La nota del traduttore

 Categoria: Tecniche di traduzione

Un traduttore ha fatto un bel lavoro nel momento in cui la sua “interpretazione” del testo si fonde a tal punto con l’originale da essere un tutt’uno e…scomparire.
Partendo da questo presupposto consideriamo una buona traduzione un lavoro che è fatto talmente bene che il traduttore passa dietro le quinte, si dissolve in quella stessa nuvola di grafismi incomprensibili da cui ha preso vita il testo, una sorta di genio della lampada che opera la magia della trasformazione linguistica e una volta terminato batte i tacchi e tira la sua riverenza. Eppure questo etereo mago delle lingue lascia quasi sempre una traccia dietro di sé: la nota del traduttore.

Spesso solo i lettori più attenti, o gli stessi traduttori-lettori ne sono al corrente e osano sfiorare quelle poche pagine in cui è possibile udire la vera voce del traduttore. Leggendole si può capire quanto la passione per l’autore si trasformi via via in ammirazione, collera, delusione e sconfitta. La nota del traduttore fa timidamente capolino a piè di pagina e la possiamo considerare in sé un piccolo vaso di Pandora…al suo interno si trovano spiegazioni esaustive, ma non esaurienti sul perché di alcune scelte traduttive, oppure sul perché della mancata traduzione, in genere più frequente, capace di scatenare dei veri e propri casi editoriali.

Molti professionisti, infatti, non esitano ad additare le note del traduttore (n.d.t.) e ad equipararle ad una palese sconfitta del processo traduttivo e di conseguenza del traduttore. A poco servono le spiegazioni sul come e perché sono state fatte quelle determinate scelte linguistiche, la sentenza è sempre la stessa: fallimento.
La seconda parte dell’articolo, che approfondirà la materia, verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Rosa Palumbo
Traduttrice Fr>It – En>It – Ru>It
Nizza (Francia)

Glossari e risorse utili per traduttori

 Categoria: Strumenti di traduzione

Nella vasta scelta di glossari e terminologie utilizzati nel settore delle traduzioni non possono mancare anche i veri e propri supporti cartacei costituti da dizionari monolingue, dizionari della lingua italiana (pressoché indispensabile l’ottima conoscenza della lingua madre), dizionari bilingue, un buon vocabolario nomenclatore che vi aiuta a spiegare dettagliatamente e a scegliere le parole utilizzate nel contesto che state traducendo, senza tralasciare quelli visuali e le enciclopedie illustrate che agevolano la ricerca del termine grazie a schede corredate da ottime immagini tra i quali segnalo il Visual Dictionary in 5 languages della Dorling Kindersley Book e quello di Jean-Claude Corbeil.
Si può inoltre attingere a una più vasta scelta sia di dizionari sia di link ipertestuali da dove possiamo reperire le voci, i glossari più specialistici per esempio nei vari settori dell’industria, agricoltura, animali, natura, arte, economia e finanza, legale, organizzazioni governative ed europee, musica, sport, scienze, viaggi, turismo e trasporti.

Encyclo.co.uk, il portale britannico per eccellenza, vi conduce in un ambiente ricco di collegamenti ipertestuali dove c’e’ l’imbarazzo della scelta: da Encyclo si può passare direttamente ad altre fonti come multi dizionari e sottoclassi che comprendono gli acronimi di Istituti di Medicina o quelli del settore informatico, perfino una ricca enciclopedia che parla della gravidanza e della salute della donna, da non tralasciare il dizionario di biologia cellulare dell’Università di Glasgow.
Tra i dizionari bilingui opterei per un buon Il Ragazzini degno di nota da anni, tra i migliori sul mercato in versione bilingue ma anche tecnico commerciale e tra i migliori link da cliccare One Look un ottimo dizionario online per ricerche terminologiche e settoriali a scopo traduttivo e famigliare. Per la nostra lingua opterei per un Picchi e un Devoto Oli, senza tralasciare uno Zingarelli.
Un altro buon dizionario cartaceo che dovrebbe essere alla mano di ogni traduttore è il noto Roget’s Thesaurus dove si attinge ad una miriade di sinonimi dei termini inglesi. Non meno noto è il dizionario dell’editore Penguin e Wow della Zanichelli, che consiglio per le frasi idiomatiche e gergali ad ogni lettore di lingua inglese.

Non resta che la scelta per fare un buon lavoro e prepararsi a diventare i più qualificati traduttori. Buon lavoro!

Autore dell’articolo:
Federico Moncini
Traduttore EN-FR-ES>IT
Borgo a Buggiano (PT)

Tecnica della traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Mi sono laureata da sei mesi in discipline della mediazione linguistica e da circa un anno mi dedico a traduzioni di qualunque settore. In questa mia attività, ormai quotidiana, ho sempre cercato di avvalermi delle migliori tecniche per tradurre. In quest’articolo ho voluto riassumere in breve in cosa consiste teoricamente il lavoro da traduttrice, in cui non devono mancare tecnica, costanza, impegno ed entusiasmo, allo scopo di svolgere un lavoro impeccabile.

Nella fase iniziale la domanda da porsi è: come si traduce un testo?
Occorre innanzitutto tener presente che la pratica traduttiva è una delle componenti che riescono a mettere meglio in comunicazione civiltà, lingue e mondi diversi.
Io traduttrice devo conoscere bene il mondo del testo di partenza e quello di arrivo: quando traduco tengo conto del livello di cultura della lingua d’arrivo, quindi la ricadenza che tale testo può avere nel mondo d’arrivo. Importante è quindi la comprensione del codice linguistico del testo che sto traducendo, in cui si presenta la problematica dell’interpretazione traduttiva. E’ vero che devo tener conto del codice linguistico, ma devo pormi la domanda se, per esempio, tralascio un aggettivo, chi legge può capire lo stesso il significato; bisogna far capire, trovare soluzioni diverse: mettere, tralasciare, inserire nota, ecc… In poche parole faccio riferimento alla strategia dell’adattamento. Quando traduco cerco di far trasparire o colorire il testo in modo tale che abbia la possibilità di essere compreso per le sue variabilità, anche da parte di chi non conosce il testo di partenza.

Autore dell’articolo:
Gessica Vitale
Traduttrice olandese>italiano, inglese>francese
Casette d’Ete (FM)

Facebook: un ausilio per la traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Nell’era di Internet, dei social network, dei programmi di assistenza alla traduzione, delle banche dati, dei motori di ricerca e delle e-mail in tempo reale, reperire l’informazione di cui si necessita potrebbe sembrare un gioco da ragazzi, vista l’ingente mole di dati disponibili. In realtà queste informazioni, talvolta, possono fuorviare e gettare in confusione il traduttore che sta lavorando su un testo, oltre al fatto che deve pure accertarsi della loro veridicità. Infatti, lungi dall’essere un tuttologo ed essendo confrontato a testi di ogni settore e, spesso non potendo contare nemmeno sull’aiuto di un esperto, deve venirne a capo con le sue stesse forze.
In questo contesto, però, uno dei più celeberrimi social network, ovvero Facebook, può venire incontro alle esigenze dei professionisti della traduzione e dar loro una mano. Infatti, quest’ultimo non serve solo ed esclusivamente a restare in contatto con amici e conoscenti di tutto il mondo, taggare foto e post vari.

Negli ultimi tempi alcuni traduttori professionisti hanno deciso di cogliere la palla al balzo e sfruttare questo social network in modo proficuo, coscienti che al giorno d’oggi quasi tutti dispongono di un account su Facebook. Sono così sorti numerosi gruppi dedicati a questa professione, spesso sottovalutata e non sufficientemente riconosciuta. Il traduttore iscritto può di conseguenza chiedere aiuto ai colleghi se una parte di un testo risulta poco chiara, può trovare offerte di lavoro, postare e reperire glossari online sulle tematiche più svariate e nelle diverse lingue, venire a conoscenza di seminari e corsi organizzati sul tema della traduzione, essere sempre al corrente della normativa vigente sulla sua professione, solo per citare alcuni esempi.
Insomma un mezzo che può sembrare un mero oggetto di svago, si può trasformare in una risorsa molto utile per il traduttore, oltre a tenere compagnia ed essere una valvola di sfogo per coloro che trascorrono ore e ore davanti al computer e necessitano di cinque minuti per distrarsi.

Di seguito vorrei citare alcuni di questi gruppi nella speranza che possano essere d’aiuto agli utenti di questo blog

• Liberi professionisti traduttori
• Übersetzer und Dolmetscher
• Traduttore Cerca Aiuto
• Interpreting for Europe
• Trova traduttore
• Traduzioni legali
• Traduttori e traduttrice de-it-de

Autore dell’articolo:
Laura Broggi
Interprete e traduttrice DE e FR
Merano (Bz)

I falsi amici in agguato nel castigliano

 Categoria: Problematiche della traduzione

Da vari anni “convivo” con una lingua che io considero straordinaria per ricchezza e complessità, ma che purtroppo il “popolino”, forse per pura ignoranza, continua a considerare semplice: sto parlando del castigliano.
È noto che la percentuale di “mutua intelligibilità” fra italiano e spagnolo è certo molto alta (anche senza conoscere spagnolo o italiano, una frase può essere compresa almeno all’80% quando un ispanofono ascolta o legge una frase in italiano o quando un italofono ascolta o legge una frase in castigliano).
Ma, senza addentrarmi nella questione di che cosa sia parlare realmente una lingua in modo fluente e facendosi comprendere, la questione che pongo è: che succede quando ci ritroviamo davanti ad un “falso amico” (i cosiddetti false friends in inglese)?

Se in un ristorante spagnolo chiediamo del burro, chi prende la nostra ordinazione ci guarderà certamente un po’ sconcertato, visto che gli stiamo chiedendo non il derivato del latte ma un amabilissimo animale, cioè l’asino.
Quanto al verbo augurar, non vuol dire “augurare” ma “prevedere, pronosticare”: il Re di Spagna ieri certo non “augurava” al suo popolo molti sacrifici.
Un esempio ancor più calzante di quanto si sottovaluti la difficoltà della lingua spagnola è presente anche nell’introduzione di un ormai “antico” dizionario bilingue italiano-spagnolo, quello del prof. Lucio Ambruzzi, con cui io stessa ho avuto a che fare diversi anni or sono iniziando il mio percorso di studentessa di castigliano.

Il professor Ambruzzi racconta che era sua abitudine sperimentare la “boria” dei suoi studenti proponendo loro di tradurre a bruciapelo frasi come Tengo muchas pipas en la bodega (per la cronaca “Ho molte botti in cantina” e non “Ho molte pipe in bottega”) o No prende la vela (che non è “non fa vela” o cose simili, ma “non si accende la candela”). Naturalmente l’esperimento falliva regolarmente e i saputelli venivano messi a tacere in un batter d’occhio.
Credo che questi pochissimi esempi rendano molto chiaro quanto i falsi amici possano diventarlo ancor di più in due lingue apparentate; perciò parlo di agguato, anche se in maniera forse un pizzico ridondante.

Autore dell’articolo:
Manuela Pelizzon
Traduttrice IT>ES ES>IT
Mirano (Venezia)

Cos’è la traduzione?

 Categoria: Traduttori freelance

Cos’è la traduzione? Difficile darne una definizione dal momento che la sua storia dimostra come l’idea del tradurre e il linguaggio siano cambiati nel corso dei secoli. Considerare la traduzione come un mezzo di comunicazione tra lingue e culture diverse renderebbe la traduzione un’attività inferiore; essa è invece lo spazio privilegiato per l’osservazione delle dinamiche interne al linguaggio perché è attraverso essa che si può constatare l’evoluzione costante delle lingue.

Possiamo innanzitutto dire che la traduzione è un’attività inseparabile dalla sua storia, dal linguaggio, dalla letteratura e dalla cultura di partenza e da quella di arrivo di un’opera e prima di essere attività è un atto d’intenzione del traduttore che deve così confrontarsi con il mito dell’originale. Da qui ci interroghiamo sul ruolo del traduttore o, per citare Walter Benjamin, su quale sia il suo compito.

Un compito, quello del traduttore, che all’origine prevede un atto di fede nei confronti del testo da tradurre: credere fermamente di aver incontrato un universo, il testo, che meriti di essere rivelato attraverso un’altra lingua. E questo rivelare diventa una sfida ogni volta che saranno messe a confronto due lingue e due culture diverse.
Attraverso la riflessione di W. Benjamin abbiamo compreso che il valore di un’opera letteraria non risiede nella trasmissione di informazioni ad un pubblico di lettori, ma nel modo in cui un autore si enuncia di fronte al mondo. Allo stesso modo, dunque, il traduttore dovrebbe riprodurre l’intenzione dell’opera originale e per far ciò dovrà affrontare dei problemi di natura culturale che gli assegnano il ruolo di mediatore.

Per adempiere al ruolo di mediatore culturale egli dovrà possedere un gran numero di saperi come la conoscenza della società, della sua storia, della sua gastronomia, dei suoi costumi; la conoscenza delle regole della comunicazione, delle frasi idiomatiche e dei proverbi; la conoscenza degli strumenti informatici utili per la parte pratica del suo lavoro. L’abilità del traduttore dovrebbe consistere in una conoscenza ottimale delle due culture messe a confronto al fine di adattare il testo di partenza alla cultura di arrivo.
Un lavoro, dunque, carico di responsabilità che a volte porterà a fare della negoziazione ovvero a compiere scelte nella misura in cui sarà necessario cambiare l’aspetto dei segni linguistici nel passaggio da una lingua all’altra, rinunciando a volte a qualcosa nella lingua d’arrivo per far gustare al lettore un po’ del sapore dell’opera originale.

Autore dell’articolo:
Maria A. Montanaro
Aspirante traduttrice
(Laurea Specialistica in Teoria e Prassi della Traduzione Letteraria)
Lingue Français =>Italien; English =>Italian
Bari

L’articolo è l’adattamento in italiano dell’introduzione presente nella mia tesi di laurea in francese dal titolo “Une proposition de traduction et commentaire de Caroline assassine de Sophie Jabès

Master traduzione inglese-italiano

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Un master universitario per traduttori residenti in tutto il mondo: www.mastertraduzionespecialistica.it.

Il Consorzio interuniversitario ICoN Italian Culture on the Net www.italicon.it, composto da 20 università italiane, eroga da oltre un decennio un Corso di laurea online in Lingua e cultura italiana (laurea italiana di I livello) per cittadini stranieri e italiani residenti all’estero. Iscrivendosi a questo corso di laurea si sono finora laureate già più di 200 persone in molte nazioni, dall’Australia al Canada, dall’Argentina alla Germania, dimostrando così, con tutta evidenza, la validità di un’iniziativa impegnata a veicolare l’offerta di una proposta culturale di alto livello attraverso modalità organizzative fruibili nei più diversi contesti culturali e socio-economici.

Alla luce di questo incoraggiante bilancio, da alcuni anni ICoN offre anche master universitari di I livello, concepiti come prosecuzione del Corso di laurea in lingua e cultura italiana. Si tratta di un ulteriore impegno per la promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo e per la valorizzazione del patrimonio culturale italiano, obiettivi che costituiscono la missione istituzionale del Consorzio.
Tra queste seconde iniziative, segnalo qui un Master in Traduzione specialistica inglese-italiano erogato dalle Università di Bari, Genova e Pisa.

Questo master, fondamentalmente online, con soli tre cicli tra lezioni, approfondimenti ed esami frontali, è alla sua quarta edizione e a breve raggiungerà presumibilmente il numero di oltre 50 diplomati, provenienti da diversi paesi nel mondo. La prima edizione pilota del master è stata riservata ai residenti all’estero, mentre a partire dalla seconda, alla luce delle molte richieste ricevute, si è deciso di renderlo disponibile anche per i traduttori dall’inglese verso l’italiano che vivono in Italia. Le iscrizioni resteranno aperte fino al 22 novembre 2011. Il Master comincerà il 16 gennaio 2012 e terminerà l’11 gennaio 2013.

Per potervi accedere sarà necessario essere in possesso di una laurea almeno triennale di I livello o di una laurea straniera equivalente – come può essere per esempio un BA – , avere una conoscenza molto buona dell’inglese pari ad almeno il livello C1 del Quadro Comune Europeo di Riferimento e conoscere l’italiano scritto a livello madrelingua, con una buona capacità di scrittura e redazione di testi in italiano. Queste competenze verranno verificate attraverso un test d’ingresso online che si terrà il 2 dicembre 2011.

Il master è stato considerato indubbiamente impegnativo a giudizio dei corsisti che l’hanno concluso ma allo stesso tempo è stato valutato molto utile sia per gli approfondimenti teorici sia per l’affinamento delle capacità traduttive nei domini specialistici scelti. A questo proposito specifichiamo che è possibile frequentare classi virtuali di due tra i sei domini offerti che sono: ambiente ed energia, biomedicina e discipline del farmaco, diritto, economia, informatica e localizzazione, tecnologia. Si tratta dunque di un’offerta declinata in più sezioni che coprono in effetti tutte le aree più ampiamente richieste nel mercato della traduzione oggi. Un vantaggio senza dubbio rilevante è la flessibilità data dalla comunicazione virtuale che in modalità asincrona coinvolge tutti i paesi del mondo in cui vivono i corsisti.

Le attività in presenza sono soltanto tre, a inizio, metà e fine programma: due volte a Pisa e una volta alla Direzione Generale della Traduzione di Bruxelles e al Comitato Economico e Sociale/Comitato delle Regioni. Per il resto, la didattica è erogata online attraverso classi virtuali con forum e supportate da tutori specializzati. Le lezioni online, denominate moduli, sono raggruppate nelle sezioni Fondamenti della traduzione, Linguistica contrastiva per la traduzione, Risorse linguistiche e informatiche per la traduzione e Introduzione alla traduzione nei domini specialistici, quest’ultima suddivisa a sua volta in due parti. Non è necessario altro: è tutto in www.mastertraduzionespecialistica.it.

Lo scopo principale è dare ai corsisti gli strumenti necessari per acquisire un metodo di lavoro che renda possibile collocarsi e posizionarsi nella fascia alta del mercato della traduzione dopo aver perfezionato le proprie tecniche traduttive. Altro importante obiettivo, per raggiungere il quale il corsista lavorerà durante lo stage previsto nel mese di ottobre insieme a un traduttore freelance, è potenziare la capacità traduttiva in termini di cartelle per poter passare da una produttività limitata di tipo didattico a una produttività quanto più possibile vicina a quella realmente richiesta nel mercato della traduzione.

Chi non è interessato a ottenere il titolo universitario di master o non è in possesso del titolo di studio richiesto (laurea italiana o titolo straniero equivalente), può frequentare il master in modalità parziale. Il corsista iscritto in questa modalità non svolgerà lo stage e la prova finale ma potrà frequentare tutto il percorso online e svolgere eventualmente esami. Ambedue le opzioni, comunque, offrono certamente un importante contributo per migliorare le proprie opportunità di crescita personale e professionale in un ambito lavorativo particolarmente rispondente alle sempre più crescenti esigenze di comunicazioni e scambi interlinguistici, nei più diversi settori culturali e economici.

Autore dell’articolo:
Laura De Renzis
Responsabile Relazioni esterne
Consorzio ICoN Italian Culture on the Net

La traduzione: ponte fra culture (4)

 Categoria: Storia della traduzione

Nei Translation Studies il problema della corrispondenza è stato spulciato sotto ogni punto di vista, ma la sola certezza che possiamo avere è che un’equivalenza totale non esiste, neanche fra due versioni di un testo nella stessa lingua, tanto meno è possibile fra due lingue diverse. In una traduzione ci saranno sempre delle perdite, ma anche nuove acquisizioni. Ed è proprio a questo punto che si affaccia il problema dell’intraducibilità linguistica o culturale di un testo. L’intraducibilità linguistica si verifica quando nella lingua di arrivo non esiste lo stesso elemento sintattico o lessicale della lingua di partenza; mentre, l’intraducibilità culturale è dovuta alla mancanza, nella lingua di arrivo, degli stessi elementi culturali della lingua di partenza, anche se esistono parole in quella lingua che esprimono quel dato concetto.

Per esempio, in italiano non esiste una parola dal significato identico a quello di “pet” in inglese; si può tradurre con “animale domestico, animale da compagnia”, ma a volte, locuzioni così lunghe, rispetto alla parola inglese, possono rallentare il ritmo della frase, e creare problemi stilistici. Di solito, “pet” viene tradotto con “animale”, ma in italiano “animale” indica tutti i tipi di animali, e non riesce a cogliere il valore affettivo e sentimentale che la parola inglese invece esprime. In questo esempio banale c’è già l’evidenza della perdita culturale che spesso si produce. Tocca al traduttore scegliere la soluzione migliore, fra quelle possibili, per poter comunicare tutti i significati del testo originario, rispettandolo, ma creando, allo stesso tempo, un testo nuovo, di utilità per persone appartenenti ad un’altra cultura e ad un’altra lingua.

Secondo Bruno Osimo, nel suo Manuale del traduttore, il traduttore è un ponte tra due culture: la sua mediazione non è soltanto linguistica, ma soprattutto culturale, e per questo motivo, deve conoscere bene la storia, le tradizioni, l’arte e la letteratura del paese che ha prodotto quel testo. Ancora oggi, la discussione attorno alla traduzione come scienza, e quindi come attività primaria per la vita sociale e culturale di un paese, o come attività secondaria, non accenna ad esaurirsi. Ma io credo sia sufficiente valutare l’importanza pragmatica della traduzione, cioè la capacità di mettere in comunicazione due culture, per dissipare ogni dubbio.

Autore del’articolo:
Erika Fabri
Studentessa e traduttrice en-it, es-it
Teramo

La traduzione: ponte fra culture (3)

 Categoria: Storia della traduzione

Il traduttore diventa l’esecutore materiale, e manuale, di un processo di decodificazione e ricodificazione, in cui vanno considerate tutte le varianti sociali e culturali che entrano in gioco, non solo il mero significato delle parole. Tuttavia questo può essere arduo da realizzare, anche tra lingue e culture apparentemente simili. In realtà non esiste cultura simile ad un’altra, come non esiste lingua simile ad un’altra. Il traduttore deve riconoscere questa distanza, e confrontarsi con essa, quando sceglie tra le possibili traduzioni nella lingua d’arrivo, senza dimenticare di rispettare il significato del testo di partenza e le intenzioni del suo autore.

Il problema del significato si fa più serio quando si prende in esame la traduzione delle espressioni idiomatiche, che sono strettamente vincolate alla cultura della lingua di partenza. A volte il traduttore riesce a trovare un’altra espressione idiomatica che esprime lo stesso concetto nella lingua di arrivo; ma altre volte questo è impossibile, e l’unica soluzione praticabile è quella di trasformare l’espressione idiomatica in una frase normale, che esprima lo stesso significato. Molti linguisti hanno cercato di creare una mappa dei diversi tipi di corrispondenze possibili in una traduzione. Popovič ne individua quattro tipi:

1) Corrispondenza linguistica: esiste un’equivalenza linguistica tra lingua di partenza e lingua di arrivo; è una traduzione parola per parola.
2) Corrispondenza paradigmatica: esiste un’equivalenza grammaticale tra le due lingue.
3) Corrispondenza stilistica: nella lingua di arrivo si riproduce lo stesso significato, la stessa intenzione dell’autore; si tratta di un’equivalenza degli elementi principali, che concorrono a creare un’identità espressiva tra i due testi.
4) Corrispondenza testuale: si instaura un’equivalenza sintagmatica, cioè un’equivalenza nella forma tra le due lingue.

Dal canto suo, Eugene Nida, distingue tra corrispondenza dinamica e formale. La corrispondenza formale si basa su forma e significato del testo; è una “glossa”, il cui scopo è quello di permettere al lettore la comprensione della maggior parte del significato del testo. Mentre, la corrispondenza dinamica si fonda sul concetto di effetto di equivalenza: tenta di ricreare lo stesso rapporto che si instaura fra lettore e testo, nella lingua di partenza, anche nella lingua di arrivo.

L’ultima parte dell’articolo verrà pubblicata domani.

Autore del’articolo:
Erika Fabri
Studentessa e traduttrice en-it, es-it
Teramo

La traduzione: ponte fra culture (2)

 Categoria: Storia della traduzione

Comunque, per arrivare ad una riflessione più matura sul processo di traduzione, bisogna attendere Alexander Fraser Tyler ed i suoi Essays on the principles of translation (1791); lì si possono rintracciare tre principi fondamentali:

1) La traduzione deve essere una trascrizione completa dell’idea dominante, racchiusa nel testo originario.
2) Lo stile ed il registro devono avere le stesse caratteristiche del testo originario.
3) La traduzione deve avere lo stesso grado di autenticità del testo originario.

Un secolo dopo Dryden, Tyler condivide i sui stessi principi: il testo tradotto deve riprodurre l’anima del testo di partenza. Successivamente, durante il XIX secolo, teorici inglesi e tedeschi hanno tentato di dare una definizione di traduzione, cercando di capire se si trattava di un’attività creativa o meccanica. Alcuni consideravano il traduttore un genio creativo, altri un semplice mezzo per far conoscere alla gente il testo originario o il suo autore.
È a partire dal periodo Vittoriano che si insinua l’idea di giusta distanza di spazio e tempo tra traduttore e testo originario, questo significa che i traduttori devono utilizzare un linguaggio arcaico. Anche se il loro lavoro si rivelò inutile, perché traduzioni retrodatate nella forma, in una società in rapida evoluzione, non rispecchiavano i valori di quel mondo.

Una teorizzazione ed un’analisi sistematica sulla traduzione emerge solo a partire dalla seconda metà del XX secolo, con i Translation Studies: una serie di studi concernenti la traduzione, il suo processo ed i suoi problemi. L’etichetta di “Translation Studies” fu creata da André Lefevere nel 1976, ed infatti, i Translation Studies prendono piede proprio a partire dagli anni Settanta; e grazie ad essi, oggi, la traduzione è considerata un’attività importante e creativa. Grazie ad essi, noi studenti universitari abbiamo iniziato a studiare il modo in cui si realizza una traduzione, il processo traduttivo utilizzato, i mezzi a disposizione del traduttore, gli elementi che una traduzione dovrebbe o non dovrebbe avere. Inoltre, puntando l’attenzione sui Translation Studies si sono messi in luce anche molti problemi connessi alla traduzione. Soprattutto il fatto che una traduzione non è semplicemente la trasposizione di un testo da una lingua all’altra, ma implica anche una trasposizione da una cultura ad un’altra.

Continuerò a parlare dell’argomento domani nella terza parte dell’articolo

Autore del’articolo:
Erika Fabri
Studentessa e traduttrice en-it, es-it
Teramo

La traduzione: ponte fra culture

 Categoria: Storia della traduzione

Il Webster’s third new international dictionary of the English language unabridged definisce la traduzione (n.) come: “1. A rendering from one language or representational system into another; also the product of such a rendering.” E tradurre (v.t.) significa: “1. To turn into one’s own or another language; 2. To transfer or turn from any special system of representation, set of symbols, or calculus into another such system, set, or calculus; 3. To practice rendering from one language or representational system into another; 4. To express in different words; 5. To express in explanatory or more comprehensible terms.”
Come si può notare, non esiste una definizione unica ed univoca: i possibili significati sono molti, come i possibili usi nella pratica. Infatti, il linguista russo Roman Jakobson nel suo saggio intitolato “Aspetti linguistici della traduzione” (vedi nota 1 a piè di pagina) distingue tre diversi tipi di traduzione:

1) Traduzione endolinguistica o riformulazione, che consiste nell’interpretazione di segni linguistici per mezzo di altri segni della stessa lingua.
2) Traduzione interlinguistica o traduzione propriamente detta: consiste nell’interpretazione di segni linguistici per mezzo di un’altra lingua.
3) Traduzione intersemiotica o trasmutazione, che consiste nell’interpretazione di segni linguistici per mezzo di sistemi di segni non linguistici.

La traduzione interlinguistica, cioè la trasposizione del messaggio da una lingua ad un’altra, è molto antica. Le prime attestazioni risalgono al periodo romano, quando i documenti venivano tradotti dal greco al latino. Cicerone ed Orazio furono tra i primi autori a proporre una traduzione basata sul significato e non sulla forma. Ma per avere una prima teorizzazione, dal carattere più specifico, sulla traduzione dobbiamo arrivare a John Dryden, dove nella prefazione alle Epistole di Ovidio (1680), individua tre tipi di traduzione:

1) Metafrase: la classica traduzione letterale, parola per parola, da una lingua all’altra.
2) Parafrasi: un tipo di traduzione che punta a riprodurre il significato del testo; è il modello di traduzione proposto anche da Cicerone.
3) Imitazione: in questo caso è il traduttore a decidere se e come allontanarsi dal testo originario, per darne una libera interpretazione.

Secondo Dryden il miglior tipo di traduzione è il secondo. Lo scrittore inglese parte da un punto di vista strettamente morale e si concentra sui doveri etici che un traduttore ha nei confronti dei lettori. L’ideale che anima la classificazione di Dryden è la volontà di chiarire l’essenza del testo, e permettere al più ampio pubblico possibile di accedere a quel testo. Si tratta di una volontà condivisa tra tutti gli uomini di quel tempo, per questo motivo i testi venivano ritradotti nei secoli, modificandone la lingua, secondo gli usi delle epoche in cui si ritraducono.

L’argomento verrà approfondito domani nella seconda parte dell’articolo.

Nota 1: R. Jakobson, “ Aspetti linguistici della traduzione”, in R. Jakobson, Saggi di linguistica generale (Milano: Feltrinelli) 1974, pp. 56-64.

Autore del’articolo:
Erika Fabri
Studentessa e traduttrice en-it, es-it
Teramo

Traduzioni mediche

 Categoria: Servizi di traduzione

Questo articolo parla di un tema molto importante nell’ambiente linguistico, cioè l’ importanza della traduzione in medicina. Se chiedete ad un qualsiasi interprete, linguista o filologo quanta importanza ha una traduzione corretta, lui senza pensare risponderà “tantissima”, perché sa che anche una parola tradotta in un modo sbagliato, può cambiare completamente il senso della frase e nel caso di documenti o certificati medici può causare conseguenze imprevedibili e disastrose. Solo ieri nel telegiornale russo ho sentito una notizia sconvolgente: un medico di Taiwan ha infettato cinque pazienti con il virus HIV, trapiantando loro organi di un uomo portatore di HIV perché non è riuscito a tradurre il risultato degli esami del sangue scritti in inglese…Questo sbaglio assurdo cambierà per sempre la vita non solo di quei cinque malcapitati, ma sicuramente anche la vita del medico… Pensate! La medicina, una disciplina precisa e concreta, sembra così lontana dall’aspetto linguistico, invece la vita ci mostra che in certi casi l’una non funziona senza l’altra. Non sono medico e per me la medicina è una cosa buia, quasi un altro mondo di cui capisco pochissimo e non mi stanco di ammirare le capacità dei dottori che sanno come salvarci la vita (la cosa più preziosa che abbiamo) e curare il nostro corpo.

Mi è capitato di conoscere alcune persone che hanno scelto la professione del medico e anche loro sono obbligati a studiare le lingue straniere (nel mio paese il tedesco oppure l’inglese a scelta) però vengono trattate come materie secondarie ed in maniera sintetica, visto che la facoltà di medicina è molto dura ed impegnativa. Anche a noi studenti della facoltà di lettere non sembrava affatto utile frequentare un corso obbligatorio di medicina mentre dovevamo imparare tutti gli elementi di fonologia, apparato vocale ed imparare centinaia di parole italiane nuove per la prova di domani.

Voglio tornare al dottore di Taiwan, non ho il diritto di giudicarlo ma oltre ad essere un dottore con una particolare istruzione, esperienza e responsabilità è anche lui una persona, come noi, e come tutti noi può sbagliare, per questo se in quell’ospedale ci fosse stato un interprete qualificato, probabilmente si sarebbe potuto evitare quell’ incidente tragico che ha cambiato sei destini (senza contare quelli dei parenti delle vittime e del dottore). Magari se ognuno farà solo il suo lavoro la vita sarà un po’ più sicura?

Autore dell’articolo:
Darya Pisarchyk
Traduttrice russo italiano e italiano russo

Cos’è tradurre? (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Tra le lingue esistono vere e proprie lacune lessicali e il passaggio tra Source Text e Target Text rivela anche la lontananza tra culture, in cui il traduttore con la sua consapevolezza deve intervenire. Difficoltà esistono per esempio anche nella traduzione dei modi verbali e di particelle che hanno varie traduzioni secondo l’intonazione data (un esempio è il tedesco doch, che può dare a una frase quattro significati diversi). Il fatto che le diverse lingue segmentino diversamente il continuum non significa che tra loro vi sia una totale incomparabilità, ma piuttosto occorre ogni volta negoziare la soluzione che può sembrare più appropriata, lavorando sull’intenzione originaria e sulla comprensibilità.

Il livello più ampio su cui lavorare per un traduttore è quello del tipo di testo, che va identificato, insieme alla strategia utilizzata nel combinare la struttura, la coerenza logica, l’uso dei coesivi e della punteggiatura e il paratesto. L’inglese britannico connette questi elementi diversamente dall’italiano, che è più flessibile; in particolare, nel testo argomentativo, l’italiano tende ad avere una costruzione circolare in cui si fa meno uso del pensiero deduttivo. I testi in cui spesso è più evidente questa differenza sono quelli informativi, in cui l’inglese rispetto all’italiano avvicina di più il testo al destinatario, con un linguaggio più amichevole e informale e inoltre utilizza formule di cortesia (come nel parlato). Strumenti usati in italiano ma più spesso in inglese sono gli hedge. Questo termine, coniato nel 1972 da Lakoff, indica secondo Brown e Levnson, due tipi di parole, approximators, cioè elementi che modificano la condizione di verità di un enunciato, e shields, indicatori dell’atteggiamento e dell’opinione del parlante.

Autore dell’articolo:
Francesco Filippi
Traduttore En>It De>It
Viareggio (Lu)

Cos’è tradurre?

 Categoria: Problematiche della traduzione

Un tema che mi sembra decisivo per l’attività traduttiva è la questione della relatività linguistica, un fattore decisivo per un traduttore nella prospettiva di una lettura debole dell’ipotesi Sapir-Whorf, secondo cui è possibile uscire dal binomio della propria lingua/cultura. Essere in grado di entrare nelle altre esperienze culturali permette infatti al traduttore di capire come le lingue ritagliano la realtà, cioè segmentano il continuum pre-linguistico. I segni linguistici hanno come caratteristica l’arbitrarietà, presente tra significato e significante oltre che tra il linguaggio e la realtà. I segni sono comunque legati a una dimensione che sussiste prima di essi: l’intenzione, la volontà umana di esprimere qualcosa. Il segno linguistico è correlato a una sorta di idea, chiamata ground (da Pierce), ciò che motiva la semiosi a un livello di percezione sensoriale e soprattutto categoriale e quindi culturale. Una buona traduzione deve cercare di identificare così l’intenzione e lo stesso effetto cui mirava il testo originale: per ottenere questo il traduttore formula un’ipotesi su quello che poteva essere questo effetto e deve essere consapevole del ritaglio del continuum in questione.

Spesso, il testo ci offre difficoltà tali da renderci complicato un raggiungimento seppur approssimato della reversibilità della traduzione al testo originale (secondo Eco la reversibilità massima della traduzione nel suo originale è l’aspirazione, spesso irrealizzabile, di una traduzione). Tradurre non vuol dire sostituire una lista di etichette a un’altra. A proposito si parla di untranslatability, e alcune delle soluzioni sono la parafrasi, l’adattamento, il prestito, il calco, la compensazione. Ogni lingua ha le sue difficoltà e la traduzione di un termine ha in genere dei limiti e vi sono gradazioni di appropriatezza. Inoltre, le lingue sono sistemi semiotici in continuo movimento, che si rinnovano assieme alla cultura.

L’argomento verrà approfondito nella seconda ed ultima parte dell’articolo che verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Francesco Filippi
Traduttore En>It De>It
Viareggio (Lu)

Tradurre è comunicare

 Categoria: Traduttori freelance

“I traduttori sono dei deviati. Persone assurde”. Così esordì il mio professore di traduzione un bel giorno all’università. Parole che mi sono rimaste chiaramente impresse e che mi accompagnano nella mia ricerca di un posto nel mondo della traduzione. Dopo essersi ripresi dal piccolo shock che tale affermazione provoca, bisogna ammettere che un pizzico di verità c’è: il traduttore è lettore e autore allo stesso tempo, si nasconde e si annulla per dar voce a qualcun altro; il suo intervento, il suo lavoro è quello di non trapelare dalle parole che qualcun altro ha scritto, farsi portavoce di cose mai dette, mai pensate, magari neanche condivise e lontane da sé.

Il traduttore è un personaggio nell’ombra, il suo è un lavoro non sempre riconosciuto e onorato come meriterebbe, a mio parere. Eppure riflettiamo: avremmo mai potuto apprezzare e lasciarci incantare dai libri di un Flaubert, di un Kafka, di Dostoevskij, senza l’intercessione (non esiste termine più appropriato, direi) di un traduttore?

Tradurre è comunicare, è mediare, livellare e scavalcare i muri delle differenze linguistiche e culturali. Già, perché il traduttore non è un semplice amanuense che copia parole scritte soltanto in modo diverso, ma è un conoscitore di due o più paesi diversi, e costruisce quel ponte che ci permette di affacciarci e di passeggiare sul sentiero di un nuovo modo di scrivere, pensare, essere.

Autore dell’articolo:
Valeria Visentin
Traduttrice EN>IT
Borgo Bodgora (LT)

Niente sconti, ma nulla per scontato

 Categoria: Traduttori freelance

E’ iniziato tutto con Compuserve, un software pesantissimo che allora serviva, credo, per comunicazioni interaziendali. In azienda nemmeno avevano capito cos’era. Me ne avevano affidato la comprensione, visto che le spiegazioni erano in tedesco. E così ero l’unica a sapere cos’era, ad avervi accesso e dopo un po’ di tempo a gestire le pochissime mail che venivano mandate da qualche collega. Tutti usavano il fax, una sorta di totem dove ci si riuniva verso le 10.30 a mandare i 3 o 4 fogli prodotti nella mattina. Poi si scendeva al bar a bere il caffè. Con Compuserve eseguivo le mie prime trasmissioni remote, ma ancora non avevo compreso le potenzialità di quel pesante e oscuro sistema. Pensavo a qualche diavoleria tedesca, affibbiataci dai nostri partner aziendali.

Ho invece compreso veramente che cosa stava succedendo, il giorno in cui un amico titolare di un’agenzia per cui lavoravo, e alla quale da tempo consegnavo floppy-disk con i file di traduzione, mi installò un “modem”, una scatoletta dall’aspetto antiquato.
La barra che da 100% scendeva, fino allo 0%, e la scritta in dos, di conferma dell’invio, mi davano una certa euforia. Fu in quel preciso momento che capii di essere libera. E l’avvento della posta elettronica me lo confermò.Da allora avrei potuto lavorare ovunque, quella scatoletta mi avrebbe salvato da anni di pendolarismo, di logoramento, e da tutte quelle cose che da giovane dipendente apprezzavo ma che temevo avrei sofferto con il passare degli anni. Avrei invece potuto decidere dove, e con chi lavorare. Dedicarmi esclusivamente a quello che mi piaceva. Trasformare l’incomprensibile in comprensibile, l’ingarbugliato in semplice. In una parola avrei tradotto. Avrei potuto scegliere dove lavorare e, in una certa misura, anche per chi. Avrei potuto mettermi per conto mio. Più avanti l’ho fatto.

E quando lo feci nemmeno immaginavo che di lì a qualche anno ancora un PC mobile con chiavetta mi avrebbe permesso di trascorrere villeggiature di lavoro accanto ai miei famigliari, e soprattutto a mia figlia. Sono passati 15 anni da quella volta con Compuserve. Non sono su Facebook, né su Twitter, non voglio esagerare. Mi basta la libertà che oggi possiedo. Dopo 25 anni posso dire di non aver avuto sconti nella mia professione, ma di non dare assolutamente nulla per scontato.

Autore dell’articolo:
Monica Mantovani
Traduttrice di brevetti – ENG-ITA TED-ITA
Novara

I molti modi di chiamare la neve in inuit

 Categoria: Le lingue

Stando alle credenze popolari, gli eschimesi avrebbero a disposizione un vastissimo repertorio di parole per indicare la neve.
La notizia risulta estremamente interessante e curiosa, tuttavia la realtà è ben più deludente della “leggenda”; nella lingua inuit, le parole per designare la neve sono solo due: “qanniq- (qanik- in certi dialetti)” che sta per il verbo “nevicare” e “aput” che indica la sostanza “neve”.

L’abbaglio è frutto di una scorretta “lettura” della lingua inuit, essendo questa polisintetica e quindi in grado di formare parole lunghissime e complesse grazie all’aggiunta di alcuni affissi che cambiano la natura semantica o sintattica della parola di partenza, in certi casi arricchendola persino di precisazioni e dettagli; un processo complesso e laborioso che in altre lingue richiede l’utilizzo di intere frasi.

Ad ogni modo, una meravigliosa particolarità linguistica del popolo eschimese esiste.
In quasi tutte le lingue del mondo figura almeno una parola che sta ad indicare la guerra: war in inglese, guerre in francese, luftë in albanese, vàlka in ceco, sõda in estone, digmaan in filippino, sota in finlandese, cogadh in irlandese, karo in lituano, karš in lettone, stríð in islandese, krig in norvegese, wojna in polacco, război in romeno…e, purtroppo, l’elenco potrebbe ancora continuare a lungo.

Nella lingua inuit, invece, non esiste una parola per designare la guerra, poiché gli eschimesi hanno una cultura basata sulla pace, sull’amore per il prossimo, sul totale rispetto della natura e sull’osservanza rigorosa delle leggi che essa impone. Una lezione importante per i popoli di tutto il mondo.

Autore dell’articolo:
Susanna Villani
Traduttrice inglese/romeno > italiano
Pescia (PT)

I colori in romeno: rapporti con il Latino

 Categoria: Le lingue

Il sostantivo “Romania” viene dall’aggettivo latino “Romanus”, esempio che dimostra la natura delle origini culturali e linguistiche della nazione romena.
Il romeno è, infatti, una lingua neolatina, nonostante le molte influenze esercitate sul suo tessuto linguistico da parte di numerose popolazioni (Russi, Turchi, Magiari, etc.).
I primi contatti tra Roma e l’attuale Romania – allora chiamata Dacia – risalgono all’inizio del II secolo d.C., con la conquista del territorio romeno da parte di Traiano, noto imperatore romano.
La capitale del regno del sovrano Decebalo, Sarmizegetusa, venne trasformata in provincia romana e da quel momento iniziò la romanizzazione della Dacia. La capitale dacica venne spostata altrove e denominata Colonia Ulpia Traiana Augusta Dacica Sarmizegetusa.

In termini linguistici, l’influenza del latino su quella che diventerà poi la lingua romena si ferma prevalentemente al registro popolare: il romeno si può quindi definire la prosecuzione diretta del latino popolare parlato dai Romani che si erano stanziati nella Dacia e in altre zone limitrofe ad essa. Analizzando il lessico romeno, infatti, notiamo che dal latino derivano in modo particolare vocaboli della vita quotidiana, mentre quelli legati al mondo ecclesiastico provengono prevalentemente dai popoli slavi.

Tra le parole del vocabolario di una lingua, quelle che si modificano nel tempo con maggiore difficoltà sono: i nomi delle parti del corpo, i nomi di parentela e i nomi dei colori.

Infatti, la lingua romena ha conservato molti vocaboli della sua lingua madre (il latino) per designare i colori:
ARGENTO = “argenteus” in latino, “argintu”in romeno
BIANCO = “albus”e “candidus” in latino, “alb” e “candid” in romeno
DORATO = “aureus” in latino, “auriu” in romeno
NERO = “niger” in latino, “negru” in romeno
PURPUREO = “purpureus” in latino, “purpuriu” in romeno
VERDE = “viridis” in latino, “verde” in romeno

Questi sono solo alcuni dei molti esempi linguistici che dimostrano il forte legame tra romeno e latino.
Sapere di possedere autentiche radici latine costituisce un elemento di forza per il popolo romeno, il quale ha acquisito nei secoli una sempre crescente consapevolezza del proprio valore e la grinta necessaria per affrontare lunghe battaglie ideologiche che hanno gradualmente portato la Romania all’indipendenza.

Autore dell’articolo:
Susanna Villani
Traduttrice EN>IT – RO>IT
Pescia (PT)

La qualità di una traduzione (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

Il fatto che nel campo della letteratura una traduzione esatta e completa sia impossibile non significa, naturalmente, che non sia possibile una traduzione buona o anche molto buona, né che ciò non avvenga, anche se non molto spesso. Il punto fondamentale, secondo me, è ricordare che quello che viene tradotto è un contesto destinato a essere letto come un contesto, non un accumulo di parole ed espressioni con significati definiti e valori impressi.
È la vecchia storia dello spirito e della lettera. Naturalmente ci sono colpe ed errori del traduttore che rendono una traduzione insicura proprio nella sua essenza. Ci sono parole che significano una cosa specifica e sicuramente non qualcos’altro; ci sono espressioni usate in un modo specifico e certamente non in altri. Ma anche eventuali strafalcioni di questo tipo rovinano solo una traduzione che è già debole nella sostanza, mentre guastano soltanto, ma non distruggono, una traduzione che rende in modo convincente il tono e la struttura del testo e che rispetta la sua coerenza. Poche note sbagliate non rovinano una buona esecuzione canora, così come qualche nota giusta non salva un’esecuzione priva di musicalità.

Anche se questa verità può essere osservata e sottoscritta da qualsiasi persona competente, le traduzioni vengono fatte regolarmente proprio da persone che conoscono solo la lettera (se la conoscono), mentre lo spirito per loro è un mistero.
Il fatto che per giudicare e criticare le traduzioni vengano usati regolarmente gli stessi criteri pedanti, che in ultima istanza sono irrealistici – dato che sono criteri di correttezza piuttosto che di uso – non migliora le cose. Si usano varie categorie di errori: errori di negligenza, di affaticamento, di conoscenza, ecc., e gli errori “imperdonabili” vengono segnalati senza considerare la traduzione nel suo complesso.

Inoltre, ogni traduttore professionista sa che gli errori di un genere o di un altro sono quasi inevitabili in qualsiasi lavoro più ampio, a causa dell’ “affaticamento della parola” che si verifica a metà strada circa, se non per altre ragioni. Le anime grette riescono sempre a trovare errori di qualche tipo, e qualsiasi traduzione, come qualsiasi opera originale, può essere sviscerata e trovata non a prova di errore. Non ci vuole una qualifica per farlo, a parte un po’ di cultura e un po’ di malanimo.
Tuttavia, occorrono conoscenze letterarie e linguistiche per valutare le qualità essenziali di una traduzione, per vedere se un tono è stato reso o meno, e se i problemi complessi sono stati risolti o sono rimasti irrisolti. In altre parole, occorre di più per vedere se una traduzione è corretta nell’insieme, piuttosto che per stabilire se è corretta nei particolari. Questo è il motivo per cui le valutazioni delle traduzioni, nel vero senso del termine, sono rare, mentre cavillare con i dettagli è comune. Il che è un peccato, in quanto una buona traduzione ha sicuramente bisogno dell’incoraggiamento di una valutazione adeguata. E intendo adeguata, non solo un riconoscimento qualsiasi.

Autore dell’articolo:
Angela Federica Ruspini
Studentessa del master biennale in traduzione e traduttrice inglese/olandese > italiano
Saronno (VA)

(stralcio dell’intervento di Elsa Gress alla conferenza sulla traduzione letteraria, tenutasi a New York dall’11 al 16 maggio 1970, organizzata dal PEN American Center, tratto dalla tesi di Angela Federica Ruspini di diploma equipollente alla laurea in Scienze della mediazione linguistica presso la Scuola civica del Comune di Milano, marzo 2010)

La qualità di una traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

La seconda grande questione sulla traduzione, che viene posta al traduttore e che lo stesso traduttore si pone, non riguarda la quantità e la selezione dei testi, ma la qualità. Questa questione della qualità è “eterna”, ed è stata posta fin dall’epoca di Orazio, così come lo sarà in futuro. Si può ridurre all’interrogativo fondamentale se la traduzione di qualità sia veramente possibile.
La risposta, per certi versi, è semplice. Anche con una conoscenza elementare di più di una lingua risulta evidente che le parole in una lingua non corrispondono semplicemente alle parole in un’altra: le parole non sono simboli meccanici, il loro contenuto è definito e circoscritto in modi diversi, il loro vero significato varia da un contesto all’altro. Con una conoscenza più profonda di molte lingue ci si rende conto che effettivamente non è fattibile tradurre messaggi complessi di qualsiasi tipo, in modo che tutte le sfumature, i toni, le associazioni e le connotazioni siano resi completamente nella traduzione.

L’impossibilità di una resa vera ed esatta di un testo da una lingua a un’altra, per quanto strettamente imparentate, è più evidente quando si cerca di tradurre un proprio testo. Se si conosce l’altra lingua abbastanza bene da gestire le espressioni idiomatiche con una certa facilità, si troverà molto più facile riscrivere il testo nell’altra lingua piuttosto che tradurlo. Quando non si conosce solo il testo, ma anche le intenzioni e le associazioni ad esso legate cosicché il normale processo di ipotesi e scelte è fuori questione, diventa un lavoro avventato cercare di rendere fedelmente il testo. Isak Dinesen, alias Karen Blixen, conosceva allo stesso modo l’inglese e il danese e scriveva i suoi testi nelle due lingue, piuttosto che tradurli. Pensava, tra l’altro, che la traduzione fosse una professione molto incompresa e sottovalutata, che dovrebbe essere altamente remunerata, quando è altamente qualificata.

Autore dell’articolo:
Angela Federica Ruspini
Studentessa del master biennale in traduzione e traduttrice inglese/olandese > italiano
Saronno (VA)

Sono una traduttrice

 Categoria: Traduttori freelance

Sono una traduttrice. Ho sempre amato tradurre. All’inizio per diletto, e poi per il gusto di dare agli amici l’opportunità di condividere con me letture affascinanti che loro non potevano gustarsi in lingua originale.

Poi, dalla semplice passione per la lettura, è nato l’amore sfrenato per il lavoro da sarto del traduttore. Sì, perché sono convinta che chi lo fa per mestiere abbia grandi responsabilità e grandi missioni da svolgere quando intraprende tale strada. Infatti, nonostante il tradurre sia dar voce a un autore, riportando pedissequamente nella propria lingua le sue parole, il traduttore passa in secondo piano dimenticato dal lettore. Tranne nel caso in cui il testo sia cucito talmente male da rendere oltremodo ingombrante la sua presenza. Questo è il paradosso a cui ci dobbiamo arrendere: far bene una traduzione ed essere dimenticati, passando in secondo piano, piuttosto che essere notati perché il lavoro fatto è stridente, ingarbugliato e cacofonico.

Tuttavia tale aspetto è solo una delle facce della medaglia. Nel frequentare svariati corsi, per affinare le mie capacità e le mie conoscenze, ho imparato che non esiste la traduzione per antonomasia, ma una traduzione: quella che è frutto del lavoro di una persona che ha il proprio bagaglio culturale e formativo. Per cui, a parità di competenza e professionalità, la mia traduzione sarà diversa da quella di un altro collega, perché diversi sono i nostri processi mentali e le nostre realtà. Diversi saranno i dubbi amletici che sorgeranno ogniqualvolta si preferisca una scelta lessicale invece di un’altra. Senza parlare dei sensi di colpa che ci si porta dietro per averlo fatto.
Però, vuoi mettere che soddisfazione sapere che chi leggerà il lavoro finito non penserà a quel testo come a una traduzione ma come a qualcosa di naturale?

Autore dell’articolo:
Ina Uzzanu
Traduttrice Freelance & Scout Reader
Sassari

L’apprendimento delle lingue straniere

 Categoria: Le lingue

L’argomento che tratto in questo mio articolo è l’apprendimento delle lingue straniere.
Al giorno d’oggi, conoscere le lingue straniere è diventato un “must” per poter accedere al mondo del lavoro e per poter comunicare con il resto del mondo senza difficoltà.
Riporto una frase breve che sintetizza ciò che sta alla base dello studio di una qualsiasi lingua straniera:” Senza motivazione non c’è apprendimento”.
Se non esiste la motivazione qualsiasi sforzo per apprendere una lingua risulterà vano e tenere alta la concentrazione degli apprendenti non sarà un compito facile: tutto si basa sulla capacità del docente di proporre attività che non siano noiose, ma che coinvolgano tutti i componenti della classe. Per le lingue straniere vi deve essere necessariamente una forte motivazione che spinga l’apprendente a studiare una lingua diversa dalla sua.

Di solito, un adulto decide di accostarsi allo studio di una LS, o per lavoro o perché vuole ampliare la sua cultura: in questo caso lo studio di una lingua è per lui un “piacere”.
Per mantenere alta la motivazione e la concentrazione in classe è fondamentale selezionare attività divertenti che stimolino interesse e viva partecipazione dell’intera classe abbassando l’ansia che influisce negativamente.
Importante è l’utilizzo delle moderne tecnologie in classe: Internet e altri sussidi tecnologici devono caratterizzare la maggior parte delle attività.

Infine, apprendere una LS non vuol dire studiare solo la grammatica: è importante conoscere anche la “cultura” del popolo straniero, studiarne gli usi ed analizzare il loro modo di “vedere” il mondo.
Educazione interculturale, uso della tecnologia e carattere ludico sono i segreti affinché un apprendimento sia efficace e produttivo.

Autore dell’articolo:
Silvia Arena
Interprete e Traduttrice
Modica-Frigintini (RG)

Bilinguismo e funzioni cognitive

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Recenti studi canadesi si sono interessati all’influenza del bilinguismo sullo sviluppo della capacità di attenzione.
Si è creduto per molto tempo che fosse negativo crescere in un ambiente bilingue, poiché per il fatto di essere sollecitati in modo diverso dalle due lingue, i bambini avrebbero manifestato maggiore distrazione e confusione. E’ stato invece confermato che i bambini bilingue hanno una capacità d’attenzione superiore a quella dei bambini monolingue: in particolare essi manifestano migliori capacità di controllo esecutivo, cioè sono più abili a distinguere tra compiti diversi e a coordinare informazioni complesse, senza lasciarsi distrarre da fattori interferenti. L’acquisizione di tale competenza rappresenta una tappa significativa nello sviluppo cognitivo del bambino ed è anche una delle prime capacità che deteriorano con l’età.

Per quali ragioni il bilinguismo migliorerebbe il controllo esecutivo?
Bisogna considerare che i bambini bilingue si confrontano quotidianamente con una situazione un po’ più difficile dei monolingue: devono infatti scegliere la lingua da utilizzare per rivolgersi a una persona piuttosto che ad un’altra e devono filtrare in modo immediato la lingua del loro interlocutore. Dal momento che nella mente dei parlanti bilingue le due lingue sono sempre attive simultaneamente, essi sviluppano un meccanismo di inibizione che consente loro di gestirle senza conflitto. Questo allenamento intenso ad un compito di attenzione apporta dei vantaggi anche al di là del linguaggio, in particolare migliorando l’abilità di eseguire più compiti contemporaneamente o in rapida progressione. Là dove c’è una piccola perdita per quanto riguarda le conoscenze linguistiche, ci sono dei benefici direttamente misurabili.

Nei paradigmi sperimentali di cambiamento di compito i bambini bilingue riescono con più facilità rispetto ai monolingue a porre attenzione alla forma e al colore di un oggetto simultaneamente, poiché già abituati a trattare più informazioni alla volta e a passare prontamente dall’una all’altra.
Essi sono avvantaggiati nell’adattarsi a situazioni e regole nuove e nel trovare strategie diverse per risolvere problemi grazie alla loro notevole flessibilità cognitiva. Tale funzione permette di tenere in memoria un obiettivo e di agire per raggiungerlo, ignorando le distrazioni che potrebbero impedirne il conseguimento. Una funzione dunque importante per riuscire in ogni ambito della vita.

Alcuni risultati suggeriscono inoltre che alcuni di questi vantaggi cognitivi vengono mantenuti nella terza età, proteggendo i bilingue dal declino delle funzioni mentali che in genere accompagna l’invecchiamento. In particolare una ricerca dell’Università di Toronto (2007) ha rivelato un effetto protettivo enorme del bilinguismo sulla demenza: il fatto di parlare due lingue durante tutta la vita ritarderebbe di quattro anni l’apparizione dei sintomi della demenza.
E’ stato così dimostrato che il bilinguismo, oltre a rappresentare un indiscutibile arricchimento culturale, favorisce il benessere del nostro cervello. Più l’apprendimento delle lingue è precoce, più le nostre connessioni neuronali saranno ricche e migliori saranno le nostre performances cognitive per l’intero arco dell’esistenza.

Autore dell’articolo:
Laura Morea
Psicologa e traduttrice francese-italiano
Novara

Studiare le lingue medievali

 Categoria: Le lingue

Quando racconto di aver studiato con interesse e passione l’antico francese, il mio interlocutore mi guarda in generale con occhi stupiti, forse un po’ increduli (pensando probabilmente: già il latino l’ho sempre detestato e non serve a niente, perché occuparsi allora di parole e regole grammaticali cadute in disuso da molto tempo?). Eppure è vero e non considero tempo perso tutte le ore che ho dedicato alla lettura di testi scritti in quella lingua, anche se non mi capiterà probabilmente mai di doverne tradurre uno.

Ho studiato Romanistik presso un’università tedesca passando un semestre a Lione. Siccome avevo scelto l’italiano come materia principale, erano obbligatori due semestri di studio dei testi più vecchi scritti in questa lingua, come il “Cantico di Frate Sole” ed il “Ritmo su Sant’Alessio”. Poi mi venne voglia di conoscere anche gli inizi della lingua francese, anche se non era obbligatorio per la materia secondaria. Frequentai tutti i corsi che venivano offerti sull’argomento presso la mia università e alcuni a Lione, facendo pure conoscenza con l’antico occitano. Dopo aver finito gli studi ed essermi trasferita a Berlino ho frequentato un corso sulla letteratura francese del Medioevo qui alla Humboldt-Universität per un semestre. Si vede che questa è una passione che non mi ha più lasciata.

Purtroppo le lingue medievali vengono insegnate sempre meno alle università tedesche. Con l’introduzione del nuovo sistema del tre più due (oppure già prima) sono scomparse dai programmi di studio in molti luoghi. Secondo me è un peccato perché leggere i testi scritti secoli fa permette di imparare diverse cose sulla storia dei paesi in cui si parlano le lingue che lo studente sta imparando. Inoltre è molto utile conoscere le origini di queste lingue. Io personalmente ho imparato moltissimo sul francese moderno occupandomi dei suoi testi più antichi: grazie a quegli studi capisco meglio l’ortografia francese e mi è più facile capire come certe parole sono arrivate al loro significato attuale. Lo stesso vale per la lingua italiana con cui non avrei il rapporto di confidenza che ho oggi se non avessi mai letto i primi testi scritti in essa. Io penso che faccia bene a ogni futuro traduttore studiare almeno un po’ le radici delle lingue con cui intende lavorare.

Autore dell’articolo:
Irina Brüning
Traduttrice it>de e fr>de
Berlino (Germania)

Tradurre: un problema più o meno risolto (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Cominciamo col dire che dipende dal tipo di traduzione che ci si trova davanti. E’ chiaro che un manuale tecnico lascerà meno spazio all’interpretazione del traduttore, mentre di contro un testo letterario darà adito ad ampi spazi per l’interpretazione personale del traduttore. E’ qui che torna in ballo l’espressione che ho usato precedentemente, cioè più o meno fedelmente. L’arte del tradurre non riguarda soltanto la lingua, ma riguarda anche tutta quella serie di aspetti culturali ed intellettuali che fanno parte della quotidianità delle persone che parlano quella lingua come L1 (lingua madre).

Dal cibo alla letteratura, al sistema scolastico alla religione e la storia. Tutte queste conoscenze sono fondamentali per il traduttore tanto quanto le conoscenze linguistiche. Un esempio piuttosto semplicistico ma efficace può essere “il panettone”. Avete capito bene. Dunque, questo dolce è tipico della tradizione natalizia italiana, ma non possiede traduzione in inglese e questo perché il panettone non appartiene alla cultura natalizia inglese, che invece, al suo posto, prevede il pudding.
Nelle nostre traduzioni, quindi, si dovranno tenere presenti tutte quelle caratteristiche e norme culturali che regolano, in questo caso, i Paesi anglosassoni e l’Italia. E’ necessaria una conoscenza capillare degli usi e dei costumi di entrambi i Paesi per poter operare una buona traduzione, una traduzione che riesca a mantenere invariato il significato principale del testo ma avendo sempre presente l’audience di riferimento. Il traduttore, in questo senso, è un autore, uno scrittore che non parte dal classico foglio bianco, ma da un testo scritto in una lingua che egli deve trasportare quasi magicamente in una lingua diversa, adattandolo. Il traduttore, perciò, non deve rendere soltanto la parte lessicale e sintattica. Questo sarebbe troppo facile…o meglio…difficile da capire per il lettore.

Un insieme di lessemi anche ben costruiti sintatticamente non bastano, risultano poco comprensibili e mancano di quel je ne sais quoi che ogni buon traduttore deve dare al testo. Umberto Eco affermava che tradurre significa “dire quasi la stessa cosa” e quel quasi è l’inserimento nel contesto sia culturale che generale del testo di cui parlavo prima. Il tutto per raggiungere una precisa finalità: fare in modo che il lettore comprenda in modo chiaro ed efficace ciò che il testo originale voleva esprimere. Il lettore non conosce la versione originale e non è tenuto a conoscerla, ma è importante che comprenda il testo che si trova dinnanzi. Lo ripeto ancora, lo scopo è la comunicazione efficiente.

Autore dell’articolo:
Chiara L. Pernigotti
Traduttrice freelance Inglese/Italiano
Tortona (AL)

Tradurre: un problema più o meno risolto

 Categoria: Problematiche della traduzione

Il mestiere del traduttore è uno di quei mestieri che viene spesso sottovalutato, in quanto l’operazione stessa del tradurre viene ritenuta non così difficile. E questo soprattutto per il traduttore dall’inglese all’italiano. L’inglese, infatti, è la lingua più diffusa nel mondo e, per questo motivo oltre che per il ruolo che l’inglese ricopre in ambito business, molti italiani pensano, a torto, di poter fare traduzioni quanto meno discrete.

E’ inutile dire che questa situazione non corrisponde per nulla alla realtà. Tradurre dall’inglese, infatti, non vuol dire prendere delle loan words (prestiti lessicali) e mescolarle ad altre parole italiane, non vuol dire nemmeno utilizzare i traduttori on-line ed aggiustare queste traduzioni, se così si possono chiamare, in qualche modo. In entrambi i casi non otterremo lo scopo principale della traduzione, che è quello di comunicare i concetti da una lingua all’altra. Comunicazione efficiente è la nostra parola chiave. In una traduzione dall’inglese, la finalità è quella di far comprendere ad un lettore italiano un dato testo riportando più o meno fedelmente ciò che il testo inglese voleva esprimere. Ho appena detto più o meno fedelmente. Sono consapevole di poter far affiorare dubbi o addirittura scatenare polemiche con l’espressione più o meno fedelmente. Che cosa significa?

Partiamo da cosa è una traduzione. Se cerchiamo la parola sui vari dizionari anche on-line troviamo che la traduzione è un’attività che prevede l’interpretazione del significato di un testo (di origine) e la successiva produzione di un nuovo testo, equivalente a quello d’origine, in un’altra lingua. Interpretare un significato può voler dire molte cose, in quanto un significato può avere molteplici interpretazioni. E già qui il jeu de mots dovrebbe farci riflettere su come sia possibile tradurre (esattamente) un significato da una lingua ad un’altra considerato il fatto che una frase o parole possono essere interpretate in diversi modi. Che tipo di interpretazione quindi deve conferire il traduttore? Come si è detto, certamente molteplici, ma quale quella giusta?

All’articolo di domani il compito di dare una risposta a tali quesiti.

Autore dell’articolo:
Chiara L. Pernigotti
Traduttrice freelance Inglese/Italiano
Tortona (AL)

Traduzione: veicolo di cultura

 Categoria: Traduzione letteraria

Credo sia scelta coraggiosa e altruistica quella di coloro che decidono di dedicare la loro vita alla traduzione, un ambito stimolante e soddisfacente anche se di non facile raggiungimento. Il traduttore può infatti sentirsi soddisfatto del proprio operato, con il quale contribuisce alla circolazione della cultura: la gioia nel poter far conoscere un’opera scritta in una lingua straniera a tutti coloro che senza la traduzione non potrebbero mai usufruirne, è paragonabile al prendersi cura e preservare un’opera d’arte dal logorio del tempo per permetterle di essere ammirata non solo dai suoi contemporanei, ma ancor più dai posteri. Così anche un’opera scritta rimarrà come patrimonio di intere generazioni future, non solo per tutti coloro che parleranno la lingua originaria dello scrittore, ma anche di tutti quelli che parleranno la lingua in cui è stata tradotta. Tutto ciò permette inoltre la conoscenza di popoli e culture diverse dalla propria, grazie all’enorme quantità di testi circolanti, o più semplicemente di romanzi le cui storie generalmente rispecchiano le abitudini, gli usi e costumi del popolo a cui appartiene lo scrittore. Ed è per preservare la bellezza e l’originalità di un testo che il traduttore dovrebbe cercare di rimanere il più fedele possibile al testo di partenza, senza abbellimenti propri né tantomeno tagli di parti o traduzioni grossolane: è necessaria la ricerca del giusto equilibrio tra due lingue per far sì che lo scritto risulti specchio fedele dell’originale, sfruttando appieno le potenzialità della lingua di arrivo e ponendo particolare attenzione nella scelta dei termini più consoni che possano rispecchiare al meglio il significato originario del termine, senza per forza esserne gli equivalenti.

Colui che, grazie a impegno e capacità, riuscisse a raggiungere la meta tanto agognata troverebbe ad attenderlo al varco, non solo molte soddisfazioni, ma anche qualche delusione: aspetto frustrante di questo lavoro è il fatto che il nome del traduttore venga ignorato dalla maggior parte dei lettori, quasi come se il testo fosse stato scritto direttamente dall’autore in tutte le lingue esistenti o come se il testo fosse tradotto meccanicamente da un computer. La maggior parte dei lettori infatti, non si sofferma sul nome di colui o colei che ha tradotto il testo, ma semplicemente giudica l’opera in quanto scritta solamente dall’autore. Ma tutto ciò non deve scoraggiare dal continuare questa professione, perché è il solo ed unico modo affinché le informazioni e la cultura continuino ad essere a disposizione di tutti. Proprio per questo motivo, il traduttore deve sentirsi soddisfatto del proprio operato e prendere coscienza dell’importanza che riveste nella società globalizzata di oggi, in cui tutte le informazioni circolano da un paese all’altro con grande velocità, e altrettanto veloce deve quindi essere la “connessione” che permette questi passaggi di informazione: il traduttore, necessario e unico strumento di collegamento tra persone e culture diverse, è il tassello fondamentale del grande puzzle che è la cultura, e per questo deve sentirsi ripagato di tutte le fatiche e gli ostacoli che incontra quotidianamente sul suo cammino.

Autore dell’articolo:
Linda Grappi
Traduttrice free-lance EN-ES>IT
Castellarano (RE)

Buona traduzione o buon marketing? (4)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Concludo con l’articolo di oggi la mia lista sulle azioni da consigliare ad un traduttore al fine di incanalare la propria carriera sui binari giusti.

4 – AVERE PRONTI I BIGLIETTI DA VISITA: Appena cominciamo a notare che il lavoro arriva, armiamoci il prima possibile di bigliettini da visita da “mollare strategicamente” dove e come possiamo. Se ad esempio ci capita di andare ad un convegno sulla traduzione, ad un corso di aggiornamento su Trados, ecc., non andiamoci mai senza una business card da poter lasciare a potenziali clienti futuri;

5 – IL SITO INTERNET: Avete pensato ad un sito internet? Certo, non deve essere per forza un passo indispensabile per tutti, ma può risultare utile per promuoverci, e, perché no, anche divertente e interessante da progettare. In fondo, anche il sito ci deve rispecchiare, ed è, a suo modo, un “grande biglietto da visita interattivo in rete”. Inoltre, ci può aiutare ad aumentare esponenzialmente la nostra visibilità e quindi la nostra rete di clienti. Se fossi alla ricerca urgente di una persona che mi traducesse un documento per me fondamentale, la prima risorsa che utilizzerei è Google;

6 – IL BLOG: Il blog a mio parere è un discorso in divenire, e pure abbastanza delicato. Intendo dire che, a differenza del sito, il blog è “vivo”. Bisogna nutrirlo, accudirlo e coccolarlo su base costante, e bisogna farlo nel modo giusto. Se decidiamo di tenere un blog, dobbiamo essere sicuri di aver voglia di farlo, di essere disposti ad investire periodicamente (ad esempio una volta a settimana, o ogni dieci giorni) un po’ della nostra energia in questo. Detto ciò, e dando per scontato che abbiamo qualcosa di davvero INTERESSANTE da dire, il blog può essere davvero un bel modo di farsi conoscere, ma anche di conoscere e imparare a nostra volta.

Autore dell’articolo:
Sara Alice Manis
Traduttrice e Interprete EN – IT – RU
Pomigliano D’Arco (NA)

Buona traduzione o buon marketing? (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Le mosse fondamentali che un traduttore dovrebbe fare all’inizio o comunque durante la propria carriera sono, a mio avviso, le seguenti:

1 – AVERE UN PIANO: Fare un piano prima di iniziare ad agire. Avere ben chiaro quali sono gli obiettivi che si vogliono raggiungere, porsi un limite in merito al denaro da spendere, al tempo da impiegare al giorno, e una scadenza finale entro cui raggiungere il proprio scopo. Le scadenze possono essere anche più di una. Possiamo avere un obiettivo generale a lungo termine, e degli obiettivi e scadenze minori lungo il cammino verso il “grande traguardo”;

2 – AVERE DEI CONTATTI “PROFESSIONALI”: Moltissimi di noi ricorrono all’uso dell’e-mail, di skype, msn, e di tanti altri metodi di comunicazione in rete. Nel momento in cui però decidiamo di servirci di questo tipo di canali anche in ambito lavorativo, sconsiglierei di dare ai nostri potenziali clienti lo stesso indirizzo yahoo che diamo ai nostri amici, o lo stesso ID skype, con magari un soprannome o un nome buffo. La cosa migliore è crearsi dei contatti ad hoc, solo per il lavoro. Lo stesso può essere fatto in realtà anche con il numero di telefono. Attivare ad esempio un nuovo numero di cellulare che sia il nostro contatto solo per la “parte lavorativa” della nostra vita può evitarci imbarazzi superflui (vi è mai capitato, ad esempio, di rispondere al telefono in maniera assolutamente annoiata e informale, per scoprire subito dopo che si trattava di una chiamata di lavoro?);

3 – CONTATTARE IL CLIENTE: Dopo aver delineato il piano in maniera chiara e aver creato i nostri recapiti ad hoc, possiamo cominciare ad agire per farci conoscere. Secondo la mia esperienza, i modi di contattare potenziali clienti sono fondamentalmente tre: per e-mail, per telefono e di persona. Ovviamente vanno operate delle distinzioni, e, a clienti diversi, vanno applicati tipi di approccio diversi. Ad esempio, un’azienda relativamente grossa, con un sito internet con relativa e-mail di contatto ecc. andrà contattata per e-mail. Un piccolo studio di avvocati che vogliamo approcciare per offrire i nostri servizi come traduttori legali probabilmente andrà contattato telefonicamente, o anche di persona, e così via. C’è da dire che, soprattutto con il metodo e-mail, nel caso di mancata risposta potrebbe essere necessario reiterare l’intervento nel tempo. Una buona idea in questo caso è ad esempio quella di ricontattare la stessa azienda, o la stessa agenzia di traduzione, con una nuova e-mail, ma aggiungendo delle nuove referenze, dei nuovi titoli conseguiti nel frattempo, o delle nuove esperienze lavorative, in modo da non risultare ripetitivi e pedanti;

Nell’articolo di domani descriverò altre tre mosse importanti nella carriera di un traduttore più o meno giovane e più o meno inesperto.

Autore dell’articolo:
Sara Alice Manis
Traduttrice e Interprete EN – IT – RU
Pomigliano D’Arco (NA)

Buona traduzione o buon marketing? (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Il fatto è che ad alcuni viene naturale muoversi nel mondo del lavoro con disinvoltura, proporsi in maniera sfacciata al punto giusto, pensare istintivamente alle mosse strategiche per arrivare alla meta con successo e in tempi relativamente brevi. Sarebbe bello se questo talento facesse parte di ognuno di noi, ma, ahimė, non è cosi. E allora che speranza rimane a tutti quei bravi professionisti che sono in grado di eseguire una traduzione impeccabile ma che non sono naturalmente portati per le public relations? Dovrebbero gettare la spugna e darsi ad un’altra professione? Oppure pagare qualcuno per fare il lavoro di promozione al posto loro?

Niente di tutto ciò, per come la vedo io. Esistono in commercio degli utilissimi libri sulla professione del linguista, sia in italiano che in altre lingue (posso fornire dei titoli, se a qualcuno interessa), ai quali i giovani freelance possono far riferimento per imparare a muoversi nel modo più intelligente al fine di valorizzare il loro talento. Oltre a questo, perchė non imparare anche dai nostri colleghi? Se vediamo che un altro professionista (in questo come in altri campi) fa delle mosse intelligenti e si sponsorizza nel modo giusto, perchė non prendere esempio?

Ecco perchė, dopo aver letto, osservato e ponderato, in questo mio primo intervento vorrei condividere con voi un breve elenco di quelle che sono, a mio parere, le mosse giuste da consigliare a un giovane traduttore in una fase più o meno iniziale della carriera.

L’elenco verrà pubblicato in due articoli separati, domani e dopodomani.

Autore dell’articolo:
Sara Alice Manis
Traduttrice e Interprete EN – IT – RU
Pomigliano D’Arco (NA)

Buona traduzione o buon marketing?

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

La mia esperienza nel mondo della traduzione e dei servizi linguistici fino ad ora mi ha insegnato che un traduttore, per poter arrivare a dei guadagni dignitosi, non deve soltanto essere bravo nel proprio lavoro, ma deve anche, e forse a volte ancora prima, essere un buon manager di sé stesso. Come ogni buon libero professionista che si rispetti, anche il linguista deve sapersi promuovere.

Secondo la mia personale esperienza, oggi come oggi il mercato, in questo campo come purtroppo in molti altri, si trova già ad un livello di saturazione notevole. Dato questo per assodato, un giovane traduttore che si trovi a dover muovere i primi passi nel mercato del lavoro e che pensi di raggiungere l’obiettivo di vivere unicamente di questa attività a tempo pieno, deve pensare strategicamente fin dall’inizio.

Ho riflettuto spesso e volentieri sull’importanza di questo aspetto, e spesso e volentieri mi sono domandata “E’ più importante la qualità del servizio, o la qualità della PROMOZIONE del servizio?”. A prescindere dal fatto che se vogliamo essere dei professionisti degni di questo nome la qualità DEVE sempre essere alta, sono in breve tempo giunta alla conclusione che gestire e promuovere in maniera intelligente e strategica la propria immagine e i propri servizi siano un requisito fondamentale per far diventare questo mestiere, che nasce prima di tutto come una passione per la maggior parte di noi, anche un’attività redditizia.

Continuerò a esporre le mie idee nel post di domani.

Autore dell’articolo:
Sara Alice Manis
Traduttrice e Interprete EN – IT – RU
Pomigliano D’Arco (NA)

L’interprete diventa traduttore

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Ad essere sincera sono sempre stata più attratta dall’interpretazione piuttosto che dalla traduzione. Da un lato perché lavorando come interprete si ha l’opportunità di viaggiare e scoprire moltissimo, dall’altro perché sono sempre stata poco precisina, poco attenta al dettaglio e interessata al nocciolo del discorso. Proprio questi pregi/difetti mi hanno resa veloce e funzionale nella traduzione, in poche parole adatta all’interpretazione. Tuttavia i problemi dell’interprete non sono del tutto diversi da quelli del traduttore. Certo, l’interprete simultaneista ha a che fare con la velocità d’eloquio dell’oratore, con la divisione dell’attenzione, deve poter prendere decisioni repentine, deve parlare un buon italiano, privo di cadenze regionali. L’interprete che lavora in consecutiva deve avere un’ottima tecnica di annotazione, nonché una buona memoria. L’interprete di comunità deve far comunicare due parti, prestando forse più attenzione all’interpretazione di quelli che sono atti illocutori, piuttosto che locutori. Eppure tutte queste figure, insieme a quella del traduttore, sono accumunate da una capacità fondamentale: la capacità di comprendere il messaggio comunicativo.

In qualità di studente, ho fatto l’errore di tradurre o interpretare in modo meccanico, traducendo parola per parola. Poi riascoltando o rileggendo il mio prodotto finale, mi sono resa conto che così non poteva funzionare. Il prodotto non era semplicemente fruibile e il mio errore è stato quello di aver tradotto ciò che non avevo capito. Non si può tradurre se non sia ha prima un’ infarinatura sull’argomento, se non si legge prima il testo, se il messaggio chiave non è chiaro. Sembra banale, ma è ciò che molti tendono a fare ed è ciò che rende una traduzione non fruibile. Quando parlo di fruibilità, mi riferisco alla caratteristica del testo, scritto o orale che sia, di essere compreso e percepito come se fosse nato in italiano.

In questa concezione mi ritengo molto vicina alla teoria del senso della Seleskovitch, secondo la quale il senso prevale sulle parole. Questo è l’approccio che rende un’interprete davvero bravo e professionale. Per il traduttore credo valga la stessa regola, prima il senso, poi le parole. Ovvio, se parliamo di traduzione in ambito poetico-letterario tutto ciò viene meno, in quel caso prevale la parola, lo stile, l’estetica. Ma, se abbiamo a che fare con testi divulgativi, informativi o addirittura tecnici, tradurre la parola prima del senso non sarà che ingannevole. Per questo motivo, fatta eccezione per l’ambito poetico-letterario, credo che la figura dell’interprete non sia poi molto diversa da quella del traduttore: entrambi sono dapprima lettori/ascoltatori e solo successivamente latori del messaggio compreso.

Autore dell’articolo:
Chiara Paoloni
Traduttrice freelance EN-DE>IT
Jesi (AN)

Ma parlo arabo?

 Categoria: Le lingue

Ma parlo arabo?” Questa è la domanda che si pone ad un interlocutore che non capisce o, più spesso, che non vuole capire cosa stiamo dicendo, dando per scontato che la lingua araba sia incomprensibile.
Che il grado di difficoltà rispetto ad una lingua neolatina sia maggiore può essere vero, ma d’altro canto ci sono delle caratteristiche della lingua araba che la rendono più semplice rispetto a molte altre lingue. Prima fra tutte si pronuncia come si scrive, cioè le lettere e i suoni corrispondono, come per la lingua italiana, anche se la nostra lingua presenta alcune eccezioni. Quindi la lettura e la scrittura sono più semplici rispetto al francese in cui questo non avviene, pensiamo al comune aggettivo “felice”, in francese “heureux”” che si pronuncia /œʀø/. La difficoltà non sta tanto nell’utilizzare un nuovo alfabeto, ma nel comprendere gli schemi secondo i quali posizionare suffissi, prefissi e vocali brevi, che non sono indicate graficamente.

Infatti la lingua araba ha una struttura introflessiva, detta anche “a pettine”; è proprio immaginando la figura di tale oggetto che si può capire come funzioni questo idioma. Le parole sono solitamente formate da tre radicali (un pettine con solo tre o quattro denti in tutto) all’interno dei quali si inseriscono vocali, prefissi e suffissi per la formazione delle parole derivanti dalla stessa radice. Di solito i manuali di linguistica araba utilizzano la radice del verbo “scrivere” per spiegare tale struttura: questa è K T B. Da cui avremo: “kataba” egli scrisse, “maktūb” scritto, “kātib” scrittore, “maktab” scrivania o ufficio. E’ pura matematica: si aggiungono e si sottraggono elementi da una radice composta da tre elementi. Una volta compreso il meccanismo la difficoltà iniziale svanisce e ci si può dedicare allo studio della lingua in modo più libero.

Con questo non vogliamo negare la difficoltà della lingua araba, al cui studio ci si deve dedicare con costanza, avendo chiaro che i primi risultati rilevanti si avranno solo dopo alcuni anni.

Luana Crisarà
Traduttrice Arabo – Inglese > Italiano
Roma

La traduzione e il talento

 Categoria: Traduttori freelance

Mi sono sempre chiesta quale fosse il lavoro più bello del mondo. Una risposta di tanti potrebbe essere il lavoro con un guadagno di diecimila euro al mese, ma forse comporterebbe affanno per tutto il giorno e sette giorni su sette senza neanche tante soddisfazioni. Altri potrebbero rispondere quello di maggior prestigio, e magari non mostrare particolare interesse per il tipo di lavoro svolto, ed altri ancora preferirebbero quello che comporta minore fatica, rischiando forse l’alienazione e la noia più totale.

Al giorno d’oggi si tende talmente tanto alla frustrazione che si trascura un elemento molto importante: il piacere nel lavorare. Proprio così, come nel divertimento più puro anche il lavoro merita il suo piacere.
Se nell’esercitare la propria professione si riesce ad avvertire una particolare sensazione piacevole e le difficoltà che si incontrano, più che un indesiderato ostacolo, rappresentano un’appassionante sfida, un bagliore di luce illumina la mente, le soluzioni anche ai quesiti più complicati si materializzano come se guidate da una mano divina. I risultati e le soddisfazioni non tardano a farsi attendere.
Riuscire a sentire questo fa la differenza, cogliere tali sfumature equivale a cogliere il sapore della vita che porta a dare il meglio di sé. Così non esisterebbe il lavoro più bello perché ognuno avrebbe il suo.

Ciò che mi ha spinto a svolgere questa professione come principale attività lavorativa è proprio questo “bagliore” ed i risultati raggiunti con la stessa ispirazione mi hanno sorpreso ancor di più.
Come le sfumature riescono a far cogliere il sapore di ciò che appassiona e rende una professione speciale, così sono riuscite a guidarmi nella pratica: tradurre è un arte e significa cogliere le sfumature poiché le differenze sottili tra un termine ed un altro suscitano sensazioni diverse. Riuscire a percepire tale differenza, ricostruirla nel proprio mondo e trasmetterla esprimendone la giusta essenza è l’obiettivo da raggiungere.
Ma allora che cosa è il talento, questa preziosa ed alquanto rara parola, tanto ricercata e tanto voluta, forse non è poi così impossibile… forse è in ognuno di noi…. bisognerebbe solo scoprire la sua identità.

Autore dell’articolo:
Cinzia Cernitore
Traduttrice Inglese – Italiano
Bari

Le origini e le peculiarità dell’inglese (2)

 Categoria: Storia della traduzione

Molto diffuso, a seguito della dominazione romana, era anche il latino. A questo contesto geo-linguistico, si sovrapposero le lingue germaniche portate dagli invasori provenienti dalla Sassonia, dalla Frisia e dalla Danimarca. In oltre quattro secoli di dominazione, si creò un nuovo idioma (l’Old English, appunto) che fu la lingua dominante nei vari regni dell’Inghilterra, fino alla metà del XI secolo.
Ma l’epopea delle lingue parlate nel paese era lungi dall’essere conclusa. Nel 1066, l’Inghilterra fu invasa dalle truppe di Guglielmo il Normanno (successivamente noto come Guglielmo il Conquistatore), e conquistata completamente. Lentamente, ma con molta determinazione, le élite anglo-sassoni furono soppiantate dai Normanni che introdussero nuove leggi e radicali cambiamenti nell’ordine sociale.

Insieme a queste innovazioni, portarono anche la loro lingua, il franco-normanno (successivamente chiamato anglo normanno) che sostituì, in particolare nel linguaggio formale, l’Old English. La conquista dell’Inghilterra e il dominio dei Normanni costituirono un importante evento nella storia del paese.
Dal punto di vista linguistico, l’influenza del francese sui preesistenti idiomi germanici diede vita ad una seconda fase dell’evoluzione dell’inglese. Fu grazie all’influenza normanna che il lessico inglese acquisì dimensioni considerevoli, accogliendo in sé numerose parole di radice latina attraverso il francese. Questo fenomeno è una delle caratteristiche dell’inglese dei nostri giorni, che tuttora possiede numerose coppie di parole sinonimiche (una di origini germaniche, l’altra di origine latina) o quasi-sinonimiche, quali step/pace, freedom/liberty, time/tense, strength/force, brotherhood/fraternity, quiet/tranquility, wedlock/marriage. O ancora, vocaboli che avevano all’origine lo stesso significato, ma che oggi hanno acquisito significati diversi, come ad esempio wedding/marriage.

Nei secoli XII e XIII, la lingua inglese diventa di nuovo la lingua nazionale, con l’affermarsi di una nuova variante, il cosiddetto Middle English. La maggior parte delle complesse strutture grammaticali dell’Old English vengono semplificate, mentre il lessico conserva le numerose influenze del francese. L’autore di riferimento del periodo è Geoffrey Chaucer, nel cui linguaggio si intravede chiaramente la vicinanza all’inglese moderno, anche se, in termini di intelligibilità siamo ancora lontani dalla lingua di oggi (esistono in commercio traduzioni in inglese moderno delle opere di Chaucer, ad uso degli studenti frettolosi).

Una volta esaurita la spinta innovativa della dominazione normanna, la lingua inglese diventa di nuovo la lingua nazionale, ma con un sostanziale cambiamento. Siamo nell’epoca di Shakespeare e Marlowe (XV e XVI secolo), e la lingua del paese, pur trattenendo un cospicuo patrimonio lessicale di origine francese, diventa il cosiddetto Early Modern English. Questa lingua, sebbene la parte fonetica differisca sostanzialmente dalla pronuncia dell’inglese dei giorni nostri, mostra molto chiaramente nella versione scritta l’affinità con l’inglese moderno (e fortunatamente non esistono traduzioni in inglese moderno dell’inglese di Shakespeare!).

Autore dell’articolo:
Settimio Biondi
Traduttore free-lance Inglese/Francese => Italiano

Le origini e le peculiarità dell’inglese

 Categoria: Storia della traduzione

Fæder ūre Þū Þe eart on heofonum,
Sī Þīn nama ġehālgod.
Tōbecume Þīn rīċe,
ĠewurÞe ðīn willa, on eorðan swā swā on heofonum.
Ūrne ġedæġhwāmlīcan hlāf syle ūs tō dæġ,
And forgiyf ūs ūre gyltas swā
swā wē forgifað ūrum gyltendum.
And ne ġelǽd Þū ūs on costnunge, ac ālŷs ūs of yfele
SōÞlīċe.

Qualche erudito collega sicuramente identificherà la lingua ed il testo di questi criptici versi. Agli altri (che sono pregati di non farsene un complesso), rivelo subito che la lingua è il Sassone occidentale, nella variante letteraria usata a partire dal VII secolo in Inghilterra, e che il testo è semplicemente il Pater Noster. Da parte mia (io faccio parte della categoria dei traduttori non eruditi), sono ben lieto che l’anglo-sassone sia diventato con il tempo la straordinaria lingua inglese, idioma molto più docile, e soprattutto meno strutturato.

Per avere un’idea della complessità delle antiche lingue germaniche, può essere utile riferirsi ad una lingua che ha avuto minimi cambiamenti dal X secolo in poi, e che sostanzialmente è la stessa in cui, grazie all’introduzione dell’alfabeto latino, sono state trascritte le Saghe Islandesi, nel XI e XII secolo. La lingua islandese è una lingua superstrutturata, in cui si declinano non solo i sostantivi, gli articoli e gli aggettivi, ma anche altre parti del discorso: autentica delizia per i cultori delle filologie germaniche, e vera croce per coloro che, tapini, cercano di avvicinarsi a questa lingua.

Per tornare alle origini della ingua inglese, occorre notare che il termine “anglo-sassone” si riferisce in effetti a due lingue, dello stesso ceppo, ma con notevoli differenze. Tanto è vero che i linguisti preferiscono utilizzare il termine Old English, lingua parlata nei vari regni in cui l’Inghilterra era divisa a seguito delle invasioni di Sassoni, Angli e Juti a partire dal VII secolo. A quell’epoca, le lingue parlate in Inghilterra, Scozia ed Irlanda erano celtiche (nelle varianti scozzese, irlandese, gallese, ed altre minori).

Continuerò a parlare dell’argomento nell’articolo di domani

Autore dell’articolo:
Settimio Biondi
Traduttore free-lance Inglese/Francese => Italiano

Un traduttore senza sede

 Categoria: Traduttori freelance

Sono ancora molto recenti gli anni dell’Università nei quali ci insegnavano come si traduce un certo tipo di testo. La maggior parte del lavoro, però, era lavoro autonomo. Erano le nostre prime creazioni nel mondo delle traduzioni. Quei tempi ormai sono dietro di noi anche se i tempi dello studio sono ancora qui e non finiscono mai.
Finita l’Università, forse sono arrivati i tempi più duri. La ricerca di clienti tramite cui farsi una propria carriera. Tutti o quasi tutti siamo passati per questo percorso. Qualcuno lo ha trovato subito, altri con un pizzico di fatica in più, e altri invece hanno dovuto letteralmente sudare per trovare un piccolo posto nel mondo delle traduzioni.
Quando sei un principiante nel settore e tutte le agenzie di traduzione e tutti i possibili clienti richiedono anni e anni di esperienza che tu, in quel momento non puoi avere, a volte senti il bisogno di sbattere la testa contro un muro. E invece bisogna avere pazienza, tradurre, leggere, fare esercizi linguistici per mantenere il livello che hai raggiunto dopo l’Università o magari, e meglio ancora, migliorarlo.
Inoltre, la ricerca del lavoro viene resa ancor più dura dalla crisi finanziaria che, nonostante si sia indebolita, persiste nel mettere il bastone tra le ruote ai traduttori neolaureati.

Il mio viaggio da traduttore è iniziato a Trieste, alla SSLMIT. Dicono, una delle migliori scuole del genere in Italia. Per questo motivo pensavo che, finiti i corsi, tutto sarebbe andato liscio come l’olio. Dopo la laurea sono tornato a casa, in Croazia. Alcuni lavoretti li avevo già iniziati a Trieste, altri li ho iniziati a casa, ma poi? Ma poi non ero felice e ho deciso di trasferirmi a Sarajevo. Qui il settore delle traduzioni è forse meno sviluppato che in Italia. Naturalmente si fanno traduzioni letterarie e si traducono saggi e testi universitari ma la traduzione tecnico-scientifica è meno presente. Tuttavia, questo non è un problema dato che si può lavorare facilmente via internet. Venendo qui, ho scoperto che la lingua bosniaca è molto più diversa dal croato di quanto potessi immaginare. Ci sono molti più stranierismi di provenienza turca e tedesca e differenze anche a livello grammaticale. Ci sono parole che non avevo mai sentito prima. E questo è stato un buon allenamento per apprendere una “nuova” lingua le cui basi erano già presenti in me grazie al croato.

Ma oltre a questo bisognava pensare anche alle altre lingue come l’italiano e l’inglese. Alla fine sono queste le lingue di origine con cui lavoro e voglio lavorare. Quindi bisognava mantenerle attive. Come penso tutti, leggo libri, giornali, magazine. Mi vedo film, serie TV e vari spettacoli con e senza sottotitoli (perché in questa parte del mondo si usano i sottotitoli piuttosto che il doppiaggio), comunico con amici e naturalmente traduco. Poi ho anche lavorato con una TV proprio nel campo del sottotitolaggio. E inoltre, per guadagnare qualche soldino in più, ho iniziato a fare la guida turistica, o meglio l’accompagnatore di gruppi turistici. Quindi oltre a “sentire” le lingue d’origine, posso anche usarle attivamente.
Dove mi porterà il domani non lo so, ma sicuramente lo aspetterò munito del mio computer e di una connessione a internet, sperando che questa crisi la smetta di mettere i bastoni tra le ruote a me e agli altri traduttori che hanno iniziato o stanno per iniziare a farsi strada nel settore della traduzione.

Autore dell’articolo:
Vili Šorgo
Traduttore freelance italiano/inglese>croato
Novigrad (Croazia)

Elenco delle sigle delle lingue

 Categoria: Le lingue

Dopo molto tempo torniamo a pubblicare un articolo sul blog. Purtroppo in quest’ultimo periodo non siamo riusciti ad occuparci di esso come avremmo voluto a causa dei troppi progetti da gestire.
Abbiamo ricevuto diversi articoli da parte di colleghi traduttori ma ancora non siamo riusciti né a leggerli né tantomeno a pubblicarli. Contiamo di farlo già nei prossimi giorni anche perché è entrato a far parte della squadra un collega  che da ora in poi si occuperà frequentemente del blog.

Il post di oggi è un elenco delle sigle delle lingue. Per chi lavora nel mondo della traduzione si tratta di sigle molto comuni, con le quali siamo abituati ad interfacciarci ogni giorno, invece, per chi non è molto pratico potrà sembrare strano che le sigle delle lingue siano diverse da quelle delle nazioni. Qui di seguito un elenco in ordine alfabetico per sigla e per lingua.

Ordine alfabetico per sigla
AA = afar
AB = abhaso
AF = afrikaans
AM = amarico
AR = arabo
AS = assamese
AY = aymara
AZ = azero
BA = baschiro
BE = bielorusso
BG = bulgaro
BH = bihari
BI = bislama
BN = bengalese
BO = tibetano
BR = bretone
CA = catalano
CO = corso
CS = ceco
CY = gallese
DA = danese
DE = tedesco
DZ = dzongkha
EL = greco
EN = inglese
EO = esperanto
ES = spagnolo
ET = estone
EU = basco
FA = persiano
FI = finlandese
FJ = figiano
FO = faeroese
FR = francese
FY = frisone
GA = irlandese
GD = gaelico scozzese
GL = galiziano
GN = guarana
GU = gujarati
HA = haussa
HE = ebraico
HI = hindi
HR = croato
HU = ungherese
HY = armeno
IA = interlingua
ID = indonesiano
IE = interlingue
IK = inupiak
IN = indonesiano
IS = islandese
IT = italiano
IU = inuktitut
IW = ebraico
JA = giapponese
JI = yiddish
JW = giavanese
KA = georgiano
KK = kazako
KL = groenlandese
KM = cambogiano
KN = kannada
KO = coreano
KS = kashmiri
KU = curdo
KY = kirghiso
LA = latino
LN = lingala
LO = lao
LT = lituano
LV = lettone
MG = malgascio
MI = maori
MK = macedone
ML = malayalam
MN = mongolo
MO = moldavo
MR = marathi
MS = malese
MT = maltese
MY = birmano
NA = nauruano
NE = nepalese
NL = olandese
NO = norvegese
OC = occitano
OM = oromo
OR = oriya
PA = punjabi
PL = polacco
PS = pashto
PT = portoghese
QU = quechua
RM = retoromanzo
RN = kirundi
RO = rumeno
RU = russo
RW = kinyarwanda
SA = sanscrito
SD = sindhi
SG = sangho
SH = serbo-croato
SI = singalese
SK = slovacco
SL = sloveno
SM = samoano
SN = shona
SO = somalo
SQ = albanese
SR = serbo
SS = siswati
ST = sesotho
SU = sudanese
SV = svedese
SW = swahili
TA = tamil
TE = telugu
TG = tagiko
TH = thai
TI = tigrinya
TK = turkmeno
TL = tagalog
TN = setswana
TO = tongano
TR = turco
TS = tsonga
TT = tataro
TW = twi
UG = uiguro
UK = ucraino
UR = urdu
UZ = uzbeko
VI = vietnamita
VO = volapuk
WO = wolof
XH = xhosa
YI = yiddish
YO = yoruba
ZA = zhuang
ZH = cinese
ZU = zulu

Ordine alfabetico per lingua
abhaso = AB
afar = AA
afrikaans = AF
albanese = SQ
amarico = AM
arabo = AR
armeno = HY
assamese = AS
aymara = AY
azero = AZ
baschiro = BA
basco = EU
bengalese = BN
bielorusso = BE
bihari = BH
birmano = MY
bislama = BI
bretone = BR
bulgaro = BG
cambogiano = KM
catalano = CA
ceco = CS
cinese = ZH
coreano = KO
corso = CO
croato = HR
curdo = KU
danese = DA
dzongkha = DZ
ebraico = HE
ebraico = IW
esperanto = EO
estone = ET
faeroese = FO
figiano = FJ
finlandese = FI
francese = FR
frisone = FY
gaelico scozzese = GD
galiziano = GL
gallese = CY
georgiano = KA
giapponese = JA
giavanese = JW
greco = EL
groenlandese = KL
guarana = GN
gujarati = GU
haussa = HA
hindi = HI
indonesiano = ID
indonesiano = IN
inglese = EN
interlingua = IA
interlingue = IE
inuktitut = IU
inupiak = IK
irlandese = GA
islandese = IS
italiano = IT
kannada = KN
kashmiri = KS
kazako = KK
kinyarwanda = RW
kirghiso = KY
kirundi = RN
lao = LO
latino = LA
lettone = LV
lingala = LN
lituano = LT
macedone = MK
malayalam = ML
malese = MS
malgascio = MG
maltese = MT
maori = MI
marathi = MR
moldavo = MO
mongolo = MN
nauruano = NA
nepalese = NE
norvegese = NO
occitano = OC
olandese = NL
oriya = OR
oromo = OM
pashto = PS
persiano = FA
polacco = PL
portoghese = PT
punjabi = PA
quechua = QU
retoromanzo = RM
rumeno = RO
russo = RU
samoano = SM
sangho = SG
sanscrito = SA
serbo = SR
serbo-croato = SH
sesotho = ST
setswana = TN
shona = SN
sindhi = SD
singalese = SI
siswati = SS
slovacco = SK
sloveno = SL
somalo = SO
spagnolo = ES
sudanese = SU
svedese = SV
swahili = SW
tagalog = TL
tagiko = TG
tamil = TA
tataro = TT
tedesco = DE
telugu = TE
thai = TH
tibetano = BO
tigrinya = TI
tongano = TO
tsonga = TS
turco = TR
turkmeno = TK
twi = TW
ucraino = UK
uiguro = UG
ungherese = HU
urdu = UR
uzbeko = UZ
vietnamita = VI
volapuk = VO
wolof = WO
xhosa = XH
yiddish = JI
yiddish = YI
yoruba = YO
zhuang = ZA
zulu = ZU

Meglio tardi che mai

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Oggi viene inaugurata a Roma, nei pressi di piazza Barberini, la prima “Casa delle traduzioni” italiana. Il progetto, in cantiere dal 2003, intende sopperire alla carenza nazionale di una struttura interamente dedicata al mondo della traduzione; il che permetterà all’Italia di uniformarsi, finalmente, al trend europeo nel settore. Sono molti, infatti, i paesi europei che hanno già attivato misure in questa direzione, dando vita alle così dette Case o Collegi del Traduttore.
Tra le molte esperienze che si potrebbero citare a proposito, è esemplare il lavoro svolto da Françoise Wuilmart, direttrice del Collège européen de Traducteurs littéraires di Seneffe in Belgio; la quale, oltre ad aver fondato nel Collège una struttura di tutto rilievo, ha anche progettato e realizzato un Centro europeo di traduzione letteraria (CELT), ovvero una scuola di formazione post-universitaria che si contraddistingue per le metodologie innovative proposte: approccio pragmatico alla traduzione, seminari condotti da alcuni dei migliori traduttori francesi e belgi, ecc…

La “Casa delle traduzioni” italiana si inserirà nel circuito bibliotecario romano, in qualità di biblioteca specializzata, dando voce e spazio alle iniziative di promozione della cultura italiana e della traduzione qualificata, anche attraverso un eventuale inserimento nella rete Recit (Réseau européen des centres internationaux de traducteurs littéraires).
L’obiettivo del progetto, secondo le dichiarazioni rese dalla responsabile Simona Cives, è quello di creare un luogo d’incontro per i traduttori che diventi anche un punto di riferimento nazionale in grado d’incentivare la multiculturalità, favorire il confronto tecnico-artistico fra i traduttori e promuovere la professionalità di chi svolge questo mestiere; diffusissimo, ma poco riconosciuto.
Se si eccettuano le numerose associazioni di categoria (SNS- Sezione Traduttori, AITI, il network dei traduttori di Biblit,…) e le molteplici iniziative librarie (Salone del libro di Torino, Fiera del libro di Bologna, Fiera della Piccola e Media Editoria romana, Pisa Book Festival,…), i traduttori, contrariamente a molti altri liberi professionisti, sono gli unici a non poter usufruire di un albo appositamente dedicato, magari diviso per settori, che certifichi ufficialmente le competenze tecniche possedute.

A tal proposito, è emblematica la situazione dei traduttori giurati italiani, costretti ad iscriversi all’albo generico dei periti e dei consulenti tecnici delle Camere di Commercio, le cui procedure variano a discrezione delle singole sedi (non tutte, ad esempio, prevedono un esame di qualifica al ruolo), per poter accedere alla posizione di CTU (Consulente Tecnico d’Ufficio), soltanto presso la sede del Tribunale della città di residenza.
In questo senso, la realizzazione della “Casa delle traduzioni”, pur essendo ancora un’istituzione embrionale, potrebbe rappresentare un centro d’orientamento per chiunque voglia intraprendere il lavoro del traduttore: per esempio, indirizzando alla scelta di percorsi di studio e master adeguati, o fornendo informazioni, attraverso corsi e seminari ad hoc, sulle nozioni giuridiche di base necessarie per svolgere questo lavoro.

Il programma completo dell’inaugurazione, che prevede l’intervento di numerosi ospiti in rappresentanza delle Istituzioni e del mondo artistico-letterario ed editoriale, è reperibile sul sito del Comune di Roma www.comune.roma.it; inoltre, un video di presentazione della “Casa delle traduzioni” è visibile collegandosi al seguente link: www.mediatecaroma.it.
In attesa degli eventi futuri, non resta che augurarsi che questo ambizioso progetto decolli; anche attraverso il supporto e la collaborazione di chi ancora non crede all’utilità di simili proposte e guarda a queste iniziative con scetticismo e diffidenza.

Autore dell’articolo:
Daniela Corrado
Conciliatrice, traduttrice dall’inglese e dal francese all’italiano

Una professione fra arte e mestiere

 Categoria: Traduttori freelance

La traduzione è una delle professioni meno conosciute in Italia. È un mestiere difficile, un’arte da cesello, ma nessuno, ovviamente a parte gli addetti ai lavori, i familiari e gli amici degli addetti ai lavori, pare conoscerlo bene, né interessarsene.
I traduttori da anni lottano per l’affermazione e il riconoscimento di una professione tanto affascinante quanto complicata e misteriosa ma che al momento non è nemmeno protetta da albo. Non esistono nemmeno dei tariffari fissi. Il prezzo varia secondo capacità, tempistiche, lingue di lavoro, settori di specializzazione.

Ma come si diventa traduttori? E una volta diventatolo, quanto si lavora? Si può vivere di sola traduzione? Queste sono le domande che tutti quelli che si avvicinano alla traduzione si fanno e fanno ai professionisti che conoscono più o meno direttamente. Il fatto è che non esiste una risposta unica perché ogni caso è differente. Si tratta, infatti, di una professione che offre opportunità variegate, sbocchi diversi e ha bisogno di costanza, pazienza e tantissima umiltà. Doti che, se pur nobili e apprezzabili, fanno a pugni con il bisogno concreto di dover lavorare e di doverci anche vivere, di traduzione. Si è così sviluppata, negli anni, la curiosa immagine del traduttore “asceta”, un po’ intellettuale, che vive traducendo tutto il giorno senza quasi avere necessità di alcun tipo. “È un lavoro che si fa per passione, che si fa gratis, che prima di entrare nel giro ce ne vuole, che si trova solo attraverso determinati canali, che si ottiene grazie al passaparola…” queste le frasi d’ordinanza.

Dopo quasi dieci anni di esperienza nel settore, posso dire che non esiste una regola per diventare traduttori e per poterne vivere. Certo, questa sfida rende il lavoro ancora più affascinante e misterioso. E riguarda soprattutto la traduzione letteraria. Per quella tecnica, le cose sono un po’ diverse. Se la traduzione letteraria si avvale principalmente di pochi eletti, fortunati (e anche bravi, va detto) da poterci guadagnare la pagnotta, il settore tecnico ospita molti lavoratori soddisfatti. Conosco parecchie persone che vivono bene facendo il traduttore informatico, industriale, legale, traducendo bilanci, contratti e manuali. Lavorano tutti come matti e, forse, sono anche sottopagati per quello che fanno e per la qualità del lavoro che producono.

Per diventare traduttori bisogna studiare moltissimo, formarsi a lungo, leggere a bizzeffe, allenarsi a più non posso. Bisogna leggere libri nella propria lingua e in quella di lavoro, guardare la Tv del Paese di riferimento, conoscerne la cucina, la musica, le tradizioni, la cultura politica e quella religiosa, il pensiero della gente. Bisogna viaggiare e frequentare persone di quel Paese, andare a corsi e laboratori di traduzione specialistica e, ancora, leggere giornali, visitare siti. Non solo. Bisogna anche essere tenaci e passionali e sapere che non è abbastanza frequentare corsi che, se non vengono messi a frutto nel modo giusto, rischiano di diventare pezzi di carta che conducono alla strada del traduttore improvvisato. Per imparare a tradurre bisogna farlo, questa è la sola verità, e imparare molto sul campo. E non si deve avere troppa paura di commettere errori. Tutti li hanno commessi, li commettono e li commetteranno. Le parole sono scie luminose e ce n’è un gran bisogno, anche di quelle straniere, ed è un regalo che solo la traduzione ci può fare. Bisogna solo studiare, faticare, sudare. E osare un po’, perché, come dice Sepulveda, “Vola solo chi osa farlo”.

Autore dell’articolo:
Claudia Verardi
Traduttrice professionista en>it, fr>it,
Caserta