Chi ha creato un esercito compatto, con ufficiali e soldati che combattono uniti per un unico fine, sarà vittorioso.
La terza condizione parla di un esercito compatto e di un fine, quindi della conoscenza della lingua, che deve essere profonda e ben piantata, e del fine ultimo che muove il traduttore. Senza una lingua salda, la traduzione è vacillante perché, se già di per sé è difficile trasportare un significato da un’altra lingua, senza una profonda conoscenza della propria lingua questa operazione può risultare impossibile. Ma va ricordato anche che la lingua non è una serie di regole che galleggiano nel vuoto cosmico e quindi conoscere una lingua non può prescindere dal conoscere anche tutto ciò che ruota intorno alla lingua e che con quella lingua ha a che fare.
Come un generale bravo deve sapere, oltre a dare gli ordini, come si sellano i cavalli o si affilano le armi, ma anche come si semina e si costruisce una casa, così un traduttore deve conoscere la propria lingua ma anche quello che con la lingua si fa. Una cultura altra, per quanto lontana, avrà per forza qualcosa che è riconducibile alla propria e questo genere di collegamenti è possibile se il traduttore è e rimane immerso nella propria cultura. L’esercito del traduttore quindi è compatto e saldo se la sua lingua è accompagnata da una conoscenza vasta del mondo che circonda quella lingua. E, come abbiamo già detto, questa conoscenza deve essere pari a quella della lingua che si affronta e del mondo che la produce.
Oltre ad essere unita in sé, raccomanda Sun Tzu, la nostra lingua, il nostro esercito, deve essere messa al servizio della traduzione per raggiungerne lo scopo: la conoscenza. L’intenzione del traduttore infatti guida la sua lingua, come gli ordini di un generale guidano le truppe e questi ordini devono essere coerenti e puntare ad un unico fine. Vorrei dire qui che è mia convinzione che la conoscenza sia il fine ultimo della traduzione e per questo motivo la mia analisi non prende in considerazione tutti quelli che pure possono essere, e sono stati, scopi dell’attività del tradurre.
Chi è prudente e preparato, e resta in attesa delle mosse del nemico temerario e impreparato, sarà vittorioso.
La quarta condizione discende dalle prime tre e sembrerebbe adattarsi alla traduzione solo in parte ma possiamo comunque imparare qualcosa sull’attività della traduzione. Abbiamo già detto che essere preparato è fondamentale per il traduttore, così come per il generale in battaglia, ma qui alla preparazione si aggiunge un altro consiglio: la prudenza. E anche questa dovrebbe essere messa in pratica dal bravo traduttore, che non deve agire senza aver riflettuto e muoversi con circospezione lasciando che sia il testo stesso a dirgli cosa fare e a mostrargli la strada, con quelle spie che inevitabilmente sono presenti e che cambiano da testo a testo nonostante la lingua possa essere la medesima. Esattamente quello che Sun Tzu consiglia quando parla di nemico temerario e impreparato. E il nemico del traduttore può essere considerato come temerario e impreparato: nessuno scrittore scrive avendo in mente che sarà tradotto in decine di lingue, alcune lontane anni luce geograficamente e strutturalmente. Il testo quindi ha tutta la sfrontatezza dell’originalità ma il traduttore paziente può agilmente scendere a compromessi e trovare un buon accordo di pace tenendo presente questa caratteristica intrinseca del testo scritto.
Chi dispone di generali esperti non vincolati da funzionari di corte, sarà vittorioso.
La quinta e ultima condizione si applica, nel nostro ragionamento, ad un aspetto che non riguarda più la lingua ma qualcosa che può fortemente influenzarla: l’autore del testo di partenza. Con un piccolo sforzo di fantasia infatti si può facilmente vedere in quei funzionari di corte la fama che a volte si lega a certe opere e a certi autori. Un aspetto che non va sottovalutato infatti, nel genere di scontri di cui trattiamo, è la sudditanza psicologica di cui a volte il traduttore può cadere vittima. Un autore molto famoso, così come un temuto generale, può portare il traduttore a chiedersi se è o meno all’altezza di quel testo, di quello scontro, di quel generale e aggiungere altre difficoltà. Conoscere quel generale, quell’autore aiuta ma non bisogna farsi chiudere nell’angolo da quello che si sa, o si scopre. Troppe informazioni infatti possono portare a nessuna informazione e creare trappole psicologiche che possono condurre a scelte infelici. E ancora una volta il consiglio di Sun Tzu torna in nostro soccorso: la fama del generale può essere motivata o meno ma alla fine il suo esercito è fatto degli stessi elementi di cui dispone il traduttore e, con una buona strategia, anche un piccolo esercito può strappare un buon trattato di pace ad un avversario che, nei numeri, avrebbe dovuto annientarlo.
Le cinque condizioni elencate da Sun Tzu sono seguite dalla considerazione da cui siamo partiti e ora si comprende molto meglio il valore di questo piccolo e improbabile manuale del traduttore del V secolo a.C. che, se non risolve i problemi che la traduzione inevitabilmente pone, può essere sfruttato almeno per mantenere la calma davanti a testi apparentemente impossibili e raggiungere quel trattato di pace cui il traduttore dovrebbe sempre tendere.
Autore dell’articolo:
Valeria Poropat
Traduttrice EN-ES-DE>IT
Roma