La lingua dei segni (10)

 Categoria: Le lingue

< Nona parte di questo articolo

È opportuno sottolineare che non ci sono lingue naturali più ricche o più povere, più astratte o più concrete, più strutturate o meno strutturate. Invece ci sono parlanti di qualsiasi lingua più o meno intelligenti, più o meno informati. Allo stesso modo, non esiste una lingua dei segni universale (Stokoe 1960; Klima y Bellugi, 1979; Rumbos, 2002; Oviedo, 2003).

Tuttavia, Oviedo, Rumbos e Pérez (2004) aggiungono che “le comunità dei sordi sviluppano in maniera indipendente i propri codici, che si differenziano tanto dalla lingua orale del contesto circostante quanto dalle altre lingue sei segni”. SkutnabbKangas (1991) crede che il numero di lingue dei segni nel mondo possa arrivare a 5.000, quasi tante quante le lingue orali.

Alla luce di queste considerazioni, Oviedo (2003) indica che esistono tante lingue dei segni quanti sono i paesi o comunità di sordi che si sono potute creare nel mondo. Egli spiega che questo accade perché ogni comunità di sordi sviluppa nel corso del tempo il proprio sistema. Così che oggi si parla di Lingua dei Segni svedese, Lingua dei Segni Messicana, Lingua dei segni Brasiliana, Lingua dei Segni Africana, ecc. Tuttavia, esse sono tanto diverse quanto potrebbero esserlo quelle orali, ragion per cui si necessitano interpreti negli incontri internazionali tra sordi.

Attualmente in Venezuela non ci sono delle statistiche che permettano di identificare il numero di persone sorde esistenti o quanti sono gli utenti della LSV. In merito alla carenza di informazioni statistiche, connesse alle comunità di sordi nel nostro paese, Oviedo (2003) afferma che:

“Mancano i censimenti nei quali si siano presi in considerazione le specificità culturali e linguistiche di quella comunità e dato che le persone sorde non rappresentano popolazioni legate a nessun luogo geografico (essi vivono negli stessi luoghi che occupano i venezuelani udenti), è estremamente complicato definirne il numero” (p.15).

Tuttavia, si possono fare delle ipotesi sul fatto che il numero potrebbe essere tra le dieci e le ventimila persone sorde, se consideriamo alcuni dati legati al numero di bambini sordi accuditi nei centri sanitari pubblici, il numero di soci delle Associazioni di sordi del paese e le cifre generali fornite dalle organizzazioni internazionali (Oviedo 2003). Un dato assai rilevante è quello secondo cui la LSV è riconosciuta nella nostra Costituzione con la menzione dei diritti culturali e linguistici dei sordi; atto che situa il Venezuela come uno dei paesi più sviluppati in materia di diritti umani dei gruppi linguistici minoritari.

Undicesima parte di questo articolo >

A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni (9)

 Categoria: Le lingue

< Ottava parte di questo articolo

Il miglior esempio di quanto è stato detto da Larrosa è il caso dei sordi che sono stati e continuano ad essere sottomessi a questa pressione sociale, tradotta in pressione esercitata a nome di una maggioranza imposta, quella che detiene il potere.

Tuttavia, dagli elaborati della linguistica post-strutturalista è stato avvallato il carattere della lingua naturale a quello della lingua dei segni e delle sue differenze rispetto a quelle orali, come: l’uso dello spazio con valore sintattico e topografico e la simultaneità degli aspetti grammaticali. Questi sono aspetti che denotano specifiche restrizioni sul tipo di modalità viso-spaziale e determinano una differenza sostanziale rispetto a quelle di tipo uditivo-orale. Da esso si deduce che “il linguaggio possiede una struttura alla base indipendente dalla modalità di espressione, che sia orale o gestuale” (Skliar, 1999: 64).

Cosicché la lingua orale e quella dei segni non costituiscono un’opposizione ma due canali diversi e ugualmente efficienti per la trasmissione e recezione del linguaggio. Di conseguenza i requisiti di arbitrarietà, creatività, produttività e quotidianità siano presenti nelle lingue dei segni oltre che nella caratteristica della doppia articolazione nella sua condizione di lingue naturali.

Per quanto riguarda il primo requisito, cioè l’arbitrarietà, si definisce “quando non esiste una relazione diretta tra significato e significante” (Rumbos, 2002:7). La produttività risiede “nelle risorse morfologiche che possiedono le lingue dei segni e che facilitano l’introduzione di nuove parole per codificare l’informazione introdotta di recente nello scambio culturale” (Oviedo, 2000:13).

Dall’altro lato per creatività si intende “il repertorio finito di elementi per l’elaborazione infinita di messaggi” (Rumbos, ob.cit: 9). In relazione alla doppia articolazione si afferma che è una delle qualità essenziali dei sistemi linguistici e stabilisce che le lingue siano composte da un efficiente sistema di unità organizzate in livelli complessi e seguenti di organizzazione che permettono, partendo da combinazioni regolari, di creare un numero potenzialmente infinito di significati a partire da un numero ridotto di unità di suono e senso.

Decima parte di questo articolo >

A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni (8)

 Categoria: Le lingue

< Settima parte di questo articolo

Del carattere naturale delle lingue è necessario evidenziare che si ritrova in relazione al suo uso nello sviluppare culturalmente gruppi umani distinti oltre alla sua capacità creativa infinita e all’arbitrarietà del segno linguistico già proposto da Sassure (1960) e non nel modo o canale di trasmissione utilizzato. Barrera Linares e Fraca de Barrera (1999) spiegano che “i sordi a causa della privazione scelgono un sistema linguistico diverso, non orale, però nemmeno diverso strutturalmente dalle lingue orali dato che si basa sui suoi stessi principi” (1999:50).

Pérez de Arado (2005) spiega che le lingue dei segni sono comparse tra le persone sorde come “una risposta creativa a una condizione personale e sociale, rivelando tutta la sua capacità di rappresentazione simbolica della realtà, allo stesso modo delle lingue parlate” (p.81). In parallelo alle definizioni che la collocano in una sorta di compensazione creata dalla natura umana quando si è impossibilitati ad accedere al codice orale. Skliar (1999) ribalta questa percezione sottovalutata facendo un’acuta riflessione a riguardo:

“Molti ritengono che questa creazione linguistica si origini perché la deficienza uditiva impedisca ai sordi di accedere all’oralità; per cui non c’è altro rimedio che inventare una lingua. In questo modo le lingue dei segni sembrano essere una consolazione e non un processo e prodotto costruito storicamente e socialmente dalle comunità dei sordi (p.69)”.

È una concezione influenzata dai pregiudizi del linguaggio, il quale la associa alla lingua orale come unico modo di trasmetterlo. E quindi, qualsiasi altro modo o via di produzione viene neutralizzata come patologica. Bisogna osservare che ciò che Larrosa (2005) cataloga come “la condizione babelica del linguaggio umano” (p.81), nel senso di pluralità, instabilità e confusione presente in tutte lingue come un fatto tipico della natura dell’uomo. Situazione che porta a un’influenza reciproca nei nessi presenti nelle lingue umane. Lo elabora non al singolare e con la maiuscola (il Linguaggio) ma come invenzione filosofica per raggiungere l’unità, ma la contrario come una forma per risaltare la condizione umana al plurale.

Quest’evento rende palese “che ci sono molti uomini, molte storie, molti modi di ragionare, molte lingue e sicuramente molti mondi e molte realtà” (p.81). È opportuno ricordare quanto precede quando si è in presenza di una costante pretesa di imporre una sola realtà, una sola lingua, un solo mondo e una sola razionalizzazione.

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A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni (7)

 Categoria: Le lingue

< Sesta parte di questo articolo

Allineandosi agli approcci anteriori, Zimmermann (1999) aggiunge che la lingua ha anche la funzione di costruire un’identità sociale, etnica e culturale. Ragion per cui non si può parlare di modello comparativo di identità culturali qualificate come migliori o peggiori; si potrebbe aggiungere il criterio dell’efficienza, cioè, quando una lingua è catalogata come efficiente sembra essere la lingua con maggiore potere o viceversa. Una lingua con potere o alto status linguistico è considerata efficiente e rappresenta a sua volta la lingua maggioritaria.

Il sistema linguistico adoperato da un gruppo o una comunità di parlanti è lo specchio fedele della sua idiosincrasia, del suo modo di ragionare o della sua maniera di capire la realtà circostante. In questa direzione, Lenkerdof (1996) assevera che “scegliamo la struttura della lingua perché pensiamo che in tutte le lingue i parlanti mostrino il proprio modo di essere, di pensare e agire e in generale lo fanno senza rendersene conto” (p.25). La lingua è la manifestazione della nostra cosmovisione, la forma di come nominiamo le cose e interpretiamo gli avvenimenti all’interno della nostra cultura. Non è un caso che la nostra lingua abbia una struttura sintattica e semantica particolare, una forma di nominare il mondo che è vincolata direttamente alla sua cultura.

Allo stesso modo, le lingue dei segni, come qualsiasi altra lingua naturale, possiedono una propria struttura caratterizzata da aspetti di natura viso-gestuale che evidenziano un modo particolare di spiegare il mondo. Il sordo parla con le sue mani, nominalizza il mondo con i segni della sua lingua. Nel frattempo, la lingua dei segni è ritenuta come:

“Un codice che rispetta tutte le funzioni che le lingue orali rispettano nelle comunità degli udenti. Le lingue dei segni sono le lingue naturali delle persone sorde. Questi sistemi si acquisiscono in maniera naturale e inoltre permettono ai loro utenti di sviluppare il pensiero in maniera spontanea e di realizzare le funzioni comunicative proprie di un conglomerato sociale (Oviedo, Rumbos y Pérez, 2004:7)”.

Vista in questo modo la lingua dei segni è “un sistema arbitrario di segni per mezzo del quale le persone sorde realizzano le loro attività comunicative all’interno di una determinata cultura” (Pietrosemoli, 1989:5). Bisogna dire che i sordi hanno sviluppato e trasmesso di generazione in generazione una lingua la cui modalità di recezione e trasmissione è diversa dalle lingue parlate o orali. La varietà del nostro paese è stata denominata Lingua dei Segni Venezuelana (LSV successivamente). E quindi, le lingue dei segni appartengono allo stesso gruppo delle cosiddette lingue naturali nel senso che sono sistemi linguistici creati dall’uomo e usati per questo motivo nella sua vita quotidiana all’interno di un gruppo specifico.

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A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni (6)

 Categoria: Le lingue

< Quinta parte di questo articolo

Di seguito alcune testimonianze apportate dai partecipanti sordi riguardo questa percezione di mettersi d’accordo verbalmente sulla realtà attraverso la lingua dei segni:

“È più facile parlare in LS, è la mia cultura, è la mia identità, in più sono i miei sentimenti. Posso dire tutto quello che voglio, i miei sentimenti.” “Mia mamma cercava di spiegarmi queste cose con la lingua orale, però solo superficialmente le capivo, volevo capirle in modo più profondo, più astratto ed era possibile solamente con la lingua dei segni”. “Se mi parlano solamente in lingua orale, in quanto sordo, mi risulterà molto difficile capire, strutturare le conoscenze, sviluppare il pensiero, così che ho bisogno della lingua dei segni per capire le cose, il mondo” Le testimonianze precedenti hanno sottolineato l’immenso valore che ha la lingua materna nella vita dell’essere umano, ciò è possibile solamente all’interno della famiglia (come primo scenario) o in sua mancanza, nella comunità. In questo senso, Duch (2002) fa un paragone tra l’imparare a parlare e l’imparare a camminare dei bambini “camminare, progredire, scontrarsi con la realtà ci abitua allo stesso tempo a cercare di metterci d’accordo, concretizzare, assaporare i vocaboli e le espressioni della realtà; ricorrere al mondo va in parallelo con il fatto di iniziare a leggerlo” (p.22). Continua spiegando che quando per qualche motivo questa “grammatica dei sentimenti” (ob.cit:23), che è la lingua materna- quella che nella realtà ci dà la possibilità di spiegare a noi stessi e metterci d’accordo con l’ambiente circostante non è operativa, si verifica una dislocazione affettiva dell’individuo nella sua realtà, accompagnata da l’incapacità di relazionarsi con sé stesso, con gli altri e con la natura.

Dinanzi al concetto proposto da Duch, vale la pena domandarsi: Quale sarà la gravità del danno che è stato inflitto ai sordi privandoli, per secoli, del diritto di usare la lingua dei segni come lingua materna? Perché c’è l’ossessione di negare che essa è una lingua materna?, Come fa il sordo a spiegarsi, spiegare agli altri e all’ambiente circostante senza possedere una lingua? Nel sollevare questo aspetto del problema è possibile capire la dislocazione affettiva che essi subiscono quando gli viene tolta la possibilità di acquisire la propria lingua materna. Per cui, quando uno di loro ribadisce: “Io sono fatto tutto di segni, respiro segni, nascono dalla mia pelle” o “Sono me stesso nella lingua dei segni” si mostra con moderata chiarezza l’importanza cruciale, definitiva e trascendente che gioca la lingua dei segni nella propria vita da sordi. Più che una lingua, un codice linguistico o la possibilità di comunicazione con altri, è la sua natura, la sua essenza, è la colonna vertebrale della sua esistenza. È la lingua dei segni che li definisce come sordi ed è ciò che li distingue culturalmente a partire dal ciò che è linguistico. –

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A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni (5)

 Categoria: Le lingue

< Quarta parte di questo articolo

La lingua ci modella come individui, ci differenzia e segna il modo in cui immaginiamo il mondo. Secondo le parole di Chela-Flores (1998), la nostra lingua ci definisce e ci fornisce le risorse per dare senso alla vita. A riguardo annota “siamo quello che siamo, non per i geni che ci hanno formato ma per la visione del mondo che abbiamo. E la visione del mondo ce la dà la lingua, costituisce la lingua e la trasmettiamo attraverso la lingua” (p.16). Questo processo di simbolizzazione è un’attività esclusivamente umana, un attributo della sua specie, ottenuto grazie alla lingua. In questo senso, White (1987) sostiene che “L’uomo utilizzi i simboli e che non esista nessun’altra creatura che lo faccia. Un organismo ha la facoltà di usare i simboli o non ce l’ha; non ci sono stadi intermedi” (p.43). Essa è ciò che avvia tale processo, che è possibile solamente all’interno di una cultura. Lorenz (1974) già sottolineava il fatto che “l’uomo è un essere culturale di natura”. Detto in altro modo, è la costruzione del mondo umano attraverso ciò che è simbolico.

Si può comprendere il perché la lingua dei segni giochi un ruolo così decisivo nella visione del mondo che costruiscono. Questo mettersi d’accordo verbalmente (coniato da Duch, 2002) implica il dare il nome alle cose partendo da tutto ciò che è visivo spaziale. Riguarda come si percepisca il mondo attraverso lo sguardo o come organizzano l’esperienza del quotidiano attraverso ciò che è visivo; il quale è immensamente interessante e sorprendente se si prende in considerazione la tradizione dell’oralità come unica strada per dare il nome alla realtà. Morales (2008) spiega ciò dicendo che la costruzione del mondo in un gruppo sociale che utilizza una lingua con canali di recezione e espressione diversi da quelli delle lingue orali, come lo è la lingua dei segni per i sordi, deve comportare anche una relazione diversa con l’ambiente circostante.

Sesta parte di questo articolo >

A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni (4)

 Categoria: Le lingue

< Terza parte di questo articolo

LA LINGUA DEI SEGNI COME PONTE SEMIOTICO NELLA COSTRUZIONE DELLA CULTURA SORDA
Il mondo si mostra all’uomo come un caos che deve ordinare per poterlo capire, interpretare e ricostruire. Questo compito è possibile solamente tramite il linguaggio come strumento di simbolizzazione, capace di permettere la lettura della realtà circostante. Il linguaggio come facoltà umana universale e rilevante si concretizza in ciò che Duch (2002) ha definito come “spiegare la realtà”. Vale a dire, l’uomo diventa “colui che spiega a sé stesso e la realtà in maniera efficiente” (pag.35), ciò rappresenta un tentativo di umanizzarsi e di umanizzare il suo ambiente. Dobbiamo aggiungere di dare il nome a tutte le cose che lo circondano. Secondo Rumbos (2002), ciò significa “dare un nome al mondo”.

A riguardo di ciò, Cia Lamana (2007) aggiunge che “l’uomo non è solamente vicino o unito alla cose o agli avvenimenti, ma cerca di pensarci, dargli un nome e agire, perché le cose fanno pensare l’uomo” (p.25). Con il linguaggio dell’essere umano ci si eleva da ciò che è puramente sensoriale per la presa di coscienza dei sentimenti e della conoscenza che permette il processo di simbolizzazione. Una simbolizzazione che caratterizza la vita dell’uomo e lo trascende, un solo esempio riguardo ciò che è stato detto è che “solamente l’uomo è capace di sotterrare i suoi morti e simbolizzare una specie di congedo” (2007:17).

Dall’altra parte, la lingua come sistema linguistico non è solamente uno strumento per la comunicazione umana, ma costituisce anche un fatto di natura sociale. Ben oltre, la lingua costituisce l’elemento aggregante o la maglia linguistica nella quale si tesse la cultura di un popolo. Romaine (1996) annota che la lingua non possiede un’esistenza separata dalla realtà sociale dei suoi utenti. Le conoscenze riguardo la lingua e la società si frammezzano. In tal senso, Valles (2007) indica che:

“L’apprendimento di una lingua ci definisce come parte di un gruppo; perciò, l’apprendimento della nostra lingua materna, una serie di variabili culturali, sociali e linguistiche che influiscono nella nostra percezione del mondo, nel nostro modo di pensare e nel modo di vivere il presente e di ricostruire il passato e di immaginare il futuro” (p.5).

Quinta parte di questo articolo >

A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Per intraprendere il percorso metodologico descritto sono stati selezionati gli strumenti propri di una ricerca etnografica come ad esempio: l’osservazione partecipante e il colloquio scrupoloso. Per quanto riguarda la prima, essa rappresenta il fulcro legato al cosa fare antropologico. Essa si può definire come “un periodo di interazioni sociali intense tra il ricercatore e i soggetti coinvolti” (Álvarez-Gayou, 2003:15). Durante lo svolgimento dello stesso, l’informazione che raccoglie i dati viene ricavata sistematicamente. Taylor e Bogdan (1987) riportano che gli osservatori devono penetrare personalmente nella vita delle persone e condividere le proprie esperienze. In tal senso, si presuppone l’accesso ai luoghi più comuni frequentati dalla comunità sorda di Caracas.

Per quanto riguarda il colloquio scrupoloso, è stato uno dei capisaldi a sostegno studio. Essa ha facilitato il captare le intenzioni, i sentimenti e i vissuti degli informatori attraverso la propria lingua come risorsa linguistica inestimabile. Allo stesso modo la lingua dei segni è emersa come il midollo nell’interpretazione della propria realtà di Sordi. È necessario sottolineare che in questa ricerca ci si è avvalsi della collaborazione di 3 interpreti della lingua dei segni venezuelana (LSV).

PARTECIPANTI
Gli attori di questo studio si sono adattati a un processo di selezione orientato sotto il cosiddetto campionamento teorico, proposto da Glaser e Strauss (1967). Si intende la raccolta di dati che permette di generare la teoria attraverso le fasi successive. In altre parole, si è pensato di cercare i partecipanti mano a mano che si elaborava la ricerca, come per i dati che emergevano, piuttosto che sulla base di un progetto pregresso.

Tale scelta quindi è stata inquadrata nella partecipazione degli attori più idonei che potessero offrire un’informazione preziosa in conformità con gli obbiettivi proposti; cioè dalle persone Sorde più rappresentative della propria comunità, quelli che potessero raccontare al meglio il proprio vissuto da Sordi.

In tal senso, i sordi partecipanti provengono da uno strato sociale che si può definire come privilegiato all’interno della propria comunità. Alcuni hanno terminato gli studi alla scuola primaria e al liceo, altri anche gli studi di livello superiore o sono prossimi a concluderli. Dall’altro lato, hanno impieghi stabili (alcuni legati all’area educativa); fanno uso della lingua dei segni, come lingua quotidiana; partecipano attivamente nelle associazioni per i sordi come direttori, apportando delle opinioni e soluzioni preziose a molti dei problemi più comuni; hanno accesso all’informazione e alla conoscenza; inoltre palesano piena coscienza e orgoglio verso la condizione di sordi.

Quarta parte di questo articolo >

A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

PERCORSO METODOLOGICO
La ricerca elaborata è di natura notevolmente qualitativa, date le caratteristiche del suo oggetto di studio. Ciò rappresenta una realtà umana complessa come lo è la comunità sorda. Da ciò si proporrebbe un approccio interdisciplinare e multidimensionale al suo universo simbolico. A causa delle ragioni accennate, è stato utilizzato il metodo etnografico sostenuto dall’interazionismo simbolico. Esso ha comportato una confluenza nella struttura di referenze sia del ricercatore che del soggetto conoscitore. Significa generare un’interpretazione della realtà essendo sordi, come comunità linguistica nella quale si intercettano i suoi valori, credenze e conoscenze previe. Ciò viene esteso come mondo della vita, cosmi condivisi e ponte inter-soggettivo nel quale si costruisce un universo simbolico (Schutz, 2001).

È così che si entrano in uno stretto legame gli universi simbolici degli attori per interpretare e costruire una realtà singolare; un mondo della vita che si attiva e si rende palese agli Altri. Un mondo della vita proposto come “una realtà che modifichiamo attraverso i nostri atti e dall’altro lato modifica le nostre azioni” (pag.23).

Da questo prisma dell’intersoggettività è possibile solamente assimilare una realtà umana articolata e complessa come quella dei sordi. Da qui la fenomenologia affiora come l’orientazione filosofica più adeguata per interpretarla. Cioè “studia i fenomeni così come sono sperimentati dall’essere umano” (Sandoval Casilimas,1996). Dal punto di vista etimologico ciò che è importante è sviluppare ciò che è significativo per gli attori attraverso i sentimenti, le percezioni e il vissuto.

In questo modo Gadamer (1984) sostiene che i vissuti siano qualcosa di più immediato rispetto a un’esperienza momentanea, sarebbero legate all’intera vita delle persone. In altre parole è “una rappresentazione del tutto nel vissuto di ogni momento” (pag.105). In modo che “il vissuto è sempre il vissuto per ognuno”. Dal quale si stacca il concetto di vissuto come la base epistemologica per la conoscenza delle cose oggettive. In base a quanto detto precedentemente, emerge che questa ricerca ha permesso l’acquisizione di una visione a sostegno del vissuto che hanno avuto in quanto sordi e che ha costituito l’epicentro della teoria elaborata, essendo la lingua dei segni uno dei margini. In altre parole, la sfumatura fenomenologica proviene dal vissuto da sordi. La vita da sordi che viene raccontata da loro stessi.

Terza parte di questo articolo >

A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

La lingua dei segni

 Categoria: Le lingue

RIASSUNTO
L’obbiettivo fondamentale di questa ricerca è stato incentrato nella costruzione di una teoria individuale riguardo la Comunità sorda di Caracas, avendo come punto di partenza una narrativa che permettesse di penetrare negli immaginari simbolici che ha sviluppato in quanto gruppo linguistico minoritario, essendo la lingua dei segni la colonna vertebrale nella trasmissione dei valori, delle convinzioni e percezioni nell’ambiente in cui essi dominano. Una lingua con delle proprie caratteristiche che le conferiscono un marchio di differenza nella loro vita da sordi. Il metodo adoperato si colloca nel modello qualitativo della ricerca, con un approccio etnografico. Per quanto riguarda le tecniche per la raccolta di dati sono state impiegati il colloquio scrupoloso e l’osservazione partecipante.

Credo che nessuno ammetta davvero l’esistenza reale di un’altra persona. Può concedere che questa persona sia viva, che senta e pensi come lui; però ci sarà sempre un elemento anonimo di differenza, uno svantaggio materializzato…
Per noi gli altri non sono altro che un paesaggio e quasi sempre, un paesaggio invisibile di una strada sconosciuta.”

Fernando Pessoa

INTRODUZIONE
Tutt’ora la sordità è un fenomeno con molteplici facce che ci fa rendere conto della sua complessità. Non si suppone solamente da una prospettiva medica o educativa ma la sua comprensione va oltre ciò che è tradizionale, fino a costeggiare i limiti della natura linguistica, psicologica, antropologica, filosofica, etica, sociologica, culturale e politica. Insieme a questa intricata rete di relazioni compaiono gli sguardi dall’ottica dell’udente e da quella dei sordi. Tutto questo complicato scenario sottolinea i nodi gordiani che mostrano la necessità di continuare la ricerca di nuove interpretazioni, dal quale si origina l’essenza stessa dell’essere sordo.

Ciò che sembra essere certo è che quella dei sordi è una comunità particolare, a causa della presenza di una lingua e di una cultura con caratteristiche particolari. Da ciò nasce l’affermazione, esaustivamente comprovata, che costituiscono una minoranza linguistica, nella quale la lingua dei segni si eleva ad elemento legante che gli conferisce un’identità unica.

Con queste coordinate come bussola per orientarsi si intraprende lo studio qui contenuto. Questo significa penetrare in quel mondo di significati che hanno creato come gruppo linguistico, partendo da una narrativa tessuta su delle testimonianze, come attori principali della propria vita, nel possesso di una lingua con caratteristiche proprie, che le conferiscono una cosmovisione altrettanto unica.

Seconda parte di questo articolo >

A cura di Rita Grillo
Interprete e traduttrice
Rivodutri (Rieti)

“Ciak, si traduce!” (3)

 Categoria: Traduttori freelance

< Seconda parte di questo articolo

In occasione di un Festival della Montagna, a Trento, durante una pausa di lavoro vidi un documentario su un tipo strano che sosteneva di aver trovato delle piramidi in Serbia (!). Io e la mia collega, guarda caso proprio serba, guardammo il film divertite dalle sue strane teorie, ma mentre io mi limitavo a sorridere dalle sue assurdità, lei si piegava letteralmente in due dalle risate perché diceva: “Lui non sta dicendo come è scritto nel sottotitolo, sta usando espressioni completamente diverse!” E lo diceva con le lacrime agli occhi. Evidentemente il mio collega traduttore non aveva saputo rendere in modo adeguato la strampalatezza del sedicente archeologo serbo e noi italiani ci siamo persi il 50% del divertimento. Mestiere assai difficile quello del traduttore, sempre, qualunque cosa si traduca.

Rispetto alla traduzione di un libro, quando si traducono film si ha la difficoltà di dover rispettare dei tempi, la lunghezza della pellicola e delle singole scene: tutto deve entrare al posto giusto e avvenire nel giro di un massimo di due ore risultando chiaro e scorrevole nonostante lo spazio limitato. A volte si deve decidere di sacrificare qualcosa: una parola, un concetto, ma sempre senza compromettere l’intera scena. Una sfida continua, interessantissima.

Non voglio insegnare niente a nessuno con questo mio breve articolo (forse in tanti troveranno qualcosa da ridire su quanto da me scritto), semplicemente mi fa piacere condividere un piccolo frammento di quella che è stata sicuramente l’esperienza lavorativa più bella della mia vita e dare un consiglio a tutti: guardate sempre i film in lingua originale, perché li apprezzerete molto di più, perché imparerete le lingue straniere, e perché darete tante più possibilità a chi come me avrebbe voluto continuare a fare questo lavoro per sempre!

Autrice dell’articolo:
Dott.ssa Valeria Zito
Perugia

“Ciak, si traduce!” (2)

 Categoria: Traduttori freelance

< Prima parte di questo articolo

Quando si traduce un film è un po’ come entrare nella pellicola, accanto all’attore, e affiancarlo in ogni momento per capire il suo stile ed essere in grado di riprodurlo per iscritto. Se si sceglie la parola sbagliata l’effetto non sarà lo stesso. La difficoltà più grande è sicuramente la lunghezza dei dialoghi: sia che si traduca per la sottotitolazione (come nel mio caso) che per gli adattamenti audio, riportare in poche righe quello che l’attore ha detto non è sempre semplicissimo. Pensate ai termini medici, ad esempio: alcuni, in italiano, sono parole lunghissime, mentre in inglese sono espresse da una sigla di due-tre lettere. Significa una riga di sottotitolo in più, il che può comportare il rischio di far finire una frase nell’immagine successiva.

Immaginate, ad esempio, che in quel momento il medico-attore, stia intervenendo per un’emergenza: dovrà dare indicazioni nel più breve tempo possibile, e magari userà termini come “elettrocardiogramma”, “elettroencefalogramma”, “risonanza magnetica”…Ora provate a fare entrare tutto in meno righe possibile. Un conto è sentire una frase, un conto è leggerla. Be’, ho dovuto impararlo a mie spese: qualunque cosa stesse dicendo quel medico, chi guardava il film non è sicuramente riuscito a capirlo perché i miei sottotitoli risultarono essere troppo lunghi e quindi illeggibili. E vogliamo parlare dei giochi di parola, delle battute con riferimenti storico-culturali? Le mie sfide preferite!

Quanto mi piaceva interpretare, ricercare, dover studiare quel piccolo pezzo di cultura per poi decidere come renderlo in italiano! Era uno degli aspetti che più amavo. Come rendere divertente una battuta su qualcosa che in italiano neanche esiste? A volte per adattare una sola frase era necessario rivedere l’intera traduzione per evitare incongruenze o mancati riferimenti. Lo script di un film deve avere un ritmo e la traduzione deve contribuire ad esso mantenendosi snello e scorrevole. Dove c’è una battuta deve esserci una battuta, dove c’è un momento poetico si deve usare un linguaggio poetico. Se si usa il termine sbagliato si fa perdere efficacia a tutta la scena.

Terza parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Dott.ssa Valeria Zito
Perugia

“Ciak, si traduce!”

 Categoria: Traduttori freelance

Era il 2004, credo fosse maggio, e capitai per caso all’università. Mi ero laureata da pochi mesi e mi aggiravo ancora da quelle parti nella speranza che la relatrice della mia tesi mi proponesse qualche lavoro di traduzione per la casa editrice con cui sapevo che aveva collaborato. Ovviamente non sarebbe mai successo, ma io ancora non lo sapevo, e continuavo ad illudermi che prima o poi la professoressa mi pregasse in ginocchio di tradurre per lei. Mentre mi avviavo verso l’uscita, notai di sfuggita un volantino appeso alla parete. Un volantino insignificante, in bianco e nero, attaccato con un pezzo di nastro adesivo all’intonaco scrostato.

Qualcuno, lì in città, cercava traduttori, anche alle prime armi, per un progetto legato al cinema indipendente. Le parole “traduttore” e “cinema” nella stessa frase ebbero su di me l’effetto del fuoco sulla dinamite: il giorno dopo ero da loro, da quei ragazzi che dicevano di aver bisogno di persone come me, appassionate di lingue straniere, amanti della parola scritta e parlata. Nel giro di pochi mesi divenni parte integrante di quel gruppo di folli disposti a lavorare anche 18 ore al giorno per una paga da miseria pur di poter essere parte attiva di un mondo a parte, meravigliosamente affascinante: quello del cinema. E ovviamente della traduzione. Ho continuato a farlo per 10 anni, senza interruzione, sempre più infatuata. Poi i soldi hanno cominciato a scarseggiare, e tutti noi abbiamo finito col fare tutt’altro.

Il mondo del cinema è vastissimo e include tanti sottoinsiemi: lungometraggi, mediometraggi, cortometraggi, documentari, cartoni animati, cinema d’essai, cinema indipendente, b-movies, ecc.I film che traducevo provenivano da tutto il mondo e venivano proiettati in occasione di festival a tema, come il LGBT Film Festival, quello della Montagna, quello dedicato all’Africa…per cui ad ogni festival corrispondeva un linguaggio diverso, ogni persona aveva il suo registro, il suo gergo. È sicuramente questo a renderlo un settore così interessante e stimolante.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Dott.ssa Valeria Zito
Perugia

Come tradurre le espressioni gergali

 Categoria: Tecniche di traduzione

Tanto nella traduzione scritta quanto in quella orale, il gergo dà sempre del filo da torcere. Per tradurlo al meglio, talora sono necessarie delle discrete “acrobazie”. E, senza una buona conoscenza della lingua, è assolutamente impossibile farlo.

Con “gergo” non intendiamo certo i prestiti linguistici entrati a far parte del lessico ormai da tempo. Si tratta piuttosto di un nuovo “strato”, un insieme nel quale confluiscono parole e locuzioni provenienti da svariati linguaggi settoriali. Possiamo ivi includere il linguaggio amministrativo, quello militare, il gergo degli ambienti malavitosi, o ancora quello giovanile.

Tutte queste espressioni, un tempo caratteristiche soltanto di un determinato gruppo sociale, gradualmente smettono di indicare l’appartenenza del parlante a un dato gruppo e iniziano invece a trovare un utilizzo via via più ampio da parte di tutti gli strati sociali. Persino i politici, dai quali in genere ci si aspetterebbe un certo livello di formalità,  nei loro discorsi “peccano” utilizzando espressioni gergali e…politicamente scorrette, ma ormai parte integrante della lingua.

Come può orientarsi un traduttore in casi del genere? Come sempre, nella traduzione sono richieste conoscenza, abilità e un pizzico di creatività, per riuscire a rendere ciò che a rigore sarebbe intraducibile. Nel tradurre le espressioni gergali è utile ricorrere a dizionari specifici o ai forum presenti in internet. Di grande aiuto possono essere anche film e serie tv in lingua straniera, che favoriscono moltissimo l’apprendimento di un lessico aggiornato e di espressioni largamente diffuse nella lingua di tutti i giorni.

Fonte: Articolo pubblicato il 23 gennaio 2013 sul sito Tlumaczmy

Traduzione a cura di:
Valentina Brusamento
Traduttrice EN, PL > IT

Traduzione di siti web (4)

 Categoria: Traduzione di siti web

< Terza parte di questo articolo

Traduzione umana contro traduzione meccanizzata
La traduzione meccanizzata è svolta da software automatizzati che possono eseguire sia traduzioni attendibili e sia fino a un certo livello di localizzazione (com’è specificato nelle sue impostazioni). Questo tipo di traduzione si usa quando c’è una grande quantità di contenuto e il risultato non deve necessariamente avere molte sfumature e non è influenzato dalla cultura e dai valori locali.

Per esempio, un sito come Amazon può usare la traduzione meccanizzata per le descrizioni del loro prodotto. Usare traduttori “umani” sarebbe un grosso investimento che rallenterebbe il processo di lancio del sito.

Tuttavia, userà traduttori umani altamente qualificati per tutto il materiale marketing e legale, dato che è questo l’ambito in cui la localizzazione ha più rilevanza. Inoltre, le pagine principali del sito web (come ad esempio Chi siamo, Contatti, Politica di Reso, o la Home Page) dovrebbero essere create usando redattori e correttori di bozze umani.

Traduzione di un sito web contro traduzione del contenuto
Come abbiamo detto all’inizio dell’articolo, viviamo attualmente in un’economia del contenuto. Ciò significa che i marchi devono creare un contenuto sempre più accattivante per catturare l’attenzione della gente e condurla verso le loro pagine di destinazione.  Una volta lì, chi visualizza deve essere accolto da un diverso tipo di contenuto che li convincerà a diventare futuri clienti.

Pertanto, c’è una distinzione chiara tra sito web e traduzione del contenuto. Si ha bisogno di tradurre il proprio sito web una sola volta, mentre il contenuto è qualcosa che deve essere prodotto a velocità costante. Il contenuto deve anche essere rilevante e topico per poter spiccare nell’oceano di nuovo contenuto che viene creato quotidianamente.

Inoltre, diversi utenti richiedono contenuti in formati diversi. E, in base alla posizione geografica della propria clientela, bisognerà usare canali diversi. Ciò comporta sapere quale piattaforma di social media funziona in una specifica regione, se i blog sono accolti bene o no, e tanto altro.

Infine, i marchi di successo monitoreranno anche il contenuto prodotto dalle loro utenze come le recensioni, i commenti, o gli articoli di blog. Questo tipo di contenuto racchiude in sé un senso di urgenza, poiché il cliente può perdere entusiasmo se la risposta arriva troppo tardi. Di conseguenza, la collaborazione con un’agenzia di traduzioni, che può fornire un contributo per quanto riguarda la cultura e le abitudini locali, è più che necessaria a monitorare le varie campagne.

Conclusione
Il successo di qualsiasi marchio è direttamente collegato alla soddisfazione del cliente. Perciò, i marchi devono promuovere la comunicazione aperta e la fiducia, che si possono ottenere solo con il messaggio giusto.

Dunque, un marchio locale può accontentarsi dell’aiuto di un grande team di marketing, ma i marchi globali non possono ottenere dei risultati senza l’aiuto di traduttori altamente qualificati e dei loro strumenti. Come si sarà appreso dal nostro articolo, ci sono diversi tipi di traduzioni e di strumenti che le aziende possono utilizzare. In conclusione, il successo di una campagna globale ben organizzata deriva dalla combinazione di tutti gli strumenti e del talento a disposizione.

Potrà essere un investimento iniziale più grande di quanto ci si aspettasse, ma vale lo sforzo extra richiesto!

Fonte: Articolo scritto da Cristina Par e pubblicato su Speakt

Traduzione a cura di:
Erica Mele
Lecce

Traduzione di siti web (3)

 Categoria: Traduzione di siti web

< Seconda parte di questo articolo

Come si traduce un sito web?
A seconda del budget a disposizione e delle intenzioni generali dell’azienda, ci sono due modi per tradurre un sito web e per fare una localizzazione: con un approccio fai-da-te e con una collaborazione con specialisti ed esperti nel settore della linguistica.

Vediamo in breve ognuna di queste opzioni:

L’approccio fai-da-te
Se si ha la conoscenza necessaria per produrre traduzioni affidabili e di buona qualità, allora è possibile farlo da soli. Tuttavia, non è un approccio che raccomanderemmo poiché necessita di una conoscenza specifica di due ambiti opposti fra loro: linguaggio e tecnologia del web.

La maggior parte dei siti web usa uno speciale linguaggio di programmazione (come Python, ad esempio) per creare diverse versioni linguistiche dello stesso sito che saranno poi disponibili in base alla posizione di ogni utente. Sebbene imparare a usare Python online non sia complicato, serve comunque una conoscenza tecnica della distribuzione delle risorse, dei server del web, e molto altro.

L’approccio fai-da-te funziona solo quando si gestisce un piccolo sito web o si creano pagine di destinazione indipendenti per lingue che si conoscono molto bene. Altrimenti, se il sito è più grande (come una piattaforma di e-commerce) o si usano strumenti di traduzione automatizzati (come Google Translate), le possibilità di avere successo sono praticamente nulle.

Approccio di collaborazione professionale
Sei disposto/a a investire in un solido reparto marketing, vero? Sei anche pronto/a a reclutare persone per studiare il mercato in cui vuoi entrare. Quindi, sarebbe poco saggio non considerare anche una collaborazione con un’azienda di traduzione e localizzazione competente!

È anche importante tenere a mente che si avrà bisogno delle traduzioni dei contenuti del sito, dei prodotti, dei materiali di marketing, e dei documenti legali (per contratti, accordi, leggi sul lavoro, e altro ancora). Pertanto, sarà necessario l’aiuto di linguisti con competenze diversificate.

La buona notizia è che ci sono strumenti specializzati che possono aiutare ad automatizzare il processo di traduzione su una piattaforma e-commerce. Questi strumenti collegano i traduttori con la tua piattaforma e danno loro accesso al contenuto da tradurre o da modificare. Quindi, non c’è nessun intermediario che invii il contenuto al traduttore e che poi lo pubblichi sul sito.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Cristina Par e pubblicato su Speakt

Traduzione a cura di:
Erica Mele
Lecce

Traduzione di siti web (2)

 Categoria: Traduzione di siti web

< Prima parte di questo articolo

Perché tradurre il proprio sito web?
Il successo di un marchio globale è definito dal modo in cui i venditori comprendono come approcciare la cultura e la popolazione locale. Questo processo si chiama localizzazione e ha inizio con la traduzione del sito web nella lingua del posto. Ovviamente, a seconda dei piani di sviluppo che si hanno, la traduzione dell’intero sito può non essere necessaria. Per esempio, alcuni marchi si accontentano solo di qualche pagina indirizzata a clienti locali.

Tuttavia, piccole e grandi aziende di e-commerce dovranno prendere in considerazione la traduzione di prodotti e servizi se aspirano al successo. Questa è una delle ragioni per cui Amazon ha così tanto fama a livello internazionale. Ha, infatti, fondato diversi centri nelle aree più popolate del globo (come Germania, Regno Unito, India, Cina, e non solo) e il sito web è disponibile nelle lingue più popolari di quell’area.

Naturalmente, si potrebbe obiettare ricordando che Amazon è una potenza globale con risorse che raramente sono disponibili a qualsiasi altro marchio. Questo è vero adesso, ma l’azienda ha cominciato dal basso – il gigante dell’e-commerce che conosciamo oggi iniziò in piccolo e si spianò la strada usando tattiche intelligenti e tecniche di marketing ingegnose.

Sebbene possa sembrare più difficile seguire le loro orme nell’ambiente economico attuale, ciò non vuol dire che non si possa sfruttare il potere del linguaggio per far crescere la propria utenza.

Cultura contro linguaggio
Una traduzione di successo di un sito web non ha solo a che fare con la lingua; riguarda anche l’integrazione della cultura e delle abitudini locali. I linguisti la chiamano localizzazione.

A differenza di una traduzione ordinaria, la localizzazione si rivolge anche alle componenti non-testuali e culturali per creare una rappresentazione accurata di un prodotto o di un servizio per un gruppo specifico di persone. Si tratta di adattare il messaggio affinché la popolazione locale possa afferrarne tutte le sfumature. Infatti, tutti i siti web globali di successo, le app, i videogame, o qualsiasi altro tipo di contenuto sono il risultato sia della traduzione che della localizzazione.

Inoltre, la localizzazione non è solo indirizzata ai paesi stranieri che parlano lingue diverse. Un sito web con un contenuto in inglese dovrà comunque usare le tecniche della localizzazione per diventare accattivante agli occhi degli utenti australiani o britannici.

Il modo migliore per vedere come la localizzazione funzioni in ambito lavorativo è esaminare il caso delle calzature sportive. Il termine usato dagli americani per chiamare le scarpe da ginnastica è “sneakers”, che sono invece chiamate “trainers” nel Regno Unito e “runners” in Irlanda. Quindi, tutti questi termini definiscono un solo tipo di prodotto, ma se si cerca di vendere sneakers nel Regno Unito, non si avrà molta fortuna perché le persone non comprendono ciò che viene loro offerto.

In sintesi, non si tratta di uno scontro tra cultura e linguaggio, quanto di come vengano usate la lingua e la cultura per promuovere un marchio.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Cristina Par e pubblicato su Speakt

Traduzione a cura di:
Erica Mele
Lecce

Traduzione di siti web

 Categoria: Traduzione di siti web

La ricetta per il successo di un marchio globale
Le piattaforme di e-commerce, i siti web aziendali, le pagine di destinazione, le app, e altre piattaforme simili hanno un comune denominatore – la comunicazione.

Tutte queste piattaforme sono create per comunicare un messaggio al maggior numero di persone possibile. Infatti, l’ambiente online può essere il biglietto di sola andata verso il successo per qualsiasi marchio, indipendentemente dalla sua dimensione e dal prodotto/dai prodotti. Il trucco è sapere come catturare e mantenere l’attenzione delle persone quanto basta per invogliarli a sapere di più. Per far ciò, si devono trovare modi creativi per offrire contenuti coinvolgenti e concisi, in un formato e un aspetto che siano facilmente condivisi e compresi.

Sembra abbastanza semplice, vero? Dopotutto, la clientela moderna trascorre ore navigando online (6 ore e 42 minuti ogni giorno), e la risorsa principale nonché punto di partenza per tutti è Google.

Tuttavia, la situazione è più complessa di così e con molte più sfumature. Sebbene sia vero che la clientela si trova online, vi si trovano anche la competizione, le varie fonti di intrattenimento, gli organi di stampa e di comunicazione, le tante piattaforme di formazione, e i social media! Ciò significa che devi lottare duramente per avere l’attenzione delle persone, e l’unico modo per farlo è creare contenuti rilevanti e accattivanti.

Inoltre, se vuoi che il tuo marchio si sviluppi e cresca a livello globale, devi essere certo di parlare la stessa lingua del tuo pubblico (non tutti parlano o leggono l’inglese).Dato che mi rivolgo a chi sta facendo crescere un business in quella che gli specialisti chiamano “content economy” (economia dei contenuti), è fondamentale rivolgersi al pubblico in una lingua che possano capire. Pertanto, la traduzione di siti web è il primo passo per un efficace sviluppo del proprio marchio a livello globale.

Parleremo delle ragioni per le quali questo passo è importante per un’impresa e come implementarla senza sprecare risorse preziose.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Cristina Par e pubblicato su Speakt

Traduzione a cura di:
Erica Mele
Lecce

Traduzione estraniante e addomesticante (4)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Terza parte di questo articolo

Estraniamento e ruolo del traduttore
Venuti per lo più sottolinea come la strategia dell’estraniamento abbia anche delle conseguenze che influiscono sul ruolo del traduttore, il quale, rendendo visibili le differenze del testo che traduce, riesce ad uscire da quello stato di “invisibilità”, di cui si parla ampiamente nel saggio. Il lettore del testo di arrivo dunque diventa consapevole di trovarsi dinanzi ad una traduzione di un’opera appartenente ad un’altra cultura, potendo così apprezzare e criticare l’attività svolta dal traduttore, il quale dovrà esigere il giusto riconoscimento per il suo lavoro. Non a caso Venuti esorta i traduttori contemporanei ad utilizzare pratiche discorsive alternative e strategie estranianti, rifacendosi magari a traduttori che egli cita all’interno del saggio come Ezra Pound e gli Zukofsky, che hanno saputo sviluppare traduzioni discostandosi dal canone addomesticante. D’altro canto, tuttavia, Venuti è consapevole che al giorno d’oggi i traduttori non possono attuare, al contrario del passato, strategie traduttive che sconvolgano il testo in maniera estrema: difatti egli sottolinea che le norme traduttive sono piuttosto rigide nella cultura anglo-americana contemporanea e che sono applicate da copisti e contratti legalmente vincolanti. Il linguaggio contrattuale standard richiede che il traduttore aderisca strettamente al testo straniero: “La traduzione dovrebbe essere una fedele interpretazione dell’opera in inglese; non deve omettere nulla dal testo originale né aggiungere altro se non le modifiche verbali necessarie per la traduzione in inglese (A Handbook for Literary Translators)”.
Tuttavia, nonostante le regole stringenti, Venuti esorta i traduttori contemporanei ad utilizzare il più possibile variazioni discorsive, arcaismi, slang, calchi, prestiti, in modo da richiamare l’attenzione sullo status secondario della traduzione, considerata quasi sempre come una semplice opera derivativa il cui valore è inferiore a quello dell’opera originale, e segnalare le differenze linguistiche e culturali del testo straniero.

Fonte: Lawrence Venuti “The Translator’s Invisibility: A History of Translation”

Articolo scritto da:
Emanuele Paolino
Scafati (SA)

Traduzione estraniante e addomesticante (3)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Fedeltà abusiva
Rifacendosi al pensiero di Philip E. Lewis espresso nell’articolo “The Measure of Translation Effects”, contenuto nella raccolta “Difference in translation” di Joseph F. Graham, all’interno del saggio Venuti parla anche del concetto di “fedeltà abusiva”, affermando che un traduttore che sceglie una strategia estraniante mira a riprodurre in maniera fedele nel testo di arrivo la qualità abusiva che possiedono alcuni passaggi del testo originale. Tuttavia questa fedeltà risulta abusiva non solo per il testo originale ma anche per quello di arrivo poiché, come espresso anche da Lewis, essa esercita una duplice funzione: da un lato forza i sistemi concettuali e linguistici della lingua di arrivo, dall’altro dirige un attacco critico inverso al testo che traduce e fa in modo che la traduzione costituisca una conseguenza destabilizzante per il testo originale. In questo modo il testo dell’autore originale diventa estraneo all’autore originale stesso, nonché al nuovo lettore e traduttore. Dunque il poeta originale non riconoscerà la propria voce nelle traduzioni, non solo perché le sue idee e i suoi testi saranno resi in modo impensabile per lui, ma anche perché egli non è in grado di trattare la lingua di arrivo. Dunque, secondo Venuti, anche la resistenza può essere imperialista all’estero, appropriandosi di testi stranieri per servire i propri interessi politici e culturali in patria; tuttavia, egli sostiene anche che, nella misura in cui resiste a valori che escludono determinati testi, questa resistenza compie un atto di restauro culturale che ha lo scopo di mettere in discussione e forse riformare, o semplicemente distruggere, i canoni culturali della lingua di arrivo.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Lawrence Venuti “The Translator’s Invisibility: A History of Translation”

Articolo scritto da:
Emanuele Paolino
Scafati (SA)

Traduzione estraniante e addomesticante (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Strategia di resistenza
Secondo Venuti, una traduzione “should shake things up”: “una traduzione dovrebbe smuovere le cose, poiché se non lo sta facendo allora non è più una traduzione, ma è mera propaganda, un semplice rafforzare lo status quo”.
Infatti, nel suo saggio “L’invisibilità del traduttore”, egli si dichiara a supporto di quella che definisce “strategia di resistenza”, ossia una strategia traduttiva che va contro i canoni culturali e linguistici della lingua di arrivo. Questa strategia di resistenza cerca di liberare il lettore della traduzione, così come il traduttore, dai vincoli culturali che ordinariamente governano la loro lettura e scrittura e minacciano di sopraffare e addomesticare il testo straniero, annichilendo le differenze culturali. Nell’ottica di Venuti le traduzioni dovrebbero resistere all’egemonia del discorso chiaro e scorrevole, attuando un processo di deterritorializzazione (deterritorialization) della stessa lingua di destinazione, usandola come veicolo per idee e tecniche discorsive innovative. Nel caso questa strategia riesca a produrre una traduzione estraniante, allora ci sarà una sorta di liberazione dalla cultura della lingua di arrivo: il momento liberatorio si verifica quando il lettore della traduzione sperimenta, nella lingua di arrivo, le differenze culturali che separano quella lingua e il testo straniero. Venuti sostiene la sua posizione ribadendo che nonostante la traduzione sia un processo che implica la ricerca di somiglianze tra lingue e culture, essa si confronta costantemente con le differenze, motivo per cui una buona traduzione non può mai e non dovrebbe mai mirare a rimuoverle completamente. Al contrario, un testo tradotto dovrebbe essere il sito in cui emerge una cultura diversa che il lettore può intravedere, e una strategia traduttiva estraniante può preservare al meglio quella differenza, quell’alterità culturale, ricordando al lettore dei benefici ottenuti e delle perdite subite nel processo di traduzione e delle lacune incolmabili tra le culture.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Lawrence Venuti “The Translator’s Invisibility: A History of Translation”

Articolo scritto da:
Emanuele Paolino
Scafati (SA)

Traduzione estraniante e addomesticante

 Categoria: Tecniche di traduzione

Il filosofo tedesco Friedrich Schleiermacher (1768-1834),  nel trattato “Über die verschiedenen Methodendes Übersetzens” (Sui diversi metodi del tradurre), letto pubblicamente per la prima volta durante una conferenza il 24 Giugno 1813 all’Accademia Reale delle Scienze di Berlino, aveva proposto due strategie alternative in materia di traduzione: quella di lasciare il più possibile in pace lo scrittore e muovergli incontro il lettore oppure quella di lasciare il più possibile in pace il lettore e muovergli incontro lo scrittore. Egli dichiarò di prediligere la seconda. Secondo il suo pensiero, il fine ultimo del traduttore deve essere quello di offrire ai lettori della cultura di arrivo le stesse idee e le stesse emozioni che la lettura dell’opera in lingua originale avrebbe suscitato in loro. Tuttavia, come riportato da Venuti in “L’invisibilità del traduttore”,  il motivo della sua preferenza era dovuto non tanto al desiderio di accogliere lo “straniero” e la sua lingua, quanto piuttosto all’inclinazione nazionalista che lo portava a opporsi al dominio culturale francese di allora e a promuovere la letteratura tedesca.
Rifacendosi a questa visione, il teorico americano Lawrence Venuti individua similmente due strategie traduttive: la traduzione addomesticante, che mira ad ottenere un effetto di scorrevolezza e trasparenza nella traduzione, appiattendo le differenze culturali in modo da rendere il testo il più intellegibile possibile al lettore della lingua di arrivo; e la traduzione estraniante, che, al contrario, mira a preservare gli elementi che segnalano l’appartenenza del testo originale ad una cultura differente da quella del testo di arrivo. Venuti, come d’altronde Schleiermacher, si dichiara a favore del metodo estraniante e dunque sostiene che, riprendendo le parole del filosofo tedesco, “bisognerebbe lasciare in pace l’autore originale e muovergli incontro il lettore della lingua di arrivo”, preservando il carattere originale del testo.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Lawrence Venuti “The Translator’s Invisibility: A History of Translation”

Articolo scritto da:
Emanuele Paolino
Scafati (SA)

Alla ricerca dell’interprete ritrovato (4)

 Categoria: Attività legate alla traduzione

< Terza parte di questo articolo

Una caratteristica dell’interpretazione, che è emersa e già segnalata da Wadensjö è l’identificazione o il distanziamento dell’identità dell’interprete da quella dell’uno o dell’altro interlocutore. La seconda indagine è stata svolta a Genova in quanto negli ultimi anni questa città ha avuto un afflusso crescente di migranti e sta sperimentando delle iniziative di sostegno alle nuove minoranze etniche. Quindi tale indagine è portata a termine per documentare le prime risposte istituzionali offerte dalle amministrazioni locali o dalle associazioni di volontariato alla nuova realtà cosmopolita con cui il paese si deve confrontare. La ricerca è stata organizzata in una serie di colloqui con 15 mediatori, che dovevano rispondere a una serie di domande aperte, e in seguito essi dovevano rispondere a delle domande su degli aspetti specifici della mediazione e dell’interpretazione. Da questo studio è emerso che sebbene la maggioranza dei mediatori avesse frequentato i corsi di formazione per mediatori culturali organizzati dal Comune di Genova, i mediatori in maniera unanime riconoscevano la loro mansione principale nel fornire consulenza alla persona immigrata sulla realtà istituzionale del paese, quindi l’attività di interpretazione riveste un ruolo di primo piano.

Tutti i mediatori ritenevano che per “tradurre fedelmente” fosse necessario essere consapevoli di potenziali incomprensioni o tensioni derivanti da diversi sistemi culturali di riferimento, al fine di prevenire l’insorgere o di attenuarne la portata. Inoltre i mediatori valutano positivamente il coinvolgimento personale dell’interprete derivante dall’appartenenza etnica, in quanto fattore di riequilibrio dei “poteri” fra gli interlocutori. La terza indagine è stata svolta a Francoforte sul Meno e a Monaco di Baviera, la scelta è ricaduta su queste città per le scelte effettuate in Germania rispetto alle nuove esigenze comunicative, ritenute di natura occasionale. Lo studio mirava ad esplorare le nozioni di neutralità, visibilità/invisibilità e solidarietà, esso è stato impostato sulla base di due questionari: uno per gli interpreti che operano in campo sociale e l’altro per i dipendenti degli enti pubblici che si servono dei servizi d’interpretazione. Il risultato è stata la conferma che la presenza dell’interprete in campo istituzionale è tutt’altro che sistematica e che convive con soluzioni ad hoc di mediazione linguistica improvvisata e non professionali. Per cui la pratica professionale sarebbe completamente sganciata da percorsi formativi professionali.

Circa la metà degli operatori tedeschi ritiene che l’interprete sia un aiuto essenziale, non solo linguistico, una lieve minoranza ha affermato che rappresenti un ostacolo e i restanti hanno dichiarato di non poter svolgere al meglio le proprie funzioni durante le sessioni interpretate. Per cui si deduce che, per la maggioranza dei rispondenti, l’interprete in alcuni casi venga considerato come una figura invisibile grazie alla sua percezione come parte integrante dell’atto comunicativo; inoltre in relazione alla nozione di neutralità, all’interprete viene richiesto di avere un atteggiamento imparziale, di fare una traduzione accurata e completa e la conoscenza approfondita delle due lingue. Si può concludere dicendo che l’interprete partecipa attivamente alla situazione comunicativa senza essere ingerente , che la sua solidarietà verso l’uno o l’altro interlocutore non viene percepita come negativa dagli operatori su tale collaborazione, e che riscontra una maggiore neutralità dell’interprete nell’interpretazione dialogica rispetto a quella di conferenza.

Articolo scritto da:
Rita Grillo
Interprete e traduttrice ES-IT E EN-IT
Rivodutri (Rieti)

Alla ricerca dell’interprete ritrovato (3)

 Categoria: Attività legate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Attualmente nel campo della ricerca, Viezzi e Garzone sottolineano l’importanza che avrebbe il riconoscimento dell’interpretazione, non solo dell’interpretazione conferenza, e che le altre modalità abbiano pari importanza e dignità. A questo proposito sono state svolte delle indagini in diverse città: Melbourne, Genova, Monaco e Francoforte. A Melbourne risiede la comunità anglofona più numerosa del paese, e qui si trova un numero ampio di anziani che o non hanno acquisito una buona padronanza dell’inglese o che in vecchiaia sono tornati alla loro lingua madre ( o dialetto della regione d’origine); tutto ciò spiegherebbe la necessità ingente di interpreti di comunità la cui lingua madre sia l’italiano. L’indagine è stata svolta in una serie di strutture socio-sanitarie, centri di salute mentale, consultori e case di cura, da interpreti professioniste qualificate, durante i colloqui tra personale medico anglofono e pazienti italofoni.

Nelle varie interazioni sono state riscontrate delle ricorrenti figure: principal (mandante), recapitulator (ricapitolatore) e repoter (relatore) e in seguito sono state aggiunte quelle del narrator (narratore) e dello pseudo-co-principal (pseudo-co-mandante). A tale fine è stata ideata una “scheda delle osservazioni da compilare, in tutte le sue parti prima, durante e dopo la sessione. La scelta dei parametri è ricaduta su aspetti del linguaggio verbale e non, cioè del “grado di gestione dell’interazione” da parte dell’interprete, la quale lascia immutato il divario sociale tra gli interlocutori. La scheda raccoglie informazioni che riguardano:

  1. 1. I partecipanti, la situazione comunicativa (scopo e natura del colloquio) e il resoconto di eventuali briefing;
  2. Considerazioni generali sulla dinamica dell’interazione (es. argomenti discussi, azioni compiute dai partecipanti);
  3. Annotazione sull’interazione verbale (aspetti sintattici, fonologici e lessicali, divergenze sulla resa dell’interprete, footing= calchi)
  4. Annotazioni sull’interazione non verbale (gestualità, distribuzione dei partecipanti nello spazio, contatto visivo);
  5. Conclusioni (osservazioni riassuntive sulla singola sessione in merito a registro, indicatori verbali= status, indicatori non verbali= contact e grado di gestione dell’interazione)

Da ciò si è emersa la tendenza dell’interprete ad usare, nella resa del paziente, un’intonazione emotivamente più marcata rispetto a quella adottata dal medico, una velocità di locuzione più bassa, un registro informale e un lessico meno tecnico e a fare delle aggiunte all’enunciato originale a scopo di chiarimento, rassicurazione o esemplificazione; nella resa in inglese invece si è verificato l’opposto di quanto illustrato.

Quarta parte di questo articolo >

Articolo scritto da:
Rita Grillo
Interprete e traduttrice ES-IT E EN-IT
Rivodutri (Rieti)

Alla ricerca dell’interprete ritrovato (2)

 Categoria: Attività legate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Nel periodo post bellico si diffuse l’ideologia di assimilare nella società la componente immigrata in modo permanente. Negli anni Sessanta si passò dall’ideologia dell’assimilazione a quella dell’integrazione, e di conseguenza l’attenzione dei singoli stati si incentrò sui servizi di interpretazione e traduzione. Tuttavia, questi embrionali servizi si rivelarono inadeguati e tale problematica venne messa in luce da proteste civili e di rivendicazione dei diritti fondamentali promosse dalle minoranze etniche. Nel 1973, su iniziativa del Dipartimento per l’Immigrazione, nacque il Telephone Interpreter Service, volto a offrire consulenza telefonica gratuita sia ai privati cittadini che alle pubbliche amministrazioni. Nel 1977 venne costituito un organo apposito la National Accreditation Authority for Traslators and Interpreters che regolamentava le pratiche e fissava degli standard professionali.

Successivamente venne pubblicato il Rapporto Galbally nel 1978, che evidenziava la necessità di servizi d’interpretazione specialistici soprattutto nei settori medico e legale. Sulla scia di tale rapporto, negli anni Ottanta, si celebrò le potenzialità di arricchimento insite nel multiculturalismo. Così, negli anni Novanta si è giunti all’introduzione di tariffe per servizi pubblici di traduzione e interpretazione e le agenzie iniziarono a riconsiderare le strategie di reclutamento, in funzione alla deregolamentazione del mercato, per far fronte ai costi e a una concorrenza spietata e in crescita. Negli anni Settanta, in Europa, ci fu l’afflusso di una nuova forza lavoro stanziale proveniente dal Maghreb e dalla Turchia, per cui gli stati europei dovettero riorganizzare lo spazio sociale per garantire la partecipazione delle comunità immigrate alla vita del paese.

A tale scopo sono stati proposti da Sauvê tre modelli principali: il modello tedesco, quello francese e quello inglese. Nel primo modello, seguito anche in Austria e Svizzera, la risposta sarebbe una mancanza di risposta; l’immigrato viene percepito come ospite e il suo soggiorno in un paese ospitante non richiederebbe interventi governativi ed una piena integrazione perché percepito come temporaneo. Il modello francese, di ispirazione anche per Italia, Portogallo e Spagna, rifiuta i trattamenti differenziati in base all’appartenenza etnica e culturale; esso anzi promuove l’integrazione, facilitandone l’accesso grazie al lavoro di associazioni di solidarietà e delle singole strutture pubbliche. Il modello inglese, per cui optarono Svezia e Paesi Bassi negli anni Settanta, pone l’accento sulla difesa del pluralismo culturale e riconoscendo il diritto alle comunità immigrate a disporre di servizi pubblici d’interpretazione finanziati dalle amministrazioni locali.

Terza parte di questo articolo >

Articolo scritto da:
Rita Grillo
Interprete e traduttrice ES-IT E EN-IT
Rivodutri (Rieti)


Alla ricerca dell’interprete ritrovato

 Categoria: Attività legate alla traduzione

Dalle documentazioni emerge che le primissime forme di interpretazione fossero di natura episodica, tale attività è stata svolta a lungo in contesti prevalentemente dialogici, in cui l’interprete traduceva da e verso la lingua straniera con un ritmo probabilmente cadenzato sulla singola frase. Questa forma di interpretazione orale è più antica dell’interpretazione di conferenza, che definirà modi e strumenti di lavoro nel XX secolo. Fino ad allora l’interpretazione faccia a faccia veniva utilizzata per una serie di esigenze comunicative. Prima fra tutte c’era l’esigenza di pervenire attraverso la figura di un “sensale”, ad un accordo sul valore di scambio delle merci oggetto di transazione. La mancanza di prestigio sociale di tale attività, ancora priva di riconoscimento istituzionale e di una regolamentazione che la inquadri come professione ne spiega il disinteresse da parte degli studiosi; mente in passato fu materia di spunti e riflessioni da parte di scrittori come Cicerone, Sant’Agostino, Lutero, Goethe, Nietzsche e altri.

Quindi l’interpretazione di comunità condivide le forme più antiche della traduzione orale, differenziandosi per modalità, situazionalità e differenze culturali e linguistiche fra i due interlocutori. In passato l’interprete veniva considerato come il meno selvaggio dei selvaggi, egli si faceva portavoce spesso per sua volontà di un’autorità che impone leggi, regole, modelli sociali e culturali alieni. Come si è giunti da questa considerazione dell’interprete nel passato al suo impiego nei servizi pubblici attuali? L’antesignana nell’offrire servizi di interpretariato in campo sociale fu l’Australia, che oggi ha quasi raggiunto la riconciliazione tra le varie identità linguistiche e culturali all’interno della sua popolazione multietnica.

La necessità di tali servizi fu dovuta in primis all’arrivo degli Inglesi nella seconda metà del XVIII secolo fino alla Seconda Guerra Mondiale. Soprattutto quando tra il XIX e il XX secolo si affermò un forte nazionalismo che prevedeva delle politiche molto severe sull’immigrazione, di conseguenza potevano entrare in Australia solo i bianchi. In più si diffusero atteggiamenti di intolleranza verso qualsiasi comunità che non provenisse da isole britanniche e verso chi non parlasse inglese. In particolare, durante la Seconda Guerra Mondiale gli immigrati tedeschi e italiani divennero bersagli di quelle politiche e di quegli atteggiamenti. Il governo australiano ignorava tali difficoltà linguistiche che riscontravano le comunità anglofone. Si riteneva infatti fosse compito dello straniero superare le barriere individualmente o con l’aiuto di familiari e amici.

Seconda parte di questo articolo >

Articolo scritto da:
Rita Grillo
Interprete e traduttrice ES-IT E EN-IT
Rivodutri (Rieti)

Interpretazione e Mediazione (2)

 Categoria: Attività legate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Alcune osservazioni terminologiche
Renzetti e Luatti definiscono Mediazione linguistico-culturale l’insieme delle strategie d’intervento che dovrebbero rendere più agevole la comunicazione tra soggetti o comunità appartenenti a culture diverse; invece la mediazione spontanea è, secondo loro, l’attività di accompagnamento e orientamento nei primi contatti con i servizi svolta a livello amicale o informale da una persona appartenente a una minoranza etnica presente nel territorio e a favore dei membri della stessa comunità. Si può dedurre che l’italiano abbia due diverse accezioni di mediazione: quella di agevolazione la comunicazione tra soggetti di lingua e cultura diversa e servizi italiani, e quella di interpretazione nel senso di interpreti italofoni che lavorano con lingue di grande diffusione. Dall’interprete di conferenza da sempre si pretende massima fedeltà, completezza, accuratezza, la garanzia di ripetere esattamente quanto detto dall’interlocutore principale (senza togliere o aggiungere nulla), pur sapendo che tradurre due lingue e culture totalmente diverse in maniera impeccabile è impossibile.

È sempre stato chiaro in sede di conferenza che l’interprete si è guadagnato nel tempo lo status di esperto e l’autonomia di operare delle scelte per fare funzionare la comunicazione grazie alla fedeltà, naturalità e riservatezza che offre nel suo servizio. Al contrario nell’interpretazione dialogica è impossibile essere imparziali e garantire la perfezione a causa delle differenze linguistiche e culturali degli interlocutori primari. Innanzitutto l’interprete deve essere consapevole del suo ruolo e di come si inserisce nel contesto particolare e generale in cui opera di volta in volta. Successivamente deve fare di tutto per chiamarsi fuori dalla dinamica comunicativa, dovrebbe essere consapevole dell’effetto che ha la sua presenza e rendere trasparente il suo operato ai suoi interlocutori per fargli comprendere quali delle sue tante funzioni compie l’interprete in un certo momento dell’interazione.

L’interpretazione dialogica è meno considerata rispetto alle altre tipologie di interpretazione perché in Italia se n’è avvertita la necessità quando la direzione dei flussi migratori si è invertita, le lingue più richieste non vengono insegnate nelle nostre università, le istituzioni devono accollarsi oneri non a beneficio dei propri cittadini, enti e aziende sono costretti a risparmiare in tempi di ristrettezze su un servizio che viene ritenuto accessorio ma previsto dalla legge.Inoltre c’è la mancanza di una regolamentazione della professione,di associazioni professionali forti e decise a far elaborare e valere codici deontologici e un sistema di accreditamento e di certificazione.Il motivo più grave, per cui ciò non si realizza, è la grande varietà di mansioni che l’interprete svolge nella comunicazione immediata. Professionalizzazione significa assunzione delle responsabilitàe di consapevolezza e in seguito in esigenze di formazione e di specializzazione. Significa anche riconoscimento istituzionale e sociale.

Articolo scritto da:
Rita Grillo
Interprete e traduttrice ES-IT E EN-IT
Rivodutri (Rieti)

Interpretazione e Mediazione

 Categoria: Attività legate alla traduzione

Alcune osservazioni terminologiche
Oggi oltre l’interpretazione di conferenza si studiano altri tipi di mediazione linguistica orale, da qui è nata l’esigenza di nuovi termini per designarli. Per quanto riguarda l’inglese il discorso si complica in quanto è sia la lingua ufficiale di numerosi paesi diversi tra loro, sia perché gli studiosi non anglofoni lo utilizzano come lingua franca. La Routledge Encyclopedia of Traslation Studies definisce i vari tipi di interpretazione: communty interpreting, conference and simultaneous interpreting, court interpreting e signed (o sign) language interpreting. La conference interpreting è una forma specializzata di interpretazione, come le forme business, community, court e signed interpreting. La court interpreting è sinonimo di legal interpreting, e comprende tutti i contesti apparentati come uffici di polizia e servizi di immigrazione, mentre l’interpretazione di tribunale in senso stretto è nota come court room interpreting.

Community interpreting viene indicato come sinonimo di dialogue e public service interpreting e definita come interpretazione prevalentemente consecutiva in ambito pubblico; per cui health, medical, healthcare, mental care, educational, social (o social service) e legal interpreting sono sinonimi di community interpreting. Il suo obbiettivo, nelle varie forme, è quello di facilitare la comunicazione in incontri bidirezionali faccia a faccia tra esponenti di un’istituzione e persone comuni, attività che in passato veniva svolto dai volontari. Invece si parla di man in the middle, middleman, mediator o mediating person per indicare in maniera generica la figura dell’interprete. In italiano con traduzione si intende qualsiasi forma di interpretazione dei segni linguistici di una lingua per mezzo di un’altra, intesa sia come processo che come tecnica; si fa anche una distinzione tra traduzione scritta e traduzione orale. Al contrario l’uso del termine interpretazione di conferenza è abbastanza consolidato ma in competizione con interpretariato; il secondo implica spesso un servizio di minore remunerazione e prestigio. Inoltre molti termini in italiano costituiscono dei calchi di espressioni inglesi, quando non vengono addirittura lasciati in lingua originale. Ad esempio per l’interpretazione dialogica si usa il termine dialogue interpreting , per l’interpretazione di comunità community interpreting, per l’interpretazione per i servizi pubblici si parla di liason e interpretazione ad hoc.

Torrese elenca quattordici mansioni che l’interprete svolge: facilitare la comunicazione e il processo di integrazione, accompagnare l’utente, ascoltare, interpretare, tradurre, aiutare, decodificare, filtrare la comunicazione tra servizio ed immigrato, animare, sostenere, informare, negoziare, conciliare e orientare. Tutte queste mansioni seguono uno scopo unico e non necessariamente generico. Favaro afferma che la mediazione agisce rimuovendo, aggiungendo, modificando poiché elimina gli ostacoli linguistici, informativi e comunicativi, che si frappongono tra l’accesso e l’uso dei servizi utili a tutti. Continua dicendo che questo servizio apporta nuovi saperi, linguaggi e informazioni e migliora la prestazione degli altri servizi in termini sia quantitativi che qualitativi; crea possibilità d’incontro intermedio e apre nuove possibilità comunicative, quindi non solo colma lacune e vuoti ma modifica e porta delle innovazioni.

Seconda parte di questo articolo >

Articolo scritto da:
Rita Grillo
Interprete e traduttrice ES-IT E EN-IT
Rivodutri (Rieti)

Buon Natale e buone feste a tutti!!

 Categoria: Agenzie di traduzione

Da quando è nato il blog sulla traduzione abbiamo sempre pubblicato articoli durante le feste.
Quest’annus horribilis si differenziererà anche in questo, poiché la Redazione chiuderà per tutto il periodo delle festività natalizie.

A tutti voi l’augurio di un sereno Natale e, mai come quest’anno, di un felice anno nuovo!!
Che il 2021 sia per tutti un anno migliore di quello che l’ha preceduto…non dovrebbe essere difficile!!

Lo specchio dell’ideologia del traduttore (3)

 Categoria: Traduttori freelance

< Seconda parte di questo articolo

Secondo la traduttrice e studiosa Snell-Hornby, esistono due scuole di pensiero europee che si occupano di traduzione. Da un lato la Scuola Übersetzungswissenschaft o traslatologia, il cui orientamento principale è la linguistica, e dall’altro la Scuola della Manipolazione, che è quella che ci interessa di più nel nostro articolo. La Scuola della Manipolazione ha un orientamento culturale, la sua sede è collocata in Olanda, e conta su accademici come Lefevere, Lambert, Hermans, Bassnett e Toury.Dato che questa scuola affronta principalmente il tema della traduzione letteraria, potremmo pensare che le idee degli esperti nell’ambito della manipolazione sono valide solo per la traduzione letteraria. Tuttavia, stando a quanto affermano i suoi stessi membri, non è così, dato che la maggior parte di questi ritiene che il proprio lavoro sia applicabile a tutti i tipi di traduzione: “sia orale che scritta, letteraria e non letteraria, e senza restrizioni nel tempo o nello spazio”.

Gli studiosi di Manipolazione basano il loro lavoro sulla teoria polisistemica. Ciò che i suoi autori intendono con polisistema è un insieme di sistemi diversi, che si caratterizza per opposizioni interne e cambiamenti continui. Uno di questi sistemi sarebbe quello letterario, che è costituito da numerosi sottosistemi, nei quali la traduzione è un fattore da considerare, dato che può svolgere un doppio ruolo: portatrice di elementi innovativi o strumento conservatore per rafforzare e consolidare il modello letterario canonico nella cultura ricevente. Il concetto polisistemico fu coniato dagli studiosi di traduzione, tra i quali il ricercatore e pioniere della teoria del polisistema, Even-Zohar, in Israele, che considerava “La letteratura tradotta non solo come un sistema integrale all’interno di un qualsiasi sistema letterario, ma come il sistema più attivo al suo interno”.

Per concludere, possiamo dire che, in relazione a quanto detto precedentemente, l’ideologia si può trasmettere in forma volontaria o involontaria nella traduzione, e ciò può essere considerato in maniera positiva o negativa, a seconda della persona. Tuttavia, il fatto che il traduttore lasci la sua impronta non è sempre negativo, perché se lo fa nella maniera migliore può arricchire la traduzione e renderla più divertente per il lettore.

Fonte: Articolo scritto da Chaimae El Hnoudi e pubblicato il 5 aprile 2019 su Mundiario

Traduzione a cura di:
Erica Mele
Lecce

Lo specchio dell’ideologia del traduttore (2)

 Categoria: Traduttori freelance

< Prima parte di questo articolo

In base a ciò che afferma il libro “A proposito di ideologia”, pubblicato dalla professoressa, traduttrice e ricercatrice María Calzada Pérez, l’ideologia si può manifestare su due piani diversi, il primo è quello grammaticale e il secondo è quello lessicale: “L’aspetto ideologico si può (…) manifestare internamente al testo stesso, sia a livello lessicale (riflesso, per esempio, nella scelta deliberata o nell’omissione di una determinata parola(…)) e a livello grammaticale (per esempio l’uso di strutture impersonali per evitare di esprimere l’agente). Gli aspetti ideologici possono essere più o meno espliciti nel testo, a seconda del suo argomento, del genere e dei suoi scopi comunicativi pag. 23).

Pertanto, l’ideologia di un traduttore si riflette nel momento in cui compie il suo lavoro di traduzione. In base al tipo di testo tradotto, il traduttore opta per una terminologia che sembra più adatta a realizzare la traduzione di quel determinato genere nel testo originale, usando, per esempio, un termine specifico od omettendolo. Per evidenziare quello che abbiamo appena spiegato, abbiamo a disposizione un ottimo esempio in cui l’ideologia si mostra in maniera esplicita all’interno di una traduzione, ed è la traduzione dell’autore Voltaire di una frase dell’opera “Amleto”. Shakespeare scrisse “thus conscience doth make cowards of us all” (la coscienza ci rende tutti codardi), mentre Voltaire lo tradusse come “d’un héros guerrier, fait un chrétien timide” (di un eroe guerriero fa un cristiano timido). Qui possiamo constatare in modo chiaro come Voltaire abbia rispecchiato la sua ideologia attraverso la traduzione chiamando i cristiani timidi, mentre il testo originale non ne fa menzione.

Nel caso di Aelfrico, scrittore e religioso anglosassone, al momento di tradurre i manoscritti “Vite dei santi” in epocamedievale, si vede una sostanziale sintesi del libro, fatta per renderlo più interessante a noi cristiani. E anche, affinché, chiunque potesse leggerlo in autonomia senza dover ricorrere a un curato per comprenderlo. In questo caso possiamo apprezzare la modifica realizzata dal traduttore che influisce, così, sul testo d’origine cambiando la sua struttura proprio come sottolinea María Calzada Pérez nel suo libro.

Seguendo questa linea, possiamo citare un altro esempio abbastanza rappresentativo, che consiste in una traduzione del Nuovo Testamento della Bibbia che si riferiva a Dio come “Lei”. Questo riferimento fu rivisto e riformulato in modo tale che il genere diventasse maschile, così che il traduttore lo vedesse adatto a un pubblico anglosassone e in gran parte maschile. Attraverso ciò, il traduttore mostra in maniera palese la sua ideologia e le sue convinzioni. Ciononostante, non possiamo parlare dell’ideologia nella traduzione senza fare luce sulla famosa Scuola della Manipolazione.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Chaimae El Hnoudi e pubblicato il 5 aprile 2019 su Mundiario

Traduzione a cura di:
Erica Mele
Lecce

Lo specchio dell’ideologia del traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

L’ideologia del traduttore, nella maggior parte dei casi, si può vedere riflessa nei suoi lavori. Alcune traduzioni lo dimostrano in maniera abbastanza evidente, mentre altre un po’ meno.

In questo articolo tratteremo un aspetto della traduzione che richiama molto l’attenzione e la curiosità di numerosi ricercatori e traduttori. La traduzione è un’attività della quale il mondo ha tratto beneficio nel corso di molti decenni, dovuto al fatto che ci ha fornito la possibilità di scoprire alcune delle scienze più importanti per la società, come la matematica o la filosofia tra tutte. Inoltre, ha trasformato il mondo in un piccolo paese, poiché grazie a questa attività si è incoraggiato e si incoraggia tuttora lo scambio scientifico e culturale.

Per quanto riguarda Nida – uno dei pionieri delle teorie della traduzione – definisce la traduzione in questo modo: “La traduzione consiste nel riprodurre nella lingua ricevente l’equivalente naturale più vicino del messaggio della lingua di partenza, prima in termini di significato e poi in termini di stile” (Nida, 1964, pag. 4).

Tuttavia, sebbene una delle regole d’oro del traduttore sia la fedeltà, vediamo che in buona parte delle traduzioni si riflette in un modo o nell’altro l’ideologia del traduttore. Secondo vari teorici e pensatori, l’ideologia nella traduzione esiste dal momento stesso della sua comparsa; tra questi, Fawcett, che afferma: “L’esercizio dell’ideologia è antico come la storia della traduzione stessa”. Allo stesso modo, Christina Schäffner, studiosa di traduzione e interpretariato, specializzata nel discorso politico, osserva che “L’ideologia appare inevitabilmente nella traduzione, dato che sono l’interesse, il fine e l’obiettivo che ci portano a scegliere il testo di origine e il testo di arrivo e che promuovono la traduzione”.

Innanzitutto, va sottolineato che non possiamo parlare di traduzione e di ideologia senza prima aver definito con precisione il termine ideologia. Quest’ultimo fu introdotto dallo studioso francese Antoine Destutt de Tracy come “idéologie”, ossia la scienza delle idee. Secondo il Dizionario della RAE (Real Academia Española), l’ideologia è “l’insieme delle idee fondamentali che caratterizza il pensiero di una persona, di una collettività o di un’epoca, di un movimento culturale, religioso o politico, ecc.”. In principio, questo termine era ben interpretato e compreso. Ciononostante, negli ultimi decenni ha acquistato una sfumatura ambigua, e si tende a collegarlo alla politica e alle convinzioni di alcuni gruppi sociali. Ebbene, la domanda che si rende necessaria è: Come si manifesta l’ideologia nella traduzione?

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Chaimae El Hnoudi e pubblicato il 5 aprile 2019 su Mundiario

Traduzione a cura di:
Erica Mele
Lecce

Confessioni di un traduttore di manga (9)

 Categoria: Servizi di traduzione

< Ottava parte di questo articolo

Sapere il giapponese non basta a fare di te un buon traduttore. Devi essere un bravo scrittore. Hai bisogno di creatività e immaginazione. Non è un gran lavoro saper padroneggiare abbastanza giapponese da leggere un fumetto, e per ogni parola che non conosci andare a fare una ricerca, ma trasporre il tutto in un’altra lingua richiede qualcosa di più. In effetti, direi che l’equilibrio in questo mestiere sia qualcosa come 40% di abilità con il giapponese/60% di scrittura nella lingua madre. Ho amici il cui giapponese surclassa di gran lunga il mio, ma non sono traduttori migliori.

È anche importante amare i fumetti. Amarli davvero. Schernisco il termine “fan translator” perché tutti i traduttori di manga professionisti sono fan-se non lo fossimo, non faremmo questo. Se c’è una cosa che tutti i traduttori di manga hanno in comune è che amiamo i manga. Vogliamo fare fumetti che noi vorremmo leggere. Nei miei sogni ho la mia lista di fumetti a cui ambisco che sottopongo a ogni curatore che starà a sentirmi. Presumo sia così per tutti. A volte, come con Shigeru Mizuki, Satoshi Kon e Matsumoto Leiji, ottengo di lavorare su quei fumetti dei miei sogni. Altri, come Miyuki Saga e Daijiro Morohoshi, stanno ancora aspettando la loro occasione.(Incrocio le dita! Nessuno che sta leggendo vuole fare un tentativo?) Ma quello su cui sto lavorando non ha rilevanza, io lo amo. Devo. Metto troppo di me stesso in ogni storia per non importarmene.

Una volta ho visto qualcuno lamentarsi che una catalogazione per Showa: Una Storia Del Giappone riportasse “Di Shigeru Mizuki e Zack Davisson”. Lamentavano che Davisson (io) fosse soltanto il traduttore, e quindi non è che la serie fosse “sua”; ma penso che sia una catalogazione accurata. Sono anche uno scrittore, e per me le traduzioni che faccio sono tanto mie quanto i libri che scrivo. Sono “i miei fumetti”.

La prossima volta che leggi un manga che ami, dà un’occhiata a chi è il traduttore. Magari controlla se hai qualche altro fumetto di quel traduttore. Come esperimento, confronta due lavori dello stesso artista originale, ma tradotti da persone diverse (per esempio, la mia traduzione di Satoshi Kon per la Dark Horse e quelle per la Vertical) Verifica se la voce cambia. Guarda quanto sono diverse. E ricorda che quello che stai leggendo è sempre una collaborazione. Non importa qual è il tuo manga preferito, o chi l’abbia originariamente scritto: i traduttori sono una parte della tua esperienza.

Fonte: Articolo scritto da Zack Davisson e pubblicato il 7 marzo 2016 su The Comics Journal

Traduzione a cura di:
Edoardo Vòllono
Aspirante Traduttore
Bari

Confessioni di un traduttore di manga (8)

 Categoria: Servizi di traduzione

< Settima parte di questo articolo

Parole sulla pagina
C’è anche la problematica dello spazio. La traduzione di manga comporta una sfida in più non affrontata dagli altri media. La natura del fumetto è una danza di parole e immagini. Con i manga, le immagini sono lì. I baloon per le parole sono lì. Non se ne vanno da nessuna parte e non puoi cambiarli. Tutto quello che puoi fare è assicurarti che le parole si accordino con le immagini. E che entrino nei baloon- questa parte è importante. Data la natura della lingua giapponese, si può mettere una bolgia di cose in più nello spazio disponibile di quanto si possa con l’inglese. Quando sto trascrivendo una traduzione devo sempre essere consapevole dello spazio edificabile a disposizione sulla pagina, e di come le parole andranno ad adattarsi in quel baloon. Questo per tacere dei baloon verticali…

Ho visto un collega traduttore affermare su twitter che quello che facciamo realmente è scrivere nuovi testi in inglese da incastrare in disegni già dati. Sono d’accordo fino a un certo punto. Immagino che sia un po’ simile al vecchio “Metodo Marvel” di fare fumetti, in cui l’artista disegna basandosi solo su un soggetto e poi lo sceneggiatore ritorna e riscrive il dialogo assicurandosi che si accordi con ciò che l’artista ha disegnato. È il passo finale del mio processo. Mi stampo il testo inglese, e lo leggo assieme al fumetto in tempo reale. Faccio sempre modifiche. Ci sono cose che funzionavano bene nella mia testa, ma che non fluiscono bene come pensavo. O parole che ho ripetuto troppo spesso in una pagina. O frasi che non si adattano ai volti che le dicono. Od ancora altri piccoli dettagli.

Una volta sono stato coinvolto come consulente da un grande editore che ambiva ad espandersi ai manga. Avevano pubblicato con successo romanzi tradotti, e pensavano che offrire anche una collana di manga sarebbe stato un ben piccolo salto. Ho esposto il mio processo esattamente come descritto sopra, e gli ho fatto vedere cosa comporta. Dopo la mia esposizione, hanno deciso di non dedicarsi ai manga-era più lavoro di quanto potessero gestire.

Nona parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Zack Davisson e pubblicato il 7 marzo 2016 su The Comics Journal

Traduzione a cura di:
Edoardo Vòllono
Aspirante Traduttore
Bari

Confessioni di un traduttore di manga (7)

 Categoria: Servizi di traduzione

< Sesta parte di questo articolo

Una volta che hai nominato qualcosa, devi immaginarti come suona. Gli effetti sonori sono una delle più grandi sfide che affronterai come traduttore di manga.  Il giapponese usa effetti sonori ripetitivi. Don don don. Bup bup bup. Sha sha sha. E ne hanno MOLTI di più di questi. La pioggia che cade facendo zaaa è diversa dalla pioggia che cade facendo shito shito. Volevo che la “gravitysaber” di Emeralda avesse un effetto sonoro unico, e così è uscito zwark.

Ogni arma da fuoco- dalle mitragliatrici ai cannoni navali-fa un rumore diverso in Showa: Una Storia Del Giappone. Anche le astronavi sono un bel divertimento. Sono particolarmente affezionato alle navi di Queen Emeraldas. Ho fatto una ricerca nei fumetti di fantascienza degli anni ’50 per vedere gli effetti sonori usati per le astronavi e ne ho preso un paio in prestito. Credo che aggiunga un bel tocco nostalgico alle navi, che sono un marchio delle impossibili navi pirata volanti di Matsumoto.

E poi c’è il temibile sheen. È l’onomatopea giapponese per il silenzio che non ha equivalenti nell’inglese. Ognuno deve risolvere questo particolare problema a proprio modo. Ma sussulto ogni volta che lo vedo. Fortunatamente, ogni volta che ne ho bisogno ho un dizionario vivente. Mia moglie Miyuki è la mia assistente sui passaggi particolarmente insidiosi, o quando quel contesto e quella cultura diventa troppo densa da penetrare. È stata di grande aiuto per Showa: Una Storia Del Giappone e per addentrarsi nel dialogo di Oshii in Seraphim. Ci sono volte in cui essere sposato con una parlante nativa giapponese torna comodo per questa particolare professione.

Ottava parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Zack Davisson e pubblicato il 7 marzo 2016 su The Comics Journal

Traduzione a cura di:
Edoardo Vòllono
Aspirante Traduttore
Bari

Confessioni di un traduttore di manga (6)

 Categoria: Servizi di traduzione

< Quinta parte di questo articolo

Poi ci fu il dialogo di Mamoru Oshii. Fu di gran lunga il più difficile. Oshii tende a strafare nel’utilizzo di kanji difficile e di un fraseggio spigoloso. Giunsi a pensare che il miglior modo per renderlo era saccheggiare il tesauro e trarne la più oscura terminologia inglese che potessi trovare. Sono terribilmente fiero di come Seraphim: 266613336 Wings è venuto fuori. È stato un lavoro dannatamente impegnativo. E fermatemi prima che parli di Panty and Stockings with Garterbelt . Tradurre doppi sensi sessuali non è cosa facile…

Non è che poi non incespichi sulle singole parole. Per“Showa: Una Storia Del Giappone” mi sono dovuto tuffare nel dizionario alla ricerca di termini militari e storici. Ho usato il frasario giapponese/inglese di mio nonno risalente alla Seconda Guerra Mondiale come un ponte verso il passato, e sapevo che avrei dovuto mettere il nome corretto ad ogni nave da guerra. Non c’era spazio per l’errore. Anche le tecnociance di Matsumoto erano altrettanto difficili da decifrare. Lo juryoku seba di Queen Emeralda avrebbe potuto essere un gran numero di cose, ma alla fine optai per mettere nella la mia lingua “gravitysaber”.

Mi sono detto che se in inglese “lightsaber” (il nome dato alle famose spade laser di “Guerre Stellari”) era fico, allora gravitysaber non sarebbe stato male. È anche il nome che in Giappone usano in inglese, la qual cosa può essere d’aiuto. Però non funziona ogni volta; chiedetelo al Führer Deslock di Space Battleship Yamato, o Leader Deslock, come è stato rinominato per la traduzione ufficiale; e non c’è niente che mi aiuti con il pianeta Heavy Metal. Non c’è verso che comunichi qualcos’altro che puro giapponese scrauso degli anni ’70. Oh, beh…

Settima parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Zack Davisson e pubblicato il 7 marzo 2016 su The Comics Journal

Traduzione a cura di:
Edoardo Vòllono
Aspirante Traduttore
Bari

Confessioni di un traduttore di manga (5)

 Categoria: Servizi di traduzione

< Quarta parte di questo articolo

Non sono del tutto autodidatta; ho il mio master in giapponese e la traduzione letteraria è stata parte del mio corso di studio, ma è diverso dai manga. Ho imparato con la pratica. Ho preso una serie già tradotta (Dr. Slump & Arale, nel mio caso) e l’ho tradotta volume per volume, confrontando la mia traduzione con la versione pubblicata. Ho immaginato che più mi avvicinavo alla versione pubblicata, meglio stavo facendo. Mi ha insegnato anche quali scelte fare, dove erano le differenze, e perché quelle decisioni erano prese.

Il mio processo è semplice. Mi appoggio il fumetto vicino al mio computer e inizio a leggere. E a scrivere. E a sentire. Questo è importante, perché è quello che sto cercando di replicare, un sentimento. Non leggo mai il fumetto prima del tempo. Voglio catturare l’esatto momento di quando leggo una pagina, e poi usare l’inglese per dare ai lettori l’esperienza della stessa emozione. Mi faccio coinvolgere profondamente nei fumetti mentre lavoro su di essi. Rido con forza. Fino alle lacrime. Ovviamente, in seguito ci ritorno su e faccio degli aggiustamenti, ma se prima leggo l’intero fumetto, perdo l’immediatezza.

Ogni personaggio ha la propria voce. So come suona Kitaro, come parla Emeraldas. Posso parlare come Nezumi Otoko o Jakob “Che Distrugge Paesi”. Mentre leggo, sento quelle voci nella mia testa. Cerco di lasciarle dire come direbbero qualcosa. E sì, ci sono volte in cui recito ad alta voce, per essere sicuro che suoni in modo corretto. Fortunatamente di norma lavoro da solo in una stanza. Solo i miei cuccioli mi vedono che mi rendo ridicolo.

Anche catturare il tono è importante. Quando per la prima volta sono passato da Shigeru Mizuki a Leiji Matsumoto, mi ci è voluto un po’ per immergermi nella grevità formalizzata di Matsumoto ben diversa dalla leggera prosaicità di Mizuki. I personaggi di Matsumoto suonavano troppo come quelli di Mizuki e non andava bene. Ho iniziato a mettere Wagner in sottofondo mentre traducevo Queen Emeraldas, che fu la soluzione perfetta. Mi ha aiutato a concentrare tutto il melodramma e linguaggio operistico in qualcosa di egualmente potente in inglese.

Sesta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Zack Davisson e pubblicato il 7 marzo 2016 su The Comics Journal

Traduzione a cura di:
Edoardo Vòllono
Aspirante Traduttore
Bari

Confessioni di un traduttore di manga (4)

 Categoria: Servizi di traduzione

< Terza parte di questo articolo

Come faccio quello che faccio
Ad essere onesto, non so come gli altri traduttori di manga ottengano il loro testo finale. Io so solo come faccio io. Quello che sto per dirvi su come opero potrebbe essere l’esatto contrario di come lavora qualcun altro. O potrebbe anche essere lo stesso. Sarebbe interessante da scoprire. A dire la verità, mi dà un poco di agitazione sentire quello che persone come Matt Smith, Fred Schodt, e Matt Alt diranno di questo articolo. O anche lo stesso Jay Rubin; annuirà consciamente con concordia? O con scherno? Lo vedremo.

Non ho fatto una scuola per fare questo, né qualche tipo di tirocinio o addestramento, quindi se il mio processo appare debole la colpa è interamente mia. Come ogni artista ho sviluppato il mio metodo attraverso la pratica e l’esperienza. Per evitare fraintendimenti, la traduzione di manga è una forma d’arte, così come la scrittura, il disegno, la colorazione, il lettering o qualsiasi altro delle miriadi di lavori che si aggiungono ad un fumetto pubblicato. C’è un motivo per il quale i CAT tools sono inutili per i manga, non siamo tecnici.

Parte della questione è la natura del linguaggio. Il giapponese non si presta facilmente alla traduzione. È un linguaggio altamente legato al contesto, ben diverso da un linguaggio poco legato al contesto come l’inglese. Questo significa che il giapponese usa meno parole e fa maggiormente affidamento sul contesto culturale per comunicare quello che accade sulla scena. Si dice spesso della letteratura giapponese che per ogni parola sulla pagina ce ne sono tre non scritte.  È ai lettori che spetta riempire i vuoti.

Come se non bastasse, il giapponese ricorre a quattro sistemi di scrittura: kanji, katakana, hiragana e romanji. Ognuno può leggermente distorcere il significato o aggiungere ulteriore contesto al contenuto di una frase. Una persona che parla in katakana probabilmente ha un accento straniero; oppure le singole parole possono cambiare il sistema di scrittura per porre enfasi, come l’inglese usa il corsivo o il grassetto. Si può addirittura scrivere una parola in kanji, come “maestro”, e poi allegare a esso un apice in hiragana per dire “signore della guerra” come significato aggiuntivo. Oltretutto, il giapponese fa massiccio uso di frasi idiomatiche e ripetizioni. Navigare il complesso mondo dei livelli di cortesia giapponese può essere pericoloso persino per coloro nati e cresciuti in quella cultura. Intraprendono spesso il percorso con meno ostacoli e usano e riusano una fraseologia socialmente appropriata, affidandosi al contesto culturale per dare il vero messaggio.

L’inglese è relativamente diretto: il più delle volte le persone dicono quello che intendono. Il giapponese è “Shaka; quando caddero le mura”.

Quinta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Zack Davisson e pubblicato il 7 marzo 2016 su The Comics Journal

Traduzione a cura di:
Edoardo Vòllono
Aspirante Traduttore
Bari

Confessioni di un traduttore di manga (3)

 Categoria: Servizi di traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Il ruolo di un traduttore
Ho capito su twitter che non molte persone sanno cosa fa un traduttore di manga (Twitter è stato in realtà la vera genesi di questo articolo. Ho pensato che un minimo di erudizione fosse dovuta) Le persone si imbattono in termini lavorativi quali “traduzione” e “localizzazione”, che sono differenti nella teoria, ma meno nella pratica. Molti suppongono che sia il curatore a fere il lavoro duro, e che tutto quello che il traduttore faccia è fornire una mera analisi del vocabolario, ma non è questa la mia esperienza. Il ruolo principale di un curatore è scegliere il traduttore, dirigere il progetto e poi dare ordine al fumetto finito. Mai sottostimare l’importanza della prima parte. È probabilmente la singola decisione più importante che verrà presa una volta ottenuti i diritti di pubblicazione.

Quando stanno scegliendo il traduttore, i curatori stanno scegliendo che tipo di fumetto sarà alla fine realizzato. Molti lettori non si rendono conto di quanto i traduttori influenzino il fumetto finito. È vero che alcune compagnie assumono adattatori per assistere al dialogo, e non c’è nulla di male in questo: Kelly Sue Deconnick ha iniziato come adattatrice di manga; ma non credo che sia una pratica comune. Personalmente ho usato un adattatore solo una volta, e la maggior parte dei traduttori che conosco consegnano un copione finito che va direttamente sulla pagina.

Il mio lavoro come traduttore è prendere tutto il linguaggio e il contesto e riformarlo in qualcosa che sia letto come se fosse stato originariamente scritto in inglese. Il testo giapponese è la mia materia prima. Congiuntamente alla traduzione delle parole sulla pagina, aggiungo contesto e creo frasi ponte che potrebbero non essere state presenti nell’originale. Riempio i vuoti che avrebbero potuto essere ovvi ai lettori giapponesi. E qualche volta riscrivo interamente le cose. È la Regola di Rubin in azione.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Zack Davisson e pubblicato il 7 marzo 2016 su The Comics Journal

Traduzione a cura di:
Edoardo Vòllono
Aspirante Traduttore
Bari

Confessioni di un traduttore di manga (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Il Giapponese nella Traduzione
La traduzione diretta-tradurre le parole alla lettera-produce un grammelot  illeggibile. Anche riordinare le parole in una corretta grammatica inglese dà come risultato un nonsense poco ispirato. Ecco un esempio: la seguente battuta è e-si-la-ran-te in giapponese! Da piegarsi in due!

Il Marito: Facciamoci un maiale allo zenzero per cena!

La Moglie: Ahimè, non abbiamo zenzero

Ho forse avuto un “LOL” da voi? No? Niente? Ma che strano…Posso raccontare questa barzelletta a mia moglie quando voglio e ottengo sempre una risatina. E invece questa qua?

Il Marito:  Voglio mangiare caviale rosso!

La Moglie: Ma quanto costerà?

Fidatevi di me, questa è SUPER divertente in giapponese. “Caviale Rosso” e “quanto” sono omofoni, si pronunciano entrambi “ikura”. La risposta della moglie (in giapponese: ikura kana…) solleva una ambiguità nella quale non sei sicuro se è preoccupata per il costo o se semplicemente non è in vena di caviale rosso. È anche una vecchia battuta che conoscono tutti, quindi è raccontata con una strizzatina d’occhio ed ha il sentore rilassato di qualcosa di familiare. Riportare questa barzelletta in inglese così come è scritta-scambiando una parola con un’altra- significa stroncarla sul nascere. Una traduzione riuscita richiede qualcosa in più. Ed è qui che subentra l’arte del traduttore.

Qualsiasi forma di traduzione letteraria è una collaborazione fra artista e traduttore. Non una collaborazione diretta: per quanto mi piacerebbe, raramente lavoro su fumetti dove discuto direttamente con l’artista originale. In qualche caso sono anche morti da tempo. Ma lavoriamo sempre insieme. Per quanto io cerchi di essere invisibile, entrambe le voci sono nel risultato. Pensateci su come a un gruppo musicale che fa una cover. Non importa quanto sia buona l’imitazione, ogni cantante aggiunge la propria voce e stile alla performance. La canzone finale nella sua interezza non è né il lavoro dell’uno né dell’altro. Potrebbe essere una metafora goffa, ma il punto è questo: un diverso traduttore produce un diverso fumetto.

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Fonte: Articolo scritto da Zack Davisson e pubblicato il 7 marzo 2016 su The Comics Journal

Traduzione a cura di:
Edoardo Vòllono
Aspirante Traduttore
Bari