Linguaggio teatrale: traduttore “regista” (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Quando il traduttore lavora per un teatro, invece, le parole recitate dagli attori costituiscono solo una parte della produzione teatrale insieme alle luci, le scene, i costumi e le musiche. Il traduttore di drammaturgia ha, quindi, l’obbligo di prendere in considerazione la molteplicità del segno teatrale che si compone dei codici più diversi (fonico, gestuale, scenico, spaziale e così via).

Un testo teatrale non può essere tradotto allo stesso modo di un testo in prosa. Innanzi tutto, viene letto diversamente come qualcosa di incompleto, poiché è nel momento della rappresentazione che si realizza la sua intera potenzialità. Il testo scenico è composto di elementi extralinguistici in cui si sviluppa il testo stesso. Nel tradurre i dialoghi, il traduttore del testo scenico deve tener conto degli elementi extralinguistici che lo compongono; essi riguardano non solo la componente spazio-temporale in cui essi si realizzano ma anche il ritmo, l’intonazione, l’intensità e l’altezza della voce che li caratterizzano. Il traduttore deve sempre udire la voce che parla e prendere in considerazione la gestualità del linguaggio, il ritmo della cadenza e le pause che hanno luogo quando il testo scritto viene recitato. Al traduttore di teatro viene chiesto di tradurre un testo scritto, non perché esso debba essere letto, bensì perché esso possa essere trasportato in una dimensione reale, viva, rappresentabile e recitabile. Il traduttore che sceglie di “leggere” il testo teatrale come parte integrante di una produzione teatrale ha, quindi, il compito di determinare, sì l’aspetto linguistico del testo, ma deve necessariamente proiettare il testo scritto nel contesto extralinguistico in cui si realizza il testo stesso e, solo dopo aver fatto ciò, tradurlo nella lingua d’arrivo.

I traduttori, al pari dei commediografi, dovrebbero scrivere per gli attori. Per questo, il traduttore teatrale dovrebbe essere coinvolto nelle dinamiche delle prove, proprio come farebbero l’autore o il regista dell’opera. Ma troppo spesso il traduttore è messo da parte. Quando, invece, la presenza del traduttore durante le prove è importante perché nessuno degli addetti ai lavori conosce il testo meglio di lui. Un testo teatrale dovrebbe sempre essere tradotto in scena, insieme agli attori. Così che, di volta in volta, il testo può essere modificato e migliorato in base alla gestualità dell’attore che parla, dell’azione e della scena.

Autore dell’articolo:
Concetta Garofalo
Traduttrice DE-EN-FR-ES>IT
Napoli

Linguaggio teatrale: traduttore “regista”

 Categoria: Servizi di traduzione

Molto poco è stato scritto sui problemi specifici della traduzione teatrale e le considerazioni espresse dai singoli traduttori spesso sottintendono l’uso della metodologia impiegata per affrontare i testi in prosa. Ma un testo teatrale è molto diverso da un testo in prosa.

La traduzione teatrale è a metà tra la traduzione e l’interpretariato: la traduzione passa da uno “scritto” a uno “scritto; l’interpretariato da “parlato” a “parlato”; la traduzione teatrale da uno “scritto” a uno “scritto” per essere “parlato”. Questa caratteristica, di essere cioè spoken-like e written-like, propria del linguaggio teatrale, richiede una maggiore attenzione durante il processo di traduzione, rispetto a un testo in prosa. Il linguaggio teatrale è pienamente significativo su vari livelli. Il linguaggio teatrale è strettamente performativo: è attraverso il linguaggio che si sviluppa l’intreccio. Allo stesso tempo, il linguaggio caratterizza i personaggi: attraverso le loro espressioni e il pubblico percepisce non solo la loro personalità e i loro sentimenti ma anche i cambiamenti nei rapporti che avvengono tra loro nel corso della rappresentazione. Inoltre, il linguaggio teatrale è un linguaggio complesso che si compone di un codice verbale e di un codice non-verbale. In un testo teatrale, il linguaggio verbale (i dialoghi o i monologhi) raggiunge la sua completezza solo nel momento in cui è accompagnato dal linguaggio non-verbale (i movimenti, i gesti o le espressioni degli attori). Ogni testo teatrale comprende un linguaggio non-verbale e questo va sempre “tradotto”.

Credo che la traduzione teatrale debba essere intesa come rappresentazione.
Se la traduzione di un dramma non è altro che inchiostro su un foglio allora non è teatro (performance text). Se pubblicata per essere letta, può essere considerata dramma (testo letterario).
I testi teatrali tradotti come testi in prosa diventano testi letterari non adatti alla messa in scena, ma possono essere pubblicati per essere letti. Nel caso, quindi, delle opere drammatiche oggetto di lettura semplice il traduttore può porsi come dominante non la recitabilità ma la cura filologica per il testo originale.

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Concetta Garofalo
Traduttrice DE-EN-FR-ES>IT
Napoli

Gendering e traduzioni

 Categoria: Traduttori freelance

Il fenomeno di un linguaggio politicamente corretto concerne non solo la vita diplomatica, ma è anche una questione che dev’essere affrontata nell’ambito delle lingue. Nei paesi di lingua tedesca la presenza di un linguaggio neutrale dal punto di vista del genere nella vita quotidiana costituisce molto più di un mero trend, di fatto la sua applicazione è obbligatoria nei testi legali e ufficiali.

Innanzitutto, però, occorre definire il termine del “politicamente corretto”. In senso ampio, un comportamento politically correct pone estrema attenzione al rispetto generale nei confronti di determinate categorie di persone. Come ad esempio, in molti paesi dell’occidente si cercano di garantire le pari opportunità per donne e uomini sul mercato del lavoro, anche se gli stipendi in gran parte ancora non sono allineati. Quello che però si è riuscito a tradurre in realtà (sto parlando dei paesi di lingua tedesca) sono le pari opportunità che si rispecchiano in un linguaggio neutro, allontanandosi dall’esclusivo uso di termini maschili. In questo modo, per esempio, la categoria professionale dei “traduttori” (includendo anche donne) diventa politicamente corretto quella dei “traduttori e traduttrici”. Femministi e femministe radicali la denominerebbero volentieri solo “traduttrici”, prendendo come criterio la quota di donne e uomini che appartengono a questa categoria professionale. In tal maniera, però, si creerebbe una discriminazione inversa, cioè contro gli uomini, e quindi altrettanto sbagliata.

Probabilmente, a questo punto, c’è chi si sta chiedendo, che cosa ha a che fare il gendering con il nostro lavoro di traduttori/traduttrici. Per illustrare meglio quali problemi potrebbero sorgere in quest’ambito, adduciamo ad esempio un testo originale in arabo (partiamo dal presupposto che non corrisponda alle esigenze di un linguaggio neutro) che dev’essere tradotto in tedesco per un target audience che è ormai abituato a un linguaggio che valorizza l’identità del genere. Tutti noi, traduttrici e traduttori qualificate/i, sappiamo benissimo che non possiamo non prendere in considerazione l’aspetto culturale nelle traduzioni. Però ci si pone la domanda: in che misura può manipolare il traduttore/la traduttrice il testo per adeguarlo al pubblico d’arrivo? Ha il diritto di servirsi di un linguaggio neutro nel testo d’arrivo, anche se nel testo di partenza non è stato adottato, rischiando così di modificare il messaggio? Oppure dovrebbe tradurlo in modo più fedele e correndo il pericolo che venga respinto dal pubblico?

Non spetta a me dare una soluzione generalmente valida, in quanto non ne esiste soltanto una (cfr. Venuti, Spivak, von Flotow). Ma vorrei che questo tema fosse un oggetto di riflessione e che vi incentivasse ad esprimere la vostra opinione su questo argomento.

Autore dell’articolo:
Marion Bartolot
Traduttrice e Interprete IT-EN>DE
Hermagor (Austria)

Se traduco mi diverto

 Categoria: Traduttori freelance

La traduzione nella mia vita ha radici ben profonde. Da ragazzina, nel paesino dove sono nata in Brasile poche anime addormentate, spesso e volentieri mi trovavo a discutere con le persone per il mio modo di ragionare troppo DIVERSO. Non riuscivo a farmi capire! Allora pensavo, nell’innocenza dei miei 12-13 anni: “Possibile che non ci sia nessuno che possa tradurre quello che voglio dire?”. Bene, di anni ne sono passati e la traduzione è diventata per me un divertimento.

Ascoltando le canzoni in inglese mi dilettavo ad inventare dei testi in portoghese specialmente per quei brani che mi piacevano tanto, anche se non capivo il significato. Una in particolare mi faceva impazzire, era romantica (nella mia immaginazione) cosi creai una versione romanticissima in portoghese. La canzone era Hotel California. Che delusione dopo aver letto la traduzione ufficiale!
Poi vennero le canzoni in italiano: Champagne, Non ho l’età, Canzone per te… colpo di fulmine, amore a prima vista, non saprei come definire la sensazione nell’ascoltare quei brani. Decisi allora di frequentare un corso di lingua italiana e mai e poi mai avrei immaginato che avrei sposato un italiano e che sarei venuta a vivere in Italia.

Dei testi delle canzoni (ahimè) non me ne occupo più. Sono passati tanti anni da quando ho lasciato il mio Brasile, ma fare la traduzione di romanzi, favole per bambini, pubblicità, etc.,
era un modo di rimanere attaccata alle mie origini. Lo facevo per gioco, ora lo faccio seriamente.
Ed è ancora più divertente.

Autore dell’articolo:
Lùcia Maria Martins Araùjo
Traduttrice/Interprete free lance Madre lingua PT<>IT
Corato (BA)

Un viaggio per parlare una lingua straniera

 Categoria: Traduttori freelance

In un giorno come tanti arrivi a lavoro e guardi le mille cartacce sulla tua scrivania. Le ignori e apri la tua casella di posta elettronica. Un’email: ha il sapore frizzante dell’esotico e t’invita ad andare lontano per un viaggio-lavoro che non avresti mai immaginato. Incosciente ma felice, prepari tutto: le valigie, il caffè per salutare gli amici, le foto… c’è qualcosa però a cui non hai ancora pensato. Sei già in partenza quando realizzi che qualcuno ti chiama: “Good afternoon passengers. This is the pre-boarding announcement for flight 89B to Orlando. We are now inviting those passengers with small children, and any passengers requiring special assistance, to begin boarding at this time. Please have your boarding pass and identification ready. Regular boarding will begin in approximately ten minutes time. Thank you.” Ma allora è vero? Sono qui… cosa faccio, dove vado… non so parlare! Provi a mettere insieme un piccolo discorso d’emergenza, frasi fatte per intrattenere un accenno di conversazione. Vorresti tornare indietro quando due ragazzini canadesi in fila poco più avanti di te litigano seduti sul pavimento a volte in inglese a volte in francese.

Immediatamente ti accorgi che il tuo vocabolario in tasca non basta, le regolette nella tua testa sono scomparse e, come un bambino nato in un posto diverso, inizi a guardarti intorno con gli occhi grandi della meraviglia… rimani in silenzio ammirato di fronte a chi sa parlare, è per te un guru. Avrai bisogno di qualche mese ancora per iniziare anche tu a capire, parlare al telefono, dare indicazioni stradali e molto dopo finanche a sognare nella nuova lingua. E tutto torna utile, tutti i puntini allora isolati sono tra loro connessi da un filo sottilissimo. L’avevo sentito nel mio corso di neurobiologia: alcuni studiosi affermano che le radici delle abilità linguistiche possano essere ricercate nella “memoria di lavoro fonologica”, un sistema di capacità a breve termine che ci permette di immagazzinare e utilizzare suoni a noi sconosciuti. Essi ritengono che maggiore è la nostra capacità di MLF, maggiore sarà lo sviluppo del vocabolario e, a sua volta, l’acquisizione di una lingua straniera. Tuttavia, è difficile dire se una vasta MLF sia conseguenza o causa di un facile bilinguismo. Fatto sta che, non so quanto sia grande la mia memoria fonologica, dopo pochi mesi io sono parte integrante di un mondo molto più grande di quello che avevo fino ad allora conosciuto.

Alcuni mi chiedono: è vero che da bambini è più semplice imparare un’altra lingua? Ed io mi dico: cosa non è semplice fare da bambini? Senza le barriere e le paure del razionale che costruiamo crescendo, non è mai troppo tardi per imparare una lingua straniera. Ognuno avrà bisogno del suo “viaggio” per farlo… qualcuno lo farà per interesse personale, qualcun altro per necessità o per voglia di capire meglio il mondo. Di certo è che da quel momento si aprirà una porta nuova alla vita che non vorrai chiudere mai più.

Autore dell’articolo:
Anna Picca
Laurea in Scienze Biologiche
Traduttrice freelance EN>IT

Annotazione grafica o “prise de notes” (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

Alcuni interpreti creano, poi, un quarto spazio sul foglio; si tratta di un sottile riquadro alla sinistra del foglio, separato da una linea retta verticale che viene tracciata prima di iniziare ogni consecutiva.
Seguendo questo metodo, nel riquadro separato dalla linea verticale si annoteranno soprattutto segni che designano i collegamenti logico-sintattici tra un nucleo informativo e l’altro ed elementi avverbiali di tempo e di luogo. Si stabilisce, inoltre, che nella parte alta del foglio si annotano sempre gli elementi riferiti al soggetto, nella parte centrale vengono inseriti i nuclei concettuali relativi al predicato verbale e nella parte in basso a destra si scrivono gli elementi relativi al complemento oggetto.
È, poi, buona norma separare un nucleo concettuale dal successivo con una linea orizzontale che attraversa tutto il foglio e che permette con un solo colpo d’occhio di capire come strutturare le varie frasi in LA.
Questo tipo di scrittura in blocchi verticali facilita la lettura dei singoli nuclei informativi senza creare confusione tra nuclei concettuali diversi.

Gillies in Note-Taking for Consecutive Interpreting – A Short Course, (pg. 120-121), ci fornisce delle indicazioni su cosa annotare, sottolineando che, una volta scritte le idee e i legami logici, è necessario scrivere altre informazioni che vengono difficilmente ricordate, ma che sono molto importanti:

1. Idee.

2. Legami logici.

3. Chi sta parlando.
È importantissimo che chi ascolta sappia chi sta parlando, di chi sono le opinioni esposte; è altresì importante per l’interprete per mantenere il tono, il registro e il lessico giusti.

4. Tempi verbali e verbi modali.
I tempi e i verbi modali saranno sempre fondamentali per la semantica del discorso e, come tali, l’interprete dovrebbe avere un sistema molto chiaro di annotazione.

5. Nomi propri, numeri, date, liste.
È buona norma sospendere momentaneamente l’annotazione per scriversi queste informazioni che altrimenti non si ricorderanno, poiché spesso non sono riconducibili dal contesto.
Per quanto riguarda i nomi, se non si conoscono, è bene annotarli foneticamente e cercare di riprodurli in modo corretto nella LA; altrimenti, piuttosto che storpiare un nome, è meglio sostituirlo con un generico come “il delegato UK”.

6. Termini che devono essere transcodati.
A volte l’oratore utilizzerà parole, spesso appartenenti a una terminologia settoriale, in modo deliberato; l’interprete dovrà, quindi, ripetere queste parole senza parafrasarle in LA.

7. L’ultima frase del discorso.
Spesso l’ultima frase di un discorso conterrà un messaggio importante, o una battuta di spirito, o ancora un motto che riassume l’intero discorso.

Autore dell’articolo
Viviana Quarto
Traduttrice e interprete EN-FR-RU>IT

Annotazione grafica o “prise de notes”

 Categoria: Tecniche di traduzione

Per “prise de notes”, o annotazione grafica, si intende l’organizzazione degli appunti sul foglio, ovvero il modo in cui i diversi segni, i simboli, le abbreviazioni e gli altri elementi dell’annotazione vengono organizzati sulla carta. È fondamentale che un’interprete abbia la capacità di identificare, selezionare e ricordare idee importanti, omettendo tutto ciò che non è rilevante per la comprensione del discorso originale.
È bene chiarire fin da subito che, sebbene si possano individuare alcune norme di utilizzo generale, la prise de notes è stata definita un “sistema chiuso”, ovvero un sistema che deve comunicare soltanto con un’unica persona; l’annotazione è, quindi, del tutto personale.
In generale si dovrebbe annotare la macrostruttura del TP con i principali collegamenti logici chiaramente individuabili; ciò permette di avere una visione globale del testo. Si dovrebbero annotare, quindi, le parole-chiave, sotto forma di sigle, simboli, abbreviazioni o per esteso, che permettano all’interprete di ricostruire il discorso seguendo la trama del discorso originale. L’interprete è poi tenuto a rispettare l’impostazione scelta dall’oratore e le sue scelte strategiche e stilistiche.
Come scrive Valeria Darò, in Aspetti procedurali dell’annotazione grafica (Darò Valeria, Interpretazione simultanea e consecutiva – Problemi teorici e metodologie didattiche, a cura di Caterina Falbo, Mariachiara Russo e Francesco Straniero Sergia, Milano, Hoepli, pg. 289-298), i principali criteri della prise de notes sono:

1. Semplicità: sia i segni sia la loro organizzazione gerarchica devono essere tali da garantire l’annotazione di concetti evitando complicazioni o formulazioni tortuose.

2. Chiarezza: sia sul piano puramente grafico che di sistema le note sono organizzate in modo tale da “parlare” immediatamente all’interprete. I contenuti che esse veicolano devono subito attivare il processo di recupero dalla memoria cognitiva dei concetti uditi in precedenza.

3. Non ambiguità: sia sul piano puramente grafico che di sistema le note sono organizzate in modo tale da “parlare” immediatamente all’interprete.

4. Economia: più informazioni racchiude un segno, ovvero più “eloquente” riesce ad essere anche grazie alla sua collocazione funzionale e gerarchica sul foglio, tanto più economico risulta. L’economia riguarda anche la capacità di esprimere con un unico segno più concetti correlati per associazione semantica e anche la caratteristica di quest’ultimo di essere facile e veloce da scrivere, da rileggere e quindi da memorizzare.

Per quanto riguarda l’effettiva annotazione sul blocco, idealmente si attribuiscono al foglio degli spazi che verranno riempiti di contenuto; ogni spazio ha una propria funzione precisa per cui gli elementi che vi verranno inseriti assumeranno la funzione attribuitagli dal relativo spazio.
Normalmente si utilizza una tecnica di annotazione dall’alto verso il basso e da sinistra a destra, in base alla quale i vari elementi del discorso vengono isolati in tre punti diversi del foglio secondo la sequenza soggetto, verbo, oggetto.
Come afferma, infatti, Gillies:

“For the purpose of note-taking in consecutive interpreting an idea is a…
SUBJECT-VERB-OBJECT group.”
(Gillies Andrew, Note-Taking for Consecutive Interpreting – A Short Course, Manchester, St. Jerome Publishing, 2005, pg.37).

La seconda parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo
Viviana Quarto
Traduttrice e interprete EN-FR-RU>IT

Traduzione di un intervento radiofonico

 Categoria: Servizi di traduzione

Da neolaureato è alquanto difficile trovare esempi personali di precedenti lavori di traduzione, e, di conseguenza, risulta arduo trarre conclusioni o anche solo discutere intorno alla figura professionale del traduttore. Eppure, come tesi ho avuto la possibilità di trascrivere e successivamente tradurre l’intero intervento radiofonico di Erich Fromm, intitolato “How can conflicts be resolved without war?“, tenuto nel 1970 a Stanford. Si è trattato di un lavoro quantomeno stancante, seppur interessante, che mi ha permesso di conoscere con mano alcune delle difficoltà, dei dubbi e delle complicazioni che ogni traduttore incontra quotidianamente nell’affrontare il proprio lavoro con dedizione.

La prima fase, quella di ascolto, non rientra normalmente nel lavoro di un traduttore, e questo è stato forse il primo grande ostacolo che ho dovuto superare: l’audio è in effetti rovinato e, in alcuni punti quasi inascoltabile; di conseguenza, quelle parole che non sono riuscito a capire sono state tralasciate in inglese, anche se la tentazione di sostituirle con altre visto che il senso era comunque ben esplicito era forte; traducendo in italiano, invece, quei vuoti linguistici sono stati colmati da altre espressioni aventi però lo stesso significato.

Dopo innumerevoli fasi di ascolto, riascolto e infinite correzioni sono passato alla fase traduttiva: qui l’ostacolo più grande, di cui poco sospettavo la presenza, è stato trasformare un discorso parlato, perché l’intervento è un intervento orale, una discussione filosofica personale dell’autore, in un discorso scritto. Mentre parla, inevitabilmente Fromm cade in numerose ripetizioni, lascia intere frasi sospese e la punteggiatura è pressoché inesistente.
Dunque tradurre voleva dire prima di tutto riscrivere, o ripensare il suo discorso.
Partendo proprio da questa idea, l’intero brano trascritto in inglese (sono più o meno 50 minuti di discorso orale) è stato rivisitato, analizzato e suddiviso in periodi. Così soltanto ho potuto passare concretamente alla fase di traduzione. Questa fase è stata oggetto di molteplici modifiche, tant’è che nella tesi è stato interessante andare a sottolineare il processo, a evidenziare l’evoluzione che alcuni tratti del brano tradotto hanno visto. Tutto questo è stato possibile anche grazie all’aiuto che la mia relatrice mi ha elargito nel corso degli ultimi mesi, suggerendomi di volta in volta le strategie migliori al fine di risolvere l’eventuale problema appena insorto.

Posso a ragione affermare che nonostante quello che si può superficialmente pensare, la traduzione è un’arte. Ma un’arte che, a mio modo di vedere, tocca l’apice quando il traduttore e l’autore tradotto sono in sintonia; una sintonia intellettuale, si intende, che vede i due soggetti collegati anche emotivamente rispetto al contenuto del testo in questione.
Posso quindi sostenere che la traduzione può e avrà, come ha sempre avuto, un ruolo chiave nella storia dell’uomo; spero solo che in futuro tutto questo sarà evidente anche ai più, i quali troppo spesso ingurgitano libri tradotti ignorando che tra l’autore originale e i propri occhi ci sono stati altri occhi e, in un certo senso, altri “autori”.

Autore dell’articolo:
Luca Capizzani
Laureato in mediazione linguistica,
Traduttore EN-FR>IT
Bologna

Pluralismo linguistico e giuridico (4)

 Categoria: Servizi di traduzione

Le equivalenze, pur essendo relazioni tra espressioni linguistiche, vanno testate e verificate nel contesto sistematico e funzionale e sono classificabili in base a questi. Esistono varie forme di equivalenza: l’equivalenza della sinonimia, che si basa sul contesto linguistico e il senso di due espressioni linguistiche è lo stesso; l’equivalenza sistematica, che si fonda sul contesto sistematico di due sistemi giuridici; l’equivalenza funzionale, che si basa sul contesto funzionale, ovvero sull’analoga funzione che due lingue hanno in diversi sistemi giuridici.
Nel diritto comparato, attraverso il riscontro delle equivalenze nelle operazioni di traduzione giuridica, si rintraccia il grado di comparabilità/incomparabilità, similarità/differenza esistente tra due lingue; nell’applicazione della traduzione, come già ribadito, va tenuta in considerazione sia la realtà testuale sia la realtà extra-testuale. Se le equivalenze esprimono il risultato della traduzione giuridica, nel caso in cui l’oggetto della comparazione non abbia nessuna equivalenza nell’altro sistema, si ha un caso di incomparabilità, che presenta problemi teorici e pragmatici. L’intraducibilità, dal punto di vista linguistico, è determinata da un problema di adattabilità dei messaggi nella lingua del ricettore della traduzione. Nel caso in cui dalla comparazione si ottengono numerose equivalenze, il risultato eccellente di questa ricerca è il dizionario.

Traduzione giuridica e diritto comparato sono l’esplicito tentativo di cercare la chiave d’interpretazione coerente delle varie testualità e contestualità giuridiche, al fine di uniformarle e comprenderle nella loro applicazione pratica. Dunque, per far ciò, è richiesta all’autorità competente, al giurista e traduttore, l’abilità linguistica e la conoscenza approfondita del contesto politico e giuridico in cui si colloca la disposizione, di modo che la norma del paese di provenienza trovi la sua applicazione anche trasposta in un ambito linguistico e/o giuridico diverso e/o simile, nel Paese di arrivo. Secondo l’art. 15, infatti, “la legge straniera è applicata secondo i propri criteri di interpretazione e di applicazione nel tempo”, mentre secondo l’art. 16 “la legge straniera non è applicata se i suoi effetti sono contrari all’ordine pubblico”.
Per ciò che concerne il disciplinamento della contrattualistica internazionale, per ovviare a problemi di interpretazione e applicazione della norma, si usano definizioni stipulative che propongono un solo sintagma e vocabolo in modo determinato e a preferenza di altri”.

Autore dell’articolo:
Gaetana Gennuso
Traduttrice FR-ES>IT
Caltavuturo (PA)

Pluralismo linguistico e giuridico (3)

 Categoria: Servizi di traduzione

L’importanza che va attribuita all’interpretazione nasce dall’esigenza di ricercare l’esatta equivalenza di significato tra espressioni linguistiche diverse. La lingua giuridica è determinata da tre fattori: il primo è il contesto linguistico, ovvero l’insieme di tratti generici e specifici della lingua giuridica; il secondo è il contesto sistematico, che corrisponde al sistema di diritto e alle caratteristiche determinanti; l’ultimo è il contesto funzionale, che equivale al campo in cui il diritto trova la sua applicazione.

Le lingue protagoniste della traduzione giuridica corrispondono ai generi della lingua etnica naturale; quest’ultima si caratterizza per il suo essere vaga e senza specifiche denotazioni, ma nel caso della sua utilizzazione nella traduzione giuridica, essa è strettamente legata al diritto e ai vari contesti socio-politici, in cui trova una sua specificità: in altre parole, all’interno del discorso giuridico il significato delle parole è determinato dal significato attribuito dagli organi preposti all’applicazione delle norme giuridiche e dagli stessi studiosi di diritto, per cui di un testo non si può fornire la mera traduzione letterale, che risulterebbe fuorviante e insufficiente, ma bisogna preoccuparsi di trasporre il termine a partire dal significato, senza mai prescindere dalla cultura giuridica interna. Essendo la lingua naturale vaga, molti significati ed espressioni di questa sono determinati dall’uso che se ne fa nella situazione comunicativa e dal grado di precisione delle lingue corrispondenti: la contestualità limita la polisemia, ma non la vaghezza di certe espressioni. In effetti, le caratteristiche linguistiche e culturali del diritto fanno in modo che il discorso giuridico possa esercitarsi solo in un quadro istituzionale ben limitato, ma sembra paradossale che la lingua del diritto possa essere curata e nel contempo ermetica e ambigua nella sua applicazione; per questo, il lavoro del traduttore deve presupporre una preparazione utile a evitare intralci nel suo percorso, avvalendosi anche della pragmatica, ossia della scienza che studia i fenomeni nel campo della traduzione (emittente, ricevente, canale, testo e contesto) e confrontarsi con le lingue e i diritti stranieri nei loro aspetti applicativi e teorici.

La traduzione giuridica, quale ricerca e studio del diritto-oggetto della comparazione a livello del testo, deve fissare le equivalenze tra la lingua giuridica di partenza e quella d’arrivo, che vanno identificate con le analogie rintracciabili tra le varie espressioni linguistiche, riscontrate nella comparazione tra lingue giuridiche diverse.

La quarta e ultima parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Gaetana Gennuso
Traduttrice FR-ES>IT
Caltavuturo (PA)

Pluralismo linguistico e giuridico (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

La traducibilità in un’altra lingua implica non solo la conoscenza comparatistica degli ordinamenti giuridici in esame, ma anche la consapevolezza dei problemi e delle difficoltà che si potrebbero presentare a chi usufruisce della traduzione: in altre parole, bisogna considerare come fattori di condizionamento il pluralismo linguistico e il pluralismo giuridico. Infatti, la traduzione giuridica costituisce uno dei passaggi fondamentali per l’integrazione giuridica comunitaria e per l’unificazione del mercato interno ed è proprio il plurilinguismo la sua ragion d’essere, dacché tutti i documenti ufficiali e i regolamenti devono obbligatoriamente essere tradotti nelle diverse lingue ufficiali: la traduzione giuridica, in altre parole deve permettere la creazione di norme armonizzate, che tengano conto non solo delle lingue ma anche dell’esistenza di diversi concetti giuridici nei vari Paesi dell’Unione.

Nella ricerca degli strumenti utili alla traduzione, ci si trova di fronte a due circostanze inattese: da un lato, la comparazione e la traduzione del diritto comunitario ed europeo; dall’altro, la riflessione provoca un continuo processo evolutivo che conduce all’aggiornamento del lessico e del processo normativo sovranazionale. Sebbene ci si trovi di fronte ad una realtà teorica, essa è in continuo mutamento e non può in alcun modo trovare la sua fissità in una metodologia definibile a priori: non esistono delle precauzioni metodologiche che consentono al comparatista di avere un riferimento tecnico, ma è proprio la traduzione che gli permetterà di costruire man mano gli strumenti utili alla contingenza della traduzione stessa. La traduzione giuridica è attività interpretativa del testo, nella misura in cui ad un significante va attribuito un significato: essa si dispiega dalla traduzione-interpretazione del testo alla designazione dello stesso con i termini della lingua di arrivo, e sempre Sacco sottolinea che:

Al momento di tradurre, l’operatore sarà in presenza di due realtà: da un canto il testo, con i suoi vocaboli e la sua sintassi; dall’altro il senso da assegnare al testo, ossia la norma giuridica”.

Domani sarà pubblicata la terza parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Gaetana Gennuso
Traduttrice FR-ES>IT
Caltavuturo (PA)

Pluralismo linguistico e giuridico

 Categoria: Servizi di traduzione

La traduzione giuridica esige in primo luogo di chiarire la relazione esistente tra diritto e lingua, essendo garanzia del suo valore scientifico e di un corretto tecnicismo l’esatta correlazione tra la parola-significante e il significato. Il ruolo e il contributo della lingua, meglio dire delle lingue, nel fenomeno giuridico è indiscutibile: la crescita del linguaggio giuridico nelle diverse realtà statali ha provocato la formulazione di un bagaglio lessicale in seno alla lingua parlata, finalizzato a descrivere il diritto e ad adattarsi repentinamente alle sue evoluzioni. Il sistema legislativo di un Paese, dunque, si situa entro un quadro sociale e politico che rispecchia contingenze ed esperienze storiche diverse: conseguenza di questo è la caratterizzazione singolare e diversificata dei vari sistemi giuridici nazionali e la riduzione delle analogie riscontrabili nelle comparazioni.

Non sembra casuale il crescente interesse mostrato dagli studiosi per la traduzione giuridica, ma sono svariati i motivi che contribuiscono alla crescita e allo sviluppo della disciplina in questione: in particolare, la globalizzazione del mercato ha determinato la nascita di relazioni commerciali e giuridiche tra realtà economiche e soggetti diversi per nazionalità e cultura, che necessitano di una legittimazione riconosciuta da due o più sistemi giuridici; la multiculturalità e la presenza sempre più massiccia di stranieri nelle realtà economiche industrializzate necessita di un dialogo sempre aperto tra le varie realtà giuridiche che permetta la concordanza tra norme appartenenti a realtà socio-culturali diverse e che determini l’esperienza giuridica basata sull’internormatività, alla base della quale va posta l’interpretazione non solo letterale dei testi in questione ma anche dei contesti giuridici di cui sono portatori.

Nell’affrontare il testo, il traduttore dovrà considerare se l’istituto in esame nella lingua di partenza mantiene lo stesso ruolo nel contesto della lingua d’arrivo; Rodolfo Sacco, ricorda:

La traduzione consta della ricerca di significato della frase da tradurre e della ricerca della frase adatta per esprimere quel significato nella lingua di traduzione. La prima operazione spetta al giurista. La seconda anch’essa al giurista. L’insieme delle due operazioni spetta al comparatista, unico competente a decidere se due idee, tratte da sistemi giuridici diversi, corrispondono l’una all’altra”.

Lo studioso riconosce alla traduzione la funzione di traghettare, in maniera più o meno confacente, il significato di un’espressione da una lingua all’altra; per garantire la piena efficacia di quest’operazione, è necessario che sia il giurista a compierla per avere maggiore coerenza e non tradire il significato reale del testo giuridico. E ancora:

Nella traduzione il diritto comparato non ricorre più alla lingua, ma opera nelle molteplici lingue e forse il suo compito consiste ormai nel ripercorrere l’accidentato sentiero che conduce a costruire gli strumenti della traduzione”.

La seconda parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Gaetana Gennuso
Traduttrice FR-ES>IT
Caltavuturo (PA)

Traduzione e dintorni

 Categoria: Traduttori freelance

Recentemente mi è capitato sott’occhio un articolo sul mercato della traduzione, che parlava di come ormai si possa considerare saturo. Anche se devo riconoscere che la rete offre molte possibilità di scelta fra traduttori e agenzie, ognuno ha le proprie caratteristiche ed è unico e particolare nel suo genere.

Qualche anno fa avrei pensato impossibile un lavoro in questo settore, ma poi, durante l’anno sabbatico (in realtà durato tre) preso dal lavoro che svolgevo nelle spedizioni internazionali, mi sono voluta mettere alla prova. È cominciato tutto con una proposta di mio fratello che allora aveva acquistato una serie di CD audio per insegnare a cantare.
Il corso era in americano, senza una base scritta, per cui dovevo combinare trascrizione e traduzione insieme, ma non sapevo da che parte cominciare.
Vincere questa piccola sfida mi ha portato a credere nelle mie potenzialità e guardare avanti.
Forse era giunto il momento di realizzare il sogno nel cassetto, anche se in età adulta.
Attraverso internet mi sono decisa a raccogliere tutte le informazioni e i consigli per intraprendere questo cammino e così ho proseguito.
Qualche punto conquistato nei forum, traducendo termini specifici della mia materia, è bastato per accrescere la visibilità del mio profilo e permettermi di ottenere i primi incarichi.
Destreggiarsi tra professionisti laureati con un’esperienza pluriennale e provare a dar loro dei suggerimenti linguistici non è certo stato facile, ma ne è valsa la pena.
Ho imparato molto dalle critiche e anche dalle approvazioni, restando sempre quella che sono.
Credo sia stato proprio questo a fornire lo spunto all’agenzia con la quale collaboro di propormi al loro cliente come SME (Subject Matter Expert).

Fare delle mie passate esperienze lavorative un’area di specializzazione nella traduzione è più di quanto avrei potuto aspettarmi.
Fornire la mia consulenza sulla traduzione di termini specifici del trasporto marittimo, ma soprattutto spiegare cosa c’è dietro quello specifico termine, mi sembra di trasmettere una passione per quel settore che non si è spenta semplicemente col distacco lavorativo.
In teoria si parla una lingua, ma sul campo il dialetto.

Termino con un incoraggiamento a chi si deve reinventare una professione, e credo che siano in molti in questo periodo: non restate a guardare cosa succede, fatelo succedere!

Autore dell’articolo:
Elena Mordenti
Traduttrice e SME
Rho (Mi)

Taduzione di un testo letterario (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

All’epoca, Pasolini era considerato come un attivista marxista coinvolto nella politica sociale e persino come un pornografo osceno. Oggi, l’autore non rischierebbe la censura e, per la maggior parte, è considerato come un grande poeta, un intellettuale e un testimone del suo tempo. Ragazzi di vita è un testo in movimento. Questo non è il caso di un articolo scientifico di cui il contenuto non è soggetto a interpretazione o variabilità.

Il testo di Pasolini non ha più lo stesso significato politico di ieri. Non è più percepito come una lotta, ma come testimonianza sociale, non è così scandaloso, e viene apprezzato sia per la sua estetica poetica che per il suo significato storico. I movimenti dei testi letterari devono essere presi in considerazione nel campo della traduzione. Henri Meschonic parla di storicità della traduzione perché, come il testo, appartiene anche ad un tempo ed a un luogo preciso. I movimenti sono bilaterali, riguardano entrambi il testo in lingua originale, ma anche la sua traduzione.

Nel caso di Ragazzi di vita il lettore deve quindi tener conto dell’aspetto spazio-temporale e culturale di Pasolini e di Claude Henry. Negli anni Cinquanta l’Italia è in fase di industrializzazione, ma ha anche una grande influenza intellettuale e artistica di cui godono le classi più privilegiate. Le condizioni di vita dei lavoratori hanno colpito molti attivisti politici, ma anche molti scrittori. Ragazzi di vita non è solo un’opera poetica, è anche una testimonianza su una popolazione abbandonata e condannata.

Allo stesso modo, in Francia, l’ambiente proletario ha ispirato molti artisti. La traduzione francese del romanzo coincide con la cultura italiana. La traduzione di Claude Henry è l’interpretazione che i lettori e i critici hanno avuto con la pubblicazione nel 1955 del testo originale.

Il traduttore era quindi favorito perché traduce un messaggio temporalmente e culturalmente vicino alla cultura francese dell’epoca. Questo non era il caso negli Stati Uniti negli anni ’50, dove l’impegno politico e artistico per il movimento proletario è stato controllato dal maccartismo.

Sarà finalmente il poeta Jack Hirschman, vicino al movimento della beat generation che fornirà una traduzione di Pasolini alla fine degli anni ’60, più di quindici anni dopo la pubblicazione del testo originale.

Per far sì che una traduzione abbia un impatto sul lettore, conviene che coincida con un tempo e un luogo favorevoli, pronti ad accoglierla.

Autore dell’articolo:
Sabira Kakouch
Dott. Sociolinguistica
Traduttrice FR>IT
Roma

Traduzione di un testo letterario

 Categoria: Traduzione letteraria

“In quale misura la traduzione letteraria è una traduzione culturale o linguistica?” L’esempio di Pasolini, “Ragazzi di vita”.

La traduzione di un testo letterario, che cosa la differenzia dagli altri testi? Cos’è tradurre un testo letterario? È tradurre una parola dopo l’altra? È tradurre un messaggio nella sua globalità? Perché questo tipo di traduzione è così complessa ed implica molte riflessioni teoriche?

È capitato a tutti di leggere un’opera tradotta pensando che se l’avessimo letto in lingua originale l’avremmo apprezzato meglio. Sarà vero? Niente vale l’originale? Un romanzo o una poesia tradotti hanno un valore inferiore? In questo caso, perché continuare a tradurre?

Sappiamo che la traduzione di un’opera letteraria è un contributo significativo per il mondo artistico.

Senza traduzione, saremmo solamente dei lettori incongrui, ignoranti. Senza traduzione letteraria saremmo come analfabeti. Svolge un ruolo fondamentale nella vita di ognuno.
Letteratura e traduzione ci permettono di condividere e di costruire ponti tra comunità straniere. Trasmettono messaggi. Ma per tutti gli uomini? La traduzione riesce a ricostruire la Torre di Babele? Possiamo tradurre tutto? La comunicazione letteraria è universale?

Il testo letterario ha mille interpretazioni.

Un manuale, un articolo di giornale o di un manifesto politico non ha la stessa variabilità interpretativa di un’opera poetica o drammatica. A differenza di testi scientifici o tecnici, il testo letterario è instabile, soggetto a molte interpretazioni, secondo il periodo, i pensieri correnti, le culture e i lettori.

Ogni atto linguistico o artistico è determinato in maniera spaziale e temporale. Ogni testo appartiene a un determinato periodo storico che determinerà la sua interpretazione. Pasolini è marxista o pornografo negli anni ’60, rivoluzionario negli anni ’70 e poeta “engagé” e martire nel 2000. Come tradurre un testo che può essere interpretato in modi diversi? In quale maniera può diventare una barriera culturale e linguistica?

Il traduttore è prima di tutto un lettore che interpreta il testo. Leggere Pasolini in Italia e in Francia alla fine degli anni ’50 (la traduzione di Claude Henry nel 1958) non provoca lo stesso impatto come negli anni 2000. Il testo rimane intatto, anche la traduzione francese poiché è l’unica che esiste. Ma questo non significa che nulla sia cambiato. Oggi la lettura di Pasolini non viene interpretata come lo era 50 anni fa.

La seconda parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Sabira Kakouch
Dott. Sociolinguistica
Traduttrice FR>IT
Roma

La magia della traduzione (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Traduzione, per me che ho quasi sempre avuto a che fare con testi letterari, significa cambiare codice: fare in modo che i “miei” lettori possano avvertire le stesse emozioni provate dai lettori che hanno usufruito del testo originale. Presentare, nella lingua d’arrivo, quegli elementi inseriti nel testo di partenza facendo in modo che entrambi risultino perfettamente coincidenti, oserei dire, identici. È per questo che ho sempre considerato la traduzione come qualcosa di magico ed il traduttore come un po’ mago e un po’ prestigiatore; perché si deve interfacciare e mediare tra quattro elementi distinti e separati tra loro: lingue, culture, autore e lettore, e si deve, tra l’altro, essere talmente abili nell’operare questa “magia”, questo “gioco di prestigio” da non mettere assolutamente in risalto, da non far notare tutto quello che, per forza di cose, in traduzione inevitabilmente si perde. Magari il mio punto di vista a riguardo può sembrare una sorta di retaggio delle lezioni accademiche ma, ritengo che questi siano elementi di cui non si possa far senza.

Apparirò démodé per quanto ho scritto e sto per scrivere ma per me è così; l’unico interesse di un traduttore deve essere quello di far comprendere un testo ad un pubblico che voglia comprarlo. Deve quindi posizionarsi tra scrittore e pubblico per fare in modo che si incontrino e si capiscano; deve stare tra le due culture perché la prima possa essere compresa dall’altra senza apparire aliena, denaturalizzata, direbbe qualcuno “disumanizzata”.
E per far questo, secondo me, non ci sono strumenti che tengano. Uno “strumento” non può trasmettere il colore di un’espressione, uno “strumento” non sa usare un termine piuttosto che un altro. Uno “strumento” non sa distinguere, fa tutto automaticamente.

Per tradurre, piuttosto, per tradurre letteratura soprattutto, serve passione, abnegazione. Bisogna aver voglia di sviscerare ogni singolo elemento, di andare all’essenza delle cose e farla propria, perché chiunque possa capire e provare le stesse emozioni.
No, non è affatto un processo semplice, e no, non c’è nulla di banale o che possa essere screditato. È un lavoro duro che necessita di tempo, dedizione, riflessione, ricerca del dettaglio. Magari bisogna essere anche un po’ folli.

Perché traduciamo? Meglio, perché ho ancora voglia di fare questo lavoro?
Semplice. Perché sono abbastanza folle da credere che vi sia ancora qualcosa di magico nel farlo.

Autore dell’articolo:
Laura Verta
Dottoressa in Teoria e Prassi della Traduzione
Traduttrice e Interprete ES-EN>IT
Santa Caterina Albanese (CS)

La magia della traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

È da un po’ di tempo che mi gira in testa un pensiero che, in virtù delle mie esperienze, si sta radicando, diventando quasi una certezza. In realtà si tratta di un’idea, di una convinzione che appartiene ai non addetti ai lavori, i quali non fanno altro che sottovalutare la traduzione e l’atto del tradurre additandolo come qualcosa di “secondario”, “accessorio” o che, addirittura, possono gestire da loro senza l’aiuto di esperti.
Chiaro è che, da persona amante del proprio lavoro ho iniziato a chiedermene il motivo.
Perché traduciamo, se si è quasi arrivati a screditare un lavoro dal quale non si può assolutamente prescindere né in ambito cultural-letterario né in ambito prettamente pratico?
Capirebbero forse tutti come funziona qualsiasi elettrodomestico senza leggere la traduzione del libretto di istruzioni? Capirebbero tutti la complessità del “Quijote” o del “Decameron” senza traduzioni che tengano conto degli elementi culturali, sociali e storici che vi si esplicitano?
Personalmente non credo, anzi, sono fermamente convinta che ci sia veramente poco da fare; potremmo passare ore ed ore a discutere della presenza/assenza di una lingua franca nota a tutti ma, fintanto che ci sarà una persona che non conosce alla perfezione tale idioma, dovranno esistere dei “soggetti” deputati ad operare quell’atto di comunicazione “accessorio” chiamato, appunto, traduzione.
Se ci pensiamo bene, se guardiamo l’atto del tradurre con “occhi puri”, sgombrando la mente dai tecnicismi – di cui pure è composto – andando alla più semplice sostanza, ci rendiamo conto di quanto la traduzione sia imprescindibile e di quanto, malgrado prestiti linguistici e neologismi, ci sia ancora bisogno di essa.
Ora, può essere che il mio modo di vedere questo lavoro sia eccessivo, magari idealista ma per fortuna o purtroppo, non so dirlo, sono ancora una di quelle persone che crede nella traduzione e la vede come qualcosa di magico.

Cosa fa un traduttore, davvero?
Prende un testo, lo esamina attentamente, lo scompone e poi lo riscrive nella lingua d’arrivo rispettando l’originale il più possibile e rendendo qualcosa di “criptico” accessibile a tutti.
Non credete che ci sia almeno un po’ di magia in tutto questo?
Ebbene, sono convinta che se tutti, anche i più scettici, si ponessero questa domanda e riuscissero a vedere il traduttore in questi termini, quasi come un maghetto che fa un po’ il prestigiatore, cambierebbero completamente opinione a riguardo.
È questo che ho sempre cercato di far capire a quelle persone a cui ho sentito dire: “Ma che ci vuole a fare una traduzione?”
Ho sempre cercato di spiegare loro quanto questo lavoro sia tanto complesso quanto indispensabile. A volte ci sono riuscita, altre volte, invece, mi sono battuta contro i mulini a vento.

La seconda parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Laura Verta
Dottoressa in Teoria e Prassi della Traduzione
Traduttrice e Interprete ES-EN>IT
Santa Caterina Albanese (CS)

Tradurre è come toccare la rugiada

 Categoria: Traduttori freelance

Tradurre è come toccare la rugiada al mattino – profuma di cannella, vaniglia, di colori, e di lontananze.

Tradurre è come immergersi in acqua limpida. Le parole sono vestite in camicia da notte trasparente ed io le scopro piano piano alla luce del giorno.

Ci gioco, le guardo, le giro e le lascio nella loro solitudine per poi scegliere quelle giuste. E sono felice. Finalmente il mio piatto è completo… ha tutti i sapori e i sensi che volevo.

In breve, una buona paella. E domani? Chi lo sa, forse la lasagna? Osservandomi, mi rendo conto di quante somiglianze può o deve avere il traduttore. Ieri poeta, oggi politico, domani medico. È come un atleta che arriva verso la meta dopo tanti chilometri di sudore e di fatica.

È un lavoro meraviglioso. Fa crescere, fa ridere e piangere, fa riflettere… come una telenovela a puntate.

Il mio lavoro da traduttrice dipende anche dal luogo in cui lavoro. Chiusa in una stanza scura, sommersa nel mio lavoro con il mio silenzio… no, non ci riesco. Ho bisogno di luce, di aria, uno sguardo semplice agli alberi o verso il cielo e tutto è diverso. Trovo la mia serenità, la mia creatività e dinamicità che cerco sempre.

E traduco.

Autore dell’articolo:
Denisa Švábenská
Traduttrice freelance, FR-IT-EN-ES<>CS
L´Aquila

La localizzazione, questa sconosciuta!

 Categoria: Servizi di traduzione

Più volte le persone che non lavorano nel settore della traduzione mi hanno domandato cosa fosse la localizzazione e cosa comportasse essere una localizzatrice. Dopo la mia spiegazione percepisco spesso da parte loro una certa confusione in merito. Chi tenta timidamente di far luce su questa professione conclude inevitabilmente che la localizzazione, in fondo, equivale alla traduzione. Non è così; è però corretto dire che quando si localizza inevitabilmente si traduce, ma quando si traduce non sempre si localizza.

Per capire la differenza tra localizzazione e traduzione può essere utile immaginare questi due processi come due matriosche, dove la prima ingloba la seconda. La localizzazione consiste nel personalizzare e adattare un prodotto alla cultura e alla realtà locale (da qui il nome localizzazione) del paese dove il testo verrà letto e utilizzato. La traduzione, invece, è il processo effettivo di conversione di parole scritte in una lingua sorgente in parole scritte in una lingua di arrivo. La traduzione, quindi, è una componente fondamentale della localizzazione.

Quando si parla di localizzazione, è bene sapere che si tratta di un processo che si applica principalmente al contenuto testuale e/o grafico di prodotti commerciali nei quali la componente linguistica è costitutiva del prodotto stesso; vengono localizzati, per esempio, prodotti come software, siti web, videogiochi e materiali a essi correlati. È dunque importante tradurre tali contenuti testuali in modo tale che siano pienamente comprensibili e fruibili dall’utente finale del paese dove il prodotto verrà commercializzato.

Riassumendo, quando si parla di localizzazione si intende un processo di personalizzazione di prodotti quali software, siti web e videogiochi per i consumatori di un determinato mercato di arrivo; la traduzione del contenuto testuale di questi prodotti è parte integrante e fondamentale di questo processo.

Autore dell’articolo:
Paola Roffinella
Localizzatrice e traduttrice EN-FR-JA>IT

Traduciamo e interpretiamo fin da piccoli (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Andando più lontano nel tempo, mi sono ricordata del mio primo lavoro per il quale era necessario conoscere la lingua italiana. Ero in Italia in vacanza e sono andata a visitare una mia amica al suo posto di lavoro. Una visita breve, visto che lei doveva lavorare. Ci siamo poi sentite per telefono quella sera stessa. Mi ha chiamato lei, dicendo che il suo datore di lavoro voleva chiedermi se volevo lavorare con loro fino a fine stagione. Ero molto sorpresa, ma ho accettato. Fino a quel momento, il mio unico contatto con la lingua italiana erano stati i cartoni animati e le discussioni avute con le commesse nei negozi durante quella vacanza. È da lì che è iniziato tutto.

Nonostante questo, penso che durante la nostra vita, dall’inizio alla fine, tutti facciamo delle traduzioni e interpretazioni, perché oltre al fatto che siamo parte di questo mondo, siamo tutti un piccolo universo, ciascuno con la propria lingua. Fin da piccoli cerchiamo di capire tutto ciò che succede intorno a noi, cosa vogliono dirci gli altri, anche se lo stanno facendo nella stessa lingua. Da bambini cerchiamo di capire cosa vogliono comunicarci i grandi, a volte usando parole a noi sconosciute, sulle quali dobbiamo poi informarci, cercarle nei dizionari o chiederle agli altri, più vicini a noi, per trovare il loro significato. Perciò traduciamo.

Talvolta troviamo delle parole conosciute con un certo significato che, se usate in contesti diversi, ne cambiano il senso. Ciò accade nella lingua che noi conosciamo e, nel fare questo, traduciamo e interpretiamo. Spesso ci troviamo anche in situazioni in cui certe persone usano, per esprimere un’idea molto semplice, delle parole e delle frasi molto complicate. Noi dobbiamo coglierne l’essenza, l’importanza, perciò interpretiamo.

Quando conosci i concetti, i significati di una lingua e tutti i modi in cui certe parole possono essere usate in vari contesti e varie situazioni e ne cogli l’essenza, è naturale tradurre e interpretare usando due o tre lingue. E per alcuni chi sa quante altre ancora.

Autore dell’articolo:
Sorina Stingheriu
Traduttrice IT-EN>RO
Arad (Romania)

Traduciamo e interpretiamo fin da piccoli

 Categoria: Traduttori freelance

Dal momento in cui mi è stato consigliato di scrivere un articolo per potermi registrare come traduttrice freelance su questo sito, ho pensato a come farlo. Non avendo esperienza nello scrivere articoli, non sapevo come procedere. Certo è che tutti gli argomenti ai quali avevo pensato, erano incentrati sul perché mi piace fare così tanto quest’attività.

Ma come dirlo? Come metterlo per iscritto? Come comprendere il tutto dentro un articolo? Da dove iniziare? Poi ho cominciato a pensare a quando ho iniziato a fare quest’attività che amo tantissimo.

I pensieri mi hanno portato alle ultime esperienze. Tra queste, mi sono ricordata di una volta quando, mentre stavo traducendo, ho incontrato una parola conosciuta che non voleva venirmi in mente per niente. Ho aperto il dizionario e l’ho cercata. Quando l’ho trovata mi è venuto da ridere, visto che era una parola usata spesso. A volte succede così, la stanchezza si fa sentire e ti lascia la mente quasi chiusa. Il cervello rifiuta per un attimo di pensare, vuole rilassarsi. Ma poi vede che insisti e si riprende.

Poi, mi sono ricordata del più recente lavoro come interprete, quando ho dovuto facilitare la comunicazione tra due lingue straniere conosciute. Dopo tre giorni di lavoro sostenuto, a cena con i miei clienti, sempre dovendo tradurre, ho ripetuto in italiano quello che dovevo dire in inglese. Mi sono resa conto immediatamente di quello che avevo fatto e, dopo aver tradotto nella lingua giusta, ci siamo guardati tutti e abbiamo cominciato a ridere.
Naturalmente, non sono perfetta e a volte succedono anche cose di questo genere, ma amo la mia professione e sono anche le cose di questo tipo che rendono il lavoro così divertente.

La memoria inoltre mi ha portato a pensare ai tanti progetti svolti durante questi anni di attività. Tutti piacevoli e che mi hanno offerto tante opportunità. Oltre al fatto di aver aiutato tante persone a capirsi tra i documenti tradotti e i servizi d’interpretazione, la cosa più importante è che anch’io ho avuto la possibilità di imparare tanto, sia nei campi che mi erano familiari che in quelli nei quali sapevo poche cose. Quindi, questo è un lavoro dove puoi servirti di tutto ciò che hai già imparato, ma nel quale puoi anche imparare tante cose.

Domani sarà pubblicata la seconda parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Sorina Stingheriu
Traduttrice IT-EN>RO
Arad (Romania)

Spunti e riflessioni su lingue e traduzioni (3)

 Categoria: Le lingue

Mi piace pensare che il traduttore sia caratterizzato da tratti di personalità peculiari, curiosità viva e attenta ai mondi diversi dal suo, predisposizione quasi empatica a “indossare” gli abiti altrui e a tornare nei propri per condividere la sua esperienza con chi non possiede la sua competenza linguistica. Un buon traduttore sa maneggiare con la stessa confidenza un testo di letteratura, un trattato medico, un manuale tecnico, un testo giuridico o pubblicitario; deve sapere rendere nella lingua di arrivo il messaggio originario e in questa operazione è difficile creare scale di merito. Il traduttore è un artigiano mai stanco di ricercare e di scoprire che significati e corrispondenze continuano a cambiare al passo con l’evolversi delle comunità linguistiche; il traduttore, per definizione, non può mai considerare qualcosa acquisito una volta per tutte.

Ancora una riflessione: la caratterizzazione della civiltà occidentale verso una civiltà sempre più connotata dall’immagine porrà ulteriori interrogativi ai traduttori. Oltre al significato delle parole e alla loro “infedele” trasposizione nella cultura d’arrivo occorrerà rendere in misura sempre maggiore l’atmosfera, l’ambiente, a volte la “luce” che permea le opere letterarie da tradurre. Non è stata casuale la citazione dei due film ricordati che rientrano in un contesto di esperienza tutto sommato “trasponibile”. Un’ultima riflessione da un’idea molto personale che, forse, può essere condivisa. Un’idea nata qualche tempo fa seguendo, in un popolare programma televisivo (Che tempo che fa – 29/10/2011 – Rai3), un’intervista di presentazione di un libro seguita da una vera e propria lezione dello scrittore Alessandro Baricco sul tema: perché si scrive? Per tra-durre agli spettatori il suo pensiero (non da una lingua a un’altra, dal suo pensiero alla esplicitazione della riflessione su quello che egli ha definito il gesto di scrivere) si è avvalso di una serie di antiche stampe giapponesi abbinate a un’accurata scelta di brani di musica classica. Per tradurre quella manciata di minuti in una qualche lingua straniera la sola parola non sarebbe sufficiente; o meglio, occorrerebbe l’uso di molte parole per veicolare l’immediatezza altrimenti sintetica del messaggio visivo. Un altro orizzonte che si spalanca ad ampliare le sfaccettate competenze del traduttore.

Autore dell’articolo:
Dott.ssa Bruna Ferioli
Traduttrice free-lance DE-RU-EN>IT
Traduttrice e Interprete interna in un Gruppo MultinazionaleTedesco – Industria Meccanica -
Modena

Spunti e riflessioni su lingue e traduzioni (2)

 Categoria: Le lingue

Una celeberrima scena di 2001 Odissea nello spazio (Regista Stanley Kubrick – 1968) sintetizza visivamente e magistralmente la scoperta di un nostro lontano antenato che esulta perché da un osso ha ricavato uno strumento. La realizzazione di strumenti e il loro uso sono stati uno dei primi atti che hanno distinto la nostra specie dagli altri viventi e con gli strumenti, fin dalla più remota antichità, il genere umano ha lasciato testimonianze delle propria capacità di pensiero astratto. Dopo avere inventato anche il supporto su cui fissare il messaggio (che in tempo storico è stato espresso in prevalenza con le parole) l’uomo mette entrambi al servizio dell’umana capacità di astrazione e riconsiderazione, di trasmissione e di evoluzione dell’esperienza fissandole in modo duraturo in un testo. Da qui, con maggiore o minore capacità creativa, inizia il cammino di poeti e scrittori; da qui inizia anche il cammino dei traduttori.

E’ mia convinzione, rafforzata dal mestiere, che il compito del traduttore sia individuare il corrispettivo nella cultura di arrivo di quanto viene espresso nel testo della cultura di partenza, per quanto ampie possano essere le differenze tra le due. Terminologie come quella eschimese, con sette termini per il bianco, o il colore verde-turchese degli indiani Navajo, valgono a ricordare che non sempre la descrizione dei colori corrisponde perfettamente ai sette considerati colori base dopo la classificazione di Isaac Newton. In un romanzo del 1992 di Peter Høeg, da cui è stato tratto il film-thriller Il senso di Smilla per la neve (Regista Bille August – 1997), la varietà con la quale nei paesi scandinavi si descrivono i cristalli di neve e il ghiaccio è molto più ampia di quanto avviene tra i parlanti lingue di area romanza.

Oltre le Alpi, appena attraversato il confine, sul suolo austriaco e tedesco il sole irradia un calore atteso e gentile e diviene un sostantivo femminile; lo splendore della luna nel buio delle lunghe notti settentrionali trasforma il nostro pallido satellite notturno in un sostantivo maschile. Bastano questi pochi esempi a tracciare lo sfondo su cui l’artigiano traduttore cerca la soluzione migliore per il testo da tradurre. Omesse volutamente le dotte disquisizioni sulle scelte di traduzione di singoli testi che spesso sono specifiche per una singola opera / un singolo autore, possono bastare gli esempi legati alle esperienze quotidiane per evidenziare le differenze culturali che il traduttore deve comprendere e trasportare sulle proprie sponde; un proverbio per tutti: in Russia “дождь льёт как из ведра” (piove come dal vaso); in Italia “piove a catinelle”.

La terza e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Dott.ssa Bruna Ferioli
Traduttrice free-lance DE-RU-EN>IT
Traduttrice e Interprete interna in un Gruppo MultinazionaleTedesco – Industria Meccanica -
Modena

Spunti e riflessioni su lingue e traduzioni

 Categoria: Le lingue

Scegliere come percorso di studio una facoltà universitaria di “Lingue e Letterature Straniere” o una “Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori” e fare di questa scelta lo strumento su cui fondare la propria vita professionale significa, nel tempo, acquisire coscienza di essersi incamminati lungo un percorso senza traguardi certi e in continua evoluzione.

All’iniziale attrazione per la diversità dal nostro quotidiano, che si evidenzia già con chiarezza nelle lingue accomunate dallo stesso ceppo linguistico (per noi il romanico, per altri il germanico, lo slavo o altro che sia), si aggiunge presto la necessità di riflettere sul materiale che maneggiamo nel quotidiano impegno sui testi da tradurre. Pochi sintetici e generici accenni ad alcuni argomenti, oggetto di analisi e studio in linguistica e in teoria della traduzione, potranno tracciare la rotta attraverso l’estemporaneità di queste riflessioni: la lingua intesa come risultato della struttura e delle valenze che la compongono, significanti e significato, civiltà e cultura.

Dedicarsi alle lingue straniere equivale a imboccare un sentiero che si addentra nello strutturalismo, nella semeiotica e ancora oltre, nell’epistemologia e nell’ontologia; tappe di questo percorso sono nomi quali De Saussure, Barthes, Jakobson, Todorov, Wittgenstein, De Mauro, Chomsky, studiosi e linguisti divenuti familiari a molti discenti di lingue e letterature straniere, viatico per immergersi nelle profondità delle ipotesi sull’origine del linguaggio e delle lingue e riflettere sull’eterno interrogativo che avvolge l’umana capacità di esprimersi con la parola.

Qualche studioso la considera una facoltà innata, tramandata da una generazione all’altra, qualcun altro il risultato di successive stratificazioni culturali che portano il bambino a limitare le facoltà lallative e espressive, ampie e indifferenziate, fino a selezionare e privilegiare i suoni e le strutture della sola lingua madre. Il terreno su cui muoversi è il messaggio, più o meno strutturato, che un trasmittente invia a un ricevente nell’ambito della comunicazione umana; un messaggio che può essere espresso in forma verbale o scritta e giocato sulle saussuriane “langue” e “parole”. Se dalla riflessione sul messaggio verbale si passa a una breve riflessione sul messaggio scritto, ci si addentra in un campo della conoscenza ancora più affascinante: scrivere è possibile con l’utilizzo di uno strumento (i tasti del computer o una penna, in tempi non lontani penna, pennino e calamaio, penna d’oca, anche lo scalpello: è il caso della “stele di Rosetta”, la cui decifrazione fu una mirabile traduzione).

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Dott.ssa Bruna Ferioli
Traduttrice free-lance DE-RU-EN>IT
Traduttrice e Interprete interna in un Gruppo MultinazionaleTedesco – Industria Meccanica -
Modena

Traduzione di atti immobiliari

 Categoria: Servizi di traduzione

Occupandomi di traduzioni di atti relativi alla compravendita immobiliare, mi sono molto spesso imbattuta nelle problematiche relative alla differenza di terminologia che c’è tra elementi architettonici diversi tra le culture latine e quelle germaniche.

La casa italiana presenta, a volte, elementi strutturali che non esistono in altri paesi europei, ma possono essere richiamati con spiegazioni o giri di parole. Questo fatto deriva dalla storia italiana che è ricca di testimonianze antiche, che “sopravvivono” molto spesso addirittura all’interno delle odierne abitazioni. Non è raro, infatti, trovare nei centri storici, colonne romane, archi, mosaici, fregi e molti altri ritrovamenti antichi, derivanti dalle epoche romane, medievali o rinascimentali. Questo passato ha anche permeato la struttura abitativa italiana, che molto spesso si fregia di mezzanini, patio, balconate, ballatoi per non parlare di soffitti a volta, a cassettone o affrescati.

Il traduttore si trova quindi ad affrontare, nel compromesso di vendita, piuttosto che nell’atto vero e proprio, il problema di rendere quanto più possibile fedelmente il senso della descrizione di tali elementi. Abitando in toscana e avendo a che fare molto spesso con clientela inglese, mi è capitato di dover tradurre anche termini intraducibili, proprio perché capostipiti di una terminologia essi stessi, cosa che ci rende enormemente orgogliosi di avere un tale patrimonio artistico, particolarmente importante in questi anni di crisi.

E’ importate anche a questo riguardo l’istituzione di corsi universitari che si specializzino su tale terminologia, in modo da formare professionisti del ramo. Io mi sono laureata in lingue a Pisa ed è una pecca delle università italiane l’essere troppo accademiche e poco agganciate al mondo del lavoro. Infatti, la mia esperienza professionale si basa sul “campo” e sulla benemerita generosità di colleghi traduttori giurati.

Autore dell’articolo:
Laura Fabbri
Traduttrice freelance EN-ES>IT
Lucca

Io e la traduzione, il traduttore (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Sin da ragazzino, ascoltando una canzone in lingua inglese, All that she wants (che non so perché, ma mi piaceva da morire) iniziai a fantasticare sull’universo delle lingue straniere, su cosa si stesse dicendo dall’altra parte: avevo già la voglia di voler apprendere una lingua straniera, di non focalizzarmi troppo sulla mia sola lingua. Era come se quella lingua mi stesse dicendo: “Imparami presto”. E così feci. Con il passare del tempo sono poi passato a un altro livello: conoscere la parola straniera che cercavo di tradurre, quasi sempre invano, da ragazzino, e pensare a come poterla rendere nella mia lingua, a come tradurla.

Tradurre, un verbo che tanti credono di possedere ma che in realtà non possiedono. Nella società attuale la maggior parte delle persone vuole apparire: beh, tutte queste persone non possono né mai potranno essere dei traduttori. Perché il traduttore è una figura oscura, c’è e non c’è: apparentemente c’è, perché è una persona fisica, ma non si fa vedere né vuole essere visto, agisce nell’ombra. Compare al massimo nelle prime pagine di un romanzo, “traduzione ad opera di…”, stop. Neanche sul testo d’arrivo può mettere del suo: deve rimanere invisibile, perché il testo d’arrivo deve essere neutro, senza aggiunte personali di alcun tipo, altrimenti non è una traduzione. Può però scegliere se avvicinarsi di più al lettore oppure se restare “ancorato” al testo di partenza, quindi se schierarsi verso una cultura piuttosto che verso un’altra. Se ad esempio trovasse un termine di difficile traduzione verso la lingua d’arrivo, egli sarà “costretto” a restare maggiormente legato al testo di partenza. Ciò non significa che il traduttore dovrà pedissequamente seguire la tecnica della traduzione “parola per parola” (word for word translation): questa tecnica viene utilizzata da chi traduttore non è e cerca di cimentarsi in questa professione per diletto; il traduttore di professione deve invece ricercare la traduzione “senso per senso” (sense for sense translation): una traduzione libera, come deve essere il traduttore: libero. Ma anche isolato, oscuro, con il word impaziente ad attenderlo. Come piace a me.

Autore dell’articolo:
Francesco Divisi
Traduttore EN-DE-FR>IT
San Benedetto del Tronto

Io e la traduzione, il traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

Eccomi qua, davanti a uno schermo di pc. A lavorare su un testo di lingua straniera da tradurre. Isolato da tutto e tutti, come a me piace stare. Tradurre per me è rilassante, mi dà tranquillità. Io e il testo originale. Il foglio vuoto di word che mi dice: “Su, comincia a scrivere qua, sono impaziente”, con quella barra che lampeggia incessantemente sul foglio bianco e io che cerco di trovare la giusta resa per una parola. Dopo un po’ sono contento, perché riesco a riempire tutti i tasselli che avevo lasciato liberi: parole, verbi che mi sono tenuto per ultimo, evidentemente di difficile traduzione.

La traduzione non è come l’interpretazione consecutiva, dove ti trovi davanti a un gruppo di persone che non capiscono un tubo di quello che sentono e che aspettano te per capire quanto è stato detto. Parlo di interpretazione consecutiva perché ci ho passato un po’ di anni della mia vita sopra, e posso dire che è parecchio stressante, anche per via del block notes e della penna con la quale mi toccava scrivere all’impazzata per non perdermi le parti di testo originale. Preferisco nettamente la traduzione: io la vedo come il regno della tranquillità, dell’isolamento dal mondo, rispetto alla velocità e alla fretta che richiede l’interpretazione in generale. La preferisco perché sono un tipo tranquillo, e mi sembra anche lei tranquilla come me, perché il testo rimane lì, in attesa di essere tradotto. Mi piace stare sopra ai dizionari, al monolingue, ai siti specialistici per trovare la giusta parola da scrivere, poter modificare, eliminare una parola per poi optare per un’altra. Mi piace anche il fatto di non dover necessariamente aprire la bocca, come nel caso della consecutiva, ma solo utilizzare le mie dita e la mia materia grigia. Il tutto senza fretta, se si dosano bene i tempi di consegna.

La traduzione è stata mia compagna di vita, insieme naturalmente all’apprendimento delle lingue straniere, perché se non si conosce la lingua straniera di riferimento, non si va da nessuna parte.

La seconda e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Francesco Divisi
Traduttore EN-DE-FR>IT
San Benedetto del Tronto

Traduttore o interprete? (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Concentrazione necessaria non solo per interpretare ma prima di tutto per ascoltare ciò che viene detto, filtrare le cose più essenziali, ma senza minimizzare il senso, per poi ridirle nel modo più appropriato e permettere agli ascoltatori una buona comprensione del messaggio.

Quando vediamo queste «tappe» essenziali alla trasmissione del messaggio, notiamo che sono più o meno le stesse per la traduzione scritta. Anche in traduzione bisogna capire bene il messaggio per poi trasmetterlo al meglio. Ma ciò che cambia con l’interpretazione è che queste «tappe» si susseguono in un attimo solo. Ed è proprio per questo che le qualità essenziali per un buon interprete sono una buona preparazione, il sapere controllarsi, essere reattivo ad una possibile difficoltà e avere fiducia in se stesso.

Per concludere questo articolo, vorrei parlare della mia esperienza. Da due anni sono traduttrice-interprete giurata presso il Tribunale della mia città.
La cosa che mi ha un po’ colpita è il fatto di essere stata giurata sia per la traduzione che per l’interpretazione, senza la possibilità di poter scegliere. Anche se sono chiamata generalmente per delle traduzioni scritte, mi è capitato due volte di essere convocata per un’interpretazione durante un processo. Devo dire che per la prima mi sono sentita molto nervosa. Ma ho potuto notare la comprensione dei giudici di fronte alla presenza di un interprete. In questo caso, non si tratta d’interpretazione simultanea ma d’interpretazione consecutiva. Per me, è stata un’esperienza molto interessante soprattutto per quanto riguarda il dover parlare davanti a tante persone.

È stata quasi come una sfida. Perché anche se si è sicuri di avere le competenze linguistiche, l’ambiente solenne di un Tribunale può far perdere il controllo di se stessi. Anche se ritengo molto utile questa prima esperienza interpretativa, ho una nota preferenza per la traduzione scritta.

Autore dell’articolo:
Lidia Rita Di Scianni
Traduttrice freelance FR<>IT ES>FR-IT
Colmar (Francia)

Traduttore o interprete?

 Categoria: Traduttori freelance

Un traduttore può anche essere un interprete? Avrei voglia di dire sì e no.

Sappiamo che la differenza tra le due professioni è il canale che viene usato per trasmettere un messaggio da una lingua ad un’altra: il traduttore usa un mezzo scritto e l’interprete usa un mezzo orale. Nonostante questa differenza, chi pratica la traduzione scritta non traduce parola per parola, ma riscrive interpretando. Quindi, un traduttore è anche un interprete, no?

Anche se esiste questo legame tra traduttore e interprete, è importante distinguere le due professioni. Non possiamo negare che per entrambi bisogna avere buone competenze linguistiche e culturali, ma ciò che cambia realmente è l’ambiente nel quale si svolgono queste due professioni. In base a questo ambiente bisogna avere altre competenze. Un traduttore, come nel mio caso freelance, riceve i documenti da tradurre direttamente a casa o tramite mail e dispone di un certo tempo per eseguire queste traduzioni. Mette a profitto questo tempo per fare le ricerche necessarie e, anche se costretto a rispettare una data stabilita, può lavorare con abbastanza tranquillità e libertà. È lo stesso per un interprete? Prendiamo l’esempio di un interprete di conferenza. A differenza del traduttore, l’ambiente dell’interprete non è lo stesso, ma cambia anche il canale di diffusione. Dallo scritto si passa all’orale. Con questo cambiamento di canale appaiono le nuove competenze inerenti all’interprete.

Per una conferenza, l’interprete agisce in diretta e per questo motivo bisogna mantenere la calma ed avere una buona padronanza di sé. Il tempo concesso per la preparazione della conferenza (lemmi, vocabolario, ecc.) è molto più ridotto di quello che è concesso al traduttore ed è per ciò che l’interprete ha bisogno di una grande concentrazione durante tutto il periodo della conferenza.

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Lidia Rita Di Scianni
Traduttrice freelance FR<>IT ES>FR-IT
Colmar (Francia)

La traduzione dell’imperfezione letteraria

 Categoria: Traduzione letteraria

Premessa: il testo letterario è per definizione “anti-entropico”, perfetto di natura per il suo carattere definitivo e immutabile. Tuttavia, ci sono casi in cui un autore ricerchi e ottenga tale compiutezza proprio nell’imperfezione, attraverso scelte stilistiche mirate ad accentuare la natura ambigua e indeterminata dell’opera. La qualità letteraria del testo risiede quindi nella sua impurità, può dirsi vivo perché in grado di offrire varie letture e molteplici interpretazioni.

Personalmente, l’ho riscontrato nei racconti dell’autore portoghese Jacinto Lucas Pires: personaggi senza nome, contestualizzazione ridotta ai minimi termini, ma con un’attenzione spasmodica per alcuni dettagli, frasi lunghissime oppure brevi e spezzate, uso libero della punteggiatura.

Da qui la domanda: quale dev’essere l’approccio del traduttore? Come fare quando personaggi e azioni restano vaghi e indefiniti, e si ha l’impressione che perdano il contatto con la realtà?

Il primo passo, non banale, è riconoscere proprio quella bellezza impura e offuscata, vaga e indeterminata, che trasforma il difetto dell’ambiguità in un pregio, e in esso trova la sua completezza. Capire che l’imperfezione è voluta, è una tecnica che conferisce al testo tante sfaccettature, rendendolo unico e al contempo sempre diverso, capace di trasformarsi ad ogni lettura e di cambiare aspetto a seconda della chiave interpretativa adottata.

Ecco quindi che il traduttore deve assumere la prospettiva di un qualsiasi lettore, senza fornire commenti di sorta per non eclissare le intenzioni originali del testo e per non suggerire la propria versione dei fatti. Il che implica evitare qualsiasi tipo di perfezionamento stilistico o di rielaborazione sintattica quando il discorso possa apparire poco omogeneo; è vero che talvolta si avrebbe un guadagno in termini di comprensibilità, ma la volontà espressiva originaria ne sarebbe totalmente modificata.

Tuttavia, ammettere che ogni traduttore è, prima di tutto, un lettore significa ammettere che il suo approccio al testo è conseguenza di una personale appropriazione dei contenuti. Il grado di interazione con l’originale determina l’unicità di ogni traduzione, che necessariamente si trasforma in un’opera nuova e diversa, nella quale il traduttore non potrà evitare di mostrare la sua presenza. Pertanto, è indispensabile che il concetto di fedeltà assoluta all’originale non sia preso alla lettera perché, in fondo, questo muore e rinasce nel momento stesso in cui viene tradotto. Una traduzione, piuttosto, si può definire fedele quando è in grado di interpretare il testo fonte con interessata complicità, di identificarne il senso profondo e di negoziare ad ogni istante la soluzione che appare più equa.

A tradução é um acto de interrupção da unidade imediata que um texto possuía na sua língua original com o fim de o apresentar como identidade reconstituída numa outra língua. Uma tradução literária, qualquer tradução literária, é por isso, e antes de tudo, um jogo de murmúrios entre duas vozes (a do autor e a do tradutor) que partilham entre si o sentido e a verdade do texto.” (Frias Martins, 2003)

Autore dell’articolo:
Federica Delloro
Traduttrice PT-EN>IT
Torino

Wotingbudong, “non ho capito” (3)

 Categoria: Le lingue

Inoltre (come se non bastasse), chi studia cinese avrà a che fare, più o meno per tutta la vita, con l’incubo dei toni. Una lingua tonale è quella in cui al variare del tono di una stessa sillaba corrisponde una variazione di significato. Questo vuol dire, per esempio, che se pronuncio mǎi dico “comprare”, ma con mai dico “vendere”, dicendo chiamo mia madre, ma se dico sto chiamando il mio cavallo e così via. Come per l’apprendimento dei caratteri e della loro pronuncia, anche per i toni non esiste una regola che ne faciliti la memorizzazione. E andando avanti negli anni, dopo aver incontrato migliaia e migliaia di caratteri, è praticamente impossibile ricordare il tono di ognuno.
Si potrebbe andare avanti ancora a lungo, ma avrete già capito che il fascino della lingua cinese è direttamente proporzionale alla sua complessità.

Concludendo, non tralascerei il fattore culturale e quello geografico. Già, perché la parentela linguistica è un fattore che ci facilita molto nell’apprendimento di una seconda lingua. Un italiano che legge un testo in francese o in spagnolo, ad esempio, pur non avendo mai studiato queste lingue, sarà sicuramente agevolato dalla presenza nel testo di numerosissime parole simili per suono e per significato. Leggere un testo in cinese significa, invece, non avere alcun tipo di appiglio. E inoltre, ogni lingua si porta dietro un bagaglio enorme di cultura, società, geografia, filosofia, storia che la rendono per questo tratto unico e distintivo di un Paese e di un popolo. È per questo che lo studio di una lingua non può mai essere distinto dallo studio approfondito del Paese in cui essa è parlata. Conoscere la concezione ciclica del tempo che hanno i cinesi, per fare un esempio, ci consente di capire per quale motivo la lingua cinese non distingue tra presente e passato, ma al massimo tra azione compiuta e non compiuta.

Insomma, è bene che chi decide di studiare cinese sia consapevole di tutto questo e di molto altro ancora se vuole far parte di quella famosa metà che continuerà a studiare cinese. Ma una cosa è certa, difficile non vuol dire impossibile se si è dotati di grande determinazione e soprattutto di immensa passione nei confronti di quel meraviglioso Paese che è la Cina.

Autore dell’articolo:
Martina Scianca
Laurea in traduzione e interpretariato
Traduttrice ZH-EN>IT

Wotingbudong, “non ho capito” (2)

 Categoria: Le lingue

Una scrittura misteriosa e bella da vedere, poiché nel suo “disegnare” le parole evoca gli infiniti mondi che si nascondono al loro interno, tanto che in Cina calligrafia e arte si fondono in un tutt’uno. Una scrittura intrigante sì, ma senza alfabeto. È però evidente che i cinesi, tutto sommato, convivano abbastanza bene con questa difficoltà, dal momento che il primo sistema ufficiale di romanizzazione dei caratteri – studiato per tentare di facilitare l’apprendimento e la diffusione della lingua – fu inventato solo intorno alla metà del ’900. E in realtà chi studia cinese si rende conto sin da subito di quanto qualsiasi tipo di romanizzazione sia inefficace e inadeguata, e non è un caso, infatti, che oggi il sistema Pinyin sia usato principalmente dai non cinesi che si avvicinano a questa lingua.

A peggiorare la situazione ci si mette poi la fonetica. Infatti, essendo il cinese una lingua non alfabetica, niente del suo sistema di scrittura ci dà informazioni sul modo in cui si debbano leggere le parole.
Ogni carattere è cioè associato ad una pronuncia in maniera apparentemente arbitraria e non esiste alcun metodo per memorizzare le corrispondenze tra caratteri e fonetica, se non quello di esercitarsi quotidianamente nella scrittura e nella lettura del cinese.
Solo i sinologi possono capire quanta e quale sia la frustrazione di non riuscire a leggere per intero un titolo, una frase, un’insegna, un’etichetta anche dopo qualche anno. È per questo che studiare il cinese è diverso, perché dopo un anno di studio di qualsiasi lingua occidentale, per esempio, se si conoscono le regole di scrittura e di pronuncia si è almeno in grado di leggere un testo per intero, a prescindere dal grado di comprensione. Chi studia cinese, invece, dopo tre anni (ma anche dopo molti più anni) non è ancora in grado di leggere un testo complesso, ad esempio un articolo o, peggio ancora, un libro senza dover ricorrere alla consultazione di un buon dizionario – che a sua volta può rivelarsi estremamente complicata.

La terza e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Martina Scianca
Laurea in traduzione e interpretariato
Traduttrice ZH-EN>IT

Wotingbudong, “non ho capito”

 Categoria: Le lingue

Il cinese è una lingua difficile. Un’ovvietà? No, un dato di fatto. Mi ricordo che il professore di cinese al primo anno di università amava tranquillizzarci dicendo “guardate il vostro vicino di banco. Bene, sappiate che l’anno prossimo non lo rivedrete, perché soltanto la metà di voi continuerà a studiare cinese”. E così fu, in un anno il numero dei frequentanti del corso di cinese si era dimezzato.

Eppure oggi si fa un gran parlare di Cina e di cinese, “la lingua del futuro”, per citare uno dei luoghi comuni più falsi della storia delle lingue. Già, perché se ragioniamo in termini di cifre è evidente che il cinese (con tutti i suoi dialetti) sia la lingua più parlata al mondo, con oltre un miliardo di utenti. Ma è realisticamente possibile un futuro in cui il cinese possa abbattere la supremazia dell’inglese come lingua franca? La mia risposta è no e il motivo è molto semplice: l’inglese è più semplice del cinese.

Ma cosa c’è di tanto diabolico dietro questo idioma, che pure è studiato ormai da milioni e milioni di impavidi studenti nel mondo?
Andiamo con ordine. Anzitutto c’è una premessa da fare, l’Italia non è il miglior Paese al mondo in cui studiare cinese. Se è vero che abbiamo degli ottimi atenei, Napoli, Venezia e Roma tra tutti, è pur vero che la sinologia italiana ha purtroppo ancora molta strada da fare rispetto a quella anglosassone o americana, basti pensare che fino a pochi anni fa non esisteva nemmeno una valida grammatica cinese in lingua italiana.

Ma, dicevamo, cosa c’è di tanto difficile? Per prima cosa provate a immaginare una lingua dove non esistono lettere. Sembra banale, ma non lo è affatto e anzi, forse è proprio questo il fulcro della questione. I bambini italiani, inglesi, francesi, americani imparano a leggere e a scrivere alle scuole elementari, diciamo fino a otto o nove anni e il massimo sforzo a cui sottopongono la loro memoria è l’apprendimento delle ventuno lettere dell’alfabeto, ventisei nel peggiore dei casi. I bambini cinesi, se vogliono raggiungere almeno la soglia dell’alfabetizzazione, devono imparare circa 2.000 caratteri (sì, guai a chiamarli ideogrammi!) e continuano a esercitarsi nella lettura e nella scrittura almeno fino alle scuole medie. Come si fa? Memoria, memoria e ancora memoria. Uno straniero per iniziare a comunicare ne deve conoscere almeno 3.500 (mi raccomando, tra questi non possono mancare 我听不懂 wotingbudong, “non ho capito”, perché nel vostro primo viaggio in Cina saranno sicuramente quelli che pronuncerete più spesso), mentre un cinese con un buon livello d’istruzione ne conosce più di 8.000. Sembra impossibile, vero? Bene, allora dovete sapere che la lingua cinese conta circa 80.000 caratteri. Ne deduciamo quindi, tra il sollevato e lo sconsolato, che il cinese è difficile anche per i cinesi.

La seconda parte di questo interessante articolo sulla lingua cinese sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Martina Scianca
Laurea in traduzione e interpretariato
Traduttrice ZH-EN>IT

Il fattore umano nella traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Vorrei condividere con tutti i gentili lettori le mie riflessioni sul tema centrale di questo mio breve scritto, credo che la traduzione sia una vera e propria arte, aldilà della bravura/conoscenza dei professionisti che la esercitano, il successo ottenuto dipende molto dal fattore umano, questa oscura e piuttosto sottovalutata plusvalenza. Dico così perché ognuno ci mette il suo massimo impegno, passione e note personali nell’adeguare i testi alla lingua richiesta, non è semplicemente una traduzione letterale ma in ogni adattamento svolto ci si mette anche una parte della propria anima. Forse vi sembrerà che io esageri e remi controcorrente, ma è la verità. Nella società odierna dove tutto corre e la tecnologia impera, si rischia sempre più di perdere il significato del fattore umano, infatti, se da una parte gli studi e le lauree sono fondamentali per svolgere nel migliore modo alcune professioni e le innovazioni introdotte tipo i software di traduzione on-line ci sono di grande aiuto, dall’altra non c’è niente al mondo che possa sostituire le nostre capacità ed attitudini. Ogni traduttore ha un suo stile inconfondibile e personale, ed è questo che lo distingue da tutti gli altri.

Credo che ognuno di noi dovrebbe soffermarsi un attimo e pensare attentamente a quanto vale per il lavoro che fa, ma soprattutto come persona, la clessidra della vita scorre inesorabilmente ed i granelli di sabbia fluttuano al suo interno, non lasciamo che la società del domani sia dominata solo dalle scoperte tecnologiche, conserviamo una percentuale umana in tutto quello che facciamo, è importante, solo così il mondo potrà essere migliore.

Grazie dell’attenzione.

Autore dell’articolo
Stefania Gonti
Aspirante traduttrice EN>IT
Milano

Gli anglicismi della moda nei secoli (3)

 Categoria: Le lingue

Rivolgiamo ora l’attenzione ad alcuni casi particolari di anglicismi della moda da me selezionati. Tra tutti la voce più utilizzata e conosciuta, anche in campo internazionale, è sicuramente jeans, abbreviazione di blue jeans. Si tratta di un toponimo che indica un tipo di tessuto, che a sua volta probabilmente deve il suo nome alla città di Genova (creatosi attraverso il francese Gênes).

Le voci monokini e birkini rappresentano un ulteriore ottimo esempio di toponimo. Derivano entrambe dal lemma bikini (non presente nel testo) che deve il suo nome a un atollo dell’Oceano Pacifico dove nel 1946 vennero effettuati degli esperimenti atomici. Il suddetto capo d’abbigliamento fu denominato in questo modo perché, all’epoca in cui venne disegnato e commercializzato per la prima volta, questo tipo di costume da bagno era, per l’epoca, talmente succinto da essere considerato esplosivo e incredibile.

Look è un altro anglicismo cui si ricorre molto ai giorni nostri. In italiano ha un campo semantico molto ristretto e definisce unicamente «l’insieme di tutti quei particolari che determinano l’immagine, lo stile di una persona o di una cosa» (Cfr. Giacomo Devoto, Gian Carlo Oli, Il Devoto-Oli: vocabolario della lingua italiana 2011, Firenze, Le Monnier, 2010). In realtà nella sua lingua d’origine il verbo to look indica innanzitutto l’azione del guardare. Poi, come sostantivo, questo vocabolo indica lo sguardo in sé, le sembianze, la forma di un oggetto e, proprio come ultima accezione, il modo di vestire e lo stile.

Un prestito dall’etimo interessante è glamour e i suoi vari – più o meno linguisticamente accettati – adattamenti tramite suffissazione. È usato come sinonimo di fascino e charme. Dal punto di vista etimologico corrisponde a un’alterazione di grammar. Nel Medioevo quest’ultimo termine indicava spesso l’educazione e l’istruzione, ma anche le pratiche occulte delle arti magiche, che la tradizione popolare associava spesso all’erudizione.

Veniamo ora a un curioso fenomeno di slittamento di senso: la voce leggings. In origine questo capo d’abbigliamento indicava dei gambali, di solito di cuoio; oggigiorno invece può essere considerato un prestito di lusso, in quanto i leggings non sono altro che una variante sinonimica di pantacollant e di fuseaux, che a loro volta sono prestiti dalla lingua francese.

Autore dell’articolo:
Martina Rodella
Traduttrice e interprete di trattativa FR-RU>IT

Gli anglicismi della moda nei secoli (2)

 Categoria: Le lingue

È proprio nella seconda metà del XIX secolo che il lessico italiano si appropria di tutti quei termini inglesi che però, nel passaggio da un sistema linguistico-culturale all’altro, assumono significati diversi da quelli di origine. È questo il caso di smoking, attestatosi in italiano nel 1888. Corrisponde al gerundio del verbo to smoke, che significa «fumare». Si tratta dell’abbreviazione dello pseudo anglicismo smoking jacket, giacca per fumatori, o meno letteralmente «giacca da sera». In inglese questo costrutto nominale ebbe vita breve e, come spiega il Deli, fu sostituito nel secolo successivo da dinner jacket e, per indicare l’abito completo, da dinner suit. In italiano si tratta di un tipico esempio di fossilizzazione del significato in significante, tanto è vero che il Devoto-Oli lo definisce come: «giacca maschile da società, per lo più nera o bianca, con risvolti di seta; anche, l’abito completo di giacca e pantaloni scuri» (Cfr. Giacomo Devoto, Gian Carlo Oli, Il Devoto-Oli: vocabolario della lingua italiana 2011, Firenze, Le Monnier, 2010).

Altro termine attestatosi in italiano in quella stessa epoca è slip. In italiano viene utilizzato come sinonimo di mutandine, sia intime che da bagno, mentre in inglese quasi tutti i suoi significati rimandano esclusivamente al verbo to slip, che significa «scivolare». L’unica eccezione è data dal suo uso antiquato come «pantaloncini da bagno».

La vera e propria invasione degli anglicismi nella lingua italiana, e la loro contemporanea diffusione in buona parte del mondo, risale in modo evidente alla seconda metà del XX secolo e più precisamente al secondo dopoguerra. Da questo momento in poi la nostra cultura farà tesoro di innumerevoli prestiti, anche in forma non adattata – a differenza di quanto era successo fino a pochi decenni prima – in svariati campi della vita quotidiana. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che ci sono anche molti anglicismi che entrano in forma di calco o pronunciati come se fossero termini italiani ed ergo notevolmente modificati.

La terza e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Martina Rodella
Traduttrice e interprete di trattativa FR-RU>IT

Gli anglicismi della moda nei secoli

 Categoria: Le lingue

Prima del Novecento nell’ambito italiano della moda – e non solo – predominavano dapprima lo spagnolo e in seguito il francese. A conferma di ciò Paolo Zolli afferma che nel Settecento «in molti casi le opere inglesi furono conosciute in Italia attraverso la mediazione francese, ma la Francia fu mediatrice tra l’Inghilterra e l’Italia anche per quanto riguarda la moda, le istituzioni e lo stesso fenomeno dell’‘anglomania’, che si sviluppò e si diffuse prima e più largamente in Francia che da noi» (Cfr. Paolo Zolli, Le parole straniere, Bologna, Zanichelli, 1978, p. 44). Nell’ambito del vestiario il termine redingote o redengotto è un ottimo esempio di questo fenomeno. La voce in questione, come spiega il Dizionario Etimologico della Lingua Italiana di Cortelazzo e Zolli, proviene dal francese redingote (1725), che a sua volta è un adattamento della forma inglese riding-coat, letteralmente «abito per il cavalcare» (Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli, Deli, Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Bologna, Zanichelli, 1999).

Nel XVIII secolo, a causa della suddetta supremazia della moda francese oltre che della poca varietà di quella inglese, gli anglicismi dell’ambito dell’abbigliamento e della cura del corpo entrati nella lingua italiana sono veramente scarsi. Inoltre lo stile dei modelli provenienti d’oltremanica è notevolmente più sobrio e austero, perciò in qualche modo meno gradito al pubblico europeo. Tuttavia l’Inghilterra avrà la sua «rivalsa» in ambito commerciale, economico, culturale e anche linguistico grazie alla rivoluzione industriale: nella seconda metà del Settecento dalla Gran Bretagna si cominciano ad esportare, anche verso l’Italia, stoffe e macchinari tessili.

Nell’Ottocento la lingua italiana inizia quel lungo processo di arricchimento lessicale, più o meno consapevole, basato sull’introduzione di un gran numero di forestierismi, molti dei quali provenienti anche dal Regno Unito. Diversamente dal secolo precedente, tali anglicismi vengono spesso assimilati in forma non adattata e senza la mediazione della lingua francese. Anna Laura Messeri spiega che nel XIX secolo, per quanto riguarda la moda maschile, «si fa sentire l’eco della moda inglese, caratterizzata dalla linea lanciata da Lord Brummel, a cui la stessa Parigi, centro di eleganza, aveva dovuto cedere. Questo gentiluomo, instauratore di un’eleganza semplice e raffinata, [...] sarà il tipico esemplare a cui cercheranno di adeguarsi, sia nell’abbigliamento che nelle usanze del bel modo, i vari dandies o fashionable o lions del primo Ottocento» (A. L. Messeri, «Voci inglesi della moda accolte in italiano nel XIX secolo», in Lingua nostra, XV, 1954, pp. 5-10). Possiamo dunque considerare quale sia stato il valore dell’apporto sia culturale che linguistico del modello britannico, in Italia come pure su tutto il continente europeo.

La seconda parte di questo interessante articolo sugli anglicismi della moda nella lingua italiana sarà pubblicato domani.

Autore dell’articolo:
Martina Rodella
Traduttrice e interprete di trattativa FR-RU>IT

I francesismi della moda nei secoli (2)

 Categoria: Le lingue

La vera e propria invasione della cultura francese in Italia risale però al Settecento, il secolo dei lumi, dei grandi scrittori, del romanzo, del teatro, etc. Lo studioso Franco Piva ci spiega che nella sola Venezia, dal 1750 al 1790, «i titoli francesi rappresentano il 16-17 per cento del totale dei libri ufficialmente introdotti», con circa 10.000 libri scritti in francese per il periodo da lui preso in considerazione (Cfr. Franco Piva, Cultura francese e censura a Venezia nel secondo Settecento, Venezia, Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti, 1973, pp. 97-98). L’influsso dunque fu massiccio e riguardò tanto la letteratura quanto gli studi di grammatica, tanto la storia quanto la società, gli usi e i costumi. Tutta questa influenza francese non trovò solo entusiasti sostenitori ma anche acerrimi avversari, puristi che si opposero alla gallofilia.

Per quanto riguarda la moda, il dominio culturale spagnolo regredì velocemente, lasciando spazio a quello francese, che si diffuse «in Europa attraverso bambole vestite con gli ultimi modelli» (Cfr. Paolo Zolli, op. cit., p. 21) e per mezzo delle riviste. Molte parole del campo semantico della moda, dell’acconciatura e della produzione di stoffe, risalgono a questo periodo, come toletta (in molte varianti toilette, toelette, toeletta, teletta, toletta, tavoletta e che il Devoto-Oli spiega così: derivato di toile «tela», propriamente «piccola tela», cioè la balza ricamata o guarnita di volants disposta come guarnizione intorno al mobiletto su cui erano disposti i vasi con gli unguenti, le boccette dei profumi, le spazzole, etc. – Cfr. Giacomo Devoto, Gian Carlo Oli, Il Devoto-Oli: vocabolario della lingua italiana 2011, Firenze, Le Monnier, 2010), corsè (1709), redengotto (1748, di origine inglese ma trasmessoci dal francese e utilizzato nella mia traduzione nella variante sinonimica finanziera), coccarda, cravatta, taffetà, satin, flanella, peluche, etc.

Nell’Ottocento l’influsso del francese in Italia riguarda piuttosto l’ambito politico, amministrativo e militare, mentre per quanto riguarda il campo della moda i contributi dal francese sono sempre meno numerosi e lasciano sempre più posto, senza però scomparire, all’apporto, in tempi molto più attuali, dell’inglese.

Autore dell’articolo:
Martina Rodella
Traduttrice e interprete di trattativa FR-RU>IT

I francesismi della moda nei secoli

 Categoria: Le lingue

La corposa invasione dei francesismi della moda e del costume nella lingua italiana coincide con il XVIII secolo, ma già due secoli prima cominciavano a registrarsi le prime influenze. Tuttavia nel 1500 si trattava principalmente di episodi sporadici o destinati a scomparire in breve tempo, termini utilizzati nelle parlate locali e spesso legati a referenti solo francesi. Eppure Paolo Zolli, ne Le parole straniere (Bologna, Zanichelli, 1978, pp. 14 e succ), ci indica alcuni importanti francesismi entrati in uso già nel XVI secolo e sicuramente fondamentali ancora oggi. Ecco allora abbigliare (B. Castiglione) e abbigliamento (N. Machiavelli) e poi livrea, martingala e passamano, solo per riportare alcuni esempi.

Nella prima metà del Seicento l’influsso spagnolo dei secoli precedenti è ancora preponderante, ma nella seconda metà del secolo sarà il francese a prevalere, preannunciando così il suo dominio linguistico-culturale del secolo successivo. Nel XVII secolo verranno pubblicati i primi dizionari bilingui, dimostrazione questa dello sviluppo dei rapporti tra i due paesi, e, per quanto riguarda il campo della moda, la lingua italiana acquisirà molti e importanti francesismi. Primo fra tutti la parola moda (dal francese mode, derivato dal latino modus che significava approssimativamente «modo, foggia»), la cui prima attestazione risale al 1649 (A. Lapugnani). Oggigiorno questa voce ha acquisito ulteriori sfumature di significato, attestandosi anche in altri linguaggi specialistici, quali quello della matematica. Allo stesso periodo risalgono anche giustacuore, stoffa, mantò, lingeria, parrucca… e molte altre parole riguardanti sia l’ambito della moda che quello della vita in società.

La seconda parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Martina Rodella
Traduttrice e interprete di trattativa FR-RU>IT

Traduzione e Tecnologia oggi (2)

 Categoria: Strumenti di traduzione

Tradurre i File .XTG

Come già detto, per tradurre i file QuarkXpress in Trados Studio, prima bisogna esportarli in un formato che possa essere processato in Trados Studio e poi essere reimportato in QuarkXpress dopo la traduzione.

Preparazione

Per preparare i file in QuarkXpress:

• Se si ha un solo livello, esportare in formato XTG (XPress Tagged Text) e selezionare il sistema di codifica Unicode (UTF – 16).
• In caso di più livelli, SDL consiglia di esportare il contenuto QuarkXpress in formato TAG utilizzando il plug-in CopyFlow Gold.

Per preparare i file in SDL Trados Studio:

1. Selezionare Strumenti > Opzioni dalla barra del Menu. Si apre la finestra di dialogo Opzioni, dove è possibile specificare le impostazioni sul tipo di file.
2. Selezionare Tipo di file > Export QuarkXpress> Impostazioni filtro QuarkXpress dall’albero di navigazione. A destra vengono visualizzate le impostazioni di filtro QuarkXpress.
3. Specificare le proprie impostazioni.
4. Selezionare Tipo di file > Export QuarkXpress> Verifica tag dall’albero di navigazione. A destra vengono visualizzate le impostazioni di Verifica Tag.
5. Specificare le proprie impostazioni e fare clic su OK per chiudere la finestra di dialogo.
6. Una volta completate traduzione e revisione, riconvertire il documento tradotto in formato XTG o TAG.

Post-lavorazione

• Selezionare File > Salva target come dalla barra del menu.
• Se si lavora con progetti, selezionare Progetto > Batch Tasks> Finalizza dalla barra del menu.
• Reimportare il file XTG o TAG in QuarkXpress.

(* Fonte: SDL Format Guide)

Questo era solo un esempio per dimostrare che, per avanzare nella professione di traduttore, è necessario un controllo più ampio della tecnologia. Troppo spesso, i workflow dominanti nel settore impongono le proprie tecnologie e procedure. Invece, solo quando i traduttori hanno una conoscenza critica degli strumenti a disposizione, possono dirsi in totale controllo della loro professione e del loro mercato.

Autore dell’articolo:
Natalia Amatulli
Traduttrice professionista DE-EN-FR>IT