Tradurre un articolo scientifico

 Categoria: Servizi di traduzione

Dal 2003 collaboro con una rivista di chirurgia, una delle più vecchie in Italia. La rivista è sempre stata molto attenta alle esigenze dei tanti chirurghi che scrivono sulle sue pagine, tanto da decidere, ad un certo punto, di pubblicare in lingua inglese in modo da garantire agli autori maggiore visibilità. Sono però pochi i chirurghi italiani che scrivono in inglese corretto ed una buona percentuale di contributi che giunge in redazione per la pubblicazione necessita di essere ampiamente revisionata o, nel peggiore dei casi, ritradotta.

Tradurre testi scientifici non è facile e non solo perché richiede la conoscenza della terminologia medica, chirurgica od anatomica. Durante la mia collaborazione con la rivista ho visto avvicendarsi molti traduttori che pensavano che bastasse una ottima padronanza dei termini per poter fare un buon lavoro. I risultati sono spesso stati insoddisfacenti, con traduzioni ineccepibili dal punto di vista grammaticale e sintattico, ma troppo letterali e perciò “sterili”, proprio come un tavolo operatorio. È indiscutibile che tradurre gli step di un intervento chirurgico o le casistiche di pazienti affetti da una certa patologia non permette grandi voli pindarici (sarebbero inoltre fuori luogo considerando gli argomenti!) ma questo non toglie che si tratti pur sempre di una traduzione e come per ogni traduzione che si rispetti, anche in questo caso è necessario che il traduttore “entri” nel testo per poterlo trasformare al meglio in una nuova lingua: dovrà pertanto fare un preventivo lavoro di ricerca bibliografica (ad esempio su Internet), informandosi bene sugli argomenti trattati, prima di affrontare l’arduo compito. Questo vale ovviamente sia per traduzioni dall’italiano all’inglese sia per quelle dall’inglese all’italiano che, a mio avviso, trovo ancora più stimolanti in quanto l’inglese – lingua già di per sé concisa rispetto al nostro più articolato italiano – quando è scientifico è ancora più stringato ed implica perciò un grosso sforzo interpretativo.

La traduzione di un articolo scientifico rappresenta una sfida importante che richiede tempo ed impegno ma senza dubbio si tratta di una sfida affascinante che, se affrontata nella maniera giusta, non mancherà di dare grandi soddisfazioni.

Autore dell’articolo:
Stefania Tavanti
Traduttrice professionista EN>IT
Firenze

In nome della traduzione…

 Categoria: Traduttori freelance

Il primissimo studio di una lingua straniera inizia con la scuola. Una delle cose fondamentali che vengono insegnate sono i nomi dei colori, i numeri e tutta una serie di semplici nozioni che ci si diverte ad utilizzare anche in ambito quotidiano. Con il passaggio alle classi superiori la lingua straniera sembra risultare meno accattivante di quanto si possa pensare; si finisce con il trovarsi dinanzi ad un mondo di regole grammaticali che sembrano distare anni luce dalla nostra lingua madre. Così la nostra curiosità scema. Poi iniziano le vacanze all’estero ed allora sì che si comprende l’importanza di comunicare aldilà dell’italiano. Per questo motivo ho deciso di raccontare la mia esperienza.

Posso dire che non sono mai stata un’ estimatrice di nessuna lingua nello specifico, non so se per pura pigrizia o perché non mi entusiasmava studiare un semplice testo. Un giorno, navigando su internet, nella speranza di trovare un’altra possibilità sul mondo del lavoro che non mi obbligasse ad accantonare l’amore per la letteratura, per i viaggi, mi sono imbattuta in un corso di traduzione. Per una lettrice accanita come me ha significato scoprire un mondo che non avevo mai considerato. Ho subito pensato che per capire a fondo una lingua, sarebbe stata necessaria un’esperienza all’estero. Solo osservando una nazione più da vicino, sarei stata in grado di comprendere le sfaccettature di cui una lingua dispone. La scelta è caduta sulla Francia la cui struttura linguistica, essendo una lingua romanza, è simile alla nostra. Ho trascorso un anno a Bordeaux e sono riuscita con il supporto di un corso di lingua francese, ma anche comunicando con la gente e ancora guardando film e ascoltando telegiornali, leggendo riviste, a sentirmi parte di un mondo fino ad allora sconosciuto. Continuo a credere che un testo scolastico non permetta di comprendere e apprezzare realmente una lingua che non sia la nostra. Entusiasta a dicembre ho iniziato il tanto atteso corso ed anche in questo caso si è aperta una finestra sul mondo della traduzione, sulla necessità di un’ approfondita conoscenza non solo della lingua di partenza (nel mio caso il francese) ma anche su quella di arrivo (l’italiano).

Due sono le linee guida per tradurre al meglio: in primo luogo tradurre non significa trasporre parola per parola un testo. Come sottolinea Umberto Eco nel suo libro “ Dire quasi la stessa cosa”, la parola d’ordine è negoziazione. Occorre adoperare un lessico che sia fedele all’originale ma che sia di uso comune nella lingua d’arrivo. In secondo luogo, non esiste una traduzione migliore o peggiore, molto dipende dal gusto del revisore e dell’editore. Da questo momento ho capito il duro lavoro racchiuso dietro il più semplice dei libri.

Autore dell’articolo:
Rosanna Cataldo
Traduttrice freelance FR>IT
Cervia (RA)

Esperienze di una traduttrice

 Categoria: Traduttori freelance

Già al liceo decisi che avrei studiato Traduzione. Mi affascinavano le lingue straniere: entrare a piccoli passi all’interno di un sistema linguistico fatto di suoni e grafemi sconosciuti che, pian piano, diventano la tua quotidianità; imparare a conoscere un altro paese, fatto di personaggi storici, avvenimenti ed elementi appartenenti a un diverso retroterra culturale; sperimentare un modo “insolito” di vivere il cibo e la convivialità; ridere di un umorismo “diverso”. Questo e molto di più è stato per me lo studio del tedesco, dell’inglese, dello spagnolo.

Poi sono arrivate le prime esperienze all’estero: Vienna, Bristol… Per la prima volta in vita mia mi ritrovai, da sola, in un paese che conoscevo perché lo studiavo da sempre, ma che in realtà mi era completamente estraneo. Già! Perché una cosa è studiare gli usi e costumi degli inglesi, degli spagnoli o dei tedeschi su un libro di testo; totalmente diverso è sperimentarli, quegli usi e costumi, sulla propria pelle: orari differenti, gastronomia a dir poco ignota… Persino i gesti non sono gli stessi! E la lingua, quell’idioma che pensavo di dominare con tanta sicurezza fra i banchi del liceo o dell’università, sembrava diventata aramaico. Nelle sfumature di ogni accento si confondevano i “won’t” con i “want”, “braten” con “raten”, “caza” con “casa”, dando origine a un umorismo involontario di cui ero la sfortunata protagonista fra l’ilarità generale, ed era allora che la tanto vantata sicumera si trasformava in un imbarazzante disagio e, maledicendomi, mi chiedevo perché avessi tanto voluto studiare Lingue.

Per fortuna, però, tutto questo non è durato a lungo. Col tempo, sono arrivati i momenti in cui scoprivo di aver capito una battuta e potevo permettermi di ridere davvero, o di poter avere una conversazione con un’amica madrelingua sui temi più disparati, dal prelibato sandwich provato il giorno prima al pub all’angolo, all’influenza imperialista sulla letteratura di viaggio femminile di fine Ottocento. Oppure, e quando mi successe per la prima volta fu pura magia, mi ritrovavo addirittura a PENSARE nella lingua che stavo studiando. È stato allora che ho capito che ce la potevo fare. E che avrei anche voluto, fortissimamente voluto, vivere all’estero una parte della mia vita. E che avrei fatto la traduttrice: perché amo le lingue e la letteratura; amo conoscere, vivere e sperimentare nuove culture; amo poter traghettare da un idioma all’altro l’immagine che uno scrittore o una poetessa hanno creato nella propria. Non che sia facile. Tutt’altro! È stato un percorso lungo e difficile, da quel banco del liceo fino a questa scrivania, a Jerez de la Frontera, Spagna, dove sono seduta oggi. Quasi un viaggio. E certi giorni sei talmente stanca, abbattuta, avvilita, delusa, che vorresti gettare il computer dalla finestra e maledici il giorno in cui hai iniziato a sognare di voler fare la traduttrice. O il traduttore. Ma i sogni sono proprio così, no? A volte si affievoliscono, si intorpidiscono, socchiudono gli occhi, ma sono sempre lì, che battono all’unisono con il tuo cuore.

Autore dell’articolo:
Elena Cannelli
Traduttrice freelance EN-ES>IT
Cadice (Spagna)

Tradurre letteratura cinese (5)

 Categoria: Traduzione letteraria

Un problema analogo a quello dei verbi in serie è evidenziabile anche a livello del lessico. Le parole del cinese sono in prevalenza bisillabiche e molte di esse si sono generate nel tempo attraverso il meccanismo della composizione che porta a connettere in un’unica parola due sillabe (a livello fonetico), due morfemi (a livello morfologico), due caratteri (a livello grafico), almeno nei casi del cinese (la maggior parte) in cui vi è corrispondenza tra sillaba e morfema. In traduzione, alcune volte, il diretto corrispettivo in italiano, sebbene sia un traducente che riporta lo stesso significato della parola in cinese, può non essere – del tutto o in parte – adatto a rendere l’espressione usata nel ST nella sua pienezza. Il traducente, infatti, può essere a sua volta un composto (caso veramente raro in italiano, lingua dove la composizione non ha nemmeno l’ombra della produttività che il fenomeno ha in cinese) ma le sue parti non corrispondono a quelle cinesi, o può (e questo è ciò che avviene più spesso) non essere affatto un composto, avendo una derivazione filologica del tutto diversa, e dunque non portare con sé uno solo o nessuno dei due campi semantici a cui fanno riferimento le parti morfemiche del composto cinese.

Sempre da un punto di vista lessicale una particolarità del cinese è rappresentata dai chengyu. Ceccagno (2005) descrive così l’uso dei chengyu in cinese:

Il cinese è ricco di proverbi e frasi standardizzate, spesso di derivazione letteraria, strutturati secondo la sintassi classica e perlopiù costituiti da quattro caratteri. Queste frasi fatte (成语chéngyǔ) sono entrate come unità consolidate nel lessico moderno e costituiscono un esempio interessante di cristallizzazione della sintassi propria di precedenti fasi evolutive della lingua (Abbiati, 1992). In qualche modo proverbi e frasi fatte potrebbero richiamare alla mente le nostre citazioni latine; in realtà si tratta di un bagaglio linguistico molto più diffuso e popolare: infatti, a proverbi e frasi fatte ricorrono continuamente tutti i cinesi, non solo le persone colte ma anche chi ha bassa scolarizzazione e livello culturale modesto. Inoltre i chéngyǔ sono ritenuti un patrimonio linguistico-culturale tradizionale da preservare e trasmettere alle giovani generazioni: in qualsiasi libreria cinese sono presenti vari volumi illustrati configure della tradizione che raccontano (e insegnano) ai ragazzi la storia che sta dietro ad ogni frase fatta.

I chengyu rientrano in un discorso più ampio, cioè quello delle espressioni idiomatiche, dei modi di dire, cioè di espressioni cristallizzate che esistono in tutte le lingue. In traduzione è spesso difficile rendere l’identico senso espresso, si rischia di sostituire un’espressione comunissima in cinese con un’altra che, sebbene equivalente in italiano, potrebbe suonare troppo poetica o fuori luogo. Dove possibile i chengyu andrebbero sostituiti con un’espressione idiomatica analoga. In molti casi, però, non vi è questa possibilità e basta tradurre il senso generale del modo di dire in questione.

Trattandosi di una cultura così lontana, le diversità riguardano anche e soprattutto i realia: cibi, usanze locali, particolari unità di misura, cioè oggetti culturalmente specifici che in Italia non abbiamo. Dunque in alcuni casi alcune parole possono essere proprio lasciate così come sono, al limite inserendo una nota a piè di pagina, che però è spesso una scelta osteggiata in nome della scorrevolezza e della leggibilità del testo per il lettore della cultura target.

Autore dell’articolo:
Maria Elena Iezzi
Traduttrice EN-ZH>IT
Penne (PE)

Tradurre letteratura cinese (4)

 Categoria: Traduzione letteraria

In cinese esistono poi particolari costruzioni verbali: i verbi direzionali e i verbi risultativi. Abbiati (1998) definisce i verbi (detti complementi) direzionali così:

I complementi direzionali sono costituiti da uno o due verbi di moto (complementi direzionali semplici nel primo caso e complementi direzionali composti nel secondo) che specificano la direzione e/o il senso del movimento descritto dal verbo reggente. […] I principali verbi che segnalano direzione sono 上shàng “salire (→ su)”, 下xià “scendere (→ giù)”, 进jìn “entrare (→ dentro)”, 出chū “uscire (→ fuori)”,回huí “tornare (→ indietro, ri-)”, 过guò “passare (→ avanti, oltre)”, 起 “alzarsi (→ in su)”, 开kāi “aprire (separazione → via), mentre due soli sono quelli che indicano il senso: 来lái “venire” (avvicinamento) e 去 “andare” (allontanamento).

In generale spesso non esiste un traducente diretto nella lingua d’arrivo per i significati espressi nel testo originale, pertanto si rende necessario, al fine di ottenere uno stile adeguato nel testo tradotto, rinunciare alla traduzione letterale e variare leggermente la struttura sintattica della frase, oppure scegliere un traducente che appartenga ad una categoria grammaticale diversa da quella usata dall’autore. Per quanto riguarda i direzionali il compito è particolarmente problematico, in quanto tali complementi non hanno un loro corrispettivo diretto in italiano. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, vi sono espressioni che possono sostituire il loro uso, permettendo di trasmettere in modo inalterato il senso delle frasi del testo, cioè l’impressione (di particolare effetto “cinematografico” in letteratura) di allontanamento e avvicinamento rispetto ai protagonisti delle azioni.

Per quanto riguarda i risultativi la definizione di Abbiati (1998) è la seguente:

Il complemento risultativo, costituito da forme verbali che si legano saldamente al verbo reggente da cui sono precedute, specifica l’esito prodotto dall’azione o dallo stato predicati. […] Qualunque verbo può fungere da risultativo, purché la costruzione risultante (verbo reggente – complemento) abbia coerenza e senso logico.

Dunque il primo verbo specifica l’azione e il secondo ne rivela l’esito. I risultativi rappresentano un aspetto particolarmente problematico della traduzione dal cinese in italiano, in quanto non è sempre possibile conservare nel testo tradotto entrambi i verbi che li compongono e, nei casi in cui questo è possibile, per uno dei due componenti è quasi inevitabile usare un traducente che appartenga ad una categoria diversa da quella verbale, oppure può essere opportuno inserire una congiunzione, dato che in italiano, a volte, è agrammaticale far seguire direttamente ad un verbo un altro verbo, o ancora, per conservare il senso espresso da entrambi i verbi, si può ricorrere ad una elaborazione di frase più complessa. A volte è inevitabile che una parte del senso vada persa, o in alcuni casi non è strettamente necessario rendere esplicite entrambe le parti, per rendere comprensibile il senso globale dell’azione, che si può sintetizzare con un unico verbo.

La quinta e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Maria Elena Iezzi
Traduttrice EN-ZH>IT
Penne (PE)

Tradurre letteratura cinese (3)

 Categoria: Traduzione letteraria

Il traduttore è dunque al centro di un processo ampio, in cui deve muoversi tenendo a mente sia i fattori linguistici, che i fattori letterari e culturali, specialmente quando si tratta di lingue e culture così distanti tra loro, così come sono quella cinese e quella italiana. Sulle scelte del traduttore influiscono parimenti tutti questi macrocontesti, e – come sottolineato da altri teorici dei translation studies – ve ne sono molti altri, quali ad esempio le norme del mercato editoriale, o anche la posizione di rilievo o di “prestigio” di una lingua e di una letteratura rispetto a un’altra (a questo proposito è molto interessante, ad esempio, l’approccio sistemico ed empirico di Even-Zohar, che postula l’esistenza di culture – e quindi di lingue e letterature – dominanti rispetto alle altre, e dell’appartenenza di un testo, dunque, ad una letteratura definita centrale o ad una periferica).

La nuova disciplina dei Translation Studies fa proprie, inoltre, molte delle acquisizioni della Systemic Functional Grammar, fondata da Michael Halliday, che sostituisce la grammatica normativa con un approccio funzionale, ovvero tiene in conto proprio fattori quali un context of culture, oltre ad un context of situation, presenti in qualsiasi atto comunicativo, quindi anche in un testo letterario, nonché di caratteristiche della lingua quali l’enfasi tematica. Ad esempio la distinzione di derivazione funzionalista tra il tema o topic e il rema o comment – un elemento della frase è enfatizzato, che esso sia o meno il soggetto, grazie alla posizione in testa dell’enunciato e rappresenta l’argomento di cui l’enunciato stesso tratta – è fondamentale per spiegare una caratteristica particolare del cinese, cioè la sua tendenza all’essere topic-prominent, così come descritta in vari studi di linguistica cinese. Non è sempre il soggetto in testa alla frase, sebbene il cinese sia una lingua SVO, soggetto verbo oggetto (che ultimamente tende ad evolversi verso la struttura SOV). Questa caratteristica funzionale della lingua – come altre – andrebbe rispettata, in taluni casi, anche in traduzione, se la lingua in cui il testo cinese viene tradotto lo consente.

L’italiano e in generale le lingue occidentali presentano caratteristiche tipologiche e morfosintattiche molto diverse dal cinese, che rendono particolarmente problematica la traduzione letteraria da questa lingua, e vanno tenute presenti da chi traduce, ad esempio una delle difficoltà e delle scelte che bisogna affrontare nel tradurre un testo di letteratura cinese riguarda i tempi verbali da adottare nel testo d’arrivo: la lingua italiana differenzia in maniera esplicita il tempo dei verbi, il cinese, invece, è definito lingua isolante (anche se il cinese moderno presenta molti meno tratti caratteristici delle lingue isolanti rispetto al cinese classico) e dunque non fa uso di variazioni morfologiche verbali per distinguere l’aspetto temporale delle azioni. In cinese la cronologia degli eventi, di solito, è resa esplicita dalla presenza di particelle aspettuali e modali, avverbi e complementi di tempo. In mancanza di tali elementi non è sempre possibile stabilire con certezza il momento in cui un’azione è collocata. Si rivela necessario, nei casi di ambiguità, decidere in base al contesto della narrazione, e fare riferimento ad altre indicazioni temporali che l’autore inserisce nel testo, in primo luogo per quanto riguarda la consecutio temporum, cioè il rapporto cronologico di anteriorità, contemporaneità o posteriorità dalle azioni che, quando non reso esplicito dalla particella le 了o da altre marche temporali, può essere dedotto solo in base a considerazioni logiche sulla struttura del racconto, e riportato nel testo italiano seguendo le caratteristiche verbali della nostra lingua, ad esempio attraverso l’uso di tempi composti quali i trapassati. Non sempre è evidente ad una prima lettura anche il tempo principale della narrazione del racconto, in rari casi in cui le marche temporali sono assenti o ambigue, la scelta della narrazione nel TT al passato, ad esempio, può essere addirittura affidata all’arbitrio del traduttore.

Domani verrà pubblicata la quarta parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Maria Elena Iezzi
Traduttrice EN-ZH>IT
Penne (PE)

Tradurre letteratura cinese (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

Esistono e sono esistiti molti differenti presupposti teorici a cui i traduttori si sono attenuti nel corso dei secoli, posizioni certamente tenute in considerazione, in parte, ancora oggi, ma precedenti al momento in cui la teoria della traduzione ha assunto statuto di disciplina ufficiale e quindi, per la maggior parte, già messe in discussione. La prima riflessione importante sulla traduzione letteraria è attribuita a Cicerone, secondo il quale una buona traduzione, definita “da oratore” consta della ricerca del miglior modo di rendere un testo a chi ne fruisce in un’altra lingua, mantenendone l’efficacia espressiva. Dopo di lui in molti si sono interrogati su quale fosse il miglior modo di tradurre e quali fossero i criteri da seguire per realizzare una buona traduzione. La riflessione sulla traduzione passa attraverso le menti di San Girolamo, Leonardo Bruni, Goethe, Schlegel, Schleiermacher, Humboldt e tanti altri ancora, fino a quando, nell’ultimo mezzo secolo, la traduzione si è trasformata da esercizio di stile per scrittori e letterati in una vera e propria professione, e attorno alla pratica della traduzione si è organizzata una disciplina con un suo statuto teorico, classificata sotto l’etichetta di translation studies. La denominazione della disciplina si fa risalire ad un saggio di James S. Holmes del 1988, “The name and the nature of Translation Studies” (1988), che è ritenuto il manifesto della nuova disciplina e ne definisce il carattere empirico, gli obiettivi e i principi, tra i quali – in primo luogo – la finalità di descrivere sia il processo che il prodotto della traduzione, così come essi si manifestano nell’esperienza. E’ nel 1980 che Susan Bassnett scrive l’opera che sarà ritenuta da allora fino ad oggi la più importante per la nuova teoria della traduzione contemporanea, intitolata, appunto, Translation Studies. Presupposto fondamentale del nuovo paradigma è che la sostanziale differenza tra i due testi che sono oggetto di studio delle teorie della traduzione non è più la cosiddetta “originalità”, perché anche il testo d’arrivo in un certo senso, può essere considerato un originale. La differenza consiste invece nei due diversi contesti di pubblico a cui i testi sono destinati: il testo di partenza, quello che veniva chiamato originale, viene ora denominato da Bassnett Source Text (ST). Esso è creato dall’autore in un determinato contesto culturale (in un dato tempo e in un certo luogo) ed è composto in una lingua che è espressione di tale cultura; il testo che era stato in precedenza denominato testo d’arrivo o testo tradotto, viene invece denominato Target Text (TT), e definito sempre in relazione al suo pubblico di destinazione: esso è creato per la fruizione da parte di lettori che appartengono ad un’altra cultura e usano un’altra lingua (nella stessa epoca, nel caso della traduzione di un testo contemporaneo, o addirittura di un’altra epoca, nella traduzione di un testo del passato).

A mio avviso, nell’adottare questa nuova ottica per quanto riguarda la traduzione di testi di letteratura contemporanea dalla lingua cinese alla lingua italiana, assumono valore di rilievo soprattutto il punto di vista linguistico e quello culturale, oltre a quello letterario, già studiato dai teorici del passato. Per quanto riguarda l’aspetto linguistico, soprattutto nel tradurre una lingua non imparentata per derivazione con la lingua del nuovo testo, diventa cruciale la differenziazione tipologica, ovvero la classificazione delle lingue in tipi di appartenenza, per rilevare, nella pratica, le caratteristiche linguistiche sia della lingua del ST che della lingua del TT e tenerle presenti nel processo di traduzione. Le caratteristiche letterarie del testo, cioè il suo genere, le notizie sull’autore, lo spirito del testo e la sua bellezza estetica vanno sempre tenute in grande considerazione, così come descritti dai più grandi teorici della traduzione ancor prima della fondazione della nuova disciplina, ma, inoltre e soprattutto, bisogna adottare oggi anche una prospettiva culturale; prospettiva, cioè, che mostri consapevolezza delle differenze di contesto, dei riferimenti, delle tradizioni e, in generale, di tutto ciò che appartiene al contesto culturale in cui vengono creati entrambi i testi. Uno dei primi a porsi il problema culturale, in effetti, era già stato Schleiermacher, che aveva contrapposto le traduzioni “naturalizzanti” a quelle “stranianti”, le prime sono quelle che naturalizzano il testo, cioè lo avvicinano al modo di comprendere del pubblico di destinazione del testo tradotto, mentre le ultime sono quelle che conducono il pubblico di ricezione ad avvicinarsi ad una nuova cultura, quella del testo così come esso è stato scritto dal suo primo autore.

A domani la pubblicazione della terza parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Maria Elena Iezzi
Traduttrice EN-ZH>IT
Penne (PE)

Tradurre letteratura cinese

 Categoria: Traduzione letteraria

La traduzione letteraria interlinguistica presuppone diverse attività complesse: la prima è un’attenta comprensione del testo, cui deve seguire un lavoro di trasformazione, guidato dalla finalità di rendere l’opera accessibile al lettore che non abbia conoscenza della lingua in cui essa è stata composta mantenendone, per quanto possibile, inalterate le qualità originarie e cercando di riproporle al meglio nella lingua d’arrivo. Chi traduce, in questo senso, deve porsi in una duplice prospettiva: essere al contempo lettore attento e autore di una nuova versione del testo.

Per lungo tempo ci si è chiesti se la traduzione letteraria possa essere considerata un’attività scientifica o creativa. Come processo scientifico, la traduzione è stata concepita quale trasformazione di un messaggio, dato in un certo codice linguistico, in un messaggio equivalente, reso in un altro codice linguistico, mediante l’applicazione di regole sintattiche. Bisogna, però, tenere presente che l’opera, così come essa è stata concepita dal suo autore originario, presenta – oltre all’utilizzo di un codice linguistico – caratteristiche di soggettività, intertestualità, risvolti psicologici e, non ultimo, scelte di stile (che rispecchiano tali caratteristiche), le quali non sempre rientrano negli schemi descrittivi del codice linguistico usato. In traduzione si rende necessario cercare di riproporre tutti questi elementi, evitando il più possibile di alterarli, pertanto la traduzione stessa può essere considerato un processo non solo scientifico, ma anche di ri-creazione del messaggio comunicato dall’autore, al quale sono sottese, inoltre, una trasformazione metaculturale e un’operazione di comparazione linguistica e letteraria.

La dicotomia “scientifico vs creativo”, sebbene ancora oggi sia considerata effettivamente problematica da chi si occupa di traduzione letteraria, nel corso dell’evoluzione delle teorie sulla traduzione, viene parzialmente abbandonata, così come molte altre concezioni che hanno caratterizzato il pensiero traduttologico nel corso dei secoli, come ad esempio il concetto di fedeltà, che diventa noto grazie ad una metafora francese che definisce le traduzioni prodotte dal ‘600 all’800: la metafora delle belles infidèles: come scrive Osimo, “i testi vengono adattati, modernizzati e localizzati per piacere di più ai lettori, per non affaticarli con esotismi o concetti lontani dal contesto culturale a cui sono abituati.” Questa riflessione, che mette a contrasto le “belle e infedeli”, cioè traduzioni piacevoli e scorrevoli ma distanti dal testo originale, con le “brutte e fedeli”, cioè traduzioni molto vicine al senso del testo, ma di poco valore letterario, per lungo tempo è rimasta nella mente di coloro che si sono occupati della traduzione, fino ad essere duramente criticata, ad esempio in ambito dei Cultural Studies – nella cui cornice teorica si muove Susan Bassnett, fondatrice della disciplina dei Translation Studies - e degli studi femministi sulla traduzione, ad esempio di Susan Sontag, e poi quasi definitivamente superata con la nascita della disciplina dei Translation Studies, alla fine del ‘900. Tuttavia essa sottolinea l’importanza del ruolo rivestito dall’appartenenza ad un contesto culturale ben specifico del testo letterario.

Con le due problematiche già citate saranno parzialmente abbandonate altre due intuizioni fondamentali nella storia del pensiero sulla traduzione letteraria: l’equivalenza e lo spirito del testo, di cui sono portavoce due importanti teorici della traduzione. Il primo è John Catford, che definisce la traduzione stessa in riferimento al concetto di equivalenza: “La traduzione può essere definita come una sostituzione di materiale testuale in una lingua (di partenza) mediante materiale equivalente in un’altra lingua (di arrivo).” Eugene Nida, invece, ritiene fondamentale per la traduzione la comprensione dello spirito del testo, cioè delle intenzioni dell’autore. Dalla sua idea si sono sviluppati molti pensieri, scientificamente, in realtà, contestabili, sulla necessità del traduttore di diventare quasi un “medium”, immergendosi a tal punto nello spirito del testo di partenza, tanto da fondere la propria mente creativa con quella dell’autore del testo originale.

La seconda parte di “Tradurre letteratura cinese” sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Maria Elena Iezzi
Traduttrice EN-ZH>IT
Penne (PE)

Il traduttore e gli strumenti CAT

 Categoria: Strumenti di traduzione

Ad un mese di distanza dalla mia laurea magistrale in Lingue e Culture per la Comunicazione Internazionale, peraltro già in possesso di laurea triennale in Mediazione Linguistica, ho maturato la passione per la traduzione di qualsiasi testo nelle due lingue da me studiate in questo mio percorso di studi: lo Spagnolo e l’Inglese. Con la consapevolezza che la traduzione richiede una conoscenza approfondita sia delle strutture linguistiche che dell’argomento trattato nel testo oggetto della traduzione, ho iniziato ad utilizzare uno specifico programma di traduzione assistita tra i vari altri programmi CAT: mi sto riferendo a Wordfast Anywhere.

Rispetto a TRADOS, ATRIL, DEJAVU, SDL, Wordfast Anywhere, ultima versione di Wordfast, è assolutamente gratuito, online, utilizzabile in qualsiasi posto dotato di una buona connessione ad Internet. Questi softwares solitamente vengono impiegati per la traduzione di testi tecnico-scientifici, medici, economici ed altri linguaggi settoriali, ma la mia iniziale esperienza con il programma coincideva con la traduzione dallo spagnolo all’italiano di un prologo di un’opera di Arturo Uslar Pietri Las Lanzas Coloradas, che è stato oggetto della mia tesi di laurea magistrale. Attualmente, uso Wordfast quotidianamente sia per la traduzione di articoli di giornale, sia per quanto riguarda le pubblicazioni della biblioteca dell’UNESCO di carattere scientifico, culturale, tecnico.

Desidero lavorare in questo ambito per ampliare ulteriormente le mie conoscenze linguistiche e culturali, poiché LINGUA è sinonimo di CULTURA, per ampliare i miei orizzonti. Mi auguro di poter intraprendere questa carriera professionale.

Autore dell’articolo:
Emanuele Focarelli
Traduttore ES-EN>IT
Bolsena (VT)

Divagazioni su traduzione e traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

In un’epoca in cui tutto è globalizzato, in cui le distanze si avvicinano, mentre forse le persone si allontanano, la traduzione occupa un posto di prim’ordine, fondamentale per il buon andamento e il successo di un affare, di un incontro, di un vertice. Tutto si basa sulla traduzione: se i grandi si incontrano per decidere le sorti del pianeta, beh, ci vuole qualcuno che traduca, ed ecco che entra in scena l’interprete; la diffusione della cultura internazionale, della letteratura per esempio, è possibile grazie alle traduzioni, e qui ecco che fanno capolino i traduttori. Insomma siamo circondati da traduzioni, di ogni genere e tipo, in tutti i campi, dappertutto. E dire che molti non sanno neanche quello che facciamo, se poi vai a dire loro che hai una laurea in traduzione pensano che ti voglia dare delle arie per non dire che hai fatto lingue, insomma credo che ci sia tanta confusione attorno a una professione che è centrale, molto dinamica e fondamentale negli anni a venire. Ci vedono come degli alieni, con la testa china sul computer, lontano da tutti e da tutto, in un angolino di casa fatto apposta per noi. Soli, sfiniti per via delle ore davanti a uno schermo, sommersi dai dizionari, e con una tazza di caffè che ci fa stare svegli nelle nottate di lavoro. Eh sì, perché il bello, e a volte il brutto, è proprio questo: quello del traduttore è un lavoro “autogestito”, non ci sono schemi, un giorno lavori 23 ore, un altro una, un altro puoi andare al mare, poi lavi, stiri, cucini, porti i bimbi a scuola, fai letti, e poi di nuovo full immersion in questo universo bellissimo, che ti fa amare quello che fai, perché è sempre diverso, mai monotono, sempre stimolante, ti permette di imparare, di sapere, di conoscere, e dove lo trovi un altro lavoro così? Come potrei immaginare un ufficio e otto ore di calcoli Excel? No, non fanno per me, io sono per la creatività, per la conoscenza, per il sapere.

Quello del traduttore è l’esempio di come non si finisca mai di imparare, e menomale, imparare ti fa stare vivo, ti mantiene giovane, ti fa amare la vita, ti fa prendere posizioni, ti fa pensare, e dunque essere. Ho sempre pensato che la cultura, quella vera, ti aiuta a essere libero, libero di pensare, fare, agire. Forse sarebbe meglio un ufficio, otto ore e poi chiudi la porta, torni a casa e pensi ad altro, invece no, ho scelto di essere online venti ore al giorno, di controllare la posta infinite volte nelle ventiquattro ore, ho scelto di stare sempre all’erta, con le antenne ben dritte sul mondo, ho scelto di controllare le e-mail, poi di cucinare, e tra un soffritto e l’altro ricontrollo la mail, poi aspetta, vado a prendere i bimbi a scuola, torno e apparecchio, mangio, lavo i piatti e di nuovo al pc, ma nel frattempo la posta l’avrò controllata altre dieci volte, perché non si sa mai che in questo frangente non passi il treno della mia vita, … eh sì, il treno della vita, lo aspetto sempre, lo aspetto ancora quel treno, mi dico, prima o poi passerà, e io voglio essere presente.

Autore dell’articolo:
Ada De Micheli
Traduttrice freelance ES-FR>IT
SSLMIT Forlì
Salve (Le)

Studi sulla traduzione basati sui corpora (2)

 Categoria: Storia della traduzione

I Corpus-based Translation Studies (CTS) rappresentano il futuro dei Translation Studies e nascono dall’incontro tra la linguistica dei corpora e la branca dei Descriptive Translation Studies. Questi ultimi si occupano di tre ambiti: l’analisi del prodotto ovvero la traduzione stessa; il processo traduttivo, il quale conduce alla considerazione di quanto avviene all’interno della mente del traduttore (studiata in special modo dalle ricerche condotte sull’interpretazione nel campo della neurolinguistica); infine, la funzione della traduzione che riguarda il modo in cui questa viene recepita nella cultura d’arrivo.

Solo all’inizio degli anni ’90 si sono avuti i primi risultati dei Corpus-based Translation Studies, che si riferiscono allo studio del processo di traduzione e del suo prodotto (analizzando non solo le componenti linguistiche, ma anche i dettagli di natura culturale e ideologica insiti nel testo), basandosi sui dati raccolti tramite l’ausilio delle tecniche della linguistica dei corpora. Baker, considerata la madre della disciplina dei CTS, ha precisato che la causa fondamentale di tale ritardo va ricercata proprio nella bassa considerazione che gli studiosi di linguistica dei corpora nutrivano nei confronti dei testi tradotti, che non erano considerati esempi rappresentativi di una lingua e quindi non meritevoli di essere inseriti in un corpus. Certamente la lingua dei testi tradotti è diversa ma non per questo motivo da considerarsi fuorviante. Tale area di ricerca ha portato alla creazione di numerose e diversificate tipologie di corpora, usate sia per creare materiale didattico da utilizzare nella fase di formazione dei traduttori, sia per verificare le scelte operate durante la traduzione, ma anche come risorse per facilitare l’apprendimento delle strutture della lingua di partenza e di quella di arrivo.

L’approccio della disciplina dei Corpora in Translation Studies, infatti, sta riscontrando un notevole successo anche nei programmi di insegnamento universitario per la formazione di giovani traduttori, che prevedono il coinvolgimento degli studenti nell’ideazione e analisi di corpora, utili a migliorare la qualità delle loro traduzioni e a sviluppare le capacità e le competenze necessarie per tale professione.

Autore dell’articolo:
Elena Bartolucci
Traduttrice EN-DE>IT
Macerata

Studi sulla traduzione basati sui corpora

 Categoria: Storia della traduzione

Con l’arrivo del XX secolo, per l’esattezza dalla seconda metà del Novecento, si è sentita l’esigenza di una disciplina che si occupasse interamente della traduzione e dei suoi problemi, atta ad individuare non tanto i meccanismi della lingua di partenza o di arrivo, ma i metodi traduttivi più efficaci per affrontare la vasta gamma di categorie testuali. Nasce, così, la traduttologia, la quale ha l’intento di raccogliere tutte le informazioni e le teorie relative alla traduzione. Dunque in questo periodo la traduzione iniziò ad essere analizzata in maniera più sistematica, anche se tale disciplina ha assunto diversi nomi nel corso del tempo. Dagli anni Cinquanta, per esempio, fino all’inizio degli anni Settanta, si è parlato della corrente tedesca Übersetzungswissenschaft, i cui studi sul processo traduttivo presentavano un taglio piuttosto scientifico. Si cercava di osservare tale processo tramite una serie di algoritmi, che consentissero in ultima analisi di offrire modelli linguistici da seguire nella traduzione. Nei successivi anni Settanta, invece, si sviluppò la corrente dei Translation Studies. Tale termine fu proposto per la prima volta dallo studioso e traduttore James S. Holmes, che intendeva indicare la nascita di una nuova disciplina volta alla ricerca sulla traduzione e capace di contrapporsi ai modelli proposti dai linguisti sino alla fine degli anni ’60. Tali modelli tentavano di definire il processo di traduzione, affermando che tutti i testi potessero essere tradotti seguendo le stesse regole, nonostante che ciò contrastasse con quanto poteva essere riscontrato nella realtà. I Translation Studies non sono interessati a prescrivere delle regole sulle modalità di traduzione, ma piuttosto a descrivere il processo produttivo e il suo prodotto.

I Translation Studies vengono suddivisi in tre aree: descrittiva, teorica e applicata. Gli studi di tipo descrittivo (Descriptive Translation Studies) osservano il processo traduttivo e come il testo prodotto viene fortemente influenzato dal contesto sociale, politico ed economico e recepito poi nella cultura d’arrivo. Gli studi di tipo teorico (Theoretical Translation Studies), invece, hanno l’obiettivo di formulare teorie e modelli atti a spiegare il processo traduttivo. Gli studi di tipo applicativo, infine, riguardano la formazione professionale dei traduttori nonché lo sviluppo di sussidi didattici. Quest’ultimo filone ha riscosso maggiore interesse soprattutto a partire dagli anni ’80 e ’90, durante i quali si è assistito anche al cosiddetto cultural turn, che pose grande enfasi sulla dimensione culturale insita nelle singole scelte, che si ripercuotono sul valore del testo tradotto nella cultura d’arrivo.

Domani sarà pubblicata la seconda e ultima parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Elena Bartolucci
Traduttrice EN-DE>IT
Macerata

La traduzione: ponte tra mondi diversi

 Categoria: Traduttori freelance

Ho sempre cercato di capire sin da piccola l’importanza e la straordinarietà della traduzione. “E’ vietato gettare oggetti fuori dal finestrino” leggevo sui treni, e puntualmente restavo affascinata dai diversi modi utilizzati per spiegare un messaggio che avrebbe avuto un significato comune a tutti. Ho deciso quindi di approfondire questa “magia” studiando le lingue.

Credo che la definizione di traduzione sia quella di “ponte tra mondi diversi“, un modo per avvicinare non solo le lingue, le culture diverse, ma anche un modo per unire e confrontare le idee dell’autore del testo di partenza e le scelte del traduttore del testo di arrivo. Ecco, il testo di arrivo. Il compito difficile del traduttore riflette la sua abilità a rendere il testo da cui parte accessibile ai lettori del testo tradotto, e in quella “dimostrazione” c’è tutto un mondo di riflessioni, scelte linguistiche, di aggiunte, omissioni e note. Ma c’è anche una grande passione verso tutto ciò che non si conosce fino a quel momento. Tradurre non significa solamente riportare con “fedeltà” una parola straniera verso la propria lingua madre e/o viceversa; tradurre significa anche scoprire culture, tradizioni, espressioni diverse, fare un confronto su tutto quello che non appartiene alla nostra cultura. Io trovo che questa sia la straordinaria chance che la traduzione può offrire. Esistono lingue difficili per cui il traduttore deve far fronte a scelte ben precise, capire cosa può implicare una parola in quel paese di destinazione, cercando di “avvicinarsi” quanto più possibile al pensiero dell’autore, rischiando, a volte, di non esserne all’altezza.

Nel corso degli anni di studio delle lingue, della letteratura e della traduzione ho scoperto una passione verso tutto ciò che implica la conoscenza dell’altro, nel senso più esteso del termine, e ho cercato sempre di accorciare le distanze quando capivo la difficoltà di questo magico incontro. In un mondo come il nostro dove le diversità sono tali da renderne impossibile il dialogo, l’unico modo per poter riuscire nell’intento è attraverso la traduzione, come ponte tra paesi lontani, dove il sapere DEVE essere accessibile a tutti, tale da rompere qualsiasi barriera e condividerlo universalmente.

Autore dell’articolo:
Antonia Bruno
Traduttrice EN-ES>IT
Cataforio (RC)

Il traduttore: l’autore invisibile

 Categoria: Traduttori freelance

Fin dalle prime lezioni della Laurea Magistrale in Traduzione letteraria, i professori, i traduttori e gli esperti venuti a insegnarci come svolgere questa professione, sono stati molto chiari: avere la laurea in traduzione non equivale ad avere la “patente di traduttore”, per quella ci vogliono esperienza, passione, voglia di mettersi in gioco e soprattutto talento. Facile a dirsi, ma come si fa a sapere se si ha talento?
Ci hanno sempre risposto che il talento non s’impara, che il talento ce l’hai o non ce l’hai, che è un po’ come per gli scrittori e i poeti, è una dote con cui si nasce, che però va coltivata, va affinata con l’esperienza. In fondo, continuano a ripeterci durante i laboratori, un traduttore è uno “scrittore mancato”, un “autore invisibile”.

Quale aspirante traduttore non ha mai provato a scrivere qualcosa di suo? Per dare voce ad un autore, per far sì che la sua opera arrivi ad un pubblico più ampio, infatti, bisogna amare la scrittura, bisogna entrare nell’opera, capirla a fondo e, cosa più difficile, bisogna entrare nella mente di chi le ha dato vita. Un po’ come per i doppiatori, anche per i traduttori non è solo questione di svolgere un servizio, di rendere accessibile un testo da una lingua all’altra: quel testo deve comunicare, in un’altra lingua, tutto ciò che comunica nell’originale.

Ma il testo non deve essere “stravolto”: ecco un’altra parola che ho sentito ripetere migliaia di volte a lezione. Il traduttore letterario deve capire a fondo il testo, renderlo nella lingua d’arrivo, mantenendone il ritmo, il tono, il messaggio, le sfumature, insomma, deve farlo “parlare”, proprio come lo ha fatto parlare il suo autore e per farlo deve comprenderlo, anzi sviscerarlo e deve anche lasciarsi prendere da ciò che ha davanti a sé, senza però cadere nella tentazione di “riscrivere” quel testo, perché, anche se ci lavorerà su per giorni, settimane, anche se sceglierà con la massima cura le parole, anche se dovrà fare scelte affinché si perda il meno possibile dell’originale, quello non è il suo testo. Però, se ha talento, proprio come un bravo doppiatore, la nuova “voce” dell’autore sarà cucita così bene su quel testo, che nessuno s’immaginerebbe di sentirlo parlare in modo diverso!

Autore dell’articolo:
Lisa Da Prato
Studentessa della Laurea Magistrale in Traduzione dell’Università di Pisa
Aspirante traduttrice EN-FR>IT
Camaiore (LU)

Il web come corpus

 Categoria: Strumenti di traduzione

Se per definizione un corpus è una raccolta di testi rappresentativi di una lingua, il web, ovvero la rete delle reti, può essere considerato un unico grande corpus, che contiene una quantità smisurata di testi appartenenti alle più variegate tipologie facilmente accessibili. Il web, quindi, è sia una delle maggiori fonti testuali per costruire corpora di ogni genere che un corpus di per sé, sul quale possono essere effettuate delle analisi computazionali.

Dal punto di vista delle lingue, è lecito ammettere che nel web, purtroppo, non tutte sono rappresentate nella stessa percentuale e allo stesso modo, la società odierna ha determinato la nascita di un particolare tipo di varietà, la lingua del web, fatta di un suo lessico e talvolta anche di particolari costruzioni sintattiche.

Il web è sicuramente molto esteso e non è possibile definire con certezza le sue reali dimensioni, visto che quotidianamente vengono tolte o aggiunte nuove informazioni, quindi non è possibile incasellarlo nella tipologia di corpus dinamico.

Per poter affermare se il web sia un corpus o meno, bisogna considerare anche l’aspetto della rappresentatività, ovvero la capacità di un corpus di contenere diverse tipologie di testi in eguali quantità, in modo da rappresentare le differenti varietà di una stessa lingua. Da questo punto di vista, il web riesce a rappresentare effettivamente ogni differente forma della lingua di riferimento, perché non solo contiene ogni genere di materiale in forma scritta, ma risulta provvisto anche di molte testimonianze in video di parlato spontaneo (es.: YouTube è un sito web che consente la condivisione di video tra i suoi utenti e permette l’accesso a una quantità molto elevata e variegata di materiale audiovisivo). Il fatto, però, che i risultati forniti dai motori di ricerca vengano elencati sulla base di criteri non linguistici, comporta una disparità nel poter bilanciare la tipologia dei testi scelti. Ne deriva che il web non può essere considerato un corpus rappresentativo a tutti gli effetti.

Altro aspetto molto controverso è il grado di autorevolezza del web, perché esso contiene molto spesso materiale redatto a livello amatoriale (es.: Wikipedia) o da autori di dubbia affidabilità, che comporta di conseguenza la presenza non solo di semplici errori di battitura, ma anche di un basso profilo linguistico. L’utente, o il traduttore in questo caso, deve essere molto cauto e consapevole di riuscire a gestire il problema legato al ‘rumore’, ovvero la grande quantità di materiale non rilevante presente nel web, che andrà poi sfrondata dalle informazioni inutili per ottenere dati più attendibili.

Autore dell’articolo:
Elena Bartolucci
Traduttrice EN-DE>IT
Macerata

Le variabili della traduzione (3)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Il secondo brano che sarà preso in considerazione si riferisce al momento successivo all’epifania dei due personaggi e presenta delle caratteristiche assai differenti che sollevano nuovi problemi nel processo di traduzione:

On the Indian carpet there fell a square of sunlight, pale red; it came and went and came – and stayed, deepened – until it shone almost golden.
“The sun’s out,” said Josephine, as though it really mattered.
A perfect fountain of bubbling notes shook from the barrel-organ, round, bright notes, carelessly scattered.

Qui la prosa diventa poetica, la lettura diventa un’esperienza sensoriale: visiva, uditiva, tattile. Il ritmo è dettato dalla graduale e illusoria apertura delle due protagoniste alla speranza. Il compito del traduttore diviene più complesso: veicolare un contenuto che è essenzialmente emotivo. Lessico, sintassi e ritmo devono interagire al fine di creare l’effetto finale voluto dall’autrice:

Sul tappeto indiano cadde un riflesso di luce solare, un quadrato rosso pallido; apparve, scomparve e riapparve – e indugiò, divenne più intenso – fino a risplendere di una luce quasi dorata.
“C’è il sole”, disse Josephine, come se fosse realmente importante.
Dall’organetto sgorgò una perfetta fontana di note gorgoglianti, note piene, allegre, che si dispersero con noncuranza.

Le problematiche evidenziate non si limitano soltanto ai testi letterari, ma sono, in diversa misura, comuni a tutte le categorie testuali. Non importa se il testo sia un messaggio pubblicitario, un saggio, l’articolo di un quotidiano o di una rivista o persino un testo specialistico, in tutti i casi una traduzione è sempre il risultato di un lavoro complesso che implica la considerazione di molteplici variabili che rendono piuttosto problematico ogni tentativo di dare una definizione precisa e esaustiva del concetto di “fedeltà al testo”. Ogni scelta in relazione ai vari livelli testuali, è dettata dalle peculiarità del testo stesso e dall’abilità e sensibilità del traduttore che si presenta come il garante di una corretta trasmissione del messaggio che il testo veicola. In conclusione, il traduttore rappresenta l’interprete del messaggio originale e colui che si assume la responsabilità di renderne il contenuto, inteso nel suo senso più ampio, fruibile ad un pubblico più vasto in possesso di un diverso codice non soltanto linguistico, ma anche culturale.

Autore dell’articolo:
Stefanina Sechi
Traduttrice EN-FR>IT
Villanova Monteleone (SS)

Le variabili della traduzione (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Il brano presenta:

  • a livello lessicale, uso di parole onomatopeiche, come “thump”, “bellow”; vocaboli che occorre contestualizzare, “monkey”, “nose”;
  • a livello grammaticale e sintattico, una costruzione passiva che in italiano deve essere inevitabilmente trasformata in attiva, con conseguente ridistribuzione degli elementi della frase; una forma di futuro (to be going to) che non trova riscontro nella lingua italiana; una successione di frasi negative, la maggioranza delle quali sintatticamente enfatiche (never + inversion), volte a creare un effetto cumulativo.
  • a livello del ritmo, frasi che si succedono in rapida sequenza, riflettendo il flusso dei pensieri che si affollano nella mente del personaggio e che culminano nell’epifania finale.
  • variazioni stilistiche connesse all’idioletto dei vari personaggi della storia e che vanno inserite nel contesto, rappresentato in questo caso dalle sezioni precedenti del racconto. Così l’espressione “to make that monkey take his nose somewhere else” costituisce una deviazione stilistica poiché non è attribuibile alla protagonista di cui il lettore segue il flusso dei pensieri, bensì al padre defunto.

Considerate le caratteristiche del brano, il traduttore dovrà effettuare una serie di scelte con l’unico obiettivo di offrire una traduzione in grado di veicolare il messaggio autentico dell’autrice, inteso nella molteplicità e complessità dei suoi componenti, rendendolo fruibile al lettore italiano, il quale, nella fase di lettura, dovrà recepire il testo come se fosse stato originariamente scritto nella lingua italiana, senza avvertire il lavoro svolto dal traduttore che sottende al risultato finale.

Ma in quel momento nella strada sottostante un organetto iniziò a suonare. Josephine e Constantia balzarono in piedi contemporaneamente.
“Corri, Con”, disse Josephine. “Corri, presto. Ci sono sei penny sul –“
In quel preciso istante ricordarono. Non aveva importanza. Non avrebbero mai più dovuto far smettere il suonatore di organetto. Nessuno avrebbe mai più detto né a lei né a Constantia di far sì che quella scimmia portasse il suo muso altrove. Mai più sarebbe risuonato quel forte e strano muggito quando papà pensava che non fossero abbastanza rapide. Il suonatore di organetto avrebbe potuto suonare là tutto il giorno e non avrebbero udito il tonfo del bastone sul pavimento….
Che cosa stava pensando Constantia? Aveva un sorriso così strano; sembrava diversa. Non poteva essere sul punto di piangere. …

Domani sarà pubblicata la terza e ultima parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Stefanina Sechi
Traduttrice EN-FR>IT
Villanova Monteleone (SS)

Le variabili della traduzione

 Categoria: Problematiche della traduzione

La traduzione di un testo da una lingua all’altra costituisce un processo complesso, conseguenza del fatto che le lingue spesso non sono strutturalmente isomorfe. Tale presupposto determina, infatti, una serie di problematiche nella traduzione a livello lessicale (casi di polisemia, in presenza di lessico con vasta gamma di sensi e traducibile in modi diversi a seconda del contesto; sinonimia, generalmente incompleta; vuoti lessicali, in assenza di termini equivalenti), grammaticale e sintattico (in relazione a categorie quali il tempo, il modo ecc. e alla struttura e funzione delle frasi), aspetti che sono tra loro strettamente interrelati. Occorrerà poi tenere conto di varianti stilistiche e di variazioni di registro. Inoltre un testo non può prescindere da un contesto. Il contesto, sia esso linguistico che extralinguistico, costituisce un punto di riferimento essenziale al fine di risolvere eventuali ambiguità che possono sorgere in relazione ai vari livelli di complessità considerati. Ulteriori problematiche possono emergere anche dalle componenti non verbali del testo, come ritmo e intonazione, che contribuiscono in modo non trascurabile alla corretta trasmissione del messaggio. Ne consegue che la traduzione è un processo che non soltanto richiede un alto livello di competenza linguistica in rapporto alla lingua di partenza e alla lingua d’arrivo, ma che, nel contempo, implica il possesso di conoscenze più vaste che esulano dall’ambito più strettamente linguistico e che sono riconducibili a diversi rami del sapere.

Alla luce di tali premesse, è possibile dare una definizione precisa del concetto di ‘fedeltà al testo’? Rispondere al quesito significherebbe dettare delle regole che guidino il traduttore nello svolgimento del proprio lavoro, stabilire degli argini che ne limitino la sfera d’azione, operazione ardua se non impossibile, se si considerano una serie di fattori: le variabili prese in esame, la molteplice tipologia di testi con cui il traduttore deve inevitabilmente confrontarsi e le varianti esistenti all’interno di ogni singolo testo.

Al fine di fornire un’illustrazione delle problematiche sollevate finora, si possono prendere in considerazione le complessità che presenta la traduzione in italiano di due brani tratti dal racconto The Daughters of the Late Colonel di Katherine Mansfield (1888-1923).

But at that moment in the street below a barrel-organ struck up. Josephine and Constantia sprang to their feet together.
“Run, Con,” said Josephine. “Run quickly. There’s sixpence on the –“
Then they remember. It didn’t matter. They would never have to stop the organ-grinder again. Never again would she and Constantia be told to make that monkey take his nose somewhere else. Never would sound that loud, strange bellow when father thought they were not hurrying enough. The organ-grinder might play there all day and the stick would not thump. …
What was Constantia thinking? She had such a strange smile; she looked different. She couldn’t be going to cry.

La seconda parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Stefanina Sechi
Traduttrice EN-FR>IT
Villanova Monteleone (SS)

La Valle d’Aosta e il patois

 Categoria: Le lingue

La regione Valle d’Aosta si contraddistingue dalle altre realtà italiane per il suo panorama linguistico variegato e complesso. La regione ha come lingue ufficiali l’italiano e il francese, mentre il patois, diffuso in tutta la valle, è il dialetto utilizzato solo a livello parlato. La Valle d’Aosta è caratterizzata da peculiarità linguistiche e culturali, e grazie allo statuto speciale del 1948, gode di diritti speciali, di autonomia politica e linguistica. Con l’unità d’Italia, la Valle d’Aosta diventa una regione italiana legata politicamente al Piemonte. Inizia così l’italianizzazione della Valle d’Aosta e il conseguente allontanamento dalla lingua francese, che arriva al culmine con la politica fascista. Il francese viene man mano eliminato sia dai settori pubblici sia dalla stampa e dalla toponomastica, per essere sostituito dall’italiano.

Dal punto di vista geolinguistico la Valle d’Aosta rappresenta l’estrema parte orientale del territorio gallo-romano, che comprende, come sottogruppi principali, il francese, l’occitano e il francoprovenzale. A quest’ultimo sottogruppo appartiene la parlata tipica della regione: il patois. Molto vicino alle altre parlate francoprovenzali presenti sul territorio francese, il francoprovenzale si suddivide nel patois dell’alta Valle (Haute Vallée) e nel patois della bassa Valle (Basse Vallée), sulla base di una frontiera est-ovest, molto approssimativa tra la zona di Quart e Châtillon. È interessante sottolineare, che la regione Valle d’Aosta si distingue dalle altre zone francoprovenzali per l’utilizzo, ancora attuale, del patois; mentre in Svizzera e nei dipartimenti francesi viene parlato soltanto dalle vecchie generazioni. Tuttavia, vi è un processo d’erosione costante della lingua minoritaria, dovuto alla spinta della lingua nazionale dominante, ovvero l’italiano.

Il francese è una delle due lingue ufficiali della Valle d’Aosta, ma il suo uso è prettamente scolastico. Questo è dovuto al fatto che spesso i genitori non parlano il francese in famiglia, ma utilizzano l’italiano o il dialetto, considerate lingue più disponibili per la comunicazione nell’ambiente famigliare. A volte, il francese è considerato solo come una materia scolastica, come la matematica o la fisica, che non ha niente a che vedere con la vita quotidiana; invece in altri casi è considerato come la lingua di espressione della cultura valdostana e il simbolo dell’identità regionale. Nonostante ciò, il francese rimane una lingua internazionale, che facilita l’apertura della Valle d’Aosta verso l’Europa e che permette alla popolazione di crescere culturalmente e confrontarsi con realtà diverse da quella italiana.

Autore dell’articolo:
Arianna Viglino
Traduttrice freelance FR-EN-ES>IT
(Valle D’Aosta)

La musicalità della lingua

 Categoria: Traduttori freelance

Da ragazza ho vissuto in un Paese molto lontano dal mio. Ero affascinata dai profumi del mercato delle spezie, dai colori dei chador delle donne e soprattutto dalla musicalità della lingua. Quando uscivo per le strade ero avvolta da questa “musica” che ascoltavo, ma che non riuscivo a comprendere. Le persone locali si rivolgevano sempre agli stranieri in Inglese o più raramente in Francese, ma il dialogo rimaneva sempre “freddo”, distaccato, perché era una forzatura come quando si parla dietro a un muro, si ascoltano le parole, se ne capisce il significato, ma non si riesce a trasmettere quel pathos caratteristico della conversazione vis-a-vis.

Dopo qualche mese, non mi ricordo né dove né in quale occasione, mi trovai a rispondere, non benissimo ovviamente, a un negoziante che si era rivolto a me nella sua lingua. Lui fu sorpreso perché non si aspettava che una straniera non rispondesse in Inglese, io fui più sorpresa di lui, perché le parole mi erano uscite automaticamente. Da allora, quando volevo entrare più in contatto con i locali, mi rivolgevo direttamente nella loro lingua e tutto cambiava. Parlare la lingua del posto è come far parte del paese che ti ospita, come lo strumento solista che suona in armonia con l’orchestra.

Ho sempre dato importanza alla comunicazione, al dialogo e ho sempre pensato che studiare le lingue sia indispensabile per comprendere le abitudini, le usanze, il modo di pensare di persone che sono solo geograficamente lontano da noi. Ecco perché mi sono laureata in lingue, ho lavorato in un’Ambasciata come interprete-traduttore, ho lavorato come interprete per i Mondiali di Calcio nel 1990, ho tradotto dei testi di medicina e ho deciso di insegnare Inglese nella scuola secondaria.
Conoscere una lingua in più è come avere un passpartout per entrare tranquillamente in un altro Paese.

Autore dell’articolo:
Mariangela Anderboni
Traduttrice EN>IT
Roma

Lo spagnolo messicano (3)

 Categoria: Le lingue

1) MORFOLOGIA

  • Lo spagnolo messicano utilizza il come pronome familiare e non il vos, se non in alcune zone del Chiapas.
  • Impiego di no más con il valore di sólo; mero con il valore di el mismo; ya mero con il valore di casi; si usa hasta per riferirsi all’inizio di un evento e non alla sua fine.
  • Il suffisso –ito, -ita è molto abituale, anche se in alcune zone del Chiapas si predilige –illo, -illa.
  • Avverbializzazione degli aggettivi: canta suave, huele feo

2) SINTASSI

Lo spagnolo del Messico presenta poche peculiarità sintattiche ad eccezione dei parlanti bilingui con scarso dominio dello spagnolo o di alcune regioni rurali isolate dove l’influenza sintattica delle lingue indigene fu importante in passato:

  • Ridondanza dei pronomi: me duele mi cabeza, su padre de Pedro
  • A volte si osserva nello Yucatan e nel Chiapas la combinazione di articolo indeterminativo e possessivo: tiene quedarse uno su gusto, esa tu criatura.
  • In varie zone del Messico i parlanti bilingui con scarso dominio dello spagnolo usano un lo pleonastico che non corrisponde a nessun oggetto definito o a volte duplica il nome di un oggetto esplicito: ya me lo cayó el diablo, no te lo invito a sentarte porque ya es tarde; lo compramos la harina, comida lo vamos a dar.
  • Si usa il verbo principale di una domanda per la risposta: “tienes sueño?” “tengo”.

3) LESSICO

  • Mande? Al posto di cómo?,qué dice?
  • Il superlativo colloquiale degli aggettivi si forma con mucho muy: mucho muy importante

Altri messicanismi molto frequenti sono:

  • Ándale / vamos, de acuerdo (come risposta ad un suggerimento), de nada (quando si ringrazia)
  • Bolillo / extranjero caucasiano
  • Chamaco /niño pequeño
  • Charola / bandeja
  • Chinadera /objeto inespecificado (volg.)
  • Chinar / tener relaciones sexuales
  • Escuincle / niño pequeño, mocoso
  • Gavacho / americano (dispr.)
  • Gϋero / rubio, de tez clara
  • híjole, jíjole / expresión de sorpresa o de dolor
  • huerco / niño pequeño (soprattutto nel nord del Messico)
  • naco / chillón, de mal gusto, pretencioso
  • órale / vamos, venga
  • padre / muy bueno, estupendo
  • pinche / maldito
  • popote /pajita para sorber  una bebida
  • úpale / se dice al levantar objetos muy pesados

Autore dell’articolo:
Nives Boncristiano
Traduttrice ES>IT
Milano

Lo spagnolo messicano (2)

 Categoria: Le lingue

CARATTERISTICHE E PECULIARITA’ DELLO SPAGNOLO DEL MESSICO:

1) CARATTERE ARCAICO

La prima impressione che produce lo spagnolo del Messico è che si tratta di una lingua conservatrice; in effetti non sono pochi i casi in cui la lingua messicana ha conservato modi di dire antichi senza lasciarsi influenzare dalle innovazioni realizzate in altre zone della comunità linguistica ispanoamericana.

Il fatto che alcune voci o espressioni già sparite nella lingua della Spagna si sentano ancora in Messico è la ragione per cui l’arcaismo è stata segnalata come la caratteristica distintiva dello spagnolo messicano.

Sono arcaismi rispetto alla lingua parlata in Spagna espressioni come:

  • Se mehace (me parece)
  • Qué tanto? (cuánto?)
  • Muy noche, diz que, donde usato come condizionale in espressioni come donde se lo digas, te mato
  • Pararse (ponerse de pié)
  • Recibirse (graduarse)

2) CARATTERE RUSTICO

A causa della provenienza sociale della maggior parte dei conquistatori e colonizzatori spagnoli, il volgarismo e il carattere rustico si possono segnalare come elementi caratteristici dello spagnolo d’America; tuttavia il Messico fu lo stato in cui si formò il linguaggio più colto della colonia: qui infatti, grazie ad una capacità di assimilazione, molto presto si raggiunse il livello culturale delle più grandi città spagnole.

3) FONETICA E FONOLOGIA

  • Tutto il Messico è yeísta: il fonema /y/ è completamente uguale al fonema /ll/
  • In alcune regione come Oaxaca e Puebla e in alcune città interne dello stato di Veracruz, si verifica una pronuncia fricativa sibilante o zeista dei fonemi /y/ e /ll/; Lope Blanche scopre una variazione considerevole: l’uso più sistematico di questa fricativa era localizzato a Oaxaca, mentre nelle altre zone questa fricativa appariva dopo il fonema /s/, come in las yeguas.
  • /rr/ è un fonema vibrante alveolare nella maggior parte del Messico, anche se per i parlanti bilingui di molte regioni, come per esempio nello Yucatan, si neutralizzano /r/ e /rr/ in favore del primo.
  • /n/ alla fine di una parola è alveolare nella maggior parte della zona interna, e velare nello Yucatan e nelle zone della costa dei Caraibi.
  • /x/ davanti ad una vocale si pronuncia come /j/, come in “Méjico”.
  • Quasi mai si elide o si aspira la /s/ finale di una sillaba; la /s/ sibilante è solitamente molto forte.
  • Debilitamento delle vocali: le vocali tendono ad essere chiuse e se non sono accentuate sono brevi; questo succede quando sono in contatto con /s/e/c/.
  • L’intonazione: nello spagnolo della Spagna in un’orazione piana, il tono inizia a calare dalla terzultima sillaba, continua nella penultima fino alla pausa finale, la penultima sillaba è breve e l’ultima è lunga; in Messico il tono sale dalla terzultima sillaba alla penultima e cala alla fine, la penultima sillaba è lunga e l’ultima è breve.

Domani sarà pubblicata la terza e ultima parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Nives Boncristiano
Traduttrice ES>IT
Milano

Lo spagnolo messicano

 Categoria: Le lingue

L’INFLUENZA DEL SUBSTRATO LESSICALE INDIGENO SULLO SPAGNOLO DEL MESSICO

Il contributo più importante e sicuro delle lingue indigene messicane risiede nel lessico; qui, infatti, l’influenza delle lingue indigene sembra essere tanto evidente quanto profonda e la maggior prova di questo sono gli abbondanti e voluminosi dizionari di indigenismi che sono stati pubblicati in tutta l’America Latina fino ad oggi.

Nel dizionario di aztechismi pubblicato da Robelo, figurano non meno di 1500 parole di origine náhuatl, alle quali è necessario aggiungere, all’interno dei confini dello spagnolo messicano, le centinaia di voci di diversa provenienza preispanica (maya, zapoteca, otomí) abituali nello spagnolo messicano dei nostri giorni.

CREATIVITA’ SUGLI INDIGENISMI: FAMIGLIE LESSICALI

Un altro aspetto a cui si è prestata attenzione è la creatività relativa alle diverse voci preispaniche: la maggioranza degli indigenismi riuniti sono vocaboli isolati che designano qualche particolarità concreta del mondo messicano; però ce ne sono alcuni, che hanno dato origine a tutta una famiglia lessicale, più o meno complessa, e i cui derivati possiedono maggiore o minore vitalità.

Gli indigenismi più produttivi sono:

Chile da cui derivano enchilada, enchilado, enchilar(se), chilero e altre denominazioni di alcune specie particolari di chile
Pulque da cui pulquería, pulquero, pulcazo e empulcarse
Chocolate da cui chocolatera (sostantivo), chocolatero (aggettivo), chocolatería
Petate da cui petateada, petatearse, petatero, petatillo
Jitomate da cui enjitomatar, tomate, jitomatero
Zacate da cui zacatón, zacatal, zacatonal
Chicle da cui chiclero, chicloso, chiclear
Coyote da cui coyotaje, coyotera
Cuate da cui cuatezón, cuatachismo, cuatacho
Mezcal da cui mezcalero, mezcalina
Pepenar da cui pepenador, pepena

PLURALITA’ DEGLI INDIGENISMI E LORO IMPIEGO IN DETTI E PROVERBI

In seguito è stata presa in esame la pluralità di significati di ogni voce e il suo frequente impiego in detti e proverbi; a questo proposito gli indigenismi con più vitalità sono:

Camote (radice tuberosa commestibile della Ipomea batatas) aggiunge al suo significato proprio quello di: tubercolo in generale, membro virile e stupido, tonto.
Si usa inoltre come nucleo di alcune espressioni familiari come: estar encamotado, essere innamorato; estar tragando camote, essere sulla luna; poner a uno como camote, litigare duramente con qualcuno.
Chile (peperone, peperoncino piccante o anche membro virile) usato anche nella frase comune: estar a medios chiles, essere mezzo ubriaco; enchilarse, sentire l’ardore e gli effetti conseguenti dell’aver mangiato peperoncino piccante e anche irritarsi, infuriarsi.
Cocol (nome di una certa classe di pane a forma di rombo e anche bambino specialmente nella forma diminutiva cocolito). Più usato nelle espressioni: quedar o estar del cocol, stare molto male e nella forma cocolazos, spari
Petate (stuoia fatta di fasce di foglie di palma e in generale la foglia di palma secca). Si usa con frequenza nelle espressioni familiari: doblar o liar el petate, morire; ser llamarada de petate, arrabbiarsi violentemente ma fugacemente.
Pinole (farina o polvere di mais tostata e la bibita preparata con la polvere frullata nell’acqua). Compare anche nelle frasi: hacer pinole a alguien o a algo, ridurlo in polvere e quien tiene más saliva, traga más pinole, il più capace supera gli altri.

La seconda parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Nives Boncristiano
Traduttrice ES>IT
Milano

Cos’è la traduzione giuridica? (5)

 Categoria: Servizi di traduzione

In altre parole, la traduzione in ambito giuridico mantiene un doppio legame con l’interpretazione dal momento che il linguaggio giuridico non parla di una realtà normativa a esso preesistente e da esso indipendente, bensì la pone in essere. A favore di questa tesi si può riprendere ciò che più volte ha ribadito Hans Kelsen “non c’è nulla in natura che di per sé sia un illecito o una sanzione. Al contrario, è giuridico, ha una valenza giuridica quello che il diritto dice, quello, cioè, che il diritto, secondo luoghi e/o tempi diversi, stabilisce che abbia valenza giuridica (…)”. E ancora, quale sia questa valenza, come si configuri, quali siano le sue condizioni o i suoi effetti, dipende ancora una volta dalla caratterizzazione mutevole e contingente che secondo i casi è fissata in ordinamenti giuridici di tempi e/o luoghi diversi. Riprendendo la metafora dello stesso Kelsen: “Come Re Mida trasformava in oro tutto ciò che toccasse, così il diritto trasforma in giuridico ossia da una specifica valenza e connotazioni giuridiche a tutto ciò che è oggetto della propria disciplina e regolamentazione”.

Sebbene possedere conoscenze di diritto sia di grande aiuto al traduttore nel suo lavoro, oltre a essere un requisito fondamentale, tali conoscenze non sono sufficienti a risolvere i problemi di traduzione, quali per esempio l’esistenza di un principio di common law da riportare in un ordinamento di civil law (a titolo esemplificativo la regola dello stare decisis). Come esaustivamente evidenziato da Sacco, la traduzione giuridica è una disciplina che verte sulla lingua, ma la lingua giuridica è nota solo al giurista. Si ha quindi un’ulteriore ramificazione: la traduzione giuridica in senso proprio costituisce un ramo della dottrina che presuppone conoscenze adeguate di matrice teorica e, pertanto, dovrebbe essere eseguita da giuristi sperimentati di diritto comparato; questa sarebbe la traduzione giuridica “alta”, (Megale, 2008:25). Esistono, tuttavia, altre esperienze di traduzione, tra loro anche sensibilmente diverse, dove il lavoro è svolto da traduttori la cui formazione accademica è prevalentemente di natura linguistica.

In base alle presenti considerazioni si può concludere affermando che tradurre nell’ambito giuridico non è sempre semplice e non sempre possibile. Eppure la traduzione del diritto ha sempre giocato un ruolo fondamentale nel contatto tra popolazioni e culture diverse e attualmente ha una posizione ancora più centrale: si prenda per esempio l’Unione europea dove si evince l’importanza e il ruolo sempre più rilevante giocato dalle traduzioni giuridiche e dai traduttori giuridici. Il Parlamento europeo emana norme e direttive che entrano a far parte dei sistemi giuridici nazionali, alcune delle quali hanno forza vincolante diretta sui cittadini degli Stati membri. Pertanto esse debbono essere tradotte nelle varie lingue dei diversi paesi comunitari; la traduzione è quindi indispensabile per il funzionamento del Parlamento europeo. Come ha ben sottolineato Correia, “le norme dell’Unione europea sono inconcepibili senza traduzione” (Correia 2003:40). Ciò e ben comprovato dal numero di traduttori che lavorano presso l’Unione europea, la quale impiega circa 3500 traduttori nelle sue diverse istituzioni, oltre le varie centinaia di traduttori esterni a essa legati da forme contrattuali (Megale, 2008:25).

Autore dell’articolo:
Mariangela Marcoccia
Traduttrice giuridica EN-FR>IT
Sevran (Francia)

Cos’è la traduzione giuridica? (4)

 Categoria: Servizi di traduzione

Le diversità e le peculiarità dei sistemi giuridici dei diversi paesi, e di conseguenza la loro cultura, rende l’uso della terminologia giuridica molto problematico poiché il collegamento tra un lemma e un dato concetto giuridico, all’interno di uno specifico sistema, molto spesso non ha una corrispondenza in altri sistemi giuridici anche se similari o utilizzanti la stessa lingua, potendo anche accadere che uno specifico lemma esistente in due distinti sistemi giuridici possa al loro interno riferirsi a concetti differenti. Pertanto, il traduttore giuridico vive nella perdurante tensione fra due esigenze antinomiche: da una parte egli deve restare aderente al testo di partenza e al suo significato sostanziale, dall’altra deve evitare l’uso di termini che, sebbene coerenti da un punto di vista linguistico, sono fuorvianti da un punto di vista concettuale. Quindi, in questa particolare categoria di traduzioni, il classico dilemma fra la traduzione “bella” e quella “fedele” si complica maggiormente.
Si evidenziano, dunque, due limiti opposti: da una parte l’idea dell’impossibilità della traduzione e dall’altra l’idea della traduzione perfetta. Potremmo paragonare queste due contrapposte limitazioni a una sorta di continuum dove in un punto intermedio si potrebbe collocare la proposta di Umberto Eco, il quale definisce la traduzione come il tentativo di “dire quasi la stessa cosa” da una lingua all’altra. Tale affermazione risulta particolarmente rilevante e di grande utilità ai traduttori dal momento che, pur sottolineando la difficoltà e le problematiche che un traduttore si trova ad affrontare, non cede all’alibi dell’intraducibilità da un lato, ma al contempo non fornisce l’illusione della traduzione perfetta.

La traduzione giuridica rappresenta un campo particolare dell’attività produttiva di testi poiché implica conoscenze di diritto e, pertanto, tali traduzioni spesso producono effetti non solo linguistici, ma anche giuridici. Inoltre, come espresso da vari studiosi e teorici, la traduzione di testi giuridici è una pratica che si pone all’incrocio tra teoria di diritto, teoria del linguaggio e teoria della traduzione, quindi è essenziale che il traduttore giuridico abbia una conoscenza della natura del diritto, del linguaggio giuridico e dell’impatto che questo ha sulle traduzioni giuridiche che svolge.

Come ricorda Mazzarese (2000:165-171) l’interpretazione giuridica a volte è paragonata a una forma di traduzione. Ne risulta che i due settori, quello dell’interpretazione giuridica e quello della traduzione (e necessariamente della linguistica) sono strettamente connessi. Se è vero che la legge necessita di un’interpretazione (dove, riprendendo la terminologia di Roman Jakobson, per interpretazione giuridica si intende una forma di traduzione intra-linguistica, ossia all’interno della stessa lingua, e non inter-linguistica, ossia da una lingua a un’altra) e che l’interpretazione e la traduzione fanno parte di una stessa famiglia, non si può pensare di tradurre una sentenza senza tener conto dell’interpretazione che i concetti espressi assumono all’interno dell’ordinamento vigente. La traduzione giuridica, tuttavia, non si presta a essere caratterizzata semplicemente come un’operazione speculare o simmetrica all’interpretazione avente per oggetto due o più lingue naturali nelle quali il linguaggio giuridico può trovare espressione; infatti, in ambito giuridico la traduzione ha un legame più complesso con l’interpretazione, legame che per riprendere Greorgy Bateson, può essere caratterizzato come un double bind, ossia un doppio legame. Questo perché non si ha traduzione senza interpretazione del testo giuridico da tradurre e, di conseguenza, non si può consegnare un testo giuridico tradotto che non sia stato esso stesso oggetto di una previa interpretazione.

Domani sarà pubblicata la quinta e ultima parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Mariangela Marcoccia
Traduttrice giuridica EN-FR>IT
Sevran (Francia)

Cos’è la traduzione giuridica? (3)

 Categoria: Servizi di traduzione

Nonostante ciò si traduce e anzi la diversità dei singoli paesi unita alla sempre più crescente globalizzazione ha fatto sì che questa particolare categoria di traduzioni si sviluppasse in modo esponenziale, tanto che Rodolfo Sacco è arrivato a parlare della traduttologia in campo giuridico come una disciplina a sé stante e verso le metà del secolo si è iniziato a parlare di “linguistica giuridica” dove ovviamente l’aspetto e il metodo comparativisti rivestono una fondamentale importanza. Il linguaggio giuridico è stato per molto tempo, ed è ancora oggi, oggetto di approfondite analisi. I giuristi stessi hanno guardato al linguaggio come mezzo primario per la formulazione e l’interpretazione di concetti legali. Il ruolo del linguaggio delle scienze giuridiche, l’uso e l’interpretazione di termini o concetti specifici sono stati oggetto di lunghi dibattiti intrapresi o dal punto di vista linguistico (caratteristiche linguistiche specifiche del linguaggio giuridico) o dal punto di vista strettamente giuridico.
Il secondo processo che ha interessato l’intero pianeta è il fenomeno della globalizzazione che, sebbene coinvolga la quotidianità di tutti gli individui, sortisce i più considerevoli effetti nell’ambito delle transazioni commerciali internazionali, sulle loro regolamentazioni, nei contratti internazionali, nonché sulla risoluzione delle liti attraverso l’arbitrato internazionale.

Non stupisce dunque che, nel panorama delle varie forme scritte, i testi giuridici sono quelli la cui traduzione in un’altra lingua presenta maggiori problemi. Il traduttore di opere letterarie, avendo come obiettivo primario quello di rendere delle emozioni o descrivere concetti che precedono e trascendono le parole utilizzate, può discostarsi dal testo originario qualora la specificità delle espressioni o l’uso di metafore non facilmente comprensibili lo richiedano, fermo restando che qualsiasi attività traduttiva presenta difficoltà non trascurabili. Nello stesso modo possono comportarsi i traduttori di opere tecniche e scientifiche i quali, laddove non si trovino in presenza di testi altamente vincolanti seguendo la terminologia di Sabatini, possono discostarsi dal testo originario fintantoché questo non comporti un’alterazione dei dati fenomenici in esso descritti.
Il traduttore del testo giuridico, al contrario, non possiede questa libertà poiché risulta vincolato nella sua attività traduttiva ancor più di quanto possa esserlo nel tradurre un prodotto letterario o scientifico. Nella fattispecie, non si applica ai traduttori dei testi giuridici la regola classica secondo cui, sul presupposto che il fine della traduzione sia quello di far comprendere, tutti i mezzi sono buoni in traduzione, premesso che il significato ultimo sia rispettato.

Il traduttore giuridico deve confrontarsi con una serie di limiti che gravano su di lui, e in particolare tali vincoli derivano dal fatto che i termini giuridici non raffigurano dei fenomeni (e quindi dati materiali), ma piuttosto ricostruzioni logiche non esistenti in natura: nel caso dei termini giuridici, talvolta il lemma non serve per trasmettere un concetto che lo precede, ma costituisce esso stesso il concetto che deve essere trasmesso. Inoltre, le norme e i concetti giuridici che si ricollegano a un determinato lemma non hanno valenza universale, ma sono coerenti e utilizzati in uno specifico sistema giuridico, non essendo altrettanto pieni di significato nell’ordinamento giuridico di riferimento a cui afferisce la lingua nella quale deve essere eseguita la traduzione. Infatti, ogni sistema giuridico, come già detto, è frutto di eventi storici e rappresenta l’esito di un incessante evolversi degli elementi sociali e politici che identificano un particolare stato e una determinata comunità. I sistemi giuridici non sono mai uguali, anche se le loro origini possono avere punti di contatto o se essi hanno condiviso un percorso comune, come d’altronde testimoniato dagli ordinamenti giuridici della tradizione continentale.

La quarta parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Mariangela Marcoccia
Traduttrice giuridica EN-FR>IT
Sevran (Francia)

Cos’è la traduzione giuridica? (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

La traduzione giuridica è sì una questione di terminologia, poiché i termini possono, anzi spesso assumono significati diversi all’interno dei diversi ordinamenti nazionali. Tuttavia, si può sostenere che più che una questione terminologica è una questione culturale, poiché l’ordinamento giuridico di una nazione è sempre il prodotto delle particolari circostanze storiche di quel paese; il linguaggio giuridico di una nazione esprime al più alto grado il carico storico della stessa e delle sue istituzioni. Da quest’ultima affermazione si parte per argomentare il quarto e ultimo postulato, anch’esso accettabile solo in parte: la traduzione giuridica esige una grande precisione che spesso porta alla transcodificazione. Ora, tale affermazione è una contradictio in terminis.

Se è vero che la traduzione giuridica esige una grande precisione, effettuare una transcodificazione porterebbe proprio alla mancanza di quella tanto auspicata precisione nell’ambito delle traduzioni giuridiche. C’è inoltre da dire che trasferire un concetto da un sistema giuridico a un altro non è sempre possibile. Si pensi alla traduzione del diritto statuario: non è assolutamente pensabile effettuare, in tal caso, una transcodificazione, pena l’incomprensibilità e l’inapplicabilità in un altro ordinamento. Oppure si considerino i flussi giuridici da common law a civil law: non è sempre possibile ridurre soluzioni giurisprudenziali in fattispecie normative (sia pure fortemente generiche) o inserire determinati istituti in categorie logiche generali e astratte. E gli esempi abbondano: act of God, habeas corpus, rule of law, trust, consideration, corporation, equity. E cosa dire della nozione stessa di “diritto” rispetto all’inglese law? La traduzione di questi termini rende effettivamente giustizia alla complessità che tali nozioni esprimono? Spesso si aderisce così tanto al testo di partenza che la traduzione ne risulta deformata fino al punto di risultare assurda, come nel caso della traduzione inglese del Code Civil del Québec (1886), dove per tradurre “personne morale” è stato proposto moral person e Meredith (1979:54) ne deduce la presenza di persone immorali in Québec!

Il nocciolo del problema è ben riassunto da una semplice domanda: una buona traduzione è identica all’originale al punto da poter essere a essa sostituita? Ora, un tale quesito può sembrare puramente teorico (e in effetti lo è) poiché si traduce da sempre e l’equivalenza va di per sé. Ma di quale equivalenza si tratta? Nozioni come fair/fairness e reasonable, sebbene esistano equivalenti funzionali, sono dei veri e propri rompicapi per i traduttori. Per coloro che conoscono la base del campo semantico che sottende a ognuno dei termini summenzionati, frutto di una lunga storia giuridica e politica, credere alla loro equivalenza testimonia una qualche ingenuità verso le lingue, le culture e le tradizioni sociopolitiche di ogni paese (Jean-Claud Gémar). Queste tradizioni si esprimono fortemente nel modo di interpretare i testi, in particolare quelli giuridici, e ogni paese appartenente alla famiglia di Common law possiede la propria “legge d’interpretazione” che a volte differisce da un paese all’altro. In un tale contesto è lecito chiedersi qual è l’equivalenza di cui si parla. È possibile nell’ambito di una traduzione giuridica, riuscire a ottenere un’equivalenza dei testi (ossia delle lingue) nel rispetto di un sistema (giuridico) evitando di sacrificare l’equivalenza per rispetto del sistema di riferimento o viceversa? E se è necessario scendere a compromessi cosa bisogna privilegiare? L’equivalenza funzionale sacrificando la regola di diritto (e quindi l’oggetto stesso di tale equivalenza) oppure l’espressione della regola? Secondo Gémar il grande dilemma della traduzione giuridica si trova proprio in questa alternativa: il traduttore è costretto a servire due padroni contemporaneamente, senza trascurare l’uno a favore dell’altro.

Domani sarà pubblicata la terza parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Mariangela Marcoccia
Traduttrice giuridica EN-FR>IT
Sevran (Francia)

Cos’è la traduzione giuridica?

 Categoria: Servizi di traduzione

Francesco de Franchis nel secondo volume del suo Dizionario Giuridico afferma che la traduzione giuridica è “compito assai ingrato per chi vi si dedichi: si tratta di un lavoro misconosciuto e troppo spesso mal pagato”.
Da qualche anno, la traduzione giuridica è oggetto di un numero impressionante di pubblicazioni. Ma che cosa s’intende per traduzione giuridica? E quali sono le opinioni più abitualmente espresse in merito a essa? Dai vari volumi consultati in materia, emergono, in linea molto generale, quattro opinioni principali:

1) la traduzione giuridica è la traduzione di tutti testi che parlano di diritto;
2) la traduzione giuridica rientra nella categoria di traduzioni tecniche;
3) la traduzione giuridica è, in primis, una questione di terminologia;
4) la traduzione giuridica esige una grande precisione che spesso porta alla transcodificazione.

In relazione al primo assunto, si può sostenere che esso è vero solo in parte. La traduzione giuridica è sì la traduzione di testi che parlano di diritto, ma il diritto ha un ambito applicativo vastissimo. A tal proposito è di grande utilità la classificazione dei testi giuridici operata da Bice Mortara Garavelli: a seconda del tipo di attività che li produce – di creazione del diritto (o normazione), di interpretazione e di applicazione -, i testi giuridici si possono distinguere in testi normativi, interpretativi e applicati. Bisogna tuttavia sottolineare che questa distinzione non è rigida, giacché le diverse attività di produzione giuridica tendono spesso a intersecarsi e a sovrapporsi, soprattutto nel campo dell’interpretazione e dell’applicazione: in realtà, la separazione dei poteri dello Stato, individuata da Montesquieu in potere legislativo, giudiziario ed esecutivo, ha da sempre mostrato di avere contorni alquanto sfumati.
Ciò detto, è lecito chiedersi se sia possibile una traduzione per tutti i testi giuridici. Sono numerosi gli autori, in particolare i giuristi, che non sono di questo avviso. René David, grande comparatista del XX secolo è categorico: “Ne correspondant à aucune notion connue de nous, les termes du droit anglais sont intraduisibles dans nos langues, comme sont les termes de la faune ou de la flore d’un autre climat. On en dénature le sens, le plus souvent, quand on veut coute que coute les traduire (…)”.

È ormai convinzione diffusa che il diritto è uno tra i settori in cui la cultura ha un’incidenza particolarmente significativa. Esso risale alle fonti della civilizzazione, di ogni lingua e della cultura che essa porta. Il diritto è per natura un fenomeno locale, soggetto alla legge del luogo (locus regit actum). Difficilmente esso valica le frontiere nazionali e ne Les Pensées, Pascal umoristicamente ce lo ricorda: “Plaisante justice qu’une riviere borne! Verité au deça des Pyrenées, erreur au delà”.
Non tutte le traduzioni sono possibili, proprio per la peculiare natura del diritto. D’altro canto però il diritto ha sempre una forma linguistica; non ci sarebbe legge senza lingua, non ci sarebbe modo di stabilire una validità giuridica senza lingua poiché la giustizia ha bisogno della comunicazione, è fatta di comunicazione. Ne risulta che lingua e linguaggio giuridico in senso stretto possono essere collegati e allo stesso modo la linguistica e la giurisprudenza. A questo proposito è interessante il lavoro svolto da Elisabetta Zuanelli, la quale afferma “l’analisi del linguaggio normativo non può prescindere dai testi e dai discorsi normativi effettivamente prodotti e dal contesto costituito dal discorso giuridico, quali corpus di validazione dell’analisi stessa”.

Da quanto appena affermato si evince facilmente che la traduzione giuridica merita un’attenzione specifica; pertanto è si vero che essa rientra tra le traduzioni tecnico-scientifiche, ma non ne condivide tutte le caratteristiche. In un manuale di medicina un dato termine possiede un corrispondente che denota lo stesso identico concetto in diverse lingue naturali. Ciò non avviene nella traduzione giuridica dove la diversità degli ordinamenti dei singoli paesi rende quasi impossibile una corrispondenza perfetta; pertanto, ci si limita spesso, per riprendere Eco, a “dire quasi la stessa cosa”. Nonostante i contributi di Eco si siano dimostrati utili alla traduzione giuridica in quanto corrispondono al tasso di problematicità che è propria di essa e che cresce e assume nuove connotazioni lungo il processo di globalizzazione, bisogna sottolineare che non è certo sinonimo di precisione, requisito fondamentale per la traduzione giuridica. Da qui si può in parte confutare e in parte accettare il terzo assunto: la traduzione giuridica è in primis una questione di terminologia.

La seconda parte di questo interessante articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Mariangela Marcoccia
Traduttrice giuridica EN-FR>IT
Sevran (Francia)

La fedeltà della traduzione poetica

 Categoria: Traduzione letteraria

Il problema della fedeltà della traduzione poetica è stato espresso nella forma più precisa da Georges Mounin, nella sezione dedicata alla poesia del suo saggio Teoria e storia della traduzione. Dopo aver passato in rassegna i vari tipi di fedeltà proclamati dai traduttori – lessicale, sintattica, stilistica, musicale – egli conclude che tutte, in alcuni casi, possono condurre a gravi errori nella traduzione. Conservare immutato un elemento testuale significa, a volte, sconvolgere irreparabilmente gli equilibri del testo, o darne un’interpretazione opposta a quella voluta dall’autore, o ancora renderlo illeggibile o ridicolo nella lingua d’arrivo. Insomma, la fedeltà esagerata porta all’infedeltà. A che cosa allora deve essere fedele la traduzione poetica? Mounin stesso formula una risposta convincente:

La fedeltà della traduzione poetica non è né la fedeltà meccanica a tutti gli elementi semantici né l’automatica fedeltà grammaticale né quella fraseologica assoluta né la fedeltà scientifica alla fonetica del testo: è la fedeltà alla poesia. Per tradurla bisogna non solo averla sentita ma identificata tanto nei fini come nei mezzi. La poesia non si sottrae alla prima regola enunciata da Etienne Dolet che cioè il traduttore debba anzitutto intendere il senso e il contenuto dell’autore che traduce. Anche per la traduzione poetica vale questo precetto: solo dopo aver sentito e compreso non soltanto la lingua ma la poesia, il traduttore saprà discernere, di quella poesia, i mezzi, che debbono essere, allora, integralmente tradotti.

Il traduttore si presenta qui, più che mai, come il lettore ideale del testo, capace di comprenderlo profondamente sia nei suoi artifici linguistici («la lingua») sia nel suo valore poetico complessivo, nella sua unicità («la poesia»). Il «senso» della poesia non è dunque il contenuto, opposto alla forma, a cui certi traduttori vantano fedeltà nelle loro brutte traduzioni in prosa; il «senso» è la motivazione profonda, la ragion d’essere poetica del testo. A dover essere tradotti sono pertanto – non solo, ma preferibilmente – gli elementi che concorrono a formare questo «senso»; mentre gli elementi indifferenti possono essere, all’occorrenza, trascurati dal traduttore.

Non tutte le parole d’uso del linguaggio comune ma solo le parole-chiave della composizione poetica <…>. Non tutte le forme grammaticali, che sono anch’esse semplici strumenti morfologici, ma solo quelle che conservano o acquistano un valore espressivo qui e ora, in quel testo e per il fine che quel testo vuole raggiungere. <…>
Non già tutte le espressioni stilisticamente classificate, tutte le allitterazioni, tutte le supposte musicalità: ma solo quelle che concorrono alla vera musicalità della poesia.

Ecco che torna ancora una volta il concetto di funzione: la fedeltà alla poesia è, in fin dei conti, la fedeltà alla sua funzione (poetica). Questo significa che una traduzione che si ponga uno scopo diverso dall’opera originale non è fedele? Esattamente; ma non significa che sia inutile. Una versione in prosa, interlineare, è un supporto indispensabile per lo studio; un’imitazione può essere un’opera a sé valida quanto, e più, dell’originale. Ma in simili casi non si dovrebbe parlare di traduzione. È ovviamente molto difficile e forse impossibile tracciare confini netti tra queste tipologie testuali, ma bisogna cercare di farlo: la traduzione di supporto e l’imitazione devono essere distinte, nella coscienza del traduttore come nella critica, dalla traduzione vera e propria.

Autore dell’articolo:
Elizaveta Illarionova
Traduttrice RU<>IT
Mairago (LO)

Sottotitolazione in tempo reale per sordi (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Quando si parla di sottotitolazione, è opportuno fare una distinzione di base. Vi sono, infatti, vari tipi di classificazioni dei sottotitoli. Una delle differenze principali è quella tra sottotitoli pre-registrati e sottotitoli live o in tempo reale. Da qualche anno i sottotitoli pre-registrati non rappresentano più un problema per le emittenti televisive, in quanto la tecnica di sottotitolazione è ormai stata talmente affinata che le tracce prodotte da operatori adeguatamente formati sfiorano livelli di accuratezza del 100%. Il problema sorge nel momento in cui i sordi rivendicano l’accesso a programmi in diretta. Negli ultimi anni, infatti, la Comunità sorda ha spesso messo in luce il fatto che, come tutti gli altri utenti, i sordi pagano il Canone Rai e quindi richiedono di avere pieno accesso al servizio offerto, pertanto c’è bisogno di una maggiore quantità di prodotti sottotitolati

Le due tecniche maggiormente usate per produrre questo genere di sottotitoli sono il “rispeakeraggio” e la stenotipia. La prima viene svolta da professionisti, spesso interpreti, che “ripetono” in un microfono quanto ascoltano nella traccia originale. Successivamente, i vari software di riconoscimento del parlato disponibili sul mercato inviano la stringa, che appare quindi sullo schermo per dare la possibilità ai sordi di leggere. Questo tipo di sottotitolazione risulta scorrevole e facilmente leggibile, ma sfortunatamente va ancora perfezionata molto, in quanto restano alcuni problemi irrisolti che rendono il compito più difficile sia ai “rispeaker” che agli spettatori; ad esempio si pensi alla punteggiatura (che va aggiunta a mano) o ai numeri (che spesso vengono mal interpretati). La stenotipia, invece, è una tecnica ben più conosciuta, grazie al suo utilizzo all’interno dei tribunali. Questo metodo viene utilizzato soprattutto da professionisti del settore – quindi non da traduttori o interpreti – e pertanto, il testo risulta sì più completo rispetto a quello prodotto tramite rispeakeraggio, ma allo stesso tempo è di più complessa decodifica, in quanto il tempo ad esso riservato è poco.

Sebbene quanto fatto finora non potrà mai considerarsi abbastanza, le ricerche ad oggi avviate potranno rappresentare un punto di partenza per avviare ulteriori studi nel campo e puntare così all’ottenimento di un servizio sempre migliore. Tramite un’indagine approfondita dei bisogni e delle necessità dei sordi, sarà forse possibile calibrare la qualità dei sottotitoli in base a questi parametri per così fornire loro un prodotto adatto alle loro esigenze.

Autore dell’articolo:
Valeria Di Virgilio
Traduttrice Freelance EN-ES>IT
Teramo – Bologna

Sottotitolazione in tempo reale per sordi

 Categoria: Servizi di traduzione

Nell’era della digitalizzazione, in cui i principali mezzi di comunicazione sono Internet e la TV digitale, il volume di informazioni trasmesse attraverso questi canali diventa sempre maggiore. Si stima che in un futuro prossimo, il totale di tali trasmissioni aumenterà in maniera esponenziale, soprattutto a causa del crescente impatto che i suddetti mezzi di comunicazione hanno sulla vita degli utenti.
Per poter accedere a questo tipo di informazioni, gli utenti devono possedere la capacità di “azionare” contemporaneamente il canale uditivo e quello visuale. Per la maggioranza di utenti che ogni giorno fanno uso di tali prodotti di informazione, questa è un’azione piuttosto naturale, ma il discorso non vale per tutti. Alcuni utenti sono fisicamente impossibilitati all’utilizzo di uno dei due canali, pertanto rischiano di ricevere solo informazioni parziali. Un esempio concreto sono gli utenti sordi, che ricevono solo le informazioni che ricavano dalle immagini e gli utenti ciechi, che accedono solo alla traccia audio, ma perdono l’importante componente visiva.

Da circa un decennio la questione della sottotitolazione per non udenti è entrata a pieno titolo nell’interesse accademico. Presso alcune università italiane sono già attivi dei corsi di traduzione multimediale. Questo perché negli ultimi anni, si sta cercando sempre più di andare incontro alle esigenze di queste persone per garantire loro una piena accessibilità ad ogni tipo di prodotto multimediale.

A questo proposito, sono state ideate molteplici tecniche per consentire alle persone con problemi di udito di accedere allo stesso numero di informazioni alle quali noi tutti giornalmente accediamo. Tutte le tecniche hanno come punto comune il risultato finale, ovvero la realizzazione di tracce di sottotitoli da incorporare ai vari programmi in modo da aggiungere le informazioni sonore necessarie per dare alla persona sorda il giusto numero di dati di cui ha bisogno per la completa decodifica del messaggio. Ma come in ogni procedimento sperimentale, anche nello svolgimento di queste procedure emergono tante insidie che vanno risolte.

Approfondirò l’argomento nell’articolo di giovedì.

Autore dell’articolo:
Valeria Di Virgilio
Traduttrice Freelance EN-ES>IT
Teramo – Bologna

Non solo trascrizione e battitura testi

 Categoria: Servizi di traduzione

Come ho spesso detto, io sono una telelavoratrice, o meglio, sono una lavoratrice autonoma e lavoro da casa, non posso dire di aver propriamente “scelto” questa situazione, ma posso dire di essermici buttata a capofitto quando l’occasione mi si è presentata in modo tangibile. Così ho rispolverato le mie conoscenze tecniche ed ho ricominciato ad occuparmi di siti web, questa volta professionalmente.
La mia “fortuna” è stata quella di avere una professionalità facilmente “vendibile” sul web: realizzo siti web e blog, trascrivo testi e faccio pure correzioni di bozze. Quindi il mio lavoro si può facilmente svolgere via terminale, e non per forza in un ufficio, ci sono tante altre professioni che si possono offrire su internet, e magari non si sa di possedere: chi ha buone capacità di scrittura può proporsi come scrittore freelance per i portali online; se si è veloci a digitare, ci si proporre per la battitura di tesi, o per data entry; se si conosce bene una lingua straniera, ci si può proporre alle agenzie di traduzione o alle aziende di import-export per traduzioni “spot o ai portali internazionali; se si fanno belle fotografie, ci si può proporre alle riviste o ai siti di stock foto; se si è bravi con la grafica, ci si può proporre alle aziende di sviluppo web, e così via…

La ricerca di lavoro è uno degli ambiti più frequentati del web. Nonostante si tratti di un’attività, il cui esito dipende dalla vivacità del mercato e dalla propria storia professionale (competenze acquisite, esperienze specifiche, etc.) la ricerca di lavoro con Internet, può rendere più facile raggiungere le offerte più interessanti e consente di presentare la propria professionalità in modo più diretto e veloce.
Chi vuole trovare lavoro con Internet ha tre possibilità: attraverso il sito aziendale, con moduli da compilare o indirizzi e-mail dedicati, tramite portali specializzati in attività di recruiting oppure attraverso i social network dedicati ad aziende e professionisti.

Il web sta cambiando radicalmente il mondo del lavoro. Ha creato professionalità inedite e portato opportunità impensabili fino a pochissimo tempo fa. «I catastrofisti metteteli alla porta. L’uomo è sempre stato capace di migliorare la propria condizione, al di là delle più nefaste previsioni». Parola di Andrea Bolla, presidente di Confindustria Verona. Il presidente Bolla, ha ricordato che ci sono campi dove i giovani possono trovare spazi per la loro creatività e per risolvere il problema dell’occupazione, come il settore delle energie rinnovabili, dei social network, delle applicazioni tecnologiche ai diversi settori dell’impresa e della comunicazione.
Ma se il web e tutte le sue infinite applicazioni rappresenta lo strumento per inserirsi nel mondo del lavoro, come pure per allargare i propri orizzonti sociali e culturali, c’è necessità subito di riempire questo strumento di contenuti di alto valore umano.

Autore dell’articolo:
Patrizia Gesmundo
Realizzazione siti web e blog, sbobinature, trascrizione e battitura testi
Silandro (BZ)

La traduzione nel contesto audiovisivo

 Categoria: Servizi di traduzione

Lo spunto per la stesura di questo articolo viene fuori dall’interesse personale nella traduzione dei prodotti cinematografici, nell’adattamento dei dialoghi filmici e nel doppiaggio/sottotitolaggio di questi ultimi, ma anche dei documentari e comunque di qualsiasi prodotto audiovisivo.

Le tradizionali tecniche traduttive, che hanno una lunga storia alle loro spalle, hanno consentito ai prodotti audiovisivi di superare i confini imposti dalle loro lingue originali e di essere fruibili in ogni parte del mondo. Ogni paese ha seguito una “politica” interna nel trattamento dei testi filmici. In alcuni casi, come l’Italia, la tradizione di doppiaggio è molto forte grazie all’alta professionalità acquisita; in altri paesi ci si è specializzati nel sottotitolaggio e si è preferito lasciare l’audio in originale; altri ancora hanno adottato la tecnica del voice-over. In un caso o nell’altro, comunque, si è ottenuto che il prodotto originale fosse accessibile ad un pubblico più ampio rispetto a quello prestabilito.

La novità in campo traduttivo è fornita dalla multi-modalità con cui viene veicolato un messaggio. Tanti elementi concorrono alla trasmissione di un significato, primo tra tutti il potere delle immagini con i suoi giochi di luci e ombre, l’uso dei colori; i rumori e i suoni, basti pensare al ruolo delle colonne sonore all’interno dei film che creano le atmosfere; i simboli che sono tutti quegli elementi che, senza ricorrere alla parola, ci dicono qualcosa di specifico. Alcuni di questi significati trasmessi sono universali, altri sono tipici di alcune culture e altri ancora cambiano di significato da una cultura ad un’altra. Nonostante la possibilità di creare significato attraverso le risorse non-verbali, la lingua rimane il perno intorno al quale si strutturano tutte le altre modalità semiotiche ed è dunque il nucleo del contesto multimodale. L’elemento verbale e l’elemento visivo si integrano a vicenda per creare un significato, ma la traduzione, che consente la vera accessibilità al prodotto, si concretizza nelle parole. Una buona traduzione di un prodotto audiovisivo dovrà interagire con le medesime modalità semiotiche (gesti, sguardi, postura, suoni, musica, simboli) del testo di partenza, producendo nel pubblico d’arrivo lo stesso effetto che il prodotto originale aveva avuto sul pubblico di partenza.

Naturalmente, oltre i problemi ordinari della traduzione, in questo contesto si deve tener conto dei vincoli di tempo per la sincronizzazione dei dialoghi; degli squilibri sintattici tra le lingue (l’italiano è una lingua più articolata e prolissa rispetto l’inglese); nel caso dei sottotitoli gioca a sfavore la mancanza di tempo necessaria alla lettura. In questo la traduzione audiovisiva è più complessa della traduzione tradizionale in quanto deve prendere in considerazione tutti quegli elementi che non compaiono sul testo scritto. Allo stesso tempo, però, può usufruire di molti vantaggi forniti dalle altre risorse semiotiche. Le scelte che si possono operare potrebbero riguardare il non tradurre, l’omissione di elementi facilmente deducibili dal contesto, la non spiegazione di gesti visivi universalmente riconosciuti. Qualsiasi operazione è compiuta con il fine di perdere il minimo o meglio nulla nella comprensione.

Autore dell’articolo:
Lorenzo Planamente
Traduttore En-Es>IT
Città Sant’Angelo (PE)

Tradurre: la ricerca della Parola Perfetta

 Categoria: Traduttori freelance

Noi traduttori siamo sempre alla ricerca del termine con l’accezione migliore, la sfumatura più adatta a rendere ciò che l’originale intende comunicare. Dopo aver consultato vari dizionari mono e bilingui e aver setacciato il web in lungo e in largo, ci ritroviamo spesso a fissare il cursore lampeggiante sul monitor in attesa dell’ispirazione. Quante volte cogliamo istintivamente il senso che l’autore vuole trasmettere e ci sembra che le parole aleggino in qualche modo nell’aria sopra di noi. Basterebbe allungare la mano per afferrare il lemma più consono ma rimaniamo sempre insoddisfatti, un po’ come avere il termine agognato sulla punta della lingua (o delle dita nel nostro caso) senza riuscire a catturarlo. Inizia quindi la fase della negoziazione, durante la quale siamo chiamati a decidere a quale livello del significato vogliamo porre attenzione. Operiamo le nostre scelte ponendoci l’obiettivo di rimanere invisibili senza impoverire o arricchire il testo, senza cedere alla tentazione di volerlo migliorare. E’ necessario fare quanto possiamo per esprimere ciò che esso dice rimanendovi fedeli. Le versioni italiane sono generalmente più lunghe delle rispettive fonti inglesi, ma è essenziale saper dosare le parole, pena il rischio di far diventare noiosa una scena avvincente o di ridurre l’efficacia di un articolo di marketing.

Dobbiamo cercare di far sentire anche il ritmo di quanto stiamo traducendo e nell’ambito di quella che si potrebbe definire la musicalità del testo è quindi importante non dimenticare il fattore quantità: il numero di vocaboli utilizzati non è da sottovalutare. La scelta accurata dei termini è quanto mai importante se non addirittura fondamentale e va fatta con grande senso di responsabilità e di rispetto verso il brano originale, l’autore e il lettore finale che deve poter cogliere l’esatto messaggio a lui destinato. Non possiamo quindi lasciare in sospeso nulla che non ci sia chiaro, dobbiamo decidere il senso di ogni parola il che ci porta così a dover rinunciare a qualcosa, salvando nel contempo quelle proprietà del termine che reputiamo rilevanti per il contesto. La difficoltà potrebbe anche derivare dalla scarsa chiarezza o dall’assenza di riferimenti precisi nel brano fonte. Non si tratta più solo allora di trovare il vocabolo con il valore semantico più adatto ma anche di formulare ipotesi, individuare la più plausibile e solo dopo procedere.

Una traduzione non si limita a essere un passaggio tra due lingue ma anche tra due mondi spesso diversi tra loro, il che obbliga a non dover tenere conto solo delle semplici regole linguistiche ma anche degli elementi culturali propri dell’universo di partenza e di quello di arrivo. Non basta quindi trovare dei termini equivalenti, ma occorre individuare quelli con la giusta connotazione. Potrebbe sembrare che per tradurre basti conoscere la lingua straniera il che tuttavia espone al rischio di lavori superficiali. Servono invece preparazione, passione e dedizione, essere curiosi e lettori infaticabili è quasi un obbligo o la parola perfetta sarà sempre un passo avanti a noi. La intuiremo ma rimarrà nell’Olimpo degli irraggiungibili.

Autore dell’articolo:
Daniela Origgi
Traduttrice EN>IT
Parabiago (Milano)

La missione del traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

Vorrei proporre alcune riflessioni che ho avuto occasione di svolgere quando ho preparato la mia tesi di laurea. L’argomento del mio lavoro riguardava la deontologia di traduttori e interpreti. Che cos’è la deontologia? Si tratta di un codice di comportamento elaborato da una categoria professionale, che stabilisce la condotta che deve tenere l’individuo nell’esercizio della professione. Un aspetto curioso che ho riscontrato nel corso del lavoro è che, a differenza di altre professioni intellettuali come il medico, l’avvocato, lo psicologo e simili, per il traduttore e l’interprete non esiste ancora una visione condivisa di quale debba essere il loro ruolo sociale. Strano a credersi? Basta leggere i codici deontologici elaborati da associazioni nazionali e internazionali come AITI, AIDAC, FIT, AIIC e altre per scoprire che ivi non è definito in genere lo scopo della professione; mentre da una parte “dovere del medico è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell’Uomo e il sollievo dalla sofferenza” (Codice di deontologia medica, art. 3) e “l’avvocato […] garantisce il diritto alla libertà e sicurezza e l’inviolabilità della difesa; assicura la regolarità del giudizio e del contraddittorio” (Codice deontologico forense, preambolo), dall’altra non si parla del ruolo del traduttore e dell’interprete, o al massimo si menziona il loro compito di “promuovere” e “facilitare” la comunicazione.

Il ruolo del traduttore e dell’interprete è tanto ovvio da non richiedere definizioni più precise? Non pare che sia così. Nei codici si stabilisce che traduttori e interpreti debbano sempre riprodurre “fedelmente” il testo originale nella lingua di destinazione e al tempo stesso soddisfare in ogni modo le esigenze del cliente, ma non si specifica quali istanze debbano prevalere in caso di conflitto. Non sempre, del resto, la traduzione letterale è la migliore, e le esigenze della comunicazione impongono di tener conto di una serie di fattori anche non strettamente linguistici; per uscire da quest’impasse, sarebbe opportuno ridefinire il ruolo del traduttore e dell’interprete non quali “stampelle” alla comunicazione, bensì quali garanti della stessa nei confronti delle parti coinvolte nell’evento interlinguistico. Solo in questo modo si potranno elaborare criteri guida chiari nell’esercizio di una professione che non è solo linguistica, perché la deontologia è proprio questo: l’indagine della rete di rapporti che si crea tra traduttore, cliente, autore del testo originale, destinatario, revisore e tutte le altre parti coinvolte nel processo. Del resto, gli studi hanno ampiamente dimostrato che il traduttore e l’interprete non sono meri ripetitori meccanici e “invisibili” del messaggio originario, ma forniscono un apporto tutto personale fatto di esperienza, sensibilità, ricerca individuale, che vanno a vantaggio della missione del traduttore: comunicare al di là delle barriere.

Autore dell’articolo:
Maddalena Battilana
Traduttrice EN-DE > IT
Trieste

Tradurre: un gesto d’amore

 Categoria: Traduttori freelance

Ha consistenza pensare alla traduzione come a una necessità, a un bisogno, così come lo è il respirare, di dare voce ad un mondo fatto di parole, di visioni, di pensieri dapprima ignoti e stranieri e in un secondo momento espandibili a tutti, accessibili in modo universale.
Credo che ancor prima di tradurre per sé stesso il traduttore sia spinto dall’esigenza, e forse quasi da un impulso altruistico, di tradurre per gli altri. Penso anche che al perché si traduca possa essere attribuita qualche motivazione in più del dire unicamente che senza la traduzione saremmo rimasti ignari di un incalcolabile patrimonio letterario sopravvissuto alle ere storiche.

L’interesse per la traduzione è nato quando ho pensato di scrivere una tesi sulla traduzione del testo poetico; di racchiudere le opinioni, le riflessioni, i metodi, le critiche, le teorie così differenti su uno studio così ostico. Il motivo per cui sono approdata alla traduzione del testo poetico è frutto di una piacevole “svista” quando scorrendo con le dita tra gli scaffali di una libreria mi è capitato tra le mani un volume delle più celebri poesie di Dylan Thomas. Vorrei non esimermi dal dire che entrare in contatto con l’universo poetico di Thomas mi abbia soggiogata presto a sé per le sue atmosfere chiaroscurali, per quell’energia creatrice e distruttrice, per le immagini e le visioni straripanti di simboli, per le emozioni, per le sensazioni, per le tensioni, per i ritmi e i suoni che pervadono i versi sorretti da una, tutt’altro che semplice, architettura sintattica e verbale racchiusa in uno dei testi più celebri e intensi di Thomas “The force that through the green fuse drives the flower“.

Andare a fondo nell’analisi della traduzione di questo intenso testo in lingua italiana mi ha offerto la possibilità di maturare molteplici riflessioni sulle difficoltà che il traduttore deve affrontare. Si potrebbe pensare all’intraducibilità del testo poetico perché la poesia è definita il frutto di un atto creativo, l’espressione del poeta. Come sarebbe possibile riprodurre tecnicamente l’”aura” poetica di un’opera d’arte?
La plurivocità, la rima, la metrica, il nonsense, la metafora, la lunghezza originaria del verso nella lingua d’arrivo… sono alcuni di quegli scogli contro cui il mare della traduzione si infrange.
L’intraducibilità denota profondamente le differenze esistenti non solo tra le lingue, ma anche nel modo di percepire la realtà, talvolta la crudele presa di conoscenza della propria “povertà” linguistica, l’accorgersi che forse non si conosce tanto bene la propria lingua e che tutto quel che fa parte del bagaglio della nostra conoscenza non è abbastanza…

Mi piace pensare alla traduzione di un testo poetico come ad una possibilità offerta al traduttore di aprirsi alla conoscenza dell’altra lingua (migliorandola al tempo stesso), un confronto generato da un dialogo tra autore e traduttore, un aprirsi da parte di quest’ultimo verso nuovi orizzonti, nuovi modelli stranieri interpretati e mutati per mezzo dei propri filtri culturali e linguistici.
Mi piace pensare al tradurre come generare un mutamento, un passaggio da una condizione a un’altra attraverso espedienti non solo di natura filologica, sintattica e grammaticale, ma anche extra-linguistica, se consideriamo il linguaggio come una guida alla realtà sociale.
Jean Coucteau ha detto che la poesia può illuminare la nostra oscurità interiore. La traduzione può illuminare il buio dell’incomprensione e spezzare ogni barriera per rendere tutto universale.

Autore dell’articolo:
Valeria Tripolino
Traduttrice EN>IT
Monreale (PA)

L’italiano al cinema

 Categoria: Problematiche della traduzione

In “ Il prezzo di Hollywood ” film statunitense del 1994 sul rapporto vittima–carnefice nella Mecca del cinema, il protagonista Guy, giovane assistente del perverso e tentacolare produttore Buddy, alla descrizione del suo predecessore delle esigenze costantemente diverse del capo, risponde che quello non è il modo di gestire un ufficio normale. Al che il suo scafato interlocutore oppone il fatto che quello non è un ufficio normale, non è Wall Street, ‘non’ ci sono regole, è il mondo dello spettacolo. Le scorrettezze sono benvenute, premiate addirittura.

Questa breve scena da me riassunta mi pare rifletta con sufficiente precisione le consuetudini della traduzione nell’ambito cinematografico in Italia. Si tratta di una riflessione generale senza distinzione tra dialoghi, titoli e sottotitoli. Le versioni italiane dei film stranieri di ieri e di oggi (le cattive abitudini sono difficili da estirpare) presentano un’arbitrarietà linguistica molto spinta. Qualche esempio: il film giallo di Preminger “Laura” diventa in italiano “Vertigine”, “Vertigo” di Hitchcock “ La donna che visse due volte”, “Double indemnity” di Wilder è stato tradotto in versione Blue Harmony con “La fiamma del peccato” laddove la traduzione franceseAssurance sur la mort” è molto più pertinente, nonostante l’oggettiva complessità di resa di un termine legale che vuole rimandare a uno spessore di significati molto più denso. La commedia inglese “Withnail and I” si trasforma in uno “Shakespeare a colazione” piovuto non si sa da dove. Si potrebbe ipotizzare che è stata proprio questa traduzione derelitta del titolo a far sì che questo capolavoro che nel paese d’origine e altrove ha avuto un successo strepitoso, sia passata praticamente inosservata in Italia.

Queste poche gocce scelte nell’oceano di celluloide esemplificano a sufficienza, a mio avviso, lo scarto improponibile che purtroppo si registra troppo di frequente tra la versione originale e quella italiana. Si badi che si sta parlando di semplici titoli i quali, a differenza dei sottotitoli, sottoposti a una disciplina molto più rigida dovendo rientrare in tempi ben definiti, offrono maggiori possibilità di aderenza, laddove possibile, al testo di partenza.
Una delle ragioni addotte per giustificare la manipolazione è quella del “marketing”: gli arbitrii della traduzione aiuterebbero a rendere più attraente il prodotto e quindi a venderlo meglio. Si potrebbe aggiungere che tradurre “Vertigo” con “ La donna che visse due volte” non fa torto al regista in quanto il messaggio del film viene salvaguardato. Ciò è vero in parte, ma se una traduzione più fedele giunge allo stesso scopo, a che pro la stortura?

Nel caso delle serie televisive importate principalmente dagli Stati Uniti il fenomeno è ancora più grave, datosi che la maggioranza di queste conserva il titolo originale in inglese. Questo fenomeno lascia tanto più perplessi quanto altre lingue europee a diffusione mondiale (francese spagnolo e portoghese) mostrano una cura molto più attenta alla conservazione del testo originale. La stessa lingua inglese nelle sue plurime versioni è decisamente incline alla fedeltà al testo di partenza.
L’attitudine dell’italiano si può definire schizofrenica, divisa com’è tra una libertà troppo spesso eccessiva e un’incapacità o non volontà di traduzione. Sotto quest’ultimo aspetto l’italiano del cinema soffre, e non potrebbe essere altrimenti, di un malessere diffuso in troppi settori del nostro idioma, quali quello giornalistico e quello medico, ossia l’influsso sfiancante dell’inglese. Questa passività può forse essere spiegata con il desiderio di acquisire una dimensione internazionale, senza percepire purtroppo il provincialismo che essa denota.

Autore dell’articolo:
Massimiliano Misturelli
Traduttore FR-ES-PT>IT
Gorizia

Che cos’è la traduzione audiovisiva?

 Categoria: Servizi di traduzione

Come afferma Elisa Perego, con traduzione audiovisiva si designano tradizionalmente “tutte le modalità di trasferimento linguistico che si propongono di tradurre i dialoghi originali di prodotti audiovisivi, cioè di prodotti che comunicano simultaneamente attraverso il canale acustico e quello visivo, al fine di renderli accessibili a un pubblico più ampio”.

Oggetto della traduzione audiovisiva sono testi che non contengono solo l’elemento verbale, ma che includono componenti semiotiche differenti. Bartrina Francesca afferma che la traduzione audiovisiva ingloba diversi sistemi semiotici, di cui i principali sono quello verbale e visivo, ai quali Gambier aggiunge quello sonoro, grafico, cinetico e gestuale. Ogni modalità semiotica è portatrice di un significato fondamentale ai fini della comprensione del testo nella sua totalità, perciò non deve essere trascurata dal traduttore. In altre parole, il destinatario di un testo audiovisivo può cogliere appieno il messaggio e recepirne ogni sfumatura solamente se può usufruire di tutti i segnali simultaneamente. La maggiore difficoltà della traduzione audiovisiva risiede quindi nel fatto che essa deve restituire parallelamente al senso degli elementi verbali quello degli elementi non verbali. La musica e gli effetti sonori possono cambiare da una versione all’altra, oppure il tecnico del suono può alterare la natura dei suoni introducendo dei cambiamenti nella banda sonora internazionale. Tutti questi ed altri fattori rappresentano vere e proprie difficoltà per il traduttore audiovisivo, il quale deve tenerne conto nella trasposizione nella lingua d’arrivo.

Fin dalla nascita del cinema sonoro si è manifestato il bisogno di tradurre i film importati e, di conseguenza, si sono sviluppati numerosi metodi di traduzione audiovisiva, che differiscono molto tra loro.
La storia del cinema dagli anni Trenta in poi ha assistito allo sviluppo di svariati generi cinematografici nonché canali audiovisivi; parallelamente a questo fenomeno le strategie di traduzione audiovisiva si sono moltiplicate, ed il loro studio è stato approfondito e sistematizzato. Doppiaggio e sottotitolazione sono originariamente i due metodi principali di trasferimento linguistico, nonché i più noti al pubblico e sicuramente i più diffusi, ma ad essi vanno aggiunte altre modalità di traduzione meno conosciute.
In virtù della molteplicità delle strategie di traduzione audiovisiva, esistono numerose classificazioni. Gambier individua tredici tipi di trasferimento linguistico:

- sottotitolazione interlinguistica
- doppiaggio
- interpretazione simultanea
- interpretazione consecutiva
- voice-over
- commento libero
- traduzione simultanea
- produzione multilingue
- traduzione degli script
- sottotitolazione simultanea
- sopratitolazione
- descrizione audiovisiva
- sottotitolazione intralinguistica per sordi

Tutte queste forme di traduzione audiovisiva hanno alcuni punti in comune, per esempio sono in vario modo condizionate dal fattore tempo (tempo di lettura per i sottotitoli, durata del discorso nell’interpretazione), devono tener conto della densità delle informazioni da presentare, abbattono le frontiere tra scritto e orale e inoltre, tengono conto del pubblico di destinazione.

Autore dell’articolo:
Valentina Strillacci
Traduttrice EN-FR>IT
Montemilone (PZ)

Lingue e “Zecchino d’Oro”

 Categoria: Le lingue

Avrò avuto all’incirca sette o otto anni quando, guardando “Lo Zecchino d’Oro” in tv, nacque il mio amore per le lingue. Ricordo che restavo imbambolata davanti allo schermo ogni volta che uno dei bambini stranieri in gara iniziava ad intonare alcune strofe della canzone nella propria lingua. Io ascoltavo rapita quei suoni strani, per me senza senso, ma pronunciati con tanta naturalezza da quei bimbetti, spesso più piccoli di me. “Ma come fanno?”, mi chiedevo. Mi sembrava impossibile che sapessero capire e parlare un’altra lingua.

Ero attratta in particolare dalle lingue “strane”, come il polacco, l’olandese o l’hindi (sarà un caso che, un bel po’ di anni dopo, mi sia ritrovata a studiare l’arabo all’università?). Volevo imparare anch’io a riprodurre quei suoni bizzarri ma terribilmente affascinanti, così mi feci regalare dai miei genitori le musicassette con le canzoni dello “Zecchino d’Oro”. Ricordo che “saltavo” a piè pari le canzoni cantate dai bambini italiani, mentre ascoltavo decine e decine di volte quelle degli stranieri, soprattutto le strofe “in lingua”. Cercavo di memorizzarle, aiutandomi con i testi ritagliati dalle riviste. Naturalmente, non avevo la più pallida idea di cosa stessi cantando, e probabilmente anche la pronuncia lasciava molto a desiderare, ma io ero felice e fiera di me.

Con gli anni, la mia passione per le lingue non si è affievolita, anzi, non vedevo l’ora di andare alle scuole medie per iniziare a studiare il francese! Ovviamente, era la mia materia preferita e, manco a dirlo, avevo tutte “A”. Anche alle superiori, le materie in cui riuscivo meglio erano l’inglese e il francese e ricordo che, quando avevo circa quindici anni, ci chiesero di scrivere in un tema come ci vedevamo tra dieci anni. E cos’altro avrei mai potuto fare io da grande, se non la traduttrice?

Tiziana Geroldi
Traduttrice freelance EN-FR-AR>IT
Venezia

Le coincidenze…nella traduzione

 Categoria: Le lingue

In principio era il Logos
e il Logos era verso Dio
e Dio era, il Logos
Questi era in principio verso Dio

Varcando il limite della semplice esegesi del testo, sembra una preziosa coincidenza, il fatto che il prologo del Vangelo secondo Giovanni sia costituito proprio da un inno al λόγος. Il processo della traduzione è qualcosa di profondamente misterioso in cui non sempre valgono regole fisse e prestabilite. Trans-ducere, ‘portare al di là’, ma al di là di cosa esattamente? Tradurre è trasportare, oltre la soglia del significato, della cultura, di un altro mondo, forse di un’altra galassia. È in questo passaggio che i significati e i significanti delle parole s’intrecciano, si mescolano, si perdono e si arricchiscono, generando delle preziose e curiose coincidenze linguistiche.

Se nella fictio le coincidenze sono necessarie perché generano plot e infittiscono e intrigano le trame, aggiungendo quella patina quasi complottarda di magia che, come un’Ἀνάγκη inesorabile, abbraccia tutti i personaggi, le coincidenze linguistiche hanno un ruolo non meno attivo nella comunicazione.

Se ci si sofferma sulla similarità o talvolta, sulla totale uguaglianza di significante e/o significato di alcune parole verrà spontaneo interrogarsi quantomeno sulla loro storia linguistica.

La coincidenza linguistica nasce e persiste laddove l’etimologia non può illuminare, laddove le radici dei cambiamenti linguistici restano sotterranee e imperscrutabili, laddove la polisemia, l’omofonia o l’omografia sorgono per casualità o a-casualità e non necessariamente per parentele genetiche. In ogni caso la bizzarria di alcuni fenomeni induce spesso a chiedersi la ragione di alcune strane coincidenze, soprattutto sul piano semantico.

Il filosofo francese Derrida nel 1985 parlava proprio dell’universo della traduzione come una Babele: perché tradurre, significa anche mettere ordine nel caos del multilinguismo, superare le decostruzioni di senso che poi sono le responsabili dell’incomunicabilità fra gli uomini. Eppure proprio questa incomunicabilità generata dal caos babelico è la coincidenza che produce il plot nella storia delle lingue, che le mette in movimento e in comunicazione attraverso la traduzione, che così si rende necessaria non solo per esprimersi, ma anche per assicurare a qualsiasi lingua e a qualsiasi testo l’eternità. Il mito della lingua unica avrebbe stroncato sul nascere le diversità, l’incontro col diverso, avrebbe strozzato la traduzione e impantanato la comunicazione in una statica unicità. Infatti, come asserito da Voltaire,’Babele’ significa ‘città di Dio’, ma anche ‘confusione’ perché è proprio lo stesso Dio che decide di annullare il dono della lingua unica, passepartout della comunicazione umana, avvelenandolo. ‘Dono’, appunto, una delle tante parole che racchiudono curiose coincidenze linguistiche che si dispiegano soprattutto in traduzione. Una di queste è rappresentata proprio dal termine inglese del sostantivo, ‘gift’, ‘dono’, appunto, che viene dal verbo ‘to give’, ‘dare’. Fin qui nihil novi sub sole. Ma se analizziamo la stessa identica parola,’gift’ in tedesco ci stupirà il suo significato: ‘veleno’. Macabra combinazione. Strana coincidenza. Curiosa casualità. Eppure l’associazione tra ‘dono’ e ‘veleno’ non sorprende, ha origini antiche, radicate nella mitologia greca, ad esempio. Si pensi al mito di Eracle e Deianira: il possente eroe muore bruciato indossando la veste avvelenata che aveva appunto ricevuto in dono dalla moglie Deianira. Oppure alla Medea vendicatrice che manda in dono un mantello avvelenato alla giovane Glauce, la quale, ignara, lo indossa per poi morire fra dolori strazianti.

In conclusione, per quanto complicato, bizzarro e più o meno casuale sia il fatto che delle parole coincidano, in lingue diverse o in traduzione, per significante o per significato, è innegabile che non solo l’inspiegabilità di certe coincidenze linguistiche sia affascinante, ma che una riflessione più approfondita permetterebbe di addentrarsi maggiormente in uno studio più sistematico e magari provare a costruire un quadro sinottico dei vari casi. Ciò che è certo è che un’analisi del genere darebbe quanto meno l’opportunità di confrontarsi non solo con strani fenomeni linguistici e/o traduttologici, e magari di scoprire o meglio ri-scoprire parole e termini estinti dal nostro panorama linguistico e di capire le ragioni, se ce ne sono, per cui le lingue si evolvono, cambiano, si intrigano.

Autore dell’articolo:
Valeria Gravina
Traduttrice EN-FR>IT
Napoli