Alla ricerca dell’interprete ritrovato (2)

 Categoria: Attività legate alla traduzione

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Nel periodo post bellico si diffuse l’ideologia di assimilare nella società la componente immigrata in modo permanente. Negli anni Sessanta si passò dall’ideologia dell’assimilazione a quella dell’integrazione, e di conseguenza l’attenzione dei singoli stati si incentrò sui servizi di interpretazione e traduzione. Tuttavia, questi embrionali servizi si rivelarono inadeguati e tale problematica venne messa in luce da proteste civili e di rivendicazione dei diritti fondamentali promosse dalle minoranze etniche. Nel 1973, su iniziativa del Dipartimento per l’Immigrazione, nacque il Telephone Interpreter Service, volto a offrire consulenza telefonica gratuita sia ai privati cittadini che alle pubbliche amministrazioni. Nel 1977 venne costituito un organo apposito la National Accreditation Authority for Traslators and Interpreters che regolamentava le pratiche e fissava degli standard professionali.

Successivamente venne pubblicato il Rapporto Galbally nel 1978, che evidenziava la necessità di servizi d’interpretazione specialistici soprattutto nei settori medico e legale. Sulla scia di tale rapporto, negli anni Ottanta, si celebrò le potenzialità di arricchimento insite nel multiculturalismo. Così, negli anni Novanta si è giunti all’introduzione di tariffe per servizi pubblici di traduzione e interpretazione e le agenzie iniziarono a riconsiderare le strategie di reclutamento, in funzione alla deregolamentazione del mercato, per far fronte ai costi e a una concorrenza spietata e in crescita. Negli anni Settanta, in Europa, ci fu l’afflusso di una nuova forza lavoro stanziale proveniente dal Maghreb e dalla Turchia, per cui gli stati europei dovettero riorganizzare lo spazio sociale per garantire la partecipazione delle comunità immigrate alla vita del paese.

A tale scopo sono stati proposti da Sauvê tre modelli principali: il modello tedesco, quello francese e quello inglese. Nel primo modello, seguito anche in Austria e Svizzera, la risposta sarebbe una mancanza di risposta; l’immigrato viene percepito come ospite e il suo soggiorno in un paese ospitante non richiederebbe interventi governativi ed una piena integrazione perché percepito come temporaneo. Il modello francese, di ispirazione anche per Italia, Portogallo e Spagna, rifiuta i trattamenti differenziati in base all’appartenenza etnica e culturale; esso anzi promuove l’integrazione, facilitandone l’accesso grazie al lavoro di associazioni di solidarietà e delle singole strutture pubbliche. Il modello inglese, per cui optarono Svezia e Paesi Bassi negli anni Settanta, pone l’accento sulla difesa del pluralismo culturale e riconoscendo il diritto alle comunità immigrate a disporre di servizi pubblici d’interpretazione finanziati dalle amministrazioni locali.

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Articolo scritto da:
Rita Grillo
Interprete e traduttrice ES-IT E EN-IT
Rivodutri (Rieti)