parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Marta Lo Cascio
Dottoressa in Lingue e Culture dell’Asia Orientale (cinese)
Marsala

Tradurre “Dove sei” di Li Er

 Categoria: Traduzione letteraria

Li Er 李洱 è uno scrittore cinese contemporaneo nato nel 1966 a Jiyuan, nella provincia dello Henan. 你在哪 Ni zai na (“Dove sei”), pubblicato nel 2009 sulla rivista letteraria 山花 Shanhua, è uno dei suoi tanti racconti. La voce narrante è un piccolo feto che – con toni talvolta simpaticamente ingenui, talvolta tristemente disincantati – descrive il degrado sociale della realtà esterna e il deterioramento del grembo materno che ne deriva.

Fino a pochi anni fa non sapevo dell’esistenza di questo autore, ma preparando la mia tesi di laurea ho aperto gli occhi su questo mondo così vivace e affascinante. Un mondo che purtroppo l’editoria del nostro Paese non ha ancora scoperto, un mondo che non è ancora stato raccontato al grande pubblico italiano.
“Dove sei” è stato quindi il mio primo vero approccio alla traduzione letteraria cinese, e se il primo amore non si scorda mai, posso definirla con convinzione un’esperienza indimenticabile.
Ho avuto, inoltre, la fortuna di poter contattare direttamente Li Er, il quale gentilmente mi ha aiutato, mi ha consigliato e ha risposto alle mie domande.
Fortune a parte, le difficoltà non sono state poche, e molte di queste sono legate al semplice fatto che un racconto altro non è che un testo artistico, e per sua natura è dunque tendenzialmente aperto. Un testo aperto è quel tipo di testo che un lettore non può interpretare in modo immediato, ma solo dopo una serie di ipotesi e di loro verifiche. Inoltre, essendo un testo scritto in stile narrativo, la sua elaborazione è basata su una cura particolare degli aspetti formali. Questa cura degli aspetti formali è una peculiarità che il traduttore può
– o forse deve – tentare di mantenere nella propria traduzione, e a tale scopo egli deve intraprendere difficili scelte traduttive. Molto spesso, infatti, curare la modalità espressiva, può voler dire tradurre in modo più libero il testo e trascurare, di conseguenza, la “fedeltà” all’originale.

Altre difficoltà non potevano che derivare dalle profonde differenze tra la linguacultura cinese e la linguacultura italiana, poiché certi aspetti che per la prima sono scontati, per la seconda possono non esserlo. Nella traduzione, tener conto di queste differenze e agire di conseguenza, può voler dire esplicitare gli eventuali contenuti impliciti all’interno delle note. Queste però non sempre vengono apprezzate, poiché nel contesto della pragmatica politica editoriale spesso vengono viste come un ostacolo alla fluidità della lettura; infatti per agevolare il fast-reading, molti editori invitano a farne un uso il più possibile limitato.

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Marta Lo Cascio
Dottoressa in Lingue e Culture dell’Asia Orientale (cinese)
Marsala

Dal bancone alle… parole

 Categoria: Servizi di traduzione

Quanti progetti di ricerca ho terminato cercando di spiegare ai peer reviewers come intendevo trasferire al bed del paziente, i risultati ottenuti con grandi sacrifici al bench, in altre parole al tanto amato quanto odiato bancone di laboratorio… A essere sincera ho perso il conto. E quanti di questi sono stati finanziati? Meglio non rispondere, o per lo meno potrei chiedere una domanda di riserva… un po’ come si faceva agli esami per alzare il voto! Eh sì, perché i “famosi” peer reviewers molto gentilmente rispondevano “…il lavoro è molto interessante, ma…”, “…ben scritto, tuttavia…” o ancora “…lavoro molto ambizioso, però…”, insomma in due parole NO GRAZIE!

Devo dire che per molto tempo parole come but, however, nevertheless, mi hanno dato un po’ fastidio, probabilmente perché le associavo ai commenti dei revisori. Nonostante tutto però per oltre vent’anni sono andata avanti, con l’idea fissa di dover far ricerca a tutti i costi… E poi la svolta, o per meglio dire, la crescente convinzione che fare ricerca non è solo stare al bancone, analizzare dati e scrivere progetti, ma anche far conoscere l’affascinante e “misterioso” mondo della scienza a tutti. È infatti un diritto di tutti leggere, ma soprattutto capire senza equivocare un articolo medico/scientifico. E di conseguenza è un dovere del traduttore di testi scientifici renderli comprensibili a tutti, cercando di chiarire il più possibile i termini di “nicchia” e di tradurre al meglio parole inglesi pressoché intraducibili in italiano, spesso utilizzate in ambito bio-medico… Da qui il titolo di questo breve scritto “Dal bancone alle…parole”, ovvero raccontare a tutti in modo chiaro e semplice quello che succede nel mondo scientifico… perché la scienza è e deve essere di tutti!

Autore dell’articolo:
Dott.ssa Orietta Pansarasa
Garlasco (Pavia)

Tradurre per lo spettacolo (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Per quanto riguarda il teatro, il discorso è lo stesso; tuttavia, ho notato che i traduttori si prendono molte più libertà e stravolgono con più facilità. Innanzitutto, a differenza del cinema o della televisione, quasi sempre i nomi dei protagonisti vengono italianizzati: in molte commedie teatrali, ad esempio, i traduttori decidono di cambiare i nomi dei personaggi e dei luoghi, utilizzando versioni italianizzate. Un esempio lampante è la commedia americana “Taxi a due piazze” di Ray Cooney, che nella versione originale si chiama “Run for your wife” ed è ambientata a Londra, mentre in quasi tutte le versioni italiane è ambientata a Roma; inoltre, il protagonista originale si chiama John Smith mentre in Italia è stato scelto il nome Mario Rossi (la scelta è stata fatta dai traduttori per rendere al meglio l’immagine di uomo comune data dal nome “John Smith”).

Mi è capitato anche di tradurre il musical “Kiss me Kate” di Cole Porter e, oltre alle solite dinamiche traduttive sopraccitate, è stato interessante vedere come si adatta una canzone.
Tradurre una canzone non è semplice: innanzitutto, bisogna analizzare la struttura musicale del testo originale e capire su quali sillabe cade l’accento. Poi, bisogna realizzare una versione italiana che vada a tempo con la musica, ma che contemporaneamente rispetti il senso originale. Ovviamente, è possibile usare termini totalmente differenti per esprimere il concetto, purché si sposino bene con la base strumentale. Mi è capitato di assistere allo spettacolo “Mamma mia”, un musical molto famoso in Inghilterra e negli Stati Uniti che si basa sulle canzoni più famose del gruppo svedese degli ABBA. Le canzoni degli ABBA sono conosciute benissimo dal pubblico italiano (per citarne due soltanto, “Dancing queen” e “Waterloo”, oltre alla famosissima “Mamma mia” che dà il titolo allo spettacolo), perciò i traduttori hanno scelto di tradurre tutto il testo, lasciando però il titolo, citato quasi sempre nel ritornello, in inglese. È una soluzione diversa, che però pare abbia accontentato il pubblico.

Per concludere, la traduzione e l’adattamento di dialoghi per il cinema e la televisione è una branca della traduzione che richiede duro lavoro e serio impegno, ma che regala gioie professionali e personali immense, soprattutto sapendo che, nel migliore dei casi, il tuo lavoro sarà visto, e perché no ricordato, da tantissime persone, le quali potranno avere accesso ad una forma d’arte proprio grazie al tuo lavoro di traduttore.

Autore dell’articolo:
Alessandro Bisonni
Traduttore EN-ES>IT
Roma

Tradurre per lo spettacolo

 Categoria: Servizi di traduzione

Durante il mio percorso di studi, ho avuto la fortuna di occuparmi della traduzione e adattamento di dialoghi per il cinema, la televisione e il teatro. Come prima cosa, ho scoperto che il ruolo dell’adattatore-traduttore è fondamentale per la fruibilità di un prodotto del mondo dello spettacolo: la professione del doppiatore, ad esempio, non potrebbe esistere senza il lavoro svolto da un dialoghista professionale.

Noi italiani siamo fortunati perché probabilmente abbiamo i doppiatori migliori in circolazione. Basti pensare al compianto Ferruccio Amendola che, nel corso della sua carriera, ha prestato la sua voce ai più grandi miti di Hollywood (Al Pacino, Robert de Niro, Dustin Hoffman… devo continuare?); oppure a Luca Ward, che sarà sempre ricordato per aver fatto dire al gladiatore Russel Crowe questa frase passata alla storia: «Al mio segnale, scatenate l’inferno» (inoltre, presta la sua voce alla spia per eccellenza, James Bond). Dietro la loro meravigliosa voce c’è proprio il lavoro serio di una squadra di traduttori-adattatori.

Stesso discorso vale per la televisione, in cui la maggior parte di film e telefilm sono di provenienza straniera. Gialli, documentari, fiction e tutti i generi che arrivano in televisione sono tradotti e adattati nel migliore dei modi, garantendo coerenza con la versione originale.

Tuttavia, a volte i traduttori cambiano lievemente o stravolgono completamente la storia: l’esempio migliore è forse rappresentato dal telefilm “La tata”, andato in onda in Italia negli anni ’90. Gli adattatori italiani che si occuparono di tradurre i dialoghi cambiarono radicalmente la storia; in questo modo, la protagonista Francesca non era più una ragazza statunitense di origini ebraiche, bensì un’italiana cattolica di origini ciociare. Vittime di questo cambiamento furono anche i coprotagonisti e, di conseguenza, gli stessi dialoghi subirono alterazioni notevoli; probabilmente la scelta fu fatta per rendere il prodotto più appetibile al pubblico italiano (difatti il telefilm viene continuamente riproposto e apprezzato).

Solitamente si resta fedeli alla versione originale, tranne nei casi in cui un termine, una frase o un concetto siano di difficile comprensione per il pubblico italiano: in questo caso, i traduttori cercano di ovviare al problema cercando una soluzione che lo spettatore italiano possa comprendere in quanto parte del proprio bagaglio culturale. Per fare un esempio, in un film americano il protagonista potrebbe dire ad un altro personaggio che un giorno diventerà famoso come Oprah (Oprah sarebbe Oprah Winfrey, una delle conduttrici e attrice più famose e importanti degli Stati Uniti): ovviamente, in Italia soltanto poche persone conoscono bene Oprah, dunque se io fossi il traduttore opterei per un altro personaggio, sempre americano ma conosciuto benissimo anche dagli italiani (Obama, ad esempio o, per restare in tema televisivo, David Letterman, il conduttore del Letterman Show).

In poche parole, guardando un film o un telefilm lo spettatore non dovrebbe mai chiedersi: «Che cosa vuol dire?» oppure «Chi è?» riferendosi ad un concetto espresso dall’attore tramite il suo doppiatore, ma dovrà essere messo nelle condizioni di capire ogni cosa che viene detta.

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Alessandro Bisonni
Traduttore EN-ES>IT
Roma

Coinvolgimento del traduttore: empatia (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Le idee dell’autore non devono necessariamente essere condivise dall’autore, poiché l’empatia implica qualcosa di più vasto e profondo, che forse si avvicina molto al concetto di temperamento. Per il traduttore letterario si tratta innanzitutto di sentire il testo di partenza, perché altrimenti non riuscirebbe a trovare il tono e il ritmo giusti per riscrivere l’opera e portarla nella cultura d’arrivo. Sempre secondo l’opinione di Françoise Wuilmart, per arrivare al tono giusto non serve la razionalità. Le cose non si sentono con la ragione. È con la propria sensibilità che ci si avvicina a un testo e lo si fa proprio, potendolo così “ricreare” in un nuovo contesto. Il compito del traduttore è quello di risalire i meandri del pensiero dell’autore, per scoprire così la vera chiave dell’opera, che gli permetterà di decodificare e decriptare il testo nei minimi dettagli. Tale compito può essere svolto con maggior facilità ed entusiasmo se ci si trova di fronte a un autore che, almeno per certi aspetti, amiamo e sentiamo vicino a noi.
Non è pensabile riuscire a entrare nella mente di un autore che non si apprezza o nel quale non ci si rispecchia affatto. Si pensi, ad esempio, alla possibilità per il traduttore di rifiutare di svolgere una traduzione: egli infatti è libero di non affrontare una traduzione se non se la sente per vari motivi, che possono essere etici o di qualsiasi altra natura.

Nell’ambito dell’attività traduttiva, resta comunque fondamentale il processo d’identificazione, al quale il traduttore non può sottrarsi. Più tale identificazione con la natura profonda dell’autore e con l’opera di partenza è grande, più il messaggio riuscirà ad essere recepito nella lingua d’arrivo, perché solo ciò che si sente davvero crea un effetto di autenticità, e le parole, lo stile e il ritmo giusti verranno da sé, spontaneamente. Infatti, la traduzione di un testo d’autore non può mai essere un’imitazione, ma deve trattarsi di una riproduzione, o, meglio ancora, di una nuova creazione.

L’empatia personale fra traduttore e autore favorisce anche il superamento degli ostacoli interculturali. In traduzione, ovviamente, la cultura assume un ruolo di primo piano in quanto un testo deve essere riprodotto nella lingua d’arrivo e, dunque, trasferito in una cultura diversa rispetto a quella di partenza. Malgrado le divergenze che separano due culture differenti, l’autore e il traduttore riescono comunque a trovare un terreno comune grazie all’affinità che li rende vicini. Il traduttore si riconosce così nell’autore, e questa dimensione umana comune è il primo ponte che consente di superare le frontiere e gli ostacoli linguistici.

Autore dell’articolo:
Federica Fabbri
Laurea Triennale in Comunicazione Interlinguistica Applicata
Laurea Magistrale in Traduzione Specializzata
Traduttrice FR-EN<>IT e revisore
Forlì

Coinvolgimento del traduttore: empatia

 Categoria: Traduttori freelance

La lingua, che dà origine a qualsiasi tipo di testo, non può e non deve essere ridotta a semplice strumento d’informazione e di comunicazione. In questo modo, infatti, le si toglierebbe un suo grande valore, poiché il discorso, oltre a descrivere e definire, suggerisce, evoca, sottintende, filtra e dissimula.

Ogni testo lascia trasparire la personalità dell’autore, attraverso l’organizzazione del messaggio, il ritmo delle frasi, la scelta del vocabolario, le metafore e lo stile.

Nell’ambito della traduzione, la comprensione e l’interpretazione di questi elementi da parte del traduttore si ricollegano al concetto di empatia. Tra l’autore e il traduttore, infatti, si crea inevitabilmente un certo tipo di rapporto, poiché il traduttore diviene non solo lettore dell’opera originale, ma ne rappresenta anche il mediatore, dovendola riscrivere nella lingua d’arrivo. Il traduttore può sentirsi vicino all’autore oppure no, e, di conseguenza, più o meno coinvolto nella traduzione di un’opera. Secondo numerosi critici, il traduttore può affrontare e svolgere meglio la propria impresa traduttiva se vi è affinità con l’autore, e se quindi esiste, nei confronti di quest’ultimo, una certa empatia.

A livello psicologico, l’empatia è definita come la “capacità di capire, sentire e condividere i pensieri o le emozioni di un altro in una determinata situazione” (Zingarelli).
A livello filosofico, essa è il “coinvolgimento emotivo nell’oggetto estetico” (Zingarelli).
Tuttavia, il concetto di empatia non appartiene solo al mondo di oggi. La filosofia aristotelica aveva già descritto il fenomeno prima che il termine comparisse. I romantici avevano diffuso l’idea della comunione delle anime: essi raccomandavano di tradurre solo ciò che si sentiva proprio, ciò che si sarebbe voluto scrivere. Ai loro occhi, la traduzione era la riproduzione di una creazione geniale e unica, una reviviscenza. In una lettera a Théopile Thoré del 1864, Baudelaire afferma: «Savez-vous pourquoi j’ai si patiemment traduit Poe? Parce qu’il me ressemblait. La première fois que j’ai ouvert un livre de lui, j’ai vu, avec épouvante et ravissement, non seulement des sujets rêvés par moi, mais des phrases pensées par moi, et écrites par lui vingt ans auparavant».

Una certa congenialità favorirebbe quindi la divinazione dell’io dell’autore da parte del traduttore. A tale proposito, bisognerebbe fare una distinzione tra testi scientifici e letterari, come sostiene Françoise Wuilmart, traduttrice e direttrice del “Collège européen de traducteurs littéraires” di Seneffe in Belgio. I testi scientifici e tecnici, infatti, lasciano molto poco spazio alla personalità dell’autore, prediligendo l’oggettività e la neutralità. Il testo letterario, al contrario, è un testo d’autore, in cui prevale nettamente la soggettività, e lascia trasparire le opinioni e gli stati d’animo di chi scrive.

La seconda parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Federica Fabbri
Laurea Triennale in Comunicazione Interlinguistica Applicata
Laurea Magistrale in Traduzione Specializzata
Traduttrice FR-EN<>IT e revisore
Forlì

La coerenza testuale in traduzione

 Categoria: Problematiche della traduzione

La penetrazione, spesso inopportuna e invasiva, dei media ha spiegato il contemporaneo emergere di nuove forme ibride di traduzione e interpretazione che accendono costantemente l’interesse di lettore e telespettatore. Ogni forma di intrattenimento è diventata così commistione di linguaggi, codici e stili diversi che si compenetrano dando vita ad un testo nuovo e innovativo.

Valore primario nella fruizione del testo d’arrivo interpretato o tradotto pertanto risulta oggi più che ieri la coerenza testuale, che va qui intesa come il concatenarsi logico, sequenziale e limpido di idee e relazioni, di elementi che soggiacciono alla struttura superficiale del testo e che ne costituiscono cionondimeno l’essenza.

Quale che sia il mezzo attraverso il quale il testo raggiunge il destinatario e constatando l’imprenscindibilità del concetto di loyalty ovvero di aderenza al testo originale, l’interprete-traduttore dovrà produrre quanto di più adeguato vi sia a soddisfare le aspettative della cultura d’arrivo.

Modalità, tecniche e strategie differenti aderiscono tuttavia alle due forme di traduzione (scritta e orale) oggetto di questo articolo; sono il risultato di condizioni proprie di ciascuna attività: se il traduttore ha a disposizione tempo per elaborare un messaggio rispondente (quale che sia il genere – tecnico-specializzato o saggistico-letterario), la condivisione del nunc (anche se leggermente differito nel caso della tecnica consecutiva, dove vige invece il principio della condivisione dell’elemento spaziale) pone l’interprete dinanzi a complessità distinte. Queste gli impediranno necessariamente di aderire strettamente e in ogni circostanza al testo di partenza.

Vorrei sottoporre alla vostra attenzione il caso delle conferenze stampa di Formula Uno, regolarmente trasmesse e interpretate al termine di ogni Gran Premio disputato nel quadro del Campionato Mondiale di Formula Uno.

Nell’incapacità contingente di riprodurre fedelmente il testo di partenza – veloce, denso di informazioni, fitto di tecnicismi e al tempo stesso di elementi informali e/o idiomatici – o nel tentativo di rimediare a un precedente errore nel compito di traduzione, l’interprete seleziona e adotta strategie (riformulazioni, eliminazioni di strutture ridondanti e impurità tipiche del parlato, segnali discorsivi) che gli permettono di creare un testo coeso e coerente e corredare il testo interpretato di elementi che lo rendano più completo, ricco e scorrevole.

Il traduttore è chiamato invece, in virtù anche del tempo che ha a disposizione e dell’irrimediabilità della sua operazione, a tenere un comportamento quanto più ortodosso possibile, restituendo il messaggio nella sua integrità e nel pieno rispetto del testo originale.

Ciò non vuol dire tuttavia che l’interprete potrà produrre un testo distante dalla fonte purché coerente, pregno di senso e scevro di illogicismi. Saranno ovviamente le competenze, che dovranno risultare quanto più elevate per adempiere ad un compito arduo e spesso estenuante, e la deontologia dell’interprete a indirizzarne il comportamento e a determinare l’esito della sua performance traduttiva. Piuttosto, è questo soltanto il risultato, ahimè dubbio e spiacevole, di una televisione sempre più spettacolo, superficiale e priva di contenuto.

Nei casi in cui l’interprete abbia soddisfatto i requisiti necessari a costruire un testo intratestualmente coerente, scopo, forma, significato ed effetto nel testo interpretato hanno soddisfatto le esigenze del fruitore e hanno determinato l’esito positivo del processo comunicativo, pur manipolando e distorcendo parzialmente il testo originale.

Autore dell’articolo:
Gerardo Manfellotti
Interprete di conferenza e traduttore specializzato EN-FR<>IT
Napoli

Il traduttore: un ponte tra due culture

 Categoria: Traduttori freelance

Quando penso al lavoro del traduttore, mi viene in mente l’immagine di un ponte che unisce le sponde di due Paesi diversi, abitati quindi da persone che parlano lingue differenti: ecco che il traduttore può essere considerato un ponte tra due culture, un professionista che trasforma l’incomprensibile fiume di parole che scorre nel testo sorgente, rendendolo comprensibile a persone che parlano la sua stessa lingua ma non quella dell’autore del testo.

Penso che il traduttore, il nostro ponte tra due “mondi” più o meno lontani, sia anche un artista della parola, una persona che di volta in volta debba trovare le parole più adatte per trasporre concetti da una lingua ad un’altra, attenendosi naturalmente al messaggio dell’autore. Questo tratto della professione è più evidente quando si lavora su testi quali una brochure di un hotel, dove il testo tradotto deve risultare “accattivante”. D’altro canto anche nell’affrontare testi tecnici ci si trova a dover rendere comprensibili determinate frasi che, se tradotte in maniera letterale, risulterebbero incomprensibili al committente. Il traduttore si trasforma a volte in prestigiatore della parola, il quale non estrae dal cilindro un candido coniglio ma piuttosto l’oscuro significato di frasi complesse.

Ciò che mi ha portato ad avvicinarmi a questa professione è, in primo luogo, la mia passione per le lingue straniere (il tedesco, l’inglese e lo spagnolo), passione nata in quarta liceo grazie ad uno Sprachaustauch, uno scambio linguistico in Germania.

In secondo luogo, questo lavoro va a braccetto con il mio amore per la letteratura (sono una gran divoratrice di libri… lo ammetto!), quindi mi piace dedicare il mio tempo all’analisi e alla traduzione di testi.
In effetti la mia tesi di laurea proponeva un’analisi linguistica e semiotica di alcuni film appartenenti al cosiddetto “cinema della riunificazione”, in particolare Das Leben der Anderen, film che mi ha offerto moltissimi spunti di riflessione, di tipo storico, linguistico e personale.

Studiare lingue è sicuramente un modo per scoprire realtà diverse dalla propria e per confrontarsi con persone e situazioni che non incontreremmo nel giardino di casa nostra. Intraprendere un cammino di questo tipo può essere sì una strada lunga e tortuosa, piena di insidie (e a volte delusioni), tuttavia penso che ne valga la pena e non mi pento di aver assecondato il mio desiderio di guardare “oltre l’orizzonte”.

Per concludere, auguro buon lavoro a tutti quelli che, come me, pensano di poter dare il loro contributo facendo da ponte tra culture diverse.

Autore dell’articolo:
Vanina Lugnani
Traduttrice DE-EN>IT
Monfalcone (GO)

L’influenza dell’inglese sull’italiano (2)

 Categoria: Le lingue

È un dato di fatto: la lingua inglese si sta ergendo sempre più a lingua mondiale delle comunicazioni, del commercio, dell’informatica e quindi la sua importanza si sta accrescendo di giorno in giorno, come dimostra chiaramente il fatto che perfino nell’ambito di un qualunque lavoro la conoscenza di tale lingua è un elemento imprescindibile, ma è giusto che tutto ciò avvenga anche a discapito delle altre lingue? E nell’ambito della traduzione quali scelte occorre portare avanti?

Questo non vuol dire non riconoscere la “supremazia” dell’inglese in molti ambiti della vita politica, economica, sociale, in quanto lingua principale di comunicazione al giorno d’oggi, ma piuttosto adoperarsi, in qualità di parlanti della lingua italiana, affinché non venga svilita quest’ultima, peraltro ricchissima di termini, espressioni e modi di dire sfruttando tutto ciò che essa ci offre piuttosto che fare sempre ricorso alla terminologia inglese anche quando la situazione non lo richiede necessariamente.

È da questo presupposto che il traduttore dovrà partire tenendo certamente sempre in considerazione i parlanti, la loro età, il contesto sociale nel quale si realizza la comunicazione; sarà tutto questo infatti a determinare di volta in volta le scelte nella traduzione circa l’utilizzo di un termine inglese laddove necessario o piuttosto a privilegiare il corrispettivo termine italiano qualora tale soluzione sia possibile. Probabilmente una simile alternativa potrebbe sembrare irrilevante e di poco conto ma costituisce di certo un modo per impegnarsi affinché
la lingua italiana riesca a mantenere sempre attivo il proprio potenziale.

Autore dell’articolo:
Concetta Campo
Aspirante traduttrice
Ragusa

L’influenza dell’inglese sull’italiano

 Categoria: Le lingue

Ormai da diversi anni, merito o colpa della società sempre più globalizzata in cui viviamo, tutte le lingue, e tra di esse anche la lingua italiana, stanno subendo un’evoluzione sempre più considerevole all’interno della quale la lingua inglese gioca un ruolo primario. I cambiamenti sono molti e sotto gli occhi di tutti: basti pensare a termini inglesi quali twitter che ha dato origine al verbo italiano twittare o alla parola chat da cui deriva il verbo chattare o post da cui postare, link da cui linkare, ecc…

Numerosi sostantivi o verbi come questi, pur non essendo italiani, si sono così italianizzati e sono entrati a far parte a tutti gli effetti della lingua italiana. Forse a qualcuno una tale affermazione potrà apparire eccessiva, ma non ci vuole poi molto a rendersi conto di ciò che diciamo: sarà infatti sufficiente mettere a confronto una qualunque recente edizione del dizionario della lingua italiana con una di qualche anno fa. Se poi si passa al confronto con un’edizione ancora più datata, ad esempio di una ventina di anni fa, il divario risulta ancora maggiore, vista l’assenza all’interno di quest’ultima di numerosi termini soprattutto inerenti i settori dell’informatica o del marketing.

Ciò ci deve portare a riflettere non tanto sul fatto che molti termini che ormai tutti noi usiamo, quasi senza accorgercene poiché inerenti le nostre attività giornaliere, hanno modificato la lingua italiana e continuano a modificarla – cosa peraltro inevitabile nelle cosiddette lingue “vive” vale a dire attualmente parlate – ma piuttosto sul fatto che questi abbiano finito per radicarsi nel nostro linguaggio abituale al punto da soppiantare in molti casi la terminologia italiana esistente.
Basti pensare a parole quali weekend al posto del corrispettivo italiano fine settimana o break invece di pausa o brunch per indicare uno spuntino di metà mattina. Per non parlare poi della presenza di termini inglesi perfino nelle insegne di numerose attività commerciali italiane in conseguenza del fatto che, secondo la mentalità ormai sempre più diffusa, si ritiene che questi abbiano maggior prestigio rispetto ai termini italiani e quindi siano in grado di suscitare un’attrattiva maggiore nei confronti del cliente.

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Concetta Campo
Aspirante traduttrice
Ragusa

La riforma ortografica dell’inglese (2)

 Categoria: Le lingue

Nel suo libro ‘Dissertation on the English Language’, uscito nel 1789, Webster propose
inizialmente di rimuovere tutte le lettere mute e di regolarizzare l’ortografia così che tutti avrebbero potuto scrivere nello stesso modo. Era convinto che questi cambiamenti avrebbero apportato sostanziali miglioramenti nell’apprendimento della lingua inglese, sia per i bambini che per gli adulti, per gli americani ma anche per gli stranieri; erano proiettati anche all’unificazione della popolazione, visto che persone di estrazione sociale diversa avrebbero avuto un modo di comunicare simile, per non dire uguale. La diminuzione delle lettere avrebbe trasformato il linguaggio fino a farlo diventare più sintetico, ma, cosa più importante, ci sarebbe stata una netta distinzione tra l’ortografia britannica e quella americana.

Nel 1806 Webster pubblicò il primo dizionario americano ‘A Compendious Dictionary of the English Language’ il quale conteneva 37.000 vocaboli, inclusi migliaia di termini provenienti dal campo medico, chimico, geologico e agricolo, usati quotidianamente in America, ma non inseriti in nessun altro dizionario esistente. L’ortografia qui utilizzata si basava sulla visione combinata di logica ed estetismo di Webster. È in questo dizionario che si possono notare i cambiamenti nel modo di scrivere dell’inglese americano:

• L’omissione della u da parole come color, honor, labor.
• L’inversione della re finale in er come in center, theater.
• L’eliminazione della k finale in parole come cubic, music, public.
• Il cambiamento del ce finale in se come in defense, offense, pretense.
• La semplificazione da plough a plow e da draught a draft.

Nel 1828 Webster pubblicò ‘American Dictionary of the English language’ nel quale tornò allo spelling originario di alcune parole che aveva tentato di semplificare nel suo precedente lavoro. Per la stesura della sua opera imparò 26 lingue, compreso l’Anglosassone e il Sanscrito,
in modo da ricercare le origini della sua lingua madre. L’edizione del 1828 incarnava un nuovo tipo di lessicografia in quanto i vocaboli che vi erano contenuti erano ben 70.000, superando di gran lunga il capolavoro di Samuel Johnson del 1755. Uno degli aspetti più importanti di Webster risiedeva proprio nella sua volontà di rinnovare e migliorare la propria lingua madre.
La problematica dello spelling inglese era molto diffusa nel XVIII secolo; non è mai stata abbandonata, ma anzi, è arrivata fino ai giorni nostri e vive ancora, riscuotendo grande successo soprattutto su Internet.

Autore dell’articolo:
Elena Martini
Dottoressa in Scienze della Mediazione Linguistica
Toscana

La riforma ortografica dell’inglese

 Categoria: Le lingue

La lingua inglese presenta molte difficoltà sia nello scritto che nel parlato anche per i madrelingua, visto che a uno stesso suono possono essere associati più modi di scrivere.
Per questo gli scrittori hanno sentito, nel corso del tempo, la necessità di un cambiamento attraverso una riforma dell’ortografia.

Il sistema ortografico odierno si è sviluppato da quello utilizzato da Chaucer negli ultimi anni del 1300, quando la lingua Inglese veniva sempre più utilizzata al posto di quella Francese.
Quando nel 1476 William Caxton introdusse in Inghilterra la prima pressa tipografica, l’ortografia di Chaucer subì varie contaminazioni da parte degli addetti alla pressa che conoscevano poco o non conoscevano affatto l’inglese. In questo modo parole semplici si trasformarono in parole lunghe e complesse: era assolutamente necessaria una riforma che mettesse ordine nel caos ortografico.

Nel 1595 Edmond Coote pubblicò la sua opera ‘The English Schoolemaister’ nella quale tentò di rimediare agli errori di coloro che non masticavano l’inglese, togliendo le lettere in più aggiunte dagli addetti alla pressa: da hadde si tornò ad had e da worde a word.

Tutto cambiò nel 1755 con la pubblicazione da parte di Samuel Johnson del suo ‘Dictionary of English language’. Lo scopo di questa opera era quello di uniformare il linguaggio servendosi di esempi estrapolati da opere letterarie; il dizionario di Johnson divenne così popolare che l’ortografia contenuta in esso iniziò ad essere ampiamente accettata come definitiva.

Una riforma radicale dell’ortografia inglese, basata sui principi fonetici, arrivò nel 1768 con Benjamin Franklin: il suo obiettivo era quello di far corrispondere, in maniera univoca, un suono a una lettera o a una combinazione di lettere. L’alfabeto fino ad allora utilizzato era di 26 lettere. Franklin iniziò con il toglierne sei: c, j, q, w, x and y; aggiunse quattro consonanti di sua invenzione: sh (shell), ng (quando si ripete due volte come in hanging), il th muto (come in that), e il th aspirato (come in thin); e inventò anche due nuove vocali: una per il suono uh (come in must) e una per il suono ah (come in not). Dopo le modifiche apportate, l’alfabeto risultava essere di 26 lettere, anche se era ben diverso da quello originario.

Il piano di Franklin era quello di riformare sia l’inglese britannico che quello americano. Questo obiettivo ispirò anche Noah Webster: voleva introdurre un’importante cambiamento per quanto riguardava l’inglese americano, in modo da distinguerlo da quello britannico.

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Elena Martini
Dottoressa in Scienze della Mediazione Linguistica
Toscana

Io, lui e l’Altra: l’amore di una traduttrice

 Categoria: Traduttori freelance

Io, lui e l’altra. Una complicata storia d’amore che mi coinvolge profondamente da anni e da cui non riesco a liberarmi. Sì, perché anche io sono follemente innamorata dell’altra. L’Altra. Misteriosa, affascinante, un universo oscuro tutto da scoprire. Una novità dietro l’altra, con lei non ci si annoia mai, l’ideale perfetto di ogni uomo. Lei. La traduzione.

E già. Perché è questo che devi aspettarti quando per caso perdi la testa per un recording engineer. Il recording engineer è una strana creatura. La sua vita si svolge essenzialmente all’interno di un recording studio e la sua attività è legata all’uso di macchinari, istruzioni, software e manuali rigorosamente in inglese. Tu sei lì, accanto a lui. Proprio in quel momento. Proprio quando quella parola blocca la comprensione di qualcosa. L’ancora di salvezza, la luce in fondo al tunnel, il Google Translate a portata di mano. E di colpo la tua relazione si trasforma, le cenette romantiche lasciano il posto ad attente riflessioni sul significato di questo o quel termine, il tuo cinema diventa la schermata incomprensibile di un software, i tuoi sms d’amore scivolano tra indecifrabili passaggi di manuali tecnici. Il tuo mondo diventa un gigantesco universo 3D di nuove espressioni: Bounce to Disk, DSP plug-ins, Elastic Audio. Ed è così che finisci per amare quella professione, quasi quanto la tua. Al punto da non riuscire più a distinguerle e rimanere incastrata in questo strano triangolo: io, tu e la traduzione.

Ed è proprio ciò che accade quando ci sei dentro, quando la traduzione smette di essere un lavoro e diventa una passione incontrollabile. Tu hai bisogno di tradurre, hai bisogno di aiutare gli altri, non puoi farne a meno, anche se a volte preferiresti startene tranquilla nel tuo letto a leggere un buon libro. Ma non puoi rimanere sorda a quel richiamo. “Sono in difficoltà con un passaggio del capitolo, mi aiuteresti?”. Sai che in qualche modo devi andare, che non puoi resistere alla curiosità di imparare nuovi termini o apprendere nuovi aspetti di una professione di cui fino a qualche anno fa ignoravi anche l’esistenza.

Ricorda. Se scegli di studiare le lingue e diventare una traduttrice, non potrai mai tornare indietro. Non importa chi sia a chiedertelo, il tuo ragazzo, la tua amica, la vicina di casa. Diventerai un punto di riferimento importante per le persone a te vicine. Il tuo bisogno sfrenato di tradurre verrà sempre ripagato da sorrisi e gratitudine, dalla soddisfazione di aver imparato qualcosa di più di un’altra realtà, fino a prima totalmente sconosciuta. E ti sentirai una specie di supereroe. O più semplicemente, la donna dei sogni di un recording engineer.

Autore dell’articolo:
Francesca Martire
Traduttrice Freelance di manuali tecnici e audio
Rossano (CS)

Il grecanico e la lingua inglese

 Categoria: Le lingue

Nella zona più meridionale della penisola italiana, tra i monti dell’Aspromonte ed il Mar Ionio, si estende la cosiddetta Area Grecanica: chilometri di terre ricchi di gelsomini e bergamotti, piccoli paesi arroccati su speroni rocciosi o adagiati in profonde valli, borghi i cui abitanti parlano ancora l’antica lingua dei Greci di Calabria. Una lingua, il grecanico, nata con l’arrivo dei primi colonizzatori greci nell’VIII sec. a.C., che sopravvive da secoli e secoli unendosi e mescolandosi al dialetto locale e all’italiano ma che solamente da poco tempo a questa parte, trova maggiore diffusione grazie all’inglese. Sì, perché la lingua inglese, così lontana e così internazionale, diventa ormai quotidianamente il ponte culturale e linguistico che unisce l’estrema punta calabrese con la vicina Grecia, madre patria degli antichi colonizzatori. Ed è affascinante e sorprendente scoprire come una lingua moderna, usata ovunque ed in tutti i settori della nostra vita, si presti così naturalmente e in modo così efficace alla riscoperta di una lingua molto antica quale il grecanico. Una riscoperta che si accompagna non solo alla conoscenza di vecchie usanze e costumi, ma soprattutto all’avvicinamento dei ragazzi ad un mondo così lontano.

È proprio attraverso la lingua inglese che nelle scuole si realizzano progetti interculturali che portano i nostri alunni a condividere le tradizioni della propria terra con altri coetanei di varie scuole greche. Assistere a videoconferenze tra ragazzi italiani e greci e sentirli parlare inglese per conoscersi e scambiarsi informazioni è già interessante dal punto di vista didattico, ma ancora più emozionante è vederli progettare e realizzare un e-book in lingua inglese su quelle che hanno scoperto essere le usanze che ancora uniscono le loro due terre. Ed è così che ci rendiamo conto di come la lingua inglese, troppo spesso considerata solo la lingua della tecnologia, del commercio, degli affari, è in realtà prima di tutto la lingua della comunicazione. Una lingua che non solo permette di far rivivere un passato cosi lontano in ragazzi così giovani e distanti fra loro ma anche la lingua, in questo caso la sola ed unica, che rende attuale un territorio, quella grecanico, che non tutti hanno la fortuna di conoscere. Una terra, l’Area Grecanica, che grazie appunto all’ inglese vive una vera e propria rinascita. Ed è eccezionale vedere come una lingua, seppur universale e “moderna” come la lingua inglese, permetta la riscoperta, valorizzazione e diffusione di una lingua geograficamente poco diffusa e certamente molto più “antica”, come il grecanico. Da questo si evince, a mio parere, il valore di una lingua, non soltanto da quanti siano i suoi parlanti o i paesi in cui si parla.

Autore dell’articolo:
Carmela Chilà
Traduttrice EN-SP<>IT EN<>SP

L’audiovisivo e la sua traduzione

 Categoria: Servizi di traduzione

La traduzione di un testo audiovisivo è completamente diversa da ogni altro tipo di traduzione. Nell’adattamento di un testo parlato si possono incontrare numerosi fattori che, nel risultato finale, contribuiscono a fare la differenza tra un buon lavoro e uno ottimo. Uno di questi è la Passione. Quest’ultima, infatti, permette al traduttore di avere competenze che altri professionisti, magari anche più bravi e con più esperienza, non hanno.

Durante le mie ricerche sono sorti due casi nei quali la Passione abbia influito in modo significativo sul lavoro finale di due prodotti.
Il primo caso riguarda l’ultimo OAV di Dragonball: “La battaglia degli dei”. In questo esempio, il doppiaggio e l’adattamento della traduzione sono stati criticati dai fan, in quanto i termini, che hanno reso famosa la serie del cartone animato, sono stati tradotti in modo da cambiarne completamente il senso.
Il secondo caso, invece, riguarda la serie televisiva “The Big Bang Theory“. Nel corso della messa in onda, i fan della serie hanno riscontrato dei veri e propri errori nella traduzione e i loro reclami hanno addirittura portato ad un drastico cambiamento dello staff che si occupava della traduzione e adattamento del testo dalla lingua originale.

Quando si deve tradurre un audiovisivo, oltre a cercare di essere il più fedele possibile al testo di origine, bisogna anche saper adattare i dialoghi che molto spesso costituiscono i dialetti e i modi di dire di una lingua. È proprio questo il caso in cui il background e la passione di un traduttore possono essere determinanti per lo svolgimento di un lavoro ottimale e non discreto.

Autore dell’articolo:
Massimiliano Muscio
Traduttore di testi audiovisivi
Laurea in scienze linguistiche (EN-ZH)
Milano

Conosci l’inglese… veramente? (2)

 Categoria: Le lingue

In questa seconda parte dell’articolo continuiamo con altri esempi:

· What will you have?

Letteralmente sarebbe “Cosa avrai?” ma in verità significa “Cosa prendi?”, comunemente detto da un cameriere in un ristorante.
Qui ci troviamo a combattere con l’utilizzo dei tempi verbali.
Un italiano, infatti, avrebbe tradotto questa frase con “what do you take?” per tradurre “cosa prendi?”. In realtà la grammatica oltre ad insegnarci la costruzione sintattica di un elemento ci insegna soprattutto a capire che ogni forma verbale serve ad esprimere un’intenzione, una situazione.
Quindi, al momento di dover tradurre una frase, il ragionamento sbagliato è:
· “cosa prendi” presente indicativo in italiano, “what do you take?”

Il ragionamento corretto è:
· in questo istante cosa decidi di prendere? Decisione presa sul momento will

Il present simple in inglese esprime un’azione che noi svogliamo quotidianamente, e non si sposa con l’intenzione che noi dobbiamo dare.

Quello che dovremmo fare quindi, non è andare a tradurre letteralmente incuranti del pericolo. Dobbiamo ricordarci di capire qual è il messaggio che vogliamo dare e cercare in che modo nell’altra lingua questo messaggio viene espresso.

· Break your leg!

Un italofono potrebbe prenderla come un insulto “rompiti una gamba”, invece è solo un gesto carino da parte di un anglofono che ci sta solamente augurando “buona fortuna”.

I modi di dire sono spesso intraducibili e necessitano una conoscenza più approfondita. Imbattersi in una discussione proprio a causa di queste lacune può risultare molto spiacevole.

In conclusione, per conoscere veramente bene una lingua, non basta fare una sequenza matematica:

soggetto + verbo + complementi

utilizzando le classiche regolette della “s” alla terza persona, -ed per costruire il passato.

Conoscere una lingua straniera vuol dire comprendere quali ingredienti l’interlocutore usa per esprimere un concetto: se noi culturalmente siamo abituati ad aggiungere il sale nella pasta mentre il nostro interlocutore per tradizione mette lo zucchero, capirete bene che per parlare la loro lingua dovremo aggiungere lo zucchero alla loro pasta, e non il sale come faremmo invece automaticamente. Saremo noi a dover cambiare le nostre predisposizioni naturali per integrarci. Dobbiamo quindi imparare a “cucinare” come loro, per offrire un piatto il cui sapore sia per loro riconoscibile, familiare. Solo in questo modo riusciremo a comunicare al nostro interlocutore veramente quello che intendiamo, evitando così una comprensione approssimativa e una cena sgradita ad entrambi.

Autore dell’articolo:
Giuseppe Puzzo Balluzzo
Interprete e Traduttore
Roma

Conosci l’inglese… veramente?

 Categoria: Le lingue

Mi capita sempre più frequentemente di conoscere persone che, sebbene con un certo livello di conoscenza dell’inglese, al momento di utilizzare la lingua si trovano come pesci fuor d’acqua.

Perché? Cosa vuol dire quindi conoscere veramente una lingua?

Al fine di comprendere il quesito alla base, è necessario innanzitutto capire cos’è una lingua.

La lingua è uno strumento attraverso il quale un individuo, mediante l’utilizzo di una concatenazione più o meno grammaticalmente corretta di parole (siano esse sostantivi, verbi, aggettivi, avverbi, ecc.) tenta di comunicare un messaggio, orale o scritto. Diventa quindi il mezzo primordiale con cui un individuo riesce a trasformare le idee in realtà ma soprattutto, lo strumento che ci permette di addentrarci nel mondo dei rapporti umani.

Tuttavia, è facile imbattersi nel rischio di considerare la lingua solamente come una combinazione logica di parole, una serie di lemmi invece di considerarne anche il contesto in cui essa viene utilizzata, e per contesto si intendono: confini geografici, culturali, sociali.

Imparare una lingua straniera, quindi, non vuol dire solamente conoscere la traduzione letterale del termine che dovremmo andare ad esprimere bensì tuffarsi in un mondo con regole diverse, conoscere il modo attraverso il quale è possibile esprimere lo stesso concetto che abbiamo in testa nell’altra lingua, altrimenti ci imbatteremo nell’elemento peggiore della comunicazione: il misunderstanding, che in termini più o meno gravi può inficiare sul rapporto con l’interlocutore.

Ma facciamo qualche esempio concreto per capire meglio dove è più probabile trovare queste lacune che a volte si danno per scontate ma che possono davvero creare confusione e difficoltà nell’esprimere o comprendere un concetto. Ne citerò tre al fine di evidenziare tre macro-tematiche principali:

· How do you do? / How you doin’?

Tradotto letteralmente sarebbe “Come fai? / Come stai facendo?” ma in verità è il modo più comune per un anglofono di dire “Come va?”.

L’uso della lingua nei contesti più comuni, quotidiani. Gli insegnanti raramente spiegano come approcciarsi alla vita quotidiana in un’altra lingua. Ecco perché uno studente che crede di conoscere la lingua, in visita nel Paese straniero si trova spiazzato anche nelle cose più semplici come capire che qualcuno ci sta chiedendo “come stiamo”. Comprendere come parla il cittadino medio, e le possibili “sgrammaticità”, è essenziale per saperci districare anche in situazioni in cui una frase non rispetta l’ordine scolastico della sintassi.

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Giuseppe Puzzo Balluzzo
Interprete e Traduttore
Roma

Viaggiando con le parole

 Categoria: Traduttori freelance

La parola è lo strumento più potente che esiste al mondo. La traduzione e la conoscenza delle lingue straniere altro non sono che un mezzo, semplice ma efficace, per poter comunicare con il mondo e poterlo conoscere nei migliori dei modi… anche rimanendo comodamente seduti nella propria stanza.

Ma è veramente possibile viaggiare anche solo con la mente, esplorare anche solo con le parole e conoscere anche solo con la lingua? Certo che si può. I mezzi più potenti sono quelli più semplici, quelli che ti permettono di stare un passo avanti agli altri (senza superbia), quelli che ti permettono di capire, comprendere e guardare il mondo con occhi nuovi e che ti fanno sentire cittadino del mondo.

Edgar Allan Poe afferma che “il mondo è un libro, e chi non viaggia legge solo una pagina”.
E perchè non aggiungere “….e se la tua valigia è una lingua straniera e il tuo mezzo di trasporto è la traduzione, allora il mondo è nelle tue mani!”. Puoi conoscere nuovi posti, entrare in contatto con altre culture e comprendere la gente che parla un’altra lingua. Puoi scoprire ciò che ignoravi ed imparare qualcosa di nuovo. Non dar mai nulla per scontato. La voglia di continuare a viaggiare, di capire, di dubitare ti permette di essere sempre più curioso, di voler capire il più possibile, di voler avventurarti in questo viaggio magnifico. E alla fine di quest’avventura, quando scenderai dal treno, con la valigia piena di ricordi e l’adrenalina ancora in corpo, la tua voglia di viaggiare, di imparare, di conoscere ti farà venire voglia di prendere al volo un altro treno e di lasciarti guidare in un altro viaggio…

Autore dell’articolo:
Sonia Di Maggio
Laureata in Lingue e Letterature Straniere
Laurea magistrale in Lingue e Culture per il turismo
Aspirante traduttrice ES-FR>IT
Cavallino (LE)

La traduzione nella localizzazione

 Categoria: Servizi di traduzione

Localizzare contenuti, prodotti o servizi informatici significa adattarli al sistema linguistico e culturale di destinazione. La localizzazione è un settore piuttosto giovane, che si è sviluppato con la crescente globalizzazione della comunicazione. Localizzare un sito web in diverse lingue, ad esempio, è fondamentale se si vuole far conoscere un prodotto al di fuori del proprio paese. Cos’altro si può localizzare? I software, tutta la documentazione relativa ai prodotti informatici, le guide in linea, le pubblicazioni mediche o scientifiche.

Quale ruolo riveste la traduzione in questo processo? Innanzitutto, diciamo che la traduzione nella localizzazione rientra nell’ambito della traduzione specializzata, più precisamente tecnica. Bisogna precisare, però, che nel caso della localizzazione dei siti web non si tratta sempre ed esclusivamente di traduzione tecnica. Prendiamo come esempio la localizzazione di un sito di un museo. Ci si può trovare a dover tradurre testi con contenuti artistici e qui, è la traduzione letteraria ad entrare in gioco. La localizzazione dei siti web, quindi, è un’operazione particolarmente delicata, che richiede un approccio traduttivo più ampio e creativo rispetto a quello dei prodotti software. Nell’adattamento di un sito web da una lingua all’altra, un traduttore deve essere molto preciso e tradurre ogni parte presente nel sito, anche i cosiddetti “micro-contenuti”, vale a dire: i titoli delle pagine, i nomi dei link, i pulsanti di navigazione, i metadati. Questo delicato processo nasce quindi dall’incontro di due figure professionali: il traduttore e l’informatico, una perfetta unione tra arte del tradurre e tecnologia. Apportando ognuno le proprie competenze, rispettivamente linguistico-culturali e tecnico-informatiche, possono garantire un alto livello di qualità del prodotto finale.

Il traduttore, oltre ad essere madrelingua per la lingua di destinazione ed avere un’ottima conoscenza della lingua di partenza, deve conoscere le varie tecniche di traduzione, al fine di scegliere il tipo di adattamento linguistico più adeguato. Il linguaggio, infatti, deve essere modificato in base al mercato di destinazione. Ad esempio, se il sito si rivolge ai giovani, il linguaggio dovrà essere semplice, diretto, accattivante. Anche l’aspetto grafico deve essere curato ed eventualmente adeguato alla lingua e alla cultura di arrivo.

Anche se l’aspetto tecnico e informatico rimane di fondamentale importanza nel processo di localizzazione, basti pensare a tutte le attività informatiche, di gestione e grafiche, svolte attraverso software specifici, il lavoro di traduzione resta la componente maggiore. Senza le giuste competenze linguistiche, non si potrebbe mai creare una perfetta versione di un sito Internet in una lingua diversa da quella di partenza.

Autore dell’articolo:
Federica Pompili
Aspirante traduttrice professionista
Roma

Traduzione: tecnica di insegnamento (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

Quasi tutti gli esperti concordano sul fatto che la traduzione, nelle fasi avanzate dell’apprendimento linguistico di un discente, lo aiuta a percepire le divergenze tra lingua madre e lingua d’arrivo. Inoltre, grazie alle attività didattiche in cui si richiede all’apprendente di trovare equivalenti funzionali e pragmatici, si può favorire l’apertura dello studente alla cultura d’arrivo. In altre parole, la traduzione contribuisce a rendere familiare agli studenti la nuova lingua.

L’attività traduttiva, per gli studiosi e per quegli insegnanti che la ritengono un esercizio vantaggioso in campo didattico, rappresenta un lavoro di cooperazione tra studenti da svolgere in gruppo per non demotivarli. Ovviamente, l’uso della traduzione nell’insegnamento di una lingua straniera non mira al prodotto finale, ma punta a concentrarsi sul processo traduttivo stesso. Infatti, abbiamo detto più volte che i testi selezionati dagli insegnanti per la traduzione possono essere testi non compiuti, ma devono essere di senso compiuto.

Nella mia ricerca: condotta su dieci studenti iraniani con buona conoscenza dell’italiano, viene osservato che l’attività della traduzione mira ad aiutare lo studente di lingua L2/LS a rendersi conto delle differenze tra la propria lingua e la lingua d’arrivo; del fatto che non tutti i componenti di una frase e/o di una espressione sono traducibili parola per parola nella lingua di destinazione e che per riprodurre il messaggio bisogna, spesso, ricorrere alle strategie alternative come per esempio ricercare le equivalenze funzionali, che variano a seconda del genere di testo. Dunque, si può dire che né a livello linguistico che a livello culturale non esistono equivalenze esatte tra la lingua di partenza e quella di arrivo.

In conclusione, posso dire che l’attività traduttiva aiuta l’insegnante a capire meglio le difficoltà degli studenti nella traduzione e produzione del messaggio. La traduzione permette al docente di focalizzare il proprio lavoro sulle difficoltà degli studenti, fornendo il materiale adatto per superare tutte le difficoltà linguistiche. Questi ostacoli sorgono soprattutto durante l’attività di traduzione verso la lingua d’arrivo e derivano in buona parte dalla tendenza dei discenti a strutturare le traduzioni in accordo ai propri modelli culturali e grammaticali.

Autore dell’articolo:
Niloufar Zekavat
Insegnante d’italiano e traduttrice FA<>IT
Perugia

Traduzione: tecnica di insegnamento

 Categoria: Tecniche di traduzione

La traduzione è da pochi decenni, al centro di studi di molti ricercatori ed insegnanti di lingua straniera. Ancora oggi nel sistema didattico viene considerata una tecnica innaturale, che origina interferenze linguistiche.

La traduzione come metodo di apprendimento è stata incorporata nello studio delle lingue straniere a partire dal Seicento. Nell’Ottocento viene criticata e giudicata inutile perché non favorisce l’utilizzo della comunicazione orale nella lingua straniera. Al contrario, nel Novecento la traduzione viene riconosciuta come uno strumento complementare nella didattica delle lingue, ma il suo uso è ancora finalizzato alla verifica delle conoscenze grammaticali dell’apprendente. Con il Generativismo e il Cognitivismo cresce l’idea di non dover eliminare l’utilizzo della lingua materna nella didattica delle lingue straniere; perché usare la lingua madre rappresenterà un punto di riferimento per le nuove esperienze linguistiche dell’apprendente di lingua straniera. Oggi, la traduzione non è più un esercizio stilistico per acquistare le competenze grammaticali e lessicografiche, ma è uno strumento il cui uso dà luogo a riflessioni sulla lingua, sulla cultura e sui vari tipi di testo. Nonostante ciò, i pareri sulla traduzione sono discordi. Alcuni studiosi ritengono la traduzione una tecnica essenziale, altri invece considerano la traduzione un’attività dannosa. In generale, l’uso della traduzione in un percorso d’insegnamento di lingua straniera è condizionata dalla distanza tra la lingua madre (L1) e la seconda lingua (L2) / lingua straniera (LS), dall’età e dal livello del discente.

Nel percorso formativo di uno studente di lingua straniera l’impiego della traduzione viene introdotto nei primi livelli linguistici, tralasciato nei livelli intermedi e poi ripreso negli ultimi livelli di lingua. La gradualità di utilizzare la traduzione nel percorso di apprendimento di una lingua straniera, ha principalmente lo scopo di non indurre lo studente a pensare: parlare una lingua straniera vuole dire tradurre esattamente gli elementi della lingua madre nella seconda lingua.
La traduzione negli stadi iniziali, a causa della scarsa conoscenza della lingua straniera da parte dello studente, viene utilizzata dall’insegnante per spiegare il significato delle parole e/o di qualche nozione grammaticale. Questa pratica, dunque, viene usata nei primi stadi per facilitare la comprensione di alcuni termini.

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Niloufar Zekavat
Insegnante d’italiano e traduttrice FA<>IT
Perugia

Entfremdung e Verfremdung nella traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Che cosa significa tradurre? Potremmo rispondere semplicemente “Dire la stessa cosa in un’altra lingua”, come suggerisce Umberto Eco, il quale sottolinea però subito dopo come il vero problema stia proprio nel definire che cosa si intenda per quella “stessa cosa”.

Il concetto di traduzione è un concetto estremamente complicato che si è sviluppato ed è cambiato notevolmente nel corso dei secoli. Dal non verbum de verbum di Cicerone ed Orazio al verdeutschen di Lutero, numerosissimi studiosi si sono infatti interrogati su come potesse essere definita questa pratica e su quale sia l’atteggiamento più appropriato con cui un traduttore dovrebbe avvicinarsi ad un testo. Nonostante le origini della discussione siano lontane, la maggior parte dei progressi in questo campo è stata compiuta nel corso del Novecento, grazie a studiosi che ne hanno approfondito le problematiche cercando punti di vista sempre nuovi e stabilendo delle interessanti connessioni con discipline diverse.

Personalmente, sono d’accordo con chi definisce la traduzione come un processo che coinvolge non solo il sistema linguistico di una società ma anche, e soprattutto, i suoi sistemi culturali. Ecco quindi che il ruolo del traduttore assume un’importanza fondamentale, contribuendo alla diffusione di opere, idee e concetti.

Tra le tante definizioni di traduzione concepite da studiosi e traduttori, una delle distinzioni rimaste costanti nei secoli, dalla riforma luterana al Novecento inoltrato, è quella che vede contrapposti due modi fondamentali di concepire la pratica della traduzione: la traduzione come tentativo di avvicinare il testo al lettore o, viceversa, la traduzione come tentativo di avvicinare il lettore al testo originale.

Da amante e studiosa della lingua tedesca trovo molto interessanti due termini, estremamente precisi e chiari, che sono stati utilizzati per descrivere questi due diversi atteggiamenti.
Mi riferisco ai termini Entfremdung e Verfremdung.
I due termini sono uguali nella base Fremd (cioè straniero) ma si differenziano nei prefissi Ent e Ver.Ent è un richiamo all’azione di togliere, estrarre, allontanare e si ritrova infatti nei verbi entdecken (scoprire), entspannen (rilassare, togliere la tensione), entsaften (togliere il succo), entschuldigen (scusarsi, che in fondo altro non vuole dire che togliersi la colpa) etc.
Ver ha invece un valore rafforzativo, richiama l’idea del compimento di un’azione ma, cosa interessante, anche l’idea del perdere qualcosa. Lo ritroviamo per esempio nei verbi verschlafen (non svegliarsi in tempo, dormire troppo), verspielen (perdere al gioco), verhungern (perdere la fame) e verwelken (appassire).
Il traduttore che sceglie l’Entfremdung decide di lasciare il lettore il più “tranquillo” possibile e di fare in modo che sia lo scrittore ad avvicinarsi verso il mondo del lettore, “togliendo” quindi parte dell’”estraneità” del testo. Ci si trova così di fronte ad una sorta di adattamento dell’elemento estraneo al contesto linguistico di arrivo.
Al contrario, nel caso della Verfremdung il traduttore sceglie di fare in modo che sia il lettore ad avvicinarsi al testo originale, “perdendo” forse qualche cosa del proprio contesto di partenza per muoversi attivamente verso il testo originale.
Nel primo caso, tradurre richiederà anche uno sforzo interpretativo e il prodotto finale sarà un testo comprensibile ma un po’ meno fedele all’originale, nel secondo caso invece lo sforzo interpretativo sarà richiesto più che altro al lettore.

Autore dell’articolo:
Margherita Betocchi
Master in traduzione economico-finanziaria (EN-IT)
Traduttrice freelance DE-EN>IT
Brescia

L’inglese nei titoli dei giornali

 Categoria: Traduttori freelance

Vorrei richiamare l’attenzione sul cosiddetto Headline English, ovvero la lingua inglese utilizzata nei titoli dei giornali, soffermando lo sguardo in particolare sui quotidiani.
Se proviamo ad osservare i titoli dei vari eventi riportati, notiamo come i giornalisti cerchino di catturare l’attenzione dei lettori utilizzando il minor numero di parole possibile. Pertanto, anche la stampa britannica o quella di qualunque altro Paese di lingua inglese, non fanno eccezione. Andiamo quindi ad analizzare nel dettaglio e con semplici esempi le frasi che costituiscono i titoli dei newspapers (o semplicemente papers, per usare un linguaggio più colloquiale).
Per raggiungere lo scopo principale, cioè colpire l’immaginazione del lettore con una frase semplice, diretta, riassuntiva o ad effetto, il linguaggio utilizzato in questi casi risulta piuttosto inusuale rispetto a quello comunemente utilizzato nella scrittura. Le differenze riguardano otto elementi essenziali:

- gli articoli vengono eliminati (es.: Prime Minister hikes Alps for charity invece di The Prime Minister hikes Alps for Charity);
- i verbi ausiliari vengono omessi (es.: Lion escapes zoo-ten people killed invece di ten people have been killed/were killed);
- viene utilizzata una forma verbale semplice, di solito il Simple Present, il corrispettivo del Presente Indicativo italiano (es.: Queen opens hospital today);
- il tempo verbale all’infinito viene spesso utilizzato per esprimere un evento che sta per accadere in un futuro imminente (es.: President to visit Italy);
- viene eliminata la forma del verbo essere (to be) (es.: Family of murder victim satisfied with court decision invece di Family of murder victim is satisfied with murder decision);
- viene omessa la forma all’infinito to say a favore dei due puntini (es.: Mr Smith: “They’re not taking my house!”);
- le congiunzioni vengono sostituite dalla punteggiatura (es.: Police arrest serial killer – close case in abductions);
- vengono eliminati i numeri scritti in lettere a favore di quelli in cifre (es.: 5 killed in car crash).

I titoli dei giornali fanno anche uso di termini informali. La preferenza viene data a parole brevi, che hanno una connotazione generalmente più “drammatica”, ma anche più immediata e d’impatto rispetto ai termini inglesi normalmente impiegati nella scrittura. Di seguito riporterò gli esempi più significativi: a sinistra le parole usate nei titoli dei quotidiani e a destra il significato comune in inglese con una terminologia più formale o comunque maggiormente presente nei testi scritti (le parole con asterisco sono quelle che possono essere usate sia come sostantivi sia come verbi):

- aid* = help
- axe* = cut, remove
- back* = support
- bar* = exclude, forbid
- bid* = attempt
- blast* = explosion
- blaze* = fire
- boost* = incentive, encourage
- boss* = manager, director
- head* = manager, director
- clash* = dispute
- curb* = restraint, limit
- cut * = reduction
- drama = tense situation
- drive* = campaign, effort
- gems = jewels
- go-ahead = approval
- hit = affect badly
- key = essential, vital
- link* = connection
- move* = step towards a desired end
- ordeal = painful experience
- oust = push out
- plea = request
- pledge* = promise
- ploy = clever activity
- poll* = election / public opinion survey
- probe* = investigation
- quit = leave, design
- riddle = mistery
- strife = conflict
- talks = discussions
- threat = danger
- vow* = promise
- wed = marry

Naturalmente esistono anche altri aspetti che caratterizzano l’inglese dei titoli di giornale.

Un’altra particolare caratteristica è, ad esempio, la tendenza ad utilizzare abbreviazioni: es. PM per Prime Minister, MP per Member of Parliament e così via.
Alcuni giornalisti si divertono anche a scherzare sulle pagine attraverso i titoli dei loro articoli. Riescono a realizzare tutto ciò giocando con le parole, utilizzando quello che in inglese si chiama punning, cioè gioco di parole appunto. Un esempio pratico al riguardo può essere offerto da un articolo che riportava la notizia di un concerto all’aperto sotto la pioggia londinese e che vedeva come protagonista il cantante lirico Luciano Pavarotti. L’evento era stato descritto nel titolo di un quotidiano nel modo seguente: Torrential rain in most arias. Traduzione letterale: Pioggia torrenziale in molte arie. Naturalmente, in questo caso, il gioco di parole è costituito dal termine arias, che significa arie liriche e si pronuncia allo stesso modo del termine areas, cioè zone, aree, luoghi.

Come si può notare dai vari esempi sopra citati, in inglese esistono diverse particolarità nell’Headline English, infatti in questo caso la lingua cambia, si semplifica rispetto ad un testo informativo che riporta notizie su un particolare avvenimento. Tuttavia, quello che per un madrelingua può sembrare un linguaggio più semplice, per una persona di un altro Paese è, per assurdo, più complicato. Se non si è madrelingua, infatti, si tende spesso a comprendere meglio il linguaggio formale rispetto a quello informale. Solamente quando si ha un’ottima padronanza della lingua tutto risulta più semplice.

Autore dell’articolo
Laura Malagutti
Dott.ssa in Lingue e Letterature Straniere
Traduttrice freelance EN-ES>IT
Cerese di Borgo Virgilio (MN)

I cambiamenti nel mercato della traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Sì, il mercato della traduzione è cambiato. In questo mondo di traduttori elettronici ampiamente disponibili online, i professionisti delle traduzioni sono sempre più svalutati. Una professione da sempre sottopagata rispetto alla loro importanza culturale e informativa e alla fatica spesa da coloro che vi sono impegnati.

Oggi, quando si legge un articolo tradotto nei giornali e riviste oppure quando si sentono delle notizie internazionali alla radio o TV, un buon traduttore professionista “legge da dietro”, cioè, ci sono così tanti errori di traduzione che riesce a identificare il termine originale dietro la traduzione errata e a “leggere” ciò che l’autore effettivamente ha detto, anche se a volte la traduzione è così mal fatta che neanche questo è possibile.
Il buon traduttore sa che se non ha senso per lui, non ha senso neanche per il lettore e pur non essendo in assoluto remunerato a sufficienza, i traduttori appassionati del loro mestiere possono trascorrere ore alla ricerca di un singolo termine fino a raggiungere la soluzione corretta o il significato più vicino a quello voluto comunicare dall’autore.

Oggi il mercato preferisce prezzi bassi e più rapidità a discapito della qualità. Le aziende, molte volte, chiedono dei preventivi online ad anonimi e vince quello che fa il prezzo più basso nel minor tempo, dimenticandosi che poi cattive traduzioni devono essere esaminate dal personale interno che costituisce un costo aggiuntivo (ore trascorse in revisione e ore sottratte a lavorare nella sua funzione originaria) a quello del servizio, quindi il risultato finale del lavoro è ben al di sotto del desiderabile.

In realtà non ci sono mai stati così tanti differenti canali e strumenti di comunicazione ma non si è mai comunicato così poco e con così poca qualità.

Autore dell’articolo:
Marcela Romanella Ulian
Laurea in Turismo e Ospitalià e Diploma in Business
Traduttrice PT<>IT
Torino

La passione nell’attività di traduzione (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

Le difficoltà incominciano quando entriamo nel vivo dell’argomento, e da un punto di vista pratico ci troviamo ad affrontare, parola per parola, l’annosa questione dell’aderenza al testo: bisogna mantenere un certo ritmo e una certa coerenza con lo stile dell’autore, sia sul piano semantico che su quello sintattico.
Nel caso de La luna de los perros il linguaggio è studiatamente semplice, così da controbilanciare i rimandi colti, che si incontrano sotto forma di citazioni letterarie o di riferimenti intertestuali. Questa semplicità mi ha talvolta tratto in inganno, in quanto un solo aggettivo, utilizzato nei più svariati contesti, assumeva in italiano le accezioni più disparate. Dovevo, quindi, scegliere delle alternative accettabili, che non impoverissero né arricchissero il testo originale più di quanto l’autore non volesse.

Nel mio caso specifico, un esempio fra i tanti è rappresentato dalla parola “torpe”, che Sender ha utilizzato in molteplici occasioni. Il dizionario della Real Academia Española adduce ben sei diversi significati a tale aggettivo, che, di conseguenza, non può essere sempre tradotto con la mera trasposizione dallo spagnolo all’italiano “turpe”. Rinunciare ad un termine che si presenta come quasi identico a quello originale (nel suono e in parte nella sua accezione) significa in realtà effettuare una negoziazione (Umberto Eco, Dire quasi la stessa cosa, Studio Bompiani, 2002): abbandonare per un lato la rassicurante traduzione letterale in favore di un termine che nella propria lingua possa rendere in maniera più completa l’effetto dato dal testo di partenza.
L’istanza che Umberto Eco pone a conclusione di quello che considero un testo fondamentale sulla traduttologia (Dire quasi la stessa cosa, p. 364) riassume in poche righe il significato dello sforzo che si cela dietro alla volontà di trasporre testi di lingue diverse:

“La fedeltà è piuttosto la tendenza a credere che la traduzione sia sempre possibile se il testo a fonte è stato interpretato con appassionata complicità, è l’impegno a identificare quello che per noi è il senso profondo del testo, e la capacità di negoziare a ogni istante la soluzione che ci pare più giusta”.

Questo è quanto io stessa ho potuto “testare” con la mia esperienza personale. La capacità di elaborare il testo in totale sintonia con l’autore, la passione e la volontà di rendere nella propria lingua il suo valore originale sono quanto di più prezioso e potente possa esistere tra gli strumenti a disposizione di ogni traduttore.

Autore dell’articolo:
Valeria Rebeschini
Laurea in lingue e letterature europee e americane SP-PT>IT
Padova

La passione nell’attività di traduzione

 Categoria: Traduzione letteraria

Mi sono avvicinata a Ramón José Sender per necessità: avevo deciso che la mia tesi di laurea dovesse essere incentrata sulla proposta di una traduzione di un testo inedito, nascosto e dimenticato con il passare del tempo. Esplorando l’immensa bibliografia dello scrittore aragonese, avevo notato che dietro ai grandi testi che lo hanno reso famoso si celava quello che faceva al caso mio: La luna de los perros, un’opera breve, ma intensa e pungente, che racconta con puntualità, ironia e amaro sarcasmo un frammento di vita che, se decontestualizzato, mantiene ancora un sapore desolatamente attuale.

Così, con un approccio quasi profano (esiste poi una tecnica di traduzione? Se sì, non era certamente prevista nel mio percorso di formazione), ho iniziato il mio personale cammino nel mondo di questo autore, facendo prima un quadro della sua vita e della sua evoluzione stilistica e intellettuale. Successivamente, mi sono occupata della stesura del suo testo in italiano con la consapevolezza di possedere un solo strumento: il trasporto emotivo, da cui spesso scaturisce quella sorta di “empatia virtuale” che connette autore e traduttore.

Ben presto il mio lavoro si era trasformato in passione, e da semplice dovere, quel difficile compito era diventato una missione a cui non potevo sottrarmi: dovevo rendere giustizia a quelle pagine, dovevo esporre sotto la sua luce migliore quella piccola creazione ignorata dalla storia. Vi era in essa, qualcosa che non poteva essere tralasciato, che costituiva un tassello fondamentale della vita e dell’arte di Sender. Con La luna de los perros iniziava la sua vita di esiliato a Parigi, dove soggiornò per circa otto mesi: una permanenza così transitoria da non essere quasi stata registrata dalle cronache. Eppure qui era stato ispirato (due nomi su tutti: Céline e Simone de Beauvoir), qui aveva conosciuto l’amore straziante e degenerante, la vita sregolata e i facili costumi, così lontani dalla Spagna cattolica e conservatrice a cui era abituato. Come privare i conoscitori di Sender di questi dettagli essenziali?

Riportare alla luce un’opera significa soprattutto questo: evocare il pensiero dell’autore e ricreare il contesto che lo ha ispirato servendosi sapientemente della propria lingua per rimandare al suo stile, al fine di fornire a colui che intraprende la lettura tutti i mezzi sufficienti ad una visione completa, obiettiva e (quasi) equivalente al testo di partenza.

Se è vero che l’unico lettore che possa definirsi tale è il traduttore, allora il suo compito è quello di “entrare” nella mente dello scrittore e riuscire a collocare il suo linguaggio all’interno dell’opera, attenendosi con rigore a quel principio di fedeltà che sta alla base di ogni trasposizione. E da qui mostrare l’artista, lo scrittore, e la sua intenzione in relazione ai contenuti.

La seconda parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Valeria Rebeschini
Laurea in lingue e letterature europee e americane SP-PT>IT
Padova

Tradurre la Medicina Tradizionale Cinese (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Termini che si riferiscono a concetti presenti anche nella medicina o nella cultura occidentale, ma che in Mtc possiedono una valenza diversa. In questo caso scegliere se tradurre il termine cinese in italiano o utilizzare il cinese direttamente è qualcosa di ancor più complesso. Non è certo auspicabile creare un testo italiano in cui vi siano molti termini cinesi, ma è pur vero che tale scelta può divenire obbligata e, immagino, anche comprensibile agli occhi di un lettore che decida di approcciarsi a una scienza medica che sa appartenere a un mondo molto lontano dal suo. Un esempio di un termine che si riferisce a un concetto presente nella nostra cultura, ma che in cinese possiede un’accezione diversa è il termine utilizzato per parlare di “organi”. In medicina occidentale gli organi interni non vengono ulteriormente suddivisi e ogni organo possiede delle caratteristiche fisiche e delle funzioni proprie. In medicina tradizionale cinese la storia è, invece, molto diversa. Quando si parla di “organi interni” si parla di 臟腑 zangfu, il termine bisillabico è un iperonimo che include le due tipologie di “organi” della Mtc: gli organi zang e gli organi fu. Che differenza c’è tra i due? Gli organi zang sono cinque e hanno natura yin rispetto agli organi fu, perché sono organi pieni, che conservano le essenze nutritive (polmoni, cuore, milza, fegato e reni); mentre gli organi fu sono sei, vuoti e rappresentano delle vie di passaggio delle essenze nutritive (intestino crasso, intestino tenue, stomaco, colecisti e vescica urinaria). Spesso nei testi di Mtc si sceglie di riferirsi agli organi fu con il termine di “visceri” per sottolinearne la natura vuota, tuttavia tale termine tende a far pensare anche a qualcosa di situato in profondità, mentre gli organi fu, essendo di natura yang tendono ad essere considerati più superficiali rispetto agli organi zang, per questa ragione la traduzione migliore appare essere quella di “organi zang” e “organi fu”. Parlando di zangfu, non si può omettere il fatto che “gli organi interni” della Mtc non sono strettamente gli organi anatomici a cui siamo abituati in medicina occidentale, bensì indicano un complesso sistema funzionale che include l’organo di per sé e un intricato sistema di corrispondenze basato sulle cinque fasi tra esso e gli organi di senso, i tessuti e i meridiani (i canali in cui circola il qi, l’energia vitale). Per questa ragione spesso si tende a parlare di “organo-orbita” in Mtc, invece che di organo semplicemente, per cercare di rendere questo complesso sistema di relazioni.

Questi esempi vogliono essere un semplice invito ai traduttori sinologi che si avvicinano alla Mtc a fare estrema attenzione e ad approfondire bene gli argomenti che si apprestano a tradurre perché anche termini di apparente facile comprensione come 血 xue (lett. “sangue”) possono nascondere concetti molto complessi all’interno dell’apparato teorico-filosofico della meravigliosa scienza nota come Medicina Tradizionale Cinese.

Autore dell’articolo:
Ilaria Tipà
Interprete di Conferenza e Traduttrice Specializzata ZH-EN>IT
Roma

Tradurre la Medicina Tradizionale Cinese

 Categoria: Servizi di traduzione

La Medicina Tradizionale Cinese (Mtc) è una delle scienze mediche più antiche al mondo e il testo che ne costituisce la base e le fondamenta, il Huangdi Neijing 黃帝內經 (per comodità: Classico di Medicina dell’Imperatore Giallo) risale a II-I secolo a.C. Si tratta di una medicina filosofica, del tutto in armonia con le correnti di pensiero cinesi – il taoismo tra tutte – e con la cultura e la visione del mondo tipica del Paese di Mezzo. Con la diffusione delle medicine alternative e della biomedicina, anche la Mtc si sta diffondendo a macchia d’olio in occidente; ciò ovviamente comporta il nascere e l’aumentare di testi tradotti o da tradurre. Fino a oggi, la maggior parte dei testi di Mtc reperibili in lingua italiana, a partire proprio dalle traduzioni del Neijing, sono frutto di un doppio passaggio: cinese-inglese/francese-italiano. Non è certo un mistero che le traduzioni di traduzioni creino delle perdite significative e che avendo due passaggi, il processo traduttivo preveda non solo una, bensì due interpretazioni. Sarebbe senz’altro auspicabile, soprattutto d’ora in avanti, con l’aumentare di sinologi e traduttori italiani che lavorano con la lingua cinese, avere nuove traduzioni dirette dal cinese all’italiano dei testi di Mtc.

Ma sarebbe questo un compito facile? Tutt’altro. Ci troviamo di fronte a una scienza medica molto distante da quella occidentale, basata su un intero universo filosofico-teorico che dista anni luce da quello a cui siamo abituati e su testi in cinese classico, una lingua scritta estremamente sintetica in cui ogni carattere costituisce una parola e un concetto al tempo stesso.

L’unica via possibile per chi voglia affacciarsi alla traduzione della Medicina Tradizionale Cinese è quella di entrare in questo mondo e comprenderne le basi teoriche per poter poi fornire una giusta versione in lingua italiana della sua terminologia. La sua terminologia, ebbene sì, come scienza medica, la Mtc dispone di un ampissimo vocabolario tecnico che mette in grande difficoltà il traduttore che vi si avvicina.

Le difficoltà sono di due tipi principali:

Termini che si riferiscono a concetti del tutto assenti nel mondo occidentale. Questi risultano praticamente intraducibili e si opta, nella maggioranza dei casi, per utilizzare il termine in pinyin (la trascrizione alfabetica ufficiale del cinese). Questo è senz’altro il caso dei due principi opposti e complementari che nella filosofia cinese sono alla base di ogni cosa, lo yin e lo yang 陰陽. I due caratteri rappresentano uno il lato buio, l’altro il lato illuminato della montagna, perciò è sufficiente un primo sguardo, in cinese, per comprendere che i due concetti simboleggiano le due facce di ogni cosa. Lo yin è l’oscurità quando lo yang è luce; lo yin è freddo mentre lo yang è il calore. Risulta impossibile, però, tradurre lo yin come “principio negativo” e lo yang come “principio positivo” perché una tale resa in italiano snaturerebbe l’essenza stessa dei due concetti: non vi è alcun giudizio di qualità, il fatto che freddo, oscurità, condensazione, femminilità siano classificabili come fenomeni yin non implica assolutamente che essi siano negativi. Inoltre, un aspetto fondamentale dello yin-yang è che essi sono sempre relativi e mai assoluti; ogni cosa è classificabile come yin o come yang solo se in relazione a qualcos’altro: l’acqua è yin se in relazione col fuoco, ma diviene yang se in relazione col ghiaccio.

La seconda parte di questo interessante articolo sulla traduzione della Medicina Tradizionale Cinese sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Ilaria Tipà
Interprete di Conferenza e Traduttrice Specializzata ZH-EN>IT
Roma

Simultaneisti Cinese-Italiano (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Oltre a tutte le difficoltà già intrinseche nell’interpretazione simultanea, la lingua cinese, per le sue caratteristiche strutturali e per la sua distanza dalle lingue occidentali, presenta uno scoglio ancor maggiore e mette il simultaneista di fronte a un muro che a prima vista potrebbe apparire impossibile superare. È davvero impossibile? La risposta è semplice: no, non lo è. Ma certo, se per divenire simultaneista serve una formazione molto specifica e continuata nel tempo, per poterlo fare con la lingua cinese è necessario creare delle strategie che siano ritagliate su di essa ed esercitarsi il più possibile.

Qual è dunque il problema? Il problema vero è che al momento sul mercato italiano di simultaneisti anzi, Simultaneisti – maiscuolo d’obbligo – degni di tal nome che, lavorino con la combinazione linguistica cinese-italiano c’è una penuria oggettiva, sebbene la richiesta sia in crescita continua. La ragione di tale vuoto è da trovarsi in parte nella mancanza quasi totale
– salvo un paio di eccezioni – di corsi di formazione professionalizzanti che prevedano delle lezioni mirate di IS cinese-italiano-cinese.
Dunque, quando in un convegno o in una conferenza in cui è previsto il servizio di simultanea vi sono oratori cinesi, come si fa? La risposta, ahimè, è la più semplice e la più banale: si chiama un qualsiasi “interprete” – o sedicente tale – e lo si manda in cabina. Chi sono questi “interpreti”? Dipende. Spesso sono sinologi italiani che, sebbene abbiano un’ottima conoscenza della lingua cinese, sono molto lontani dall’essere simultaneisti professionisti e si trovano a dover affrontare un compito per il quale non sono preparati. Oppure, spesso peggio ancora, sono madrelingua cinesi che vivono in Italia da tempo e che conoscono più o meno bene la lingua italiana. Sarà semplice immaginare che tali persone incontrino difficoltà enormi una volta in cabina, spesso consistenti anche nella semplice gestione e utilizzo della strumentazione di cabina. E nei casi peggiori nella comprensione e nella traduzione degli interventi degli oratori.

Quello degli interpreti di simultanea che operano dalla lingua cinese all’italiano è un vuoto che richiede di essere colmato quanto prima per poter far fronte alla richiesta sempre crescente di professionisti con l’aumentare dei contatti e degli scambi tra Italia e Cina.

Autore dell’articolo:
Ilaria Tipà
Interprete di Conferenza e Traduttrice Specializzata ZH-EN>IT
Roma

Simultaneisti Cinese-Italiano

 Categoria: Servizi di traduzione

La luce rossa si spegne, non vedo più il riflesso sul vetro della cabina. Mi volto e il sedicente collega – un signore cinese sulla quarantina, dal volto smagrito e gli occhi in fuori – mi guarda con aria persa e nel suo cinese, con marcato accento del sud, mi dice: “Io non son capace. Se vuoi, continua tu.”
Gli istanti che seguono sembrano durare un secolo. Guardo lui, poi la sala. L’oratore italiano continua la sua relazione, imperterrito e tempo qualche secondo una cinquantina di occhi a mandorla sono puntati su di me, sul collega, sulla cabina. Tutto il pubblico cinese, non sentendo alcun output in cuffia, è voltato verso il fondo della sala e cerca di capire cosa stia succedendo dietro quel vetro opaco. C’è un problema d’audio? Qualcuno inizia a mettere e togliere le cuffie, a spegnere e accendere il ricevitore, ma niente.
Nella mia mente mille pensieri si alternano: quante volte ho detto alle agenzie che non lavoro in attiva verso il cinese in simultanea? Come se non fosse già abbastanza complesso farlo in passiva… eppure quegli occhi che mi guardano… Cosa fare? Mi butto e provo l’attiva? Mentre studiavo, a Taiwan, l’ho fatto tante volte, ho interpretato verso il cinese, dall’inglese poi, stavolta è dall’italiano invece, può essere più difficile? Gli occhi del pubblico cinese perso mi fanno riflettere e mi torna in mente il mio motto da quando ho scelto di diventare un’interprete: “communication comes first”. In fondo, anche se non riuscirò a tradurre tutto quello che vorrei, sarà sempre di più rispetto a lasciare i poveri cinesi in sala senza traduzione.
Prendo un respiro profondo e inizio. L’oratore, tutto sommato, sta dicendo cose piuttosto semplici, posso farcela. Mi tranquillizzo e vado, seguo l’oratore ovunque mi porti, anche se dovevo interpretare solo dal cinese all’italiano, anche se il sedicente collega, intanto, si alza
ed esce dalla cabina, sbattendo in malo modo la porta.

Una delle definizioni che più amo del lavoro di un interprete di simultanea è quella di Jones (Jones, R. -1998 - Conference Interpreting Explained. Manchester. St Jerome Publishing), il quale paragona l’attività del simultaneista a quella di un pianista: com’egli impara prima a usare la mano sinistra poi la destra e infine a coordinarle, così l’interprete impara ad ascoltare due discorsi, quello dell’oratore e la sua stessa produzione, allo stesso tempo. Questa semplice similitudine dice già molto sulla difficoltà intrinseca della simultanea e ci fa pensare che l’output del professionista sia assimilabile a una melodia che nasce dall’unione perfetta del discorso in lingua sorgente e dall’elaborazione dell’interprete; perciò se interpretiamo dal francese all’italiano, essendo le due lingue strutturalmente vicine, probabilmente ciò che suoneranno la mano destra e la sinistra saranno note simili, creare un’armonia sarà quanto mai agevole. Ma cosa accade al pianista-interprete se, d’un tratto, la mano destra intona una melodia europea e la sinistra una musica tradizionale cinese? Accade ciò che accade al simultaneista che si accinge a lavorare dal cinese a una lingua europea, nel nostro caso specifico, l’italiano.

Autore dell’articolo:
Ilaria Tipà
Interprete di Conferenza e Traduttrice Specializzata ZH-EN>IT
Roma

La traduzione e la diversità delle lingue

 Categoria: Le lingue

La parola tradurre deriva dal latinotrans” “ducere”, ossia “condurre” “al di là”. Già nel suo significato etimologico richiama un’operazione delicata e preziosa, il custodire ciò che va incontro a un cambiamento.

Lo studioso tedesco Wilhelm von Humboldt nell’opera “La diversità delle lingue“, pubblicata postuma, sosteneva che ogni lingua racchiude una particolare visione del mondo e che da quella non si può più prescindere, a maggior ragione quando ci si avvicina ad altre lingue e alle peculiari visioni della realtà che a loro volta veicolano. Non ci si spoglia della lingua materna semplicemente, come fosse un abito per indossarne uno nuovo. La lingua che apprendiamo guida il nostro sguardo su ciò che ci circonda, lo forma irreversibilmente.

Come un funambolo il traduttore fa quindi da ponte tra due mondi e nel muoversi si confronta con il rischio di cadere. Impossibile restare del tutto fedeli all’originale. A questa difficoltà oggettiva, radicata nella natura stessa delle lingue quali realtà “individuali”, complesse, autonome, se ne sovrappone un’altra soggettiva: impossibile non lasciare tracce di sé nell’opera tra-dotta.
Il poeta sa quanto profonda sia la distanza tra due termini, proprio quelli che appaiono più simili, e di questa distanza nutre la sua arte.
Come il poeta anche il traduttore si scontra ineluttabilmente con il contorno ruvido delle parole. Il lettore ne ha chiara percezione soltanto quando si imbatte in traduzioni diverse della stessa opera.

Per puro caso anni fa mi capitarono tra le mani due edizioni, lontane temporalmente e curate da traduttori differenti, della raccolta autobiografica di un autore tedesco. La prima mi folgorò alla prima lettura, spingendomi a comprare il testo ma in quella più recente, l’unica disponibile, ogni passo sembrava irriconoscibile. I ricordi descritti erano gli stessi, eppure nel confronto apparivano grigi e non risuonavano nello stesso modo. Quale delle due versioni era la più fedele? Forse la prima, suggestiva e potente? Oppure proprio la seconda si era mantenuta più vicina al testo? La traduzione è un rischio. Colui che si impegna in una simile impresa mette in gioco se stesso, la sua sensibilità e cultura. Senza questo lavoro minuzioso e invisibile nessuna opera si renderebbe accessibile a un nuovo pubblico e verrebbe meno la possibilità stessa di condividere quel patrimonio ricchissimo e stratificato nei secoli che da sempre nutre le persone al di là dei confini geografici, culturali e temporali.

Autore dell’articolo:
Sophie S.M.
Dottoressa in filosofia
Roma

Allineare in Transit NXT

 Categoria: Servizi di traduzione

Da poco ho iniziato a lavorare presso un’agenzia di traduzioni che utilizza Transit NXT come CAT Tool e mi è capitato di dover allineare delle traduzioni – cosa mai fatta ma semplicissima! – ed è per questo che ho deciso di condividere il mio entusiasmo…

Transit NXT è un software di traduzione assistita molto semplice da utilizzare perché intuitivo, grazie ai colori utilizzati e l’uso costante dei simboli. Per muoversi tra i segmenti basta utilizzare il + e il – del tastierino numerico e quasi tutte le azioni vengono effettuate utilizzando la tastiera con diverse combinazioni di tasti.
All’avvio, bisogna scegliere innanzitutto il ruolo che si desidera assumere (nel nostro caso scegliere “Specialista Allineamento”), in quanto il programma offre diverse opportunità.
Una volta scelto, si seleziona il progetto che si desidera allineare e la coppia di lingue su cui si deve lavorare e a questo punto il programma mostra due finestre: in alto quella della lingua source (in verde – che non deve essere modificata) e in basso quella con tutte le lingue target (in rosso) in cui il documento è stato tradotto. Dopo aver eliminato le lingue che non interessano, è sufficiente controllare sistematicamente che i segmenti corrispondano ma soprattutto che alla sigla della lingua source corrisponda esattamente la sigla della propria lingua nel target (le lingue GB e USA devono essere sullo stesso segmento separate da uno spazio).

E’ molto utile salvare spesso il lavoro e al termine dell’allineamento occorre confermare il numero di segmenti per assicurarsi che il file sia veramente allineato.

Ed ecco a voi, il lavoro è fatto!

Autore dell’articolo:
Aru Monica
Traduttrice/trascrittrice ES-FR-EN>IT
Alessandria (AL)

Primo approccio con la lingua ceca

 Categoria: Le lingue

La lingua ceca è una lingua complessa ed affascinante che porta chiunque a sfidare se stesso.
Il ceco è una lingua slava occidentale e, come le altre lingue slave, è una lingua flessiva. L’appartenenza alla famiglia delle lingue indoeuropee è probabilmente l’unico tratto che avvicina questa lingua all’italiano, dal momento che le difficoltà nello studio si presentano già a partire dalla pronuncia. La mia personale esperienza come linguista mi ha portato allo studio più o meno approfondito di diverse lingue: inglese, spagnolo, catalano, francese ed arabo, ma affrontare la lingua ceca è un’esperienza unica.

Il ceco fa un uso piuttosto scarso delle vocali, rendendo dunque poco agevole al parlante italiano la pronuncia di parola come “prst” (“dito”) o “zmrzlina” (gelato). Un’ulteriore difficoltà che incontra spesso lo straniero nell’ambito della lingua ceca è la pronuncia della “ř”. Questa lettera, infatti, corrisponde ad un suono che esiste solo nella lingua ceca. Tecnicamente, si tratta di una vibrante alveolare rialzata non sonorante che, secondo la posizione occupata all’interno di una parola, può essere sia sorda che sonora. Molti ovviano a questo problema pronunciando una sequenza di fonemi che si avvicinerebbero alla pronuncia corretta della lettera “ř”, ossia [rʒ]. Però, allenando l’orecchio ai suoni del ceco, non ci vorrà molto a capire che questa soluzione non è appropriata. I fonemi [rʒ] corrispondono infatti alla trascrizione alfabetica “” che poco hanno a che vedere con “ř”. Nell’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA) si rappresenta questa lettera col simbolo [r̝], che però fa storcere il naso a molti esperti, poiché molti ritengono questo simbolo inadeguato per rappresentare al meglio il suono “ř”. In breve, la resa di questo suono non è per nulla un problema da poco.

Come accennato all’inizio, il ceco è una lingua flessiva. Chi ha un po’ di dimestichezza con il latino, sa bene che anche il latino è una lingua flessiva, rappresentando dunque un piccolo aiuto per colui che affronta per la prima volta i meccanismi linguistici del ceco. C’è però una differenza: il latino presenta sei casi, mentre il ceco ne presenta sette. In italiano ci si riferisce a questi sette casi utilizzando una denominazione che risulta sicuramente più familiare: nominativo, genitivo, dativo, accusativo, vocativo, locativo e strumentale. In ceco, in realtà, non esistono dei veri e propri nomi per indicare i casi e ci si riferisce a questi in due modi:
- o utilizzando i numeri ordinali, per esempio “první pád” corrisponde a “primo caso”, dunque ci riferiamo nominativo;
- o utilizzando i pronomi declinati secondo il caso, per esempio “kdo? Co?” corrisponde a “chi? Che cosa? (soggetto)”, dunque ci riferiamo nuovamente al nominativo.
Il ceco declina i sostantivi in quattordici modi diversi secondo il genere (maschile, femminile e neutro), il numero (singolare e plurale) e la lettera finale che la parola presenta al nominativo.
Il maschile, inoltre, fa un’ulteriore distinzione tra oggetti animati (“životný”) e non animati (“neživotný”). Gli aggettivi, invece, vengono declinati in quattro modi diversi: maschile animato, maschile non animato, femminile e neutro.

Il sistema verbale in ceco, infine, si presenta piuttosto scarno ed intuitivo. La lingua ceca possiede infatti solo tre tempi verbali: presente, passato e futuro.
Sia il passato che il futuro sono dei tempi composti che utilizzano l’ausiliare “essere” (“být”).
Le sole eccezioni si hanno:
- alla terza persona, sia singolare che plurale, del passato che invece di presentare la forma “participio passato+verbo essere al presente” presenta solo il participio passato;
- nel futuro di alcuni verbi di movimento che, invece di utilizzare il modello “verbo essere al futuro+infinito”, presentano una forma a parte.

In conclusione, la lingua ceca rappresenta una piacevole sfida per un linguista e, sotto molti aspetti, con tutte le sue regole ed eccezioni, il ceco diventa anche simbolo di una cultura diversa e forse troppo poco conosciuta.

Autore dell’articolo:
Elisa Di Dio
Dottoressa in lingue e letterature moderne
Praga (Repubblica Ceca)

Apprendere una lingua dai sottotitoli (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Grazie all’introduzione del sottotitolaggio nei corsi di lingua, gli alunni prendono confidenza con la modalità e sono più stimolati a guardare programmi e film sottotitolati anche al di fuori dell’ambiente accademico. Così facendo, migliorano di giorno in giorno le proprie conoscenze linguistiche, come dimostrano le persone che, appartenenti ai “Paesi sottotitolatori” (ad esempio Belgio, Portogallo e Svizzera) e regolarmente esposte alla visione di film e programmi sottotitolati, possiedono un livello di conoscenza dell’inglese molto alto, rispetto invece agli abitanti dei “Paesi doppiatori” (come l’Italia, la Spagna e la Francia).
Un miglior atteggiamento verso i sottotitoli può infine incentivare l’aumento della programmazione di film in lingua originale nei cinema, che può a sua volta portare a una rivalutazione della professione del sottotitolatore. Questi, infatti, è spesso poco considerato e poco motivato a impegnarsi a fondo nel proprio lavoro, una delle cause della frequente inadeguatezza e della scarsa qualità dei sottotitoli.

Posso aggiungere che io stessa, quando ho cominciato a guardare film e serie televisive in spagnolo o in inglese con sottotitoli in italiano, avevo difficoltà a leggere il testo e contemporaneamente ascoltare i dialoghi, soprattutto con l’inglese. Tuttavia, con una fruizione continua e regolare, ho notato che la mia dipendenza dai sottotitoli è gradualmente diminuita e, soprattutto, che le mie capacità di comprensione orale e le mie conoscenze linguistiche, sia a livello grammaticale che di vocabolario, sono migliorate. Personalmente, inoltre, traggo maggior beneficio dai sottotitoli intralinguistici perché mi permettono di captare parole che, per la velocità di pronuncia o per un accento particolare, non riconoscerei solo con l’ascolto.
I sottotitoli intralinguistici aiutano poi a verificare l’esatta scrittura o la pronuncia di determinati vocaboli, oltre che la corretta struttura sintattica delle frasi.

Autore dell’articolo:
Arianna Introini
Traduttrice EN-ES>IT
Olgiate Olona (VA)

Apprendere una lingua dai sottotitoli

 Categoria: Traduttori freelance

Il sottotitolaggio, utilizzato in diversi modi e in differenti contesti, può offrire numerose opportunità per l’apprendimento di una lingua straniera. Esistono però molti pregiudizi nei confronti di questa tecnica, sia da parte di esperti del settore, sia da parte del pubblico.

Nei cosiddetti “Paesi doppiatori”, i sottotitoli sono generalmente considerati un elemento di disturbo per l’ascolto dei dialoghi e per la visione dei film. Inoltre, molti docenti di lingua sono restii all’utilizzo di video sottotitolati all’interno dei corsi accademici, a causa della presunta dipendenza che originerebbero negli studenti: abituandosi al supporto dei sottotitoli, essi non riuscirebbero più a farne a meno per seguire un prodotto audiovisivo in lingua originale.
In realtà, diversi studiosi hanno dimostrato che mediante l’attuazione di una serie di strategie, di esercizi di pre- e post-visione, e una volta acquisita confidenza con la modalità, gli alunni possono riuscire a gestire contemporaneamente i diversi segnali audiovisivi (dialoghi e suoni, immagini e testo) e, oltre a seguire la vicenda, sono in grado di sfruttare i sottotitoli per l’acquisizione e il rafforzamento delle proprie conoscenze nella lingua.

Il sottotitolaggio può essere utilizzato all’interno dei corsi di lingua sia proponendo agli studenti la visione di prodotti sottotitolati, sia mediante la produzione di sottotitoli da parte degli stessi. Attraverso la visione con sottotitoli, essi assorbono una grande quantità di vocaboli ed espressioni della lingua in questione, contestualizzati dalle immagini e trascritti o tradotti nei sottotitoli, a seconda che questi siano intra- o interlinguistici. Gli alunni traggono così beneficio dalle associazioni tra i diversi codici verbali e non verbali, che veicolano significati paralleli e complementari. Mediante l’attività vera e propria di sottotitolazione invece, gli studenti si ritrovano a far fronte sia alle difficoltà della traduzione sia a quelle dovute ai vari condizionamenti propri della modalità, come la necessità di riduzione, la corrispondenza tra testo e immagini e il passaggio dal linguaggio orale a quello scritto. In entrambi i casi inoltre, grazie alla novità e al carattere ludico delle attività, uniti a un contesto familiare (quello audiovisivo) e quindi a una diminuzione del livello d’ansia che caratterizza le situazioni di apprendimento, viene incrementata la motivazione degli studenti, elemento fondamentale per l’acquisizione linguistica.

La seconda parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Arianna Introini
Traduttrice EN-ES>IT
Olgiate Olona (VA)

Traduzione degli articoli scientifici

 Categoria: Servizi di traduzione

La letteratura scientifica (rappresentata dall’insieme di pubblicazioni in materia di medicina, biologia, chimica, psicologia, neurologia ed altre scienze) viene ad oggi pubblicata, nella maggior parte dei casi, in lingua inglese, definita come la lingua universale che ogni scienziato è tenuto a conoscere.

Se da un lato le nuove scoperte vengono pubblicate in un’unica lingua per favorire la comunicazione tra gli uomini di scienza, dall’altro lato viene però sfavorita la maggior parte della popolazione che non appartiene al ramo scientifico ma è comunque dotata di curiosità scientifica, ponendo quindi un limite alla comprensione delle pubblicazioni. Per esempio, se un soggetto è interessato agli sviluppi di una determinata terapia, alle nuove tendenze in campo di nutrizione, o alla scoperta di una nuova specie animale, la non conoscenza della lingua inglese può rappresentare un vero e proprio limite alla voglia di sapere.

Si evince quindi che oggi giorno, per favorire la diffusione della scienza e delle nuove scoperte in campo scientifico, acquisisce sempre più importanza e rilevanza la figura professionale dei traduttori scientifici i quali, avendo specifiche conoscenze nel campo (come per esempio laurea in medicina, biologia, zoologia o altre scienze applicate) ed in più avendo un’ottima conoscenza della lingua inglese e dei termini specifici utilizzati nelle pubblicazioni a carattere scientifico, possono agevolmente tradurre le pubblicazioni rendendole accessibili a tutti e non solo agli esperti del settore. In questo modo l’utente può soddisfare la propria curiosità scientifica ed ampliare i suoi orizzonti di conoscenza avendo la garanzia che ciò che legge è effettivamente ciò che è stato pubblicato, e non il risultato di una traduzione approssimativa o peggio fuorviante. Inoltre questo potrebbe favorire il diffondersi della cultura scientifica, coinvolgendo un numero di individui sempre maggiore nei riguardi dei progressi della scienza e delle innovazioni tecnologiche, contribuendo inoltre all’espansione del sapere scientifico e alla formazione di nuove giovani menti da impiegare nello sviluppo di nuovi progetti che portino ad un miglioramento della qualità della vita dell’uomo.

Autore dell’articolo:
Margherita Mazzola
Biologa ed esperta in nutrizione
Palermo

Tradurre caricature politiche (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Riguardo al titolo, esso fornisce una prima chiave di lettura di un testo ed è uno dei mezzi usati per indirizzare il lettore verso un’interpretazione che si avvicini e/o che coincida perfettamente con le intenzioni dell’autore. Se c’è un rischio che si può correre nel tradurre, è far coincidere perfettamente i due concetti di traduzione e interpretazione. Come Eco sostiene in Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione, l’universo dell’interpretazione è molto più vasto di quello della traduzione, pertanto nel mio lavoro di tesi ho cercato di farmi indirizzare dal titolo delle caricature per evitare di allontanarmi dalle intenzioni dell’autore del testo fonte e di ottenere, quindi, una traduzione errata non tanto dal punto di vista linguistico, quanto secondo la funzione e/o i destinatari del testo.

Un’altra difficoltà riscontrata nel mio lavoro è stata la presenza di realia, ossia di elementi culturalmente radicati nel testo di partenza, e di riferimenti extratestuali. Per esempio nella caricatura Hib ho dovuto fare ricerche per capire il significato di questo acronimo: sciolto sta per Hinein in die Betriebe (trad. dentro le fabbriche) e indica il piano di azione di Goebbels per assumere operai. La scelta traduttiva in questo caso è stato il lasciare invariato l’acronimo (per mancata corrispondenza di traducenti in italiano) e l’indicare fra parentesi la traduzione in italiano dell’acronimo sciolto.

Infine, una scelta traduttiva molto ricorrente è stata, oltre alla più comune trasposizione (specialmente da Komposita – nomi composti – a unità polirematiche), quella di tipo stilistico: Ohser ricorre a uno stile giornalistico, caratterizzato oltre che dalla presenza di un titolo, dal cosiddetto andamento brachilogico che consiste nella giustapposizione di periodi brevissimi per ottenere incisività e chiarezza. Il miglior modo per trasferire lo stile di Ohser nel testo d’arrivo è stato dunque usare la punteggiatura, già presente nel testo di partenza e/o come sostituto di marche di subordinazione.

Autore dell’articolo:
Roberta F.I. Visone
Laureata Triennale in Lingue e Letterature Straniere
Laureata Magistrale in Linguistica e Traduzione Specialistica
Traduttrice DE-EN-FR<>IT
Casoria (NA)