Tra i tratti distintivi della poesia, la rima è quello che ha sopportato peggio il passare del tempo, soprattutto la rima baciata, la più caratteristica. La rima alternata invece ha saputo affrontare meglio il processo d’invecchiamento, e, di tanto in tanto, quasi inavvertitamente, la si nota in alcune poesie contemporanee.
Per il traduttore la rima è un ostacolo molto spesso quasi impossibile da superare, poiché per ottenerla è costretto ad allontanarsi troppo dall’originale. Questo è uno degli aspetti più controversi nell’ambito della traduzione della poesia, un topico molto frequente nelle discussioni fra traduttori professionisti.
Comunque, anche se la rima ha perso gran parte del suo fascino, alcuni illustri colleghi continuano a impegnarsi duramente per mantenerla nelle loro versioni, soprattutto quando si tratta di tradurre i grandi poeti del passato (come ad esempio Dante Alighieri e William Shakespeare tra i tanti che potremmo citare).
In qualche caso il risultato del lavoro dei nostri valorosi colleghi è piuttosto soddisfacente ma in qualche altro l’allontanamento dall’originale è davvero troppo marcato.
La traduzione di una poesia è inevitabilmente di per sé un atto creativo, ma quando il testo tradotto supera certi gradi di creatività, fa sì che una traduzione non sia più tale ma si trasformi in una reinvenzione.
Ciononostante la critica accoglie in modo quasi sempre positivo le traduzioni dei grandi poeti del passato ad opera dei grandi traduttori del presente. Secondo molti infatti, la traduzione della poesia soffre della medesima indefinitezza della poesia stessa nel senso che nessuno è in grado di stabilire dove inizia una e dove finisce l’altra.
Che tipo di individuo è un traduttore nato e quali sono le caratteristiche che lo rendono tale?
Di getto si potrebbe pensare che chi ha vissuto tutta la vita in un ambiente bilingue, chi ha una certa facilità nell’apprendimento di una lingua o domina più lingue, sia un traduttore nato o almeno un buon traduttore. Tuttavia, la capacità di muoversi agilmente fra due o più idiomi è solo una caratteristica della traduzione, sicuramente fondamentale ma non certo l’unica. Un’altra caratteristica cruciale è l’attenzione e la sensibilità verso il pubblico e il contesto, cioè la capacità di utilizzare indistintamente due lingue nel modo adeguato in varie situazioni e con interlocutori diversi.
Esistono persone o gruppi di persone che abbiano sviluppato una naturale predisposizione all’adattamento a persone e contesti diversi senza aver avuto nessun tipo di esperienza formale nel settore della traduzione? Esistono traduttori nati?
Tutti gli individui che vivono da tutta la vita in un contesto di bilinguismo potrebbero potenzialmente rispecchiare queste caratteristiche in senso ampio, tuttavia non sempre è così poiché chi è abituato ad utilizzare indistintamente due lingue talvolta ricompone i pezzi del puzzle in modo inadeguato e mescola elementi dell’una nella scatola dell’altra e viceversa.
Un esempio calzante del concetto che vogliamo esprimere in questo articolo è costituito dai parlanti bidialettali afroamericani che risiedono negli Stati Uniti.
Molti statunitensi di colore parlano normalmente il dialetto della propria comunità ma quando devono relazionarsi con individui esterni ad essa prestano particolare attenzione al proprio interlocutore e al contesto perché la loro lingua materna generalmente viene stigmatizzata nella comunità più ampia degli Stati Uniti, e la conseguenza della mancanza di attenzione in questo senso può provocare gravi conseguenze sociali (disoccupazione, povertà, razzismo, emarginazione, ingiustizia). Essendo ben consapevoli di questo, essi si sono abituati a realizzare frequentemente scelte fra l’inglese standard e l’inglese dialettale afroamericano a seconda dell’uditorio e del contesto.
Tuttavia, vista la scarsa domanda di traduzioni dall’inglese standard all’inglese afroamericano e viceversa, questi parlanti, a meno di non conoscere a fondo anche una terza lingua, hanno poche probabilità di poter intraprendere con successo la professione di traduttori.
I testi originali sono realtà immutabili, la cui essenza non si vede alterata dalla presenza (o assenza) delle traduzioni. Tuttavia, un testo originale non tradotto è come se fosse un prigioniero, un prigioniero incarcerato nella cella dei confini della lingua nella quale è stato scritto. E se un traduttore non gli concede la grazia, il prigioniero viene trasferito nel braccio della morte e sparisce per sempre sepolto dalla polvere dei secoli.
La traduzione lo può salvare, lo può tramandare ai posteri. Ciononostante, con troppa frequenza le traduzioni vengono viste come accidentali ed episodiche, e come tali destinate anch’esse alla morte, ad essere sostituite da altre una volta che abbiano assolto la funzione alla quale erano state destinate.
La tradizione religiosa occidentale ci ha trasmesso una serie di similitudini o metafore che possono essere applicate molto bene a questa distinzione così abituale tra originale e traduzione (sebbene sia giusto dire che con l’arrivo delle teorie poststrutturaliste tali concezioni oggigiorno non hanno più lo stesso vigore).
Poco importa che l’uomo fosse stato creato a immagine e somiglianza della figura divina, prima della quale non c’era nulla, solo oscurità. L’uomo è un essere mortale, per sua stessa natura imperfetto. La caduta dell’uomo, come sappiamo, ha avuto luogo per un eccesso di superbia e di cupidigia, però anche per ingratitudine.
Anche le traduzioni vengono create a immagine e somiglianza dei testi originali, ma i loro autori vengono quasi tutti espulsi dal paradiso, dal regno della gloria, perché rappresentano una minaccia per i veri “creatori”. I traduttori vengono così condannati a vivere un’esistenza terrena che ha poco a che vedere con quella celestiale, anzi, quel che è peggio, vengono condannati a vivere una vita limitata che serve solamente a guadagnarsi la condanna più terribile che si possa infliggere a un artista: l’oblio eterno. Sono solo alcuni gli eletti che raggiungono la grazia perpetua, molto spesso dopo aver scontato anni e anni di condanna in purgatorio, mentre tutti gli altri vengono irrimediabilmente condannati a scontare perennemente la pena nell’inferno della mediocrità e dell’anonimato.
La traduzione dei titoli dei film in Italia è arrivata ad essere un argomento abituale di conversazione, non solo tra i professionisti che percorrono i corridoi della nostra agenzia di traduzioni ma crediamo anche fra persone comuni. Chiunque si soffermi davanti alle varie locandine di un cinema multisala, in genere si trova di fronte titoli il cui scopo non è certo quello di tradurre in modo adeguato il titolo dell’originale bensì quello di vendere un prodotto.
In qualche caso le traduzioni mantengono il carattere insulso del titolo originale in inglese oppure ripetono l’uso di elementi vacui, che però promettono molta azione agli occhi dei potenziali spettatori: “fatale”, “limite”, “mortale”, “sfida”, “finale”. In altri casi la traduzione del titolo cerca di sintetizzare l’essenza del film con una battuta, in uno sfoggio di creatività. Oppure può accadere che una frase deliberatamente ambigua venga tradotta in modo poco appropriato. Ad esempio nel titolo “White men can’t jump” il verbo jump vuol dire “saltare” però ha anche il significato gergale di “fare sesso” pertanto la traduzione con la quale è arrivato nelle sale cinematografiche (“Chi non salta bianco è”) ci sembra, per evidenti motivi, piuttosto infelice.
Questo è solo un esempio di come, nonostante vari professionisti del settore cinematografico li vedano, li analizzino, li approvino e li inviino al ministero per la registrazione, i titoli dei film a volte non siano esenti da errori di traduzione, di senso, o addirittura di ortografia.
MARTIN LUTERO (1483 – 1546)
Epistola sull’arte del tradurre e sull’intercessione dei Santi
Se avessi ritenuto che qualcuno dei papisti fosse stato in grado di tradurre in modo adeguato un capitolo delle sacre scritture, mi sarei umilmente abbassato a chiedere il loro aiuto nella traduzione in tedesco del Nuovo Testamento. Ma siccome sono certo che nessuno di loro conosce il tedesco tanto da poter tradurre in questa lingua, ritengo tale fatica inutile per loro e per me.
Il mio Testamento e la mia traduzione sono e devono rimanere miei. Se ho commesso qualche errore di traduzione non tollero che i papisti giudichino il mio lavoro. Sono perfettamente consapevole dell’arte, della diligenza, dell’intelligenza e della comprensione necessarie per essere un buon traduttore. Nella mia opera di traduzione mi sono preoccupato di mantenere la maggior aderenza possibile al testo, ho preferito allontanarmi dall’uso corrente della lingua tedesca piuttosto che allontanarmi dal testo originale.
Potete trovare altri classici della traduzione nella categoria “Storia della traduzione”
È necessario iscriversi ad una associazione di categoria?
AITI e ANITI sono probabilmente le più importanti associazioni di categoria in Italia. Ad esse e ad altre si affiancano poi i Dipartimenti di traduttori e interpreti presso le varie Camere di Commercio locali. L’essere iscritto a queste associazioni permette in primo luogo di mantenersi aggiornati su ciò che avviene nel mondo della traduzione, di conoscere le date di incontri, congressi e conferenze varie, nonché di essere sempre informati sulle novità nel campo dei software specifici per traduttori. Ad esempio sulle riviste di associazioni estere come IOL e ITI, vengono sempre pubblicate interessanti recensioni su applicazioni testate da traduttori professionisti e in esse spesso vi si trovano delle notizie molto utili.
Inoltre le associazioni di categoria fungono da referenti professionali e in qualche caso costituiscono un canale prezioso per ricevere delle offerte di lavoro.
Molti clienti esteri infatti, conoscono l’esistenza di tali enti (molto famosa negli Stati Uniti è ad esempio l’ATA, nel Regno Unito le già citate IOL e ITI) e se un traduttore è iscritto ad un’associazione può capitare che venga contattato da qualche impresa straniera che ha trovato il suo nome nell’albo di un’associazione.
È opportuno sottoscrivere un’assicurazione professionale?
Soprattutto nel campo della traduzione tecnica è purtroppo abbastanza frequente incorrere in errori. I manuali d’uso e di manutenzione, ad esempio, contengono quasi sempre una terminologia molto complessa e un’alta percentuale di ripetizioni e di frasi ricorrenti simili ma non esattamente uguali. Proprio per la natura dei testi da tradurre, il traduttore a volte può cadere in fallo e, in qualche caso, un piccolo errore può provocare un potenziale disastro.
Per questo motivo è buona norma far revisionare sempre il lavoro da un collega esperto. Tuttavia, visto che anch’egli potrebbe prendere un abbaglio, un traduttore che voglia garantirsi da ogni rischio e contemporaneamente strutturare la propria professione in modo serio, dovrebbe prendere in seria considerazione l’eventualità di sottoscrivere un’assicurazione professionale. Associazioni come le già citate IOL e ITI offrono convenzioni piuttosto vantaggiose con compagnie assicurative inglesi.
Con l’articolo di oggi concludiamo questa “rassegna bisettimanale” dedicata ai traduttori freelance. In futuro torneremo sicuramente a parlare di questa bellissima professione.
Qual è la forma migliore per fatturare i lavori di traduzione realizzati?
All’inizio della carriera, quando non si ha ancora un numero di clienti stabile e cospicuo non è conveniente richiedere la Partita IVA. Essa comporta infatti tutta una serie di costi e piccoli grattacapi per i quali è necessario avere un commercialista. Anche se si è assolutamente convinti di diventare traduttori professionisti, all’inizio, con un giro d’affari ridotto le piccole noie cui facevamo riferimento poc’anzi possono essere tranquillamente evitate.
Per fatturare le prime traduzioni è sufficiente emettere delle ricevute per prestazioni occasionali con ritenuta d’acconto. Ognuno ha diritto ad emettere ricevute di questo tipo fino a un tetto massimo di 5000 euro lordi annui. Naturalmente, per tutte le questioni fiscali, è sempre consigliabile sentire il parere di un commercialista.
È importante avere un sito web?
Al giorno d’oggi chiunque voglia promuovere un prodotto o un servizio non può prescindere dal possedere un sito internet. Non è necessario avere un sito complicato o costoso, basta avere un piccolo sito dal quale il potenziale cliente possa ricavare una buona immagine del traduttore e acquisire le informazioni necessarie per poterlo contattare. Certo, avere un sito web ben strutturato e ricco di informazioni è sicuramente un arma in più ma si deve fare attenzione a non promettere mari e monti per cercare di attrarre clienti se poi non si è in grado di mantenere quanto promesso.
Come vengono stabilite le tariffe di traduzione?
Ancora non esiste un albo nazionale dei traduttori e questo non consente di avere un tariffario riconosciuto. Le tariffe vengono pertanto stabilite dal mercato e occorre aggiornarsi costantemente. Ci sono siti dai quali è possibile ricavare informazioni sui prezzi, ma spesso è meglio confrontarsi con altri colleghi o fare delle piccole indagini che permettano di verificare quali siano le differenze tariffarie fra i vari paesi. Le tariffe italiane infatti sono in generale più basse rispetto alla maggior parte dei paesi europei.
Che tipo di conoscenze informatiche è necessario avere per lavorare come traduttore?
È sicuramente importante avere delle buone basi, sapersi muovere con agilità in ambiente Windows, saper effettuare ricerche in internet, conoscere bene i principali programmi di scrittura, i fogli elettronici, ecc.
Ovviamente, per iniziare l’attività sono necessari un buon computer (meglio se portatile), una buona stampante/fax e una buona connessione a internet. Il traduttore freelance lavora da casa per la maggior parte del tempo e deve pertanto poter comunicare con i clienti in tempo reale. La rapidità e la puntualità nel rispondere sono fondamentali in questa professione. Capita spesso di perdere ottime occasioni di lavoro a causa di risposte date in ritardo.
Per quanto riguarda i programmi specifici utilizzati dai traduttori sicuramente gli studenti universitari o comunque gli aspiranti traduttori alle prime armi ne avranno sentito parlare ma è piuttosto improbabile che siano già in grado di utilizzarli.
Esistono vari software di traduzione assistita, ai quali abbiamo fatto più volte riferimento in questo blog e ad alcuni di essi abbiamo dedicato una serie di articoli di approfondimento mesi fa. Si tratta di Déjà Vu, SDLX, Wordfast, Trados e Transit. Se volete consultarli andate nella categoria “Strumenti di traduzione”.
Il più famoso è sicuramente Trados. È un programma sicuramente non economico ma rappresenta un investimento per il futuro, poiché, una volta acquistato, gli aggiornamenti non sono molto costosi. Prima di comprarlo probabilmente è opportuno fare qualche lavoretto con software basico (un classico programma di scrittura) per capire la strada intrapresa è quella giusta.
Vi sono poi tutta una serie di programmi che semplificano il lavoro del traduttore freelance. Applicazioni che permettono di conteggiare caratteri/parole/frasi/righe/pagine nei testi da tradurre, di convertire file in vari formati, di suddividere in più parti file pesanti e poi unirli di nuovo una volta effettuata la traduzione, di elaborare testi HTML, di compilare fatture con l’anagrafica dei clienti inserita in modo automatico, ecc.
È possibile fare il traduttore freelance e allo stesso tempo svolgere un’altra attività lavorativa?
La risposta a questa domanda dipende dalla percezione che si ha della professione di traduttore freelance e dall’importanza che si dà alla possibilità di intraprendere una carriera brillante e fruttifera. In altre parole, minore è il tempo che le dedichiamo, minore è il successo che otterremo.
Diciamo che all’inizio del percorso, potremmo in teoria conservare il nostro vecchio posto di lavoro (meglio se part-time) e dedicare parte delle nostre energie e del nostro tempo a farci conoscere dai vari operatori del settore e ad acquisire clienti. L’inizio della carriera è solitamente il momento in cui l’attività di traduzione vera e propria è meno intensa per cui potremmo in teoria permetterci di continuare a lavorare in un altro settore e nel tempo che ci resta a disposizione svolgere tutte le attività parallele alla traduzione (marketing, formazione ecc.).
Banale osservare come una persona già impegnata con un altro lavoro non può avere né le forze fisiche né le motivazioni professionali necessarie a svolgere questo tipo di attività e quindi questa strategia ritarderà sicuramente il decollo della sua carriera.
La nostra opinione è che per intraprendere seriamente la professione di traduttore freelance sia necessario dedicarvisi con grande impegno, desiderio di migliorarsi continuamente, avere una grande passione per le lingue, un’ottima capacità auto-organizzativa e decisionale, nonché un buon fiuto che permetta di prendere le decisioni giuste al momento giusto o ad ogni modo di evitare di prenderne troppe sbagliate.
Conosciamo poche persone che riescano a conciliare un lavoro a tempo pieno e contemporaneamente a tradurre come si deve. Superfluo notare come sia praticamente impossibile tornare a casa dopo una giornata di lavoro in ufficio o altrove, mettersi davanti al computer a tradurre un manuale di montaggio dell’impianto di condizionamento di un treno e ottenere la stessa qualità di traduzione che avremmo ottenuto a mente fresca. Diverso magari il discorso se si tratta di un lavoro part time, come accennavamo poc’anzi.
Tutto questo senza considerare poi la vita extra lavorativa. Per poter rendere bene sul lavoro e dare sempre il massimo è importante avere degli spazi nei quali staccare la spina e dedicarsi ad attività rilassanti o comunque di nostro gradimento.
Come si può entrare nel settore della traduzione partendo da zero?
Possedere un buon titolo di studio, conoscere alla perfezione una lingua o in ogni caso essere in grado di tradurre verso una o più lingue non è sufficiente per muoversi in scioltezza nel settore della traduzione. Se abbiamo eseguito una traduzione e siamo in contatto con traduttori esperti, è opportuno interpellarli e incaricarli di revisionare il lavoro effettuato. In tal modo potrà essere consegnato un lavoro sicuramente migliore e ci sarà la possibilità di apprendere dagli errori fatti e crescere professionalmente.
Se, al contrario, non conosciamo nessun traduttore professionista, non è affatto consigliabile realizzare da subito traduzioni per clienti diretti in totale autonomia, pur in presenza di buone prospettive di guadagno. I clienti infatti molto spesso non hanno i mezzi o il tempo di controllare il lavoro e pertanto il rischio è di consegnare una traduzione con imprecisioni o errori e iniziare la propria avventura nel mondo della traduzione con il piede sbagliato. Meglio guadagnare meno all’inizio ma non correre il rischio di bruciare un cliente o addirittura la propria carriera. Occorre prima maturare una certa esperienza sotto l’ala protettrice di un’agenzia di traduzioni oppure a fianco di uno o più traduttori qualificati disposti a fare un po’ di tutoring.
Il primo passo è preparare il proprio Curriculum Vitae. Esistono pagine web e pubblicazioni cartacee che spiegano dettagliatamente come redigere un buon CV. Lasciamo pertanto ad altri il compito di fornire questo tipo di indicazioni.
Il secondo passo è trovare dei database di traduttori o di agenzie di traduzione italiane e straniere. Se hanno dei siti web, è importante esaminarli attentamente ed eliminare quelli/e che lavorano con lingue o settori non attinenti alle nostre competenze.
Una volta terminata la cernita, occorre scrivere una breve presentazione e mandarla ai vari traduttori e alle varie agenzie di traduzione allegando il proprio CV ed eventuali referenze. Anche in questo caso lasciamo il compito di dare indicazioni circa i contenuti della presentazione ai professionisti del settore.
In questo modo, si avrà la possibilità di essere ricontattati per iniziare delle collaborazioni che, in caso di reciproca soddisfazione, potranno con il tempo sfociare in relazioni lavorative stabili.
Come si fa a capire se si è predisposti per lavorare come traduttori freelance?
Al di là della necessaria passione per le lingue e per la traduzione, per capire se si è adatti a una professione di questo tipo occorrerebbe aver provato a lavorare sia come dipendente sia come lavoratore autonomo.
Senza voler creare due stereotipi effettuando una divisione rigida, diciamo che ci sono alcune differenze piuttosto marcate tra queste due tipologie lavorative.
Lasciando da parte ragionamenti di opportunità economica e di casualità, solitamente chi sceglie (sottolineando la parola “sceglie”) di lavorare come dipendente, lo fa perché non gli dispiace avere orari fissi e giornate caratterizzate dagli stessi ritmi: sveglia alla stessa ora, autobus alla stessa ora, pasti alla stessa ora, stesso posto e stessi colleghi di lavoro, stessi giorni liberi fissi. Diciamo che, sempre con le dovute eccezioni, in linea di massima al dipendente piace instaurare delle routine nel corso del tempo, si trova a suo agio con situazioni di ripetitività controllata. In genere, inoltre, si sente più sicuro e dà il proprio meglio lavorando con altre persone a fianco e soprattutto alle dipendenze di qualcuno, sia esso un dirigente, un manager, un caporeparto o altro.
Il lavoratore autonomo è praticamente il contrario. E al di là delle preferenze di orario e di luogo di lavoro tende ad avere una capacità di auto-organizzazione e un senso di responsabilità notevoli.
Pertanto le domande che un aspirante traduttore si dovrebbe porre sono le seguenti:
Il fatto che il successo della mia carriera non dipenda solo dal mero lavoro di traduzione ma anche dalla mia capacità di relazionarmi con i clienti e di prendere decisioni in autonomia mi stimola o mi crea ansia e insicurezze? Mi piace passare la maggior parte del tempo lavorando in casa? Sono disposto, in particolar modo all’inizio, a investire tempo in attività di formazione, promozione, marketing, ecc. senza ottenere un immediato ritorno economico? Sono disposto in qualche caso (o magari spesso!) a lavorare nel fine settimana o nei giorni festivi?
Chi ha risposto “sì” a queste domande ha molte probabilità di essere tagliato per la carriera di traduttore freelance…
Nell’articolo di ieri abbiamo detto che un buon percorso di studi per un aspirante traduttore è il corso di laurea in lingua e letterature straniere.
Un altro percorso molto buono comporta l’ottenimento di un diploma in traduzione. Esso offre sia lo studio della lingua sia nozioni di traduttologia, fornendo in tal modo le basi per affrontare al meglio la traduzione di un testo tecnico. Tuttavia, le materie cui facevamo riferimento nell’articolo di ieri e alle quali la laurea in lingue dedica ampio spazio, vengono affrontate in modo del tutto marginale. Tali discipline, ripetiamo, forniscono delle conoscenze che risultano di grande aiuto per il futuro traduttore.
Probabilmente quindi il percorso veramente ideale è quello di seguire un corso di laurea in lingue e letterature straniere e frequentare in un secondo momento dei master specifici di traduzione, scegliendo quelli che più si confanno alle proprie inclinazioni.
Superfluo aggiungere che dei soggiorni di studio all’estero come ad esempio i progetti Erasmus, aumentano esponenzialmente la formazione dello studente. Idem per quanto riguarda stage e corsi di formazione. In questo modo si acquisiscono tutte le nozioni fondamentali.
Ciò detto, tra i nostri colleghi ve ne sono alcuni che, pur non avendo seguito nessuno dei due percorsi di studio presentati, vantano comunque una formazione accademica che permette loro di tradurre efficacemente verso una o più lingue. Altri invece conoscono alla perfezione una lingua straniera ed hanno una formazione tecnica talmente buona, che sono in grado di affrontare nel migliore dei modi le traduzioni tecniche afferenti al loro settore di specializzazione. Il riferimento è ad esempio ad ingegneri, medici, avvocati, figure professionali che, se in possesso delle necessarie conoscenza linguistiche, sono le più indicate per le traduzioni settoriali.
Per non parlare poi dei cosiddetti “geni della traduzione”, individui che, a dispetto di una scarsa formazione accademica, sono in possesso di doti innate che consentono loro di tradurre agevolmente da o verso più lingue. Ma si tratta di casi più unici che rari. Una buona formazione è assolutamente imprescindibile per chi voglia intraprendere la carriera di traduttore freelance.
Prima parte di questo articolo
Qual è il percorso di studi ideale per potersi dedicare alla professione di traduttore freelance?
Per quanto riguarda gli studi superiori l’ideale è sicuramente frequentare un liceo linguistico o un liceo classico.
Nel primo viene dato ampio spazio allo studio di due o tre lingue straniere fornendo in tal modo delle solide basi linguistiche per affrontare un percorso universitario.
Nel secondo le lingue straniere hanno certamente meno spazio ma si studiano il latino e il greco, che preparano in modo ottimale al successivo studio delle lingue moderne nelle quali il traduttore si vuole specializzare.
A livello universitario esistono almeno due tipi di formazione molto validi che presentano entrambi vantaggi e svantaggi.
Il primo è frequentare un corso di laurea in lingue e letterature straniere. Durante il corso di studi vengono approfondite materie quali linguistica, glottologia e filologia che permettono di raggiungere un buon livello di comprensione delle strutture linguistiche profonde. Questo tipo di studio fornisce pertanto un ottimo punto di partenza. Ad ogni modo, visto che la pratica traduttiva si concentra prevalentemente, se non esclusivamente, su traduzioni di testi poetici e letterari, possedere una laurea in lingue straniere non implica automaticamente essere un buon traduttore.
Oggigiorno, il mercato della traduzione è quasi interamente riservato alle traduzioni tecniche pertanto l’esercizio svolto in questo tipo di percorso di studi, seppur utilissimo, non può essere considerato esaustivo. Un aspirante traduttore deve acquisire anche delle nozioni su come affrontare la traduzione di un testo tecnico e gli anni passati a tradurre testi di quel genere, non sono di per sé sufficienti a garantire una buona formazione.
Nel post di domani parleremo del secondo percorso di studi.
Come promesso tempo fa, torniamo a parlare della professione di traduttore freelance, una figura chiave nell’attività della nostra agenzia di traduzioni e nel settore della traduzione in generale.
Con l’articolo di oggi iniziamo un percorso di un paio di settimane circa nel quale cercheremo di rendere le idee più chiare agli aspiranti traduttori freelance. Lo faremo mettendoci nei loro panni, cercando cioè di immaginare le domande alle quali essi vorrebbero venisse data una risposta. Ogni giorno pubblicheremo un articolo con un quesito diverso al quale proveremo a dare la risposta più soddisfacente possibile. Il primo è il seguente:
Quali sono i requisiti per poter intraprendere la professione di traduttore freelance?
Alcune persone credono che per lavorare come traduttore freelance basti aver studiato a scuola per qualche anno una lingua straniera e magari aver lavorato all’estero per una stagione o due.
Non è propriamente così. La professione di traduttore freelance richiede una serie di conoscenze che una formazione scolastica di base e un breve periodo vissuto in terra straniera non possono assolutamente dare.
Innanzitutto, occorre avere ciò che la stragrande maggioranza della gente crede di avere e invece non ha affatto e cioè un’ottima conoscenza della propria lingua madre. Per essere un buon traduttore freelance occorre aver studiato a fondo la propria lingua in tenera età, creato delle solidissime basi grammaticali, ortografiche, sintattiche, e poi divorato libri, giornali, riviste, ascoltato radio, televisione, musica, aver scritto tantissimo. Il buon traduttore è generalmente una persona curiosa di tutto, desiderosa di apprendere sempre cose diverse e assorbire nuove conoscenze come una spugna.
In secondo luogo occorre avere un’ottima preparazione in almeno una lingua straniera. Logicamente, sarebbe auspicabile ripetere il percorso fatto per la lingua madre o quantomeno un percorso similare. In questo sicuramente sono avvantaggiati coloro che hanno vissuto in un ambiente bilingue fin da bambini, o che hanno vissuto per molti anni in due paesi diversi. Ciò detto, la professione di traduttore freelance non è preclusa a chi non possegga questi due requisiti, con passione, impegno, dedizione e tanto studio si può riuscire con il tempo a raggiungere livelli di eccellenza. L’articolo di domani sarà focalizzato sul tipo di formazione accademica più adeguata per questa professione.
Fino a una decina d’anni fa la traslitterazione di parole appartenenti ad alfabeti diversi causava non pochi problemi alle povere agenzie di traduzione. Il Project Manager di turno si metteva le mani nei capelli quando un cliente richiedeva ad esempio di tradurre un documento contenente una parte in russo, una in arabo, una in cinese, una in italiano e una in greco (lingue dalla grafia molto diversa fra loro).
Fortunatamente la tecnologia ancora una volta ci venne incontro e qualcuno creò il linguaggio informatico HTML, tuttora uno dei linguaggi più importanti per la creazione di pagine web.
Oggigiorno la traslitterazione non è più un problema, ma all’epoca l’HTML compì una piccola rivoluzione fornendo una serie di strumenti che permisero di risolvere molto facilmente ciò che fino a poco tempo prima era costosissimo sia in termini di tempo che di denaro.
Questo linguaggio crea un ambiente virtuale che permette l’uso di varie copie di uno stesso documento con la sostituzione di caratteri tra lingue secondo alcune regole predeterminate di associazione. Il traduttore può così creare un documento con una serie di parole in una lingua e la loro traslitterazione immediata in un altra.
Uno dei grandi vantaggi di questo linguaggio e delle sue varianti (HTML dinamico, javascript, ecc.) è che non è necessario essere programmatori informatici per utilizzarlo con una certa scioltezza. Basta imparare ad usare appositi editor molto intuitivi e la cui gestione è molto simile a quella di qualsiasi editor di testi come ad esempio Word. In HTML si possono inoltre creare indici che ci permettono di realizzare ricerche istantanee, in un unico documento o in documenti diversi. I link ipertestuali rendono possibile ciò con un’efficacia e una rapidità straordinarie.
Di recente, sono apparse sulle riviste specializzate ottime recensioni delle traduzioni di alcune importanti opere letterarie. Tali giudizi positivi, a nostro avviso peraltro assolutamente meritati, sono stati in parte attribuiti al fatto che il lavoro di traduzione fosse stato svolto a più mani.
Le formule per la traduzione di gruppo sono varie, però non tutte ugualmente valide ed efficaci. Com’è evidente, la scelta della squadra ideale dipende da molti fattori: il tipo di lavoro da realizzare, il tempo a disposizione per farlo, il budget stanziato, ecc.
Ad esempio, la suddivisione delle pagine fra due o più traduttori con una eventuale revisione finale da parte di un altro rappresenta sicuramente un miglioramento rispetto al lavoro di un unico traduttore rivisto e corretto da un altro in seconda battuta, ma non così sostanziale come si potrebbe pensare.
Il sistema di revisioni successive è sicuramente preferibile (A e B rivedono la traduzione di C e poi i tre si mettono d’accordo per dare la versione finale). Il pericolo di questa formula è che alcuni membri del gruppo agiscano come meri correttori di bozze e si dimentichino dell’originale o che le prime versioni vengano eseguite senza il benché minimo requisito di qualità, confidando nelle versioni che verranno.
La messa in comune delle diverse traduzioni di uno stesso originale è senza dubbio la formula più redditizia tanto per i traduttori quanto per il testo d’uscita.
Questa forma di collaborazione, nel richiedere per ogni frase l’accordo di tutti coloro che collaborano, garantisce un’elevata qualità del prodotto finale. Risulta anche molto gratificante per i traduttori, dato che tira fuori i peggiori vizi e le migliori virtù di ciascun membro del gruppo. L’unico ma purtroppo grande inconveniente è il rallentamento di cui soffre tutto il processo.
La formula forse più equilibrata, ma più difficile da mettere in pratica, è la distribuzione del lavoro dopo aver individuato le specifiche competenze di ognuno. Il gruppo ideale potrebbe ad esempio essere composto da uno specialista del settore a cui si riferisce il lavoro (non ha bisogno di una grande conoscenza della lingua di arrivo), da uno o più professionisti della traduzione (che conoscano bene entrambe le lingue) e uno “stilista” con una grande padronanza della lingua d’arrivo.
La nostra agenzia di traduzioni è stata recentemente incaricata di tradurre verso lo spagnolo un interessante quanto corposo articolo apparso in una rivista scientifica americana.
Il documento originale era stato redatto mesi prima da un’equipe di medici indiani nella loro lingua madre. Purtroppo né noi né il nostro cliente siamo stati in grado di reperire tale documento in tempi rapidi. L’unica cosa che abbiamo trovato è una traduzione in francese dell’articolo in inglese apparso sulla rivista. Abbiamo pertanto dovuto eseguire la traduzione in spagnolo senza il documento originale, utilizzando solo la versione inglese pubblicata sulla rivista e la traduzione in francese della stessa eseguita da un’altra agenzia.
Per una traduzione in genere è sufficiente un documento in una lingua ma quando c’è più materiale a disposizione sicuramente non guasta, si ha la possibilità di fare dei controlli incrociati e di sciogliere certi dubbi che possono sorgere durante il lavoro. Come dicevano i nostri antenati latini “melius abundare quam deficere”.
Analizzando entrambi i testi senza il documento originale, per quanto riguarda la versione inglese siamo in grado di fornire un giudizio di stile ma non possiamo in alcun modo giudicare la qualità della traduzione.
Siamo invece assolutamente in grado di affermare che i colleghi che hanno curato la versione francese hanno eseguito davvero un’ottima traduzione. Il lavoro ci ha positivamente stupito per la sua qualità espressiva e in quanto a dominio della terminologia scientifica. Non sembrava affatto una traduzione, e questo, secondo molti, è l’obiettivo finale del buon traduttore.
Non è la prima volta che ci capitano ottimi lavori eseguiti da agenzie di traduzione concorrenti e speriamo proprio che non sia nemmeno l’ultima. Lungi da noi l’essere invidiosi dei successi altrui, la traduzione ha bisogno di professionisti in gamba che le diano il prestigio che merita.
In Italia oggi è il giorno della befana.
Qui in Spagna invece, dove ha sede la nostra agenzia di traduzioni, è il giorno dei re magi, il giorno che tutti i bambini spagnoli aspettano con ansia e trepidazione.
Il Natale si festeggia come in Italia ma per i bambini il 6 gennaio è molto più importante del 25 dicembre. I regali che ricevono da Babbo Natale sono dei pensierini, i regali veri e propri sono quelli portati dai tre re magi.
Anche in Spagna, così come in Italia, ai bambini viene detto di comportarsi bene altrimenti riceveranno carbone. Però al posto della vecchietta malridotta che porta la calze con i dolcetti, ci sono Melchor, Baltasar e Gaspar con i loro paggi e i loro doni.
Un piccolo esempio di come due nazioni sorelle sotto moltissimi punti di vista, conservino ciascuna le proprie tradizioni.
Buona epifania a tutti
Lavorare al giorno d’oggi nel settore della traduzione senza far uso di strumenti tecnologici è assolutamente impensabile. Tutte le agenzie di traduzione, tutti i traduttori freelance e in generale tutti coloro che operano in questo campo, fanno ampio uso della tecnologia che il progresso mette loro a disposizione. La nostra agenzia non fa eccezione. Anche noi siamo sicuramente a favore del (buon) uso della tecnologia.
Tuttavia, anche se sembra impossibile, vi sono ancora alcuni traduttori della vecchia guardia (soprattutto quelli che operano in campo letterario), che non utilizzano nessun tipo di strumento tecnologico se non la macchina da scrivere.
Si tratta quasi sempre di colleghi molto preparati, pertanto la nostra intenzione non è certo quella di criticare la loro professionalità. Semplicemente, vorremmo affermare chiaramente che i nostri orizzonti sono molto diversi e non condividiamo la loro scelta.
Di getto si potrebbe pensare che le motivazioni alla base di tale scelta siano da ricercarsi nelle difficoltà di apprendimento delle nuove tecnologie, ma, a nostro avviso, non è così. Si tratta di una scelta ponderata, non di una necessità. Probabilmente essi pensano che il valore del loro lavoro dipenda strettamente dagli strumenti che utilizzano per eseguirlo.
Gli architetti moderni non progettano forse le loro maestose opere aiutati da potenti programmi informatici? Qualcuno per questo metterà in dubbio il loro genio nei secoli a venire?
La macchina permette soltanto di plasmare con incredibile precisione e rapidità l’idea, buona o cattiva, nata nella mente del suo creatore. Vedendo le cose sotto questa luce e portando il ragionamento all’estremo, ci sembra ridicolo pensare che il merito (o il demerito) di scrittori e traduttori che hanno scritto le proprie opere in passato, sia da attribuirsi a una penna e a un calamaio. Gli strumenti sono semplicemente strumenti. Servono unicamente per svolgere un’attività. Sono il mezzo, non il fine. Il risultato che verrà ottenuto dal loro utilizzo dipenderà in gran parte dalle mani che li hanno maneggiati e in minima parte da essi stessi.
Nella storia della traduzione vi è sempre stata una certa tensione fra la corrente dei sostenitori della fedeltà all’autore e quella dei sostenitori della fedeltà al lettore.
Nell’ultimo secolo, in generale, ha prevalso la seconda corrente: si è tradotto di più per i lettori. Quest’affermazione, che sembra così ovvia, può significare cose molto diverse. Tra esse, l’idea fondamentale è che al lettore l’opera debba “suonare” naturale tanto nella lingua originale quanto in quella di destinazione. Sebbene alcune voci più che rispettate e rispettabili (come quelle di Nabokov e Benjamin, per citarne un paio), si siano alzate contro questa forma di pensiero, ci azzardiamo ad affermare che, oggigiorno, moltissimi traduttori accendono le proprie candele davanti all’altare pagano della naturalezza. Vi sono comunque importanti eccezioni a questo dogma.
In una traduzione di poesia, ad esempio, la fedeltà all’autore (o al testo stesso, se si preferisce) è quasi una condizione necessaria.
Sebbene l’haiku giapponese sia qualcosa di assolutamente sconosciuto ai lettori della lingua d’arrivo, non possiamo tradurre la forma poetica orientale in questione come se si trattasse di un testo breve in prosa. La forma è parte del contenuto, e, fra le nostre attribuzioni, non è annoverato il diritto ad alterarla, neppure nel caso in cui quella forma non sia, per i lettori finali, così apertamente comprensibile e naturale come per quelli della lingua originale.
Questo non accade (com’è giusto che sia) con la traduzione del manuale di istruzioni di una lavastoviglie. Se nel paese di fabbricazione dell’elettrodomestico, ad esempio, fossero soliti scrivere tali manuali in versi e con rime baciate, i traduttori dovrebbero, senza dubbio, convertire il testo in una prosa naturale per i loro lettori. Qualche italiano potrebbe forse imparare a usare la macchina in questione se le istruzioni fossero scritte in versi con rime? Lo troverebbe divertente nei primi due minuti ma, dopo la sorpresa iniziale, probabilmente finirebbe per utilizzare l’elettrodomestico come ripiano per una pianta e, per evitare che l’umidità del vaso rovinasse la superficie della lavastoviglie, metterebbe il manuale tradotto sotto alla pianta.