Doppiaggio, lingue e accenti (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

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Non voglio dilungarmi oltre, perché un blog ha i suoi limiti, ma vi propongo un frammento di un articolo di Gloria Uclés, in modo che capiate la complessità della questione e quanto questa problematica venga studiata:

«Nella pratica, quando vengono proposti dei modi di agire rispetto alla presenza di variazione diatopica nel testo di partenza, esistono principalmente due linee di pensiero: una di tendenza non interventistica e un’altra che propone di sostituire le varietà dell’originale con altre che siano equivalenti dal punto di vista funzionale. Nel primo gruppo si colloca Rabadán (1991: 97), che considera inaccettabile che si utilizzino equivalenti funzionali per tradurre la varietà diatopica e afferma che in genere questo problema si risolve mediante l’uso della forma standard della lingua di arrivo, oppure traducendo con le forme standard ed esplicitando che l’espressione dell’enunciato è in dialetto.

Focalizzandosi esclusivamente sulla traduzione audiovisiva, Agost (1999: 129) segnala la difficoltà che in essa rappresenta la presenza dei dialetti e afferma che nelle versioni doppiate in spagnolo è abituale sentire gli indios parlare all’infinito, i neri di Harlem utilizzare vari gerghi, o addirittura capita spesso che i dialetti dell’inglese vengano tradotti in catalano attribuendo a ogni personaggio una variante geografica di questa lingua (Agost, 1999: 63). Tuttavia, successivamente, sulla falsa riga di Rabadán (1991), aggiunge che adottare queste soluzioni solitamente è sconsigliabile: “Molti professionisti della traduzione ritengono che questa non sia la soluzione migliore e sono favorevoli all’idea di attribuire a ogni personaggio dei tratti linguistici particolari per caratterizzarlo, grazie ai quali lo spettatore capisca subito che ci sono delle differenze con gli altri personaggi.” (Agost, 1999: 63).

Rispetto a questa linea di pensiero, altri autori propongono come soluzione alla presenza di varietà dialettali la sostituzione del dialetto della lingua di partenza con un altro dialetto equivalente nella lingua di arrivo. Il concetto di equivalenza non va considerato come una corrispondenza geografica (cosa impossibile, visto che si tratta di due lingue diverse), ma in termini di equifunzionalità: il dialetto della lingua di arrivo deve assolvere le stesse funzioni dell’originale (Catford, 1965: 87). A questa importanza della funzione del dialetto contribuisce anche Pym (2000), che ritiene fondamentale individuare, prima di tutto, quale sia la funzione assolta dalla variazione diatopica in un testo e, una volta analizzata la stessa, Pym conclude che i traduttori devono cercare in ogni modo di riprodurre nel testo di arrivo l’effetto che il dialetto produceva nel testo originale.

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Fonte: Articolo pubblicato il 16 agosto 2018 sul blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Antonella Leoci
Neolaureata in Specialized Translation
Terlizzi (BA)