La Valle d’Aosta e il patois

 Categoria: Le lingue

La regione Valle d’Aosta si contraddistingue dalle altre realtà italiane per il suo panorama linguistico variegato e complesso. La regione ha come lingue ufficiali l’italiano e il francese, mentre il patois, diffuso in tutta la valle, è il dialetto utilizzato solo a livello parlato. La Valle d’Aosta è caratterizzata da peculiarità linguistiche e culturali, e grazie allo statuto speciale del 1948, gode di diritti speciali, di autonomia politica e linguistica. Con l’unità d’Italia, la Valle d’Aosta diventa una regione italiana legata politicamente al Piemonte. Inizia così l’italianizzazione della Valle d’Aosta e il conseguente allontanamento dalla lingua francese, che arriva al culmine con la politica fascista. Il francese viene man mano eliminato sia dai settori pubblici sia dalla stampa e dalla toponomastica, per essere sostituito dall’italiano.

Dal punto di vista geolinguistico la Valle d’Aosta rappresenta l’estrema parte orientale del territorio gallo-romano, che comprende, come sottogruppi principali, il francese, l’occitano e il francoprovenzale. A quest’ultimo sottogruppo appartiene la parlata tipica della regione: il patois. Molto vicino alle altre parlate francoprovenzali presenti sul territorio francese, il francoprovenzale si suddivide nel patois dell’alta Valle (Haute Vallée) e nel patois della bassa Valle (Basse Vallée), sulla base di una frontiera est-ovest, molto approssimativa tra la zona di Quart e Châtillon. È interessante sottolineare, che la regione Valle d’Aosta si distingue dalle altre zone francoprovenzali per l’utilizzo, ancora attuale, del patois; mentre in Svizzera e nei dipartimenti francesi viene parlato soltanto dalle vecchie generazioni. Tuttavia, vi è un processo d’erosione costante della lingua minoritaria, dovuto alla spinta della lingua nazionale dominante, ovvero l’italiano.

Il francese è una delle due lingue ufficiali della Valle d’Aosta, ma il suo uso è prettamente scolastico. Questo è dovuto al fatto che spesso i genitori non parlano il francese in famiglia, ma utilizzano l’italiano o il dialetto, considerate lingue più disponibili per la comunicazione nell’ambiente famigliare. A volte, il francese è considerato solo come una materia scolastica, come la matematica o la fisica, che non ha niente a che vedere con la vita quotidiana; invece in altri casi è considerato come la lingua di espressione della cultura valdostana e il simbolo dell’identità regionale. Nonostante ciò, il francese rimane una lingua internazionale, che facilita l’apertura della Valle d’Aosta verso l’Europa e che permette alla popolazione di crescere culturalmente e confrontarsi con realtà diverse da quella italiana.

Autore dell’articolo:
Arianna Viglino
Traduttrice freelance FR-EN-ES>IT
(Valle D’Aosta)

La musicalità della lingua

 Categoria: Traduttori freelance

Da ragazza ho vissuto in un Paese molto lontano dal mio. Ero affascinata dai profumi del mercato delle spezie, dai colori dei chador delle donne e soprattutto dalla musicalità della lingua. Quando uscivo per le strade ero avvolta da questa “musica” che ascoltavo, ma che non riuscivo a comprendere. Le persone locali si rivolgevano sempre agli stranieri in Inglese o più raramente in Francese, ma il dialogo rimaneva sempre “freddo”, distaccato, perché era una forzatura come quando si parla dietro a un muro, si ascoltano le parole, se ne capisce il significato, ma non si riesce a trasmettere quel pathos caratteristico della conversazione vis-a-vis.

Dopo qualche mese, non mi ricordo né dove né in quale occasione, mi trovai a rispondere, non benissimo ovviamente, a un negoziante che si era rivolto a me nella sua lingua. Lui fu sorpreso perché non si aspettava che una straniera non rispondesse in Inglese, io fui più sorpresa di lui, perché le parole mi erano uscite automaticamente. Da allora, quando volevo entrare più in contatto con i locali, mi rivolgevo direttamente nella loro lingua e tutto cambiava. Parlare la lingua del posto è come far parte del paese che ti ospita, come lo strumento solista che suona in armonia con l’orchestra.

Ho sempre dato importanza alla comunicazione, al dialogo e ho sempre pensato che studiare le lingue sia indispensabile per comprendere le abitudini, le usanze, il modo di pensare di persone che sono solo geograficamente lontano da noi. Ecco perché mi sono laureata in lingue, ho lavorato in un’Ambasciata come interprete-traduttore, ho lavorato come interprete per i Mondiali di Calcio nel 1990, ho tradotto dei testi di medicina e ho deciso di insegnare Inglese nella scuola secondaria.
Conoscere una lingua in più è come avere un passpartout per entrare tranquillamente in un altro Paese.

Autore dell’articolo:
Mariangela Anderboni
Traduttrice EN>IT
Roma

Lo spagnolo messicano (3)

 Categoria: Le lingue

1) MORFOLOGIA

  • Lo spagnolo messicano utilizza il come pronome familiare e non il vos, se non in alcune zone del Chiapas.
  • Impiego di no más con il valore di sólo; mero con il valore di el mismo; ya mero con il valore di casi; si usa hasta per riferirsi all’inizio di un evento e non alla sua fine.
  • Il suffisso –ito, -ita è molto abituale, anche se in alcune zone del Chiapas si predilige –illo, -illa.
  • Avverbializzazione degli aggettivi: canta suave, huele feo

2) SINTASSI

Lo spagnolo del Messico presenta poche peculiarità sintattiche ad eccezione dei parlanti bilingui con scarso dominio dello spagnolo o di alcune regioni rurali isolate dove l’influenza sintattica delle lingue indigene fu importante in passato:

  • Ridondanza dei pronomi: me duele mi cabeza, su padre de Pedro
  • A volte si osserva nello Yucatan e nel Chiapas la combinazione di articolo indeterminativo e possessivo: tiene quedarse uno su gusto, esa tu criatura.
  • In varie zone del Messico i parlanti bilingui con scarso dominio dello spagnolo usano un lo pleonastico che non corrisponde a nessun oggetto definito o a volte duplica il nome di un oggetto esplicito: ya me lo cayó el diablo, no te lo invito a sentarte porque ya es tarde; lo compramos la harina, comida lo vamos a dar.
  • Si usa il verbo principale di una domanda per la risposta: “tienes sueño?” “tengo”.

3) LESSICO

  • Mande? Al posto di cómo?,qué dice?
  • Il superlativo colloquiale degli aggettivi si forma con mucho muy: mucho muy importante

Altri messicanismi molto frequenti sono:

  • Ándale / vamos, de acuerdo (come risposta ad un suggerimento), de nada (quando si ringrazia)
  • Bolillo / extranjero caucasiano
  • Chamaco /niño pequeño
  • Charola / bandeja
  • Chinadera /objeto inespecificado (volg.)
  • Chinar / tener relaciones sexuales
  • Escuincle / niño pequeño, mocoso
  • Gavacho / americano (dispr.)
  • Gϋero / rubio, de tez clara
  • híjole, jíjole / expresión de sorpresa o de dolor
  • huerco / niño pequeño (soprattutto nel nord del Messico)
  • naco / chillón, de mal gusto, pretencioso
  • órale / vamos, venga
  • padre / muy bueno, estupendo
  • pinche / maldito
  • popote /pajita para sorber  una bebida
  • úpale / se dice al levantar objetos muy pesados

Autore dell’articolo:
Nives Boncristiano
Traduttrice ES>IT
Milano

Lo spagnolo messicano (2)

 Categoria: Le lingue

CARATTERISTICHE E PECULIARITA’ DELLO SPAGNOLO DEL MESSICO:

1) CARATTERE ARCAICO

La prima impressione che produce lo spagnolo del Messico è che si tratta di una lingua conservatrice; in effetti non sono pochi i casi in cui la lingua messicana ha conservato modi di dire antichi senza lasciarsi influenzare dalle innovazioni realizzate in altre zone della comunità linguistica ispanoamericana.

Il fatto che alcune voci o espressioni già sparite nella lingua della Spagna si sentano ancora in Messico è la ragione per cui l’arcaismo è stata segnalata come la caratteristica distintiva dello spagnolo messicano.

Sono arcaismi rispetto alla lingua parlata in Spagna espressioni come:

  • Se mehace (me parece)
  • Qué tanto? (cuánto?)
  • Muy noche, diz que, donde usato come condizionale in espressioni come donde se lo digas, te mato
  • Pararse (ponerse de pié)
  • Recibirse (graduarse)

2) CARATTERE RUSTICO

A causa della provenienza sociale della maggior parte dei conquistatori e colonizzatori spagnoli, il volgarismo e il carattere rustico si possono segnalare come elementi caratteristici dello spagnolo d’America; tuttavia il Messico fu lo stato in cui si formò il linguaggio più colto della colonia: qui infatti, grazie ad una capacità di assimilazione, molto presto si raggiunse il livello culturale delle più grandi città spagnole.

3) FONETICA E FONOLOGIA

  • Tutto il Messico è yeísta: il fonema /y/ è completamente uguale al fonema /ll/
  • In alcune regione come Oaxaca e Puebla e in alcune città interne dello stato di Veracruz, si verifica una pronuncia fricativa sibilante o zeista dei fonemi /y/ e /ll/; Lope Blanche scopre una variazione considerevole: l’uso più sistematico di questa fricativa era localizzato a Oaxaca, mentre nelle altre zone questa fricativa appariva dopo il fonema /s/, come in las yeguas.
  • /rr/ è un fonema vibrante alveolare nella maggior parte del Messico, anche se per i parlanti bilingui di molte regioni, come per esempio nello Yucatan, si neutralizzano /r/ e /rr/ in favore del primo.
  • /n/ alla fine di una parola è alveolare nella maggior parte della zona interna, e velare nello Yucatan e nelle zone della costa dei Caraibi.
  • /x/ davanti ad una vocale si pronuncia come /j/, come in “Méjico”.
  • Quasi mai si elide o si aspira la /s/ finale di una sillaba; la /s/ sibilante è solitamente molto forte.
  • Debilitamento delle vocali: le vocali tendono ad essere chiuse e se non sono accentuate sono brevi; questo succede quando sono in contatto con /s/e/c/.
  • L’intonazione: nello spagnolo della Spagna in un’orazione piana, il tono inizia a calare dalla terzultima sillaba, continua nella penultima fino alla pausa finale, la penultima sillaba è breve e l’ultima è lunga; in Messico il tono sale dalla terzultima sillaba alla penultima e cala alla fine, la penultima sillaba è lunga e l’ultima è breve.

Domani sarà pubblicata la terza e ultima parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Nives Boncristiano
Traduttrice ES>IT
Milano

Lo spagnolo messicano

 Categoria: Le lingue

L’INFLUENZA DEL SUBSTRATO LESSICALE INDIGENO SULLO SPAGNOLO DEL MESSICO

Il contributo più importante e sicuro delle lingue indigene messicane risiede nel lessico; qui, infatti, l’influenza delle lingue indigene sembra essere tanto evidente quanto profonda e la maggior prova di questo sono gli abbondanti e voluminosi dizionari di indigenismi che sono stati pubblicati in tutta l’America Latina fino ad oggi.

Nel dizionario di aztechismi pubblicato da Robelo, figurano non meno di 1500 parole di origine náhuatl, alle quali è necessario aggiungere, all’interno dei confini dello spagnolo messicano, le centinaia di voci di diversa provenienza preispanica (maya, zapoteca, otomí) abituali nello spagnolo messicano dei nostri giorni.

CREATIVITA’ SUGLI INDIGENISMI: FAMIGLIE LESSICALI

Un altro aspetto a cui si è prestata attenzione è la creatività relativa alle diverse voci preispaniche: la maggioranza degli indigenismi riuniti sono vocaboli isolati che designano qualche particolarità concreta del mondo messicano; però ce ne sono alcuni, che hanno dato origine a tutta una famiglia lessicale, più o meno complessa, e i cui derivati possiedono maggiore o minore vitalità.

Gli indigenismi più produttivi sono:

Chile da cui derivano enchilada, enchilado, enchilar(se), chilero e altre denominazioni di alcune specie particolari di chile
Pulque da cui pulquería, pulquero, pulcazo e empulcarse
Chocolate da cui chocolatera (sostantivo), chocolatero (aggettivo), chocolatería
Petate da cui petateada, petatearse, petatero, petatillo
Jitomate da cui enjitomatar, tomate, jitomatero
Zacate da cui zacatón, zacatal, zacatonal
Chicle da cui chiclero, chicloso, chiclear
Coyote da cui coyotaje, coyotera
Cuate da cui cuatezón, cuatachismo, cuatacho
Mezcal da cui mezcalero, mezcalina
Pepenar da cui pepenador, pepena

PLURALITA’ DEGLI INDIGENISMI E LORO IMPIEGO IN DETTI E PROVERBI

In seguito è stata presa in esame la pluralità di significati di ogni voce e il suo frequente impiego in detti e proverbi; a questo proposito gli indigenismi con più vitalità sono:

Camote (radice tuberosa commestibile della Ipomea batatas) aggiunge al suo significato proprio quello di: tubercolo in generale, membro virile e stupido, tonto.
Si usa inoltre come nucleo di alcune espressioni familiari come: estar encamotado, essere innamorato; estar tragando camote, essere sulla luna; poner a uno como camote, litigare duramente con qualcuno.
Chile (peperone, peperoncino piccante o anche membro virile) usato anche nella frase comune: estar a medios chiles, essere mezzo ubriaco; enchilarse, sentire l’ardore e gli effetti conseguenti dell’aver mangiato peperoncino piccante e anche irritarsi, infuriarsi.
Cocol (nome di una certa classe di pane a forma di rombo e anche bambino specialmente nella forma diminutiva cocolito). Più usato nelle espressioni: quedar o estar del cocol, stare molto male e nella forma cocolazos, spari
Petate (stuoia fatta di fasce di foglie di palma e in generale la foglia di palma secca). Si usa con frequenza nelle espressioni familiari: doblar o liar el petate, morire; ser llamarada de petate, arrabbiarsi violentemente ma fugacemente.
Pinole (farina o polvere di mais tostata e la bibita preparata con la polvere frullata nell’acqua). Compare anche nelle frasi: hacer pinole a alguien o a algo, ridurlo in polvere e quien tiene más saliva, traga más pinole, il più capace supera gli altri.

La seconda parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Nives Boncristiano
Traduttrice ES>IT
Milano

Cos’è la traduzione giuridica? (5)

 Categoria: Servizi di traduzione

In altre parole, la traduzione in ambito giuridico mantiene un doppio legame con l’interpretazione dal momento che il linguaggio giuridico non parla di una realtà normativa a esso preesistente e da esso indipendente, bensì la pone in essere. A favore di questa tesi si può riprendere ciò che più volte ha ribadito Hans Kelsen “non c’è nulla in natura che di per sé sia un illecito o una sanzione. Al contrario, è giuridico, ha una valenza giuridica quello che il diritto dice, quello, cioè, che il diritto, secondo luoghi e/o tempi diversi, stabilisce che abbia valenza giuridica (…)”. E ancora, quale sia questa valenza, come si configuri, quali siano le sue condizioni o i suoi effetti, dipende ancora una volta dalla caratterizzazione mutevole e contingente che secondo i casi è fissata in ordinamenti giuridici di tempi e/o luoghi diversi. Riprendendo la metafora dello stesso Kelsen: “Come Re Mida trasformava in oro tutto ciò che toccasse, così il diritto trasforma in giuridico ossia da una specifica valenza e connotazioni giuridiche a tutto ciò che è oggetto della propria disciplina e regolamentazione”.

Sebbene possedere conoscenze di diritto sia di grande aiuto al traduttore nel suo lavoro, oltre a essere un requisito fondamentale, tali conoscenze non sono sufficienti a risolvere i problemi di traduzione, quali per esempio l’esistenza di un principio di common law da riportare in un ordinamento di civil law (a titolo esemplificativo la regola dello stare decisis). Come esaustivamente evidenziato da Sacco, la traduzione giuridica è una disciplina che verte sulla lingua, ma la lingua giuridica è nota solo al giurista. Si ha quindi un’ulteriore ramificazione: la traduzione giuridica in senso proprio costituisce un ramo della dottrina che presuppone conoscenze adeguate di matrice teorica e, pertanto, dovrebbe essere eseguita da giuristi sperimentati di diritto comparato; questa sarebbe la traduzione giuridica “alta”, (Megale, 2008:25). Esistono, tuttavia, altre esperienze di traduzione, tra loro anche sensibilmente diverse, dove il lavoro è svolto da traduttori la cui formazione accademica è prevalentemente di natura linguistica.

In base alle presenti considerazioni si può concludere affermando che tradurre nell’ambito giuridico non è sempre semplice e non sempre possibile. Eppure la traduzione del diritto ha sempre giocato un ruolo fondamentale nel contatto tra popolazioni e culture diverse e attualmente ha una posizione ancora più centrale: si prenda per esempio l’Unione europea dove si evince l’importanza e il ruolo sempre più rilevante giocato dalle traduzioni giuridiche e dai traduttori giuridici. Il Parlamento europeo emana norme e direttive che entrano a far parte dei sistemi giuridici nazionali, alcune delle quali hanno forza vincolante diretta sui cittadini degli Stati membri. Pertanto esse debbono essere tradotte nelle varie lingue dei diversi paesi comunitari; la traduzione è quindi indispensabile per il funzionamento del Parlamento europeo. Come ha ben sottolineato Correia, “le norme dell’Unione europea sono inconcepibili senza traduzione” (Correia 2003:40). Ciò e ben comprovato dal numero di traduttori che lavorano presso l’Unione europea, la quale impiega circa 3500 traduttori nelle sue diverse istituzioni, oltre le varie centinaia di traduttori esterni a essa legati da forme contrattuali (Megale, 2008:25).

Autore dell’articolo:
Mariangela Marcoccia
Traduttrice giuridica EN-FR>IT
Sevran (Francia)

Cos’è la traduzione giuridica? (4)

 Categoria: Servizi di traduzione

Le diversità e le peculiarità dei sistemi giuridici dei diversi paesi, e di conseguenza la loro cultura, rende l’uso della terminologia giuridica molto problematico poiché il collegamento tra un lemma e un dato concetto giuridico, all’interno di uno specifico sistema, molto spesso non ha una corrispondenza in altri sistemi giuridici anche se similari o utilizzanti la stessa lingua, potendo anche accadere che uno specifico lemma esistente in due distinti sistemi giuridici possa al loro interno riferirsi a concetti differenti. Pertanto, il traduttore giuridico vive nella perdurante tensione fra due esigenze antinomiche: da una parte egli deve restare aderente al testo di partenza e al suo significato sostanziale, dall’altra deve evitare l’uso di termini che, sebbene coerenti da un punto di vista linguistico, sono fuorvianti da un punto di vista concettuale. Quindi, in questa particolare categoria di traduzioni, il classico dilemma fra la traduzione “bella” e quella “fedele” si complica maggiormente.
Si evidenziano, dunque, due limiti opposti: da una parte l’idea dell’impossibilità della traduzione e dall’altra l’idea della traduzione perfetta. Potremmo paragonare queste due contrapposte limitazioni a una sorta di continuum dove in un punto intermedio si potrebbe collocare la proposta di Umberto Eco, il quale definisce la traduzione come il tentativo di “dire quasi la stessa cosa” da una lingua all’altra. Tale affermazione risulta particolarmente rilevante e di grande utilità ai traduttori dal momento che, pur sottolineando la difficoltà e le problematiche che un traduttore si trova ad affrontare, non cede all’alibi dell’intraducibilità da un lato, ma al contempo non fornisce l’illusione della traduzione perfetta.

La traduzione giuridica rappresenta un campo particolare dell’attività produttiva di testi poiché implica conoscenze di diritto e, pertanto, tali traduzioni spesso producono effetti non solo linguistici, ma anche giuridici. Inoltre, come espresso da vari studiosi e teorici, la traduzione di testi giuridici è una pratica che si pone all’incrocio tra teoria di diritto, teoria del linguaggio e teoria della traduzione, quindi è essenziale che il traduttore giuridico abbia una conoscenza della natura del diritto, del linguaggio giuridico e dell’impatto che questo ha sulle traduzioni giuridiche che svolge.

Come ricorda Mazzarese (2000:165-171) l’interpretazione giuridica a volte è paragonata a una forma di traduzione. Ne risulta che i due settori, quello dell’interpretazione giuridica e quello della traduzione (e necessariamente della linguistica) sono strettamente connessi. Se è vero che la legge necessita di un’interpretazione (dove, riprendendo la terminologia di Roman Jakobson, per interpretazione giuridica si intende una forma di traduzione intra-linguistica, ossia all’interno della stessa lingua, e non inter-linguistica, ossia da una lingua a un’altra) e che l’interpretazione e la traduzione fanno parte di una stessa famiglia, non si può pensare di tradurre una sentenza senza tener conto dell’interpretazione che i concetti espressi assumono all’interno dell’ordinamento vigente. La traduzione giuridica, tuttavia, non si presta a essere caratterizzata semplicemente come un’operazione speculare o simmetrica all’interpretazione avente per oggetto due o più lingue naturali nelle quali il linguaggio giuridico può trovare espressione; infatti, in ambito giuridico la traduzione ha un legame più complesso con l’interpretazione, legame che per riprendere Greorgy Bateson, può essere caratterizzato come un double bind, ossia un doppio legame. Questo perché non si ha traduzione senza interpretazione del testo giuridico da tradurre e, di conseguenza, non si può consegnare un testo giuridico tradotto che non sia stato esso stesso oggetto di una previa interpretazione.

Domani sarà pubblicata la quinta e ultima parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Mariangela Marcoccia
Traduttrice giuridica EN-FR>IT
Sevran (Francia)

Cos’è la traduzione giuridica? (3)

 Categoria: Servizi di traduzione

Nonostante ciò si traduce e anzi la diversità dei singoli paesi unita alla sempre più crescente globalizzazione ha fatto sì che questa particolare categoria di traduzioni si sviluppasse in modo esponenziale, tanto che Rodolfo Sacco è arrivato a parlare della traduttologia in campo giuridico come una disciplina a sé stante e verso le metà del secolo si è iniziato a parlare di “linguistica giuridica” dove ovviamente l’aspetto e il metodo comparativisti rivestono una fondamentale importanza. Il linguaggio giuridico è stato per molto tempo, ed è ancora oggi, oggetto di approfondite analisi. I giuristi stessi hanno guardato al linguaggio come mezzo primario per la formulazione e l’interpretazione di concetti legali. Il ruolo del linguaggio delle scienze giuridiche, l’uso e l’interpretazione di termini o concetti specifici sono stati oggetto di lunghi dibattiti intrapresi o dal punto di vista linguistico (caratteristiche linguistiche specifiche del linguaggio giuridico) o dal punto di vista strettamente giuridico.
Il secondo processo che ha interessato l’intero pianeta è il fenomeno della globalizzazione che, sebbene coinvolga la quotidianità di tutti gli individui, sortisce i più considerevoli effetti nell’ambito delle transazioni commerciali internazionali, sulle loro regolamentazioni, nei contratti internazionali, nonché sulla risoluzione delle liti attraverso l’arbitrato internazionale.

Non stupisce dunque che, nel panorama delle varie forme scritte, i testi giuridici sono quelli la cui traduzione in un’altra lingua presenta maggiori problemi. Il traduttore di opere letterarie, avendo come obiettivo primario quello di rendere delle emozioni o descrivere concetti che precedono e trascendono le parole utilizzate, può discostarsi dal testo originario qualora la specificità delle espressioni o l’uso di metafore non facilmente comprensibili lo richiedano, fermo restando che qualsiasi attività traduttiva presenta difficoltà non trascurabili. Nello stesso modo possono comportarsi i traduttori di opere tecniche e scientifiche i quali, laddove non si trovino in presenza di testi altamente vincolanti seguendo la terminologia di Sabatini, possono discostarsi dal testo originario fintantoché questo non comporti un’alterazione dei dati fenomenici in esso descritti.
Il traduttore del testo giuridico, al contrario, non possiede questa libertà poiché risulta vincolato nella sua attività traduttiva ancor più di quanto possa esserlo nel tradurre un prodotto letterario o scientifico. Nella fattispecie, non si applica ai traduttori dei testi giuridici la regola classica secondo cui, sul presupposto che il fine della traduzione sia quello di far comprendere, tutti i mezzi sono buoni in traduzione, premesso che il significato ultimo sia rispettato.

Il traduttore giuridico deve confrontarsi con una serie di limiti che gravano su di lui, e in particolare tali vincoli derivano dal fatto che i termini giuridici non raffigurano dei fenomeni (e quindi dati materiali), ma piuttosto ricostruzioni logiche non esistenti in natura: nel caso dei termini giuridici, talvolta il lemma non serve per trasmettere un concetto che lo precede, ma costituisce esso stesso il concetto che deve essere trasmesso. Inoltre, le norme e i concetti giuridici che si ricollegano a un determinato lemma non hanno valenza universale, ma sono coerenti e utilizzati in uno specifico sistema giuridico, non essendo altrettanto pieni di significato nell’ordinamento giuridico di riferimento a cui afferisce la lingua nella quale deve essere eseguita la traduzione. Infatti, ogni sistema giuridico, come già detto, è frutto di eventi storici e rappresenta l’esito di un incessante evolversi degli elementi sociali e politici che identificano un particolare stato e una determinata comunità. I sistemi giuridici non sono mai uguali, anche se le loro origini possono avere punti di contatto o se essi hanno condiviso un percorso comune, come d’altronde testimoniato dagli ordinamenti giuridici della tradizione continentale.

La quarta parte di questo articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Mariangela Marcoccia
Traduttrice giuridica EN-FR>IT
Sevran (Francia)

Cos’è la traduzione giuridica? (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

La traduzione giuridica è sì una questione di terminologia, poiché i termini possono, anzi spesso assumono significati diversi all’interno dei diversi ordinamenti nazionali. Tuttavia, si può sostenere che più che una questione terminologica è una questione culturale, poiché l’ordinamento giuridico di una nazione è sempre il prodotto delle particolari circostanze storiche di quel paese; il linguaggio giuridico di una nazione esprime al più alto grado il carico storico della stessa e delle sue istituzioni. Da quest’ultima affermazione si parte per argomentare il quarto e ultimo postulato, anch’esso accettabile solo in parte: la traduzione giuridica esige una grande precisione che spesso porta alla transcodificazione. Ora, tale affermazione è una contradictio in terminis.

Se è vero che la traduzione giuridica esige una grande precisione, effettuare una transcodificazione porterebbe proprio alla mancanza di quella tanto auspicata precisione nell’ambito delle traduzioni giuridiche. C’è inoltre da dire che trasferire un concetto da un sistema giuridico a un altro non è sempre possibile. Si pensi alla traduzione del diritto statuario: non è assolutamente pensabile effettuare, in tal caso, una transcodificazione, pena l’incomprensibilità e l’inapplicabilità in un altro ordinamento. Oppure si considerino i flussi giuridici da common law a civil law: non è sempre possibile ridurre soluzioni giurisprudenziali in fattispecie normative (sia pure fortemente generiche) o inserire determinati istituti in categorie logiche generali e astratte. E gli esempi abbondano: act of God, habeas corpus, rule of law, trust, consideration, corporation, equity. E cosa dire della nozione stessa di “diritto” rispetto all’inglese law? La traduzione di questi termini rende effettivamente giustizia alla complessità che tali nozioni esprimono? Spesso si aderisce così tanto al testo di partenza che la traduzione ne risulta deformata fino al punto di risultare assurda, come nel caso della traduzione inglese del Code Civil del Québec (1886), dove per tradurre “personne morale” è stato proposto moral person e Meredith (1979:54) ne deduce la presenza di persone immorali in Québec!

Il nocciolo del problema è ben riassunto da una semplice domanda: una buona traduzione è identica all’originale al punto da poter essere a essa sostituita? Ora, un tale quesito può sembrare puramente teorico (e in effetti lo è) poiché si traduce da sempre e l’equivalenza va di per sé. Ma di quale equivalenza si tratta? Nozioni come fair/fairness e reasonable, sebbene esistano equivalenti funzionali, sono dei veri e propri rompicapi per i traduttori. Per coloro che conoscono la base del campo semantico che sottende a ognuno dei termini summenzionati, frutto di una lunga storia giuridica e politica, credere alla loro equivalenza testimonia una qualche ingenuità verso le lingue, le culture e le tradizioni sociopolitiche di ogni paese (Jean-Claud Gémar). Queste tradizioni si esprimono fortemente nel modo di interpretare i testi, in particolare quelli giuridici, e ogni paese appartenente alla famiglia di Common law possiede la propria “legge d’interpretazione” che a volte differisce da un paese all’altro. In un tale contesto è lecito chiedersi qual è l’equivalenza di cui si parla. È possibile nell’ambito di una traduzione giuridica, riuscire a ottenere un’equivalenza dei testi (ossia delle lingue) nel rispetto di un sistema (giuridico) evitando di sacrificare l’equivalenza per rispetto del sistema di riferimento o viceversa? E se è necessario scendere a compromessi cosa bisogna privilegiare? L’equivalenza funzionale sacrificando la regola di diritto (e quindi l’oggetto stesso di tale equivalenza) oppure l’espressione della regola? Secondo Gémar il grande dilemma della traduzione giuridica si trova proprio in questa alternativa: il traduttore è costretto a servire due padroni contemporaneamente, senza trascurare l’uno a favore dell’altro.

Domani sarà pubblicata la terza parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Mariangela Marcoccia
Traduttrice giuridica EN-FR>IT
Sevran (Francia)

Cos’è la traduzione giuridica?

 Categoria: Servizi di traduzione

Francesco de Franchis nel secondo volume del suo Dizionario Giuridico afferma che la traduzione giuridica è “compito assai ingrato per chi vi si dedichi: si tratta di un lavoro misconosciuto e troppo spesso mal pagato”.
Da qualche anno, la traduzione giuridica è oggetto di un numero impressionante di pubblicazioni. Ma che cosa s’intende per traduzione giuridica? E quali sono le opinioni più abitualmente espresse in merito a essa? Dai vari volumi consultati in materia, emergono, in linea molto generale, quattro opinioni principali:

1) la traduzione giuridica è la traduzione di tutti testi che parlano di diritto;
2) la traduzione giuridica rientra nella categoria di traduzioni tecniche;
3) la traduzione giuridica è, in primis, una questione di terminologia;
4) la traduzione giuridica esige una grande precisione che spesso porta alla transcodificazione.

In relazione al primo assunto, si può sostenere che esso è vero solo in parte. La traduzione giuridica è sì la traduzione di testi che parlano di diritto, ma il diritto ha un ambito applicativo vastissimo. A tal proposito è di grande utilità la classificazione dei testi giuridici operata da Bice Mortara Garavelli: a seconda del tipo di attività che li produce – di creazione del diritto (o normazione), di interpretazione e di applicazione -, i testi giuridici si possono distinguere in testi normativi, interpretativi e applicati. Bisogna tuttavia sottolineare che questa distinzione non è rigida, giacché le diverse attività di produzione giuridica tendono spesso a intersecarsi e a sovrapporsi, soprattutto nel campo dell’interpretazione e dell’applicazione: in realtà, la separazione dei poteri dello Stato, individuata da Montesquieu in potere legislativo, giudiziario ed esecutivo, ha da sempre mostrato di avere contorni alquanto sfumati.
Ciò detto, è lecito chiedersi se sia possibile una traduzione per tutti i testi giuridici. Sono numerosi gli autori, in particolare i giuristi, che non sono di questo avviso. René David, grande comparatista del XX secolo è categorico: “Ne correspondant à aucune notion connue de nous, les termes du droit anglais sont intraduisibles dans nos langues, comme sont les termes de la faune ou de la flore d’un autre climat. On en dénature le sens, le plus souvent, quand on veut coute que coute les traduire (…)”.

È ormai convinzione diffusa che il diritto è uno tra i settori in cui la cultura ha un’incidenza particolarmente significativa. Esso risale alle fonti della civilizzazione, di ogni lingua e della cultura che essa porta. Il diritto è per natura un fenomeno locale, soggetto alla legge del luogo (locus regit actum). Difficilmente esso valica le frontiere nazionali e ne Les Pensées, Pascal umoristicamente ce lo ricorda: “Plaisante justice qu’une riviere borne! Verité au deça des Pyrenées, erreur au delà”.
Non tutte le traduzioni sono possibili, proprio per la peculiare natura del diritto. D’altro canto però il diritto ha sempre una forma linguistica; non ci sarebbe legge senza lingua, non ci sarebbe modo di stabilire una validità giuridica senza lingua poiché la giustizia ha bisogno della comunicazione, è fatta di comunicazione. Ne risulta che lingua e linguaggio giuridico in senso stretto possono essere collegati e allo stesso modo la linguistica e la giurisprudenza. A questo proposito è interessante il lavoro svolto da Elisabetta Zuanelli, la quale afferma “l’analisi del linguaggio normativo non può prescindere dai testi e dai discorsi normativi effettivamente prodotti e dal contesto costituito dal discorso giuridico, quali corpus di validazione dell’analisi stessa”.

Da quanto appena affermato si evince facilmente che la traduzione giuridica merita un’attenzione specifica; pertanto è si vero che essa rientra tra le traduzioni tecnico-scientifiche, ma non ne condivide tutte le caratteristiche. In un manuale di medicina un dato termine possiede un corrispondente che denota lo stesso identico concetto in diverse lingue naturali. Ciò non avviene nella traduzione giuridica dove la diversità degli ordinamenti dei singoli paesi rende quasi impossibile una corrispondenza perfetta; pertanto, ci si limita spesso, per riprendere Eco, a “dire quasi la stessa cosa”. Nonostante i contributi di Eco si siano dimostrati utili alla traduzione giuridica in quanto corrispondono al tasso di problematicità che è propria di essa e che cresce e assume nuove connotazioni lungo il processo di globalizzazione, bisogna sottolineare che non è certo sinonimo di precisione, requisito fondamentale per la traduzione giuridica. Da qui si può in parte confutare e in parte accettare il terzo assunto: la traduzione giuridica è in primis una questione di terminologia.

La seconda parte di questo interessante articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Mariangela Marcoccia
Traduttrice giuridica EN-FR>IT
Sevran (Francia)

La fedeltà della traduzione poetica

 Categoria: Traduzione letteraria

Il problema della fedeltà della traduzione poetica è stato espresso nella forma più precisa da Georges Mounin, nella sezione dedicata alla poesia del suo saggio Teoria e storia della traduzione. Dopo aver passato in rassegna i vari tipi di fedeltà proclamati dai traduttori – lessicale, sintattica, stilistica, musicale – egli conclude che tutte, in alcuni casi, possono condurre a gravi errori nella traduzione. Conservare immutato un elemento testuale significa, a volte, sconvolgere irreparabilmente gli equilibri del testo, o darne un’interpretazione opposta a quella voluta dall’autore, o ancora renderlo illeggibile o ridicolo nella lingua d’arrivo. Insomma, la fedeltà esagerata porta all’infedeltà. A che cosa allora deve essere fedele la traduzione poetica? Mounin stesso formula una risposta convincente:

La fedeltà della traduzione poetica non è né la fedeltà meccanica a tutti gli elementi semantici né l’automatica fedeltà grammaticale né quella fraseologica assoluta né la fedeltà scientifica alla fonetica del testo: è la fedeltà alla poesia. Per tradurla bisogna non solo averla sentita ma identificata tanto nei fini come nei mezzi. La poesia non si sottrae alla prima regola enunciata da Etienne Dolet che cioè il traduttore debba anzitutto intendere il senso e il contenuto dell’autore che traduce. Anche per la traduzione poetica vale questo precetto: solo dopo aver sentito e compreso non soltanto la lingua ma la poesia, il traduttore saprà discernere, di quella poesia, i mezzi, che debbono essere, allora, integralmente tradotti.

Il traduttore si presenta qui, più che mai, come il lettore ideale del testo, capace di comprenderlo profondamente sia nei suoi artifici linguistici («la lingua») sia nel suo valore poetico complessivo, nella sua unicità («la poesia»). Il «senso» della poesia non è dunque il contenuto, opposto alla forma, a cui certi traduttori vantano fedeltà nelle loro brutte traduzioni in prosa; il «senso» è la motivazione profonda, la ragion d’essere poetica del testo. A dover essere tradotti sono pertanto – non solo, ma preferibilmente – gli elementi che concorrono a formare questo «senso»; mentre gli elementi indifferenti possono essere, all’occorrenza, trascurati dal traduttore.

Non tutte le parole d’uso del linguaggio comune ma solo le parole-chiave della composizione poetica <…>. Non tutte le forme grammaticali, che sono anch’esse semplici strumenti morfologici, ma solo quelle che conservano o acquistano un valore espressivo qui e ora, in quel testo e per il fine che quel testo vuole raggiungere. <…>
Non già tutte le espressioni stilisticamente classificate, tutte le allitterazioni, tutte le supposte musicalità: ma solo quelle che concorrono alla vera musicalità della poesia.

Ecco che torna ancora una volta il concetto di funzione: la fedeltà alla poesia è, in fin dei conti, la fedeltà alla sua funzione (poetica). Questo significa che una traduzione che si ponga uno scopo diverso dall’opera originale non è fedele? Esattamente; ma non significa che sia inutile. Una versione in prosa, interlineare, è un supporto indispensabile per lo studio; un’imitazione può essere un’opera a sé valida quanto, e più, dell’originale. Ma in simili casi non si dovrebbe parlare di traduzione. È ovviamente molto difficile e forse impossibile tracciare confini netti tra queste tipologie testuali, ma bisogna cercare di farlo: la traduzione di supporto e l’imitazione devono essere distinte, nella coscienza del traduttore come nella critica, dalla traduzione vera e propria.

Autore dell’articolo:
Elizaveta Illarionova
Traduttrice RU<>IT
Mairago (LO)

Sottotitolazione in tempo reale per sordi (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Quando si parla di sottotitolazione, è opportuno fare una distinzione di base. Vi sono, infatti, vari tipi di classificazioni dei sottotitoli. Una delle differenze principali è quella tra sottotitoli pre-registrati e sottotitoli live o in tempo reale. Da qualche anno i sottotitoli pre-registrati non rappresentano più un problema per le emittenti televisive, in quanto la tecnica di sottotitolazione è ormai stata talmente affinata che le tracce prodotte da operatori adeguatamente formati sfiorano livelli di accuratezza del 100%. Il problema sorge nel momento in cui i sordi rivendicano l’accesso a programmi in diretta. Negli ultimi anni, infatti, la Comunità sorda ha spesso messo in luce il fatto che, come tutti gli altri utenti, i sordi pagano il Canone Rai e quindi richiedono di avere pieno accesso al servizio offerto, pertanto c’è bisogno di una maggiore quantità di prodotti sottotitolati

Le due tecniche maggiormente usate per produrre questo genere di sottotitoli sono il “rispeakeraggio” e la stenotipia. La prima viene svolta da professionisti, spesso interpreti, che “ripetono” in un microfono quanto ascoltano nella traccia originale. Successivamente, i vari software di riconoscimento del parlato disponibili sul mercato inviano la stringa, che appare quindi sullo schermo per dare la possibilità ai sordi di leggere. Questo tipo di sottotitolazione risulta scorrevole e facilmente leggibile, ma sfortunatamente va ancora perfezionata molto, in quanto restano alcuni problemi irrisolti che rendono il compito più difficile sia ai “rispeaker” che agli spettatori; ad esempio si pensi alla punteggiatura (che va aggiunta a mano) o ai numeri (che spesso vengono mal interpretati). La stenotipia, invece, è una tecnica ben più conosciuta, grazie al suo utilizzo all’interno dei tribunali. Questo metodo viene utilizzato soprattutto da professionisti del settore – quindi non da traduttori o interpreti – e pertanto, il testo risulta sì più completo rispetto a quello prodotto tramite rispeakeraggio, ma allo stesso tempo è di più complessa decodifica, in quanto il tempo ad esso riservato è poco.

Sebbene quanto fatto finora non potrà mai considerarsi abbastanza, le ricerche ad oggi avviate potranno rappresentare un punto di partenza per avviare ulteriori studi nel campo e puntare così all’ottenimento di un servizio sempre migliore. Tramite un’indagine approfondita dei bisogni e delle necessità dei sordi, sarà forse possibile calibrare la qualità dei sottotitoli in base a questi parametri per così fornire loro un prodotto adatto alle loro esigenze.

Autore dell’articolo:
Valeria Di Virgilio
Traduttrice Freelance EN-ES>IT
Teramo – Bologna

Sottotitolazione in tempo reale per sordi

 Categoria: Servizi di traduzione

Nell’era della digitalizzazione, in cui i principali mezzi di comunicazione sono Internet e la TV digitale, il volume di informazioni trasmesse attraverso questi canali diventa sempre maggiore. Si stima che in un futuro prossimo, il totale di tali trasmissioni aumenterà in maniera esponenziale, soprattutto a causa del crescente impatto che i suddetti mezzi di comunicazione hanno sulla vita degli utenti.
Per poter accedere a questo tipo di informazioni, gli utenti devono possedere la capacità di “azionare” contemporaneamente il canale uditivo e quello visuale. Per la maggioranza di utenti che ogni giorno fanno uso di tali prodotti di informazione, questa è un’azione piuttosto naturale, ma il discorso non vale per tutti. Alcuni utenti sono fisicamente impossibilitati all’utilizzo di uno dei due canali, pertanto rischiano di ricevere solo informazioni parziali. Un esempio concreto sono gli utenti sordi, che ricevono solo le informazioni che ricavano dalle immagini e gli utenti ciechi, che accedono solo alla traccia audio, ma perdono l’importante componente visiva.

Da circa un decennio la questione della sottotitolazione per non udenti è entrata a pieno titolo nell’interesse accademico. Presso alcune università italiane sono già attivi dei corsi di traduzione multimediale. Questo perché negli ultimi anni, si sta cercando sempre più di andare incontro alle esigenze di queste persone per garantire loro una piena accessibilità ad ogni tipo di prodotto multimediale.

A questo proposito, sono state ideate molteplici tecniche per consentire alle persone con problemi di udito di accedere allo stesso numero di informazioni alle quali noi tutti giornalmente accediamo. Tutte le tecniche hanno come punto comune il risultato finale, ovvero la realizzazione di tracce di sottotitoli da incorporare ai vari programmi in modo da aggiungere le informazioni sonore necessarie per dare alla persona sorda il giusto numero di dati di cui ha bisogno per la completa decodifica del messaggio. Ma come in ogni procedimento sperimentale, anche nello svolgimento di queste procedure emergono tante insidie che vanno risolte.

Approfondirò l’argomento nell’articolo di giovedì.

Autore dell’articolo:
Valeria Di Virgilio
Traduttrice Freelance EN-ES>IT
Teramo – Bologna

Non solo trascrizione e battitura testi

 Categoria: Servizi di traduzione

Come ho spesso detto, io sono una telelavoratrice, o meglio, sono una lavoratrice autonoma e lavoro da casa, non posso dire di aver propriamente “scelto” questa situazione, ma posso dire di essermici buttata a capofitto quando l’occasione mi si è presentata in modo tangibile. Così ho rispolverato le mie conoscenze tecniche ed ho ricominciato ad occuparmi di siti web, questa volta professionalmente.
La mia “fortuna” è stata quella di avere una professionalità facilmente “vendibile” sul web: realizzo siti web e blog, trascrivo testi e faccio pure correzioni di bozze. Quindi il mio lavoro si può facilmente svolgere via terminale, e non per forza in un ufficio, ci sono tante altre professioni che si possono offrire su internet, e magari non si sa di possedere: chi ha buone capacità di scrittura può proporsi come scrittore freelance per i portali online; se si è veloci a digitare, ci si proporre per la battitura di tesi, o per data entry; se si conosce bene una lingua straniera, ci si può proporre alle agenzie di traduzione o alle aziende di import-export per traduzioni “spot o ai portali internazionali; se si fanno belle fotografie, ci si può proporre alle riviste o ai siti di stock foto; se si è bravi con la grafica, ci si può proporre alle aziende di sviluppo web, e così via…

La ricerca di lavoro è uno degli ambiti più frequentati del web. Nonostante si tratti di un’attività, il cui esito dipende dalla vivacità del mercato e dalla propria storia professionale (competenze acquisite, esperienze specifiche, etc.) la ricerca di lavoro con Internet, può rendere più facile raggiungere le offerte più interessanti e consente di presentare la propria professionalità in modo più diretto e veloce.
Chi vuole trovare lavoro con Internet ha tre possibilità: attraverso il sito aziendale, con moduli da compilare o indirizzi e-mail dedicati, tramite portali specializzati in attività di recruiting oppure attraverso i social network dedicati ad aziende e professionisti.

Il web sta cambiando radicalmente il mondo del lavoro. Ha creato professionalità inedite e portato opportunità impensabili fino a pochissimo tempo fa. «I catastrofisti metteteli alla porta. L’uomo è sempre stato capace di migliorare la propria condizione, al di là delle più nefaste previsioni». Parola di Andrea Bolla, presidente di Confindustria Verona. Il presidente Bolla, ha ricordato che ci sono campi dove i giovani possono trovare spazi per la loro creatività e per risolvere il problema dell’occupazione, come il settore delle energie rinnovabili, dei social network, delle applicazioni tecnologiche ai diversi settori dell’impresa e della comunicazione.
Ma se il web e tutte le sue infinite applicazioni rappresenta lo strumento per inserirsi nel mondo del lavoro, come pure per allargare i propri orizzonti sociali e culturali, c’è necessità subito di riempire questo strumento di contenuti di alto valore umano.

Autore dell’articolo:
Patrizia Gesmundo
Realizzazione siti web e blog, sbobinature, trascrizione e battitura testi
Silandro (BZ)

La traduzione nel contesto audiovisivo

 Categoria: Servizi di traduzione

Lo spunto per la stesura di questo articolo viene fuori dall’interesse personale nella traduzione dei prodotti cinematografici, nell’adattamento dei dialoghi filmici e nel doppiaggio/sottotitolaggio di questi ultimi, ma anche dei documentari e comunque di qualsiasi prodotto audiovisivo.

Le tradizionali tecniche traduttive, che hanno una lunga storia alle loro spalle, hanno consentito ai prodotti audiovisivi di superare i confini imposti dalle loro lingue originali e di essere fruibili in ogni parte del mondo. Ogni paese ha seguito una “politica” interna nel trattamento dei testi filmici. In alcuni casi, come l’Italia, la tradizione di doppiaggio è molto forte grazie all’alta professionalità acquisita; in altri paesi ci si è specializzati nel sottotitolaggio e si è preferito lasciare l’audio in originale; altri ancora hanno adottato la tecnica del voice-over. In un caso o nell’altro, comunque, si è ottenuto che il prodotto originale fosse accessibile ad un pubblico più ampio rispetto a quello prestabilito.

La novità in campo traduttivo è fornita dalla multi-modalità con cui viene veicolato un messaggio. Tanti elementi concorrono alla trasmissione di un significato, primo tra tutti il potere delle immagini con i suoi giochi di luci e ombre, l’uso dei colori; i rumori e i suoni, basti pensare al ruolo delle colonne sonore all’interno dei film che creano le atmosfere; i simboli che sono tutti quegli elementi che, senza ricorrere alla parola, ci dicono qualcosa di specifico. Alcuni di questi significati trasmessi sono universali, altri sono tipici di alcune culture e altri ancora cambiano di significato da una cultura ad un’altra. Nonostante la possibilità di creare significato attraverso le risorse non-verbali, la lingua rimane il perno intorno al quale si strutturano tutte le altre modalità semiotiche ed è dunque il nucleo del contesto multimodale. L’elemento verbale e l’elemento visivo si integrano a vicenda per creare un significato, ma la traduzione, che consente la vera accessibilità al prodotto, si concretizza nelle parole. Una buona traduzione di un prodotto audiovisivo dovrà interagire con le medesime modalità semiotiche (gesti, sguardi, postura, suoni, musica, simboli) del testo di partenza, producendo nel pubblico d’arrivo lo stesso effetto che il prodotto originale aveva avuto sul pubblico di partenza.

Naturalmente, oltre i problemi ordinari della traduzione, in questo contesto si deve tener conto dei vincoli di tempo per la sincronizzazione dei dialoghi; degli squilibri sintattici tra le lingue (l’italiano è una lingua più articolata e prolissa rispetto l’inglese); nel caso dei sottotitoli gioca a sfavore la mancanza di tempo necessaria alla lettura. In questo la traduzione audiovisiva è più complessa della traduzione tradizionale in quanto deve prendere in considerazione tutti quegli elementi che non compaiono sul testo scritto. Allo stesso tempo, però, può usufruire di molti vantaggi forniti dalle altre risorse semiotiche. Le scelte che si possono operare potrebbero riguardare il non tradurre, l’omissione di elementi facilmente deducibili dal contesto, la non spiegazione di gesti visivi universalmente riconosciuti. Qualsiasi operazione è compiuta con il fine di perdere il minimo o meglio nulla nella comprensione.

Autore dell’articolo:
Lorenzo Planamente
Traduttore En-Es>IT
Città Sant’Angelo (PE)

Tradurre: la ricerca della Parola Perfetta

 Categoria: Traduttori freelance

Noi traduttori siamo sempre alla ricerca del termine con l’accezione migliore, la sfumatura più adatta a rendere ciò che l’originale intende comunicare. Dopo aver consultato vari dizionari mono e bilingui e aver setacciato il web in lungo e in largo, ci ritroviamo spesso a fissare il cursore lampeggiante sul monitor in attesa dell’ispirazione. Quante volte cogliamo istintivamente il senso che l’autore vuole trasmettere e ci sembra che le parole aleggino in qualche modo nell’aria sopra di noi. Basterebbe allungare la mano per afferrare il lemma più consono ma rimaniamo sempre insoddisfatti, un po’ come avere il termine agognato sulla punta della lingua (o delle dita nel nostro caso) senza riuscire a catturarlo. Inizia quindi la fase della negoziazione, durante la quale siamo chiamati a decidere a quale livello del significato vogliamo porre attenzione. Operiamo le nostre scelte ponendoci l’obiettivo di rimanere invisibili senza impoverire o arricchire il testo, senza cedere alla tentazione di volerlo migliorare. E’ necessario fare quanto possiamo per esprimere ciò che esso dice rimanendovi fedeli. Le versioni italiane sono generalmente più lunghe delle rispettive fonti inglesi, ma è essenziale saper dosare le parole, pena il rischio di far diventare noiosa una scena avvincente o di ridurre l’efficacia di un articolo di marketing.

Dobbiamo cercare di far sentire anche il ritmo di quanto stiamo traducendo e nell’ambito di quella che si potrebbe definire la musicalità del testo è quindi importante non dimenticare il fattore quantità: il numero di vocaboli utilizzati non è da sottovalutare. La scelta accurata dei termini è quanto mai importante se non addirittura fondamentale e va fatta con grande senso di responsabilità e di rispetto verso il brano originale, l’autore e il lettore finale che deve poter cogliere l’esatto messaggio a lui destinato. Non possiamo quindi lasciare in sospeso nulla che non ci sia chiaro, dobbiamo decidere il senso di ogni parola il che ci porta così a dover rinunciare a qualcosa, salvando nel contempo quelle proprietà del termine che reputiamo rilevanti per il contesto. La difficoltà potrebbe anche derivare dalla scarsa chiarezza o dall’assenza di riferimenti precisi nel brano fonte. Non si tratta più solo allora di trovare il vocabolo con il valore semantico più adatto ma anche di formulare ipotesi, individuare la più plausibile e solo dopo procedere.

Una traduzione non si limita a essere un passaggio tra due lingue ma anche tra due mondi spesso diversi tra loro, il che obbliga a non dover tenere conto solo delle semplici regole linguistiche ma anche degli elementi culturali propri dell’universo di partenza e di quello di arrivo. Non basta quindi trovare dei termini equivalenti, ma occorre individuare quelli con la giusta connotazione. Potrebbe sembrare che per tradurre basti conoscere la lingua straniera il che tuttavia espone al rischio di lavori superficiali. Servono invece preparazione, passione e dedizione, essere curiosi e lettori infaticabili è quasi un obbligo o la parola perfetta sarà sempre un passo avanti a noi. La intuiremo ma rimarrà nell’Olimpo degli irraggiungibili.

Autore dell’articolo:
Daniela Origgi
Traduttrice EN>IT
Parabiago (Milano)

La missione del traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

Vorrei proporre alcune riflessioni che ho avuto occasione di svolgere quando ho preparato la mia tesi di laurea. L’argomento del mio lavoro riguardava la deontologia di traduttori e interpreti. Che cos’è la deontologia? Si tratta di un codice di comportamento elaborato da una categoria professionale, che stabilisce la condotta che deve tenere l’individuo nell’esercizio della professione. Un aspetto curioso che ho riscontrato nel corso del lavoro è che, a differenza di altre professioni intellettuali come il medico, l’avvocato, lo psicologo e simili, per il traduttore e l’interprete non esiste ancora una visione condivisa di quale debba essere il loro ruolo sociale. Strano a credersi? Basta leggere i codici deontologici elaborati da associazioni nazionali e internazionali come AITI, AIDAC, FIT, AIIC e altre per scoprire che ivi non è definito in genere lo scopo della professione; mentre da una parte “dovere del medico è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell’Uomo e il sollievo dalla sofferenza” (Codice di deontologia medica, art. 3) e “l’avvocato […] garantisce il diritto alla libertà e sicurezza e l’inviolabilità della difesa; assicura la regolarità del giudizio e del contraddittorio” (Codice deontologico forense, preambolo), dall’altra non si parla del ruolo del traduttore e dell’interprete, o al massimo si menziona il loro compito di “promuovere” e “facilitare” la comunicazione.

Il ruolo del traduttore e dell’interprete è tanto ovvio da non richiedere definizioni più precise? Non pare che sia così. Nei codici si stabilisce che traduttori e interpreti debbano sempre riprodurre “fedelmente” il testo originale nella lingua di destinazione e al tempo stesso soddisfare in ogni modo le esigenze del cliente, ma non si specifica quali istanze debbano prevalere in caso di conflitto. Non sempre, del resto, la traduzione letterale è la migliore, e le esigenze della comunicazione impongono di tener conto di una serie di fattori anche non strettamente linguistici; per uscire da quest’impasse, sarebbe opportuno ridefinire il ruolo del traduttore e dell’interprete non quali “stampelle” alla comunicazione, bensì quali garanti della stessa nei confronti delle parti coinvolte nell’evento interlinguistico. Solo in questo modo si potranno elaborare criteri guida chiari nell’esercizio di una professione che non è solo linguistica, perché la deontologia è proprio questo: l’indagine della rete di rapporti che si crea tra traduttore, cliente, autore del testo originale, destinatario, revisore e tutte le altre parti coinvolte nel processo. Del resto, gli studi hanno ampiamente dimostrato che il traduttore e l’interprete non sono meri ripetitori meccanici e “invisibili” del messaggio originario, ma forniscono un apporto tutto personale fatto di esperienza, sensibilità, ricerca individuale, che vanno a vantaggio della missione del traduttore: comunicare al di là delle barriere.

Autore dell’articolo:
Maddalena Battilana
Traduttrice EN-DE > IT
Trieste

Tradurre: un gesto d’amore

 Categoria: Traduttori freelance

Ha consistenza pensare alla traduzione come a una necessità, a un bisogno, così come lo è il respirare, di dare voce ad un mondo fatto di parole, di visioni, di pensieri dapprima ignoti e stranieri e in un secondo momento espandibili a tutti, accessibili in modo universale.
Credo che ancor prima di tradurre per sé stesso il traduttore sia spinto dall’esigenza, e forse quasi da un impulso altruistico, di tradurre per gli altri. Penso anche che al perché si traduca possa essere attribuita qualche motivazione in più del dire unicamente che senza la traduzione saremmo rimasti ignari di un incalcolabile patrimonio letterario sopravvissuto alle ere storiche.

L’interesse per la traduzione è nato quando ho pensato di scrivere una tesi sulla traduzione del testo poetico; di racchiudere le opinioni, le riflessioni, i metodi, le critiche, le teorie così differenti su uno studio così ostico. Il motivo per cui sono approdata alla traduzione del testo poetico è frutto di una piacevole “svista” quando scorrendo con le dita tra gli scaffali di una libreria mi è capitato tra le mani un volume delle più celebri poesie di Dylan Thomas. Vorrei non esimermi dal dire che entrare in contatto con l’universo poetico di Thomas mi abbia soggiogata presto a sé per le sue atmosfere chiaroscurali, per quell’energia creatrice e distruttrice, per le immagini e le visioni straripanti di simboli, per le emozioni, per le sensazioni, per le tensioni, per i ritmi e i suoni che pervadono i versi sorretti da una, tutt’altro che semplice, architettura sintattica e verbale racchiusa in uno dei testi più celebri e intensi di Thomas “The force that through the green fuse drives the flower“.

Andare a fondo nell’analisi della traduzione di questo intenso testo in lingua italiana mi ha offerto la possibilità di maturare molteplici riflessioni sulle difficoltà che il traduttore deve affrontare. Si potrebbe pensare all’intraducibilità del testo poetico perché la poesia è definita il frutto di un atto creativo, l’espressione del poeta. Come sarebbe possibile riprodurre tecnicamente l’”aura” poetica di un’opera d’arte?
La plurivocità, la rima, la metrica, il nonsense, la metafora, la lunghezza originaria del verso nella lingua d’arrivo… sono alcuni di quegli scogli contro cui il mare della traduzione si infrange.
L’intraducibilità denota profondamente le differenze esistenti non solo tra le lingue, ma anche nel modo di percepire la realtà, talvolta la crudele presa di conoscenza della propria “povertà” linguistica, l’accorgersi che forse non si conosce tanto bene la propria lingua e che tutto quel che fa parte del bagaglio della nostra conoscenza non è abbastanza…

Mi piace pensare alla traduzione di un testo poetico come ad una possibilità offerta al traduttore di aprirsi alla conoscenza dell’altra lingua (migliorandola al tempo stesso), un confronto generato da un dialogo tra autore e traduttore, un aprirsi da parte di quest’ultimo verso nuovi orizzonti, nuovi modelli stranieri interpretati e mutati per mezzo dei propri filtri culturali e linguistici.
Mi piace pensare al tradurre come generare un mutamento, un passaggio da una condizione a un’altra attraverso espedienti non solo di natura filologica, sintattica e grammaticale, ma anche extra-linguistica, se consideriamo il linguaggio come una guida alla realtà sociale.
Jean Coucteau ha detto che la poesia può illuminare la nostra oscurità interiore. La traduzione può illuminare il buio dell’incomprensione e spezzare ogni barriera per rendere tutto universale.

Autore dell’articolo:
Valeria Tripolino
Traduttrice EN>IT
Monreale (PA)

L’italiano al cinema

 Categoria: Problematiche della traduzione

In “ Il prezzo di Hollywood ” film statunitense del 1994 sul rapporto vittima–carnefice nella Mecca del cinema, il protagonista Guy, giovane assistente del perverso e tentacolare produttore Buddy, alla descrizione del suo predecessore delle esigenze costantemente diverse del capo, risponde che quello non è il modo di gestire un ufficio normale. Al che il suo scafato interlocutore oppone il fatto che quello non è un ufficio normale, non è Wall Street, ‘non’ ci sono regole, è il mondo dello spettacolo. Le scorrettezze sono benvenute, premiate addirittura.

Questa breve scena da me riassunta mi pare rifletta con sufficiente precisione le consuetudini della traduzione nell’ambito cinematografico in Italia. Si tratta di una riflessione generale senza distinzione tra dialoghi, titoli e sottotitoli. Le versioni italiane dei film stranieri di ieri e di oggi (le cattive abitudini sono difficili da estirpare) presentano un’arbitrarietà linguistica molto spinta. Qualche esempio: il film giallo di Preminger “Laura” diventa in italiano “Vertigine”, “Vertigo” di Hitchcock “ La donna che visse due volte”, “Double indemnity” di Wilder è stato tradotto in versione Blue Harmony con “La fiamma del peccato” laddove la traduzione franceseAssurance sur la mort” è molto più pertinente, nonostante l’oggettiva complessità di resa di un termine legale che vuole rimandare a uno spessore di significati molto più denso. La commedia inglese “Withnail and I” si trasforma in uno “Shakespeare a colazione” piovuto non si sa da dove. Si potrebbe ipotizzare che è stata proprio questa traduzione derelitta del titolo a far sì che questo capolavoro che nel paese d’origine e altrove ha avuto un successo strepitoso, sia passata praticamente inosservata in Italia.

Queste poche gocce scelte nell’oceano di celluloide esemplificano a sufficienza, a mio avviso, lo scarto improponibile che purtroppo si registra troppo di frequente tra la versione originale e quella italiana. Si badi che si sta parlando di semplici titoli i quali, a differenza dei sottotitoli, sottoposti a una disciplina molto più rigida dovendo rientrare in tempi ben definiti, offrono maggiori possibilità di aderenza, laddove possibile, al testo di partenza.
Una delle ragioni addotte per giustificare la manipolazione è quella del “marketing”: gli arbitrii della traduzione aiuterebbero a rendere più attraente il prodotto e quindi a venderlo meglio. Si potrebbe aggiungere che tradurre “Vertigo” con “ La donna che visse due volte” non fa torto al regista in quanto il messaggio del film viene salvaguardato. Ciò è vero in parte, ma se una traduzione più fedele giunge allo stesso scopo, a che pro la stortura?

Nel caso delle serie televisive importate principalmente dagli Stati Uniti il fenomeno è ancora più grave, datosi che la maggioranza di queste conserva il titolo originale in inglese. Questo fenomeno lascia tanto più perplessi quanto altre lingue europee a diffusione mondiale (francese spagnolo e portoghese) mostrano una cura molto più attenta alla conservazione del testo originale. La stessa lingua inglese nelle sue plurime versioni è decisamente incline alla fedeltà al testo di partenza.
L’attitudine dell’italiano si può definire schizofrenica, divisa com’è tra una libertà troppo spesso eccessiva e un’incapacità o non volontà di traduzione. Sotto quest’ultimo aspetto l’italiano del cinema soffre, e non potrebbe essere altrimenti, di un malessere diffuso in troppi settori del nostro idioma, quali quello giornalistico e quello medico, ossia l’influsso sfiancante dell’inglese. Questa passività può forse essere spiegata con il desiderio di acquisire una dimensione internazionale, senza percepire purtroppo il provincialismo che essa denota.

Autore dell’articolo:
Massimiliano Misturelli
Traduttore FR-ES-PT>IT
Gorizia

Che cos’è la traduzione audiovisiva?

 Categoria: Servizi di traduzione

Come afferma Elisa Perego, con traduzione audiovisiva si designano tradizionalmente “tutte le modalità di trasferimento linguistico che si propongono di tradurre i dialoghi originali di prodotti audiovisivi, cioè di prodotti che comunicano simultaneamente attraverso il canale acustico e quello visivo, al fine di renderli accessibili a un pubblico più ampio”.

Oggetto della traduzione audiovisiva sono testi che non contengono solo l’elemento verbale, ma che includono componenti semiotiche differenti. Bartrina Francesca afferma che la traduzione audiovisiva ingloba diversi sistemi semiotici, di cui i principali sono quello verbale e visivo, ai quali Gambier aggiunge quello sonoro, grafico, cinetico e gestuale. Ogni modalità semiotica è portatrice di un significato fondamentale ai fini della comprensione del testo nella sua totalità, perciò non deve essere trascurata dal traduttore. In altre parole, il destinatario di un testo audiovisivo può cogliere appieno il messaggio e recepirne ogni sfumatura solamente se può usufruire di tutti i segnali simultaneamente. La maggiore difficoltà della traduzione audiovisiva risiede quindi nel fatto che essa deve restituire parallelamente al senso degli elementi verbali quello degli elementi non verbali. La musica e gli effetti sonori possono cambiare da una versione all’altra, oppure il tecnico del suono può alterare la natura dei suoni introducendo dei cambiamenti nella banda sonora internazionale. Tutti questi ed altri fattori rappresentano vere e proprie difficoltà per il traduttore audiovisivo, il quale deve tenerne conto nella trasposizione nella lingua d’arrivo.

Fin dalla nascita del cinema sonoro si è manifestato il bisogno di tradurre i film importati e, di conseguenza, si sono sviluppati numerosi metodi di traduzione audiovisiva, che differiscono molto tra loro.
La storia del cinema dagli anni Trenta in poi ha assistito allo sviluppo di svariati generi cinematografici nonché canali audiovisivi; parallelamente a questo fenomeno le strategie di traduzione audiovisiva si sono moltiplicate, ed il loro studio è stato approfondito e sistematizzato. Doppiaggio e sottotitolazione sono originariamente i due metodi principali di trasferimento linguistico, nonché i più noti al pubblico e sicuramente i più diffusi, ma ad essi vanno aggiunte altre modalità di traduzione meno conosciute.
In virtù della molteplicità delle strategie di traduzione audiovisiva, esistono numerose classificazioni. Gambier individua tredici tipi di trasferimento linguistico:

- sottotitolazione interlinguistica
- doppiaggio
- interpretazione simultanea
- interpretazione consecutiva
- voice-over
- commento libero
- traduzione simultanea
- produzione multilingue
- traduzione degli script
- sottotitolazione simultanea
- sopratitolazione
- descrizione audiovisiva
- sottotitolazione intralinguistica per sordi

Tutte queste forme di traduzione audiovisiva hanno alcuni punti in comune, per esempio sono in vario modo condizionate dal fattore tempo (tempo di lettura per i sottotitoli, durata del discorso nell’interpretazione), devono tener conto della densità delle informazioni da presentare, abbattono le frontiere tra scritto e orale e inoltre, tengono conto del pubblico di destinazione.

Autore dell’articolo:
Valentina Strillacci
Traduttrice EN-FR>IT
Montemilone (PZ)

Lingue e “Zecchino d’Oro”

 Categoria: Le lingue

Avrò avuto all’incirca sette o otto anni quando, guardando “Lo Zecchino d’Oro” in tv, nacque il mio amore per le lingue. Ricordo che restavo imbambolata davanti allo schermo ogni volta che uno dei bambini stranieri in gara iniziava ad intonare alcune strofe della canzone nella propria lingua. Io ascoltavo rapita quei suoni strani, per me senza senso, ma pronunciati con tanta naturalezza da quei bimbetti, spesso più piccoli di me. “Ma come fanno?”, mi chiedevo. Mi sembrava impossibile che sapessero capire e parlare un’altra lingua.

Ero attratta in particolare dalle lingue “strane”, come il polacco, l’olandese o l’hindi (sarà un caso che, un bel po’ di anni dopo, mi sia ritrovata a studiare l’arabo all’università?). Volevo imparare anch’io a riprodurre quei suoni bizzarri ma terribilmente affascinanti, così mi feci regalare dai miei genitori le musicassette con le canzoni dello “Zecchino d’Oro”. Ricordo che “saltavo” a piè pari le canzoni cantate dai bambini italiani, mentre ascoltavo decine e decine di volte quelle degli stranieri, soprattutto le strofe “in lingua”. Cercavo di memorizzarle, aiutandomi con i testi ritagliati dalle riviste. Naturalmente, non avevo la più pallida idea di cosa stessi cantando, e probabilmente anche la pronuncia lasciava molto a desiderare, ma io ero felice e fiera di me.

Con gli anni, la mia passione per le lingue non si è affievolita, anzi, non vedevo l’ora di andare alle scuole medie per iniziare a studiare il francese! Ovviamente, era la mia materia preferita e, manco a dirlo, avevo tutte “A”. Anche alle superiori, le materie in cui riuscivo meglio erano l’inglese e il francese e ricordo che, quando avevo circa quindici anni, ci chiesero di scrivere in un tema come ci vedevamo tra dieci anni. E cos’altro avrei mai potuto fare io da grande, se non la traduttrice?

Tiziana Geroldi
Traduttrice freelance EN-FR-AR>IT
Venezia

Le coincidenze…nella traduzione

 Categoria: Le lingue

In principio era il Logos
e il Logos era verso Dio
e Dio era, il Logos
Questi era in principio verso Dio

Varcando il limite della semplice esegesi del testo, sembra una preziosa coincidenza, il fatto che il prologo del Vangelo secondo Giovanni sia costituito proprio da un inno al λόγος. Il processo della traduzione è qualcosa di profondamente misterioso in cui non sempre valgono regole fisse e prestabilite. Trans-ducere, ‘portare al di là’, ma al di là di cosa esattamente? Tradurre è trasportare, oltre la soglia del significato, della cultura, di un altro mondo, forse di un’altra galassia. È in questo passaggio che i significati e i significanti delle parole s’intrecciano, si mescolano, si perdono e si arricchiscono, generando delle preziose e curiose coincidenze linguistiche.

Se nella fictio le coincidenze sono necessarie perché generano plot e infittiscono e intrigano le trame, aggiungendo quella patina quasi complottarda di magia che, come un’Ἀνάγκη inesorabile, abbraccia tutti i personaggi, le coincidenze linguistiche hanno un ruolo non meno attivo nella comunicazione.

Se ci si sofferma sulla similarità o talvolta, sulla totale uguaglianza di significante e/o significato di alcune parole verrà spontaneo interrogarsi quantomeno sulla loro storia linguistica.

La coincidenza linguistica nasce e persiste laddove l’etimologia non può illuminare, laddove le radici dei cambiamenti linguistici restano sotterranee e imperscrutabili, laddove la polisemia, l’omofonia o l’omografia sorgono per casualità o a-casualità e non necessariamente per parentele genetiche. In ogni caso la bizzarria di alcuni fenomeni induce spesso a chiedersi la ragione di alcune strane coincidenze, soprattutto sul piano semantico.

Il filosofo francese Derrida nel 1985 parlava proprio dell’universo della traduzione come una Babele: perché tradurre, significa anche mettere ordine nel caos del multilinguismo, superare le decostruzioni di senso che poi sono le responsabili dell’incomunicabilità fra gli uomini. Eppure proprio questa incomunicabilità generata dal caos babelico è la coincidenza che produce il plot nella storia delle lingue, che le mette in movimento e in comunicazione attraverso la traduzione, che così si rende necessaria non solo per esprimersi, ma anche per assicurare a qualsiasi lingua e a qualsiasi testo l’eternità. Il mito della lingua unica avrebbe stroncato sul nascere le diversità, l’incontro col diverso, avrebbe strozzato la traduzione e impantanato la comunicazione in una statica unicità. Infatti, come asserito da Voltaire,’Babele’ significa ‘città di Dio’, ma anche ‘confusione’ perché è proprio lo stesso Dio che decide di annullare il dono della lingua unica, passepartout della comunicazione umana, avvelenandolo. ‘Dono’, appunto, una delle tante parole che racchiudono curiose coincidenze linguistiche che si dispiegano soprattutto in traduzione. Una di queste è rappresentata proprio dal termine inglese del sostantivo, ‘gift’, ‘dono’, appunto, che viene dal verbo ‘to give’, ‘dare’. Fin qui nihil novi sub sole. Ma se analizziamo la stessa identica parola,’gift’ in tedesco ci stupirà il suo significato: ‘veleno’. Macabra combinazione. Strana coincidenza. Curiosa casualità. Eppure l’associazione tra ‘dono’ e ‘veleno’ non sorprende, ha origini antiche, radicate nella mitologia greca, ad esempio. Si pensi al mito di Eracle e Deianira: il possente eroe muore bruciato indossando la veste avvelenata che aveva appunto ricevuto in dono dalla moglie Deianira. Oppure alla Medea vendicatrice che manda in dono un mantello avvelenato alla giovane Glauce, la quale, ignara, lo indossa per poi morire fra dolori strazianti.

In conclusione, per quanto complicato, bizzarro e più o meno casuale sia il fatto che delle parole coincidano, in lingue diverse o in traduzione, per significante o per significato, è innegabile che non solo l’inspiegabilità di certe coincidenze linguistiche sia affascinante, ma che una riflessione più approfondita permetterebbe di addentrarsi maggiormente in uno studio più sistematico e magari provare a costruire un quadro sinottico dei vari casi. Ciò che è certo è che un’analisi del genere darebbe quanto meno l’opportunità di confrontarsi non solo con strani fenomeni linguistici e/o traduttologici, e magari di scoprire o meglio ri-scoprire parole e termini estinti dal nostro panorama linguistico e di capire le ragioni, se ce ne sono, per cui le lingue si evolvono, cambiano, si intrigano.

Autore dell’articolo:
Valeria Gravina
Traduttrice EN-FR>IT
Napoli