Traduzione di libri per bambini

 Categoria: Servizi di traduzione

Come traduttrice professionista, ho sempre avuto modo di visitare negli ultimi anni la Bologna Children’s Book Fair.
Un mondo di colori, emozioni e novità editoriali pervadono l’atmosfera che vi si respira. Si vedono intere scolaresche accompagnate da docenti per mostrare loro il trend del momento sul mercato dell’editoria. Dal fantasy, al romanzo per ragazzi, storie per bambini, libri pop-up per i più piccoli. Per i traduttori è un’opportunità attraverso la quale è possibile iniziare nuove collaborazioni, conoscere il mercato e quindi farsi un’idea di che cosa piaccia o non piaccia ai piccoli lettori.

Nel 2008, proprio in questa circostanza, ebbi modo di stringere rapporti con una casa editrice tedesca, la Naumann & Göbel, che mi affidò la traduzione dal Tedesco all’Italiano di due libri per bambini (età 3-5 anni) con oggetti da rintracciare e labirinti, enigmi di parole, più un libro di fiabe come Cappuccetto Rosso, Cenerentola, Hansel e Gretel (6-7 anni). Per me è stata una scintilla che ha acceso la mia vera e propria passione per questo tipo di letteratura. Tanto che lo scorso anno ho voluto frequentare un laboratorio attivo di traduzione per bambini e ragazzi, per approfondire questo settore straordinario.

Una delle cose fondamentali da tenere in considerazione quando bisogna tradurre per i più piccoli è sicuramente il tipo di linguaggio, che varia molto per fascia d’età. Ad esempio per i bambini in età prescolare, l’uso di ripetizioni – affinché il piccolo possa apprendere le prime parole di uso quotidiano – è fondamentale, come anche l’utilizzo di un plain language, con frasi molto brevi e stuzzicanti. Le immagini presenti in un testo possono essere di grande aiuto al traduttore, che cercherà sempre di adattare per quanto gli è possibile la traduzione alla figura. Si devono altresì rispettare “gli spazi traduttivi”; nei libri con dialoghi a fumetti ad esempio molte case editrici forniscono già una forma rigida per il testo, una “gabbia” per la nuvoletta, che va rispettata, così come l’impaginazione (o layout). Quindi il traduttore deve essere abile nel trasporre il senso della traduzione da una lingua all’altra con il minor numero di parole possibili, visto che l’italiano è oltretutto una lingua più articolata dell’Inglese o Tedesco. I tipi di libri che si possono trovare per questa fascia d’età sono i pop-up (libri con inserti in rilievo e descrizioni o brevi storie), i rigidi con fiabe o favole, i libri di tessuto molto morbidi adatti anche ai primi mesi d’età, gli album da decorare, colorare, di figurine, libri sulla natura, con didascalie ecc.
Una cosa c’è da notare. All’estero, in particolare in Germania e Paesi nordici, le fasce d’età non corrispondono esattamente alle nostre, cioè i libri destinati al nostro mercato (e quindi da tradurre in italiano) contengono meno testo e più immagini. Questa condizione si inverte a mano a mano che si va verso la scolarizzazione, mentre all’estero si tende ad inserire molto più testo e meno disegni, in quanto i bambini si avvicinano prima alla lettura, imparano velocemente e hanno un approccio diverso all’oggetto “libro”. Già questo fa capire come molte case editrici italiane e straniere si muovano diversamente sul mercato. Infatti, spesso una casa editrice italiana che acquista i diritti di traduzione da una estera deve in un certo modo riadattare il testo e l’impaginazione del libro alla tradizione editoriale italiana, affinché quel determinato prodotto possa essere venduto.

Scostandomi ora dall’editoria, per finire vorrei trattare brevemente l’argomento del laboratorio di lingue per bambini dall’inglese, attività nella quale mi sto cimentando da circa un anno tramite il mio sito di servizi linguistici e traduzioni. Questo laboratorio è molto creativo; infatti, il bambino riesce ad avvicinarsi gradualmente alla lingua Inglese, imparandola mentre si diverte con altri piccoli. Il mio metodo è basato sulla lettura di una fiaba in Inglese con testi per bimbi da 4 a 6 anni. Inizio traducendola pian piano a voce e scrivendo sulla lavagna in Inglese le varie parole più importanti. Il bambino ascolta e ripete in gruppo con il mio aiuto. Successivamente si ritagliano le figure degli oggetti e personaggi principali del libro; quindi, dopo aver imparato i nomi, si colorano e si imparano i vari colori. Infine si fanno dei giochi interattivi con i numeri e si instaurano le varie relazioni tra cose e nomi, si fa una lista dei primi verbi ecc… Ritengo che questo laboratorio, oltre a educare, permetta ai bambini di socializzare e sentirsi pienamente a loro agio nell’apprendimento.
Avendo una formazione di scuola magistrale linguistica, mi era sempre piaciuta l’idea di poter sperimentare questa attività e devo dire che mi ha dato delle grandi soddisfazioni come insegnante, insieme alla professione di traduttrice.

Autore dell’articolo:
Sara Gneri
Traduzioni, Corsi e Servizi Linguistici EN-DE-FR-ES>IT
Fornacette (PI)

La traduzione di un mito aborigeno (3)

 Categoria: Traduttori freelance

Quella che segue è invece la traduzione in inglese del solo testo aborigeno.

1. To ashes the fire burnt down, to ashes it burnt,
To ashes the fire burnt down.
2. To ashes all burnt down, in ashes he lies,
He lies.
To ashes, not seeing in ashes he lies.
3. Lying in the ashes not seeing
Lying in the ashes.
4. The fire-brand burnt it.
Ashes, the fire!
The fire-brand burnt it.
Ashes, the fire.

5. Akilyawa he calls himself, the Aranda
name for “dragon lizard”,
He looks at his bare bones and leaves
his burnt camp.
5a. He leaves his burnt camp, he looks at his bare bones
He calls himself Akilyawa,
He looks at his bare bones and leaves his burnt camp.
(half sung)
Now arise!

6. It was evening, twilight, evening
Twilight, and the mulga was burnt, it was evening.
7. He picks up sticks,
He picks up sticks,
With his hands he builds a humpy.
8. The salt lake Mirlaka is there, it glistens,
He makes a noise as he vomits, it glistens.

9. He sees he has turned greyish white, there he sees he is greyish white,
There lies his tail. When he scratches himself it falls apart.
He sees he has turned greyish white, there.

9a. He sees he has turned greyish white, somewhere, when he scratches himself,
He sees he has turned greyish white, somewhere, when he scratches himself.

10. I am the Knob-tailed Gecko, the Knob-tailed Gecko,
I am the Knob-tailed Gecko, the Knob-tailed Gecko.
My body I bury below.
10a. My body I bury below
My body I bury below.
I am the Knob-tailed Gecko, the Knob-tailed Gecko,
I am the Knob-tailed Gecko, the Knob-tailed Gecko.
My body I bury below.

A questo punto proponiamo la traduzione in italiano della versione inglese e del commento aggiunto in inglese al testo originario aborigeno. Il commento era stato fornito, in lingua originale, a Duwell e Dixon da Mick McLean Irinyili, discendente della gente Wangkangurru, un popolo di lingua Aranda, diffusa, con numerosi dialetti, in tutta l’Australia centrale, specialmente lungo il Finke River e nel Deserto di Simpson. Il canto prende le mosse dal Grande Incendio Ancestrale che prese inizio proprio nella regione degli Aranda e si spostò verso nord-est. Narra le vicende di un mitico antenato, il quale diede origine al sogno di questo animale totemico.

I Canti del Geco dalla Coda a Pomo

1. In cenere il fuoco bruciò, in cenere bruciò,
In cenere il fuoco bruciò.

La Lucertola delle Dune, Wakultyuru, era nel fuoco al campo Kudnara. Egli tentò di proteggersi col suo scudo, ma lo scudo si bruciò. La sua pelle si staccò. Mentre giaceva nella cenere cantò questo verso.

2. Tutto bruciò in cenere, nella cenere egli giace
Egli giace
In cenere, senza più vedere nella cenere giace.

Sarà stato il giorno dopo: ritornò lentamente alla vita tra la cenere. Non era ancora un Geco dalla Coda a Pomo. Era Wakultyuru, cioè una lucertola delle regioni delle dune sabbiose. Lo si può vedere dappertutto: è marrone con una grossa testa e la coda lunga. Le ustioni lo hanno fatto sembrare diverso: si sarebbe trasformato in un Geco dalla Coda a Pomo chiamato Mayipalkuru o Tyarla-tyarla.

3. Giace nella cenere senza vedere,
Giace nella cenere.

Rimase là,se ne stette appiattito dopo l’incendio, senza guardare da nessuna parte. Se ne stette disteso e continuò a restare disteso. Non che dormisse: era come morto.

4. Il tizzone ardente lo bruciò. Cenere, il fuoco!
Il tizzone ardente lo bruciò. Cenere, il fuoco!

Riuscì a guardare in su e vide il proprio campo; era stato bruciato.

5. Akilyawa chiama se stesso, il nome Aranda che indica la “lucertola drago”,
Guarda le sue ossa nude e abbandona il suo campo bruciato.

Gradualmente recuperò abbastanza forza per muoversi. Diede a se stesso il nome con un verso. E girò il verso intorno.

5a. Egli abbandona il suo campo bruciato, guarda le sue ossa nude
Chiama se stesso Akilyawa,
Guarda le sue ossa nude e abbandona il suo campo bruciato.
(mezzo cantato)
Ora alzati!

E si levò dal morto.

6. Era sera, crepuscolo, sera,
Crepuscolo e il mulga era bruciato, era sera.

Ecco come partì e si guardò intorno attentamente per decidere in quale direzione e da che parte andare.

7. Raccoglie ramoscelli,
Raccoglie ramoscelli,
Con le mani costruisce un riparo.

Continuò a cercare un posto dove accamparsi ma la campagna intorno era già nel crepuscolo. Il sole tramontò. Cercava un frangivento, un po’ di rami d’acacia mulga per farsi un riparo. Tutto era stato bruciato dal fuoco. “Dove posso andare a riposare tra qualche albero di mulga?”
Andò avanti. C’era un albero di mulga nella palude, un albero di mulga! La palude non era bruciata e l’albero era rimasto in piedi, vivo. Trascorse la notte sotto l’albero di mulga e il giorno dopo si si spinse ancora più a sud-ovest, nel deserto.

8. Il lago salato Mirkala è laggiù, risplende,
Egli produce un rumore mentre vomita, risplende.

Allora vide il lago salato Mirlaka e lo nominò nel suo canto.

9. Si accorge di essere diventato bianco grigiastro, là si accorge
di essere diventato bianco grigiastro.
Là giace la sua coda. Mentre si gratta essa si stacca.
Si accorge di essere diventato bianco grigiastro, là.

Era ancora molto ammalato, poiché il fuoco gli aveva bruciato lo stomaco. Mentre guardava il lago si trasformò in un Geco dalla Coda a Pomo poiché era stato bruciato dal fuoco. Vide che dall’altra parte del lago, non lontano dalla riva, c’era una grande duna di sabbia. Raggiunse la sommità e osservò l’area circostante. Cercava un posto. Dove poteva nascondersi sottoterra e riposare in pace? Era ancora sofferente per il fuoco e la coda si era staccata.

9a. Si accorge di essere diventato bianco grigiastro, da qualche parte,
quando si gratta,
Si accorge di essere diventato bianco grigiastro, da qualche parte,
quando si gratta.
10. Sono il Geco dalla Coda a Pomo, il Geco dalla Coda a Pomo,
Sono il Geco dalla Coda a Pomo, il Geco dalla Coda a Pomo.
Nascondo il mio corpo sottoterra.
10a. Nascondo il mio corpo sottoterra,
Nascondo il mio corpo sottoterra.
Sono il Geco dalla Coda a Pomo, il Geco dalla Coda a Pomo,
Sono il Geco dalla Coda a Pomo, il Geco dalla Coda a Pomo.
Nascondo il mio corpo sottoterra.

Infine trovò un posto per accamparsi. Andò a stendersi sottoterra, si scavò un rifugio sottoterra, poi pronunciò una maledizione, una formula magica per quel posto. (Il cantore non rivela la maledizione che, afferma, gli è stata rivelata dal padre. Si riferisce a ciò che era accaduto al Geco. Può essere rivolta solo contro un uomo.)

Risulta evidente che la prima cosa che si perde, nella traduzione di un mito che originariamente era raccontato in versi è, come qualcuno ha acutamente notato, la voce, la tonalità originaria. Tentare di mantenere la tonalità di un racconto è sempre la cosa più difficile per ogni traduzione. Le lingue degli aborigeni posseggono una straordinaria musicalità, data dalla possibilità di realizzare straordinari effetti sonori mediante il gioco delle ripetizioni delle allitterazioni e delle assonanze, che evaporano completamente nel processo di traduzione. Inoltre, i canti, che erano legati spesso a cerimonie sacre, riti di iniziazione o propiziatori, erano accompagnati dal fragore prodotto dal battito ritmico dei boomerang, dei bastoni, delle mani e dal cupo suono del didjeridoo. Non è più possibile recuperare la musicalità originaria, specialmente per il fatto che quelle storie, in gran parte sono giunte a noi attraverso la mediazione di una terza lingua. Tuttavia si potrebbe tentare di farlo con quelle che sono sopravvissute anche nella versione originale.
Pare che W. B. Yates, si facesse leggere il testo poetico che intendeva tradurre in inglese da un madrelingua, il quale poi lo aiutava a trovare l’esatto equivalente inglese di ogni termine. A questo punto cominciava ad elaborare il testo che aveva prodotto cercando di imitare la musicalità originaria. È quasi come suonare la stessa musica con uno strumento diverso da quello per il quale era stata scritta. Solo che è un po’ più difficile, ma è un’avventura affascinante.

Autore dell’articolo:
Aldo A. Magagnino
Traduttore Letterario/Freelance EN-FR>IT
Alezio (Lecce)

La traduzione di un mito aborigeno (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Si calcola che, prima dell’arrivo dei bianchi, in Australia ci fossero circa settecento diverse unità tribali e che ognuna costituisse un popolo diverso. Questo spiega anche le varietà regionali dei miti, delle favole e delle leggende. In totale, le lingue parlate erano circa duecentocinquanta, alcune simili tra di loro, altre diverse come potrebbero esserlo il francese dall’inglese. Questo complesso sistema presenta una notevole diversità rispetto ai sistemi europei. Diversa è, per esempio, oltre alla struttura sintattica, l’organizzazione della frase. È evidente che le favole, così come noi le conosciamo, contengano, al di là della volontà dei curatori delle varie raccolte, un notevole grado di occidentalizzazione.
A. W. Reed, che ha pubblicato numerose raccolte di storie aborigene, afferma che ogni scrittore che si avventuri a raccontare i miti e le leggende aborigene deve necessariamente adottare uno stile ed una presentazione personali, riscrivendo i miti e i racconti popolari e apportando solo i cambiamenti necessari a renderli accettabili ai lettori dei nostri giorni. Reed non ha avuto la possibilità di raccogliere il materiale sul campo, ma ha utilizzato le ricerche di altri ricercatori, poeti e scrittori, tra i quali T. G. H. Strehlow e, in particolare, Roland Edward Robinson, un irlandese trapiantato in Australia in tenera età e che divenne una delle principali figure del movimento Jindyworobak, che tanta parte ha avuto nel diffondere tra i lettori australiani prima, e all’estero poi, la consapevolezza dell’unicità del patrimonio culturale dagli aborigeni d’Australia. In genere, i ricercatori avevano raccolto le storie direttamente dagli aborigeni, alcuni dei quali erano istruiti o semianalfabeti. Va ricordato che gli esponenti Jindyworobak non erano in genere antropologi, né archeologi o etnologi, ma poeti e letterati e che di natura squisitamente letteraria erano i loro fini.
Naturalmente, a prescindere dalla bontà della traduzione, è possibile che, per altri versi, il significato risulti poco chiaro, poiché la matrice originaria dalla quale il testo emerge non è conosciuta in modo approfondito.
Bisognerà sempre tener presente che i racconti, che si rifanno alle songlines, erano originariamente in versi, come i poemi omerici, e la cadenza con la quale venivano raccontati contribuiva a far balzare davanti agli occhi le immagini della terra d’Australia. Il ritmo e la danza erano parte essenziale della narrazione.
Si vedano, per esempio le trasformazioni subite dai “Canti del Geco dalla Coda a Pomo”, nei passaggi dal testo originale aborigeno alla traslitterazione e traduzione inglese. Si tratta, di fatto, di una doppia traduzione: una, per così dire endolinguistica, con il passaggio dalla lingua orale aborigena ad una lingua aborigena scritta, anche se attraverso la mediazione di un codice europeo come l’uso di un alfabeto scritto, del tutto sconosciuto agli aborigeni, e una traduzione interlinguistica, dalla lingua aborigena alla/e lingua/e europea/e. I canti fanno parte di una raccolta curata da M. Duwell e R. M. W. Dixon, Little Eva at Moonlight Creek (University of Queensland Press, St. Lucia 1994).
Al testo aborigeno era stato aggiunto un commento in inglese, in sostituzione probabilmente di quelle parti del mito veicolate dal ritmo della musica e dai movimenti della danza, ottenendo un racconto che segue i canoni della cultura occidentale, ma che allo stesso tempo riesce ad evitare una completa colonizzazione del testo originario da parte della lingua d’arrivo. Siamo, quindi, anche di fronte ad una traduzione intersemiotica.

I CANTI DEL GECO DALLA CODA A POMO

(Tyárlara tyárlara ruté)

1. Yadná wuRadí pantaná yádnalpántaná
Yadná wuRadí pantaná.

The Sandhill Lizard, Wakultyuru, was in the fire at the Kudnara camp. He had tried to protect himself with his shield but it was burnt. His skin peeled off. Lying among the ashes he sang this verse.

2. Yadnál’ pantaná yadná linthityá
Linthítyarará.
Yadná warará yadná linthityá.

It must have been the day after: he slowly came back to life amid the ashes. He was not yet a Knob-tailed Gecko. He was Wakultyuru, that is a lizard in the sandhill contry. You see him anywhere: he is brown with a big head and a long tail. His burns have made him look different: he was to turn into a Knob-tailed Gecko called Mayipalkuru or Tyarla-tyarla.

3. Linthítyálarái yadnáwararái
Yadná linthityá.

He remained there, he just lay there flat after the fire, not looking anywhere. He lay there and went on lying there. Not that he was sleeping: he was as if dead!

4. Yanpá láthuká yatú pantaná
Yadná wuRa
Yanpá láthuká yatú pantaná
Yadná wuRalí.

He managed to look up and he saw his own camp: it had been burnt.

5. Mákulyé kulyákulyáidna
Makudnhái tyar’ímpirái.

He gradually recovered enough strength to move. He named himself in a verse. Then he turned the verse around.

5a. Tyar’ímparáta ma kudnhá
Mákulyá kulyáidna
Má kudnái tyar’ímpará
(half sung)
Uta thurkaná!

And he arose from the dead.

6. Língwetyengwé, pályalya língwetyengwé
Pályalya waridity’ amánta língwemantá.

This is how he set up and he looked around close by to decide in which direction and which way should go.

7. Kantireí yályara Rambálkulyanái
Kánti lyalyayará Rambálkulyanái,
MáRara wílpilminé.

He went looking for somewhere to camp but the country alla round was already in twilight. The sun set. He was looking for a windbreak, for a bit of mulga to break off to make a shelter. Everything had been burnt by the fire. “Where can I go to settle down among some mulga trees?”
He went on. There was a mulga tree in a swamp, a mulga tree! The swamp had not been burnt, and there was a tree standing there, alive. He spent the night by the mulga tree and travelled further southwest into the desert t
he next day.

8. Pántu Mirláka wára kampíne
Rítyampirlá kawára kampíne.

He saw the saltlake Milaka then and named it in his song.

9. Purlká nhintya láwurú purlká nhintya
Láwurú lithírkithirké
Purlká nhintya láwurú.

He was still so ill as the fire had burnt his stomach. As he was looking at the lake he turned into a Knob-tailed Gecko, because he had been burnt by the fire. He saw that on the other side of the saltlake, there lay a huge sandhill. He went up on top and looked around the area. He was looking for a place. Where could he go down below the ground to rest for good? He was still sick from having been burnt by the fire, and his tail had dropped off.

9a. Purlká nhintya láwurú lithírkithirké
Purlká nhintya láwurú lithírkithirké.
10. Tyárlara tyárlara ruté
Ya tyárlara tyárlara rut’
Yadngadnámpa kákyara runté.
10a. Yadnadnámpa kalyáRa luntáyi
Yadnadnámpa kalyáRa luntáyi
Yátyalára tyarlára luntáyi
Yátyalára tyarlára luntáyi
Yadnadnámpa kalyáRa luntáyi.

At last he found a place to camp. He went to lie down below the ground, he dug himself below the ground, he then pronounced a curse, a magic spell at the place. (The singer does not include the spell, which he describes as having been given to him by his father. It refers to what had happened to the Gecko. It could only be directed against men.)

Domani sarà pubblicata la terza e ultima parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Aldo A. Magagnino
Traduttore Letterario/Freelance EN-FR>IT
Alezio (Lecce)

La traduzione di un mito aborigeno

 Categoria: Traduttori freelance

Mai, come nel caso della traduzione dei miti degli aborigeni australiani, appare in tutta la sua drammaticità il problema se si tratti, in realtà, di traduzione o di trasformazione. Le storie mitologiche degli aborigeni d’Australia hanno certamente subito notevoli manipolazioni nel corso del tempo, dal momento che sono più antiche dei più arcaici poemi occidentali. Molte sono andate perse dopo l’arrivo dei colonizzatori bianchi. Colin Johnson, lo scrittore aborigeno che è stato a lungo uno dei più attivi portavoce della cultura aborigena, autore di Wild Cat Falling, Writing from the Fringe e di Doctor Wooreddy’s Prescriptions for Enduring the End of the World, che dal 1988 ha mutato il proprio nome in Mudrooroo, ha scritto con amara ironia, “Quando i valorosi pionieri inglesi occuparono l’Australia, magari recando con sé una copia dell’Iliade in tasca, occuparono [la Terra nullius, la terra di nessuno: gli aborigeni erano nessuno] con grande spargimento di sangue e la catturarono come gli antichi greci catturarono e presero Troia. Chi conosce il canto di Troia o l’epica che i troiani cantavano? Si è persa, dimenticata … Al vincitore spettano le spoglie e questo è successo per l’Australia”. I racconti superstiti sono stati raccolti sul campo e tradotti/trasportati in altre lingue, dopo essere passati, naturalmente attraverso la lingua e la cultura inglese.

Le storie mitologiche aborigene si rifanno ad un periodo che precedette l’inizio del tempo, che viene definito il “Dreamtime”, “il Tempo del Sogno”, o semplicemente “The Dreaming”, “il Sogno”, o il “tempo della tradizione”, che ebbe inizio con le gesta dei mitici antenati totemici. Nella mitologia aborigena, il Sogno è un’epopea primordiale, che agli occidentali può apparire vaga e nebulosa, ma che per gli aborigeni è reale, nella quale gli uomini sono anche animali e gli animali sono anche uomini. Gli antenati potevano trasformarsi in uomini o animali a loro piacimento. In seguito alle straordinarie avventure, tramandate fino ai nostri giorni dalla “tradizione”, molti di loro si trasformarono definitivamente negli animali che oggi vediamo in Australia. Naturalmente, quando parliamo di tradizione, non intendiamo un insieme monolitico di leggende, miti e storie. La vastità stessa del territorio australiano, il fatto stesso che gli aborigeni discendano da popoli diversi, migrati in epoche successive e probabilmente da varie regioni dell’Asia, prima di disperdersi sul nuovo vasto continente australe, è incompatibile con questa visione. Tuttavia, alcuni temi sono ricorrenti. Il legame tra gli uomini e l’animale che prese forma dagli antichi antenati rimane saldissimo. Ogni aborigeno si identifica ancora oggi in un animale totemico e ne conosce il Sogno. Alcuni ritengono di essere essi stessi l’animale totemico. Con le sue gesta, l’antenato totemico ha, infatti, generato non solo il paesaggio, con le sue caratteristiche fisiche, ma ha anche dato vita alla tribù che popola quella terra.

“(Gli antenati) hanno percorso la terra, lasciando sul loro cammino i figli che generavano con le donne dei popoli che essi stessi avevano creato; infine avevano varcato il confine del territorio noto a quella particolare tribù ed erano ridiscesi nelle profondità della terra, oppure si erano trasformati in rocce, alberi o in qualche altra caratteristica naturale del paesaggio. Questi luoghi divennero centri dai quali gli spiriti individuali, che rappresentano quei particolari antenati, scaturirono per reincarnarsi in forma umana” (A. W. Reed, Aboriginal Myths, Reed New Holland, Sydney 1999, pagg. 50-55).

Poiché si tratta di materiali ritrasmessi più volte nel corso dei millenni, per Anthony Pym non si può che concordare con Lévi-Strauss, secondo il quale, in questo caso, il valore dell’equazione traduttore/traditore è praticamente zero. Per questo motivo, non ci dovrebbe essere nulla di più facile che tradurre i miti, in quanto non esiste un autore unico che possa essere tradito. La fonte ultima del mito non è rintracciabile e qualunque versione giunta fino a noi è già la trasformazione di altre trasformazioni: nessun traduttore può, quindi, essere tacciato di essere in errore o infedele.
Tuttavia le cose non sono così semplici come a prima vista potrebbe apparire. Lo stesso Pym ci ricorda che Malinowski, per esempio, considera il mito come “la narrazione di un evento primordiale che stabilisce il precedente per un’istituzione”. Questo porterebbe a concludere che un mito può solo funzionare nel luogo sociale nel quale ha generato quell’istituzione. In luoghi diversi, il suo rapporto con la realtà si annulla e la traduzione è assimilabile alla trasposizione di un testo morto. Inoltre, non si può dimenticare il fatto che il mito è già di per sé una “traduzione” della realtà, un’interpretazione del mondo e dei suoi misteri e che il suo valore specifico è noto solo a pochi membri della tribù. Il possesso di questa conoscenza conferisce potere istituzionale. Un potere che verrebbe annullato dalla rivelazione pubblica del significato mitologico. In questo caso, l’interpretazione e la traduzione del testo mitologico in una lingua occidentale si configurerebbe non solo come un’appropriazione culturale ma anche come una profanazione.
Tutto questo sembrerebbe condurre, in qualche modo, alla conferma della teoria dell’intraducibilità di particolari testi, in particolare di quelli relativi a storie mitologiche, in quanto, pur esistendo la possibilità di trasferire i materiali narrativi rimane irrisolto il problema della trasferibilità dei valori relativi ad una certa cultura e ad una certa istituzione sociale. Tuttavia, anche i testi cosiddetti intraducibili sono tradotti e sono letti da lettori appartenenti ad aree culturali anche molto diverse da quella originale. Può darsi che il traduttore non riesca a far apprezzare fino in fondo allusioni, rimandi, allitterazioni, assonanze e quant’altro la lingua originale riusciva a veicolare ai membri di quella particolare cultura, ma rimane il fatto, come nota Umberto Eco in Dire Quasi la Stessa Cosa, che da millenni la gente traduce di tutto, compresi testi apparentemente impossibili come la Bibbia. Il fatto che biblisti, linguisti e teologi da secoli siano impegnati in discussioni sull’esatta interpretazione di diversi passaggi dei testi sacri, non ha impedito a tali testi di pervenire, attraverso i secoli, a miliardi di fedeli di lingue diverse, in una staffetta da una lingua all’altra. Non solo, ma, prosegue Eco, “una parte consistente dell’umanità si è trovata d’accordo sui fatti e sugli eventi fondamentali tramandati da questi testi, dai Dieci Comandamenti al Discorso della Montagna, dalle storie di Mosè alla passione di Cristo – e, vorrei dire, sullo spirito che anima quei testi.” Secondo Eco, la traduzione si fonda su alcuni processi di negoziazione, un processo nel corso del quale, per ottenere qualcosa, si rinuncia a qualcos’altro, ricercando un equilibrio che dia soddisfazione, che “renda giustizia”, alle due parti in causa.
A proposito della lingua nella quale il mito era originariamente raccontato, bisogna ricordare che le lingue parlate dagli aborigeni d’Australia sono un mondo a sé. Certamente non si tratta di lingue “primitive.” Al contrario, la loro complessità attesta la lunga evoluzione. Come tutte le lingue, anche quelle degli aborigeni sono funzionali alla cultura del popolo che le utilizza.

La seconda parte di questo interessante articolo sulla traduzione di un mito aborigeno sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Aldo A. Magagnino
Traduttore Letteraio/Freelance EN-FR>IT
Alezio (Lecce)

Tradurre per il doppiaggio di un film

 Categoria: Servizi di traduzione

Un tipo particolare di traduzione è la traduzione filmica per il doppiaggio. Il film oggetto del mio studio è La Haine, film francese del 1995 di Mathieu Kassovitz. Nella versione originale del film si fa ampio uso del verlan e dell’argot, varianti linguistiche che non sono presenti nella lingua di arrivo del doppiaggio, che nel nostro caso è l’italiano.
Come sono rese queste varianti della lingua francese nella lingua di arrivo?
Per prima cosa, è da notare che la lingua utilizzata nel doppiaggio riflette molte caratteristiche del linguaggio parlato italiano (aferesi, termini del linguaggio familiare, termini enfatici, volgarità, ecc.). Oltre a queste osservazioni, voglio cercare di rispondere alla seguente domanda: il linguaggio utilizzato proviene e rispecchia qualche realtà italiana particolare, o è un linguaggio caratterizzato da una neutralità fonetica e prosodica, cioè da uno scollamento tra parlato e foneticamente connotato in diatopia?

Analizzo dunque in primo luogo alcuni dei riferimenti culturali presenti nella versione originale, vedendo quale trattamento è loro riservato nel doppiaggio. Innanzitutto, mi pare opportuno soffermarmi sui nomi dei protagonisti: Saïd, Vinz e Hubert. Si tratta di nomi che parlano, ben ancorati nella realtà francese in diversi modi e con diversi significati.
Appare allora emblematico che questi nomi non vengano tradotti, forse per mantenere chiaro per il pubblico il fatto che si tratti di un film francese, sottolineato anche da tutto quel corpus di scritte che concorrono a rendere l’atmosfera di un paese straniero, senza cioè voler creare l’illusione di un film italiano. Quando si trova davanti a un film doppiato, il pubblico ha la consapevolezza di essere in presenza di un prodotto straniero, per tutto questo insieme di segnali che anche inconsapevolmente ha imparato a decodificare. Ma se il significato rimanesse esclusivamente ancorato all’universo culturale francese e se non si tentasse neppure minimamente di trasferirne qualche caratteristica nel mondo che al pubblico italiano è più vicino, forse la sua appropriazione sarebbe più superficiale. Ecco quindi che la scelta del traduttore è quella di mettere in scena un determinato accento, seppure non troppo marcato, che dà una connotazione regionale alla lingua parlata nella traduzione. Si cerca in questo modo di trasferire il mondo rappresentato nella versione originale calandolo in un contesto più familiare al pubblico italiano. I personaggi del film, infatti, parlano con un accento romano, leggero ma comunque percepibile da un orecchio italiano. Questa sfumatura attribuita al linguaggio parlato dai tre protagonisti, che pure conservano i loro nomi originali, contribuisce a rendere il film più vicino agli spettatori italiani, dando alla parlata dei protagonisti una connotazione ben riconoscibile da tutti. Probabilmente, attribuendo al linguaggio utilizzato nella versione doppiata queste caratteristiche, si è voluto collocare i personaggi nella periferia della nostra capitale, trasferendoli così dalla periferia di Parigi a quella di Roma. Ma, come ho detto in precedenza, le immagini non partecipano a questo avvicinamento al pubblico italiano, in quanto esse conservano tutti i significati della realtà di partenza. Abbiamo quindi, con il doppiaggio, la sovrapposizione di due realtà, quella francese attraverso le immagini e quella italiana attraverso la parlata dei personaggi.

In conclusione, la mia analisi mostra quanto sia difficile tradurre e trasferire tutti i significati di un prodotto culturale, in questo caso tramite il doppiaggio. Infatti, i sistemi linguistici che entrano in gioco in ogni traduzione, la lingua di partenza e quella di arrivo, non corrispondono perfettamente in tutte le loro modalità e potenzialità espressive, ed è proprio in questo scarto che si gioca la difficoltà di una buona traduzione. Poiché i sistemi linguistici non sono perfettamente corrispondenti, il traduttore, consapevole dell’importanza del suo ruolo, deve far fronte a questo limite e a questa difficoltà usando tutti i mezzi che la lingua di arrivo mette a disposizione e trasferendo sensi e modalità espressive al meglio.

Autore dell’articolo:
Loredana Bicci
Professoressa di francese
Traduttrice FR>IT
Brescia

L’inglese nella ricerca medica

 Categoria: Servizi di traduzione

Negli ultimi dieci anni, lo studio delle caratteristiche del Sistema Nervoso ha subito una notevole accelerazione. L’obiettivo dei gruppi di ricerca è quello di riuscire a conoscere le cause e gli effetti di malattie neurodegenerative quali la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) e la malattia di Alzheimer (AD). Questo compito sta coinvolgendo gruppi di ricerca sia italiani sia internazionali, accumunati dal comune obiettivo di capire l’effetto di queste patologie.
Per rendere più semplice, lo scambio di dati e le relazioni tra i differenti gruppi, si è scelto di utilizzare una lingua comune. L’opzione migliore è stata quella di utilizzare la lingua inglese; questa è quella comunemente usata non solo nella vita di tutti i giorni ma anche nell’ambito scientifico fatto di congressi nazionali e internazionali e della produzione di lavori scientifici.

La lingua inglese, nel campo della ricerca medica, è diventata comune sia nei corsi universitari sia nella descrizione delle tecniche utilizzate nei diversi laboratori.
Nel campo della ricerca delle malattie neurodegenerative molti termini di origine anglosassone sono diventati di uso quotidiano tra gli addetti ai lavori di ospedali e istituti italiani. Per esempio, nel campo della ricerca sulla malattia di Alzheimer, si parla spesso di up-regolazione oppure di down-regolazione dei livelli di Beta-Amiloide testati sul liquido cefalo rachidiano che è più comunemente conosciuto con il termine di cerebrospinal fluid (CSF). Inoltre, gli stessi protocolli dei Kit che vengono utilizzati nei diversi laboratori italiani sono scritti in lingua inglese; questo consente una facile interpretazione da parte dell’operatore poiché questa lingua risulta più facile per descrivere certi concetti di laboratorio.

Un ulteriore dato di come la lingua inglese sia comune nella ricerca delle malattie neurodegenerative è che i corsi per l’utilizzo di macchine complesse come i sequenziatori di nuova generazione (macchine che consentono la caratterizzazione di un intero genoma) vengano tenuti in inglese e non in italiano. In particolare, i programmi di bioinformatica necessari per l’analisi dei dati sono sviluppati con questo linguaggio. Anche lo scambio di dati con i responsabili di queste piattaforme viene fatto in lingua. L’esempio più comune avviene con l’impiego dei software di genetica per l’analisi delle sequenze di DNA (acido desossiribonucleico) come per il programma Sequenze Pilota. Infatti, il servizio di supporto per la comprensione del programma si basa su questo linguaggio; perciò, qualsiasi utente sia italiano o straniero deve conoscere l’inglese per potere porre qualsiasi domanda.

In conclusione, posso dire che faccio parte di questo mondo da circa sei anni, in tutto questo tempo ho conosciuto gente di diverse nazionalità, ciò che ci ha accumunato è stato l’amore per la ricerca e la lingua inglese. Grazie alla conoscenza di questa lingua ho potuto fare molte esperienze diverse che mi hanno arricchito.

Autore dell’articolo:
Francesca Cortini
Biologa
Novara

Le lingue: strumento di comunicazione

 Categoria: Le lingue

Per l’uomo in quanto essere sociale l’esigenza di comunicare è stata sempre di fondamentale importanza. Comunicare significa “far comune ad altri ciò che è nostro”, ed è inoltre importante che il messaggio che vogliamo trasmettere agli altri venga recepito correttamente. Nei miei studi universitari di linguistica sono stata particolarmente attratta da tutto ciò che concerneva le modalità della comunicazione. Vorrei fare qui riferimento ai due tipi di comunicazione, verbale e non verbale, che quotidianamente sono alla base delle nostre relazioni interpersonali. Senza voler trascurare la rilevante “eloquenza” del linguaggio non verbale (gesti, posture, espressioni del viso) – spesso e volentieri oggetto degli studi di psicologia – tuttavia esso presenta alcuni limiti che la lingua, viceversa, riesce a superare. Credo dunque che dobbiamo riconoscere la superiorità della lingua, considerando la sua potenza comunicativa e la sua funzionalità, visto che, con un budget relativamente limitato di elementi, essa riesce ad esprimere qualsiasi situazione, concreta ma anche astratta.

Inoltre le lingue non sono dei sistemi statici, ma si evolvono, essendo in grado di aumentare le loro potenzialità comunicative in relazione a sempre nuove e crescenti necessità pratiche. Basti pensare alla molteplicità di parole nuove che continuamente entrano nel lessico e che riflettono, di fatto, l’esigenza costante della lingua di adattarsi alla realtà circostante in continuo cambiamento. Questa constatazione non può che risultare più che mai vera nell’epoca attuale in cui lo sviluppo tecnologico ha fatto sì che sistemi di comunicazione sempre più rapidi e sofisticati si moltiplicassero con un ritmo sempre crescente. Un cambiamento senza precedenti che risponde alle esigenze di un mondo sempre più globalizzato in cui si impone la necessità di rafforzare uno spazio di dialogo interculturale, per la realizzazione del quale la conoscenza delle diverse lingue costituisce decisamente il punto di partenza.

Quali sono i benefici che si possono trarre dalla conoscenza di più lingue? Ogni lingua è il risultato di un sapere che si è stratificato nel tempo, è il frutto di una cultura diversa e nello stesso tempo ne costituisce lo strumento per poterla comprendere. L’idea di poter facilitare la comunicazione tra tutti gli uomini mediante la creazione di una lingua comune unica è certamente entusiasmante. Un esperimento in tal senso è stato fatto con l’esperanto, esperimento che in realtà si è rivelato fallimentare. Questo sta a testimoniare il fatto che una lingua non può essere creata artificialmente. L’espressione linguistica è inscindibilmente legata, con le sue innumerevoli sfumature, al popolo che se ne serve. Sotto questo aspetto è di importanza cruciale anche l’uso del dialetto.

La conoscenza di più lingue non va considerata quindi come un ostacolo, ma piuttosto come un sinonimo di arricchimento culturale. Essa non soltanto facilita la comunicazione ma offre anche l’opportunità, direi unica, di poter scoprire l’originalità di ciascuna cultura e di poter cogliere nella diversità quel mondo dell’Altro che così tanto ci affascina e ci conquista.

Autrice dell’articolo:
Rosamaria D’Amico
Laurea in Lingue e Letterature Straniere
Traduttrice EN-FR>IT
Giarre (Catania)

I sottotitoli in Italia

 Categoria: Servizi di traduzione

La situazione dei sottotitoli, in Italia, non è tra le più sviluppate in Europa. Infatti, l’industria cinematografica italiana dispone di una lunga tradizione nel campo del doppiaggio e di professionisti di alto livello nel campo. Il doppiaggio è quasi un passaggio obbligatorio a cui i film stranieri sono sottoposti nel momento in cui vengono importati sugli schermi italiani. Questo perché anche i telespettatori italiani sono ormai abituati a seguire i programmi stranieri adattati alla loro lingua, a differenza di quello che accade nella maggior parte dei paesi del nord Europa, dove invece i dialoghi sono tradotti in stringhe di testo nella lingua di arrivo. Un discorso a parte deve essere fatto a proposito di quelle sale cinematografiche che, contro le convenzioni, decidono di trasmettere periodicamente delle pellicole in versione originale sottotitolate. Infatti, anche se in Italia il doppiaggio resta dominante (l’89% circa dei film europei e il 63% dei film americani sono doppiati), alcuni film escono anche in versione originale.

La televisione italiana è però attenta alle esigenze dei non udenti, in quanto fornisce spesso, attraverso il televideo, la trascrizione in didascalia dei dialoghi italiani delle trasmissioni televisive. Tuttavia, per quanto riguarda l’apprendimento delle lingue straniere attraverso le sottotitolazioni, le televisioni non sembrano troppo persuase della loro utilità. Infatti, sembra non essersi sviluppata, nella scena televisiva italiana, una sensibilità verso l’ausilio che i sottotitoli potrebbero fornire a chi non ha molta familiarità con una lingua straniera, ma che vuole migliorare le sue competenze.

I rari casi in cui in Italia si trova materiale estero sottotitolato sono quelli dei film o serie TV che non vengono trasmesse in televisione o al cinema, ma che vengono seguiti da persone che, comprendendo la lingua originale, decidono di sottotitolarli e di metterli a disposizione sulla rete. Queste sono iniziative di singoli che utilizzano le loro conoscenze linguistiche per rendere accessibili ai locutori della lingua italiana anche quei materiali che non sono diffusi dalle televisioni ufficiali.

Autore dell’articolo:
Oriana Siracusa
Traduttrice EN-FR-SP>IT
Ragusa

I falsi amici spagnoli

 Categoria: Le lingue

Chissà perché molte persone credono che la lingua spagnola sia così semplice. È vero, assomiglia moltissimo a quella italiana, come struttura della frase, come particelle grammaticali, come posizioni delle varie categorie grammaticali. Ma non illudiamoci! Lo spagnolo, nonostante tutto, è molto diverso dall’italiano. Non basta aggiungere la “s” come in molti dicono. Allo stesso modo, il lessico è molto vario. Se ci troviamo in una situazione in cui vorremmo sprofondare sotto terra e diciamo “Estoy embarazado/a” senza dubbio ci sentiremmo rispondere “Ay, qué bien! Enhorabuena!” (Oh, che bello, auguri!). Questo perché, invece di dire di essere imbarazzate, abbiamo detto di essere “incinta”!

Esistono moltissimi falsi amici nello spagnolo, per esempio:

todavía = ancora, non tuttavia
atender = occuparsi di qualcosa, non attendere
salir = uscire, non salire
salida = uscita, non salita
subir = salire, non subire
bolso = borsa da donna, non busta della spesa
habitación = stanza, non abitazione
luego = dopo, non luogo
mantel = tovaglia, non mantello
vaso = bicchiere, non vaso
toalla = asciugamano, non tovaglia
espaldas = schiena, non spalle
hombros = spalle, non ombre
cara = viso, non cara
pronto = presto, non pronto
libreta = block notes, non libretto
aguantar = sopportare, non agguantare
burro = asino, non burro
topo = talpa, non topo
guardar = conservare, non guardare
aceite = olio, non aceto
cámara = macchina fotografica, non camera
cura = prete, non cura
en seguida = subito, non in seguito
largo = lungo, non largo
manzana = mela, non melanzana
pelo = capelli, non pelo
sembrar = seminare, non sembrare

E la lista non finisce qui, ce ne sono sempre di nuovi. Perciò, se vi volete addentrare seriamente nel lessico di una lingua, in questo caso dello spagnolo, ricordate di diffidare dai falsi amici!

Autore dell’articolo:
Eleonora Battista
Traduttrice ES>IT
Torino

Apprendimento di una lingua: influenze (2)

 Categoria: Le lingue

Per quanto concerne la personalità e, in particolare, l’attitudine personale di un individuo all’apprendimento delle lingue, essa rappresenta un altro dei fattori che influenzano l’apprendimento. La predisposizione allo studio delle lingue straniere, bassi livelli di ansietà, un carattere estroverso e fiducia in sé influiscono positivamente sullo svolgersi del processo di apprendimento. Le persone sicure di sé e meno timide sono più disposte a mettersi in gioco, a “buttarsi”, anche quando ciò implica il rischio di sbagliare e commettere errori. Durante la mia esperienza di tirocinio in una scuola secondaria di primo grado e in qualità di apprendente all’università, ho constatato che “rischiando” e partecipando direttamente e attivamente durante le lezioni, la capacità di apprendimento aumenta in quanto si ricordano meglio sia le risposte giuste, sia gli errori commessi.

La motivazione appare come un fattore di variabilità notevolmente incisivo dell’apprendimento sia di una seconda lingua che di una lingua straniera e rappresenta un elemento di intersezione tra fattori interni e fattori esterni. Sono state individuate due macrocategorie di motivazione: motivazioni culturali e motivazioni strumentali. Nella prima tipologia rientrano le motivazioni che spingono l’apprendente verso una lingua straniera per ragioni culturali, ad esempio quella integrativa, che nasce dal desiderio dell’apprendente di inserirsi rapidamente nella società in cui vive.

Rientra nell’ambito delle motivazioni culturali anche la motivazione “intrinseca”, riconducibile al desiderio di apprendere una lingua perché “piace”, per esempio, perché si ritiene che una certa lingua abbia un suono molto piacevole.
Per quanto riguarda invece le motivazioni strumentali, si suddividono in generali e particolari. Le prime sono basate sull’obiettivo di raggiungere un vantaggio pratico, ad esempio trovare un impiego, ottenere un titolo di studio, ecc.

Per quanto riguarda le motivazioni strumentali particolari, l’apprendente è spinto a studiare una lingua straniera per superare prove specifiche quali verifiche, interrogazioni, esami, test.
Ci si chiede quale sia la tipologia di motivazione responsabile di un successo maggiore nell’apprendimento. Alcuni studiosi sostengono, per esempio, che il bisogno di trovare un lavoro o di riuscire a superare un esame sembrerebbero essere motivazioni più forti rispetto alle motivazioni culturali. Ma è necessario far notare che le motivazioni strumentali sono di solito più forti nel breve periodo, mentre in un lasso di tempo più lungo ad avere la meglio sono spesso le motivazioni culturali.

Fattori esterni

Concentriamoci ora sui fattori esterni nel caso soprattutto dell’apprendimento in ambito scolastico: l’apprendimento risulta influenzato positivamente se avviene in un’atmosfera rilassata e accogliente, in cui si cerca di evitare le situazioni di stress e in cui i bisogni dell’apprendente vengono presi in considerazione. Per quanto riguarda invece l’ambiente all’esterno della classe, se l’apprendimento di una lingua straniera avviene nel paese in cui essa è parlata, ciò influenza positivamente l’apprendimento, dal momento che i contatti autentici con la lingua straniera saranno maggiori e molto frequenti, come hanno infatti testimoniato alcuni miei amici trasferitisi all’estero per motivi di studio o lavoro.

Autore dell’articolo:
Giulia Zaccarelli
Laureata in Lingue e Culture Europee (corso di mediazione linguistica)
Laureanda in Letterature Comparate, Moderne e Postcoloniali
Aspirante traduttrice EN-DE-FR>IT
Mirandola (MO)

Apprendimento di una lingua: influenze

 Categoria: Le lingue

Durante la stesura della mia tesi di laurea, intitolata Approcci didattici all’insegnamento di una lingua straniera, ho avuto modo di esaminare i fattori relativi all’apprendente che possono influenzare la riuscita o il fallimento dell’apprendimento di una lingua straniera.

Si suddividono in fattori interni e fattori esterni. I fattori interni comprendono aspetti quali l’età, la personalità e la motivazione dell’apprendente.
Tra i fattori esterni rientrano invece fattori sociali come l’atmosfera in classe e l’ambiente al di fuori di essa.

Fattori interni

L’età dell’apprendente è un fattore riconducibile alla natura biologica. Come sostengono molti autori, (per esempio Bettoni, Dulay, Burt e Krashen) i bambini imparano una seconda lingua meglio degli adulti. Alcuni linguisti sostengono che in una famiglia immigrata i genitori possono anche imparare la seconda lingua e padroneggiarla con scioltezza, ma ascoltandoli parlare si avverte quasi sempre una differenza rispetto ai parlanti nativi per quanto riguarda la pronuncia di certe parole e l’utilizzo di espressioni idiomatiche (ad esempio proverbi e modi di dire); i figli imparano invece la seconda lingua talmente bene da essere quasi sempre indistinguibili dai coetanei parlanti nativi. Colpita da questa asserzione, ho deciso di effettuare una prova per verificare personalmente se i bambini che apprendono una seconda lingua, una volta cresciuti, hanno effettivamente un’ottima competenza per quanto riguarda tutti gli aspetti linguistici. Ho registrato un’intervista a un parlante nativo italiano, Andrea, ventitreenne. In seguito ho registrato un’intervista simile a Hamza, un ragazzo di ventidue anni, nato a Casablanca, Marocco, e trasferitosi con la famiglia in Italia all’età di nove anni. Nella registrazione sono stati identificati come parlante 1 e parlante 2 per non influenzare il giudizio degli ascoltatori, i quali hanno dichiarato di non essere in grado di identificare il parlante non madrelingua italiana. Infatti, nonostante Hamza parli italiano da 13 anni, presenta influenze regionali emiliane nella pronuncia, utilizza espressioni tipiche e un lessico molto ricco, ha davvero una buonissima padronanza della lingua italiana.

Il successo dei bambini nell’imparare una seconda lingua è riconducibile a ragioni biologiche (il cervello dell’adulto è diverso da quello del bambino in materia di meccanismi di acquisizione della lingua) e sociali, ovvero all’ambiente linguistico. Infatti, un bambino rispetto a un adulto è maggiormente esposto a situazioni comunicative naturali; inoltre si pensa che abbia anche un atteggiamento più aperto nei confronti di una nuova cultura, che sia fortemente motivato a comunicare con i parlanti nativi per integrarsi con loro, per esempio per trovare nuovi amici.

Nell’articolo di domani vi parlerò degli altri fattori interni, cioè personalità e motivazione, e fattori esterni che influenzano l’apprendimento di una lingua straniera.

Autore dell’articolo:
Giulia Zaccarelli
Laureata in Lingue e Culture Europee (corso di mediazione linguistica)
Laureanda in Letterature Comparate, Moderne e Postcoloniali
Aspirante traduttrice EN-DE-FR>IT
Mirandola (MO)

L’inglese come lingua franca

 Categoria: Le lingue

Attraverso l’espansione coloniale dell’Impero Britannico, l’emigrazione di parlanti nativi della Gran Bretagna verso, in particolare, l’America e l’Australia e, più recentemente, il processo di globalizzazione, l’inglese si è evoluto da lingua nativa degli abitanti di un’isola relativamente piccola alla lingua più ampiamente insegnata, letta e parlata del mondo.
Eventi internazionali avvicinano persone di diversi background linguistici e socioculturali facendo sì che l’inglese sia stato adottato come lingua comune tra persone parlanti lingue materne diverse. Già nel 2000, nel suo libro “The Future of English”, Gradol affermava che il 99% delle organizzazioni europee usava l’inglese come lingua di lavoro.

L’incremento dell’uso dell’inglese come lingua comune in contesti multi linguistici e l’aumento della frequenza delle interazioni tra persone la cui prima lingua non è l’inglese ha sollevato un dibattito tra esperti di linguistica. Una delle principali controversie originate all’interno del contesto dell’utilizzo dell’inglese come lingua franca concerne l’idea che i parlanti inglese come lingua madre e le forme di inglese da loro parlate abbiano perso di importanza all’interno del contesto della comunicazione internazionale e che essi non possano più essere considerati i “possessori” della lingua inglese. Partendo dal presupposto che l’inglese è utilizzato più da persone di un’altra lingua madre che da persone di madrelingua inglese e che essi se ne servano per comunicare tra loro, alcuni ricercatori nel campo linguistico sono dell’opinione che l’inglese appartenga a chiunque lo parli e che dovrebbe essere consentito alla lingua di evolversi nel mondo indipendentemente dai cambiamenti linguistici che avvengono nei paesi di lingua inglese. Secondo gli studiosi sostenitori di questa tesi non è più necessario che gli studenti di inglese L2 si conformino alle norme dell’inglese dei parlanti nativi. Nel suo libro “World Englishes” la ricercatrice Jennifer Jenkins sostiene, infatti, la necessità di stabilire in modo empirico norme fonetiche e modelli di pronuncia fondati sull’inglese come lingua internazionale il cui obbiettivo principale sia l’intelligibilità per chi parla l’inglese come seconda lingua. Per i sostenitori di questa posizione, come per esempio il linguista Seidhofer, l’inglese come lingua franca non dovrebbe essere considerato inferiore o scorretto quando confrontato con l’inglese di coloro che lo parlano come prima lingua. Sono entrambi varianti della lingua inglese con la stessa autorità e autenticità nei loro propri contesti. La funzione dell’inglese come lingua franca è fondamentalmente strumentale, permettendo la comunicazione in diversi contesti internazionali.

In opposizione, linguisti come I-Chun Kuo sostengono che, nonostante un certo grado di inaccuratezza fonologica e grammaticale possa essere tollerata nella comunicazione reale, l’insegnamento dell’inglese non possa basarsi su un tale modello di comunicazione. Kuo ritiene che un appropriato modello pedagogico dovrebbe soddisfare una gamma di bisogni, da una comprensione di base a una maggiore accuratezza e fluidità della lingua paragonabile a quella di un parlante madrelingua. Dal suo punto di vista il modello fornito dall’inglese usato come prima lingua rappresenta una base completa. Starà agli insegnanti e agli studenti decidere quanto conformarsi a questo modello a seconda del contesto.

Autore dell’articolo:
Erica Falkingham
Aspirante traduttrice IT>EN EN>IT
Acqui Terme (AL)

Tradurre, da esercitazione a passione

 Categoria: Traduttori freelance

Si sa, per superare un esame le persone farebbero di tutto. In realtà sono pochi gli escamotage per superare un esame di lingua straniera quando lo scoglio non è la grammatica bensì la comprensione e la composizione dei testi. In tal caso, la lingua bisogna conoscerla ad un livello superiore. E come si fa se non si è madrelingua, non si può viaggiare per lunghi periodi e non si studia letteratura e lingue straniere all’Università? La necessità aguzza l’ingegno e gli amici ti danno una mano… Si diventa traduttori!
È grazie ad un’amica che ho scoperto la possibilità di unire l’utile al dilettevole, ossia leggere manga e studiare una lingua straniera. I manga sono fumetti giapponesi, molto diversi dai fumetti europei e americani (Comics) più diffusi e noti. Peccato che le opere più belle restino inedite ed è molto difficile trovare in italiano traduzioni degne di questo nome.
Ed ecco come nasce in me la traduttrice, un misto tra desiderio di apprendimento e filantropia: apprendimento, perché diverso è ‘leggere e comprendere’, dal ‘comprendere e rendere lo stesso testo nella tua lingua’, mantenendo intatto il significato originale del testo e contemporaneamente adattandolo al ‘sentire’ della propria cultura; filantropia (è un termine molto forte e forse poco modesto, ma credo sia quello più appropriato), perché è una perdita per tutti che certe opere restino sconosciute solo perché prodotte in una lingua che non si comprende.

La traduzione per me nasce così, da strumento di esercitazione ed apprendimento a strumento per la diffusione di qualcosa di bello che altrimenti rimarrebbe nascosto e sconosciuto. Molti di noi non hanno il dono della scoperta, della scrittura, del pensiero scientifico o filosofico, ma scoperta, scienza, letteratura e filosofia rimarrebbero appannaggio di pochi se nessuno facesse lo sforzo di raccogliere, fare proprio e trasmettere il pensiero e lo studio degli altri. Perché chi traduce non si limita a convertire i termini da una lingua all’altra, in uno sterile passaggio di fonetica e sintassi, ma prima metabolizza il pensiero dell’autore e poi cerca di renderlo nella propria lingua, senza privare il messaggio originale di forza e bellezza.
Questo è vero in generale, ma ancor più vero è in letteratura. L’etimo della parola ‘tradurre’ è “trans = far passare al di là e dúcere = condurre”. Il compito del traduttore è quindi quello di condurre il talento dello scrittore da una lingua all’altra.

Amo i libri di Gabriel Garcia Marquez perché sono come dipinti. Marquez ha il dono di dipingere immagini vive nella mente di chi legge, perché lo scorrere delle parole si trasforma nel profumo delle strade, nel nero brillante dei capelli, nel caldo soffocante e umido dei pomeriggi di siesta, nel rumore silenzioso della foresta e, mentre leggi, ti sembra di respirare quei profumi, vedere il luccichio dei capelli, sudare al caldo opprimente ed ascoltare il rumore degli alberi di “Cento anni di Solitudine”. Ma io non ho mai letto Marquez in originale. Non ne conosco la lingua abbastanza. Se, quindi, ho potuto vivere le sue opere con la stessa intensità che in originale è solo grazie a chi ha saputo trasferire le sue immagini dalla sua lingua alla mia.
Questo è tradurre: contribuire con il proprio lavoro all’arricchimento (culturale) degli altri.

Autore dell’articolo:
Carmela Torchiarella
Aspirante traduttrice EN>IT
Orta Nova (FG)

Traduzione di un testo

 Categoria: Traduttori freelance

E’ mia intenzione dare delle indicazioni su come io solitamente mi pongo di fronte ad un testo da tradurre, utilizzando una semplice metafora: “Immagino un fiume, invalicabile, che scorre tra due sponde. La sponda A è quella su cui io mi trovo e rappresenta il testo da tradurre, la sponda B è l’altra parte del fiume e rappresenta il risultato finale della traduzione. Il fiume che scorre tra le due sponde rappresenta i “problemi” del processo di traduzione. Il mio compito è di costruire un ponte per passare da una sponda all’altra, cercando di trovare il modo migliore visto che non sono un operaio specializzato nel costruire ponti ma solo una traduttrice. In tal modo il mio ponte non sarà mai uguale a quello di un altro traduttore e questo dà ad ogni traduttore una particolarità diversa”.
Credo che chiunque sia intenzionato ad affrontare una traduzione di tipo letterario, tecnico-scientifico, o generico deve avere le seguenti caratteristiche:

1) Competenza linguistica: una base grammaticale, sintattica e lessicale della lingua verso la quale si traduce.
2) Familiarità con la lingua di partenza: una conoscenza specifica della lingua dalla quale si traduce.
3) Capacità di sintesi: una capacità riassuntiva del testo di partenza per evitare di tradurre “parola per parola”.
4) Intuito, sensibilità.
5) Capacità analitica: analizzare prima il testo di partenza fino alla revisione del testo di arrivo.

La competenza linguistica è la caratteristica più importante delle cinque sopraelencate, ma le altre quattro non sono da sottovalutare. Infatti, solo chi è in grado di esprimersi bene nella propria lingua sarà un buon traduttore; molti problemi di interpretazione si possono risolvere facendo uso dei sensi e della sensibilità, calandosi nella situazione proposta nel testo da tradurre.
Intendo dire che quasi sempre bisogna apportare dei cambiamenti per rendere la traduzione più spontanea e meno contorta, perché non basta la corrispondenza formale tra le due lingue, bisogna prima codificare, poi decodificare e ricodificare il testo essendo consapevoli della propria soggettività che influisce sulla resa del testo tradotto, sulla scelta delle parole, sullo stile e così via.
Quindi nessuna traduzione sarà uguale; le caratteristiche personali le differenzieranno l’una dall’altra: la traduzione è senz’altro rispetto delle idee, dell’atmosfera del testo di partenza, ma è anche una ricreazione, non una brutta copia.

Autore dell’articolo:
Concetta Scognamiglio
Traduttrice EN-FR>IT
Napoli

Traduzione letteraria: una condivisione

 Categoria: Traduzione letteraria

La letteratura tradotta occupa un ampio spazio nel sistema letterario di tante culture. Il successo di un autore straniero è ancora oggi vincolato dalle traduzioni che in quest’ambito svolgono un ruolo fondamentale. Pensando all’importanza del lavoro di traduttore, si può osservare che egli assume la funzione di creatore del canone. Jerzy Jarniewicz, poeta, critico letterario e traduttore polacco, nell’articolo intitolato Tłumacz jako twórca kanonu, introduce la divisione fra il traduttore-ambasciatore e il traduttore-legislatore. Il traduttore-ambasciatore è orientato verso la cultura di partenza mirando alla presentazione delle autorevoli opere straniere nella lingua di arrivo e fa propria la letteratura degli scrittori canonici, invece il traduttore-legislatore si concentra sulla letteratura e sulla condizione della cultura e della lingua di arrivo. Tenendo conto che la traduzione diventa un fatto della letteratura di una data lingua, il traduttore-legislatore entra in dialogo con la letteratura di arrivo, proponendo qualcosa di nuovo (modello, linguaggio, criterio, ecc.). In tal modo questo si propone come un tipo di traduttore doppiamente creativo: come autore di un testo nuovo e come edificatore di gerarchie artistiche.

Allo stesso tempo, l’influenza e lo stato della traduzione dipende dalle relazioni che esistono in un determinato contesto culturale. È un problema di cui si è occupato Itamar Even-Zohar nell’articolo intitolato La posizione della letteratura tradotta all’interno del polisistema letterario. Lo studioso esamina la traduzione non in modo individuale, ma come una parte integrante del polisistema letterario. Il testo tradotto costruisce la cultura di destinazione, essendo contemporaneamente un suo fenomeno, in tal modo la traduzione è capace di estendere il repertorio letterario. Even-Zohar nel suo studio si concentra sul ruolo innovativo che può assumere un’opera tradotta, individuando tre circostanze: la prima, quando si tratta di una letteratura “giovane” che si sta formando; la seconda, quando la letteratura è periferica oppure debole; la terza, quando la letteratura sta vivendo un momento di svolta, un momento di crisi in cui si fa fronte al vuoto letterario che deve essere riempito.

Indubbiamente la funzione della traduzione dipende dalle relazioni esistenti all’interno del polisistema letterario e all’interno del sistema culturale. Uno degli elementi che differenzia le lingue è il prestigio derivante dalla loro percezione presso i parlanti delle lingue e utenti delle culture. Per di più nel mondo contemporaneo la posizione e il rilievo di una lingua vengono determinati in alta misura dal potere economico. Elżbieta Tabakowska, studiosa polacca dell’Università di Cracovia, reputa che “nel contesto della linguistica moderna la traduzione smette di essere uno scontro fra due lingue e diventa uno scontro tra due culture”. Di conseguenza, la traduzione presuppone il riconoscimento e il rispetto della diversità dell’altra lingua.

Il compito del traduttore non si limita oggi a una semplice trasposizione di un testo nell’altra lingua, egli contribuisce a rendere proficuo il rapporto fra lingue e culture. Inoltre tenendo presente la letteratura delle lingue che non appartengono a quelle più “potenti” e conosciute nel mondo, sembra evidente che il lavoro del traduttore e la sua forza di persuasione possono essere decisivi per la comparsa di un autore sul mercato straniero. Di fatto conoscere l’altro rappresenta una possibilità di aprire un dialogo e di collaborare, perciò la presenza del traduttore è una condizione della coesistenza delle comunità umane. Traducendo, egli fa scoprire l’esistenza delle altre letterature e culture, la loro particolarità e irripetibilità, ci porta verso la necessità della reciproca accettazione e conoscenza. Grazie allo sforzo del traduttore si allargano i nostri orizzonti intellettuali, si approfondisce il nostro sapere e si accresce la sensibilità.

Autore dell’articolo:
Magdalena Kampert
Laurea magistrale in Letterature moderne, comparate e postcoloniali
Traduttrice PL<>IT
Bologna

Doppiaggio o sottotitolaggio? (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

In Italia la sottotitolazione interlinguistica è confinata perlopiù ai grandi e piccoli festival di cinema e a pochissimi programmi TV, come il David Letterman Show e alcuni reality su MTV (molti dei quali, però, stanno passando dai sottotitoli alla versione in voice-over). Il doppiaggio (o, in alcuni casi, il voice-over) rimane la modalità di traduzione audiovisiva più diffusa. Senza pensare di capovolgere la situazione, si potrebbe però modificare leggermente la proporzione tra le due modalità.

Certo, in questo tipo di decisioni contano molto anche le abitudini del pubblico. Così come il ragazzo svedese di cui avevamo parlato nella prima parte dell’articolo è rimasto perplesso sentendo attori stranieri con una voce diversa, viene da pensare che noi italiani, abituati al doppiaggio, mal sopporteremmo di dover seguire delle fastidiose scritte sullo schermo. Ma le abitudini si possono in parte modificare: la diffusione dei DVD (che permettono di vedere un film in diverse lingue e, volendo, con diversi tipi di sottotitoli) ha aumentato nel pubblico la tolleranza ai sottotitoli, insieme ad altri fenomeni come il fan-subbing. A qualcuno di voi sarà capitato di scaricare una puntata della sua serie preferita, perché non riusciva ad aspettare un anno per vedere la stagione successiva. Se avete trovato una versione sottotitolata in italiano, beh, dovete ringraziare gli utenti di siti come Italiansubs o Subsfactory, che traducono e sottotitolano (spesso con buoni risultati) le principali serie TV, ma anche film, anime giapponesi… Anche in questo caso, quindi, vediamo una parte di pubblico normalmente abituata al doppiaggio che si rivolge a un prodotto sottotitolato. E parliamo di un fenomeno diffuso non solo tra i giovani, ma tra gente di tutte le età.

Sostituire il doppiaggio con il sottotitolaggio come modalità prevalente di traduzione sarebbe ormai molto difficile, e sarebbe inoltre un peccato non avvalersi dei nostri ottimi doppiatori. Ma ritengo che sarebbe una buona idea far convivere le due modalità di traduzione, ampliando un po’ l’esiguo spazio riservato ai sottotitoli sul piccolo e sul grande schermo.

Autore dell’articolo:
Nadia Cazzaniga
Traduttrice EN-FR>IT
(sottotitolatrice per il Milano Film Festival dal 2010 al 2012)
Monza

Doppiaggio o sottotitolaggio?

 Categoria: Servizi di traduzione

Una mia amica mi ha raccontato di una conversazione che ha avuto con un ragazzo svedese venuto a studiare a Milano. Si parlava di serie TV americane e il ragazzo non riusciva a capire come in Italia si potessero guardare quelle serie doppiate: “È terribile” diceva “non sentire la voce originale degli attori”. “È vero” gli ha risposto lei “ma devi sapere che i doppiatori italiani sono molto bravi”. “Ma” ha insistito lui “un attore recita con i gesti, con le espressioni, ma anche con la voce, e il doppiaggio quindi priva il pubblico di un elemento fondamentale”. La mia amica ha cercato di spiegargli che proprio grazie alla bravura dei doppiatori l’espressività viene mantenuta, anche se chiaramente la voce non è la stessa. Non l’ha convinto. Nel suo Paese, i film, i documentari e i telefilm in lingua straniera sono sempre proposti in versione originale con sottotitoli. Per lui era assurdo sentire improvvisamente gli attori parlare in un’altra lingua e con un’altra voce, e ancora più assurdo il fatto che ormai noi fossimo, fin da piccoli, abituati ad associare ad un certo attore una certa voce italiana.

Personalmente, non ho nulla contro il doppiaggio. Come spettatrice e come traduttrice, perché mi rendo conto di quali acrobazie linguistiche siano necessarie per adattare una traduzione plausibile al sincronismo labiale, cercando di mantenere lo spirito e l’espressività della battuta originale con un’altra voce. Non a caso il traduttore David Bellos, nel saggio Is That a Fish in Your Ear? definisce gli adattatori per il doppiaggioworld-class gymnasts of words”. Il doppiaggio nel nostro Paese ha una lunga tradizione e i nostri doppiatori sono considerati tra i migliori del settore. Per noi è ormai normale identificare un attore straniero con una certa voce italiana, per quanto uno straniero possa trovarlo bizzarro.
Ma, sempre come spettatrice e traduttrice, vorrei spezzare una lancia anche in favore del sottotitolaggio, soprattutto per la sua funzione educativa. Senza dubbio sono molti i motivi per cui Paesi come quelli scandinavi, in genere, sono più avanti rispetto agli italiani nell’apprendimento delle lingue, e dell’inglese in particolare. Eppure, credo che una parte del merito vada attribuita anche alla consuetudine di quei Paesi di distribuire i film stranieri in versione originale: il pubblico guarda i sottotitoli nella propria lingua, certo, ma l’orecchio, allo stesso tempo, si abitua a sentire e a riconoscere i suoni della lingua straniera.

Domani sarà pubblicata la seconda e ultima parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Nadia Cazzaniga
Traduttrice EN-FR>IT
(sottotitolatrice per il Milano Film Festival dal 2010 al 2012)
Monza

La mia scoperta delle lingue straniere

 Categoria: Traduttori freelance

Ricordo ancora oggi il momento in cui ho scoperto che la nostra lingua madre non è la sola ad esistere nel mondo. Nei primi anni di vita di ciascuno, è nostra consuetudine pensare che i suoni che quotidianamente ascoltiamo e il vocabolario che giorno dopo giorno apprendiamo, siano l’unico mezzo attraverso il quale impareremo a relazionarci con il mondo esterno. In realtà, ben presto le nostre convinzioni si sono rivelate il frutto della nostra immaginazione. Il mondo è ricco di lingue, l’una diversa dall’altra, ognuna con i propri suoni, regole e significati. Si tratta di lingue completamente nuove.
Venendo a conoscenza di queste possibilità, ho improvvisamente capito quale sarebbe stata la mia strada. Nel momento preciso in cui ho capito che l’italiano è soltanto una delle innumerevoli lingue che si ha la possibilità di apprendere, mi sono accostata a questa nuova realtà. Ho subito scoperto, passo dopopasso, quanto questa fosse in grado di coinvolgermi, sino a spingermi a decidere di intraprendere questo percorso, raggiungendo i miei obiettivi e alimentando in me la voglia di scoprire e di imparare sempre di più.

Oggi le lingue rappresentano qualcosa di importante, qualcosa che sembra addirittura diventato indispensabile. Conoscere le lingue rappresenta una ricchezza, si può considerare un surplus che ciascuno di noi dovrebbe necessariamente possedere. La conoscenza di una lingua straniera ci permette di viaggiare, ci aiuta ad ampliare il nostro ramo di conoscenze, ci aiuta ad essere più forti e più coraggiosi quando ci si trova in un Paese che non è il nostro. È, inoltre, fondamentale nel momento in cui ci si trova dinanzi a delle necessità primarie (come può esserlo l’acquisto del pane o del latte, o semplicemente il richiedere l’informazione circa una strada), per le quali è necessario conoscere una determinata terminologia e avere una certa dimestichezza nel saper affrontare determinate situazioni.

E’ tutto questo che mi ha spinta ad intraprendere questo percorso, sviluppando in me la voglia di imparare, giorno dopo giorno, sempre di più.

Autore dell’articolo:
Alba Quarato
Laureata in Lingue e Letterature Straniere (laurea magistrale)
Curriculum Comunicazione internazionale
Aspirante traduttrice
Noci (Ba)

Linguaggio giuridico spagnolo e italiano

 Categoria: Servizi di traduzione

I testi legali spagnoli si caratterizzano per l’uso del congiuntivo e del futuro indicativo, al contrario, quelli italiani presentano principalmente frasi asseverative, dove i tempi dominanti sono il presente e il futuro indicativo, e frequentemente si ricorre all’uso di frasi subordinate. L’utilizzo del congiuntivo in spagnolo è dovuto al fatto che il legislatore vuole conferire al discorso giuridico un valore di possibilità e potenzialità, in effetti il congiuntivo non enuncia un’azione reale e oggettiva, bensì qualcosa che potrebbe accadere. Per quanto riguarda il futuro, oltre a indicare un’azione ventura, conferisce ad essa una valorizzazione da parte dell’interlocutore, che mostra in che modo viene colpito personalmente dall’azione o dal fatto in questione. C’è un ulteriore motivo che giustifica il frequente uso del congiuntivo nel linguaggio giuridico spagnolo. In effetti, è necessario segnalare che questo tipo di linguaggio ha un carattere precettivo, pertanto, impiega verbi di comando, proibizione, ecc., ossia una classe di verbi che nelle frasi subordinate richiedono l’uso del congiuntivo. Inoltre in spagnolo si usa spesso il gerundio, in modo particolare la forma semplice, che esprime un’azione durativa; ma s’incontra anche la forma composta che, invece, indica un’azione conclusa, antecedente a quella del verbo principale.

Il futuro congiuntivo

L’uso del congiuntivo in spagnolo si differenzia abbastanza rispetto all’italiano. Lo spagnolo ha sei tempi verbali, mentre in italiano ne esistono solo quattro. Effettivamente in spagnolo esistono anche il futuro semplice o imperfetto e il futuro perfetto. I futuri del congiuntivo sono forme arcaiche. Nella lingua comune sono praticamente scomparsi, in effetti, attualmente‚ s’incontrano solo nei proverbi o nel linguaggio giuridico-amministrativo. Il loro uso è sporadico, non appaiono mai nella lingua parlata e raramente nella lingua scritta. I due futuri indicano possibilità, con riferimento al presente, al passato o al futuro. La forma semplice è imperfettiva, pertanto, indica un’azione non ancora conclusa, mentre la forma composta è perfettiva, ciò significa che si usa per indicare un’azione conclusa. La forma semplice o imperfetta del futuro congiuntivo si può sempre sostituire con altre forme dello spagnolo attuale, ciò significa che si può equiparare al presente indicativo o congiuntivo.
Pertanto, si tratta unicamente di una variante stilistica che perdura nel linguaggio giuridico, linguaggio molto conservatore. Nel linguaggio giuridico spagnolo si continuano a usare i futuri del congiuntivo perché è un linguaggio arcaico per la necessità di precisare alcune sfumature linguistiche. In italiano, solitamente, la forma del futuro semplice o imperfetto si traduce con l’imperfetto congiuntivo, come appare nel seguente esempio:

«El que sustrajere o dañare propiedades ajenas será castigado con la pena de…»
«Chi sottraesse o danneggiasse proprietà altrui, verrà punito con la pena di…»

Al contrario, il futuro perfetto congiuntivo spagnolo si traduce con il trapassato congiuntivo italiano:

«Quien hubiere realizado operaciones mercantiles fraudulentas…»
«Chi avesse realizzato operazioni commerciali fraudolente…»

Autore dell’articolo:
Oriana Simionato
Traduttrice ES-EN>IT
Ca’ Foscari – Venezia (IT)

Tradurre: ricerca del “termine perfetto”

 Categoria: Traduttori freelance

Le parole non servono solo per comunicare nel senso più semplicistico del termine, di rendere noto un concetto. Tenuto conto che anche solo poche parole possono riuscire, sia pure involontariamente, oltre a fornire un’immediata comunicazione verbale, a trasmettere un’impressione rendendoci soggetti al giudizio altrui, ne consegue che l’importanza del parlare bene rappresenta un valore anche, se non soprattutto, per quegli aspetti propriamente non verbali della comunicazione verbale.

Gran parte dell’opinione pubblica è portata a credere che se una persona conosce più di una lingua, può fare il traduttore. E’ come pensare che una persona che sappia leggere la musica sia per questo in grado di suonare uno strumento musicale. Certamente è possibile tradurre in maniera letterale per dare un senso immediato, spesso sufficiente in circostanze improvvisate o di emergenza, ma laddove si ritenga opportuno che la forma rappresenti la sostanza, una traduzione fatta bene ha lo stesso spessore psicologico del bello scrivere e della buona oratoria.

Alla base di una buona traduzione, c’è sempre la competenza, intesa come esperienza anche culturale delle lingue utilizzate, unita ad un imprescindibile interesse linguistico. Questa passione intrinseca per la lingua, così come la ricerca del bello è alla base del lavoro dell’artista, impegna il traduttore nella ricerca del termine perfetto, indispensabile per riuscire a trasmettere esattamente sia il senso del testo originale sia il microcosmo culturale ed emotivo dal quale lo stesso è generato. Una traduzione sarà sempre inevitabilmente influenzata dalla capacità empatica del traduttore.

Per il traduttore non esistono sinonimi. Un sintetico manuale tecnico di un trapano elettrico dovrà essere tradotto, oltre che in maniera fedele ovviamente per consentirne l’utilizzo, anche in modo da trasmettere, a chi lo usa, la percezione di avere in mano un oggetto utile, efficiente, funzionale e preciso; mentre una dettagliata recensione di un film di azione dovrà invogliare il lettore ad andare al cinema, creandogli un’aspettativa. In entrambe le traduzioni ci potrà essere, ad esempio, il concetto di ritmo ma se, in relazione al film, tale concetto potrà essere indicato con termini slegati dai ritmi della vita reale, il lettore del manuale dovrà essere, al contrario, indotto ad associare e condizionare l’idea di ritmo a quello della sicurezza.

Alla fine di un lavoro, quando un traduttore riesce a raggiungere quello stato di interiore consapevolezza di aver tradotto bene perché sa di aver prodotto un lavoro eticamente e culturalmente conforme al testo originale, è grande la soddisfazione che prova per essere riuscito a trasmettere un’emozione in un’altra lingua.

Autore dell’articolo:
Mary Anne Serrelli
Traduttrice EN<>IT
Roma

L’Interprete ballerino

 Categoria: Traduttori freelance

Potrà sembrare strano ma ho scelto di paragonare la professione dell’interprete a quella del ballerino soprattutto perché la mia personale conoscenza della danza mi ha permesso di scoprire piano piano numerose somiglianze tra le due professioni, somiglianze che possiamo cogliere solamente grattando la superficie della differenza sostanziale: comunicazione verbale per l’interprete e non verbale per il ballerino.
Ho pensato di trattare in particolare, la divisione dell’attenzione nell’interpretariato, una caratteristica che avvicina molto la professione a quella del ballerino. Come sappiamo, un interprete che sta effettuando una simultanea deve essere in grado di dividere la propria attenzione su diversi aspetti che possiamo analizzare secondo il modello della ripartizione delle risorse dell’interprete formulato da Daniel Gile che evidenzia queste quattro componenti: “Listening and analysis” o “sforzo di ascolto e analisi; “Speech production” o “produzione del discorso”; “Memoria a breve termine”; “Coordination” o “coordinamento”.
Partendo da questo modello ho cercato di analizzare in maniera più approfondita gli elementi messi in gioco nella divisione dell’attenzione dell’interprete:

• ascoltare la voce dell’oratore
• comprendere il significato di ciò che l’oratore dice
• immagazzinare le informazioni e cercare di rielaborarle in un tempo brevissimo
• mantenere un buon ritmo
• produrre le stesse informazioni nella lingua d’arrivo
• ascoltarsi
• evitare il più possibile errori
• mantenere un tono di voce che coinvolga e mantenga viva l’attenzione del pubblico
• gestire lo stress e l’adrenalina
• lavoro di squadra con il collega
• terminare il discorso qualsiasi cosa accada.

Dall’altra parte anche il ballerino divide la propria attenzione su:

• ascolto della musica
• esecuzione dei passi
• spostamento nello spazio
• evitare il più possibile errori
• percezione del proprio corpo e della giusta posizione di tutte le sue parti
• gestione di qualsiasi tipo di distrazione (dalla perdita o rottura di una parte del costume indossato alla leggera scivolata)
• mantenimento di un’espressione del viso piacevole e che non tradisca errori eventualmente commessi
• gestione dello stress e dell’adrenalina
• lavoro di squadra (aiuto del compagno di danza in caso di difficoltà, magari sostituendolo al momento, sempre senza farlo percepire al pubblico)
• terminare la coreografia qualsiasi cosa accada

Approfondendo alcuni di questi aspetti ci si accorge che due professioni così apparentemente diverse siano in realtà molto simili.
In uno spettacolo di danza dai primi passi mossi sul palco il ballerino professionista ha di fronte a sé almeno un’ora di spettacolo che, volente o nolente, deve essere in grado di gestire. Per resistere tutto questo tempo deve fare appello alle proprie capacità di gestione dello stress e dell’adrenalina, due elementi che inevitabilmente entrano in gioco nel momento in cui si percepisce il pubblico e si ha la consapevolezza di doversi esibire senza commettere errori e di terminare la coreografia qualsiasi cosa accada, con l’obiettivo di divertire il pubblico e fargli comprendere il significato di ciò che il coreografo vuole comunicare attraverso il ballerino stesso e le coreografie. Parallelamente, durante una conferenza, dal momento in cui l’interprete comincia a tradurre ha di fronte a sé un tempo più o meno lungo che deve essere in grado di gestire e sperimenta le stesse difficoltà percepite da un ballerino: la gestione dello stress e dell’adrenalina, evitare errori che potrebbero essere fatali per la comprensione del discorso, terminare ogni frase che si comincia. L’obiettivo, in questo caso, è quello di far comprendere al pubblico ciò che l’oratore vuole comunicare attraverso l’interprete che è lì per trasmettere un messaggio alla parte del pubblico che non comprende la lingua dell’oratore, e che non deve modificare, in alcun modo, il senso del discorso che gli si presenta. Si potrebbe quindi avvicinare la figura dell’oratore a quella del coreografo il cui obiettivo generale è quello di comunicare, di trasmettere un messaggio.

Concludendo, studiando interpretariato e danza ho capito che, come nulla può eguagliare la soddisfazione provata da un ballerino dopo aver affrontato uno spettacolo ed essere riuscito a comunicare veramente ciò che il coreografo aveva intenzione di trasmettere e a suscitare soddisfazione anche nel pubblico, così nulla può eguagliare la soddisfazione provata da un interprete dopo aver fatto una consecutiva o una simultanea ed essere riuscito a comunicare ciò che l’oratore voleva dire e, infine, a sentire la soddisfazione del pubblico. Proprio come un ballerino.

Autore dell’articolo:
Carlotta Soldani
Laurea magistrale in Traduzione specialistica e Interpretariato di conferenza
Traduttrice EN-ES>IT
Como

Il lavoro del traduttore

 Categoria: Traduzione letteraria

Il traduttore è con evidenza l’unico autentico lettore di un testo. Certo più d’ogni critico, forse più dello stesso autore. Poichè d’un testo il critico è solamente il corteggiatore volante, l’autore il padre e marito, mentre il traduttore è l’amante!” (G. Bufalino Il malpensante, 1987).

Questa citazione è senza alcun dubbio quello che penso io del lavoro del traduttore.
E’ abbastanza difficile pensare che per qualcuno un testo giuridico o tecnico possa avere qualche connotazione emozionale quindi è ovvio che il suddetto pensiero si riferisce soltanto alla traduzione letteraria.

Tradurre la letteratura e la poesia è coinvolgersi personalmente, è non dormire la notte quando ci sfugge qualche parola o quando sorge il dubbio sulle intenzioni dell’autore del testo e sulla nostra stessa capacità di intendere il testo originale… D’altronde penso che sia probabile che sappia solo lui quello che voleva dire. Noi, traduttori, possiamo soltanto immaginare ed interpretare il pensiero altrui ma quello che un altro intende non lo sapremo mai veramente.
Ma forse è così anche per ogni lettore di ogni testo di poesia… Ma ammesso che l’abbiamo capito, che d’un tratto, dopo varie attente letture del testo dinanzi a noi, ci appare in tutta la chiarezza – ed è un po’ come se l’avessimo scritto proprio noi stessi! – il vero senso delle frasi scritte, la reale intenzione dell’autore del TP: ora tocca a noi l’ardua opera di scegliere le parole più adatte per ricreare la stessa armonia, la stessa magia, persino la stessa musica delle parole… senza mai dimenticarne il senso. Con attenzione scegliamo quindi le parole giuste vagliando non solo il senso ma anche un eventuale doppio senso, cercando tra i giochi di parole, inventando – se necessario, perché presente nel testo –neologismi. Sono tutti gli ingredienti che vanno dosati in egual misura, a volte ci vuole più zucchero, a volte più pepe nelle parole, ma importante è che il gusto si conservi, che abbia una sua armonia di sapori, che piaccia e che sazi ma nello stesso tempo che non sia indigesto. Una buona traduzione quindi potrebbe essere come un piatto ben cucinato? Perché no, qualcun altro ha già detto che una cosa ben detta conserva il suo sapore in tutte le lingue (John Dryden).

Ma la vera passione, perché di quella parliamo quando intendiamo parlare dell’arte del traduttore, è proprio quella di considerare il testo da tradurre come un oggetto d’amore e da amare. Perché un traduttore ama il suo testo, quel testo gli appartiene, lui lo guarda e lo riguarda continuamente, lo scruta e l’accarezza con massima attenzione… E’ un lusso, tradurre solo quello che si ama? Non sempre ci è possibile tradurre i testi che amiamo ma sempre possiamo e dobbiamo metterci l’amore nel nostro lavoro di ri-presentazione del testo originale ad un nuovo lettore, facendo sì che egli stesso se ne innamori e che legga con passione i versi nella sua lingua. E per i traduttori di letteratura sì, è un dovere ma allo stesso tempo è anche un enorme privilegio, è come essere scelti: amare essendo ricambiati.

Autore dell’articolo:
Kalina E. Stompel
Traduttrice giurata di Lingua Polacca
Perugia

Cultura e contesto: i MUST in traduzione (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Gli inglesi, per esempio, hanno ben duemila parole per le emozioni, mentre la tribù degli Ifaluk (tribù che abita un arcipelago dell’oceano pacifico) ha un lessico emotivo composto da “soli” cinquantotto termini. Ma non dobbiamo andare così lontano per constatare quanto la lingua sia lo specchio della cultura. All’interno del nostro stesso Paese possiamo riscontrare delle differenze dal punto di vista lessicale tra le diverse regioni rispetto all’italiano standard.
Per esempio, l’espressione toscana “Stai attento o prenderai una marmotta!” risulta molto esilarante per tutto il resto d’Italia che si limita semplicemente a dire “Stai attento o prenderai un raffreddore!”, in italiano standard o ancora un uso attivo del verbo “bocciare” lo troviamo solo in Toscana: “Ho bocciato l’esame di inglese!”.

Il contesto è composto da un insieme di elementi che permettono di chiarire l’enunciato, quindi il suo ruolo è fondamentale per una buona traduzione. La componente etnografica, come sostiene Malinowski, è anch’essa parte fondamentale del contesto.
Malinowski è uno dei primi a interessarsi alla difficoltà di traduzione di termini che esprimono idee o cose concrete in una determinata lingua e che quindi essendo espressione unica di quella cultura, non trovano nessun riscontro nella lingua d’arrivo. In questo caso il traduttore deve fare uso di perifrasi e giri di parole per poter dare un’idea sensata del testo di origine e riportarla nel modo più fedele possibile, sul piano dei contenuti e delle scelte formali. Nei suoi studi, ha riscontrato particolare difficoltà di traduzione di testi di magia dalla lingua kiriwina (parlata nelle isole Trobriand) all’inglese, proprio per questo sono necessari i “documents of native mentality”, cioè la conoscenza interiorizzata di ciò che si trova nelle menti dei nativi.

Mi trovo d’accordo con ciò che sostiene Malinowski e credo che l’abilità vera del traduttore non abbia quasi nulla a che fare col piano formale delle regole e della grammatica, bensì credo che stia nella capacità di rendere “giustizia” al testo originale in una versione tradotta nella lingua d’arrivo. Deve essere capace di far trasparire l’attività di mediazione testuale, ma senza conseguenze sul significato e sul senso.

Autore dell’articolo:
Francesca Ragozzino
Laurea in lingue, letterature straniere e tecniche della mediazione linguistica
Traduttrice EN-FR<>IT

Cultura e contesto: i MUST in traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

L’etimologia della parola tradurre ci dice che essa è una contrazione del latino traducere, da trans (che vuol dire al di là) e ducere (che significa condurre). E’ facile quindi dedurre che “traduzione” significa condurre qualcuno o qualcosa da un luogo a un altro. Significa aprire delle porte e entrare in un mondo diverso dal nostro. Significa conoscenza sensibile di ciò che c’è “dietro”, di ciò che viene “prima”.

Il ruolo del traduttore non è facile. L’immediatezza con la quale molto spesso una lingua straniera viene appresa, specie dai più piccoli, le barriere mentali che cadono di fronte all’entusiasmo per una cosa nuova, non deve far credere che la traduzione sia appannaggio di chiunque.
Il traduttore è il primo esponente della cultura espressa dalla lingua straniera e quindi egli filtra i significati secondo i sistemi di valori dominanti presenti nella nazione da cui proviene. Quindi la traduzione è prima di tutto un “problema di cultura”.

L’etnologo e linguista statunitense Sapir considera la lingua come guida privilegiata allo studio della cultura, essendo il mondo reale costruito sulle abitudini linguistiche della collettività.
La parola rappresenta l’universo della nostra conoscenza, delimitando le cose di cui possiamo parlare e che possiamo comunicare ai nostri simili. Considerando attentamente il lessico di una lingua, siamo in grado di fare delle deduzioni sul gruppo sociale che parla quella lingua. L’antropologo statunitense Franz Boas, facendo ricerche sugli abitanti delle estreme latitudini settentrionali notò che in eschimese esistono diciannove termini per tradurre la nostra parola neve. Infatti, per esempio, la neve che si trova sul terreno è aput, quella che sta cadendo è qane, quella portata del vento si chiama quimnqsuq. Questo accade perché se una popolazione vive a latitudini polari, circondata quasi solo da ghiacci e nevi perenni, per essa sono molto importanti le distinzioni tra certe entità, che per altre popolazioni invece sono al massimo diversi tipi di una sola cosa: la neve.
La lingua perciò, è portatrice di modelli culturali inconsci. Un fattore interessante da considerare è il cosiddetto lessico emotivo. A seconda delle varie culture e dei Paesi, infatti, esiste una disparata terminologia per designare le emozioni.

La seconda parte dell’articolo sul ruolo della cultura e del contesto per una buona traduzione sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Francesca Ragozzino
Laurea in lingue, letterature straniere e tecniche della mediazione linguistica
Traduttrice EN-FR<>IT

Il linguaggio e i suoi fortunati servitori

 Categoria: Traduttori freelance

Tradurre… da piccola non mi era mai passata per la mente la possibilità di imboccare questa strada… è vero, ho sempre amato leggere, ho sempre avuto un interesse particolare per l’inglese e per le lingue in generale, ho sempre sognato di viaggiare, conoscere posti nuovi, gente nuova, modi di vivere totalmente diversi dal mio… la curiosità è stata da sempre il mio più grande pregio/difetto: ero la bambina dei continui perché, quella che non si accontentava di un “perché sì” o “perché è così”, quella che voleva capire il motivo primordiale che scatenava le cose, e se non ci riusciva la viveva come una sconfitta. Ho sempre amato la lingua italiana, la correttezza grammaticale, la precisione semantica, sfruttare al massimo la possibilità che abbiamo di esprimere i nostri pensieri, e poterlo fare in modo corretto. Allora un giorno mi son fermata e ho pensato: “Perché non fare di tutto questo il motore trainante del mio futuro, la base della mia vita lavorativa e di ciò che mi darà modo di costruirmelo quel futuro?”. Ed ecco che nel mio cervello si è accesa la lampadina che corrispondeva al mestiere che meglio si addice a queste caratteristiche: la traduttrice.

Crescendo la curiosità me la son sempre portata dentro. E la porto dentro tuttora: leggo, ma non mi fermo mai alla superficie; scavo, vado fino in fondo nelle cose, sempre, convinta che anche le spiegazioni più esaustive nascondono qualcosa in più. Col trascorrere degli anni ho poi imparato a conoscere altre lingue, altre culture e il fascino nei riguardi di quell’ignoto è aumentato sempre più. I primi viaggi con gli amici, le prime esperienze all’estero quando capisci che finalmente puoi mettere in pratica tutto quello che hai imparato finora: la soddisfazione di capire un film in lingua originale, ma ancora di più, l’ineguagliabile soddisfazione che provi nel momento in cui ti rendi conto che stai pensando nell’altra lingua! Addio al meccanismo cerebrale: italiano -> altra lingua! Il tuo cervello pensa come se non ti appartenesse più, come se si fosse estraniato da te divenendo un madrelingua altra. Poi però rientri in Italia e ti rammarichi di non poter più sfruttare questa possibilità, una possibilità che non viene concessa certo a tutti. E tutto ti riporta sempre lì: l’unico modo che hai di continuare a sentirti vivo allo stesso modo è quello di dedicarti alla lettura in lingua originale, e alla conseguente resa nella tua lingua. Ecco attivo il processo cerebrale inverso: altra lingua -> italiano.

La libertà mentale richiesta da questo mestiere non è roba da poco. E se non ti senti libero dentro, non ha senso quello che fai. Non ha senso sforzarti di capire cosa c’è al di là delle parole, cosa cela quel che dice l’autore e cosa dice col suo “non dire”. Ma soprattutto non ha senso tentare di riproporlo nella tua lingua: conoscenza è potere, e noi abbiamo il potere di aiutare il mondo a comunicare non fermandosi alla mera comunicazione verbale, ma scavando nel profondo degli stati d’animo, delle motivazioni. Siamo fortunati, immensamente fortunati, siamo il ponte di connessione tra culture diverse, tra anime diverse. Il linguaggio è solo la crosta superficiale; noi trasmettiamo l’essenza. Eppure senza quella crosta, l’essenza non potrebbe esser trasmessa: è un circolo senza fine, di quelli che ti fanno perdere e ritrovare e poi perdere ancora una volta… ma alla fine ti riportano sempre a quella domanda alla quale non riesci a dare una risposta: “Nella lingua originale suona meglio, perché?”.

Autore dell’articolo:
Francesca Giada Meo
Laureata in Interpretariato e traduzione EN-FR-ZH>IT
Roma

Sapere la differenza tra “sì, yes, ja…”

 Categoria: Traduttori freelance

Al giorno d’oggi, in un mondo sempre più globalizzato, la conoscenza delle lingue straniere sta diventando sempre più importante, quasi necessaria specialmente per tutti quei giovani che assistono a programmi in lingua originale tramite la TV via cavo, o si scambiano pareri, opinioni e punti di vista tramite social network quali Facebook o Youtube.

Fino a non molto tempo fa, soprattutto in Italia, si pensava che conoscere una seconda lingua oltre alla propria, fosse soltanto qualcosa in più da usare per l’insegnamento, le traduzioni e nel settore del turismo, mentre oggi il background linguistico è essenziale sia per la comunicazione che la negoziazione nel mondo degli affari internazionali .
In gran parte delle aziende, infatti, è sempre più richiesto che la classe dirigente abbia un’ottima conoscenza di una seconda lingua, fattore che permette a chi ne è in possesso, di avere un vantaggio competitivo che può rilevarsi decisivo, ad esempio per presentare prodotti, o progetti a lungo termine dell’organizzazione, ad un acquirente straniero.
La conoscenza di una seconda o anche una terza lingua straniera, non basta certamente per ottenere un buon lavoro o avviare un’attività redditizia, ma senza dubbio può aiutare ad inserirsi nel mondo del lavoro.
Ormai non vi sono settori in cui non sia richiesta la conoscenza di almeno, una seconda lingua; qualsiasi offerta di lavoro rivolta a neolaureati oppure top manager, prevede una conoscenza per lo meno basica di un’altra lingua, oltre alla propria.

I vantaggi che derivano dall’essere padroni di una lingua straniera nel mondo del lavoro sono molteplici, mentre numerosi possono essere i disagi non conoscendola. Non essere sufficientemente competente nell’esprimersi in un’altra lingua può rivelarsi decisivo nell’interpretazione, può dar luogo a malintesi o addirittura causare problemi nella conclusione degli accordi e creare difficoltà nei rapporti commerciali. Inoltre, conoscere una lingua straniera significa anche conoscere e approfondire la cultura di riferimento del paese cui appartiene.
La padronanza di una seconda e meglio ancora, di una terza lingua consente di studiare sempre nuove culture e stili di vita, attraverso i libri, i mass-media e soprattutto Internet.

Per concludere, nel mondo di oggi parlare una lingua straniera non è soltanto un “very interesting skill”, ma una vera necessità per essere competitivi sia culturalmente che professionalmente.

Autore dell’articolo:
Valerio Di Martire
Traduttore interprete
Roma

Fedeltà linguistica o fedeltà al testo?

 Categoria: Problematiche della traduzione

Ogni volta che un traduttore si trova di fronte a un testo tecnico, gli si pone un dubbio, ossia restare fedeli alla linguistica o al contenuto del testo originale? Si sa, si può tradurre un testo quasi perfetto da un punto di vista strettamente linguistico, ma spesso il risultato è una traduzione approssimativa e insufficiente. Inoltre la sintassi, la morfologia e la semantica creano ancor più difficoltà in quanto il testo tecnico usa un linguaggio più sintetico, utile per descrivere in modo chiaro l’oggetto o il procedimento in questione, ma diventa motivo per il quale il traduttore deve stare molto attento al contenuto semantico e alla reazione che il testo deve produrre nei destinatari. Si possono creare problemi di tipo linguistico-semantico ad esempio la polisemia, la omonimia, i falsi amici, la sinonimia, l’iperonimia, l’iponimia, l’antonimia ecc. Per questa ragione la scelta dei termini è alla base di questo processo, visto che devono esprimere in modo preciso il significato del testo originale. Nel caso di traduzioni giuridiche, medico-scientifiche, socio-economiche ecc. bisogna sempre dare primaria importanza al contenuto e non alla fedeltà linguistica. La traduzione non è mai solo un problema linguistico ma anche un problema che riguarda la cultura, la storia, le tradizioni, il sistema socio-politico e giuridico del paese in questione. Proprio a questo proposito Umberto Eco ha scritto un saggio Riflessioni Teorico-pratiche sulla traduzione affermando che “una fedeltà linguistica permette una fedeltà culturale.” I due principali obiettivi di un traduttore sono: comprendere il significato del testo di partenza e la ricerca della terminologia equivalente nella lingua di arrivo. È evidente che dipende anche dalla tipologia di testo, ad esempio un testo giuridico è caratterizzato da una terminologia specializzata di una professione o di una specifica attività per questo motivo i termini giuridici devono corrispondere a significati univoci.

Ottenere una traduzione quasi perfetta in questo ambito è praticamente impossibile, lo è in ogni settore, ancor di più in campo giuridico; a tal proposito Ortega e Gasset nel loro saggio Miseria e splendore della traduzione, affermano che “è un’utopia credere che due vocaboli appartenenti a due lingue, e che il dizionario ci indica come traduzione l’uno dell’altro, facciano riferimento esattamente agli stessi oggetti”. Il traduttore deve tener presente tutti gli aspetti extra-linguistici prima di iniziare a tradurre. I significati, le connotazioni, le peculiarità semantiche del linguaggio riflettono le tradizioni, la cultura e il sistema del loro paese. Concludo dicendo che conoscere bene una lingua non significa essere un bravo traduttore, tradurre implica un’abilità specifica che richiede competenza traduttiva e il sapere specifico per comprendere le informazioni, a volte molto tecniche, del testo originale, la bravura sta nel riuscire ad esprimerle, traducendole in modo adeguato e corretto.

Autore dell’articolo:
Teresa Sasso
Laureanda in traduzione FR-ES-EN-PL>IT
Firenze-Genova

La lingua da carta a click (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

Durante le ripetizioni ai miei ragazzi ho potuto riscontrare quanto al giorno d’oggi la musica, i film e soprattutto la familiarità con l’ambiente informatico e videoludico rappresentino una marcia in più. Spesso si imparano involontariamente dei termini giocando a un Super Mario, ascoltando le canzoni del gruppo preferito e via discorrendo. Con questo tipo di apprendimento passivo il vocabolario si “deposita” nell’esperienza di ciascuno e certamente favorisce la metabolizzazione di una nuova cultura.
Il problema di questo tipo di fruizione è che se non ne segue uno studio attento l’apprendente viene rimosso dall’equazione e diventa mero ricettacolo di termini ed espressioni che non si sanno in seguito utilizzare attivamente e collocare nel giusto contesto.

Ed arriviamo ad oggi, anzi ieri, l’era dei social network come Facebook, Twitter, Myspace e simili. Questo tipo di modalità interattiva, dal punto di vista socio-linguistico è stata una vera rivoluzione. Siamo sempre in ambito virtuale quindi il muro tra gli interlocutori persiste ma quello che è cambiato è che si è creato un ambiente, una rete, in cui tante persone sono interconnesse e l’interazione è ricca e continua.
Il vantaggio di un social network di questa portata è un esponenziale aumento degli scambi linguistici conseguenti all’interazione con i propri contatti (inclusi quelli che parlano una lingua straniera): si condividono pensieri, passioni, e le esperienze si intrecciano arricchendo il bagaglio comunicativo. La presenza di parole straniere – soprattutto in lingua inglese – è costante. Non escludo che un linguista come il sottoscritto, che ha ingiallito le pagine dei vocabolari, si possa sentire in un certo senso “obsoleto” davanti a questa conoscenza “ereditata”: qualche anno fa lo studio consisteva in ore passate a casa sui libri e altrettante in classe quando invece oggi molte parole ed espressioni vengono date per scontate spostando (almeno lessicalmente parlando) la linea di partenza in avanti.

La lingua è veicolo di storia, cultura generale e popolare, specchio della realtà sociale di un Paese e la sua circolazione è un valido indicatore di convergenza culturale. Quello che possiamo augurarci è che in questo passaggio ideale da carta a click, dal concetto di “noi” a “tutti”, da “ieri” a “domani”, niente vada perso per sempre perché, citando Adrienne Rich, “Negli interstizi della lingua si nascondono i significativi segreti della cultura”.

Autore dell’articolo:
Mauro P. Miccolis
Traduttore
Mola di Bari

La lingua da carta a click

 Categoria: Strumenti di traduzione

Il lettore converrà come, nell’esperienza di molti, lo studio di una lingua straniera, e ad esempio la traduzione, abbia sempre evocato l’immagine di pesanti dizionari spaccati in due fino allo sfinimento e opere di autori inglesi con gorgiera e sguardo fiero.

Nel mio caso, per fortuna, l’approccio con la lingua inglese è stato naturale e indolore, quasi giocoso, e a scuola si sa com’è, se si sa più degli altri si diventa un vocabolario umano.

Procedendo verso l’età adulta, lo studio di una lingua straniera acquisisce più importanza perché si è portati ad interagire nell’ambito di una realtà più ampia.

Vent’anni fa quando ero un ragazzino, non si faceva che ripetere: “L’informatica e l’inglese sono il futuro”. E così è stato, da lì a poco si sarebbe entrati in un’epoca in cui l’una sarebbe stata complementare all’altro e il binomio avrebbe costituito la pietra miliare di un’educazione superiore.

I vocabolari cartacei cominciano ad essere sostituiti dalle controparti elettroniche: arrivano i dizionari elettronici e su cd, che costano ancora troppo e questo sicuramente non incoraggia all’acquisto. È innegabile il conseguente vantaggio di portabilità, accessibilità, fruibilità (e sicuramente la riduzione del numero di tagli da carta alle dita) ma personalmente lo ritengo un passo più lungo della gamba da parte della tecnologia che cercava di farsi strada un po’ in tutti i settori alimentata dalla novità “internet”.
Il dizionario open source online arriva in Italia (sempre in ritardo rispetto agli altri Paesi) verso la metà degli anni novanta a pari passo con la diffusione virale del mezzo internet.

Quando si pensa alla lingua straniera inevitabilmente si pensa all’inglese, vitale negli scambi commerciali, i rapporti internazionali, per non parlare della terminologia sia tecnica che colloquiale che è diventata appendice di ogni lingua. Non è insolito sentire parlare quotidianamente di team work, management, feedback o class action e – mi si perdoni la cattiveria – a volte in maniera banale e poco consapevole. Partendo dal presupposto che tutte le lingue comunitarie acquisiscono la stessa importanza, si può notare come alcune lingue siano usate più ricorrentemente in determinati contesti: il francese ad esempio viene molto usato in ambito di rapporti internazionali, vista la collocazione del Parlamento Europeo. Il tedesco, in ambito commerciale e finanziario vista la considerevole attività industriale e bancaria, lo spagnolo diventa chiave d’accesso nei rapporti tra i giovani e assieme all’italiano rappresenta una costante in ambito turistico soprattutto visto il considerevole spessore culturale.

Chiudendo questa parentesi europeista, al giorno d’oggi l’apprendimento di una lingua straniera è un bene inevitabile perché si è venuto a creare, soprattutto dopo la creazione della UE, un unico bacino culturale da cui poter attingere continuamente, per contro nei casi estremi si può parlare persino di fagocitazione linguistica.

La seconda parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Mauro P. Miccolis
Traduttore
Mola di Bari

Traduzione e traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

La traduzione è l’arte che opera una sintesi tra la fedeltà al codice linguistico e la bellezza estetica.
Quindi, compito del traduttore è ricreare un testo in modo fedele e bello. Ad esempio, le parole cimitero, camposanto e necropoli hanno tutte una stessa referenza ma significati diversi. Infatti, se si deve tradurre un testo con contesto non cristiano, il traduttore preferirà usare il termine neutro di cimitero e non quello religioso di camposanto. Se poi ci si ritrova di fronte ad un testo letterario ricco di metafore, il traduttore deve sempre sforzarsi di restituire il pensiero dell’autore. Ad esempio, se un testo scritto nel medioevo racconta di una contadina violentata da un signorotto locale e l’organo genitale femminile è chiamato dall’autore badessa, il termine migliore per tradurre in inglese quella parola dotata di sacralità, di pregnante significato ecclesiastico è prioress.

A volte il traduttore deve rinunciare alla fedeltà al codice linguistico per favorire la bellezza del codice di arrivo. E’ il caso del prestito: il traduttore rinuncia a tradurre per un’assenza di corrispondenza tra una lingua e l’altra. Ad esempio, il termine mouse del computer non potrà essere tradotto in italiano topo. In alcuni casi, per mediare tra fedeltà e bellezza, è necessaria una trasposizione con cui si attua un cambio grammaticale dalla lingua di partenza a quella di arrivo. Quindi, importanza vitale sarà tradotta vitally important. Un livello estremo di trasposizione è la modulazione che opera un cambiamento della struttura semantica sintattica della lingua di arrivo. Infatti, i termini inglesi in opposizione deep e shallow possono essere resi in italiano solo con le parole profondo e poco profondo.

Personalmente, la traduzione è anche passione. Quando devo tradurre un testo mi immergo nel pensiero, nella cultura del periodo scelto dall’autore, nella psicologia dei suoi personaggi. Sono così travolta da un flusso di energie, di parole, di suoni e mi desto da questo sogno solo a traduzione ultimata. La traduzione può essere vera magia…

Mariaelena Grimaldi
Traduttrice
Bari

L’errore in traduzione: l’interferenza

 Categoria: Problematiche della traduzione

Il lavoro di traduttore presenta all’inizio molte trappole, alcune delle quali possono essere evitate se si fa uso dei metodi di analisi testuale, che permettono al traduttore di approcciarsi in modo più sicuro al testo di partenza (TP) che deve tradurre verso la lingua di arrivo (LA), generalmente la sua madrelingua. Una di queste trappole è sicuramente rappresentata dell’errore in traduzione. Si cade in errore per mancanza di esperienza, di professionalità, ma a volte anche a causa di un eccessivo lavoro di precisione. Alla base degli errori più comuni e analizzati in traduzione, c’è l’interferenza.

Dal punto di vista linguistico, essa viene definita come la violazione di una norma linguistica in una lingua sotto l’influenza di altri elementi linguistici. Diversa, è invece la definizione nella didattica delle lingue che definisce interferenza come l’influenza negativa della lingua madre nell’apprendimento di una lingua straniera. E’ sicuramente importante capire quale sia il significato di interferenza in traduzione e su quali livelli testuali possa agire. Si tratta sicuramente di una sorta di trasposizione di caratteristiche del TP sul TA che vanno a violare norme della lingua di arrivo. Una volta definito il concetto analizziamo gli aspetti più significativi, ossia i livelli di testo interessati dal fenomeno. Sicuramente l’interferenza agisce a livello lessicale, causando il fenomeno dei falsi amici. Infatti, a tutti i traduttori alle prime armi, sarà capitato di cadere in errore proprio a causa della differenza di significato di due parole molto simili. A mio parere, risulta invece più grave, il fenomeno di interferenza sintattica, frutto di una cattiva conoscenza delle strutture sintattiche di una lingua, che si basa invece sulle violazioni di regole grammaticali della lingua di arrivo, all’interno del testo di arrivo. E’ proprio la preparazione del traduttore e la conoscenza della lingua di arrivo che consente di evitare queste problematiche: ad esempio sarebbe sufficiente sapere che in italiano il pronome soggetto può essere omesso invece di essere esplicitato ad ogni proposizione.
Si parla poi anche di interferenza culturale, che riguarda i diversi modi di esprimere atti linguistici, come ad esempio una richiesta, il porgere un invito e l’uso di forme di cortesia. A tal proposito è utile affermare che un traduttore non deve essere soltanto bilingue ma deve assolutamente conoscere la cultura della lingua di arrivo.

Concludo dicendo che non bisogna mai aver troppa paura dell’errore in traduzione. Certamente lo studio e la conoscenza di metodi e analisi della traduzione aiuta e dà sicurezza, ma si può sempre avere a che fare con questi fenomeni che risultano sempre più frequenti anche tra i professionisti. Da ultimo, si dovrebbe tradurre sempre e soltanto verso la propria lingua madre.

Autore dell’articolo:
Mariastella Gambardella
Traduttore FR-DE>IT
Maratea (PZ)

Il traduttore moderno

 Categoria: Traduttori freelance

Fino a solo vent’anni fa anche solo poter pensare di accettare un’offerta di lavoro all’estero, lasciando il proprio paese, lasciando la famiglia ed imparare una nuova lingua, era semplicemente impensabile. Oggi, grazie alle moderne tecnologie, è sempre più facile considerarsi dei cittadini del mondo, piuttosto che di una singola nazione.

Abbiamo visto un continuo sviluppo dei mezzi di comunicazione, e proprio grazie a questo continuo sviluppo è davvero molto semplice essere informati sui fatti della giornata, per essere al corrente delle idee di una nazione che si trova dall’altra parte del mondo. Tutto questo ha portato a rivalutare la figura del traduttore, e degli interpreti, che sono sempre più indispensabili, e nei più diversi settori.
Traduttori affidabili, aggiornati, i quali non sono semplicemente persone che sostituiscono delle parole con delle altre, ma più precisamente sono uomini e donne che riescono a comprendere a fondo il messaggio dei concetti espressi. Uno dei requisiti fondamentali per riuscire al meglio in questa professione sta nel fatto di essere un lettore onnivoro, in modo da poter acquisire una buona competenza nei diversi stili della scrittura che gli saranno certamente utili nel lavoro che lo aspetta.

Per una traduzione completa il traduttore, oltre a comprendere in tutto e per tutto il testo, deve cercare la forma più corretta ed al tempo stesso utilizzabile dalla maggioranza dei lettori.
E qui entra in gioco un altro fondamentale requisito, cioè la buona conoscenza delle regole della scrittura e delle varie forme che la stessa potrà assumere, che in seguito si potranno utilizzare per esprimere al meglio quello che il testo tradotto vuole esporre. Inoltre, è necessario anche essere in grado di interpretare al meglio le due culture che si vogliono mettere in contatto.

Autore dell’Articolo:
Valentina Pellegrino
Dott.ssa in Scienze politiche
Taranto

Inglese? Sì, grazie

 Categoria: Traduttori freelance

Ricordo che, quando ero piccola, il mio otorino mi diceva che avrei dovuto fare la traduttrice simultanea. Questo non per una mia particolare predisposizione alle lingue (facevo le elementari) ma per la velocità con cui parlavo e la mia innata incapacità al silenzio.
Così non è stato. Non ricordo bene a che punto della mia carriera scolastica ho deciso che sarei stata una scienziata ignorando, totalmente, che scienza ed inglese, ormai sono quasi la stessa cosa.

Non si può fare il mio lavoro senza avere un’ottima padronanza della lingua inglese e non sto parlando solo di termini specifici. Ma andiamo con ordine. Prima di accedere all’Università, ho studiato al Liceo Classico. Con grande insistenza dei miei genitori scelsi l’indirizzo linguistico, insomma inglese per tutti e cinque gli anni. Ammetto che l’esperienza fu quasi traumatica. Alla fine del mio percorso la professoressa dichiarò alla classe che ero negata per le lingue straniere e che, nemmeno secoli di permanenza a Londra, avrebbero migliorato la mia condizione. Effettivamente l’inglese mi sembrava qualcosa di totalmente staccato da me. Le parole mi rimbombavano in testa senza senso, il significato delle canzoni dei miei cantanti preferiti continuava a rimanere nebuloso… insomma la mia Prof. del Liceo ci aveva visto giusto. Eppure, colpo di scena! Arrivata all’ultimo anno dell’Università decisi di partire in Erasmus. Meta il Trinity College a Dublino, Irlanda. Nonostante sia una persona ottimista ed entusiasta della vita, ricordo di aver pianto per almeno dieci giorni di fila. Tutto mi sembrava ostile, oscuro, non riuscivo a comunicare con i colleghi, non riuscivo a farmi degli amici. L’esperienza sul campo si stava dimostrando più dura del previsto. Poi, ad un tratto, qualcosa è cambiato. I suoni, le espressioni, la gestualità delle persone, hanno iniziato a diventare familiari. Ho comprato libri su libri, andavo al cinema, ascoltavo canzoni. Non ho saltato un seminario proposto per quel semestre al Trinity. Ho aderito a gruppi studenteschi. Quando non capivo chiedevo aiuto ai miei colleghi in laboratorio con cui per altro, è nata un’amicizia così forte da essere ancora viva dopo dieci anni. Un giorno il grande miracolo: il mio primo sogno in inglese. Da lì mi sono accorta che la lingua non andava interpretata, ma accolta. Era l’ora di smettere di cercare nella mia testa la parola italiana, la frase fatta da tradurre, il suono arrivava insieme al suo significato. Una specie di miracolo ed una splendida rivalsa sulla Prof. del Liceo.

Da quella prima esperienza ne sono seguite altre. Ora lavoro in Italia ma costantemente in contatto con Professori stranieri, partecipo a congressi internazionali (dove tengo anche dei seminari in inglese), scrivo lavori, libri e produco tesi. Chi lo avrebbe mai detto? Certo non la mia Prof….

Autore dell’articolo:
Silvia Cantara
PhD in discipline scientifiche
Traduttrice EN<>IT
Siena

Processo traduttivo e ruolo del traduttore

 Categoria: Problematiche della traduzione

Il processo traduttivo è affascinante quanto problematico. Le difficoltà di quella che amo definire una vera e propria arte scaturiscono da un insieme di fattori e aspetti che non si limitano alla sola sfera linguistica, ma abbracciano anche questioni di tipo culturale e pragmatico.
Del resto, la traduzione non è solo un semplice passaggio di informazioni, attraverso il quale un messaggio prodotto in una lingua viene trasferito in un’altra, ma possiamo dire che permette la comunicazione e il contatto tra culture e mondi concepiti in modo diverso che altrimenti resterebbero esclusi l’uno dall’altro. La lingua è lo specchio di una cultura e di come essa percepisce e vede il mondo. Il traduttore, oltre ad avere una solida conoscenza delle lingue di lavoro, non può esimersi dal considerare queste implicazioni.

La concezione del processo traduttivo è stata per lungo tempo caratterizzata da un atteggiamento estremamente etnocentrico che ha portato il traduttore a preoccuparsi della ricezione nella lingua di arrivo, tanto da non esitare ad apportare cambiamenti incisivi alla forma e, spesso, al significato del testo originale, in nome della chiarezza e della volontà di esprimersi necessariamente in una buona lingua, ritenuta tale dalla norma. Soltanto a partire dal XIX secolo le nuove teorie dette descrittive hanno aperto nuovi orizzonti e approcci e la traduzione ha iniziato ad acquisire valore di opera originale.
Le due tendenze principali delineatesi durante il XX secolo hanno pertanto visto il traduttore diviso tra due tendenze contrapposte: quella dei ciblistes e quella dei sourciers. Le scelte del traduttore lo porteranno a favorire una maggiore o minore aderenza al testo di partenza, sia per quanto riguarda il senso sia la forma. Entrambe le posizioni hanno dei risvolti negativi, in quanto la totale fedeltà al testo originale può a volte pregiudicare la comprensione nella lingua d’arrivo, o viceversa, la volontà di ricreare nella traduzione un effetto il più naturale possibile, può comportare il rischio di appiattire e standardizzare la lingua e gli aspetti culturali del testo originale. Inoltre, il traduttore, come intermediario tra lo scrittore e il lettore, si sente diviso tra lasciare che sia quest’ultimo ad avvicinarsi all’opera o al contrario aiutarlo, adattando e interpretando secondo la cultura e la lingua del lettore. Nel caso in cui il traduttore decida di interpretare il testo di partenza, il lettore riceve un lavoro più comprensibile, ma meno fedele all’originale, con la possibilità di introdurre involontariamente il punto di vista del traduttore; nel caso della traduzione letterale, il concetto che l’autore vuole trasmettere potrebbe venire a mancare, anche se la versione sarà più fedele nella forma all’originale. Qualunque sia la scelta del traduttore, si ha sempre la sensazione che sfugga qualcosa, tanto che, spesso, il concetto di traduzione è legato a un’idea di perdita e di impoverimento, in quanto sembra che nel passaggio da una lingua all’altra non si riesca a riprodurre l’opera originale in tutta la sua integrità. Il traduttore è consapevole di avere il difficile compito di restituire il testo dalla lingua di origine alla lingua di destinazione in maniera tale da mantenere il più possibile inalterato il significato e lo stile del testo, così come la sua “anima” e il pensiero dell’autore.

In conclusione, la traduzione è un procedimento complesso, in cui sono molte le varianti che entrano in gioco e di cui il traduttore deve tenere conto nel tentativo di fornire un risultato bilanciato e il più possibile armonioso tra rispetto del testo di partenza e di arrivo.

Autore dell’articolo:
Carmen Mangiola
Traduttrice freelance EN-FR-ES>IT
Messina

Il processo traduttivo

 Categoria: Traduzione letteraria

Voglio solo ricordare che per la sola massa della sua produzione, la traduzione letteraria occupa quantitativamente il primo posto fra tutti i generi di traduzione suscettibili di una classificazione statistica.
I testi letterari usano spesso la lingua a livello connotativo e ricercano ritmo e musicalità, che nella traduzione è quasi impossibile mantenere. Questo vale particolarmente per i testi poetici, “testi aperti” per eccellenza.

Il traduttore deve interpretare il testo e spesso si trova davanti al dilemma: preferire l’equivalenza linguistica (e mantenere il ritmo, la rima, la musicalità, le assonanze, ecc.), oppure la fedeltà del contenuto? Qualunque sia la sua scelta, ci sarà sempre un residuo, una perdita, uno scarto dall’originale.

Oggi tradurre un testo letterario significa non solo rispettare il senso strutturale, o linguistico, del testo (cioè il suo contenuto lessicale e sintattico), ma anche il senso globale del messaggio (con il suo ambiente, il secolo, la cultura e, se è necessario, la civiltà, magari completamente diversa, da cui esso proviene ).
L’analisi linguistica ci permette anche di risolvere oggi tutti i problemi posti da questa nuova definizione di fedeltà di una traduzione. Secondo la vecchia tesi, non si poteva ottenere la qualità (la bellezza si diceva allora) se non a spese della fedeltà. Ma analizzando nel messaggio globale di un testo numerose informazioni non rivelate dal suo significato letterale, si possono portare giustificazioni scientifiche per dei modi di traduzione che prima sembravano “infedeltà”.
Così Vinay e Darbelnet distinguono dei modi leciti di procedere in materia di traduzione, la quale non è più concepita solo come il rispetto della forma linguistica (traduzione letterale o fedele) o come il rispetto del contenuto (traduzione libera o infedele), ma secondo la formula auspicata dal Cary, come la trasmissione la più esatta possibile “del preciso rapporto fra la forma e il contenuto dell’originale”.

Autore dell’articolo:
Laura Zuin
Traduttrice FR>IT
Dolo (VE)

Care parole

 Categoria: Traduttori freelance

Sono da sempre attratta dalle parole, in un modo così naturale che non mi accorgo quasi mai quando mi soffermo puntualmente ad analizzare le parole usate, sentite, lette da ogni punto di vista: grammaticalmente, testualmente, morfologicamente. A prescindere dalla mia passione di sapere tutto di una parola, come si è formata, perché, quando e da chi, credo sia importante conoscere in profondità l’origine ed il significato di ogni parola, soprattutto al giorno d’oggi, perché spesso mi capita di sentire un uso inappropriato delle parole. Allora, viene quasi spontaneo da chiedersi: “Perché un torto cosi grave nei confronti di una lingua?”.
Ho sempre pensato che tutte le lingue siano uguali per quanto riguarda il “rispetto” nel parlarle correttamente, sia nei confronti delle persone di madrelingua che, forse ancora di più, nei confronti della lingua stessa; per tutto il tempo occorso alla sua comparsa e evoluzione per raggiungere la forma in cui si presenta oggi, per le modifiche subite, volute o necessarie, e infine per il ruolo che ha avuto ed ha nella nostra vita. Senza le parole non possiamo essere quello che siamo, nemmeno esprimere tutto quello che vorremo essere.

Sull’importanza di conoscere una lingua diversa dalla lingua madre potrei avere tantissimi argomenti, ma l’unico che mi sta veramente a cuore è quello di comunicare al mondo te stesso con tutto quello che puoi avere ereditato e acquisito nella vita, imparato e insegnato, aspirato e fallito, guadagnato e perso… Non sei mai veramente te stesso e non potrai mai aprirti completamente in un ambiente straniero senza il linguaggio cosi prezioso del posto, che in un certo momento della vita, per un breve o lungo periodo, ti ospita e l’unico modo di ringraziare, ma anche di crescere, è proprio farti conoscere così come sei realmente a casa tua.

Proprio per questo grande amore per le parole mi sono comportata in modo strano, dal punto di vista di tante persone che forse hanno poco interesse per le lingue, al mio arrivo in un paese straniero, l’Italia (la mia origine è romena o rumena, ma non rom!). Pur vivendo in questo paese, lavorando e studiando, per mesi mi sono rifiutata di parlare l’italiano e non per timidezza o mancanza d’interesse per la lingua, ma semplicemente perché mi accorgevo molto bene che non ero pronta a parlarlo correttamente, non conoscevo bene il significato di alcune parole usate molto, ma a mio avviso un po’ particolari, e soprattutto era tanto fastidioso sentire i miei connazionali improvvisare un linguaggio romeno-italiano, ma più romeno che italiano, pur di comunicare e di farsi capire, che come risultato non ottenevano altro che incomprensioni, confusioni e tante risate.
Un bel giorno ho aperto la bocca, e non solo per mangiare, ed è stata una soddisfazione indescrivibile a parole (perdonatemi, care parole), quando i miei pensieri, tutti e completi, hanno preso forma ed hanno raggiunto in pieno lo scopo grazie alle parole pronunciate correttamente, con il giusto significato e nell’ordine appropriato, nella lingua così tanto attesa e studiata con tanta pazienza e passione.
Grazie a voi, care parole!

Autore dell’articolo:
Lorena Curiman
Aspirante traduttrice RO<>IT
Sassari (SS)

La traduzione: un amore da difendere (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Per la tesi finale ho tradotto racconti natalizi canadesi per bambini: è stato un tuffarmi nella lingua, nelle parole, nella punteggiatura, nelle frasi idiomatiche, nelle espressioni colloquiali e nei modi di dire. Stare mezz’ore intere a cercare il termine giusto da usare per tradurre quella determinata parola, trovare la sfumatura giusta, l’accezione più adeguata finché non la si trova. La traduzione è un mondo a sé. Ha vita propria, è una dimensione a parte, una sfera intrisa di meraviglie. È anche difficile, complicata, complessa, intricata, rischiosa.

Quante volte mi infastidisco quando sento dire da chiunque di “saper tradurre”, che si spaccia per traduttore partendo dal fatto che conosce una lingua straniera. Che rabbia e che fastidio. Persone che non sanno cosa c’è dietro, quanto lavoro e quanta passione devono necessariamente concorrere per realizzare una vera traduzione. Conoscerne le tecniche, i metodi, gli strumenti.

O quante volte noi traduttori ci siamo alterati di fronte a frasi del tipo: “Cosa studi?”, “Traduzione scritta”. “Ah! Lingue!”. “No”. “Ah sì, quelli in tv con l’auricolare che traducono simultaneamente!”, “No, quelli sono gli interpreti”. “Ah”. Balle di fieno. Agghiacciante. In quel momento tutto il fuoco che arde per proteggere la vera natura di quello che si sta studiando, sale e ti fa rispondere in maniera acida: “No, sono due cose diverse. Sai quando leggi un libro di un autore straniero tradotto in italiano? Oppure quando apri il foglietto illustrativo di un medicinale o il libretto di istruzioni del frullatore??”…

Siamo una categoria a parte. Purtroppo al nostro profilo non viene data la rilevanza che merita, ma non bisogna mollare perché senza di noi il mondo scritto non comunicherebbe. O comunicherebbe male. Giocare con le lingue è quanto di più divertente e pungente, anche quando ci ritroviamo a correggere impulsivamente e spontaneamente -per deformazione professionale- qualcosa scritta male dal punto di vista grammaticale, sintattico o stilistico, o a modificare l’editing di una pagina disordinata, aggiustarla e revisionarla. Ci sentiamo un po’superbi forse, ma anche più ricchi dentro rispetto a chi non sa cosa si prova nel tradurre nel vero, profondo e autentico significato che ha.

Autore dell’articolo:
Chiara Luise
Traduttrice FR-EN-ES>IT
Roma

La traduzione: un amore da difendere

 Categoria: Traduttori freelance

Avevo 16 anni e mi trovavo in un college in Francia durante il periodo estivo; ho fatto da tramite tra due ragazzi stranieri che non si capivano e ho tradotto in francese cosa diceva l’uno all’altro. Ho avuto un brivido che mi ha percorso interamente e mi si è acceso qualcosa: “No, che bello, ecco cosa voglio fare da grande!”, ho pensato, “Voglio essere un ponte di comunicazione tra due lingue, due culture, due modi diversi di esprimere lo stesso pensiero, voglio mettere in relazione le parole, spiegare lo stesso concetto con sistemi linguistici diversi”.

Studiavo le lingue già dalle scuole medie, poi ho frequentato il liceo linguistico e sulla scelta dell’Università non c’erano dubbi: avrei scelto “Lingue”. Durante il triennio però sono rimasta un po’ delusa: tanta linguistica e tanta letteratura, sicuramente utili e fondamentali, imparavo come scomporre la lingua in ogni sua piccola parte e poi come ricostruirla. Però quel ponte comunicativo mancava. Lo riuscivo a ricreare durante le mie vacanze-studio all’estero e l’ho amplificato durante l’Erasmus in Belgio, l’esperienza più bella ed emotivamente forte della mia vita. Parlarsi, capirsi, fare della lingua uno scambio di elementi che arricchiscono il proprio mondo.

E’ stato quando mi sono iscritta alla laurea Specialistica in Traduzione che mi sono perdutamente innamorata. Durante il biennio ho tradotto testi di ogni genere, la mia mente si allenava a spaziare da un argomento all’altro, era una sfida continua così stimolante, sempre nuova e che mi ha regalato sempre più motivazione e passione. Approcciarmi ad ambiti in precedenza solo sfiorati mi ha fatto sentire la mente viva, che finalmente veniva usata al massimo. Riuscire ad entrare in un testo, capirne a fondo ogni sfaccettatura, e ricrearlo nella mia lingua, mi conferiva veramente felicità. Scoprire l’enorme differenza nel tradurre un testo biomedico, o scientifico o giuridico-economico, così tecnici e settoriali, con una terminologia a parte che richiedeva approfondimenti enormi su quelle determinate tematiche; e poi avere a che fare con testi letterari, editoriali, dove l’approccio è più svincolato e tu sei libero di ricreare il concetto a parole tue senza stravolgerne il senso ma in un certo modo riscrivendolo di tuo pugno: restare fedeli al messaggio che l’autore vuole dare, ma personalizzarlo.

Domani sarà pubblicata la seconda e ultima parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Chiara Luise
Traduttrice FR-EN-ES>IT
Roma

Riflessione sulle lingue e sulla traduzione

 Categoria: Le lingue

Il 2 settembre, in occasione della Giornata europea della cultura ebraica, ho visitato la sinagoga di Merano senza immaginare che quel pomeriggio per me si sarebbe trasformato in un lungo momento di riflessione anche e soprattutto sulle lingue e sulla traduzione. Probabilmente, il fatto che Merano si trovi in Alto Adige, realtà culturale e linguistica complessa, sospesa tra il mondo di lingua tedesca e quello di lingua italiana, ha fatto sì che il dibattito sulle lingue e sulla traduzione fosse particolarmente acceso: sembrava di essere, infatti, più che in una sinagoga in un master per interpreti e traduttori. Come non essere orgogliosa di una professione che seppur precaria e talvolta frustrante, è così importante in quanto strumento necessario e imprescindibile per la comunicazione tra i popoli.

Il percorso “didattico” iniziava con un filmino dove diverse frasi pronunciate in inglese venivano tradotte dapprima in tedesco e poi in yiddish (letteralmente: “giudeo/giudaico”). Questo idioma è nato grazie agli ebrei della Renania, intorno al XII sec., mescolando il tedesco con l’ebraico e successivamente con i termini slavi da essi incontrati a seguito delle massicce migrazioni verso le regioni dell’Europa centro orientale. Nel volgere di tre secoli produssero una lingua che nel film di Radu Mihaileanu, Train de vie, viene definita “una parodia del tedesco, con dentro l’ironia”. Attualmente, a seguito della Shoah, lo yiddish continua ad esistere solamente negli Stati Uniti e in Israele, paesi in cui i sopravvissuti trovarono rifugio. Il discorso su questa lingua potrebbe essere più articolato e toccare argomenti atavici e complessi, ma per adesso mi limito a commentare quanto sia stato sorprendente ogni volta comparare il suono delle frasi in tedesco con quelle in yiddish che oggettivamente risultavano simili, ma in qualche modo più estrose.

Dopo aver visitato la sinagoga, mi sono diretta al museo ebraico situato al piano interrato. Visto che la Giornata europea era dedicata allo humor di matrice ebraica, vi era una sezione dedicata a grandi registi come Woody Allen e a film famosi come “Harry ti presento Sally”. Proprio riguardo a questo film la guida ci spiegava che quasi tutti i dialoghi italiani sono stati riadattati eliminando spesso quelle battute che facevano riferimento al mondo ebraico e quindi ritenute difficili da comprendere per lo spettatore italiano.
Questa affermazione mi ha dato lo spunto per la riflessione all’origine di questo articolo che si riallaccia in qualche modo a quello pubblicato da Massimiliano Misturelli (postato in questo blog il 6 agosto nella categoria “problematiche della traduzione”) sull’arbitrarietà linguistica delle versioni italiane dei film stranieri, spesso davvero pesante. A questo punto sarebbe interessante comparare le due versioni del film, inglese e italiana, per capire in che modo e con quale portata i riferimenti all’ebraismo siano stati “epurati”. Un altro riadattamento davvero curioso è quello riguardante la serie televisiva “La Tata” (titolo originale “The Nanny”): nella versione originale la protagonista si chiama Fran Fine ed è una newyorchese ebrea del quartiere Queens, in quella italiana, invece, si chiama Francesca Cacace è cattolica e di origini italiane precisamente della Ciociaria. Ci si può quindi immaginare quanto i dialoghi non siano stati “solo” tradotti, ma completamente riadattati per ben aderire alla “nuova” identità della protagonista. Quanto questo sia giusto e necessario rimane per me davvero una domanda aperta.

E per concludere una nota folcloristica che in qualche modo ricorda a noi traduttori (per fortuna!) che gli errori in traduzione sono vecchi come la storia del mondo. Nella Chiesa di San Pietro in Vincoli a Roma si trova, infatti, la famosa statua di Michelangelo che ritrae Mosè con le corna: in realtà questa caratteristica iconologica deriva dal fatto che nella traduzione del testo originale ebraico la parola keren (raggio di luce) è stata scambiata erroneamente con karna’im (corna)!

Autore dell’articolo:
Raffaella Pellegrini
Traduttrice DE>IT
Alto Adige/Roma

L’apprendimento accelerato delle lingue

 Categoria: Le lingue

Ho sempre amato imparare le lingue straniere. Sin da piccolo ero attratto dalle lingue e non solo le lingue veicolari e internazionali più usate e insegnate a scuola come l’inglese, il francese ecc. ma anche le lingue dell’est Europa. Ricordo che mi sintonizzavo sulle frequenze di Radio Capodistria e attendevo, alla sera, che iniziassero i programmi in lingua slovena. Questa mia passione mi ha spinto a fare collezione di dizionari tascabili di serbo-croato e rumeno. Ho iniziato ad ascoltare audiocassette di rumeno e a seguire le lezioni audio con il libro di grammatica allegato e giorno dopo giorno è nato l’amore per questa lingua. Poi il volontariato laico mi ha aperto le porte alla conoscenza della lingua del paese delle aquile, l’albanese. Anni vissuti in Albania mi hanno aiutato a capire, parlare e scrivere la lingua correntemente e fluentemente al punto che poi ho voluto frequentare un “Corso per imparare metodi didattici innovativi per l’apprendimento accelerato delle lingue”.

Il Corso è stato tenuto dal Dr. Harry Cotton del Canadian Institute of English – (TESOL course: Teachers of English to Speakers of Other Languages) e nel corso di 5 intense giornate io ed altri 50 insegnanti di altre 16 lingue straniere parlate in Italia (arabo, cinese, amarico, tigrino, russo, tamil, albanese, giapponese, serbo-croato, singalese, bengali, ecc.) abbiamo appreso come insegnare a studenti italiani una lingua straniera.

Ecco alcune informazioni davvero interessanti apprese in quei 5 giorni:

Le ultime ricerche su come il cervello impara una lingua dimostrano che i tradizionali metodi di insegnamento delle lingue ampiamente utilizzati nelle classi di tutto il mondo sono del tutto inefficaci.
Un cervello passivo di uno studente seduto ad ascoltare lunghe e noiose spiegazioni, coniugazioni e declinazioni di verbi e aggettivi, se non viene stimolato si annoia e perde l’interesse per la lingua da imparare, perde ogni motivazione e incentivo ad apprendere. E’ stato riscontrato che quando ci si siede, al cervello affluisce il 25% in meno di ossigeno e inoltre i neurotrasmettitori stimolano del 50% in meno le sinapsi del cervello; in poche parole lo studente inizia a dormire se non a sognare ad occhi aperti. Questo corso tiene conto di questi studi neuro-scientifici e si propone di iniettare nei futuri insegnanti di lingua una buona dose di umorismo, ricordando loro l’importanza dell’interazione fra gli studenti, della partecipazione attiva e del coinvolgimento costante dello studente.
Nell’utilizzo dei 35 metodi è pratico non seguire una sequenzialità degli stessi in quanto il cervello è più stimolato ad apprendere una lingua straniera quando è sottoposto all’effetto sorpresa e a nuove sfide. Il cervello odia la monotonia, la routine delle solite cose che si ripetono. Un altro aspetto significativo di questi metodi è ‘l’esercizio di costruzione incrementale a ritroso’ (il modo migliore per imparare come si pronunciano le parole o le frasi è ripeterne le sillabe in ordine inverso. Per esempio: “ZE” – “STANZE” – “COSTANZE” – “CIRCOSTANZE”). Questo esercizio trae spunto dal fatto che il nostro cervello, la nostra memoria, ricorda ‘a ritroso’.

METODO 1 – AUDIO/LINGUALE

FASI:

1. L’insegnante esprime chiaramente e con sufficiente volume una parola o una frase semplice nella nuova lingua, come “Grazie”, “Ciao” o “Come ti chiami?”
2. Poi ‘schiocca’ le dita e fa ripetere la parola o la frase alla classe come se dirigesse un’orchestra (per far questo schiocca le dita di entrambe le mani e poi solleva le mani e il ginocchio destro in direzione della classe).
3. Ripete una seconda volta sia la pronuncia della nuova parola che lo schiocco delle dita e l’alzata del ginocchio destro. Loda la classe dopo ogni risposta.
4. Adesso si rivolge a un singolo studente senza seguire un ordine preciso, ‘schiocca’ (schiocca le dita di una mano e indica col dito lo studente). Continua finché ogni studente non avrà ripetuto la parola o la frase per due volte.
5. Se uno studente sbaglia la pronuncia, per aiutarlo ‘schiocca’ a un altro e fa esprimere alternativamente i due studenti fino a quando la migliore pronuncia dell’uno non avrà corretto quella dell’altro.

Questi ed altri metodi innovativi li abbiamo provati in classe simulando vicendevolmente l’apprendimento delle nostre lingue (albanese, arabo, cinese, ecc.) e il risultato finale è stato che funzionano veramente!

Autore dell’articolo:
Massimo Veronese
Traduttore ed Interprete freelance ALB/SQ>IT
Rovigo