Le variabili della traduzione (3)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Il secondo brano che sarà preso in considerazione si riferisce al momento successivo all’epifania dei due personaggi e presenta delle caratteristiche assai differenti che sollevano nuovi problemi nel processo di traduzione:

On the Indian carpet there fell a square of sunlight, pale red; it came and went and came – and stayed, deepened – until it shone almost golden.
“The sun’s out,” said Josephine, as though it really mattered.
A perfect fountain of bubbling notes shook from the barrel-organ, round, bright notes, carelessly scattered.

Qui la prosa diventa poetica, la lettura diventa un’esperienza sensoriale: visiva, uditiva, tattile. Il ritmo è dettato dalla graduale e illusoria apertura delle due protagoniste alla speranza. Il compito del traduttore diviene più complesso: veicolare un contenuto che è essenzialmente emotivo. Lessico, sintassi e ritmo devono interagire al fine di creare l’effetto finale voluto dall’autrice:

Sul tappeto indiano cadde un riflesso di luce solare, un quadrato rosso pallido; apparve, scomparve e riapparve – e indugiò, divenne più intenso – fino a risplendere di una luce quasi dorata.
“C’è il sole”, disse Josephine, come se fosse realmente importante.
Dall’organetto sgorgò una perfetta fontana di note gorgoglianti, note piene, allegre, che si dispersero con noncuranza.

Le problematiche evidenziate non si limitano soltanto ai testi letterari, ma sono, in diversa misura, comuni a tutte le categorie testuali. Non importa se il testo sia un messaggio pubblicitario, un saggio, l’articolo di un quotidiano o di una rivista o persino un testo specialistico, in tutti i casi una traduzione è sempre il risultato di un lavoro complesso che implica la considerazione di molteplici variabili che rendono piuttosto problematico ogni tentativo di dare una definizione precisa e esaustiva del concetto di “fedeltà al testo”. Ogni scelta in relazione ai vari livelli testuali, è dettata dalle peculiarità del testo stesso e dall’abilità e sensibilità del traduttore che si presenta come il garante di una corretta trasmissione del messaggio che il testo veicola. In conclusione, il traduttore rappresenta l’interprete del messaggio originale e colui che si assume la responsabilità di renderne il contenuto, inteso nel suo senso più ampio, fruibile ad un pubblico più vasto in possesso di un diverso codice non soltanto linguistico, ma anche culturale.

Autore dell’articolo:
Stefanina Sechi
Traduttrice EN-FR>IT
Villanova Monteleone (SS)

Le variabili della traduzione (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Il brano presenta:

  • a livello lessicale, uso di parole onomatopeiche, come “thump”, “bellow”; vocaboli che occorre contestualizzare, “monkey”, “nose”;
  • a livello grammaticale e sintattico, una costruzione passiva che in italiano deve essere inevitabilmente trasformata in attiva, con conseguente ridistribuzione degli elementi della frase; una forma di futuro (to be going to) che non trova riscontro nella lingua italiana; una successione di frasi negative, la maggioranza delle quali sintatticamente enfatiche (never + inversion), volte a creare un effetto cumulativo.
  • a livello del ritmo, frasi che si succedono in rapida sequenza, riflettendo il flusso dei pensieri che si affollano nella mente del personaggio e che culminano nell’epifania finale.
  • variazioni stilistiche connesse all’idioletto dei vari personaggi della storia e che vanno inserite nel contesto, rappresentato in questo caso dalle sezioni precedenti del racconto. Così l’espressione “to make that monkey take his nose somewhere else” costituisce una deviazione stilistica poiché non è attribuibile alla protagonista di cui il lettore segue il flusso dei pensieri, bensì al padre defunto.

Considerate le caratteristiche del brano, il traduttore dovrà effettuare una serie di scelte con l’unico obiettivo di offrire una traduzione in grado di veicolare il messaggio autentico dell’autrice, inteso nella molteplicità e complessità dei suoi componenti, rendendolo fruibile al lettore italiano, il quale, nella fase di lettura, dovrà recepire il testo come se fosse stato originariamente scritto nella lingua italiana, senza avvertire il lavoro svolto dal traduttore che sottende al risultato finale.

Ma in quel momento nella strada sottostante un organetto iniziò a suonare. Josephine e Constantia balzarono in piedi contemporaneamente.
“Corri, Con”, disse Josephine. “Corri, presto. Ci sono sei penny sul –“
In quel preciso istante ricordarono. Non aveva importanza. Non avrebbero mai più dovuto far smettere il suonatore di organetto. Nessuno avrebbe mai più detto né a lei né a Constantia di far sì che quella scimmia portasse il suo muso altrove. Mai più sarebbe risuonato quel forte e strano muggito quando papà pensava che non fossero abbastanza rapide. Il suonatore di organetto avrebbe potuto suonare là tutto il giorno e non avrebbero udito il tonfo del bastone sul pavimento….
Che cosa stava pensando Constantia? Aveva un sorriso così strano; sembrava diversa. Non poteva essere sul punto di piangere. …

Domani sarà pubblicata la terza e ultima parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Stefanina Sechi
Traduttrice EN-FR>IT
Villanova Monteleone (SS)

Le variabili della traduzione

 Categoria: Problematiche della traduzione

La traduzione di un testo da una lingua all’altra costituisce un processo complesso, conseguenza del fatto che le lingue spesso non sono strutturalmente isomorfe. Tale presupposto determina, infatti, una serie di problematiche nella traduzione a livello lessicale (casi di polisemia, in presenza di lessico con vasta gamma di sensi e traducibile in modi diversi a seconda del contesto; sinonimia, generalmente incompleta; vuoti lessicali, in assenza di termini equivalenti), grammaticale e sintattico (in relazione a categorie quali il tempo, il modo ecc. e alla struttura e funzione delle frasi), aspetti che sono tra loro strettamente interrelati. Occorrerà poi tenere conto di varianti stilistiche e di variazioni di registro. Inoltre un testo non può prescindere da un contesto. Il contesto, sia esso linguistico che extralinguistico, costituisce un punto di riferimento essenziale al fine di risolvere eventuali ambiguità che possono sorgere in relazione ai vari livelli di complessità considerati. Ulteriori problematiche possono emergere anche dalle componenti non verbali del testo, come ritmo e intonazione, che contribuiscono in modo non trascurabile alla corretta trasmissione del messaggio. Ne consegue che la traduzione è un processo che non soltanto richiede un alto livello di competenza linguistica in rapporto alla lingua di partenza e alla lingua d’arrivo, ma che, nel contempo, implica il possesso di conoscenze più vaste che esulano dall’ambito più strettamente linguistico e che sono riconducibili a diversi rami del sapere.

Alla luce di tali premesse, è possibile dare una definizione precisa del concetto di ‘fedeltà al testo’? Rispondere al quesito significherebbe dettare delle regole che guidino il traduttore nello svolgimento del proprio lavoro, stabilire degli argini che ne limitino la sfera d’azione, operazione ardua se non impossibile, se si considerano una serie di fattori: le variabili prese in esame, la molteplice tipologia di testi con cui il traduttore deve inevitabilmente confrontarsi e le varianti esistenti all’interno di ogni singolo testo.

Al fine di fornire un’illustrazione delle problematiche sollevate finora, si possono prendere in considerazione le complessità che presenta la traduzione in italiano di due brani tratti dal racconto The Daughters of the Late Colonel di Katherine Mansfield (1888-1923).

But at that moment in the street below a barrel-organ struck up. Josephine and Constantia sprang to their feet together.
“Run, Con,” said Josephine. “Run quickly. There’s sixpence on the –“
Then they remember. It didn’t matter. They would never have to stop the organ-grinder again. Never again would she and Constantia be told to make that monkey take his nose somewhere else. Never would sound that loud, strange bellow when father thought they were not hurrying enough. The organ-grinder might play there all day and the stick would not thump. …
What was Constantia thinking? She had such a strange smile; she looked different. She couldn’t be going to cry.

La seconda parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Stefanina Sechi
Traduttrice EN-FR>IT
Villanova Monteleone (SS)

La Valle d’Aosta e il patois

 Categoria: Le lingue

La regione Valle d’Aosta si contraddistingue dalle altre realtà italiane per il suo panorama linguistico variegato e complesso. La regione ha come lingue ufficiali l’italiano e il francese, mentre il patois, diffuso in tutta la valle, è il dialetto utilizzato solo a livello parlato. La Valle d’Aosta è caratterizzata da peculiarità linguistiche e culturali, e grazie allo statuto speciale del 1948, gode di diritti speciali, di autonomia politica e linguistica. Con l’unità d’Italia, la Valle d’Aosta diventa una regione italiana legata politicamente al Piemonte. Inizia così l’italianizzazione della Valle d’Aosta e il conseguente allontanamento dalla lingua francese, che arriva al culmine con la politica fascista. Il francese viene man mano eliminato sia dai settori pubblici sia dalla stampa e dalla toponomastica, per essere sostituito dall’italiano.

Dal punto di vista geolinguistico la Valle d’Aosta rappresenta l’estrema parte orientale del territorio gallo-romano, che comprende, come sottogruppi principali, il francese, l’occitano e il francoprovenzale. A quest’ultimo sottogruppo appartiene la parlata tipica della regione: il patois. Molto vicino alle altre parlate francoprovenzali presenti sul territorio francese, il francoprovenzale si suddivide nel patois dell’alta Valle (Haute Vallée) e nel patois della bassa Valle (Basse Vallée), sulla base di una frontiera est-ovest, molto approssimativa tra la zona di Quart e Châtillon. È interessante sottolineare, che la regione Valle d’Aosta si distingue dalle altre zone francoprovenzali per l’utilizzo, ancora attuale, del patois; mentre in Svizzera e nei dipartimenti francesi viene parlato soltanto dalle vecchie generazioni. Tuttavia, vi è un processo d’erosione costante della lingua minoritaria, dovuto alla spinta della lingua nazionale dominante, ovvero l’italiano.

Il francese è una delle due lingue ufficiali della Valle d’Aosta, ma il suo uso è prettamente scolastico. Questo è dovuto al fatto che spesso i genitori non parlano il francese in famiglia, ma utilizzano l’italiano o il dialetto, considerate lingue più disponibili per la comunicazione nell’ambiente famigliare. A volte, il francese è considerato solo come una materia scolastica, come la matematica o la fisica, che non ha niente a che vedere con la vita quotidiana; invece in altri casi è considerato come la lingua di espressione della cultura valdostana e il simbolo dell’identità regionale. Nonostante ciò, il francese rimane una lingua internazionale, che facilita l’apertura della Valle d’Aosta verso l’Europa e che permette alla popolazione di crescere culturalmente e confrontarsi con realtà diverse da quella italiana.

Autore dell’articolo:
Arianna Viglino
Traduttrice freelance FR-EN-ES>IT
(Valle D’Aosta)

La musicalità della lingua

 Categoria: Traduttori freelance

Da ragazza ho vissuto in un Paese molto lontano dal mio. Ero affascinata dai profumi del mercato delle spezie, dai colori dei chador delle donne e soprattutto dalla musicalità della lingua. Quando uscivo per le strade ero avvolta da questa “musica” che ascoltavo, ma che non riuscivo a comprendere. Le persone locali si rivolgevano sempre agli stranieri in Inglese o più raramente in Francese, ma il dialogo rimaneva sempre “freddo”, distaccato, perché era una forzatura come quando si parla dietro a un muro, si ascoltano le parole, se ne capisce il significato, ma non si riesce a trasmettere quel pathos caratteristico della conversazione vis-a-vis.

Dopo qualche mese, non mi ricordo né dove né in quale occasione, mi trovai a rispondere, non benissimo ovviamente, a un negoziante che si era rivolto a me nella sua lingua. Lui fu sorpreso perché non si aspettava che una straniera non rispondesse in Inglese, io fui più sorpresa di lui, perché le parole mi erano uscite automaticamente. Da allora, quando volevo entrare più in contatto con i locali, mi rivolgevo direttamente nella loro lingua e tutto cambiava. Parlare la lingua del posto è come far parte del paese che ti ospita, come lo strumento solista che suona in armonia con l’orchestra.

Ho sempre dato importanza alla comunicazione, al dialogo e ho sempre pensato che studiare le lingue sia indispensabile per comprendere le abitudini, le usanze, il modo di pensare di persone che sono solo geograficamente lontano da noi. Ecco perché mi sono laureata in lingue, ho lavorato in un’Ambasciata come interprete-traduttore, ho lavorato come interprete per i Mondiali di Calcio nel 1990, ho tradotto dei testi di medicina e ho deciso di insegnare Inglese nella scuola secondaria.
Conoscere una lingua in più è come avere un passpartout per entrare tranquillamente in un altro Paese.

Autore dell’articolo:
Mariangela Anderboni
Traduttrice EN>IT
Roma

Lo spagnolo messicano (3)

 Categoria: Le lingue

1) MORFOLOGIA

  • Lo spagnolo messicano utilizza il come pronome familiare e non il vos, se non in alcune zone del Chiapas.
  • Impiego di no más con il valore di sólo; mero con il valore di el mismo; ya mero con il valore di casi; si usa hasta per riferirsi all’inizio di un evento e non alla sua fine.
  • Il suffisso –ito, -ita è molto abituale, anche se in alcune zone del Chiapas si predilige –illo, -illa.
  • Avverbializzazione degli aggettivi: canta suave, huele feo

2) SINTASSI

Lo spagnolo del Messico presenta poche peculiarità sintattiche ad eccezione dei parlanti bilingui con scarso dominio dello spagnolo o di alcune regioni rurali isolate dove l’influenza sintattica delle lingue indigene fu importante in passato:

  • Ridondanza dei pronomi: me duele mi cabeza, su padre de Pedro
  • A volte si osserva nello Yucatan e nel Chiapas la combinazione di articolo indeterminativo e possessivo: tiene quedarse uno su gusto, esa tu criatura.
  • In varie zone del Messico i parlanti bilingui con scarso dominio dello spagnolo usano un lo pleonastico che non corrisponde a nessun oggetto definito o a volte duplica il nome di un oggetto esplicito: ya me lo cayó el diablo, no te lo invito a sentarte porque ya es tarde; lo compramos la harina, comida lo vamos a dar.
  • Si usa il verbo principale di una domanda per la risposta: “tienes sueño?” “tengo”.

3) LESSICO

  • Mande? Al posto di cómo?,qué dice?
  • Il superlativo colloquiale degli aggettivi si forma con mucho muy: mucho muy importante

Altri messicanismi molto frequenti sono:

  • Ándale / vamos, de acuerdo (come risposta ad un suggerimento), de nada (quando si ringrazia)
  • Bolillo / extranjero caucasiano
  • Chamaco /niño pequeño
  • Charola / bandeja
  • Chinadera /objeto inespecificado (volg.)
  • Chinar / tener relaciones sexuales
  • Escuincle / niño pequeño, mocoso
  • Gavacho / americano (dispr.)
  • Gϋero / rubio, de tez clara
  • híjole, jíjole / expresión de sorpresa o de dolor
  • huerco / niño pequeño (soprattutto nel nord del Messico)
  • naco / chillón, de mal gusto, pretencioso
  • órale / vamos, venga
  • padre / muy bueno, estupendo
  • pinche / maldito
  • popote /pajita para sorber  una bebida
  • úpale / se dice al levantar objetos muy pesados

Autore dell’articolo:
Nives Boncristiano
Traduttrice ES>IT
Milano

Lo spagnolo messicano (2)

 Categoria: Le lingue

CARATTERISTICHE E PECULIARITA’ DELLO SPAGNOLO DEL MESSICO:

1) CARATTERE ARCAICO

La prima impressione che produce lo spagnolo del Messico è che si tratta di una lingua conservatrice; in effetti non sono pochi i casi in cui la lingua messicana ha conservato modi di dire antichi senza lasciarsi influenzare dalle innovazioni realizzate in altre zone della comunità linguistica ispanoamericana.

Il fatto che alcune voci o espressioni già sparite nella lingua della Spagna si sentano ancora in Messico è la ragione per cui l’arcaismo è stata segnalata come la caratteristica distintiva dello spagnolo messicano.

Sono arcaismi rispetto alla lingua parlata in Spagna espressioni come:

  • Se mehace (me parece)
  • Qué tanto? (cuánto?)
  • Muy noche, diz que, donde usato come condizionale in espressioni come donde se lo digas, te mato
  • Pararse (ponerse de pié)
  • Recibirse (graduarse)

2) CARATTERE RUSTICO

A causa della provenienza sociale della maggior parte dei conquistatori e colonizzatori spagnoli, il volgarismo e il carattere rustico si possono segnalare come elementi caratteristici dello spagnolo d’America; tuttavia il Messico fu lo stato in cui si formò il linguaggio più colto della colonia: qui infatti, grazie ad una capacità di assimilazione, molto presto si raggiunse il livello culturale delle più grandi città spagnole.

3) FONETICA E FONOLOGIA

  • Tutto il Messico è yeísta: il fonema /y/ è completamente uguale al fonema /ll/
  • In alcune regione come Oaxaca e Puebla e in alcune città interne dello stato di Veracruz, si verifica una pronuncia fricativa sibilante o zeista dei fonemi /y/ e /ll/; Lope Blanche scopre una variazione considerevole: l’uso più sistematico di questa fricativa era localizzato a Oaxaca, mentre nelle altre zone questa fricativa appariva dopo il fonema /s/, come in las yeguas.
  • /rr/ è un fonema vibrante alveolare nella maggior parte del Messico, anche se per i parlanti bilingui di molte regioni, come per esempio nello Yucatan, si neutralizzano /r/ e /rr/ in favore del primo.
  • /n/ alla fine di una parola è alveolare nella maggior parte della zona interna, e velare nello Yucatan e nelle zone della costa dei Caraibi.
  • /x/ davanti ad una vocale si pronuncia come /j/, come in “Méjico”.
  • Quasi mai si elide o si aspira la /s/ finale di una sillaba; la /s/ sibilante è solitamente molto forte.
  • Debilitamento delle vocali: le vocali tendono ad essere chiuse e se non sono accentuate sono brevi; questo succede quando sono in contatto con /s/e/c/.
  • L’intonazione: nello spagnolo della Spagna in un’orazione piana, il tono inizia a calare dalla terzultima sillaba, continua nella penultima fino alla pausa finale, la penultima sillaba è breve e l’ultima è lunga; in Messico il tono sale dalla terzultima sillaba alla penultima e cala alla fine, la penultima sillaba è lunga e l’ultima è breve.

Domani sarà pubblicata la terza e ultima parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Nives Boncristiano
Traduttrice ES>IT
Milano

Lo spagnolo messicano

 Categoria: Le lingue

L’INFLUENZA DEL SUBSTRATO LESSICALE INDIGENO SULLO SPAGNOLO DEL MESSICO

Il contributo più importante e sicuro delle lingue indigene messicane risiede nel lessico; qui, infatti, l’influenza delle lingue indigene sembra essere tanto evidente quanto profonda e la maggior prova di questo sono gli abbondanti e voluminosi dizionari di indigenismi che sono stati pubblicati in tutta l’America Latina fino ad oggi.

Nel dizionario di aztechismi pubblicato da Robelo, figurano non meno di 1500 parole di origine náhuatl, alle quali è necessario aggiungere, all’interno dei confini dello spagnolo messicano, le centinaia di voci di diversa provenienza preispanica (maya, zapoteca, otomí) abituali nello spagnolo messicano dei nostri giorni.

CREATIVITA’ SUGLI INDIGENISMI: FAMIGLIE LESSICALI

Un altro aspetto a cui si è prestata attenzione è la creatività relativa alle diverse voci preispaniche: la maggioranza degli indigenismi riuniti sono vocaboli isolati che designano qualche particolarità concreta del mondo messicano; però ce ne sono alcuni, che hanno dato origine a tutta una famiglia lessicale, più o meno complessa, e i cui derivati possiedono maggiore o minore vitalità.

Gli indigenismi più produttivi sono:

Chile da cui derivano enchilada, enchilado, enchilar(se), chilero e altre denominazioni di alcune specie particolari di chile
Pulque da cui pulquería, pulquero, pulcazo e empulcarse
Chocolate da cui chocolatera (sostantivo), chocolatero (aggettivo), chocolatería
Petate da cui petateada, petatearse, petatero, petatillo
Jitomate da cui enjitomatar, tomate, jitomatero
Zacate da cui zacatón, zacatal, zacatonal
Chicle da cui chiclero, chicloso, chiclear
Coyote da cui coyotaje, coyotera
Cuate da cui cuatezón, cuatachismo, cuatacho
Mezcal da cui mezcalero, mezcalina
Pepenar da cui pepenador, pepena

PLURALITA’ DEGLI INDIGENISMI E LORO IMPIEGO IN DETTI E PROVERBI

In seguito è stata presa in esame la pluralità di significati di ogni voce e il suo frequente impiego in detti e proverbi; a questo proposito gli indigenismi con più vitalità sono:

Camote (radice tuberosa commestibile della Ipomea batatas) aggiunge al suo significato proprio quello di: tubercolo in generale, membro virile e stupido, tonto.
Si usa inoltre come nucleo di alcune espressioni familiari come: estar encamotado, essere innamorato; estar tragando camote, essere sulla luna; poner a uno como camote, litigare duramente con qualcuno.
Chile (peperone, peperoncino piccante o anche membro virile) usato anche nella frase comune: estar a medios chiles, essere mezzo ubriaco; enchilarse, sentire l’ardore e gli effetti conseguenti dell’aver mangiato peperoncino piccante e anche irritarsi, infuriarsi.
Cocol (nome di una certa classe di pane a forma di rombo e anche bambino specialmente nella forma diminutiva cocolito). Più usato nelle espressioni: quedar o estar del cocol, stare molto male e nella forma cocolazos, spari
Petate (stuoia fatta di fasce di foglie di palma e in generale la foglia di palma secca). Si usa con frequenza nelle espressioni familiari: doblar o liar el petate, morire; ser llamarada de petate, arrabbiarsi violentemente ma fugacemente.
Pinole (farina o polvere di mais tostata e la bibita preparata con la polvere frullata nell’acqua). Compare anche nelle frasi: hacer pinole a alguien o a algo, ridurlo in polvere e quien tiene más saliva, traga más pinole, il più capace supera gli altri.

La seconda parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Nives Boncristiano
Traduttrice ES>IT
Milano

Cos’è la traduzione giuridica? (5)

 Categoria: Servizi di traduzione

In altre parole, la traduzione in ambito giuridico mantiene un doppio legame con l’interpretazione dal momento che il linguaggio giuridico non parla di una realtà normativa a esso preesistente e da esso indipendente, bensì la pone in essere. A favore di questa tesi si può riprendere ciò che più volte ha ribadito Hans Kelsen “non c’è nulla in natura che di per sé sia un illecito o una sanzione. Al contrario, è giuridico, ha una valenza giuridica quello che il diritto dice, quello, cioè, che il diritto, secondo luoghi e/o tempi diversi, stabilisce che abbia valenza giuridica (…)”. E ancora, quale sia questa valenza, come si configuri, quali siano le sue condizioni o i suoi effetti, dipende ancora una volta dalla caratterizzazione mutevole e contingente che secondo i casi è fissata in ordinamenti giuridici di tempi e/o luoghi diversi. Riprendendo la metafora dello stesso Kelsen: “Come Re Mida trasformava in oro tutto ciò che toccasse, così il diritto trasforma in giuridico ossia da una specifica valenza e connotazioni giuridiche a tutto ciò che è oggetto della propria disciplina e regolamentazione”.

Sebbene possedere conoscenze di diritto sia di grande aiuto al traduttore nel suo lavoro, oltre a essere un requisito fondamentale, tali conoscenze non sono sufficienti a risolvere i problemi di traduzione, quali per esempio l’esistenza di un principio di common law da riportare in un ordinamento di civil law (a titolo esemplificativo la regola dello stare decisis). Come esaustivamente evidenziato da Sacco, la traduzione giuridica è una disciplina che verte sulla lingua, ma la lingua giuridica è nota solo al giurista. Si ha quindi un’ulteriore ramificazione: la traduzione giuridica in senso proprio costituisce un ramo della dottrina che presuppone conoscenze adeguate di matrice teorica e, pertanto, dovrebbe essere eseguita da giuristi sperimentati di diritto comparato; questa sarebbe la traduzione giuridica “alta”, (Megale, 2008:25). Esistono, tuttavia, altre esperienze di traduzione, tra loro anche sensibilmente diverse, dove il lavoro è svolto da traduttori la cui formazione accademica è prevalentemente di natura linguistica.

In base alle presenti considerazioni si può concludere affermando che tradurre nell’ambito giuridico non è sempre semplice e non sempre possibile. Eppure la traduzione del diritto ha sempre giocato un ruolo fondamentale nel contatto tra popolazioni e culture diverse e attualmente ha una posizione ancora più centrale: si prenda per esempio l’Unione europea dove si evince l’importanza e il ruolo sempre più rilevante giocato dalle traduzioni giuridiche e dai traduttori giuridici. Il Parlamento europeo emana norme e direttive che entrano a far parte dei sistemi giuridici nazionali, alcune delle quali hanno forza vincolante diretta sui cittadini degli Stati membri. Pertanto esse debbono essere tradotte nelle varie lingue dei diversi paesi comunitari; la traduzione è quindi indispensabile per il funzionamento del Parlamento europeo. Come ha ben sottolineato Correia, “le norme dell’Unione europea sono inconcepibili senza traduzione” (Correia 2003:40). Ciò e ben comprovato dal numero di traduttori che lavorano presso l’Unione europea, la quale impiega circa 3500 traduttori nelle sue diverse istituzioni, oltre le varie centinaia di traduttori esterni a essa legati da forme contrattuali (Megale, 2008:25).

Autore dell’articolo:
Mariangela Marcoccia
Traduttrice giuridica EN-FR>IT
Sevran (Francia)

Cos’è la traduzione giuridica? (4)

 Categoria: Servizi di traduzione

Le diversità e le peculiarità dei sistemi giuridici dei diversi paesi, e di conseguenza la loro cultura, rende l’uso della terminologia giuridica molto problematico poiché il collegamento tra un lemma e un dato concetto giuridico, all’interno di uno specifico sistema, molto spesso non ha una corrispondenza in altri sistemi giuridici anche se similari o utilizzanti la stessa lingua, potendo anche accadere che uno specifico lemma esistente in due distinti sistemi giuridici possa al loro interno riferirsi a concetti differenti. Pertanto, il traduttore giuridico vive nella perdurante tensione fra due esigenze antinomiche: da una parte egli deve restare aderente al testo di partenza e al suo significato sostanziale, dall’altra deve evitare l’uso di termini che, sebbene coerenti da un punto di vista linguistico, sono fuorvianti da un punto di vista concettuale. Quindi, in questa particolare categoria di traduzioni, il classico dilemma fra la traduzione “bella” e quella “fedele” si complica maggiormente.
Si evidenziano, dunque, due limiti opposti: da una parte l’idea dell’impossibilità della traduzione e dall’altra l’idea della traduzione perfetta. Potremmo paragonare queste due contrapposte limitazioni a una sorta di continuum dove in un punto intermedio si potrebbe collocare la proposta di Umberto Eco, il quale definisce la traduzione come il tentativo di “dire quasi la stessa cosa” da una lingua all’altra. Tale affermazione risulta particolarmente rilevante e di grande utilità ai traduttori dal momento che, pur sottolineando la difficoltà e le problematiche che un traduttore si trova ad affrontare, non cede all’alibi dell’intraducibilità da un lato, ma al contempo non fornisce l’illusione della traduzione perfetta.

La traduzione giuridica rappresenta un campo particolare dell’attività produttiva di testi poiché implica conoscenze di diritto e, pertanto, tali traduzioni spesso producono effetti non solo linguistici, ma anche giuridici. Inoltre, come espresso da vari studiosi e teorici, la traduzione di testi giuridici è una pratica che si pone all’incrocio tra teoria di diritto, teoria del linguaggio e teoria della traduzione, quindi è essenziale che il traduttore giuridico abbia una conoscenza della natura del diritto, del linguaggio giuridico e dell’impatto che questo ha sulle traduzioni giuridiche che svolge.

Come ricorda Mazzarese (2000:165-171) l’interpretazione giuridica a volte è paragonata a una forma di traduzione. Ne risulta che i due settori, quello dell’interpretazione giuridica e quello della traduzione (e necessariamente della linguistica) sono strettamente connessi. Se è vero che la legge necessita di un’interpretazione (dove, riprendendo la terminologia di Roman Jakobson, per interpretazione giuridica si intende una forma di traduzione intra-linguistica, ossia all’interno della stessa lingua, e non inter-linguistica, ossia da una lingua a un’altra) e che l’interpretazione e la traduzione fanno parte di una stessa famiglia, non si può pensare di tradurre una sentenza senza tener conto dell’interpretazione che i concetti espressi assumono all’interno dell’ordinamento vigente. La traduzione giuridica, tuttavia, non si presta a essere caratterizzata semplicemente come un’operazione speculare o simmetrica all’interpretazione avente per oggetto due o più lingue naturali nelle quali il linguaggio giuridico può trovare espressione; infatti, in ambito giuridico la traduzione ha un legame più complesso con l’interpretazione, legame che per riprendere Greorgy Bateson, può essere caratterizzato come un double bind, ossia un doppio legame. Questo perché non si ha traduzione senza interpretazione del testo giuridico da tradurre e, di conseguenza, non si può consegnare un testo giuridico tradotto che non sia stato esso stesso oggetto di una previa interpretazione.

Domani sarà pubblicata la quinta e ultima parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Mariangela Marcoccia
Traduttrice giuridica EN-FR>IT
Sevran (Francia)

Cos’è la traduzione giuridica? (3)

 Categoria: Servizi di traduzione

Nonostante ciò si traduce e anzi la diversità dei singoli paesi unita alla sempre più crescente globalizzazione ha fatto sì che questa particolare categoria di traduzioni si sviluppasse in modo esponenziale, tanto che Rodolfo Sacco è arrivato a parlare della traduttologia in campo giuridico come una disciplina a sé stante e verso le metà del secolo si è iniziato a parlare di “linguistica giuridica” dove ovviamente l’aspetto e il metodo comparativisti rivestono una fondamentale importanza. Il linguaggio giuridico è stato per molto tempo, ed è ancora oggi, oggetto di approfondite analisi. I giuristi stessi hanno guardato al linguaggio come mezzo primario per la formulazione e l’interpretazione di concetti legali. Il ruolo del linguaggio delle scienze giuridiche, l’uso e l’interpretazione di termini o concetti specifici sono stati oggetto di lunghi dibattiti intrapresi o dal punto di vista linguistico (caratteristiche linguistiche specifiche del linguaggio giuridico) o dal punto di vista strettamente giuridico.
Il secondo processo che ha interessato l’intero pianeta è il fenomeno della globalizzazione che, sebbene coinvolga la quotidianità di tutti gli individui, sortisce i più considerevoli effetti nell’ambito delle transazioni commerciali internazionali, sulle loro regolamentazioni, nei contratti internazionali, nonché sulla risoluzione delle liti attraverso l’arbitrato internazionale.

Non stupisce dunque che, nel panorama delle varie forme scritte, i testi giuridici sono quelli la cui traduzione in un’altra lingua presenta maggiori problemi. Il traduttore di opere letterarie, avendo come obiettivo primario quello di rendere delle emozioni o descrivere concetti che precedono e trascendono le parole utilizzate, può discostarsi dal testo originario qualora la specificità delle espressioni o l’uso di metafore non facilmente comprensibili lo richiedano, fermo restando che qualsiasi attività traduttiva presenta difficoltà non trascurabili. Nello stesso modo possono comportarsi i traduttori di opere tecniche e scientifiche i quali, laddove non si trovino in presenza di testi altamente vincolanti seguendo la terminologia di Sabatini, possono discostarsi dal testo originario fintantoché questo non comporti un’alterazione dei dati fenomenici in esso descritti.
Il traduttore del testo giuridico, al contrario, non possiede questa libertà poiché risulta vincolato nella sua attività traduttiva ancor più di quanto possa esserlo nel tradurre un prodotto letterario o scientifico. Nella fattispecie, non si applica ai traduttori dei testi giuridici la regola classica secondo cui, sul presupposto che il fine della traduzione sia quello di far comprendere, tutti i mezzi sono buoni in traduzione, premesso che il significato ultimo sia rispettato.

Il traduttore giuridico deve confrontarsi con una serie di limiti che gravano su di lui, e in particolare tali vincoli derivano dal fatto che i termini giuridici non raffigurano dei fenomeni (e quindi dati materiali), ma piuttosto ricostruzioni logiche non esistenti in natura: nel caso dei termini giuridici, talvolta il lemma non serve per trasmettere un concetto che lo precede, ma costituisce esso stesso il concetto che deve essere trasmesso. Inoltre, le norme e i concetti giuridici che si ricollegano a un determinato lemma non hanno valenza universale, ma sono coerenti e utilizzati in uno specifico sistema giuridico, non essendo altrettanto pieni di significato nell’ordinamento giuridico di riferimento a cui afferisce la lingua nella quale deve essere eseguita la traduzione. Infatti, ogni sistema giuridico, come già detto, è frutto di eventi storici e rappresenta l’esito di un incessante evolversi degli elementi sociali e politici che identificano un particolare stato e una determinata comunità. I sistemi giuridici non sono mai uguali, anche se le loro origini possono avere punti di contatto o se essi hanno condiviso un percorso comune, come d’altronde testimoniato dagli ordinamenti giuridici della tradizione continentale.

La quarta parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Mariangela Marcoccia
Traduttrice giuridica EN-FR>IT
Sevran (Francia)

Cos’è la traduzione giuridica? (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

La traduzione giuridica è sì una questione di terminologia, poiché i termini possono, anzi spesso assumono significati diversi all’interno dei diversi ordinamenti nazionali. Tuttavia, si può sostenere che più che una questione terminologica è una questione culturale, poiché l’ordinamento giuridico di una nazione è sempre il prodotto delle particolari circostanze storiche di quel paese; il linguaggio giuridico di una nazione esprime al più alto grado il carico storico della stessa e delle sue istituzioni. Da quest’ultima affermazione si parte per argomentare il quarto e ultimo postulato, anch’esso accettabile solo in parte: la traduzione giuridica esige una grande precisione che spesso porta alla transcodificazione. Ora, tale affermazione è una contradictio in terminis.

Se è vero che la traduzione giuridica esige una grande precisione, effettuare una transcodificazione porterebbe proprio alla mancanza di quella tanto auspicata precisione nell’ambito delle traduzioni giuridiche. C’è inoltre da dire che trasferire un concetto da un sistema giuridico a un altro non è sempre possibile. Si pensi alla traduzione del diritto statuario: non è assolutamente pensabile effettuare, in tal caso, una transcodificazione, pena l’incomprensibilità e l’inapplicabilità in un altro ordinamento. Oppure si considerino i flussi giuridici da common law a civil law: non è sempre possibile ridurre soluzioni giurisprudenziali in fattispecie normative (sia pure fortemente generiche) o inserire determinati istituti in categorie logiche generali e astratte. E gli esempi abbondano: act of God, habeas corpus, rule of law, trust, consideration, corporation, equity. E cosa dire della nozione stessa di “diritto” rispetto all’inglese law? La traduzione di questi termini rende effettivamente giustizia alla complessità che tali nozioni esprimono? Spesso si aderisce così tanto al testo di partenza che la traduzione ne risulta deformata fino al punto di risultare assurda, come nel caso della traduzione inglese del Code Civil del Québec (1886), dove per tradurre “personne morale” è stato proposto moral person e Meredith (1979:54) ne deduce la presenza di persone immorali in Québec!

Il nocciolo del problema è ben riassunto da una semplice domanda: una buona traduzione è identica all’originale al punto da poter essere a essa sostituita? Ora, un tale quesito può sembrare puramente teorico (e in effetti lo è) poiché si traduce da sempre e l’equivalenza va di per sé. Ma di quale equivalenza si tratta? Nozioni come fair/fairness e reasonable, sebbene esistano equivalenti funzionali, sono dei veri e propri rompicapi per i traduttori. Per coloro che conoscono la base del campo semantico che sottende a ognuno dei termini summenzionati, frutto di una lunga storia giuridica e politica, credere alla loro equivalenza testimonia una qualche ingenuità verso le lingue, le culture e le tradizioni sociopolitiche di ogni paese (Jean-Claud Gémar). Queste tradizioni si esprimono fortemente nel modo di interpretare i testi, in particolare quelli giuridici, e ogni paese appartenente alla famiglia di Common law possiede la propria “legge d’interpretazione” che a volte differisce da un paese all’altro. In un tale contesto è lecito chiedersi qual è l’equivalenza di cui si parla. È possibile nell’ambito di una traduzione giuridica, riuscire a ottenere un’equivalenza dei testi (ossia delle lingue) nel rispetto di un sistema (giuridico) evitando di sacrificare l’equivalenza per rispetto del sistema di riferimento o viceversa? E se è necessario scendere a compromessi cosa bisogna privilegiare? L’equivalenza funzionale sacrificando la regola di diritto (e quindi l’oggetto stesso di tale equivalenza) oppure l’espressione della regola? Secondo Gémar il grande dilemma della traduzione giuridica si trova proprio in questa alternativa: il traduttore è costretto a servire due padroni contemporaneamente, senza trascurare l’uno a favore dell’altro.

Domani sarà pubblicata la terza parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Mariangela Marcoccia
Traduttrice giuridica EN-FR>IT
Sevran (Francia)

Cos’è la traduzione giuridica?

 Categoria: Servizi di traduzione

Francesco de Franchis nel secondo volume del suo Dizionario Giuridico afferma che la traduzione giuridica è “compito assai ingrato per chi vi si dedichi: si tratta di un lavoro misconosciuto e troppo spesso mal pagato”.
Da qualche anno, la traduzione giuridica è oggetto di un numero impressionante di pubblicazioni. Ma che cosa s’intende per traduzione giuridica? E quali sono le opinioni più abitualmente espresse in merito a essa? Dai vari volumi consultati in materia, emergono, in linea molto generale, quattro opinioni principali:

1) la traduzione giuridica è la traduzione di tutti testi che parlano di diritto;
2) la traduzione giuridica rientra nella categoria di traduzioni tecniche;
3) la traduzione giuridica è, in primis, una questione di terminologia;
4) la traduzione giuridica esige una grande precisione che spesso porta alla transcodificazione.

In relazione al primo assunto, si può sostenere che esso è vero solo in parte. La traduzione giuridica è sì la traduzione di testi che parlano di diritto, ma il diritto ha un ambito applicativo vastissimo. A tal proposito è di grande utilità la classificazione dei testi giuridici operata da Bice Mortara Garavelli: a seconda del tipo di attività che li produce – di creazione del diritto (o normazione), di interpretazione e di applicazione -, i testi giuridici si possono distinguere in testi normativi, interpretativi e applicati. Bisogna tuttavia sottolineare che questa distinzione non è rigida, giacché le diverse attività di produzione giuridica tendono spesso a intersecarsi e a sovrapporsi, soprattutto nel campo dell’interpretazione e dell’applicazione: in realtà, la separazione dei poteri dello Stato, individuata da Montesquieu in potere legislativo, giudiziario ed esecutivo, ha da sempre mostrato di avere contorni alquanto sfumati.
Ciò detto, è lecito chiedersi se sia possibile una traduzione per tutti i testi giuridici. Sono numerosi gli autori, in particolare i giuristi, che non sono di questo avviso. René David, grande comparatista del XX secolo è categorico: “Ne correspondant à aucune notion connue de nous, les termes du droit anglais sont intraduisibles dans nos langues, comme sont les termes de la faune ou de la flore d’un autre climat. On en dénature le sens, le plus souvent, quand on veut coute que coute les traduire (…)”.

È ormai convinzione diffusa che il diritto è uno tra i settori in cui la cultura ha un’incidenza particolarmente significativa. Esso risale alle fonti della civilizzazione, di ogni lingua e della cultura che essa porta. Il diritto è per natura un fenomeno locale, soggetto alla legge del luogo (locus regit actum). Difficilmente esso valica le frontiere nazionali e ne Les Pensées, Pascal umoristicamente ce lo ricorda: “Plaisante justice qu’une riviere borne! Verité au deça des Pyrenées, erreur au delà”.
Non tutte le traduzioni sono possibili, proprio per la peculiare natura del diritto. D’altro canto però il diritto ha sempre una forma linguistica; non ci sarebbe legge senza lingua, non ci sarebbe modo di stabilire una validità giuridica senza lingua poiché la giustizia ha bisogno della comunicazione, è fatta di comunicazione. Ne risulta che lingua e linguaggio giuridico in senso stretto possono essere collegati e allo stesso modo la linguistica e la giurisprudenza. A questo proposito è interessante il lavoro svolto da Elisabetta Zuanelli, la quale afferma “l’analisi del linguaggio normativo non può prescindere dai testi e dai discorsi normativi effettivamente prodotti e dal contesto costituito dal discorso giuridico, quali corpus di validazione dell’analisi stessa”.

Da quanto appena affermato si evince facilmente che la traduzione giuridica merita un’attenzione specifica; pertanto è si vero che essa rientra tra le traduzioni tecnico-scientifiche, ma non ne condivide tutte le caratteristiche. In un manuale di medicina un dato termine possiede un corrispondente che denota lo stesso identico concetto in diverse lingue naturali. Ciò non avviene nella traduzione giuridica dove la diversità degli ordinamenti dei singoli paesi rende quasi impossibile una corrispondenza perfetta; pertanto, ci si limita spesso, per riprendere Eco, a “dire quasi la stessa cosa”. Nonostante i contributi di Eco si siano dimostrati utili alla traduzione giuridica in quanto corrispondono al tasso di problematicità che è propria di essa e che cresce e assume nuove connotazioni lungo il processo di globalizzazione, bisogna sottolineare che non è certo sinonimo di precisione, requisito fondamentale per la traduzione giuridica. Da qui si può in parte confutare e in parte accettare il terzo assunto: la traduzione giuridica è in primis una questione di terminologia.

La seconda parte di questo interessante articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Mariangela Marcoccia
Traduttrice giuridica EN-FR>IT
Sevran (Francia)

La fedeltà della traduzione poetica

 Categoria: Traduzione letteraria

Il problema della fedeltà della traduzione poetica è stato espresso nella forma più precisa da Georges Mounin, nella sezione dedicata alla poesia del suo saggio Teoria e storia della traduzione. Dopo aver passato in rassegna i vari tipi di fedeltà proclamati dai traduttori – lessicale, sintattica, stilistica, musicale – egli conclude che tutte, in alcuni casi, possono condurre a gravi errori nella traduzione. Conservare immutato un elemento testuale significa, a volte, sconvolgere irreparabilmente gli equilibri del testo, o darne un’interpretazione opposta a quella voluta dall’autore, o ancora renderlo illeggibile o ridicolo nella lingua d’arrivo. Insomma, la fedeltà esagerata porta all’infedeltà. A che cosa allora deve essere fedele la traduzione poetica? Mounin stesso formula una risposta convincente:

La fedeltà della traduzione poetica non è né la fedeltà meccanica a tutti gli elementi semantici né l’automatica fedeltà grammaticale né quella fraseologica assoluta né la fedeltà scientifica alla fonetica del testo: è la fedeltà alla poesia. Per tradurla bisogna non solo averla sentita ma identificata tanto nei fini come nei mezzi. La poesia non si sottrae alla prima regola enunciata da Etienne Dolet che cioè il traduttore debba anzitutto intendere il senso e il contenuto dell’autore che traduce. Anche per la traduzione poetica vale questo precetto: solo dopo aver sentito e compreso non soltanto la lingua ma la poesia, il traduttore saprà discernere, di quella poesia, i mezzi, che debbono essere, allora, integralmente tradotti.

Il traduttore si presenta qui, più che mai, come il lettore ideale del testo, capace di comprenderlo profondamente sia nei suoi artifici linguistici («la lingua») sia nel suo valore poetico complessivo, nella sua unicità («la poesia»). Il «senso» della poesia non è dunque il contenuto, opposto alla forma, a cui certi traduttori vantano fedeltà nelle loro brutte traduzioni in prosa; il «senso» è la motivazione profonda, la ragion d’essere poetica del testo. A dover essere tradotti sono pertanto – non solo, ma preferibilmente – gli elementi che concorrono a formare questo «senso»; mentre gli elementi indifferenti possono essere, all’occorrenza, trascurati dal traduttore.

Non tutte le parole d’uso del linguaggio comune ma solo le parole-chiave della composizione poetica <…>. Non tutte le forme grammaticali, che sono anch’esse semplici strumenti morfologici, ma solo quelle che conservano o acquistano un valore espressivo qui e ora, in quel testo e per il fine che quel testo vuole raggiungere. <…>
Non già tutte le espressioni stilisticamente classificate, tutte le allitterazioni, tutte le supposte musicalità: ma solo quelle che concorrono alla vera musicalità della poesia.

Ecco che torna ancora una volta il concetto di funzione: la fedeltà alla poesia è, in fin dei conti, la fedeltà alla sua funzione (poetica). Questo significa che una traduzione che si ponga uno scopo diverso dall’opera originale non è fedele? Esattamente; ma non significa che sia inutile. Una versione in prosa, interlineare, è un supporto indispensabile per lo studio; un’imitazione può essere un’opera a sé valida quanto, e più, dell’originale. Ma in simili casi non si dovrebbe parlare di traduzione. È ovviamente molto difficile e forse impossibile tracciare confini netti tra queste tipologie testuali, ma bisogna cercare di farlo: la traduzione di supporto e l’imitazione devono essere distinte, nella coscienza del traduttore come nella critica, dalla traduzione vera e propria.

Autore dell’articolo:
Elizaveta Illarionova
Traduttrice RU<>IT
Mairago (LO)

Sottotitolazione in tempo reale per sordi (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Quando si parla di sottotitolazione, è opportuno fare una distinzione di base. Vi sono, infatti, vari tipi di classificazioni dei sottotitoli. Una delle differenze principali è quella tra sottotitoli pre-registrati e sottotitoli live o in tempo reale. Da qualche anno i sottotitoli pre-registrati non rappresentano più un problema per le emittenti televisive, in quanto la tecnica di sottotitolazione è ormai stata talmente affinata che le tracce prodotte da operatori adeguatamente formati sfiorano livelli di accuratezza del 100%. Il problema sorge nel momento in cui i sordi rivendicano l’accesso a programmi in diretta. Negli ultimi anni, infatti, la Comunità sorda ha spesso messo in luce il fatto che, come tutti gli altri utenti, i sordi pagano il Canone Rai e quindi richiedono di avere pieno accesso al servizio offerto, pertanto c’è bisogno di una maggiore quantità di prodotti sottotitolati

Le due tecniche maggiormente usate per produrre questo genere di sottotitoli sono il “rispeakeraggio” e la stenotipia. La prima viene svolta da professionisti, spesso interpreti, che “ripetono” in un microfono quanto ascoltano nella traccia originale. Successivamente, i vari software di riconoscimento del parlato disponibili sul mercato inviano la stringa, che appare quindi sullo schermo per dare la possibilità ai sordi di leggere. Questo tipo di sottotitolazione risulta scorrevole e facilmente leggibile, ma sfortunatamente va ancora perfezionata molto, in quanto restano alcuni problemi irrisolti che rendono il compito più difficile sia ai “rispeaker” che agli spettatori; ad esempio si pensi alla punteggiatura (che va aggiunta a mano) o ai numeri (che spesso vengono mal interpretati). La stenotipia, invece, è una tecnica ben più conosciuta, grazie al suo utilizzo all’interno dei tribunali. Questo metodo viene utilizzato soprattutto da professionisti del settore – quindi non da traduttori o interpreti – e pertanto, il testo risulta sì più completo rispetto a quello prodotto tramite rispeakeraggio, ma allo stesso tempo è di più complessa decodifica, in quanto il tempo ad esso riservato è poco.

Sebbene quanto fatto finora non potrà mai considerarsi abbastanza, le ricerche ad oggi avviate potranno rappresentare un punto di partenza per avviare ulteriori studi nel campo e puntare così all’ottenimento di un servizio sempre migliore. Tramite un’indagine approfondita dei bisogni e delle necessità dei sordi, sarà forse possibile calibrare la qualità dei sottotitoli in base a questi parametri per così fornire loro un prodotto adatto alle loro esigenze.

Autore dell’articolo:
Valeria Di Virgilio
Traduttrice Freelance EN-ES>IT
Teramo – Bologna

Sottotitolazione in tempo reale per sordi

 Categoria: Servizi di traduzione

Nell’era della digitalizzazione, in cui i principali mezzi di comunicazione sono Internet e la TV digitale, il volume di informazioni trasmesse attraverso questi canali diventa sempre maggiore. Si stima che in un futuro prossimo, il totale di tali trasmissioni aumenterà in maniera esponenziale, soprattutto a causa del crescente impatto che i suddetti mezzi di comunicazione hanno sulla vita degli utenti.
Per poter accedere a questo tipo di informazioni, gli utenti devono possedere la capacità di “azionare” contemporaneamente il canale uditivo e quello visuale. Per la maggioranza di utenti che ogni giorno fanno uso di tali prodotti di informazione, questa è un’azione piuttosto naturale, ma il discorso non vale per tutti. Alcuni utenti sono fisicamente impossibilitati all’utilizzo di uno dei due canali, pertanto rischiano di ricevere solo informazioni parziali. Un esempio concreto sono gli utenti sordi, che ricevono solo le informazioni che ricavano dalle immagini e gli utenti ciechi, che accedono solo alla traccia audio, ma perdono l’importante componente visiva.

Da circa un decennio la questione della sottotitolazione per non udenti è entrata a pieno titolo nell’interesse accademico. Presso alcune università italiane sono già attivi dei corsi di traduzione multimediale. Questo perché negli ultimi anni, si sta cercando sempre più di andare incontro alle esigenze di queste persone per garantire loro una piena accessibilità ad ogni tipo di prodotto multimediale.

A questo proposito, sono state ideate molteplici tecniche per consentire alle persone con problemi di udito di accedere allo stesso numero di informazioni alle quali noi tutti giornalmente accediamo. Tutte le tecniche hanno come punto comune il risultato finale, ovvero la realizzazione di tracce di sottotitoli da incorporare ai vari programmi in modo da aggiungere le informazioni sonore necessarie per dare alla persona sorda il giusto numero di dati di cui ha bisogno per la completa decodifica del messaggio. Ma come in ogni procedimento sperimentale, anche nello svolgimento di queste procedure emergono tante insidie che vanno risolte.

Approfondirò l’argomento nell’articolo di giovedì.

Autore dell’articolo:
Valeria Di Virgilio
Traduttrice Freelance EN-ES>IT
Teramo – Bologna

Non solo trascrizione e battitura testi

 Categoria: Servizi di traduzione

Come ho spesso detto, io sono una telelavoratrice, o meglio, sono una lavoratrice autonoma e lavoro da casa, non posso dire di aver propriamente “scelto” questa situazione, ma posso dire di essermici buttata a capofitto quando l’occasione mi si è presentata in modo tangibile. Così ho rispolverato le mie conoscenze tecniche ed ho ricominciato ad occuparmi di siti web, questa volta professionalmente.
La mia “fortuna” è stata quella di avere una professionalità facilmente “vendibile” sul web: realizzo siti web e blog, trascrivo testi e faccio pure correzioni di bozze. Quindi il mio lavoro si può facilmente svolgere via terminale, e non per forza in un ufficio, ci sono tante altre professioni che si possono offrire su internet, e magari non si sa di possedere: chi ha buone capacità di scrittura può proporsi come scrittore freelance per i portali online; se si è veloci a digitare, ci si proporre per la battitura di tesi, o per data entry; se si conosce bene una lingua straniera, ci si può proporre alle agenzie di traduzione o alle aziende di import-export per traduzioni “spot o ai portali internazionali; se si fanno belle fotografie, ci si può proporre alle riviste o ai siti di stock foto; se si è bravi con la grafica, ci si può proporre alle aziende di sviluppo web, e così via…

La ricerca di lavoro è uno degli ambiti più frequentati del web. Nonostante si tratti di un’attività, il cui esito dipende dalla vivacità del mercato e dalla propria storia professionale (competenze acquisite, esperienze specifiche, etc.) la ricerca di lavoro con Internet, può rendere più facile raggiungere le offerte più interessanti e consente di presentare la propria professionalità in modo più diretto e veloce.
Chi vuole trovare lavoro con Internet ha tre possibilità: attraverso il sito aziendale, con moduli da compilare o indirizzi e-mail dedicati, tramite portali specializzati in attività di recruiting oppure attraverso i social network dedicati ad aziende e professionisti.

Il web sta cambiando radicalmente il mondo del lavoro. Ha creato professionalità inedite e portato opportunità impensabili fino a pochissimo tempo fa. «I catastrofisti metteteli alla porta. L’uomo è sempre stato capace di migliorare la propria condizione, al di là delle più nefaste previsioni». Parola di Andrea Bolla, presidente di Confindustria Verona. Il presidente Bolla, ha ricordato che ci sono campi dove i giovani possono trovare spazi per la loro creatività e per risolvere il problema dell’occupazione, come il settore delle energie rinnovabili, dei social network, delle applicazioni tecnologiche ai diversi settori dell’impresa e della comunicazione.
Ma se il web e tutte le sue infinite applicazioni rappresenta lo strumento per inserirsi nel mondo del lavoro, come pure per allargare i propri orizzonti sociali e culturali, c’è necessità subito di riempire questo strumento di contenuti di alto valore umano.

Autore dell’articolo:
Patrizia Gesmundo
Realizzazione siti web e blog, sbobinature, trascrizione e battitura testi
Silandro (BZ)

La traduzione nel contesto audiovisivo

 Categoria: Servizi di traduzione

Lo spunto per la stesura di questo articolo viene fuori dall’interesse personale nella traduzione dei prodotti cinematografici, nell’adattamento dei dialoghi filmici e nel doppiaggio/sottotitolaggio di questi ultimi, ma anche dei documentari e comunque di qualsiasi prodotto audiovisivo.

Le tradizionali tecniche traduttive, che hanno una lunga storia alle loro spalle, hanno consentito ai prodotti audiovisivi di superare i confini imposti dalle loro lingue originali e di essere fruibili in ogni parte del mondo. Ogni paese ha seguito una “politica” interna nel trattamento dei testi filmici. In alcuni casi, come l’Italia, la tradizione di doppiaggio è molto forte grazie all’alta professionalità acquisita; in altri paesi ci si è specializzati nel sottotitolaggio e si è preferito lasciare l’audio in originale; altri ancora hanno adottato la tecnica del voice-over. In un caso o nell’altro, comunque, si è ottenuto che il prodotto originale fosse accessibile ad un pubblico più ampio rispetto a quello prestabilito.

La novità in campo traduttivo è fornita dalla multi-modalità con cui viene veicolato un messaggio. Tanti elementi concorrono alla trasmissione di un significato, primo tra tutti il potere delle immagini con i suoi giochi di luci e ombre, l’uso dei colori; i rumori e i suoni, basti pensare al ruolo delle colonne sonore all’interno dei film che creano le atmosfere; i simboli che sono tutti quegli elementi che, senza ricorrere alla parola, ci dicono qualcosa di specifico. Alcuni di questi significati trasmessi sono universali, altri sono tipici di alcune culture e altri ancora cambiano di significato da una cultura ad un’altra. Nonostante la possibilità di creare significato attraverso le risorse non-verbali, la lingua rimane il perno intorno al quale si strutturano tutte le altre modalità semiotiche ed è dunque il nucleo del contesto multimodale. L’elemento verbale e l’elemento visivo si integrano a vicenda per creare un significato, ma la traduzione, che consente la vera accessibilità al prodotto, si concretizza nelle parole. Una buona traduzione di un prodotto audiovisivo dovrà interagire con le medesime modalità semiotiche (gesti, sguardi, postura, suoni, musica, simboli) del testo di partenza, producendo nel pubblico d’arrivo lo stesso effetto che il prodotto originale aveva avuto sul pubblico di partenza.

Naturalmente, oltre i problemi ordinari della traduzione, in questo contesto si deve tener conto dei vincoli di tempo per la sincronizzazione dei dialoghi; degli squilibri sintattici tra le lingue (l’italiano è una lingua più articolata e prolissa rispetto l’inglese); nel caso dei sottotitoli gioca a sfavore la mancanza di tempo necessaria alla lettura. In questo la traduzione audiovisiva è più complessa della traduzione tradizionale in quanto deve prendere in considerazione tutti quegli elementi che non compaiono sul testo scritto. Allo stesso tempo, però, può usufruire di molti vantaggi forniti dalle altre risorse semiotiche. Le scelte che si possono operare potrebbero riguardare il non tradurre, l’omissione di elementi facilmente deducibili dal contesto, la non spiegazione di gesti visivi universalmente riconosciuti. Qualsiasi operazione è compiuta con il fine di perdere il minimo o meglio nulla nella comprensione.

Autore dell’articolo:
Lorenzo Planamente
Traduttore En-Es>IT
Città Sant’Angelo (PE)

Tradurre: la ricerca della Parola Perfetta

 Categoria: Traduttori freelance

Noi traduttori siamo sempre alla ricerca del termine con l’accezione migliore, la sfumatura più adatta a rendere ciò che l’originale intende comunicare. Dopo aver consultato vari dizionari mono e bilingui e aver setacciato il web in lungo e in largo, ci ritroviamo spesso a fissare il cursore lampeggiante sul monitor in attesa dell’ispirazione. Quante volte cogliamo istintivamente il senso che l’autore vuole trasmettere e ci sembra che le parole aleggino in qualche modo nell’aria sopra di noi. Basterebbe allungare la mano per afferrare il lemma più consono ma rimaniamo sempre insoddisfatti, un po’ come avere il termine agognato sulla punta della lingua (o delle dita nel nostro caso) senza riuscire a catturarlo. Inizia quindi la fase della negoziazione, durante la quale siamo chiamati a decidere a quale livello del significato vogliamo porre attenzione. Operiamo le nostre scelte ponendoci l’obiettivo di rimanere invisibili senza impoverire o arricchire il testo, senza cedere alla tentazione di volerlo migliorare. E’ necessario fare quanto possiamo per esprimere ciò che esso dice rimanendovi fedeli. Le versioni italiane sono generalmente più lunghe delle rispettive fonti inglesi, ma è essenziale saper dosare le parole, pena il rischio di far diventare noiosa una scena avvincente o di ridurre l’efficacia di un articolo di marketing.

Dobbiamo cercare di far sentire anche il ritmo di quanto stiamo traducendo e nell’ambito di quella che si potrebbe definire la musicalità del testo è quindi importante non dimenticare il fattore quantità: il numero di vocaboli utilizzati non è da sottovalutare. La scelta accurata dei termini è quanto mai importante se non addirittura fondamentale e va fatta con grande senso di responsabilità e di rispetto verso il brano originale, l’autore e il lettore finale che deve poter cogliere l’esatto messaggio a lui destinato. Non possiamo quindi lasciare in sospeso nulla che non ci sia chiaro, dobbiamo decidere il senso di ogni parola il che ci porta così a dover rinunciare a qualcosa, salvando nel contempo quelle proprietà del termine che reputiamo rilevanti per il contesto. La difficoltà potrebbe anche derivare dalla scarsa chiarezza o dall’assenza di riferimenti precisi nel brano fonte. Non si tratta più solo allora di trovare il vocabolo con il valore semantico più adatto ma anche di formulare ipotesi, individuare la più plausibile e solo dopo procedere.

Una traduzione non si limita a essere un passaggio tra due lingue ma anche tra due mondi spesso diversi tra loro, il che obbliga a non dover tenere conto solo delle semplici regole linguistiche ma anche degli elementi culturali propri dell’universo di partenza e di quello di arrivo. Non basta quindi trovare dei termini equivalenti, ma occorre individuare quelli con la giusta connotazione. Potrebbe sembrare che per tradurre basti conoscere la lingua straniera il che tuttavia espone al rischio di lavori superficiali. Servono invece preparazione, passione e dedizione, essere curiosi e lettori infaticabili è quasi un obbligo o la parola perfetta sarà sempre un passo avanti a noi. La intuiremo ma rimarrà nell’Olimpo degli irraggiungibili.

Autore dell’articolo:
Daniela Origgi
Traduttrice EN>IT
Parabiago (Milano)

La missione del traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

Vorrei proporre alcune riflessioni che ho avuto occasione di svolgere quando ho preparato la mia tesi di laurea. L’argomento del mio lavoro riguardava la deontologia di traduttori e interpreti. Che cos’è la deontologia? Si tratta di un codice di comportamento elaborato da una categoria professionale, che stabilisce la condotta che deve tenere l’individuo nell’esercizio della professione. Un aspetto curioso che ho riscontrato nel corso del lavoro è che, a differenza di altre professioni intellettuali come il medico, l’avvocato, lo psicologo e simili, per il traduttore e l’interprete non esiste ancora una visione condivisa di quale debba essere il loro ruolo sociale. Strano a credersi? Basta leggere i codici deontologici elaborati da associazioni nazionali e internazionali come AITI, AIDAC, FIT, AIIC e altre per scoprire che ivi non è definito in genere lo scopo della professione; mentre da una parte “dovere del medico è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell’Uomo e il sollievo dalla sofferenza” (Codice di deontologia medica, art. 3) e “l’avvocato […] garantisce il diritto alla libertà e sicurezza e l’inviolabilità della difesa; assicura la regolarità del giudizio e del contraddittorio” (Codice deontologico forense, preambolo), dall’altra non si parla del ruolo del traduttore e dell’interprete, o al massimo si menziona il loro compito di “promuovere” e “facilitare” la comunicazione.

Il ruolo del traduttore e dell’interprete è tanto ovvio da non richiedere definizioni più precise? Non pare che sia così. Nei codici si stabilisce che traduttori e interpreti debbano sempre riprodurre “fedelmente” il testo originale nella lingua di destinazione e al tempo stesso soddisfare in ogni modo le esigenze del cliente, ma non si specifica quali istanze debbano prevalere in caso di conflitto. Non sempre, del resto, la traduzione letterale è la migliore, e le esigenze della comunicazione impongono di tener conto di una serie di fattori anche non strettamente linguistici; per uscire da quest’impasse, sarebbe opportuno ridefinire il ruolo del traduttore e dell’interprete non quali “stampelle” alla comunicazione, bensì quali garanti della stessa nei confronti delle parti coinvolte nell’evento interlinguistico. Solo in questo modo si potranno elaborare criteri guida chiari nell’esercizio di una professione che non è solo linguistica, perché la deontologia è proprio questo: l’indagine della rete di rapporti che si crea tra traduttore, cliente, autore del testo originale, destinatario, revisore e tutte le altre parti coinvolte nel processo. Del resto, gli studi hanno ampiamente dimostrato che il traduttore e l’interprete non sono meri ripetitori meccanici e “invisibili” del messaggio originario, ma forniscono un apporto tutto personale fatto di esperienza, sensibilità, ricerca individuale, che vanno a vantaggio della missione del traduttore: comunicare al di là delle barriere.

Autore dell’articolo:
Maddalena Battilana
Traduttrice EN-DE > IT
Trieste

Tradurre: un gesto d’amore

 Categoria: Traduttori freelance

Ha consistenza pensare alla traduzione come a una necessità, a un bisogno, così come lo è il respirare, di dare voce ad un mondo fatto di parole, di visioni, di pensieri dapprima ignoti e stranieri e in un secondo momento espandibili a tutti, accessibili in modo universale.
Credo che ancor prima di tradurre per sé stesso il traduttore sia spinto dall’esigenza, e forse quasi da un impulso altruistico, di tradurre per gli altri. Penso anche che al perché si traduca possa essere attribuita qualche motivazione in più del dire unicamente che senza la traduzione saremmo rimasti ignari di un incalcolabile patrimonio letterario sopravvissuto alle ere storiche.

L’interesse per la traduzione è nato quando ho pensato di scrivere una tesi sulla traduzione del testo poetico; di racchiudere le opinioni, le riflessioni, i metodi, le critiche, le teorie così differenti su uno studio così ostico. Il motivo per cui sono approdata alla traduzione del testo poetico è frutto di una piacevole “svista” quando scorrendo con le dita tra gli scaffali di una libreria mi è capitato tra le mani un volume delle più celebri poesie di Dylan Thomas. Vorrei non esimermi dal dire che entrare in contatto con l’universo poetico di Thomas mi abbia soggiogata presto a sé per le sue atmosfere chiaroscurali, per quell’energia creatrice e distruttrice, per le immagini e le visioni straripanti di simboli, per le emozioni, per le sensazioni, per le tensioni, per i ritmi e i suoni che pervadono i versi sorretti da una, tutt’altro che semplice, architettura sintattica e verbale racchiusa in uno dei testi più celebri e intensi di Thomas “The force that through the green fuse drives the flower“.

Andare a fondo nell’analisi della traduzione di questo intenso testo in lingua italiana mi ha offerto la possibilità di maturare molteplici riflessioni sulle difficoltà che il traduttore deve affrontare. Si potrebbe pensare all’intraducibilità del testo poetico perché la poesia è definita il frutto di un atto creativo, l’espressione del poeta. Come sarebbe possibile riprodurre tecnicamente l’”aura” poetica di un’opera d’arte?
La plurivocità, la rima, la metrica, il nonsense, la metafora, la lunghezza originaria del verso nella lingua d’arrivo… sono alcuni di quegli scogli contro cui il mare della traduzione si infrange.
L’intraducibilità denota profondamente le differenze esistenti non solo tra le lingue, ma anche nel modo di percepire la realtà, talvolta la crudele presa di conoscenza della propria “povertà” linguistica, l’accorgersi che forse non si conosce tanto bene la propria lingua e che tutto quel che fa parte del bagaglio della nostra conoscenza non è abbastanza…

Mi piace pensare alla traduzione di un testo poetico come ad una possibilità offerta al traduttore di aprirsi alla conoscenza dell’altra lingua (migliorandola al tempo stesso), un confronto generato da un dialogo tra autore e traduttore, un aprirsi da parte di quest’ultimo verso nuovi orizzonti, nuovi modelli stranieri interpretati e mutati per mezzo dei propri filtri culturali e linguistici.
Mi piace pensare al tradurre come generare un mutamento, un passaggio da una condizione a un’altra attraverso espedienti non solo di natura filologica, sintattica e grammaticale, ma anche extra-linguistica, se consideriamo il linguaggio come una guida alla realtà sociale.
Jean Coucteau ha detto che la poesia può illuminare la nostra oscurità interiore. La traduzione può illuminare il buio dell’incomprensione e spezzare ogni barriera per rendere tutto universale.

Autore dell’articolo:
Valeria Tripolino
Traduttrice EN>IT
Monreale (PA)

L’italiano al cinema

 Categoria: Problematiche della traduzione

In “ Il prezzo di Hollywood ” film statunitense del 1994 sul rapporto vittima–carnefice nella Mecca del cinema, il protagonista Guy, giovane assistente del perverso e tentacolare produttore Buddy, alla descrizione del suo predecessore delle esigenze costantemente diverse del capo, risponde che quello non è il modo di gestire un ufficio normale. Al che il suo scafato interlocutore oppone il fatto che quello non è un ufficio normale, non è Wall Street, ‘non’ ci sono regole, è il mondo dello spettacolo. Le scorrettezze sono benvenute, premiate addirittura.

Questa breve scena da me riassunta mi pare rifletta con sufficiente precisione le consuetudini della traduzione nell’ambito cinematografico in Italia. Si tratta di una riflessione generale senza distinzione tra dialoghi, titoli e sottotitoli. Le versioni italiane dei film stranieri di ieri e di oggi (le cattive abitudini sono difficili da estirpare) presentano un’arbitrarietà linguistica molto spinta. Qualche esempio: il film giallo di Preminger “Laura” diventa in italiano “Vertigine”, “Vertigo” di Hitchcock “ La donna che visse due volte”, “Double indemnity” di Wilder è stato tradotto in versione Blue Harmony con “La fiamma del peccato” laddove la traduzione franceseAssurance sur la mort” è molto più pertinente, nonostante l’oggettiva complessità di resa di un termine legale che vuole rimandare a uno spessore di significati molto più denso. La commedia inglese “Withnail and I” si trasforma in uno “Shakespeare a colazione” piovuto non si sa da dove. Si potrebbe ipotizzare che è stata proprio questa traduzione derelitta del titolo a far sì che questo capolavoro che nel paese d’origine e altrove ha avuto un successo strepitoso, sia passata praticamente inosservata in Italia.

Queste poche gocce scelte nell’oceano di celluloide esemplificano a sufficienza, a mio avviso, lo scarto improponibile che purtroppo si registra troppo di frequente tra la versione originale e quella italiana. Si badi che si sta parlando di semplici titoli i quali, a differenza dei sottotitoli, sottoposti a una disciplina molto più rigida dovendo rientrare in tempi ben definiti, offrono maggiori possibilità di aderenza, laddove possibile, al testo di partenza.
Una delle ragioni addotte per giustificare la manipolazione è quella del “marketing”: gli arbitrii della traduzione aiuterebbero a rendere più attraente il prodotto e quindi a venderlo meglio. Si potrebbe aggiungere che tradurre “Vertigo” con “ La donna che visse due volte” non fa torto al regista in quanto il messaggio del film viene salvaguardato. Ciò è vero in parte, ma se una traduzione più fedele giunge allo stesso scopo, a che pro la stortura?

Nel caso delle serie televisive importate principalmente dagli Stati Uniti il fenomeno è ancora più grave, datosi che la maggioranza di queste conserva il titolo originale in inglese. Questo fenomeno lascia tanto più perplessi quanto altre lingue europee a diffusione mondiale (francese spagnolo e portoghese) mostrano una cura molto più attenta alla conservazione del testo originale. La stessa lingua inglese nelle sue plurime versioni è decisamente incline alla fedeltà al testo di partenza.
L’attitudine dell’italiano si può definire schizofrenica, divisa com’è tra una libertà troppo spesso eccessiva e un’incapacità o non volontà di traduzione. Sotto quest’ultimo aspetto l’italiano del cinema soffre, e non potrebbe essere altrimenti, di un malessere diffuso in troppi settori del nostro idioma, quali quello giornalistico e quello medico, ossia l’influsso sfiancante dell’inglese. Questa passività può forse essere spiegata con il desiderio di acquisire una dimensione internazionale, senza percepire purtroppo il provincialismo che essa denota.

Autore dell’articolo:
Massimiliano Misturelli
Traduttore FR-ES-PT>IT
Gorizia

Che cos’è la traduzione audiovisiva?

 Categoria: Servizi di traduzione

Come afferma Elisa Perego, con traduzione audiovisiva si designano tradizionalmente “tutte le modalità di trasferimento linguistico che si propongono di tradurre i dialoghi originali di prodotti audiovisivi, cioè di prodotti che comunicano simultaneamente attraverso il canale acustico e quello visivo, al fine di renderli accessibili a un pubblico più ampio”.

Oggetto della traduzione audiovisiva sono testi che non contengono solo l’elemento verbale, ma che includono componenti semiotiche differenti. Bartrina Francesca afferma che la traduzione audiovisiva ingloba diversi sistemi semiotici, di cui i principali sono quello verbale e visivo, ai quali Gambier aggiunge quello sonoro, grafico, cinetico e gestuale. Ogni modalità semiotica è portatrice di un significato fondamentale ai fini della comprensione del testo nella sua totalità, perciò non deve essere trascurata dal traduttore. In altre parole, il destinatario di un testo audiovisivo può cogliere appieno il messaggio e recepirne ogni sfumatura solamente se può usufruire di tutti i segnali simultaneamente. La maggiore difficoltà della traduzione audiovisiva risiede quindi nel fatto che essa deve restituire parallelamente al senso degli elementi verbali quello degli elementi non verbali. La musica e gli effetti sonori possono cambiare da una versione all’altra, oppure il tecnico del suono può alterare la natura dei suoni introducendo dei cambiamenti nella banda sonora internazionale. Tutti questi ed altri fattori rappresentano vere e proprie difficoltà per il traduttore audiovisivo, il quale deve tenerne conto nella trasposizione nella lingua d’arrivo.

Fin dalla nascita del cinema sonoro si è manifestato il bisogno di tradurre i film importati e, di conseguenza, si sono sviluppati numerosi metodi di traduzione audiovisiva, che differiscono molto tra loro.
La storia del cinema dagli anni Trenta in poi ha assistito allo sviluppo di svariati generi cinematografici nonché canali audiovisivi; parallelamente a questo fenomeno le strategie di traduzione audiovisiva si sono moltiplicate, ed il loro studio è stato approfondito e sistematizzato. Doppiaggio e sottotitolazione sono originariamente i due metodi principali di trasferimento linguistico, nonché i più noti al pubblico e sicuramente i più diffusi, ma ad essi vanno aggiunte altre modalità di traduzione meno conosciute.
In virtù della molteplicità delle strategie di traduzione audiovisiva, esistono numerose classificazioni. Gambier individua tredici tipi di trasferimento linguistico:

- sottotitolazione interlinguistica
- doppiaggio
- interpretazione simultanea
- interpretazione consecutiva
- voice-over
- commento libero
- traduzione simultanea
- produzione multilingue
- traduzione degli script
- sottotitolazione simultanea
- sopratitolazione
- descrizione audiovisiva
- sottotitolazione intralinguistica per sordi

Tutte queste forme di traduzione audiovisiva hanno alcuni punti in comune, per esempio sono in vario modo condizionate dal fattore tempo (tempo di lettura per i sottotitoli, durata del discorso nell’interpretazione), devono tener conto della densità delle informazioni da presentare, abbattono le frontiere tra scritto e orale e inoltre, tengono conto del pubblico di destinazione.

Autore dell’articolo:
Valentina Strillacci
Traduttrice EN-FR>IT
Montemilone (PZ)

Lingue e “Zecchino d’Oro”

 Categoria: Le lingue

Avrò avuto all’incirca sette o otto anni quando, guardando “Lo Zecchino d’Oro” in tv, nacque il mio amore per le lingue. Ricordo che restavo imbambolata davanti allo schermo ogni volta che uno dei bambini stranieri in gara iniziava ad intonare alcune strofe della canzone nella propria lingua. Io ascoltavo rapita quei suoni strani, per me senza senso, ma pronunciati con tanta naturalezza da quei bimbetti, spesso più piccoli di me. “Ma come fanno?”, mi chiedevo. Mi sembrava impossibile che sapessero capire e parlare un’altra lingua.

Ero attratta in particolare dalle lingue “strane”, come il polacco, l’olandese o l’hindi (sarà un caso che, un bel po’ di anni dopo, mi sia ritrovata a studiare l’arabo all’università?). Volevo imparare anch’io a riprodurre quei suoni bizzarri ma terribilmente affascinanti, così mi feci regalare dai miei genitori le musicassette con le canzoni dello “Zecchino d’Oro”. Ricordo che “saltavo” a piè pari le canzoni cantate dai bambini italiani, mentre ascoltavo decine e decine di volte quelle degli stranieri, soprattutto le strofe “in lingua”. Cercavo di memorizzarle, aiutandomi con i testi ritagliati dalle riviste. Naturalmente, non avevo la più pallida idea di cosa stessi cantando, e probabilmente anche la pronuncia lasciava molto a desiderare, ma io ero felice e fiera di me.

Con gli anni, la mia passione per le lingue non si è affievolita, anzi, non vedevo l’ora di andare alle scuole medie per iniziare a studiare il francese! Ovviamente, era la mia materia preferita e, manco a dirlo, avevo tutte “A”. Anche alle superiori, le materie in cui riuscivo meglio erano l’inglese e il francese e ricordo che, quando avevo circa quindici anni, ci chiesero di scrivere in un tema come ci vedevamo tra dieci anni. E cos’altro avrei mai potuto fare io da grande, se non la traduttrice?

Tiziana Geroldi
Traduttrice freelance EN-FR-AR>IT
Venezia

Le coincidenze…nella traduzione

 Categoria: Le lingue

In principio era il Logos
e il Logos era verso Dio
e Dio era, il Logos
Questi era in principio verso Dio

Varcando il limite della semplice esegesi del testo, sembra una preziosa coincidenza, il fatto che il prologo del Vangelo secondo Giovanni sia costituito proprio da un inno al λόγος. Il processo della traduzione è qualcosa di profondamente misterioso in cui non sempre valgono regole fisse e prestabilite. Trans-ducere, ‘portare al di là’, ma al di là di cosa esattamente? Tradurre è trasportare, oltre la soglia del significato, della cultura, di un altro mondo, forse di un’altra galassia. È in questo passaggio che i significati e i significanti delle parole s’intrecciano, si mescolano, si perdono e si arricchiscono, generando delle preziose e curiose coincidenze linguistiche.

Se nella fictio le coincidenze sono necessarie perché generano plot e infittiscono e intrigano le trame, aggiungendo quella patina quasi complottarda di magia che, come un’Ἀνάγκη inesorabile, abbraccia tutti i personaggi, le coincidenze linguistiche hanno un ruolo non meno attivo nella comunicazione.

Se ci si sofferma sulla similarità o talvolta, sulla totale uguaglianza di significante e/o significato di alcune parole verrà spontaneo interrogarsi quantomeno sulla loro storia linguistica.

La coincidenza linguistica nasce e persiste laddove l’etimologia non può illuminare, laddove le radici dei cambiamenti linguistici restano sotterranee e imperscrutabili, laddove la polisemia, l’omofonia o l’omografia sorgono per casualità o a-casualità e non necessariamente per parentele genetiche. In ogni caso la bizzarria di alcuni fenomeni induce spesso a chiedersi la ragione di alcune strane coincidenze, soprattutto sul piano semantico.

Il filosofo francese Derrida nel 1985 parlava proprio dell’universo della traduzione come una Babele: perché tradurre, significa anche mettere ordine nel caos del multilinguismo, superare le decostruzioni di senso che poi sono le responsabili dell’incomunicabilità fra gli uomini. Eppure proprio questa incomunicabilità generata dal caos babelico è la coincidenza che produce il plot nella storia delle lingue, che le mette in movimento e in comunicazione attraverso la traduzione, che così si rende necessaria non solo per esprimersi, ma anche per assicurare a qualsiasi lingua e a qualsiasi testo l’eternità. Il mito della lingua unica avrebbe stroncato sul nascere le diversità, l’incontro col diverso, avrebbe strozzato la traduzione e impantanato la comunicazione in una statica unicità. Infatti, come asserito da Voltaire,’Babele’ significa ‘città di Dio’, ma anche ‘confusione’ perché è proprio lo stesso Dio che decide di annullare il dono della lingua unica, passepartout della comunicazione umana, avvelenandolo. ‘Dono’, appunto, una delle tante parole che racchiudono curiose coincidenze linguistiche che si dispiegano soprattutto in traduzione. Una di queste è rappresentata proprio dal termine inglese del sostantivo, ‘gift’, ‘dono’, appunto, che viene dal verbo ‘to give’, ‘dare’. Fin qui nihil novi sub sole. Ma se analizziamo la stessa identica parola,’gift’ in tedesco ci stupirà il suo significato: ‘veleno’. Macabra combinazione. Strana coincidenza. Curiosa casualità. Eppure l’associazione tra ‘dono’ e ‘veleno’ non sorprende, ha origini antiche, radicate nella mitologia greca, ad esempio. Si pensi al mito di Eracle e Deianira: il possente eroe muore bruciato indossando la veste avvelenata che aveva appunto ricevuto in dono dalla moglie Deianira. Oppure alla Medea vendicatrice che manda in dono un mantello avvelenato alla giovane Glauce, la quale, ignara, lo indossa per poi morire fra dolori strazianti.

In conclusione, per quanto complicato, bizzarro e più o meno casuale sia il fatto che delle parole coincidano, in lingue diverse o in traduzione, per significante o per significato, è innegabile che non solo l’inspiegabilità di certe coincidenze linguistiche sia affascinante, ma che una riflessione più approfondita permetterebbe di addentrarsi maggiormente in uno studio più sistematico e magari provare a costruire un quadro sinottico dei vari casi. Ciò che è certo è che un’analisi del genere darebbe quanto meno l’opportunità di confrontarsi non solo con strani fenomeni linguistici e/o traduttologici, e magari di scoprire o meglio ri-scoprire parole e termini estinti dal nostro panorama linguistico e di capire le ragioni, se ce ne sono, per cui le lingue si evolvono, cambiano, si intrigano.

Autore dell’articolo:
Valeria Gravina
Traduttrice EN-FR>IT
Napoli

Dialetto: patrimonio culturale dell’umanità

 Categoria: Le lingue

Il dialetto è l’idioma proprio di una comunità che condivide un’area geograficamente delimitata e viene adottato e tramandato in forma prevalentemente orale.
Il dialetto viene considerato patrimonio culturale dell’umanità, assieme alle migliaia di lingue parlate nel mondo, in quanto parte fondante dell’identità di ogni comunità.
L’Italia è uno dei Paesi al mondo con più varietà di dialetti in quanto ogni comune ne ha uno.
Il dialetto, espressione della ricchezza delle nostre diversità culturali, deve sempre essere valorizzato e rispettato.

Una celebre canzone salentina, diventata famosa in tutta Italia, inizia così:

«Si nu te scerri mai de le radici ca tieni
rispetti puru quidde te li paisi lontani,
si nu te scerri mai te du ete ca sta ieni
dai chiù valore alla cultura ca tieni
».

«Se non dimentichi mai le tue radici
Rispetti anche quelle dei paesi lontani
Se non scordi mai da dove vieni
Dai più valore alla tua cultura
»

È un inno alla diversità, al valore culturale di ognuno di noi che deve essere sempre rispettato.
Il dialetto rappresenta le nostre radici, la nostra cultura e come tale deve essere tramandato e mai dimenticato. Si può essere cittadini del mondo pur conservando le proprie origini.
Purtroppo, come avviene per tante specie viventi animali e vegetali, ogni anno scompaiono tantissimi dialetti e il mondo si impoverisce, si semplifica, si uniforma, diventa sempre più monocorde. Perde la diversità che è stata la fondamentale preziosa risorsa del genere umano e del pianeta Terra.
Il dialetto continuerà ad esistere se verrà usato e valorizzato, se tante persone lo adotteranno come lingua di comunicazione. Questo è il destino di tutte le lingue.

Autore dell’articolo:
Elisa Curreli
Traduttrice EN-FR>IT
Parma

Tradurre per abbattere le barriere

 Categoria: Le lingue

Le lingue costituiscono il fondamento di qualsiasi cultura e civiltà. Attraverso di esse siamo in grado di esprimere i nostri concetti, le nostre idee politiche, sociali, religiose, i nostri pensieri più profondi, i sentimenti e le speranze. L’uomo è l’unico essere vivente in grado di saper usare le parole, di saper articolare frasi intere, esporre discorsi complessi, fino a giungere alla massima espressione dello spirito, quali la letteratura e la poesia. Egli ha saputo costantemente nel corso della storia arricchire e sviluppare il suo patrimonio linguistico, in particolare l’uomo occidentale ha creato e plasmato da lingue antiche, come lo erano il greco e il latino, lingue nuove, neolatine.

È inconfutabile che la lingua di un popolo non è solamente fine a sé stessa, ma è uno strumento in continua evoluzione, è un dono che va coltivato e adattato alle nuove esigenze dettate dalla tecnologia, dalla scienza, dalla storia, dalla letteratura. Le lingue dividono gli esseri umani, possono creare delle barriere, ma queste non sono affatto insormontabili, risiede nella volontà di ciascuno di noi contrastare questa realtà babelica e aprirci all’apprendimento. Conoscere la lingua di un popolo significa conoscerne l’essenza della sua cultura e quindi conoscere più lingue, che non siano la nostra lingua madre, ci permette di ascoltare chi è diverso, chi ha saputo dare risposte differenti dalle nostre alle esigenze della vita, dandoci la possibilità di crescere dal punto di vista intellettuale, culturale e soprattutto umano. Ed è proprio su questo confine delicato che si colloca il prezioso e importante lavoro di un traduttore o di una traduttrice.

Per tradurre un testo occorre saperne cogliere l’essenza principale, capirne le varie sfumature linguistiche e stilistiche. In questo senso il traduttore diventa ambasciatore della propria lingua, un giocoliere delle parole, che deve dare prova di finezza, affidabilità e precisione. A seconda del tipo di testo che ci troviamo di fronte, occorrono, accanto alle conoscenze linguistiche, conoscenze specifiche del settore. Ecco perché il mestiere di traduttore è difficile e richiede molta dedizione e studio. Soltanto chi ha profonde conoscenze di diritto, è per esempio in grado di capire a fondo un contratto di compravendita o una sentenza di divorzio. Lo stesso discorso vale per un testo di medicina, psichiatria, finanza, e via dicendo.

Vi è dunque da parte delle agenzie sempre più la tendenza ad affidare testi specifici a professionisti che non dispongono solamente di una laurea generica in traduzione, ma che sono esperti nel loro settore. È palese dunque che tradurre vuol dire abbattere le barriere, comunicare verso il mondo e aprirsi verso gli altri, mantenendo un’alta professionalità.

Autore dell’articolo:
Lic. iur. Eleonora Brunner, Giurista
Traduttrice freelance DE<>IT
Losone (Svizzera)

Una traduzione intersemiotica – JCS (4)

 Categoria: Traduttori freelance

4) Quarta traduzione: traduzione attualizzante del contesto. Per meglio rendere la portata del fenomeno Gesù, Jewison lo riporta ai giorni nostri (o meglio, agli anni ᾿70), attualizzandolo: e Gerusalemme diventa il set di un musical da figli dei fiori.
Ma non si tratta semplicemente di un tentativo di avvicinare l’originale al fruitore per meglio farglielo comprendere.
Qui l’attualizzazione e l’adattamento alla cultura ricevente provocano un effetto straniante; questo perché è molto difficile che il film rappresenti per qualcuno il primo contatto con gli eventi narrati nel Vangelo. Avviene qualcosa di simile anche nel Vangelo secondo Matteo di Pasolini e in Je vous salue, Marie di Jean-Luc Godard. Proprio perché sappiamo perfettamente che fuori il tempio di Gerusalemme non si vendevano orologi e che i giudei non portavano pantaloni a zampa d’elefante, che gli abitanti di Cafarnao non potevano avere un accento lucano (come nel Vangelo secondo Matteo) o che la Madonna non era figlia di un benzinaio (come in Je vous salue, Marie) la nuova prospettiva può avere una funzione artistica, in quanto catalizza la nostra attenzione e di conseguenza prolunga la durata della nostra percezione, come ricorda Lotman, citando Sklovskij in Il problema del testo, per poi aggiungere: “L’effetto artistico è raggiunto ‘a mezzo del cambiamento del sistema di segnalazione, per così dire, del rinnovamento del segnale, che distrugge lo stereotipo e costringe a una tensione per raggiungere la comprensione dell’opera.’ ”
Ne deriva che ogni adattamento presente nell’opera non porta all’appiattimento del senso originario, rischio nel quale frequentemente possono incorrere le traduzioni target-oriented, ma anzi l’introduzione di una prospettiva dichiaratamente straniata ha la funzione di stimolare la riflessione del lettore. La carta vincente di quest’espediente sta proprio nella sua onestà: non si cerca di far credere allo spettatore ciò che gli si mostra, e di conseguenza egli può percepirlo non come verità ma come metafora. Il lucano di Pasolini non si sostituisce al giudeo, ma vi si sovrappone e innesca nella mente del fruitore una serie di analogie.

5) Quinta traduzione: all’interno del film troviamo un’ulteriore ricorso a una traduzione intersemiotica dell’implicito. Gesù, solo nel Getsemani, prega Dio di allontanare da lui il calice della sofferenza, ma ben sapendo che non è possibile, pieno di rassegnazione mista a rabbia invoca un segno: “Can you show me now that I’ll not be killed in vain? (…) Show me there’s a reason for you wanting me to die”, “Fammi vedere adesso che non sarò ucciso invano (…) Mostrami che c’è una ragione per cui tu vuoi che muoia”.
E Dio risponde, ma per immagini. Foto di quadri che ritraggono Gesù in croce, dipinti sacri di ogni tempo si susseguono sullo schermo. Cristo ha avuto la risposta che voleva: verrà ricordato.

L’opera fece scalpore, attirando su di sé critiche di blasfemia, acclamazione e tiepidi consensi, un po’ come fece scandalo il suo prototesto – e qui intendiamo Gesù stesso. L’opera non era in alcun modo blasfema (“Don’t you get me wrong”, canta Giuda, “Non fraintendermi”): studia appunto le reazioni ed evita di pronunciarsi sulla verità o meno della resurrezione, tant’è che la sua narrazione s’interrompe prima, nel momento in cui la troupe, Giuda in coda, abbandona Gesù sulla croce e riparte col furgoncino. Il film si chiude con l’inquadratura di un controluce della croce al tramonto, anche se a un occhio attento appare una sagoma nel deserto, che cammina seguita da un piccolo gregge.

Autore dell’articolo:
Mirta Cimmino
Traduttrice EN-FR-ES>IT
Napoli

Una traduzione intersemiotica – JCS (3)

 Categoria: Traduttori freelance

Quest’ultima figura si pone come simbolo dell’intraducibilità. Prima del suo incontro con Gesù, Pilato aveva avuto un sogno premonitore, che però non riesce a interpretare. Da pagano non crede in Cristo, ma a maggior ragione da esterno è abbastanza lucido da capire che in lui non c’è colpa. Tuttavia tra i due c’è una profonda incomunicabilità; quando Gesù afferma di cercare la verità Pilato risponde: “But what is truth? Is truth unchanging law? We both have truths – are mine the same as yours?”, “Ma cos’è la verità? È forse una legge immutabile? Entrambi abbiamo una verità, la mia e la tua sono la stessa?” Questa dichiarazione di relativismo culturale si ferma all’assunto dell’inconciliabilità, senza postulare una possibilità di reale comunicazione.

Il personaggio di Giuda è la vera rivelazione del film, che gli accorda grande importanza, elevandolo quasi a co-protagonista e proponendo una nuova prospettiva dalla quale osservarlo. Egli ama Cristo, ma senza credere in lui. È un Giuda nero, come un negativo della gigantografia di Gesù, e che come lui muore per l’umanità: “I’ve been used and You knew all the time”, dice a Dio prima d’impiccarsi, e un coro lontano commenta: “Well done, Judas. Poor old Judas”. Egli non farebbe che assolvere un compito a lui predestinato. La sua principale colpa sarebbe stata di essere un apostolo non convertito. Per lui Gesù era una guida spirituale, un guru, un profeta, tutt’al più, ma di certo non il Messia, il Figlio di Dio. “You’ve began to matter more than the things you say”, “Cominci a essere più importante delle cose che dici”, questo gli rimprovera. Se avesse – anacronisticamente! – potuto leggere il Vangelo di Giovanni, avrebbe capito che non c’era alcuna differenza tra Lui e quel che diceva; poiché “In principio era il Verbo… e il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.” Gesù ERA la Parola, ma “le tenebre non l’hanno compresa”, per continuare con Giovanni.

Infine viene messa in luce anche la reazione dello stesso Gesù alla popolarità, ai fraintendimenti delle sue parole, al peso della sua missione sulla Terra. Si evidenzia il suo modo di affrontare quella settimana che sapeva essere ultima, tra il suo ingresso trionfale – seppure in sella a un asino – a Gerusalemme, e la sua “caduta in disgrazia”; ci saranno addirittura giornalisti che lo intervisteranno, sulla strada verso il palazzo di Pilato “Tell me Christ how you feel tonight? (…) What do you think were your big mistakes?”; “Di’ un po’, Cristo, come ti senti stasera? (…) Quali pensi siano stati i tuoi più grandi errori?”
S’indaga su come il divino si sia confrontato con la propria umanità, confronto da cui Cristo esce qui un po’ più umano, diviso tra luci e ombre, fede e paura, rabbia e amore.

La quarta e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Mirta Cimmino
Traduttrice EN-FR-ES>IT
Napoli

Una traduzione intersemiotica – JCS (2)

 Categoria: Traduttori freelance

3) Terza traduzione: traduzione della relazione fra il prototesto Gesù e il contesto in cui era inserito. Sin dal titolo si può intuire il punto di vista da cui il musical traduce la Sacra Scrittura: Jesus Christ Superstar – ovvero, aggiungiamo noi, il fenomeno Gesù. Possiamo considerarla una versione target-oriented in primo luogo per il suo focalizzarsi sul primo “target” cui si rivolgeva la Parola di Cristo e la Parola fatta Cristo: i suoi più vicini contemporanei. I primi ricettori e le loro reazioni, quelli per cui Gesù fu una star. L’essere una star, infatti, ha come condizione avere un pubblico. La ricezione del fenomeno Gesù, questa la dominante seguita dall’opera cinematografica. Un inventario delle reazioni provocate dall’avvento del Messia.
Fu una rivoluzione, questo vuol dirci il film, una scossa per tutti. Una di quelle pacifiche (almeno negli intenti) che tanto piacevano all’Occidente degli anni ’70, ma pur sempre una rivoluzione, dopo la quale il mondo non avrebbe più potuto essere lo stesso. E ognuno si difese o vi si arrese a modo suo.

Da una parte fu un fenomeno collettivo, fenomeno di massa, pur senza potersi servire, all’epoca, dei moderni media: “Israel in four b.C. had not mass communication!”. La folla si mosse compatta, tanto nell’acclamare e adorare Gesù, quanto nel chiedere a Pilato di farlo crocifiggere.
Una parte dei suoi seguaci, capeggiati da Simone Zelota, travisò la sua Parola e vide in Gesù un nuovo capo politico, destinato ad essere re sulla terra prima che nei Cieli e a lottare contro l’oppressore romano.

Ma il film analizza soprattutto risposte diversificate, voci singole.
Ecco ciò che spiega il grande spazio dedicato ai comprimari rispetto al protagonista; e molta voce in capitolo è concessa a quei personaggi che poco hanno goduto della simpatia della cristianità: i sommi sacerdoti, Pilato, Erode, e più di tutti Giuda. Per la prima volta ascoltiamo la loro campana, e il fatto di esprimere le loro ragioni, non mediate dalla prospettiva necessariamente di parte di un evangelista, permette loro, per quanto possibile, di riabilitarsi. Si manifesta così una tendenza alla traduzione del non-detto nel Vangelo, di ciò che volutamente o no è restato implicito. La dominante dell’opera richiede cioè l’esplicitazione, nel metatesto, di dati impliciti nel testo originale del Vangelo: si ha quindi un’aggiunta di significato che, come ogni traduzione, si concepisce come ipotesi, o come dice Eco, come scommessa. Ognuno, quindi, reagisce secondo il suo ruolo e, all’interno di questo, a modo proprio.
Gli apostoli, gli amici, che gli sono più vicini, e che lo accompagnano nella sua tournée, sono ansiosi di vederlo sfondare nella capitale (“When do we ride to Jerusalem?”) ma non sempre lo comprendono.

Maria Maddalena, l’ex prostituta, vive per lui il suo primo amore platonico, così totale da non volerlo vedere realizzato, per non ridurlo, perché non sia “just one more”, solo un altro. Gesù porta un cambiamento radicale nella sua vita.

Anna e Caifa, i sommi sacerdoti, lo percepiscono come una minaccia per l’intera nazione, ma soprattutto per il loro ruolo, poiché li mette alle strette tra la folla che lo chiama “re” e il potere politico detenuto dai romani.
Erode lo accoglie alla sua dissoluta corte che sembra anticipare il quasi contemporaneo inglese Rocky Horror. Il re è decisamente incuriosito dal “fenomeno”, ma, deluso nella sua aspettativa di vedere realizzati miracoli su richiesta (“Prove to me that you’re divine, change my water into wine” e ancora “I only ask things I’d ask any superstar”), lo rispedisce da Pilato.

Domani sarà pubblicata la terza parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Mirta Cimmino
Traduttrice EN-FR-ES>IT
Napoli

Una traduzione intersemiotica – JCS

 Categoria: Traduttori freelance

Il presente saggio si propone di guardare al film Jesus Christ Superstar da una prospettiva traduttologica. L’opera riscrive, infatti, a suo modo alcuni avvenimenti narrati dai Vangeli; qui s’intende avviare un’indagine (che non sarà certo esaustiva) sulle dominanti privilegiate nella trasposizione e sui molteplici processi di traduzione coinvolti.

Come ogni metatesto, anche il nostro si pone come possibile, ma certo non univoca, interpretazione.
Il film si attiene al testo evangelico per quanto riguarda la narrazione sostanziale degli eventi, ma pochi sono i casi di citazione più o meno esatta. Proprio questo però dà maggiore spicco alle citazioni stesse: il riconoscimento della frase evangelica cattura l’attenzione del fruitore, e certo la selezione non è casuale.
Restano inalterate ad esempio le ultime parole di Gesù sulla croce, uniche a non essere cantate: “Father, forgive them. They don’t know what they’re doing.”, e “Father, into your hands, I commend my spirit.”; o quelle che pronuncia dopo il bacio di Giuda: “Judas, must you betray me with a kiss?”.
Ci sono poi casi di citazioni calate in un diverso contesto: quando Giuda rimprovera l’atteggiamento ambiguo di Maddalena nei confronti di Gesù, questi gli risponde: “If your slate is clean, then you can throw stones”, “Se hai la coscienza pulita, scaglia la prima pietra”. L’antecedente di questa frase si trova sì nel Vangelo, ma in un altro episodio: quello in cui Gesù salva un’adultera dalla lapidazione; il metatesto stabilisce così rimandi intertestuali inediti.

In ogni caso, la discreta libertà che la pellicola si prende rispetto agli originali sul piano del contenuto di monologhi e dialoghi, ci fa intendere che la dominante è un’altra. L’uso del plurale per “gli originali” è dettato dal fatto che non siamo in grado di determinare se un singolo Vangelo sia stato il testo di riferimento del film. Come prototesto potremmo considerare dunque la somma dei contenuti veicolati dai quattro Vangeli, e riguardanti l’ultima settimana di vita di Gesù. In questa riscrittura vediamo sovrapporsi e intrecciarsi diversi tipi di traduzione.

1) Prima traduzione: un’operazione metatestuale ci mostra i personaggi come attori – dunque interpreti – che all’inizio del film, giunti nel deserto a bordo di un furgoncino hippie, cominciano a inscenare la passione di Cristo e gli eventi immediatamente precedenti. «E’ una nostra libera interpretazione», sembrano voler premettere.

2) Seconda traduzione: traduzione della parola in canzone. Non ci sono dialoghi parlati. Questo regala al testo evangelico, che già di per sé può considerarsi al confine col testo letterario, potenzialità connotative inedite. Il medium prescelto per la comunicazione è quello della musica rock: ancora una volta la Sacra Scrittura cristiana è portata al pubblico con un movimento target-oriented. Il pubblico in questione era l’Occidente post-sessantottino, in cui i canoni estetici erano determinati da un orizzonte angloamericano, conquistato da Kennedy, Martin Luther King, Bob Dylan, nonché da una rinnovata ammirazione un po’ new-age della figura di Cristo. A prima vista la scelta di questo tipo di musica come canale sembrerebbe dunque una mera operazione commerciale, ma vedremo come in questo e in altri casi l’adempimento al criterio di accettabilità porti con sé conseguenze inaspettate. Inoltre, il ricorrere di medesimi temi musicali in diversi punti del film stabilisce dei legami intratestuali: la stessa musica collega ad esempio la sopracitata accusa di Giuda a Maddalena e la negazione di Pietro; come pure il ritornello dell’Hosanna con cui Gesù viene accolto a Gerusalemme ritorna al momento della sua prima visita a Pilato.

La seconda parte di questo interessante saggio sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Mirta Cimmino
Traduttrice EN-FR-ES>IT
Napoli

La traduzione: oltre le semplici parole

 Categoria: Traduttori freelance

Franco Crevatin, nel suo contributo all’interno del saggio Manuale di Terminologia scrive: “La lingua è un’istituzione culturale che solo artificialmente può essere costretta ad un rapporto 1:1 con i referenti”. Infatti, la lingua non può essere considerata una sorta di nomenclatura, poiché essa ritaglia sempre il mondo del reale. La lingua è un’organizzazione cognitiva culturalmente determinata e, di conseguenza, nel lessico delle lingue naturali non ci si può attendere una corrispondenza 1:1 tra designazione e referente. Chiaramente, queste considerazioni si riflettono necessariamente anche sulla traduzione. Infatti, il processo di traduzione non riguarda solamente la lingua in quanto sistema linguistico ma anche, e soprattutto, la lingua in quanto espressione culturale. Secondo quest’ultima accezione, la lingua può comprendere concetti e conoscenze estranei ad altre culture, e quindi lingue, le quali non dispongono di elementi, e quindi termini, cosiddetti equivalenti.

L’equivalenza in ambito traduttivo è un concetto relativo sotto vari aspetti e determinato da una molteplicità di fattori tra cui condizioni storico-culturali, caratteristiche socio-politiche, fattori linguistici ed extralinguistici, talvolta contraddittori e difficilmente conciliabili e, inoltre, diverse rappresentazioni della realtà, spesso peculiari e riconducibili ad una sola ‘lingua’ (nell’accezione più ampia del termine). Chiaramente, questi elementi rappresentano un’importante sfida per il traduttore, soprattutto in determinati ambiti di lavoro. Nella traduzione di linguaggi tecnico/scientifici le difficoltà potrebbero sembrare minori poiché, come ribadisce Franco Crevatin, “la terminologia specialistica, per definizione, tende al rapporto 1:1 con i referenti”, al contrario di ciò che avviene per le lingue naturali. La situazione si complica qualora la traduzione riguardasse non più l’ambito delle scienze sperimentali, bensì quello delle scienze umane e che, quindi, hanno a che fare con l’Uomo inteso come animale sociale. In altre parole, il termine ‘acido fosforico’ non possiede un background socio-culturale definito e particolare, mentre i termini ‘legge’ o ‘costituzione’ sono fortemente legati al contesto culturale, politico, sociale e storico in cui sono nati e in cui si sono sviluppati. Tuttavia, questo potrebbe essere vero solo in apparenza poiché anche il cosiddetto sapere ‘scientifico’ è frutto di paradigmi socio-culturali, e dunque mutevoli, come tutto ciò che è stato prodotto dall’Uomo. Pensiamo, per esempio, allo stravolgimento subito dalla fisica, che ha visto il passaggio dalla meccanica classica a quella quantistica e pensiamo alla medicina, scienza in continua evoluzione e fortemente legata, in molti suoi aspetti, a peculiari fattori culturali, sociali e storici.

Per concludere, gli elementi culturali non sono patrimonio esclusivo di determinate categorie del sapere e la cultura stessa è come l’universo: in continua espansione. La traduzione e i traduttori devono necessariamente tener conto di tutti quegli elementi propri di una lingua e che trascendono il piano prettamente linguistico: i costumi, la storia, le tradizioni, la gente, i cambiamenti, le conquiste, i drammi, i colori, gli odori. Tutto questo permette al traduttore di andare al di là del testo da tradurre e di vedere ciò che ai semplici lettori dello stesso testo non è possibile intravedere: un Paese.

Autore dell’articolo:
Francesca Raffi
Traduttrice e interprete freelance EN-ES>IT
Macerata

Quel ponte chiamato Traduzione (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Indubbiamente il gioco è tutt’altro che facile poiché per dare dignità ad ogni singolo termine il traduttore deve saper immergersi nella mente e nello spirito dell’altro sforzandosi di andare al di là dei suoi limiti e della sua forma per potersi così trasformare in quel ponte che permette il passaggio delle parole da una riva all’altra del fiume del sapere. Quest’opera si costruisce dunque con il sudore, il sacrificio e l’accanimento in nome dell’amore per quell’appassionante impresa che non è altro che un passaggio e nel suo passare si tinge di effimero dato l’incessante evolversi del linguaggio, ma allo stesso tempo il suo nobile scopo fa sì che la fugacità della lingua si tramuti nell’eternità della parola facendo di quelle barriere un collegamento, un punto d’incontro.

Nonostante le diverse insidie va dunque rimarcato quanto sia appagante tradurre, poiché più di ogni altra forma artistica dimostra che la comunicazione tra i vari mondi è possibile e insegna che la trasmissione di un messaggio non ha limiti se si riesce a percepire il sapore delle parole. Ineluttabile a tale proposito è il riferimento al traduttore Albert Bensoussan, o meglio ad una frase a lui molto cara che corona il totale coinvolgimento dei sensi insito nella traduzione: “mangiami e mettimi in circolazione”. Questi cinque termini non rappresentano solo un’altra grande metafora traduttiva ma suggeriscono anche che per comprendere e tradurre un testo, oltre a toccarne con mano le radici è altresì necessario degustarne tutti i sapori al fine di sentire il condimento delle frasi e il gusto dello stile. Possiamo dunque affermare che il menù di ogni autore è all’apparenza semplice ed essenziale, ma nasconde dietro ogni portata briciole di esistenza che è impossibile lasciare incolte; ogni parola è un oggetto e ogni oggetto una parola, un significato.

Alla stregua di Saussure è quindi fondamentale la conoscenza della langue per poter entrare nel dominio della parole, quella sorta di tavolozza personale intrisa di colori soggettivi, di materiali personali che servono al traduttore per cogliere il profumo delle emozioni e l’aroma delle percezioni, andando così ad arricchire di tonalità vitali quell’immenso bagaglio in cui troverà il pennello per dipingere quel ponte chiamato Traduzione.

Autore dell’articolo:
Tania Colafranceschi
Traduttrice ES-FR>IT
Colle di Nava (IM)

Quel ponte chiamato Traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Tradurre significa: trasferire, volgere un testo, una frase o una parola in una lingua diversa dall’originale. L’universalità enciclopedica della sua definizione però, seppur nella sua estrema correttezza, allude a un concetto freddo, quasi distaccato, che non trasmette il cuore pulsante che si cela dietro il mondo della traduzione. Un mondo fatto innanzitutto di parole, dalle più scientifiche, che richiedono al traduttore un bagaglio più tecnico e specialistico, a quelle letterarie, che nascendo dal vissuto, dall’agire ed esperire del singolo necessitano invece un bagaglio molto più profondo poiché devono rifletterne l’anima. Ed ecco che tradurre diviene così un’arte, o meglio l’arte del passaggio, quel ponte tra due lingue e culture differenti che deve essere plasmato con la stessa cura e passione insita in ogni opera artistica. Ovviamente la creatività e l’ingegno vanno lasciati all’autore, mentre il ruolo del traduttore è piuttosto quello di rendere a pieno l’intento del primo e far sì che questo possa trasmettersi al di là dei confini naturali della lingua, superando mari e monti per approdare nel cuore del lettore d’arrivo con la stessa intensità e pregnanza che ha scatenato in quello di partenza. E il lavoro non è da sottovalutare, anche se spesso così accade!

Non pochi, infatti, sono i dubbi che attanagliano il traduttore, a partire dalla presa di posizione sulla strategia traduttiva da adottare nella sua più remota dicotomia ciceroniana: pagare moneta su moneta o pagare a peso; la prima si rifà alla traduzione letterale, parola per parola, la seconda invece a quella libera, renderne cioè lo spirito. Sebbene questa scelta si presenti inevitabilmente alla porta di ogni traduttore, non va dimenticato che la difficoltà di una buona traduzione risiede proprio nel riuscire a mediare tra queste due posizioni, trasmettere cioè le peculiarità dell’autore, immergersi nel suo universo e cogliere ogni sfumatura di significato riuscendo al contempo a rendere il tutto scorrevole e intelligibile al destinatario. Per conseguire l’obiettivo fondamentale è dunque la conoscenza, non solo della lingua di partenza ma anche dello scrittore, del testo e del contesto per poter così arrivare all’essenza del discorso, al suo perché; non esiste dunque frase più vera di quella di Italo Calvino quando afferma che si legge veramente un autore solo quando lo si traduce, perché la traduzione è il mezzo privilegiato per entrare nella semplice complessità del mondo scritto, nel suo più profondo DNA del detto e non detto.

La seconda e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Tania Colafranceschi
Traduttrice ES-FR>IT
Colle di Nava (IM)

Compiti della traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Ci sono tanti studi sulla traduzione. Le teorie vanno dalla difesa del rigoroso rispetto dell’originale, alla traduzione libera, orientata verso i lettori.
Secondo A.V. Fyodorov “tradurre” – significa esprimere in modo fedele e completo con gli strumenti di una lingua, ciò che è stato già espresso con gli strumenti di un’altra lingua.
Secondo A. Lilova, la traduzione possiede sia un aspetto “genetico”, in quanto riproduce in modo autentico il contenuto dell’opera originale, che un aspetto funzionale, cioè mantiene l’influenza sul lettore, ed è in questo che consiste la funzione comunicativa della traduzione. Quindi il compito della traduzione è riprodurre la funzione comunicativa in modo autentico.

Per espletare i compiti della traduzione, il traduttore deve apportare diverse trasformazioni linguistiche, le principali delle quali sono: trasformazioni semantiche, grammaticali e lessicali.
La traduzione delle frasi fraseologiche è una trasformazione semantica, spesso difficile per i traduttori. Secondo la classificazione di S. Vlahov gli approcci per la traduzione delle frasi fraseologiche sono le seguenti:

1. Traduzione tramite equivalente fraseologico – l’unità fraseologica ha nella lingua di arrivo un significato indipendente dal     contesto (equivalente completo, non completo o relativo);

2. Traduzione tramite analogo fraseologico – l’unità fraseologica può essere tradotta nella lingua di arrivo con una o altra variante e di solito con un po’ di digressione (oggetti vicini, oggetti diversi, traduzione antonimica, analoghi non completi);

3. L’unità fraseologica non ha nella lingua di arrivo né equivalente, né analogo, è intraducibile fuori dal contesto, cioè la frase della lingua di partenza va tradotta nella lingua di arrivo tramite strumenti non fraseologici (traduzione lessicale tramite un sinonimo o un costrutto oppure tramite traduzione in maniera descrittiva e contestuale).

Le trasformazioni grammaticali sono le trasformazioni più usate: sostituzione del verbo con aggettivo, sostituzione di un insieme di verbi, preposizione e infinito con gerundio, sostituzione di un sostantivo proveniente dal verbo in verbo coniugato, sostituzione di un aggettivo con sostantivo e preposizione, ecc.

Le trasformazioni lessicali si esprimono in: costruzione del significato semantico (aggiungendo delle parole che non esistono nella lingua di partenza), equivalenza (trasformazione completa della frase di partenza nella lingua di arrivo), traduzione con parole antonimiche, transliterazione, traduzione dei prestiti linguistici.

Autore dell’articolo:
Zvezdomira Georgieva
Traduttrice BG<>IT
Plovdiv (BG)

Interculturalità e traduzione multimediale

 Categoria: Servizi di traduzione

E’ proprio l’inter – il nodo della traduzione e della negoziazione,
quello spazio intermedio – che porta il peso della cultura.

La traduzione multimediale investe una realtà globale, quella contemporanea, nei momenti e nei processi di maggiore allargamento dei propri confini culturali e critici, facendo della centralità del linguaggio uno strumento unico di mediazione fra culture e sistemi ideologici differenti.

Il tema centrale su cui verte tale articolo affronta nelle sue innumerevoli problematicità il concetto stesso di “traduzione“, da intendere non soltanto come mera “mediazione linguistica“, ma soprattutto come atto di “mediazione interculturale“. In particolare, i contributi che seguono si concentrano sul problema del “tradurre la cultura” per il doppiaggio e sono sollecitati dall’esigenza di poter arricchire la riflessione nel campo della traduzione multimediale, integrandola con gli universi culturali posti alle spalle di qualsiasi opera filmica audiovisiva. Poiché è bene ricordare: l’operazione del tradurre comporta, oltre il confronto tra due sistemi ideologici differenti, anche e sempre il confronto tra due culture diverse.

Nel processo traduttivo di un film, dunque, le due lingue, quella di partenza e quella di arrivo, vanno sempre fatte interagire fra loro, ovvero necessitano di essere confrontate e di entrare in un “dialogo” continuo. Questo richiederebbe un avvicinamento tra sistemi linguistici-culturali molto diversi, che può concretizzarsi solo mediante una buona interpretazione e comprensione dei loro significati. Tuttavia, i problemi tecnici della traduzione linguistica non sono poi facilmente separabili da quelli ideologici della traduzione interculturale e appare fin da subito evidente che l’atto del tradurre, collocato in un contesto assai più ampio di quello puramente linguistico, vada al di là di un processo meccanico o di un semplice trasferimento. Versione e trasposizione dunque, ma anche “sincronizzazione linguistica” e soprattutto “sintonizzazione culturale”, frammenti in sé coesi eppur sempre appartenenti a un complesso percorso di decostruzione e di riarticolazione all’interno del quale vengono manipolati gli equilibri espressivo e comunicativo del messaggio e del codice linguistico di partenza. Un compromesso artistico e commerciale tra istanze comunicative opposte, mediante il passaggio dei soggetti cinematografici da un linguaggio a un altro, mediante il passaggio del film da un sistema culturale all’altro. L’obiettivo consiste nel ricostruire un nuovo testo audiovisivo che del primo si proponga come “proiezione” in un pubblico d’arrivo dalla cultura geograficamente e ideologicamente diversa.

L’immagine culturale del doppiaggio vive quindi di reciprocità, ma ancor più di negoziazione, di una domanda e di un’offerta tra culture semplicemente diverse, che hanno voglia di aprirsi ad altre culture, per conoscere e farsi conoscere.

Autore dell’articolo:
Concetta Cernelli
Traduttrice EN-DE>IT
Eboli (SA)

Tradurre restando fedeli all’originale

 Categoria: Traduttori freelance

Tradurre è un po’ come cucinare. Bisogna saper mescolare bene gli ingredienti necessari per ottenere un ottimo prodotto finale. Cosa non deve assolutamente mancare nella ricetta di una buona traduzione? La risposta è racchiusa in due ingredienti indispensabili: la profonda conoscenza dell’argomento trattato nel testo in lingua originale e la capacità di trascrivere in modo chiaro ciò che è stato scritto dall’autore, senza modificarne lo stile.

La traduzione non è altro che il risultato di tanti fattori che si amalgamano tra loro per poter ottenere un risultato omogeneo. Quindi conoscere una lingua non significa saper tradurre. È di vitale importanza, infatti, conoscere anche la cultura, in modo da cogliere tutti gli aspetti presenti nel testo e saper rendere nella propria lingua tutte le sfumature presenti della versione originale.
Quindi, ad esempio, se si deve tradurre una ricetta di cucina, è necessario conoscere anche la cultura gastronomica del territorio in questione, in modo da poter dare ai lettori le informazioni necessarie per poter realizzare il piatto, sebbene non tutti gli ingredienti siano reperibili. Un altro problema si ha quando si devono tradurre i gradi per le cotture in forno, oppure viene usata una diversa misura per le dosi degli ingredienti (in molte ricette in lingua inglese le dosi sono indicate in cup e spoon).

Non è sempre facile trascrivere un testo in un’altra lingua in modo chiaro e senza intaccare ciò che in origine era intenzione trasmettere, ma l’abilità di un traduttore unita ad un attento studio della lingua e della cultura straniera sarà la chiave che farà aprire la porta dietro la quale sono riunite le giuste parole da utilizzare in una traduzione.

L’italiano dell’immigrato e lo spagnolo (2)

 Categoria: Traduttori freelance

2. La questione della lingua

L’identità linguistica proviene dalla lingua materna, e come succede con altri aspetti dell’identità, la lingua materna non si sceglie. È la lingua con la quale ci identifichiamo e quella con cui gli altri ci identificano. La conoscenza spontanea, incosciente, intuitiva che la persona ha della propria lingua, è qualitativamente e quantitativamente diversa da quella che può avere rispetto ad altre lingue imparate più tardi. La scelta di una lingua nazionale non si basa su motivi linguistici – la superiorità di un dialetto su di un altro – ma segue ragioni sociopolitiche: una lingua è un dialetto fortunato. Oppure se si seguono le parole del linguista Max Weinreich, “Una lingua è un dialetto con un esercito e una flotta”. Anche se da un punto di vista linguistico la lingua nazionale non è diversa dai dialetti, la sua capacità simbolica cresce per il prestigio che proviene dalla sua condizione unificatrice verso l’interno, e identificatrice verso l’esterno.
La necessità di costituire una nazione monolingue nacque in Italia dal timore di vedere lo Stato frammentarsi linguisticamente. Ma l’esistenza di una lingua propria non è una condizione né necessaria né sufficiente per garantire l’identità nazionale. Infatti, le frontiere tra lingue e nazioni non coincidono necessariamente. Una nazione può riconoscere più di una lingua ufficiale, com’è il caso della Svizzera, oppure del Canada.
Il nazionalismo linguistico dà alla “lingua nazionale” la funzione simbolica di rappresentare l’identità nazionale; e da questa prospettiva, costituisce un bene che richiede l’aiuto della comunità nella sua difesa. Ma siccome la genuinità della lingua è una condizione per conservare l’identità e l’integrità nazionali, sorge il bisogno di resistere al cambiamento e alle interferenze di altre lingue. Nel caso dell’Argentina, lo spagnolo preso in eredità e allo stesso momento condiviso con altre nazioni americane, ma soprattutto con la Spagna, fu un elemento scomodo per i romantici dell’epoca. Al problema della ricerca di una lingua capace di rappresentare la nuova nazione (la cosiddetta “rivendicazione” dello spagnolo del Río de la Plata), si somma la questione della lingua immigrata. La maggioranza degli immigrati non parlava lingue nazionali standardizzate: i dialetti italiani, il gallego, l’arabo colloquiale, o l’yiddish erano varietà vernacoli che non potevano resistere allo sforzo politico per sradicarli. Lo spagnolo accelerò il processo di assimilazione degli immigrati, che persero le loro lingue.

3. La questione immigratoria

Per studiare la dinamica dei movimenti migratori, bisogna tener conto del doppio senso in cui si svolgono. Da una parte, le cause economiche, politiche e/o affettive che portano a un gruppo a emigrare; dall’altra, le condizioni d’inserimento nella società di arrivo. Le motivazioni e le illusioni del migrante, e gli aiuti oppure gli ostacoli presentati, condizioneranno il processo di assimilazione. Quando gli immigrati cominciano a partecipare alle strutture economiche, politiche, culturali, educative, come il resto della popolazione, perdono lentamente le loro caratteristiche distintive: comincia il processo di assimilazione. Comunque il successo di questo dipende non soltanto dagli immigrati ma anche dall’importanza che la comunità di arrivo dà alle caratteristiche etniche, alle differenze fisiche, linguistiche e culturali dei nuovi gruppi.
Questo processo non è né automatico né armonioso. Le differenze culturali, le richieste dei diversi settori, la concorrenza per i beni materiali, la sicurezza sociale, costituiscono degli elementi tendenti a generare atteggiamenti ostili nei confronti dell’altro. L’imperizia linguistica diventa il fulcro delle satire: la goffaggine dell’immigrato che non domina la lingua della società di arrivo è interpretata come sintomo della sua inferiorità sociale più che intellettuale.

Autore dell’articolo:
Maria Veronica Piñero
Traduttrice ES<>IT EN-FR>IT
Siena

L’italiano dell’immigrato e lo spagnolo

 Categoria: Traduttori freelance

Dal 1880 fino a metà del XX secolo, la città di Buenos Aires mostrò un forte poliglottismo. Ma non era esclusivo degli immigrati. L’aristocrazia argentina faceva portare educatrici europee e nelle loro case si parlava francese, inglese o tedesco a seconda delle preferenze. Le sorelle Victoria e Silvina Ocampo, paradigmi della Buenos Aires intellettuale e aristocratica, scrissero e addirittura pubblicarono i loro libri in un’altra lingua.
Comunque, questo bilinguismo classista non preoccupava i politici, gli intellettuali e gli scrittori, bensì la lingua franca, la babele della città cosmopolita, risultato della politica immigratoria istituzionale.
La questione dell’identità linguistica nasce come conseguenza della crisi dell’identità collettiva, nel rapporto con “l’altro”. Nella storia argentina, possiamo identificare due momenti critici, prima “l’altro” faceva riferimento alla Spagna, e più tardi agli immigrati.
Attorno al 1880, con quella varietà linguistica sembrava intravedere l’impossibilità di una risoluzione rapida verso l’unificazione linguistica della regione. Dall’ottica imperante durante i secoli XVII, XIX, e inizi del XX, ogni stato doveva essere monolingue. Tuttavia, ci sono degli esempi ben chiari, come quello della Spagna o della Svizzera, tra i più conosciuti a noi, che dimostrano la falsità dell’imperativo di una lingua nazionale e unica.
Seguendo lo schema proposto da Di Tullio, possiamo organizzare la discussione del problema della lingua sotto tre aspetti: la questione della nazionalità, della lingua e infine la questione immigratoria.

1. La questione della nazionalità.

Possiamo definire “nazione” sotto tre aspetti diversi. Una definizione di base, “la nazione esiste già prima di avere una sua organizzazione politica, per l’insieme di elementi culturali propri”, quali tradizioni, abitudini sociali e lingua. Una definizione storica, “la nazione è un’unità sovrana e autonoma”. E finalmente, una definizione puramente politica, “ la nazione è l’insieme d’istituzioni e ordinamenti giuridici”.
L’identità nazionale e i sentimenti che questa provoca nelle persone non emergono da un atto unico e definitivo, ma si consolidano negli anni; è un processo che si sviluppa nel tempo. Questi sentimenti si attivano nei momenti in cui la nazione è in pericolo (reale o immaginato). La nazione non è più un programma, bensì un problema. L’alluvione migratoria che arrivò in Argentina alla fine del XIX secolo fu considerata un problema che provocò paura nella società argentina, come se essa non fosse in grado di assimilarlo. Il nazionalismo argentino si confrontò con quello italiano. L’unificazione italiana, a partire dal Risorgimento, aveva un significato per le élite intellettuali italiane, e forse per alcuni immigrati del Nord, ma non per gli immigrati analfabeti, che vivevano immersi nella realtà regionale o addirittura locale. Questa concorrenza tra diverse identità si vede anche sul piano linguistico. La maggioranza dei migranti comunicava in dialetto, l’italiano colto era dominato da una stretta cerchia d’intellettuali. Il processo di unificazione dell’italiano – la standardizzazione della lingua e la sua diffusione attraverso la scuola, la burocrazia, e i mezzi di comunicazione – fu lento e difficile: l’italiano standard s’impose non prima della seconda metà del XX secolo.

La seconda e ultima parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Maria Veronica Piñero
Traduttrice ES<>IT EN-FR>IT
Siena

Le Cronache di un’Anna

 Categoria: Traduttori freelance

Oziavo ormai da una quindicina di giorni. Beata, anche se un po’ preoccupata, leggevo finalmente un libro che non dovevo tradurre, ma poi…….. mi arriva una traduzione… ovviamente urgente (chissà perchè le traduzioni possono solo essere URGENTI!!). Moltissime pagine e tutte scannerizzate… inutile dire che molte di esse sono illeggibili! Così decido di stampare il file assassino. La mia cara stampante fa del suo meglio, s’impegna al massimo, ma dopo una ventina di minuti di duro lavoro, inizia a consegnarmi dei fogli in bianco. Sono in preda al panico! Quasi balbettando e cercando di resistere alle peggiori imprecazioni in Napoletano (mia lingua ancestrale) le chiedo: “… PERCHEEEE’?”. Non so come abbia fatto, ma a un certo punto mi stampa una bandiera bianca seguita da una scritta sbiadita, che dice: “PENSACI TU!”. Mi abbandono sulla sedia, il mio cervello ormai riproduce solamente due immagini: un punto interrogativo e uno esclamativo… Poi, vedo la luce… quella della lampadina accesa sopra alla mia testa… Devo guardare tra i tasti della stampante! Uno di loro mi conduce abilmente all’opzione “Pulizia” e così, speranzosa, premo “OK”. Dopo lunghissimi minuti, la stampante riprende il suo lavoro. Un’ora dopo, sono seduta alla mia scrivania con fogli stampati, lente d’ingrandimento, occhiali e file sullo schermo zumato al massimo. Pronta per la lunga battaglia! Alcuni giorni dopo, inizio a rassomigliare ad una sedia imbottita. Sono stanchissima, sudo trucioli e gli occhiali iniziano a tremarmi sul naso. Maledetti! Più di una volta hanno tentato la fuga…! Finalmente arrivo alla fine della traduzione, ristampo il file tradotto, ma prima di rileggerlo e controllarlo con calma, decido di andare in cucina e di prepararmi un buon caffé. Avviandomi verso la porta, sento degli strani rumori che sembrano provenire dalla scrivania. Torno indietro ed ho l’impressione che occhiali e lente d’ingrandimento si siano mossi…. mah! … sarò stata io ad urtare contro la scrivania nell’alzarmi… Dopo un quarto d’ora, torno in camera e….rimango di stucco, con mio stupore scopro che, con l’aiuto della catenella, gli occhiali e la lente d’ingrandimento tentano di calarsi dalla scrivania a mo’ di Mission Impossible….. Alto tradimento!! Sgrido entrambi. A quel punto, la lente si lancia all’indietro fingendosi svenuta. Gli occhiali, invece, a stanghette unite in segno di preghiera, tremano e si appannano da soli!! A quel punto, prendo una saggia decisione: ci prenderemo un pomeriggio di pausa! Gli occhiali, a stanghette aperte, corrono ad abbracciarmi. La lente si riprende miracolosamente e inizia a rimbalzare sulla sua unica gamba… boing… boing… booooooing… aaaahhh! Mi finisce sul naso! OK… la perdono! Li saluto e decido di farmi una bella passeggiata, chissà … forse riuscirò a perdere qualche caloria di troppo… ma questa è un’altra storia!

Autore dell’articolo:
Anna Scognamiglio
Traduttrice EN>IT