I francesismi della moda nei secoli

 Categoria: Le lingue

La corposa invasione dei francesismi della moda e del costume nella lingua italiana coincide con il XVIII secolo, ma già due secoli prima cominciavano a registrarsi le prime influenze. Tuttavia nel 1500 si trattava principalmente di episodi sporadici o destinati a scomparire in breve tempo, termini utilizzati nelle parlate locali e spesso legati a referenti solo francesi. Eppure Paolo Zolli, ne Le parole straniere (Bologna, Zanichelli, 1978, pp. 14 e succ), ci indica alcuni importanti francesismi entrati in uso già nel XVI secolo e sicuramente fondamentali ancora oggi. Ecco allora abbigliare (B. Castiglione) e abbigliamento (N. Machiavelli) e poi livrea, martingala e passamano, solo per riportare alcuni esempi.

Nella prima metà del Seicento l’influsso spagnolo dei secoli precedenti è ancora preponderante, ma nella seconda metà del secolo sarà il francese a prevalere, preannunciando così il suo dominio linguistico-culturale del secolo successivo. Nel XVII secolo verranno pubblicati i primi dizionari bilingui, dimostrazione questa dello sviluppo dei rapporti tra i due paesi, e, per quanto riguarda il campo della moda, la lingua italiana acquisirà molti e importanti francesismi. Primo fra tutti la parola moda (dal francese mode, derivato dal latino modus che significava approssimativamente «modo, foggia»), la cui prima attestazione risale al 1649 (A. Lapugnani). Oggigiorno questa voce ha acquisito ulteriori sfumature di significato, attestandosi anche in altri linguaggi specialistici, quali quello della matematica. Allo stesso periodo risalgono anche giustacuore, stoffa, mantò, lingeria, parrucca… e molte altre parole riguardanti sia l’ambito della moda che quello della vita in società.

La seconda parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Martina Rodella
Traduttrice e interprete di trattativa FR-RU>IT

Traduzione e Tecnologia oggi (2)

 Categoria: Strumenti di traduzione

Tradurre i File .XTG

Come già detto, per tradurre i file QuarkXpress in Trados Studio, prima bisogna esportarli in un formato che possa essere processato in Trados Studio e poi essere reimportato in QuarkXpress dopo la traduzione.

Preparazione

Per preparare i file in QuarkXpress:

• Se si ha un solo livello, esportare in formato XTG (XPress Tagged Text) e selezionare il sistema di codifica Unicode (UTF – 16).
• In caso di più livelli, SDL consiglia di esportare il contenuto QuarkXpress in formato TAG utilizzando il plug-in CopyFlow Gold.

Per preparare i file in SDL Trados Studio:

1. Selezionare Strumenti > Opzioni dalla barra del Menu. Si apre la finestra di dialogo Opzioni, dove è possibile specificare le impostazioni sul tipo di file.
2. Selezionare Tipo di file > Export QuarkXpress> Impostazioni filtro QuarkXpress dall’albero di navigazione. A destra vengono visualizzate le impostazioni di filtro QuarkXpress.
3. Specificare le proprie impostazioni.
4. Selezionare Tipo di file > Export QuarkXpress> Verifica tag dall’albero di navigazione. A destra vengono visualizzate le impostazioni di Verifica Tag.
5. Specificare le proprie impostazioni e fare clic su OK per chiudere la finestra di dialogo.
6. Una volta completate traduzione e revisione, riconvertire il documento tradotto in formato XTG o TAG.

Post-lavorazione

• Selezionare File > Salva target come dalla barra del menu.
• Se si lavora con progetti, selezionare Progetto > Batch Tasks> Finalizza dalla barra del menu.
• Reimportare il file XTG o TAG in QuarkXpress.

(* Fonte: SDL Format Guide)

Questo era solo un esempio per dimostrare che, per avanzare nella professione di traduttore, è necessario un controllo più ampio della tecnologia. Troppo spesso, i workflow dominanti nel settore impongono le proprie tecnologie e procedure. Invece, solo quando i traduttori hanno una conoscenza critica degli strumenti a disposizione, possono dirsi in totale controllo della loro professione e del loro mercato.

Autore dell’articolo:
Natalia Amatulli
Traduttrice professionista DE-EN-FR>IT

Traduzione e Tecnologia oggi

 Categoria: Strumenti di traduzione

Negli ultimi decenni, i progressi tecnologici e la globalizzazione hanno spinto il lavoro del traduttore verso molte nuove realtà. La crescita esponenziale delle informazioni da tradurre e la presenza di strumenti di traduzione assistita e memorie di traduzione hanno cambiato non solo la procedura di lavoro del traduttore, ma anche i rapporti con i clienti.

Di fatto, nell’attuale realtà professionale la tecnologia non è un’opzione, ma un obbligo. In un certo senso, tutte le traduzioni vengono svolte con il supporto di computer e i vantaggi rappresentati dalla tecnologia sono talmente grandi da non poter essere negati.

Tuttavia, quando si tratta di traduzione tecnica e della traduzione di manuali, vi sono anche delle problematiche tecnologiche che il traduttore deve affrontare e risolvere per poter soddisfare le esigenze del cliente. Esse possono riguardare, ad esempio, un aspetto apparentemente semplice come il formato dei file da tradurre. Può succedere, infatti, che il traduttore debba trovare soluzioni per lui nuove che implicano l’uso di nuove tecnologie. E ogni nuova tecnologia richiede nuovi investimenti, non solo in termini di acquisto di strumenti, ma anche in termini di apprendimento.

L’investimento in una determinata tecnologia può essere fondamentale se si vuole stare al passo con le evoluzioni del mercato e con le esigenze dei clienti. E il salto solitamente si fa quando un cliente o un intermediario offre al traduttore un lavoro che richiede competenze nell’uso di un nuovo strumento. A quel punto, si deve imparare molto rapidamente, ma almeno si ha la sicurezza di poter offrire lo strumento giusto per il progetto proposto.
È il caso di manuali creati con QuarkXpress, un’applicazione di Desktop Publishing per Mac OS e Windows destinata all’impaginazione di documenti complessi come riviste, giornali, libri, manuali, in un ambiente WYSIWYG (What You See Is What You Get, “quello che vedi è quello che è”). Per lavorare questo tipo di file con gli strumenti di traduzione assistita, si deve prima trovare un CAT che li supporti; poi vanno esportati in un formato che sia compatibile con il CAT per essere infine reimportati in QuarkXpress, una volta tradotti.

Che cos’è un file XTG?

Quando mi è stato chiesto per la prima volta di tradurre un manuale diviso in 300 file .xtg, per prima cosa ho dovuto documentarmi su cosa fosse un file .xtg: dopodiché, insieme al cliente, abbiamo dovuto fare diversi tentativi prima di trovare il modo migliore per preparare i file per la traduzione, definendo gli strumenti che entrambi dovevamo avere per questo tipo di progetti. Da parte mia, dovevo trovare un CAT che fosse compatibile con questi file, e la mia scelta è ricaduta su Trados Studio 2011.

Ma torniamo alla definizione di file .xtg: si tratta di un file taggato generato da Quark, che può essere reimportato in Quark dopo la traduzione. Per estrarre i testi da Quark, si possono usare altri filtri, ad esempio Trados Story Collector o CopyFlow. Nel mio caso, il cliente ha scelto CopyFlow, che consente all’utente finale di rimportare ed esportare automaticamente i testi in documenti QuarkXpress.

Dopo svariate prove, vane, per ottenere il risultato desiderato una volta importati i file tradotti in QuarkXpress, abbiamo definito il seguente workflow.

La seconda parte di questo articolo su Traduzione e Tecnologia sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Natalia Amatulli
Traduttrice professionista DE-EN-FR>IT

L’adattamento cinematografico (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Nonostante le molteplici divergenze tra letteratura e cinema esse presentano anche degli elementi in comune. Entrambe presentano una storia che si sviluppa, una trama, dei personaggi. Entrambe hanno un destinatario e, soprattutto, entrambe hanno bisogno di un testo letterario di partenza che nel caso del cinema prende il nome di “sceneggiatura”, un momento di passaggio che si può definire necessario e dal quale l’adattatore trae spunto per adattare un’opera.

L’adattamento riguarda anche i dialoghi: innanzi tutto nei libri non ci sono attori che recitano le battute e, fatto ancora più importante, i libri sono redatti nella lingua del lettore. L’adattamento, in questo senso, si occupa di riportare i dialoghi del libro sulla pellicola. Si può parlare di doppiaggio. Il doppiaggio trova le sue origini nel 1927 quando, dove fino a quel momento venivano proiettati esclusivamente film muti, venne proiettato il primo film sonoro della storia del cinema “The jazz singer” di Alan Crosland in cui fu recitata la prima battuta “Wait a minute you ain’t heart no thing yet”. Il doppiaggio è una tecnica che appartiene alla traduzione audiovisiva attraverso la quale i dialoghi originali vengono tradotti per un’utenza diversa da quella per la quale il film è stato girato. L’obiettivo è quello di superare tutte le diversità, non solo quelle linguistiche ma anche quelle culturali. Strettamente legata al doppiaggio è la questione del sincronismo. Quest’ultimo è una tecnica che consiste nel raggiungere una corrispondenza tra i movimenti connessi alla produzione orale e la struttura acustica del messaggio effettivamente percepito. Il sincronismo si dirama in sincronismo articolatorio e sincronismo paralinguistico. Il sincronismo articolatorio si dirama a sua volta in sincronismo qualitativo e quantitativo. Il sincronismo qualitativo si occupa della corrispondenza dei suoni emessi con i movimenti delle labbra effettivamente visibili. Mentre il sincronismo qualitativo lavora sulla velocità dell’enunciato e fa sì che la quantità di suoni emessi sia pressoché la stessa in entrambe le lingue per raggiungere una simultaneità con l’inizio e la fine dell’enunciato.

L’adattamento cinematografico è dunque un lavoro che richiede impegno. La figura dell’adattatore è estremamente importante anche in materia di divulgazione dell’opera che viene adattata, infatti, una versione cinematografica può contribuire ad un accrescimento del successo della stessa.

Autore dell’articolo:
Gabriele Di Febbo
Traduttore
Atri (TE)

L’adattamento cinematografico

 Categoria: Servizi di traduzione

Il cinema per esprimersi ha bisogno di una lingua, o meglio, di un linguaggio che in questo ambito prende il nome di “Linguaggio cinematografico”. Quest’ultimo è un particolare tipo di linguaggio, in opposizione al linguaggio verbale, grazie al quale è possibile giungere al significato attraverso l’unione della parola con il gesto. Può essere considerato il linguaggio delle immagini, in cui è proprio l’immagine a trasmettere informazioni. L’espressione attraverso l’immagine viene resa possibile anche da uno strumento del quale il cinema si avvale: il montaggio, ossia la tecnica che consente di riprodurre concetti astratti o difficilmente riproducibili. Le immagini e il montaggio sono entrambi elementi che contribuiscono a delineare la vera natura intrinseca del linguaggio cinematografico vale a dire la sua universalità. Infatti l’espressione attraverso l’immagine supera il problema delle barriere linguistiche e assicura una comprensione condivisa ed universale.

Ma adesso vorrei trattare di come avviene il processo di adattamento da romanzo a film, ossia, di come viene tradotto il linguaggio della letteratura in linguaggio cinematografico. Più precisamente, l’adattamento è un processo di traslazione attraverso il quale si crea una nuova opera partendo da un’opera preesistente laddove la nuova opera non utilizza per niente o non utilizza solamente le stesse materie d’espressione dell’opera preesistente. Vengono messi a confronto due tipi di linguaggio: quello della letteratura e quello cinematografico, il primo utilizza il segno scritto, il secondo le immagini. Il compito dell’adattamento cinematografico è tradurre le parole (segni scritti) in immagini (immagini filmiche). Non si tratta di una traduzione letterale e pedissequa in cui si mira alla mera riproduzione parola per parola, bensì si tratta di una traduzione dei concetti. Per questo motivo numerosi linguisti e semiologi hanno elaborato il concetto di isotopia ossia delle linee di coerenza testuali che traducono in base a delle somiglianze sulla base dei contenuti. Si individuano tre tipologie di isotopie: tematiche, figurative e patemiche. Quelle tematiche si occupano di riprodurre i temi che vengono tradotti sia nel romanzo che nel film, le figurative trattano dei dati oggettivi attraverso i quali vengono a loro volta trattati i temi, infine le patemiche che invece riguardano i personaggi e la loro evoluzione nel corso della vicenda.

Il processo d’adattamento, trasformando le parole in immagini, comporta un cambiamento di testo trasformando il testo letterario in testo audiovisivo. Quest’ultimo è un testo in cui coesistono fattori di natura eterogenea e nel quale si sviluppano due codici di comunicazione: il primo codice, definito “audio-orale”, è quello al quale appartiene il linguaggio verbale ed è il codice dei suoni, dei dialoghi, delle musiche ecc. Il secondo codice è quello “visivo” al quale appartengono i fattori paralinguistici quali la prossemica, la mimica, i colori ecc. Questi codici interagiscono dando luogo ad un significato.

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Gabriele Di Febbo
Traduttore
Atri (TE)

La storia della traduzione dagli arabi

 Categoria: Storia della traduzione

Gli arabi conoscevano la traduzione sin dai tempi antichi in quanto viaggiavano tutto l’anno in diversi paesi per fini commerciali. Furono quindi influenzati dai popoli stranieri in vari aspetti della vita. Conobbero i Persiani e citarono alcune parole persiane che comparvero in seguito nella letteratura araba. Un esempio di questo è Al-Ahasha, uno dei grandi poeti arabi, che riportò parole persiane nelle sue poesie.
Successivamente, conobbero anche i loro vicini: i bizantini. Gli arabi cominciarono così anche a comunicare con i tre popoli che li circondavano: i romani a nord, i persiani a est e gli etiopi a sud. Era quindi difficile comunicare senza la traduzione anche se era ancora nella sua fase primaria.

Nell’era Omayyade, e vista l’attenzione del principe Khaled Ibn Yazid Ibn Moaoya sull’importanza della traduzione, furono tradotti in arabo tanti libri di poemi.

La traduzione invece, nell’epoca Abbaside, cominciò dopo le conquiste arabe e l’espansione degli arabi a est e a ovest. Nell’era summenzionata, in particolare, fu incrementata la necessità dell’interpretazione, ciò portò gli arabi a tradurre le scienze greche: Astronomia, Medicina, Matematica, Filosofia e Musica, oltre a tradurre alcune opere letterie persiane.
In seguito fu anche iniziata la traduzione di alcune opere dall’arabo in diverse lingue straniere.

All’epoca del Califfo Harun El-Rashid, che percepì il valore dell’interpretazione, fu fondata
“La Casa della Sapienza” a Bagdad al fine di attivare ed estendere questo gran lavoro. Pertanto, la traduzione arrivò ad una fase evoluta tanto che lo stesso Califfo donava ad alcuni traduttori come Hanin Ibn Isac, l’equivalente del peso dei libri tradotti, in oro.

Nel IX secolo DC, gli arabi tradussero nella propria lingua la maggior parte delle opere di Aristotele e molti altri libri, il cui testo originale greco andò perso, ma grazie alla traduzione araba, le predette opere furono ritradotte dall’arabo al greco. Ciò significa che se non si fossero tradotte in arabo, si sarebbero perdute definitivamente.

A tal proposito, gli Orientalisti, evidenziarono il ruolo effettivo degli arabi e delle loro scienze nella Civiltà Europea. Questo, lo affermarono anche alcuni Scrittori occidentali, tra cui Goethe (1749-1832), il famoso letterato tedesco.

Autore dell’articolo:
Fatma Fawzy
Farmacista e Traduttrice
Il Cairo (Egitto)

L’Arabo: quando la lingua diventa musica

 Categoria: Le lingue

Chi non ha mai detto la frase: “Questo è arabo per me?”

Ebbene sì la lingua araba, come la maggior parte delle lingue orientali di origine non latina, presenta una struttura grammaticale e lessicale complessa ma contenente, al contempo, un forte tono di musicalità che contribuisce ad “addolcire” quei suoni che a primo ascolto risultano troppo “decisi” a noi occidentali.

Non a caso, la parola Corano con cui si indica il libro sacro dell’Islàm, significa “recitazione” e ogni sura cioè, “verso”, in esso contenuta è recitata cantando. A riguardo, vi sono molteplici esempi nel web che dimostrano la concentrazione di tutti coloro che si cimentano nell’ardua impresa di imparare a memoria ogni sura del Corano e cantarla poi “a cappella”, facendo coincidere ad ogni lettera o intera parola un preciso suono.

A mio avviso, la musicalità della lingua araba traspare anche solo da piccole preposizioni; tant’è che a Damasco, in Siria, nel più noto istituto d’insegnamento di lingua araba per stranieri alcuni maestri che ho avuto la fortuna di incontrare cercavano di far memorizzare i difficili suoni dell’arabo creando delle “musichette”, ad esempio: in arabo alcune delle preposizioni usate per formare il tempo condizionale sono (da destra a sinistra) إذا- كلما- لو- لولا che traducono, in maggior modo, le corrispondenti particelle italiane “se” e “se non”. Andando a ritmo di musica e leggendo tali parole con la pronuncia araba “idacullàmà-laulaulà” immaginate d’intonare il motivetto italiano trullallerotrullallà (per intenderci).

Qui ho riportato l’esempio specifico dell’arabo ma, in teoria, il concetto di “musicalità” varia di lingua in lingua. Quante volte canzoni tradotte in italiano dall’inglese non hanno poi avuto lo stesso successo e la stessa orecchiabilità? Questo perché quando si scrive una canzone in una determinata lingua ogni nota e singola pausa si adagia su quella lingua, come a dire che un vestito fatto su misura su una persona può dare automaticamente lo stesso effetto se indossato da un’altra persona e apportandovi solo qualche modifica. Ma si dovrebbe essere consapevoli che non è così.

Non è così perché il lavoro del traduttore va ben oltre la semplice e letterale traduzione. Luoghi comuni tendono a ritenere che già da una prima fase di traduzione il testo sia pronto. Ma, riprendendo la metafora citata, il sarto=traduttore entra in confidenza con il vestito=testo che ha per le mani, lo scruta attentamente, lo capovolge, stravolge dalla testa ai piedi e lo rende il più possibile aderente alla persona=lingua che dovrà poi indossarlo=veicolarlo.

E la musicalità risulta essere un fattore importante che aiuta a rendere il lavoro più piacevole, l’ascolto più comprensibile e l’interpretazione più univoca.

“La bellezza di un uomo sta nell’eloquenza del suo linguaggio”- proverbio arabo

Autore dell’articolo:
Delia Martusciello
Assistente di direzione
Traduttrice free-lance
Napoli

L’invisibilità del traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

La questione dell’invisibilità del traduttore è, da sempre (o, meglio, da quando la traduzione ha cominciato ad essere studiata come scienza), una delle più discusse. Il traduttore dovrebbe certamente aspirare all’invisibilità totale ma ciò che ci si chiede è se, in effetti, questo sia possibile.

Cosa succede quando leggiamo un’opera straniera? Il lettore medio certamente non si sofferma a pensare al fatto che ciò che sta leggendo non sono le parole dell’autore.

Sicuramente, tale fenomeno si verifica maggiormente nell’ambito della traduzione letteraria: non ci soffermeremmo, con assoluta certezza, a pensare a chi ha scritto un manuale di istruzioni e se lo stesso, tradotto, è diverso oppure no. Tradurre un’opera letteraria, d’altro canto, pone non pochi problemi. Primo fra tutti, comprendere l’intenzione dell’autore. Per farlo, ne dobbiamo indagare le sfumature più profonde, il contesto sociale, politico, personale, storico in cui scrive l’opera. Non si può pensare di tradurre un’opera senza conoscere almeno la vita e gli avvenimenti personali più importanti dell’autore. Fatto questo, dobbiamo indagare l’opera: niente di più difficile. Cosa vuole comunicare l’autore con un particolare ordine delle parole? Un esempio che, assurdamente, ci obbliga a scegliere cosa fare: dobbiamo decidere cosa sacrificare ossia la chiarezza in funzione della struttura originale o la struttura originale in funzione della chiarezza? La verità è che ogni traduttore farà una scelta diversa e, presumibilmente, su cento traduttori, cinquanta sceglieranno la prima soluzione e cinquanta la seconda. Non c’è una versione giusta ed una sbagliata. Ed ecco che, inevitabilmente, il traduttore emerge, quasi spinto inesorabilmente dal suo stile, dalla sua eccellente sensibilità (a volte migliore di quella dell’autore), dal suo ego che, colmo d’orgoglio, sente la necessità di rendersi noto. E’ questo il motivo per cui abbiamo la testimonianza di alcune opere che, in lingua originale, sono risultate un flop mentre tradotte hanno avuto successo. Il traduttore non può essere invisibile per la semplice ragione che un’opera letteraria non nasce per essere destinata alla traduzione. L’autore nemmeno riflette sul fatto che qualcuno si troverà a lottare con il suo stile, con il suo modo di comunicare cercando di essere il più neutro possibile. No. Non succede mai. L’autore scrive. Scrive colto dall’ispirazione, spinto dall’istinto, dalla passione, tutte cose incomprensibili ad una scienza. Ed il traduttore, nel suo campo, è uno scienziato. Uno scienziato che deve applicare regole scientifiche a tutto ciò che è stato detto. Uno scienziato che viene notato solo se commette un errore e viene addirittura schernito e considerato un incompetente se in mille pagine di traduzione non ha corretto un errore o, peggio, lo ha commesso. Uno scienziato che deve adattare il suo stile a mille diversi stili per cercare di essere fedele ed accurato. Uno scienziato le cui strategie mai vengono lodate né criticate perché nessuno può notarle se non lui stesso o pochi della sua categoria. Uno scienziato che si prende la responsabilità assoluta di ciò che fa, cosa molto rara al giorno d’oggi, ed è pronto a giustificare le sue scelte.

Qualcuno si è mai chiesto quanto sia difficile riscrivere un’opera? Perché, nel caso nessuno se lo fosse chiesto, è questo che il traduttore fa: riscrive. Dalla prima parola all’ultima. Facendo ricerca, spendendo energie, sia fisiche che mentali. Ed allora viene da chiedersi perché la figura del traduttore goda di così poca importanza nel nostro paese. La risposta è che, anche sentendo cosa pensano le persone estranee a questo mondo, ancora una volta i traduttori sono considerati una specie di macchinario semi-automatico. Uno scanner che legge una parola e, prontamente, la riscrive in un’altra lingua. Nessuno immagina quale mole di lavoro può risiedere dietro alla scelta di ogni singola parola. A volte, io stesso mi stupisco del tempo impiegato per avere l’assoluta certezza che la parola che ho scelto calzi alla “perfezione”. Ebbene si, la realtà è proprio questa: dietro ad un traduttore si nasconde una persona, una persona con delle sensazioni, dei sentimenti ed una preparazione teorica e pratica che veramente poche persone immaginano. E si noti bene che scrivo si “nasconde” non perché sia uno dei modi di dire più utilizzati. Scrivo si “nasconde” proprio per porre l’accento sul fatto che il traduttore è l’anima segreta di un’opera che, grazie a lui, può essere letta, apprezzata ed odiata da un numero di persone di gran lunga maggiore a quello delle persone che la leggerebbero se il traduttore non esistesse.

Autore dell’articolo:
Jacopo Mosconi
Traduttore EN-ES-PT>IT
Perugia

La contestualizzazione nella traduzione (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

A questo proposito vorrei fare un esempio più che mai attuale e di larga portata: l’uso della lingua nell’ambito delle istituzioni comunitarie. Abbiamo a che fare tutti i giorni con l’Unione Europea e le sue strutture, che tanto incidono nella nostra vita quotidiana. Ogni funzionario in essa copre il suo ruolo lavorando assiduamente in un contesto molto particolare, multiculturale e soprattutto multilinguistico. Le lingue si mescolano tra loro, la traduzione diventa il mezzo per la comunicazione quotidiana, lingue universalmente conosciute come l’inglese o il francese diventano dei ponti tra altre lingue etimologicamente lontane tra loro, come potrebbero essere l’italiano e il finlandese. Va dedotto quindi che la velocità con cui sono prodotti i testi e la necessità che questi siano costantemente tradotti nelle ventitré lingue ufficiali quasi immediatamente fanno in modo che ogni singola lingua assuma un aspetto diverso da quello che le appartiene normalmente, quando è invece utilizzata dai comuni cittadini.

Su questo fenomeno sono stati compiuti veri e propri studi di linguistica, tanto che al linguaggio utilizzato presso le istituzioni sono stati affibbiati anche dei nomi, come ad esempio euroletto, o eurospeak com’è comunemente chiamato dagli inglesi. Personalmente preferisco tra tutti il termine eurocratese, che rimanda direttamente all’altrettanto criticato burocratese, poiché questo linguaggio a volte per le sue peculiarità genera difficoltà di comprensione per il comune cittadino.

Per capire come sia importante contestualizzare un testo prima di iniziarne la traduzione, basta pensare che nel gergo comunitario termini come “regolamento”, “raccomandazione”, “sussidiarietà”, “direttiva” e molti altri, già presenti nella lingua italiana, adattati a un contesto europeo assumono sfumature di significato differenti. Si possono verificare sia la formazione di neologismi come “eurobarometro” o collocazioni come “fondi strutturali” o “moneta unica”, sia l’acquisizione nelle lingue comunitarie di termini provenienti dall’inglese o dal francese, lingue veicolari, con la conseguente formazione di calchi e prestiti.

Questo esempio ci dimostra come in qualsiasi ambiente di lavoro esista un gergo, un modo di esprimersi particolare, un utilizzo della sintassi proprio e unico, termini dal significato preciso e inequivocabile affiancati a termini il cui significato può essere compreso soltanto a seguito di un’accurata contestualizzazione. Il traduttore, quindi, deve saper eseguire un lavoro preparatorio molto accurato per assicurare al suo committente una traduzione eccellente da tutti i punti di vista.

Autore dell’articolo:
Ilaria Di Loreto
Traduttrice EN-ES>IT
Pescara (PE)

La contestualizzazione nella traduzione

 Categoria: Problematiche della traduzione

Un committente poco esperto, vale a dire un individuo che ha un bisogno di traduzioni limitato e occasionale e poche conoscenze di linguistica, per valutare la traduzione fornitagli, salvo che non possa contare sull’aiuto di un valido revisore, punta l’occhio prevalentemente sulla scorrevolezza del testo e quindi sulla capacità di resa nella lingua di arrivo del testo di partenza da parte del traduttore. La facilità di comprensione del testo viene messa in primo piano, poiché l’obiettivo principale è che esso sia fruibile al lettore della lingua di arrivo, che deve essere in grado di capire senza problemi le idee trasmesse dal testo, perlomeno in modo quasi paragonabile a quanto abbia fatto il lettore della lingua di partenza.

In quest’articolo vorrei rimarcare un aspetto più sottile, che acquisisce sempre più importanza a mano a mano che la traduzione diventa più tecnica e “di nicchia” e che, per quanto fondamentale, potrebbe sfuggire all’occhio poco attento di un non addetto ai lavori: la contestualizzazione della traduzione e la semantica del lessico utilizzato. Può sembrare banale, ma non sempre ci si ricorda, soprattutto quando si è alle prime armi come traduttori, che un testo prima di essere tradotto va contestualizzato.
Bisogna porsi delle domande ben precise: da chi è stato scritto questo testo? A chi è indirizzato? In quale contesto storico/politico/economico le idee trasmesse sono state concepite?
Chiunque abbia studiato le lingue e la traduzione a un livello approfondito e specialistico sa bene che la lingua a volte può essere insidiosa. Dietro l’uso di un termine piuttosto che un altro, dietro un ordine di parole diverso dal consueto, persino dietro una virgola, si può celare un significato in più che l’autore ha voluto dare al testo, un’enfasi. C’è una ragione per ogni singola scelta nella scrittura di un testo, e il traduttore deve saper cogliere queste piccole sfumature, senza fermarsi a una mera trasposizione.

Ciò su cui vorrei focalizzarmi in particolare in quest’articolo è una contestualizzazione a livello ambientale, ovverosia saper inserire il testo nell’ambito in cui è stato creato, e osservarlo sotto la luce giusta, quella che più gli appartiene. Una stessa parola può significare diverse cose se utilizzata in ambito giuridico, economico o nel linguaggio comune, un assunto che il buon traduttore dovrebbe tenere sempre ben presente, calandosi, prima di cominciare il suo lavoro, nei panni dell’investigatore, che sa cogliere anche il più piccolo indizio e la più leggera impronta e sa utilizzarli al meglio per raggiungere l’obiettivo desiderato.

Domani sarà pubblicata la seconda e ultima parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Ilaria Di Loreto
Traduttrice EN-ES>IT
Pescara (PE)

Intelligenza multipla e apprendimento lingua

 Categoria: Le lingue

L’apprendimento di una lingua straniera è un processo complesso e svariato che si differenzia da persona a persona. Sappiamo già che il ruolo della memoria, la motivazione, l’interesse personale verso la lingua che si vuole imparare sono fondamentali nel processo di apprendimento, ma anche altri fattori concorrono a renderlo attuabile. Lo psicologo e docente Gardner sostiene che esso dipenda dal tipo di intelligenza con la quale ognuno di noi percepisce la realtà. È per questa ragione che si parla di intelligenza multipla, ovvero di diversi tipi di intelligenza che si identificano sulla base dei canali di percezione, corrispondenti ai sensi che si mettono in atto nel momento dell’apprendimento.

Vi siete mai chiesti come mai alcuni studenti impiegano meno tempo ad apprendere e memorizzare un dato elemento in una data lingua straniera ed altri ne impieghino molto di più, fino a quasi giungere alla totale assenza di comprensione? Questo è dovuto ad una diversa e strettamente personale combinazione tra intelligenza visiva, intelligenza uditiva e intelligenza cinestetica (nella quale ha un ruolo fondamentale l’elemento fisico, attivo, motorio). E’ grazie all’insieme di queste ultime che ogni persona attua le proprie strategie di apprendimento.

Il sistema scolastico, unito ad una netta maggioranza di intelligenze visive ed uditive, tende ad applicare il proprio stile di apprendimento anche nel momento dell’insegnamento. In questo modo, privilegia attività che tendono ad esaltare la vista e l’udito (si pensi alle regole grammaticali scritte alla lavagna utilizzando pennarelli colorati per le declinazioni singolari e diversi per quelle plurali, o il largo impiego di strumenti multimediali, quali registratori, per ascoltare lunghi dialoghi tra personaggi), portando ad un’ottima comprensione e memorizzazione per gli studenti che a tali sensi fanno affidamento, ma penalizzando coloro i quali applicano altro tipo di intelligenza. Questo spiega il motivo per cui spesso sentiamo dire che un dato studente ha delle capacità, ma non riesce ad ottenere buoni risultati. Si pensa addirittura che anche Einstein avesse un tipo di intelligenza cinestetica, logica, matematica che lo portò ad essere un genio in ambito scientifico, ma un pessimo studente nell’ambito scolastico.

Per queste ragioni, gli insegnanti devono proporre attività variate e materiali didattici che privilegino tutti i diversi tipi di intelligenza. Dovrebbero tentare, inoltre, di individuare a quale tipo afferisca il singolo studente per cercare di favorirne l’apprendimento.

Un metodo utilizzato è quello di bendare lo studente e farlo camminare in un luogo ad egli familiare, dandogli indicazioni sul percorso da seguire. Alla fine dell’esperimento, sarà fondamentale cercare di comprendere la sua esperienza, per capire a quale senso ha fatto riferimento lungo tutto il percorso. Se si è unicamente affidato alla sua memoria visiva, ricordando nella mente il luogo da percorrere, o se ha fatto affidamento alle indicazioni dategli, o se è riuscito a destreggiarsi toccando le pareti, ad esempio, o cercando, attraverso i movimenti, di comprendere in quale luogo si trovasse. Attraverso le sue indicazioni è possibile capire quale tipo di intelligenza domina nel suo stile di apprendimento e, di conseguenza, fornirgli gli strumenti necessari per la sua personale strategia.

Questo discorso è valido per qualunque tipo di apprendimento, ma è maggiormente significativo nel caso dell’apprendimento di una lingua straniera. Imparare una nuova lingua vuol dire modificare i propri sistemi linguistici, memorizzare una grande quantità di lessico e di forme grammaticali, nonché culturali specifiche del paese straniero, ed arrivare all’automatismo, grazie al quale potersi esprimere con naturalezza, pensando direttamente nella lingua straniera e non traducendo le espressioni della propria.

Provate a realizzare l’esperimento appena descritto, vi stupirete nel costatare quanto le nostre percezioni siano fondamentali nell’approccio a qualunque aspetto della realtà quotidiana!

Autore dell’articolo:
Valentina Nicastro
Laureata in Lingue e Culture Moderne e Lingue e Letterature Moderne dell’Occidente e dell’Oriente
Traduttrice EN-ES>IT
Palermo

Sono o non sono bilingue? (2)

 Categoria: Le lingue

Per mettere “fine” a queste controversie si è adottato il sistema del “contentino”: gli studiosi hanno deciso di rinominare il fenomeno distinguendo tra bilinguismo primario e bilinguismo secondario. Mentre nel caso del primario si apprendono due lingue senza un’istruzione formale, cioè per acquisizione, nel caso del secondario si apprende una lingua straniera tramite un’istruzione linguistica. Se nel caso del primario la competenza nei due codici sarà pressoché equivalente, nel caso del secondario ci sarà, con tutta probabilità, una lingua che predomina, sempre in termini di competenza. Detto questo, appare di tutta evidenza che in entrambi i fenomeni ci troviamo di fronte ad un bilinguismo. E, a mio parere, non è una discriminante quella di aver imparato una lingua non in tenera età ma per studio o per lavoro.

È innegabile poi il caso di chi, avendo imparato due lingue dalla nascita (entrambe, dunque, con lo stesso grado di competenza) è portato a parlare, vuoi per ragioni sociali vuoi per ragioni lavorative, più una lingua rispetto ad un’altra: ed in questo caso? Se la persona in questione iniziasse a perdere la lingua che parla di meno o che non parla affatto? Perché succede, l’ho provato io sulla mia pelle. In quel caso, la competenza nella lingua “persa” potrebbe essere uguale od addirittura inferiore a quella di chi, quella lingua, l’ha imparata per necessità o per piacere.

Considerando, poi, il caso di chi usa due varietà della stessa lingua, si può parlare lo stesso di bilinguismo? Ad esempio, se una persona ricopre un ruolo importante in una compagnia nazionale sarà sicuramente portata a parlare una varietà standard della propria lingua. La stessa persona, quando tornerà a casa, magari sita in una zona rurale, lontano dai centri abitati, in cui abitano parenti che possiedono un basso grado di istruzione, sarà probabilmente portata a parlare una varietà bassa, od anche un dialetto. Anche in questo caso abbiamo la capacità di differenziare o tra due codici (lingua standard-dialetto) o tra due varietà (varietà standard-varietà bassa).

La conclusione può essere solo una: è bilingue colui che riesce a COMUNICARE in due codici, prescindendo dagli errori grammaticali o dalle strutture sintattiche poco chiare o sbagliate? A mio parere, sì. Ma lo è esclusivamente chi riesce a comunicare in due lingue, utilizzando la varietà che vuole, in tutte le situazioni che la vita gli presenta.

È quindi abbastanza ridicolo colui che si vanta di avere due lingue come native, rispetto a chi, una lingua straniera l’ha studiata, ci ha sudato, l’ha odiata ed amata allo stesso tempo, ha gioito e pianto di fronte alle sensazioni che quella nuova lingua regalava. Tutte cose che chi impara una lingua da piccolo, per acquisizione, inevitabilmente si perde e mai avrà la gioia di provare.

Autore dell’articolo:
Jacopo Mosconi
Traduttore EN-ES-PT>IT
Perugia

Sono o non sono bilingue?

 Categoria: Le lingue

Naturalmente la definizione di questa parola è facilmente immaginabile dalla maggior parte delle persone. Andiamo allora ad approfondirla. Le definizioni più accreditate contengono la parola “dominare”: un individuo che domina contemporaneamente due lingue è bilingue (o plurilingue nel caso ne domini più di due). Ma cosa vuol dire “dominare”? L’autorevolissimo dizionario Devoto Oli dà questa definizione (proprio in riferimento alla lingua straniera): “conoscere in tutti gli aspetti, padroneggiare”. Stando a questa definizione di bilinguismo, chiunque abbia studiato una lingua straniera può ritenersi bilingue. In realtà, come si osserva negli studi dei più famosi sociolinguisti, “bilinguismo” è usato come termine cosiddetto “ombrello”, sotto cui si possono riconoscere vari e distinti fenomeni.

A cosa ci riferiamo, dunque, con il termine “bilingue”? Ad una persona che, fin dalla nascita, ha vissuto in presenza costante e di egual misura di due lingue? Ad una persona che, fin dalla nascita, ha parlato ed imparato A in casa e B a scuola? Ad una persona che, da piccola, ha vissuto in un altro posto mantenendo dunque reminiscenze sufficienti della sua lingua nativa ed imparandone un’altra? Ad una persona che, dopo aver vissuto vent’anni in un paese, si trasferisce e vive per vent’anni in un altro? Ebbene, sono tutti casi in cui si potrebbe affermare che queste quattro persone possiedono livelli pressoché identici nelle due proprie lingue. Allora possiamo riferirci a tutte queste persone parlando di “bilinguismo”? Evidentemente c’è chi non è d’accordo: molti sostengono che bilingue sia unicamente colui che possiede due lingue come native. Altri sostengono, invece, che bilingue sia anche chi possiede una ragionevole competenza in una lingua diversa dalla propria lingua madre. Ma cosa si intende per “ragionevole competenza”? Per rispondere, è opportuno riflettere sulla funzione principale della lingua: la comunicazione. Molti pensano che la base di una lingua sia costituita dalla grammatica, dalla sintassi, dalla morfologia ecc. Nulla di più errato. Ciò che sorprende è che nella lingua, l’obiettivo si identifica con la base. Ecco, quindi, che la comunicazione viene ad essere sia la base della lingua, in quanto la lingua non esisterebbe se non esistesse la comunicazione e viceversa. Inoltre, ne è l’obiettivo, perché è ciò a cui noi miriamo facendo uso della lingua.

Dunque, bilingue può essere considerato anche chi, in un’altra lingua, riesce a comunicare in tutte le situazioni. Pur facendo errori di grammatica, perché si ricordi sempre che la comunicazione non si fonda sulla lingua colta, sull’uso perfetto delle regole grammaticali: la comunicazione è tutto un altro mondo. Ma non l’approfondiremo in questa sede.

La seconda parte di questo articolo sul bilinguismo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Jacopo Mosconi
Traduttore EN-ES-PT>IT
Perugia

La “collocazione” nella traduzione (2)

 Categoria: Le lingue

Nell’ambito della traduzione, bisogna tener presente, inoltre, che in base ai collocate con cui si trova una determinata parola, quest’ultima deve essere tradotta in maniera diversa. Ad esempio, l’inglese flowering plant sarà una pianta in fiore, che magari, metaforicamente, annuncia la primavera. Tuttavia, se è accompagnata da power (power plant), questa diventerà una molto meno poetica centrale elettrica. Tali fenomeni di polisemia e di politraduzione sono molto ricorrenti anche se passiamo da un dominio specifico ad un altro, panel sarà gruppo (Intergovernamental Panel, gruppo intergovernativo), se parliamo di politica, ma si trasformerà in pannello, se parliamo di meccanica, o addirittura rimarrà in inglese se collocato con data (panel data), se parliamo di statistica.

La collocazione, è chiaramente legata all’uso metaforico della lingua, che prescinde dalle limitazioni del significato letterale, per assumere forme e significati diversi e profondi. Rimanendo nella culla della lingua italiana, così ricca di sfaccettature e di collocazioni peculiari, un esempio di come le parole possano legarsi insieme in chiave totalmente metaforica è rappresentato dal verbo alimentare. Letteralmente, significa dar da mangiare, ma è comunemente collocato con sostantivi che non appartengono alla sfera semantica del cibo: si può alimentare un cane, ma si può anche alimentare una polemica, alimentare un dibattito o alimentare un amore.

E ancora, amaro può essere un caffè, ma amara è anche una scoperta; si può cogliere un fiore, ma si può (e si dovrebbe) cogliere l’attimo, si può mangiare un panino, o essere mangiati dalla rabbia. Ognuno di questi casi, e i tanti altri che ci offre la lingua italiana, dimostrano che nella nostra testa, e nella nostra cultura, le parole prendono forma e arrivano a prendere vita, attraverso processi che vengono interiorizzati nel momento stesso in cui apprendiamo la nostra lingua madre e nasciamo nuovamente come membri di una comunità che ci regala anche un modo unico di intendere il mondo, quello appunto filtrato da una lingua specifica.

Come traduttori, è opportuno e interessante tener ben presente che può esistere una parola che si colloca perfettamente con un’altra in un determinato contesto, letteralmente o metaforicamente, e se il nostro obiettivo è quello di tradurre il testo di partenza talmente bene da fare in modo che il lettore non si accorga di star leggendo una traduzione, perché non soffermarci su questo particolare aspetto linguistico e individuare la parola che si sposa perfettamente con un’altra in un determinato contesto, per fare in modo che le lingue continuino a poter scorrere e fluire libere, perché noi tutti, in fondo, non siamo che innamorati della lingua affascinati dal suo divenire.

Autrice dell’articolo:
Roberta Lanciano
Traduttrice specializzata EN-ES>IT
Barcellona (Spagna)

La “collocazione” nella traduzione

 Categoria: Le lingue

“Negli interstizi della lingua si nascondono i significativi segreti della cultura” (Adrienne Rich).

L’Enciclopedia Treccani definisce così il concetto di collocation (collocazione):
In linguistica, il termine collocazione indica la combinazione (tecnicamente co-occorrenza) di due o più parole, che tendono a presentarsi insieme (contigue o a distanza) più spesso di quanto si potrebbe prevedere”.

La lingua è un fiume in continuo divenire, un essere dotato di esistenza propria, che come tale ha un suo comportamento che al di là di tutti gli sforzi che linguisti, traduttori o addetti ai lavori possano fare per definirla o ingabbiarla, molte volte sfugge alle regole e prende decisioni proprie. Tutto ciò che noi, innamorati della lingua, possiamo fare è seguirne il passo e rispettarne i desideri. Ogni parola ha dentro di sé un mondo e possiede una personalità propria, per tale ragione, sceglie i suoi compagni di viaggio e la famiglia a cui appartenere. È così che si formano famiglie semantiche e coppie di sostantivi, verbi e aggettivi la cui unione, attraverso l’uso, diventa inossidabile. Tali unioni racchiudono dentro di sé un intero mondo, che è lo specchio della cultura a cui appartengono. Partendo dal concetto secondo cui la traduzione è il trasferimento di un messaggio da una cultura all’altra, noi traduttori dobbiamo tener presente la tendenza delle parole a stringere legami con alcune e non con altre. Se prendiamo in considerazione la combinazione linguistica spagnolo-italiano, una delle prime collocation con cui bisogna fare i conti sia quando si parla con spagnoli madrelingua in una soleggiata terraza della meravigliosa terra spagnola, sia nel momento in cui dobbiamo mettere per iscritto questo passaggio, è la quantità di volte in cui, indicando un’azione, la lingua spagnola colloca aggettivi e sostantivi con determinati verbi, mentre l’italiano li colloca con altri che non ne sono la traduzione letterale. Ad esempio:

Dar (dare) tradotto con fare
Dar miedo: fare paura
Darse una ducha: farsi una doccia
Dar tiempo: fare in tempo (me da tiempo ir y volver en media hora; in mezz’ora, faccio in tempo ad andare e tornare)
Entrar (entrare) tradotto con venire
Me entra hambre: mi viene fame
Me ha entrado dolor de cabeza: mi è venuto mal di testa

Inoltre, particolarmente interessante è la differenza nel definire il tempo o una qualità, espressi dall’aggettivo bueno, tradotto molto spesso in italiano con bello, o da malo, tradotto con brutto:

Hace buen tiempo: il tempo è bello
Hace mal tiempo: il tempo è brutto
¡Qué buena pelicula!: che bel film!
Es un libro muy bueno: è un libro molto bello

Potremmo quasi rilevare una tendenza etica nella lingua spagnola, rispetto ad una chiaramente estetica nella italiana, e ciò non stupisce, se pensiamo che il culto del bello e dell’estetica è un tratto caratterizzante e distintivo della cultura del Bel Paese, come tanto spesso mi fanno notare all’estero. A dimostrazione, ancora una volta, di quanto la lingua narri le fattezze di una cultura intera e delle tendenze ad essa associate. Da un punto di vista della traduzione, non si può che tornare a sottolineare l’esigenza di focalizzarsi sull’aspetto pragmatico della lingua, rispettando in primo luogo lo skopos del testo, che deve produrre nella lingua di destinazione lo stesso effetto che produce in quella d’origine.

La seconda parte di questo articolo sulla “collocazione nella traduzione” sarà pubblicato domani.

Autrice dell’articolo:
Roberta Lanciano
Traduttrice specializzata EN-ES>IT
Barcellona (Spagna)

La traduzione per il sottotitolaggio

 Categoria: Servizi di traduzione

La traduzione per il sottotitolaggio si differenzia molto da tutti gli altri tipi di traduzione.
Il testo con cui si lavora (la sceneggiatura di un film, il copione di un’opera teatrale o il testo di un documentario) presenta delle peculiarità per il fatto che esso non può essere scisso dagli elementi visivi e sonori cui è legato. Questa interconnessione del testo con gli elementi extratestuali su menzionati deve essere tenuta in considerazione durante la creazione dei sottotitoli, i quali devono sostituire il testo in lingua originale mantenendone tutte le potenzialità rilevanti ai fini della fruizione e della comprensione dell’opera sottotitolata. Se, ad esempio, si vuole sottotitolare una voce fuori campo (elemento sia visivo, in quanto la persona che parla non è visibile, che sonoro, in quanto la voce è diversa da tutte le altre voci dei personaggi presenti) occorrerà che il sottotitolo “dica” in qualche modo a chi lo legge che si tratta, appunto, di una voce fuori campo.

Un altro aspetto molto importante della sottotitolazione è quello legato alla leggibilità dei sottotitoli. A questo proposito sono stati compiuti degli studi in base ai quali sono stati stabiliti valori come: durata minima e massima di un sottotitolo, in modo tale che chi lo legge abbia a disposizione il tempo necessario per concentrarsi su di esso; l’intervallo minimo di tempo tra due sottotitoli, che permetta a chi li legge di distinguere la fine di un sottotitolo e l’inizio del successivo; il rapporto tra la durata del sottotitolo e la lunghezza del testo da leggere: rapporto che, per ovvie ragioni, determina la leggibilità del sottotitolo.

L’esigenza di creare dei sottotitoli leggibili comporta, a sua volta, di dover effettuare un’operazione fondamentale per la buona riuscita del sottotitolaggio: l’adattamento. In molti casi, infatti, per ottenere i migliori risultati è necessario ricorrere a sostituzioni con parole più brevi se non a vere e proprie omissioni; in altri casi, invece, sarà opportuno aggiungere delle informazioni che facilitino la comprensione. In ogni caso, l’operazione di adattamento va effettuata evitando perdite di significato considerevoli.

Autore dell’articolo:
Valeria Uva
Linguista, Traduttrice e Interprete ES-CA-SR-HR-BS>IT
Mola di Bari

La traduzione tecnico-specialistica

 Categoria: Servizi di traduzione

Il testo tecnico-specialistico si differenzia da altri tipi di testo per:
– la presenza di termini tecnici o specialistici, caratteristici dei cosiddetti ‘linguaggi settoriali’;
– determinate caratteristiche formali, che sono generalmente funzionali alla natura e allo scopo di specifiche tipologie di testo.

Per tradurre in modo efficace un testo tecnico-specialistico è necessario seguire un procedimento che garantisca il più alto livello di qualità. Sulla base di una richiesta di traduzione tecnico-specialistica da parte del committente, si procede attraverso le seguenti fasi:
– Determinazione delle caratteristiche del testo da tradurre (tipologia, funzione, destinatario) e individuazione di testi con caratteristiche equivalenti già esistenti e in uso nella lingua d’arrivo.
– Prima stesura della traduzione alla luce delle caratteristiche determinate e di eventuali indicazioni fornite dal committente (norme redazionali, norme terminologiche, ecc. ecc.). Durante questa fase si procede anche all’individuazione della terminologia tecnico-specialistica presente nel testo e di eventuali problemi di traduzione.
– Ricerca terminologica (se necessaria) attraverso l’utilizzo di glossari tecnici, dizionari specialistici, documentazione relativa all’area specialistica pertinente, consulenze da parte di specialisti della materia; risoluzione dei problemi e delle difficoltà di traduzione (se riscontrati) attraverso un’analisi delle equivalenze interlinguistiche e in considerazione della funzione e dei destinatari del testo d’arrivo.
– Revisione del testo d’arrivo e correzione ortografica.

Tradurre un testo di questo tipo richiede, pertanto, specifiche abilità e competenze, oltre a quelle linguistiche. Una buona conoscenza della materia di cui tratta il testo fa sì che il traduttore possa determinare in modo corretto le caratteristiche linguistico-strutturali rilevanti del testo da tradurre, per poterle poi trasporre in modo appropriato nel testo di arrivo. Peraltro, non essendo il più delle volte il traduttore un vero e proprio specialista della materia trattata dal testo (perché in effetti è in primo luogo linguista esperto/a in traduzione), può tuttavia avvalersi di specifiche risorse e tecniche di traduzione per l’individuazione della terminologia adeguata nonché per la determinazione di equivalenze interlinguistiche. La conoscenza e la familiarità con tecniche, risorse e altri strumenti quali i programmi di traduzione assistita o di gestione terminologica (i cosiddetti CAT) sono senz’altro garanzia di correttezza ed efficacia di una traduzione tecnico-specialistica.

Nell’articolo che sarà pubblicato domani parlerò della traduzione per il sottotitolaggio.

Autore dell’articolo:
Valeria Uva
Linguista, Traduttrice e Interprete ES-CA-SR-HR-BS>IT
Mola di Bari

La traduzione editoriale

 Categoria: Servizi di traduzione

La traduzione per l’editoria è caratterizzata da alcune peculiarità che la differenziano dagli altri tipi di traduzione.

Procedimento: la ri-creazione

Nella traduzione editoriale è necessario tener conto di alcuni aspetti che, generalmente, caratterizzano un’opera destinata alla pubblicazione: il genere letterario in cui essa rientra, lo stile del suo autore (o dei suoi autori), l’epoca a cui essa appartiene.
La definizione del genere letterario nelle sue forme e nei suoi mezzi espressivi può fornire strumenti di analisi del testo molto efficaci.
Lo stile, la personalità e la cultura dell’autore sono da tenere molto in considerazione, in quanto l’opera editoriale reca sempre la “firma” del suo autore originario. Il traduttore deve, dunque, saper trasporre nell’opera tradotta l’impronta dell’autore originario, della sua epoca e della sua cultura.
Un buon livello di sensibilità letteraria e la conoscenza della cultura dell’autore, di cui l’opera è necessariamente imbevuta, sono, in definitiva, le abilità che il traduttore deve mettere in campo per poter interpretare con una certa profondità l’opera da tradurre. La versatilità nell’uso dei diversi registri linguistici della propria lingua e la consapevolezza degli elementi che compongono la propria cultura sono, invece, le competenze che il traduttore deve possedere per poter ricreare un’opera destinata a un pubblico che, per certi aspetti, è diverso da quello dell’opera originale.

Committente: l’editore

Il committente di una traduzione editoriale è, generalmente, un editore. Anche nei casi in cui sia l’autore in persona a commissionare la traduzione della propria opera, l’editore resta sempre il principale interlocutore del traduttore editoriale. Per tutto quanto concerne la veste redazionale della traduzione, infatti, così come per qualsiasi altro aspetto che debba rispondere a una precisa politica editoriale (di collana, di autore…), il traduttore deve confrontarsi con l’editore.

Opera dell’ingegno: contratto di edizione di traduzione

In quanto elaborazione di carattere creativo dell’opera originaria, la traduzione editoriale è considerata opera dell’ingegno ed è, pertanto, soggetta alla Legge sul Diritto d’Autore. Per formalizzare il loro accordo circa la traduzione-edizione di un’opera, l’editore e il traduttore stipulano un contratto di edizione di traduzione. Attraverso tale contratto si definiscono i termini e le clausole della concessione (totale o parziale) dei diritti di utilizzazione della traduzione a favore dell’editore.

Nell’articolo che sarà pubblicato domani esporrò il mio pensiero sulla traduzione tecnico-specialistica.

Autore dell’articolo:
Valeria Uva
Linguista, Traduttrice e Interprete ES-CA-SR-HR-BS>IT
Mola di Bari

La traduzione: un universo di microcosmi

 Categoria: Servizi di traduzione

Immagino che non sia capitato solo a me di intuire la complessità del mestiere di tradurre solo dopo essermi affacciata con vorace curiosità al mondo della traduzione. Quando finalmente decisi di fare della traduzione la mia professione, ebbi la necessità di crearmi una “mappa” fatta di studi, approfondimenti ed esperienze pratiche per potermi orientare in quello che, più che un mondo, mi si presentava sempre più come un intero “universo”, composto a sua volta da diversi “microcosmi”.

L’esperienza mi ha insegnato che nel momento in cui ci si trova di fronte a un testo da tradurre, è bene definire a priori l’impostazione da dare al proprio lavoro, in modo da poter basare su di essa alcune delle innumerevoli scelte che si dovranno operare. La prassi più diffusa prevede che gli elementi da tenere assolutamente in considerazione siano: scopo, destinatari e tipologia sia del testo di partenza che di quello di arrivo.
Quanto ai primi due, io direi che essi variano per ogni singolo lavoro, per cui sarebbe impresa davvero ardua tentare una classificazione esaustiva. Mi voglio soffermare, invece, sulla categoria ‘tipologia di testo’, a partire dalla quale si può giungere a una divisione, seppur molto generica e quindi con un certo potenziale di trasversalità, in cui le diverse tipologie sono caratterizzate dalla specificità delle tecniche e dei procedimenti da applicare e da mettere in atto durante il processo traduttivo.

Mi riferisco alla suddivisione in base alla quale è possibile definire categorie di traduzione come:
traduzione tecnico-specialistica
traduzione editoriale
traduzione per il web
traduzione per il sottotitolaggio
traduzione per il doppiaggio
traduzione giurata
localizzazione
e probabilmente tante altre che non conosco ancora.

Avere consapevolezza di quelle che sono le peculiarità della categoria in cui rientra la traduzione che si sta svolgendo può essere molto utile sia per chi traduce sia per chi commissiona la traduzione, perché in questo modo è più facile che vi siano uno scambio proficuo e l’efficace condivisione tra traduttore e committente di conoscenze e risorse pertinenti al lavoro da svolgere.

Nei prossimi giorni, mi soffermerò brevemente sulle caratteristiche specifiche dei “microcosmi” che ho avuto modo di esplorare meglio, e cioè: la traduzione editoriale, quella tecnico-specialistica e quella per il sottotitolaggio.

Autore dell’articolo:
Valeria Uva
Linguista, Traduttrice e Interprete ES-CA-SR-HR-BS>IT
Mola di Bari

Tradurre divertendosi

 Categoria: Traduttori freelance

Le serie tv sono sempre state una mia grande passione fin da quando ero adolescente. Ho sempre preferito guardare i singoli episodi di un telefilm straniero in lingua originale, non solo per non dover aspettare mesi prima del doppiaggio italiano, ma soprattutto perché in questo modo tenevo i miei studi in allenamento. Solitamente, il giorno dopo la messa in onda americana, le puntate delle mie serie tv preferite erano già archiviate nella memoria del mio computer e pronte da gustare. Non possedendo un orecchio “bionico”, a volte era davvero difficile seguire le varie scene e capire esattamente ogni battuta solo basandosi sull’audio. Dopo varie ricerche nel web, ho scovato un sito dove ragazzi appassionati come me a questo mondo realizzano gratuitamente sottotitoli in italiano per serie tv e film, americani e non solo. Mi sono subito iscritta al loro forum e ho fatto il test per diventare traduttrice. Dopo qualche mese è arrivata la risposta tanto attesa: da quel giorno facevo ufficialmente parte del loro staff e potevo iniziare a collaborare con loro. Da qui la passione per la traduzione è cresciuta sempre di più. Questo “lavoro” mi ha permesso di ampliare la mia conoscenza delle lingue straniere studiate all’università e contemporaneamente di poter fare qualcosa che amo.

Ora collaboro nelle traduzioni quasi sette giorni su sette, sia l’inglese che l’italiano sono migliorati tantissimo, il mio orecchio non è ancora diventato “bionico”, ma in compenso questa attività mi ha dato stimoli per pormi un obbiettivo mirato nella vita: imboccare la strada della traduzione. Il mio sogno ora sarebbe quello di iniziare questa carriera e ampliare i settori di specializzazione per poter magari un giorno collaborare direttamente con la tv per la realizzazione di doppiaggi italiani.

Autore dell’articolo:
Angela Bulla
Traduttrice EN>IT
Borgo San Giacomo (BS)

Tradurre una lingua significa reinterpretare

 Categoria: Traduttori freelance

Parlando di lingua parliamo di noi, della gente comune e del modo in cui noi cambiamo la lingua. Tradurre una lingua significa reinterpretare in un nuovo codice emozioni universali. Si pone dunque, nel caso della traduzione, il problema di rendere i due codici linguistici in grado di esprimere nella maniera più simile possibile l’universalità del codice mentale. Quante più parole abbiamo a disposizione, tanto più la nostra lingua, e di conseguenza la nostra traduzione, risulterà efficace nel suo fine comunicativo.

Per parlare di universali semantici da tradurre in un altro codice linguistico, forse, è necessario partire dai problemi che possiamo riscontrare nel codice di partenza: uno fra questi è la motivazione sociologica ed apparentemente extralinguistica, dell’impoverimento della lingua.
Come arricchire oggi il nostro codice linguistico con pensieri, aggettivi, nomi…?
Come poter parlare con dolcezza, fragilità, pienezza o forza…?
Come dire parole d’amore, di dolcezza, tenerezza, esprimere passione, ammirazione, furore, rispetto, quando ci siamo così tanto allontanati gli uni dagli altri?

Ci accontentiamo di sederci davanti al PC e di connetterci ad un sito per chattare e chiacchierare… E lì troviamo un immenso campo di possibilità. Ci basta mettere un ‘mi piace’ ai vari gruppi Facebook con l’illusione di essere più vicini a tutti coloro con cui condividiamo interessi, spesso gente di paesi lontani, lontanissimi… È naturale aver la necessità di parlare tramite Facebook o Skype con amici, parenti e colleghi che vivono all’estero, ma perché usare questi mezzi di comunicazione con chi ci sta vicino? “Ci siamo allontanati”, ci dicono i parenti. “Abbiamo preso strade diverse”, ci dicono gli amici. “Certo”, dico io, ma c’è un problema. Come mai non siamo in grado di trovare nemmeno una persona con cui capirsi o di conversare del più e del meno con qualcuno che vive nelle nostre vicinanze? Sembra che sia più facile non guardarsi negli occhi e scrivere dei messaggi di testo, perché guardandoci l’un l’altro, il linguaggio non verbale e paraverbale ci costringerebbe forse a dirci con maggiore franchezza un “sì”, un “ok”, o un “va bene” sincero…

Forse dovremmo usare aggettivi come “straordinario”, “divino”, “carino”, “eternamente spiritoso”… per farci capire. È così che abbiamo dunque impoverito la nostra lingua… O ancora basta mandare un semplice “:P” per concludere la comunicazione. Ma per dire che cosa? Dire tutto senza dire niente? Non sono convinta che basti. Ho imparato anch’io che ciò può essere un buon mezzo per evitare di rispondere eludendo una conversazione noiosa. Ma vi prego, ragazzi, non mi mandate più tutti questi smiles… mi spaventano…

Succede inoltre che, scambiando quattro chiacchiere con un amico reale, di nuovo ci capita di raccontargli per filo e per segno tutti i vari “:P” che un certo Tizio ci ha mandato…

Dunque neppure nella vita vera siamo più in grado di esprimere dolore, piacere, tenerezza e – perché no? – di dire addio a qualcuno…

Tutta l’emozione svanisce nel momento in cui non la sentiamo o non siamo più capaci di esprimerla, e quindi di conseguenza non siamo neppure in grado di poterla tradurre in un’altra lingua. Se solo non avessimo così impoverito le nostre lingue, infatti, ci sarebbero anche molte più possibilità di tradurre al meglio le proprie emozioni nel codice di una lingua straniera. Questa cybernizzazione ci ha allontanati gli uni dagli altri e ha ridotto la lingua ad un minimo di termini necessari per la sopravvivenza. Però l’esistenza della poesia ci ricorda che la lingua non è solo questo: è anche uno strumento estetico, e dunque siamo noi stessi.
È possibile capire l’universalità di noi stessi attraverso la ricchezza del nostro codice e tradurla di conseguenza, con maggiore facilità in un altro codice che possiede le stesse potenzialità espressive.

Cerchiamo dunque di ritrovare noi stessi, di scoprire chi siamo diventati o almeno ciò che vogliamo diventare per poterci di conseguenza anche esprimere meglio e in maniera più ricca, perché è proprio questa inconsapevolezza della nostra natura che ci ha allontanati da noi stessi, dagli altri, dalla vita, indebolendo la nostra capacità di esprimerci…

Autore dell’articolo:
Dott.ssa Mirjana Ilić
Traduttrice e interprete IT-EN<>SR
Belgrado (Serbia)

L’animo “tuttologo” del traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

Un professore d’inglese di una scuola superiore napoletana sosteneva che per poter affermare di conoscere una lingua straniera bisognava averne appreso, oltre alle strutture grammaticali e sintattiche, almeno 500 vocaboli. A livello scolastico, questo principio è (o lo si può considerare) reale, in quanto ci si sofferma sostanzialmente sui termini di uso più comune, utili a cavarsela in qualsiasi situazione. Quando poi, dalla pura e semplice passione, nasce l’esigenza di voler fare dello studio delle lingue una ragione di vita e di sostentamento, ci si rende conto che questo semplicistico principio viene completamente stravolto.

Dopo aver approfondito lo studio delle lingue straniere e delle culture di proprio interesse, arriva il momento in cui ci si affaccia alla professione del traduttore, trovandosi ben presto di fronte alla sfida di dover tradurre contenuti appartenenti ai settori più disparati: testi economico-finanziari, articoli scientifici, manuali d’utilizzo di prodotti tecnologici, guide turistiche, solo per citare le tipologie più comuni. In questo passaggio obbligato, dove si muovono i primi passi sulla strada che porterà alla scelta definitiva riguardo ai propri settori di specializzazione, il traduttore viene sospinto dal motore della curiosità nello scoprire, al di là del significato primario del testo da riportare fedelmente alla lingua di destinazione, tutto il mondo che soggiace alla produzione di quel determinato testo. Ecco, vedere quindi il traduttore professionista che, preso da uno dei tanti tecnicismi di cui è ricco un testo specialistico, si getta nel fiume dei glossari che, spesso e volentieri, sfocia nel mare immenso dei corpora, molte volte indispensabili per contestualizzare un termine che, anche all’interno del medesimo linguaggio settoriale, può assumere tantissimi significati, anche molto diversi tra loro. Quando anche l’aiuto dei corpora a volte non chiarifica i dubbi al 100%, ci si ritrova a consultare articoli, saggi e stralci di manuali, a volte in lingua originale altre nella lingua di destinazione, per cercare di fare proprio quel concetto che l’autore del testo sorgente vuole esprimere, quasi come se ci si trovasse ad essere studenti di quella disciplina.

Tutto ciò accade per gli articoli di ambito finanziario, per i saggi di divulgazione scientifica, per gli studi clinici, per i manuali di architettura e chi più ne ha più ne metta, facendo diventare così il traduttore un vero e proprio “tuttologo”, ovvero un conoscitore del tutto (o quasi), colui che per essere padrone di un certo tipo di linguaggio settoriale dovrà essere, per forza di cose, padrone della materia a cui tale linguaggio si riferisce, il che, moltiplicato per tutti i testi di tutti i settori che un traduttore si trova ad affrontare nel corso della propria carriera, lo porta a rasentare un’infattibile onniscienza.

È certo che un essere umano non potrà mai essere padrone di tutto lo scibile! Fatto sta che un traduttore è forse l’unico professionista che si ritrova ad essere competente non solo nel proprio campo di applicazione, ma anche in settori che non sono necessariamente correlati alla professione di origine se non per il fatto che da essi provengono i testi da tradurre. Queste riflessioni sull’immenso lavoro che spesso può esserci dietro una traduzione dovrebbero essere tenute a mente sia dai clienti che dai traduttori stessi, specie nelle situazioni in cui questo lavoro viene talvolta sminuito o semplicemente ritenuto reso possibile da un traduttore automatico con lo stesso e identico risultato.

Autore dell’articolo:
Carlo Guarini
Traduttore Tecnico Freelance EN-ES>IT

Solitudine di una traduttrice (2)

 Categoria: Traduzione di siti web

Un buon caffè e si ricomincia…
E traduco, traduco, traduco.
I miei occhi sono stanchi, il cervello è in fumo, la schiena è sempre più indolenzita.
Il posacenere continua a riempirsi, passano le ore ed è subito sera.
Voglio divagare un po’ e mi è venuto in mente Quasimodo. Forse non è un caso, che mi vengano in mente questi meravigliosi versi:
Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole, ed è subito sera.
Solo= solitudine del traduttore, giornate all’insegna dell’incomunicabilità, si è soli, soli con il testo da tradurre.
Raggio di sole= sole, luce, la felicità per un testo ben tradotto non ha eguali, sono riuscita a cogliere quelle sfumature che volevo, ho trovato delle soluzioni ottimali, insomma la resa finale è quella che desideravo!
Trafitto: il raggio di sole mi ha regalato delle gioie infinite ma mi ha trafitto, sono stanca, nervosa, ho fumato mille sigarette, la schiena è a pezzi.
Ed è subito sera: è giunto il momento di staccare, ancora una giornata nell’ombra, nella mia solitudine.
Scusatemi per le mie divagazioni, mi sono lasciata ispirare da Quasimodo.
Che dire, Quasimodo mi capisce!
La solitudine c’è, l’incomunicabilità pure, le gioie e i dolori sono sempre presenti, in più l’uomo di Quasimodo è solo anche se vicino agli altri, sul cuore della terra, io invece sono totalmente SOLA dinanzi al mio amato e insostituibile Mac, quindi direi che al peggio non c’è fine!
In mio aiuto arriva la folgorazione del meraviglioso Quasimodo “il raggio di sole”, la ricerca di una felicità a volte anche apparente, l’alternarsi tra gioie e dolori; ecco la mia vita di traduttrice, un alternarsi di ansie, insoddisfazioni, gioie e gratificazioni.
E intanto, alla luce del sole che aveva allietato il mio risveglio subentra il buio.

Ed è subito sera… Per l’uomo di Quasimodo è simbolo della morte, le gioie fugaci della vita ti trafiggono il cuore e poi senza accorgersene si cade nel buio; per me è giunto invece il momento di chiudere il mio Mac.
E Il nostro Quasimodo mi scuserà per aver forse sminuito il significato dei suoi meravigliosi versi!
Mi alzo…magari più tardi dopo cena rileggerò o forse meglio farlo domani.
La mia scrivania è sempre lì ma non è più quella del mattino, all’ordine è subentrato il disordine. La mia super tecnologica tastiera reclama riposo. Il posacenere stracolmo attende di essere svuotato.
E intanto, voglio ribadirlo, alla luce del sole che aveva illuminato il mio risveglio è subentrata l’oscurità della sera. Al di là della finestra, gli alberi che accompagnano le mie giornate sono un tutt’uno con l’oscurità.
Felicità e gioie, del resto è questa la vita. Felicità e gioie di una traduttrice. Ancora una volta mi dico che sarebbe preferibile fermarsi e riflettere sulla fugacità della vita, il tempo passa velocemente. Ed è subito sera.
Cala il sipario sulla mia giornata di solitudine, la solitudine di una tradutrice.

Autore dell’articolo:
Ivana Giuliani
Traduttrice freelance EN-FR<>IT
Palermo

Solitudine di una traduttrice

 Categoria: Traduttori freelance

Mi sveglio, sento di essere in equilibrio con tutto ciò che mi circonda, tutto si muove intorno a me avvolgendomi. Tutto è al solito posto, la mia stanza è il centro del mio universo; intorno a me tutto ciò che mi rappresenta e in particolare il mio tesoro più grande, la mia scrivania.
La mia bellissima scrivania, sempre in ordine e pulitissima a inizio giornata.
Il mio Mac, il mio splendido Mac. La mia tastiera, la mia non comoda tastiera che io ho trasformato in una super tecnologica tastiera utilizzandola sopra un supporto per PC portatile e adesso è davvero una meraviglia! Il mio posacenere ancora vuoto da quella droga che accompagnerà e scandirà la mia giornata.
E poi? Tutto qui?
No! Manca la luce… quella luce che invade la mia stanza al mattino e sembra chiamarmi e dirmi: “Che ne dici di una bella corsetta sulla spiaggia?”. Eh no, la corsetta, la spiaggia, il mare, devono attendere, per ora. E anche la cellulite dovrà attendere, ma quella passa con un po’ di tapis roulant e poi l’abbronzatura “copre tutti gli imbrogli”, siamo soliti dire noi siciliani!
E mancano gli alberi, quegli alberi che vedo dalla mia finestra e che mi sembrano sempre immobili, sempre gli stessi anche quando mutano colore al variare delle stagioni. I miei alberi sono sempre gli stessi, non sanno essere diversi.
Questo è il mio mondo, un mondo di solitudine, un mondo fatto di parole da tradurre, un dialogo costante, affascinante con il testo. Il meraviglioso mondo dei traduttori. Una professione difficile, oscura ma al contempo bellissima.
Un mondo fatto anche di ansie, di scadenze, di fatture, di clienti che non pagano, di occhi arrossati, di schiena indolenzita. Non voglio divagare con le problematiche connesse alla mia professione; il mio testo mi chiama, è lì pronto a essere tradotto.

Le mie mani iniziano a scorrere sulla tastiera e a produrre parole, parole, parole!
Tradurre l’intraducibile. L’importante è la resa finale. Non posso che stravolgerlo! Lo faccio o è meglio così? Perché termine perfetto non giungi a me?
Oggi il mio genio creativo mi ha abbandonato; ma non devo creare nulla, la storia è già li, con un inizio e una fine, la devo adattare.
L’importante è la resa finale, ma non voglio una traduzione monocorde; un italiano corretto ma con un po’ di verve. Mai stravolgere il testo, naturalmente.
Sono troppo lenta; ma che mi succede oggi? Devo rispettare la scaletta che mi sono prefissata. Dai un ultimo sforzo!
Inizia la parte più ostica, la stanchezza inizia a farsi sentire. La mia scrivania inizia a non essere più ordinata; appunti, biro dovunque, dizionari sparpagliati, tazzine di caffè e il posacenere inizia a riempirsi. Prima o poi smetterò di fumare!
Squilla il cellulare, una mia amica m’invita per un aperitivo. Ma io naturalmente non posso accettare l’invito, ho delle scadenze urgenti. Spero capisca…
Dopo aver chiuso la telefonata, penso che mi sto allontanando da tutto e da tutti.
Che ne è della mia vita sociale? Anche quando sono in cabina di simultanea sono nell’ombra…ma io sono una persona solare, voglio la luce non l’ombra!
Forse dovrei trovare più tempo per me stessa, me lo devo!
Comunque, non è il momento di pensare a cosa sarebbe meglio, il testo mi attende, mi reclama.
Giunge la ben meritata pausa pranzo, una buona dose di carboidrati aiuta, ma forse non bisognerebbe esagerare! Oddio, la cellulite! La prova costume, mi viene da piangere!

La seconda e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Ivana Giuliani
Traduttrice freelance EN-FR<>IT
Palermo

Lingua e dialetto, solo diversi ruoli sociali

 Categoria: Le lingue

Le lingue sono spesso oggetto di numerosi pregiudizi, uno dei maggiori colpisce il dialetto, come un codice linguistico subordinato alla lingua, per lo più alle lingue ufficiali, considerate di maggior prestigio, più ricche o complesse rispetto a sistemi linguistici minori o “lingue minoritarie”. Queste ultime sono lingue parlate in aree meno estese rispetto alla lingua ufficiale, che in effetti gode del riconoscimento del potere politico ed è dunque adottata da un’intera comunità, nell’intero territorio di uno Stato.

Al di là di questa differenza territoriale e sociale, ogni dialetto, come una lingua, è un sistema linguistico a tutti gli effetti, dotato dunque di un sistema fonetico, morfosintattico e lessicale, anche se magari proprio a livello lessicale può presentarsi meno complesso rispetto ad una lingua ufficiale adottata in tutti i campi, anche quelli istituzionali, scientifici, tecnici e giuridici. Possiamo quindi affermare che i dialetti non sono un qualcosa di subordinato rispetto alla lingua, non sono codici secondari, ridotti o imperfetti, ma codici rispondenti a proprie norme linguistiche, esattamente come una lingua.

L’unica sostanziale differenza tra lingua e dialetto, è una differenza socio-culturale, cioè il diverso ruolo sociale che un dialetto ha assunto nel corso della storia rispetto ad un altro; in quanto quella che oggi è riconosciuta lingua ufficiale non è altro che un dialetto, che ha però avuto la fortuna di essere adottato nei luoghi del potere, e di conseguenza dalle istituzioni, dai media e di pari passo dalla popolazione che nei secoli ha dovuto abbandonare la sua lingua originaria per adattarsi a quella diffusasi nella società. Questo è quanto accaduto ad esempio al francico in Francia, al castigliano in Spagna ed al toscano in Italia.

Il francese standard o ufficiale non è altro che l’evoluzione del dialetto della regione dell’Île de France, il francico, che con lo sviluppo di Parigi come centro culturale, commerciale e soprattutto politico del paese, cominciò ad imporsi su tutti gli altri dialetti del territorio francese, allargando man mano il suo raggio di espansione, da Parigi fino ad arrivare alle zone meno centrali.
Allo stesso modo il castigliano, dialetto della centrale regione spagnola della Castiglia, il cui predominio sul resto del territorio spagnolo, ha fatto sì che lo stesso dialetto si diffondesse in tutta la Spagna, fino ad essere riconosciuto lingua ufficiale della penisola.
Infine il toscano in Italia, adottato come lingua comune in un territorio pur non ancora unificato, grazie sia al suo prestigio letterario che alla sua posizione centrale, tra stati settentrionali e meridionali.

A favore della diffusione di una lingua comune, gran parte dei dialetti tendono a scomparire, perdendo man mano terreno anche nella vita quotidiana, causando di conseguenza la scomparsa di intere culture, di cui le lingue sono espressione. Proprio per questo, oggi più che mai, ci si sta battendo per la tutela e la salvaguardia delle lingue minoritarie.

Autore dell’articolo:
Alessandra Micco
Traduttrice ES-FR>IT
Sant’Angelo a Cupolo (BN)

La traduzione dal punto di vista semiotico(2)

 Categoria: Traduttori freelance

Se c’è differenza nella materia di espressione ci troviamo in un terreno nel quale la traduzione fa fronte ai suoi limiti e conviene piuttosto parlare di interpretazione.
Interpretare, quindi, non è tradurre, giacché questa equivalenza sarebbe profondamente riduttiva; ciò non significa però, che non possa essere vero il contrario. Tradurre, infatti, suppone un processo previo di interpretazione del messaggio: quando traduciamo, il primo passo è decidere che cosa ha voluto dire l’autore in quella determinata frase, in quel determinato testo. Tale operazione costituisce un’interpretazione e riformulazione del testo. Se il segno rappresenta un oggetto, nell’ambito della traduzione è proprio il traduttore l’interpretante del segno, colui che dovrà decidere che cosa esso rappresenta e come trasferirlo al sistema semiotico della lingua di destinazione, processo che spesso si rivela difficoltoso poiché le lingue possiedono modi diversi di esprimere lo stesso concetto e frequentemente si verificano ambiguità. Da questo punto di vista dunque, interpretare non è tradurre, ma è un’operazione che si rende necessaria perché una traduzione sia in realtà una buona traduzione. Il traduttore dovrà prendere decisioni alcune volte arbitrariamente, e risolvere problemi nella maniera più rapida ed efficace. Se consideriamo la traduzione come un gioco semiotico, vedremo come l’interpretazione dei segni sia un processo che genera continuamente nuovi significati.

Tradurre è un compito per certi versi arduo, nel quale entrano in gioco una molteplicità di fattori che si completano l’uno nell’altro e che sono per questo imprescindibili; considerare la traduzione semplicemente come un atto di sostituzione di una parola con un’ altra linguisticamente equivalente, significherebbe spogliare il testo di tutte le connotazioni culturali, dei riferimenti extra linguistici, significherebbe ignorare il contesto e i richiami intertestuali. Allo stesso modo, tradurre un testo con il solo obiettivo di trasmettere il messaggio comporterebbe dimenticare tutta la dimensione estetica, il ritmo, lo stile dell’ autore, il genere narrativo.
Per concludere, propongo una citazione di Umberto Eco, che rivisita il concetto di source text e target text, parlando di “testo fonte” e “testo foce”, introducendo una distinzione semantica tra delta ed estuario:

Forse ci sono testi fonte che nella traduzione si allargano a imbuto [...] e testi delta, che si ramificano in molte traduzioni ciascuna delle quali ne impoverisce la portata, ma tutte insieme creano un nuovo territorio, un giardino dai sentieri che si biforcano” (Eco, 2003: 195)

Autore dell’articolo:
Marta Zottino
Laureata in Lingue e Letterature Straniere
Traduttrice EN-ES-PT-CA>IT

La traduzione dal punto di vista semiotico

 Categoria: Traduttori freelance

La traduzione può essere analizzata sotto diversi punti di vista: in questo articolo propongo di partire dal rapporto che esiste tra segno, oggetto ed interpretante, considerando perciò l’atto di tradurre come un processo che si origina nell’interpretazione dei segni da parte del traduttore.

Secondo Umberto Eco, tradurre non significa semplicemente trasferire da una lingua all’altra una parola, una frase, un testo, cioè non significa “dire la stessa cosa” in un’altra lingua. Più propriamente, tradurre potrebbe significare dire quasi la stessa cosa; a questo punto ci si chiede che cosa significhi quel quasi. Eco pone l’accento proprio su questa parola e ne fa nucleo della questione: “Stabilire la flessibilità, l’estensione del quasi dipende da alcuni criteri che vanno negoziati preliminarmente” (Eco, Dire quasi la stessa cosa: esperienze di traduzione. Milano: Bompiani 2003:10). Il quasi diventa il centro e la chiave di lettura del problema, il mondo di possibilità che si apre tra il testo originale e il testo tradotto costituisce la vera traduzione, con le sue compensazioni, con i suoi suggerimenti. In questo processo la semiosi ha un ruolo fondamentale, nel senso che tanto la traduzione quanto il processo semiosico comportano un’operazione di interpretazione di un segno per mezzo di un oggetto o di un altro segno, la qual cosa genera infinite possibilità di semiosi così come sono infinite le possibilità di traduzione.

Nel processo semiotico, e cioè in quel processo di interpretazione di un segno o di un sistema di segni, sono necessari per lo meno tre elementi: il primo è naturalmente il segno; il secondo è l’oggetto che il segno rappresenta; il terzo elemento fondamentale, senza il quale non è possibile che si crei alcuna semiosi, è l’interpretante. Naturalmente quando si traduce da una lingua a un’altra l’interpretante è un interprete, un soggetto cosciente e attivo che si muove tra due sistemi di segni differenti; a questo punto la questione si fa più complessa e articolata giacché potrebbero sorgere le domande: interpretare è tradurre? E viceversa, tradurre è interpretare?

Definire i limiti tra interpretazione e traduzione è un compito abbastanza difficile. Secondo quanto sostiene Eco, l’idea dell’esistenza di un’identificazione tra interpretazione e traduzione proviene dalla tradizione ermeneutica, secondo la quale ogni processo interpretativo è innanzitutto un tentativo di tradurre un messaggio. Ciononostante, la riflessione che il discorso ermeneutico suggerisce esige un chiarimento, poiché “l’universo delle interpretazioni è molto più vasto di quello della traduzione propriamente detta” (Eco, 2003:234).

La seconda parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Marta Zottino
Laureata in Lingue e Letterature Straniere
Traduttrice EN-ES-PT-CA>IT

L’importanza di capirsi

 Categoria: Le lingue

Fin da piccola ho pensato che la conoscenza delle lingue straniere fosse un fattore determinante e molto importante nella vita di tutti noi.

Riuscire a capirsi “con il mondo” è fondamentale, a volte è già difficile farlo con le persone che parlano la stessa lingua, lo so, ma è importante capire culture, esperienze e tecnologie che provengono da realtà diverse dalle nostre, che possono solo arricchirci, soprattutto al giorno d’oggi in cui siamo un tutt’uno con ciò che ci circonda.

Essendo nata a Buenos Aires (da genitori italiani), la mia madrelingua è lo spagnolo, ma fin da bambina mia madre ha ben pensato di insegnarmi “tutto” dell’Italia, il suo amato paese, quindi letteratura, geografia, storia, e, ovviamente, la lingua. Non contente di ciò abbiamo pensato che la lingua inglese fosse di vitale importanza e nonostante si stia parlando di una quarantina di anni fa, l’idea è stata illuminante.

L’importanza di visitare paesi diversi dai nostri e poter colloquiare con chi ci accoglie è a dir poco indispensabile. Poi ci sono le lingue che si imparano “per amore”, a me è capitato con il greco moderno e devo dire che ero molto invidiata da molti miei connazionali residenti in Grecia per come riuscivo a destreggiarmi senza alcun problema. Non ne faccio un vanto, è stata solo passione.

L’importanza di trasferire poi la tecnologia italiana verso l’estero e viceversa dà una marcia in più al mondo intero e permette che questo pianeta così bistrattato proprio da noi uomini possa in qualche modo essere “guarito” sfruttando le conoscenze ed il sapere del mondo intero, grazie proprio a questi scambi di know-how.

Tradurre è un arte
, l’arte di comprendere a fondo prima, per far capire agli altri poi, il significato delle espressioni che regolano il nostro vivere.

Autore dell’articolo:
Marina Faccin
Traduttrice
Padova

Tradurre, infedele fedeltà

 Categoria: Traduttori freelance

L’equivalenza: ecco il fine di ogni traduzione.
Joseph Joubert, Pensieri, 1838 (postumo)

A detta di molti – nella maggior parte dei casi inesperti – conoscere una lingua e saperla tradurre vanno di pari passo. Non è così. I meccanismi, le competenze e le conoscenze in gioco sono sensibilmente differenti.
Per tradurre bisogna innanzitutto conoscere, questo è chiaro, ma conoscere vuol dire soprattutto saper analizzare, essere in grado di addentrarsi nel testo di partenza per scoprirne i punti critici e le spigolosità per risolverli poi nel migliore dei modi nel testo d’arrivo.

Chiunque voglia intraprendere il mestiere di traduttore deve prima di tutto avere la passione di tradurre. È una strada molto complessa e un percorso formativo a tutto tondo è imprescindibile: la traduzione tecnica non può escludere quella letteraria e viceversa. Questo, ho avuto modo di appurarlo nel corso della mia carriera universitaria. Un connubio – permettetemi il termine – quello tra i due tipi di traduzione, che mi ha permesso di capire la sottile differenza tra “tradurre ciò che dice il testo” e “tradurre il senso del testo”. Nel primo caso siamo a un livello meramente linguistico di trasposizione testuale da una lingua all’altra, nel secondo, invece, siamo a uno stadio superiore: riuscire a tradurre il senso dell’originale pur utilizzando parole diverse.
Per capire meglio il discorso, prendo a titolo esemplificativo l’incipit di un romanzo che ho tradotto per la mia Tesi di Laurea Magistrale, Ce que j’appelle oubli di Laurent Mauvignier, testo peraltro pubblicato pochi mesi fa da Feltrinelli Editore:

et ce que le procureur a dit est qu’un homme ne doit pas mourir pour si peu, […]

Si tratta di una frase brevissima che mi aiuta però a evidenziare che una traduzione prettamente linguistica non è efficace tanto quanto una traduzione del senso e dell’intento dell’autore e del testo originale. L’istinto di fedeltà nei confronti dell’originale porterebbe a tradurre, sulle prime:

e ciò che il procuratore ha detto è che un uomo non deve morire per così poco, […]

Una traduzione corretta, certo – quantomeno a livello linguistico – ma che nella volontà di rimanere fedele all’originale, finisce per tradirlo al tempo stesso. La frase di Mauvignier voleva suonare in francese come una sentenza, un verdetto del procuratore, ponendo l’accento su due punti essenziali del testo “et” e “procureur”. Di qui, la scelta di tradurre come segue:

e il procuratore ha detto che un uomo non deve morire per così poco, […]

Tradurre è anche e soprattutto questo: non tradire per dire, traducendo, in un’altra lingua.

Autore dell’articolo:
Andrea Peluso
Traduttore EN-FR>IT
Bergamo

Traduzione intersemiotica in Kara Walker (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

A questo genere di traduzione appartengono molti panorami su muro di Kara Walker che prevedono un’allusione diretta a personaggi o sequenze narrative tratte dai classici americani del periodo pre, post e contemporaneo alla guerra civile. Il sistema di rimandi da un testo a un altro crea una serie di influssi reciproci tra testi e, come sostiene Bruno Osimo, dimostra che, non solo la letteratura, ma più in generale la cultura, è un sistema dinamico di influenze pluridirezionali.

Per comprendere al meglio il modo in cui tre meccanismi linguistico-letterari – traduzione intersemiotica, riscrittura e intertestualità – lavorano insieme nell’universo semiotico di Kara Walker passiamo all’analisi dell’opera già citata. Si tratta di un’esposizione, personalmente visitata e fruita, curata da Olga Gambari presso la Fondazione Merz di Torino. A Negress of Noteworthy Talent è chiaramente un titolo provocatorio e ironico. La ricchezza dell’esposizione nasce dal contatto tra sistemi semiotici diversi e compresenti: installazione, video e scenografia, collage, miniature di sculture in rame, walldrawing e tempere, che generano un coinvolgimento sinestetico del soggetto/spettatore senza pari. In particolare, gli acquerelli preparatori introducono il tema e i personaggi con i riferimenti ai testi rimaneggiati e trasmutati. Topsy e Huckleberry Finn, immagini stereotipate, rappresentano il primo rimando intertestuale a due testi appartenenti al canone americano: Uncle Tom’s Cabine The Adventures of Huckleberry Finn. Nell’opera di Twain, Huck è il protagonista bianco attorno a cui si sviluppa una narrazione realistica, contestualizzata nel periodo precedente alla guerra civile, nella Mississippi Valley. Le avventure di Huck come mito dell’innocenza e della libertà vengono superate e sviluppate in una nuova storia, su parete bianca e in immagini di silhouettes nere molto grandi, in cui il nuovo protagonista è inaspettatamente nero. L’opera di Walker dunque viene a stabilirsi come richiamo intertestuale strategico, che ripesca dalla tradizione e rielabora manipolando, riscrivendo. La traduzione intersemiotica rispetto al romanzo di Twain è infatti una riscrittura basata sui temi della razza, dell’alterità e dell’identità nera. Non a caso, infatti, Huck si trasforma in un bambino dai tratti africani, nudo e scalzo che, in piedi sulla schiena di un uomo bianco, diviene il racconto di rivalsa della comunità afro-americana.

Nell’opera di Kara Walker, cosi come in tutto il relativo corpus artistico, lo stesso spazio dell’installazione è atto traduttivo e sovversivo, in cui la citazione e la riscrittura si configurano come strategie che mirano alla ricostruzione di un significato, che qui è passato, storia e identità culturale. L’Huck nero è la figura che personifica ed è conforme, per le sue caratteristiche fisiche e facciali, a formule reiterate e stereotipiche dell’identità nera, e ne costituisce allo stesso tempo una trasposizione ironica e contaminata, per il suo ruolo indiscusso di protagonista. Figura centrale di una nuova epopea di riscatto, è il vero frutto di una riscrittura nella modalità della traduzione intersemiotica, che incarna la mitologia degli oppressi e la loro vendetta collettiva e si fa portavoce di una storia troppo a lungo taciuta.

Autore dell’articolo:
Alessandra Di Lorenzo
Dott.ssa in Letterature e Culture Comparate – Università di Napoli L’Orientale
Catanzaro

Traduzione intersemiotica in Kara Walker

 Categoria: Traduzione letteraria

Nel corso dei secoli la letteratura è stata utilizzata come mezzo di espressione dell’alterità, delle culture – nere – della differenza. In particolare, l’atto di appropriarsi della parola scritta ha rappresentato, soprattutto per la cultura afro-americana con la sua storia di abusi, schiavitù e voci silenziate, un gesto di risarcimento e affermazione che non si è compiuto seguendo la strada della mera imitazione ma che ha seguito nuovi percorsi rinnovando e sconvolgendo vecchie categorie letterarie canoniche, non adattabili ai suoi nuovi contenuti.
Le alterazioni e le modificazioni di tecniche di espressione e di narrazione convenzionali riescono a realizzare il superamento della tradizione, attuano una riconfigurazione e necessitano di una nuova conseguente interpretazione. Interpretare è anche tradurre.

Il linguista Jakobson fu il primo a dare la definizione di traduzione, distinguendone tre tipi differenti: la traduzione intralinguistica, la traduzione interlinguistica, la traduzione intersemiotica. In questo articolo approfondiremo la definizione di quest’ultima, la sua relazione con un modus operandi tipico degli scrittori e degli artisti neri e, in particolare, utilizzeremo come esempio di tale pratica parte dell’opera di Kara Walker A Negress of  Noteworthy Talent,
in cui l’atto traduttivo si esplica nella trasposizione di materiale linguistico-letterario in narrazione visiva su panorami murali. Dalla parola all’immagine dunque.

Nelle parole di Jakobson, la traduzione intersemiotica o trasmutazione consiste nell’interpretazione dei segni linguistici per mezzo di sistemi di segni non linguistici.
Per riuscire a comprendere a fondo il modo in cui Kara Walker ‘traduce’ i classici della letteratura americana, dapprima manipolandoli e successivamente esprimendoli per mezzo di un canale diverso, bisogna sicuramente tenere a mente che la traduzione, da un punto di vista teleologico, è un processo di comunicazione mentre dal punto di vista pragmatico, pratico, è un processo decisionale. L’attività traduttiva è in ogni sua fase il risultato di una decisione e di una scelta. Dunque, le decisioni della Walker nelle vesti di traduttrice sono motivate, necessarie e funzionali al suo progetto di costruzione di un universo della significazione e di un testo d’arrivo che possiede rapporti piuttosto particolari con il testo di partenza, che chiariremo da qui a breve.

La traduzione intersemiotica nell’installazione walkeriana implica un cambiamento di codici tale che la parola, o in un’ottica più vasta il testo composto da segni verbali, viene trasmesso, dopo essere stato modificato e riformulato in segni non verbali, dalla pagina scritta all’immagine.
L’atto traduttivo, dunque, può produrre una serie di altre modificazioni motivate da una cornice ideologica, divenendo cosi anche una forma di riscrittura. Molte esperienze di riscrittura moderne si basano proprio sull’interpretazione e il rimaneggiamento di un testo fonte in un testo d’arrivo espresso in un altro codice. Emblematico, per esempio, è il passaggio dal testo scritto,
il romanzo, al cinema.

La seconda e ultima parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Alessandra Di Lorenzo
Dott.ssa in Letterature e Culture Comparate – Università di Napoli L’Orientale
Catanzaro

I pensieri di Google Translate

 Categoria: Strumenti di traduzione

Gli esercizi di lettura più divertenti per gli alunni delle elementari mescolano parole scritte e disegni. Nella frase “Il gatto di Andrea si era nascosto sotto l’albero”, al posto della parola “albero” è disegnato un maestoso albero verde che deve essere “letto”. La lettura prosegue senza impedimenti, chiara come il significato della parola “albero”. Allo stesso modo funzionano i pensieri dove, a volte il significato diventa immagine, rappresentazione. La mente costruisce scenari, scenari fatti di immagini: “la casa della mia ex” evoca subito l’immagine dell’appartamento o la piccola casetta con il giardino della ragazza che una volta era la sua fidanzata. Ma anche qualcos’altro. Un sentimento di nostalgia, di rabbia, di dolore o di rassegnazione. Il cervello non solo traduce il pensiero in un’immagine, ma scatena anche un’emozione, un brivido.

Naturalmente, non tutti i pensieri possono essere tradotti in immagini! Una dichiarazione d’amore per la più bella studentessa della porta accanto… ha bisogno di parole! E se la ragazza della porta accanto è inglese? O francese? O tedesca? E se il ragazzo è italiano immigrato in Inghilterra e sta facendo il dottorato in Belgio? Un bigliettino con un grande cuore rosso può essere un timido inizio, ma poco eloquente. Il giovane innamorato si mette a scrivere le parole più dolci e belle, frasi loquaci con qualche battuta divertente. Nella sua lingua materna, qualunque essa sia, tutto suona meraviglioso ma come tradurle? In mancanza di tempo, perché deve studiare molto, fa una ricerca e scopre Google Translate che non è un semplice dizionario ma un traduttore esperto di testi. Copia incolla la sua dichiarazione e voilà: la più romantica delle dichiarazioni servita in poco meno di tre minuti. Stampa, infila in una busta, il discorso è un po’ lungo per essere imparato a memoria, e la butta, speranzoso, nella casella di posta della ragazza. Romanticone! Passano un po’ di giorni senza che nulla accada. Lei non si è nemmeno accorta della lettera. L’avrà letta? Buttata via? Presa qualcun altro?

Lui aspetta. Dopo un paio di settimane tormentate, ecco una lettera nella sua casella di posta! Ha risposto! Con mani tremanti l’afferra e corre nella sua stanza a leggerla. Che strano però! È la lettera che lui stesso ha scritto… arrossita spietatamente da una stilo dalla punta assai affilata! Sono completamente d’onore di conoscere voi e desidera che siamo amici ha un immenso interrogativo rosso alla fine. Non è quello che voleva dire lui, ma Google non l’ha capito. Il suo modo di ragionare ridotto e lineare non ha evidenziato errori: le parole sono giuste, l’indicativo presente non manca, la concordanza verbo soggetto esiste. Ma traducendo letteralmente, parola per parola, è andata persa la parte più importante: l’amore! Ma anche lei! Poteva capirlo, no? Io sono un uomo adulto e spero di essere un rapporto tra di noi. Hm… Lei, ironicamente ha aggiunto sopra: Ti auguro di essere il più bel rapporto. E per concludere: Ho una laurea in media in materia di salute e la composizione del gas sono bellissime. Ogni uomo vuole essere la sua ragazza, dove la ragazza ha semplicemente scritto Concordo.

Alla fine, la dichiarazione d’amore tradotta da Google si è trasformata in un mucchio di parole senza senso, una accanto all’altra come in un lunga fila indiana. Il testo è nullo. Non suscita immagini, emozioni, sentimenti. Google non ha la capacità di tradurre le parole in immagini, di esprimere concetti elaborati in modo coerente. Per Google ripetere “Io”, tante volte quanto viene usato nella lingua inglese significa eseguire una traduzione precisa. Eliminare anche per una sola volta l’ “I” inglese corrisponde a un malfunzionamento. Per noi, ripetere questo io, “Io sono partita e Io ho visto Andrea salire sul treno e Io sono andata a salutarlo. Io volevo chiedergli dov’era la sua ragazza ma poi Io ho pensato che avrebbe frainteso”, è segno o di egocentrismo o di scarsa padronanza della lingua italiana.

La traduzione di un testo va oltre il mero significato delle parole. Il testo da tradurre va letto e capito fino in fondo, più volte se necessario. È la prima regola che insegnano all’università: leggere e comprendere! Leggere non significa tradurre già mentalmente, ma semplicemente afferrare il messaggio e, per quanto poco professionale può sembrare, cercare nel vocabolario la spiegazione delle parole che non si conoscono.

Il messaggio da trasmettere non va perso per strada, ma espresso anche nell’altra lingua. La semplice traduzione di ogni singola parola non basta. Ci vuole un sinonimo, un intera espressione, una metafora. Si tratta di un intero processo di trasformazione affinché la traduzione resti fedele al suo scopo. Le istruzioni d’uso non sono divertenti ma precise. La presentazione di un itinerario di vacanza deve incuriosire e attirare sia in francese che in italiano, in inglese o in romeno. Google non può capirlo perché per quanto utile possa essere, resta un semplice programma. Non ha modi di dire, non ha senso dell’umorismo e nemmeno una briciola di creatività.

Tuttavia, qualcosa di positivo ci sarà, se lo nominano tutti. In effetti c’è! Google non resta a secco di termini e la scritta “il termine cercato non ha prodotto risultati” non comparirà mai. Sta a noi decidere se usarlo o meno, ma come nel caso dello studente innamorato, poi si incolpano gli altri quando non capiscono la nostra chiara e semplice visione!

Autore dell’articolo:
Irina Serban
Laurea Mediazione linguistica e culturale
Traduttrice EN-FR-RO<>IT

La traduzione: fucina della lingua

 Categoria: Traduttori freelance

Ai tempi delle medie il mio compagno di banco mi sorprese per via di un suo bizzarro hobby. Un giorno, durante la ricreazione, aveva cominciato a scrivere i numeri in ordine crescente su un quaderno: “uno, due, tre, quattro, cinque…” e da allora non si era più fermato. Portava avanti questo curioso passatempo, nel suo tempo libero, con un’assiduità ed una tenacia che mi colpivano profondamente. Aveva già riempito diversi quaderni continuando la numerazione, quando gli chiesi per quale ragione lo faceva e a che punto avrebbe avuto intenzione di fermarsi (considerando che la sequenza avrebbe potuto continuare all’infinito); mi rispose che aveva iniziato per curiosità e che egli stesso era desideroso di scoprire fin dove sarebbe riuscito ad arrivare. Altro fatto che attrasse la mia attenzione fu che, come riflesso di questa attività, i suoi voti in matematica, nonché la sua abilità nel calcolo mentale, migliorarono visibilmente.

Ci si potrebbe domandare a questo punto cosa ha a che vedere tutto ciò con la traduzione. Probabilmente nulla, o forse soltanto quella strana legge di natura secondo la quale più ci si avvicina con una disposizione positiva a qualcosa e più questa ci dispiega i propri tesori.
Jünger sosteneva che la sua passione per l’entomologia non si esauriva in una mera opera di classificazione, ma rappresentava un modo per gettare uno sguardo sul funzionamento della natura, per scoprirne le leggi e carpirne i segreti.
Allo stesso modo la traduzione, intesa come passione personale, come hobby o come lavoro, rappresenta un’occasione unica per entrare in contatto con i meccanismi intrinseci della lingua, per visitare quella fucina dalla quale hanno origine certi fenomeni dell’idioma.

A tale proposito mi ritorna in mente un episodio avvenuto durante il mio primo anno di università. Stavamo leggendo un testo letterario quando ci imbattemmo nell’espressione idiomatica ingleseto bite the dust”. Il professore chiese se qualcuno conoscesse il significato dell’espressione e l’unico a sapere che essa era un sinonimo di “to die” fu un collega con la passione per la musica (e per la traduzione). Quando il professore chiese come facesse a sapere il significato dell’espressione, egli rispose affermando di essere un fan sfegatato dei Queen e ammise di aver tradotto per hobby tutti i testi della band; il professore ribatté canticchiando “another one bites the dust” e l’arcano fu risolto.

Questo per dire che la traduzione, a qualsiasi livello essa venga praticata, rappresenta comunque un’occasione concreta di educazione e di conoscenza. Dopotutto lo stesso Giacomo Casanova nel suo Histoire de ma vie confessava di aver imparato a scrivere correttamente in francese traducendo lettere…

Autore dell’articolo:
Salvatore Malandrino
Laurea in Lingue e Culture Europee ed Extraeuropee
Traduttore EN-ES>IT
Comiso (Rg)

La traduzione Medico-Scientifica

 Categoria: Servizi di traduzione

La traduzione medico-scientifica costituisce una divisione estremamente peculiare nel settore della traduzione. L’atto della traduzione medica richiede, infatti, l’interpretazione specifica di una grande quantità di termini che fanno riferimento al vocabolario medico-sanitario e che richiedono la perfetta conoscenza del contesto in cui si inseriscono per essere tradotti nel modo corretto. Un esempio della veridicità di questo assunto deriva dalla bizzarra traduzione del termine “rough” nell’espressione “rough endoplasmic reticulum”, reso con l’aggettivo italiano “rugoso”. Chiunque abbia nozioni di citologia, conosce bene l’organello citoplasmatico in oggetto, la cui caratteristica singolare è quella di esporre sulla membrana una grande quantità di ribosomi, deputati alla sintesi proteica. Le tecniche di impregnazione argentica (speciali tecniche di preparazione del tessuto per l’osservazione microscopica) mostrano infatti la presenza dei ribosomi come fini punteggiature sulla superficie. L’aggettivo “rough”, alla luce di queste evidenze di microscopia, indica pertanto più la ruvidezza della membrana che la rugosità in senso stretto, la quale si manifesterebbe con la preponderanza di ripiegamenti e indentature, che sono pure presenti, ma non caratterizzanti.
L’espressione “rough endoplasmic reticulum” ha mantenuto, nel corso degli anni, la traduzione originaria nella letteratura scientifica italiana perché ormai invalsa, benché io preferisca in ogni caso tradurre “reticolo endoplasmatico granulare” proprio per rendere netta la differenza tra questo e un altro organello cellulare, il reticolo endoplasmatico liscio, con funzione decisamente diversa e con una superficie completamente priva di asperità.

L’aneddoto di cui sopra vuole sottolineare quanto solo il background scientifico, quasi più ancora di quello meramente linguistico, sia importante nel guidare il traduttore verso la soluzione di un problema terminologico. A scrivere è uno studente di medicina-traduttore, il quale, per formazione e interesse, ha ormai ottenuto grande familiarità con la terminologia specifica in molti ambiti. Ma se non si ha una formazione medica, come si può migliorare la propria capacità di tradurre un testo medico? Sono a conoscenza della presenza di master e seminari che dovrebbero facilitare il traduttore nel suo lavoro; tuttavia non li conosco, non so come sono sviluppati e non mi permetto di giudicarli.
Un aiuto concreto proviene dalla rete, alla quale io stesso faccio spesso riferimento, per controllare che uno specifico compound sia tradotto correttamente, o dalla propria libreria e dai dizionari tecnici, a cui attingere a piene mani per sincerarsi della corretta corrispondenza della traduzione quando sia disponibile un preciso corrispettivo italiano (e non è sempre così). Poiché la massima parte della letteratura specialistica viene tradotta dalla lingua inglese, non è raro imbattersi in termini assolutamente intraducibili, che non siano mai stati tradotti prima o che la stessa letteratura specialistica italiana abbia preso in prestito e abbia lasciato come nell’originale. In tali occorrenze, preferisco specificare con una Nota del Traduttore lo svolgimento italiano della traduzione, spesso indicante una entità metaforica, indicando che lo specifico settore specialistico cui il termine appartiene usa la stessa denominazione inglese. Lungi dall’essere stato esaustivo, consiglio, quando vi sia il tempo disponibile, di studiare brevemente un documento italiano il cui argomento riguardi lo stesso campo terminologico della traduzione da effettuare: ci si accorgerà, durante lo svolgimento, di quanto sia più facile riconoscere le diverse unità semantiche e comprenderne più appieno il senso.

In conclusione, ritengo, con modestissimo parere, che non si possa tradurre un testo medico, specie se con alto grado di specializzazione, senza avere ben chiaro l’argomento di cui si sta parlando, ciò per garantire non solo immediata correttezza terminologica ma anche corrispondenza scientifica. Ripeto, non sempre si ha successo con termini estremamente settoriali; è importante saper colloquiare con il proprio Cliente, sia esso una Agenzia o un Committente di altro tipo, per discutere con il Revisore scientifico o con lo Specialista Curatore, i quali hanno la massima facoltà di intervento sul testo tradotto e sono certamente in grado di dirimere le questioni terminologiche più complesse; esse, in alcuni casi, riescono ad essere gestite con successo solo dagli addetti iperspecializzati che provengono dal campo specifico di pertinenza del testo. Tali indicazioni di massima, che sono le stesse che io metto in atto, servono a garantire l’esecuzione di una traduzione fluida, scientificamente corretta, terminologicamente rispondente e conferiscono un profilo linguistico alto e pertinente.

Autore dell’articolo:
Stefano Sprecacenere
Studente della Facoltà di Medicina & Chirurgia “G. D’Annunzio”, Chieti Scalo
Traduttore Medico-Scientifico

Teorie traduttive: possibili applicazioni (3)

 Categoria: Traduzione letteraria

Come in un circolo ermeneutico di ipotesi e verifica, ritorniamo dunque alla tesi che la traduzione non è mai solo un processo linguistico e che è fondamentale considerare l’impatto del fattore storico. E’ impossibile una percezione del testo avulsa dallo ‘sfondo’ extratestuale, come sostiene Lotman. I due testi, perciò, non sono due versioni della stessa storia nella stessa ‘Storia’, ma due narrazioni che rispondono alla realtà storica dei loro rispettivi tempi. La riscrittura di Joan Anim-Addo come atto traduttivo si colloca all’interno di un preciso panorama storico, extra-testuale in cui la necessità della Storia è inevitabile e la volontà di appropriarsene con nuovi mezzi adatti a contenuti da rivisitare è imprescindibile dal testo. In questo modo si attua la
ri-enunciazione specifica di un soggetto storico, interazione di due poetiche. Secondo Meschonnic il decentramento è alla base del rapporto interpoetico, è un atto trans-linguistico in uno spazio trans-narcisistico, che rappresenta la vera poetica della traduzione tutte le volte in cui ‘trans-’ riesce a essere inteso come superamento di una anacronistica opposizione. Il genere di decentramento prodotto dalla scrittrice caraibica non solo opera una riscrittura a livello ideologico, manipolazione dell’opera letteraria inglese come la intende Lefevere, né si limita ad una traduzione intersemiotica dal testo al teatro, ma converte anche il soggetto della narrazione cambiando il punto di vista, trasformandolo in femminile e postcoloniale, attraverso cui può far veicolare il ‘suo’ messaggio: il coraggio di Imoinda e la rimemorazione come simbolo della sopravvivenza.

L’Imoinda personaggio e opera lirica di Anim-Addo ci appare dunque distante dall’Oroonoko, personaggio e romanzo, di Aphra Behn. Questo perché, come argomenta O. Paz, non esiste un rapporto di identità tra testo originale e traduzione, ma piuttosto un confronto polisemico, culturale basato sull’aspetto intertestuale.

Nella sua natura plurima, l’intertestualità in quanto modalità di una cultura che si rapporta a un’altra cultura attraverso il medium della letteratura, del testo e quindi del linguaggio, è anche traduzione intersemiotica. Nell’ambito della comunicazione umana, già la lettura è un processo traduttivo intersemiotico. In particolare, Vygotskij afferma che si tratta di un processo di ‘volatilizzazione’ del pensiero, un passaggio dal linguaggio verbale del testo scritto al linguaggio mentale, non verbale, interno in cui sarà codificato il metatesto. Dalla decodificazione alla ricodificazione in un codice diverso. E viceversa la scrittura, procedendo dal materiale mentale a quello scritto, riconfigura la dinamica intersemiotica in senso opposto. In entrambi i casi è coinvolto il fattore personale e soggettivo ma anche quello culturospecifico e risulta dunque inevitabile, come sostiene Lefevere, che si verifichi una perdita e ci siano dei residui.

Durante la ‘sua’ ricodifica del proto testo Oroonoko, il metatesto Imoinda subisce delle perdite rispetto al primo testo, alcune delle quali non inevitabili, perché impossibili da gestire come quelle coinvolte nei processi mentali, ma fortemente volute, attuate come vere e proprie strategie di riconfigurazione della riscrittura.

La ‘perdita’ inoltre, nel testo di Anim-Addo, ha un valore molto più profondo e non solo esclusivamente semiotico. Il titolo per esteso dell’opera ci dice che Imoinda è ‘colei che perderà il suo nome’, colei grazie alla quale l’individualità sarà messa da parte e farà spazio alla collettività, quella africana caraibica, e al suo valore simbolico di popolo, disperso, che sceglie la vita convincendo e aiutando la donna a dare alla luce la sua bambina, simbolo della speranza e della sopravvivenza in risposta all’orrore collettivo della schiavitù e al trauma personale dello stupro. L’importanza, il coraggio, la bellezza, nella tragedia, del perdere/conservare il proprio nome è descritta dalla sublime affermazione di O. Paz: “Perdere il nostro nome è come perdere la nostra ombra; essere solo il nostro nome significa ridurci a essere un’ombra”. E’ un atto necessario, ai limiti della possibilità, impossibile e necessario proprio come la traduzione, dopo Babele, di Derrida.

Anche il discorso di Derrida si sposa con la riflessione sul ‘perdere il nome’. I semiti nella città di Babele intraprendono il loro progetto multiplo di ‘farsi un nome’, fondare una lingua universale e un’unica discendenza, il tutto metaforicamente riprodotto dalla costruzione della famosa torre. Questo progetto implica violenza coloniale, il volersi imporre e la sfida al divino in una costruzione che mira vertiginosamente all’Alto. Dio interviene rompendo il progetto, decostruendo la torre: fa perdere ai semiti il loro nome, il loro dominio coloniale ma anche la trasparenza razionale dando vita alla molteplicità delle lingue. In questo nuovo stato di cose la traduzione diviene necessaria e impossibile: Babele impone/proibisce la traduzione, mostra/sottrae il limite.

Derrida rappresenta, col suo punto di vista postmoderno contro il logocentrismo, la lotta postcoloniale in ambito letterario. Nella visione postcoloniale come in quella derridiana l’incompiutezza, la disseminazione babelica e l’espansione, la diversificazione del senso pentacostale sono dei valori da riconoscere e con cui identificarsi. Sempre Derrida, attraverso la riflessione sull’ ‘indicibile’, il sacro che la traduzione non tocca ma che vorrebbe profanare, richiama il concetto di non-detto legato all’inconscio, riferito a un testo e/o all’esperienza delle popolazioni che hanno subito la traumatica condanna alla schiavitù e alla diaspora forzata.
Questo non-detto è perturbante, è ‘heimlich’ che diviene ‘unheimlich’ in senso freudiano, cioè rimosso, tenuto sotto silenzio, nascosto poiché difficile da dire, che viene riportato alla luce con l’atto della rimemorazione per mezzo della narrazione.

La tensione della traduzione verso l’indicibile è la tensione del testo di Joan Anim-Addo verso un duplice indicibile: personale e culturale che deriva dall’orrore e dal trauma che, anche se impossibile da recuperare interamente, necessita la sublimazione attraverso la parola; linguistico e letterario poiché tenta di dire ciò che in Oroonoko, testo di partenza, era rimasto ‘silenzioso’e nascosto ma che, anche nel testo di arrivo Imoinda, non riesce a venire pienamente alla luce. Ritorna la perdita.

La traduzione come esperienza dell’ermeneutica è un’idea condivisa da molti studiosi che hanno sviluppato discorsi sulle teorie della traduzione in modo così prolifico tanto da rappresentare una delle due prospettive più importanti di approccio a essa in epoca postmoderna. L’altra prospettiva è quella cosiddetta decostruzionista che intende la traduzione come riscrittura e come modalità della (de)costruzione dell’identità nel segno della differenza.

Il percorso che in questo articolo mette in relazione i due testi considerati è un’esemplificazione di entrambe le prospettive, dell’ermeneutica e della differenza e della necessità di fare della traduzione un sinonimo di mediazione culturale che trascende la mimesi mentre esprime la sua forza creatrice.

Autore dell’articolo:
Alessandra Di Lorenzo
Dott.ssa in Letterature e Culture Comparate – Università di Napoli L’Orientale
Catanzaro

Teorie traduttive: possibili applicazioni (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

Il realismo con cui viene raccontata la violenza, la disumanità della schiavitù è un attacco contro il colonialismo e la brutalità che genera. Behn si espone in prima persona poiché beneficia della ‘lontananza’ geografica del suo punto di vista critico rispetto alla questione trattata. E’ una scrittrice, donna, inglese del XVIII secolo. Difficilmente avrebbe potuto esporsi di più. Per questo la sua non è un’accusa contro la schiavitù come istituzione ma una condanna contro chi la governa con bestialità. E’ un’opposizione non un’infrazione. Tant’è che l’unico genere di donna che Behn riesce a pensare al fianco del principe è si molto bella ma passiva, ‘silenziosa’ e l’unica fine adatta alla tragedia della sua vita è la sua morte, l’unica via d’uscita per innalzare questo eroe alla gloria e liberarlo dello squallore a cui era stato ridotto. Quando il principe eroe comprende che non riuscirà a riconquistare la sua libertà e quella della sua amata, decide di uccidere sia lei che il figlio che porta in grembo, frutto della violenza subita da uno schiavista. Imoinda si sottometterà al volere del suo sposo e accetterà quella morte che qualcun altro ha scelto per lei invece della sopravvivenza.

La tragedia di Imoinda, non di Oroonoko, viene trasformata in celebrazione della vita e della libertà dall’autrice post-coloniale Joan Anim-Addo che restituisce la voce alla donna, alle donne, all’intera comunità africana caraibica che per troppo tempo è stata tenuta sotto silenzio. I silenzi a cui Behn non dà voce, quelli di Imoinda, sono troppo pesanti e vengono riscritti, tradotti in parole, voce, canto in una nuova opera Imoinda, or She who will lose her name. La traduzione di Anim-Addo fa parte di quel genere di letteratura che si fa fonte di revisionismo storiografico attraverso il testo, la sua riscrittura e l’intendersi come intertesto.

La traduzione di Anim-Addo si basa sull’intertestualità come modalità della riscrittura e sulla riscrittura come traduzione intersemiotica o intercodice. L’autrice infatti traduce il romanzo in un’opera lirica: Anim-Addo utilizza il genere della tradizione italiana del bel canto. Questa scelta è soprattutto dettata dalle immense possibilità che esso offre alla musica, al canto e al coro, quindi alla dimensione collettiva, orale e all’elemento tribale della cultura caraibica, cultura ad oralità primaria che privilegia la parola parlata, evento sonoro che ricrea la situazione dell’interagire tra essere umani. La dimensione musicale inoltre permette la ripetizione, fondamentale per le culture precarie dell’oralità che devono continuare a dirsi, a parlare, a esistere.

Questo processo di traduzione intersemiotica implica, come stiamo osservando, una messa in gioco di valori, anzi di un’intera cultura, della sua storia, con il suo passato e il suo presente e una proiezione nel futuro espressa in quella speranza finale che nasce con una bambina che viene al mondo. Il passaggio, nell’atto del tradurre, è quello da un mondo a un altro in cui è impossibile non tener conto di quei fattori extra-testuali, storici e sociali, che fanno parte della ‘carne dell’opera letteraria’ come la definisce Lotman.
Si verifica dunque un processo di traduzione come trasformazione sulla base delle due dinamiche dell’adattamento e dell’attualizzazione che vengono così definite da Osimo nel suo glossario per il traduttore: “L’adattamento: (…) è un processo di trasformazione in cui si tiene conto del prototesto soltanto come idea generale, ma la trasposizione si adatta alla cultura ricevente e l’attualizzazione: (…) è una strategia traduttiva che riguarda il cronotopo temporale: è la modifica di un (meta)testo, consistente nell’eliminare riferimenti ai tempi storici del proto testo, sostituendoli con riferimenti storici attuali della cultura ricevente”.

L’adattamento è quindi una forma di riscrittura. E’ indubbio che ci sia una sopravvivenza del tema o del topos da cui parte la trasposizione; la sua forma però, il suo senso, sono stati riconfigurati. Nei due testi a confronto, quello di Behn e quello di Anim-Addo, c’è la riproduzione di un tema di fondo che è quello della schiavitù e dell’esperienza tragica che essa comporta. Cambia però il modo di argomentarlo, la forma in cui presentarlo, il punto di vista in cui riprodurlo e tutto ciò che quest’ultimo fattore culturale comporta.

Intertestualità e traduzione intersemiotica, dunque, sono due concetti profondamente legati, che si muovono nell’ampio spazio della letteratura e dell’arte in generale, su cui hanno riflettuto gli studiosi e i ricercatori moderni nell’ambito delle teorie della traduzione. Per citarne alcuni potremmo iniziare da Torop, allievo e seguace della scuola di Lotman, che sostiene che “anche un rimando intertestuale sia un atto traduttivo” e che il testo nasce in uno spazio intertestuale e questo spazio è il luogo della letteratura. Lotman, a sua volta, attraverso il concetto di ‘semiosfera’ spiega come funziona l’intertestualità. La semiosfera di Lotman (universo della significazione) è per analogia associabile alla biosfera (universo della vita). Anche la semiosfera come la biosfera è un insieme di sistemi in continua ‘interazione’ tra loro tanto che tutti i testi possono essere considerati intertesti che conservano in sé tracce della memoria culturale collettiva.

L’intersezione delle culture, quindi l’intertestualità, la traduzione, sono i luoghi della/e cultura/e, i territori fluidi, interstiziali, intermedi e ec-centrici in cui esse realizzano la loro sopravvivenza e il rinnovamento. E a questo proposito, non è un caso che l’atto traduttivo in quanto processo ermeneutico possa essere descritto come l’area tra i due poli di un’ellissi – testo di partenza e testo d’arrivo – che si configura come spazio mediano (mediatore).

Ritornando a Lotman e alla sua semiosfera, essa può essere utile anche per comprendere la dinamica proprio/altrui insita nel rapporto tra le due opere qui analizzate.

La relazione dell’individuo con ‘l’altrui’ può assumere due forme: “inserire l’altrui nel proprio” o “appropriarsi dell’altrui”. Nel primo caso si opera un riconoscimento degli elementi estranei per ciò che sono e si ha consapevolezza delle differenze culturali; nel secondo invece si adatta l’estraneo secondo la logica del ‘come se’ che evita il confronto con la diversità. La stessa dinamica è presente a livello testuale e il rapporto con l’estraneo varia a seconda delle condizioni linguistiche e culturali in cui il sistema testo nasce.
Lo studioso della scuola di Tel-Aviv Itamar Even-Zohar ha constatato che la letteratura tradotta, nei contesti in cui il polisistema letterario è ancora giovane o periferico (il caso del contesto caraibico), è un mezzo per trarre benefici dall’esperienza di altre letterature che, pur rimanendo un modello da imitare, sono soprattutto delle fonti da cui partire per produrre nuovi discorsi alternativi. In questo senso, la letteratura tradotta viene considerata un sistema letterario a statuto speciale di cui è illuminante esplorare la posizione all’interno del polisistema letterario. Quando come nel caso delle letterature postcoloniali il polisistema è in fase di formazione, la letteratura tradotta è attività primaria, essa diviene parte del processo di innovazione del codice letterario e la traduzione è un mezzo per elaborare nuovi modelli. Tale condizione si riscontra nella relazione che esiste tra Oroonoko, testo facente parte del polisistema letterario inglese e Imoinda, testo tradotto della letteratura caraibica che si serve del mezzo traduttivo per arricchire e sviluppare il proprio polisistema ancora giovane. Anche in questo caso, l’evoluzione che viene prodotta non è solo un fatto linguistico e letterario ma anche sociale e, in un senso più vasto e onnicomprensivo, culturale.

La terza e ultima parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Alessandra Di Lorenzo
Dott.ssa in Letterature e Culture Comparate – Università di Napoli L’Orientale
Catanzaro

Teorie traduttive: possibili applicazioni

 Categoria: Traduzione letteraria

Ogni testo è unico e, nel contempo, è la traduzione di un altro testo.

La citazione da Octavio Paz contiene il senso dell’unicità e della pluralità, ‘nel contempo’, dei testi e ciò implica l’idea di trasformazione letteraria che è il processo insito nella traduzione.
Quest’articolo ha come intento quello di considerare i testi nella loro unicità e ‘originalità’ ma anche nel loro rapporto, intertestuale, con altri testi, stabilito da un ponte, l’atto del tradurre, inteso come transito ma anche come accoglienza mai sterile e innovazione. La traduzione come mediazione culturale, come qui la si vuole intendere, implica un confronto tra culture e sebbene ogni cultura/civiltà sia un mondo a sé, la pluralità delle lingue e la singolarità delle opere non significano eterogeneità in senso assoluto. Esse si stagliano all’interno di un tessuto di relazioni tra lingue-testi che sono separazioni e unioni, contraddizioni e corrispondenze. L’opera letteraria dunque stabilisce relazioni e in quanto ‘testo’, nella sua etimologia ‘textum’ da ‘texo’, tessuto, intrecciato, si interseca e mescola con altri testi.

Le due opere letterarie a confronto da me scelte e individuate come utili a rappresentare la validità delle moderne teorie sulla traduzione, appartengono a due panorami storici diversi e lontani: Oroonoko, or the History of the Royal Slave (1688) della scrittrice inglese Aphra Behn e Imoinda, or She who will lose her name (2000) della scrittrice africana caraibica Joan Anim-Addo. Entrambe appartengono al contesto anglofono, Behn nell’ottica del ‘centro’, della ‘madrepatria’ nel periodo della colonizzazione, Anim-Addo nella prospettiva del ‘margine’, della (post)colonia creola-inglese nel periodo della decolonizzazione che, a partire dagli anni ’50 del secolo scorso, si è progressivamente diffusa in tutte le zone caraibiche e in generale in tutte le attuali ex-colonie sviluppandosi come movimento politico ma anche e soprattutto come risposta culturale-letteraria.

Anim-Addo appartiene a quel genere di letteratura postcoloniale che lavora per il riposizionamento del canone e che utilizza l’intertestualità come modalità della riscrittura. Imoinda è pensata in quanto riscrittura di Oroonoko. Riscrittura che in questo lavoro si lega al concetto di traduzione così come viene concepito da A. Lefevere. Dunque traduzione come riscrittura, come forma di manipolazione testuale, della ‘fama letteraria’, vale a dire, dell’immagine di una data opera letteraria.

Tutte le forme di riscrittura sono influenzate dalle ideologie e dalle poetiche della società in cui prendono forma ed “è naturale che esse alterino la letteratura perché questa svolga una particolare funzione sociale”. Nel suo risvolto positivo e produttivo la riscrittura e la traduzione contribuiscono all’accoglienza di nuovi generi e temi producendo un’evoluzione del sistema letterario e sociale. La riscrittura dunque è il motore dell’evoluzione letteraria.

Il suo legame con l’ideologia fa della stessa uno strumento potente, anche di riscatto. Per cui, la logica della riscrittura che rifiuta l’etnocentrismo, applicata al contesto postcoloniale, diviene progetto che intende “riplasmare nella cultura d’arrivo l’immagine di un’opera letteraria o persino di una società”. I ri-scrittori sono quindi creatori di nuove immagini e hanno come obiettivo la ‘trasformazione’ dell’originale, la sua manipolazione e il successivo adattamento all’ideologia del proprio tempo. Questa è esattamente la dinamica che spiega la relazione tra testo-riscrittura che si sviluppa tra le opere in questione.
Joan Anim-Addo, infatti, si rifà all’opera letteraria di Aphra Behn e la riscrive, la manipola producendo un’immagine nuova, specchio della sua cultura, che esiste parallelamente ad una specifica realtà storica. La manipolazione, la trasformazione sono qui necessarie per dar voce a quegli spazi vuoti lasciati dal racconto di Behn, realistico ma ‘ad una sola voce’, che il testo postcoloniale non può far a meno di rendere ‘polifonico’ e multiplo.

Per capire a fondo tutti i significati espliciti e impliciti del testo d’arrivo, è necessario procedere un po’ come procede il traduttore, accostandosi al testo di partenza prima come lettore, poi come interprete, poi ancora come autore e infine come traduttore, secondo i passaggi del circolo ermeneutico. Il circolo ermeneutico prevede un confronto, un’interazione tra testo e lettore da cui nasce un sistema di interpretazioni, un atto critico. L’approccio del lettore parte dalla lettura del testo e della riflessione sulle parti coinvolte: l’autore empirico che è quello reale, in carne e ossa; l’autore modello che è l‘immagine che l’autore empirico si dà, che può essere in alcuni casi il narratore; il lettore modello, che è il destinatario ‘tipo’ a cui è destinato e per cui è pensato il testo e il lettore empirico, quello in carne e ossa che lo legge. In ogni momento il lettore empirico fa delle ipotesi interpretative, poi confermate o smentite dal testo stesso, sulla base delle quali opera delle scelte interpretative. E’ dunque un circolo interpretativo.

La lettura comunque necessita di un supporto, dato dalle informazioni paratestuali sul testo e sull’autore. Dal metatesto (inteso come apparato di testi che accompagnano il prototesto) ricaviamo che Oroonoko di Behn è il frutto di un soggiorno in Suriname della scrittrice e del suo contatto con i personaggi maschili del luogo che suscitarono in lei una forte attrazione ma anche una grande diffidenza. La narrazione dunque nasce da un’esperienza reale e per tale motivo in molti passaggi è realistica. Resta pur sempre una storia romanzata, ambientata nelle West Indies, i Caraibi, che racconta la vita di un principe africano, tratto in schiavitù con l’inganno e deportato in una piantagione. Oroonoko possiede caratteristiche fisiche e morali tipicamente occidentali, incarna il modello del guerriero romano. C’è dunque nel testo la presenza dell’elemento esotico e il suo adattamento ai canoni morali ed estetici occidentali, un’appropriazione, ‘un’annessione’ dell’elemento estraneo africano ai valori della cultura inglese, il simbolo, la proiezione della concezione del primato europeo, logocentrico e colonialista. Ho utilizzato volutamente il termine ‘annessione’ collegandomi alla definizione di Meschonnic che la intende come annullamento del rapporto testuale fra due testi in due lingue culture, l’illusione del naturale, il come-se, a prescindere dalle differenze di cultura, di epoca, di struttura linguistica. Mi è sembrato possibile poter adattare una riflessione utilizzata per spiegare il rapporto interlinguistico-culturale tra un testo e la sua traduzione trasponendola sul piano del rapporto tra realtà osservata e concezione della realtà resa in un testo, anche a conferma del fatto che un testo, in quanto fatto linguistico, riproduce una visione del mondo.

Domani sarà pubblicata la seconda parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Alessandra Di Lorenzo
Dott.ssa in Letterature e Culture Comparate – Università di Napoli L’Orientale
Catanzaro

Traduzione e censura (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Altro campo in cui la censura nella traduzione è intervenuta, sempre nel caso di Detective Conan (ma non solo), è il mascheramento della cultura d’origine: in Giappone, terra da cui l’anime in questione proviene, la valuta corrente sono gli “yen”, non i “dollari”. Un bambino o un ragazzo che apprenda una falsa informazione come questa potrebbe crescere pensando che il Giappone non abbia una moneta propria, stravolgendo così ancora una volta la realtà dei fatti.

Altro campo in cui la censura è intervenuta, ancor più fortemente che in precedenza, sono i temi che riguardano il sociale: in particolare, nel caso sopracitato, la traduzione incoerente a livello linguistico, iconico e concettuale (per cui completamente errata) di “droga” con “microfilm” e il travestimento da donna da parte di un uomo. La censura ha operato su questi elementi perché toccano due tematiche sociali importanti da cui i bambini dovrebbero essere “protetti” secondo le direttive del MOIGE: le droghe e, presumibilmente, il travestitismo (non si capirebbe altrimenti perché censurare un uomo vestito da donna), elemento chiaramente legato alla sessualità. Nascondere ai bambini e ai ragazzi elementi come questi, operando una traduzione tanto censurata (linguistica nel primo caso e concettuale nel secondo), li porta inevitabilmente a una futura ignoranza o incomprensione di queste tematiche, e potrebbe portare a siparietti d’ironia pirandelliana (cioè che fanno ridere all’impatto, ma che portano in seguito a una profonda riflessione), quali l’inorridimento in un negozio di articolo fotografico a sentir parlare dell’acquisto di un microfilm o la confusione sull’identità sessuale dei protagonisti di A qualcuno piace caldo nella famosa scena in cui Joe e Jerry decidono di travestirsi da donne per infiltrarsi nell’orchestra femminile, sfuggendo così temporaneamente ai sicari della mafia che li inseguono. In questi casi dallo stravolgimento si passa addirittura alla negazione palese della realtà dei fatti.
L’applicazione della censura e la sua eliminazione sono tutt’ora soggette ad oscillazioni, come ancora riporta la pagina di Wikipedia:

Con il secondo blocco di episodi (dall’episodio 131 della numerazione italiana, 124 della numerazione originale, trasmesso il 12 gennaio 2004), si cercò di ricalcare meglio la versione originale; vi sono meno tagli e censure di scene con cadaveri e non si utilizzano più i metodi del bianco e nero e del mantenimento di metà dell’immagine precedente, ma in alcuni casi fu utilizzata la tecnica del fermo immagine o dello zoom. Il secondo blocco, rispetto agli altri, si caratterizza per la presenza di molte meno censure audio, in quanto si possono sentire spesso parole come “morto” e “uccidere”. Nella trasmissione della sesta stagione italiana della serie (dall’episodio 335 della numerazione italiana, 310 della numerazione originale, trasmesso il 20 giugno 2007) la situazione dell’adattamento mutò nuovamente: le censure a partire da questo blocco concernettero l’offuscamento di cadaveri ed alcune scene ritenute troppo violente o in cui sussistette la presenza di sangue, per esempio con la colorazione delle zone sporche di sangue, anche se si può ancora vedere il fermo-immagine. Anche l’audio ricevette un trattamento differente; tuttavia, sebbene tutt’oggi nel doppiaggio siano presenti anche parole come “morte”, “uccidere”, “assassinare”, “droga”, “omicidio”, “suicidio” o “sangue”, non poche frasi o scene necessarie per il proseguimento della trama continuano ad essere adattate erroneamente o in maniera approssimativa (cfr. “deceduto”, “scomparire”, “togliersi la vita”, “farla finita”, “eliminare”, “fare fuori”, “togliere di mezzo”, “tracce ematiche”). Dall’ottava stagione italiana (dall’episodio 439 della numerazione italiana, 404 della numerazione originale, trasmesso il 16 settembre 2009) scompaiono i fermi-immagine, anche se rimangono molte censure audio. Si ritrovano, però, tagli e forti censure video nell’episodio Una morte inattesa (552 della numerazione italiana, 504 della numerazione originale), volte per lo più ad eliminare le inquadrature di un personaggio morente ed insanguinato.”.

Nel caso appena trattato, quello dei manga e soprattutto degli anime, al posto di censurarli si potrebbe adottare una loro classificazione simile, se non identica, a quella originaria, trasmettendo gli anime in fasce orarie adeguate al pubblico di destinazione e applicando anche ai manga la classificazione PEGI. In tal modo i traduttori sarebbero liberi di rendere nella lingua d’arrivo il messaggio comunicato dall’autore (che nel caso degli anime, tratti spesso dai manga, si definisce per l’appunto “mangaka”) in modo coerente e corretto.

Concludendo, la censura in generale è un chiaro ostacolo alla traduzione in più di un caso, e qualunque traduttore che abbia un minimo di senso morale e di rispetto per l’autore originario di un testo, oltre che per i suoi destinatari, dovrebbe riportarne il pensiero senza timore di incorrere in censure di qualsivoglia tipo.

Autore dell’articolo:
Mauro Sorrentino
Dottore in Mediazione Linguistica
Palermo

Traduzione e censura

 Categoria: Problematiche della traduzione

Sappiamo bene che qualunque testo è il prodotto di un autore o di una collaborazione di più autori. Ogni autore, tramite il testo, intende comunicare un messaggio esprimendo il suo libero pensiero, utilizzando come tramite, il più delle volte, la sua lingua madre. Dal momento che esistono attualmente circa 6700 lingue, l’importanza del lavoro dei traduttori perché il messaggio passi correttamente da una lingua all’altra è ben evidente. Bisogna spesso fare i conti, però, con due entità che si scontrano spesso in questo passaggio: il libero pensiero dell’autore stesso, veicolato dal testo, e il problema della censura del paese della lingua d’arrivo. Ogni traduttore è tenuto a scegliere da che parte stare, facendo affidamento sulla propria etica di lavoro personale.
In tale contesto, bisogna però notare come la censura sia di ostacolo non solo alla piena espressione dei contenuti che l’autore del testo vuole esprimere, ma anche alla traduzione stessa.
Uno degli esempi che si possono riportare a tal proposito è la traduzione italiana dei dialoghi dell’anime Detective Conan, tratta dal manga omonimo di Gōshō Aoyama. Riportando le corrispondenti informazioni dalla pagina di Wikipedia:

I primi 123 episodi importati e trasmessi (130 per la numerazione italiana) ebbero modifiche sostanziali, con numerose omissioni o tagli: tra le altre cose, i termini “uccidere”, “cadavere” e “sangue” vennero doppiati come “eliminare”, “corpo” e “liquido corporeo” e la droga non venne mai nominata. Inoltre, solo in questi episodi, venivano eliminati anche alcuni riferimenti al Giappone, per esempio chiamando i soldi “dollari” invece che “yen” (cosa che avviene anche in un episodio della seconda stagione italiana). Nelle scene che inquadrano cadaveri si applicarono censure come lo zoom su una parte della scena, il bianco e nero o il mantenimento dell’immagine della scena precedente su metà dello schermo. L’episodio 12 della numerazione italiana (seconda parte dell’11 della numerazione originale) ha visto la censura del travestimento da donna da parte di un uomo (diventato nella versione italiana semplicemente una donna) e della droga (sostituita con “microfilm” creando, così, un’incongruenza con la polvere bianca vista prima.)”.

Le censure sono state effettuate perché in Italia gli anime sono spesso confusi per cartoni animati, destinati ai bambini (con chiare eccezioni come I Simpson, I Griffin e Futurama, ma anche South Park, perché inquadrati già nella creazione come politicamente scorretti – e come tali vanno accettati), e il MOIGE (Movimento Italiano Genitori) li ritiene passibili per questo di modifiche e tagli ad elementi che potrebbero urtare la sensibilità dei minorenni. Gli anime e manga giapponesi originali sono invece classificati per fasce di età, e Detective Conan in particolare è classificato come Shōnen (termine che in giapponese letteralmente significa “ragazzo”), ossia per un pubblico dai dieci anni alla maggiore età. La censura italiana come quella sopracitata ha quindi l’obiettivo di “proteggere” la sensibilità infantile appartenente a questa fascia di età, nascondendo però al tempo stesso la realtà dei fatti: ciò si ripercuote e si avverte sul piano della traduzione dei dialoghi, così come in quello visivo e in quello concettuale. Si pensa ad esempio che i bambini dai dieci anni in su potrebbero essere turbati mentalmente dalla visione del sangue o anche dalla sua semplice menzione, ma capita che giocando o a causa di incidenti domestici si feriscano e lo vedano dal vivo, quindi perché censurarlo? Non solo così si “copre” un elemento del tutto naturale, ma tradurre “sangue” con “liquido corporeo”, inoltre, porta a supporre che il sangue sia l’unico liquido corporeo, quando non è così dal momento che esistono anche, per dirne solo altri due, il sudore e l’urina. Questo è il primo esempio di come la traduzione censurata abbia stravolto la realtà dei fatti.

Anche tradurre “cadavere” con “corpo” ha dato origine ad una differenza di significato: “cadavere” fornisce in maniera decisiva l’idea di un “corpo” chiaramente morto, ed è quindi un termine più preciso, soprattutto in ambito medico-legale, di quest’ultimo (se si scopre un “corpo” in un casolare abbandonato, c’è la speranza di imbattersi in un essere umano debolissimo ma ancora vivo; se vi si trova un “cadavere”, questa possibilità non sussiste più). Quel che può mettere in dubbio lo spettatore di una certa fascia di età è, piuttosto, la sfumatura “edulcorata” del termine “corpo” rispetto a “cadavere”: il secondo ha una connotazione più macabra e decisiva del primo, certo, ma in un qualsiasi film, libro, fumetto, manga o anime giallo, genere cui Detective Conan appartiene, non ci si può del resto aspettare un’atmosfera diversa. Vale lo stesso discorso nel confronto tra i termini “eliminare” e “uccidere”: la sfumatura di significato del secondo termine è più macabra, precisa e forte di quella del primo, ma proprio perché in quanto tale nei contesti corretti si dovrebbe avere la libera e piena possibilità di utilizzarla.

La seconda parte di questo interessante articolo su traduzione e censura sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Mauro Sorrentino
Dottore in Mediazione Linguistica
Palermo

Le lingue oltre i confini (2)

 Categoria: Le lingue

Primo anno del mio percorso di studi, una classe parecchio vivace e tanta ma tanta voglia di sapere cosa ci avrebbe riservato il futuro, finché esso stesso “bussò” alla porta in veste di preside che ci chiese di fare silenzio, un rappresentante di Intercultura ci avrebbe descritto cosa significasse fare un anno di studio all’estero. Io cosa feci? Presi appunti e mi portai via tutti i dépliant. Con le “farfalle nello stomaco” li lessi in treno mentre ritornavo a casa; volevo prendere una borsa di studio per imparare il tedesco, era deciso! Bisognava solo convincere i miei genitori. Grazie al mio impegno ci riuscì e questo anno di studi mi sconvolse la vita regalandomi nuovi occhi con cui esplorare il mondo.
I ritmi erano serrati, tra le lezioni di tedesco e tutte le materie che facevano parte del secondo anno delle superiori, ma un giorno il professore di matematica prese l’influenza e avevo un’ora di buca, “bene”, dissi io, “finalmente un po’ di riposo…”. Macché!! Ero minorenne non potevo girare per la scuola senza meta alcuna così il preside mi fece entrare in una classe che non era la mia, ma che per un’ora avrei potuto presenziare senza impegno alcuno.
Era la classe di francese e caspita che fortuna era giorno di compito in classe… così la professoressa invitò a fare il compito pure a me, con molta felicità apparente, ovviamente mi sedetti e iniziai.
Era un testo a cui seguivano risposte a crocette, io ci provai, grazie allo spagnolo e all’italiano le azzeccai tutte e senza rendermene conto mi lasciai convincere e il francese divenne la mia quinta lingua.

Bonjour, bonsoir ed ecco che gli anni passano, concludo le superiori ritornata in Italia e inizio a lavorare come commerciale estero. Lettere di corrispondenza, telefonate e viaggi, vendite e acquisti nei posti più sparati del mondo. Arrivavo in ufficio con una adrenalina che mi rendeva entusiasta del mio operato in qualsiasi parte del mondo finché una lettera con un importante ordine da parte di un cliente di lingua portoghese spense il mio sorriso. Io non parlavo il portoghese lui non parlava nessuna delle lingue che io conoscevo e mi domandavo a cosa serve sapere tante lingue se non azzecchi proprio quella di cui hai bisogno… Ma senza perdermi d’animo, scrissi in italiano un piccolo discorso da dire al telefono e lo tradussi in un portoghese approssimativo che però dette i suoi risultati. Il cliente ebbe la sua risposta, la possibilità di essere capito e seguito nel percorso di acquisto e io fui invitata dall’azienda a fare un corso di portoghese prendendo così tutto il mercato di riferimento.

Ecco la mia storia, il mio percorso formativo con i casi della vita che mi portano qui ed ora a dare il mio contributo per continuare ad essere la colla tra tante culture facendo in modo che sempre meno fronti si arriccino perché le parole non vogliono uscire… le lingue oltre i confini.

Autore dell’articolo:
Marina Lorena Trotta
Traduttrice freelance EN-DE-FR-PT>ES-IT (bilingue)