Le lingue nel calcio: pari condizioni? (2)

 Categoria: Le lingue

Spese di finanziamento e pressioni da parte dei politici hanno un ruolo immenso nella determinazione della richiesta di lingue e garanzia di accompagnamento linguistico durante i mondiali. Mentre la lingua maltese non può procurarsi un sostegno finanziario per difendere il proprio diritto alla traduzione delle trasmissioni delle gare, anche altri stati non nascondono il proprio interesse nell’avere i commenti nelle loro lingue nazionali.

È curioso che la trasmissione dei mondiali in Kirghizistan sia divisa in 18 o più parti che durano 5 minuti ciascuna e i commenti in kirghiso e russo si alternino. La strana alternanza è deputata a sottolineare la parità di tutte e due le lingue ufficiali della repubblica. Anni prima nell’URSS la lingua russa aveva lo status di lingua franca, ma, una volta diventati indipendenti, i vari paesi si sono impegnati a sostenere le loro lingue nazionali per costruire il proprio stato.

La maggior parte dei tifosi non è entusiasta di questa continua alternanza fra le due lingue. Chris Ricklton, giornalista e editore del periodico GlobalVoicesCentralAsia, che lavora in Kirghizistan, spiega: “Questa situazione non piace né ai kirghisi che non comprendono il russo né ai russi che non parlano il kirghiso.” I kirghisi bilingui, inoltre, dicono che i commenti lasciano a desiderare: “I conoscitori di entrambe le lingue si lamentano della qualità dei commenti perché la maggior parte dei commentatori non ha abbastanza esperienza”. Ricklton nota che le imperfezioni di trasmissione sono talmente evidenti che alcuni tifosi kirghisi sono addirittura d’accordo con il cambio delle lingue ogni 5 minuti. Ascar, un conoscente kirghiso di Ricklton, confessa che “ dopo aver ascoltato i nostri commentatori, tra 5 minuti sarete già contenti di sentire chiunque, anche un suo collega russo.”

Fonte: http://www.primavista.ru/rus/articles/yazyk-futbola-vse-na-ravnyh

Traduzione dell’articolo a cura di:
Volha Romeo
Traduttrice EN-IT>RU
Cardeto (RC)

Le lingue nel calcio: pari condizioni?

 Categoria: Le lingue

Parlanti nativi di lingue internazionali e popolari come inglese, spagnolo, arabo, ecc. hanno accesso a tutto ciò che accade ai mondiali in ogni caso. Hanno la possibilità di essere aggiornati su ogni minimo dettaglio delle partite. Al contrario, per i parlanti di lingue meno diffuse, la trasmissione di eventi importanti come i mondiali può diventare un passatempo sia comico che opprimente specialmente se nel loro paese si trasmette in altre lingue internazionali. A volte questo fatto sottolinea solamente quanto è piccola la loro comunità linguistica.

Due anni fa la PBS (Public Broadcasting Service) di Malta ha deciso di non mandare in onda trasmissioni dei mondiali di calcio 2014 in maltese. Le gare si sarebbero potute vedere in tv direttamente dagli stadi in Brasile con commenti in inglese. Tanti maltesi sono multilingue e hanno una gran padronanza di inglese e italiano, e, proprio per questo, la PBS ha deciso di evitare le spese della trasmissione in maltese. L’esperienza degli anni precedenti, infatti, aveva mostrato chiaramente che i commentatori maltesi non erano in grado di affrontare un compito cosi impegnativo.

I commenti sono parte integrante della visione del calcio in tv, sono la trasmissione verbale di quello che sta succedendo durante una partita e costituiscono l’anello di collegamento tra gli spettatori e la gara. “Se voi guardate la partita in tv e non capite i commenti, vi perdete il più bello. I commentatori coinvolgono gli spettatori in ciò che succede allo stadio. Ascoltando la partita in lingua originale vi sentite più a vostro agio” – fa notare Anna Williams, dottoressa e specialista in traduzione dal portoghese presso la Northwestern University dell’Illinois.

Fonte: http://www.primavista.ru/rus/articles/yazyk-futbola-vse-na-ravnyh

Traduzione dell’articolo a cura di:
Volha Romeo
Traduttrice EN-IT>RU
Cardeto (RC)

La traduzione: un tuffo nella cultura (2)

 Categoria: Storia della traduzione

Come già anticipato nel post di ieri, per eseguire traduzioni professionali, qualsiasi sia il settore di interesse, è necessaria un’adeguata preparazione specifica. Tuttavia, alcuni settori più di altri richiedono una profonda familiarità con la cultura della Lingua 1. Pensiamo, per esempio, ai testi gastronomici, dove tortilla non si può tradurre semplicemente con “frittata”, né crumpets o scones semplicemente con “focaccine”. Si tratta, infatti, di termini così specifici alla cultura di un paese, così ricchi di sfumature, da non poter essere ridotti brutalmente a un equivalente traduttivo nella Lingua 2.
Un fenomeno che risulta altrettanto evidente nel caso della traduzione di proverbi ed espressioni idiomatiche, in cui non si riesce a stabilire facilmente una perfetta equivalenza tra due lingue, quanto semmai una sorta di corrispondenza in virtù della quale veicolare un certo messaggio seppur alludendo a referenti diversi. Basta pensare al famoso modo di dire “come un elefante in una cristalleria”, che in inglese si trasforma in “like a bull in a china shop”. L’idea in gioco è la stessa, ossia la mancanza di grazia e delicatezza, mentre ciò che cambia è l’immagine su cui si fonda tale idea.

Considerando quanto detto fino ad ora, reputo a questo punto d’obbligo citare un tipo di traduzione densa e appassionante quale quella dei testi letterari, soprattutto dei grandi classici, ove il traduttore frequentemente si imbatte in espressioni così colme di storia, di vita e cultura, che probabilmente la scelta più saggia che gli si prospetta consiste nel conservare il termine originale, accompagnandolo da una nota a piè pagina. Tradurre, infatti, non significa fornire esclusivamente soluzioni prefabbricate che evitino qualsiasi sforzo da parte del lettore, ma si compone anche di strategie complementari, come la parafrasi o la glossa esplicativa, che arricchiscono il testo d’arrivo in modo che si possa cogliere pienamente il significato dei cosiddetti “culturemi”. Pensiamo, ad esempio, alla tarantàs (vettura da viaggio) o alle baby (contadine), così tradotte nell’edizione Einaudi di “Anna Karenina”, o alla spiegazione fornitaci nell’edizione La Biblioteca di Repubblica di “Tristana” circa il maestro Cabra, definito nella nota come personaggio del romanzo “El Buscón” di Quevedo.
Sono queste strategie che risultano tanto più gradite quanto più il lettore è consapevole dell’accurata opera di mediazione che sottostà alla traduzione di un testo. Strategie che risultano tanto più efficaci e costruttive quanto più il traduttore si lascia trasportare dal testo in un mondo di segni e significati, tuffandosi a capofitto in una lingua e in una cultura e affacciandosi, così, alle tante finestre che si aprono sul mondo.

Autrice dell’articolo:
Silvia Alabardi
Dott.ssa in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale
Traduttrice ES-EN-FR>IT
Jerago (Varese)

La traduzione: un tuffo nella cultura

 Categoria: Storia della traduzione

Cosa si cela dietro l’apparentemente semplice atto del tradurre? Non si tratta, ovviamente, della mera trasposizione di un testo da una lingua all’altra, ma di un’attività che esula dalla mera dimensione linguistica per approdare a un universo molto più ampio, nel quale stabilire connessioni non solo tra sistemi di segni, ma anche – ed è questa una condizione necessaria – tra culture.

Alla luce di questa profonda relazione non è possibile parlare di mediazione linguistica senza prevedere l’attività complementare di mediazione culturale. Il termine “mediazione” suggerisce l’idea della traduzione come strumento per favorire l’incontro tra sistemi linguistici e culturali, il che consente in ultima istanza l’incontro tra popoli. Non stupisce, pertanto, che uno dei più famosi episodi di traduzione della storia dell’umanità già presentasse tali caratteristiche. Ci spostiamo al XVI secolo in terra messicana, quando una schiava azteca di nome Malinche, venduta in giovane età alla popolazione Maya, viene a sua volta ceduta agli Spagnoli di Cortés e, appresane rapidamente la lingua, diventa traduttrice ufficiale tra Conquistadores e Conquistados, i quali trovano così nella Malinche lo strumento per abbattere il grande muro che si frapponeva tra di loro, vale a dire l’impossibilità di comunicare.

Nei secoli a seguire l’ufficio del traduttore si è consolidato sempre più, sino ad arrivare ai giorni nostri, quando la necessità di comunicare in un mondo altamente globalizzato è attestata dal lampante successo riscosso dalle agenzie di traduzione.
Cosa è richiesto, dunque, al moderno traduttore? Chiaro, un’ottima padronanza della lingua di partenza e della lingua meta è un requisito fondamentale, senza il quale è pressoché impossibile cimentarsi in un qualunque incarico traduttivo. Tuttavia, una solida base linguistica, per quanto auspicabile e a dir poco irrinunciabile, non è tutto. Vi sono, infatti, competenze addizionali da tenere in considerazione, le quali distinguono il lavoro ragionato e ponderato di un animale pensante – secondo la definizione aristotelica – dal lavoro povero e freddo di un sistema di traduzione automatica via web. Tenendo ben chiaro il valore di una traduzione “umana” da parte di un professionista del mestiere, occorre poi considerare che ogni ramo del sapere, ogni ambito di specializzazione, richiede ovviamente una soddisfacente preparazione nel campo tematico in questione, sia questo medico, economico, giuridico e via dicendo. Nel post di domani farò alcuni esempi concreti.

Autrice dell’articolo:
Silvia Alabardi
Dott.ssa in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale
Traduttrice ES-EN-FR>IT
Jerago (Varese)

Bilinguismo: due universi linguistici in testa

 Categoria: Le lingue

Il bilinguismo nella prima infanzia è oggetto di numerosi studi e controverse discussioni: un’educazione bilingue può ritardare lo sviluppo linguistico dei bambini? Imparare due lingue contemporaneamente comporta che alla fine un bambino non parli correttamente nessuna delle due lingue? Oppure l’apprendimento precoce di due lingue tra le mura domestiche è semplicemente un gran vantaggio, perché i bambini imparano in modo ludico entrambe le lingue e anche successivamente continuano a parlare correntemente? La risposta? Dipende. E precisamente dipende dalle esatte circostanze nelle quali avviene l’acquisizione bilingue di competenze linguistiche.

Esistono due categorie di bilinguismo nei bambini: si definisce bilingue simultaneo un bambino che apprende due lingue già nei primi due o tre anni di vita – per esempio, perché uno dei due genitori parla cinese e l’altro inglese. Nel bilinguismo precoce simultaneo, in realtà, può occorrere un po’ più tempo del “normale” prima che il bambino impari a parlare. Tuttavia, i deficit iniziali vengono poi recuperati di solito tranquillamente. Affinché il bilinguismo acquisito non vada perduto, entrambe le lingue devono essere coltivate attivamente nel corso dell’intera infanzia.
Bilinguismo consecutivo significa, al contrario, che un bambino nei primi tre anni di vita apprende inizialmente solo la lingua madre. Poi a partire dall’età di tre anni viene introdotta – per esempio, per via di un trasferimento in un altro paese – una seconda lingua d’uso. Se il bambino impara la seconda lingua in un ambiente naturale fino all’inizio della fase puberale, allora esistono poi buone probabilità di padroneggiare questa nuova lingua come un madrelingua. Attenzione però, anche la prima lingua appresa deve assolutamente continuare a essere coltivata, altrimenti il bambino la dimentica.

Una particolarità tipica nell’acquisizione di competenze linguistiche dei bambini bilingui simultanei è data dai cosiddetti miscugli linguistici. Talvolta si tratta di singole parole (“Vado al playground”), altre volte si mischiano anche elementi grammaticali (“I have my brother sawto”). Ciò non indica, tuttavia, che l’apprendimento di due lingue sia eccessivo per il bambino, gli esperti lo considerano invece un’espressione di competenza linguistica e di creatività. Studi dimostrano che i bambini bilingui ottengono risultati migliori nei test d’intelligenza e se la cavano meglio anche con gli esami di lingue, avendo maggiore dimestichezza con concetti quali costruzione della frase e grammatica.

Generalmente un’acquisizione bilingue di competenze linguistiche nei bambini può essere efficace solo in seguito, se sia entrambi i genitori sia l’ambiente sociale, come asilo o scuola, vi contribuiscono conseguentemente. Un bambino apprende al meglio già precocemente le diverse lingue dei suoi genitori, se conseguentemente ognuno di loro parla con lui la propria lingua madre (approccio “one person – one language“). Inoltre, si potrebbe attenersi a delle strutture fisse, secondo cui stabilire quale lingua parlare in quali situazioni (“Ai pasti parliamo sempre cinese e, quando mamma mi porta a letto, mi racconta la fiaba della buonanotte in inglese, sua lingua madre“).

Resta ancora la questione cruciale se bambini cresciuti bilingui siano predestinati a diventare buoni traduttori o interpreti. L’esperienza dimostra che bilinguismo non significa necessariamente trasporre da una lingua all’altra contenuti testuali o la parola, nella sua espressione orale, in maniera professionale. La competenza linguistica, infatti, è solo un elemento delle capacità professionali di un traduttore. Altrettanto importanti per la traduzione e l‘interpretariato sono le conoscenze specialistiche, la competenza tecnica e una continuativa buona volontà di apprendimento.

Traduttore dell’articolo:
Letizia Galletti
Traduttrice freelance DE-EN>IT (Laurea Magistrale in Traduzione dei Testi Letterari e Saggistici, Università di Pisa)
Autrice di “La donna in Alberto Giacometti: distanza e…desiderio di percorrerla”, edito da Edizioni Accademiche Italiane
Firenze

Siamo circondati

 Categoria: Le lingue

Facciamo finta, solo per un giorno, che non esistano più parole di origine straniera in italiano. Per chi quel giorno aveva la febbre, oppure non aveva fatto in tempo a svegliarsi per andare alla lezione di linguistica generale, facciamo anche un ripassino.
Per “parole di origine straniera” intendiamo tutte quelle parole che sono entrate a far parte del sistema lessicale italiano da un’altra lingua. In particolare, distinguiamo:

I prestiti non acclimatati, ossia tutte quelle parole che entrano a far parte dell’italiano mantenendo la grafia (non la pronuncia) originaria;
I prestiti acclimatati, tutte le parole entrate nell’italiano da un’altra lingua straniera che hanno subito in questo processo una modifica sia fonica (dei suoni) che grafica;
La composizione neoclassica, che si avvale di un tipo particolare di morfemi di origine greca e latina detti semiparole, che hanno un proprio significato ma non vengono mai usati in isolamento;
I calchi, che possono essere semantici (ovvero quando una parola già esistente assume un nuovo significato per influsso di un false friend straniero) o morfologici, quando il termine (o l’espressione) è la traduzione letterale di un termine o un’espressione di un’altra lingua.

Per adesso basta con la linguistica spicciola. Facciamo finta di svegliarci di mattina al suono della sveglia. Forse anche voi, come me, siete soliti puntare la sveglia sullo smartphone… Ah, no, giusto. Niente termini stranieri. E smartphone è decisamente un termine inglese. Allora sul telefonino. Hmm… Nemmeno questa parola va bene, è di origine greca. Va bene, significa che questo oggetto lo chiameremo “coso”.
Dicevo, suona la sveglia del “coso” e ci dirigiamo, ancora assonnati e sbavanti tipo delle lumache, alla toilette. Non va bene, è una parola francese. Il WC? Ancora peggio, inglese e pure un acronimo. Gabinetto andrà benissimo; per stavolta siamo stati fortunati. Ci spazzoliamo i denti e ci apprestiamo a lavarci. Ma con cosa? Sapone è una parola che deriva dal germanico. Poco male, puzzeremo. I veri uomini hanno da puzza’, come si dice a Roma. No, non potete fare la cacca. Deriva dal greco. Siete adulti, potete trattenerla.
Prepariamo un caffè? Certo che no! È una parola turca. Poco importa se senza caffè rimarremo degli zombie…ops, chiedo venia, dei morti viventi, per tutta la giornata: la parola d’ordine del giorno è chiara; niente parole straniere. Vada per il latte allora? Va bene, ma con i corn flakes? Ovviamente no! Come dite? Non avete altro in casa? Cacchi vostri: trangugiate il latte e vestitevi, ché siamo già in ritardo.
Durante il tragitto in macchina verso il posto di lavoro ascoltiamo un CD? Orrore e raccapriccio! La radio? No. Ci apprestiamo ad affrontare il viaggio in silenzio. Sappiamo già che sarà una giornata tristissima: prima non ci siamo potuti lavare, non abbiamo potuto bere un caffè e ora niente musica. Probabilmente vi fa anche male la pancia, ma non fa nulla: adoro vedere soffrire voi umani.

Arriviamo al lavoro in tremendo ritardo e il vostro datore di lavoro. Devo schiaffeggiarvi? Datore di lavoro viene dal tedesco Arbeitsgeber. Lo chiameremo “coso2″. Il datore di lavoro coso2 ci rimprovera e ci intima di metterci subito al lavoro. Da bravi burocrati indogiamaicani quali siamo obbediamo e ci sediamo al PC. Ma sapete già come andrà a finire. Macchina da scrivere? Hmm… Potrebbe andare, ma non si trovano più i rulli impregnati d’inchiostro. Carta e penna, allora. Se usate i fogli di calcolo siete fregati, idem se dovete mandare email missive elettroniche immateriali. Se non perdete il lavoro a causa dell’improduttività della giornata, consideratevi fortunati.

Fine della giornata di lavoro. Se siete stati licenziati o meno non so, lascio alla vostra immaginazione. Cena fuori? Perché no? Ma cosa? Bistecca? Non va, termine inglese. Vada per una tristissima insalata scondita (per evitare ulteriori mie obiezioni). Dopo l’insalata vi va un sorbetto? Parola araba, e poi il vero sherbet si fa con la neve.

Tornare a casa, dormire. Che giornata di m…a.

Autore dell’articolo:
Andrea Luciano Damico
Traduttore EN > IT, DE > IT

Traduttori vs tecnologia

 Categoria: Strumenti di traduzione

L’avvento della tecnologia ha certamente reso la vita più facile, per certi versi migliore. Nulla da ridire per quanto riguarda le migliorie che il progresso della scienza ha apportato. Tuttavia la domanda da porsi è: dove porterà tutto questo? Bisogna riflettere sul fatto che dopo centinaia d’anni di evoluzione, ciò che appare all’orizzonte è una persona dipendente dalla tecnologia, oserei dire un’incapace.
Calcolatrici, automobili che si parcheggiano da sole e così via: usiamo sempre meno il cervello, lasciando che siano le macchine a pensare, a lavorare per noi. Sono molte le aree professionali in cui determinate posizioni lavorative sono a rischio. Casse automatiche nei supermercati e l’e‐commerce, ad esempio, portano via lavoro perché le persone possono essere facilmente sostituite da un computer. La domanda da porsi è se vale la pena perdere il contatto umano per un piccolo guadagno, di tempo o denaro che sia.

Per quanto riguarda la traduzione, trovo sollievo nel credere che mai e poi mai una macchina potrà sostituire il lavoro di un traduttore. Molta gente si ostina ad utilizzare traduttori automatici per la traduzione di testi considerati “meno importanti”, come nel caso di siti web o menu di ristoranti. Così però non viene data la giusta importanza alla mediazione linguistica. Un tipico esempio di strafalcioni che si possono incontrare nella vita di tutti i giorni riguarda i testi turistici. È facile mettersi le mani nei capelli (per noi traduttori) o ridere (per i turisti) leggendo opuscoli informativi di piccole località turistiche o dépliant di piccoli alberghi. L’importanza di una buona traduzione viene spesso sottovalutata, e il lavoro viene fatto fare da parenti o amici che hanno studiato lingue al liceo o da traduttori automatici.

Certamente ci sono stati dei progressi per quanto riguarda la qualità dei traduttori automatici, ma voglio credere che non sarà mai abbastanza. Un computer non potrà mai sostituire il lavoro di un traduttore in carne ed ossa, con un’anima, un cervello pensante. Una macchina non potrà mai tener conto della cultura di un paese nel fornire una traduzione di una parola che sarà spesso e volentieri letterale, se non del tutto errata. Per non parlare del fatto che il testo va adattato: la localizzazione è importante quanto la traduzione stessa. Per tradurre bene serve una mente umana, che sappia leggere tra le righe, che traduca il messaggio, non le parole. E questi sono solo alcuni dei motivi per cui sono contraria all’utilizzo di traduttori automatici.

Un discorso a parte meritano invece i software per la traduzione assistita. Tramite l’utilizzo dei famosi “CAT tool” (e qui si potrebbe aprire un ulteriore dibattito per quanto riguarda la “contaminazione” della lingua italiana) si può tradurre molto più velocemente, creare glossari e memorie di traduzione che rendono la vita del traduttore più facile. Questo sì che è progresso. Far tradurre testi al computer invece è, a mio parere, un regresso. Voglio andare controcorrente ed essere ottimista nonostante i tempi, e credere che siamo in molti a pensarla così.

Autrice dell’articolo:
Athinà Nicole Giannaris (Trieste)
Traduttrice e proofreader EN-ES-GR>IT
Laurea triennale in Comunicazione Interlinguistica Applicata (SSLMIT)
Laurea specialistica in Traduzione (Università di Birmingham)

5 strumenti per la traduzione medica

 Categoria: Strumenti di traduzione

La ricerca terminologica è una parte consistente e di fondamentale importanza del lavoro dei traduttori in ambito medico. La rete offre loro centinaia di risorse per le coppie di lingue e le aree specialistiche più disparate. Karen Sexton ha indicato sul suo blog cinque siti particolarmente utili. Ecco come li ha selezionati:

Medilexicon: questo dizionario figura anche tra quelli citati nel mio post dedicato. È fantastico, soprattutto per cercare gli acronimi di trial clinici e brevetti. Lo trovo esaustivo e molto efficace per tradurre dall’inglese. Comprende anche un dizionario con definizioni, ma io lo utilizzo principalmente per cercare le abbreviazioni.
Pubmed: è un database di articoli scientifici estratti dalle principali riviste internazionali di settore. Durante la mia esperienza come ricercatore medico, qualche anno fa, era il motore di ricerca più utilizzato per la consultazione in ambito scientifico a livello mondiale, e credo lo sia ancora. Gli articoli provengono da riviste più che affidabili e danno accesso a informazioni di alto livello. Unico inconveniente: se non si è registrati al sito, per la maggior parte degli articoli è possibile consultare solo gli abstract. Secondo la mia esperienza spesso l’abstract è sufficiente, in quanto o include ciò che mi interessa o fornisce indicazioni su come proseguire le ricerche.
ScienceDaily: questo sito mi piace perché fornisce la sintesi di studi condotti in vari campi. Lo trovo utile soprattutto quando negli abstract di Pubmed l’informazione che cerco non è chiara: di solito utilizzo i suggerimenti ottenuti su Pubmed come chiave di ricerca su Science Daily per capire meglio la terminologia che sto traducendo.
Medline: la biblioteca nazionale americana di medicina è un’ottima risorsa anche come strumento di ricerca. È molto importante che i traduttori in ambito medico conoscano in modo approfondito gli argomenti dei loro testi prima ancora di mettersi all’opera. Ecco perché è indispensabile salvare tra i preferiti il collegamento a siti che pubblicano informazioni affidabili e accurate su diversi argomenti medici. Medline è decisamente uno di questi.
LILACS: è l’indice più importante e completo della letteratura scientifica e tecnica di America Latina e Caraibi e mette a disposizione articoli completi estratti da riviste di questi Paesi. Utile non solo per i traduttori da e verso le lingue latino-americane, ma anche per chi lavora e ricerca informazioni in altre combinazioni linguistiche in quanto la maggior parte dei contenuti sono in inglese e i traduttori latino-americani consultano le bibliografie per poi cercare gli articoli nella propria lingua. È molto pratico quando si cerca il traducente migliore per un dato termine.

Questi strumenti di ricerca sono davvero utili. Dateci un’occhiata e non esitate a registrarvi sul blog di Karen!

Traduzione dell’articolo apparso giovedì 31 luglio 2014 sul blog di ForeignExchange Translations a cura di:

Elisa Pesce
Traduzioni tecniche EN / FR / DE > IT
Torino

Gli appunti nell’interpretazione consecutiva

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

L’interpretazione consecutiva si articola in tre momenti: l’ascolto del discorso originale, l’annotazione grafica degli elementi essenziali del discorso e la riformulazione nella lingua di arrivo. Rozan insiste sugli aspetti cognitivi dell’interpretazione consecutiva incentrati sull’analisi logica del discorso, piuttosto che sullo sviluppo di un elaborato sistema di annotazione. Nel suo manuale “La prise de notes en interprétation consecutive”, la fissazione delle idee elaborate dall’interprete, e non delle semplici parole pronunciate dall’oratore, dovrebbe avvenire sulla base di sette principi fondamentali e di dieci simboli essenziali.
I sette principi sono i seguenti:

- l’annotazione grafica del concetto;
- regola di abbreviazione delle parole;
- negazione:
- l’accentuazione dei concetti;
- verticalismo;
- l’annotazione scalare;
- il décalage, ovvero lo spostamento a destra nella linea sottostante delle informazioni concettualmente connesse.

Sulla base dei suddetti principi, Rozan ci invita inoltre alla massima economia di sforzi nella presa di appunti, poiché è costantemente richiesta la massima attenzione e concentrazione per elaborare e fissare nella mente l’informazione nel modo più sintetico possibile. Man mano che l’interprete ascolta ed elabora il testo, anziché scrivere in maniera lineare le informazioni, queste vengono scritte una sotto l’altra, effettuando uno spostamento a destra nelle righe successive, affinché si possano associare quelle logicamente o funzionalmente connesse.

Nel passaggio dal livello linguistico a quello grafico, l’interprete può formare il proprio codice segnico sulla base di elementi che riflettono le relazioni possibili tra significato e significante e che Pierce, in ambito semiotico, distingue in icona, indice e simbolo.
Per facilitare l’immediata attribuzione dei ruoli sintattici dei costituenti della frase (sintagma nominale, sintagma verbale, etc.) e per ricostruire autonomamente la frase nella lingua di arrivo, un’organizzazione delle informazioni nello spazio in cui anche la posizione sia portatrice di significato si presenta molto più funzionale per tale scopo.

Altro aspetto piuttosto dibattuto riguarda la lingua naturale in cui andrebbero prese le note in interpretazione consecutiva. Alcuni autori sostengono che l’interprete debba sforzarsi di prendere gli appunti in lingua di arrivo, poiché in questo modo gran parte dello sforzo traduttivo è già compiuto prima della fase di restituzione del discorso. Sebbene questa motivazione sia plausibile, potrebbe rivelarsi controproducente, in termini di perdita di tempo, cercare in tutti i modi un equivalente in lingua di arrivo per annotarlo sul foglio, nel momento in cui una traduzione non affiora alla mente. Tuttavia, si consiglia di adoperare entrambe le lingue di lavoro, in funzione del grado di immediatezza con cui l’una o l’altra si rende più disponibile al momento. Occorre comunque ricordare che l’accesso lessicale alla propria lingua madre è molto più immediato, ovvero veloce, rispetto a qualsiasi altra lingua. È normale, quindi, constatare in sede di apprendimento di interpretazione consecutiva che di solito risulta più spontaneo scrivere comunque nella propria lingua madre, indipendentemente dalla lingua di partenza e di arrivo in cui si lavora.

Autrice dell’articolo:
Maria Francesca Di Nicola
Dottoressa in Lingue Moderne (en/zh >it)
Teramo

Traduzione e Cultura (2)

 Categoria: Storia della traduzione

Come traduttori siamo di fronte ad una cultura aliena che richiede che il suo messaggio sia trasmesso in modo tutt’altro che alieno. Questa cultura esprime le sue idiosincrasie in un modo che è “culturalmente legato”: parole culturali, proverbi e, naturalmente, espressioni idiomatiche, la cui origine e l’uso sono intrinsecamente ed unicamente legati alla cultura in questione. Siamo quindi chiamati a fare una traduzione culturale incrociata, il cui successo dipenderà dalla nostra comprensione della cultura sulla quale stiamo lavorando.

Il nostro compito è concentrarsi principalmente sulla cultura di origine o quella di destinazione? La risposta non è chiara. Tuttavia, il criterio dominante è la funzione comunicativa del testo di destinazione.
Prendiamo la corrispondenza commerciale come esempio: qui seguiamo il protocollo di corrispondenza commerciale comunemente osservato nella lingua di destinazione. Quindi “Estimado” diventerà “Dear” in inglese e “Monsieur” in francese e “Saludo a Ud. atentamente” diventerà “Sincerely yours” in inglese e “Veuillez agréer Monsieur, l’expression de mes sentiments les plus distingués” in francese.

Infine, si richiama l’attenzione sul fatto che tra la varietà di approcci di traduzione, l’“Approccio Integrato” sembra essere il più appropriato. Questo approccio segue il paradigma globale in cui avere una visione globale del testo a portata di mano ha un’importanza primaria. Tale approccio si concentra dal macro al micro livello secondo il principio di Gestalt, che afferma che un’analisi delle parti non può fornire una comprensione del complesso; così gli studi sulla traduzione riguardano essenzialmente una rete di rapporti, l’importanza dei singoli articoli che sono decisi per la loro importanza nel contesto più ampio: testo, situazione e cultura.

In conclusione, si può rilevare che il processo di transcodifica dovrebbe essere focalizzato non solo sul trasferimento della lingua, ma anche e soprattutto, sulla trasposizione culturale.
Come conseguenza inevitabile di quanto appena detto, i traduttori devono essere bilingui e biculturali, se non addirittura multiculturali.

Articolo di Alejandra Patricia Karamanian pubblicato sul sito del Translation Journal

Traduzione libera dall’inglese all’italiano a cura di:
Francesca Osci
Dott.ssa in Lingue e Comunicazione Internazionale
Londra, Regno Unito

Traduzione e Cultura

 Categoria: Storia della traduzione

Il termine “cultura” indirizza tre categorie salienti dell’attività umana: il “personale”, per cui noi, come individui pensiamo e agiamo in quanto tali; il “collettivo” in cui funzioniamo in un contesto sociale; e l’”espressivo”, in base al quale la società si esprime.
La lingua è l’unica istituzione sociale senza la quale nessuna altra istituzione sociale può funzionare; si rafforzano dunque i tre pilastri su cui si fonda la cultura.

La traduzione, coinvolgendo la trasposizione di pensieri espressi in una lingua da un gruppo sociale in un’espressione appropriata per un altro gruppo, comporta un processo di decodifica, ricodifica e codifica culturale. Poiché le culture sono sempre più messe in contatto l’una con l’altra, le considerazioni multiculturali sono portate a crescere sempre di più. Ora, come fanno tutti questi cambiamenti ad influenzarci quando stiamo cercando di comprendere un testo prima di tradurlo? Non stiamo solo trattando parole scritte in un periodo, uno spazio e una situazione socio-politica determinata; l’aspetto più importante del testo, quello che dovremmo prendere in considerazione è quello “culturale”. Il processo di trasferimento, vale a dire, la ri-codifica attraverso le culture, dovrebbe di conseguenza assegnare attributi corrispondenti vis-à-vis alla cultura di destinazione per garantire credibilità agli occhi del lettore di destinazione.

Il multiculturalismo, che è un fenomeno attuale, svolge un ruolo importante, perché ha avuto un impatto su quasi tutti i popoli di tutto il mondo, nonché sulle relazioni internazionali che emergono dal corrente nuovo ordine mondiale. Inoltre, poiché la tecnologia si sviluppa e cresce ad un ritmo frenetico, le nazioni e le loro culture hanno, di conseguenza, avviato un processo di fusione le cui estremità sono difficili da vedere. Siamo alle soglie di un nuovo paradigma internazionale, i confini stanno scomparendo e le distinzioni si stanno perdendo. I confini taglienti che una volta erano distintivi ora sbiadiscono e diventano sfocati.

Articolo di Alejandra Patricia Karamanian pubblicato sul sito del Translation Journal

Traduzione libera dall’inglese all’italiano a cura di:
Francesca Osci
Dott.ssa in Lingue e Comunicazione Internazionale
Londra, Regno Unito

Un modo efficace di integrarsi

 Categoria: Le lingue

Oltre un milione di immigrati, ogni anno, varca la soglia degli Stati Uniti. Ognuno di loro ha un ruolo diverso: vi sono i capofamiglia (o comunque coloro che si prendono cura dei propri cari), membri di comunità e lavoratori. E per ognuno di loro l’apprendimento e il successivo utilizzo della lingua inglese è cruciale per l’integrazione nel nuovo paese. In genere, i corsi per immigrati nelle cosiddette ISL (Inglese come Seconda Lingua) durano almeno 120 ore con una frequenza di 3-6 ore a settimana. Essi conferiscono loro una buona base di partenza per ottenere una conoscenza pratica della lingua. I partecipanti, avranno infatti bisogno di imparare i linguaggi specifici di ogni settore come quello familiare, sanitario, economico e letterario.

Il superamento dello U.S. Naturalization Test (l’esame di naturalizzazione statunitense) e l’ottenimento di un lavoro, rappresentano altre due importanti ragioni per imparare l’inglese poiché permettono agli immigrati di integrarsi più facilmente.
Mantenere le tradizioni del proprio paese d’origine è comunque una buona idea quando due culture diverse si mescolano fino a diventare un’unica cultura mista. Ognuna di esse permette di conservare pezzi di storia passata che arricchiscono la vita di ciascun individuo.
Ciononostante, avventurarsi in una nuova cultura, ovvero imparare la lingua e le nuove tradizioni, può risultare difficile ed angosciante dal punto di vista emotivo.
Talvolta rivolgersi ad uno psicologo può essere una soluzione, dato che dispone di una laurea specializzata per valutare particolari stati emotivi e mentali o disturbi comportamentali. Lo stipendio degli psicologi è alto poiché l’interazione con la mente umana è un’operazione complessa, soprattutto nei momenti difficili che le persone immigrate si trovano a volte a dover affrontare.

Ci sono molti modi per praticare l’inglese all’interno delle mura domestiche passando del tempo con la propria famiglia. Leggere a voce alta ogni sera, per esempio un capitolo di un libro, farà divertire tutti e permetterà all’orecchio di abituarsi alla lingua e di migliorare la pronuncia. Un’altra buona idea è quella di leggere e pronunciare parole semplici facendo dei giochi di gruppo come Go Fish.
Anche organizzare feste con con altre famiglie che stanno cercando di imparare l’inglese è sicuramente una valida alternativa. Mantenere vive le proprie tradizioni utilizzando la lingua inglese funzionerà alla grande. I messicani, ad esempio, tendono a festeggiare di più e ad essere più aperti, come si può notare dai festeggiamenti di fine anno!

Negli ultimi dieci anni i dati mostrano che nelle case degli immigrati di “prima generazione”, nel 28% dei casi non c’è alcun membro di età superiore ai 13 anni che parla inglese molto bene. Per quanto riguarda le “case di seconda generazione”, nelle quali uno dei due genitori non è nato negli Stati Uniti, il numero è molto più alto.
Infine, per quanto concerne la terza generazione, nella quale entrambi i genitori sono nati negli Stati Uniti, il 100% dell’intera famiglia parla perfettamente inglese e, purtroppo, solo il 4% è in grado di parlare discretamente la lingua minoritaria.
Sono molte le attività che gli immigrati possono (e dovrebbero) svolgere per imparare l’inglese e per meglio integrarsi negli Stati Uniti. Questo aiuterebbe loro stessi, le loro famiglie e la loro comunità. Trovare un impiego e mantenerlo nonché ottenere la cittadinanza statunitense permetterebbe loro di sentirsi a casa e felici della scelta fatta.

Traduzione dell’articolo di Jeffrey Nelson “Learning the local language can help immigrants integrate into their new home” a cura di:

Rachele Pasquali
Dottoressa in Lingue e Letterature Straniere
Bologna

MT e linguaggio: tecnologie contrastanti? (5)

 Categoria: Strumenti di traduzione

Forse è il momento di guardare indietro da una prospettiva sistemica e vedere quanto bene il linguaggio si sia adattato al nostro profilo di nove punti sulla tecnologia. Chiaramente nessun sondaggio sul bisogno o sull’attuabilità tecnologica può aver avuto luogo in senso convenzionale. Ne’ il finanziamento o la ricerca e lo sviluppo sono dei fattori cruciali, poiché un’intera successione di specie è stata disponibile come un laboratorio gratuito per molti milioni di anni. Ma al momento giusto, il linguaggio è stato impiantato nell’intera razza umana, dapprima solo parlato e successivamente anche scritto. Ciò è stato un avanzamento tecnologico, giacché ha reso possibile per gli umani, anche nelle sue forme orali, lo scambio di osservazioni e misurazioni più complesse di quelle che si sarebbero potute fare in sua assenza. Forse la cosa più sorprendente è che il linguaggio oggi ha una base totale di più di 5 miliardi di sistemi viventi, un qualcosa a cui nessun computer potrà mai arrivare, ed è ancora in espansione. L’unico principale lato negativo del linguaggio come tecnologia può stare nell’immenso personale di servizio ed amministrativo di insegnanti, scrittori, editori e critici necessari per mantenerlo, anche se un problema simile non è del tutto estraneo ai computer.

Alle conferenze dei computer si sentono spesso i programmatori ed altri specialisti lamentarsi sul linguaggio naturale e di come essi vivano in una più pura e perfetta sfera, in una realtà più vera, sia essa virtuale o di altro tipo. Un giorno essi sostituiranno tutte le matasse confuse di realtà disordinata e di linguaggi ancor più disordinati con tessuto logico più fine ed elevato, e tutto il mondo si evolverà all’istante alla prossima ancor più trascendente fase. Coloro che danno voce a questi vanti hanno però un solo problema: almeno per ora, essi sono obbligati ad esprimere la loro visione esattamente in quel linguaggio naturale che essi affermano di detestare. Per perfezionare l’applicazione di MT o di qualsiasi altro linguaggio naturale, non si può eludere il fatto che sarà necessario costruire un linguaggio più alto e più basso, rispettivamente in termini umani e di computer, rispetto a quello che usiamo attualmente, un vero metalinguaggio. C’è notevole scetticismo sul fatto che ciò sia possibile.

Non sono così ottimista da sperare che quanto detto avrà effetto su tutti i fanatici MT, gli accoliti Hal Al o gli scrupolosi programmatori.Come gli eroi di vecchio intento cercavano in tutti modi di uccidere il nemico, essi prestano attenzione solo a notizie sulle ultime armi che gli possano dare potere contro il minotauro.

Potrebbe essere chiamata MT basata sul corpus, o Reti Neutrali, o Modelli di Markov Nascosti, o Logica Fuzzy Tridimensionale, o forse potrebbe dipendere dalla creazione di una interfaccia neurologica con il cervello stesso. O potrebbe essere semplicemente questione di tempo – dopo tutto, quando i computer diventeranno sufficientemente grandi ed economici, niente andrà oltre il loro potere, o così narra la storia. Ma senza un algoritmo completo per gestire il linguaggio ed i problemi linguistici, nemmeno tutto il potere dell’universo potrà resistere al potere del grande Dio GIGO: Spazzatura dentro, Spazzatura fuori.

Alcuni di questi approcci potrebbero apportare progressi ad alcuni aspetti di MT. Ma i programmatori, gli entusiasti IA, ed allo stesso modo i ricercatori MT farebbero bene a realizzare che anch’essi vivono nel labirinto del linguaggio, un regno i cui problemi di navigazione sono a lungo stati sottovalutati.

Traduzione a cura di:
Giovanni Natoli
Traduttore EN>IT
Perugia

MT e linguaggio: tecnologie contrastanti? (4)

 Categoria: Strumenti di traduzione

Di fronte a questa impressionante prospettiva, non sorprende che MT promuova regolarmente uno spostamento del focus su quella parte del linguaggio dedicata al “significato verbale”. Ma da qualche altra parte ho elencato non meno di 5 funzioni comuni del linguaggio, quasi nessuna delle quali dedicata alla comunicazione del significato verbale. Esse sono le seguenti:

1. Dimostrate il proprio status alle persone con cui si sta parlando o a cui si sta scrivendo.
2. Dare semplicemente sfogo alle proprie emozioni, senza avere lo scopo di creare alcuna comunicazione.
3. Stabilire un intento non ostile con gli estranei, o semplicemente passare il tempo con loro.
4. Raccontare barzellette.
5. Intraprendere una non comunicazione tramite un’ambiguità intenzionale o accidentale, a volte anche detto “raccontare bugie”.
6, 7, 8, etc. due o più delle funzioni sopra descritte (inclusa la comunicazione) allo stesso tempo.

Dovrebbe essere ovvio che molte di queste si adattano bene al modello dello “spruzzare nei paraggi” tanto quanto a quello della comunicazione verbale. E’ difficile vedere come MT possa mai far fronte a questi più grandi problemi, e non sorprende il fatto che abbiamo recentemente visto sorgere varie limitazioni in relazione al lancio, al marketing ed alla pubblicizzazione commerciale dei prodotti MT così come le abbiamo incontrate nella formazione di traduttori che si occupassero dei prodotti MT come post editor.

In nessun caso questa metafora dello “spray” può essere presentata come un resoconto totale del linguaggio. Questo aspetto viene considerato in maniera piuttosto concisa – tra molte altre analogie per il linguaggio intellettualmente più degne – nell’imminente Volume Accademico ATA sulla Terminologia, e l’autore spera di fornire una resoconto ancor più completo in un lavoro in fase di completamento. Sembra importante, comunque, che alcuni dettagli primitivisti sulle origini del linguaggio debbano essere introdotti nella discussione sulla linguistica e sulla sua applicazione, tra cui MT. Molta scrittura sul linguaggio – dato che quasi mai sono le persone poco erudite a scrivere su questo argomento – tende a crogiolarsi nella auto-importanza e nell’auto-compiacimento su quanto sia stato importante lo sviluppo di un linguaggio per l’umanità. Ma gli aspetti razionali ed intellettuali del linguaggio sono in un certo senso solo quelli più ovvi, che potrebbero aver portato i sostenitori di MT, forse seguendo Chomsky, a supporre che il linguaggio possieda una struttura logica che però in molti casi difetta.

In antitesi a questi aspetti più complessi del linguaggio, un buon programma per computer dovrebbe essere un modello di semplicità. Esso dovrebbe risolvere i problemi nel modo più elegante e – come se seguisse il filo di Arianna – dovrebbe andare direttamente all’obiettivo e trovare astutamente l’uscita dal labirinto, uccidendo o evitando facilmente tutti i minotauri e i mostri lungo il suo percorso ed usando il suo filo come una guida piuttosto che inciamparci come se fosse un ostacolo. Se dovesse occasionalmente tornare sui suoi passi, vi sono delle buone e valide regole per non far sì che ciò si riveli una follia. Perciò non sorprende che il labirinto o il ginepraio sia un’immagine che trovi istintivamente risonanza tra i programmatori, né che essi si divertano a giocare a giochi in cui i mostri debbano essere uccisi.

Ma quali regole del computer ci guideranno attraverso il labirinto del linguaggio? Non c’è entrata e non c’è uscita, né un centro individuabile. Abbiamo tutti dovuto imparare questo labirinto passo dopo passo per arrivare semplicemente dove siamo. Abbiamo anche imparato qualcosa sul computer – fino ad un punto abbastanza avanzato – principalmente usando il linguaggio. Quando proviamo a risolvere i problemi del linguaggio, sia progettando programmi MT o Voice-Writer o altre applicazioni per il Linguaggio Naturale, ci accorgiamo improvvisamente che vi sono mostri ovunque, e sono loro che uccidono noi, non viceversa. La tecnica per ammazzare un mostro del linguaggio potrebbe consentire ad un altro di trionfare. Ed il filo stesso non traccia più un elegante e breve percorso, poiché è diventato infinito nei suoi ritorni a ritroso e nei suoi intersecamenti, creando una nuova giungla di Ponti di Konigsberg, Torri di Hanoi, Problemi del Commesso Viaggiatore ed altre anomalie dovute alla matematica de computer. Peggio ancora, il labirinto del linguaggio non è un luogo separato che possiamo visitare a nostra comodità e che possiamo conoscere poco a poco. Piuttosto, non abbiamo altra scelta che viverci costantemente. Non abbiamo mai vissuto in un posto diverso da questo.

Traduzione a cura di:
Giovanni Natoli
Traduttore EN>IT
Perugia

MT e linguaggio: tecnologie contrastanti? (3)

 Categoria: Strumenti di traduzione

In molte occasioni i programmi TV sulla natura ci hanno trattato come agili, pelose o spinose creature che spruzzano alacremente il fogliame o i tronchi d’albero attorno a loro con i propri personali odori. Ed abbiamo anche sentito narratori onniscienti dirci che l’obiettivo di questo spruzzare è di marcare il proprio territorio contro gli antagonisti, allontanare i predatori e/o attirare compagni. Ed abbiamo anche visto i confronti, le battaglie, le ritirate e gli accoppiamenti a cui tali demarcazioni hanno dato vita.

In una prospettiva evoluzionista che copre tutte le specie e spazia attraverso milioni di anni, è stato ampiamente mostrato più e più volte – poiché le code si ritirano, gli stomaci sviluppano una seconda e una terza camera e i metodi di riproduzione proliferano – che una funzione che si sviluppa in un certo modo per una specie potrebbe svilupparsi in modo diverso in un’altra. E’ davvero così assurdo insinuare che lungo un periodo di pochi milioni di anni il meccanismo di spruzzamento comune a così tanti mammiferi, che impiegano relativamente poco i muscoli posteriori e poco il cervello, possa aver allontanato ed aver trovato il suo posto all’interno di una singola specie, che sceglie di usare muscoli più lunghi posizionati nella testa e nei polmoni, guidandoli con una vasta porzione del loro cervello ?

Ciò non vuole declassare il linguaggio umano al livello dei semplici spruzzamenti degli animali o suggerire che il linguaggio non possiede altre proprietà astratte. Ma una tale evoluzione non spiegherebbe forse molto su come ancora oggi gli esseri umani usano il linguaggio ? Ci serve davvero una evidenza “scientifica” per una tale affermazione, quando vi sono così tante prove evidenti attorno a noi ? Una delle prove è che gli esseri umani di norma non usano le loro ghiandole inferiori per spruzzare una sostanza fina nei loro paraggi, pensando di poterlo comunque fare tramite il vestiario. Essi, comunque, parlano innegabilmente a tutti di tutto, reale o immaginario. E’ anche chiaro che il discorso ha una notevole somiglianza con lo spruzzamento, così tanto che a volte è necessario stare a distanza da alcuni interlocutori.

Una tale evoluzione non spiegherebbe in modo appropriato l’attitudine di molte persone “stereotipiche”, che insistono su una singola interpretazione di particolari parole, anche quando gli viene spiegato con perseveranza che la loro interpretazione dipende dalla circostanza o è semplicemente invalida ? Non renderebbe chiaro il perché molti malintesi degenerano in aperti conflitti, anche in scontri fisici ? Ponendo che le radici del linguaggio affondano nella territorialità, ciò non andrebbe verso la chiarificazione di alcune delle cause delle dispute frontaliere, o anche delle guerre ? Forse ancor più importante, un tale sviluppo non fornirebbe una base fisiologica per alcune delle differenze tra le lingue, diventate esse stesse cause secondarie della separazione dei popoli ? Ciò non ci permetterebbe anche di vedere in modo diverso le lingue come esclusivi e privati metodi di spruzzamento, a seconda della diversa “apertura del beccuccio”, “colore” o “viscosità” dello spray ? Potrebbe plausibilmente far luce sul fanatismo di alcuni fondamentalismi religiosi, politici o sociali ? Potrebbe anche spiegare l’asprezza di alcune faide accademiche ?

Di certo c’è più nel linguaggio che nello spray, come le specie hanno cercato di dimostrare, almeno in tempi più recenti, tentando di preservare un reperto delle loro irrorazioni in altri materiali, come la scolpitura su pietra, le impronte sull’argilla, l’annodamento di perline, e ovviamente i graffi sulle cortecce degli alberi, i papiri e diversi tipi di carta, usando una varietà di simboli basati sui caratteri, i sillabari o gli alfabeti, la cui totalità della ricerca è nota come “scrittura”. Questi sforzi hanno portato allo sviluppo di diversi sistemi di conoscenza, quasi stupefacenti per il loro numero attraverso le varie ere e culture in un continuum multidimensionale e quasi frattale. Perciò, il linguaggio potrebbe rivelarsi qualcosa che noi abbiamo creato non come una mera generazione o nazione, nemmeno in quanto specie, ma come lo intende Von Baer come una intera filogenesi evoluzionaria. E’ questa più ampia configurazione che può trascendere il lato più primitivo del linguaggio e fornire alla fine un più completo quadro della sua natura, facendo forse luce anche sulla natura della conoscenza umana stessa.

Traduzione a cura di:
Giovanni Natoli
Traduttore EN>IT
Perugia

MT e linguaggio: tecnologie contrastanti? (2)

 Categoria: Strumenti di traduzione

Vi sono ovviamente altre fasi specifiche del computer nello sviluppo di una tecnologia – come programmi preesistenti di reverse engineering o l’uso di codici orfani – che hanno aiutato ad accelerare lo sviluppo di applicazioni in passato, e in molti campi abbiamo anche notato gli effetti delle economie di scala. E’ in parte merito di questi ultimi se abbiamo potuto vedere operatori di calcolo ridimensionarsi da giganti di scrivania a biglietti da visita durante il corso della nostra esistenza. Sviluppi in altri campi hanno portato molti a supporre che virtualmente qualunque cosa sia possibile.

A questo punto è importante anche notare che MT è decisamente più – e forse più adatto alla sua definizione – una parte componente di IA, o Intelligenza Artificiale. Certamente la Comunità IA ha fatto tutto ciò in suo potere per incoraggiare le fonti di finanziamento ed il pubblico a credere che i computer possano fare quasi tutto. Nonostante MT adesso ammetta – almeno tra i traduttori – che la FAHQT (Fully Automatic High Quality Translation cioè “Traduzione del Tutto Automatica di Alta Qualità“) potrebbe non avvenire mai, la Comunità IA in generale non ha mai fatto questa concessione. Al contrario, durante una recente conferenza il suo cosiddetto HAL wing ha confermato il suo impegno nel riprodurre a pieno l’intelligenza umana – inclusa la comprensione del linguaggio – all’interno di un computer. Questa non è una novità sorprendente per coloro che si sono aggirati sul gruppo di discussione in internet comp.ai. La FAHQT sarebbe ovviamente un compito relativamente semplice per un tale tipo di computer, ipotizzando che possa essere costruito.

Adesso che abbiamo visto come MT si conformi – con alcune apparenti eccezioni – al percorso generale di una tecnologia, esaminiamo i requisiti del linguaggio umano in tale ambito. E’ ovvio sin dall’inizio che ogni affermazione di questo tipo dovrà essere espressa in termini biologici e fisiologici, dato che il linguaggio umano non si sviluppa allo stesso modo delle tecnologie come la scienza della metallurgia o del computer, anche se questi ultimi sono sue derivazioni.

Le tanto dibattute origini del linguaggio – variamente attribuite alla teoria “Bow-Wow”, la teoria “Yo-Heave-Ho”, o alla teoria “Pooh Pooh” – sono così di cattivo auspicio e poco persuasive che i lettori potrebbero chiedersi quale sia l’utilità – come molto altro in linguistica – di qualsiasi altra discussione. Ma se riportiamo la nostra attenzione allo sviluppo biologico, sia delle specie che dei nostri cugini animali, ci si può aprire una diversa prospettiva, e potremmo avere qualche sorprendente intuizione. In quanto esseri umani spesso ci fregiamo di essere l’unica specie che si è evoluta verso il vero linguaggio, lasciandoci dietro i suoni rudimentali delle altre creature o le movenze danzanti delle api. Potrebbe però mancare qualcosa.

Traduzione a cura di:
Giovanni Natoli
Traduttore EN>IT
Perugia

MT e linguaggio: tecnologie contrastanti?

 Categoria: Strumenti di traduzione

L’articolo che segue è una traduzione libera a cura di Giovanni Natoli dell’articolo di Alexander Gross “MT and Language: Conflicting Technologies? – Ariadne’s Endless Thread” pubblicato sullo Sci-Tech Translation Journal nell’ottobre del 1993. Per una precisa scelta del traduttore, la dicitura MT è stata mantenuta ovunque.

In un precedente articolo (Where Do Translators Fit Into Machine Translation? cioè “Dove i traduttori si adattano alla traduzione automatica?”), ho cercato di porre una serie di domande filosofiche, linguistiche e pratiche ai membri della comunità MT durante una delle loro maggiori conferenze internazionali. Dato che la risposta a tali domande è stata poco fragorosa, vorrei ora suggerire alcune possibili risposte ed ipotesi relative a questi argomenti. E’ emersa un po’ di amarezza all’interno dei dibattiti all’interno di MT di cui parlavo sopra, perciò vorrei enfatizzare ancora una volta che nessuna persona dotata di senno si oppone alla MT in cui lavora. La domanda è più di tipo teoretico, anche se comunque ricca di applicazioni pratiche, e riguarda quanto in là MT sia capace di migliorare e perché ci è voluto così tanto affinché raggiungesse la sua attuale condizione. In questa discussione mi propongo di affrontare sia il linguaggio MT sia il linguaggio umano come specifiche “tecnologie”, un approccio che può sembrare tanto ovvio per il primo quanto sorprendente per quanto riguarda il secondo.

Non è così difficile mostrare che MT ha in sé un qualche tipo di tecnologia. La riduzione della conoscenza a bits e bytes, la costruzione di algoritmi, la creazione di programmi sono tutti processi a noi familiari da altre branche della tecnologia per computer. E infatti sin dall’inizio pionieri del campo dei computer come Turing, Shannon e Weaver hanno visto MT come un’applicazione dal ricco potenziale. Anche in termini commerciali e pratici, MT sembrerebbe a prima vista aver passato tutte le fasi comuni alle tecnologie:

1. Bisogno (o bisogno percepito).
2. Determinazione di attuabilità tecnologica.
3. Valida strategia di finanziamento.
4. Ricerca di base e sviluppo.
5. Preparazione e verifica di prototipi.
6. Ulteriori miglioramenti e sviluppi.
7. Lancio di prodotti commerciali.
8. Pubblicità e marketing.
9. Formazione nell’uso per operatore e consumatore.

Tuttavia, un’analisi più attenta di queste fasi rivela numerosi punti su cui MT potrebbe essere venuta meno. Si può sostenere, per esempio, che il “bisogno o il bisogno percepito” per MT non è stato mai dimostrato a sufficienza, dato che non è mai esistita alcuna figura affidabile relativa al reale o potenziale volume globale di materiali per cui era richiesta traduzione né del numero o delle capacità di traduttori umani pronti a tradurli, né – infine – dei reali o potenziali benefici economici da raccogliere introducendo questo nuovo metodo.
Ulteriori riserve potrebbero essere espresse riguardo il processo di base di “ricerca e sviluppo” dal quale MT ha preso forma. Essenzialmente tutta la “linguistica computazionale” è stata basata su o è cresciuta a partire dalla preventiva teorizzazione della linguistica convenzionale. Ma per alcune decadi lo studio della linguistica, mai stata una scienza rigorosa con cui iniziare (malgrado alcuni sforzi per renderla tale), è stato soggetto a un processo di crescente decadenza e mistificazione. Tale processo si è spinto così in là che i dipartimenti di Linguistica sono stati disciolti in due importanti università, e molti studenti oggi vedono questo campo come degno di meno attenzione rispetto alla sociologia.

Una più approfondita discussione del lato linguistico sarà posposta fin quando non avremo avuto l’opportunità di capire se, e in caso, come la lingua in sé possa essere considerata una tecnologia. Possono elencarsi ulteriori obiezioni relative a quanto MT abbia tenuto fede alle altre tre fasi del nostro profilo – vale a dire lancio di prodotti commerciali, pubblicità e marketing, e formazione dell’operatore o del consumatore -, ma per ora sarà meglio sorvolare anche questo argomento.

Traduzione a cura di:
Giovanni Natoli
Traduttore EN>IT
Perugia

Traduzione audiovisiva: gli aspetti critici (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Oltre alla formazione, di cui abbiamo parlato nell’articolo di ieri, un altro problema della traduzione audiovisiva è la divisione del lavoro nell’ambito professionale. Il transfer dalla versione originale di un film alla sua versione doppiata o sottotitolata è un processo molto articolato, a cui diverse persone prendono parte, e il più delle volte lo fanno in maniera “individuale”, nel senso che le persone coinvolte nei differenti step del processo non sono coordinate tra di loro, non esiste un vero lavoro di gruppo.

La mancanza di conoscenza tecnica da una parte, e l’assenza di coordinazione del lavoro da un’altra, molto spesso influiscono negativamente sulla qualità del prodotto tradotto. A mio parere, tutte le professionalità coinvolte nel processo di traduzione audiovisiva di un film o di qualsiasi altro prodotto audiovisivo sono estremamente importanti, anzi, essenziali, per raggiungere un ottimo risultato nel transfer linguistico di un testo complesso come quello del dialogo audiovisivo. Non solo è fondamentale la conoscenza linguistica, ma anche una conoscenza più completa dell’intero ciclo produttivo delle edizioni multilinguistiche di un prodotto audiovisivo e di alcune nozioni tecniche delle pratiche di doppiaggio e sottotitolaggio, dalle tecnologie alle tecniche traduttive specifiche del settore.

La soluzione ideale sarebbe una figura professionale unica, che raggruppasse tutte queste conoscenze e che unificasse tutte le figure professionali del processo della traduzione audiovisiva, ma ovviamente questa è una soluzione pressoché utopistica se si considerano i brevissimi tempi concessi dalle produzioni e l’enorme mole di lavoro che si cela dietro la trasposizione linguistica di un prodotto audiovisivo da una lingua ad un’altra. Personalmente, credo che la soluzione migliore (e più realistica) al problema sarebbe una miglior coordinazione delle varie fasi del lavoro, introducendo una reale collaborazione tra i differenti professionisti coinvolti nel processo. La condivisione delle conoscenze tra questi professionisti porterebbe sicuramente ad un considerevole miglioramento nella qualità del prodotto tradotto finale, dato che si creerebbe una sinergia di conoscenze, e non una sovrapposizione, se non anche un vero e proprio “conflitto”, come purtroppo spesso accade con il sistema attuale.

Per raggiungere questo risultato, le scuole e le università dovrebbero avere un ruolo centrale nella formazione dei futuri professionisti del settore. La formazione di questi professionisti non dovrebbe essere delegata solamente ad altri professionisti o ad associazioni di professionisti come l’AIDAC o alle scuole di cinema o di doppiaggio. Le scuole di lingue e le università dovrebbero essere al centro di questo tipo di formazione. Lo studio della traduzione audiovisiva può essere molto utile nell’apprendimento di una lingua straniera e della pratica traduttiva, e viceversa l’insegnamento di una lingua straniera dovrebbe essere utile alla professione.

Autore dell’articolo:
Francesca Fusano
Traduttrice e adattatrice-dialoghista
Orbassano (Torino)

Traduzione audiovisiva: gli aspetti critici

 Categoria: Servizi di traduzione

L’uso dei film (o di altri prodotti audiovisivi quali programmi TV, documentari ecc.), ed in particolare il confronto tra l’originale e la sua versione doppiata e/o sottotitolata, è a tutt’oggi uno strumento raramente utilizzato nella didattica della traduzione. Nonostante ciò, nella mia esperienza di adattatrice-dialoghista e negli anni da studentessa di Traduzione all’Università, ho potuto riscontrare non solo in me, ma anche in un grande numero di miei colleghi, un forte interesse in questo campo, ed in particolar modo ho riscontrato e sperimentato l’utilità di questo metodo come strumento didattico nello studio della traduzione. Inoltre, esistono pochi corsi specializzati nella formazione di adattatori professionisti o di sottotitolatori, e l’insegnamento di queste pratiche è spesso lasciato alla scelta personale degli studenti o dei professori, spesso relegato in corsi extra od opzionali oppure in semplici seminari.

Scuole ed università spesso ignorano nei loro curricula le pratiche della traduzione audiovisiva come il voiceover, il doppiaggio ed il sottotitolaggio, forse per il costo elevato dei relativi software, o per l’assenza di esperienza degli insegnanti. Il risultato è che il più delle volte, la traduzione audiovisiva può essere imparata solo attraverso un training professionale spesso “fai-da-te”, e questo è un danno anche per la professione stessa. Come affermato anche sullo stesso sito internet dell’AIDAC: “…attualmente la formazione degli adattatori, e cioè gli autori della versione dei dialoghi per il doppiaggio di un filmato girato originariamente in una lingua straniera, avviene in Italia e negli altri “paesi doppiatori” (Francia, Germania, Spagna, e ora anche Russia, Turchia, Grecia e Portogallo) attraverso il praticantato”.
Nell’articolo di domani parlerò di una altro problema di questa pratica, la divisione del lavoro nell’ambito professionale.

Autore dell’articolo:
Francesca Fusano
Traduttrice e adattatrice-dialoghista
Orbassano (Torino)

Nuovi corsi online per traduttori freelance

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Le prossime sessioni dei miei corsi online inizieranno il 20 agosto per Beyond the Basics of Freelancing (Corso di perfezionamento per traduttori freelance) e il 24 settembre per Getting Started as a Freelance Translator (Corso di base per aspiranti traduttori freelance).
Getting Started è rivolto a studenti che vogliano intraprendere con successo un’attività di libera professione mentre Beyond the Basics è rivolto a studenti che abbiano già avviato la propria attività di freelance.
Ogni corso dura quattro settimane e si basa su quattro lezioni nelle quali fornisco feedback personalizzati, oltre ad una videoconferenza settimanale fatta di domande e risposte per tutta la classe. Inoltre, gli studenti del corso Beyond the Basics hanno diritto ad un colloquio individuale con me della durata di un’ora.

Getting Started individua le basi sulle quali fondare la tua attività freelance e sul modo di gestirla: scrivere un curriculum specifico per il settore della traduzione, una lettera di presentazione, pianificare una strategia di marketing, stabilire un tariffario ed accrescere la propria presenza online (creare un profilo LinkedIn, inserire un profilo nella directory dell’associazione traduttori, creare un sito web ecc.).
Beyond the Basics si concentra sulla pubblicizzazione dei tuoi servizi ad agenzie di traduzione di alta qualità e a clienti diretti, creare un profilo professionale e identificare le modalità per incontrare i clienti diretti nel loro campo. Il prezzo del corso è di 325 dollari americani ma dopo queste sessioni iniziali salirà a 350, quindi questo è il momento giusto per iscriversi, se si è interessati. L’anno scorso, in entrambi i corsi, tutti i posti disponibili sono andati esauriti prima della scadenza della data di presentazione della domanda, quindi, se sei interessato a partecipare a queste sessioni vai sul mio sito web e leggi le descrizioni complete! I membri ATA avranno uno sconto di 50 dollari per iscriversi a uno qualunque dei corsi.

Ecco un commento di un partecipante alla sessione più recente di Beyond the Basics: “Questo corso mi ha davvero aiutato a delineare un percorso per accrescere la mia attività, oltre a darmi ottimi strumenti per farcela. Ho avuto grandi input e incentivi non solo da Corinne, ma anche dagli altri studenti, ed è stato fantastico far parte di una piccola comunità virtuale.”

Traduzione libera dell’articolo “Upcoming online courses for free lancers“, pubblicato il 9 luglio 2014 sul blog “Thoughts on Translations”.

Traduzione a cura di:
Giordano Pozzato
Aspirante traduttore
Alessandria

Lingue straniere e cultura francese (2)

 Categoria: Le lingue

Possiamo apprendere una lingua senza assimilare anche la cultura ad essa associata?
Gli approcci all’apprendimento delle lingue sono due: l’approccio comunicazionale e quello culturale, che vengono erroneamente contrapposti. Il problema del francese è quello di oscillare da un polo all’altro, senza mai tentare di metterli in accordo.
Per lo spagnolo invece è stato privilegiato un approccio culturale. Tanto che gli studenti erano capaci di esprimere nozioni letterarie astratte, ma possedevano poco vocabolario pratico. Al contrario, l’insegnamento dell’inglese ha privilegiato l’approccio comunicazionale. Oggi il Quadro europeo (CECRL) cerca di combinare i due approcci valutando le competenze, ma dimentica la profondità storica della “civilizzazione”. Ed è qui che sta il problema.
L’acculturazione diventa auspicabile solo se non si accompagna ad un’esigenza troppo alta di deculturazione, di perdita della lingua e della cultura d’origine. La domanda principale è la seguente: che immagine di sé stessa la società d’accoglienza manda all’immigrato se lo tratta come un sacco linguisticamente e culturalmente vuoto? Un’immagine di denigrazione di sé stessa o di valorizzazione? A causa di un approccio all’accoglienza troppo comprensivo, il malessere viene espresso, purtroppo, in maniera eccessivamente radicale e sgradevole.

Come vengono visti i rapporti di forza culturali attraverso lo studio delle lingue?
Anche in base alla propria lingua madre si può essere costretti a diventare bilingue o plurilingue. Non si tratta sempre di una scelta personale. Quando, all’interno di un gruppo di interlocutori di una data lingua, viene cambiata lingua nel momento in cui arriva una persona che non la parla, viene misurato il peso delle rappresentazioni gerarchiche e di autocensura strettamente connesse alle lingue.
Un altro significativo indicatore è il volume e il senso verso il quale vengono realizzate le traduzioni. Di conseguenza, l’autotraduzione presuppone, più spesso di quanto si creda, la necessità di passare da una lingua all’altra per poter toccare un pubblico più ampio e guadagnarci in popolarità, o semplicemente vivere della propria penna.

Traduzione dal francese di un articolo pubblicato sul sito de L’Express a cura di:

Ilaria Di Pietro
Laureata in Mediazione linguistico-culturale
Traduttrice freelance FR>IT
Roma

Lingue straniere e cultura francese

 Categoria: Le lingue

Le lingue sono portatrici di cultura. Durante il salone ExpoLangues, che si tiene dal 5 all’8 febbraio alla Porte de Versailles, Christian Lagarde, professore di spagnolo all’università di Perpignan Via Domitia, ritorna sull’importanza sociale del loro apprendimento.

Percorso da ricercatore
Di origini occitane, Christian Lagarde si è dedicato allo studio e all’insegnamento dello spagnolo, che ha esercitato per 17 anni nella scuola secondaria, e successivamente per 19 anni come insegnante-ricercatore all’Università di Perpignan Via Domitia, dopo una tesi sull’immigrazione spagnola a Roussillon.
Nato “da una lingua che muore”, Lagarde non ha mai smesso di interrogarsi sul bilinguismo e sul destino delle lingue, dal locale al globale. Con ogni probabilità perché, nelle Scienze umane, egli osserva “che i ricercatori lavorano spesso su argomenti che li toccano personalmente”. E “che il porsi domande interiori sembra essere una spinta importante nel settore…”

In Francia i dibattiti sull’apprendimento o sull’utilizzo delle lingue straniere lasciano pensare che imparare un’altra lingua conduca ad un indebolimento della propria cultura. Perché?
La cultura “monolinguistica”, con monopolio di una lingua, risale all’Illuminismo, al periodo dell’universalità delle idee veicolate dalla cultura francese e della sua diffusione. Il francese, un tempo anche lingua della diplomazia, è stato a lungo autosufficiente, come oggi lo è l’inglese. Ci attendono giorni di disincanto. Un doloroso declassamento che dovrebbe condurci a riconsiderare il rapporto con le altre lingue, straniere o regionali, in un senso di plurilinguismo e condivisione.

Quali sono i legami tra lingua e cultura?
La lingua, benché elemento fondamentale di una cultura, è solo uno degli elementi che la caratterizzano.
Tutti noi impariamo a conoscere e a scoprire il mondo tramite la nostra lingua: l’ipotesi di Sapir-Whorf intende mostrare che ogni lingua porta in sé una certa visione del mondo che viene trasmessa ad ognuno di noi.
Ma la cultura va oltre, non può venire ridotta alla mera lingua, alla quale spesso sopravvive, come dimostra la cultura bretone, che è oggi più diffusa rispetto alla lingua bretone.

Traduzione dal francese di un articolo pubblicato sul sito de L’Express a cura di:

Ilaria Di Pietro
Laureata in Mediazione linguistico-culturale
Traduttrice freelance FR>IT
Roma

Come imparare il turco (2)

 Categoria: Le lingue

Nel mio percorso di apprendimento del turco per lungo tempo non sono riuscita a rinunciare alla tradizionale metodologia: studiare la grammatica e memorizzare le parole, sono queste le basi dell’apprendimento tradizionale di una lingua.
Che una lingua sia costituita da grammatica e parole (oltre che da tanti altri aspetti), è sicuramente vero, il problema è che se la teoria non è associata alla pratica, si rischia di imparare poco o nulla.
Accade lo stesso quando si studia una materia all’università. Senza dubbio si imparano le basi e poi? Si può usare questo metodo per apprendere? Si impara veramente? O forse si impara di più facendo pratica nel lavoro e nella vita?
La stessa cosa è valida per le lingue: impari le basi della lingua per lunghi anni senza praticarla, e poi vai all’estero conoscendo tre parole. Ho impiegato cinque mesi di Erasmus per esprimermi ma alla fine ho imparato a comunicare. Tuttavia, per lungo tempo sono stata piena di inibizioni. Avevo paura di fare errori!

Poi è scattato qualcosa dentro di me. La mia compagna di stanza era una ragazza ungherese che ha studiato la lingua turca con lo stesso metodo che ho utilizzato io (eravamo compagne di classe). Tuttavia, lei non dava peso agli errori (non le interessava): parlava, socializzava, era molto più aperta di me. Una volta un ragazzo turco ha lodato le competenze linguistiche della mia compagna di classe, a me invece ha detto che la mia conoscenza era veramente buona ma non parlando era impossibile comunicare con me.
Questo commento mi ha colpita molto, ne ho tenuto conto ed ho cercato di cambiare il mio atteggiamento. Pian piano ho cominciato a parlare con maggior coraggio.
Dopo l’Erasmus sono tornata in Ungheria, il mio livello era intermedio. A casa ho contatto i miei amici turchi, parlavo con loro su internet, leggevo tanto e scrivevo composizioni in turco. Poi, naturalmente ho visitato la Turchia diverse volte e ci sono andata a lavorare durante l’estate. Così facendo ho veramente usato la lingua.
In quel periodo ho fatto rapidamente grandi progressi, tanto che ho deciso di diventare un interprete. Ora sono una traduttrice e interprete professionista in lingua turca nonché membro dell’OFFI (agenzia di traduzione a livello nazionale).

Autrice dell’articolo:
Boglarka Szigeti
Dott.ssa Php in Lingua Turca e in Comunicazione
Traduttrice e interprete
Torino

Come imparare il turco

 Categoria: Le lingue

Ho cominciato ad imparare il turco all’università.
Prima non conoscevo quasi nessuna lingua: ho studiato inglese a scuola per molti anni ma non riuscivo a parlarlo. Quando ho iniziato a studiare turco, quel poco che avevo imparato di inglese era completamente scomparso. Avevo dimenticato l’inglese e ancora non sapevo il turco, praticamente non conoscevo nessuna lingua straniera!
Ho studiato turco usando il metodo tradizionale (prima avevo fatto lo stesso con l’inglese) ma non potevo immaginare che l’apprendimento di una lingua con un metodo orientato alla grammatica non portasse a nessuno risultato. O meglio, porta a un risultato: otteniamo una debole immagine di come funzioni quella lingua e non avendo esperienza di come parlarla nella vita reale, la nostra conoscenza non è concreta. Anche i bambini imparano a parlare facendo pratica del linguaggio. Prima imparano a parlare, poi a scrivere e leggere.

Sono andata in Turchia per la prima volta grazie al progetto Erasmus dopo aver studiato per due anni e mezzo il turco. Sono riuscita a dire solamente tre parole: “Hayır”, “evet”, “tamam” (no, sì, va bene). Così ho vissuto situazioni confuse dicendo “tamam” a qualcuno per qualcosa di cui non avevo idea quale fosse l’argomento. Poi mi è stato richiesto di dare una spiegazione: “perché non sei venuta dove avevamo deciso di trovarci?” (a loro dire avevo detto “tamam” all’incontro).
Per due anni e mezzo ho memorizzato la grammatica e le parole e qual è stato il risultato? Tre parole. In più le ho usate nel momento sbagliato, in un posto sbagliato e nella situazione sbagliata.

Nell’articolo di domani vi svelerò come sono riuscita ad apprendere il turco dopo questi iniziali insuccessi.

Autrice dell’articolo:
Boglarka Szigeti
Dott.ssa Php in Lingua Turca e in Comunicazione
Traduttrice e interprete
Torino

L’essenza della traduzione, anche in Sorokin

 Categoria: Tecniche di traduzione

[…]“Mosca è una Gigantessa addormentata, distesa supina al centro della Russia, che dorme profondamente di un sonno tutto russo” […]
La definizione di Aleksandr Sorokin, scrittore russo della prima metà del 1900, dipinge l’anima della Russia e l’anima dell’uomo di cultura, che non copia paesaggi o situazioni, ma li filtra attraverso la memoria e il sogno, lo studio e la fantasia. Anche Sorokin fa traduzione. Traduce il paesaggio fisico in paesaggio mentale.
Ogni passaggio traduttivo subisce delle “trasformazioni”. Il segreto della fedeltà di due tipologie sensoriali è non distaccarsi dall’originale. Non bisogna inventare, o mettere del nostro. Così come non bisogna fare a meno di talune e altre informazioni. La realtà resta la stessa, ma viene filtrata (come fa Sorokin) in una cultura che, simile o non simile a quella che conosciamo, non potrà mai accettare gli stessi stereotipi.
Tuttavia è fondamentale distaccarsi dalla concezione di partenza per riformulare in chiave corretta e soprattutto pertinente a quella di arrivo un messaggio che sia identico nei contenuti ma flessibile alle variazioni di concezione.

Nella mia esperienza di traduttrice posso definire tutto ciò “gioco traduttivo”. Sì, perché tradurre per un traduttore è “giocare” sulle distanze spazio-temporali e spazio-culturali per comunicare con passione un messaggio che possa essere compreso e condiviso tra i popoli.
Sorokin di certo non usa una nuance linguistica, ma ambientale: traduce Mosca nel modo in cui la sua mente può comprendere per coglierne l’essenza.
Affermare come si è soliti fare che “la traduzione rappresenta un passaggio in cui forma e contenuti si mantengono” sta diventando uno stereotipo. Io, Alice, traduttrice dal russo all’italiano e dall’italiano al russo, grazie agli anni di studio e all’esperienza acquisita non solo nel settore traduttivo ma anche nell’approccio e nell’interrelazione con il popolo russo, spero che, leggendo questo piccolo articolo (frutto, un po’, del gioco mentale tra fantasia e verità), molte persone rifletteranno sul significato generale di tradurre bene.

Una buona teoria per un traduttore, affinché possa applicare le vere ed esatte regole traduttive, non viene rappresentata solo da ciò che legge nei libri di testo universitari o nel miglior manuale del mondo. Ci sono teorie che sono frutto della nostra esperienza. Se l’esperienza è buona, pensiero non mente. Il pensiero che si è in grado di formulare nella propria testa e di trasmettere quando, tra concentrazione sul lavoro e tempistiche di consegna, il traduttore dovrebbe riuscire per un attimo a fermarsi. Lasciar vagare la mente per pensare alla sostanza della propria esperienza da cui ricavare la vera definizione di traduzione. Anche questa è una buona teoria, dalla quale partire per formulare un buon lavoro. Per tradurre bene.

Autore dell’articolo:
Dott.ssa Alice Censi
Traduttrice professionista certificata RU / FR / EN > IT
Laurea in Lingue per la Comunicazione Internazionale e Traduzione

Cinque idee errate sulla traduzione (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Nell’articolo di ieri abbiamo introdotto le prime due idee errate sulla traduzione, ne mancano tre:

3. Essere un traduttore giurato è l’unico modo possibile per lavorare nella traduzione
È qualcosa che personalmente, qui in Colombia, mi succede continuamente. In realtà non ho verificato se è un’idea diffusa, però qui, appena dico di essere un traduttore, l’interlocutore mi guarda e mi chiede: quindi sei un traduttore giurato?
Per quelli che non hanno familiarità con il tema, la traduzione giurata è la traduzione certificata di documenti necessari, per esempio, per l’iscrizione all’università, per i visti nelle ambasciate, per i crediti bancari. Il traduttore giurato deve fare un esame per attestare le sue competenze ed ottenere il timbro necessario per ufficializzare le sue traduzioni.
Spesso le persone credono che questo sia l’unico tipo di traduzione esistente. Tuttavia, nel mio caso, ho acquisito esperienza traducendo pagine web, testi pubblicitari, documenti per organizzazioni internazionali e molte altre cose che non necessitano del timbro ufficiale.

4. La cosa più importante per un traduttore è dominare la lingua straniera
Poco tempo fa ho assistito alla conferenza di un autore colombiano e dei suoi traduttori in francese e in inglese. Queste personalità hanno tradotto vari autori rinomati della cultura ispano-americana e sono due dei migliori traduttori letterari nel loro ambiente. Tuttavia ho scoperto che parlando spagnolo si bloccavano spesso e le parole non fluivano bene come nelle loro traduzioni. In realtà, l’abilità di parlare perfettamente la lingua di partenza non è così importante per un traduttore.
Anche se è vero che per essere un buon traduttore bisogna disporre di eccellenti conoscenze della lingua straniera e poterla leggere in profondità, è molto più importante essere abili nella scrittura e nella stesura nella propria lingua madre.

5. I bravi traduttori traducono sia verso la propria lingua madre che verso la lingua straniera
Parlando di traduzione questa è forse l’idea erronea più frequente. Raramente le persone capiscono che i traduttori, in genere, traducono solo verso la propria lingua madre.
Chiaramente non è proibito tradurre verso una lingua diversa dalla propria, di fatto molti traduttori lo fanno. Quello che bisogna avere chiaro è che un testo tradotto verso una lingua straniera non sarà mai buono quanto un testo tradotto nella propria lingua madre, perché è quella che conosciamo e dominiamo meglio, che impariamo da bambini e che sappiamo trattare in tutti i suoi aspetti. Io consiglierei, a quelli che traducono verso una lingua straniera, perlomeno di cercare una persona madrelingua che legga, corregga e stampi la traduzione prima di consegnarla.

Traduzione dell’articolo di Juan D. Gutiérrez “Miti e pregiudizi sulla nostra professione” a cura di:
Christine Bianquin
Traduttrice Es-Zh>It
Aosta (AO)

Cinque idee errate sulla traduzione

 Categoria: Problematiche della traduzione

Alla maggioranza di quelli che si dedicano a questo mestiere, in un’occasione o in un altra, è capitato di trovarsi in una conversazione nella quale, parlando di questa disciplina, l’interlocutore dimostrava di avere dei pregiudizi riguardo al lavoro del traduttore.
Molto probabilmente avrete sentito almeno una delle seguenti cinque idee sbagliate sulla traduzione:

1. Chiunque sappia parlare due lingue può tradurre
Molti pensano che una persona sia automaticamente un traduttore solo perché parla due lingue. Non è vero. La traduzione richiede una serie di abilità, oltre a delle capacità innate quali creatività, sensibilità culturale e attenzione ai dettagli, che si acquisiscono tramite la formazione e l’esperienza. Diversamente non esisterebbero programmi di traduzione offerti da università e istituzioni educative prestigiose di tutto il mondo, e non ci sarebbero neppure cattedratici che passano la loro vita a studiare le linee e le peculiarità di questa disciplina.
Pertanto, per tradurre la tua pagina web ti suggerisco di non ricorrere a tuo cugino o ad un amico che ha studiato all’estero e parla inglese. In verità dubito fortemente che possa fare un buon lavoro.

2. La traduzione e l’interpretazione sono la stessa cosa
“Ah, così sei un traduttore, che bello! Quindi fai traduzioni simultanee?”. Questa è una frase che ho sentito più di una volta. Prima di tutto perché la maggioranza delle persone non capisce la differenza tra traduzione ed interpretazione. Pensano che siano sinonimi, ma non possono essere più in errore.
Tradurre ed interpretare sono due concetti completamente differenti. I traduttori traducono testi scritti (letterari, commerciali, legali, finanziari, ecc.), mentre gli interpreti traducono il linguaggio orale, consecutivamente o simultaneamente, per esempio nelle conferenze, nei tribunali, durante degli eventi, per superare le barriere linguistiche. Per essere interprete bisogna essere alquanto estroversi, avere una buona memoria e parlare molto bene in pubblico, caratteristiche che un traduttore non deve necessariamente avere.

La seconda parte dell’articolo verrà pubblicata domani

Traduzione dell’articolo di Juan D. Gutiérrez “Miti e pregiudizi sulla nostra professione” a cura di:
Christine Bianquin
Traduttrice Es-Zh>It
Aosta (AO)

Traduzione di certificati in tedesco

 Categoria: Servizi di traduzione

Vengo spesso incaricata di tradurre certificati in tedesco, soprattutto diplomi universitari.
Per essere riconosciuti in Germania i certificati degli esami sostenuti all’estero devono necessariamente contenere i nomi delle materie utilizzate nelle università tedesche.
Quando consegno le traduzioni dei certificati i clienti mi chiedono subito di indicare loro dove sono scritti i nomi delle materie. Il problema è che spesso nell’originale questi nomi sono formulati in un altro modo (diverso da quello che ci si aspetterebbe in Germania) e quindi anche nella mia traduzione giurata si trovano con una formulazione diversa.

Al cliente, se non ho potuto scegliere il termine che viene utilizzato nelle università tedesche, devo di solito rispondere che la mia traduzione certificata può documentare solo ciò che è nell’attestato, senza troppe riformulazioni del testo originario, chiarimenti o integrazioni. Naturalmente, in alcuni casi, le note esplicative a pié di pagina sono consentite, ma non per riprodurre l’intero contenuto didattico relativo ad una materia.

Se, per esempio, una materia nel testo di partenza è indicata come “Salud y sociedad” io non posso tradurre con “Statistica ed Epidemiologia”, anche se ciò corrisponderebbe effettivamente al contenuto didattico. Tanto meno posso riprodurre l’argomento “Patógenos y defensa” in tedesco con “Microbiologia, immunologia, igiene”, anche se agli studenti potrebbe essere stato comunicato proprio questo.
Decido di questi e altri casi simili, mantenendo sempre fede al testo originale e cercando di rispettarlo dal punto di vista linguistico, idiomatico e tecnico.

Traduzione dal tedesco eseguita da:
Jasna Geric
Interprete, traduttrice e autrice di numerose pubblicazioni specialistiche
Roma

Le lingue, la chiave del successo

 Categoria: Servizi di traduzione

Prima di intraprendere la mia carriera di traduttore alcuni anni fa avevo fatto alcune ricerche da cui era emerso che negli anni a venire ci sarebbe stato un forte incremento della domanda di servizi linguistici.
Pochi mesi fa ho rifatto una ricerca analoga tra le aziende italiane da cui è emerso che la richiesta di traduttori e linguisti in questo momento è assolutamente vitale perché, a causa della contrazione dei consumi interni, sempre più aziende stanno attuando piani di marketing rivolti verso l’estero dove sperano di trovare un’economia più florida e stabile.

La naturale conseguenza di questa propensione verso l’export ha fatto aumentare considerevolmente la richiesta di servizi linguistici. Oggigiorno,sul territorio italiano, sono poche le agenzie di traduzione strutturate e storiche, molti nuovi player stanno affacciandosi sul mercato della traduzione per soddisfare la domanda delle aziende italiane.
Tuttavia, ho notato che molti traduttori chiedono cifre improponibili per traduzioni fatte in maniera poco professionale rischiando di rovinare contratti e documenti di valore.

Aiutare con i nostri servizi linguistici le aziende significa rompere la barriera della diversità linguistica che è sempre la più difficile da vincere. Il business è fatto sì di prodotti e servizi ma sopratutto di comunicazione. Riuscire a comunicare in maniera appropriata con il cliente è fondamentale per mantenere la propria azienda in salute.
Ed è molto importante che il servizio sia veloce, puntuale e ad un giusto prezzo per fare in modo che le aziende siano parte di un business globale. È questa la missione del traduttore.

Autore dell’articolo:
Alessandro Cecchetto
Traduttore EN>IT
Fontanelle (TV)

Relazioni complicate (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Tradurre non è prendere in mano un dizionario e concatenare parole con un senso logico, tradurre è creare, elaborare, ispirare. Non devi far sentire estraneo il lettore, ma allo stesso tempo non puoi farlo sentire totalmente a casa, perché se il tuo personaggio sta mangiando del porridge, non puoi fargli mangiare delle fette biscottate; se va al college, non puoi trasferirlo all’università. Bisogna saper fondere culture, saper insegnare, saper far sognare, far emozionare il lettore così come fa l’autore. Tradurre non è solo un mero servizio per il pubblico, bisogna innanzi tutto amare il proprio lavoro, perché si sa che senza amore non si può avere lo stesso risultato.

Sì, è vero, così sembra tutto molto poetico, una passione meravigliosa. Quando però ti trovi, a conti fatti, faccia a faccia con un gioco di parole, o un’espressione particolarmente ostica, inizia la fase di odio. L’illuminazione non è sempre immediata, a volte può impiegare settimane per arrivare, ed è in quel momento che vorresti inveire contro la lampadina che non si accende. Lo scopo ultimo del traduttore letterario è quello di riuscire a trasmettere al lettore le stesse sensazioni che l’autore trasmette a un lettore madrelingua, oltre a quello sottinteso di non tradurre un libro sul calcio parlando di cucina.

A mio parere, i giochi di parole sono le sfide migliori per i traduttori, allo stesso tempo difficili e divertenti; una fonte di insegnamento da cui il traduttore stesso impara continuamente. In quella settimana in cui impazzisci per trovare una soluzione ti sembrerà certamente di affogare nella piscina olimpionica, ma può essere la tua possibilità di vincere quel famoso oro. Nel momento in cui sai che il risultato è stato ottenuto, la soluzione trovata, il bordo della piscina raggiunto, allora lì sì che ti senti un dio.
Per poi ricominciare tutto daccapo. Ma tradurre è questo, è amore, odio, odio, amore, amore, odio e ancora amore. È un rapporto sul filo del rasoio, una relazione complicata ma che, alla fine, siamo certi che ci darà enormi soddisfazioni.

Autore dell’articolo:
Airina Santonocito
Laurea in Teorie e Tecniche della Mediazione Interlinguistica
Traduttrice EN-FR>IT

Relazioni complicate

 Categoria: Traduttori freelance

La relazione con la traduzione non può che essere di odio/amore. Amore, perché se sei un traduttore ami necessariamente il tuo lavoro; odio, perché in alcuni momenti vorresti urlare “ma allora, lampadina, vuoi accenderti nella mia testa, sì o no?”
Cosa significa, quindi, tradurre? Cosa ci trasmette? Be’, la risposta è molto personale, ogni traduttore ha la sua. Io, in base alla mia esperienza, posso dirvi ciò che esploriamo attraverso la traduzione letteraria.

Cominci così, quasi per caso, senza neanche rendertene conto: sei piccolo, leggi un libro, ti innamori, lo rileggi, e lo rileggi ancora e ancora e ancora, e alla fine, forse un po’ stanco di rileggerlo e trovare sempre le stesse cose, cerchi nuove sfide. Lo leggi in un’altra lingua (non sia mai cambiare libro) e nello stesso momento in cui prendi questa decisione sai che sei perduto. Lo sai, perché quando scopri che il tuo personaggio preferito, in lingua originale, ha un altro nome, ti emozioni, trovi la bellezza di quel nome, inizi a chiederti perché, allora, in italiano è diverso. Fai ricerche, scopri il significato, esplori il processo mentale che ha fatto il traduttore per arrivare a una determinata soluzione. E, sempre più febbrilmente, cominci a sfogliarlo, trovandolo ricco di nomi dai doppi, tripli significati, un’immensa piscina nella quale il traduttore può affogare o vincere l’oro alle Olimpiadi.

Quando traduci ti assumi una responsabilità enorme verso chi leggerà il tuo prodotto, perché tutta la comprensione del testo dipende da te. Sei un po’ come Dio in scala ridotta: sai che chi leggerà quel libro tradotto sarà nelle tue mani, si affiderà totalmente a quello che scriverai, dovrà per forza fidarsi della tua interpretazione e del tuo lavoro.

La seconda parte dell’articolo nel post di domani.

Autore dell’articolo:
Airina Santonocito
Laurea in Teorie e Tecniche della Mediazione Interlinguistica
Traduttrice EN-FR>IT

Traduttori si nasce (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Capitava anche con i miei studenti: vi erano quelli che per necessità di lavoro si trovavano a frequentare un corso di lingua durante la pausa pranzo di lavoro, per due volte la settimana. Ebbene, alcuni di questi erano perfettamente in grado di comprendere le mie spiegazioni in lingua, anche se magari non potevano ancora rispondermi e la lezione successiva ricordavano tutto ed erano in grado di applicare le strutture imparate, altri avevano bisogno di ripetere la stessa lezione tre volte. Ecco allora la conferma: traduttori si nasce.

Si nasce con la propensione per le lingue, che eventualmente possono essere imparate e perfezionate se sono utili alle inclinazioni del soggetto, ma voler imparare per forza una lingua, perché è di moda o perché lo sanno tutti trovo che sia controproducente. Se poi alle lingue si aggiunge una passione smodata per la letteratura (come è in effetti il mio caso), ecco la ricetta perfetta per essere un traduttore.

Ogni volta che leggevo un testo tradotto, mi chiedevo come fosse la struttura di quel testo nella lingua originale.
Studiavo Shakespeare alle medie e mi chiedevo sempre se nella lingua originale quelle parole suonassero meglio, e poi andavo a leggere l’originale e mi rendevo conto che la traduzione (di ottima qualità) era sempre deludente.
Perché ai miei occhi il testo originale non poteva essere tradotto, in un’altra lingua la potenza delle emozioni non era uguale.
E allora leggevo e rileggevo, riscrivevo e poi rileggevo ancora i grandi classici della letteratura inglese, assimilando le tesi, le strutture sintattiche, i modi di dire, le espressioni idiomatiche, sempre con la traduzione a portata di mano. Così ho imparato entrambe le lingue e ad applicarle a testi letterari.

Certo, avrei grandi difficoltà a tradurre il foglio illustrativo di un medicinale o il libretto di istruzioni di qualche elettrodomestico oppure testi giuridici o tecnici di qualsiasi natura. Un traduttore nasce, ma si specializza in base alle proprie inclinazioni.
Sono comunque necessari anni di studio, per assimilare bene le strutture grammaticali della lingua di partenza, ma se c’è una buona base non sono necessari costosissimi studi universitari. Avendo le lingue e la letteratura nel sangue, con un po’ di esercizio e applicandosi costantemente, si impara a riscrivere il lavoro di qualcun altro.

Autore dell’articolo:
Katerina Kondakciu
Laureanda in lingue e culture per l’editoria
Verona

Traduttori si nasce

 Categoria: Traduttori freelance

Quando sono venuta in Italia dal mio Paese (l’Albania) ero una bimba di nove anni che non aveva mai conosciuto altro linguaggio all’infuori del suo. Arrivai in Italia e iniziai ad andare a scuola senza spiccicare una parola d’italiano, ma nel giro di due mesi ero in grado di rispondere alle interrogazioni di storia con un linguaggio scorrevole e sicuro. Come ci sono riuscita?

Riflettendoci, negli anni, mi sono resa conto che è un dono innato, quello per le lingue, che molte persone possiedono ma lasciano lì a covare indisturbato, convinte che imparare una lingua straniera sia un’impresa titanica, o forse perché del tutto disinteressate alla materia; mentre invece vi sono altre persone che questo dono non lo possiedono ma insistono a studiare le lingue, si applicano, si impegnano, passano ore sui libri perché affascinate dalla capacità di passare da una lingua all’altra senza difficoltà o dalla possibilità di poter comunicare nel mondo senza sentirsi impediti in nessun modo.

Quando al liceo linguistico io ed altri miei compagni di classe imparavamo i tempi verbali o i phrasal verbs senza alcuna difficoltà, mentre altri andavano e venivano dai corsi di recupero, facevano schemi, studiavano per delle ore senza riuscire a tenere a mente le costruzioni della frase, ma soprattutto senza essere in grado di applicarle, mi domandavo con una certa impazienza come fosse possibile avere tanta difficoltà con qualcosa che per me era quasi automatico. Cosa c’era di tanto difficile?

La conferma che le lingue al giorno d’oggi sono una moda a cui nessuno vuole rinunciare l’ho trovata durante un periodo d’insegnamento in una scuola privata di lingue. Le mamme di bimbi di due-tre anni che pagavano parcelle esorbitanti perché i loro figli DOVEVANO imparare l’inglese, prima ancora di aver imparato la propria lingua e poi a fine corso si lamentavano con gli insegnanti affermando che i figli, dopo tanti mesi di lezioni, non erano ancora in grado di parlare fluentemente (stiamo parlando di bambini di due-tre anni), mi facevano uscire il fumo dalle orecchie.

La seconda parte dell’articolo nel post di domani.

Autore dell’articolo:
Katerina Kondakciu
Laureanda in lingue e culture per l’editoria
Verona

Che cosa magica, la traduzione!

 Categoria: Tecniche di traduzione

Chi studia lingue, e in particolare chi ha intrapreso la strada della traduzione, si sarà trovato almeno una volta nella condizione di citare il titolo di un famoso film del 2003, Lost in translation, che vede Scarlett Johansson e Bill Murray protagonisti di eventi romantici e melodrammatici a Tokyo.

Per i traduttori, o aspiranti tali, Lost in translation è molto più di un film. È una costante del lavoro traduttivo. Il traduttore, infatti, non si limita a tradurre, ma deve comprendere appieno ciò che il testo originale dice, calandosi spesso nel ruolo di scrittore creativo, il quale deve assicurarsi che il proprio lavoro riporti nella maniera più fedele possibile il messaggio – o significato – che il testo di partenza cerca di trasmettere. In tal senso, si può pensare al traduttore come a un anello di congiunzione invisibile tra lingue e culture diverse.

Il traduttore deve quindi creare una traduzione che sia fedele sia alla lingua di partenza sia a quella di arrivo, adeguando il senso espresso nella lingua di origine, caratterizzata da una cultura specifica, a una lingua di arrivo che a sua volta presenta una cultura propria, altrettanto specifica.

Dunque, se la lingua non è altro che l’espressione di parlanti immersi in una data cultura che possiede determinate caratteristiche, affinché tale adeguamento interculturale avvenga, il traduttore dovrà conoscere non solo la coppia di lingue, ma anche, e soprattutto, le rispettive implicazioni culturali. Si può allora parlare del traduttore come di un mediatore interculturale. Ciò fa sì che la traduzione diventi un processo complesso nel quale il traduttore deve conoscere il testo originale e il suo contesto, con particolare attenzione al momento storico nel quale è collocato, alla società nella quale si inserisce, alla biografia dell’autore e a tutti gli altri fattori pertinenti, tra i quali anche quelli socioeconomici. Il risultato non sarà solo una traduzione adeguata, ma sarà la costruzione di un nuovo testo: il testo di partenza viene riscritto affinché funzioni nella lingua di arrivo. Pertanto, nel compiere il suo lavoro di mediatore linguistico e culturale, il traduttore legge, scrive, riscrive, si documenta, adatta, ricerca, commenta, chiede, (si) consulta.

Per questo concordo con chi ritiene che la traduzione non sia solo una disciplina, ma anche un sentimento. Una vocazione che porta il traduttore a voler conoscere, esplorare, interpretare, tradurre, leggere, imparare. Si tratta di un processo di apprendimento costante. A volte ci si sbaglierà, altre volte si avranno delle buone intuizioni, altre ancora ci si pentirà delle scelte fatte, continuando ad assumere la funzione di ponte invisibile, affinché il destinatario del suo testo non si accorga di trovarsi di fronte a un testo trasformato:

“Ba-er-za-che. Tradotto in cinese, il nome dell’autore francese [Balzac] formava una parola di quattro ideogrammi. Che cosa magica, la traduzione! Di colpo, superata la pesantezza delle prime due sillabe, il suono marziale, aggressivo e un po’ ridicolo di quel nome svaniva, e dall’insieme di quei quattro caratteri eleganti ed essenziali emanava una bellezza insolita, un aroma esotico, sensuale, generoso come il profumo inebriante di un liquore conservato per secoli in una cantina”. (Dai Sijie, Balzac et la Petite Tailleuse chinoise, Gallimard, Paris 2000; trad. it.: Balzac e la piccola sarta cinese, Adelphi, Milano 2001, p. 59.)

Autore dell’articolo:
Livia Nisticò
Dott.ssa in Interpretariato e Traduzione (ES-ZH>IT)
Roma

Traduzione e creazione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Il traduttore non è solo un operatore geografico. Colui che prende un testo, che ne so, dalla Gran Bretagna e lo porta direttamente in Italia, in un volo di prima classe.
Fuor di metafora, la traduzione non è mai un esercizio puramente meccanico, di sostituzione, ma semmai un lavoro di col-laborazione, co-operazione, con-creazione.
E’ questa una verità tanto più stringente, quanto più la traduzione riguarda un testo che sia espressione personale sul piano stilistico o concettuale, insomma un’opera d’arte.
E’ possibile restituire a un testo di tal genere la sua collocazione originale? Voglio dire la sua dimensione culturale, individuale, originaria?
Paradossalmente si potrebbe osservare che una traduzione “ben fatta” ha proprio questo compito, quello di riportarci al contesto originario in cui l’opera si è originata.

Ma appena si analizzi come la questione possa essere davvero possibile, ci si inoltra in un mare di contraddizioni insolubili.
Non per nulla l’ermeneutica, che è una branca della filosofia, dichiara che questo tipo di traduzione ingenua, che sarebbe una sovrapposizione del testo-destinazione sul testo-sorgente o anche del traduttore sull’autore, è un fatto impossibile.
O meglio: è tendenzialmente possibile solo nella misura in cui il testo da tradurre non contenga rilevanze concettuali, stilistiche, estetiche. Sia cioè puramente tecnico. Ma anche qui con i dovuti distinguo, in quanto anche i termini tecnici appartengono alla storia della cultura.
Così, inevitabilmente, qualsiasi opera di traduzione, pur tendendo al testuale, al reingresso nel testuale, è nei fatti insieme un’opera meta-testuale, perché le categorie, concettuali, linguistiche, di partenza, insite nel testo-autore-sorgente, solo per il fatto che vengano tradotte, sono reinterpretate alla luce delle categorie concettuali, linguistiche, del testo-destinazione e del soggetto-autore di questo lavoro che è il traduttore.
Anche un minimo scarto, fra questi due livelli, porta a qualcosa che non è più una semplice ripetizione del testo in un territorio differente, ma una modifica, che è un prodotto dell’interazione fra i due soggetti, i due contesti, le due storie.

Dunque tradurre non è un semplice lavoro di spostamento geografico, territoriale, linguistico, bensì qualcosa che coinvolge un confronto non azzerabile, determinando con ciò la possibilità di con-creare.
Per riandare all’etimo, “tradurre” non è solo tradere, consegnare, ma soprattutto traducere, “condurre oltre”, trans-ducere un testo.
Quanto più l’incontro fra i due piani (origine-destinazione) sarà profondo, tanto più proficuo il compito della traduzione che si sarà realizzato.
Eppure, tale con-creazione testuale non si rivela come un fatto uniforme, ma dipende da dove si pone la qualità dello scarto.
Come dire che il trans-ducere non percorre gli stessi itinerari nella traduzione poetica e in quella filosofica, in quanto l’ermeneutica dell’estetica non coincide necessariamente con l’ermeneutica del concetto.

Autore dell’articolo:
Loris Belpassi
Autore poesia, letteratura, saggistica
Traduttore freelance FR-EN>IT

Traduzione di testi/articoli medici

 Categoria: Servizi di traduzione

Ogni giorno il vasto mondo della medicina e la sua storia si arricchiscono di un pezzetto: un nuovo farmaco, un nuovo strumento da utilizzare, la comprensione di un processo, lo sviluppo di nuove tecnologie, ecc.
Tutte le volte che c’è una nuova notizia nasce la necessità di condividerla con il mondo intero. Proprio per questo, molti articoli/testi medici vengono costantemente scritti e hanno bisogno di essere tradotti. Questo scambio però non sarebbe possibile se le persone non parlassero una lingua comune. Possiamo osservare che l’inglese in questo ultimo secolo è divenuto la lingua principale della scienza della salute umana sulla scena mondiale, dal momento che la stragrande maggioranza delle pubblicazioni e relazioni viene fatta in questa lingua. Eppure esistono ancora delle barriere linguistiche per una comunicazione efficacie. La traduzione medica è infatti un settore altamente specializzato, occupandosi sia di informazioni mediche scritte, sia di interpretazione di eventi medici e non può essere affidata a chiunque. Perché non può essere affidata ad un traduttore esperto della lingua ma non della pratica medica? La scelta di far tradurre un articolo medico ad un traduttore con background medico o ad uno senza background medico, ma solo linguistico, influisce sul risultato della traduzione stessa. In diversi studi queste due categorie vengono messe a confronto ed è riportato che i traduttori con background linguistico sono più inclini a errori nella terminologia o nella logica, mentre traduttori con background medico sono più inclini ad errori grammaticali o stilistici ma che comunque non inficiano il contenuto dell’articolo. Con l’aumento degli anni di esperienza questa differenza diviene insignificante e i due tipi di traduttori iniziano a fare meno errori in generale.

Per tradurre un articolo medico, sia esso di tipo sperimentale o semplicemente compilativo, prima di tutto bisogna avere dimestichezza con la struttura del testo. Tutti gli articoli medici sono composti da una breve introduzione del background inerente all’argomento di cui vogliamo parlare, una descrizione dei materiali e metodi utilizzati per avvalorare le nostre ipotesi, una discussione dei risultati trovati in confronto a quelli già esistenti e una serie di conclusioni che nascono dal lavoro svolto. La ricchezza fondamentale del traduttore con background medico, però, nasce dal percorso di studi affrontato, dalla vastità del vocabolario acquisito e dall’esperienza maturata a livello professionale, che gli permettono, non solo di tradurre, ma anche di capire ed interpretare in maniera corretta i concetti che deve riportare in un’altra lingua.

A mio avviso, per i motivi appena riportati, la traduzione di testi/articoli medici andrebbe sempre affidata a traduttori esperti della lingua ma esperti in egual modo negli argomenti trattati, quindi persone che hanno frequentato scuole di medicina, infermieristica o con formazione in biomedicina o scienze farmaceutiche.

Autore dell’articolo:
Christina Cambi
Laureata in Medicina e Chirurgia
Traduttrice EN>IT
Firenze

Tradurre libri di pop-science

 Categoria: Servizi di traduzione

Dopo la laurea in Scienze Naturali ho deciso di dedicarmi all’attività editoriale, in particolare scrivendo e traducendo libri scolastici (biologia, scienze della Terra, chimica) e di divulgazione scientifica per bambini e ragazzi.

Il settore della pop-science (popular science) è sicuramente il più divertente e vario: i libri sulla natura e gli animali sono da sempre tra i più gettonati tra i bambini, ma ultimamente il mercato si è ampliato notevolmente, includendo testi con esperimenti, attività, notizie di taglio giornalistico e dedicate al turismo sostenibile o all’educazione ambientale.

La traduzione di libri di pop-science richiede una preparazione specialistica perché la terminologia scientifica deve essere rigorosa, ma anche una notevole dose di intuizione e inventiva, perché spesso vengono citate specie ignote al pubblico italiano e i cui nomi comuni possono non avere una traduzione ufficiale nella nostra lingua.

In alcuni casi, inoltre, gli editori richiedono un adattamento al mercato italiano, quindi occorre sostituire alcuni testi e scriverne di nuovi relativi alle specie locali o a situazioni particolari. Naturalmente è possibile anche avvalersi di specialisti, ma se il traduttore è in grado di fare direttamente questo tipo di interventi, il lavoro risulta più semplice e più veloce.

Mi è capitato più volte di saltare sulla sedia inorridita di fronte a traduzioni superficiali di termini come whale, reso in italiano come “balena” anche quando si riferisce a cetacei che balene non sono… (un esempio? killer whale è “orca” e non “balena assassina”).
Un altro esempio: se traducendo lizards siete tentati di usare il termine “lucertole” accertatevi che nella frase originale non ci si riferisca invece a tutti i sauri, che includono anche varani, camaleonti, iguane, ecc.

Per descrivere nel modo corretto gli organismi viventi o un fenomeno scientifico occorre conoscerli bene: per un traduttore scientifico è quindi essenziale aver studiato ciò che traduce, e naturalmente continuare a leggere, informarsi, aggiornarsi.

Autore dell’articolo:
Elena Gatti
Naturalista – Traduttrice free lance EN-IT
Milano

Lingue e traduzione, binomio inscindibile (2)

 Categoria: Le lingue

Gli operatori del settore tendono a suddividere i traduttori in due principali categorie: traduttori traditori e traduttori fedeli. La prima categoria raggruppa quei traduttori che preferiscono allontanarsi dagli elementi stilistici del testo originale, rielaborandolo – spesso e volentieri, stravolgendolo – in base alla propria sensibilità linguistica. La seconda, al contrario, è costituita dai traduttori che mantengono uno stretto legame col testo di partenza, non discostandosene, considerandolo “intoccabile”.
Parlando delle tempistiche di una traduzione, spesso si considera l’attività traduttiva “nuda e cruda” come preponderante; in realtà, la revisione è altrettanto importante. Prima di consegnare una traduzione al cliente, l’editing, vale a dire il processo di rilettura e correzione di eventuali errori (grammaticali, di battitura, di punteggiatura, etc…), non va tralasciato.
Per quanto riguarda la traduzione letteraria, la sintassi ricopre un ruolo fondamentale: la scelta dell’ordine delle parole all’interno di una frase è uno dei segni distintivi dello stile di un traduttore.
Il traduttore deve, ad esempio, decidere quali subordinate prediligere dopo il complemento oggetto, se cominciare un periodo con un avverbio di luogo o di tempo piuttosto che col soggetto che compie (o subisce) l’azione, deve inoltre decidere se anteporre o meno l’aggettivo al sostantivo a cui si riferisce come nel caso della famosa pubblicità di una celebre azienda produttrice di materiali per l’edilizia, il cui slogan recitava: “Non ci vuole un pennello grande, ma un grande pennello”. Nella prima frase, si sottolineano le sue dimensioni, nella seconda se ne enfatizza l’eccellente qualità.

Per tutti i motivi qui sopra elencati e per molti altri, il traduttore è un vero e proprio scrittore, poiché non si limita a trasferire il senso di un testo da una lingua a un’altra ma fornisce nuovi significati al testo inedito.
Nelle scene descrittive, soprattutto quelle più banali come the pen is on the table, la traduzione sarà inevitabilmente “la penna è sul tavolo”. Anche nelle situazioni inerenti alle condizioni meteorologiche come the sun shines, la traduzione non può che essere  ”il sole splende”. Magari si può intervenire invertendo l’ordine verbo-soggetto e tradurre con “splende il sole” per dare una venatura poetica alla prosa. Altro esempio: the sky is blue non ha molti traducenti diversi da il “cielo è azzurro”. Certo, si potrebbe tradurre con “il cielo è limpido” ma, così facendo, si manterrebbe sì la scena del cielo senza nuvole, però si perderebbe l’aggettivo di connotazione cromatica.
A differenza delle situazioni “chiuse” come quelle descritte negli esempi appena citati, nei dialoghi il traduttore ha un raggio d’azione più ampio all’interno del quale ha maggiori possibilità di “sbizzarrirsi”. Più che nelle altre situazioni, data la maggiore varietà della lingua parlata rispetto alla lingua scritta, proprio nei dialoghi il traduttore ha a disposizione un ventaglio di opzioni tra cui scegliere quella che reputa la soluzione migliore.

Autore dell’articolo:
Alessandro Conti
Aspirante traduttore
Milano

Lingue e traduzione, binomio inscindibile

 Categoria: Le lingue

In un’epoca come la nostra, segnata profondamente dalla globalizzazione, fenomeno – che piaccia o no – irreversibile, dove il mondo si è rimpicciolito poiché le distanze si sono accorciate, la comunicazione, da uno o più mittenti a uno o più destinatari, affinché risulti comprensibile, rapida ed efficace, deve avvalersi di linguisti qualificati, in qualsiasi campo essi operino (politica, economia, giurisprudenza,…); l’attività traduttiva, di conseguenza, assume un ruolo sempre più rilevante.

Spesso, i “non addetti ai lavori” sottovalutano e sminuiscono lo sforzo del traduttore. Le loro domande più frequenti, le cosiddette FAQ (Frequently Asked Questions), non differiscono da: “Cosa ci vuole a trasporre un testo da una lingua all’altra? Prendi il dizionario, cerchi le parole di cui non conosci il significato, e il gioco è fatto!”. Magari fosse un così semplice “copia e incolla”… Le difficoltà che si presentano dinanzi al traduttore, a maggior ragione inesperto, sono molteplici: innanzitutto, la lingua di partenza, quella in cui è stato scritto il testo originale – per quanto si possa averla studiata – non sarà mai la mother tongue del traduttore, il quale traduce solo verso la propria lingua madre.

Occorre poi considerare il tipo di traduzione che verrà effettuata: traduzione letteraria, traduzione tecnica, traduzione giuridica, ecc…; ognuna di esse necessita di un vocabolario specifico, di sfumature lessicali da non perdere nel percorso dalla lingua source alla lingua target.
E quindi non si potranno tradurre alla stessa maniera un saggio, un articolo di giornale, una recensione sul web, un romanzo storico, un racconto narrativo, una fiaba o una filastrocca. Ognuno di essi comporta scelte traduttive molto diverse. Nel caso delle filastrocche, ad esempio, data la loro natura musicale, occorre mantenere, oltre al ritmo, anche la rima, ove possibile, o comunque un’assonanza sillabica.

Un altro aspetto, non secondario, è il contesto socio-culturale in cui è stato scritto un elaborato, spesso divergente da quello attuale, sia a livello temporale che a livello spaziale.
Anche il registro linguistico è fondamentale: nel corso dei secoli, infatti, le lingue si sono evolute (nella Londra del terzo millennio, nessuno parla più come Chaucer, Shakespeare o Wilde), alcuni termini sono ormai anacronistici e desueti, mentre altri, definiti neologismi, sono entrati a far parte del vocabolario, un vocabolario che si aggiorna di continuo.

La seconda parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Alessandro Conti
Aspirante traduttore
Milano

Mille articoli in cinque anni!

 Categoria: Agenzie di traduzione

Oggi è un giorno molto speciale per il nostro blog, è il giorno del suo quinto compleanno!
E questo anniversario è reso ancor più speciale dal fatto che l’articolo odierno è precisamente il millesimo! Ovviamente abbiamo un po’ pilotato la cosa, non è stata del tutto frutto della casualità, ci faceva piacere che i cinque anni di attività coincidessero con il millesimo articolo.

Duecento articoli all’anno, in media circa quattro articoli a settimana, quasi un articolo al giorno se si considerano i periodi di vacanza, i fine settimana e i giorni festivi. Sono risultati che ci inorgogliscono e dovrebbero inorgoglire anche voi, visto che è solo grazie al vostro impegno e alla vostra passione per le lingue e per la traduzione che è stato possibile raggiungerli.

Quando abbiamo iniziato qualche anno fa eravamo noi stessi a scrivere gli articoli. Poi dopo circa un anno abbiamo iniziato a ricevere sporadicamente delle richieste da parte degli utenti del blog che desideravano pubblicare i loro contributi. Quando le richieste sono diventate molte abbiamo deciso di dare la possibilità di pubblicare un articolo a chiunque lo desiderasse. Questo passaggio “epocale” avvenne il 1 gennaio del 2011, a distanza di un anno e mezzo esatto dalla nascita del blog.

Quando prendemmo questa decisione temevamo di ricevere qualche articolo “scopiazzato” che potesse crearci problemi legali oppure che abbassasse il livello qualitativo mantenuto fino ad allora. Per questi motivi creammo un regolamento (un po’ cavilloso lo ammettiamo!) che ci tutelasse in caso di plagi et similia. Tuttavia, salvo qualche rara eccezione, tutto è filato liscio fin da subito e nel corso del tempo abbiamo ricevuto articoli di pregevole fattura scritti da persone competenti e animate da una passione sincera.

Sì perché al di là di tutte le cavillosità del regolamento, le regole da seguire per pubblicare un articolo alla fine erano sostanzialmente tre: non copiare da altre fonti, scrivere in un italiano corretto e parlare di lingue e/o di traduzione con una certa cognizione di causa.
E di queste tre regole alla fine l’ultima era quella che ci interessava maggiormente perché gli articoli copiati sapevamo come neutralizzarli, quelli un po’ “sgrammaticati” potevamo sempre correggerli ma sul terzo punto non c’erano margini di manovra: gli articoli dovevano parlare di lingue e/o di traduzione, nessuno spazio per altre tematiche, non ci interessava fare il classico calderone e mescolare cultura, politica, attualità, ecc.

A distanza di qualche anno l’idea è tuttora la stessa, non ci siamo mossi di una virgola: creare uno spazio sul web che diventi (citiamo le nostre stesse parole apparse nell’articolo del 1 gennaio 2011) “un punto di riferimento in rete per chi opera nel settore della traduzione, un luogo dove trovare informazioni utili, comunicare notizie di interesse pubblico, discutere di varie tematiche, trovare collaboratori per progetti da svolgere a più mani, dare consigli, condividere esperienze e molto altro ancora”.

Ecco, rileggendo quelli che erano i nostri obiettivi tre anni e mezzo fa, il bilancio è indubbiamente positivo, nel senso che abbiamo di fatto raggiunto molti degli obiettivi che ci eravamo prefissi. Tuttavia, rimane il rammarico di non essere ancora riusciti ad aprire il blog ai commenti esterni.
Si tratta di un passaggio altrettanto epocale come l’apertura ai commenti esterni che ancora non siamo riusciti a compiere poiché la gestione del blog e tutto ciò che ne consegue (gestire le comunicazioni con tutti gli utenti, controllare che gli articoli non siano stati copiati da altre fonti, correggerne gli errori e pubblicarli in rete) è un lavoro che occupa un sacco di tempo e distrae risorse dai progetti di traduzione dell’agenzia.

Il nostro obiettivo per l’immediato futuro è pertanto quello di trovare una risorsa esterna all’agenzia che sia capace, competente e abbia tempo da dedicare quotidianamente alla moderazione delle discussioni che si verrebbero sicuramente a creare una volta aperti i commenti agli articoli. In cambio, oltre all’incremento esponenziale della sua visibilità personale sul web (potrebbe firmarsi con nome e cognome), gli garantiremmo un piccolo rimborso spese.

Solo così potremmo rendere il blog sulla traduzione veramente “social” e quasi democratico. Il quasi è d’obbligo perché se fosse completamente democratico basterebbe abilitare i commenti senza moderarli e non è questa la nostra intenzione, altrimenti l’avremmo fatto già da molto tempo, un minimo di moderazione vorremmo ci fosse.
Speriamo pertanto di ricevere quanto prima qualche candidatura per il ruolo di moderatore per far sì che il blog raggiunga presto l’ultimo obiettivo che ci siamo prefissi.

Ad ogni modo, anche in assenza di candidature per questa posizione, ci preme ringraziare in modo sentito tutti coloro che hanno contribuito a far crescere il blog della traduzione in questi 5 anni magnifici