La traduzione filmica

 Categoria: Servizi di traduzione

La traduzione filmica deve fedelmente riprodurre l’anelo alla verosimiglianza insito nell’originale, pertanto fa ricorso a strategie che cercano di autenticare il dialogo sporcandolo, come: ripetizioni, frasi sospese, false partenze e errori intenzionali. Queste strategie sono proprie del parlato-recitato, una varietà diamesica ibrida fra parlato e scritto prototipici, così definita da Giovanni Nencioni.

Il parlato-recitato sopperisce alla mancanza di spontaneità con “quella spontaneità provocata, cui l’attore perviene investendosi della parte del personaggio, incarnandosi in esso”. Mi permetto di definirla dunque una spontaneità indotta. La paradossalità del qui presente ossimoro non ne esclude l’esistenza. In conformità a questa spontaneità virgolettata, tipica di cinema e teatro, tutto viene orchestrato per dare l’idea che l’enunciazione sia elaborata in tempo reale, senza rumori di sottofondo, se non quelli previsti dalla regia.

Viene meno la completezza sintattica e viene invertito il consueto ordine delle parole. La coerenza sembra esser minata, ma la perdita non è grave e il messaggio comunque passa. Infatti, quando non si dà un senso compiuto al proprio enunciato ci si può sempre affidare a vie traverse, arrangiandosi con la mimica e la gestualità. Mi riferisco alla comunicazione non verbale che guida alla corretta interpretazione di ciò che viene detto. Talvolta i gesti contraddicono le parole; è qui che subentra l’ironia.

C’è un altro punto su cui occorre soffermarci. Riguarda la ridondanza e la funzione metalinguistica del parlato-recitato; queste due proprietà alterano la linearità della sintassi e danno l’idea che il personaggio stia cercando in quel momento le parole per esprimersi, ma l’immediatezza comunicativa non permette di fare ordine tra le idee. Pensiamo ai tanti personaggi impacciati che vengono presi alla sprovvista da un evento inaspettato o intimidatorio e iniziano a balbettare, cercandosi di aggrapparsi al filo del discorso. A causa dell’andirivieni metalinguistico, dovuto al tentativo di spiegarsi dettagliatamente,si incorre in continue parafrasi e l’informazione procede lentamente indipendentemente dalla velocità dell’enunciazione.

Autore dell’articolo:
Paola Avenoso
Aspirante traduttrice ES-EN>IT
Roma

La lingua spagnola nella mia esperienza (3)

 Categoria: Traduttori freelance

Valladolid, ricca di arte e di cultura. La catedral, la Iglesia de San Pablo y el Mercado del Val: un mercato tipico definito “splendido ejemplo de arquitectura industrial” edificato alla fine dell’ottocento, la cui struttura è in ferro e quando vi si entra, in un’atmosfera un po’ retrò, puoi acquistare frutta di stagione e pesce fresco; totalmente diverso e non paragonabile al centralissimo “Mercado de San Miguel” in Madrid , molto più ‘trendy’, ove ogni prelibatezza culinaria è presentata in modo impeccabile e nel periodo natalizio puoi comprare ogni genere di “cadeau” a tema. In quest’ultimo i turisti e gli stessi madrileni degustano “tapas” in eleganti barettii, “a la barra” o seduti sui tipici ‘taburetes’ (sgabelli), la cui comodità per usufruire dei tavolini mi deve ancora essere spiegata. Io non riesco a starci seduta più di qualche minuto senza dover dar mostra di un certo equilibrismo.

Vivere in una città, Valladolid e innamorarsi di un intero Paese e della sua lingua, questo mi è accaduto, conoscendone e apprezzandone la cultura e le tradizioni. Momenti che difficilmente potrò dimenticare sono quelli vissuti durante la Settimana Santa, periodo in cui questa città si trasforma. Le tradizionali Processioni, le cui origini risalgono al XV secolo, danno una nuova vita a questa metropoli, “las calles se tiñen de penumbra”: non c’è espressione più suggestiva che possa spiegare cosa significhi assistervi; commozione per coloro che sono credenti, incredibile teatro a cielo aperto per chi ha un approccio laico. Le diciannove confraternite, alcune delle quali fondate proprio nel XV secolo, sfilano con le tradizionali tuniche di raso o velluto e mantelli (o mozzette), il tutto impreziosito da particolari bottoni, cingoli e guanti. Sicuramente carpiscono l’attenzione i tradizionali copricapo a forma di cono (capirotes), che lasciano intravedere solo gli occhi e il fatto che i membri di alcune confraternite seguano la processione a piedi scalzi con accompagnamento musicale, che sottolinea l’incedere dei passi a ritmo di tamburo.
Le sculture barocche in legno, che riproducono il Cristo o la Vergine, si erigono su altari impreziositi da pregevoli decorazioni floreali e vengono portate in Processione nelle vie e nelle piazze gremite di gente, nelle quali vige un silenzio surreale in segno di rispetto.

Quella permanenza in Spagna è stata un’esperienza umana e di preparazione professionale che ha fatto in modo che io mi senta una persona migliore. Quando leggo un libro in lingua originale, talvolta sono sufficienti una frase o un solo sostantivo per evocare ricordi e far sì che singoli episodi e momenti vissuti mi tornino alla mente. E quando sento nostalgia, penso ad un inconsueto arrivederci di un collega e amico, dopo aver visto i risultati degli ultimi esami, davanti ad una bacheca dell’Università: “Non mi piacciono gli addii, salutiamoci come se ci dovessimo vedere domani …”.

Autore dell’articolo:
Francesca Bosatelli
Dott.ssa in Giurisprudenza – Abogado
Traduttrice ES-EN>IT
Bergamo

La lingua spagnola nella mia esperienza (2)

 Categoria: Traduttori freelance

E’ chiaro che ciò di più stimolante possa poi essermi accaduto riguarda il cominciare a vivere in una città, Valladolid, metropoli nel cuore della Castilla y León e il rapporto con i compagni di corso di altre nazionalità, alcuni dei quali dei paesi latino americani: Brasile, Colombia, Venezuela, Argentina, Portorico; e c’era pure una ragazza franco-messicana, il cui fascino latino era accompagnato da un glamour parigino. Ciò mi ha consentito di confrontarmi con altre culture ed esperienze di vita completamente diverse dalle mie.

La collega, nonché coinquilina colombiana, mi ha ben presto illuminato in merito ai necessari rudimenti per comprenderci in cucina: ‘nevera’, il frigorifero; ‘lavavajilas’, la lavastoviglie; ‘olla’, la pentola; ‘cubiertos’ le posate. ‘Lavadora’ la lavatrice, sì, stava in cucina; subito abbiamo appreso che – con qualsiasi programmazione – il lavaggio veniva effettuato a novanta gradi! Il mio disappunto, per usare un eufemismo, al primo lavaggio è stato accolto con un tenero ‘lo siento’ dalla menzionata amica; ‘Lo siento, lo siento’, cosa potrà mai provare o sentire, pensavo, per le mie dannatissime t-shirt rimpicciolite di tre taglie? No, mi dicevo, stai calma, ragiona in spagnolo: infatti era un apprezzabilissimo ‘Mi dispiace’. E pazienza se in castigliano ‘piso’ è l’appartamento, mentre nei paesi latinoamericani indica più facilmente la pavimentazione dell’appartamento stesso, che in terra vallasoletana si indica più propriamente con ‘suelo’; e se in Colombia ‘coche’ serve per indicare il passeggino e non necessariamente l’automobile, per la quale si può utilizzare il termine ‘carro’. Sono sottigliezze linguistiche che aiutano l’arricchimento culturale.

‘Pensare’ in spagnolo è stato il passaggio fondamentale per apprendere la lingua spagnola. Quando, programmando la giornata, mi sono resa conto che i pensieri fluttuavano nella mia mente nella lingua del Paese in cui stavo vivendo, prima mi è sorto un sorriso spontaneo e poi ho pensato che ce l’avevo fatta: avere il dominio della lingua contestualmente alla proprietà di linguaggio.

La terza e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Francesca Bosatelli
Dott.ssa in Giurisprudenza – Abogado
Traduttrice ES-EN>IT
Bergamo

La lingua spagnola nella mia esperienza

 Categoria: Traduttori freelance

Le coincidenze, il caso, la passione per le lingue straniere maturata in un’età non esattamente adolescenziale, non so cosa esattamente mi abbia accompagnato nel mio percorso, però, come sostengo da sempre, tutto ha un perché. Quando mia madre mi ha ricordato che le prime parole pronunciate in una lingua straniera sono state “pollo y leche”, a quattro anni in vacanza sulla Costa Brava in Spagna,  penso che forse un percorso, senza che io lo sapessi, si stava già delineando; ma questo è ciò che mi piace pensare. Ecco sì, percorso, perché al fato non credo.

Pur avendo visitato diversi luoghi nel corso degli anni, soprattutto in Europa, negli anni a venire l’incontro straordinario è avvenuto proprio con la Spagna. Il primo agosto di quasi due anni fa inviai la mia candidatura per l’iscrizione ad un Master in diritto spagnolo, della quale, per altro, nel giro di pochi mesi quasi mi dimenticai, se non fosse stato che la sera del venticinque dicembre di quello stesso anno, controllando la posta elettronica, vidi una mail nella quale, in modo molto formale, mi veniva comunicata l’ammissione ai corsi. Strepitoso, oserei dire; mai regalo di Natale fu più gradito. Il Master sarebbe cominciato quindici giorni dopo! L’istinto, il desiderio di cambiamento, l’idea che fosse un’occasione imperdibile fecero in modo che il giorno precedente l’inizio delle lezioni mi trovassi a Valladolid, passando per Madrid e viaggiando ancora verso Nord. Non conoscevo nessuno, avevo prenotato per due notti in una Residenza Universitaria – quindi tecnicamente ero senza casa – e conoscevo poche parole di spagnolo. Un buon inizio. La forza di volontà e l’intraprendenza hanno fatto il resto. Cinque ore di lezioni di diritto spagnolo al giorno per cinque giorni la settimana sono una buona palestra e il corso di lingua full immersion nella medesima Università ha fatto il resto.

Certo come formazione è stata alquanto alternativa: iniziare ad avere nozioni giuridiche e comprendere i principi fondamentali del diritto prima ancora di aver contezza del fatto che la grammatica spagnola fosse ostica tanto quanto quella italiana è stato quanto meno singolare. Con il passare dei giorni, delle settimane e dei mesi tutto ha cominciato ad essere semplicemente esaltante, le competenze giuridiche e la grammatica si accompagnavano a quella che mi piace definire un’avventura  straordinaria, fatta anche di piccole cose, quale la spesa al Supermercato, parlando con gli addetti dei reparti e in una lingua che non è la tua, scoprendo che l’etimologia della parola non mi aiutava a comprendere che lo zafferano si potesse chiamare azafrán, ben presto abbandonato per specialità castigliane quali il “pulpo a la gallega y la sepia a la plancha”, ma si sa, anche nelle migliori esperienze, i sapori di casa mancano!

Domani sarà pubblicata la seconda parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Francesca Bosatelli
Dott.ssa in Giurisprudenza – Abogado
Traduttrice ES-EN>IT
Bergamo

La traduzione: Arte della Guerra a parole (4)

 Categoria: Tecniche di traduzione

Chi ha creato un esercito compatto, con ufficiali e soldati che combattono uniti per un unico fine, sarà vittorioso.
La terza condizione parla di un esercito compatto e di un fine, quindi della conoscenza della lingua, che deve essere profonda e ben piantata, e del fine ultimo che muove il traduttore. Senza una lingua salda, la traduzione è vacillante perché, se già di per sé è difficile trasportare un significato da un’altra lingua, senza una profonda conoscenza della propria lingua questa operazione può risultare impossibile. Ma va ricordato anche che la lingua non è una serie di regole che galleggiano nel vuoto cosmico e quindi conoscere una lingua non può prescindere dal conoscere anche tutto ciò che ruota intorno alla lingua e che con quella lingua ha a che fare.

Come un generale bravo deve sapere, oltre a dare gli ordini, come si sellano i cavalli o si affilano le armi, ma anche come si semina e si costruisce una casa, così un traduttore deve conoscere la propria lingua ma anche quello che con la lingua si fa. Una cultura altra, per quanto lontana, avrà per forza qualcosa che è riconducibile alla propria e questo genere di collegamenti è possibile se il traduttore è e rimane immerso nella propria cultura. L’esercito del traduttore quindi è compatto e saldo se la sua lingua è accompagnata da una conoscenza vasta del mondo che circonda quella lingua. E, come abbiamo già detto, questa conoscenza deve essere pari a quella della lingua che si affronta e del mondo che la produce.

Oltre ad essere unita in sé, raccomanda Sun Tzu, la nostra lingua, il nostro esercito, deve essere messa al servizio della traduzione per raggiungerne lo scopo: la conoscenza. L’intenzione del traduttore infatti guida la sua lingua, come gli ordini di un generale guidano le truppe e questi ordini devono essere coerenti e puntare ad un unico fine. Vorrei dire qui che è mia convinzione che la conoscenza sia il fine ultimo della traduzione e per questo motivo la mia analisi non prende in considerazione tutti quelli che pure possono essere, e sono stati, scopi dell’attività del tradurre.

Chi è prudente e preparato, e resta in attesa delle mosse del nemico temerario e impreparato, sarà vittorioso.
La quarta condizione discende dalle prime tre e sembrerebbe adattarsi alla traduzione solo in parte ma possiamo comunque imparare qualcosa sull’attività della traduzione. Abbiamo già detto che essere preparato è fondamentale per il traduttore, così come per il generale in battaglia, ma qui alla preparazione si aggiunge un altro consiglio: la prudenza. E anche questa dovrebbe essere messa in pratica dal bravo traduttore, che non deve agire senza aver riflettuto e muoversi con circospezione lasciando che sia il testo stesso a dirgli cosa fare e a mostrargli la strada, con quelle spie che inevitabilmente sono presenti e che cambiano da testo a testo nonostante la lingua possa essere la medesima. Esattamente quello che Sun Tzu consiglia quando parla di nemico temerario e impreparato. E il nemico del traduttore può essere considerato come temerario e impreparato: nessuno scrittore scrive avendo in mente che sarà tradotto in decine di lingue, alcune lontane anni luce geograficamente e strutturalmente. Il testo quindi ha tutta la sfrontatezza dell’originalità ma il traduttore paziente può agilmente scendere a compromessi e trovare un buon accordo di pace tenendo presente questa caratteristica intrinseca del testo scritto.

Chi dispone di generali esperti non vincolati da funzionari di corte, sarà vittorioso.
La quinta e ultima condizione si applica, nel nostro ragionamento, ad un aspetto che non riguarda più la lingua ma qualcosa che può fortemente influenzarla: l’autore del testo di partenza. Con un piccolo sforzo di fantasia infatti si può facilmente vedere in quei funzionari di corte la fama che a volte si lega a certe opere e a certi autori. Un aspetto che non va sottovalutato infatti, nel genere di scontri di cui trattiamo, è la sudditanza psicologica di cui a volte il traduttore può cadere vittima. Un autore molto famoso, così come un temuto generale, può portare il traduttore a chiedersi se è o meno all’altezza di quel testo, di quello scontro, di quel generale e aggiungere altre difficoltà. Conoscere quel generale, quell’autore aiuta ma non bisogna farsi chiudere nell’angolo da quello che si sa, o si scopre. Troppe informazioni infatti possono portare a nessuna informazione e creare trappole psicologiche che possono condurre a scelte infelici. E ancora una volta il consiglio di Sun Tzu torna in nostro soccorso: la fama del generale può essere motivata o meno ma alla fine il suo esercito è fatto degli stessi elementi di cui dispone il traduttore e, con una buona strategia, anche un piccolo esercito può strappare un buon trattato di pace ad un avversario che, nei numeri, avrebbe dovuto annientarlo.

Le cinque condizioni elencate da Sun Tzu sono seguite dalla considerazione da cui siamo partiti e ora si comprende molto meglio il valore di questo piccolo e improbabile manuale del traduttore del V secolo a.C. che, se non risolve i problemi che la traduzione inevitabilmente pone, può essere sfruttato almeno per mantenere la calma davanti a testi apparentemente impossibili e raggiungere quel trattato di pace cui il traduttore dovrebbe sempre tendere.

Autore dell’articolo:
Valeria Poropat
Traduttrice EN-ES-DE>IT
Roma

La traduzione: Arte della Guerra a parole (3)

 Categoria: Tecniche di traduzione

Chi è in grado di distinguere quando è il momento di dare battaglia, e quando non lo è, riuscirà vittorioso.
Sun Tzu scrive che per vincere è importante sapere quando dare battaglia e quando no. Tenendo presente che stiamo parlando di traduzione, il consiglio è – come tutti i buoni consigli – quanto mai semplice: bisogna sapere quando tradurre e quando no. Fino a non molto tempo fa, e alcune volte ancora oggi, il traduttore, vuoi per eccessiva premura verso il lettore finale vuoi per paura di un’eventuale incomprensione, traduceva tutto, e i nomi di luoghi e di persona sono state le vittime più frequenti, con conseguenze che, lette oggi, fanno quantomeno sorridere. Il buon traduttore (o meglio quello che a mio avviso è un buon traduttore) sa quando deve fermarsi e smettere di inseguire il nemico che fugge, perché semplicemente, a volte, è meglio così. Un testo tradotto non deve essere emendato da ogni traccia della lingua di partenza, della cultura di partenza, perché verrebbe meno il fine ultimo della traduzione: il contatto tra culture e lo scambio. Se il testo viene reso assolutamente simile a tutto ciò che la cultura di arrivo produce, il lavoro del traduttore sarà stato vano e la traduzione inutile.

Chi è in grado di stabilire quando deve usare forze minori, e quando maggiori, riuscirà vittorioso.
Questa seconda condizione è strettamente legata alla precedente e riprende il discorso di quanto e come il generale, il traduttore, deve muovere le proprie truppe. Ma se con i nomi propri di persona o di luogo è facile prendere una decisione e portarla avanti, la situazione si complica quando ci si confronta con la lingua nel suo complesso. Il traduttore deve sapere quanto sconvolgere il testo di partenza senza perderne il senso e senza scivolare dalla traduzione nella scrittura creativa. Le differenze tra lingue, anche tra le più simili, esistono e vanno tenute in debita considerazione. Se il traduttore cerca in ogni modo di trasformare la lingua del testo di partenza nella propria, non si può parlare più di traduzione così come nel caso di una traduzione che segua in ogni virgola il testo originale, producendo un testo nella lingua di arrivo ma non della lingua di arrivo. Proprio come un generale che si trovi in un campo di battaglia fatto di sabbie mobili, il traduttore deve pensare bene ad ogni passo che fa, e alla forza che deve imprimervi.

La quarta e ultima parte di questo interessante articolo sulla Traduzione come Arte della Guerra a parole sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Valeria Poropat
Traduttrice EN-ES-DE>IT
Roma

La traduzione: Arte della Guerra a parole (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

La similitudine tra traduzione e guerra è sicuramente un po’ cruenta ma, a mio avviso, efficace perché, se da un lato le parole di Sun Tzu forniscono un ottimo consiglio per la pratica della traduzione, dall’altro, aiutano a non chiudere il traduttore e il tradurre in cima alla torre più alta del castello più remoto e li rimettono dove è giusto che si trovino: nel mondo, nella cultura. Il traduttore non è l’alchimista di corte, ma il generale che dorme per terra con i suoi soldati e sa cosa ognuno di loro farà prima ancora che questi pensino di fare qualcosa.

Abbiamo visto che, seppur azzardato, il paragone tra traduttore e generale e tra tradurre e battaglia calza ed è anche utile. Ma il paragone si applica anche a quello che è il risultato pratico dell’attività del traduttore: la traduzione. Nell’economia di questa similitudine, la traduzione è il trattato di pace. Si pone nel mezzo tra traduttore e testo di partenza ed è, nel migliore dei casi, un onorevole pareggio. Il traduttore sa in partenza che questo pareggio è il massimo che può ottenere e a questo punto, perché vincere significherebbe annientare il testo e con lui il suo senso – sarebbe una vittoria di Pirro – d’altro canto la resa o la sconfitta implicherebbero il fallimento della traduzione e il crollo di quel ponte culturale che avrebbe dovuto creare. Domare il testo così come lasciarsene sopraffare sono inutili in egual misura.
Va detto, per completezza, che il traduttore dà battaglia al testo di sua spontanea volontà ed è anche per questo che non si punta all’annientamento totale ma ad uno scambio che sia, pur con le sue scaramucce e salve di artiglieria, proficuo.

Poco sopra la citazione con cui ho aperto, Sun Tzu elenca cinque circostanze che possono portare alla vittoria e che la citazione di apertura riassume. Alcuni spunti però sono, a mio parere, interessanti per continuare l’analisi dell’attività del traduttore come se fosse una guerra, un’analisi che, abbiamo visto, non è del tutto priva di fondamento e serve anche, in un certo senso, a motivare il traduttore.
Le prime quattro condizioni si attagliano perfettamente al modo in cui il traduttore dovrebbe prepararsi allo scontro e a come dovrebbe saper dosare le proprie forze e i propri interventi mentre, come vedremo, la quinta affronta un altro aspetto della traduzione non strettamente legato alla lingua: l’autorialità.
Non sostituirò più i termini bellici con degli equivalenti pacifici, visto quanto ho già detto e passerò direttamente ad analizzare quello che il grande generale cinese dice e a vedere in che modo questo possa tornare utile al traduttore. L’unica nota che mi sento di fare è ricordare, di nuovo, che il traduttore non punta alla vittoria ma al pareggio.

La terza parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Valeria Poropat
Traduttrice EN-ES-DE>IT
Roma

La traduzione: Arte della Guerra a parole

 Categoria: Tecniche di traduzione

Parlando delle tecniche da adottare in attacco, Sun Tzu scrive:
Conosci il nemico come conosci te stesso. Se farai così, anche in mezzo a cento battaglie non ti troverai mai in pericolo.
Qui però si parla di storia delle tecniche militari e non delle tecniche di traduzione. Proviamo allora a sostituire nemico con lingua del testo da tradurre e te stesso con la tua lingua: la frase mantiene il proprio senso e, cosa ancora più importante, il proprio valore. Per tradurre bisogna conoscere le lingue con cui si lavora con la stessa profondità, così da comprendere al meglio il significato, lo scopo, che sta dietro l’uso specifico della lingua del testo di partenza e traghettare questo scopo nella nostra lingua. La conoscenza non deve, ovviamente, limitarsi alla lingua ma questa è e rimane l’elemento fondamentale. Si può tradurre bene senza conoscere ogni dettaglio della letteratura in cui nasce il testo che affrontiamo ma non senza conoscere la lingua in cui quel testo è scritto come se fosse la nostra.

Il consiglio di Sun Tzu non è però solo un suggerimento ottimo per affrontare la traduzione ma offre anche una prospettiva diversa sulla traduzione come attività del pensiero.
La traduzione, infatti, altro non è se non un’Arte della Guerra a parole – un incontro-scontro tra popoli – popoli che si confrontano con l’arma migliore che il genere umano abbia mai concepito: la parola. Si dovrebbe dire, con spirito più pacifista, che la traduzione non è una guerra, ma un placido accostarsi di culture. Ma anche immaginando che lo scopo della traduzione sia solo la diffusione in una cultura di un’opera proveniente da un’altra cultura (e lasciando da parte qualsiasi volontà di manipolazione), ad un livello più basso, più intimo, il testo che noi chiamiamo originale o source text o testo fonte o di partenza non si offre al traduttore di sua spontanea volontà e non lo aiuta.

Il traduttore è in trincea e studia il testo esattamente come si studia il nemico sul campo di battaglia. Cerca una strada per superare le linee nemiche dell’incomprensione e dell’intraducibilità, arretra se la strategia non è efficace, persiste se invece sente che il testo cede, usa l’intelligence e le spie che vengono inavvertitamente, o forse no, lasciate libere. Come ogni generale poi, il traduttore sa che, per quanto estroso e originale il suo avversario possa essere, alcune caratteristiche del suo esercito saranno uguali ad altri eserciti già affrontati, magari anche su altri campi di battaglia e sfrutterà le proprie conoscenze pregresse – tutte le proprie conoscenze pregresse – per rispondere di volta in volta agli attacchi ad adattare la propria strategia al suo avversario.

A domani la seconda parte di questo interessante articolo.

Autore dell’articolo:
Valeria Poropat
Traduttrice EN-ES-DE>IT
Roma

Io sono un traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

Sarebbe bello vedere questo articolo pubblicato su Easy Languages Blog.
Sarebbe bello perché significherebbe che qualcuno ancora ci tiene e impiega un po’ del proprio tempo a leggere veramente un testo, a vedere cosa ha da dire un traduttore. Perché io sono un traduttore, lavoro nelle traduzioni dal 1999, è stato questo il mio primo lavoro subito dopo la laurea ed è ancora l’unico lavoro che mi fa sentire bene.

Scrivere è tutta la mia vita, il mio solo modo di esprimere i miei sentimenti e i miei pensieri. Lo faccio continuamente, a casa, scrivendo storie, romanzi, lettere … e quando traduco mi sento al massimo! Leggere un testo in lingua straniera e tramutarlo nella mia lingua è la sfida più ardua ma anche la migliore al mondo. E’ così entusiasmante prendere una parte di un libro o di una rivista e darle una nuova vita in una nuova lingua. E’ un’emozione che solo poche persone al mondo possono apprezzare ed è un peccato… un vero peccato!… che pochissimi di noi riescono a farlo per mestiere.

E’ una vergogna che ci siano tanti editori e agenzie di traduzione che offrono “risultati veloci” uccidendo la qualità e la passione. E’ una vergogna che sempre più persone preferiscano il “Traduttore Google” e le sue stupide frasi senza senso piuttosto che un buon lavoro fatto da una mente umana. Sì, mi piacerebbe vedere il mio articolo sul vostro Blog … perché devo gridare la mia delusione, dato che non c’è lavoro per i bravi traduttori! Perché il lavoro più bello del mondo è rimpiazzato da ragazzini ignoranti e da stupide macchine mentre le lingue, l’universo espressivo più meraviglioso, vengono lentamente uccise da traduttori automatici e “twittate”.

Autore dell’articolo:
Grazia Musumeci
Traduttrice EN-ES-FR>IT
Acireale (CT)

La lingua tedesca e la riforma ortografica

 Categoria: Le lingue

Le origini della lingua tedesca possono esser fatte risalire all’epoca del Grande Impero di Carlo Magno quando la diffusione del Cristianesimo fece sentire sempre più pressante l’esigenza di creare una lingua che fosse comprensibile a tutti. Inizialmente il tedesco si presentava in maniera molto frammentaria, comprendendo una vasta varietà di idiomi e dialetti derivanti dal ceppo indoeuropeo. La nuova lingua cominciò a svilupparsi sotto l’influenza del latino e dai dialetti della Germania meridionale (Hochdeutsch). Il fiorire, però, delle arti e della Letteratura, condusse la lingua a svilupparsi in maniera più complessa e articolata. Si giunse così alla seconda fase di evoluzione della lingua germanica (dal XII al XV secolo: Mittelhochdeutsch). In quel periodo la vita era influenzata dalla vita di corte e pertanto, lentamente, l’influsso della lingua francese si fece sempre più presente nello sviluppo della lingua tedesca.
Grazie alla diffusione della stampa da parte di Gutenberg, la lingua tedesca cominciò ad esser maggiormente divulgata presso il popolo e quindi a subire ulteriori e importanti cambiamenti e rivoluzioni. Grazie poi alla traduzione della Bibbia in un linguaggio popolare effettuata da Martin Lutero, la nascita del Nuovo Tedesco (lingua parlata attualmente da tutti i popoli germanici) afferma la sua ragion d’essere.
Essa, come ogni altra lingua, ha avuto il suo percorso di sviluppo tramite le numerose fasi storiche della civiltà e cultura tedesca. Si annoverano nel corso del XX sec. due importanti riforme ortografiche della lingua e ogni valido e serio traduttore dovrebbe conoscerle bene per poter comprendere appieno lo sviluppo di questa lingua affascinante e complessa nello stesso tempo. La prima risale al 1901 e la seconda al 1996-98.

Le due riforme ortografiche

La riforma ortografica (in tedesco Rechtschreibreform), è entrata in vigore a partire dal 1º agosto1996. La prima conferenza si tenne a Berlino nel 1875, ma le conclusioni raggiunte vennero respinte dai paesi che vi avevano preso parte. Dopo questo insuccesso si tennero molte altre conferenze, durante le quali furono presentate proposte di riforma, ma le più interessanti si tennero a Vienna nel 1986, nel 1990 e nel 1994: nel corso di quest’ultima conferenza fu proposta la riforma definitiva.

Tale riforma comprende tali importanti punti:

• Corrispondenza tra suoni e lettere (uso della doppia ss: ß nelle parole brevi).
• Uso di maiuscole (Nomi, Oggetti, Lingue, etc) e minuscole.
• Uso di grafie separate e unite.
• Uso dei trattini.
• Punteggiatura (fondamentale per costruire le Nebensätze: le frasi secondarie).
• Divisione sillabica di fine riga.

Conoscere a fondo tale riforma e applicarla nella fase di traduzione, per un traduttore di una lingua neolatina risulta di primaria importanza; avendo particolari strutture e precise regole, tali nozioni assumono importanza prima della composizione e della tipologia del testo. Poi troviamo la capacità del traduttore di districarsi il più fedelmente possibile tra le parole, termini e significati, poi nella propria esperienza e conoscenza della lingua e della cultura tedesca.

La traduzione non potrà mai essere fedele al cento per cento, in seguito ai vari backgrounds e stili dei traduttori, ma avvicinarsi il più possibile al modo di scrivere dei popoli germanici e seguire queste regole ortografiche, risultano i primi passi per apprezzare, comprendere meglio il tedesco e tradurlo più fedelmente possibile in un’altra lingua.

Autore dell’articolo:
Erminia Maltri
Traduttrice DE-EN>IT

La traduzione scientifica

 Categoria: Problematiche della traduzione

Sempre più frequentemente all’università vengono fatti acquistare agli studenti iscritti a discipline medico-biologiche libri di testo redatti da autorevoli scienziati stranieri (spesso americani) e tradotti poi in italiano.
Mi sono trovata a tradurre un capitolo di un libro scientifico dall’inglese all’italiano e ho scoperto che in questo lavoro il problema più grande sta nell’inesistenza di termini italiani che abbiano lo stesso significato di quelli inglesi. L’inesattezza in campo scientifico, però, è inammissibile, e così l’utilizzo di sinonimi e perifrasi. Perciò, sempre più spesso nei libri di testo parole o concetti che sono molto chiari in inglese vengono “italianizzati”, oppure fatti semplicemente sparire.

Di seguito riporto alcuni esempi: in statistica si parla spesso di “intervallo di confidenza”, ovvero la probabilità che un dato parametro ricada in quel determinato intervallo. Vi starete sicuramente chiedendo “Perché diavolo i matematici hanno definito questa probabilità un intervallo di confidenza“? La risposta è molto semplice, in inglese questo intervallo è chiamato “confidence interval” o “confidence range“. Confidence non ha nulla a che fare con la confidenza! “Confidence” indica la sicurezza, la “fiducia” che se quel determinato parametro cade in quel determinato intervallo, allora è molto probabile che sia corretto.

Un altro esempio: in inglese esiste il verbo “to perform” che sostanzialmente significa “fare”, ma ha in realtà moltissime sfumature, soprattutto creative e/o intellettuali: e infatti il termine performance è già entrato nel lessico comune, a intendere uno sforzo o un’opera di tipo artistico, o una prestazione di tipo fisico, che si presta a valutazione o critica.
Spesso nei laboratori di ricerca, quando si parla fra colleghi, si dice “ho performato una PCR”, perché in effetti “aver performato una PCR” significa di più che “aver fatto una PCR”. L’idea che trasmette “aver fatto una PCR” è un elenco di attività meccaniche e consecutive: ho preso i tubini, li ho messi nella macchina l’ho fatta partire. “Performare una PCR” invece sottintende anche il lavoro intellettuale che c’è dietro; ovvero aver pensato quale DNA prendere, quali concentrazioni usare, che reagenti aggiungere, il tipo di ciclo ideale; e ovviamente i risultati attesi.

Un ultimo esempio mette in cattiva luce i primi traduttori che si sono trovati ad affrontare il problema della traduzione scientifica. I fotosistemi presenti nelle foglie sono costituiti da un cosiddetto “complesso antenna”, che in italiano si chiama proprio così. In inglese invece ha il nome di “light-harvesting antenna complex” che rende perfettamente l’idea del suo compito. E’ un complesso che raccoglie la luce, ma non la “raccoglie” soltanto, la cattura, la fa sua e la utilizza per sintetizzare zuccheri.

In tutti questi casi, il calco dall’inglese può essere giustificato sia per trasferire rapidamente un concetto più ricco del suo omologo italiano, sia nella “pigrizia” del parlante o del traduttore, che sopratutto in ambiente scientifico può contare su solide conoscenze linguistiche da parte di chi legge o ascolta.

Autore dell’articolo:
Martina Bodner
Laurea Specialistica in Biotecnologie Industriali
Traduttrice DE-EN>IT
Caldaro sSdV (BZ)

Traduzione automatica: grande illusione (3)

 Categoria: Traduttori freelance

Alla luce di quanto detto finora, potrebbero essere oggetto di una errata traduzione termini inglesi come bachelor e work. Il primo può essere tradotto in italiano con “scapolo”, ma può indicare anche una persona che ha conseguito un BA, oppure il paggio di un cavaliere, o ancora un animale maschio, come una foca, che rimane senza compagnia durante la stagione degli accoppiamenti. In casi simili, la scelta del termine più appropriato in fase di traduzione avviene in considerazione delle caratteristiche della situazione comunicativa, a seconda che si tratti di un contesto legato a questioni inerenti al matrimonio, di un contesto universitario e lavorativo, medievale o zoologico. Con work invece si può indicare una serie di testi in letteratura (literary masterpiece), così come è possibile designare una serie di impianti (factory) in un contesto tecnologico.

Un traduttore esperto e colto riuscirebbe senza troppi indugi a selezionare il significato più adatto al testo che ha davanti; una macchina, al contrario, produrrebbe traduzioni inevitabilmente equivoche, come ci ha dimostrato anche il grande Umberto Eco, il quale ha voluto saggiare personalmente l’efficienza di “Altavista”, uno dei tanti sistemi di traduzione automatica offerti da Internet, sottoponendogli l’espressione inglese The works of Shakespeare e richiedendone la traduzione italiana. Lo scrittore, grazie a questo esperimento, è riuscito a mettere in luce il carattere “ironico” e “assurdo” che connota la maggior parte delle traduzioni realizzate da strumenti simili. Altavista infatti, ignorando che Shakespeare fosse un celebre poeta ha proposto la seguente traduzione: Gli impianti di Shakespeare.

Esiste infine un altro aspetto che un traduttore automatico non riesce a considerare: si tratta del controllo dello stile e del registro di un testo, fondamentale soprattutto nei testi letterari e poetici in cui gli elementi che concorrono alla definizione del piano della forma e dell’espressione sono direttamente funzionali al contenuto del testo. Un traduttore umano può preservare lo stile dell’autore mantenendo in vita l’effetto del contenuto originale e riproponendo quelle scelte espressive tipiche e specifiche del testo di partenza. Un traduttore automatico, invece, si limita a relazionare tra loro le parole del linguaggio “standard”, senza alcuna considerazione stilistica e formale.

Esaminando le lacune e i limiti della traduzione automatica si ha modo di evidenziare quanto complicata ed insostituibile sia la professione del traduttore, riflettendo sull’importanza di riconoscere a tale figura quella centralità e quella visibilità che per troppo tempo le sono state negate a causa di pregiudizi infondati che consideravano la traduzione alla stregua di un’attività marginale e secondaria cui tutti potevano accedere senza neppure disporre di un bilinguismo esperto o che tendevano a relegarla ad un esercizio di tipo dilettantistico, perseguito in genere da aspiranti a professioni più evolute ed erudite.

Autore dell’articolo:
Maria Canzolino
Traduttrice DE-EN-FR-AR>IT
Nocera Inferiore (SA)

Traduzione automatica: grande illusione (2)

 Categoria: Traduttori freelance

Una macchina non può fare tutto ciò, perché non ha una mente né capacità di percezione o di discernimento che le consentano di considerare tutta questa serie di fattori; essa non è in grado di “ragionare” o “formulare” ipotesi circa il significato delle parole del testo che le viene sottoposto e ed il suo funzionamento si esaurisce nella semplice e sterile produzione di equivalenze automatiche tra parole di lingue diverse sulla base di un dato dizionario. In altri termini, un qualsiasi strumento programmato per tradurre non è in grado di eseguire un processo di “interpretazione”, a differenza di un traduttore in carne ed ossa che compie ogni suo passo sulla base di continue congetture, finalizzate a cogliere, nell’intero spettro del contenuto messo a disposizione da una voce di dizionario, l’accezione o il senso più probabile e ragionevole e rilevante in quel contesto e in quel mondo possibile.

Le difficoltà che un computer incontra nel processo traduttivo derivano essenzialmente dall’incapacità di operare una disambiguazione contestuale e, di conseguenza, di risolvere eventuali problemi di sinonimia e polisemia, due proprietà dei segni linguistici che mettono a volte in serie difficoltà anche un traduttore professionista.
Si parla di sinonimia quando si riscontra un’assoluta identità del significato in due o più segni linguistici con significanti diversi. Sono sinonimi, ad esempio, termini come padre/father/père e papà/daddy, che apparentemente non sembrerebbero procurarci alcun tipo di problema, rinviando ciascuno alla figura paterna sul piano designativo; in realtà, i termini in questione non esprimono una sinonimia perfetta, poichè non sono assolutamente interscambiabili, risultando in un determinato contesto necessaria l’espressione di una variante piuttosto che un’altra, con il fine di enfatizzare una particolare reazione emotiva oppure di suscitare un certo effetto sul lettore e/o ascoltatore. Per essere più chiari, tutti siamo abituati a dire Dio è nostro padre/God is our Father e non Dio è nostro papà/God is our daddy, perché papà/daddy ha un uso più informale e colloquiale trovando generalmente applicazione nel gergo familiare. Un computer non riesce a cogliere simili sfumature di linguaggio incorrendo facilmente in errore, con risultati talvolta imbarazzati.

Un altro limite delle macchine traduttrici risiede nell’incapacità di riconoscere, e quindi di tradurre in maniera accettabile, le parole polisemiche, ovvero quelle che possono assumere un significato diverso a seconda del contesto comunicativo; la traduzione automatica infatti è quasi sempre programmata per compiersi secondo un sistema “algoritmico” per cui le parole della lingua di partenza e quelle della lingua di arrivo sono correlate tra loro in un rapporto 1:1, quindi ad ogni parola corrisponde un unico significato all’interno del vocabolario elettronico.

La terza e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Maria Canzolino
Traduttrice DE-EN-FR-AR>IT
Nocera Inferiore (SA)

Traduzione automatica: grande illusione

 Categoria: Traduttori freelance

Chi crede che una macchina o un qualsiasi “cervello elettronico” possa sostituire del tutto il lavoro del traduttore vive una grande illusione. Gli esperti nel campo della traduzione automatica concordano nel sostenere che un computer non potrà mai eguagliare le capacità di un traduttore umano perché, di fatto, non può operare come un essere umano. Tale strumento, pur velocizzando e rendendo più agile il lavoro, è infatti privo dell’intelligenza e della sensibilità umana, le quali non rappresenterebbero componenti “accessorie” o “variabili” dell’attività traduttiva, bensì elementi “imprescindibili”, capaci di percepire la reale natura di un testo e di trasmetterne il significato più autentico nella cultura di arrivo.

I limiti della traduzione automatica trovano una loro ragion d’essere nella natura stessa della traduzione. Si è soliti pensare, erroneamente, che quest’ultima rappresenti una semplice e passiva trasposizione di segni linguistici da una lingua naturale all’altra, ma in realtà è molto di più: la traduzione costituisce un processo di elaborazione mentale complesso che richiede una grande capacità di comprensione e di analisi e presuppone non solo la conoscenza di una o più lingue straniere, ma anche di tutta quella serie di fattori culturali, emotivi, psicologici che concorrono alla creazione e alla produzione di un testo.

Ogni volta che un traduttore s’imbatte in una traduzione si prepara a compiere un’impresa abbastanza ardua; egli deve infatti impostare con delle scelte ragionate una strategia traduttiva che si addica alla tipologia del testo che ha di fronte e che gli consenta di rendere al meglio il contenuto del testo di partenza nella lingua del testo target, ricordando che la traduzione ha essenzialmente una finalità comunicativa e deve risultare accessibile anche a un lettore che non abbia alcun tipo di conoscenza della lingua e della cultura di partenza.
Aleksander Svejcer ci insegna che “la traduzione, essendo uno dei più complessi tipi di comunicazione linguistica, costituisce un processo pluridimensionale e multiforme, determinato da una quantità di fattori linguistici ed extralinguistici”. Ciò vuol dire che il traduttore non deve essere soltanto un conoscitore di lingue, ma anche un buon linguista e soprattutto un bravo “etnografo”.

La seconda parte dell’articolo sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Maria Canzolino
Traduttrice DE-EN-FR-AR>IT
Nocera Inferiore (SA)

Traduzione audiovisiva: nuove opportunità

 Categoria: Servizi di traduzione

Ferma restando la tradizionale suddivisione dell’Europa e del mondo in dubbing e subtitling countries – in base dunque alla modalità di traduzione audiovisiva utilizzata – il confine appare sempre meno definito per effetto di una serie di fattori. Sebbene sia improbabile che il dibattito sul doppiaggio e il sottotitolaggio troverà mai una soluzione, nuove tecnologie hanno offerto e continuano ad offrire nuove opportunità per entrambe le modalità.
Al di là delle tendenze nazionali predominanti, uno degli sviluppi più evidenti al giorno d’oggi è proprio la coesistenza di entrambe le modalità perfino in Paesi le cui consuetudini apparivano molto radicate. In Francia, buona parte dei prodotti audiovisivi importati viene offerta anche in versione sottotitolata, così come in Spagna, dove il numero dei film proiettati in versione originale con sottotitoli è cresciuto significativamente negli ultimi tempi. Al contrario la Grecia, un Paese tradizionalmente incline al sottotitolaggio, si è aperta al doppiaggio, a cominciare dalle soap opera latinoamericane; analogamente, in Danimarca, film americani per famiglie come FlubberIl dottor Dolittle potevano essere acquistati, allo stesso prezzo, in VHS contenente sia la versione doppiata che quella sottotitolata in danese.

Il passaggio dalla tecnologia analogica a quella digitale, avvenuto negli anni Novanta, ha avuto e continua ad avere un’influenza sempre maggiore su ogni fase della produzione audiovisiva. DVD e DivX sono oggi tra le modalità principali per il consumo dei materiali filmici e contengono sempre sottotitoli, anche in presenza della versione doppiata; gli spettatori possono così scegliere tra un’ampia gamma di tracce, fino a 32 per i sottotitoli e fino a otto per il doppiaggio. Inoltre, il sottotitolaggio si è diffuso maggiormente con reti commerciali come Sky, che trasmettono anche film e materiali audiovisivi sottotitolati. Va poi ricordato che non udenti e ipoudenti stanno ottenendo l’accesso al mondo degli audiovisivi, in misura maggiore o minore a seconda dei Paesi, grazie a sottotitoli intralinguistici ed interlinguistici realizzati su misura.

Un’altra forma di sottotitolaggio da tenere in considerazione è quella del fansubbing. Il termine, nato dall’unione di fan (appassionato) e sub, abbreviazione di subtitle (sottotitolo), indica il sottotitolaggio non autorizzato dei dialoghi di un’opera audiovisiva, realizzato a livello amatoriale e distribuito gratuitamente in internet. La tradizione del fansub, iniziata con la creazione dei primi anime club negli anni Ottanta, è decollata nella metà degli anni Novanta grazie all’avvento su Internet di programmi di sottotitolaggio gratuiti. Si può addirittura affermare che il fansubbing, oggi un fenomeno sociale di massa in rete, rappresenti la maggiore manifestazione della traduzione amatoriale, come testimonia l’ampia community virtuale che vi ruota attorno.

Per quanto riguarda il doppiaggio, infine, le recenti innovazioni permetteranno di affinare la tecnica in almeno due modi: innanzitutto, migliorando la qualità del suono, attraverso l’analisi e la ri-sintesi delle voci dei doppiatori, e grazie alla possibilità di conservare la musica e gli effetti sonori originali isolandoli dal dialogo; in secondo luogo, manipolando l’immagine originale, ad esempio modificando il movimento labiale per ottenere una migliore sincronizzazione con le battute pronunciate in lingua di arrivo.

Autore dell’articolo:
Federica Neri
Traduttrice EN-ES>IT
Spoleto (Perugia)

Traduttori si nasce o si diventa?

 Categoria: Traduttori freelance

Nella società di oggi riuscire a guadagnarsi da vivere facendo ciò che si ama davvero e ciò per cui si è tanto sudato sui banchi di scuola è una prerogativa riservata a pochi fortunati. Ma non vi sono dubbi che portare avanti un’attività professionale con passione sia un ottimo punto di partenza per la sua riuscita.

Per quanto riguarda la mia esperienza, ho scoperto in cosa consistesse la professione del traduttore quando ero già all’università, ma già da bambina sapevo che, in un modo o nell’altro, nel mio futuro professionale ci sarebbero state le lingue straniere. Allora il sogno era di diventare assistente di volo e questo sogno è rimasto in piedi fino a che nel mio percorso universitario mi è stato assegnato il primo compito di traduzione. Ho capito immediatamente che quella era la mia strada, ciò per cui ero nata e tutti i dubbi che avevo sul percorso che avrei intrapreso in futuro si sono dissolti; fino a quel momento mi ero domandata come fosse possibile amare l’ambito delle lingue straniere, ma allo stesso tempo subire il fascino della grammatica, della matematica e di tutte le cosiddette “scienze esatte”. In fondo la traduzione (in particolare quella tecnica) ha dei punti in comune con le scienze: il suo scopo è dare un nome ad ogni cosa, ricercare una quantità potenzialmente infinita di informazioni e non smettere mai di imparare. Una volta entrata nel mondo della traduzione, mi sono accorta che i segnali di una mia propensione verso questo campo erano abbastanza evidenti già in passato: effettivamente non capita a tutti di non riuscire a frenare l’impulso di cercare il significato di qualsiasi testo straniero (orale o scritto) gli si pari davanti e provare una soddisfazione immensa quando quelle parole, che fino a qualche minuto prima apparivano criptiche, acquistano un senso da poter condividere con altri. In effetti, quello che il traduttore fa con la sua professione è proprio rendere accessibile a tutti qualcosa che prima era accessibile soltanto a pochi.

Affermare che “traduttori si nasce” è chiaramente eccessivo, ma una passione precoce per la grammatica, la perfezione dell’espressione e della lingua e la lettura è di certo un ottimo punto di partenza. Insomma, ciò che sostengo è che per diventare un traduttore degno di tale nome bisogna possedere due qualità fondamentali: la precisione (al limite della puntigliosità/maniacalità) e la curiosità che, proprio in quanto qualità, non possono essere insegnate o imparate. Sono doti naturali che, per dare dei frutti, vanno integrate con uno studio continuo e costante sia della propria professione, sia dell’ambito in cui ci si specializza.

Insomma, una predisposizione naturale unita a un’enorme quantità di tempo passato sulle “sudate carte” regala la possibilità di accedere a quello che, a mio avviso, è il mestiere più bello ed appassionante in assoluto e bisogna ritenersi dei privilegiati nel riuscire a guadagnarsi da vivere imparando ogni giorno qualcosa di nuovo.

Autore dell’articolo:
Marianne Giammarco
Traduttrice EN-FR>IT
Isola del Liri (FR)

Traduzione e riferimenti culturali (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

L’obiettivo è individuare nella nuova lingua dei corrispondenti che siano adeguati alla situazione specifica, valutando se il nuovo costrutto può corrispondere a quello iniziale per frequenza di utilizzo e per la classe sociale e l’età del personaggio che lo utilizza. In ogni caso è sempre da preferire una soluzione che sia leggermente distante da quella originale, piuttosto che sceglierne una fedele ed equivalente a livello formale che suoni però forzata e artificiale.

All’interno del discorso riguardante la traduzione e i riferimenti culturali, possiamo aggiungere alcune considerazioni sulla traduzione delle espressioni e dei termini volgari. Seppure in genere non vengano concepiti come elementi culturali, i volgarismi sono in realtà strettamente legati alla cultura di un popolo e sono tra i termini più caratteristici di una cultura; non a caso si tratta delle prime parole che molti stranieri imparano e ricordano andando all’estero. Proprio per questo legame con la realtà geografica e sociale di partenza, non tutte le parole e le espressioni scurrili dispongono di un equivalente in altre lingue. Esse, particolarmente tipiche dell’oralità, possono esprimere diversi stati d’animo dei personaggi, come ira, spavento, paura, meraviglia, gioia; proprio per questo motivo occorre fare attenzione a non ometterle o neutralizzarle in modo aprioristico, ma anzi, al contrario, è necessario fare attenzione a ricercare soluzioni ugualmente idiomatiche nella lingua d’arrivo, che si utilizzerebbero in una situazione analoga, evitando di ricorrere a soluzioni innaturali.

Parlando infine della traduzione dell’ironia e dell’umorismo, ricordiamo che ogni cultura li intende in modo diverso e il grado di accettabilità spesso varia considerevolmente, tanto che alcune battute fanno ridere in una cultura e non in un’altra. Il traduttore deve dunque stabilire una gerarchia di priorità e decidere se riportare la forma linguistica originale, magari a discapito dell’effetto comico, o se ricercare una soluzione altrettanto comica allontanandosi dalla forma linguistica di partenza. Generalmente si ricerca una sorta di equilibrio tra le due possibilità ma, talvolta, è più importante riuscire a far ridere che tradurre il significato esatto e bisogna dunque ricreare l’ironia con altre parole o mediante il ricorso a espressioni piuttosto distanti da quella originale ma ugualmente efficaci.

Autore dell’articolo:
Alice Campodonico
Traduttrice EN-ES-FR>IT
Cogorno (GE)

Traduzione e riferimenti culturali

 Categoria: Problematiche della traduzione

Uno dei maggiori problemi che si presentano in traduzione è rappresentato dal cambio di cultura e dalla conseguente difficoltà nella trasposizione dei riferimenti culturali. La lingua di una nazione e la sua cultura vivono in un rapporto di interdipendenza l’una dall’altra tanto che è quasi impossibile scindere i due argomenti: quando si parla di lingua si fa riferimento alla cultura di cui è portavoce e quando si parla di cultura si fa riferimento alla lingua con cui questa si esprime. Proprio per questo sarebbe assurdo parlare di traduzione senza tenere presente lo stesso legame che esiste tra le due. Molto spesso infatti, si incontrano termini che sono ricchi di connotazioni locali e culturali che non sono spiegate nei dizionari nemmeno nei più specializzati e che sono impossibili da trasporre poiché, essendo intrinsecamente connessi a una realtà geografico-culturale, perderebbero il loro senso più complesso fuori da tale realtà. Talvolta vi sono parole che hanno equivalenti nella lingua verso cui si traduce, ma che hanno diverse associazioni nelle due culture. Insomma, tutti i riferimenti culturali presenti all’interno del linguaggio di un gruppo geografico-culturale rappresentano per il traduttore “grandi sfide”, ostacoli che egli deve necessariamente affrontare e superare.

A livello pratico, il problema è dunque come tradurre tali riferimenti e se dare priorità allo stile o al contenuto. La risposta è, nella maggior parte dei casi, dare la priorità al contenuto, rispettando i contenuti del testo originale e individuando espressioni e termini idiomatici nella lingua d’arrivo che possano produrre un uguale impatto sui nuovi spettatori. La strategia di traduzione è dunque una strategia orientata alla lingua d’arrivo (target-oriented) che prende cioè in considerazione lo spettatore del prodotto tradotto e tenta di elaborare soluzioni chiare che non lo inducano in confusione.

Facendo dunque riferimento alla differenza tra equivalenza formale e dinamica di cui parla il celebre linguista Eugene Nida, possiamo affermare che, nel caso dei riferimenti culturali, si rende quanto più necessario e imprescindibile il ricorso all’equivalenza dinamica che parte dal principio dell’“effetto equivalente”, cioè fare in modo che la risposta del nuovo fruitore sia il più possibile simile a quella del fruitore originale.

Domani sarà pubblicata la seconda e ultima parte di questo articolo.

Autore dell’articolo:
Alice Campodonico
Traduttrice EN-ES-FR>IT
Cogorno (GE)

UE: Multilinguismo a tutti i costi?

 Categoria: Traduttori freelance

Il mantenimento, il sostegno e la promozione della diversità linguistica dei Paesi Membri, sono un perno incontestabile dell’impalcatura che sorregge la Comunità Europea; valori essenziali della sua Identità e Democrazia. In questo contesto, la Traduzione è lo strumento privilegiato della comunicazione tra le diverse istituzioni, la società civile e le autonomie locali in quanto permette a tutti gli attori in gioco di esprimersi, comprendere e comunicare senza discriminazioni legate alle conoscenze linguistiche. Ciò è dimostrato anche dalla “Raccomandazione del forum delle imprese” che ben lontane dal considerare il multilinguismo un ostacolo, lo ritengono invece, studi alla mano, un fattore di assoluto vantaggio per l’economia della zona Euro.

Riuscire a finanziare e incrementare il multilinguismo europeo resta però, a detta di molti, un’impresa piuttosto ardua soprattutto da un punto di vista economico e organizzativo, tanto che nel 2005 alla vigilia di nuove adesioni, la Commissione incaricò il traduttore François Grin di individuare un possibile scenario linguistico per l’Europa. Dopo aver analizzato le conseguenze economico-politiche dell’adozione di un’unica lingua europea (l’inglese), di un trilinguismo (inglese, francese e tedesco) e di una lingua “artificiale” (l’esperanto), il Rapporto Grin pervenne all’inaspettata conclusione che fosse da privilegiare l’ultima soluzione.

Come era immaginabile però, la Commissione si rivelò piuttosto scettica riguardo i risultati di Grin e a tratti addirittura indignata dall’esito di un Rapporto che sembrava mirato a incrinare le basi fondanti l’Unione, vale a dire proprio quei principi di rispetto delle diversità e delle culture autoctone (il motto dell’UE è proprio “Uniti nella diversità”), suo indiscusso vanto. Ma quanto ci costa tenere in piedi un apparato linguistico così complesso, composta da ben nove servizi linguistici che traducono migliaia di testi ogni anno in ben ventitré lingue? Stando ai dati degli ultimi anni, il costo risulterebbe in realtà estremamente esiguo, soprattutto se confrontato
con altre politiche europee: soltanto 1,1 miliardo di euro, vale a dire l’1% del bilancio dell’UE, due euro l’anno a cittadino.

Il contributo economico al multilinguismo si rivela dunque un costo (esiguo) indispensabile alla tutela del vasto patrimonio linguistico dell’Unione Europea e quindi della sua stessa identità; quello che il Commissario Orban ha a ragione definito: il “costo della Democrazia”.

Autore dell’articolo:
Katia Antonacci
Traduttrice freelance FR-DE-EN>IT
Roma

Tradurre in cucina (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

Esistono poi termini che richiedono particolare attenzione nella loro traduzione come la panna e lo zucchero. In inglese i tipi di panna sono più numerosi che da noi e dipendono ovviamente dalla quantità di grasso contenuta. L’unica cosa da fare è quindi localizzare prestando attenzione, soprattutto nei testi salutistici, a rispettare il grado di grassi contenuto.

Anche per quanto riguarda lo zucchero i diversi tipi non corrispondono, ad esempio tra Regno Unito e Italia, ma in questo caso la difficoltà non sta tanto nella traduzione quanto nella preparazione della ricetta perché i tipi di zucchero sono ben differenti e non intercambiabili, se non volete ottenere un piatto diverso. Quindi la scelta migliore è quella di osservare bene la ricetta e vedere che il tipo di zucchero ben si accordi a questa, piuttosto che alla traduzione letterale del termine.

Pure i tipi di pesce costituiscono un problema e in tal caso è sempre meglio localizzare perché nel mondo esistono tantissime razze di pesci introvabili in Italia e quindi non ci resta altro da fare che cercare di sostituirli con altri presenti nel mercato di destinazione.

Per quanto riguarda i vini invece non si devono mai localizzare perché ognuno ha le sue caratteristiche particolari, è un prodotto tipico e non spetta al traduttore, se non ha competenze davvero specifiche in ambito enologico, sostituire il prodotto con un altro perché ad esso è collegata la zona di produzione, il luogo di coltivazione, tra cui per esempio i vigneti e i loro vitigni, a evocare i sapori, i profumi e anche le peculiarità dei territori.

Tradurre in ambito enogastronomico è molto coinvolgente ma occorre una buona dose di accuratezza perché la gastronomia delle diverse regioni del mondo è estremamente varia e sarebbe riduttivo banalizzare le diversità con una traduzione non appropriata, si deve quindi cercare di renderle al meglio per permettere di apprezzare ogni sfumatura del gusto e della lingua del paese.

Autore dell’articolo:
Chiara Zanone
Traduttrice EN-FR-DE>IT
Biella

Tradurre in cucina

 Categoria: Servizi di traduzione

Tradurre in ambito enogastronomico può sembrare semplice in quanto gli ingredienti e i procedimenti spesso si ripresentano ma non sempre è così, bisogna prestare molta attenzione ad alcuni fattori.

A volte gli ingredienti sono introvabili nel paese al quale la traduzione è destinata e allora che fare? Meglio lasciare il prodotto tale e quale per non modificare la ricetta o localizzare (ovvero sostituire un alimento presente nel paese estero con uno presente nel paese di destinazione)? Dipende, a volte è meglio lasciare il nome del prodotto e mettere tra parentesi la spiegazione con un’alternativa presente nel paese, altre volte è meglio localizzare ma bisogna stare molto attenti a scegliere un sostituto che abbia le stesse caratteristiche oppure la ricetta verrà modificata.

Per quanto riguarda il linguaggio da utilizzare è necessario tenere in considerazione il pubblico al quale il testo è rivolto per eseguire una traduzione corretta; deve essere più forbito e specialistico per un pubblico di esperti e più semplice e banale per un pubblico medio e questo vale anche per i termini stranieri entrati a far parte del gergo enogastronomico. Per esempio, ad un lettore esperto di cucina la traduzione di un francesismo come la ratatouille sembrerebbe non solo inappropriata ma risulterebbe evidente che il testo è stato tradotto da una persona che non conosce il linguaggio specifico del settore.

Lo stesso vale per le specialità tipiche che non vanno assolutamente tradotte come la Warmbier tedesca (birra bianca mescolata con tuorlo d’uovo, latte e zucchero e poi scaldata); se il prodotto non è per nulla conosciuto nel paese di destinazione del testo è sempre meglio mettere una breve spiegazione tra parentesi o una nota a piè di pagina.

Altro problema delle traduzioni enogastronomiche è la localizzazione delle quantità partendo dai testi di origine anglosassone dove le quantità vengono espresse in volume (tazze, cucchiai e cucchiaini) mentre da noi in peso. Si deve quindi ricorrere alle tabelle di conversione ma facendo attenzione alla provenienza del testo perché le misure di tazze e cucchiai variano dal Regno Unito, all’America o all’Australia. Inoltre bisogna sempre considerare il contenuto perché il peso di una tazza di farina è ben diverso da quello di una tazza di zucchero.

A domani la seconda parte di questo interessante articolo.

Autore dell’articolo:
Chiara Zanone
Traduttrice EN-FR-DE>IT
Biella

Parole in transito

 Categoria: Traduttori freelance

Ci sono lettori compulsivi, drogati di parole scritte, che in mancanza d’altro leggono le etichette dei detersivi al supermercato.
Ci sono scrittori compulsivi che non importa perché, né come, ma devono muovere le dita sulla tastiera, o la penna sui fogli d’un taccuino, sporcandoli d’impressioni e pensieri.
E poi ci sono quelli come me che amano, in maniera compulsiva, tenere il piede in due staffe, che non sanno decidersi tra gli occhi e la mano, perché entrambi attingono alla medesima fonte.
Questo è il motivo per cui amo tradurre: trasportare le parole lette nella dimensione di quelle scritte; sono un’operaia della parola, le prendo da un luogo e le trasporto in un altro, nuovo, diverso; sono un facchino silenzioso, che sceglie il proprio percorso con cura, portando valigie di parole da una parte all’altra.

Le parole non mi appartengono, io le trasporto e basta, vengono da un luogo che non è mio, e vanno in un luogo che tantomeno possiedo, ma la strada, quella sì, quella mi appartiene.
E io, portatrice del lieve peso della parola, posseggo le chiavi per accedere al deposito. E le chiavi sono sempre parole, straniere per altri ma non per me, parole che diventano pensiero, cultura, mondo diverso ma compreso. E così sono, compulsiva nel mio tenere il piede in più staffe, in più lingue, in più parole; compulsiva nell’aprire le porte e trasportare da un luogo all’altro.

A volte il bagaglio all’arrivo è più leggero, altre più pesante. Il percorso modifica, altera, ci sono parole che faticano a rimanere le stesse, concetti che non possono essere compresi, come vestiti che stanno troppo stretti, o abiti troppo lunghi per essere indossati.
Io, amante compulsiva della parola, me ne dispiaccio, soffro a vederle a terra: umili parole che non hanno la forza di fare il salto, parole altere che non desiderano andare oltre, parole pigre e parole ribelli che non vogliono farsi chiudere in valigie; parole così intime da cui accomiatarsi è doloroso. Ma da brava e diligente operaia so aspettare quando serve, e correre se necessario, so convincere le parole birichine, allettare quelle superbe e salutare quelle troppo amiche.
E così continuo a muovermi tra lettura e scrittura, portando valigie di parole da una lingua all’altra.

Autore dell’articolo:
Anna Zambelli Sessona
Traduttrice EN-ES-AR>IT
Arta Terme (UD)