Un ponte per l’uguaglianza culturale

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Negli anni ’90, l’allenatore di calcio Dennis Wise non si è fatto turbare dall’acquisto di alcuni giocatori stranieri. Avrebbero presto imparato a comunicare, dato che “gli avrebbe imparato un po’ di inglese”. Nel 2016, anche David Cameron ha avuto la stessa idea geniale. In un articolo sul The Times, ha scritto che il 22% delle donne musulmane britanniche parlava poco inglese o non lo parlava affatto e per questo non riusciva a integrarsi e a migliorare la propria situazione economica. Secondo il primo ministro, tutto si sarebbe risolto se queste donne avessero imparato bene l’inglese.

Il solo fatto che un’idea del genere possa essere proposta solennemente da politici importanti dimostra quanto la diversità linguistica sia diventata un rompicapo nelle nostre vaste società postindustriali sempre in espansione e ormai diventate multietniche, multilinguistiche e multiculturali.

La crisi dei migranti iniziata nel 2015 non ha precedenti e illustra in modo doloroso come gli spostamenti di popolazioni su larga scala possano rapidamente creare situazioni sociali in cui le differenze linguistiche diventano punti di rottura. I migranti non parlano la madrelingua del paese in cui arrivano e per questo vengono isolati e guardati con sospetto. Solo la traduzione da una lingua all’altra e da una cultura all’altra può superare queste differenze.

Nelle società in cui ci sono differenze di classe o comunità di sfollati il ruolo della traduzione, stranamente, trova poco spazio nei media. Alcune ricerche hanno studiato il ruolo della traduzione nelle zone di guerra, ma sono riuscite solo a enfatizzare la retorica dell’élite politica e non le difficoltà linguistiche che i civili devono affrontare giorno dopo giorno durante i conflitti. Questo è un fatto allarmante se si pensa a come la lingua rende evidenti gli squilibri di potere all’interno delle società: secondo LinKenan, ad esempio, la traduzione potrebbe dare il via al cambiamento sociale in Cina.

Giustizia sociale
In quest’epoca di globalizzazione inarrestabile, alcuni gruppi di persone sono privati dei diritti civili per motivi di genere, etnia, nazionalità e classe sociale. È utile analizzare il ruolo che la traduzione ha in questo contesto: può contribuire a ridare potere agli emarginati o serve solo a renderli più vulnerabili?

Il teorico della traduzione Lawrence Venuti ha sostenuto con insistenza che le traduzioni fluide spesso perpetuano le disuguaglianze sociopolitiche. Secondo il suo punto di vista, la traduzione non è un’attività innocua che facilita la comunicazione, ma al contrario può consolidare le disuguaglianze rafforzando la supremazia della cultura dominante.

Studi recenti hanno iniziato ad analizzare queste problematiche complesse. La studiosa di traduzione IsraelHephzibah si è concentrata sulle traduzioni in inglese della letteratura tamil prodotte dai dalit, gli “intoccabili” indiani: queste traduzioni destabilizzano inevitabilmente il sistema di caste tradizionale poiché conferiscono credibilità alle opere di un gruppo emarginato. In questi casi la traduzione può diventare un’alleata della giustizia sociale.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Marcus Tomalin e pubblicato il 9 giugno 2016 su The Conversation

Traduzione a cura di:
Ilaria Milan
Traduttrice freelance EN,ES>IT, IT>EN,ES
Venezia