Meglio tardi che mai

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Oggi viene inaugurata a Roma, nei pressi di piazza Barberini, la prima “Casa delle traduzioni” italiana. Il progetto, in cantiere dal 2003, intende sopperire alla carenza nazionale di una struttura interamente dedicata al mondo della traduzione; il che permetterà all’Italia di uniformarsi, finalmente, al trend europeo nel settore. Sono molti, infatti, i paesi europei che hanno già attivato misure in questa direzione, dando vita alle così dette Case o Collegi del Traduttore.
Tra le molte esperienze che si potrebbero citare a proposito, è esemplare il lavoro svolto da Françoise Wuilmart, direttrice del Collège européen de Traducteurs littéraires di Seneffe in Belgio; la quale, oltre ad aver fondato nel Collège una struttura di tutto rilievo, ha anche progettato e realizzato un Centro europeo di traduzione letteraria (CELT), ovvero una scuola di formazione post-universitaria che si contraddistingue per le metodologie innovative proposte: approccio pragmatico alla traduzione, seminari condotti da alcuni dei migliori traduttori francesi e belgi, ecc…

La “Casa delle traduzioni” italiana si inserirà nel circuito bibliotecario romano, in qualità di biblioteca specializzata, dando voce e spazio alle iniziative di promozione della cultura italiana e della traduzione qualificata, anche attraverso un eventuale inserimento nella rete Recit (Réseau européen des centres internationaux de traducteurs littéraires).
L’obiettivo del progetto, secondo le dichiarazioni rese dalla responsabile Simona Cives, è quello di creare un luogo d’incontro per i traduttori che diventi anche un punto di riferimento nazionale in grado d’incentivare la multiculturalità, favorire il confronto tecnico-artistico fra i traduttori e promuovere la professionalità di chi svolge questo mestiere; diffusissimo, ma poco riconosciuto.
Se si eccettuano le numerose associazioni di categoria (SNS- Sezione Traduttori, AITI, il network dei traduttori di Biblit,…) e le molteplici iniziative librarie (Salone del libro di Torino, Fiera del libro di Bologna, Fiera della Piccola e Media Editoria romana, Pisa Book Festival,…), i traduttori, contrariamente a molti altri liberi professionisti, sono gli unici a non poter usufruire di un albo appositamente dedicato, magari diviso per settori, che certifichi ufficialmente le competenze tecniche possedute.

A tal proposito, è emblematica la situazione dei traduttori giurati italiani, costretti ad iscriversi all’albo generico dei periti e dei consulenti tecnici delle Camere di Commercio, le cui procedure variano a discrezione delle singole sedi (non tutte, ad esempio, prevedono un esame di qualifica al ruolo), per poter accedere alla posizione di CTU (Consulente Tecnico d’Ufficio), soltanto presso la sede del Tribunale della città di residenza.
In questo senso, la realizzazione della “Casa delle traduzioni”, pur essendo ancora un’istituzione embrionale, potrebbe rappresentare un centro d’orientamento per chiunque voglia intraprendere il lavoro del traduttore: per esempio, indirizzando alla scelta di percorsi di studio e master adeguati, o fornendo informazioni, attraverso corsi e seminari ad hoc, sulle nozioni giuridiche di base necessarie per svolgere questo lavoro.

Il programma completo dell’inaugurazione, che prevede l’intervento di numerosi ospiti in rappresentanza delle Istituzioni e del mondo artistico-letterario ed editoriale, è reperibile sul sito del Comune di Roma www.comune.roma.it; inoltre, un video di presentazione della “Casa delle traduzioni” è visibile collegandosi al seguente link: www.mediatecaroma.it.
In attesa degli eventi futuri, non resta che augurarsi che questo ambizioso progetto decolli; anche attraverso il supporto e la collaborazione di chi ancora non crede all’utilità di simili proposte e guarda a queste iniziative con scetticismo e diffidenza.

Autore dell’articolo:
Daniela Corrado
Conciliatrice, traduttrice dall’inglese e dal francese all’italiano

Una professione fra arte e mestiere

 Categoria: Traduttori freelance

La traduzione è una delle professioni meno conosciute in Italia. È un mestiere difficile, un’arte da cesello, ma nessuno, ovviamente a parte gli addetti ai lavori, i familiari e gli amici degli addetti ai lavori, pare conoscerlo bene, né interessarsene.
I traduttori da anni lottano per l’affermazione e il riconoscimento di una professione tanto affascinante quanto complicata e misteriosa ma che al momento non è nemmeno protetta da albo. Non esistono nemmeno dei tariffari fissi. Il prezzo varia secondo capacità, tempistiche, lingue di lavoro, settori di specializzazione.

Ma come si diventa traduttori? E una volta diventatolo, quanto si lavora? Si può vivere di sola traduzione? Queste sono le domande che tutti quelli che si avvicinano alla traduzione si fanno e fanno ai professionisti che conoscono più o meno direttamente. Il fatto è che non esiste una risposta unica perché ogni caso è differente. Si tratta, infatti, di una professione che offre opportunità variegate, sbocchi diversi e ha bisogno di costanza, pazienza e tantissima umiltà. Doti che, se pur nobili e apprezzabili, fanno a pugni con il bisogno concreto di dover lavorare e di doverci anche vivere, di traduzione. Si è così sviluppata, negli anni, la curiosa immagine del traduttore “asceta”, un po’ intellettuale, che vive traducendo tutto il giorno senza quasi avere necessità di alcun tipo. “È un lavoro che si fa per passione, che si fa gratis, che prima di entrare nel giro ce ne vuole, che si trova solo attraverso determinati canali, che si ottiene grazie al passaparola…” queste le frasi d’ordinanza.

Dopo quasi dieci anni di esperienza nel settore, posso dire che non esiste una regola per diventare traduttori e per poterne vivere. Certo, questa sfida rende il lavoro ancora più affascinante e misterioso. E riguarda soprattutto la traduzione letteraria. Per quella tecnica, le cose sono un po’ diverse. Se la traduzione letteraria si avvale principalmente di pochi eletti, fortunati (e anche bravi, va detto) da poterci guadagnare la pagnotta, il settore tecnico ospita molti lavoratori soddisfatti. Conosco parecchie persone che vivono bene facendo il traduttore informatico, industriale, legale, traducendo bilanci, contratti e manuali. Lavorano tutti come matti e, forse, sono anche sottopagati per quello che fanno e per la qualità del lavoro che producono.

Per diventare traduttori bisogna studiare moltissimo, formarsi a lungo, leggere a bizzeffe, allenarsi a più non posso. Bisogna leggere libri nella propria lingua e in quella di lavoro, guardare la Tv del Paese di riferimento, conoscerne la cucina, la musica, le tradizioni, la cultura politica e quella religiosa, il pensiero della gente. Bisogna viaggiare e frequentare persone di quel Paese, andare a corsi e laboratori di traduzione specialistica e, ancora, leggere giornali, visitare siti. Non solo. Bisogna anche essere tenaci e passionali e sapere che non è abbastanza frequentare corsi che, se non vengono messi a frutto nel modo giusto, rischiano di diventare pezzi di carta che conducono alla strada del traduttore improvvisato. Per imparare a tradurre bisogna farlo, questa è la sola verità, e imparare molto sul campo. E non si deve avere troppa paura di commettere errori. Tutti li hanno commessi, li commettono e li commetteranno. Le parole sono scie luminose e ce n’è un gran bisogno, anche di quelle straniere, ed è un regalo che solo la traduzione ci può fare. Bisogna solo studiare, faticare, sudare. E osare un po’, perché, come dice Sepulveda, “Vola solo chi osa farlo”.

Autore dell’articolo:
Claudia Verardi
Traduttrice professionista en>it, fr>it,
Caserta