L’interprete: un vero e proprio stratega

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Multitasking, autodisciplina, capacità di controllo dello stress e applicazione mirata delle tecniche apprese durante gli studi di interpretazione: queste sono solo alcune delle caratteristiche che caratterizzano un buon interprete. È ormai risaputo come l’interpretazione di conferenza sia una delle professioni più impegnative e stressanti in assoluto.Ma da dove deriva questo stress e cosa fare per tenerlo sotto controllo?

L’interpretazione simultanea è un processo cognitivo molto complesso in cui numerose attività vanno gestite e coordinate simultaneamente. L’interprete si trova in una cabina isolata acusticamente, ascolta tramite cuffie il discorso pronunciato dall’oratore in sala riunioni e provvede simultaneamente alla traduzione parlando al microfono.

A seconda della situazione comunicativa specifica, c’è una maggiore o minore pressione sulle risorse mentali dell’interprete. Senza contare poi le difficoltà legate alle differenze tra le lingue in questione, a un’elevata velocità d’eloquio, a un’inflessione dialettale più marcata o a un argomento altamente specialistico. A questo punto, sorge spontaneo chiedersi: di quali superpoteri dispone l’interprete per far fronte a tutte queste problematiche?

Non esiste una formula magica per far scomparire questi problemi in un battibaleno. L’interprete professionista, però, durante la sua formazione ha imparato un certo numero di tattiche, o strategie, che gli consentono di destreggiarsi abilmente anche nelle situazioni più complesse. Vediamone insieme alcune:

-       Anticipazione: anticipare significa iniziare a tradurre prima che l’oratore abbia pronunciato gli elementi necessari per farlo nel testo originale. Ciò non significa affatto che l’interprete tirerà ad indovinare, bensì che utilizzerà indizi testuali, conoscenze proprio sull’argomento o collocazioni ricorrenti.

-       Waiting: l’interprete aspetta l’enunciazione degli elementi mancanti, ritenuti necessari per poter formulare la frase nella lingua di arrivo. In questo modo avrà a disposizione tutte le informazioni indispensabili. Il rischio? Aspettando a lungo, aumenta il carico sulla memoria a breve termine che potrebbe avere come conseguenza una perdita di informazioni.

-       Segmentazione: divisione del testo originale in unità più piccole. Ciò significa, ad esempio, suddividere un periodo complesso in brevi frasi principali. Così facendo, l’interprete inizia immediatamente ad elaborare e a riprodurre parti delle unità di senso senza mettere sotto pressione la propria memoria.

-       Stalling: questa strategia consiste nell’inserire nel discorso informazioni già note o ridondanti per riempire le pause ed evitare un lungo silenzio che potrebbe non essere percepito positivamente dagli ascoltatori.

Queste strategie, e molte altre ancora, possono rendere la vita dell’interprete più semplice, aiutandolo a barcamenarsi nelle situazioni più insidiose. Ma attenzione: vietato improvvisare! Come recita il proverbio tedesco Die Übung macht den Meister (letteralmente, “l’esercizio fa il maestro”), prima di cimentarsi in una di queste strategie in una situazione comunicativa reale, è necessario esercitarsi ed interiorizzarle fino a farle diventare automatiche.

Autrice dell’articolo:
Laura Frascarelli
Traduttrice & interprete DE/EN -> IT

Perugia

La sfida della traduzione audiovisiva

 Categoria: Servizi di traduzione

L’articolo in esame affronta il problema  della traduzione e della trasmissione di emozioni in un contesto particolare, cioè quello della sottotitolazione cinematografica. In questo articolo, che mira a riflettere sul modo in cui le emozioni possono essere tradotte da una lingua all’altra, l’autore ha scelto di focalizzarsi su un sentimento specifico, quello della rabbia.

Per svolgere la sua ricerca, l’autore ha ben pensato di passare dalla parte del mezzo cinematografico per identificare, fra tre diversi film, le espressioni di rabbia che si trovano sia nel contenuto audiovisivo che nei sottotitoli tradotti. Attraverso le scelte dei traduttori, i risultati della sua ricerca ci mostrano che diversi elementi vengono presi in considerazione, nello specifico il passaggio dalla lingua orale a quella scritta e le tendenze linguisitiche suscitate dalla rabbia, che non sono necessariamente uguali da una lingua all’altra. Inoltre, “non possono essere trascurate le variabili culturali [...], in quanto sono estremamente complesse quando si parla di emozioni” l.9. Come trasmettere, dunque, l’emozione della rabbia destreggiandosi tra due universi semiotici e linguistici differenti?

Una delle strategie messe in evidenza nell’articolo consiste nel giocare sull’effetto prodotto dai sottotitoli. In effetti, per veicolare la rabbia attraverso i sottotitoli in italiano e trascrivere efficacemente la velocità del parlato, che aiuta ad esprimere questo sentimento in forma orale, i traduttori hanno deliberatamente scelto di inserire due sottotitoli nello stesso campo visivo con l’ausilio di trattini per contrassegnare la successione delle battute sullo schermo. Ciò mi ha particolarmente interessato.

Questa attenzione ai dettagli deve essere preoccupante sia per i traduttori audiovisivi che per i traduttori letterari, se non in misura maggiore per questi ultimi. In effetti, come è menzionato nell’articolo, l’audiovisivo svolge un ruolo chiave nella percezione delle emozioni, molto più dei sottotitoli. L’espressione facciale dei personaggi, i loro gesti, le loro azioni, la loro intenzione possono da soli essere rivelatori di una certa emozione. D’altra parte, i traduttori letterari devono proseguire senza questi elementi e utilizzare tutti gli strumenti a loro disposizione per tenere conto delle emozioni; anche se costretti ad usare la loro creatività a costo di allontanarsi dalla forma iniziale della racconto.

Questo articolo interessantissimo mi ha davvero permesso di sviluppare una riflessione su molti quesiti relativi alla traduzione e alla comunicazione.

Fonte: Articolo scritto da N.Kalidi e pubblicato il 15 giugno 2017 sul sito Open Edition

Traduzione a cura di:
Jessica Incorvaia

Tre miti sulla traduzione finanziaria

 Categoria: Servizi di traduzione

Lavori in banca, vero?

Quando, qualche giorno fa, una delle mie amiche mi ha chiesto – un po’ perplessa – perché non lavorassi in banca, ha confermato un sospetto che già avevo. La gente non ha idea di che cosa faccia un traduttore finanziario, e probabilmente anche un traduttore in generale. Ho letto tanti post sui blog in tema di miti e luoghi comuni sui traduttori, sulla differenza tra traduttori e interpreti e sul lavoro freelance in generale.  La maggior parte delle persone, persino i nostri amici e conoscenti, spesso non sa nulla del nostro lavoro e concepisce la traduzione in modo bizzarro.

Mito N.1: i traduttori finanziari lavorano in banca
Anche se molti dei miei clienti lavorano per banche, società finanziarie o fondi comuni di investimento, io sono una professionista freelance indipendente e, prima di tutto, una linguista. Un traduttore finanziario, così come anche un traduttore tecnico specializzato in altri settori, è prima di tutto un traduttore, un linguista, una persona che ha imparato e parla lingue straniere e magari ha studiato tecniche di traduzione. Ovviamente, devi anche conoscere il tuo campo di specializzazione, es. finanza, macro e microeconomia, come funziona la borsa valori, cosa siano uno stato patrimoniale e un conto economico e così via. Tuttavia, puoi lavorare per clienti diversi e specializzarti in finanza o legge o altre aree (e non devi essere necessariamente un avvocato per tradurre documenti legali). D’altra parte, non è detto che un esperto di finanza conosca le lingue straniere e le tecniche traduttive. Probabilmente lui/lei capisce l’inglese o il giapponese, ma potrebbe non essere in grado di tradurre in italiano.

Mito N.2: sicuramente sai come e dove investire… sei un traduttore finanziario!
Quando dico che traduco documenti finanziari, la maggior parte della gente è convinta che io sia la maga dei mercati azionari e molto ricca. Fino a qualche anno va, la cosa mi faceva sorridere. Ora, dopo più di 20 anni di esperienza, vorrei rispondere: “Beh, se uno è grado di tradurre il manuale di una caldaia dal tedesco all’italiano, non ha bisogno di chiamare l’idraulico quando la caldaia non funziona, giusto?”. Scherzi a parte, provo a spiegare che io leggo e traduco molto sui mercati finanziari, e sono aggiornata sui trend di mercato e sulle performance dei fondi di investimento. Tuttavia, leggo quanto basta – ai fini del mio lavoro – per sapere che ogni società di investimento ha la propria visione sui trend di mercato e applica diverse strategie per diverse necessità. Così come un idraulico ha bisogno della chiave inglese, a un traduttore servono i dizionari. Se dovessi fare degli investimenti, chiederei l’assistenza di un consulente finanziario.

Mito N.3: la traduzione finanziaria dev’essere noiosa!
Tutte le professioni sono a volte noiose, a volte entusiasmanti. Questo vale anche per la traduzione finanziaria. Come ho detto nella mia recente intervista, quando andavo a scuola desideravo tradurre romanzi e racconti. Negli anni, ho capito che la finanza e l’economia, come anche la legge e la politica, sono parte della vita di tutti i giorni. Probabilmente, tradurre le notizie sullo “shutdown” degli USA o sulla ripresa economica della Cina è per me più interessante ed estremamente connesso alla vita reale.

Nella maggior parte dei casi, un traduttore finanziario è anche un freelance, un imprenditore che deve essere un traduttore, un project manager e deve avere competenze di marketing e contabilità… ma questa è un’altra storia.

Fonte: Articolo scritto da Francesca Airaghi e pubblicato su Financial Translation Hub

Traduzione a cura di:
Alsea Alessia Esposito
Traduttrice finanziaria EN>IT
Como

Il linguaggio giovanile inglese e italiano

 Categoria: Le lingue

Le forme di comunicazione giovanile italiane e inglesi sono numerose (musica, fumetti, messaggi telematici e dei telefoni cellulari, scritte e graffiti), dalle quali i teenagers sperimentano continuamente nuovi canali espressivi, dove la prima regola è la proprietà di linguaggio per creare delle parole nuove, leggere, rapide, precise, semplici e brevi.

Si tratta di un giocoso ed espressivo linguaggio giovanile vista l’estrema variabilità interna di un modo di adoperare, trasformare, in parte anche innovare la lingua italiana e inglese, che è proprio delle nuove generazioni. Particolarmente interessante è l’analisi di questo nuovo lessico o gergo soprattutto per le aperture metaforiche che da esso nascono; si pensi ad esempio, al linguaggio tecnologico in tutti i suoi aspetti che ha generato metafore derivate dal computer e da Internet.

Gli aspetti dei linguaggi giovanili dipendono dai cambiamenti che avvengono nelle modalità di aggregazione dei giovani, negli usi comunicativi nei quali cambia la componente linguistica quanto la componente paralinguistica, conversazionale, cinesica (in particolare gestuale e prossemica), nel rapporto fra gli strati linguistici ai quali attingono le varietà giovanili, ad esempio, l’arretramento dei dialetti, il rinnovamento dei gerghi, l’espansione della pubblicità, l’allargamento dell’area d’uso di una lingua colloquiale.

Si possono, quindi, riscontrare determinate influenze sui linguaggi giovanili che attingono, volontariamente e consapevolmente, parte della terminologia giovanile.

Il linguaggio giovanile italiano e inglese è caratterizzato inoltre dalla rapidissima usura e dall’altrettanto rapido ricambio del proprio bagaglio lessicale, ed inoltre viene percepito soggettivamente dai giovani stessi come flusso continuo, produttore di strumenti comunicativi ed espressivi realizzati just in time e destinati a funzionare per il breve lasso di tempo in cui l’euforia verbale ha l’occasione di esprimersi attraversando gli anni della gioventù. Non cambiano, quindi, le regole e le funzioni, ma le forme dove la vitalità e le caratteristiche del linguaggio giovanile provano che sia vivo, immaginoso, irridente, dissonante e dissacrante.

Autore dell’articolo:
Conti Paolo
Traduttore EN-PT>IT
Roma

L’utilizzo della lingua in campo scientifico

 Categoria: Servizi di traduzione

Anticamente non esisteva nessun problema legato alla lingua impiegata in campo scientifico, infatti, fino al ‘500, tutte le Università usavano un’unica lingua, il latino, e i professori, da qualsiasi Paese provenissero, potevano capirsi tra loro come fossero connazionali.

L’uso universale del latino fra i dotti del Medioevo è ben noto e spesso citato come situazione invidiabile, ma non tutti sanno come esso venne meno per lasciare il posto alle lingue nazionali dei diversi Paesi d’Europa.

Sembra che il primo a rompere la tradizione sia stato Bombast von Hohenheim, più noto come Paracelsus, che nelle sue lezioni cominciò ad usare il tedesco.

Fra i primi ad usare una lingua nazionale in scritti scientifici è da ricordare lo stesso Galileo Galilei, non perché non conoscesse il latino ma perché era convinto che l’antica lingua non fosse più adatta alle nuove idee.

Nel corso del Medioevo, il latino visse in una condizione speciale, come strumento di quel tesoro culturale letterario, filosofico e religioso che si era diffuso in tutta Europa dopo la caduta dell’impero romano, benché non fosse più usato come lingua vivente.

Tuttavia, quando l’umanità ebbe qualcosa di nuovo da aggiungere al precedente patrimonio culturale, l’antica lingua non fu più sufficiente e ciò si verificò nei nuovi campi del sapere come scienza, matematica e fisica.

È questo il principale motivo che rende assurda l’idea che il latino (o l’esperanto) possa ancora servire come lingua internazionale della scienza.

Se osserviamo la storia dobbiamo concludere che in realtà non è mai veramente esistita una lingua comune per gli studiosi di tutto il pianeta. Il latino fu soltanto, per un certo periodo, la lingua della cultura del territorio limitato in cui si era diffuso il Cristianesimo.

Successivamente, ebbe un ruolo importante il francese, poi il tedesco, e ultimamente, si evidenzia l’importanza dell’inglese, soprattutto per l’influenza degli Stati Uniti, economicamente e culturalmente.

Per ciò che concerne la scienza è necessaria non solo una lingua atta all’informazione scritta ma anche una lingua che serva al contatto diretto tra gli scienziati, sia nei congressi che negli eventi.

Da ciò deriva l’importanza del ruolo del traduttore e dell’interprete durante eventi scientifici come convegni, congressi, fiere a carattere scientifico-ambientale, dove risulta fondamentale il ruolo del traduttore nel “traslare” i termini specifici degli atti ufficiali nelle 2 o 3 lingue ufficiali scelte per il congresso; talvolta risulta indispensabile anche il ruolo dell’interprete simultaneo per la comunicazione effettiva tra i partecipanti.

Oggigiorno, principalmente a causa dei tagli nelle spese di traduzione e interpretariato, spesso gli atti, le brochure e i documenti ufficiali degli eventi vengono tradotti solo in inglese, creando quindi non poche difficoltà nella comprensione e nella comunicazione; allo stesso modo, spesso nei congressi gli interpreti non vengono più utilizzati a causa di problemi di restrizioni nel budget.

Non bisogna dimenticare, che l’utilizzo di termini scientifici rende necessaria una conoscenza approfondita di termini tecnici, ognuno con il proprio ben preciso significato e la propria particolare accezione.

Nel 1866, il filosofo tedesco Nietzsche scrisse “Certamente un giorno l’umanità avrà una lingua comune e certamente un giorno l’uomo viaggerà volando nell’aria”.

Da molto tempo si è assistito alla realizzazione della seconda previsione del filosofo, mentre, per quanto riguarda la prima, a livello universale, questa non sarà forse mai completamente perseguibile o perseguita.

D’altro canto, riferendosi al campo scientifico, la necessità primaria di comprendersi l’un l’altro in maniera chiara, immediata ed inequivocabile, per condurre attività e ricerche che coinvolgono molti paesi in diversi settori di interesse vitale per l’interra razza umana, deve pretendere una valorizzazione del ruolo della traduzione professionale.

Autrice dell’articolo:
Martini Giulia
Traduttrice EN-ES>IT
Milano

Le difficoltà della traduzione medica (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

< Prima parte di questo articolo

Tipo di comunicazione
Nelle traduzioni mediche, il pubblico al quale il testo è indirizzato influenza la traduzione. A seguito dei molti tentativi fatti per elencare i diversi tipi di comunicazione nei testi medici,li possiamo raggruppare in quattro categorie: tra professionista e professionista (tra un medico e un altro), tra un professionista e un semiprofessionista (tra un medico e uno studente di medicina o un infermiere), tra un professionista e un non professionista (tra un medico e un paziente) e tra non professionisti (tra un giornalista e un lettore).Questi registri esistono anche nell’ambito della traduzione medica: medico-medico, medico-paziente e paziente-paziente. Quest’ultimo si riferisce ai documenti scritti dai non esperti per altri pazienti affetti dalla medesima patologia. Di seguito riportiamo esempi dei tre principali registri esistenti per un termine medico:

  • registro medico (ad esempio candidosi)
  • registro generico (ad esempio candida)
  • registro misto (ad esempio candida o candidosi)

L’ostacolo per il traduttore medico è quello di determinare quale delle tre, o più, potenziali traduzioni corrispondono a ciascuna delle situazioni comunicative sopra descritte. La traduzione considerata più precisa dipende spesso dalla specialità della medicina. Ad esempio, nella frase seguente sulle vaccinazioni estrapolata dal New England Journal of Medicine:”Abbiamo lanciato una campagna di vaccinazione per proteggere i rifugiati da difterite, morbillo, orecchioni, pertosse, rosolia e tetano”, l’autore usa sia un termine appartenente al registro medico (“pertosse”) sia uno proprio di quello colloquiale (“orecchioni”). Tuttavia, il significato è comprensibile dal momento che si tratta di vaccinazioni.

Un altro esempio
Trombo è il termine medico equivalente a coagulo di sangue appartenente a un registro più generico La frase seguente, tratta dal giornale sopra citato, opta chiaramente per il termine più colloquiale:
“In questo paziente, l’individuazione tramite TC di un segnale luminoso e lineare nell’arteria cerebrale media destra suggerisce la presenza di un coagulo di sangue e le prime impercettibili variazioni ischemiche nell’area servita da questa arteria rafforzano la diagnosi di infarto in evoluzione”.I dizionari possono solo parzialmente aiutare il traduttore ad affrontare il problema. A tale proposito, Newmark ha affermato: “che non bisogna considerare un dizionario, sia bilingue che monolingue, alla stregua di un’autorità. Spesso esso contiene troppi sinonimi decontestualizzati, parole obsolete o ‘parole da dizionario’, ovvero parole che si trovano solo nei dizionari”. Se un traduttore medico lavora con testi medici inerenti a una sola specialità, allora il registro non dovrebbe presentare particolari problemi. La lingua di partenza o di arrivo di molti testi medici è l’inglese poiché quest’ultima rappresenta la lingua franca della professione medica. Un buon traduttore medico saprà come affrontare la varietà di registri tra la lingua di partenza e di arrivo.

Conclusione
Quando si lavora per la prima volta su un testo medico, il traduttore deve innanzitutto identificare il suo registro e tradurlo nella lingua di destinazione. Questo può essere difficile per il traduttore quando un termine esiste o nella lingua di partenza o in quella di destinazione e quando ci sono diversi termini nella lingua di arrivo. Oltre al registro, il traduttore medico incontra gli stessi problemi che affrontano i traduttori di altre discipline, vale a dire quelli legati alla sintassi, alla grammatica, allo stile, alla terminologia e altri ancora. Considerato un settore estremamente difficile da tradurre, tutti i traduttori medici hanno generalmente una formazione medica di cui si avvalgono durante la traduzione.

Fonte: Articolo scritto da Denise Recalde e pubblicato il 31 gennaio 2017 sul sito Day Translations

Traduzione a cura di:
Elisa Bencini
Traduttrice EN, DE > IT
Firenze

Le difficoltà della traduzione medica

 Categoria: Problematiche della traduzione

Quando un traduttore deve affrontare la traduzione di documenti medici, deve tradurre collocazioni particolari, espressioni idiomatiche, connotazione, registro, stile, struttura, terminologia e sintassi al fine di effettuare una traduzione accurata. Ai fini di questo articolo, saranno approfonditi quei problemi che emergono solo a livello lessicale e non quelli che emergono a livello dell’equivalenza grammaticale, testuale e pragmatica.

Problemi che emergono a livello lessicale durante la traduzione
Il significato lessicale di una parola è il significato che questa ha in una determinata lingua che si è evoluta attraverso l’uso. È possibile identificare diversi tipi di significato associati all’origine lessicale di una parola e, più precisamente, essi sono: prepositional meaning, presupposed meaning, expressive meaning e evoked meaning. Il prepositional meaning è il significato basilare della parola, quello più palese e più chiaro. La connotazione, o expressive meaning, rappresenta, invece, le sfumature di significato che si aggiungono al prepositional meaning. Un esempio di questo è la differenza tra i verbi odorare (emanare un odore) e puzzare. Essi hanno lo stesso prepositional meaning ma differiscono in merito all’expressive meaning.Il presupposed meaning deriva dalla collocazione. Ad esempio, l’aggettivo sturdy (robusto) è prevalentemente utilizzato per descrivere gli animali, le piante e gli oggetti inanimati piuttosto che gli esseri umani. L’evoked meaning si riferisce al registro o al dialetto. Il registro è la lingua utilizzata per una specifica interazione o situazione, ad esempio un adulto che si rivolge a un bambino.  Mona Baker, nel suo libro “In other words” identifica nelle rese sbagliate di uno qualsiasi di questi quattro tipi di significati la causa di una traduzione scadente a livello lessicale. Fortunatamente, nelle traduzioni mediche, diversamente da quelle legali, c’è corrispondenza tra il prepositional meaning della lingua di partenza e quella di arrivo, poiché le malattie e l’anatomia del corpo umano sono essenzialmente le stesse in tutto il mondo. La traduzione medica, tuttavia, disorienta il traduttore quando si tratta di evoked meaning e di presupposed meaning poiché non c’è corrispondenza tra la lingua di partenza e di arrivo. Per quanto riguarda il presupposed meaning, ciò è dovuto al modo diverso in cui ogni lingua realizza le collocazioni.

I diversi registri della traduzione medica
Ciò che distingue, in termini di difficoltà, la traduzione medica dalle altre traduzioni tecniche è la presenza di registri multipli. Ad esempio, molte parti del corpo e malattie hanno un nome in un registro più elevato, registro medico, e un altro in un registro più colloquiale. Ne sono un esempio il termine torace contrapposto a petto e il termine pertosse contrapposto a tosse canina. Peter Newmark, autore di “A layman’s view of medical translation”, afferma che il motivo per il quale esistono diversi registri medici è dovuto a ragioni storiche e al fatto che le specialità della medicina si sono evolute separatamente:”Il registro della lingua medica nelle lingue europee è una giungla di sinonimi: esistono diverse parole per stessa patologia adottate in base al punto di vista, anatomico, clinico o patologico, e in base a quando e dove viene utilizzata l’espressione. Ad esempio,brucellosis (brucellosi) ha almeno 25 sinonimi solamente in inglese mentre nelle altre lingue europee se ne contano dai 6 ai 12″.La traduzione medica è considerata particolarmente difficile poiché il traduttore deve conoscere come funziona il corpo, come si evolve una malattia, ecc. Si potrebbe sostenere che anche un traduttore che lavora su un testo di elettrotecnica sui sistemi di trasmissione di potenza dovrebbe sapere come funziona il sistema. La differenza è che un traduttore di un testo di ingegneria può denominare una parte della macchina e il sistema in un registro più colloquiale per tutti gli altri testi che risulterebbero per il profano semplicemente meno dettagliati. L’esistenza di due registri nelle traduzioni mediche non presenterebbe al traduttore molta difficoltà di per sé, se non per il fatto che un certo numero di lingue ha soltanto una parola per entrambi i registri, mentre altre lingue hanno due o più parole. Quando si traduce con due o più opzioni un singolo termine medico dalla lingua di partenza in quella di arrivo, si deve considerare il contesto e il registro.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Denise Recalde e pubblicato il 31 gennaio 2017 sul sito Day Translations

Traduzione a cura di:
Elisa Bencini
Traduttrice EN, DE > IT
Firenze

Le lingue che interessano ai russi

 Categoria: Le lingue

La popolazione russa è molto interessata allo studio delle lingue straniere e riesce ad apprenderle con estrema facilità, soprattutto rispetto agli italiani. Io, per esempio, dopo tre mesi che studiavo l’italiano, riuscivo a comprendere parecchio della lingua italiana e a tradurla. Al contrario mio marito, che è italiano, -pur essendo andato a lezione di lingua russa -, riusciva a stento a farsi capire dalle sue amicizie russe.

Tra le lingue straniere studiate dai russi, l’inglese è ritenuta la lingua più utile secondo la stragrande maggioranza della popolazione. Dopo, nella graduatoria, c’è il tedesco, seguono lo spagnolo, il cinese e il francese.

A proposito della lingua francese, bisogna sottolineare che ebbe un forte sviluppo,dopo che la Francia di De Gaulle creò un asse privilegiato con l’Unione Sovietica, unico paese occidentale ed europeo. Nella mia città, Omsk, nella Russia occidentale, – una città di oltre un milione di abitanti -, fu istituita una facoltà di lingua francese all’Università, unica lingua straniera da noi studiata poi nelle scuole medie e superiori.

Noi russi siamo un popolo che può ritenersi poliglotta, in quanto sono sempre di più gli abitanti che apprendono una lingua straniera, in massima parte preferendo l’inglese, lo spagnolo, il cinese ed appunto il francese.

Nelle grandi città russe, come Mosca, Leningrado, Ekaterinburg, moltissima gente, negli ultimi venticinque anni si è messa a studiare l’inglese, tanto che essa è una lingua molto conosciuta in Russia.

Quasi tre quarti della popolazione, specialmente tra i giovani, sostiene che  una lingua straniera possa sempre servire nella vita.

Al dipartimento di lingue straniere della Scuola Superiore di Economia dell’Università di Mosca, oltre all’inglese, che è una lingua obbligatoria, sono scelte, in ordine decrescente il tedesco, lo spagnolo, il cinese e il francese. Gli studenti possono scegliere una seconda lingua fra le seguenti lingue straniere: arabo, giapponese, cinese, spagnolo, tedesco, francese, portoghese e italiano. La maggioranza ha scelto però il tedesco e lo spagnolo.

La lingua più scelta, secondo un recente sondaggio, è l’inglese mentre, all’inizio del 2000 c’è stata una grande richiesta per il cinese, poi calata negli anni successivi.

Per gli studenti delle scuole elementari e medie la scelta della lingua è decisa dai genitori. Per la scelta incidono anche altri fattori, in quanto, solo per esempio, il tedesco e lo spagnolo vengono scelti perché lì il corso di laurea magistrale costa meno, se non è addirittura gratuito.

Ultimamente si sono avute richieste per il coreano, l’hindi e il finlandese, poi in maggioranza abbandonate per mancanza di prospettive di lavoro.

I russi studiano le lingue non solo per obiettivi professionali. Ci si impegna a studiare le lingue per poterle usare nei viaggi e poter conversare con gli abitanti locali.

C’è chi  ha iniziato a studiare il tedesco perché lavorava come giornalista in Russia e desiderava scrivere per la stampa tedesca.

La lingua più esotica che abbiano mai studiato i russi è il persiano.

Autrice dell’articolo:
Irina Vonciskaya
Traduttrice RU-IT

I problemi della traduzione

 Categoria: Problematiche della traduzione

L’atto traduttivo rappresenta due mondi paralleli, due culture che si avvicinano senza in realtà sfiorarsi mai. La traduzione riguarda il passaggio di significati da una lingua all’altra. Questo implica la necessità di ottenere un testo tradotto che sia quanto più fedele possibile all’originale. Senza ombra di dubbio ciò rappresenta un motivo di grande sfida linguistica per il traduttore che spesso durante il lavoro si imbatte in problemi legati alle lingue. Infatti, la caratteristica propria di quest’ultime è quella di possedere ognuna nel proprio bagaglio culturale, determinati modi di dire, frasi fatte, parole legate al mondo della culinaria e delle tradizioni che risultano intraducibili per altre culture, e quindi nell’atto traduttivo si presentano come residui comunicativi dato che il più delle volte è difficile trovare un corrispondente linguistico. Comunque sia ci sono vari procedimenti ai quali un traduttore può ricorrere per ovviare al problema, tra questi ricordiamo l’adattamento, la perdita, la compensazione, il calco, il prestito, ecc.. L’errore più comune è quello di aggiungere troppi elementi al prototesto provocando un risultato del tutto errato. In questo caso siamo in presenza di una compensazione di tipo invasivo e per quanto il testo possa apparire fluente e ben costruito, esso si discosterebbe troppo dall’originale e quindi sarebbe considerato frutto di una cattiva traduzione. I modi di dire delle diverse lingue, rappresentano uno degli esempi più famosi di difficoltà traduttiva perché nascondono al loro interno tutto un sistema linguistico – culturale che sovente risulta intraducibile. Il bravo traduttore sa che in questi casi è necessaria la sostituzione, vale a dire ricercare un modo di dire appartenente alla sua cultura che però sia equivalente a quello del testo di partenza.

Altri concetti chiave legati al problema della traduzione sono l’addomesticamento e lo straniamento, i quali conducono alla decisione di modernizzare o arcaicizzare un testo. Sono tutti fenomeni che mirano in qualche modo a cambiare l’opera di partenza perché si tratta sempre di una scelta del traduttore, il quale è portato in qualche modo a negoziare e a manipolare ciò con cui lavora. Quanto affermato, è legato al fatto che non si traduce solo la lingua, ma anche la cultura, è per questo che una traduzione può essere source o target oriented, vale a dire orientata verso il suo testo di partenza o quello di arrivo. La scelta consiste nel preferire ciò che è presente nella narrazione fonte ad esempio un determinato tipo di lingua, un certo contesto storico, determinate connotazioni sociali oppure puntare il tutto verso il mondo che è più vicino al traduttore, ecco perché si è soliti scegliere la via dell’addomesticamento, una sorta di terza uscita tra il modernizzare e l’arcaicizzare. Accade spesso, infatti, che un libro possa appartenere a un periodo storico molto distante. Questo porta con sé non pochi problemi perché il mondo descritto presenta caratteristiche che per i lettori odierni risulterebbero quasi irreali. Il bravo traduttore deve essere in grado di addomesticare il testo riproponendo gli stessi elementi in chiave moderna e/o comprensibile ai propri lettori.

Nel complesso si deve necessariamente asserire che il lavoro del traduttore è indissolubilmente legato a un rispetto di tipo morale nei confronti dell’autore del libro, perché ogni sua scelta deve dipendere da una selezione di dati preesistente. Diventa conseguenza naturale a questo punto che non si possa ottenere un’equivalenza completa di due sistemi linguistici a causa delle differenze che per loro natura possiedono.

Autore dell’articolo:
Bruno Giannetti
Traduttore DE-FR-EN>IT

Traduzioni scientifiche professionali

 Categoria: Servizi di traduzione

Salve a tutti, sono un fisico-matematico, laureatosi nel vecchio ordinamento, per intenderci quello in cui erano previsti 18 esami annuali, due colloqui in altrettante lingue straniere di importanza scientifica e, naturalmente, la tesi finale. Come tutti i fisici laureatisi nel vecchio ordinamento, al primo ed al secondo anno ho dovuto studiare su un paio di libri consigliati dal docente, scritti in lingua inglese, e quindi in una lingua che non era la mia. Successivamente, cioè dal terzo anno di corso in poi, i libri americani e/o inglesi erano la norma, per poter dare gli esami dei vari corsi. Nonostante quell’inizio abbia costituito, per me, una “terapia d’urto”, col tempo si è rivelato fruttuoso, non solo per i miei studi successivi; infatti, attualmente ho una collaborazione, in qualità di traduttore di testi di brevetti di invenzione, dall’Inglese verso l’Italiano.

Tuttavia, ciò su cui intendo richiamare l’attenzione dei cortesi lettori di questo breve articolo, è la questione se anche un fisico-matematico e più in generale un laureato in materie scientifiche, possa, a buon diritto, eseguire traduzioni scientifiche professionali, al pari dei colleghi laureati in lingue e letterature straniere.

Ritengo che la risposta non possa che essere positiva. Infatti, da studente mi capitava di leggere alcuni testi di matematica o di fisica tradotti, e in quelle occasioni, notavo che i traduttori erano fisici o matematici che insegnavano o insegnano tutt’ora, in prestigiose istituzioni educative del nostro Paese. Inoltre, un professionista, che abbia ricevuto il compito di tradurre in lingua italiana, per esempio, un libro o un articolo di fisica nucleare, deve avere una minima conoscenza in tale campo di studi.

Non è certo ragionevole pretendere che un traduttore laureato in lingue debba essere costretto a studiarsi la Fisica Nucleare, in breve tempo, almeno nelle sue linee essenziali, prima di mettere mano alla traduzione vera e propria. Ecco perciò che si apre uno spiraglio, per assumere dei fisici, quali possibili candidati per effettuare traduzioni del tipo sopradetto.

Lo stesso discorso può essere fatto se, invece della Fisica Nucleare, debba essere tradotto un libro o un articolo sugli “operatori di simmetria delle equazioni differenziali”, per esempio. Infatti tale argomento, specificatamente matematico coinvolge i concetti e le teorie, come la teoria dei Gruppi, delle Algebre di Lie e naturalmente le stesse equazioni differenziali, i quali concetti e teorie possono, secondo me, essere maturati solo durante l’intero corso di laurea scientifica, ovvero esame dopo esame.

A tutto ciò, va aggiunto, e qui parlo a titolo personale, il notevole numero di articoli scientifici americani, che ho dovuto leggere durante il corso di laurea, e il di cui studio mi ha permesso di apprendere lo stile di scrittura che gli scienziati americani o inglesi utilizzano per esporre le loro idee.

Prima di concludere, vorrei chiarire, che quanto esposto non vuole essere una proposta di ingerenza da parte di un gruppo di persone su una professione che non è la loro, ritengo però che una traduzione scientifica eseguita con cognizione di causa su ciò che si deve tradurre, se non doverosa, è certamente preferibile a qualunque altra.

Autore dell’articolo:
Giulio Belli
Traduttrice medico-scientifica
Torino

La traduzione è possibile?

 Categoria: Problematiche della traduzione

Al di là del concetto sottolineato dall’approccio strettamente linguistico secondo il quale la traduzione implica il trasferimento del significato contenuto in una serie di segni linguistici in un’altra serie di segni linguistici attraverso l’uso competente del dizionario e della grammatica, il processo implica anche un’intera serie di criteri extra-linguistici.

Esistono due approcci diversi.
Da una parte, c’è un atteggiamento mentale secondo cui la traduzione è impossibile; questo è dovuto al fatto che, quando le persone parlano lingue diverse, percepiscono la realtà in modi diversi poiché vivono in mondi diversi. Questo atteggiamento mentale era popolare presso i ricercatori Americani Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf. Sapir sosteneva che “nessuna coppia di lingue è sufficientemente simile da essere considerata come rappresentante della stessa realtà sociale. I mondi in cui società diverse vivono sono mondi distinti, non semplicemente lo stesso mondo con etichette diverse” [Sapir citato in Bassnett, 22].
Juri Lotman, un semiologo sovietico sostiene il dibattito di Sapir dichiarando che la società, la cultura, la letteratura e l’arte sono i prodotti di una lingua che costituisce la parte più centrale della cultura. “Nessuna lingua può esistere a meno che non sia immersa nel contesto culturale; e nessuna cultura può esistere se non ha nel suo centro la struttura di una lingua naturale”. [Lotman in Bassnett 23]

Per quanto riguarda il secondo approccio, Roman Jakobson, un linguista russo, ha distinto tre tipi di traduzione; intralinguistica – all’interno di una lingua, interlinguistica – tra due lingue all’interno dello stesso sistema di segni linguistici e intersemiotica – tra due sistemi di segni. Egli ha spiegato che la traduzione è possibile, ma non ci si può aspettare di ottenere un’equivalenza completa tra il testo sorgente e il testo di arrivo poiché tale equivalenza è impossibile in una traduzione intralinguistica con l’uso di sinonimi, così come lo è in una traduzione interlinguistica. Jakobson spiega ulteriormente che ogni unità della lingua è costituita da connotazioni e associazioni che sono impossibili da trasferire. Conclude che “la traduzione è solo un’adeguata interpretazione di un’unità linguistica di un codice straniero e che l’equivalenza è impossibile”. [Bassnett, 23].

Autore dell’articolo:
Marco Gori
Traduttore PT-EN-RU>IT
Pistoia

Straniamento e Domesticazione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Lawrence Venuti, nel testo The Translator’s Invisibility, A History of Translation analizza i processi e le caratteristiche della strategia di straniamento e domesticazione. Egli definisce la traduzione come: “l’energica sostituzione della differenza linguistica e culturale del testo straniero con un testo che sarà comprensibile al lettore della lingua d’arrivo”. Egli afferma chiaramente che generalmente ci si aspetta che il prodotto traduzione sia comprensibile al destinatario proprio come l’originale lo è per il destinatario nella lingua sorgente. Il traduttore adatta il testo in modo da renderlo comprensibile al lettore; modifica gli elementi in modo che siano percepiti come familiari e riconoscibili. La traduzione deve adattarsi alla situazione culturale e politica del lettore della lingua di arrivo. Questa è una strategia di domesticazione, un testo completamente tradotto reso facilmente comprensibile al lettore attraverso il suo adattamento alla realtà circostante.

In alternativa, egli descrive un processo di traduzione di un testo con l’intenzione di mantenere il suo carattere di estraneità, in modo che il lettore della traduzione possa notare la sua “diversità”. Questa strategia fu nominata “straniamento” e ha acquisito numerosi seguaci proprio come la strategia di domesticazione, dovuto al fatto che entrambe le strategie hanno i loro vantaggi e svantaggi.

Friedrich Schleiermacher, un filosofo tedesco, afferma che ci sono solo due metodi di traduzione. Uno di questi consiste nello spostare l’autore della trattazione originale verso il lettore della traduzione, cioè nel manipolare il testo in un modo da farlo sembrare familiare al destinatario. L’altro metodo implica lo spostamento del destinatario della traduzione verso l’autore della trattazione originale, cioè nel mantenere tutti gli elementi potenzialmente difficili da comprendere nella loro forma originale e nel forzare il lettore ad accettarli.

È interessante che la domesticazione e lo straniamento possano essere più o meno popolari e diffusi in molti paesi. Alcune società, più di altre, sono più tolleranti verso i testi che hanno subito il processo di straniamento e quindi meno comprensibili. Venuti indirizza l’attenzione verso le società di lingua inglese e il fatto che esse non accettino elementi stranieri in una trattazione che ha le sue radici nell’etnocentrismo, nell’imperialismo e nel narcisismo. Egli afferma che “la cultura Anglo-Americana […] è stata dominata a lungo dalle teorie di domesticazione che consigliano una traduzione fluente”.

Autore dell’articolo:
Giovanni Bianchi
Traduttore DE-EN>IT
Milano

Strategie vs tecniche di traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Prima di incominciare un processo di traduzione, è importante selezionare un approccio globale da applicare al testo. Per farlo occorre prendere in considerazione numerosi fattori quali: il contesto storico, la cultura di partenza e di arrivo, i destinatari sia dell’originale che della traduzione. Questo approccio è relativo al testo nel suo insieme e gli conferisce un carattere specifico. Si fa riferimento a questo concetto come strategia di traduzione e sono stati distinti due metodi diversi: straniamento e domesticazione.

Durante il processo di traduzione, d’altra parte, un traduttore può imbattersi in parole e locuzioni problematiche che sono strettamente connesse alla cultura sorgente. Nei Translation Studies ci si riferisce a queste come elementi culturali o concetti culturalmente specifici e, secondo Mahmoud Ordudari, questi “sembrano essere i compiti più ardui per un traduttore”. Questi elementi sono stati analizzati e descritti da numerosi studenti e le loro conclusioni saranno citate in seguito in questo corso.

Peter Newmark, nel suo Textbook of Translation descrive la differenza tra i metodi di traduzione e le procedure di traduzione. Egli spiega che i primi si riferiscono all’intero testo, mentre le procedure di traduzione sono utili nel caso di piccole unità linguistiche, come parole, locuzioni o frasi. Inoltre, Venuti enfatizza il fatto che le strategie di traduzione “implicano i compiti di base nello scegliere il testo straniero da tradurre e nello sviluppare un metodo per tradurlo”. Egli impiega il concetto di “domesticazione e straniamento” per riferirsi alle strategie di traduzione. Ne parleremo in modo più approfondito nell’articolo di dopodomani (ndr).

Autore dell’articolo:
Giovanni Bianchi
Traduttore DE-EN>IT
Milano

Analisi di discorsi e registri (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Ora passiamo a Baker e al suo testo sulla traduzione. Nel suo lavoro guarda all’equivalenza a una serie di livelli: parola, sopra la parola, grammatica, ma dedica la massima attenzione a ciò che Halliday definisce metafunzione testuale, vale a dire alla struttura tematica e alla coesione, e soprattutto a livello pragmatico.

A proposito di struttura tematica sottolinea due aspetti principali. Il primo è che la struttura tematica è realizzata in modo diverso nelle diverse lingue. Il secondo è l’importanza della marcatura relativa nell’analisi del Source Text, che aiuta il traduttore a capire se usare una forma marcata nel Target Text o meno.

Passiamo ora alla coesione. Baker sottolinea, come nella struttura tematica, che le strategie di coesione potrebbero dover differire tra Source Text e Target Text. L’obiettivo del traduttore è quello di produrre un Target Text che sia collegato logicamente nella mente del ricevente del Target Text.

Questo mi porta al mio prossimo punto, il lavoro di Baker sulla pragmatica. Lo ha definito come lo studio del significato così come viene trasmesso e manipolato dai partecipanti alle comunicazioni, quindi lo studio del linguaggio in uso. Baker considera tre principali concetti pragmatici: coerenza, presupposizione e implicazione.La coerenza di un testo, che è correlata alla coesione, dipende dall’esperienza del ricevente del mondo. La presupposizione si riferisce alla conoscenza che il mittente assume che il destinatario possieda e sia in grado di utilizzare per comprendere il messaggio. L’implicazione è ciò che l’oratore intende o implica piuttosto che ciò che viene detto.

L’ultima opera influenzata dal modello di Hallyday è quella di Hatim e Mason. A differenza di Baker, che si concentra sulla funzione testuale, prestano un’attenzione particolare alla realizzazione nella traduzione delle funzioni ideazionali e interpersonali. Nello specifico hanno sottolineato come i traduttori con le loro scelte possano causare uno spostamento in queste funzioni e alterare il valore di verità del messaggio Source Text.

Ma l’aspetto a cui sono principalmente interessati è il discorso e il modo in cui linguaggio e testi comunicano relazioni sociali e di potere. Ecco la loro definizione di discorso: “modalità di parlare e scrivere che coinvolgono gruppi sociali nell’adottare un particolare atteggiamento verso l’area dell’attività socioculturale ”

Anche se in realtà non forniscono un modello da applicare, propongono una serie di elementi che il traduttore deve tenere in considerazione nel loro lavoro e analisi. Abbiamo visto lo spostamento delle funzioni e l’implicanza sociolinguistica del discorso, ma c’è un altro punto da considerare, vale  dire gli elementi dinamici e stabili di un testo. Questi non sono presentati come opposti binari ma come un continuum e sono collegati alle strategie di traduzione. In effetti gli elementi stabili di un testo sono quelli che richiedono un approccio abbastanza letterale mentre con elementi dinamici la traduzione letterale non è un’opzione percorribile e il traduttore deve affrontare sfide più interessanti.

Autore dell’articolo:
Giorgio Pisacane
Dottore in Lingue e Letterature Straniere
Napoli

Bibliografia
Munday, Jeremy (2012) Introducing Translation Studies – Theories and Applications, Routledge

Analisi di discorsi e registri

 Categoria: Tecniche di traduzione

In questo articolo vorrei esporre degli approcci all’analisi di discorsi e registri, che hanno preso piede negli studi traduttivi dal 1990, traendo origine dal lo sviluppo della linguistica applicata

Le teorie principali sono la grammatica funzionale sistemica di Halliday e alcune altre che sono state influenzate dal suo modello, vale a dire quelle di House, Baker e infine Hatim e Mason.

Cominciamo con  la grammatica funzionale sistemica di Halliday. Nel suo studio si concentra principalmente sulle scelte linguistiche, l’obiettivo della forma di comunicazione, la struttura socioculturale e la forte interrelazione tra di loro.
In cima troviamo l’ambiente socioculturale, che condiziona il discorso, che condiziona il genere e in questo modo fino alla lessico-grammatica, che si riferisce alla scelta del lessico, della grammatica e della sintassi. Analizziamo ora gli ultimi tre elementi del modello di Halliday, i quali sono particolarmente rilevanti per la sua teoria e interconnessi. Il registro è costituito da un campo, vale a dire ciò di cui si sta scrivendo, tenore, che riguarda chi sta comunicando e a chi, e modalità, cioè la forma di comunicazione. Ognuna di queste variabili è associata a una delle 3 metafunzioni relative al livello della semantica del discorso. Esse sono le metafunzioni interpersonale, testuale e  ideazionale, e di nuovo ognuna di esse è legata a un certo aspetto delle realizzazioni della lessico grammatica. Questa era una panoramica sui principali concetti della teoria di Halliday, che ci conduce al prossimo argomento: il modello di valutazione della qualità della traduzione di House. House elabora un metodo di valutazione basato principalmente sull’analisi del registro di Source Text e Target Text. La sua nozione di registro si basa sulla definizione di Halliday ma va oltre, incorporando alcuni elementi aggiuntivi.

Esaminiamo ora il metodo di House. Innanzitutto viene analizzata il Source Text, a partire dal registro. Un profilo del registro fornisce le linee guida per la descrizione del genere e quindi viene fatta una “dichiarazione di funzione”. Queste tre operazioni sono ripetute per il Target Text.

Ora le due analisi possono essere confrontate e questo consente l’identificazione di errori o mancate corrispondenze. House distingue tre tipi di discordanze: errore nascosto, errori apertamente errati e errori del sistema di destinazione. Infine viene fatta una dichiarazione di qualità e la traduzione può essere categorizzata in uno dei due tipi: traduzione aperta e traduzione nascosta. La traduzione nascosta non è chiaramente diretta al pubblico del Target Text, mentre la traduzione nascosta “gode degli status di una Source Text originale nella cultura Target”.

Seconda parte di questo articolo >

Autore dell’articolo:
Giorgio Pisacane
Dottore in Lingue e Letterature Straniere
Napoli

Bibliografia
Munday, Jeremy (2012) Introducing Translation Studies – Theories and Applications, Routledge

Qual è la lingua “migliore”? (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Penso che ogni lingua abbia i suoi pro e contro. Ad esempio, penso che per i traduttori che vivono negli Stati Uniti il francese e il tedesco siano lingue molto appetibili, perché c’è un buon equilibrio tra la mole di lavoro e le tariffe, e perché i traduttori che risiedono negli Stati Uniti hanno alcuni vantaggi finanziari (un costo della vita solitamente più basso, e il fatto che non pagano l’IVA). Inoltre anche il fuso orario degli USA è un vantaggio, dato che i clienti europei possono mandare il lavoro a fine giornata del loro fuso orario, ed ottenere risposta il mattino dopo. Comunque, la cultura europea del business è basata su rapporti diretti, e può essere molto difficile trovare e mantenere clienti diretti in Europa, a meno che non ci si possa recarvici con una certa frequenza.

In termini di necessità urgente, ritengo che le lingue mediorientali e asiatiche siano sicuramente quelle vincenti. Penso inoltre che la combinazione linguistica giapponese /inglese sia tra le più pagate, se non la più pagata, in molte indagini di mercato. Ma la mia sensazione è che per alcune di queste combinazioni linguistiche c’è molta concorrenza da parte di traduttori che non sono di madrelingua inglese, ma che traducono in inglese comunque, anche se non dovrebbero. Inoltre, queste culture sono molto meno simili alla cultura americana rispetto alla cultura europea, ed è probabilmente più difficile per i traduttori che sono cresciuti negli Stati Uniti “adattarsi” in Cina o in Arabia Saudita, di quanto non lo sia in Spagna o in Svizzera.

Poi c’è l’affinità personale/soggettiva: amo il suono della lingua italiana e portoghese. Sono così nerd che a volte ascolto i notiziari italiani o portoghesi alla radio (su TuneIn), anche se non li riesco a capire affatto. Attraversare le Dolomiti in bicicletta la scorsa estate è stata una delle migliori vacanze della mia vita: amo l’Italia! Se dovessi pensare esclusivamente al reddito potenziale, probabilmente sceglierei il giapponese, ma mi trovo ad avere serie difficoltà con le lingue basate sui caratteri, come ad esempio quando mio marito ed io abbiamo viaggiato in Nepal, ed io non avevo particolari difficoltà con la lingua parlata, ma non ero in grado di leggere nulla, mentre per lui era l’opposto.

In ogni caso, basta pensieri sconnessi in merito alle varie lingue! Cari lettori, cosa ne pensate? Uno studente di liceo vi manda un’e-mail chiedendovi “Che lingua dovrei studiare?” E voi rispondete…

Fonte: articolo originale pubblicato in inglese l’8 aprile 2013 da Corinne McKay sul Blog Thoughts on Translation

Autore dell’articolo:
Marina Rossi
Traduttrice EN-ES>IT
Grottaferrata (RM)

Qual è la lingua “migliore”?

 Categoria: Le lingue

L’articolo di oggi è una traduzione dall’italiano all’inglese di un articolo scritto da Corinne McKay e pubblicato l’8 aprile 2013 sul Blog Thoughts on Translation.

Anni fa avevamo ricevuto una traduzione dello stesso articolo ad opera di un’altra traduttrice, Raffaella Esposito. Non è la prima volta che capita un evento del genere, anzi, ultimamente è accaduto in diverse occasioni.

Come abbiamo sottolineato in quelle circostanze, non è detto che una delle due versioni sia migliore dell’altra, anzi è assolutamente plausibile che siano entrambe valide seppur diverse fra loro.
Vi invitiamo a leggere l’articolo “La traduzione non è matematica” come approfondimento.

Qui di seguito la traduzione dell’articolo di Corinne McKay eseguita da Marina Rossi.

Mi viene spesso posta questa domanda, in diverse forme:

  • Vorrei diventare un traduttore/interprete: quale lingua dovrei studiare?
  • Qual è la lingua maggiormente richiesta nel campo della traduzione e dell’interpretariato?
  • Qual è la lingua migliore che un traduttore o un interprete dovrebbe conoscere?

La risposta, così come la risposta a molte domande riguardanti il lavoro da freelance, è un fragoroso dipende. Esprimerò qui le mie opinioni, poi cortesemente esprimete anche le vostre (così che le possa usare per rispondere a questa domanda la prossima volta che mi verrà posta!)

Per me “richiesta” e “migliore” sono due cose differenti. Ad esempio negli Stati Uniti la lingua generalmente più richiesta è senza dubbio lo spagnolo. È la seconda lingua più parlata negli USA, dopo l’inglese (a ciò aggiungo uno dei miei aneddoti preferiti, cioè che gli Stati Uniti non hanno una lingua ufficiale!). Ma quando le persone domandano a proposito della lingua “migliore”, solitamente essi si riferiscono a una sorta di equilibrio tra domanda e potenziale profitto, anche quando non si esprimono in questi termini. E in termini di potenziale profitto, i traduttori dallo spagnolo si trovano ad affrontare molte sfide, a cominciare dall’elevata competitività dei traduttori che vivono in America Latina, il cui standard di vita è assai più basso, e i quali hanno lo stesso fuso orario dei clienti statunitensi. A ciò bisogna aggiungere che, essendoci così tanti parlanti spagnoli negli Stati Uniti, i traduttori ed interpreti professionisti spesso si scontrano con la mentalità del “tutti possono tradurre” diffusa tra alcuni aspiranti traduttori e interpreti e persino tra alcuni clienti. Quindi, nonostante l’elevatissima richiesta per quanto riguarda la lingua spagnola negli Stati Uniti, non è probabilmente la lingua che incoraggerei a imparare, soprattutto se si sta iniziando da zero.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: articolo originale pubblicato in inglese l’8 aprile 2013 da Corinne McKay sul Blog Thoughts on Translation

Autore dell’articolo:
Marina Rossi
Traduttrice EN-ES>IT
Grottaferrata (RM)

Errori di traduzione passati alla storia

 Categoria: Problematiche della traduzione

Quello della traduzione non è mai stato un lavoro facile. Senza dubbio le lingue sono molto complesse e non sempre esistono parole che hanno esattamente lo stesso significato in due lingue diverse, in quanto ci sono sempre piccole sfumature a creare differenze. Inoltre può capitare che due termini molto simili abbiano significati totalmente differenti. Volete conoscere alcuni dei più grandi errori di traduzione della storia? Di seguito viene riportato ciò che un professionista della traduzione non deve fare.

Nel corso della storia le barriere linguistiche hanno lasciato segni significativi. Talvolta i traduttori sono riusciti a contestualizzare molte espressioni; nonostante ciò, altri non sono stati così fortunati e hanno causato delle confusioni storiche.

Se non si conosce una lingua, la cosa migliore da fare è rivolgersi a un buon traduttore. Se qualcuno l’avesse pensata così per gli esempi successivi, la storia avrebbe potuto addirittura prendere un corso diverso, in quanto un errore di traduzione può portare a conseguenze importanti.

Errore di traduzione 1: Alieni su Marte
Nel 1877 l’astronomo Giovanni Schiaparelli cominciò a osservare e analizzare la superficie marziana. Nei suoi appunti classificò le zone più scure come “mari” e quelle più chiare come “continenti”. Inoltre descrisse una serie di “canali”, intesi come formazioni naturali che ricordavano una gola.
Anni più tardi, nel 1908, l’amico Percival Lowell, riesaminando il lavoro di Schiaparelli, arrivò alla conclusione che i “canali” fossero stati costruiti da esseri intelligenti per trasportare l’acqua che scarseggiava sulla superficie marziana, dalle calotte polari fino alle regioni desertiche. In altri termini, l’uso della parola “canali” diede origine alla teoria che su Marte esistessero strutture artificiali per il trasporto dell’acqua costruite da brillanti ingegneri marziani.
Questa affermazione sollevò un gran polverone e così ebbe origine il mito sull’esistenza dei marziani.

Errore di traduzione 2: La bomba atomica
Nel 1945 si cercò di negoziare la resa dell’impero giapponese durante la Seconda guerra mondiale. Di fronte all’ultimatum, il primo ministro giapponese Kantaro Suzuki utilizzò la parola “mokusatsu“, che equivale a “no comment, ci stiamo ancora pensando”, ma che può anche essere interpretata come “ignoriamo e disprezziamo”. È facile intuire quale delle due scelse il governo statunitense, dal momento che solo dieci giorni dopo vennero sganciate le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.

Errore di traduzione 3: Le corna di Mosè
Per scolpire “Il Mosè” agli inizi del XVI secolo, il celebre artista Michelangelo fece ricorso alla traduzione di San Girolamo. L’artista, imbattendosi nella parola ebraica “karan” (raggiante), la confuse erroneamente con “keren“, che significa “corna”.
Quando l’errore di traduzione venne notato, tutti gli artisti dell’epoca decisero di modificare le loro opere per aggiungere raggi splendenti; nonostante ciò, Michelangelo preferì mantenere il progetto originale.

Errore di traduzione 4: Desideri carnali
Jimmy Carter, ex presidente degli Stati Uniti, sapeva come attirare l’attenzione delle folle. In un discorso pronunciato nel 1977 in Polonia, un errore da parte del suo interprete fece sembrare che il presidente stesse esprimendo desideri sessuali nei confronti del Paese, allora comunista. L’interprete fece credere che Carter desiderasse sessualmente i polacchi, ma emerse che quello che quest’ultimo voleva veramente comunicare fosse il suo interesse di conoscere “i desideri per il futuro” dei polacchi.
Senza dubbio, la traduzione è una professione che non deve essere sottovalutata e forse un’arte per tanti, che richiede molto tempo e dedizione. È importante prestare particolare attenzione alle questioni che possono apparire semplici, dato che non è tutto oro ciò che luccica.

Fonte: Articolo pubblicato sul sito di Aire Traducciones

Traduzione a cura di:
Giada Atzeni
Traduttrice e interprete ENG/ESP>ITA
Cagliari

La soggettività del traduttore (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

La cooperazione e la scommessa interpretativa del testo in Umberto Eco

< Prima parte di questo articolo

La cooperazione si attua a tre livelli: a livello della Manifestazione Lineare, a livello delle strutture del discorso e a livello delle strutture narrative. L’applicazione delle competenze linguistiche alla Manifestazione Lineare permette di trasformare le espressioni in un primo livello di contenuto: grazie alle sue conoscenze enciclopediche e al suo bagaglio culturale generale, il lettore può risalire al livello delle strutture del discorso, dove può riassumere parti significative di discorso in macro-proposizioni narrative, le quali costituiranno l’intreccio (gli eventi così come sono raccontati) del testo.

Queste macroproposizioni consentono al lettore di risalire alla fabula (lo schema di base della narrazione) del testo e di cooperare all’interpretazione a livello delle strutture narrative. La cooperazione interpretativa, invece, si realizza nel tempo: mentre prosegue nella lettura, il lettore entra in uno stato di attesa che lo porta a fare previsioni sul corso degli eventi e sui mondi possibili che veicolano.

Secondo Eco il traduttore si trova nella doppia posizione dell’autore, che deve immaginare il lettore del suo testo, e del lettore, che interpreta e attualizza il testo che ha davanti. Al pari di quest’ultimo, il traduttore fa ipotesi sui mondi possibili che il testo rappresenta, pur sostenendo le congetture più plausibili: davanti a una voce di dizionario, sceglierà l’accezione del termine che reputerà più adeguata al contesto o al mondo possibile che ha preso in considerazione. È proprio qui che entra in gioco la soggettività del traduttore: nella scommessa interpretativa che fa su i vari livelli di senso e su quali privilegiare.

Allo stesso modo della cooperazione, l’interpretazione può avvenire a livello della Manifestazione lineare, a livello delle strutture del discorso e a livello delle strutture narrative. La prima permette di accedere alle forme dell’espressione, ovvero alla fonologia, alla morfologia, alla sintassi e al lessico del testo. La seconda permette di accedere alla forma del contenuto e fare quindi alcune distinzioni come, per esempio, tra una pecora e una capra (ogni cultura da forma ai propri contenuti in modo diverso). La terza permette di accedere alla sostanza del contenuto: ogni elemento di forma del contenuto acquisisce il proprio senso nel processo di enunciazione. La sostanza del contenuto può assumere forme diverse secondo il tipo di testo: può essere puramente linguistica, metrica o fonosimbolica, come nel caso della poesia, ecc.

Eco insiste sul fatto che il processo interpretativo non segue una cronologia verticale,dall’alto verso il basso o viceversa, ma che, in ogni momento, il traduttore fa la sua scommessa interpretativa e decide quale tra i livelli preferire.

Autrice dell’articolo:
Mafalda Morelli Ottiger
Traduttrice editoriale
Napoli

La soggettività del traduttore

 Categoria: Traduzione letteraria

La cooperazione e la scommessa interpretativa del testo in Umberto Eco
Nel 1979, Umberto Eco pubblica una raccolta di studi che vanno dal 1976 al 1978, con l’intento di presentare un discorso organico sulla cooperazione interpretativa del testo. Il punto di partenza di tale cooperazione è il lettore, principio attivo del testo ed elemento fondamentale della sua genesi. Secondo Eco, il testo è una forma espressiva molto complessa che, nella sua manifestazione linguistica, ha bisogno essere attualizzata dal lettore (come nel caso delle riprese anaforiche);  la complessità maggiore deriva dai suoi “non-detto”,elementi che non si manifestano a livello dell’espressione e che il lettore deve attualizzare a livello del contenuto. La cooperazione tra autore e lettore si fonda su questi spazi che sono stati lasciati volontariamente vuoti: per funzionare, un testo ha sempre bisogno di qualcuno che lo aiuti a funzionare e che ne riempia gli spazi vuoti.

Per quanto riguarda i testi come i romanzi, Eco specifica che l’Emittente e il Destinatario non partecipano alla cooperazione in qualità di poli dell’atto di enunciazione, o come persone fisiche, ma come strategie discorsive: l’autore si manifesta nel testo non solo come il semplice soggetto dell’enunciato, ma anche come uno stile o come un intervento esterno, presente nel tessuto generale del testo.

Nel momento in cui organizza la sua strategia testuale, l’autore prevede un Lettore Modello in grado di attualizzare il testo, che abbia le stesse competenze dell’autore e che faccia riferimento allo stesso sistema di codici. Il suo ruolo è di procedere all’interpretazione del testo seguendo un cammino che, in senso inverso, raggiunga quello percorso dall’autore quando ha prodotto il testo.

Eco definisce allora due tipi di testi: i testi chiusi, destinati a un Lettore Modello ben definito e che non necessitano di grande cooperazione per farsi capire; i testi aperti, che si prestano a varie letture e nei quali l’autore spinge o controlla il Lettore attraverso livelli di interpretazione diversi. Tutti i testi si compongono di una Manifestazione Lineare, ciò che si percepisce con la lettura o l’ascolto, e di un Senso o dei sensi. L’esplicitarsi della Manifestazione Lineare avviene tramite le conoscenze linguistiche, ma il processo è molto più complicato per quanto riguarda l’attualizzazione dei sensi.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Mafalda Morelli Ottiger
Traduttrice editoriale
Napoli

Traduzioni professionali contro MT

 Categoria: Strumenti di traduzione

Con l’avanzare delle tecnologie  e delle cosiddette “Machine translation” sembra che la traduzione professionale stia diventando un settore sempre più di nicchia. Eppure, nonostante sia alla portata di tutti inserire il testo in casella e così, come per magia, ritrovarselo “tradotto”, esistono sfumature che una macchina non potrà mai cogliere. Se da un lato Google Traduttore e il nuovissimo “Interpreter mode” di Google Assistant assicurano un sistema di traduzione efficiente, semplice e addirittura in tempo reale, dall’altro esiste un’umanità imprescindibile in ogni lingua, che la tecnologia non potrà mai trasmettere.
Facciamo un esempio banale, ma efficace, sulla questione:

  • In inglese l’espressione “I love you” può riportare due significati: “Ti voglio bene” o “Ti amo” in italiano. Si tratta di due mondi emozionali completamente diversi, per la nostra lingua, eppure una macchina non sa distinguerli. Un traduttore professionale, analizzando anche il resto del testo, il carico sentimentale che ne deriva e la complessità degli argomenti trattati, si renderà facilmente conto, nella maniera più semplice e istintiva possibile, quale accezione dovrà dare a quel termine. In pratica, se quell’”I love you”, vorrà significare amore o affetto. Eppure Google Traduttore non sa farlo: se si prova a digitare “What a friend you are, I love you”, che qualsiasi essere umano tradurrebbe “Che amico che sei, ti voglio bene”, per Google traduttore vuol dire “Che amico che sei, ti amo”.

Dopo aver analizzato l’aspetto più sentimentale della traduzione, in cui l’essere umano vince (ad armi impari) con la macchina, di seguito si annoverano altre caratteristiche, e vantaggi, che un traduttore professionale può apportare al testo di riferimento:

  • Conoscenza della lingua “a tutto tondo”. Un traduttore professionale tradurrà un testo nella sua lingua madre applicando tutte le conoscenze derivate dall’”esperienza” con quella lingua, impossibile da riportare nella grammatica e nella semantica “da vocabolario” di una macchina. In poche parole? Il professionista traduce un testo come se fosse stato scritto proprio nella sua lingua madre;
  • Creatività, caratteristica essenziale e prettamente umana. Un traduttore professionista riuscirà a riadattare il testo applicando lo “stile” della propria lingua madre. Inoltre, se ad alcune espressioni è impossibile dare un significato letterale, il traduttore, con la dote creativa, riuscirà ad attribuirgli il significato più vicino possibile alla propria lingua madre;
  • Tecnicismi e conoscenza del settore di riferimento in cui si contestualizza il testo. Traduzioni mediche, legali o tecniche in generale, richiedono una conoscenza pregressa nella materia, che solo un traduttore professionista, “scelto” e specializzato, rispetto a una macchina, potrà dare;
  • Ambito culturale, gli usi e costumi di una lingua. Tradurre un testo certamente vuol dire riportarlo fedelmente nella propria lingua madre, ma nel rispetto di quest’ultima. Se un termine, un vocabolo, un’espressione o un’intero testo, tradotti letteralmente, possono in un certo qual modo “offendere” l’ambito culturale in cui la lingua si muove e si diffonde, un traduttore professionista saprà come “riadattarlo”  e “contestualizzarlo” nel migliore dei modi. In questo caso, contro la macchina, a vincere è la sensibilità.

Sicuramente, tra i vantaggi elencati, figura quanto può essere importante, e inimitabile, la capacità di traduzione di un essere umano. Esiste però anche qualche svantaggio: costi maggiori e tempi molto più lunghi.

Viene spontaneo allora interrogarsi, nell’analisi tra i pro e i contro, su quanto valga la pena scegliere un traduttore professionista rispetto alla sempre più gettonata “Machine translation”. La risposta è, in realtà, molto semplice: dipende da quanto tenete alla vostra traduzione!

Autrice dell’articolo:
Melania Cacace
Giornalista e copywriter
Napoli

Terminologia e terminografia

 Categoria: Tecniche di traduzione

Benché la terminologia affondi le proprie radici nel XV secolo quando furono redatti i primi lessici professionali con le prime raccolte terminologiche, la disciplina è tuttavia un concetto relativamente giovane, se considerata nell’accezione odierna del termine, e risale a dopo le conquiste scientifiche e tecnologiche dei secoli XIX e XX. E’ dunque intorno agli anni 70 / 80 del 1900 che, grazie alle opere di Eugen Wüster e Helmut Felber, vengono poste le basi teoriche per la disciplina conosciuta oggi con il nome di terminologia. Tale disciplina ebbe una spinta propulsiva a seguito della rivoluzione delle tecnologie informatiche che, difatti, hanno notevolmente promosso lo sviluppo ulteriore e la divulgazione dei lavori terminologici e terminografici. Di pari passo con lo sviluppo della disciplina in questione si percepì il bisogno di rifondare l’ente di normazione internazionale che assunse il nome di ISO, International Organization for Standardization; furono inoltre incentivate le attività delle scuole impegnate nello studio e nella divulgazione di terminologie coerenti e si procedette alla creazione di grandi banche terminologiche consultabili online.
La terminologia, da non confondere con la lessicologia[1] e con la lessicografia,[2] è “la disciplina che studia sistematicamente i concetti e le loro denominazioni, cioè i termini, in uso nelle lingue specialistiche di una scienza, un settore tecnico, un’attività professionale o un gruppo sociale, con l’obiettivo di descrivere e / o prescriverne l’uso corretto.”[3] Tuttavia, con tale termine, non solo si indica la disciplina generale ma si definisce anche “l’insieme dei termini che rappresentano un sistema concettuale di un dominio particolare.”[4] La terminologia in quanto disciplina si trova quindi a dover descrivere in modo sistemico i termini, intendendo con ciò parole, espressioni, locuzioni impiegati in settori di lavoro ben circoscritti, in una o più lingue; diffondere le conoscenze tecniche attraverso strumenti terminologici quali glossari, schede terminologiche, mappe e banche dati; definire delle norme specifiche in base alle quali si cerchi di disciplinare l’utilizzo dei termini.

La terminografia è invece “l’attività che, applicando i principi e metodi della terminologia, si occupa della registrazione, elaborazione e presentazione dei dati terminologici, acquisiti mediante la ricerca terminologica.”[5] Durante l’attività terminografica è consigliabile e preferibile perseguire un approccio onomasiologico che parte dai concetti di un dato ambito specialistico e non dal lessico e che porta alla realizzazione di due sistemi concettuali monolingue in due fasi distinte. Dopo quindi aver condotto le fasi intralinguistiche, è possibile procedere alla comparazione dei due sistemi in modo da verificare le corrispondenze e le identità concettuali. La terminologia e la terminografia sono quindi due discipline di primaria importanza per un interprete e un traduttore che si accinga a tradurre testi e / o orazioni in ambito tecnico-scientifico specialistico in quanto la comprensione del messaggio di arrivo da parte del fruitore della traduzione scritta o orale è strettamente vincolata all’impiego di termini nella LA che siano coerenti, equivalenti e adeguati. Per adempiere a ciò nel migliore dei modi, è dunque essenziale che l’interprete o il traduttore conduca un’accurata e sistemica attività terminologica e terminografica che assicuri una traduzione efficace ed efficiente.

Autrice dell’articolo:
Sara Romanelli
Docente Universitario
Traduttrice e Interprete di Conferenza Freelance ITN<>ENG ITN<>DEU


[1] Per lessicologia si intende lo studio del lessico, l’insieme delle parole e locuzioni di una lingua o di un ambito, in tutte le sue forme. Studia, registra e descrive le parole e i termini, sia del linguaggio generale sia delle lingue speciali., Cfr. H. Rieger, Cos’è la terminologia e come si fa un glossario., fascicolo in Pdf, 2010, p. 4
[2] Per lessicografia si intende la disciplina che si occupa di redigere dizionari o lessici, attraverso la raccolta, classificazione e la definizione delle parole, che vengono riassunti in singole voci sotto forma di lemmi., Cfr. H. Rieger, Cos’è la terminologia e come si fa un glossario., fascicolo in Pdf, 2010., p. 7
[3] H. Rieger, Cos’è la terminologia e come si fa un glossario., fascicolo in Pdf, 2010, p. 4
[4] Ibidem
[5] Ivi, p.7

Dizionario di inglese giuridico: By-law

 Categoria: Strumenti di traduzione

Sai che cos’è un bylaw? E un bye-law? E, magari, sai il loro significato sia il medesimo in tutto il mondo anglosassone? Te lo spieghiamo in questo articolo. Continua a leggere, è possibile che tu ti sorprenda.

Oggi analizziamo un termine che sembra facile, ma che non lo è.
Innanzitutto, ha un significato nel Regno Unito e un altro negli Stati Uniti.
Se questo fosse poco, lo si può trovare scritto in quattro modi diversi: by-law, bylaw, bye-law e byelaw. Andiamo con ordine.

Origine
Secondo il dizionario Merriam-Webster (clicca qui), si ritiene che il termine bylaw tragga origine dall’antica lingua dei popoli nordici (Old Norse) con questa forma: bȳlǫg. Di lì potrebbe essersi evoluto all’inglese medio (Middle English) come bilawe ed esser giunto all’inglese moderno come bylaw.

Nella lingua nordica antica la parola bȳlǫg era composta da bȳr (o bye in danese) che equivaleva a città o paese e lag o lǫg ovvero legge.
Bȳlǫg = legge di un paese.
Sicuramente ricorderai che il popolo danese ha influenzato fortemente una vasta zona dell’est delle isole britanniche. Là sono vissuti per anni diversi popoli di questa regione europea e sono giunti ad avere un sistema giuridico proprio (per chiamarlo in qualche modo) conosciuto come Dane Law.

Da tale byr nordico o bye danese deriva oggi il nome di alcune città inglesi quali Derby, Whitby o Grimsby.

Prima accezione (Br_En)
Con queste premesse risulta chiaro che città + legge (byr + log) diano luogo a ciò che oggi conosciamo come by-law e che in Inghilterra è utilizzato, in particolare, per designare le ordinanze comunali, i regolamenti locali o la normativa di un comune.

By-law o bylawè, pertanto, una norma promulgata da un’autorità locale che viene applicata unicamente in tale ambito territoriale.

Tale tipo de norme o regolamenti aventi forza di legge (with force of law) vengono pronunciate da determinati organismi quali i comuni e altre amministrazioni locali dotate di poteri legislativi delegati in virtù di legge parlamentaria (Act of Parliament).

Come indicato dal Duhaime Legal Dictionary (clicca qui), tali norme locali promulgate da tali enti vengono denominate bylaws o anche regulations, ma mailaws o statutes.

Però, attenzione, tale significato del termine risulta applicabile unicamente nel Regno Unito, dov’è stato coniato, e in alcuni altri paesi quali Canada e Australia. Mentre negli Stati Uniti significa un’altra cosa.

Seconda accezione (Us_En)
Negli Stati Uniti tale termine viene utilizzato per fare riferimento alla normativa interna di imprese o di altre organizzazioni.

Si tratta di norme (rules) che servono per organizzare i relativi procedimenti interni, disciplinare le attività e fissare i diritti e gli obblighi dei rispettivi soci o membri. E sono ciò che in spagnolo sono conosciuti come estatutos o estatutos sociales [in italiano, statuto della società].

Di fatto, si tratta della prima accezione contenuta nel Black’s Law Dictionary che, sebbene sia la bibbia dell’inglese giuridico, non possiamo dimenticare che viene pubblicato negli Stati Uniti.

A rule or administrative provision adopted by an organization for its internal governance and its external dealings.

Perciò ora sai che cos’è un bylaw in ciascuna sponda dell’oceano.

E, per concludere, una breve postilla sulle differenze linguistiche tra USA e UK. Questo statuto societario che negli Stati Uniti viene denominato bylaws, nel Regno Unito si chiama Articles of Association.

Potrebbero avere ragione coloro che affermano che Inghilterra e Stati Uniti siano due nazioni sorelle separate da una stessa lingua.

Fonte: Articolo pubblicato il 26 aprile 2020 sul sito Traducción Jurídica

Traduzione a cura di:
Silvia Ragagnin
Specializzata in traduzioni giuridiche
Pordenone

Tradurre significa tradire?

 Categoria: Problematiche della traduzione

Si dice che le traduzioni siano come le donne: brutte e fedeli, o belle e infedeli. Questo curioso gioco di parole interpreta uno dei più consolidati paradossi della comunicazione. Una traduzione fedele al 100% è praticamente quasi impossibile, il risultato sarà sempre leggermente diverso dal testo di partenza.

Se pensiamo alle traduzione dei film, soprattutto americani, non penseremmo mai
di adottare frasi come ‘Hey amico’, (hey man), ‘ma che diavolo dici’? (what the hell?) oppure di chiamare una donna ‘pollastrella’! (chick). Da adattatrice mi imbatto spesso
in questo tipo di traduzioni. La lingua inglese, diciamolo, è molto più sporca rispetto alla lingua italiana, nei film americani utilizzano la parola “fuck” o “fucking” come niente fosse
o ancora “bitch”, “son of a bitch” che ormai sono quasi una regola. Quando adattiamo un
film in italiano dobbiamo per così dire, ripulirlo e renderlo più “digeribile” al pubblico italiano, che non sopporterebbe questo continuo uso di parolacce. Tuttavia conosco persone che si rifiutano di vedere film adattati e preferiscono di gran lunga vederli in lingua originale, proprio perché per chi conosce la lingua, i film tradotti perdono molto del loro significato.

Esistono due tipi di traduzione:
- Source oriented (più fedele al testo);
- Target oriented (si allontana dall’originale ma agevola la comprensione ai lettori);

Ci sono molti punti di vista riguardo questo argomento; alcuni, ad esempio, ritengono
che il lavoro del traduttore è simile a quello del copista che riproduce una scrittura. Secondo questi la riproduzione letterale può essere così semplice che vi riuscirebbe anche un trascrittore, dotato di conoscenze elementari sulla lingua di partenza.
Nella traduzione di una poesia la questione diventa più complicata e anche di molto.
La poesia ha una sua melodia, un suo ritmo, ed evoca degli scenari interiori, bisogna insomma avere una certa sensibilità per ritrasmettere le emozioni. Il traduttore di opere
in prosa, dovrebbe avere anche il cuore di un vero poeta. Nella traduzione di testi comici
la traduzione letterale non è idonea: perché creerebbe delle mostruosità linguistiche. Umberto Eco, ad esempio, nel suo ‘Come scrivere una tesi di laurea’, afferma che tradurre è sempre tradire e aggiunge che tradurre è come avere una dentiera e non i denti veri, oppure è come indossare la parrucca o altre protesi di vario tipo.

Tradurre però, vuol dire trasmettere il messaggio senza modificarlo, restituendolo fedelmente. Il traduttore ha due personalità: il linguista e lo stilista; per essere un buon traduttore l’una non deve prevalere sull’altra. La traduzione è un importante mezzo di cultura che, dovrebbe essere aggiornata al momento storico e al pubblico dei lettori. Tradurre è quindi sempre un po’ tradire; ma se lo si fa coscienti dei rischi possibili, si tradisce solo se lo si reputa veramente indispensabile. Curiosità e distacco sono due parole da prendere in considerazione in questo mestiere: la curiosità del lettore attento al messaggio e il distacco di chi lo deve trasferire ai lettori mantenendo il più possibile il suo ritmo e il suo significato. Tradurre insomma è sostanzialmente una sfida.

Magyarorszàg…

 Categoria: Le lingue

Vi domanderete cosa ho scritto… è il nome esatto dell’Ungheria. Il significato di questa meravigliosa e complicata parola si racchiude in un popolo pieno di origini e discendenze, vuol dire “Paese Magiaro”, il paese meraviglioso dove io sono nato. La sua storia racchiude l’impero Austro Ungarico, discendenze finniche ed una forte influenza turca.
Ho avuto il dono di poter imparare questa lingua da mia madre che a tre anni mi ha portato in Italia. Credetemi, penso sia una delle lingue più difficili al mondo.

Il mio cammino verso la traduzione è iniziato sin da piccolo, quando mia madre faceva scambi culturali tra Italia ed Ungheria ed io ero una sorta di mascotte per tutti. Insomma a 7-8 anni andavo in giro per Roma a tradurre le meraviglie della mia città.
Poi ho passato lunghi periodi con amici, conoscenti della mia famiglia; portavo persone italiane alla scoperta della Parigi dell’Est, cioè Budapest. Qui potrei raccontarvi tantissime cose ma non vorrei dilungarmi e magari annoiarvi troppo. Vi rubo un altro secondo dicendovi che nella vita, se fai ciò che più ti piace, allora non serve a nulla il resto, puoi solo sorridere ed essere felice di poter rappresentare due paesi meravigliosi che, per quanto diversi, hanno una bandiera unica con gli stessi colori. Non mi pongo limiti, conosco perfettamente l’italiano quanto l’ungherese.

Autore dell’articolo:
Giovanni Detari
Budapest (Ungheria)

L’importanza delle lingue

 Categoria: Le lingue

Avete mai provato almeno una volta nell’arco della vostra vita a sentirvi come un “pesce fuor d’acqua”? Sì, la classica espressione utilizzata dalla maggior parte della gente comune per esprimere quella situazione di disagio dalla quale non sembra proprio facile uscire.
Bene, proprio grazie a quell’espressione io ho fondato lo scopo della mia vita. Ricordo, ancora ragazzina, i viaggi con la scuola in paesi tanto belli quanto così lontani da me.
Ricordo le gite fatte in Francia ai castelli (bellissimi eh) ma quanto era duro cercare di arrivare a fine giornata per poter finalmente chiudersi in camera, afferrare il telefono dell’albergo e chiamare finalmente casa. Ti rispondevano quel “pronto” in italiano che ti faceva sentire la vicinanza degli affetti e cosa ancor più bella l’essere capita e il poter capire e cogliere le sfumature della vita che ti circondava.

Così pensai dopo l’ultimo dei miei meravigliosi quanto difficili viaggi all’estero che non volevo più vivere in un mondo a metà.
Perché dico a metà? Semplice: sai l’italiano, conosci l’Italia, vivi in Italia, paese splendido, ricco di storia, di calore, ma quando raggiungi il confine e arrivi in terra straniera dove non sai né lingua, né usi, né costumi, come ti senti?
Capire qualche parola di francese, tedesco e inglese non basta per poter cogliere appieno l’essenza di ogni luogo, e così decisi d’intraprendere il magico studio delle lingue.
Già dal primo corso sembrò aprirsi davanti miei occhi uno scenario che non avevo mai visto. Mi sembrava di sentire attraverso quello studio nuovo ma tanto utile per capire e confrontarmi con gli altri, i profumi e i sapori di terre fino a quel momento a me sconosciute.

Dopo anni ed anni di duro apprendimento, di esperienza fatta sui luoghi per capire, imparare, ascoltare dalle culture diverse dalla mia, mi sentivo parte del mondo.
Sì, finalmente potevo dire a me stessa di essere nel mondo, poiché studiando le lingue potevo mettermi in gioco, metterle in gioco.
Lo stesso Rousseau, nel “Saggio sulle origini delle lingue”, spiega che il linguaggio serve innanzitutto per esprimere passioni e stati d’animo, proprio quei sentimenti che sarebbe paradossale manifestare senza capire.
Mi servo dunque di questo incantevole strumento per arricchire giorno dopo giorno la mia biblioteca interiore. Ciò mi consente di vivere al meglio la vita e di chiudere nel baule delle esperienze quanto di più possibile si possa.
Ora viaggio, visito posti bellissimi ma non mi sento più quel “pesce fuor d’acqua” che solo semplicemente per comprare una cartolina da spedire a casa doveva fare uno schizzo su un foglio di carta per farsi comprendere.
Le mie lingue mi permettono una comprensione chiara e corretta di ciò che mi circonda, anche di fatti politici, religiosi e culturali di paesi lontani ma pur sempre così vicini.

La lingua inglese nel mondo (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

La realtà linguistica in Nigeria è tale che la maggior parte della popolazione tende infatti a imparare innanzitutto l’inglese, per poi utilizzare la lingua materna (molto spesso proprio il Nigerian Pidgin) solo in contesti quotidiani o di bassa rilevanza. Ciò che quindi è importante sottolineare è che, sebbene le lingue pidgin continuino a essere parlate, questo avviene sempre meno, e l’inglese rimane comunque la lingua privilegiata quando si tratta di scegliere l’idioma più corretto per un contesto formale o un romanzo: il prestigio derivante dall’uso dell’inglese infatti era ed è rimasto indiscutibile anche nei territori ex coloniali, dove oggi come allora si continuano a privilegiare i parlanti nativi o chi usa una tipologia di inglese il più vicina possibile allo Standard English.  Nonostante tutto però, molte comunità africane hanno continuato a produrre una cultura resistendo alle costrizioni sociali e psicologiche imposte dai coloni, e ciò è riscontrabile dal quantitativo di usanze e costumi indigeni che sono comunque arrivati fino a noi.

Ecco, considerare la letteratura e le lingue autoctone al pari degli usi e costumi locali sarebbe già un passo avanti essenziale per continuare a difendere tali realtà che costituiscono comunque un patrimonio culturale inestimabile. È questa dunque la direzione da prendere per proteggere e salvaguardare la storia e la cultura dei Paesi ex coloniali; anziché continuare a considerare i vari pidgin come varietà di broken English, ovvero come un inglese di serie B, si dovrebbe cercare di seguire l’esempio di molti letterati, professori, avvocati e giornalisti africani che non vogliono abbandonare la loro lingua e che continuano a difenderla parlandola e parlandone.

Per finire, da un punto di vista letterario, purtroppo ancora oggi solo alcuni autori preferiscono utilizzare le loro lingue materne nei romanzi, data la maggiore visibilità e vendibilità sul mercato internazionale che l’inglese può invece assicurare loro, relegando così gli idiomi autoctoni a qualche piccola battuta dei personaggi minori o a qualche termine, come detto all’inizio dell’articolo. Per il futuro possiamo solo sperare che si sviluppi una più forte collaborazione tra governi, linguisti e studiosi affinché tali lingue riprendano un ruolo di primo piano, anche per fronteggiare lo strapotere e il fenomeno della globalizzazione linguistica, in maniera che non solo la cultura ma anche la storia di queste comunità non venga dimenticata poiché, come diceva Frantz Fanon in un suo saggio che ho amato molto, lo splendido Black skin, white masks, “to speak means to be in a position to use a certain syntax, to grasp the morphology of this or that language, but it means above all to assume a culture, to support the weight of a civilization”.

La lingua inglese nel mondo (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

L’espansione della lingua inglese nel mondo è infatti una delle conseguenze più rilevanti del periodo coloniale, ed è dovuta anche al rapporto estremamente stretto che i britannici hanno da sempre avuto con la loro lingua, e alla grande considerazione che hanno da sempre riposto in essa. Nel caso della colonizzazione del continente africano, ognuna delle diverse colonie britanniche ha sviluppato una serie di caratteristiche linguistiche particolari, dovute ai differenti bisogni che gli esploratori inglesi si trovarono ad affrontare: coloro che dovevano instaurare un rapporto diretto con gli abitanti di colore delle varie regioni hanno dato vita ai cosiddetti New Englishes, le varietà africanizzate di inglese, mentre l’unico paese africano in cui la lingua inglese si è imposta come prima lingua in buona parte della popolazione è il Sudafrica, dove comunque gli scontri di carattere razziale non sono mancati, visto che per molti indigeni neri e molti parlanti di afrikaans l’inglese è rimasto in ogni caso una seconda lingua.

E sono proprio i conflitti sociali derivanti dalla presenza non solo dei colonizzatori, ma anche della loro lingua, gli elementi alla base di tutta una serie di polemiche sul concetto di identità che si è formato in una tale situazione: l’inglese, sebbene lingua straniera e dell’oppressione, dovrebbe dunque essere considerata la lingua più adatta per esprimere e sviluppare la cultura africana? O al contrario non farebbe altro che ghettizzare e discriminare ancora di più le popolazioni nere d’Africa?

A tal proposito è bene ricordare che è stato solo nel secondo dopoguerra, ed in particolare dopo il processo della decolonizzazione, che si è potuto iniziare a considerare anche la parte positiva dell’“invasione” dell’inglese in tali zone, senza quella connotazione negativa che lo aveva caratterizzato in precedenza, dovuta proprio alla situazione di autorità ed oppressione con cui gli inglesi trattavano le colonie portando molto spesso i popoli colonizzati a dover rinunciare alla loro lingua e, di conseguenza, alla loro cultura ed identità. Non a caso molti intellettuali e scrittori africani, in particolare il nigeriano Chinua Achebe, hanno spesso criticato l’uso esagerato e indiscriminato che molti colleghi hanno fatto e fanno della lingua inglese nelle loro opere, relegando così le loro lingue vernacolari a un ruolo di secondo piano.

Terza parte di questo articolo >

La lingua inglese nel mondo

 Categoria: Le lingue

Cimentandosi nell’ambito della traduzione è possibile scontrarsi con parole o espressioni tipicamente appartenenti a culture e lingue molto lontane dalle nostre, soprattutto quando si ha a che fare con testi postcoloniali, che spesso presentano un vocabolario colorito e ricco di termini autoctoni delle regioni nei quali sono stati scritti e ambientati. Questo avviene soprattutto in quei romanzi che, seppur prevalentemente scritti in una lingua europea ed ex coloniale come l’inglese, il francese o lo spagnolo, hanno comunque al loro interno sfumature, colori e odori delle terre africane, caraibiche o asiatiche in cui queste lingue sono state importate. In gran parte della letteratura africana, per esempio, questo fenomeno è molto diffuso, e porta il traduttore a doversi misurare con realtà decisamente estranee e, di conseguenza, con alcune difficoltà che, per quanto affascinanti e interessanti possano dimostrarsi, restano comunque delle sfide significative.

Tutto ciò è ancora più vero quando si ha a che fare con la letteratura di nazioni con un passato coloniale duro e contrassegnato da momenti di vera tensione, che hanno addirittura portato a una grande frammentazione linguistica e alla creazione delle cosiddette lingue pidgin, come è accaduto per esempio in Nigeria, dove la lingua istituzionale, l’inglese, è comunque affiancata da una serie di vernacoli più o meno ufficiali e tuttavia molto usati dalla popolazione locale, tra cui è possibile citare il Nigerian Pidgin English. Gli scrittori nigeriani sono quindi molto spesso dei veri e propri bilingui, e questa loro doppia anima arriva poi a scontrarsi nelle loro opere.

Tale fenomeno è dovuto al fatto che i colonizzatori inglesi che sbarcarono in massa sulle coste africane a partire dalla metà del XIX secolo non portavano con sé solo fucili ed armi di ogni sorta che stupivano ed affascinavano le popolazioni locali, ma ovviamente anche la loro lingua. E proprio quest’ultima fu uno degli strumenti più potenti che gli esploratori britannici di ogni epoca ebbero a loro disposizione per portare a termine la loro opera di dominazione e sottomissione delle etnie autoctone di ogni nuovo territorio decidessero di conquistare, dato che nulla quanto una conoscenza linguistica è in grado di discriminare, o al contrario, elevare una persona all’interno della società in cui vive, soprattutto se consideriamo la relazione intrinseca che lega indissolubilmente il sistema culturale di una determinata nazione o società alla sua lingua. Questo principio di base si dimostra tanto più vero se ci soffermiamo ad analizzare il fenomeno della colonizzazione non soltanto attraverso una prospettiva storico-sociale, ma anche da un punto di vista linguistico.

Seconda parte di questo articolo >

Perdita e guadagno nel processo traduttivo

 Categoria: Problematiche della traduzione

C’è una convinzione che chi traduce è tentato di far sua: quella che esista una traduzione perfetta, e che il compito del traduttore sia raggiungerla. La traduzione, però, è sofferenza e sperimentazione. Sperimentazione dei propri limiti e dei limiti della lingua in cui si traduce; è tentare e sbagliare innumerevoli volte.

«Il testo fonte […] oppone una resistenza a farsi sradicare dal proprio terreno culturale per farsi tradurre altrove.»[1]

Partendo da questa premessa è possibile uscire dalla condizione di frustrazione in cui il traduttore si immerge piano piano, scoprendosi impotente di fronte alla resistenza del testo straniero. A differenza del testo scientifico, in cui l’autore «traduce se stesso passando da una lingua a una terminologia»[2] , quindi un linguaggio universale in cui gli individui non possono capirsi se prima non concordano il significato dei segni, nel testo letterario ciò che emerge dalle righe è la persona dell’autore che sta presentando se stesso senza tradursi al lettore.

Questo genera un testo che in traduzione è impossibile veicolare senza problemi; a sua volta, il testo genera una perdita, un residuo comunicativo. Citando un esempio proposto da Umberto Eco nel suo saggio Sulla traduzione, un’espressione idiomatica inglese come “it’s raining cats and dogs” non si può tradurre alla lettera; è necessario optare per una piccola infedeltà linguistica al fine di guadagnare una fedeltà culturale[3], e ottenere nel lettore di lingua italiana lo stesso effetto che si provoca nel lettore di lingua inglese: alcune possibili traduzioni potrebbero essere “piove come Dio la manda” o “piove a catinelle”. Che cosa accade in questo caso nella traduzione dall’inglese all’italiano? Si ha una perdita inevitabile a livello di immagini (tradurre “piovono cani e gatti” disegnerebbe sulla faccia del lettore un grande punto di domanda), ma c’è anche un guadagno: si è trovata un’immagine che il lettore di lingua italiana è in grado di associare al suo background culturale e che gli consente quindi di ricodificare il messaggio. In traduzione, perciò, la perdita diventa inevitabile. Tuttavia, spesso è possibile compensare questa perdita altrove, in altri punti del testo.

Quella della compensazione è una strategia efficace che aiuta il traduttore ad accettare con maturità e serenità questo lutto, a elaborarlo rinunciando definitivamente al sogno della traduzione perfetta[4]. Lo scopo della traduzione, infatti, non è la ricerca utopistica di un testo d’arrivo perfettamente equivalente al testo di partenza (anche perché il testo di partenza nel suo sopravvivere si modifica, come nel tempo anche le parole maturano e mutano, fino a diventare d’uso comune ed essere addirittura percepite come arcaiche[5]; perciò la traduzione stessa non è mai un processo statico, ma è sempre in movimento), ma è racchiuso nel concetto di hospitalité langagière[6] suggerito da Ricoeur: l’accoglienza dello straniero come fine etico dell’atto traduttivo[7]. La perdita è il segno della differenza tra il proprio e l’altrui. Ciò che si guadagna non riguarda solo la compensazione di cui sopra, ma anche l’irriducibile presenza dell’altro e la conoscenza più profonda di sé, poiché «è solo attraverso la conoscenza dell’altro che si può giungere a conoscersi meglio»[8].

NOTE
[1] Cavagnoli F., Il proprio e l’estraneo nella traduzione letteraria di lingua inglese, Monza, Polimetrica, 2010, p. 19.
[2] Ortega y Gasset J. Miseria e splendore della traduzione, (1937), (in Nergaard Siri, La teoria della traduzione nella storia, Milano, Strumenti Bompiani, 2009, p. 183).
[3] Eco U., Riflessioni teorico-pratiche sulla traduzione, (in Nergaard Siri, Teorie contemporanee della traduzione, Milano, Strumenti Bompiani, 2010, p. 123).
[4] Ricoeur P., Tradurre l’intraducibile: sulla traduzione, (traduzione e studi di Mirela Oliva), Città del Vaticano, Urbaniana University Press, 2008, p. 41.
[5] Benjamin W., Il compito del traduttore, (in Nergaard Siri, La teoria della traduzione nella storia, Milano, Strumenti Bompiani, 2009, p. 226).
[6] «Un concetto […] ben più ampio di quanto non traspaia in ‘ospitalità linguistica’, il modo in cui viene comunemente e in modo approssimativo tradotto. In realtà nell’aggettivo langagier, con quel suo rimandare al langage più che alla langue, c’è più di una questione puramente linguistica. È proprio in questo iato fra linguaggio e lingua (Jervolino 2008: 20), una differenza che in Italiano e in altre lingue neolatine è possibile esprimere, che si inserisce la pratica, l’esperienza e la riflessione sulla traduzione.». Cavagnoli F., Il proprio e l’estraneo nella traduzione letteraria di lingua inglese, Monza, Polimetrica, 2010, p. 20.
[7] «L’atto etico consiste nel riconoscere e nel ricevere l’Altro in quanto Altro». Berman A., La traduzione e la lettera o l’albergo nella lontananza, Macerata, Quodlibet, 2003, p. 61.
[8] Cavagnoli F., Il proprio e l’estraneo nella traduzione letteraria di lingua inglese, Monza, Polimetrica, 2010, p. 129.

Studi di traduzione sui saggi in inglese (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Per prima cosa, il traduttore deve scovare ed eliminare le espressioni che potrebbero essere fraintese e quelle che sono difficili per quanto riguarda la grammatica e il vocabolario; ciò viene fatto per non scoraggiare il lettore che cerca di capire il contenuto del messaggio. La traduzione è considerata illogica se un’alta percentuale di lettori interpreta male il contenuto del messaggio. Inoltre è essenziale comprendere che ogni lingua ha il proprio intelletto, contiene una varietà di caratteri distintivi così come un’unica configurazione dell’ordine della frase e dei segni discorsivi. Sfortunatamente il traduttore tende a “ricostruire” una lingua. Un esempio può essere il missionario dall’America Latina che provò ad introdurre la forma passiva del verbo in un linguaggio in cui questa forma del verbo non esiste. (Theory and Practice of Translation, Eugene Nida)

Dato che tutte le lingue differiscono nella forma, per preservare il contenuto della lingua le forme devono essere cambiate. Il livello in cui la forma deve essere cambiata, in modo che si conservi il significato, dipende dalla distanza linguistica e culturale tra le lingue.

Come dice Eugene Nida nel suo libro “Theory and Practice of Translation”, quando si traduce bisogna stabilire sette gruppi di priorità essenziali: la consistenza contestuale ha la priorità sulla consistenza verbale (o concordanza parola per parola), l’equivalenza dinamica ha la priorità sulla corrispondenza, la forma uditiva del linguaggio ha la priorità sulla forma scritta e le forme che sono utilizzate e accettate dal pubblico per cui la traduzione è stata fatta hanno la priorità sulle forme che sono ritenute più tradizionalmente prestigiose. (Theory and Practice of Translation, pag. 14)

Dal punto di vista grammaticale ci sono sue diversi sistemi di traduzione. Il primo si basa sull’introduzione di diverse regole che devono essere strettamente applicate in ordine e devono indicare esattamente ciò che dovrebbe essere fatto con ogni elemento o combinazione di elementi nella lingua di origine, così che sia facile scegliere la migliore forma corrispondente nella lingua di recezione. La lingua tradotta può essere naturale o completamente artificiale.

Il secondo sistema di traduzione contiene una struttura più complessa, che consiste in tre passaggi:
Analisi, in cui il messaggio della lingua di origine è analizzato dal punto di vista delle relazioni grammaticali e dal significato delle parole;
Trasferimento, in cui il messaggio analizzato è trasferito nella mente del traduttore dalla lingua di origine alla lingua di recezione;
Ricostruzione, in cui il materiale trasferito è ristrutturato in modo da renderlo perfettamente comprensibile nella lingua di recezione.

Traduzione libera di un articolo pubblicato sul sito Uni Assignment Centre

Studi di traduzione sui saggi in inglese

 Categoria: Tecniche di traduzione

Questa tesi è largamente basata sulla ricerca nel campo della traduzione. La traduzione è una valida caratteristica che influenza la nostra società e simboleggia uno degli aspetti più importanti nel continuo cambiamento del nostro pianeta. I compiti  del traduttore sono complessi e hanno a che fare con le sue abilità nel cimentarsi nei diversi aspetti del processo di traduzione. La traduzione è definita in molteplici modi e può essere compresa in modo differente in base alle persone che la leggono. Le persone che non sono traduttori vedono la traduzione come un testo, mentre i traduttori la vedono come un’ “attività”.

La traduzione è uno dei diversi metodi di comunicazione e, posso dire, il più importante. Ciò è maggiormente dovuto al fatto che è in grado di associare almeno due lingue e le loro culture. Attraverso la traduzione, gli elementi caratteristici di una lingua sono trasferiti in un’altra. La traduzione ha grandi conseguenze nella nostra vita quotidiana. Possiamo definirla come un processo o un prodotto, quindi ricopre differenti prospettive. La traduzione si concentra sul ruolo del traduttore, il quale ha davanti a sé un testo e deve trasformarlo in un’altra lingua e riguarda inoltre il prodotto specifico creato dal traduttore.

Nel libro di Susan Bassnett, Translation Studies, la traduzione è definita come il passaggio di significato. La traduzione implica il trasferimento del “significato” contenuto in una lingua in un’altra, attraverso l’uso competente di un dizionario e della grammatica; il processo si basa inoltre su diversi criteri extra-linguistici. (Susan Bassnett, Translation Studies, pg 21) Il linguista e teorico letterario russo, Roman Jackobson, dichiara che non ci può essere un’equivalenza completa attraverso la traduzione. Lo studio della traduzione è la disciplina accademica che studia la teoria e la pratica della traduzione.

Questa si concentrava in un primo momento nella struttura del messaggio e nell’abilità di riprodurre soggetti stilistici: il ritmo, le rime, i parallelismi e le strutture grammaticali inusuali, ora invece ciò che è importante è la risposta del recettore al messaggio tradotto. La risposta deve essere in seguito confrontata al modo in cui il recettore originale ha reagito la prima volta in cui ha letto la forma originale.  Il traduttore deve assicurarsi che il recettore medio non abbia difficoltà a comprendere il messaggio.

Seconda parte di questo articolo >

Traduzione libera di un articolo pubblicato sul sito Uni Assignment Centre

La tecnologia cambia lo spagnolo

 Categoria: Strumenti di traduzione

Se si compilasse un nuovo dizionario in Venezuela questo dovrebbe includere parole come tuittare, smartphone, gangnam, meme e Whatsapp, così come altre, non tanto comuni, ma che sono già presenti nel vocabolario del venezuelano, come bosone (di Higgs) e Instagram. Si tratta di una semplice formula: man mano che la società si evolve nel tempo, si evolve anche la sua lingua. Ma c’è di più, i venezuelani adottano nuove parole dando loro nuove intonazioni e modo di dirle o pronunciarle e scriverle.
“Lo spagnolo venezuelano si è arricchito coi cambiamenti sociali, le trasformazioni umane, la globalizzazione, la scienza e la tecnologia” spiega Francisco Javier Pérez, Presidente dell’Accademia Venezuelana della Lingua.
Questa trasformazione delle parole può obbedire all’auge dei social network, ai cambiamenti politici, all’arrivo di nuove tecnologie o alla creatività dei venezuelani, afferma Pérez che è anche un lessicografo, cioè una persona che si dedica alla compilazione di dizionari.

Inoltre questo rinnovamento verbale al giorno d’oggi procede più veloce che mai. La globalizzazione ne è in gran parte responsabile.
Pérez non considera questi cambiamenti un deterioramento della lingua come, secondo lui, reputa la maggior parte degli studiosi, anzi dice che è persino interessante.
“Se c’è un meccanismo magnifico che possiede lo spagnolo è quello di adottare le parole che vengono da altri paesi e usarle in modo diverso a seconda delle diverse regioni. Il risultato di tutto ciò è che i termini si spagnolizzano” spiega l’esperto.
Usa come esempio il nome Twitter dicendo che molte persone chiamano questo social network “Tuiter” e chiamano l’azione di usarlo “Twitear” o “tuitear”.

“Inoltre ci sono persone che dicono “guasa” riferendosi a Whatsapp. Perché? Perché è la forma più facile che abbiamo di scrivere una parola che non è nostra. La lingua non può includere automaticamente un vocabolo senza farlo suo”.
D’altra parte alcune parole sembrano tornare dal passato nelle conversazioni dei venezuelani e fra queste troviamo “pitiyanqui” (persona fanatica di tutto ciò che riguarda gli Stati Uniti n.d.t) e “barragana” (amante di una persona di potere n.d.t.).
Pérez mette in evidenza il fatto che non bisogna scandalizzarsi di fronte a nuove parole che si impongono nello spagnolo. “Se lo facessimo rimarremmo fuori da ciò che accade nel resto del mondo” afferma.
Quando una nuova parola entra in un vocabolario c’è sempre un processo di adattamento fino a quando finalmente la parola viene accettata, se tale cosa dovesse succedere. Ci sono parole che sono molto artefatte.
“Chi può dire se una parola sarà accettata in una società? Solo il tempo potrà dirlo” conclude Pérez.

Traduzione libera dell’articolo di Daniel González Cappa apparso sul quotidiano venezuelano “El Universal” il 16/01/2013

Il burushaski: la lingua sopravvissuta (5)

 Categoria: Le lingue

< Quarta parte di questo articolo

Lei ha fatto molti viaggi sul campo in Kashmir e ha insegnato ad alcuni burushos dei metodi per la documentazione linguistica…
Sì, ho lavorato con parlanti nativi di tutti i dialetti del burushaski. Vista la loro comunità molto ristretta, i burushos del Srinagar sono stati una bella sfida per me. Alla fine, però, alcuni dei miei assistenti linguistici sono riusciti a pieno a registrare, trascrivere e analizzare i dati utili per il progetto.

Quali sono le tipologie di tradizioni orali raccolte dai ricercatori?
Esistono diverse collezioni di testi già pubblicate da vari autori, perlopiù tradotte in tedesco e francese. I risultati della mia ricerca includono anche un corpus digitale consultabile, il “Burushaski Language Resource”, che si trova nella Digital Collection Library dell’UNT. Il corpus contiene materiale linguistico di varia natura, come ad esempio storie popolari, racconti personali, conversazioni spontanee, canzoni etc. Questi materiali sono conservati e disponibili in diversi formati – registrazioni audio e video e testi (su burushaskilanguage.com).

C’è qualche aneddoto interessante sul suo lavoro con i Burushos che vuole condividere con noi?
Avrei diverse storie avventurose, felici e anche dolorose da raccontare. Potrei parlarvi del mio calvario di tre anni per ottenere un permesso per il Pakistan, e di come, una volta arrivata lì nel 2010, sono rimasta bloccata nell’aeroporto di Islamabad perché il mio volo per Gilgit era stato cancellato. Sono finita a fare l’autostop e a viaggiare in auto fino a Gilgit mentre ero incinta al quinto mese. Una volta giunta sul posto, ho dovuto affrontare tutte le agenzie di intelligence che ostacolavano i miei spostamenti nella regione.  Un giorno un agente mi chiese di pagargli una mazzetta per darmi il “permesso di lavorare senza ulteriori interruzioni”. Poi scoprii che era il figlio di un contatto che avrei dovuto incontrare il giorno successivo. Infine, l’agente, in evidente imbarazzo, mi regalò tre volumi di una traduzione del Corano in burushaski.

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)

Il burushaski: la lingua sopravvissuta (4)

 Categoria: Le lingue

< Terza parte di questo articolo

Quanti sono i parlanti di questa lingua nel Gilgit-Baltistan?
Non esistono statistiche ufficiali al riguardo. Analizzando i dati raccolti nel censimento del governo del 1981, Peter Backstrom calcolò che il numero approssimativo dei parlanti di burushaski in Pakistan a quell’epoca si aggirava tra i 55.000 e i 60.000. Secondo una pubblicazione del 2017, The Ethnologue calcola circa 96.800 parlanti di burushaski in Pakistan nel 2004. Per quanto mi riguarda, basandomi sulla mia personale esperienza comunicativa con i parlanti nativi di diversi dialetti del burushaski, credo che il numero totale di parlanti si aggiri intorno ai 100.000 o più. Qualche migliaio di loro si è trasferito nelle grandi città come Gilgit, Islamabad e Karachi. Qualcuno si è anche trasferito all’estero.

La generazione dei più giovani predilige l’uso dell’Urdu/Kashmiri?
Sì, la paura della deriva linguistica [1] è molto diffusa. Molti parlanti sono plurilingui (a diversi livelli) con il kashmiri, l’urdu e l’inglese. Il burushaski è fortemente influenzato dall’urdu e da altre lingue dominanti come il kashmiri (in Srinagar) e lo shina e il khowar (in Pakistan). Nonostante la comunità abbia cercato di preservare la lingua originaria nel tempo e di tramandarla alle generazioni più giovani, è molto forte la spinta della deriva linguistica verso lingue più dominanti e prestigiose, specialmente l’urdu.

Sono state messe in atto iniziative per preservare la lingua?
Molti studiosi locali del Pakistan si sono impegnati nel tempo in questo senso. Vari autori hanno pubblicato descrizioni di carattere grammaticale e collezioni di testi sui diversi dialetti. Io stessa ho portato avanti dei progetti di documentazione e conservazione linguistica sui quattro dialetti del burushaski con l’aiuto dei finanziamenti della US National Science Foundation.

La lingua non ha una tradizione letteraria scritta. Qual è l’alfabeto utilizzato?
Nonostante le varie proposte, finora non c’è unanimità nella scelta di un sistema di scrittura standard per questa lingua. I parlanti utilizzano sia l’alfabeto arabo-persiano con delle modifiche, sia l’alfabeto romano, ma non esiste un modo univoco per la scrittura di alcuni suoni (vocali e consonanti) che non sono presenti nell’urdu e nell’inglese.

Quinta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)

[1] NdT: La deriva linguistica, talvolta chiamata trasferimento linguistico o perdita linguistica è il processo mediante il quale una comunità di locutori di una lingua passa a parlarne un’altra, abbandonando quindi la lingua precedente (da cui il termine “deriva”).

Il burushaski: la lingua sopravvissuta (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Il Burushaski dello Srinagar è diverso da quello parlato nel Gilgit-Baltistan?
Esistono differenze nette a livello di vocabolario, morfologia e pronuncia tra le varietà regionali. La varietà parlata nello Srinagar, ad esempio, presenta tratti in comune con il dialetto Hunza perché in origine tale varietà derivava da quella del Nagar. La varietà dello Yasin, che dista chilometri e chilometri di aspre montagne rocciose da quelle sopra citate, è quella che presenta i tratti più distinti tra tutte. I parlanti della lingua comprendono i diversi dialetti a vari livelli. A causa del suo isolamento dalla più folta comunità di parlanti di burushaski, durato più di 125 anni, la varietà dello Srinagar ha sviluppato tratti linguistici divergenti.

È possibile considerare il burushaski una lingua isolata? Alcuni studi lo riconducono ad un’origine Indoeuropea, è vero?
Molti sono gli studi che hanno cercato di indagare le origini linguistiche del Burushaski comparandole con altre lingue, purtroppo però, non si è ancora riusciti a trovare una connessione che convinca del tutto. Secondo John Bengtson, il Burushaski apparterrebbe ad un phylum linguistico “macrocaucasico” (o sinocaucasico), incluso nel più ampio macro-phylum denecaucasico transcontinentale, che dovrebbe raccogliere lingue disparate come ilbasco, gli idiomi parlati nel Dagestan (al confine tra la Georgia e l’Azerbaijan), le lingue caucasiche della regione nord-occidentale e il burushaski. Lo studioso Sergei Starostin propose un macro-phylum di connessione tra il sinotibetano, lo yeniseiano (della regione intorno al fiume Yenisei in Siberia centrale) e le lingue caucasiche. Ilija Čašule tentò invece di stabilire una relazione tra le lingue Indoeuropee e il burushaski, in particolare tra quest’ultimo e la famiglia linguistica paleobalcanica. Tuttavia, pochi di questi studi ci forniscono prove sufficienti per stabilire una reale relazione genetica tra il burushaski e le altre lingue esistenti.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)

Il burushaski: la lingua sopravvissuta (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Come è venuta a conoscenza della presenza di burushos nello Srinagar?
A dire il vero è stata proprio una scoperta casuale avvenuta durante la mia visita a Shiraz (Iran), poco dopo essermi sposata nell’estate del 2002. Ho incontrato una persona originaria dello Srinagar una sera a cena e gli ho chiesto quale fosse la sua prima lingua. Al tempo sapevo anche che la sua comunità veniva comunemente chiamata “BotaRajas” dalla maggior parte dei parlanti di kashmiri (i tibetani e i ladakhis vengono chiamati “bota” dagli abitanti del luogo), eppure sospettavo che il mio interlocutore non fosse di origini tibetane. Capii che il nostro amico non conosceva il vero nome della sua lingua che (erroneamente) chiamò “gilgiti”. Da lì ho iniziato la mia ricerca linguistica basandomi, inizialmente, su alcuni contatti che avevo nello Srinagar e ho stilato una lista di parole. Solo alla fine ho scoperto che l’idioma in questione era il burushaski, una lingua isolata prevalentemente parlata nelle valli diHunza, Nagar e Yasin, in Pakistan.

Quanti sono i parlanti di burushaski in Kashmir? È una lingua documentata?
I parlanti di burushaski in Kashmir costituiscono una piccolissima minoranza, formata da una comunità di circa 350 persone. La maggior parte di loro vive in un minuscolo villaggio, spesso chiamato “KathiDarwaza” e situato alle pendici del Forte Hari Parbat. Per quanto ne so, la lingua è rimasta non documentata almeno fino alla mia prima pubblicazione uscita nel 2006.

Come ha fatto il Burushaski ad arrivare in quelle zone?
La maggioranza dei parlanti di Burushaski appartenenti alla comunità dello Srinagar discende da RajaAzur Khan, il principe ereditario dell’allora Gilgit Agency [1] che visse nel XIX secolo. Gli antenati della comunità, tra cui anche RajaAzur Khan, furono arrestati tra il 1891 e il 1892 dalle autorità britanniche e della dinastia Dogra del Kashmir. Azur Khan e la sua cerchia furono spediti nello Srinagar e tenuti prigionieri nel Forte di Hari Parbat. I burushos che oggi abitano lo Srinagar includono alcuni membri originari della valle di Hunza, i quali migrarono solo più tardi (spesso per motivi matrimoniali).

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)


[1] NdT: sistema di amministrazione stabilito dall’Impero Indiano Britannico sugli stati sussidiari del Jammu e del Kashmir.

Il burushaski: la lingua sopravvissuta

 Categoria: Le lingue
  • Parlata da una piccola minoranza in Kashmir e in Gilgit-Baltistan, il burushaski è una lingua isolata molto rara e affascinante
  • In Kashmir, i parlanti del burushaski vengono considerati i discendenti del re di una tribù originaria del nord del Pakistan

Partiamo da un presupposto: su un totale di 12,5 milioni di abitanti che popolano il Jammu e il Kashmir, si contano soltanto 350 parlanti di burushaski. Tuttavia, è nella regione del Gilgit-Baltistan, rivendicata dal Pakistan come quinta provincia, che si concentra il numero maggiore di parlanti, circa 100.000, tra le valli di Hunza, Nagar e Yasin. In Kashmir, i parlanti di burushaski sono considerati i discendenti di un re tribale proveniente dal nord del Pakistan e si concentrano principalmente nello Srinagar, alle pendici dell’Hari Parbat.

SadafMunshi, professoressa associata dell’Università del Texas del Nord (UNT) e dottorata in linguistica, ha concentrato le sue ricerche sulle lingue indoariane (hindi, urdu, kashmiri, romani o lingue “gitane”) e sul burushaski, considerata una lingua isolata.

La studiosa iniziò le sue ricerche linguistiche sul burushaski nello Srinagar nel 2003. Molte registrazioni furono raccolte durante il coprifuoco nella Valle del Kashmir, allora dilaniata dai conflitti. Munshi ci descrive come abbia inizialmente trovato molte resistenze da parte dei giovani parlanti della comunità, che non vedevano di buon occhio la sua ricerca e il suo intento di “decodificare” la loro lingua. Fortunatamente gli iniziali sospetti si dissiparono con l’intervento delle generazioni più anziane.

Munshi riconosce che la documentazione linguistica può comportare l’uso di metodi indiscreti, come la registrazione audio e video durante conversazioni comuni e in altri contesti comunicativi. “Un giorno stavo cercando di registrare un matrimonio come parte del mio studio per analizzare il discorso naturale e le canzoni. Nonostante avessi ottenuto il permesso dal capo famiglia, una donna si oppose. Avevo vissuto con loro per alcuni giorni per partecipare all’evento, ma alla fine ho dovuto rinunciare perché si è scatenata una discussione tra i membri della famiglia”.

La studiosa ha recentemente pubblicato un libro intitolato Srinagar Burushaski (Brill), in cui presenta una descrizione strutturale del burushaski parlato in Srinagar. In un’intervista via mail, Munshi ci parla della sua ricerca e del futuro di questa lingua. Estratti dell’intervista.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)

L’arabo è un diamante dalle mille facce (4)

 Categoria: Le lingue

< Terza parte di questo articolo

Entrambe le trascrizioni dialettali usano i comuni numeri per rappresentare i suoni arabi, 7 è pronunciata nella parte posteriore della gola, 3 è una consonante difficile e gutturale chiamata voce fricativa faringea. 2 è la fermata glottale.

Ci vuole occhio per vedere le poche parole in comune tra i dialetti, Anche permettendo agli oratori di raccontare la storia con le loro stesse parole le differenze sarebbero nette.

Per coloro che amano la diversità linguistica, è tutto molto divertente. Per coloro che vogliono che le lingue in generale restino invariate, e per quelli in particolare che vogliono che l’arabo rimanga immutato come unica lingua comprensibile, cioè diviene molto difficile. Per lo studente di lingue, è un compito scoraggiante. Essere competenti in arabo significa apprendere una lingua da leggere e scrivere e una lingua correlata da vari elementi  (come il latino e poi l’italiano) da poter parlare. Inoltre, il povero straniero si limiterà a comprendere solo una parte del mondo arabo. Parlando del declino del pan-arabismo, è probabile che l’incapacità degli arabi di muoversi nella regione, e parlare correttamente ed essere facilmente compresi sia il motivo per cui non sempre essi si sentono un unico popolo.

C’è un detto tra i linguisti che dice una lingua è un dialetto sono un esercito con una flotta. Questo di solito significa che le lingue prive di uno stato vengono sminuite. Ma qui vediamo un caso opposto al problema: la lingua araba, diffusa in più di 20 paesi, ha troppi eserciti e flotte.

Addendum: anche più del solito, incoraggio i lettori a esaminare i commenti qui sotto. Un certo numero di madrelingua pensa che l’account sopra esageri le differenze dialettali. Dato un migliaio di parole in più avrei potuto aggiungere molti più dettagli e sfumature a questo account. Forse, cosa più importante, e che non ho del tutto precisato che i dialetti occidentali (in particolare marocchini) sono separati nettamente da quelli orientali (egiziano, levantino e così via). All’interno dei dialetti orientali, esistono linee nette che li separano, da linee dialettali più facili. alcuni dialetti sono parlati in più paesi, come il continuum levantino parlato in Siria, Giordania, Libano e Palestina. I lettori non dovrebbero avere l’impressione che la maggior parte degli arabi non possano parlare tra loro attraverso i vari paesi. Possono, in particolare quelli che possiedono conoscenze metalinguistiche per ridurre al minimo le caratteristiche insolite dei propri dialetti e utilizzare consapevolmente frasi di uso comune.

Ecco una tipica vignetta riguardante gli adolescenti che non sanno ancora parlare bene questa lingua. Viene trasmesso da un linguista tunisino, Mohamed Maamouri, a  un sedicenne di Tunisi di nome Khaled, in visita a suo cugino in Arabia Saudita:

“Khaled e Sourour non parlano gli stessi dialetti arabi. Khaled comprende la maggior parte di ciò che Sourour dice quando parla in arabo, ma lei non capisce il tunisino. Deve usare il Fusha o il francese per parlarle. Finalmente trovano il modo di comprendersi i due. Ma il suo francese non è corretto  come il suo. Quando torna a Tunisi, vuole scriverle delle lettere, così le scrive in Fusha con termini in francese e inglese”.

L’intero articolo di Maamouri è interessante (e non è tecnico), per i lettori che desiderano maggiori dettagli sull’argomento.

Fonte: Traduzione libera dell’articolo pubblicato il 21 giugno del 2013 sul blog Johnson dell’Economist

L’arabo è un diamante dalle mille facce (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Un giorno, Juha e suo figlio stavano preparando le valigie per andare nella città vicina, e si misero in sella sulla schiena dell’asino per iniziare il loro viaggio. Lungo la strada passarono davanti a un piccolo villaggio e la gente iniziò a guardarli con sguardi strani. Dissero: Guardate questi miserabili, cavalcano l’asino e non vedono quanto stia soffrendo l’animale. Quando stavano per raggiungere il secondo villaggio, il figlio scese dall’asino e camminò a piedi, Quando furono in procinto di entrare nell’altro villaggio, il popolo li vide e disse: Guarda questo padre ingiusto, lascia che suo figlio cammini a piedi mentre lui si riposa sul suo asino. Quando stavano per raggiungere il prossimo villaggio il padre Joha scese dall’asino e disse a suo figlio di salire sul l’asino. Quando entrarono nel villaggio, la gente li vide e disse: Guarda Questo figlio ingrato che lascia suo padre camminare a piedi mentre lui si riposa sul l’asino. Joha si arrabbiò per via delle lamentele della gente e decise di andare con suo figlio a piedi lasciando l’asino camminare solo dietro di loro, Così che la gente non avesse da ridire su di loro. Quando entrarono nella città, la gente li vide, e disse: Guardate questi pazzi, loro camminano a piedi stancandosi e lasciano l’asino dietro di loro a camminare da solo. Alla fine i due vendettero l’asino.

Ascoltando e leggendo i diversi dialetti parlati dai nostri personaggi che raccontano la storia, si osservano le traslitterazioni derivanti dall’alfabeto romano ed abbiamo subito la sensazione che qui stiamo prendendo molto più del dialetto. Ecco il primo bit traslitterato dal moderno arabo

Fii yowmmin al-ayaamkaanaJohawaibnuhuyahzimuunamta’atahumisti’daadanlil-safar ila al-madiina al mujaawira fa rakibaa ‘ala dhahrilikayyabda’urihlatahum. Wa fii al-tariiqmarruu ‘ala quriyasaghiira fa akhadha al-nasyandhiruunilayhimbinadharaatghariibawayaquuluun: “andharuu ila ha’ulaa’ al-qusaahyarkabuunkulluhumaa ‘ala dhahri al-hamaariwa la yaraa’afuunbihi.

Qui di seguito una versione algerina da Algeri:
Qallek wa7ed ennharkan Djou7a w wlido y7addro besh yro7o lwa7ed mdina, wkan 3andhom 7mar. Alors, tal3o fi zoudjfoqel 7mar w qall3o meddar. Fettriqdjazo 3la un petit village, w ghirdekhlobdewennas ta3 hadelvillageykhozrofihom “yokha 3la hado, rakbinzodj 3la 7mar wa7ed meskin. Wallahi la 7ram”

Eccone una in egiziano da Alessandria:
fi youmminelayem, kan go7a we’bno bey7addaro 7aget-hom 3ashan yeroo7o elbaladelligambohom. farekboeletnein 7omarhom 3ashan yabtedoyesafro. we 3a’sekka marro 3ala baladsoghayyarakeddaho. ba7ala2o elnasfeehomwe 2alo:  ayoh! bo99o elnasel 2asya elli mabter7amshi rakbeenkollohom 3ala el 7omar.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Traduzione libera dell’articolo pubblicato il 21 giugno del 2013 sul blog Johnson dell’Economist