Alla ricerca dell’interprete ritrovato

 Categoria: Attività legate alla traduzione

Dalle documentazioni emerge che le primissime forme di interpretazione fossero di natura episodica, tale attività è stata svolta a lungo in contesti prevalentemente dialogici, in cui l’interprete traduceva da e verso la lingua straniera con un ritmo probabilmente cadenzato sulla singola frase. Questa forma di interpretazione orale è più antica dell’interpretazione di conferenza, che definirà modi e strumenti di lavoro nel XX secolo. Fino ad allora l’interpretazione faccia a faccia veniva utilizzata per una serie di esigenze comunicative. Prima fra tutte c’era l’esigenza di pervenire attraverso la figura di un “sensale”, ad un accordo sul valore di scambio delle merci oggetto di transazione. La mancanza di prestigio sociale di tale attività, ancora priva di riconoscimento istituzionale e di una regolamentazione che la inquadri come professione ne spiega il disinteresse da parte degli studiosi; mente in passato fu materia di spunti e riflessioni da parte di scrittori come Cicerone, Sant’Agostino, Lutero, Goethe, Nietzsche e altri.

Quindi l’interpretazione di comunità condivide le forme più antiche della traduzione orale, differenziandosi per modalità, situazionalità e differenze culturali e linguistiche fra i due interlocutori. In passato l’interprete veniva considerato come il meno selvaggio dei selvaggi, egli si faceva portavoce spesso per sua volontà di un’autorità che impone leggi, regole, modelli sociali e culturali alieni. Come si è giunti da questa considerazione dell’interprete nel passato al suo impiego nei servizi pubblici attuali? L’antesignana nell’offrire servizi di interpretariato in campo sociale fu l’Australia, che oggi ha quasi raggiunto la riconciliazione tra le varie identità linguistiche e culturali all’interno della sua popolazione multietnica.

La necessità di tali servizi fu dovuta in primis all’arrivo degli Inglesi nella seconda metà del XVIII secolo fino alla Seconda Guerra Mondiale. Soprattutto quando tra il XIX e il XX secolo si affermò un forte nazionalismo che prevedeva delle politiche molto severe sull’immigrazione, di conseguenza potevano entrare in Australia solo i bianchi. In più si diffusero atteggiamenti di intolleranza verso qualsiasi comunità che non provenisse da isole britanniche e verso chi non parlasse inglese. In particolare, durante la Seconda Guerra Mondiale gli immigrati tedeschi e italiani divennero bersagli di quelle politiche e di quegli atteggiamenti. Il governo australiano ignorava tali difficoltà linguistiche che riscontravano le comunità anglofone. Si riteneva infatti fosse compito dello straniero superare le barriere individualmente o con l’aiuto di familiari e amici.

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Articolo scritto da:
Rita Grillo
Interprete e traduttrice ES-IT E EN-IT
Rivodutri (Rieti)