Alcune lingue, a differenza di altre, sono molto più aperte all’accoglimento di parole straniere. L’italiano è sicuramente fra di esse. Siamo un popolo che prova un piacere particolare nell’utilizzare parole prese da altre lingue. Si tratta di un fenomeno che è sempre esistito, ma che, al di là delle ragioni storiche e culturali che ne hanno giustificato e ne giustificano tuttora l’esistenza, viene oggigiorno alimentato soprattutto da internet e dai mass media (in italiano “mezzi di comunicazione di massa”, tanto per fare un esempio del concetto che vogliamo esprimere).
È innegabile che le lingue si evolvano. Da un lato però c’è un’evoluzione naturale “sana” (o comunque inevitabile), che deriva dall’integrazione di lungo periodo tra le lingue e le culture. Dall’altro, vi è una globalizzazione linguistica la cui unica motivazione è il mero gusto estetico.
È evidenti che i traduttori, molto più di altri professionisti della comunicazione, avrebbero la possibilità di invertire questo processo, o, quantomeno, di arginarlo. Purtroppo però, talvolta, anziché limitarlo, contribuiscono ad alimentarlo. Questo avviene perché hanno poco tempo a disposizione, perché non hanno voglia di ricercare e accettano passivamente quanto trovano in rete, perché si conformano a scelte altrui per timore di andare controcorrente. Insomma, una serie di ragioni che non fanno altro che accrescere il problema.
Dal canto nostro, nelle traduzioni che eseguiamo per i nostri clienti, cerchiamo sempre di privilegiare l’utilizzo di vocaboli appartenenti a tutti gli effetti alla lingua italiana, utilizzando parole straniere solo laddove sia strettamente necessario e giustificato.
Tuttavia, questo non fa di noi dei puristi, non ci consideriamo strenui difensori dell’immutabilità della lingua. Crediamo che utilizzare ogni tanto (nel posto giusto e al momento giusto!) parole prese da altri idiomi, non peggiori la comunicazione nè indebolisca la lingua, anzi. È ovvio che il contesto e il destinatario del messaggio, originale o tradotto, sono fondamentali nella scelta dei vocaboli.
In un meeting di ingegneri informatici, ha poco senso cercare ad ogni costo di esprimersi utilizzando solo parole italiane, ma è altrettanto fuori luogo prendere a piene mani da una lingua straniera per alimentare una discussione generica fra amici in un bar di periferia.