La strana lingua inglese

 Categoria: Le lingue

Un certo Dr. Gerald Nolst Trenite (1870-1946), poco noto se non per un poemetto scherzoso che ci ha lasciato, era un acuto osservatore olandese delle incongruenze della lingua che è allo stesso tempo la lingua più conosciuta al mondo e quella che ha uno dei più complessi sistemi di fonologia e di ortografia. Il Dr. Nolst Trenite ha definito l’insieme della pronuncia e dello spelling dell’inglese on il termine “caos”, e questa definizione è del tutto appropriata.

Da parte mia, trovo la definizione un perfetto caso di understatement. Non è un caso, infatti, che i tentativi di riformare l’ortografia della lingua inglese da parte di illustri personaggi nel Regno Unito e negli Stati Uniti siano stati nel tempo numerosi. Il più famoso di essi è stato quello di G. B. Shaw, che sosteneva la necessità di rendere l’ortografia dell’inglese fonetica (ovvero un rapporto biunivoco tra il simbolo della lettera ed il suono del fonema corrispondente). Questo cambiamente, secondo Mr. Shaw, avrebbe comportato la sostituzione dell’alfabeto inglese di ventisei lettere con un nuovo alfabeto fonetico di quarantotto lettere. Questa riforma e le altre proposte non è mai stata messa in pratica, ed è difficile dire se ciò sia stata una fortuna o una disgrazia. Ecco il testo di Caos. Buon divertimento.

The Chaos

Dearest creature in creation,
Study English pronunciation.
I will teach you in my verse
Sounds like corpse, corps, horse, and worse.
I will keep you, Suzy, busy,
Make your head with heat grow dizzy.
Tear in eye, your dress will tear.
So shall I! Oh hear my prayer.

Just compare heart, beard, and heard,
Dies and diet, lord and word,
Sword and sward, retain and Britain.
(Mind the latter, how it’s written.)
Now I surely will not plague you
With such words as plaque and ague.
But be careful how you speak:
Say break and steak, but bleak and streak;
Cloven, oven, how and low,
Script, receipt, show, poem, and toe.

Hear me say, devoid of trickery,
Daughter, laughter, and Terpsichore,
Typhoid, measles, topsails, aisles,
Exiles, similes, and reviles;
Scholar, vicar, and cigar,
Solar, mica, war and far;
One, anemone, Balmoral,
Kitchen, lichen, laundry, laurel;
Gertrude, German, wind and mind,
Scene, Melpomene, mankind.

Billet does not rhyme with ballet,
Bouquet, wallet, mallet, chalet.
Blood and flood are not like food,
Nor is mould like should and would.
Viscous, viscount, load and broad,
Toward, to forward, to reward.
And your pronunciation’s OK
When you correctly say croquet,
Rounded, wounded, grieve and sieve,
Friend and fiend, alive and live.

Ivy, privy, famous; clamour
And enamour rhyme with hammer.
River, rival, tomb, bomb, comb,
Doll and roll and some and home.
Stranger does not rhyme with anger,
Neither does devour with clangour.
Souls but foul, haunt but aunt,
Font, front, wont, want, grand, and grant,
Shoes, goes, does. Now first say finger,
And then singer, ginger, linger,
Real, zeal, mauve, gauze, gouge and gauge,
Marriage, foliage, mirage, and age.

Query does not rhyme with very,
Nor does fury sound like bury.
Dost, lost, post and doth, cloth, loth.
Job, nob, bosom, transom, oath.
Though the differences seem little,
We say actual but victual.
Refer does not rhyme with deafer.
Feoffer does, and zephyr, heifer.
Mint, pint, senate and sedate;
Dull, bull, and George ate late.
Scenic, Arabic, Pacific,
Science, conscience, scientific.

Liberty, library, heave and heaven,
Rachel, ache, moustache, eleven.
We say hallowed, but allowed,
People, leopard, towed, but vowed.
Mark the differences, moreover,
Between mover, cover, clover;
Leeches, breeches, wise, precise,
Chalice, but police and lice;
Camel, constable, unstable,
Principle, disciple, label.

Petal, panel, and canal,
Wait, surprise, plait, promise, pal.
Worm and storm, chaise, chaos, chair,
Senator, spectator, mayor.
Tour, but our and succour, four.
Gas, alas, and Arkansas.
Sea, idea, Korea, area,
Psalm, Maria, but malaria.
Youth, south, southern, cleanse and clean.
Doctrine, turpentine, marine.

Compare alien with Italian,
Dandelion and battalion.
Sally with ally, yea, ye,
Eye, I, ay, aye, whey, and key.
Say aver, but ever, fever,
Neither, leisure, skein, deceiver.
Heron, granary, canary.
Crevice and device and aerie.
Face, but preface, not efface.
Phlegm, phlegmatic, ass, glass, bass.
Large, but target, gin, give, verging,
Ought, out, joust and scour, scourging.
Ear, but earn and wear and tear
Do not rhyme with here but ere.
Seven is right, but so is even,
Hyphen, roughen, nephew Stephen,
Monkey, donkey, Turk and jerk,
Ask, grasp, wasp, and cork and work.

Pronunciation — think of Psyche!
Is a paling stout and spikey?
Won’t it make you lose your wits,
Writing groats and saying grits?
It’s a dark abyss or tunnel:
Strewn with stones, stowed, solace, gunwale,
Islington and Isle of Wight,
Housewife, verdict and indict.

Finally, which rhymes with enough –
Though, through, plough, or dough, or cough?
Hiccough has the sound of cup. My advice is to give up!!!

Autore dell’articolo:
Settimio Biondi
Traduttore free-lance Inglese/Francese => Italiano

I realia nella lingua russa

 Categoria: Problematiche della traduzione

Una problematica alla quale spesso il traduttore deve far fronte è quella della traduzione dei cosiddetti realia, parole o modi di dire tipici della lingua di partenza che caratterizzano fenomeni, oggetti rappresentativi del colore locale o storico di quel popolo e che non hanno un esatto corrispondente nella lingua di arrivo. Con questo breve articolo vorrei concentrarmi sul grande numero di realia legati alla lingua russa e alla loro resa in italiano. C’è da dire che oggi, è con sempre maggiore frequenza che ci troviamo a contatto con “russismi”, da quelli presenti negli articoli di giornale a quelli dei testi letterari a quelli dei discorsi politici e ufficiali. Buona parte di queste parole sono entrate ampiamente nel nostro linguaggio in particolar modo dopo la caduta dell’Unione Sovietica e questo mostra ancor di più quanto la lingua sia lo specchio della cultura , della storia di un popolo.

Se pensiamo a parole come intelligéncija, pògrom, stacanovista, nomenclatura, matrioska, sono termini che usiamo comunemente e in cui, nella gran parte dei casi ne è stato assorbito il significato, ma per cui se andassimo a cercarne un esatto corrispondente italiano non riusciremmo a trovarlo e avremmo bisogno almeno di due o tre parole per esprimere ciò che esse designano. Ogni qualvolta il traduttore ha davanti un realia, si trova davanti ad un problema di intraducibilità o resa del significato e quindi a delle scelte da dover fare: egli può optare per una nota a piè di pagina (strumento però poco gradito in quanto spesso tende ad appesantire il testo, inoltre è comunque una scelta non sempre adattabile a tutti i tipi di testo, si pensi ad un articolo giornalistico) o può scegliere per una breve esplicazione in parentesi tonda o incorrere in un residuo traduttivo, scelta sicuramente più difficile e azzardata. E’ d’obbligo quindi per ogni buon traduttore avere non solo una conoscenza specifica della lingua, ma anche un buon bagaglio di nozioni legate alla storia, alla cultura, alle tradizioni di quel popolo così da dare un’informazione e una traduzione il più possibile completa al lettore.

In questo modo si può evitare di incorrere in quegli errori, come quello per esempio di tradurre la parola troika come semplice equivalente di slitta, anche perché dietro questo termine c’è una lunga storia legata alla vecchia Russia e non si può arrivare a banalizzarne così tanto il suo significato.
O se pensiamo alla parola sputnik la prima cosa che a tutti viene in mente è il famoso satellite artificiale lanciato negli anni ’50 in orbita, ma pochi sanno che invece il suo significato è legato ad una persona con cui si compie il cammino, composto dal prefisso “S- con” e la parola “Put –strada”; ed è nel ‘700 che tale parola venne poi impiegata per indicare un “satellite naturale”e nel corso dei secoli il suo utilizzo è stato modificato ulteriormente fino ad arrivare ad essere quello di “satellite artificiale”. Tutte queste informazioni, spesso, il traduttore non può riportarle, altre volte però gli è necessario così da evitare che il pigro lettore possa poi incorrere in un uso improprio di quel termine in altri contesti. Quindi nel momento in cui il traduttore si trova davanti ad un realia in russo come deve comportarsi? La prima cosa è sicuramente non tradurlo, pena la perdita di significato del testo, ma semplicemente limitarsi a traslitterarlo in maniera corretta e sottolineandolo con un corsivo, dopo di che, come abbiamo già detto in precedenza, ha davanti a sé delle scelte da fare, determinate anche dal tipo di testo che sta traducendo, così da poter rendere più agevole al lettore la comprensione di quella parola o di quel modo di dire.

Autore dell’articolo:
Chiara Trezza
Traduttrice russo-italiano arabo-italiano
Roma

La sfida della traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Fare il traduttore è affascinante e pieno di sorprese. Può essere considerato un mestiere, una passione, un hobby o persino una missione, dipende dall’approccio che si sceglie. Oppure, può dipendere dal tempo a disposizione, o ancora dalle scelte editoriali dell’eventuale casa editrice o dell’agenzia di traduzione. Se i tempi sono stretti ed è necessario consegnare il lavoro al più presto, si tratterà di un mestiere, perché bisognerà dare maggiore importanza al rispetto della scadenza, ancor di più se si tratta di un testo tecnico, con parti ripetute che poco spazio lasciano all’inventiva. Sarà richiesta rapidità, precisione e aderenza al testo di partenza. Si può cesellare la parola e dare il giusto spazio alla fantasia e al gusto estetico nel caso in cui si debba tradurre un testo editoriale, e i tempi di consegna siano più lunghi.

Fare il traduttore è affascinante e pieno di sorprese perché non si finisce mai di imparare, si apprendono di continuo cose nuove. Non solo, infatti, il testo tradotto porterà nuove informazioni nella vita delle persone che lo leggeranno, ma contribuirà ad erudire il traduttore, che sarà portato a documentarsi e approfondire argomenti dei quali prima magari sapeva ben poco. Il traduttore deve sempre tenere presente che il lettore finale del frutto del suo impegno sarà il più delle volte più preparato di lui nella materia trattata. Un testo tecnico è probabile che venga letto da gente esperta o interessata a un determinato settore, mentre in altri casi, il traduttore dovrà considerare il target di riferimento e adattare la traduzione di conseguenza.

Sia il traduttore tecnico che quello letterario sanno che devono tenersi costantemente aggiornati. Bisogna leggere molto e leggere di tutto, non solo per cercare di acquisire conoscenze che permetteranno una traduzione più accurata e agile, ma anche per studiare lo stile e la terminologia, sia nella lingua di partenza che tramite testi paralleli nella lingua di arrivo. Inoltre, quale migliore occasione per allargare e consolidare la propria cerchia di conoscenze? Se il protagonista del romanzo che stiamo traducendo è dal parrucchiere e noi siamo alle prese con complicatissimi congegni per la messa in piega, una delle soluzioni migliori potrebbe essere telefonare al nostro coiffeur di fiducia e chiedergli di guidarci in quei meandri.

Nonostante la moltitudine di lingue che esistono al mondo, non si può che considerare una grande ricchezza questa varietà. Ogni lingua è il risultato di secoli di storia, di cultura, di incontri e prestiti. Ben venga la sfida della traduzione, che impone di plasmare la parola e trasformare ogni testo in un testo nuovo e originale.

Autore dell’articolo:
Monica D’Alessandro
Traduttrice EN-ES>IT
Palermo

La mia nuova vita da traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

Il 23 ottobre 2011, ho compiuto 63 anni ed ho deciso di intraprendere la carriera di traduttore.
Sono infatti andato in pensione dal mio vecchio lavoro di ingegnere meccanico e mi sono ritrovato a non avere nulla da fare di positivo. Conosco il francese e l’inglese: mi sono detto: “Perché non fare il traduttore?”.
Ma ho voluto fare le cose in grande: mi sono iscritto alla facoltà di lingue e letterature straniere, a Torino; ho inoltre deciso di andare sei mesi in Inghilterra, a migliorare il mio inglese.

Mi sento ringiovanito di almeno 30 anni, anche se ho la barba bianca, mal di schiena e faccio fatica a camminare bene (figuriamoci a correre!).
Vado in piscina tutti i giorni, ed ho inviato il mio curriculum a varie società di traduzione.
Ho acquistato un notebook nuovo, perché quello vecchio mi ricordava troppo il mio lavoro precedente (non ho avuto il coraggio di disinstallare Autocad ed i vari pacchetti che mi aiutavano nella programmazione, anche perché potrebbero sempre servire …), e via, verso l’ignoto.

Forse ignoto no, perché a dire il vero il traduttore l’ho già fatto in passato, ma sempre per poco tempo e non come lavoro principale; ho rispolverato i miei dizionari di francese e di inglese e … naturalmente mi appresto ad imparare una terza lingua; non so ancora quale, e con questa non potrò certo fare traduzioni, inizialmente, ma … poi vedremo.

Autore dell’articolo
GianAngelo Cencio
Traduttore Fr>It En>It
Roddino (Cn)

Alti e bassi

 Categoria: Le lingue

Quando mi è venuta voglia di capire cosa mi dice la gente? Avevo tre anni, in ospedale in terapia intensiva per un’infezione, quando ho chiesto di mia madre all’ infermiera, lei mi ha chiesto “tua mamma è una donna krupna (grande)”?….in realtà lei pensava che mia zia fosse mia madre ma tutto quello non importava perché io ero ossessionata di intuire, capire, cosa voleva dire quella parola per me ancora sconosciuta.

Poi nelle varie scuole è esploso il mio vero interesse verso lo “straniero”. Per me le altre lingue, gli altri paesi, erano una specie di paradisi sconosciuti che mi aspettavano per andargli incontro. Mi emozionavano le parole diverse, strane, mi facevano perdere la testa entrando in un mondo dove l’intuizione contava più che la razionalità. E ho iniziato così ad imparare le lingue. Nella scuola primaria, e poi anche nella media e superiore, ho cominciato con l’inevitabile Inglese e poi il Francese e il Latino…non mi accontentavo di essere brava, volevo essere la migliore…ascoltavo me stessa mentre parlavo Francese con la stessa naturalità di inglese o serbocroato e ne avevo piacere, entrando in un ruolo diverso…ero una Francese, una Inglese…cantavo canzoni, recitavo, scrivevo diari…ero sempre l’altra, totalmente immersa in una diversa identità…e a scuola brillavo in traduzioni commerciali, letteratura, lettere d’affari.

Quando ho finito la scuola superiore, pensavo che solo il cielo fosse un limite per me. Ero troppo sicura che le lingue mi aspettavano per essere imparate in un fiato. Questa sicurezza mi derivava dall’esperienza della mia bravura e dalla facilità con la quale imparavo…che sbaglio! Anche se l’italiano mi attirava, superficialmente pensavo che fosse troppo facile, troppo raggiungibile con l’orecchio e il passo…mi attiravano gli estremi, le distanze. Ho fatto e superato il test per studiare Giapponese. Non so come sia successo, so solo che mi serviva qualcosa per farmi capire i miei limiti.

Continuerò a parlarvi della mia passione per le lingue nella seconda parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Valentina Velimirovic
Traduttrice, interprete, mediatrice culturale
Bologna

Lingua-madre e lingua acquisita (3)

 Categoria: Le lingue

La lingua esprime il nostro modo di vedere il mondo, di percepirlo, esprime l’importanza che diamo alle cose (secondo l’ipotesi della relatività linguistica di Sapir-Whorf). Parlare una lingua significa riferirsi a una visione del mondo piuttosto che a un’altra: ogni lingua è una teoria del mondo.
Rudolf Steiner diceva: “ogni lingua dice il mondo a modo suo. Ciascuno edifica mondi e anti-mondi a modo suo. Il poliglotta è un uomo più libero”.

Dunque: il poliglotta, o nel nostro caso il bilingue, è un uomo più libero. Egli non è intruppato in un solo modo di pensare, ma ha accesso a più modi di categorizzare il mondo. Al tempo stesso, non è radicato al 100% in nessun gruppo, è più libero ma anche più indifeso, più autocritico: qual è la sua vera cultura d’appartenenza? Io credo che un bilingue non possegga integralmente nessuna cultura specifica di un paese: avrà piuttosto adattato la sua cultura “d’origine” a quella “d’arrivo”, o “d’accoglienza”, facendone un cosiddetto bricolage, come affermava Lévi-Strauss.

Quando sento parlare svizzero tedesco per strada, mi fermo incuriosita e un moto d’affetto mi attraversa. La stessa cosa, ma a lingue invertite, mi accade quando mi trovo in Svizzera e sento parlare italiano. Eppure penso, con una certezza perlomeno temporanea, che sia l’italiano la lingua della mia appartenenza culturale prevalente. Forse si tratta anche di un processo di disidentificazione dalla mia lingua-madre, avviato quasi inconsciamente per poter sviluppare un mio personale sentimento di me stessa. Al contempo tengo a sottolineare le mie origini svizzere, quando me lo chiedono…

Autore dell’articolo:
Giovanna Lata Isotton
Aspirante traduttrice dal tedesco all’italiano
Firenze

Lingua-madre e lingua acquisita (2)

 Categoria: Le lingue

Dopo aver vissuto un paio d’anni in Svizzera, soggiorno condito da esperienze per niente piacevoli, forse quasi per contrasto ho iniziato ad avvertire poi una specie di inibizione ad usare la mia lingua madre, un sentirmi diversa parlando svizzero tedesco, percepito come mezzo d’espressione non più “coerente” con me stessa, quasi una sorta di “lingua-menzogna”.

Questo stato, portato agli estremi, può portare anche a dimenticare la lingua materna, se convergente con altri parametri come per esempio lo statuto di tale lingua nella società (lingua considerata minore, non importante o addirittura d’intralcio a un buon apprendimento della lingua nazionale), o l’atteggiamento affettivo verso di essa: nel mio caso, lo stress emozionale particolarmente forte ha certamente accelerato il determinarsi della situazione conflittuale nei confronti della mia lingua d’origine.

Del resto è normale che una delle due lingue si indebolisca a contatto con un ambiente monolingue, la cui maggioranza diventa dominante. Allora la lingua d’origine, non usata se non nell’ambiente familiare, dunque ristretto rispetto al resto della società, diventa minoritaria o debole, diversamente dalla lingua della maggioranza, che diventerà prevalente o forte.
La lingua costituisce il fulcro culturale della nostra identità, il simbolo di appartenenza a un gruppo, è il mezzo attraverso il quale ci comunichiamo agli altri e che condividiamo con un gran numero di persone.

Le mie considerazioni conclusive su lingua-madre e lingua acquisita nella terza e ultima parte dell’articolo

Autore dell’articolo:
Giovanna Lata Isotton
Aspirante traduttrice dal tedesco all’italiano
Firenze

Lingua-madre e lingua acquisita

 Categoria: Le lingue

Qual è la vera lingua madre di una persona bilingue, nata e cresciuta in un contesto in cui si parla un’altra lingua? Può una lingua acquisita diventare in un certo senso la “prima lingua” del parlante?
Parlare della lingua significa parlare di comunicazione e perciò significa parlare di sé. Parlerò quindi della mia personale esperienza, riferendola a problematiche comuni a tutti i bilingui.

Sono nata in Italia da genitori svizzeri tedeschi. Lo svizzero tedesco è dunque la mia lingua-madre, mentre ho imparato l’italiano a scuola, a partire dai 5 anni. All’incirca fino ai 19 anni, ho percepito lo svizzero tedesco come mia lingua “prima”, come mezzo d’espressione per eccellenza e in cui ero più competente, nonostante che la mia padronanza dell’italiano si fosse perfezionata sempre di più, e in quanto a potenzialità espressive la mia seconda lingua era più o meno pari alla prima. Certo non posso parlare di un perfetto equilibrio, d’altronde il bilinguismo equilibrato è assai raro, infatti utilizzavo le due lingue in ambiti diversi, una a casa con la famiglia, l’altra a scuola e con gli amici. Si tratta dunque di un bilinguismo “neutro o sottrattivo”, ovvero uno sviluppo ineguale delle competenze linguistiche.

Sentivo però, ancora, lo svizzero tedesco come la lingua portatrice della mia cultura, che mi rappresentava e mi univa alla mia famiglia, alle mie origini, alla mia identità. Tuttavia ero perfettamente integrata nella comunità linguistica italiana, mi sentivo bene e a mio agio in questa comunità “d’accoglienza”. Così iniziai, lentamente, gradualmente, a sentire quella che prima era stata una lingua d’acquisizione, come mia lingua prima, come quella lingua che esprimeva il mio “essere”, la sola nella quale era possibile esprimere le emozioni più profonde, il simbolo della mia identità.

Nella seconda parte dell’articolo spiegherò come possa sorgere in un bilingue una sorta di “inibizione” nei confronti della lingua madre.

Autore dell’articolo:
Giovanna Lata Isotton
Aspirante traduttrice dal tedesco all’italiano
Firenze

Una sana abitudine del traduttore letterario

 Categoria: Traduzione letteraria

Pochi giorni fa mi sono imbattuta in un brano estratto dal libro Growing up Feminist in a Muslim Land di Amira Nowaira, direttrice del Dipartimento di Lingua e Letteratura Inglese presso l’Università di Alessandria di Egitto, traduttrice di eminenti opere letterarie arabe, scrittrice e collaboratrice de The Guardian e Al Ahram Weekly. Il testo mi ha fatto molto riflettere su uno degli ingredienti fondamentali per una buona traduzione letteraria: l’amore verso la lettura. Che il traduttore letterario sia, in primis un lettore e, dunque, uno scrittore è cosa più che risaputa. Ma – a mio modesto avviso – la passione verso la lettura, la bramosia di leggere e leggere come caratteristica fisiologica del traduttore è spesso minimizzata dinanzi alla limitazione dell’attività di traduzione a semplice trasporto di un testo da una lingua all’altra.

Contrariamente a siffatta freddezza accademica, leggendo il brano sopramenzionato, rimango catturata dal modo in cui la scrittrice egiziana descrive la sua attitudine, al limite del maniacale, durante gli anni degli studi superiori e universitari, nel leggere qualsiasi cosa su cui si posava lo sguardo: dalle cartacce gettate per strada agli involucri della frutta e verdura usati dai negozianti per avvolgere gli alimenti. “Era come se il cervello andasse alla velocità della luce mentre ogni cosa intorno a me procedeva con la lentezza di una tartaruga”; pertanto, l’autrice si accostava alla lettura come se nei testi fosse contenuta la chiave per entrare in un mondo magico e misterioso, ben lontano dalla sua realtà ordinaria.

Questo brano mi ha molto stimolata e coinvolta emotivamente. Nell’intagliare con attenzione una frase o nella scelta di una singola parola all’interno di un contesto narrativo non può esserci spazio solo per la tecnica. Irrigare una buona metodologia con la passione per la lettura è per un traduttore letterario fondamentale perché come scrive Nowaira nel raccontare l’emozionante viaggio in due masterpiece della letteratura mondiale – la “Trilogia”di Nagib Mahfuz e “I Fratelli Karamazov” di Fedor Dostoevskij – “era come se una sorta di scrigno contenente ogni bene a me sconosciuto mi cascasse aperto tra le braccia conducendomi verso mondi di cui ignoravo l’esistenza”.

Autore dell’articolo:
Valentina Di Bennardo
Traduttrice arabo/inglese/francese – italiano
Palermo

La traduzione tra teoria e pratica

 Categoria: Tecniche di traduzione

La traduzione, per molti anni, è stata considerata “un’attività secondaria”, un processo quasi meccanico invece che creativo, alla portata di chiunque avesse una conoscenza di base di un’altra lingua. Nel XX secolo però sono state espresse molte teorie e posizioni diverse riguardo l’attività traduttiva, che ne sottolineano l’importanza e la complessità. Molti sono gli studiosi che si sono occupati di traduzione, che hanno dato un grandissimo contributo stabilendo nuovi criteri per la fondazione di una teoria della traduzione. Essa non è una scienza vera e propria, è una disciplina, che non fornisce modelli e regole su come tradurre, ma bensì si occupa del rapporto tra teoria e pratica, poiché sin dai tempi più antichi queste due attività sono sempre state considerate come separate e non complementari.

La traduzione è al centro della comunicazione umana: è implicita in ogni atto di comunicazione, capire significa infatti decifrare. Tuttavia la traduzione non è la semplice trasposizione di un significato contenuto in un gruppo di segni linguistici a un altro attraverso un uso competente del dizionario e della grammatica, ma implica anche e soprattutto criteri extralinguistici come ad esempio i fattori culturali. Secondo Jakobson non c’è equivalenza perfetta tra due lingue; tuttavia ogni esperienza conoscitiva può essere espressa e classificata in qualsiasi lingua esistente.

Se nella lingua in cui si traduce mancano dei processi grammaticali, ciò non rende impossibile la trasposizione letterale, nella sua totalità, dell’informazione contenuta nel testo originale. Possiamo dire che la traduzione è assorbimento e trasformazione di un altro testo, per questo motivo è sottoposta contemporaneamente alla legge della ripetizione e a quella della modificazione del ripetuto. In questo modo viene superato il problema dell’impossibilità di una riproduzione totale dell’originale e viene visto in modo nuovo sia il compito del traduttore che quello della critica della traduzione.

La traduzione quindi è, allo stesso tempo, produzione e riproduzione, è rivolta sia verso il sistema linguistico straniero che verso il proprio, verso l’autore tradotto e quello che traduce. Possiamo quindi sostenere che nessun testo è completamente originale, poiché lo stesso linguaggio, nella sua essenza, è già una traduzione, innanzitutto del mondo non verbale, e poi lo è, poiché ogni segno e ogni frase è la traduzione di un altro segno e di un’altra frase.
In conclusione, la ragione per la quale la comprensione del processo traduttivo è così complicata sta nel fatto che tutti i fattori che vi concorrono, ad eccezione del testo sono in movimento: come il significato di un testo non può essere stabilito una volta per sempre, ma deve essere continuamente rinnovato, così la comprensione che ne ha avuta il traduttore deve essere riaperta dal lettore della traduzione.

Autore dell’articolo:
Scortechini Laura
Traduttrice Fr>It En>It
Jesi (AN)

Ma che lingua parli?

 Categoria: Le lingue

E’ questa la domanda che ci si pone quando si va negli Stati Uniti e si inizia a parlare con un italo-americano. Ma chi sono gli italo-americani? Sono italiani emigrati negli Usa da bambini o da ragazzini e poi rimasti per sempre lì. Molti di loro hanno realizzato il “sogno americano”, sono ricchi, e non lascerebbero l’America per nessun motivo, tranne che per le vacanze. Nonostante ciò sono affezionati alla madre patria, l’Italia, e fanno di tutto per mantenere vive le loro origini. E da dove si inizia? Ovviamente dalla lingua. Qui arriva la parte divertente. Il loro italiano, un tempo fluente, con gli anni si è un “tantino” arrugginito e pian piano si è trasformato in un ibrido: il temibile italiano americanizzato. Non è solo l’accento a dare quella particolare musicalità dell’italiano in America, ma anche una serie di neo-linguismi che sono comprensibili solo a pochi eletti.

Naturalmente ad influire sul processo ci sono anche i vari dialetti italiani delle regioni d’origine. Vediamo qualche esempio? La bag, ovvero la busta o borsa, nell’italiano americanizzato diventa La beca. Si va al supermercato e si sentirà: “Give me a beca please”. Che vuol dire “Mi dia una busta per favore”.
Così via avremo Apparca Il carro, parcheggia la macchina (To park the car), oppure Frosa la carne dal verbo inglese To freeze, congelare. Proprio per quell’attaccamento alle origini di cui parlavamo prima, si tramanda tale neo-lingua anche ai propri figli, i quali, non avendo mai messo piede in Italia, apprendono direttamente dai loro genitori. Il risultato è veramente disastroso. Nonostante l’omicidio glottodidattico, però, penso che tali cadenze e tali neologismi abbiano reso i nostri nonni, zii, cugini e parenti vari unici. Ci si ride su, ma adoriamo ascoltarli, in fondo hanno imparato una lingua partendo da zero, senza nessun titolo di studio o corso specialistico.

Molti ragazzi italiani frequentano fior di corsi specializzati e alla fine non parlano una sola parola di inglese. A questo punto che dire, un plauso ai nostri parenti italo-americani per la loro creatività! Ah dimenticavo, volete sapere la migliore traduzione in assoluto dall’inglese all’italiano? Un signore italo-americano, in età avanzata, arriva in Italia per far visita ai suoi parenti e durante una cena di famiglia afferma con convinzione: “Noi in America usiamo molti preservativi”. Vi lascio immaginare le facce dei presenti (vista anche l’età del signore). In realtà nelle intenzioni del parlante la frase doveva essere “Noi in America usiamo molti conservanti!”(dall’inglese preservatives: conservanti). Che dire: paese che vai usanza che trovi!

Autore dell’articolo:
Francesca Molinaro
PhD Student
Cosenza

La nota del traduttore (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

La traduzione, in particolar modo quella editoriale, è fortunatamente ancora appannaggio di esseri umani pensanti e non di macchine tuttofare. Il traduttore, quindi, in quanto essere umano, legge, riflette, scrive, traduce e…ammette i propri limiti! Qual è la vergogna nell’ammettere di non essere infallibile? La n.d.t. è una testimonianza alla luce del sole di umiltà di fronte ad un ostacolo, sia esso linguistico o di altra natura. È la sincerità di dimostrare che il traduttore, proprio perché non onnisciente, si è sforzato nel cercare una soluzione con tutte le sue forze ma non è stato capace di fornirne una all’altezza della situazione. La questione rimane quindi aperta al dibattito e non chiusa in una traduzione ipocrita e di comodo.

Le n.d.t. sono come i sassolini lasciati nella foresta da Pollicino, aiutano il lettore a trovare la strada per una comprensione indipendente e personale del testo, lo aiutano a porsi le giuste domande di fronte ad un problema e poi chissà magari a trovare da solo la soluzione, quale soddisfazione e gioia!

I detrattori dimenticano che, nella vita, per ogni volta che si cade, la vera vittoria è quella di ammettere la propria sconfitta, rialzarsi ed andare avanti forti delle proprie esperienze. Al contrario, il vero fallimento si ottiene solo nel momento in cui non ci si alza più e si resta a rimuginare nel proprio angolo. Questa frase è emblematica e adattabile ad ogni momento della vita dell’uomo. E allora perché non può esserlo anche per la traduzione?

Il mestiere del traduttore è in divenire perché fa leva sulla conoscenza che per sua stessa natura è varia ed infinita, ammettere di sapere tutto è dare prova di ottusità e poca intelligenza visto che di imparare non si finisce MAI…è questo è valido anche per i traduttori.

Autore dell’articolo:
Rosa Palumbo
Traduttrice Fr>It – En>It – Ru>It
Nizza (Francia)

La nota del traduttore

 Categoria: Tecniche di traduzione

Un traduttore ha fatto un bel lavoro nel momento in cui la sua “interpretazione” del testo si fonde a tal punto con l’originale da essere un tutt’uno e…scomparire.
Partendo da questo presupposto consideriamo una buona traduzione un lavoro che è fatto talmente bene che il traduttore passa dietro le quinte, si dissolve in quella stessa nuvola di grafismi incomprensibili da cui ha preso vita il testo, una sorta di genio della lampada che opera la magia della trasformazione linguistica e una volta terminato batte i tacchi e tira la sua riverenza. Eppure questo etereo mago delle lingue lascia quasi sempre una traccia dietro di sé: la nota del traduttore.

Spesso solo i lettori più attenti, o gli stessi traduttori-lettori ne sono al corrente e osano sfiorare quelle poche pagine in cui è possibile udire la vera voce del traduttore. Leggendole si può capire quanto la passione per l’autore si trasformi via via in ammirazione, collera, delusione e sconfitta. La nota del traduttore fa timidamente capolino a piè di pagina e la possiamo considerare in sé un piccolo vaso di Pandora…al suo interno si trovano spiegazioni esaustive, ma non esaurienti sul perché di alcune scelte traduttive, oppure sul perché della mancata traduzione, in genere più frequente, capace di scatenare dei veri e propri casi editoriali.

Molti professionisti, infatti, non esitano ad additare le note del traduttore (n.d.t.) e ad equipararle ad una palese sconfitta del processo traduttivo e di conseguenza del traduttore. A poco servono le spiegazioni sul come e perché sono state fatte quelle determinate scelte linguistiche, la sentenza è sempre la stessa: fallimento.
La seconda parte dell’articolo, che approfondirà la materia, verrà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Rosa Palumbo
Traduttrice Fr>It – En>It – Ru>It
Nizza (Francia)

Glossari e risorse utili per traduttori

 Categoria: Strumenti di traduzione

Nella vasta scelta di glossari e terminologie utilizzati nel settore delle traduzioni non possono mancare anche i veri e propri supporti cartacei costituti da dizionari monolingue, dizionari della lingua italiana (pressoché indispensabile l’ottima conoscenza della lingua madre), dizionari bilingue, un buon vocabolario nomenclatore che vi aiuta a spiegare dettagliatamente e a scegliere le parole utilizzate nel contesto che state traducendo, senza tralasciare quelli visuali e le enciclopedie illustrate che agevolano la ricerca del termine grazie a schede corredate da ottime immagini tra i quali segnalo il Visual Dictionary in 5 languages della Dorling Kindersley Book e quello di Jean-Claude Corbeil.
Si può inoltre attingere a una più vasta scelta sia di dizionari sia di link ipertestuali da dove possiamo reperire le voci, i glossari più specialistici per esempio nei vari settori dell’industria, agricoltura, animali, natura, arte, economia e finanza, legale, organizzazioni governative ed europee, musica, sport, scienze, viaggi, turismo e trasporti.

Encyclo.co.uk, il portale britannico per eccellenza, vi conduce in un ambiente ricco di collegamenti ipertestuali dove c’e’ l’imbarazzo della scelta: da Encyclo si può passare direttamente ad altre fonti come multi dizionari e sottoclassi che comprendono gli acronimi di Istituti di Medicina o quelli del settore informatico, perfino una ricca enciclopedia che parla della gravidanza e della salute della donna, da non tralasciare il dizionario di biologia cellulare dell’Università di Glasgow.
Tra i dizionari bilingui opterei per un buon Il Ragazzini degno di nota da anni, tra i migliori sul mercato in versione bilingue ma anche tecnico commerciale e tra i migliori link da cliccare One Look un ottimo dizionario online per ricerche terminologiche e settoriali a scopo traduttivo e famigliare. Per la nostra lingua opterei per un Picchi e un Devoto Oli, senza tralasciare uno Zingarelli.
Un altro buon dizionario cartaceo che dovrebbe essere alla mano di ogni traduttore è il noto Roget’s Thesaurus dove si attinge ad una miriade di sinonimi dei termini inglesi. Non meno noto è il dizionario dell’editore Penguin e Wow della Zanichelli, che consiglio per le frasi idiomatiche e gergali ad ogni lettore di lingua inglese.

Non resta che la scelta per fare un buon lavoro e prepararsi a diventare i più qualificati traduttori. Buon lavoro!

Autore dell’articolo:
Federico Moncini
Traduttore EN-FR-ES>IT
Borgo a Buggiano (PT)

Tecnica della traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Mi sono laureata da sei mesi in discipline della mediazione linguistica e da circa un anno mi dedico a traduzioni di qualunque settore. In questa mia attività, ormai quotidiana, ho sempre cercato di avvalermi delle migliori tecniche per tradurre. In quest’articolo ho voluto riassumere in breve in cosa consiste teoricamente il lavoro da traduttrice, in cui non devono mancare tecnica, costanza, impegno ed entusiasmo, allo scopo di svolgere un lavoro impeccabile.

Nella fase iniziale la domanda da porsi è: come si traduce un testo?
Occorre innanzitutto tener presente che la pratica traduttiva è una delle componenti che riescono a mettere meglio in comunicazione civiltà, lingue e mondi diversi.
Io traduttrice devo conoscere bene il mondo del testo di partenza e quello di arrivo: quando traduco tengo conto del livello di cultura della lingua d’arrivo, quindi la ricadenza che tale testo può avere nel mondo d’arrivo. Importante è quindi la comprensione del codice linguistico del testo che sto traducendo, in cui si presenta la problematica dell’interpretazione traduttiva. E’ vero che devo tener conto del codice linguistico, ma devo pormi la domanda se, per esempio, tralascio un aggettivo, chi legge può capire lo stesso il significato; bisogna far capire, trovare soluzioni diverse: mettere, tralasciare, inserire nota, ecc… In poche parole faccio riferimento alla strategia dell’adattamento. Quando traduco cerco di far trasparire o colorire il testo in modo tale che abbia la possibilità di essere compreso per le sue variabilità, anche da parte di chi non conosce il testo di partenza.

Autore dell’articolo:
Gessica Vitale
Traduttrice olandese>italiano, inglese>francese
Casette d’Ete (FM)

Facebook: un ausilio per la traduzione

 Categoria: Traduttori freelance

Nell’era di Internet, dei social network, dei programmi di assistenza alla traduzione, delle banche dati, dei motori di ricerca e delle e-mail in tempo reale, reperire l’informazione di cui si necessita potrebbe sembrare un gioco da ragazzi, vista l’ingente mole di dati disponibili. In realtà queste informazioni, talvolta, possono fuorviare e gettare in confusione il traduttore che sta lavorando su un testo, oltre al fatto che deve pure accertarsi della loro veridicità. Infatti, lungi dall’essere un tuttologo ed essendo confrontato a testi di ogni settore e, spesso non potendo contare nemmeno sull’aiuto di un esperto, deve venirne a capo con le sue stesse forze.
In questo contesto, però, uno dei più celeberrimi social network, ovvero Facebook, può venire incontro alle esigenze dei professionisti della traduzione e dar loro una mano. Infatti, quest’ultimo non serve solo ed esclusivamente a restare in contatto con amici e conoscenti di tutto il mondo, taggare foto e post vari.

Negli ultimi tempi alcuni traduttori professionisti hanno deciso di cogliere la palla al balzo e sfruttare questo social network in modo proficuo, coscienti che al giorno d’oggi quasi tutti dispongono di un account su Facebook. Sono così sorti numerosi gruppi dedicati a questa professione, spesso sottovalutata e non sufficientemente riconosciuta. Il traduttore iscritto può di conseguenza chiedere aiuto ai colleghi se una parte di un testo risulta poco chiara, può trovare offerte di lavoro, postare e reperire glossari online sulle tematiche più svariate e nelle diverse lingue, venire a conoscenza di seminari e corsi organizzati sul tema della traduzione, essere sempre al corrente della normativa vigente sulla sua professione, solo per citare alcuni esempi.
Insomma un mezzo che può sembrare un mero oggetto di svago, si può trasformare in una risorsa molto utile per il traduttore, oltre a tenere compagnia ed essere una valvola di sfogo per coloro che trascorrono ore e ore davanti al computer e necessitano di cinque minuti per distrarsi.

Di seguito vorrei citare alcuni di questi gruppi nella speranza che possano essere d’aiuto agli utenti di questo blog

• Liberi professionisti traduttori
• Übersetzer und Dolmetscher
• Traduttore Cerca Aiuto
• Interpreting for Europe
• Trova traduttore
• Traduzioni legali
• Traduttori e traduttrice de-it-de

Autore dell’articolo:
Laura Broggi
Interprete e traduttrice DE e FR
Merano (Bz)

I falsi amici in agguato nel castigliano

 Categoria: Problematiche della traduzione

Da vari anni “convivo” con una lingua che io considero straordinaria per ricchezza e complessità, ma che purtroppo il “popolino”, forse per pura ignoranza, continua a considerare semplice: sto parlando del castigliano.
È noto che la percentuale di “mutua intelligibilità” fra italiano e spagnolo è certo molto alta (anche senza conoscere spagnolo o italiano, una frase può essere compresa almeno all’80% quando un ispanofono ascolta o legge una frase in italiano o quando un italofono ascolta o legge una frase in castigliano).
Ma, senza addentrarmi nella questione di che cosa sia parlare realmente una lingua in modo fluente e facendosi comprendere, la questione che pongo è: che succede quando ci ritroviamo davanti ad un “falso amico” (i cosiddetti false friends in inglese)?

Se in un ristorante spagnolo chiediamo del burro, chi prende la nostra ordinazione ci guarderà certamente un po’ sconcertato, visto che gli stiamo chiedendo non il derivato del latte ma un amabilissimo animale, cioè l’asino.
Quanto al verbo augurar, non vuol dire “augurare” ma “prevedere, pronosticare”: il Re di Spagna ieri certo non “augurava” al suo popolo molti sacrifici.
Un esempio ancor più calzante di quanto si sottovaluti la difficoltà della lingua spagnola è presente anche nell’introduzione di un ormai “antico” dizionario bilingue italiano-spagnolo, quello del prof. Lucio Ambruzzi, con cui io stessa ho avuto a che fare diversi anni or sono iniziando il mio percorso di studentessa di castigliano.

Il professor Ambruzzi racconta che era sua abitudine sperimentare la “boria” dei suoi studenti proponendo loro di tradurre a bruciapelo frasi come Tengo muchas pipas en la bodega (per la cronaca “Ho molte botti in cantina” e non “Ho molte pipe in bottega”) o No prende la vela (che non è “non fa vela” o cose simili, ma “non si accende la candela”). Naturalmente l’esperimento falliva regolarmente e i saputelli venivano messi a tacere in un batter d’occhio.
Credo che questi pochissimi esempi rendano molto chiaro quanto i falsi amici possano diventarlo ancor di più in due lingue apparentate; perciò parlo di agguato, anche se in maniera forse un pizzico ridondante.

Autore dell’articolo:
Manuela Pelizzon
Traduttrice IT>ES ES>IT
Mirano (Venezia)

Cos’è la traduzione?

 Categoria: Traduttori freelance

Cos’è la traduzione? Difficile darne una definizione dal momento che la sua storia dimostra come l’idea del tradurre e il linguaggio siano cambiati nel corso dei secoli. Considerare la traduzione come un mezzo di comunicazione tra lingue e culture diverse renderebbe la traduzione un’attività inferiore; essa è invece lo spazio privilegiato per l’osservazione delle dinamiche interne al linguaggio perché è attraverso essa che si può constatare l’evoluzione costante delle lingue.

Possiamo innanzitutto dire che la traduzione è un’attività inseparabile dalla sua storia, dal linguaggio, dalla letteratura e dalla cultura di partenza e da quella di arrivo di un’opera e prima di essere attività è un atto d’intenzione del traduttore che deve così confrontarsi con il mito dell’originale. Da qui ci interroghiamo sul ruolo del traduttore o, per citare Walter Benjamin, su quale sia il suo compito.

Un compito, quello del traduttore, che all’origine prevede un atto di fede nei confronti del testo da tradurre: credere fermamente di aver incontrato un universo, il testo, che meriti di essere rivelato attraverso un’altra lingua. E questo rivelare diventa una sfida ogni volta che saranno messe a confronto due lingue e due culture diverse.
Attraverso la riflessione di W. Benjamin abbiamo compreso che il valore di un’opera letteraria non risiede nella trasmissione di informazioni ad un pubblico di lettori, ma nel modo in cui un autore si enuncia di fronte al mondo. Allo stesso modo, dunque, il traduttore dovrebbe riprodurre l’intenzione dell’opera originale e per far ciò dovrà affrontare dei problemi di natura culturale che gli assegnano il ruolo di mediatore.

Per adempiere al ruolo di mediatore culturale egli dovrà possedere un gran numero di saperi come la conoscenza della società, della sua storia, della sua gastronomia, dei suoi costumi; la conoscenza delle regole della comunicazione, delle frasi idiomatiche e dei proverbi; la conoscenza degli strumenti informatici utili per la parte pratica del suo lavoro. L’abilità del traduttore dovrebbe consistere in una conoscenza ottimale delle due culture messe a confronto al fine di adattare il testo di partenza alla cultura di arrivo.
Un lavoro, dunque, carico di responsabilità che a volte porterà a fare della negoziazione ovvero a compiere scelte nella misura in cui sarà necessario cambiare l’aspetto dei segni linguistici nel passaggio da una lingua all’altra, rinunciando a volte a qualcosa nella lingua d’arrivo per far gustare al lettore un po’ del sapore dell’opera originale.

Autore dell’articolo:
Maria A. Montanaro
Aspirante traduttrice
(Laurea Specialistica in Teoria e Prassi della Traduzione Letteraria)
Lingue Français =>Italien; English =>Italian
Bari

L’articolo è l’adattamento in italiano dell’introduzione presente nella mia tesi di laurea in francese dal titolo “Une proposition de traduction et commentaire de Caroline assassine de Sophie Jabès

Master traduzione inglese-italiano

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Un master universitario per traduttori residenti in tutto il mondo: www.mastertraduzionespecialistica.it.

Il Consorzio interuniversitario ICoN Italian Culture on the Net www.italicon.it, composto da 20 università italiane, eroga da oltre un decennio un Corso di laurea online in Lingua e cultura italiana (laurea italiana di I livello) per cittadini stranieri e italiani residenti all’estero. Iscrivendosi a questo corso di laurea si sono finora laureate già più di 200 persone in molte nazioni, dall’Australia al Canada, dall’Argentina alla Germania, dimostrando così, con tutta evidenza, la validità di un’iniziativa impegnata a veicolare l’offerta di una proposta culturale di alto livello attraverso modalità organizzative fruibili nei più diversi contesti culturali e socio-economici.

Alla luce di questo incoraggiante bilancio, da alcuni anni ICoN offre anche master universitari di I livello, concepiti come prosecuzione del Corso di laurea in lingua e cultura italiana. Si tratta di un ulteriore impegno per la promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo e per la valorizzazione del patrimonio culturale italiano, obiettivi che costituiscono la missione istituzionale del Consorzio.
Tra queste seconde iniziative, segnalo qui un Master in Traduzione specialistica inglese-italiano erogato dalle Università di Bari, Genova e Pisa.

Questo master, fondamentalmente online, con soli tre cicli tra lezioni, approfondimenti ed esami frontali, è alla sua quarta edizione e a breve raggiungerà presumibilmente il numero di oltre 50 diplomati, provenienti da diversi paesi nel mondo. La prima edizione pilota del master è stata riservata ai residenti all’estero, mentre a partire dalla seconda, alla luce delle molte richieste ricevute, si è deciso di renderlo disponibile anche per i traduttori dall’inglese verso l’italiano che vivono in Italia. Le iscrizioni resteranno aperte fino al 22 novembre 2011. Il Master comincerà il 16 gennaio 2012 e terminerà l’11 gennaio 2013.

Per potervi accedere sarà necessario essere in possesso di una laurea almeno triennale di I livello o di una laurea straniera equivalente – come può essere per esempio un BA – , avere una conoscenza molto buona dell’inglese pari ad almeno il livello C1 del Quadro Comune Europeo di Riferimento e conoscere l’italiano scritto a livello madrelingua, con una buona capacità di scrittura e redazione di testi in italiano. Queste competenze verranno verificate attraverso un test d’ingresso online che si terrà il 2 dicembre 2011.

Il master è stato considerato indubbiamente impegnativo a giudizio dei corsisti che l’hanno concluso ma allo stesso tempo è stato valutato molto utile sia per gli approfondimenti teorici sia per l’affinamento delle capacità traduttive nei domini specialistici scelti. A questo proposito specifichiamo che è possibile frequentare classi virtuali di due tra i sei domini offerti che sono: ambiente ed energia, biomedicina e discipline del farmaco, diritto, economia, informatica e localizzazione, tecnologia. Si tratta dunque di un’offerta declinata in più sezioni che coprono in effetti tutte le aree più ampiamente richieste nel mercato della traduzione oggi. Un vantaggio senza dubbio rilevante è la flessibilità data dalla comunicazione virtuale che in modalità asincrona coinvolge tutti i paesi del mondo in cui vivono i corsisti.

Le attività in presenza sono soltanto tre, a inizio, metà e fine programma: due volte a Pisa e una volta alla Direzione Generale della Traduzione di Bruxelles e al Comitato Economico e Sociale/Comitato delle Regioni. Per il resto, la didattica è erogata online attraverso classi virtuali con forum e supportate da tutori specializzati. Le lezioni online, denominate moduli, sono raggruppate nelle sezioni Fondamenti della traduzione, Linguistica contrastiva per la traduzione, Risorse linguistiche e informatiche per la traduzione e Introduzione alla traduzione nei domini specialistici, quest’ultima suddivisa a sua volta in due parti. Non è necessario altro: è tutto in www.mastertraduzionespecialistica.it.

Lo scopo principale è dare ai corsisti gli strumenti necessari per acquisire un metodo di lavoro che renda possibile collocarsi e posizionarsi nella fascia alta del mercato della traduzione dopo aver perfezionato le proprie tecniche traduttive. Altro importante obiettivo, per raggiungere il quale il corsista lavorerà durante lo stage previsto nel mese di ottobre insieme a un traduttore freelance, è potenziare la capacità traduttiva in termini di cartelle per poter passare da una produttività limitata di tipo didattico a una produttività quanto più possibile vicina a quella realmente richiesta nel mercato della traduzione.

Chi non è interessato a ottenere il titolo universitario di master o non è in possesso del titolo di studio richiesto (laurea italiana o titolo straniero equivalente), può frequentare il master in modalità parziale. Il corsista iscritto in questa modalità non svolgerà lo stage e la prova finale ma potrà frequentare tutto il percorso online e svolgere eventualmente esami. Ambedue le opzioni, comunque, offrono certamente un importante contributo per migliorare le proprie opportunità di crescita personale e professionale in un ambito lavorativo particolarmente rispondente alle sempre più crescenti esigenze di comunicazioni e scambi interlinguistici, nei più diversi settori culturali e economici.

Autore dell’articolo:
Laura De Renzis
Responsabile Relazioni esterne
Consorzio ICoN Italian Culture on the Net

La traduzione: ponte fra culture (4)

 Categoria: Storia della traduzione

Nei Translation Studies il problema della corrispondenza è stato spulciato sotto ogni punto di vista, ma la sola certezza che possiamo avere è che un’equivalenza totale non esiste, neanche fra due versioni di un testo nella stessa lingua, tanto meno è possibile fra due lingue diverse. In una traduzione ci saranno sempre delle perdite, ma anche nuove acquisizioni. Ed è proprio a questo punto che si affaccia il problema dell’intraducibilità linguistica o culturale di un testo. L’intraducibilità linguistica si verifica quando nella lingua di arrivo non esiste lo stesso elemento sintattico o lessicale della lingua di partenza; mentre, l’intraducibilità culturale è dovuta alla mancanza, nella lingua di arrivo, degli stessi elementi culturali della lingua di partenza, anche se esistono parole in quella lingua che esprimono quel dato concetto.

Per esempio, in italiano non esiste una parola dal significato identico a quello di “pet” in inglese; si può tradurre con “animale domestico, animale da compagnia”, ma a volte, locuzioni così lunghe, rispetto alla parola inglese, possono rallentare il ritmo della frase, e creare problemi stilistici. Di solito, “pet” viene tradotto con “animale”, ma in italiano “animale” indica tutti i tipi di animali, e non riesce a cogliere il valore affettivo e sentimentale che la parola inglese invece esprime. In questo esempio banale c’è già l’evidenza della perdita culturale che spesso si produce. Tocca al traduttore scegliere la soluzione migliore, fra quelle possibili, per poter comunicare tutti i significati del testo originario, rispettandolo, ma creando, allo stesso tempo, un testo nuovo, di utilità per persone appartenenti ad un’altra cultura e ad un’altra lingua.

Secondo Bruno Osimo, nel suo Manuale del traduttore, il traduttore è un ponte tra due culture: la sua mediazione non è soltanto linguistica, ma soprattutto culturale, e per questo motivo, deve conoscere bene la storia, le tradizioni, l’arte e la letteratura del paese che ha prodotto quel testo. Ancora oggi, la discussione attorno alla traduzione come scienza, e quindi come attività primaria per la vita sociale e culturale di un paese, o come attività secondaria, non accenna ad esaurirsi. Ma io credo sia sufficiente valutare l’importanza pragmatica della traduzione, cioè la capacità di mettere in comunicazione due culture, per dissipare ogni dubbio.

Autore del’articolo:
Erika Fabri
Studentessa e traduttrice en-it, es-it
Teramo

La traduzione: ponte fra culture (3)

 Categoria: Storia della traduzione

Il traduttore diventa l’esecutore materiale, e manuale, di un processo di decodificazione e ricodificazione, in cui vanno considerate tutte le varianti sociali e culturali che entrano in gioco, non solo il mero significato delle parole. Tuttavia questo può essere arduo da realizzare, anche tra lingue e culture apparentemente simili. In realtà non esiste cultura simile ad un’altra, come non esiste lingua simile ad un’altra. Il traduttore deve riconoscere questa distanza, e confrontarsi con essa, quando sceglie tra le possibili traduzioni nella lingua d’arrivo, senza dimenticare di rispettare il significato del testo di partenza e le intenzioni del suo autore.

Il problema del significato si fa più serio quando si prende in esame la traduzione delle espressioni idiomatiche, che sono strettamente vincolate alla cultura della lingua di partenza. A volte il traduttore riesce a trovare un’altra espressione idiomatica che esprime lo stesso concetto nella lingua di arrivo; ma altre volte questo è impossibile, e l’unica soluzione praticabile è quella di trasformare l’espressione idiomatica in una frase normale, che esprima lo stesso significato. Molti linguisti hanno cercato di creare una mappa dei diversi tipi di corrispondenze possibili in una traduzione. Popovič ne individua quattro tipi:

1) Corrispondenza linguistica: esiste un’equivalenza linguistica tra lingua di partenza e lingua di arrivo; è una traduzione parola per parola.
2) Corrispondenza paradigmatica: esiste un’equivalenza grammaticale tra le due lingue.
3) Corrispondenza stilistica: nella lingua di arrivo si riproduce lo stesso significato, la stessa intenzione dell’autore; si tratta di un’equivalenza degli elementi principali, che concorrono a creare un’identità espressiva tra i due testi.
4) Corrispondenza testuale: si instaura un’equivalenza sintagmatica, cioè un’equivalenza nella forma tra le due lingue.

Dal canto suo, Eugene Nida, distingue tra corrispondenza dinamica e formale. La corrispondenza formale si basa su forma e significato del testo; è una “glossa”, il cui scopo è quello di permettere al lettore la comprensione della maggior parte del significato del testo. Mentre, la corrispondenza dinamica si fonda sul concetto di effetto di equivalenza: tenta di ricreare lo stesso rapporto che si instaura fra lettore e testo, nella lingua di partenza, anche nella lingua di arrivo.

L’ultima parte dell’articolo verrà pubblicata domani.

Autore del’articolo:
Erika Fabri
Studentessa e traduttrice en-it, es-it
Teramo

La traduzione: ponte fra culture (2)

 Categoria: Storia della traduzione

Comunque, per arrivare ad una riflessione più matura sul processo di traduzione, bisogna attendere Alexander Fraser Tyler ed i suoi Essays on the principles of translation (1791); lì si possono rintracciare tre principi fondamentali:

1) La traduzione deve essere una trascrizione completa dell’idea dominante, racchiusa nel testo originario.
2) Lo stile ed il registro devono avere le stesse caratteristiche del testo originario.
3) La traduzione deve avere lo stesso grado di autenticità del testo originario.

Un secolo dopo Dryden, Tyler condivide i sui stessi principi: il testo tradotto deve riprodurre l’anima del testo di partenza. Successivamente, durante il XIX secolo, teorici inglesi e tedeschi hanno tentato di dare una definizione di traduzione, cercando di capire se si trattava di un’attività creativa o meccanica. Alcuni consideravano il traduttore un genio creativo, altri un semplice mezzo per far conoscere alla gente il testo originario o il suo autore.
È a partire dal periodo Vittoriano che si insinua l’idea di giusta distanza di spazio e tempo tra traduttore e testo originario, questo significa che i traduttori devono utilizzare un linguaggio arcaico. Anche se il loro lavoro si rivelò inutile, perché traduzioni retrodatate nella forma, in una società in rapida evoluzione, non rispecchiavano i valori di quel mondo.

Una teorizzazione ed un’analisi sistematica sulla traduzione emerge solo a partire dalla seconda metà del XX secolo, con i Translation Studies: una serie di studi concernenti la traduzione, il suo processo ed i suoi problemi. L’etichetta di “Translation Studies” fu creata da André Lefevere nel 1976, ed infatti, i Translation Studies prendono piede proprio a partire dagli anni Settanta; e grazie ad essi, oggi, la traduzione è considerata un’attività importante e creativa. Grazie ad essi, noi studenti universitari abbiamo iniziato a studiare il modo in cui si realizza una traduzione, il processo traduttivo utilizzato, i mezzi a disposizione del traduttore, gli elementi che una traduzione dovrebbe o non dovrebbe avere. Inoltre, puntando l’attenzione sui Translation Studies si sono messi in luce anche molti problemi connessi alla traduzione. Soprattutto il fatto che una traduzione non è semplicemente la trasposizione di un testo da una lingua all’altra, ma implica anche una trasposizione da una cultura ad un’altra.

Continuerò a parlare dell’argomento domani nella terza parte dell’articolo

Autore del’articolo:
Erika Fabri
Studentessa e traduttrice en-it, es-it
Teramo