Il passaggio dal vecchio al nuovo

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Fin dagli inizi dell’Impero Romano, gennaio era il mese dedicato a Giano (Iānus in latino), un dio che veniva rappresentato con due facce rivolte verso direzioni opposte, da cui derivava l’appellativo di Giano bifronte.
Il suo ruolo era quello di vigilare le porte (ianuae), i passaggi (iani) e i ponti: grazie alle sue due facce, ne sorvegliava contemporaneamente l’entrata e l’uscita. Da qui la simbologia gli attribuì il ruolo di protettore di tutto ciò che aveva un inizio e una fine, nonché di custode di ogni forma di passaggio e cambiamento.
La scelta di questa divinità per rappresentare il passaggio dall’anno vecchio a quello nuovo non sembra quindi per niente casuale, anche se, in realtà, gennaio era dedicato a Giano ancora prima che la riforma del calendario del 46 a.C stabilisse che gennaio sarebbe diventato il primo mese dell’anno.

I romani festeggiavano la notte del 31 dicembre mangiando con gli amici miele, datteri e fichi per coprire le amarezze dell’anno appena trascorso e propiziare la dolcezza di quello in arrivo. Questa antica abitudine romana entrò poco a poco in Europa, dove, con la stessa finalità portafortuna, si iniziarono ad offrire lenticchie, delle quali si diceva che propiziassero la prosperità economica. Con il tempo, ogni nazione ed ogni regione europea ha sviluppato tradizioni e usanze proprie ma, quello che è rimasto, è la considerazione della notte di San Silvestro come un passaggio dal vecchio al nuovo.

La traduzione delle misure anglosassoni

 Categoria: Tecniche di traduzione

Le misure anglosassoni, così diverse dalle nostre, talvolta fanno incappare i traduttori in errori che causano equivoci e fraintendimenti di vario genere. Gli acri, le miglia, le iarde, i piedi, i pollici, le libbre, le once, ecc., sono misure che a noi non dicono assolutamente nulla. Cosa fare allora quando ci si trova a dover tradurre una misura anglosassone o comunque una misura che non esiste nella lingua di destinazione?
Beh, è molto semplice. Partendo dal presupposto che chi legge debba farsi un’idea precisa della misura, si dovrà esprimere il valore presente nel documento originale nell’unità di misura utilizzata nel paese del lettore. Ad esempio, qualora si debba tradurre in italiano nine feet boat (barca lunga nove piedi) occorrerà munirsi di calcolatrice e impostare l’equivalenza sapendo che un piede corrisponde a circa 30 centimetri. Una volta scoperto che la barca misura circa 2,70 metri, a seconda del contesto si può tradurre in vari modi, sia utilizzando espressioni tipo “più di due metri e mezzo” sia comunicando il valore preciso.
Quest’ultima opzione però va utilizzata con l’interruttore del buonsenso acceso. Espressioni come: “l’auto viaggiava a 241,4016 km all’ora”, “Marco pesava 152,406 kg” e il “terreno si estendeva per più di 8093,8 metri quadrati” sono assurde e, rispetto alle cifre tonde 240, 152 e 8000, non aggiungono nessuna informazione utile al lettore, ottengono solo un effetto di antipatica pignoleria.

Il consiglio che noi diamo è quello di tradurre sempre le misure anche se in certi casi ammettiamo che lo si potrebbe tranquillamente evitare. Certi traduttori talvolta lasciano volutamente le misure inglesi sulle pagine, soprattutto quando si tratta di indicazioni che non necessitano essere comprese con precisione assoluta. A meno che il lettore non sia proprio digiuno di misure, dire “la strada si inerpicava per trenta miglia in un susseguirsi di curve a gomito a picco sul mare” o “la strada si inerpicava per circa cinquanta chilometri in un susseguirsi di curve a gomito a picco sul mare” dà, in entrambi i casi, un’idea piuttosto chiara sul fatto che il percorso era lungo e tortuoso. L’informazione arriva comunque anche se non con precisione millimetrica.
Chiudiamo con una traduzione spassosa che ci è capitata per le mani proprio pochi giorni fa. Riguardava un presunto assassino che aveva ucciso la sua vittima con una pistola da 45 millimetri. 45 millimetri? Più che con una pistola gli aveva sparato con una sorta di bazooka! Il calibro della pistola era di 0,45 pollici, che non corrispondono affatto a 45 millimetri ma a 11,43.

La moralità del traduttore

 Categoria: Tecniche di traduzione

Il traduttore, quando traduce, deve sapere chi è l’autore del testo, perché il testo è stato scritto, qual è il pubblico al quale si rivolge e altre informazioni ad esso pertinenti. Sapere queste cose migliora esponenzialmente i risultati del suo lavoro. Quello di cui invece deve disinteressarsi sono i contenuti. O meglio, deve nutrire grande interesse per i contenuti da un punto di vista lessicale ma disinteressarsi di essi da un punto di vista ideologico o morale.

Se non condivide le idee dell’autore o le medesime addirittura lo ripugnano, deve rimanere del tutto indifferente e tradurre con imparzialità. Non può in alcun modo tagliare passaggi, alterarli o addolcirli a suo piacimento.
Nessuno è obbligato a tradurre quello con cui non è d’accordo, però, se decide di farlo, deve farlo con la massima onestà. Al di là di scelte linguistiche dettate da ragionamenti logici che abbiano l’evidente obiettivo di migliorare la fruizione o la facilità di lettura da parte dei lettori, una frase blasfema deve rimanere una frase blasfema e lo stesso dicasi per una parola oscena o volgare, così come per un insulto.

Il traduttore deve avere una sua moralità ma nel senso del rispetto del proprio ruolo. Sebbene un traduttore possa ingannare un editore, il pubblico e persino i suoi colleghi, non può però ingannare sé stesso. Sa esattamente se l’opera che ha tradotto era superiore alle sue capacità, se non ha effettuato le verifiche che avrebbe dovuto o, peggio ancora, se ha alterato deliberatamente il significato di alcune sue parti.

Auguri natalizi in venti lingue

 Categoria: Le lingue

Afrikaans: Geseënde Kersfees
Ceco: Veselé Vánoce
Croato: Sretan Božić
Danese: Glædelig Jul
Filippino: Maligayang Pasko
Finlandese: Hyvää joulua
Francese: Joyeux Noël
Gallese: Nadolig Llawen
Indonesiano: Selamat Hari Natal
Inglese: Merry Christmas
Italiano: Buon Natale
Lituano: Linksmų Kalėdų
Norvegese (bokmål): God Jul
Olandese: Vrolijk Kerstfeest
Polacco: Wesołych Świąt
Portoghese: Feliz Natal
Slovacco: Veselé Vianoce
Spagnolo: Feliz Navidad
Svedese: God Jul
Tedesco: Frohe Weihnachten

Traduzione nel cambio di registro linguistico

 Categoria: Traduzione letteraria

Nella traduzione delle opere letterarie non è raro osservare una tendenza verso l’uso smaccatamente normativo e persino retorico della lingua d’arrivo. Il desiderio di spogliare il testo da ogni ambiguità, di far piena luce su aspetti apparentemente oscuri, di smussarne gli spigoli, talvolta conduce il traduttore a intervenire massicciamente su di esso, truccandolo in modo pesante e facendogli indossare vestiti vistosi che, troppo frequentemente, trasformano quello che in origine era bellezza imperfetta ma autentica in una bellezza artefatta e innaturale.

La mano del traduttore agisce con particolare forza nel cambio di registro linguistico. Tra i vari livelli espressivi di una lingua, quello familiare o colloquiale è quello che ne fa le spese più di frequente. Contrariamente a ciò che avviene con le parole o le espressioni chiaramente volgari o dialettali, che di solito vengono scrupolosamente rispettate, le tiepide voci familiari vengono spesso rimpiazzate da espressioni appartenenti al più diffuso linguaggio standardizzato.
L’italiano presenta a questo proposito un chiaro svantaggio poiché tende a muoversi, in genere senza transizione, tra il registro neutro e quello volgare o chiaramente tabù.
Per questo motivo, sebbene armati delle migliori intenzioni, tutti i traduttori italiani prima o poi sperimentano la difficoltà nel trovare parole che comunichino la freschezza e la qualità della lingua orale senza alzare troppo il tono della comunicazione o senza appiattirne esageratamente i contenuti. Presi tra questi due fuochi, i traduttori tendono ad aggrapparsi ad un linguaggio standard che trasforma in dolce pianura l’accidentata morfologia dell’originale.

Test di traduzione automatica

 Categoria: Strumenti di traduzione

Abbiamo sottoposto il più accreditato traduttore automatico presente in rete (avrete già capito di quale stiamo parlando) ad un test di traduzione.
Il testo che abbiamo scelto per la prova è stato un famosissimo passaggio dei “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni.
La prima richiesta che abbiamo fatto al sistema è stata quella di eseguire la traduzione in tedesco del passaggio. Dopodiché, una volta ottenuta la versione nella lingua teutonica, gli abbiamo fatto eseguire la traduzione di questa in francese, poi dal francese verso l’inglese, dall’inglese allo spagnolo, e infine di nuovo all’italiano. Qui di seguito incolliamo i risultati dell’esperimento.

Testo originale
“Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien quasi a un tratto, tra un promontorio a destra e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda ricomincia per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni.”

Traduzione italiano-tedesco
“Dieser Zweig des Comer Sees schaltet nach Süden zwischen zwei ununterbrochenen Gebirgsketten, alle Buchten, abhängig von der Lodge und die Rückkehr derjenigen, die fast alle auf einmal, einer Landzunge zwischen der rechten und eine ‘ausgedehnte Küstenlinie auf der anderen Seite, und die Brücke, die die beiden Seiten verbindet es scheint, um diese Transformation noch empfindlicher auf das Auge und markiert den Punkt, wo der See endet und dann wieder auf der Adda wieder Name des Sees, wo die Banken, weg wieder Permit Wasser zu entspannen und verlangsamen in den neuen Buchten und neue Brüste.”

Traduzione tedesco-francese
“Cette branche du lac de Côme tourne vers le sud entre les deux chaînes de montagnes ininterrompue, toutes les baies, en fonction de la loge et le retour de ceux-ci, presque tous à la fois, une langue de terre entre la droite et un «vaste littoral de l’autre côté, et le pont, Il relie les deux rives semble même plus sensible à cette transformation à l’œil et marque le point où le lac se termine, puis de nouveau sur le nom Adda du lac, où les banques pour se détendre loin encore permettre à l’eau et de ralentir dans la nouvelles baies et une nouvelle poitrine.”

Traduzione francese-inglese

“This branch of Lake Como turns south between two unbroken chains of mountains, all berries, depending on the lodge and the return of these, almost all at once, a tongue of land between the right and a “extensive coastline on the other side, and the bridge, it connects the two sides seems even more sensitive to this transformation in the eye and marks the point where the lake ends, and again on the name Adda the lake, where banks to relax even further and allow the water to slow in the new bays and a new chest.”

Traduzione inglese-spagnolo
“Esta rama del Lago de Como gira hacia el sur entre dos cadenas ininterrumpida de montañas, todas las bayas, dependiendo de la casa de campo y el regreso de estos, casi todos a la vez, una lengua de tierra entre la derecha y una línea costera “extensa en el otro lado, y el puente, que conecta las dos partes parece aún más sensible a esta transformación a los ojos y marca el punto donde termina el lago, y de nuevo en el nombre de Adda al lago, donde los bancos para relajarse aún más y deje que el agua lenta en el bahías nuevo y una nueva en el pecho.”

Traduzione spagnolo-italiano
“Questo ramo del lago di Como, che volge a sud, tra due catene non interrotte di monti, tutti i frutti di bosco, a seconda del lodge e il ritorno di questi, quasi tutti in una volta, una lingua di terra tra la destra e una costa “estesa sull’altro lato, e il ponte che collega le due parti sembra ancora più sensibili a questa trasformazione negli occhi e segna il punto dove il lago finisce, e sempre in nome del lago Adda, dove le banche ulteriore rilassarsi e lasciare che l’acqua lentamente nelle baie schiena e una al petto nuovo.”

La traduzione, l’abbiamo detto più volte, non è una formula matematica. Lo scopo del test non era quello di riottenere magicamente la versione manzoniana tale e quale. Se avessimo effettuato il test con cinque traduttori umani in carne e ossa non avremmo comunque riottenuto la versione originale identica in ogni sua parte. Tuttavia, non avremmo sicuramente ottenuto l’accozzaglia sconclusionata di termini catapultati qua e là senza un minimo criterio logico che è venuta fuori. Quello che avremmo ottenuto sarebbe stato un insieme di discorsi di senso compiuto legati in modo armonioso tra loro da un preciso ordine sintattico.
Ripeteremo il test fra un annetto, almeno fino ad allora crediamo di non doverci preoccupare, nessuno di noi sta per perdere il lavoro…

È più difficile tradurre manuali o romanzi?

 Categoria: Tecniche di traduzione

È impossibile rispondere a priori a questa domanda, ma possiamo comunque fare qualche riflessione in proposito.
Prima di tutto, molto banalmente, dipende dalla preparazione, dall’indole e dagli stimoli del traduttore. Il traduttore portato per la traduzione tecnica, che si è specializzato in quel campo, che può contare su risorse terminologiche di vario genere e che mette molta passione in quello che fa, sicuramente risponderà che per lui è infinitamente più semplice tradurre un manuale tecnico rispetto a un romanzo.
Viveversa, il traduttore che si è sempre dedicato alla traduzione editoriale e in modo particolare a quella letteraria, vi dirà che la traduzione di un manuale tecnico è per lui un’impresa improba e non sa neppure da dove cominciare.

Detto della soggettività della risposta e della difficoltà nell’eseguire un’analisi imparziale, proviamo ad andare un pochino più a fondo nella questione.
Il traduttore che si occupa di traduzione tecnica deve conoscere la lingua sorgente e deve sapersi esprimere in modo comprensibile nella lingua d’arrivo. Per evitare di scrivere strafalcioni deve avere buona familiarità con l’argomento trattato nel documento da tradurre (o comunque con il campo al quale esso si riferisce) e deve conoscere la terminologia tecnica settoriale.
Ad ogni modo, può avvalersi di dizionari, di glossari e, in qualche caso, di memorie di traduzione.
Nel tradurre, un grande aiuto gli arriva dai software di traduzione assisitita, che gli rendono il compito molto più facile e veloce.

Il traduttore letterario deve conoscere alla perfezione entrambe le lingue per saper cogliere tutte le sfumature della lingua sorgente e saperle riprodurre in modo adeguato nella traduzione. Deve conoscere l’autore, il suo stile e la corrente letteraria alla quale appartiene. Deve sapersi esprimere con un linguaggio forbito e ricercato. Il contenuto dei libri che traduce lo costringe spesso ad informarsi su questioni che non hanno nulla a che vedere con la traduzione in generale: per svolgere il proprio compito deve saper trovare le informazioni necessarie a diventare rapidamente un esperto di alberi secolari californiani piuttosto che di indumenti tipici dell’epoca napoleonica o di tecniche aborigene per la costruzione di imbarcazioni. All’occorrenza deve sapersi documentare circa il modo di esprimere i sentimenti o in generale di rapportarsi con il prossimo di individui che parlano un dialetto della lingua sorgente con cui non ha molta familiarità. Dopo averlo fatto deve saper trovare nella lingua d’arrivo il modo per ricreare un effetto equivalente.

Alla luce di quanto detto, pur dando grandissima importanza alla traduzione tecnica, senza la quale quest’agenzia non esisterebbe, riteniamo che per essere un buon traduttore letterario occorra qualcosina in più rispetto ai requisiti necessari per essere un buon traduttore tecnico. La traduzione tecnica si impara e si migliora con lo studio, nella traduzione letteraria questo è possibile solo in parte. Traduttori letterari si nasce non si diventa.

Perché i traduttori sono mal remunerati?

 Categoria: Problematiche della traduzione

Nonostante quasi tutti i traduttori moderni abbiano un background di tutto rispetto, la professione di traduttore continua a non essere remunerata come dovrebbe.
La stragrande maggioranza dei traduttori che ci contattano chiedendoci di collaborare con loro possiede una laurea specialistica. Molti ne hanno addirittura due, una in traduzione e l’altra in lingue. Parlano alla perfezione tre o più lingue, conoscono diverse culture poiché hanno vissuto per periodi più o meno lunghi all’estero, hanno conoscenze informatiche superiori alla media.
I meno giovani vantano esperienze lavorative di assoluto rilievo nell’ambito della traduzione.
Nonostante rispetto a trent’anni fa le competenze dei traduttori siano drasticamente aumentate, i traduttori di oggi in proporzione guadagnano meno di quanto guadagnavano i loro colleghi qualche decennio fa. Com’è possibile? Perché i traduttori sono così mal remunerati?

Semplice, sono le leggi del mercato. Trent’anni fa, le persone che sapevano parlare inglese, francese e spagnolo non erano molte. Ancor più rare erano quelle che conoscevano il tedesco. Non parliamo poi delle altre lingue. Al giorno d’oggi, il miglioramento dell’istruzione, le aumentate possibilità di spostamento, la diffusione della tecnologia (e in particolar modo di internet) hanno provocato un aumento esponenziale delle persone che parlano in modo fluente due, tre o più lingue.

È sì vero che il mercato trent’anni fa richiedeva molte meno traduzioni di oggi ma la quantità di traduttori in grado di eseguirle era proporzionalmente molto inferiore rispetto alla media odierna. Chi svolgeva con serietà e dedizione questo lavoro aveva la certezza di lavorare e di guadagnare un ottimo stipendio. Oggigiorno, il numero di traduttori qualificati è superiore alla domanda di traduzioni che proviene dal mercato. Inoltre, l’incontro tra domanda e offerta è diventato molto più semplice grazie a internet: ai clienti e alle agenzie basta un clic per trovare dei traduttori in gamba in grado di eseguire lavori complessi. Questo ha generato una naturale ed inevitabile concorrenza fra i traduttori, i quali, pur di lavorare, ribassano le proprie tariffe fino all’eccesso facendo sì che la professione risulti generalmente mal pagata.
Non sono le agenzie di traduzione a prendere per il collo i traduttori, o, se lo fanno, è perché anch’esse a loro volta vengono prese per il collo dai clienti. E questo avviene perché sul mercato c’è chi è disposto a lavorare a prezzi irrisori. E contro la libera concorrenza non c’è niente da fare, come abbiamo già sottolineato, è il mercato che comanda…

Agorafobia e claustrofobia in traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

In un articolo pubblicato nell’agosto del 2009 avevamo parlato di due diverse tecniche di traduzione: il traduttore che cerca la perfezione fin dalla prima stesura e si arrovella le meningi finché non ha trovato la parola che lo soddisfa e il traduttore che invece procede rapidamente e impulsivamente, abbozzando la prima versione e ricercando la perfezione in modo graduale.
In quella sede avevamo affermato che nessuna delle due tecniche è preferibile a priori, possono portare entrambe a risultati ottimi così come a risultati pessimi, dipende dalle capacità dei traduttori e dal tempo di cui dispongono.

Lo stesso non può dirsi di altre due tipologie di traduttori, i cui risultati non possono essere mai ottimali, perché il loro approccio non è quello corretto.
Potremmo definirli il “traduttore agorafobico” e il “traduttore claustrofobico“. Il primo vive il testo sorgente come un rifugio sicuro, non riesce a vivere al di fuori di esso e non se ne allontana mai. Il secondo invece non riesce per nessun motivo a rimanere all’interno del testo sorgente, lo vive come un luogo chiuso e inospitale e tenta di fuggirne con ogni mezzo possibile.

È evidente che il rischio che un traduttore sia contagiato dall’una o dall’altra malattia non dipende solo dalla propria indole ma anche e soprattutto dal tipo di testo che si trova di fronte.
Il grado di fedeltà che richiede la traduzione del manuale di montaggio di un modellino di aereo radiocomandato è ben diverso da quello richiesto per la traduzione di un romanzo d’amore.
Quel che è certo è che nessuno dei due modi di tradurre, pur presentando entrambi vantaggi e svantaggi, è auspicabile fino in fondo. Nessuno dei due traduttori affetti da tali patologie potrà mai ottenere risultati pienamente positivi. L’ideale sarebbe, molto banalmente, ricercare un equilibrio tra essi, vivendo stabilmente nel testo originale ma allontanandosene ogni qual volta l’aria di casa si faccia pesante…

Globalizzazione e mondializzazione

 Categoria: Le lingue

Oggigiorno le parole “globale”, “globalizzazione” e “globalizzare” sono divenute di uso comune ma, fino a una quindicina d’anni fa, delle tre esisteva solo la prima, le altre sono nate (meglio sarebbe dire sono state importate) in seguito.
Nella lingua italiana “globale” si riferiva a qualcosa preso nel suo insieme, nella sua totalità. Questa accezione della parola esiste tuttora, ma ad essa se n’è affiancata con prepotenza un’altra di provenienza inglese. Nella lingua di Shakespeare, global deriva direttamente dal latino globus (sfera) e, tra i suoi vari significati, i due più importanti sono appunto “sferico” (che ha forma di sfera o globo) e “mondiale” (che influisce su tutta la Terra o include tutto il territorio terrestre).

Da qui nasce il calco semantico. Globalizzare non significa “considerare qualcosa in modo globale”, come sarebbe lecito pensare vista la parola dalla quale deriva.
Per evitare di creare questo infelice neologismo di origine anglosassone avremmo dovuto utilizzare una parola già esistente nella nostra lingua, ossia “mondiale” e da lì avremmo ottenuto “mondializzare” e “mondializzazione”.
In certi casi, quando una parola inglese ottiene larghissima diffusione, vista l’importanza che riveste attualmente la lingua d’oltremanica, è difficile creare una nuova parola senza fare calchi. In questo caso però non lo era e i francesi con “mondialisation” sono lì a dimostrarcelo.

Distanze incolmabili fra lingue e culture

 Categoria: Storia della traduzione

A partire dal XIII secolo, si apre un’epoca di esplorazioni geografiche che mettono in contatto gruppi umani molto eterogenei fra loro.
Date le enormi distanze fra le lingue e le culture, il compito dei primi esploratori (e degli interpreti che li accompagnavano) dev’essere stato davvero improbo.
È il caso, ad esempio, di Giovanni da Pian del Carpine, frate francescano umbro inviato in Mongolia nel 1245 da Papa Innocenzo IV in missione diplomatica.
Giovanni partì alla volta dell’Estremo Oriente senza nessun supporto se non la compagnia di un frate polacco che avrebbe dovuto fungere da mediatore linguistico una volta giunti alla corte del Gran Khan.
A dispetto delle fatiche, degli stenti, delle difficoltà derivanti dal non conoscere affatto la lingua del luogo, dal doversi adattare a tradizioni, modi di pensare e di vivere totalmente estranei alle loro abitudini, il loro viaggio divenne uno dei più preziosi della storia e svelò agli europei i segreti di una parte del globo per secoli temuta e favoleggiata. Giovanni fu il primissimo europeo inviato in Oriente e la sua missione fece da apripista per tutte le successive spedizioni, fra cui quella di Marco Polo, che ebbe luogo ventisette anni dopo.

Consci delle difficoltà sperimentate dai loro predecessori, gli esploratori che partirono alla volta di nuove terre da scoprire anni dopo le missioni di Giovanni da Pian del Carmine e di Marco Polo, lo fecero portandosi dietro stuoli di esperti e studiosi di vario genere, con la convinzione che sarebbero stati utili alla causa. Fra di loro vi erano anche i migliori traduttori e i migliori interpreti dell’epoca.
Cionosotante, Cristoforo Colombo, ben 250 anni dopo il viaggio intrapreso da Giovanni, sperimentò sulla sua pelle, già dal primissimo giorno della scoperta dell’America (il 12 ottobre del 1492), l’impotenza derivante dall’impossibilità di comunicare.
Immaginiamo lo sconcerto dell’interprete che lo accompagnava, l’ebreo convertito Luis de la Torre, preparatissimo in molte lingue esotiche fra cui l’ebraico, l’arabo e il caldeo, che, nel Nuovo Mondo, gli servirono a ben poco.
Pervaso da questa sensazione di impotenza unita però al desiderio di superare qualsiasi avversità, Colombo annotò sul suo diario la ferma intenzione di insegnare ad alcuni indios la lingua spagnola: “quando tornerò in Spagna porterò a Vostra Altezza sei persone che sappiano parlare il castigliano”.

Lo scrittore più tradotto di sempre

 Categoria: Storia della traduzione

Che la Bibbia sia il libro più tradotto della storia è un fatto noto e universalmente accettato. Non c’è però accordo su chi sia lo scrittore che avuto più traduzioni delle proprie opere. Anche se la logica porterebbe ad identificare in San Paolo lo scrittore più tradotto di sempre (proprio perché lo si ritiene l’apostolo che si occupò della stesura di molti dei libri della Bibbia), non tutti sono d’accordo.
Ad esempio, il libro del Guinness dei Primati riporta un dato diverso. Secondo gli autori di questa celebre pubblicazione, lo scrittore più tradotto di tutti i tempi ha a che fare anch’egli con la religione, ma è vissuto quasi due millenni dopo San Paolo.
Si tratta di Lafayette Ronald Hubbard, scrittore di fantascienza nonché fondatore del movimento noto come Scientology. Le sue 1084 opere sono state tradotte in ben 71 lingue.

Hubbard, che ha spaziato dalla fantascienza alla saggistica, dalla religione al fantasy, dai testi tecnici a quelli educativi, poetici e di management, oltre ad essere l’autore più tradotto, detiene anche un altro record: quello di autore più pubblicato. A questi due record ne va aggiunto un terzo, conseguito nel 2009, per la maggior quantità di audiolibri prodotti.
In Dianetics, la sua opera più famosa pubblicata il 9 maggio 1950, espose le idee e le procedure riguardanti lo spirito, la mente e il corpo che in seguito avrebbero portato alla fondazione di Scientology.
Il titolo originale del libro era “Dianetics. La scienza moderna della salute mentale”, mentre oggigiorno il sottotitolo che compare sull’opera è “La forza del pensiero sul corpo”.
Il movimento fondato da Hubbard è da sempre molto controverso. Negli anni non sono mancati gli attacchi nei suoi confronti ma, allo stesso tempo, non sono mancate nemmeno le adesioni da parte di personaggi celebri del calibro di Tom Cruise, John Travolta e Jason Lee.

Un glossario medico multilingue

 Categoria: Storia della traduzione

L’attuale situazione di multilinguismo scientifico affonda le sue radici nel fenomeno passato alla storia con il nome di “rivoluzione scientifica”, che ebbe luogo fra il XVI e il XVII secolo, simbolicamente tra il 1543 (anno in cui venne pubblicato “Le rivoluzioni degli astri celesti” di Niccolò Copernico) e il 1687 (anno di pubblicazione de “I principi matematici della filosofia naturale” di Isaac Newton).

La rivoluzione scientifica comportò un cambiamento dei presupposti epistemologici e concettuali della scienza antica, con conseguenti modifiche nelle pratiche di comunicazione.
Questo rinnovamento di contenuti e metodi ebbe importanti conseguenze socio-linguistiche, una delle quali fu la progressiva sostituzione del latino come lingua di comunicazione scientifica universitaria a favore delle lingue nazionali, che culminò alla fine del secolo XVIII. Fu in questo contesto di consolidamento delle varie lingue europee che si sviluppò un’intensa attività di traduzione tra esse.

Per facilitare questo compito, nel 1801 F. Andrea Nemnich pubblicò ad Amburgo il Lexicon Nosologicum Poliglotton, un’opera contenente le equivalenze dei nomi di varie malattie in latino, tedesco, belga, danese, svedese, inglese, francese, italiano, spagnolo e portoghese.
Sebbene il latino avesse già perso il suo carattere di lingua franca (e precisamente per questo venne scritto questo glossario medico multilingue), paradossalmente in quest’opera terminologica (e nelle altre che la seguirono) il latino continuò ad essere la lingua veicolare. Anche dopo il suo declino, visto il ruolo che aveva rivestito in precedenza, il latino è stato (ed è tuttora) la lingua internazionale utilizzata nelle nomenclature botaniche, zoologiche e anatomiche.

Il periodo di validità di una traduzione

 Categoria: Traduzione letteraria

Le opere che hanno fatto la storia rimarranno immutate nei secoli. L’Iliade e l’Odissea di Omero, la Divina Commedia di Dante, l’Amleto di Shakespeare non hanno temuto lo scorrere del tempo e sono giunte ai giorni nostri esattamente così com’erano state scritte dai loro autori. Nonostante molte delle parole da essi usate non esistano più nelle lingue in cui essi le scrissero, nemmeno una lettera delle loro opere è stata cambiata dal peso dei secoli e possiamo prevedere con una certa sicurezza che nemmeno in futuro avverranno cambiamenti di sorta.

Questo però per quanto riguarda le opere in lingua originale. E le loro traduzioni? Può una traduzione essere così definitiva come l’originale? Che succede quando per tradurre una parola che non esisteva già più nella lingua d’origine il traduttore ha usato a suo tempo una parola che adesso non esiste più nella lingua di destinazione? Dovremmo forse far finta di nulla? E se invece la parola in questione continuasse ad essere utilizzata con frequenza nella lingua d’origine ma la parola usata per la traduzione trecento anni prima non fosse presente nemmeno nel più vecchio dei dizionari?

Talvolta gli ostacoli posti dagli sfasamenti cronologici vengono aggirati inserendo delle note esplicative. In questo modo però, se da un lato si riesce a preservare la sensazione di trovarsi di fronte a uno scritto arcaico, dall’altro si perde in chiarezza espressiva.
A nostro avviso, le traduzioni sono sempre espressione dell’epoca in cui sono state realizzate e, in quanto tali, necessitano di tanto in tanto di essere aggiornate, cioè di essere riviste e corrette, se non completamente rifatte. La questione, semmai, è stabilire quale sia il momento giusto per rifarle: quanto è lungo il periodo di validità di una traduzione?

Il contributo dei traduttori

 Categoria: Storia della traduzione

L’importanza di una professione dipende in gran parte dalla considerazione sociale di cui beneficia. Alla professione del traduttore, purtroppo, non è mai stato attribuito particolare valore e, al momento, siamo forse ai minimi storici. Ciò è dovuto principalmente alla frenesia con cui viviamo oggigiorno. Nessuno riflette sul processo che ha portato ad ottenere un certo risultato, ci si concentra solo sul prodotto finito. Questo fa sì che il lavoro dei traduttori passi del tutto inosservato. Forse esageriamo, ma ci sembra che i traduttori moderni godano più o meno della stessa considerazione degli schiavi che costruirono le piramidi, esseri anonimi che, a prezzo di enormi sforzi e senza ricevere un briciolo di riconoscenza, hanno reso possibile la costruzione di edifici meravigliosi dei quali hanno poi beneficiato altri individui.

Karl Marx vedeva nella classe lavoratrice il motore della storia: secondo lui senza lo sforzo dei lavoratori non era possibile alcun tipo di sviluppo. Lungi da noi fare politica in questa sede, utilizziamo il suo pensiero unicamente per affermare che senza il contributo dei traduttori oggi non saremmo quello che siamo. Immaginatevi un mondo in cui non avremmo potuto leggere Aristotele, Omero, Shakespeare, Voltaire, Dostoevskij, un mondo in cui non avremmo potuto conoscere il pensiero di Gandhi o di Martin Luther King. I traduttori ci hanno tradotto tutte le idee e le opere che hanno fatto la storia, con il loro lavoro nascosto ci hanno messo a portata di mano conoscenze che formano gran parte del nostro bagaglio culturale e che altrimenti non avremmo potuto acquisire. Da loro dipenderà anche la formazione dei nostri figli e dei figli dei nostri figli, giacché nel mondo sono esistite e continueranno ad esistere per sempre persone le cui idee e le cui opere valgono la pena di essere conosciute da tutti. Per questo motivo, nonostante la scarsa considerazione, il contributo dei traduttori è stato, è tuttora, e sempre sarà di vitale importanza per tutta l’umanità.

Il primo vero dizionario della lingua inglese

 Categoria: Storia della traduzione

Nel 1741, David Hume disse: “Nella nostra società, la proprietà di linguaggio e l’eleganza vengono molto trascurate. Non esiste un dizionario della lingua inglese e abbiamo a malapena una Grammatica accettabile”.
In realtà qualche dizionario era stato elaborato, ma nessuno di essi era degno di questo nome.
Nel 1746, un gruppo di editori propose a Samuel Johnson, da molti definito il letterato più illustre della storia inglese, di realizzare un dizionario monolingue che divenisse il riferimento dell’epoca.
Johnson (1709 – 1784), che oltre ad essere un grande lessicografo era anche poeta, saggista, critico letterario e biografo, accettò l’incarico e affermò che sarebbe riuscito a terminare il progetto in tre anni.

L’Académie Française aveva impiegato quaranta anni per completare il proprio dizionario della lingua francese, e questo nonostante al progetto avessero lavorato contemporaneamente quaranta studiosi. Johnson, sfidando l’Académie, con tono sprezzante dichiarò: “Quaranta per quaranta fa milleseicento. Ecco la proporzione: come tre sta a milleseicento, così un inglese sta ad un francese.”
Non riuscì a terminare l’opera in tre anni, ma la completò comunque in tempi molto ristretti, ebbe bisogno di soli nove anni. Il Dictionary of the English Language vide la luce nel 1755: un volume di grandi dimensioni che costava una cifra equivalente a 350 sterline odierne e che includeva 42.773 voci, alle quali ne vennero aggiunte alcune nelle edizioni successive.

Un’innovazione di grande importanza apportata da Johnson fu quella di illustrare il significato dei vocaboli per mezzo di citazioni letterarie. Nel suo dizionario gli autori più citati erano Shakespeare, Dryden e Milton ed erano presenti circa 114.000 citazioni. Da più parti si è parlato dell’opera non come di un semplice testo di consultazione, ma di una vera e propria opera letteraria tanto che Bate ha definito il Dictionary come “uno dei più grandi successi dell’erudizione e probabilmente il più grande successo mai conseguito da un uomo solo e che abbia lavorato in condizioni svantaggiate di mezzi e di tempo”.

Fino al 1928, anno in cui venne completato l’Oxford English Dictionary (di cui abbiamo parlato nell’articolo del 25 novembre), l’opera di Johnson è stata considerata il dizionario britannico per eccellenza.
Il Dictionary, in quanto fedele registrazione del linguaggio usato all’epoca, ha contribuito a fornire un quadro di riferimento del secolo XVIII ed inoltre ha avuto una grande influenza sulla lingua inglese moderna. L’opera diede a Johnson fama e successo anche se ci volle molto tempo prima che producesse dei guadagni.