La traduzione: un ponte tra le lingue che può favorire l’eguaglianza culturale (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

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< Prima parte di questo articolo

In via di estinzione
Tuttavia il grave problema delle lingue e delle culture a rischio complica il quadro. L’UNESCO ha stimato che il 50-90% delle lingue del mondo saranno estinte entro il 2100. È stato riconosciuto già da un po’ di tempo che le traduzioni di testi indigeni (orali o scritte) possono accelerare l’erosione della lingua nelle comunità dove rimangono pochi parlanti nativi. Al contrario, le traduzioni verso le lingue a rischio possono aiutarne il rafforzamento.
In generale, pare che ci importi meno della scomparsa delle lingue che delle specie a rischio – specialmente quelle più tenere. Quando l’ultimo panda gigante se ne andrà nel boschetto di bambù in cielo, ci sarà senza dubbio una prolungata protesta globale. Ma la lingua nativa americana Klallam si è spenta con la morte di Hazel Sampson (il suo ultimo parlante) il 4 febbraio 2014. Sono pochi i notiziari che hanno ritenuto che la sua morte meritasse più di un breve accenno.

E persino alcuni teorici della traduzione sono scettici. Emily Apter ha dichiarato senza mezzi termini che è “molto scettica” riguardo al mischiare gli studi sulla traduzione e l’ecologia linguistica – lo studio di come le lingue interagiscono con il loro ambiente. La Apter è preoccupata che l’esoticizazzione di espressioni dei parlanti nativi e altre caratteristiche distintive di una lingua rischino di imporre una grammatica fissa dove invece dovrebbe prevalere una variazione naturale.
Esistono diversi tipi di aree periferiche nel mondo moderno, e viverci a stretto contatto può essere difficile, perfino rischioso. Ma le lingue vengono parlate anche lì. Non saranno le stesse lingue che vengono parlate più vicino al “centro” delle cose, ma ciò non le invalida. Se possiamo comprendere meglio come la traduzione fortifica e indebolisce allo stesso tempo queste lingue e culture spesso ignorate, allora potremmo essere costretti a riconsiderare alcune nostre presupposizioni semplicistiche sulla lingua e la società. E, fortunatamente, se non dovesse funzionare, possiamo sempre rendere il mondo un posto migliore facendo “imparare” a tutti un po’ di inglese.

Fonte: Articolo pubblicato il 9 giugno 2016 sul sito The Conversation e scritto da Marcus Tomalin, ricercatore associato presso il laboratorio di intelligenza artificiale, dipartimento di ingegneria, Università di Cambridge.

Traduzione a cura di:
Debora Di Virgilio
Aspirante traduttrice
Fiume Veneto (PN)

La traduzione: un ponte tra le lingue che può favorire l’eguaglianza culturale

 Categoria: Tecniche di traduzione

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Nel ‘900, il manager calcistico Dennis Wise rimase imperturbato dal fatto che alcuni dei suoi nuovi giocatori fossero stranieri. Saranno presto in grado di comunicare, assicurò a tutti, perché aveva intenzione di “far imparare loro un po’ di inglese”.
All’inizio di quest’anno, David Cameron ha avuto la stessa brillante idea. Scrivendo sul Times a gennaio, il primo ministro lamentava che il 22% delle donne inglesi musulmane parla “poco o per niente l’inglese”. Sosteneva che ciò impediva loro l’integrazione sociale e le ostacolava economicamente. Questi problemi verrebbero risolti, ha suggerito, se queste donne parlassero inglese con scioltezza. Il fatto stesso che un’idea ridicola come questa possa essere proposta seriamente da pezzi grossi della politica rivela quanto la diversità linguistica sia diventata un dilemma all’interno di società vaste, in espansione, multietniche, multi-lingue, multi-culturali e post-industriali.
L’attuale crisi migratoria non conosce precedenti e rappresenta una dolorosa illustrazione di come gli spostamenti su larga scala della popolazione possano creare rapidamente situazioni sociali in cui le differenze linguistiche diventano un punto critico. L’incapacità dei migranti di parlare la prima lingua di un paese verso il quale si sono spostati può creare sospetto e alienazione. Queste differenze creano divisioni che possono essere colmate solamente traducendo da una lingua all’altra, e da una cultura all’altra. Stranamente, si sentono poche notizie riguardo al ruolo della traduzione in società divise per classe sociale o nelle comunità di sfollati. Alcune recenti ricerche hanno analizzato il ruolo della traduzione nelle zone di guerra, ma ciò ha principalmente enfatizzato la retorica dell’élite politica, piuttosto che le difficoltà linguistiche riscontrate giornalmente dai civili coinvolti nel conflitto. Tutto ciò è allarmante se si considera che gli squilibri di potere in ogni società si manifestano attraverso le sue lingue. Ad esempio, Lin Kenan scrive da tempo di come la traduzione potrebbe potenzialmente aiutare ad innescare il cambiamento sociale in Cina.

Giustizia sociale
In quest’era di globalizzazione implacabile, certi gruppi di persone vengono sistematicamente privati del diritto di voto a causa di sesso, etnia, nazionalità o classe sociale. In questo contesto, è utile considerare il ruolo che gioca la traduzione, e se possa aiutare ad incoraggiare chi non ha diritto di voto – o se invece serva solamente ad aumentarne la vulnerabilità.
Il controverso teorico della traduzione Lawrence Venuti insiste nel sottolineare che le traduzioni fluenti spesso perpetuano le ineguaglianze socio-politiche. A suo modo di vedere, la traduzione non è solo un’innocua attività che facilita la comunicazione – può consolidare l’ineguaglianza sostenendo la supremazia delle culture dominanti.
Recenti ricerche hanno iniziato ad esplorare questi problemi complessi. Lo studioso di traduzione Israel Hephzibah si concentra sulle traduzioni inglesi della letteratura Tamil prodotte dai membri delle comunità Dalit in India, cosiddette “intoccabili”. Queste traduzioni destabilizzano inevitabilmente il sistema delle caste tradizionale conferendo credibilità letteraria agli scritti di un gruppo altamente emarginato. Tali casi suggeriscono come la traduzione possa allinearsi con la giustizia sociale.

Fonte: Articolo pubblicato il 9 giugno 2016 sul sito The Conversation e scritto da Marcus Tomalin, ricercatore associato presso il laboratorio di intelligenza artificiale, dipartimento di ingegneria, Università di Cambridge.

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Traduzione a cura di:
Debora Di Virgilio
Aspirante traduttrice
Fiume Veneto (PN)

6 momenti importanti nella storia della traduzione

 Categoria: Storia della traduzione

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Da Babilonia all’era di Internet, i traduttori hanno sempre svolto un ruolo importante in ogni evento storico significativo. I professionisti delle lingue hanno permesso a diversi paesi di comunicare, risolvendo così questioni importanti o discutendo vari argomenti. Ma, come sappiamo, le parole e i fatti rimangono e gli importanti intermediari sprofondano nel nulla storico.
Per questo abbiamo deciso di focalizzare la vostra attenzione su alcuni eventi importanti, che hanno segnato le persone che si occupano di una delle professioni più antiche al mondo: la traduzione.

382
Nel 382 il papa Damaso incarica il principale studioso biblico dell’epoca, San Girolamo, di fornire una traduzione della Bibbia ed è così che fu prodotta la Vulgata, la versione latina canonica della Bibbia usata nella chiesa cattolica.
Oggi San Girolamo è venerato come il santo patrono di traduttori e studiosi. 1372
Al ritorno in Inghilterra dall’Italia, dove fu inviato come ambasciatore, Geoffrey Chaucer riportò i manoscritti di Dante, Petrarca e Boccaccio.
Chaucer parla correntemente due lingue: inglese e francese; e sebbene non possiamo definirlo un tipico traduttore, ha sicuramente apportato un contributo rilevante all’acquisizione dei classici da parte dei suoi contemporanei.
Secondo alcune fonti, a causa delle sue prime opere letterarie e traduzioni, nel 1374 Chaucer ricevette un premio dal re Edoardo III - “un gallone di vino al giorno per il resto della sua vita”. Ciò significa circa 4 litri e mezzo – ogni singolo giorno!

1519
Quest’anno, La Malinche, nota anche come Donna Marina, fu portata in Spagna. La Malinche fu traduttrice, concubina e confidente di Hernan Cortes. Divenne la sua traduttrice durante la conquista spagnola del Messico.
Già prima, aveva imparato lingue diverse, dopo essere stata venduta come schiava a seguito della morte di suo padre. Traduttrice da quasi dieci anni, è descritta nella cultura popolare come una traditrice, affamata di sesso e ricchezza. Menzioniamo questo fatto perché questa reputazione duratura della Malinche evidenzia la natura complessa della traduzione in quanto collegamento tra gruppi in conflitto con obiettivi contrastanti.

1535
William Tyndale fu arrestato e imprigionato per un anno prima di essere giustiziato per eresia. Era una figura chiave nella Riforma protestante; fece una nuova traduzione della Bibbia e fu questa traduzione in particolare, a portare alla sua morte prematura. La sua traduzione è considerata la prima testimonianza di caso di traduzione biblica in inglese che attinge direttamente da testi ebraici e greci.

1680
Il leggendario poeta inglese John Dryden promuove l’approccio alla teoria della traduzione per distinguere tra tre tipi di traduzione: letterale (letteralmente al testo), parafrasata (aderendo al significato, non alla formulazione esatta) e imitazione (ricostruzione del testo con un approccio creativo). Queste formulazioni hanno avuto origine nell’antica Grecia, ma Dryden è colui che le introduce nella teoria moderna della traduzione.

1945
Il processo di Norimberga segna l’inizio dell’ordinario utilizzo della traduzione simultanea nelle conferenze diplomatiche. Durante il processo viene eseguita la traduzione in quattro lingue.
Durante la seconda guerra mondiale, il tempo è essenziale e questo porta alla necessità per i traduttori di lavorare quasi in tempo reale, con l’aiuto di cuffie e microfoni

Fonte: Articolo pubblicato il 28 Settembre 2016 sul sito Mitra Translations

Traduzione a cura di:
Dott.ssa Barbara Simari
Traduttrice EN>IT

Diario di una traduttrice-dialoghista (2)

 Categoria: Traduttori freelance

< Prima parte di questo articolo

Una delle trasposizioni più complicate e stimolanti per un traduttore/dialoghista riguarda il senso umoristico e i giochi di parole. In questi casi si ricorre spesso a delle

strategie traduttive di compensazione come l’internazionalizzazione, che consiste nel modificare un riferimento culturale che risulterebbe altrimenti poco chiaro al pubblico di destinazione introducendone un altro che abbia lo stesso significato in termini più comunemente noti. A tal proposito, per tutti gli appassionati arrivati fin qui, potrà risultare interessante sapere che in un episodio della serie animata statunitense “I Simpson” si fa riferimento al concetto di “piccioncini” menzionando i protagonisti della soap opera americana degli anni ‘50 “I love Lucy”, Fred e Ethel. Il riferimento chiaramente percepibile in America, non avrebbe sortito lo stesso effetto sul pubblico italiano, ragion per cui nella nostra versione doppiata si è mantenuta l’interpretazione di “piccioncini” menzionando una coppia di innamorati più noti quali Fred e Wilma, protagonisti del cartone animato “I Flintstones”.

In generale, laddove la mera traduzione portasse alla perdita dell’effetto umoristico originale di un’opera, vi sarà sempre un efficace ricorso alla creatività del traduttore e alle svariate tecniche di compensazione che possono coinvolgere anche altre figure della filiera produttiva tra cui il doppiatore – al quale verrà richiesto di fare una voce o un’intonazione buffa – o il fonico di mix a cui verrà chiesto di introdurre o addirittura omettere in fase di mixaggio degli effetti sonori.

Solo dopo aver scongiurato il senso di spaesamento e aver raggiunto la familiarità necessaria alla versione italiana dell’opera, l’adattatore dialoghista potrà concentrarsi sul secondo vincolo principale a cui attenersi: il sincronismo. Anche in questo caso va precisato che non si tratta semplicemente di far coincidere inizio e fine della battuta di un personaggio, ma anche i gesti – che devono trovare un riscontro naturale nel dialogo – il ritmo interno della frase – e quindi la velocità di recitazione dell’attore – e in ultimo, ma non per importanza, il sincronismo labiale, la cui prerogativa è la compatibilità dei suoni emessi in italiano e dei movimenti labiali visibili dell’attore, specialmente in caso di inquadrature in primo e primissimo piano.

Insomma, adattare un’opera audiovisiva non è solo trovare i termini e i significati giusti. È un lavoro che coinvolge il traduttore/adattatore con ogni suo senso. Bisogna avere orecchio, un occhio clinico per il sync, fantasia e anche un briciolo di pazzia. Ma soprattutto, come per ogni lavoro creativo, bisogna avere passione perché, più che un mestiere, essere una traduttrice-dialoghista è uno stile di vita.

Autrice dell’articolo:
Sara Porrari
Traduttrice e Adattatrice dialoghista
Fonte Nuova (RM)

Diario di una traduttrice-dialoghista

 Categoria: Traduttori freelance

Il cinema e in generale l’audiovisivo rappresentano oggi i mezzi di comunicazione di massa più utilizzati e pertanto più familiari al pubblico italiano.

Eppure, nonostante sia risaputo che la maggior parte delle opere di cui siamo spettatori in Italia nasca in una lingua diversa dall’italiano, la traduzione audiovisiva e in generale le figure professionali di questo affascinante settore sono ancora poco note al grande pubblico.

In linea generale, le forme di traduzione audiovisiva più usate in Italia sono la sottotitolazione (soprattutto nel settore videogiochi e serie TV presenti sulle piattaforme di streaming, oggi più che mai popolari), l’oversound e la sua variante detta “simil-sync” (per interviste, documentari e docu-reality, che differiscono fondamentalmente nella lunghezza della battuta, ma sono entrambe tecniche prive di sincronismo labiale) e il doppiaggio.

In particolare, il doppiaggio è la tecnica in assoluto più diffusa e va specificato che ha una doppia funzione: eliminare eventuali difetti tecnici e/o di recitazione nel caso di produzioni italiane e sostituire la voce originale di un attore o di un personaggio animato con quella di un doppiatore. In questo senso, si ricorre al doppiaggio anche per spot pubblicitari, sia televisivi sia radiofonici.

Le due principali figure professionali coinvolte in questa trasposizione linguistica e culturale per la creazione della versione italiana di un’opera, sono il traduttore audiovisivo e l’adattatore dialoghista, che spesso coincidono nella stessa persona, come nel mio caso.

In molti concorderanno che la difficoltà principale di questo mestiere sia tradurre nel modo più accurato i dialoghi originali ricorrendo al giusto registro linguistico. In realtà però, l’obiettivo e di conseguenza la difficoltà principale quando si parla di traduzione audiovisiva, è raggiungere l’accettabilità del prodotto in termini culturali, vale a dire che il prodotto audiovisivo straniero deve risultare sufficientemente familiare al fine di catturare l’attenzione dello spettatore e garantirne il coinvolgimento. Basti pensare che molte espressioni contenenti riferimenti culturali vengono modificate per essere adattate alle espressioni occidentali ed è per questo che nel noto film di animazione Disney “Aladdin” l’espressione originale “hang on to your turban” (aggrappati al turbante) viene sostituita da “hold on tight” (reggiti forte).

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Autrice dell’articolo:
Sara Porrari
Traduttrice e Adattatrice dialoghista
Fonte Nuova (RM)

Post-editing: opportunità o minaccia? (4)

 Categoria: Attività legate alla traduzione

< Terza parte di questo articolo

Il post-editing come opportunità
La traduzione automatica è senza dubbio una delle novità tecnologiche più dirompenti nel settore dei servizi linguistici, e viene per questo vista come una minaccia alla professione stessa del traduttore. Molti traduttori guardano infatti al MTPE con diffidenza e, in alcuni casi, si rifiutano di dare il proprio supporto a una tecnica che, a loro parere, potrebbe rendere superfluo il loro stesso lavoro.

Per farci un’idea della traduzione automatica e del post-editing dobbiamo tenere a mente che l’automazione e l’intelligenza artificiale fanno sempre più parte della nostra vita e di tutti i settori economici, ma anche che essi non puntano affatto a rimpiazzare i traduttori umani, bensì a fornire un metodo rapido ed efficace per tradurre una mole sempre crescente di contenuti in contesti in cui il ricorso alla traduzione umana non sarebbe economicamente sostenibile. La domanda di traduzioni “umane” caratterizzate da un elevato livello di specializzazione e/o di creatività, inoltre, continuerà ad esistere, e anche nel contesto della traduzione automatica il lavoro di editing e QA sarà sempre svolto da professionisti in carne e ossa.

La decisione di inserire o meno il post-editing nella propria cassetta degli attrezzi (e conseguentemente proporlo come servizio) spetta sicuramente al singolo traduttore, ma ciò che conta è comprendere che si tratta semplicemente di questo: di uno strumento a supporto di un’attività al cui centro ci sarà sempre la creatività umana.

Articolo scritto da:
Emanuele Vacca
Traduttore e revisore di documenti legali e finanziari
Inglese > italiano
Roma

Post-editing: opportunità o minaccia? (3)

 Categoria: Attività legate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Lo stato dell’arte
Come già anticipato, questo enorme passo in avanti sul fronte della qualità ha reso infine possibile l’adozione della traduzione automatica nel campo dei servizi linguistici propriamente detti. A parità di costo, infatti, il MTPE consente di tradurre volumi di contenuti molto più grandi e in molto meno tempo rispetto alla traduzione umana. Esso è divenuto così uno dei modi più efficaci ed economicamente sostenibili per soddisfare l’attuale enorme domanda di traduzione e localizzazione di contenuti: le aziende il cui successo dipende a vario titolo dalla produzione e dalla fruizione di contenuti testuali in diverse lingue hanno un crescente bisogno di un metodo di traduzione rapido e il più possibile economico.

Per poter decidere di volta in volta se un testo è adatto a essere tradotto impiegando il post-editing, tuttavia, occorre analizzarne il contenuto, individuarne lo scopo e il pubblico e comprendere in che modo la traduzione sarà fruita da quest’ultimo, prendendo in considerazione fattori come l’argomento, la qualità richiesta, i volumi, il budget e la disponibilità di un corpus di argomento simile con cui “addestrare” il motore di traduzione.

Con una buona dose di semplificazione potremmo dire che quanto più alto è il livello di creatività della traduzione richiesta, quanto più concettualmente complesso il testo di partenza e quanto più specialistico il linguaggio, tanto meno utile risulterà la traduzione automatica.

Il post-editing può inoltre essere impiegato per tradurre tipi di contenuti per i quali non sono richiesti gli standard di qualità convenzionali previsti per la traduzione umana. È ad esempio possibile ricorrere a questa tecnica per tradurre contenuti a bassa visibilità, di argomento generico e/o caratterizzati da un utilizzo limitato nel tempo, che richiedono una traduzione appena comprensibile e priva di errori gravi.

Quarta parte di questo articolo >

Articolo scritto da:
Emanuele Vacca
Traduttore e revisore di documenti legali e finanziari
Inglese > italiano
Roma

Post-editing: opportunità o minaccia? (2)

 Categoria: Attività legate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Breve storia della traduzione automatica
La traduzione automatica è nata negli anni ’50 a partire dai progressi nel campo della crittografia compiuti durante la seconda guerra mondiale. Il successo dell’esperimento di Georgetown, che consistette nella traduzione automatica di sessanta frasi dal russo all’inglese, portò a una stagione di ingenti finanziamenti alla ricerca.

I primi motori di traduzione automatica si basavano sulla codificazione di un elevato numero di regole di tipo linguistico e sull’impiego di dizionari bilingui: si trattava della “rule-based machine translation” (RBMT).

Negli anni ’80, complice il successo limitato del precedente approccio e grazie all’aumento della potenza di calcolo dei computer e alla riduzione dei relativi costi, si fecero strada i primi metodi di tipo “statistico”. Mentre la RBMT richiede un grande sforzo umano di codifica e aggiornamento di regole linguistiche e risorse terminologiche, i sistemi di traduzione automatica di tipo statistico (“statistical machine translation”, SMT) analizzano un grande corpus di traduzioni allineate e apprendono le relazioni statistiche tra i dati nella lingua di partenza e quelli nella lingua di arrivo; quando viene impiegato per produrre una nuova traduzione il sistema suddivide quindi il testo in stringhe più corte, va alla ricerca delle traduzioni statisticamente più frequenti presenti nel proprio database e individua l’ordine delle parole più utilizzato. Negli anni ’90 la SMT fu al centro di grandi sforzi di ricerca e sviluppo e dei primi impieghi “reali” da parte di enti pubblici come il ministero della difesa USA e la Commissione europea e di aziende come Google, Microsoft e IBM.

Sebbene per un certo numero di anni la SMT rimase il principale sistema di traduzione automatica impiegato a livello commerciale, diverse aziende avevano già iniziato a lavorare a nuove soluzioni. Nel 2016 Google annunciò lo sviluppo di un sistema di traduzione automatica neurale (“neural machine translation”, NMT) ed entro la fine dell’anno la NMT sostituì la SMT come tecnologia alla base del celebre servizio Google Translate, in uso dal 2007.

I sistemi di NMT si basano, come quelli di SMT, sull’analisi di un corpus bilingue, ma restituiscono traduzioni di maggiore qualità perché basati su un sistema di apprendimento più efficiente. Mentre i motori di tipo statistico si limitano in gran parte ad associare sintagmi nella lingua di partenza e nella lingua di arrivo, la NMT punta a cogliere in modo più preciso possibile il significato di frasi complete e a formare un’interlingua, le cui frasi vengono poi riconvertite in frasi nella lingua di arrivo. In altre parole il testo di partenza viene analizzato nel suo complesso e viene poi creato un “altro” testo, nella lingua di arrivo, che abbia lo stesso contenuto. Le traduzioni effettuate da sistemi di NMT risultano quindi non solo il più delle volte terminologicamente corrette ma anche stilisticamente fluide e naturali. A differenza dei motori di SMT, inoltre, quelli di NMT sono in grado di migliorare i propri stessi meccanismi di apprendimento.

Terza parte di questo articolo >

Articolo scritto da:
Emanuele Vacca
Traduttore e revisore di documenti legali e finanziari
Inglese > italiano
Roma

Post-editing: opportunità o minaccia?

 Categoria: Attività legate alla traduzione

Negli ultimi anni ci si interroga sempre di più sull’impatto delle novità tecnologiche sulla società e sui diversi settori economici. La comunità dei traduttori non fa eccezione: se nel corso degli ultimi decenni i CAT tool si sono imposti come uno strumento di lavoro imprescindibile, aumentando vertiginosamente la nostra produttività e garantendo elevati livelli di coerenza grazie soprattutto all’impiego delle memorie di traduzione e dei database terminologici, negli ultimissimi anni la traduzione automatica ha fatto passi da gigante, passando da oggetto di scherno sia da parte dei traduttori professionali che del grande pubblico a causa dei suoi divertentissimi errori a strumento in grado di stravolgere il nostro settore.

Questa tecnologia, oggetto fino agli anni ’90 tutt’al più di ricerca scientifica o di applicazione nell’ambito di progetti pionieristici, ha infatti conosciuto i suoi primi impieghi commerciali solo di recente, venendo utilizzata dapprima quasi esclusivamente come metodo, utilissimo ancora oggi, per farsi rapidamente un’idea del contenuto di un sito in lingua straniera non tradotto nella propria lingua. L’utilizzo massiccio della traduzione automatica nel settore dei servizi linguistici è tuttavia un fenomeno piuttosto recente.

Risalgono infatti a pochi anni fa i primi sistemi di traduzione automatica di tipo neurale, che grazie ai propri meccanismi di apprendimento, ispirati al funzionamento del cervello umano, sono in grado di elaborare traduzioni caratterizzate da un grado di qualità e soprattutto di “naturalezza” mai visti prima.

Questo straordinario balzo in avanti qualitativo ha permesso la nascita e la diffusione di un nuovo servizio linguistico: il post-editing.

Cos’è il post-editing?
Il post-editing (noto anche come MTPE, “machine translation post-editing”) è l’intervento di modifica e miglioramento dell’output per così dire “grezzo” di un sistema di traduzione automatica da parte di un traduttore professionale umano. È innanzitutto importante chiarire che si tratta di un’attività ben diversa dalla revisione: all’interno del flusso di lavoro il post-editing va infatti a sostituire la traduzione, tanto che a esso segue un’apposita fase di revisione. Nella pratica il post-editor è chiamato a lavorare sul testo in modo decisamente più attivo rispetto al revisore.

Se definire il post-editing è relativamente semplice, per poter comprendere le radici del suo successo e capire se esso costituisce un’opportunità o una minaccia per i traduttori professionali occorre conoscere, anche solo per sommi capi, la storia della traduzione automatica e del suo impiego nell’ambito dei servizi linguistici.

Seconda parte di questo articolo >

Articolo scritto da:
Emanuele Vacca
Traduttore e revisore di documenti legali e finanziari
Inglese > italiano
Roma

Lingua e cultura serba e croata (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Il percorso di studi della lingua serba e croata a livello universitario prevede lo studio di una seconda lingua slava a partire dal terzo anno, quale il polacco o il ceco, mentre nel corso della laurea magistrale è previsto lo studio di una terza lingua slava. Le lingue slave, però, costituiscono soltanto una parte del programma formativo. Gli studenti approfondiscono le materie di filologia dell’Europa occidentale e quella russa. Sin dal primo anno degli studi del serbo e croato, lo studente potrà iniziare lo studio del tedesco o dell’italiano partendo dal livello base, ma, qualora avesse preferenze particolari, gli sarà riconosciuto il diritto di scegliere una diversa lingua europea. Il più alto grado degli studi accademici, invece, offre la possibilità di approfondire la materia “La lingua russa per gli stranieri” offrendo così ai dottori di ricerca la possibilità di insegnare la lingua russa nelle università estere.

Il percorso universitario è concepito in modo tale da far sì che gli studenti siano immersi nell’ambiente linguistico sin dall’inizio degli studi e al fine di permettere loro un contatto costante con la cultura del paese relativo alla lingua selezionata. Una parte dell’insegnamento delle lingue slave è svolta da insegnanti madrelingua. La cattedra di lingue serba e croata vanta gli insegnanti provenienti dalla Serbia e dalla Croazia. Agli studenti è riservata la possibilità di effettuare tirocini gratuiti una o due volte all’anno all’università di Belgrado, Novi Sad e Zagabria. Al conseguimento della laurea, i beneficiari della borsa di studio avranno la possibilità di proseguire gli studi in Serbia o in Croazia, ma anche in altri paesi slavi.

La sezione di slavistica crea figure flessibili con bagaglio di conoscenze relativo alle lingue serba, croata o ad altre lingue slave. Di conseguenza, i laureati possono esercitare l’attività professionale in ambiti diversi con riferimento ai paesi slavi, ad esempio in seno al Ministero degli Affari esteri, ambasciate, consolati ed enti pubblici relativi al commercio e siti in Serbia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, ma anche presso ambasciate e consolati propri di questi paesi siti in Russia, così come in seno a varie imprese commerciali, industriali e agenzie di turismo aventi ad oggetto la collaborazione con i paesi balcanici. In relazione all’approfondimento del rapporto tra la Russia e i paesi summenzionati, i laureati avranno maggiori possibilità di intraprendere una carriera sia nel settore di traduzione orale, in occasione di eventi internazionali, che nell’ambito relativo alla traduzione letteraria e specializzata.

Articolo pubblicato sul sito del Dipartimento di filologia slava della Facoltà di filologia dell’Università statale di Mosca Lomonosov

Traduzione a cura di:
Vladimir Dokic
Bergamo
Traduttore

Lingua e cultura serba e croata (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

La cultura serba, montenegrina, bosniaca e croata è caratterizzata da diverse peculiarità. Fino ai giorni nostri, in questa zona geografica sono stati conservati i segni del patrimonio culturale degli slavi antichi ai quali si sono uniti successivamente sia i tratti culturali propri dell’Occidente che quelli propri dell’Oriente.

All’influsso dell’Impero bizantino è dovuta la vistosità della tradizione serba medievale; alla cultura italiana sono ascritti i tratti distintivi delle zone litorali adriatiche; a quella turca sono da attribuirsi le peculiarità della Bosnia e della Serbia meridionale, mentre la cultura della Croazia e della Serbia settentrionali hanno adottato principalmente i tratti distintivi dei popoli tedesco e ungherese.

Le montagne impervie del Montenegro, invece, sono caratterizzate dalle usanze proprie della montagna. L’aspetto che assume maggior rilievo nella cultura dei Balcani occidentali, però, è legato al modo di comunicare e di relazionarsi. In questa regione, infatti, sono rimasti intatti i valori tradizionali: un’ospitalità infinita, le amicizie strette, un eroismo eccezionale, il sentimento patriottico, la magnanimità e il valore del sostegno reciproco.

La vita di colui che scelga la via di approfondimento delle proprie conoscenze legate a questa area geografica, caratterizzata da persone che sanno amare e dare il giusto valore ad ogni momento, verrà arricchita con una moltitudine di impressioni, colori vivaci e conoscenze umane sempre più strette. Attualmente, questa cultura rimane ben nota a livello mondiale soprattutto per le opere in campo della musica, del cinema e della letteratura degli esponenti quali: E. Kusturica, G. Bregovic e M. Pavic.

Terza parte di questo articolo >

Articolo pubblicato sul sito del Dipartimento di filologia slava della Facoltà di filologia dell’Università statale di Mosca Lomonosov

Traduzione a cura di:
Vladimir Dokic
Bergamo
Traduttore

Lingua e cultura serba e croata

 Categoria: Le lingue

Il serbo e il croato appartengono al ramo meridionale delle lingue slave che sono diffuse nella parte occidentale della penisola balcanica. Queste lingue godono dello status di lingua ufficiale in Serbia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina e Montenegro. Nel corso del XX secolo, la lingua dei popoli di questi paesi, cioè dei serbi, croati, bosniaci e montenegrini, era considerata un’unica lingua denominata il serbo-croato che presentava variazioni territoriali, in modo simile in cui l’inglese conosce le differenze tra la variazione britannica e americana. Sebbene questi 4 popoli siano connotati da una forte affinità linguistica, dal punto di vista storico e culturale manifestano profonde differenze che in alcuni casi risalgono a 1500 anni fa.

I croati, che professano la religione cattolica, tendevano verso l’Europa occidentale sin dall’antichità mentre il popolo dei serbi e montenegrini, entrambi dei quali sono cristiani ortodossi, dimostravano maggiori affinità con l’Impero bizantino. I bosniaci, invece, sono un popolo slavo della Bosnia che si è convertito alla religione musulmana e che ha subito una forte influenza culturale dell’Oriente durante il dominio dell’Impero ottomano. A partire dalla fine del XX secolo è diventata ormai una norma considerare la lingua di queste popolazioni come diverse lingue a sé stanti. Di conseguenza, allo stato attuale, la lingua dei croati viene chiamata il croato, quella dei serbi e montenegrini-il serbo mentre la lingua dei bosniaci è comunemente nota come il bosniaco. Non è riconosciuta, invece, l’esistenza della lingua montenegrina.

Nel mondo vi sono intorno a 20 milioni di parlanti del serbo, croato e bosniaco. Le differenze linguistiche più rilevanti sussistono tra il serbo e il croato, mentre la peculiarità del bosniaco si riflette principalmente nell’integrazione di prestiti dal turco a scapito di termini di origine slava.  Le differenze tra il serbo e il croato, però, non costituiscono in nessun modo un ostacolo alla comprensione in quanto è possibile raggiungere completa padronanza di entrambi con il dovuto impegno. Le differenze tra il serbo e il croato si osservano soprattutto a livello lessicale, per esempio, i serbi usano il termine “хлеб” per riferirsi al “pane” mentre i croati usano il termine “kruh”. Allo stesso modo, per riferirsi al “teatro” in serbo viene usato il termine  “позориште” e in croato “ kazaliste”, e per la “famiglia” si hanno i termini “породица” in serbo e “obitelj” in croato. In serbo sono in uso sia l’alfabeto cirillico che l’alfabeto latino, mentre in croato viene usato soltanto l’alfabeto latino.

Seconda parte di questo articolo >

Articolo pubblicato sul sito del Dipartimento di filologia slava della Facoltà di filologia dell’Università statale di Mosca Lomonosov

Traduzione a cura di:
Vladimir Dokic
Bergamo
Traduttore

Che cosa ci sarà nel mio piatto?

 Categoria: Servizi di traduzione

Aprire il menù di un ristorante gourmet può farci dubitare delle nostre capacità di comprensione del testo. I nomi dei piatti sono spesso ermetici e più orientati alla suggestione poetica piuttosto che alla funzione descrittiva. Nel tradurre i menù, le preparazioni di cucina e ogni tipo di contenuto cartaceo o web di ristorazione da una lingua a un’altra, ci si imbatte nel rischio di fallire nell’intento di produrre l’incanto della lingua originale e per di più di non far arrivare all’utente una spiegazione efficace. Ho imparato a mie spese, molti anni fa, che anche una piccola sfumatura in lingua può influire sul nome di un piatto, stimolando reazioni che vanno dall’acquolina in bocca fino al limite della ripugnanza più assoluta. Lo stesso principio vale per le traduzioni di articoli e testi di un settore specifico e affascinante come quello della ristorazione e più in generale dell’enogastronomia.

Ricordo come fosse ieri il giorno in cui decisi che mi sarei occupata personalmente delle traduzioni di tutto ciò che proponevo ai clienti. Da tempo lavoravo come maître d’hotel e sommelier presso strutture di lusso in Italia, Francia e Spagna. Durante un servizio piuttosto impegnativo, un tavolo di clienti anglofoni, che avevano consultato il menù tradotto, appunto, in inglese, ordinò la cena. All’arrivo dei primi piatti, una delle signore al tavolo mi fece chiamare. Mentre mi avvicinavo, vidi l’orrore dipinto sul suo volto e pensai al peggio, pensai a tutto ciò che certamente in un ristorante di lusso non può accadere. Immaginerete il mio stupore, quando scoprii che non si trattava di un errore di cucina o di sala, bensì di un grave problema di comunicazione! La signora infatti aveva ordinato un risotto in crema di zucchine e si era vista invece servire una portata in cui il protagonista principale era il midollo, con tanto di osso cavo scenograficamente adagiato sul piatto. Premetto che io adoro il midollo e credo che il risotto accompagnato da questo elemento tipico di alcune cucine regionali sia una leccornia inenarrabile. Non faccio fatica a comprendere, però, l’orrore di una persona che non solo non ha l’abitudine di consumare questo tipo di pietanza, ma che addirittura si aspettava al suo posto una delicata passatina di zucchine.

Mi limito, in questa sede, all’esempio del midollo, ma vi garantisco che ce ne sarebbero tanti altri e anche molto più estremi, al limite dell’oltraggio al pudore, che giustificano la mia intransigenza riguardo l’attività di traduzione. Quando mi trovo nei panni di cliente, mi soffermo spesso a leggere le versioni tradotte dei contenuti web o cartacei dei ristoranti cui mi avvicino. Ammetto che, per chi conosce le varie lingue e culture enogastronomiche, può essere estremamente divertente rilevare alcune fatali imperfezioni o i grovigli di parole incomprensibili. Ma sarebbe bello che nessuno debba più chiedersi, con timore e timidezza “Che cosa ci sarà nel mio piatto?”.

Autrice dell’articolo:
Bianca Maria Malagoli
Traduzioni nel settore enogastronomico
Roma

Perché amo fare il traduttore (2)

 Categoria: Traduttori freelance

< Prima parte di questo articolo

3. È sempre diverso
A differenza di alcuni lavori ripetitivi, se traduci puoi passare da un contratto di lavoro un giorno a cartelle cliniche il giorno dopo. Una brochure di marketing il lunedì e un rapporto finanziario il venerdì. E puoi scegliere in quale ambito tradurre. Se sei particolarmente interessato alla moda, alla finanza o al cibo, puoi scegliere di specializzarti in quell’area e concentrarti su un settore che ti piace davvero. Ogni volta che faccio una traduzione imparo qualcosa di nuovo dalla lettura e dalla ricerca di quell’argomento, o almeno qualche nuova parola o nuovo termine.

4. Lasci il tuo segno sul testo
Non importa cosa traduci, da quale lingua e in quale ambito, la tua traduzione sarà sempre unica! Non importa quanto banale e quotidiano sia un testo, due traduttori non potrebbero mai tradurlo allo stesso modo. Da come decidi di tradurre un certo termine, alla scelta delle parole, a tutte quelle piccole decisioni che prendi nella stesura di un testo, lasci la tua impronta personale sulla traduzione. A differenza dei traduttori letterari, noi spesso non prendiamo il merito per il nostro lavoro, ma penso che se mi imbattessi in uno dei miei testi da qualche parte, lo riconoscerei. Ognuno ha il proprio stile e può dare il suo piccolo tocco personale a ogni testo.

5. Trovo esaltante trasferire un messaggio da una lingua a un’altra
Hai presente quando accendi la tv e ti ritrovi un dramma svedese, un film cinese di kung-fu o un notiziario arabo? Senza la traduzione, non avresti la minima idea di cosa sta succedendo. Se possiamo goderci la tecnologia cinese, il cibo francese, i libri spagnoli, gli anime giapponesi, i giornali tedeschi, i programmi televisivi danesi e molto altro ancora, è grazie alla traduzione. Probabilmente ci imbattiamo quotidianamente in qualcosa di tradotto. E non ci pensiamo nemmeno, perché l’informazione e il messaggio sono stati convertiti nella nostra lingua in modo così impeccabile da permetterci di capire perfettamente e apprezzare qualcosa che sarebbe stato totalmente incomprensibile altrimenti. Ok, traduco principalmente cose molto meno divertenti: report, contratti, registri e così via. Ma in ogni caso, prima o poi qualcuno terrà in mano un documento che potrà leggere grazie a me. Da qualche parte, in futuro, qualcuno leggerà una pagina web che ho tradotto io, o forse comprerà addirittura un prodotto che contiene parole mie. Onestamente, è una gran figata.

Fonte: Articolo scritto da Alexa e pubblicato il 31 maggio 2015 sul proprio blog

Veronica Miotto
Traduttrice freelance
Padova

Perché amo fare il traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

Non è sempre bello essere un traduttore. Può essere una professione instabile, con troppo lavoro una settimana e niente lavoro quella dopo. A volte i clienti ti pagano in ritardo o non ti pagano affatto (per fortuna non mi è capitato con nessuno dei miei fantastici clienti). Non sarai mai miliardario e le scadenze possono essere molto stressanti. Ma io amo fare la traduttrice. Ecco perché.

1. È un lavoro flessibile
Questo è il primo aspetto che amo dell’essere una traduttrice. Ti dà così tante possibilità e così tanta flessibilità. Ovviamente puoi scegliere se lavorare in-house (in un’agenzia o per una grande organizzazione con esigenze di traduzione), o come freelance. Negli ultimi due anni sono stata una freelance part-time e ora sto finalmente passando a freelance full-time. Essere freelance ti dà molta più libertà rispetto a un contratto full-time o a un lavoro d’ufficio. Per cominciare, puoi decidere tu il tuo orario di lavoro.

Rimane valido il motto secondo cui invece di “essere tu il tuo capo”, in realtà sono i tuoi clienti a diventarlo. In questo ambito di competenze, tuttavia, hai molta libertà nel decidere quando e quanto lavorare. Se sei un mattiniero come me, puoi lavorare dalle 7 alle 14 e poi smettere. Oppure puoi lavorare da mezzanotte alle 6 del mattino se ne hai voglia! Se ti piace dividere il tuo lavoro in due sessioni e prenderti una bella pausa nel mezzo, fallo pure. E puoi anche decidere quali giorni lavorare. Se preferisci lavorare il sabato e tenere un giorno della settimana libero per le faccende di casa, puoi farlo. Puoi decidere quando prenderti una vacanza e quando avere una settimana pesante o leggera. Fondamentalmente, entro certi limiti, puoi farti tutti i programmi che vuoi.

Inoltre, puoi anche decidere da dove lavorare. Dimentica l’ufficio: se sei freelance puoi lavorare dal tuo letto, dal parco, dalla spiaggia o dal tuo bar preferito. E non sei nemmeno legato a un solo luogo. Se sei un fanatico dei viaggi come me, essere freelance è il modo perfetto per seguire i tuoi sogni senza sacrificare la tua carriera. D’ora in poi farò la nomade digitale: lavorerò dal mio portatile, non importa dove.

2. Combina la scrittura e le lingue
Due delle mie cose preferite! Sono sempre stata ossessionata dall’apprendimento delle lingue, ed è fantastico poterle usare nel mio lavoro quotidiano. Significa che ogni giorno leggo cose nuove in tedesco (o in un’altra lingua), le cerco e capisco come dirle in inglese. Imparo sempre nuovi vocaboli ed espressioni e col tempo imparo a conoscere meglio la lingua scritta. E poi posso anche usare la mia altra abilità preferita: la scrittura. Ho sempre passato ore e ore del mio tempo libero a scrivere di tutto, dalle recensioni di libri e musica alle fanfiction, ai saggi e ai blog, ma ora vengo pagata per farlo.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Alexa e pubblicato il 31 maggio 2015 sul proprio blog

Veronica Miotto
Traduttrice freelance
Padova

La necessità di tradurci (2)

 Categoria: Traduttori freelance

< Prima parte di questo articolo

Le epoche lugubri coincidono con la censura di opere straniere. Alla ricerca del tempo perduto si tradusse in cinese, per la prima volta in versione integrale, tre decadi fa con un titolo di rimando fluviale. “Perduto” si trasformò in “come acqua”, provocando in questo modo nuovi richiami: la definizione confuciana del “tempo” come “acqua” o l’associazione teista tra “acqua” e “virtù”. Il progresso della letteratura non si comprende senza questa logica di vasi comunicanti. Esaminiamo ora la lingua russa: maturò con traduzioni del francese e del tedesco. In seguito il russo restituì il favore quando si tradussero in altre lingue le opere di Tolstoj, Dostoevskij o Cechov. Grazie a loro i modernisti britannici scoprirono una nuova forma di plasmare la psiche. Virginia Woolf si decise ad apprendere il russo e a firmare traduzioni insieme ad un emigrato ucraino. In epoca sovietica, quando Hemingway o Faulkner si tradussero nella lingua di Pushkin, rivoluzionarono la generazione di scrittori degli anni sessanta, ecc. Viaggi di andata e ritorno nel tempo e nello spazio che espandono gli orizzonti mentali dei territori.

La lingua dell’Europa è la traduzione, diceva Eco. Una maniera concisa di esprimere che ci sono una moltitudine di lingue e che, quando si traducono tra loro, si crea un dialogo arricchente basato sull’ospitalità. In un mondo sempre più distratto, tradurre esige un attento ascolto. O, per lo meno, prova a farlo. Oggi, dove è normale silenziare l’opinione contraria con un clic, fare spazio per incorporare la diversità significa andare controcorrente.

Tra loro, le lingue fraternizzano con meno complessi rispetto a quanto fanno i loro rispettivi parlanti. È la natura viva delle lingue: ignorare le imposizioni, attraversare le frontiere, contaminarsi. E la traduzione, come privilegiato ponte di unione, è una lezione di convivenza. “Due culture, due lingue,

due paesi si traducono – si integrano, si differenziano, si mescolano – in questa traduzione ideale permanente, che costituisce la realtà della sua relazione”, afferma Claudio Magris. Da poco la consigliera della cultura del governo catalano ha dichiarato che nel parlamento della Catalogna si parla troppo spagnolo rispetto al catalano. Il diavolo si cela nei dettagli, e questo suo “troppo” mi ha sorpresa, a 2.300 km di distanza, leggendo un passaggio di Leo Spitzer; un filologo come la consigliera che nel 1933 dovette emigrare da Colonia, dove perse il suo posto di lavoro come professore universitario. Esiliato a Istanbul, scrisse della deterritorializzazione delle lingue: “qualsiasi lingua è umana prima che nazionale: la lingua turca, la lingua francese e quella tedesca appartengono prima di tutto all’umanità e, in seguito, ai francesi e ai tedeschi”. Dimostrare stima per tutte le lingue senza eccezioni è qualcosa che ci si aspetta in primis da un filologo e successivamente anche da un’alta carica della cultura. Dovrebbe essere sempre presente, anche nel resto della Spagna.

Fonte: Articolo scritto dalla traduttrice Marta Rebón e pubblicato il 26 luglio 2020 su El País

Traduzione a cura di:
Biagioli Federica
Master in traduzione presso l’Università Complutense
Madrid (Spagna)

La necessità di tradurci

 Categoria: Traduttori freelance

In Spagna si dovrebbe avere stima, senza eccezioni, per tutte le lingue.
Leggo in un articolo de La Repubblica che, secondo uno studio di Oxford, il 45% degli inglesi crede che il coronavirus sia un’arma biologica creata in Cina per distruggere l’Occidente. In periodi di crisi – non è una novità – tendono a sorgere idee cospirative basate sul ripudio dello straniero.

Se qualcosa ho capito studiando lingue straniere è che le identità e i concetti non sono monolitici, ma mutabili. Ciò che in una lingua sembra una verità indiscutibile, in un’altra richiede sfumature. Quando cambiamo codice linguistico ci immergiamo nelle acque di un altro fiume, e questo inietta un sano scetticismo consustanziale alla causa plurilingue. Esporsi a una lingua diversa dalla propria -antidoto contro la banalità della semplicità- è un promemoria del fatto che la tua è solo una tra le tante. Il miope “io” monolingue apre così il suo sguardo verso un “noi” più complesso. Paul Auster ha confessato, in un’antologia di poesie francesi pubblicata nel 1984, che tradurre ha comportato per lui “il primo passo per liberarmi dalle mie catene, di mettere in ginocchio la mia ignoranza”.

Nello sforzo di comprendere un’altra cultura, si opera un cambiamento interiore che rappresenta un atto di resistenza contro il pensiero unico. È un’illusione concepire una lingua autosufficiente, capace di plasmare da sé tutte le sfumature di una realtà in perenne mutamento. Lo stesso succede con qualsiasi posizione intellettuale o politica. Il filosofo camerunese Achille Mbembe afferma che è essenziale formulare un contro-imaginario che si opponga a questa folle fantasia di una società senza stranieri. L’elemento “estraneo” non dovrebbe ridursi a una nota esotica, ma dovrebbe esser visto come un indicatore di salute democratica. Basta ricordare che, in diversi momenti della storia, le maggiori esplosioni artistiche hanno coinciso con ondate migratorie che promossero ricchi scambi in città come Parigi, Berlino o New York. È stata la manodopera straniera che ha permesso a queste città di elevarsi e trasformarsi in capitali del mondo.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto dalla traduttrice Marta Rebón e pubblicato il 26 luglio 2020 su El País

Traduzione a cura di:
Biagioli Federica
Master in traduzione presso l’Università Complutense
Madrid (Spagna)

La traduzione audiovisiva

 Categoria: Servizi di traduzione

Con l’espressione traduzione audiovisiva si definiscono:
“Tutte le modalità di trasferimento linguistico che si propongono di tradurre i dialoghi originali di prodotti audiovisivi, cioè di prodotti che comunicano simultaneamente attraverso il canale acustico e quello visivo, al fine di renderli accessibili a un pubblico più ampio’’.[1]

La traduzione audiovisiva è, pertanto, un’attività che comprende la trasposizione del significato generale di un testo di origine a un testo in un’altra lingua che risulta equivalente all’originale. Il testo di origine, in questo caso, è di tipo audiovisivo, ovvero un testo che si serve di differenti canali semiotici e il cui scopo è la comunicazione. I canali principali sono: visivo e sonoro. Il canale visivo comprende immagini, scene, sottotitoli, didascalie e scritte di scena. Il canale sonoro comprende i dialoghi, la musica, i rumori, i silenzi. Ogni modalità semiotica è fondamentale per la comprensione del testo nella sua totalità, perciò nessuna di esse deve essere trascurata dal traduttore.[2]

Erroneamente traduzione audiovisiva e traduzione filmica o traduzione per lo schermo vengono considerate sinonimi. Il termine traduzione filmica si utilizzava nel periodo in cui la televisione non era ancora popolare e va ad indicare il dialogo del film che inizialmente veniva veicolato attraverso la traduzione. Il termine traduzione filmica si focalizza sul mezzo di distribuzione dei prodotti mandati in onda, ad esempio lo schermo televisivo, cinematografico o del computer. La denominazione trasferimento linguistico (language transfer) mette in evidenza la componente verbale del prodotto audiovisivo.  Invece il termine traduzione audiovisiva (audiovisual translation) comprende tutte le categorie di testi audiovisivi traducibili che si differenziano dal film, come ad esempio programmi televisivi, documentari, pubblicità, notiziari, ecc. Riesce ad includere forme di traduzione particolari che si allontanano dalla tradizionale idea di trasferimento da una lingua ad un’altra, perché includono anche trasferimenti semiotici non tradizionali.[3]

Questa specifica tipologia di traduzione è diventata oggetto di discussione solo recentemente. Si è iniziato, infatti, a parlarne solo a partire dagli anni Cinquanta, perché prima non veniva inclusa nell’ambito della traduzione.

Articolo scritto da:
Sofia Bicchiri
Traduttrice
Tempio Pausania


[1] E. Perego, La traduzione audiovisiva, Carocci editore, Roma 2005, p. 7

[2] E. Perego, C. Taylor, Tradurre l’audiovisivo, Carocci, Roma, 2012, p. 46

[3] Cfr. E. Perego, C. Taylor Op. cit. pp. 46-47 e Cfr. E. Perego, op. cit., pp. 7-8

Traduzione automatica o manuale?

 Categoria: Tecniche di traduzione

La traduzione automatica migliora ogni giorno, ma non riesce ancora a raggiungere la naturalezza e la precisione dell’essere umano: potrebbe un giorno sostituire il lavoro del traduttore?

La Coppa del Mondo che si è svolta in Russia potrebbe aver reso il 2018 l’anno in cui è nata la traduzione automatica, che si è affermata come uno strumento essenziale per connettere le culture.

L’Amministratore Delegato di Google, l’indo americano, Sundar Pichai, ha spiegato che la traduzione media giornaliera di 143 milioni di parole di Google Translate è aumentata del 30% durante la competizione. Così, senza padroneggiare il russo, i tifosi di calcio di tutto il mondo hanno potuto verificare un indirizzo in cirillico o interessarsi agli ingredienti che compongono un pasto tradizionale utilizzando un semplice telefono cellulare. Tuttavia, sebbene il traduttore automatico abbia notevolmente facilitato il soggiorno di questi viaggiatori, gli utenti continuano a interrogarsi sulla sua mancanza di precisione, che sembra essere il problema principale di questa tecnologia.

Se Internet e i social network sono apparsi nel secolo scorso per abbattere le barriere fisiche tra gli esseri umani, ancora oggi incontrano molte difficoltà nel superare le barriere linguistiche che ci separano. Le aziende tecnologiche dedicano molto tempo e denaro alla creazione e al miglioramento dei servizi di traduzione automatica di precisione.

Per offrire nuove esperienze ai propri utenti, negli ultimi anni Twitter e Facebook hanno integrato dei traduttori nei loro team per offrire i messaggi delle loro applicazioni Web e mobili in 40 lingue. Google ha anche annunciato lo sviluppo di AutoML Translation, un’applicazione che migliora la capacità di interpretazione del tuo traduttore automatico in 27 lingue. L’ultima gemma dell’intelligenza artificiale per raggiungere questo obiettivo sono le reti neurali profonde, una tecnologia che simula il funzionamento del cervello umano e tenta di catturare il significato di frasi e parole nel contesto per adattarlo a una nuova lingua.

Le reti neurali forniscono quindi traduzioni più naturali e si migliorano man mano che il sistema integra nuove strutture e concetti. Tuttavia, aggirano l’imprevedibile mente umana che modella senza fine il linguaggio attraverso espressioni idiomatiche, riferimenti culturali o nuovi giochi di parole con un’intelligenza che la macchina non riesce a codificare. Succede ancora che traduzioni lineari e prive di significato provocano conflitti diplomatici o situazioni grottesche degne di una commedia o di un episodio della serie Black Mirror.

L’industria della traduzione ha iniziato a utilizzare questa tecnologia e ne riconosce i vantaggi. Dalla scienza al commercio passando per la letteratura, si ritiene che il tempo di lavoro sia stato notevolmente ridotto pur producendo un lavoro di qualità. Anche i costi sono stati ridotti e le organizzazioni hanno scelto di utilizzare i servizi di traduzione automatica sotto la supervisione di un revisore, piuttosto che avere un traduttore professionista all’inizio del processo.

Per ora, il sogno di un mondo artificiale è ancora lontano dal diventare realtà. Il mercato non si fida completamente della macchina e l’occhio umano ne segue da vicino le prestazioni, convinto che in futuro macchina e uomo lavoreranno in perfetta armonia.

Fonte : Articolo scritto da Gonzalo Olaberría il 14/11/2018, tradotto in francese da Victor Thebault e pubblicato sul sito Cultures Connections

Traduzione in italiano a cura di:
Melissa Pilotti
Aspirante traduttrice, laureata in Lingue e Letterature Straniere e in Letterature moderne, comparate e postcoloniali (LM)
Bologna

Verso una possibile traduzione dei proverbi

 Categoria: Tecniche di traduzione

L’importanza dei proverbi non è semplicemente dovuta al fatto che rappresentano un prodotto linguistico, ma anche al loro valore etnografico. Sono, inoltre, un prodotto culturale, che nasce e si riproduce all’interno della sfera popolare di ogni paese, registrandone usanze, tradizioni, morali, credenze, ecc. Nonostante l’esistenza di codici culturali comuni, ne possiamo trovare molti altri che sono propri di ciascuna cultura, distinguendola dalle altre; ciò molto spesso genera livelli metaforici complessi e difficili da capire, complicando il compito della traduzione di proverbi.

Indagando sui proverbi iracheni che vertono sulla vita lavorativa, dopo aver stabilito una classificazione tematica, ho proceduto dividendoli in tre gruppi a seconda dell’ambito nel quale hanno avuto origine e vengono utilizzati abitualmente, in relazione al loro livello metaforico.

Il primo gruppo comprende i proverbi appartenenti all’ambito lavorativo e che allo stesso tempo si usano per riferirsi a un’attività lavorativa, come ad esempioبابالنجار مخلع Bab al-Naŷarmajala’, «La porta del falegname è scardinata»; si utilizza per criticare il professionista che smette di esercitare il suo lavoro a casa propria, risulta facile da capire e da tradurre a causa della relazione esistente tra il suo contenuto semantico e la metafora rappresentata dalla paremia. Indubbiamente, vedendo questo esempio, ci viene in mente il proverbio spagnolo «En casa del herrero cuchillo de palo»[1].

Nel secondo gruppo si colloca il proverbio iracheno العطاريصيحمابخرجه el-‘aṭārīṣīḥmābījarŷah, «L’erborista chiama ciò che è dentro le sue casse», altro esempio che riguarda la vita lavorativa, anche se, in questo caso, presenta un livello metaforico complesso dovuto al fatto che certi codici linguistici che compaiono in questo gruppo sono utilizzati con un significato lontano dal loro ambito originale, ovvero, il lavorativo. Pertanto, è necessario decifrare il contenuto metaforico del testo prima di tradurlo. Questo proverbio, in concreto, si riferisce ad una persona che critica gli altri, ma che in realtà, agendo in questo modo, riflette i propri difetti. Ascoltare il proverbio senza conoscerne la metafora concettuale non ci aiuta a dedurne l’uso perché, come abbiamo appena sottolineato, si riferisce ad un ambito lontano dalla tematica che esprime. Ciò rappresenta un problema per un traduttore proveniente da una cultura diversa nel momento in cui cerca di capire la metafora racchiusa nella paremia. Dopo averne compreso il significato, abbiamo potuto trovare un equivalente nella lingua spagnola con «Dijo el asno al mulo: tira allá, orejudo»[2].

Le paremie del terzo gruppo provengono da un ambito non lavorativo, mentre il loro utilizzo è destinato alla vita lavorativa, come ad esempio ثلثينالدكعالمربوط taltīn al-dag ‘al-marbūṭ, «I due terzi dei colpi a cui è legato». Un’interpretazione letterale non ci permette di capire il significato connotativo della paremia, rappresentando una sfida per il traduttore, dato che il proverbio porta con sé un significato lontano da quello denotativo delle sue parole. Di conseguenza, si genera una metafora complessa che può diventare un dilemma non solo per il traduttore, ma persino per un nativo che ignora il suo uso effettivo. In questo caso si applica ai lavoratori dipendenti, i quali subiscono le conseguenze degli errori dei loro superiori a lavoro. Come si può notare, risulta difficile scegliere un’equivalenza adeguata senza prima aver capito la metafora a cui allude il proverbio, il quale coincide in spagnolo con «Azotan a la gata si no hila nuestra ama»[3].

Da quanto detto precedentemente, deduciamo che il livello metaforico dei proverbi influisce sulla possibilità di comprenderli e persino sulla scelta della loro traduzione; il traduttore deve tener conto di questo rischio, dato che un’interpretazione errata del proverbio può causare uno squilibrio nel senso generale del testo tradotto.

Fonte: articolo di  Jasim M. Jasim Al-Najjar pubblicato sulla rivista online “El Trujamán” del Centro Virtual Cervantes il 14 ottobre 2015.

Traduzione a cura di:
Sara Menegazzo
Dott.sa in Lingue moderne per la comunicazione e cooperazione internazionale
Padova.


[1] N.d.T. Traduzione letterale: «A casa del fabbro coltello di legno». Equivalente italiano: «Il figlio del calzolaio va in giro con le scarpe rotte».

[2] N.d.T. Traduzione letterale: «Disse l’asino al mulo: spostati, orecchione». Equivalente italiano: «Il bue che dà del cornuto all’asino».

[3] N.d.T. Traduzione letterale: «Frustano la gatta se la nostra padrona non fila».

Memorie di traduzione: benedizione o maledizione?

 Categoria: Strumenti di traduzione

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Sfide sempre più difficili nell’arena della traduzione
Con i concetti di globalizzazione e localizzazione che portano alle stelle la domanda di servizi di traduzione professionali, il profilo lavorativo e i compiti di un traduttore professionista diventano sempre più specializzati e legati a particolari tematiche. Per esempio, se consideriamo il campo della traduzione legale, che è solo uno dei tanti ambiti di cui si occupa la traduzione, questo si dirama in tantissime altre branche come il diritto civile, il diritto societario, il diritto privato, il diritto tributario, ecc. E non è tutto, l’ambito legale comprende anche un’enorme varietà di documenti come atti processuali, mandati di comparizione, denunce, procedimenti giudiziari, licenze, brevetti, certificati, contratti, contratti di locazione, accordi, ecc., ognuno dei quali prevede specifiche abilità traduttive e richiede l’uso di una terminologia tecnica propria. Inoltre, continuano a nascere nuovi termini, mentre altri diventano ridondanti e cadono in disuso. Di conseguenza, traduttori e traduttrici devono sempre rimanere al passo coi tempi nel proprio campo di specializzazione. In breve, i tradizionali compiti del traduttore si sono ora trasformati in un lavoro molto più specializzato, professionale e orientato al mercato, che ha bisogno di schemi lavorativi ben strutturati per portare a termine con successo i progetti entro i termini di consegna concordati.

Le memorie di traduzione vengono in soccorso!
In questo scenario, le memorie di traduzione sono un importante database che arriva in soccorso del traduttore. Il database contiene parole e segmenti di frasi, periodi e paragrafi precedentemente tradotti. La memoria di traduzione entra in gioco quando a un traduttore viene assegnato un progetto in cui parole, frasi o periodi sono simili a quelli di un altro testo già tradotto. Nel caso ci fossero delle corrispondenze, il manager di memorie di traduzione (il programma che utilizza il database della memoria di traduzione) notifica immediatamente l’utente e mostra il testo pertinente in ordine di somiglianza. Questo processo non solo aiuta il traduttore a risparmiare tempo, soldi e impegno, ma assicura anche un buon livello di coerenza del testo tradotto. Sempre parlando di coerenza, spesso accade che un grosso progetto venga diviso fra vari traduttori dal project manager, così da velocizzare il lavoro.  In questo caso, utilizzare una memoria di traduzione permette di dare uniformità al testo, nonostante ci lavorino diversi traduttori.  La maggior parte delle memorie di traduzione sono programmate per non accettare lavori incompleti, pertanto impediscono anche che il documento venga solo parzialmente tradotto. Un efficace uso delle memorie di traduzione consente ai professionisti di offrire servizi di traduzione puntuali, efficienti, precisi e uniformi, garantendo la massima soddisfazione del cliente.

Un avvertimento!
Nonostante tutto, bisogna ricordarsi che alla fine una macchina è pur sempre una macchina, quindi dà i risultati migliori solo quando utilizzata correttamente e per le giuste funzioni. Per esempio, se una multinazionale utilizzasse una memoria di traduzione con un database derivato da un progetto di localizzazione nel Medio Oriente per svolgere un progetto simile negli Stati Uniti, la traduzione smetterebbe di essere culturalmente e socialmente appropriata, vanificando tutti gli sforzi.  Perciò, l’obbiettivo e il contesto di una traduzione vanno sempre tenuti a mente.  Un ultimo avvertimento riguardo le memorie di traduzione: la loro funzione è solo di immagazzinamento e riutilizzo; non forniscono nessuno strumento di controllo che verifichi se la traduzione sia corretta o meno. Di conseguenza, se non si sta attenti, si rischia che un vecchio errore di traduzione non solo rimanga tale, ma che si ripeta in continuazione!

Fonte: Articolo scritto da Sitara Sankar e pubblicato su Language Realm

Traduzione a cura di:
Ilaria Pisanu
Traduttrice EN, ES > IT
Carbonia (SU)

Il ruolo dell’interprete (2)

 Categoria: Operatori nel settore traduzioni

< Prima parte di questo articolo

COSA FANNO COLORO CHE LAVORANO PER COMUNICARE IN PIÙ LINGUE

Un interprete è un mediatore interculturale
Quando una persona parla, non trasmette solo un messaggio: condivide una maniera di vedere il mondo. Ogni parlata porta con sé la sua cultura ovunque essa vada e i valori, le tradizioni, le abitudini e i gusti appaiono riflessi nella lingua. Lavorando come ponte tra due lingue, gli interpreti agiscono anche come intermediari tra due forme di vedere il mondo. Per questo affermiamo che un interprete è un mediatore interculturale. Per realizzare un buon lavoro, non basta conoscere le lingue coinvolte, ma è imprescindibile essere coscienti e sensibili alle culture delle quali le lingue fanno parte.

Dato che la lingua è una delle componenti più importanti della cultura, succede di solito che due comunità che non condividono la stessa lingua, non coincidano neanche in molti altri aspetti della vita quotidiana nei quali la cultura si fa presente. La sfida dell’interprete come mediatore interculturale è doppia: deve adattare il discorso affinché la comunicazione sia possibile, ma anche conservare la ricchezza apportata dalle differenze. Il suo ruolo è quello di costruire un ponte che risolva, minimizzando, i possibili attriti tra la visione del mondo di colui che parla e quella di colui che ascolta, agevolando la comprensione reciproca.

Un interprete è un alleato strategico
Grazie ai suoi domini linguistici, alla sua capacità di trasferire il senso in campi specializzati e alle sue abilità come mediatore tra culture, il lavoro con una squadra di interpreti possiede un grande valore strategico per qualsiasi organizzazione.

Comunicare nella scena globale combina la sfida di realizzare messaggi e esperienze che identifichino e differenzino l’organizzazione, che siano culturalmente importanti per ogni suo spettatore e che integrino organicamente e coerentemente in tutti i canali.

Ottenerlo richiede l’assistenza di esperti in lingua che assicurino qualità, efficienza e un approccio con soluzioni personalizzate. Fortunatamente, l’industria delle lingue dispone di alternative accessibili per tutti i progetti. Un esperto fornitore di servizi linguistici ha la versatilità di mettere a disposizione di qualsiasi organizzazione la squadra d’interpretazione più adatta per il raggiungimento delle sue aspettative e quelle del suo pubblico, e aggiungere valore a ogni fase del processo.

Fonte: Articolo pubblicato sul sito Go Global

Traduzione a cura di:
Mariarita Balzamo
Dott.ssa in Lingue, letterature e culture dell’Europa e delle Americhe
Napoli

Il ruolo dell’interprete

 Categoria: Operatori nel settore traduzioni

COSA FANNO COLORO CHE LAVORANO PER COMUNICARE IN PIÙ LINGUE

Tutti abbiamo visto almeno una volta gli interpreti in azione in qualche evento pubblico, ma non sempre consideriamo le sfide che questi professionisti affrontano. Ne parliamo in questo articolo.

Il ruolo dell’interprete è fondamentale in tutte le comunicazioni orali nelle quali i partecipanti non parlano la stessa lingua. Riunioni private, atti di governo, congressi, conferenze, lezioni, consultazioni mediche, udienze in tribunale… Il mondo globalizzato deve far fronte sempre più spesso a persone di diverse culture che interagiscono tra loro per raggiungere un obbiettivo e l’interpretazione, che sia in persona o virtuale, è la chiave del successo di queste comunicazioni.

Un interprete è un traduttore professionista
Per essere un traduttore è necessario dominare più di una lingua, ma questo è solo l’inizio. Un interprete è, prima di tutto, un linguista che studia a fondo le lingue con le quali lavora, gli elementi che le compongono, le forme in cui queste si relazionano e le norme che le reggono. Inoltre, tuttavia, l’interprete è un traduttore che domina tecniche e metodologie specifiche della professione per trasferire il senso di una lingua all’altra.

Ogni volta che si traduce da una lingua all’altra bisogna fare delle migliorie. Trasmettere il senso tra le lingue non è qualcosa di trasparente né automatico perché le lingue, come le culture delle quali sono parte, hanno caratteristiche e regole eterogenee che in rarissime occasioni permettono un’equivalenza perfetta. Nell’interpretazione queste discrepanze sorgono durante il discorso e l’interprete deve apportare le migliorie in tempo reale, in un processo che ancora oggi continua a sorprendere i neuroscienziati. Ciò significa che il compito di un interprete professionista è uno sforzo cognitivo complesso che coinvolge contemporaneamente l’ascolto nell’idioma di partenza, l’analisi e comprensione delle intenzioni dell’oratore, la memoria a breve termine e la produzione discorsiva nell’idioma d’arrivo. E tutto questo in questione di secondi.

Un interprete è uno specialista
Alle competenze linguistiche e traduttive se ne sommano altre che possiamo definire “extralinguistiche”, perché il loro dominio non dipende dalle conoscenze specifiche nelle lingue, ma sono ugualmente necessarie per lo sviluppo del lavoro. Ci riferiamo a tutti quei saperi specifici che si affrontano nelle conversazioni nelle quali l’interprete interviene, così come alle tecnologie che usa per sviluppare il suo lavoro.

Tutte le conversazioni hanno un tema e un contesto. Per svolgere meglio il loro lavoro, gli interpreti si specializzano e offrono un servizio più sofisticato. Nello stesso modo, si qualificano per operare in diversi contesti e formati dell’esercizio professionale. Alcuni di questi contesti possono essere l’industria medica e delle scienze della salute, l’educazione, le riunioni imprenditoriali, gli atti di governo o l’ambito legale, tra le altre. La qualità dell’interpretazione dipende, in gran parte, dall’esperienza di un interprete con l’area tematica e dallo studio previo che fa del materiale da interpretare.

Gli interpreti, inoltre, si specializzano nei distinti mezzi e tecnologie con le quali portano a termine la loro attività. Tutti padroneggiano mezzi linguistici, basi terminologiche e glossari. Gli interpreti nelle conferenze ed eventi conoscono, inoltre, le informazioni dettagliate del lavoro sul palco e davanti le telecamere, invece gli interpreti da remoto si preparano a utilizzare con destrezza il software specializzato e le distinte piattaforme di videoconferenza.

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Fonte: Articolo pubblicato sul sito Go Global

Traduzione a cura di:
Mariarita Balzamo
Dott.ssa in Lingue, letterature e culture dell’Europa e delle Americhe
Napoli

La lingua dei segni (11)

 Categoria: Le lingue

< Decima parte di questo articolo

É opportuno ricordare che lo studio delle lingue dei segni nel mondo è iniziato con il lavoro di Stokoe (1960). In quel periodo, la linguistica ebbe come centro di interesse lo studio delle lingue orali attraverso il metodo strutturalista. Il suo grande contributo fu quello di proporre un metodo per analizzare la struttura interna della lingua dei sordi americani. In questo modo, dimostrò l’esistenza di un sistema linguistico complesso che permetteva di affermare la presenza di una lingua naturale, la cui organizzazione e natura erano diverse da quelle delle lingue orali però con lo stesso status linguistico. Fatto che suscitò scetticismo, nel suo periodo storico e molto dopo, sulla possibilità che le lingue dei segni fossero realmente lingue naturali o una copia sostitutiva di quelle orali.

COMMENTO FINALE
Nel seguente testo tradotto dalla lingua spagnola di partenza a quella italiana di arrivo sono stati riscontrate diverse problematiche. Alcune di esse sono di origine contestuale, cioè relative all’ambito psicologico, etico, culturale, sociologico, filosofico e antropologico su cui si incentra l’articolo; ad esempio quando l’articolo in lingua originale cita: “paradigma cualitativo de investigación (paradigma qualitativo della ricerca)”, “entrevista en profundidad y la observación participante (colloquio scrupoloso e osservazione partecipante)”. Tale difficoltà iniziale è stata risolta attraverso delle ricerche accurate su siti specializzati. Come anche è accaduto per il riferimento mitologico ai “nudos gordianos” (nodi gordiani) e “la condición babélica (condizione babelica) o alla terminologia specifica, ad esempio nel caso di: “cosmovisión (cosmovisione)”, “abordaje interdisciplinario (approccio interdisciplinare)”, “puente intersubjetivo (ponte intersoggettivo)”, “Interaccionismo Simbólico (Interazionismo simbolico)”. Per quanto riguarda, invece, il termine “empalabramiento (spiegazione)” sono state effettuate delle ricerche a riguardo e si è optato per una traduzione del senso in quanto in lingua italiana non si ha il corrispettivo letterale come in inglese o tedesco. È stato anche oggetto di approfondimento il termine “Carta Magna”, che poi si è rivelato essere un sinonimo di Costituzione, utilizzato soprattutto in Venezuela. In più sono emersi dei dubbi relativi a “brújula orientadora”, in quanto in italiano si traduce con una sola parola “bussola” rendendo per completo il senso delle due parole spagnole. Per la traduzione è stato scelto un registro medio-alto, in adattamento a quello dell’autrice. Si è seguita la stessa linea dell’autrice anche per quanto riguarda la sintassi e il lessico. Dal punto di vista della punteggiatura sono state effettuate delle correzioni relative alla mancanza di entrambe o una delle virgolette alte, del punto e nel caso della virgola posta tra soggetto e verbo.

A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

Fonti consultate:

http://www.treccani.it/sinonimi/
https://www.wordreference.com/it/
https://www.linguee.it/spagnolo-italiano
http://eduteka.icesi.edu.co/gp/upload/ed30c96e1724da08bf8c3133bf73c2b3.pdf
http://www.updcolombia.com/metodologias-utilizadas-estudios-antropologicos-2015/
http://www.treccani.it/enciclopedia/interazionismo-simbolico_%28EnciclopediaItaliana%29/
https://www.focus.it/cultura/storia/che-cose-il-nodo-gordiano

La lingua dei segni (10)

 Categoria: Le lingue

< Nona parte di questo articolo

È opportuno sottolineare che non ci sono lingue naturali più ricche o più povere, più astratte o più concrete, più strutturate o meno strutturate. Invece ci sono parlanti di qualsiasi lingua più o meno intelligenti, più o meno informati. Allo stesso modo, non esiste una lingua dei segni universale (Stokoe 1960; Klima y Bellugi, 1979; Rumbos, 2002; Oviedo, 2003).

Tuttavia, Oviedo, Rumbos e Pérez (2004) aggiungono che “le comunità dei sordi sviluppano in maniera indipendente i propri codici, che si differenziano tanto dalla lingua orale del contesto circostante quanto dalle altre lingue sei segni”. SkutnabbKangas (1991) crede che il numero di lingue dei segni nel mondo possa arrivare a 5.000, quasi tante quante le lingue orali.

Alla luce di queste considerazioni, Oviedo (2003) indica che esistono tante lingue dei segni quanti sono i paesi o comunità di sordi che si sono potute creare nel mondo. Egli spiega che questo accade perché ogni comunità di sordi sviluppa nel corso del tempo il proprio sistema. Così che oggi si parla di Lingua dei Segni svedese, Lingua dei Segni Messicana, Lingua dei segni Brasiliana, Lingua dei Segni Africana, ecc. Tuttavia, esse sono tanto diverse quanto potrebbero esserlo quelle orali, ragion per cui si necessitano interpreti negli incontri internazionali tra sordi.

Attualmente in Venezuela non ci sono delle statistiche che permettano di identificare il numero di persone sorde esistenti o quanti sono gli utenti della LSV. In merito alla carenza di informazioni statistiche, connesse alle comunità di sordi nel nostro paese, Oviedo (2003) afferma che:

“Mancano i censimenti nei quali si siano presi in considerazione le specificità culturali e linguistiche di quella comunità e dato che le persone sorde non rappresentano popolazioni legate a nessun luogo geografico (essi vivono negli stessi luoghi che occupano i venezuelani udenti), è estremamente complicato definirne il numero” (p.15).

Tuttavia, si possono fare delle ipotesi sul fatto che il numero potrebbe essere tra le dieci e le ventimila persone sorde, se consideriamo alcuni dati legati al numero di bambini sordi accuditi nei centri sanitari pubblici, il numero di soci delle Associazioni di sordi del paese e le cifre generali fornite dalle organizzazioni internazionali (Oviedo 2003). Un dato assai rilevante è quello secondo cui la LSV è riconosciuta nella nostra Costituzione con la menzione dei diritti culturali e linguistici dei sordi; atto che situa il Venezuela come uno dei paesi più sviluppati in materia di diritti umani dei gruppi linguistici minoritari.

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A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni (9)

 Categoria: Le lingue

< Ottava parte di questo articolo

Il miglior esempio di quanto è stato detto da Larrosa è il caso dei sordi che sono stati e continuano ad essere sottomessi a questa pressione sociale, tradotta in pressione esercitata a nome di una maggioranza imposta, quella che detiene il potere.

Tuttavia, dagli elaborati della linguistica post-strutturalista è stato avvallato il carattere della lingua naturale a quello della lingua dei segni e delle sue differenze rispetto a quelle orali, come: l’uso dello spazio con valore sintattico e topografico e la simultaneità degli aspetti grammaticali. Questi sono aspetti che denotano specifiche restrizioni sul tipo di modalità viso-spaziale e determinano una differenza sostanziale rispetto a quelle di tipo uditivo-orale. Da esso si deduce che “il linguaggio possiede una struttura alla base indipendente dalla modalità di espressione, che sia orale o gestuale” (Skliar, 1999: 64).

Cosicché la lingua orale e quella dei segni non costituiscono un’opposizione ma due canali diversi e ugualmente efficienti per la trasmissione e recezione del linguaggio. Di conseguenza i requisiti di arbitrarietà, creatività, produttività e quotidianità siano presenti nelle lingue dei segni oltre che nella caratteristica della doppia articolazione nella sua condizione di lingue naturali.

Per quanto riguarda il primo requisito, cioè l’arbitrarietà, si definisce “quando non esiste una relazione diretta tra significato e significante” (Rumbos, 2002:7). La produttività risiede “nelle risorse morfologiche che possiedono le lingue dei segni e che facilitano l’introduzione di nuove parole per codificare l’informazione introdotta di recente nello scambio culturale” (Oviedo, 2000:13).

Dall’altro lato per creatività si intende “il repertorio finito di elementi per l’elaborazione infinita di messaggi” (Rumbos, ob.cit: 9). In relazione alla doppia articolazione si afferma che è una delle qualità essenziali dei sistemi linguistici e stabilisce che le lingue siano composte da un efficiente sistema di unità organizzate in livelli complessi e seguenti di organizzazione che permettono, partendo da combinazioni regolari, di creare un numero potenzialmente infinito di significati a partire da un numero ridotto di unità di suono e senso.

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A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni (8)

 Categoria: Le lingue

< Settima parte di questo articolo

Del carattere naturale delle lingue è necessario evidenziare che si ritrova in relazione al suo uso nello sviluppare culturalmente gruppi umani distinti oltre alla sua capacità creativa infinita e all’arbitrarietà del segno linguistico già proposto da Sassure (1960) e non nel modo o canale di trasmissione utilizzato. Barrera Linares e Fraca de Barrera (1999) spiegano che “i sordi a causa della privazione scelgono un sistema linguistico diverso, non orale, però nemmeno diverso strutturalmente dalle lingue orali dato che si basa sui suoi stessi principi” (1999:50).

Pérez de Arado (2005) spiega che le lingue dei segni sono comparse tra le persone sorde come “una risposta creativa a una condizione personale e sociale, rivelando tutta la sua capacità di rappresentazione simbolica della realtà, allo stesso modo delle lingue parlate” (p.81). In parallelo alle definizioni che la collocano in una sorta di compensazione creata dalla natura umana quando si è impossibilitati ad accedere al codice orale. Skliar (1999) ribalta questa percezione sottovalutata facendo un’acuta riflessione a riguardo:

“Molti ritengono che questa creazione linguistica si origini perché la deficienza uditiva impedisca ai sordi di accedere all’oralità; per cui non c’è altro rimedio che inventare una lingua. In questo modo le lingue dei segni sembrano essere una consolazione e non un processo e prodotto costruito storicamente e socialmente dalle comunità dei sordi (p.69)”.

È una concezione influenzata dai pregiudizi del linguaggio, il quale la associa alla lingua orale come unico modo di trasmetterlo. E quindi, qualsiasi altro modo o via di produzione viene neutralizzata come patologica. Bisogna osservare che ciò che Larrosa (2005) cataloga come “la condizione babelica del linguaggio umano” (p.81), nel senso di pluralità, instabilità e confusione presente in tutte lingue come un fatto tipico della natura dell’uomo. Situazione che porta a un’influenza reciproca nei nessi presenti nelle lingue umane. Lo elabora non al singolare e con la maiuscola (il Linguaggio) ma come invenzione filosofica per raggiungere l’unità, ma la contrario come una forma per risaltare la condizione umana al plurale.

Quest’evento rende palese “che ci sono molti uomini, molte storie, molti modi di ragionare, molte lingue e sicuramente molti mondi e molte realtà” (p.81). È opportuno ricordare quanto precede quando si è in presenza di una costante pretesa di imporre una sola realtà, una sola lingua, un solo mondo e una sola razionalizzazione.

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Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni (7)

 Categoria: Le lingue

< Sesta parte di questo articolo

Allineandosi agli approcci anteriori, Zimmermann (1999) aggiunge che la lingua ha anche la funzione di costruire un’identità sociale, etnica e culturale. Ragion per cui non si può parlare di modello comparativo di identità culturali qualificate come migliori o peggiori; si potrebbe aggiungere il criterio dell’efficienza, cioè, quando una lingua è catalogata come efficiente sembra essere la lingua con maggiore potere o viceversa. Una lingua con potere o alto status linguistico è considerata efficiente e rappresenta a sua volta la lingua maggioritaria.

Il sistema linguistico adoperato da un gruppo o una comunità di parlanti è lo specchio fedele della sua idiosincrasia, del suo modo di ragionare o della sua maniera di capire la realtà circostante. In questa direzione, Lenkerdof (1996) assevera che “scegliamo la struttura della lingua perché pensiamo che in tutte le lingue i parlanti mostrino il proprio modo di essere, di pensare e agire e in generale lo fanno senza rendersene conto” (p.25). La lingua è la manifestazione della nostra cosmovisione, la forma di come nominiamo le cose e interpretiamo gli avvenimenti all’interno della nostra cultura. Non è un caso che la nostra lingua abbia una struttura sintattica e semantica particolare, una forma di nominare il mondo che è vincolata direttamente alla sua cultura.

Allo stesso modo, le lingue dei segni, come qualsiasi altra lingua naturale, possiedono una propria struttura caratterizzata da aspetti di natura viso-gestuale che evidenziano un modo particolare di spiegare il mondo. Il sordo parla con le sue mani, nominalizza il mondo con i segni della sua lingua. Nel frattempo, la lingua dei segni è ritenuta come:

“Un codice che rispetta tutte le funzioni che le lingue orali rispettano nelle comunità degli udenti. Le lingue dei segni sono le lingue naturali delle persone sorde. Questi sistemi si acquisiscono in maniera naturale e inoltre permettono ai loro utenti di sviluppare il pensiero in maniera spontanea e di realizzare le funzioni comunicative proprie di un conglomerato sociale (Oviedo, Rumbos y Pérez, 2004:7)”.

Vista in questo modo la lingua dei segni è “un sistema arbitrario di segni per mezzo del quale le persone sorde realizzano le loro attività comunicative all’interno di una determinata cultura” (Pietrosemoli, 1989:5). Bisogna dire che i sordi hanno sviluppato e trasmesso di generazione in generazione una lingua la cui modalità di recezione e trasmissione è diversa dalle lingue parlate o orali. La varietà del nostro paese è stata denominata Lingua dei Segni Venezuelana (LSV successivamente). E quindi, le lingue dei segni appartengono allo stesso gruppo delle cosiddette lingue naturali nel senso che sono sistemi linguistici creati dall’uomo e usati per questo motivo nella sua vita quotidiana all’interno di un gruppo specifico.

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A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni (6)

 Categoria: Le lingue

< Quinta parte di questo articolo

Di seguito alcune testimonianze apportate dai partecipanti sordi riguardo questa percezione di mettersi d’accordo verbalmente sulla realtà attraverso la lingua dei segni:

“È più facile parlare in LS, è la mia cultura, è la mia identità, in più sono i miei sentimenti. Posso dire tutto quello che voglio, i miei sentimenti.” “Mia mamma cercava di spiegarmi queste cose con la lingua orale, però solo superficialmente le capivo, volevo capirle in modo più profondo, più astratto ed era possibile solamente con la lingua dei segni”. “Se mi parlano solamente in lingua orale, in quanto sordo, mi risulterà molto difficile capire, strutturare le conoscenze, sviluppare il pensiero, così che ho bisogno della lingua dei segni per capire le cose, il mondo” Le testimonianze precedenti hanno sottolineato l’immenso valore che ha la lingua materna nella vita dell’essere umano, ciò è possibile solamente all’interno della famiglia (come primo scenario) o in sua mancanza, nella comunità. In questo senso, Duch (2002) fa un paragone tra l’imparare a parlare e l’imparare a camminare dei bambini “camminare, progredire, scontrarsi con la realtà ci abitua allo stesso tempo a cercare di metterci d’accordo, concretizzare, assaporare i vocaboli e le espressioni della realtà; ricorrere al mondo va in parallelo con il fatto di iniziare a leggerlo” (p.22). Continua spiegando che quando per qualche motivo questa “grammatica dei sentimenti” (ob.cit:23), che è la lingua materna- quella che nella realtà ci dà la possibilità di spiegare a noi stessi e metterci d’accordo con l’ambiente circostante non è operativa, si verifica una dislocazione affettiva dell’individuo nella sua realtà, accompagnata da l’incapacità di relazionarsi con sé stesso, con gli altri e con la natura.

Dinanzi al concetto proposto da Duch, vale la pena domandarsi: Quale sarà la gravità del danno che è stato inflitto ai sordi privandoli, per secoli, del diritto di usare la lingua dei segni come lingua materna? Perché c’è l’ossessione di negare che essa è una lingua materna?, Come fa il sordo a spiegarsi, spiegare agli altri e all’ambiente circostante senza possedere una lingua? Nel sollevare questo aspetto del problema è possibile capire la dislocazione affettiva che essi subiscono quando gli viene tolta la possibilità di acquisire la propria lingua materna. Per cui, quando uno di loro ribadisce: “Io sono fatto tutto di segni, respiro segni, nascono dalla mia pelle” o “Sono me stesso nella lingua dei segni” si mostra con moderata chiarezza l’importanza cruciale, definitiva e trascendente che gioca la lingua dei segni nella propria vita da sordi. Più che una lingua, un codice linguistico o la possibilità di comunicazione con altri, è la sua natura, la sua essenza, è la colonna vertebrale della sua esistenza. È la lingua dei segni che li definisce come sordi ed è ciò che li distingue culturalmente a partire dal ciò che è linguistico. –

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A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni (5)

 Categoria: Le lingue

< Quarta parte di questo articolo

La lingua ci modella come individui, ci differenzia e segna il modo in cui immaginiamo il mondo. Secondo le parole di Chela-Flores (1998), la nostra lingua ci definisce e ci fornisce le risorse per dare senso alla vita. A riguardo annota “siamo quello che siamo, non per i geni che ci hanno formato ma per la visione del mondo che abbiamo. E la visione del mondo ce la dà la lingua, costituisce la lingua e la trasmettiamo attraverso la lingua” (p.16). Questo processo di simbolizzazione è un’attività esclusivamente umana, un attributo della sua specie, ottenuto grazie alla lingua. In questo senso, White (1987) sostiene che “L’uomo utilizzi i simboli e che non esista nessun’altra creatura che lo faccia. Un organismo ha la facoltà di usare i simboli o non ce l’ha; non ci sono stadi intermedi” (p.43). Essa è ciò che avvia tale processo, che è possibile solamente all’interno di una cultura. Lorenz (1974) già sottolineava il fatto che “l’uomo è un essere culturale di natura”. Detto in altro modo, è la costruzione del mondo umano attraverso ciò che è simbolico.

Si può comprendere il perché la lingua dei segni giochi un ruolo così decisivo nella visione del mondo che costruiscono. Questo mettersi d’accordo verbalmente (coniato da Duch, 2002) implica il dare il nome alle cose partendo da tutto ciò che è visivo spaziale. Riguarda come si percepisca il mondo attraverso lo sguardo o come organizzano l’esperienza del quotidiano attraverso ciò che è visivo; il quale è immensamente interessante e sorprendente se si prende in considerazione la tradizione dell’oralità come unica strada per dare il nome alla realtà. Morales (2008) spiega ciò dicendo che la costruzione del mondo in un gruppo sociale che utilizza una lingua con canali di recezione e espressione diversi da quelli delle lingue orali, come lo è la lingua dei segni per i sordi, deve comportare anche una relazione diversa con l’ambiente circostante.

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A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni (4)

 Categoria: Le lingue

< Terza parte di questo articolo

LA LINGUA DEI SEGNI COME PONTE SEMIOTICO NELLA COSTRUZIONE DELLA CULTURA SORDA
Il mondo si mostra all’uomo come un caos che deve ordinare per poterlo capire, interpretare e ricostruire. Questo compito è possibile solamente tramite il linguaggio come strumento di simbolizzazione, capace di permettere la lettura della realtà circostante. Il linguaggio come facoltà umana universale e rilevante si concretizza in ciò che Duch (2002) ha definito come “spiegare la realtà”. Vale a dire, l’uomo diventa “colui che spiega a sé stesso e la realtà in maniera efficiente” (pag.35), ciò rappresenta un tentativo di umanizzarsi e di umanizzare il suo ambiente. Dobbiamo aggiungere di dare il nome a tutte le cose che lo circondano. Secondo Rumbos (2002), ciò significa “dare un nome al mondo”.

A riguardo di ciò, Cia Lamana (2007) aggiunge che “l’uomo non è solamente vicino o unito alla cose o agli avvenimenti, ma cerca di pensarci, dargli un nome e agire, perché le cose fanno pensare l’uomo” (p.25). Con il linguaggio dell’essere umano ci si eleva da ciò che è puramente sensoriale per la presa di coscienza dei sentimenti e della conoscenza che permette il processo di simbolizzazione. Una simbolizzazione che caratterizza la vita dell’uomo e lo trascende, un solo esempio riguardo ciò che è stato detto è che “solamente l’uomo è capace di sotterrare i suoi morti e simbolizzare una specie di congedo” (2007:17).

Dall’altra parte, la lingua come sistema linguistico non è solamente uno strumento per la comunicazione umana, ma costituisce anche un fatto di natura sociale. Ben oltre, la lingua costituisce l’elemento aggregante o la maglia linguistica nella quale si tesse la cultura di un popolo. Romaine (1996) annota che la lingua non possiede un’esistenza separata dalla realtà sociale dei suoi utenti. Le conoscenze riguardo la lingua e la società si frammezzano. In tal senso, Valles (2007) indica che:

“L’apprendimento di una lingua ci definisce come parte di un gruppo; perciò, l’apprendimento della nostra lingua materna, una serie di variabili culturali, sociali e linguistiche che influiscono nella nostra percezione del mondo, nel nostro modo di pensare e nel modo di vivere il presente e di ricostruire il passato e di immaginare il futuro” (p.5).

Quinta parte di questo articolo >

A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Per intraprendere il percorso metodologico descritto sono stati selezionati gli strumenti propri di una ricerca etnografica come ad esempio: l’osservazione partecipante e il colloquio scrupoloso. Per quanto riguarda la prima, essa rappresenta il fulcro legato al cosa fare antropologico. Essa si può definire come “un periodo di interazioni sociali intense tra il ricercatore e i soggetti coinvolti” (Álvarez-Gayou, 2003:15). Durante lo svolgimento dello stesso, l’informazione che raccoglie i dati viene ricavata sistematicamente. Taylor e Bogdan (1987) riportano che gli osservatori devono penetrare personalmente nella vita delle persone e condividere le proprie esperienze. In tal senso, si presuppone l’accesso ai luoghi più comuni frequentati dalla comunità sorda di Caracas.

Per quanto riguarda il colloquio scrupoloso, è stato uno dei capisaldi a sostegno studio. Essa ha facilitato il captare le intenzioni, i sentimenti e i vissuti degli informatori attraverso la propria lingua come risorsa linguistica inestimabile. Allo stesso modo la lingua dei segni è emersa come il midollo nell’interpretazione della propria realtà di Sordi. È necessario sottolineare che in questa ricerca ci si è avvalsi della collaborazione di 3 interpreti della lingua dei segni venezuelana (LSV).

PARTECIPANTI
Gli attori di questo studio si sono adattati a un processo di selezione orientato sotto il cosiddetto campionamento teorico, proposto da Glaser e Strauss (1967). Si intende la raccolta di dati che permette di generare la teoria attraverso le fasi successive. In altre parole, si è pensato di cercare i partecipanti mano a mano che si elaborava la ricerca, come per i dati che emergevano, piuttosto che sulla base di un progetto pregresso.

Tale scelta quindi è stata inquadrata nella partecipazione degli attori più idonei che potessero offrire un’informazione preziosa in conformità con gli obbiettivi proposti; cioè dalle persone Sorde più rappresentative della propria comunità, quelli che potessero raccontare al meglio il proprio vissuto da Sordi.

In tal senso, i sordi partecipanti provengono da uno strato sociale che si può definire come privilegiato all’interno della propria comunità. Alcuni hanno terminato gli studi alla scuola primaria e al liceo, altri anche gli studi di livello superiore o sono prossimi a concluderli. Dall’altro lato, hanno impieghi stabili (alcuni legati all’area educativa); fanno uso della lingua dei segni, come lingua quotidiana; partecipano attivamente nelle associazioni per i sordi come direttori, apportando delle opinioni e soluzioni preziose a molti dei problemi più comuni; hanno accesso all’informazione e alla conoscenza; inoltre palesano piena coscienza e orgoglio verso la condizione di sordi.

Quarta parte di questo articolo >

A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

PERCORSO METODOLOGICO
La ricerca elaborata è di natura notevolmente qualitativa, date le caratteristiche del suo oggetto di studio. Ciò rappresenta una realtà umana complessa come lo è la comunità sorda. Da ciò si proporrebbe un approccio interdisciplinare e multidimensionale al suo universo simbolico. A causa delle ragioni accennate, è stato utilizzato il metodo etnografico sostenuto dall’interazionismo simbolico. Esso ha comportato una confluenza nella struttura di referenze sia del ricercatore che del soggetto conoscitore. Significa generare un’interpretazione della realtà essendo sordi, come comunità linguistica nella quale si intercettano i suoi valori, credenze e conoscenze previe. Ciò viene esteso come mondo della vita, cosmi condivisi e ponte inter-soggettivo nel quale si costruisce un universo simbolico (Schutz, 2001).

È così che si entrano in uno stretto legame gli universi simbolici degli attori per interpretare e costruire una realtà singolare; un mondo della vita che si attiva e si rende palese agli Altri. Un mondo della vita proposto come “una realtà che modifichiamo attraverso i nostri atti e dall’altro lato modifica le nostre azioni” (pag.23).

Da questo prisma dell’intersoggettività è possibile solamente assimilare una realtà umana articolata e complessa come quella dei sordi. Da qui la fenomenologia affiora come l’orientazione filosofica più adeguata per interpretarla. Cioè “studia i fenomeni così come sono sperimentati dall’essere umano” (Sandoval Casilimas,1996). Dal punto di vista etimologico ciò che è importante è sviluppare ciò che è significativo per gli attori attraverso i sentimenti, le percezioni e il vissuto.

In questo modo Gadamer (1984) sostiene che i vissuti siano qualcosa di più immediato rispetto a un’esperienza momentanea, sarebbero legate all’intera vita delle persone. In altre parole è “una rappresentazione del tutto nel vissuto di ogni momento” (pag.105). In modo che “il vissuto è sempre il vissuto per ognuno”. Dal quale si stacca il concetto di vissuto come la base epistemologica per la conoscenza delle cose oggettive. In base a quanto detto precedentemente, emerge che questa ricerca ha permesso l’acquisizione di una visione a sostegno del vissuto che hanno avuto in quanto sordi e che ha costituito l’epicentro della teoria elaborata, essendo la lingua dei segni uno dei margini. In altre parole, la sfumatura fenomenologica proviene dal vissuto da sordi. La vita da sordi che viene raccontata da loro stessi.

Terza parte di questo articolo >

A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni

 Categoria: Le lingue

RIASSUNTO
L’obbiettivo fondamentale di questa ricerca è stato incentrato nella costruzione di una teoria individuale riguardo la Comunità sorda di Caracas, avendo come punto di partenza una narrativa che permettesse di penetrare negli immaginari simbolici che ha sviluppato in quanto gruppo linguistico minoritario, essendo la lingua dei segni la colonna vertebrale nella trasmissione dei valori, delle convinzioni e percezioni nell’ambiente in cui essi dominano. Una lingua con delle proprie caratteristiche che le conferiscono un marchio di differenza nella loro vita da sordi. Il metodo adoperato si colloca nel modello qualitativo della ricerca, con un approccio etnografico. Per quanto riguarda le tecniche per la raccolta di dati sono state impiegati il colloquio scrupoloso e l’osservazione partecipante.

Credo che nessuno ammetta davvero l’esistenza reale di un’altra persona. Può concedere che questa persona sia viva, che senta e pensi come lui; però ci sarà sempre un elemento anonimo di differenza, uno svantaggio materializzato…
Per noi gli altri non sono altro che un paesaggio e quasi sempre, un paesaggio invisibile di una strada sconosciuta.”

Fernando Pessoa

INTRODUZIONE
Tutt’ora la sordità è un fenomeno con molteplici facce che ci fa rendere conto della sua complessità. Non si suppone solamente da una prospettiva medica o educativa ma la sua comprensione va oltre ciò che è tradizionale, fino a costeggiare i limiti della natura linguistica, psicologica, antropologica, filosofica, etica, sociologica, culturale e politica. Insieme a questa intricata rete di relazioni compaiono gli sguardi dall’ottica dell’udente e da quella dei sordi. Tutto questo complicato scenario sottolinea i nodi gordiani che mostrano la necessità di continuare la ricerca di nuove interpretazioni, dal quale si origina l’essenza stessa dell’essere sordo.

Ciò che sembra essere certo è che quella dei sordi è una comunità particolare, a causa della presenza di una lingua e di una cultura con caratteristiche particolari. Da ciò nasce l’affermazione, esaustivamente comprovata, che costituiscono una minoranza linguistica, nella quale la lingua dei segni si eleva ad elemento legante che gli conferisce un’identità unica.

Con queste coordinate come bussola per orientarsi si intraprende lo studio qui contenuto. Questo significa penetrare in quel mondo di significati che hanno creato come gruppo linguistico, partendo da una narrativa tessuta su delle testimonianze, come attori principali della propria vita, nel possesso di una lingua con caratteristiche proprie, che le conferiscono una cosmovisione altrettanto unica.

Seconda parte di questo articolo >

A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

“Ciak, si traduce!” (3)

 Categoria: Traduttori freelance

< Seconda parte di questo articolo

In occasione di un Festival della Montagna, a Trento, durante una pausa di lavoro vidi un documentario su un tipo strano che sosteneva di aver trovato delle piramidi in Serbia (!). Io e la mia collega, guarda caso proprio serba, guardammo il film divertite dalle sue strane teorie, ma mentre io mi limitavo a sorridere dalle sue assurdità, lei si piegava letteralmente in due dalle risate perché diceva: “Lui non sta dicendo come è scritto nel sottotitolo, sta usando espressioni completamente diverse!” E lo diceva con le lacrime agli occhi. Evidentemente il mio collega traduttore non aveva saputo rendere in modo adeguato la strampalatezza del sedicente archeologo serbo e noi italiani ci siamo persi il 50% del divertimento. Mestiere assai difficile quello del traduttore, sempre, qualunque cosa si traduca.

Rispetto alla traduzione di un libro, quando si traducono film si ha la difficoltà di dover rispettare dei tempi, la lunghezza della pellicola e delle singole scene: tutto deve entrare al posto giusto e avvenire nel giro di un massimo di due ore risultando chiaro e scorrevole nonostante lo spazio limitato. A volte si deve decidere di sacrificare qualcosa: una parola, un concetto, ma sempre senza compromettere l’intera scena. Una sfida continua, interessantissima.

Non voglio insegnare niente a nessuno con questo mio breve articolo (forse in tanti troveranno qualcosa da ridire su quanto da me scritto), semplicemente mi fa piacere condividere un piccolo frammento di quella che è stata sicuramente l’esperienza lavorativa più bella della mia vita e dare un consiglio a tutti: guardate sempre i film in lingua originale, perché li apprezzerete molto di più, perché imparerete le lingue straniere, e perché darete tante più possibilità a chi come me avrebbe voluto continuare a fare questo lavoro per sempre!

Autrice dell’articolo:
Dott.ssa Valeria Zito
Perugia

“Ciak, si traduce!” (2)

 Categoria: Traduttori freelance

< Prima parte di questo articolo

Quando si traduce un film è un po’ come entrare nella pellicola, accanto all’attore, e affiancarlo in ogni momento per capire il suo stile ed essere in grado di riprodurlo per iscritto. Se si sceglie la parola sbagliata l’effetto non sarà lo stesso. La difficoltà più grande è sicuramente la lunghezza dei dialoghi: sia che si traduca per la sottotitolazione (come nel mio caso) che per gli adattamenti audio, riportare in poche righe quello che l’attore ha detto non è sempre semplicissimo. Pensate ai termini medici, ad esempio: alcuni, in italiano, sono parole lunghissime, mentre in inglese sono espresse da una sigla di due-tre lettere. Significa una riga di sottotitolo in più, il che può comportare il rischio di far finire una frase nell’immagine successiva.

Immaginate, ad esempio, che in quel momento il medico-attore, stia intervenendo per un’emergenza: dovrà dare indicazioni nel più breve tempo possibile, e magari userà termini come “elettrocardiogramma”, “elettroencefalogramma”, “risonanza magnetica”…Ora provate a fare entrare tutto in meno righe possibile. Un conto è sentire una frase, un conto è leggerla. Be’, ho dovuto impararlo a mie spese: qualunque cosa stesse dicendo quel medico, chi guardava il film non è sicuramente riuscito a capirlo perché i miei sottotitoli risultarono essere troppo lunghi e quindi illeggibili. E vogliamo parlare dei giochi di parola, delle battute con riferimenti storico-culturali? Le mie sfide preferite!

Quanto mi piaceva interpretare, ricercare, dover studiare quel piccolo pezzo di cultura per poi decidere come renderlo in italiano! Era uno degli aspetti che più amavo. Come rendere divertente una battuta su qualcosa che in italiano neanche esiste? A volte per adattare una sola frase era necessario rivedere l’intera traduzione per evitare incongruenze o mancati riferimenti. Lo script di un film deve avere un ritmo e la traduzione deve contribuire ad esso mantenendosi snello e scorrevole. Dove c’è una battuta deve esserci una battuta, dove c’è un momento poetico si deve usare un linguaggio poetico. Se si usa il termine sbagliato si fa perdere efficacia a tutta la scena.

Terza parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Dott.ssa Valeria Zito
Perugia

“Ciak, si traduce!”

 Categoria: Traduttori freelance

Era il 2004, credo fosse maggio, e capitai per caso all’università. Mi ero laureata da pochi mesi e mi aggiravo ancora da quelle parti nella speranza che la relatrice della mia tesi mi proponesse qualche lavoro di traduzione per la casa editrice con cui sapevo che aveva collaborato. Ovviamente non sarebbe mai successo, ma io ancora non lo sapevo, e continuavo ad illudermi che prima o poi la professoressa mi pregasse in ginocchio di tradurre per lei. Mentre mi avviavo verso l’uscita, notai di sfuggita un volantino appeso alla parete. Un volantino insignificante, in bianco e nero, attaccato con un pezzo di nastro adesivo all’intonaco scrostato.

Qualcuno, lì in città, cercava traduttori, anche alle prime armi, per un progetto legato al cinema indipendente. Le parole “traduttore” e “cinema” nella stessa frase ebbero su di me l’effetto del fuoco sulla dinamite: il giorno dopo ero da loro, da quei ragazzi che dicevano di aver bisogno di persone come me, appassionate di lingue straniere, amanti della parola scritta e parlata. Nel giro di pochi mesi divenni parte integrante di quel gruppo di folli disposti a lavorare anche 18 ore al giorno per una paga da miseria pur di poter essere parte attiva di un mondo a parte, meravigliosamente affascinante: quello del cinema. E ovviamente della traduzione. Ho continuato a farlo per 10 anni, senza interruzione, sempre più infatuata. Poi i soldi hanno cominciato a scarseggiare, e tutti noi abbiamo finito col fare tutt’altro.

Il mondo del cinema è vastissimo e include tanti sottoinsiemi: lungometraggi, mediometraggi, cortometraggi, documentari, cartoni animati, cinema d’essai, cinema indipendente, b-movies, ecc.I film che traducevo provenivano da tutto il mondo e venivano proiettati in occasione di festival a tema, come il LGBT Film Festival, quello della Montagna, quello dedicato all’Africa…per cui ad ogni festival corrispondeva un linguaggio diverso, ogni persona aveva il suo registro, il suo gergo. È sicuramente questo a renderlo un settore così interessante e stimolante.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Dott.ssa Valeria Zito
Perugia

Come tradurre le espressioni gergali

 Categoria: Tecniche di traduzione

Tanto nella traduzione scritta quanto in quella orale, il gergo dà sempre del filo da torcere. Per tradurlo al meglio, talora sono necessarie delle discrete “acrobazie”. E, senza una buona conoscenza della lingua, è assolutamente impossibile farlo.

Con “gergo” non intendiamo certo i prestiti linguistici entrati a far parte del lessico ormai da tempo. Si tratta piuttosto di un nuovo “strato”, un insieme nel quale confluiscono parole e locuzioni provenienti da svariati linguaggi settoriali. Possiamo ivi includere il linguaggio amministrativo, quello militare, il gergo degli ambienti malavitosi, o ancora quello giovanile.

Tutte queste espressioni, un tempo caratteristiche soltanto di un determinato gruppo sociale, gradualmente smettono di indicare l’appartenenza del parlante a un dato gruppo e iniziano invece a trovare un utilizzo via via più ampio da parte di tutti gli strati sociali. Persino i politici, dai quali in genere ci si aspetterebbe un certo livello di formalità,  nei loro discorsi “peccano” utilizzando espressioni gergali e…politicamente scorrette, ma ormai parte integrante della lingua.

Come può orientarsi un traduttore in casi del genere? Come sempre, nella traduzione sono richieste conoscenza, abilità e un pizzico di creatività, per riuscire a rendere ciò che a rigore sarebbe intraducibile. Nel tradurre le espressioni gergali è utile ricorrere a dizionari specifici o ai forum presenti in internet. Di grande aiuto possono essere anche film e serie tv in lingua straniera, che favoriscono moltissimo l’apprendimento di un lessico aggiornato e di espressioni largamente diffuse nella lingua di tutti i giorni.

Fonte: Articolo pubblicato il 23 gennaio 2013 sul sito Tlumaczmy

Traduzione a cura di:
Valentina Brusamento
Traduttrice EN, PL > IT

Traduzione di siti web (4)

 Categoria: Traduzione di siti web

< Terza parte di questo articolo

Traduzione umana contro traduzione meccanizzata
La traduzione meccanizzata è svolta da software automatizzati che possono eseguire sia traduzioni attendibili e sia fino a un certo livello di localizzazione (com’è specificato nelle sue impostazioni). Questo tipo di traduzione si usa quando c’è una grande quantità di contenuto e il risultato non deve necessariamente avere molte sfumature e non è influenzato dalla cultura e dai valori locali.

Per esempio, un sito come Amazon può usare la traduzione meccanizzata per le descrizioni del loro prodotto. Usare traduttori “umani” sarebbe un grosso investimento che rallenterebbe il processo di lancio del sito.

Tuttavia, userà traduttori umani altamente qualificati per tutto il materiale marketing e legale, dato che è questo l’ambito in cui la localizzazione ha più rilevanza. Inoltre, le pagine principali del sito web (come ad esempio Chi siamo, Contatti, Politica di Reso, o la Home Page) dovrebbero essere create usando redattori e correttori di bozze umani.

Traduzione di un sito web contro traduzione del contenuto
Come abbiamo detto all’inizio dell’articolo, viviamo attualmente in un’economia del contenuto. Ciò significa che i marchi devono creare un contenuto sempre più accattivante per catturare l’attenzione della gente e condurla verso le loro pagine di destinazione.  Una volta lì, chi visualizza deve essere accolto da un diverso tipo di contenuto che li convincerà a diventare futuri clienti.

Pertanto, c’è una distinzione chiara tra sito web e traduzione del contenuto. Si ha bisogno di tradurre il proprio sito web una sola volta, mentre il contenuto è qualcosa che deve essere prodotto a velocità costante. Il contenuto deve anche essere rilevante e topico per poter spiccare nell’oceano di nuovo contenuto che viene creato quotidianamente.

Inoltre, diversi utenti richiedono contenuti in formati diversi. E, in base alla posizione geografica della propria clientela, bisognerà usare canali diversi. Ciò comporta sapere quale piattaforma di social media funziona in una specifica regione, se i blog sono accolti bene o no, e tanto altro.

Infine, i marchi di successo monitoreranno anche il contenuto prodotto dalle loro utenze come le recensioni, i commenti, o gli articoli di blog. Questo tipo di contenuto racchiude in sé un senso di urgenza, poiché il cliente può perdere entusiasmo se la risposta arriva troppo tardi. Di conseguenza, la collaborazione con un’agenzia di traduzioni, che può fornire un contributo per quanto riguarda la cultura e le abitudini locali, è più che necessaria a monitorare le varie campagne.

Conclusione
Il successo di qualsiasi marchio è direttamente collegato alla soddisfazione del cliente. Perciò, i marchi devono promuovere la comunicazione aperta e la fiducia, che si possono ottenere solo con il messaggio giusto.

Dunque, un marchio locale può accontentarsi dell’aiuto di un grande team di marketing, ma i marchi globali non possono ottenere dei risultati senza l’aiuto di traduttori altamente qualificati e dei loro strumenti. Come si sarà appreso dal nostro articolo, ci sono diversi tipi di traduzioni e di strumenti che le aziende possono utilizzare. In conclusione, il successo di una campagna globale ben organizzata deriva dalla combinazione di tutti gli strumenti e del talento a disposizione.

Potrà essere un investimento iniziale più grande di quanto ci si aspettasse, ma vale lo sforzo extra richiesto!

Fonte: Articolo scritto da Cristina Par e pubblicato su Speakt

Traduzione a cura di:
Erica Mele
Lecce

Traduzione di siti web (3)

 Categoria: Traduzione di siti web

< Seconda parte di questo articolo

Come si traduce un sito web?
A seconda del budget a disposizione e delle intenzioni generali dell’azienda, ci sono due modi per tradurre un sito web e per fare una localizzazione: con un approccio fai-da-te e con una collaborazione con specialisti ed esperti nel settore della linguistica.

Vediamo in breve ognuna di queste opzioni:

L’approccio fai-da-te
Se si ha la conoscenza necessaria per produrre traduzioni affidabili e di buona qualità, allora è possibile farlo da soli. Tuttavia, non è un approccio che raccomanderemmo poiché necessita di una conoscenza specifica di due ambiti opposti fra loro: linguaggio e tecnologia del web.

La maggior parte dei siti web usa uno speciale linguaggio di programmazione (come Python, ad esempio) per creare diverse versioni linguistiche dello stesso sito che saranno poi disponibili in base alla posizione di ogni utente. Sebbene imparare a usare Python online non sia complicato, serve comunque una conoscenza tecnica della distribuzione delle risorse, dei server del web, e molto altro.

L’approccio fai-da-te funziona solo quando si gestisce un piccolo sito web o si creano pagine di destinazione indipendenti per lingue che si conoscono molto bene. Altrimenti, se il sito è più grande (come una piattaforma di e-commerce) o si usano strumenti di traduzione automatizzati (come Google Translate), le possibilità di avere successo sono praticamente nulle.

Approccio di collaborazione professionale
Sei disposto/a a investire in un solido reparto marketing, vero? Sei anche pronto/a a reclutare persone per studiare il mercato in cui vuoi entrare. Quindi, sarebbe poco saggio non considerare anche una collaborazione con un’azienda di traduzione e localizzazione competente!

È anche importante tenere a mente che si avrà bisogno delle traduzioni dei contenuti del sito, dei prodotti, dei materiali di marketing, e dei documenti legali (per contratti, accordi, leggi sul lavoro, e altro ancora). Pertanto, sarà necessario l’aiuto di linguisti con competenze diversificate.

La buona notizia è che ci sono strumenti specializzati che possono aiutare ad automatizzare il processo di traduzione su una piattaforma e-commerce. Questi strumenti collegano i traduttori con la tua piattaforma e danno loro accesso al contenuto da tradurre o da modificare. Quindi, non c’è nessun intermediario che invii il contenuto al traduttore e che poi lo pubblichi sul sito.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Cristina Par e pubblicato su Speakt

Traduzione a cura di:
Erica Mele
Lecce