La soggettività del traduttore (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

La cooperazione e la scommessa interpretativa del testo in Umberto Eco

< Prima parte di questo articolo

La cooperazione si attua a tre livelli: a livello della Manifestazione Lineare, a livello delle strutture del discorso e a livello delle strutture narrative. L’applicazione delle competenze linguistiche alla Manifestazione Lineare permette di trasformare le espressioni in un primo livello di contenuto: grazie alle sue conoscenze enciclopediche e al suo bagaglio culturale generale, il lettore può risalire al livello delle strutture del discorso, dove può riassumere parti significative di discorso in macro-proposizioni narrative, le quali costituiranno l’intreccio (gli eventi così come sono raccontati) del testo.

Queste macroproposizioni consentono al lettore di risalire alla fabula (lo schema di base della narrazione) del testo e di cooperare all’interpretazione a livello delle strutture narrative. La cooperazione interpretativa, invece, si realizza nel tempo: mentre prosegue nella lettura, il lettore entra in uno stato di attesa che lo porta a fare previsioni sul corso degli eventi e sui mondi possibili che veicolano.

Secondo Eco il traduttore si trova nella doppia posizione dell’autore, che deve immaginare il lettore del suo testo, e del lettore, che interpreta e attualizza il testo che ha davanti. Al pari di quest’ultimo, il traduttore fa ipotesi sui mondi possibili che il testo rappresenta, pur sostenendo le congetture più plausibili: davanti a una voce di dizionario, sceglierà l’accezione del termine che reputerà più adeguata al contesto o al mondo possibile che ha preso in considerazione. È proprio qui che entra in gioco la soggettività del traduttore: nella scommessa interpretativa che fa su i vari livelli di senso e su quali privilegiare.

Allo stesso modo della cooperazione, l’interpretazione può avvenire a livello della Manifestazione lineare, a livello delle strutture del discorso e a livello delle strutture narrative. La prima permette di accedere alle forme dell’espressione, ovvero alla fonologia, alla morfologia, alla sintassi e al lessico del testo. La seconda permette di accedere alla forma del contenuto e fare quindi alcune distinzioni come, per esempio, tra una pecora e una capra (ogni cultura da forma ai propri contenuti in modo diverso). La terza permette di accedere alla sostanza del contenuto: ogni elemento di forma del contenuto acquisisce il proprio senso nel processo di enunciazione. La sostanza del contenuto può assumere forme diverse secondo il tipo di testo: può essere puramente linguistica, metrica o fonosimbolica, come nel caso della poesia, ecc.

Eco insiste sul fatto che il processo interpretativo non segue una cronologia verticale,dall’alto verso il basso o viceversa, ma che, in ogni momento, il traduttore fa la sua scommessa interpretativa e decide quale tra i livelli preferire.

Autrice dell’articolo:
Mafalda Morelli Ottiger
Traduttrice editoriale
Napoli

La soggettività del traduttore

 Categoria: Traduzione letteraria

La cooperazione e la scommessa interpretativa del testo in Umberto Eco
Nel 1979, Umberto Eco pubblica una raccolta di studi che vanno dal 1976 al 1978, con l’intento di presentare un discorso organico sulla cooperazione interpretativa del testo. Il punto di partenza di tale cooperazione è il lettore, principio attivo del testo ed elemento fondamentale della sua genesi. Secondo Eco, il testo è una forma espressiva molto complessa che, nella sua manifestazione linguistica, ha bisogno essere attualizzata dal lettore (come nel caso delle riprese anaforiche);  la complessità maggiore deriva dai suoi “non-detto”,elementi che non si manifestano a livello dell’espressione e che il lettore deve attualizzare a livello del contenuto. La cooperazione tra autore e lettore si fonda su questi spazi che sono stati lasciati volontariamente vuoti: per funzionare, un testo ha sempre bisogno di qualcuno che lo aiuti a funzionare e che ne riempia gli spazi vuoti.

Per quanto riguarda i testi come i romanzi, Eco specifica che l’Emittente e il Destinatario non partecipano alla cooperazione in qualità di poli dell’atto di enunciazione, o come persone fisiche, ma come strategie discorsive: l’autore si manifesta nel testo non solo come il semplice soggetto dell’enunciato, ma anche come uno stile o come un intervento esterno, presente nel tessuto generale del testo.

Nel momento in cui organizza la sua strategia testuale, l’autore prevede un Lettore Modello in grado di attualizzare il testo, che abbia le stesse competenze dell’autore e che faccia riferimento allo stesso sistema di codici. Il suo ruolo è di procedere all’interpretazione del testo seguendo un cammino che, in senso inverso, raggiunga quello percorso dall’autore quando ha prodotto il testo.

Eco definisce allora due tipi di testi: i testi chiusi, destinati a un Lettore Modello ben definito e che non necessitano di grande cooperazione per farsi capire; i testi aperti, che si prestano a varie letture e nei quali l’autore spinge o controlla il Lettore attraverso livelli di interpretazione diversi. Tutti i testi si compongono di una Manifestazione Lineare, ciò che si percepisce con la lettura o l’ascolto, e di un Senso o dei sensi. L’esplicitarsi della Manifestazione Lineare avviene tramite le conoscenze linguistiche, ma il processo è molto più complicato per quanto riguarda l’attualizzazione dei sensi.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Mafalda Morelli Ottiger
Traduttrice editoriale
Napoli

Traduzioni professionali contro MT

 Categoria: Strumenti di traduzione

Con l’avanzare delle tecnologie  e delle cosiddette “Machine translation” sembra che la traduzione professionale stia diventando un settore sempre più di nicchia. Eppure, nonostante sia alla portata di tutti inserire il testo in casella e così, come per magia, ritrovarselo “tradotto”, esistono sfumature che una macchina non potrà mai cogliere. Se da un lato Google Traduttore e il nuovissimo “Interpreter mode” di Google Assistant assicurano un sistema di traduzione efficiente, semplice e addirittura in tempo reale, dall’altro esiste un’umanità imprescindibile in ogni lingua, che la tecnologia non potrà mai trasmettere.
Facciamo un esempio banale, ma efficace, sulla questione:

  • In inglese l’espressione “I love you” può riportare due significati: “Ti voglio bene” o “Ti amo” in italiano. Si tratta di due mondi emozionali completamente diversi, per la nostra lingua, eppure una macchina non sa distinguerli. Un traduttore professionale, analizzando anche il resto del testo, il carico sentimentale che ne deriva e la complessità degli argomenti trattati, si renderà facilmente conto, nella maniera più semplice e istintiva possibile, quale accezione dovrà dare a quel termine. In pratica, se quell’”I love you”, vorrà significare amore o affetto. Eppure Google Traduttore non sa farlo: se si prova a digitare “What a friend you are, I love you”, che qualsiasi essere umano tradurrebbe “Che amico che sei, ti voglio bene”, per Google traduttore vuol dire “Che amico che sei, ti amo”.

Dopo aver analizzato l’aspetto più sentimentale della traduzione, in cui l’essere umano vince (ad armi impari) con la macchina, di seguito si annoverano altre caratteristiche, e vantaggi, che un traduttore professionale può apportare al testo di riferimento:

  • Conoscenza della lingua “a tutto tondo”. Un traduttore professionale tradurrà un testo nella sua lingua madre applicando tutte le conoscenze derivate dall’”esperienza” con quella lingua, impossibile da riportare nella grammatica e nella semantica “da vocabolario” di una macchina. In poche parole? Il professionista traduce un testo come se fosse stato scritto proprio nella sua lingua madre;
  • Creatività, caratteristica essenziale e prettamente umana. Un traduttore professionista riuscirà a riadattare il testo applicando lo “stile” della propria lingua madre. Inoltre, se ad alcune espressioni è impossibile dare un significato letterale, il traduttore, con la dote creativa, riuscirà ad attribuirgli il significato più vicino possibile alla propria lingua madre;
  • Tecnicismi e conoscenza del settore di riferimento in cui si contestualizza il testo. Traduzioni mediche, legali o tecniche in generale, richiedono una conoscenza pregressa nella materia, che solo un traduttore professionista, “scelto” e specializzato, rispetto a una macchina, potrà dare;
  • Ambito culturale, gli usi e costumi di una lingua. Tradurre un testo certamente vuol dire riportarlo fedelmente nella propria lingua madre, ma nel rispetto di quest’ultima. Se un termine, un vocabolo, un’espressione o un’intero testo, tradotti letteralmente, possono in un certo qual modo “offendere” l’ambito culturale in cui la lingua si muove e si diffonde, un traduttore professionista saprà come “riadattarlo”  e “contestualizzarlo” nel migliore dei modi. In questo caso, contro la macchina, a vincere è la sensibilità.

Sicuramente, tra i vantaggi elencati, figura quanto può essere importante, e inimitabile, la capacità di traduzione di un essere umano. Esiste però anche qualche svantaggio: costi maggiori e tempi molto più lunghi.

Viene spontaneo allora interrogarsi, nell’analisi tra i pro e i contro, su quanto valga la pena scegliere un traduttore professionista rispetto alla sempre più gettonata “Machine translation”. La risposta è, in realtà, molto semplice: dipende da quanto tenete alla vostra traduzione!

Autrice dell’articolo:
Melania Cacace
Giornalista e copywriter
Napoli

Terminologia e terminografia

 Categoria: Tecniche di traduzione

Benché la terminologia affondi le proprie radici nel XV secolo quando furono redatti i primi lessici professionali con le prime raccolte terminologiche, la disciplina è tuttavia un concetto relativamente giovane, se considerata nell’accezione odierna del termine, e risale a dopo le conquiste scientifiche e tecnologiche dei secoli XIX e XX. E’ dunque intorno agli anni 70 / 80 del 1900 che, grazie alle opere di Eugen Wüster e Helmut Felber, vengono poste le basi teoriche per la disciplina conosciuta oggi con il nome di terminologia. Tale disciplina ebbe una spinta propulsiva a seguito della rivoluzione delle tecnologie informatiche che, difatti, hanno notevolmente promosso lo sviluppo ulteriore e la divulgazione dei lavori terminologici e terminografici. Di pari passo con lo sviluppo della disciplina in questione si percepì il bisogno di rifondare l’ente di normazione internazionale che assunse il nome di ISO, International Organization for Standardization; furono inoltre incentivate le attività delle scuole impegnate nello studio e nella divulgazione di terminologie coerenti e si procedette alla creazione di grandi banche terminologiche consultabili online.
La terminologia, da non confondere con la lessicologia[1] e con la lessicografia,[2] è “la disciplina che studia sistematicamente i concetti e le loro denominazioni, cioè i termini, in uso nelle lingue specialistiche di una scienza, un settore tecnico, un’attività professionale o un gruppo sociale, con l’obiettivo di descrivere e / o prescriverne l’uso corretto.”[3] Tuttavia, con tale termine, non solo si indica la disciplina generale ma si definisce anche “l’insieme dei termini che rappresentano un sistema concettuale di un dominio particolare.”[4] La terminologia in quanto disciplina si trova quindi a dover descrivere in modo sistemico i termini, intendendo con ciò parole, espressioni, locuzioni impiegati in settori di lavoro ben circoscritti, in una o più lingue; diffondere le conoscenze tecniche attraverso strumenti terminologici quali glossari, schede terminologiche, mappe e banche dati; definire delle norme specifiche in base alle quali si cerchi di disciplinare l’utilizzo dei termini.

La terminografia è invece “l’attività che, applicando i principi e metodi della terminologia, si occupa della registrazione, elaborazione e presentazione dei dati terminologici, acquisiti mediante la ricerca terminologica.”[5] Durante l’attività terminografica è consigliabile e preferibile perseguire un approccio onomasiologico che parte dai concetti di un dato ambito specialistico e non dal lessico e che porta alla realizzazione di due sistemi concettuali monolingue in due fasi distinte. Dopo quindi aver condotto le fasi intralinguistiche, è possibile procedere alla comparazione dei due sistemi in modo da verificare le corrispondenze e le identità concettuali. La terminologia e la terminografia sono quindi due discipline di primaria importanza per un interprete e un traduttore che si accinga a tradurre testi e / o orazioni in ambito tecnico-scientifico specialistico in quanto la comprensione del messaggio di arrivo da parte del fruitore della traduzione scritta o orale è strettamente vincolata all’impiego di termini nella LA che siano coerenti, equivalenti e adeguati. Per adempiere a ciò nel migliore dei modi, è dunque essenziale che l’interprete o il traduttore conduca un’accurata e sistemica attività terminologica e terminografica che assicuri una traduzione efficace ed efficiente.

Autrice dell’articolo:
Sara Romanelli
Docente Universitario
Traduttrice e Interprete di Conferenza Freelance ITN<>ENG ITN<>DEU


[1] Per lessicologia si intende lo studio del lessico, l’insieme delle parole e locuzioni di una lingua o di un ambito, in tutte le sue forme. Studia, registra e descrive le parole e i termini, sia del linguaggio generale sia delle lingue speciali., Cfr. H. Rieger, Cos’è la terminologia e come si fa un glossario., fascicolo in Pdf, 2010, p. 4
[2] Per lessicografia si intende la disciplina che si occupa di redigere dizionari o lessici, attraverso la raccolta, classificazione e la definizione delle parole, che vengono riassunti in singole voci sotto forma di lemmi., Cfr. H. Rieger, Cos’è la terminologia e come si fa un glossario., fascicolo in Pdf, 2010., p. 7
[3] H. Rieger, Cos’è la terminologia e come si fa un glossario., fascicolo in Pdf, 2010, p. 4
[4] Ibidem
[5] Ivi, p.7

Dizionario di inglese giuridico: By-law

 Categoria: Strumenti di traduzione

Sai che cos’è un bylaw? E un bye-law? E, magari, sai il loro significato sia il medesimo in tutto il mondo anglosassone? Te lo spieghiamo in questo articolo. Continua a leggere, è possibile che tu ti sorprenda.

Oggi analizziamo un termine che sembra facile, ma che non lo è.
Innanzitutto, ha un significato nel Regno Unito e un altro negli Stati Uniti.
Se questo fosse poco, lo si può trovare scritto in quattro modi diversi: by-law, bylaw, bye-law e byelaw. Andiamo con ordine.

Origine
Secondo il dizionario Merriam-Webster (clicca qui), si ritiene che il termine bylaw tragga origine dall’antica lingua dei popoli nordici (Old Norse) con questa forma: bȳlǫg. Di lì potrebbe essersi evoluto all’inglese medio (Middle English) come bilawe ed esser giunto all’inglese moderno come bylaw.

Nella lingua nordica antica la parola bȳlǫg era composta da bȳr (o bye in danese) che equivaleva a città o paese e lag o lǫg ovvero legge.
Bȳlǫg = legge di un paese.
Sicuramente ricorderai che il popolo danese ha influenzato fortemente una vasta zona dell’est delle isole britanniche. Là sono vissuti per anni diversi popoli di questa regione europea e sono giunti ad avere un sistema giuridico proprio (per chiamarlo in qualche modo) conosciuto come Dane Law.

Da tale byr nordico o bye danese deriva oggi il nome di alcune città inglesi quali Derby, Whitby o Grimsby.

Prima accezione (Br_En)
Con queste premesse risulta chiaro che città + legge (byr + log) diano luogo a ciò che oggi conosciamo come by-law e che in Inghilterra è utilizzato, in particolare, per designare le ordinanze comunali, i regolamenti locali o la normativa di un comune.

By-law o bylawè, pertanto, una norma promulgata da un’autorità locale che viene applicata unicamente in tale ambito territoriale.

Tale tipo de norme o regolamenti aventi forza di legge (with force of law) vengono pronunciate da determinati organismi quali i comuni e altre amministrazioni locali dotate di poteri legislativi delegati in virtù di legge parlamentaria (Act of Parliament).

Come indicato dal Duhaime Legal Dictionary (clicca qui), tali norme locali promulgate da tali enti vengono denominate bylaws o anche regulations, ma mailaws o statutes.

Però, attenzione, tale significato del termine risulta applicabile unicamente nel Regno Unito, dov’è stato coniato, e in alcuni altri paesi quali Canada e Australia. Mentre negli Stati Uniti significa un’altra cosa.

Seconda accezione (Us_En)
Negli Stati Uniti tale termine viene utilizzato per fare riferimento alla normativa interna di imprese o di altre organizzazioni.

Si tratta di norme (rules) che servono per organizzare i relativi procedimenti interni, disciplinare le attività e fissare i diritti e gli obblighi dei rispettivi soci o membri. E sono ciò che in spagnolo sono conosciuti come estatutos o estatutos sociales [in italiano, statuto della società].

Di fatto, si tratta della prima accezione contenuta nel Black’s Law Dictionary che, sebbene sia la bibbia dell’inglese giuridico, non possiamo dimenticare che viene pubblicato negli Stati Uniti.

A rule or administrative provision adopted by an organization for its internal governance and its external dealings.

Perciò ora sai che cos’è un bylaw in ciascuna sponda dell’oceano.

E, per concludere, una breve postilla sulle differenze linguistiche tra USA e UK. Questo statuto societario che negli Stati Uniti viene denominato bylaws, nel Regno Unito si chiama Articles of Association.

Potrebbero avere ragione coloro che affermano che Inghilterra e Stati Uniti siano due nazioni sorelle separate da una stessa lingua.

Fonte: Articolo pubblicato il 26 aprile 2020 sul sito Traducción Jurídica

Traduzione a cura di:
Silvia Ragagnin
Specializzata in traduzioni giuridiche
Pordenone

Tradurre significa tradire?

 Categoria: Problematiche della traduzione

Si dice che le traduzioni siano come le donne: brutte e fedeli, o belle e infedeli. Questo curioso gioco di parole interpreta uno dei più consolidati paradossi della comunicazione. Una traduzione fedele al 100% è praticamente quasi impossibile, il risultato sarà sempre leggermente diverso dal testo di partenza.

Se pensiamo alle traduzione dei film, soprattutto americani, non penseremmo mai
di adottare frasi come ‘Hey amico’, (hey man), ‘ma che diavolo dici’? (what the hell?) oppure di chiamare una donna ‘pollastrella’! (chick). Da adattatrice mi imbatto spesso
in questo tipo di traduzioni. La lingua inglese, diciamolo, è molto più sporca rispetto alla lingua italiana, nei film americani utilizzano la parola “fuck” o “fucking” come niente fosse
o ancora “bitch”, “son of a bitch” che ormai sono quasi una regola. Quando adattiamo un
film in italiano dobbiamo per così dire, ripulirlo e renderlo più “digeribile” al pubblico italiano, che non sopporterebbe questo continuo uso di parolacce. Tuttavia conosco persone che si rifiutano di vedere film adattati e preferiscono di gran lunga vederli in lingua originale, proprio perché per chi conosce la lingua, i film tradotti perdono molto del loro significato.

Esistono due tipi di traduzione:
- Source oriented (più fedele al testo);
- Target oriented (si allontana dall’originale ma agevola la comprensione ai lettori);

Ci sono molti punti di vista riguardo questo argomento; alcuni, ad esempio, ritengono
che il lavoro del traduttore è simile a quello del copista che riproduce una scrittura. Secondo questi la riproduzione letterale può essere così semplice che vi riuscirebbe anche un trascrittore, dotato di conoscenze elementari sulla lingua di partenza.
Nella traduzione di una poesia la questione diventa più complicata e anche di molto.
La poesia ha una sua melodia, un suo ritmo, ed evoca degli scenari interiori, bisogna insomma avere una certa sensibilità per ritrasmettere le emozioni. Il traduttore di opere
in prosa, dovrebbe avere anche il cuore di un vero poeta. Nella traduzione di testi comici
la traduzione letterale non è idonea: perché creerebbe delle mostruosità linguistiche. Umberto Eco, ad esempio, nel suo ‘Come scrivere una tesi di laurea’, afferma che tradurre è sempre tradire e aggiunge che tradurre è come avere una dentiera e non i denti veri, oppure è come indossare la parrucca o altre protesi di vario tipo.

Tradurre però, vuol dire trasmettere il messaggio senza modificarlo, restituendolo fedelmente. Il traduttore ha due personalità: il linguista e lo stilista; per essere un buon traduttore l’una non deve prevalere sull’altra. La traduzione è un importante mezzo di cultura che, dovrebbe essere aggiornata al momento storico e al pubblico dei lettori. Tradurre è quindi sempre un po’ tradire; ma se lo si fa coscienti dei rischi possibili, si tradisce solo se lo si reputa veramente indispensabile. Curiosità e distacco sono due parole da prendere in considerazione in questo mestiere: la curiosità del lettore attento al messaggio e il distacco di chi lo deve trasferire ai lettori mantenendo il più possibile il suo ritmo e il suo significato. Tradurre insomma è sostanzialmente una sfida.

Magyarorszàg…

 Categoria: Le lingue

Vi domanderete cosa ho scritto… è il nome esatto dell’Ungheria. Il significato di questa meravigliosa e complicata parola si racchiude in un popolo pieno di origini e discendenze, vuol dire “Paese Magiaro”, il paese meraviglioso dove io sono nato. La sua storia racchiude l’impero Austro Ungarico, discendenze finniche ed una forte influenza turca.
Ho avuto il dono di poter imparare questa lingua da mia madre che a tre anni mi ha portato in Italia. Credetemi, penso sia una delle lingue più difficili al mondo.

Il mio cammino verso la traduzione è iniziato sin da piccolo, quando mia madre faceva scambi culturali tra Italia ed Ungheria ed io ero una sorta di mascotte per tutti. Insomma a 7-8 anni andavo in giro per Roma a tradurre le meraviglie della mia città.
Poi ho passato lunghi periodi con amici, conoscenti della mia famiglia; portavo persone italiane alla scoperta della Parigi dell’Est, cioè Budapest. Qui potrei raccontarvi tantissime cose ma non vorrei dilungarmi e magari annoiarvi troppo. Vi rubo un altro secondo dicendovi che nella vita, se fai ciò che più ti piace, allora non serve a nulla il resto, puoi solo sorridere ed essere felice di poter rappresentare due paesi meravigliosi che, per quanto diversi, hanno una bandiera unica con gli stessi colori. Non mi pongo limiti, conosco perfettamente l’italiano quanto l’ungherese.

Autore dell’articolo:
Giovanni Detari
Budapest (Ungheria)

L’importanza delle lingue

 Categoria: Le lingue

Avete mai provato almeno una volta nell’arco della vostra vita a sentirvi come un “pesce fuor d’acqua”? Sì, la classica espressione utilizzata dalla maggior parte della gente comune per esprimere quella situazione di disagio dalla quale non sembra proprio facile uscire.
Bene, proprio grazie a quell’espressione io ho fondato lo scopo della mia vita. Ricordo, ancora ragazzina, i viaggi con la scuola in paesi tanto belli quanto così lontani da me.
Ricordo le gite fatte in Francia ai castelli (bellissimi eh) ma quanto era duro cercare di arrivare a fine giornata per poter finalmente chiudersi in camera, afferrare il telefono dell’albergo e chiamare finalmente casa. Ti rispondevano quel “pronto” in italiano che ti faceva sentire la vicinanza degli affetti e cosa ancor più bella l’essere capita e il poter capire e cogliere le sfumature della vita che ti circondava.

Così pensai dopo l’ultimo dei miei meravigliosi quanto difficili viaggi all’estero che non volevo più vivere in un mondo a metà.
Perché dico a metà? Semplice: sai l’italiano, conosci l’Italia, vivi in Italia, paese splendido, ricco di storia, di calore, ma quando raggiungi il confine e arrivi in terra straniera dove non sai né lingua, né usi, né costumi, come ti senti?
Capire qualche parola di francese, tedesco e inglese non basta per poter cogliere appieno l’essenza di ogni luogo, e così decisi d’intraprendere il magico studio delle lingue.
Già dal primo corso sembrò aprirsi davanti miei occhi uno scenario che non avevo mai visto. Mi sembrava di sentire attraverso quello studio nuovo ma tanto utile per capire e confrontarmi con gli altri, i profumi e i sapori di terre fino a quel momento a me sconosciute.

Dopo anni ed anni di duro apprendimento, di esperienza fatta sui luoghi per capire, imparare, ascoltare dalle culture diverse dalla mia, mi sentivo parte del mondo.
Sì, finalmente potevo dire a me stessa di essere nel mondo, poiché studiando le lingue potevo mettermi in gioco, metterle in gioco.
Lo stesso Rousseau, nel “Saggio sulle origini delle lingue”, spiega che il linguaggio serve innanzitutto per esprimere passioni e stati d’animo, proprio quei sentimenti che sarebbe paradossale manifestare senza capire.
Mi servo dunque di questo incantevole strumento per arricchire giorno dopo giorno la mia biblioteca interiore. Ciò mi consente di vivere al meglio la vita e di chiudere nel baule delle esperienze quanto di più possibile si possa.
Ora viaggio, visito posti bellissimi ma non mi sento più quel “pesce fuor d’acqua” che solo semplicemente per comprare una cartolina da spedire a casa doveva fare uno schizzo su un foglio di carta per farsi comprendere.
Le mie lingue mi permettono una comprensione chiara e corretta di ciò che mi circonda, anche di fatti politici, religiosi e culturali di paesi lontani ma pur sempre così vicini.

La lingua inglese nel mondo (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

La realtà linguistica in Nigeria è tale che la maggior parte della popolazione tende infatti a imparare innanzitutto l’inglese, per poi utilizzare la lingua materna (molto spesso proprio il Nigerian Pidgin) solo in contesti quotidiani o di bassa rilevanza. Ciò che quindi è importante sottolineare è che, sebbene le lingue pidgin continuino a essere parlate, questo avviene sempre meno, e l’inglese rimane comunque la lingua privilegiata quando si tratta di scegliere l’idioma più corretto per un contesto formale o un romanzo: il prestigio derivante dall’uso dell’inglese infatti era ed è rimasto indiscutibile anche nei territori ex coloniali, dove oggi come allora si continuano a privilegiare i parlanti nativi o chi usa una tipologia di inglese il più vicina possibile allo Standard English.  Nonostante tutto però, molte comunità africane hanno continuato a produrre una cultura resistendo alle costrizioni sociali e psicologiche imposte dai coloni, e ciò è riscontrabile dal quantitativo di usanze e costumi indigeni che sono comunque arrivati fino a noi.

Ecco, considerare la letteratura e le lingue autoctone al pari degli usi e costumi locali sarebbe già un passo avanti essenziale per continuare a difendere tali realtà che costituiscono comunque un patrimonio culturale inestimabile. È questa dunque la direzione da prendere per proteggere e salvaguardare la storia e la cultura dei Paesi ex coloniali; anziché continuare a considerare i vari pidgin come varietà di broken English, ovvero come un inglese di serie B, si dovrebbe cercare di seguire l’esempio di molti letterati, professori, avvocati e giornalisti africani che non vogliono abbandonare la loro lingua e che continuano a difenderla parlandola e parlandone.

Per finire, da un punto di vista letterario, purtroppo ancora oggi solo alcuni autori preferiscono utilizzare le loro lingue materne nei romanzi, data la maggiore visibilità e vendibilità sul mercato internazionale che l’inglese può invece assicurare loro, relegando così gli idiomi autoctoni a qualche piccola battuta dei personaggi minori o a qualche termine, come detto all’inizio dell’articolo. Per il futuro possiamo solo sperare che si sviluppi una più forte collaborazione tra governi, linguisti e studiosi affinché tali lingue riprendano un ruolo di primo piano, anche per fronteggiare lo strapotere e il fenomeno della globalizzazione linguistica, in maniera che non solo la cultura ma anche la storia di queste comunità non venga dimenticata poiché, come diceva Frantz Fanon in un suo saggio che ho amato molto, lo splendido Black skin, white masks, “to speak means to be in a position to use a certain syntax, to grasp the morphology of this or that language, but it means above all to assume a culture, to support the weight of a civilization”.

La lingua inglese nel mondo (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

L’espansione della lingua inglese nel mondo è infatti una delle conseguenze più rilevanti del periodo coloniale, ed è dovuta anche al rapporto estremamente stretto che i britannici hanno da sempre avuto con la loro lingua, e alla grande considerazione che hanno da sempre riposto in essa. Nel caso della colonizzazione del continente africano, ognuna delle diverse colonie britanniche ha sviluppato una serie di caratteristiche linguistiche particolari, dovute ai differenti bisogni che gli esploratori inglesi si trovarono ad affrontare: coloro che dovevano instaurare un rapporto diretto con gli abitanti di colore delle varie regioni hanno dato vita ai cosiddetti New Englishes, le varietà africanizzate di inglese, mentre l’unico paese africano in cui la lingua inglese si è imposta come prima lingua in buona parte della popolazione è il Sudafrica, dove comunque gli scontri di carattere razziale non sono mancati, visto che per molti indigeni neri e molti parlanti di afrikaans l’inglese è rimasto in ogni caso una seconda lingua.

E sono proprio i conflitti sociali derivanti dalla presenza non solo dei colonizzatori, ma anche della loro lingua, gli elementi alla base di tutta una serie di polemiche sul concetto di identità che si è formato in una tale situazione: l’inglese, sebbene lingua straniera e dell’oppressione, dovrebbe dunque essere considerata la lingua più adatta per esprimere e sviluppare la cultura africana? O al contrario non farebbe altro che ghettizzare e discriminare ancora di più le popolazioni nere d’Africa?

A tal proposito è bene ricordare che è stato solo nel secondo dopoguerra, ed in particolare dopo il processo della decolonizzazione, che si è potuto iniziare a considerare anche la parte positiva dell’“invasione” dell’inglese in tali zone, senza quella connotazione negativa che lo aveva caratterizzato in precedenza, dovuta proprio alla situazione di autorità ed oppressione con cui gli inglesi trattavano le colonie portando molto spesso i popoli colonizzati a dover rinunciare alla loro lingua e, di conseguenza, alla loro cultura ed identità. Non a caso molti intellettuali e scrittori africani, in particolare il nigeriano Chinua Achebe, hanno spesso criticato l’uso esagerato e indiscriminato che molti colleghi hanno fatto e fanno della lingua inglese nelle loro opere, relegando così le loro lingue vernacolari a un ruolo di secondo piano.

Terza parte di questo articolo >

La lingua inglese nel mondo

 Categoria: Le lingue

Cimentandosi nell’ambito della traduzione è possibile scontrarsi con parole o espressioni tipicamente appartenenti a culture e lingue molto lontane dalle nostre, soprattutto quando si ha a che fare con testi postcoloniali, che spesso presentano un vocabolario colorito e ricco di termini autoctoni delle regioni nei quali sono stati scritti e ambientati. Questo avviene soprattutto in quei romanzi che, seppur prevalentemente scritti in una lingua europea ed ex coloniale come l’inglese, il francese o lo spagnolo, hanno comunque al loro interno sfumature, colori e odori delle terre africane, caraibiche o asiatiche in cui queste lingue sono state importate. In gran parte della letteratura africana, per esempio, questo fenomeno è molto diffuso, e porta il traduttore a doversi misurare con realtà decisamente estranee e, di conseguenza, con alcune difficoltà che, per quanto affascinanti e interessanti possano dimostrarsi, restano comunque delle sfide significative.

Tutto ciò è ancora più vero quando si ha a che fare con la letteratura di nazioni con un passato coloniale duro e contrassegnato da momenti di vera tensione, che hanno addirittura portato a una grande frammentazione linguistica e alla creazione delle cosiddette lingue pidgin, come è accaduto per esempio in Nigeria, dove la lingua istituzionale, l’inglese, è comunque affiancata da una serie di vernacoli più o meno ufficiali e tuttavia molto usati dalla popolazione locale, tra cui è possibile citare il Nigerian Pidgin English. Gli scrittori nigeriani sono quindi molto spesso dei veri e propri bilingui, e questa loro doppia anima arriva poi a scontrarsi nelle loro opere.

Tale fenomeno è dovuto al fatto che i colonizzatori inglesi che sbarcarono in massa sulle coste africane a partire dalla metà del XIX secolo non portavano con sé solo fucili ed armi di ogni sorta che stupivano ed affascinavano le popolazioni locali, ma ovviamente anche la loro lingua. E proprio quest’ultima fu uno degli strumenti più potenti che gli esploratori britannici di ogni epoca ebbero a loro disposizione per portare a termine la loro opera di dominazione e sottomissione delle etnie autoctone di ogni nuovo territorio decidessero di conquistare, dato che nulla quanto una conoscenza linguistica è in grado di discriminare, o al contrario, elevare una persona all’interno della società in cui vive, soprattutto se consideriamo la relazione intrinseca che lega indissolubilmente il sistema culturale di una determinata nazione o società alla sua lingua. Questo principio di base si dimostra tanto più vero se ci soffermiamo ad analizzare il fenomeno della colonizzazione non soltanto attraverso una prospettiva storico-sociale, ma anche da un punto di vista linguistico.

Seconda parte di questo articolo >

Perdita e guadagno nel processo traduttivo

 Categoria: Problematiche della traduzione

C’è una convinzione che chi traduce è tentato di far sua: quella che esista una traduzione perfetta, e che il compito del traduttore sia raggiungerla. La traduzione, però, è sofferenza e sperimentazione. Sperimentazione dei propri limiti e dei limiti della lingua in cui si traduce; è tentare e sbagliare innumerevoli volte.

«Il testo fonte […] oppone una resistenza a farsi sradicare dal proprio terreno culturale per farsi tradurre altrove.»[1]

Partendo da questa premessa è possibile uscire dalla condizione di frustrazione in cui il traduttore si immerge piano piano, scoprendosi impotente di fronte alla resistenza del testo straniero. A differenza del testo scientifico, in cui l’autore «traduce se stesso passando da una lingua a una terminologia»[2] , quindi un linguaggio universale in cui gli individui non possono capirsi se prima non concordano il significato dei segni, nel testo letterario ciò che emerge dalle righe è la persona dell’autore che sta presentando se stesso senza tradursi al lettore.

Questo genera un testo che in traduzione è impossibile veicolare senza problemi; a sua volta, il testo genera una perdita, un residuo comunicativo. Citando un esempio proposto da Umberto Eco nel suo saggio Sulla traduzione, un’espressione idiomatica inglese come “it’s raining cats and dogs” non si può tradurre alla lettera; è necessario optare per una piccola infedeltà linguistica al fine di guadagnare una fedeltà culturale[3], e ottenere nel lettore di lingua italiana lo stesso effetto che si provoca nel lettore di lingua inglese: alcune possibili traduzioni potrebbero essere “piove come Dio la manda” o “piove a catinelle”. Che cosa accade in questo caso nella traduzione dall’inglese all’italiano? Si ha una perdita inevitabile a livello di immagini (tradurre “piovono cani e gatti” disegnerebbe sulla faccia del lettore un grande punto di domanda), ma c’è anche un guadagno: si è trovata un’immagine che il lettore di lingua italiana è in grado di associare al suo background culturale e che gli consente quindi di ricodificare il messaggio. In traduzione, perciò, la perdita diventa inevitabile. Tuttavia, spesso è possibile compensare questa perdita altrove, in altri punti del testo.

Quella della compensazione è una strategia efficace che aiuta il traduttore ad accettare con maturità e serenità questo lutto, a elaborarlo rinunciando definitivamente al sogno della traduzione perfetta[4]. Lo scopo della traduzione, infatti, non è la ricerca utopistica di un testo d’arrivo perfettamente equivalente al testo di partenza (anche perché il testo di partenza nel suo sopravvivere si modifica, come nel tempo anche le parole maturano e mutano, fino a diventare d’uso comune ed essere addirittura percepite come arcaiche[5]; perciò la traduzione stessa non è mai un processo statico, ma è sempre in movimento), ma è racchiuso nel concetto di hospitalité langagière[6] suggerito da Ricoeur: l’accoglienza dello straniero come fine etico dell’atto traduttivo[7]. La perdita è il segno della differenza tra il proprio e l’altrui. Ciò che si guadagna non riguarda solo la compensazione di cui sopra, ma anche l’irriducibile presenza dell’altro e la conoscenza più profonda di sé, poiché «è solo attraverso la conoscenza dell’altro che si può giungere a conoscersi meglio»[8].

NOTE
[1] Cavagnoli F., Il proprio e l’estraneo nella traduzione letteraria di lingua inglese, Monza, Polimetrica, 2010, p. 19.
[2] Ortega y Gasset J. Miseria e splendore della traduzione, (1937), (in Nergaard Siri, La teoria della traduzione nella storia, Milano, Strumenti Bompiani, 2009, p. 183).
[3] Eco U., Riflessioni teorico-pratiche sulla traduzione, (in Nergaard Siri, Teorie contemporanee della traduzione, Milano, Strumenti Bompiani, 2010, p. 123).
[4] Ricoeur P., Tradurre l’intraducibile: sulla traduzione, (traduzione e studi di Mirela Oliva), Città del Vaticano, Urbaniana University Press, 2008, p. 41.
[5] Benjamin W., Il compito del traduttore, (in Nergaard Siri, La teoria della traduzione nella storia, Milano, Strumenti Bompiani, 2009, p. 226).
[6] «Un concetto […] ben più ampio di quanto non traspaia in ‘ospitalità linguistica’, il modo in cui viene comunemente e in modo approssimativo tradotto. In realtà nell’aggettivo langagier, con quel suo rimandare al langage più che alla langue, c’è più di una questione puramente linguistica. È proprio in questo iato fra linguaggio e lingua (Jervolino 2008: 20), una differenza che in Italiano e in altre lingue neolatine è possibile esprimere, che si inserisce la pratica, l’esperienza e la riflessione sulla traduzione.». Cavagnoli F., Il proprio e l’estraneo nella traduzione letteraria di lingua inglese, Monza, Polimetrica, 2010, p. 20.
[7] «L’atto etico consiste nel riconoscere e nel ricevere l’Altro in quanto Altro». Berman A., La traduzione e la lettera o l’albergo nella lontananza, Macerata, Quodlibet, 2003, p. 61.
[8] Cavagnoli F., Il proprio e l’estraneo nella traduzione letteraria di lingua inglese, Monza, Polimetrica, 2010, p. 129.

Studi di traduzione sui saggi in inglese (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Per prima cosa, il traduttore deve scovare ed eliminare le espressioni che potrebbero essere fraintese e quelle che sono difficili per quanto riguarda la grammatica e il vocabolario; ciò viene fatto per non scoraggiare il lettore che cerca di capire il contenuto del messaggio. La traduzione è considerata illogica se un’alta percentuale di lettori interpreta male il contenuto del messaggio. Inoltre è essenziale comprendere che ogni lingua ha il proprio intelletto, contiene una varietà di caratteri distintivi così come un’unica configurazione dell’ordine della frase e dei segni discorsivi. Sfortunatamente il traduttore tende a “ricostruire” una lingua. Un esempio può essere il missionario dall’America Latina che provò ad introdurre la forma passiva del verbo in un linguaggio in cui questa forma del verbo non esiste. (Theory and Practice of Translation, Eugene Nida)

Dato che tutte le lingue differiscono nella forma, per preservare il contenuto della lingua le forme devono essere cambiate. Il livello in cui la forma deve essere cambiata, in modo che si conservi il significato, dipende dalla distanza linguistica e culturale tra le lingue.

Come dice Eugene Nida nel suo libro “Theory and Practice of Translation”, quando si traduce bisogna stabilire sette gruppi di priorità essenziali: la consistenza contestuale ha la priorità sulla consistenza verbale (o concordanza parola per parola), l’equivalenza dinamica ha la priorità sulla corrispondenza, la forma uditiva del linguaggio ha la priorità sulla forma scritta e le forme che sono utilizzate e accettate dal pubblico per cui la traduzione è stata fatta hanno la priorità sulle forme che sono ritenute più tradizionalmente prestigiose. (Theory and Practice of Translation, pag. 14)

Dal punto di vista grammaticale ci sono sue diversi sistemi di traduzione. Il primo si basa sull’introduzione di diverse regole che devono essere strettamente applicate in ordine e devono indicare esattamente ciò che dovrebbe essere fatto con ogni elemento o combinazione di elementi nella lingua di origine, così che sia facile scegliere la migliore forma corrispondente nella lingua di recezione. La lingua tradotta può essere naturale o completamente artificiale.

Il secondo sistema di traduzione contiene una struttura più complessa, che consiste in tre passaggi:
Analisi, in cui il messaggio della lingua di origine è analizzato dal punto di vista delle relazioni grammaticali e dal significato delle parole;
Trasferimento, in cui il messaggio analizzato è trasferito nella mente del traduttore dalla lingua di origine alla lingua di recezione;
Ricostruzione, in cui il materiale trasferito è ristrutturato in modo da renderlo perfettamente comprensibile nella lingua di recezione.

Traduzione libera di un articolo pubblicato sul sito Uni Assignment Centre

Studi di traduzione sui saggi in inglese

 Categoria: Tecniche di traduzione

Questa tesi è largamente basata sulla ricerca nel campo della traduzione. La traduzione è una valida caratteristica che influenza la nostra società e simboleggia uno degli aspetti più importanti nel continuo cambiamento del nostro pianeta. I compiti  del traduttore sono complessi e hanno a che fare con le sue abilità nel cimentarsi nei diversi aspetti del processo di traduzione. La traduzione è definita in molteplici modi e può essere compresa in modo differente in base alle persone che la leggono. Le persone che non sono traduttori vedono la traduzione come un testo, mentre i traduttori la vedono come un’ “attività”.

La traduzione è uno dei diversi metodi di comunicazione e, posso dire, il più importante. Ciò è maggiormente dovuto al fatto che è in grado di associare almeno due lingue e le loro culture. Attraverso la traduzione, gli elementi caratteristici di una lingua sono trasferiti in un’altra. La traduzione ha grandi conseguenze nella nostra vita quotidiana. Possiamo definirla come un processo o un prodotto, quindi ricopre differenti prospettive. La traduzione si concentra sul ruolo del traduttore, il quale ha davanti a sé un testo e deve trasformarlo in un’altra lingua e riguarda inoltre il prodotto specifico creato dal traduttore.

Nel libro di Susan Bassnett, Translation Studies, la traduzione è definita come il passaggio di significato. La traduzione implica il trasferimento del “significato” contenuto in una lingua in un’altra, attraverso l’uso competente di un dizionario e della grammatica; il processo si basa inoltre su diversi criteri extra-linguistici. (Susan Bassnett, Translation Studies, pg 21) Il linguista e teorico letterario russo, Roman Jackobson, dichiara che non ci può essere un’equivalenza completa attraverso la traduzione. Lo studio della traduzione è la disciplina accademica che studia la teoria e la pratica della traduzione.

Questa si concentrava in un primo momento nella struttura del messaggio e nell’abilità di riprodurre soggetti stilistici: il ritmo, le rime, i parallelismi e le strutture grammaticali inusuali, ora invece ciò che è importante è la risposta del recettore al messaggio tradotto. La risposta deve essere in seguito confrontata al modo in cui il recettore originale ha reagito la prima volta in cui ha letto la forma originale.  Il traduttore deve assicurarsi che il recettore medio non abbia difficoltà a comprendere il messaggio.

Seconda parte di questo articolo >

Traduzione libera di un articolo pubblicato sul sito Uni Assignment Centre

La tecnologia cambia lo spagnolo

 Categoria: Strumenti di traduzione

Se si compilasse un nuovo dizionario in Venezuela questo dovrebbe includere parole come tuittare, smartphone, gangnam, meme e Whatsapp, così come altre, non tanto comuni, ma che sono già presenti nel vocabolario del venezuelano, come bosone (di Higgs) e Instagram. Si tratta di una semplice formula: man mano che la società si evolve nel tempo, si evolve anche la sua lingua. Ma c’è di più, i venezuelani adottano nuove parole dando loro nuove intonazioni e modo di dirle o pronunciarle e scriverle.
“Lo spagnolo venezuelano si è arricchito coi cambiamenti sociali, le trasformazioni umane, la globalizzazione, la scienza e la tecnologia” spiega Francisco Javier Pérez, Presidente dell’Accademia Venezuelana della Lingua.
Questa trasformazione delle parole può obbedire all’auge dei social network, ai cambiamenti politici, all’arrivo di nuove tecnologie o alla creatività dei venezuelani, afferma Pérez che è anche un lessicografo, cioè una persona che si dedica alla compilazione di dizionari.

Inoltre questo rinnovamento verbale al giorno d’oggi procede più veloce che mai. La globalizzazione ne è in gran parte responsabile.
Pérez non considera questi cambiamenti un deterioramento della lingua come, secondo lui, reputa la maggior parte degli studiosi, anzi dice che è persino interessante.
“Se c’è un meccanismo magnifico che possiede lo spagnolo è quello di adottare le parole che vengono da altri paesi e usarle in modo diverso a seconda delle diverse regioni. Il risultato di tutto ciò è che i termini si spagnolizzano” spiega l’esperto.
Usa come esempio il nome Twitter dicendo che molte persone chiamano questo social network “Tuiter” e chiamano l’azione di usarlo “Twitear” o “tuitear”.

“Inoltre ci sono persone che dicono “guasa” riferendosi a Whatsapp. Perché? Perché è la forma più facile che abbiamo di scrivere una parola che non è nostra. La lingua non può includere automaticamente un vocabolo senza farlo suo”.
D’altra parte alcune parole sembrano tornare dal passato nelle conversazioni dei venezuelani e fra queste troviamo “pitiyanqui” (persona fanatica di tutto ciò che riguarda gli Stati Uniti n.d.t) e “barragana” (amante di una persona di potere n.d.t.).
Pérez mette in evidenza il fatto che non bisogna scandalizzarsi di fronte a nuove parole che si impongono nello spagnolo. “Se lo facessimo rimarremmo fuori da ciò che accade nel resto del mondo” afferma.
Quando una nuova parola entra in un vocabolario c’è sempre un processo di adattamento fino a quando finalmente la parola viene accettata, se tale cosa dovesse succedere. Ci sono parole che sono molto artefatte.
“Chi può dire se una parola sarà accettata in una società? Solo il tempo potrà dirlo” conclude Pérez.

Traduzione libera dell’articolo di Daniel González Cappa apparso sul quotidiano venezuelano “El Universal” il 16/01/2013

Il burushaski: la lingua sopravvissuta (5)

 Categoria: Le lingue

< Quarta parte di questo articolo

Lei ha fatto molti viaggi sul campo in Kashmir e ha insegnato ad alcuni burushos dei metodi per la documentazione linguistica…
Sì, ho lavorato con parlanti nativi di tutti i dialetti del burushaski. Vista la loro comunità molto ristretta, i burushos del Srinagar sono stati una bella sfida per me. Alla fine, però, alcuni dei miei assistenti linguistici sono riusciti a pieno a registrare, trascrivere e analizzare i dati utili per il progetto.

Quali sono le tipologie di tradizioni orali raccolte dai ricercatori?
Esistono diverse collezioni di testi già pubblicate da vari autori, perlopiù tradotte in tedesco e francese. I risultati della mia ricerca includono anche un corpus digitale consultabile, il “Burushaski Language Resource”, che si trova nella Digital Collection Library dell’UNT. Il corpus contiene materiale linguistico di varia natura, come ad esempio storie popolari, racconti personali, conversazioni spontanee, canzoni etc. Questi materiali sono conservati e disponibili in diversi formati – registrazioni audio e video e testi (su burushaskilanguage.com).

C’è qualche aneddoto interessante sul suo lavoro con i Burushos che vuole condividere con noi?
Avrei diverse storie avventurose, felici e anche dolorose da raccontare. Potrei parlarvi del mio calvario di tre anni per ottenere un permesso per il Pakistan, e di come, una volta arrivata lì nel 2010, sono rimasta bloccata nell’aeroporto di Islamabad perché il mio volo per Gilgit era stato cancellato. Sono finita a fare l’autostop e a viaggiare in auto fino a Gilgit mentre ero incinta al quinto mese. Una volta giunta sul posto, ho dovuto affrontare tutte le agenzie di intelligence che ostacolavano i miei spostamenti nella regione.  Un giorno un agente mi chiese di pagargli una mazzetta per darmi il “permesso di lavorare senza ulteriori interruzioni”. Poi scoprii che era il figlio di un contatto che avrei dovuto incontrare il giorno successivo. Infine, l’agente, in evidente imbarazzo, mi regalò tre volumi di una traduzione del Corano in burushaski.

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)

Il burushaski: la lingua sopravvissuta (4)

 Categoria: Le lingue

< Terza parte di questo articolo

Quanti sono i parlanti di questa lingua nel Gilgit-Baltistan?
Non esistono statistiche ufficiali al riguardo. Analizzando i dati raccolti nel censimento del governo del 1981, Peter Backstrom calcolò che il numero approssimativo dei parlanti di burushaski in Pakistan a quell’epoca si aggirava tra i 55.000 e i 60.000. Secondo una pubblicazione del 2017, The Ethnologue calcola circa 96.800 parlanti di burushaski in Pakistan nel 2004. Per quanto mi riguarda, basandomi sulla mia personale esperienza comunicativa con i parlanti nativi di diversi dialetti del burushaski, credo che il numero totale di parlanti si aggiri intorno ai 100.000 o più. Qualche migliaio di loro si è trasferito nelle grandi città come Gilgit, Islamabad e Karachi. Qualcuno si è anche trasferito all’estero.

La generazione dei più giovani predilige l’uso dell’Urdu/Kashmiri?
Sì, la paura della deriva linguistica [1] è molto diffusa. Molti parlanti sono plurilingui (a diversi livelli) con il kashmiri, l’urdu e l’inglese. Il burushaski è fortemente influenzato dall’urdu e da altre lingue dominanti come il kashmiri (in Srinagar) e lo shina e il khowar (in Pakistan). Nonostante la comunità abbia cercato di preservare la lingua originaria nel tempo e di tramandarla alle generazioni più giovani, è molto forte la spinta della deriva linguistica verso lingue più dominanti e prestigiose, specialmente l’urdu.

Sono state messe in atto iniziative per preservare la lingua?
Molti studiosi locali del Pakistan si sono impegnati nel tempo in questo senso. Vari autori hanno pubblicato descrizioni di carattere grammaticale e collezioni di testi sui diversi dialetti. Io stessa ho portato avanti dei progetti di documentazione e conservazione linguistica sui quattro dialetti del burushaski con l’aiuto dei finanziamenti della US National Science Foundation.

La lingua non ha una tradizione letteraria scritta. Qual è l’alfabeto utilizzato?
Nonostante le varie proposte, finora non c’è unanimità nella scelta di un sistema di scrittura standard per questa lingua. I parlanti utilizzano sia l’alfabeto arabo-persiano con delle modifiche, sia l’alfabeto romano, ma non esiste un modo univoco per la scrittura di alcuni suoni (vocali e consonanti) che non sono presenti nell’urdu e nell’inglese.

Quinta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)

[1] NdT: La deriva linguistica, talvolta chiamata trasferimento linguistico o perdita linguistica è il processo mediante il quale una comunità di locutori di una lingua passa a parlarne un’altra, abbandonando quindi la lingua precedente (da cui il termine “deriva”).

Il burushaski: la lingua sopravvissuta (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Il Burushaski dello Srinagar è diverso da quello parlato nel Gilgit-Baltistan?
Esistono differenze nette a livello di vocabolario, morfologia e pronuncia tra le varietà regionali. La varietà parlata nello Srinagar, ad esempio, presenta tratti in comune con il dialetto Hunza perché in origine tale varietà derivava da quella del Nagar. La varietà dello Yasin, che dista chilometri e chilometri di aspre montagne rocciose da quelle sopra citate, è quella che presenta i tratti più distinti tra tutte. I parlanti della lingua comprendono i diversi dialetti a vari livelli. A causa del suo isolamento dalla più folta comunità di parlanti di burushaski, durato più di 125 anni, la varietà dello Srinagar ha sviluppato tratti linguistici divergenti.

È possibile considerare il burushaski una lingua isolata? Alcuni studi lo riconducono ad un’origine Indoeuropea, è vero?
Molti sono gli studi che hanno cercato di indagare le origini linguistiche del Burushaski comparandole con altre lingue, purtroppo però, non si è ancora riusciti a trovare una connessione che convinca del tutto. Secondo John Bengtson, il Burushaski apparterrebbe ad un phylum linguistico “macrocaucasico” (o sinocaucasico), incluso nel più ampio macro-phylum denecaucasico transcontinentale, che dovrebbe raccogliere lingue disparate come ilbasco, gli idiomi parlati nel Dagestan (al confine tra la Georgia e l’Azerbaijan), le lingue caucasiche della regione nord-occidentale e il burushaski. Lo studioso Sergei Starostin propose un macro-phylum di connessione tra il sinotibetano, lo yeniseiano (della regione intorno al fiume Yenisei in Siberia centrale) e le lingue caucasiche. Ilija Čašule tentò invece di stabilire una relazione tra le lingue Indoeuropee e il burushaski, in particolare tra quest’ultimo e la famiglia linguistica paleobalcanica. Tuttavia, pochi di questi studi ci forniscono prove sufficienti per stabilire una reale relazione genetica tra il burushaski e le altre lingue esistenti.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)

Il burushaski: la lingua sopravvissuta (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Come è venuta a conoscenza della presenza di burushos nello Srinagar?
A dire il vero è stata proprio una scoperta casuale avvenuta durante la mia visita a Shiraz (Iran), poco dopo essermi sposata nell’estate del 2002. Ho incontrato una persona originaria dello Srinagar una sera a cena e gli ho chiesto quale fosse la sua prima lingua. Al tempo sapevo anche che la sua comunità veniva comunemente chiamata “BotaRajas” dalla maggior parte dei parlanti di kashmiri (i tibetani e i ladakhis vengono chiamati “bota” dagli abitanti del luogo), eppure sospettavo che il mio interlocutore non fosse di origini tibetane. Capii che il nostro amico non conosceva il vero nome della sua lingua che (erroneamente) chiamò “gilgiti”. Da lì ho iniziato la mia ricerca linguistica basandomi, inizialmente, su alcuni contatti che avevo nello Srinagar e ho stilato una lista di parole. Solo alla fine ho scoperto che l’idioma in questione era il burushaski, una lingua isolata prevalentemente parlata nelle valli diHunza, Nagar e Yasin, in Pakistan.

Quanti sono i parlanti di burushaski in Kashmir? È una lingua documentata?
I parlanti di burushaski in Kashmir costituiscono una piccolissima minoranza, formata da una comunità di circa 350 persone. La maggior parte di loro vive in un minuscolo villaggio, spesso chiamato “KathiDarwaza” e situato alle pendici del Forte Hari Parbat. Per quanto ne so, la lingua è rimasta non documentata almeno fino alla mia prima pubblicazione uscita nel 2006.

Come ha fatto il Burushaski ad arrivare in quelle zone?
La maggioranza dei parlanti di Burushaski appartenenti alla comunità dello Srinagar discende da RajaAzur Khan, il principe ereditario dell’allora Gilgit Agency [1] che visse nel XIX secolo. Gli antenati della comunità, tra cui anche RajaAzur Khan, furono arrestati tra il 1891 e il 1892 dalle autorità britanniche e della dinastia Dogra del Kashmir. Azur Khan e la sua cerchia furono spediti nello Srinagar e tenuti prigionieri nel Forte di Hari Parbat. I burushos che oggi abitano lo Srinagar includono alcuni membri originari della valle di Hunza, i quali migrarono solo più tardi (spesso per motivi matrimoniali).

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)


[1] NdT: sistema di amministrazione stabilito dall’Impero Indiano Britannico sugli stati sussidiari del Jammu e del Kashmir.

Il burushaski: la lingua sopravvissuta

 Categoria: Le lingue
  • Parlata da una piccola minoranza in Kashmir e in Gilgit-Baltistan, il burushaski è una lingua isolata molto rara e affascinante
  • In Kashmir, i parlanti del burushaski vengono considerati i discendenti del re di una tribù originaria del nord del Pakistan

Partiamo da un presupposto: su un totale di 12,5 milioni di abitanti che popolano il Jammu e il Kashmir, si contano soltanto 350 parlanti di burushaski. Tuttavia, è nella regione del Gilgit-Baltistan, rivendicata dal Pakistan come quinta provincia, che si concentra il numero maggiore di parlanti, circa 100.000, tra le valli di Hunza, Nagar e Yasin. In Kashmir, i parlanti di burushaski sono considerati i discendenti di un re tribale proveniente dal nord del Pakistan e si concentrano principalmente nello Srinagar, alle pendici dell’Hari Parbat.

SadafMunshi, professoressa associata dell’Università del Texas del Nord (UNT) e dottorata in linguistica, ha concentrato le sue ricerche sulle lingue indoariane (hindi, urdu, kashmiri, romani o lingue “gitane”) e sul burushaski, considerata una lingua isolata.

La studiosa iniziò le sue ricerche linguistiche sul burushaski nello Srinagar nel 2003. Molte registrazioni furono raccolte durante il coprifuoco nella Valle del Kashmir, allora dilaniata dai conflitti. Munshi ci descrive come abbia inizialmente trovato molte resistenze da parte dei giovani parlanti della comunità, che non vedevano di buon occhio la sua ricerca e il suo intento di “decodificare” la loro lingua. Fortunatamente gli iniziali sospetti si dissiparono con l’intervento delle generazioni più anziane.

Munshi riconosce che la documentazione linguistica può comportare l’uso di metodi indiscreti, come la registrazione audio e video durante conversazioni comuni e in altri contesti comunicativi. “Un giorno stavo cercando di registrare un matrimonio come parte del mio studio per analizzare il discorso naturale e le canzoni. Nonostante avessi ottenuto il permesso dal capo famiglia, una donna si oppose. Avevo vissuto con loro per alcuni giorni per partecipare all’evento, ma alla fine ho dovuto rinunciare perché si è scatenata una discussione tra i membri della famiglia”.

La studiosa ha recentemente pubblicato un libro intitolato Srinagar Burushaski (Brill), in cui presenta una descrizione strutturale del burushaski parlato in Srinagar. In un’intervista via mail, Munshi ci parla della sua ricerca e del futuro di questa lingua. Estratti dell’intervista.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)

L’arabo è un diamante dalle mille facce (4)

 Categoria: Le lingue

< Terza parte di questo articolo

Entrambe le trascrizioni dialettali usano i comuni numeri per rappresentare i suoni arabi, 7 è pronunciata nella parte posteriore della gola, 3 è una consonante difficile e gutturale chiamata voce fricativa faringea. 2 è la fermata glottale.

Ci vuole occhio per vedere le poche parole in comune tra i dialetti, Anche permettendo agli oratori di raccontare la storia con le loro stesse parole le differenze sarebbero nette.

Per coloro che amano la diversità linguistica, è tutto molto divertente. Per coloro che vogliono che le lingue in generale restino invariate, e per quelli in particolare che vogliono che l’arabo rimanga immutato come unica lingua comprensibile, cioè diviene molto difficile. Per lo studente di lingue, è un compito scoraggiante. Essere competenti in arabo significa apprendere una lingua da leggere e scrivere e una lingua correlata da vari elementi  (come il latino e poi l’italiano) da poter parlare. Inoltre, il povero straniero si limiterà a comprendere solo una parte del mondo arabo. Parlando del declino del pan-arabismo, è probabile che l’incapacità degli arabi di muoversi nella regione, e parlare correttamente ed essere facilmente compresi sia il motivo per cui non sempre essi si sentono un unico popolo.

C’è un detto tra i linguisti che dice una lingua è un dialetto sono un esercito con una flotta. Questo di solito significa che le lingue prive di uno stato vengono sminuite. Ma qui vediamo un caso opposto al problema: la lingua araba, diffusa in più di 20 paesi, ha troppi eserciti e flotte.

Addendum: anche più del solito, incoraggio i lettori a esaminare i commenti qui sotto. Un certo numero di madrelingua pensa che l’account sopra esageri le differenze dialettali. Dato un migliaio di parole in più avrei potuto aggiungere molti più dettagli e sfumature a questo account. Forse, cosa più importante, e che non ho del tutto precisato che i dialetti occidentali (in particolare marocchini) sono separati nettamente da quelli orientali (egiziano, levantino e così via). All’interno dei dialetti orientali, esistono linee nette che li separano, da linee dialettali più facili. alcuni dialetti sono parlati in più paesi, come il continuum levantino parlato in Siria, Giordania, Libano e Palestina. I lettori non dovrebbero avere l’impressione che la maggior parte degli arabi non possano parlare tra loro attraverso i vari paesi. Possono, in particolare quelli che possiedono conoscenze metalinguistiche per ridurre al minimo le caratteristiche insolite dei propri dialetti e utilizzare consapevolmente frasi di uso comune.

Ecco una tipica vignetta riguardante gli adolescenti che non sanno ancora parlare bene questa lingua. Viene trasmesso da un linguista tunisino, Mohamed Maamouri, a  un sedicenne di Tunisi di nome Khaled, in visita a suo cugino in Arabia Saudita:

“Khaled e Sourour non parlano gli stessi dialetti arabi. Khaled comprende la maggior parte di ciò che Sourour dice quando parla in arabo, ma lei non capisce il tunisino. Deve usare il Fusha o il francese per parlarle. Finalmente trovano il modo di comprendersi i due. Ma il suo francese non è corretto  come il suo. Quando torna a Tunisi, vuole scriverle delle lettere, così le scrive in Fusha con termini in francese e inglese”.

L’intero articolo di Maamouri è interessante (e non è tecnico), per i lettori che desiderano maggiori dettagli sull’argomento.

Fonte: Traduzione libera dell’articolo pubblicato il 21 giugno del 2013 sul blog Johnson dell’Economist

L’arabo è un diamante dalle mille facce (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Un giorno, Juha e suo figlio stavano preparando le valigie per andare nella città vicina, e si misero in sella sulla schiena dell’asino per iniziare il loro viaggio. Lungo la strada passarono davanti a un piccolo villaggio e la gente iniziò a guardarli con sguardi strani. Dissero: Guardate questi miserabili, cavalcano l’asino e non vedono quanto stia soffrendo l’animale. Quando stavano per raggiungere il secondo villaggio, il figlio scese dall’asino e camminò a piedi, Quando furono in procinto di entrare nell’altro villaggio, il popolo li vide e disse: Guarda questo padre ingiusto, lascia che suo figlio cammini a piedi mentre lui si riposa sul suo asino. Quando stavano per raggiungere il prossimo villaggio il padre Joha scese dall’asino e disse a suo figlio di salire sul l’asino. Quando entrarono nel villaggio, la gente li vide e disse: Guarda Questo figlio ingrato che lascia suo padre camminare a piedi mentre lui si riposa sul l’asino. Joha si arrabbiò per via delle lamentele della gente e decise di andare con suo figlio a piedi lasciando l’asino camminare solo dietro di loro, Così che la gente non avesse da ridire su di loro. Quando entrarono nella città, la gente li vide, e disse: Guardate questi pazzi, loro camminano a piedi stancandosi e lasciano l’asino dietro di loro a camminare da solo. Alla fine i due vendettero l’asino.

Ascoltando e leggendo i diversi dialetti parlati dai nostri personaggi che raccontano la storia, si osservano le traslitterazioni derivanti dall’alfabeto romano ed abbiamo subito la sensazione che qui stiamo prendendo molto più del dialetto. Ecco il primo bit traslitterato dal moderno arabo

Fii yowmmin al-ayaamkaanaJohawaibnuhuyahzimuunamta’atahumisti’daadanlil-safar ila al-madiina al mujaawira fa rakibaa ‘ala dhahrilikayyabda’urihlatahum. Wa fii al-tariiqmarruu ‘ala quriyasaghiira fa akhadha al-nasyandhiruunilayhimbinadharaatghariibawayaquuluun: “andharuu ila ha’ulaa’ al-qusaahyarkabuunkulluhumaa ‘ala dhahri al-hamaariwa la yaraa’afuunbihi.

Qui di seguito una versione algerina da Algeri:
Qallek wa7ed ennharkan Djou7a w wlido y7addro besh yro7o lwa7ed mdina, wkan 3andhom 7mar. Alors, tal3o fi zoudjfoqel 7mar w qall3o meddar. Fettriqdjazo 3la un petit village, w ghirdekhlobdewennas ta3 hadelvillageykhozrofihom “yokha 3la hado, rakbinzodj 3la 7mar wa7ed meskin. Wallahi la 7ram”

Eccone una in egiziano da Alessandria:
fi youmminelayem, kan go7a we’bno bey7addaro 7aget-hom 3ashan yeroo7o elbaladelligambohom. farekboeletnein 7omarhom 3ashan yabtedoyesafro. we 3a’sekka marro 3ala baladsoghayyarakeddaho. ba7ala2o elnasfeehomwe 2alo:  ayoh! bo99o elnasel 2asya elli mabter7amshi rakbeenkollohom 3ala el 7omar.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Traduzione libera dell’articolo pubblicato il 21 giugno del 2013 sul blog Johnson dell’Economist

L’arabo è un diamante dalle mille facce (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

In Europa, le lingue che chiamiamo “Francese” e “Spagnolo” nell’arabo queste varietà sono dette”dialetti”, nonostante la mancanza di mutua intelligibilità. Alcuni linguisti fanno così il punto: si tratta di lingue diverse, dicono. Ma gli arabi considerano l’arabo una cosa sola, nonostante i vari dialetti. Tutti gli Arabi istruiti imparano la lingua basata sulla cultura coranica che i linguisti chiamano “modern standard Arabic”. È viene usato in discorsi politici, scritti e telegiornali. ma nessuno lo parla in maniera corretta, la Maggior parte delle persone fatica anche a scriverlo correttamente.

Alcuni pensatori panarabisti hanno codificato l’arabo moderno basato su determinate norme di scrittura ma spogliato di tante complessità inutili tra cui alcune forme del dialetto. Ma non c’è nessuna autorità che esprima il fatto di poter parlare correttamente l’arabo moderno. naturalmente il fascino del pan-arabismo è diminuito in concorrenza con i nazionalismi locali, il Panislamismo, il settarismo di sciiti-sunniti e altre tendenze. È un tripudio di situazioni  difficili da descrivere, con la precisazione di non infastidire qualcuno. Ma Fortunatamente, c’è internet, che permette di esprimersi senza la necessità di prevalere su qualcun altro. E alcuni utenti arabi di Reddit, hanno semplicemente deciso di dare voce ai loro dialetti registrando un breve racconto umoristico, sottolineando intenzionalmente le caratteristiche dialettali, forse immaginando vecchi avi che parlavano così. Questa è la storia, scritta in arabo standard.

فييوممنالأيامكانجحاوابنهيحزمونأمتعتهمإستعداداًللسفرإلىالمدينةالمجاورة،فركباعلىظهرالحمارلكييبدأوارحلتهم. وفيالطريقمرواعلىقريةٍصغيرةفأخذالناسينظرونإليهمبنظراتٍغريبةويقولونأنظرواإلىهؤلاءالقساهيركبونكلهماعلىظهرالحمارولايرأفونبه،وعندماأوشكواعلىالوصولإلىالقريةالثانيةنزلالأبنمنفوقالحماروسارعلىقدميهلكيلايقولعنهمأهلهذهالقريةكماقيللهمفيالقريةالتيقبلها،فلمادخلواالقريةرآهمالناسفقالواأنظرواإلىهذاالأبالظالميدعإبنهيسيرعلىقدميهوهويرتاحفوقحماره،وعندماأوشكواعلىالوصولإلىالقريةالتيبعدهانزلجحامنالحماروقاللإبنهإركبأنتفوقالحمار،وعندمادخلواإلىالقريةرآهمالناسفقالواأنظرواإلىهذاالإبنالعاقيتركأباهيمشيعلىالأرضوهويرتاحفوقالحمار،فغضبجحامنهذهالمسألةوقررأنينزلهووابنهمنفوقالحمارحتىلايكونللناسسُلْطَةًعليهما،وعندمادخلواإلىالمدينةورآهمأهلالمدينةقالواأنظرواإلىهؤلاءالحمقىيسيرونعلىأقدامهمويتعبونأنفسهمويتركونالحمارخلفهميسيرلوحده” … فلماوصلواباعوالحمار

Fonte: Traduzione libera dell’articolo pubblicato il 21 giugno del 2013 sul blog Johnson dell’Economist

Terza parte di questo articolo >

L’arabo è un diamante dalle mille facce

 Categoria: Le lingue

JOHNSON ha parlato dell’arabo e della sua storia molte poche volte nel corso degli anni, ma mai veramente si è affrontata una domanda cruciale: cos’è “L’ Arabo”, ad oggi è davvero anche un’unica lingua?

Segue una versione breve e semplificata della storia: il Profeta Muhammad ha scritto (o ricevuto direttamente da Allah) il Corano nel settimo secolo, poi conquistò come leader politico e militare quasi tutta L’Arabia ai suoi successori — I quattro califfi, e poi ai califfi Omayyadi — conquistò ulteriormente l’Islam fino a quando il mondo islamico si estese dalla Spagna al Pakistan.  I soldati e gli amministratori di Lingua araba si stabilirono in tutti questi luoghi, e la loro lingua si radicò gradualmente fra le popolazioni locali, che fino ad allora parlavano lingue dal latino rustico, al Berbero, al Copto, al Persiano.

Per quasi 1400 anni fa, L’arabo del Corano è rimasto un prestigioso e quasi immutabile standard in tutto il mondo islamico. Questo è quello che la maggior parte degli Arabi considerano “Arabo”. Ma la varietà di lingue parlate hanno cambiato effettivamente con il tempo la lingua araba parlata nelle strade e nelle case. Differenziandola molto dal 1400. Oggi, il mondo arabo è a volte comparato all’Europa medievale, quando il latino classico era ancora la lingua unica “vera” parlata, scritta e studiata dalla maggior parte delle persone, ma “Il Latino” parlato dai popoli divenne ben presto: francese, spagnolo, portoghese e così via. Oggi riconosciamo che il francese e il portoghese sono lingue diverse — ma gli arabi non sono ancora sicuri (e sono in contrasto) su come definire oggi “L’ Arabo”. Il semplice fatto è che un cittadino marocchino e un cittadino iracheno non riescono ad avere una conversazione e intendersi perfettamente. Un cittadino algerino e un cittadino Giordano stentano a parlare tra loro, ma trovano solitamente modi per far fronte ed appianare le incomprensioni utilizzando dosi di arabo standard formale. Mentre a volte usano noti dialetti, soprattutto quello egiziano (diffuso attraverso la televisione e la radio), per colmare le lacune.

Fonte: Traduzione libera dell’articolo pubblicato il 21 giugno del 2013 sul blog Johnson dell’Economist

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Il serbo-croato: nascita e declino (2)

 Categoria: Le lingue

<Prima parte di questo articolo

Nasceva finalmente una lingua nazionale, nonchè quella che sarebbe poi diventata lingua ufficiale della Federazione Jugoslava, distinta in due principali varianti, dalle differenze quasi inesistenti: quella Serba, con alfabeto cirillico, e quella Croata, con alfabeto latino. I decenni successivi all’accordo di Vienna furono anni d’oro, sia per la lingua, che si affermava lentamente anche a livello europeo e mondiale, sia per la nazione stessa, che sotto la guida di Tito si ritrovò a vivere un momento di stabilità e prosperità. Nel 1954 viene stipulata un’altra convenzione sottoscritta da 25 illustri scrittori e linguisti dell’epoca, tra cui il premio nobel per la letteratura Ivo Andric.

Vent’anni dopo, verso gli anni ’70, i primi conflitti a sfondo etnico sono solo un pallido preavviso di quello che avverrà con la guerra degli anni ’90.

Durante il conflitto civile avvenuto nel 1991, infatti, laddove ogni elemento possibile veniva considerato arma politica, l’elemento linguistico costituì uno degli strumenti più forti.  Ogni singolo nuovo stato emerso da questa tragica separazione corse ai ripari, proclamando la propria lingua ufficiale e rivendicando l’indipendenza linguistica. Questo fenomeno fu caratterizzato da una introduzione quasi forzata di neologismi che distinguessero le nuove lingue l’una dall’altra. Nascono così: il serbo, il croato, il bosniaco e il montenegrino.

La domanda principale è: ma queste differenze, così fortemente volute, sono davvero così rilevanti? Le differenze fondamentali sono differenze di pronunzcia: la divisione tra kajkavo, stokavo e cakavo è ancora oggi palese, come anche quella tra ikavski, ekavski e jekavski. Ma d’altronde, quale parlata del Nord non è diversa da una parlata del Sud? Lo stesso potremmo affermare per quanto riguarda delle scelte grammaticali, che cambiano da regione a regione. Dal punto di vista dell’uso dei vocaboli, le scelte linguistiche e soprattutto l’introduzione di forestierismi, essi sono dipesi dalla storia di ogni singola entità: nella regione della Dalmazia per esempio, è presente un gran numero di italianismi, dovuti alla dominazione italiana della seconda metà del ’900.  O ancora, la notevole presenza di parole turche in Bosnia, è dovuta all’islamizzazione del territorio nel XIX e XX sec.

Detto ciò, vi è un ultimo fondamentale dato di fatto da prendere in considerazione prima di concludere questo breve excursus: per quanto la separazione delle lingue sia ormai ufficiale, e per quanto questa verità possa risultare scomoda ai più, un serbo e un croato si capiranno sempre e comunque, anche senza il minimo sforzo.

Il serbo-croato: nascita e declino

 Categoria: Le lingue

Il serbo-croato, in lingua originale ‘srpsko-hrvatski’, è una lingua dalla storia complessa e travagliata, proprio come quella delle terre dove ha origine.

Inizialmente, verso il VII secolo d.C., le popolazioni delle terre slave parlavano una lingua comune, detta ‘paleoslava’, dal complesso alfabeto glagolitico. Col passare dei secoli però, le varie lingue del ceppo slavo iniziarono lentamente a diversificarsi, (soprattutto il macedone e lo sloveno, che rimarranno fino ai giorni d’oggi delle lingue a sè stanti), a subire le influenze dei territori vicini e ad assumere connotati diversificati. Furono rilevanti le influenze dei Bizantini e dell’Impero romano, come anche quelle dei paesi limitrofi (Bulgaria, Romania, Albania).

Nel IX sec. d.C., i fratelli Cirillo e Metodio danno vita a quello che viene detto ‘slavo antico’, ‘slavo ecclesiastico’, che diventa lingua letteraria. Ma già prima di Cirillo e Metodio, la lingua si sviluppava, pulsava, viaggiava per le terre balcaniche sulle bocche delle popolazioni attraverso le parlate locali e dialettali, utilizzate per tramandare leggende, miti e tradizioni, racconti epici che sarebbero diventati, nei secoli a venire, le fondamenta della florida letteratura serbocroata.

Le varianti parlate sui territori delle attuali Serbia, Croazia, Bosnia ed Erzevogina e Montenegro erano tuttavia abbastanza simili, con alcune varianti geografiche: nacquero  tre dialetti distinti, detti ‘kajkavo’, ‘stokavo’ e ‘cakavo’. La suddivisione si basava sulla forma che, nelle tre varianti, assume la domanda ‘che cosa?’, che nell’area di Zagabria si rende con il ‘kaj’, nell’area della Dalmazia si rende con il ‘ca’, mentre nei territori di Serbia, Bosnia e Montenegro si rende con ‘sto’. Il dialetto stokavo inoltre, subì un’ulteriore suddivisione legata alla pronuncia dell’antica vocale ‘jat’, che dipendentemente dall’area veniva (e viene) pronunciata come ‘e’ (‘ekavo’), ‘i’ (‘ikavo’), o ‘je’ (‘jekavo’).

Nel corso del XVII e XVIII sec. d.C, con i poeti e romanzieri della Controriforma, si manifesta lentamente il desiderio di una reale unificazione linguistica.

Nel XIX sec. nasce infatti il movimento degli ‘Illiri’, il cui massimo esponente croato era Ljudevit Gaj, mentre in Serbia il movimento fu portato avanti soprattutto da Vuk Karadzic, che viene infatti considerato l’effettivo fondatore della lingua serba e che basò la lingua serbo-croata su un’unica, semplice regola: ‘Scrivi come parli, leggi come è scritto’. Nel 1851 fu stipulato l’accordo di Vienna, che garantiva la standardizzazione della lingua serba e la conformazione all’alfabeto cirillico.

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Traduzione medico-sanitaria

 Categoria: Servizi di traduzione

La traduzione di testi medici e farmaceutici fa parte del grande settore della traduzione specialistica tecnico-scientifica. Per eseguire questo tipo di traduzioni occorre acquisire buone conoscenze nel campo della medicina, chimica farmaceutica, psicopatologia, epidemiologia e nell’ambito dei processi medici in generale. Questa è una delle ragioni per cui, nella maggioranza dei casi, questi testi vengono tradotti da medici e specialisti del settore sanitario con grande padronanza linguistica, sia della lingua di partenza che di quella d’arrivo. A volte, seppur in modo meno frequente, coloro che realizzano le traduzioni mediche e farmaceutiche sono traduttori che si sono specializzati in questo settore, ed io faccio parte di questi. È un lavoro arduo e complicato, specialmente per chi, come me, proviene da una preparazione prettamente letteraria. Tuttavia, con tanto studio, impegno e una buona dose di sacrificio si può riuscire ad ottenere buoni risultati.

Come gli altri tipi di traduzione, la traduzione di testi medici è costituita da varie fasi, tutte ugualmente importanti e senza le quali il risultato non potrebbe raggiungere il grado di perfezione richiesto. La prima di queste è la lettura e comprensione del testo d’origine, senza la quale è impensabile che un traduttore possa realizzare una traduzione di qualità. Successivamente, è opportuno consultare testi paralleli e database specialistici per effettuare le necessarie ricerche terminologiche ed ottenere le informazioni aggiuntive che ci occorrono. La terza fase è quella della traduzione vera e propria del testo. Infine, la quarta e ultima fase è la revisione finale del testo tradotto, utile a verificare che in esso non vi siano errori di alcun genere, che mantenga il significato del testo di partenza e che allo stesso tempo sia perfettamente comprensibile nella lingua d’arrivo.

Il risultato della traduzione, infatti, dev’essere un testo fluido e naturale che non lasci trapelare il sentore che si tratti di una traduzione ma di un testo originale a tutti gli effetti. La terminologia utilizzata in questo settore è molto specialistica, tanto da poter risultare incomprensibile e difficoltosa a coloro che non sono abituati a tradurre testi medici. È necessario quindi prestare molta attenzione al momento della traduzione per non lasciarsi sfuggire il benché minimo dettaglio. Questa è una delle difficoltà principali di questo tipo di testi, pertanto occorre dotarsi di tutte le risorse necessarie, come glossari e dizionari specialistici monolingue e bilingui, per poter scegliere il termine corretto in ogni occasione anche se, in alcuni casi, questo non è sufficiente e bisogna eseguire una ricerca esaustiva in testi paralleli.

Questa è una delle procedure operative più efficaci poiché vedendo il termine che ci interessa inserito nel proprio contesto, possiamo arrivare a comprendere in modo più approfondito il suo reale significato e la sua valenza intrinseca.
La traduzione medica racchiude al suo interno varie branche di specializzazione, come, per esempio, la cardiologia, la nefrologia, la ginecologia, la reumatologia, ecc.
In linea generale, il traduttore di testi non specialistici si assume già di per sé un’enorme responsabilità, ma il traduttore di testi medici, quando affronta una traduzione in un settore delicato come quello in cui si è specializzato, assume su di sé una responsabilità ben maggiore. Per questo motivo, in questo tipo di traduzioni non è ammesso il minimo errore ed è fondamentale che il traduttore sia estremamente preciso e scrupoloso. Anche la più piccola inesattezza potrebbe infatti ledere l’incolumità di un essere umano.

I sogni infranti di una traduttrice

 Categoria: Traduttori freelance

Sono una traduttrice. Forse lo sono da sempre, l’ho sempre saputo, ma mi è stato davvero difficile accettarlo. Quando ero piccola mi ritrovavo davanti alla tv a cantare tutte le canzoni straniere che sentivo nelle pubblicità; non sapevo cosa volessero dire quelle parole strane, ma uscivano dalla mia bocca in modo così naturale. Eppure io quest’attitudine non l’ho mai assecondata, anzi ho cercato in tutti i modi di soffocarla, di nasconderla. Forse l’ultima cosa che un buon traduttore dovrebbe dire la dirò io: le lingue mi spaventano, mi terrorizzano, ma allo stesso tempo fanno parte della mia vita e sto imparando a conviverci.

Non ho mai avuto un’ambizione smisurata, un grande sogno da perseguire : interprete alle Nazioni Unite, docente universitario, ecc. ecc. ma c’è qualcosa che mi ha sempre accompagnato nella mia vita, l’amore per la parola, in particolare la parola scritta; per questo motivo ho iniziato a leggere, leggere e leggere. Ho letto tantissimi libri e tanti ancora ne leggerò, in particolare i classici francesi, inglesi. Leggendo libri di autori stranieri ho iniziato a domandarmi se ci fossero delle differenze fra i testi che leggevo io e quelli in lingua originale; grazie ai miei studi linguistici ho potuto iniziare a leggere le versioni in lingua e di differenze ne ho trovate eccome! Allora è sorta spontanea la questione: chi sono questi individui che hanno il potere di leggere, interpretare e dare senso alle parole di altri nella propria lingua? Sono i traduttori!

Da quel momento è nata in me l’immagine del traduttore, anzi,della traduttrice: bella, colta, elegante, seduta ad una scrivania colma di dizionari, libri, penne, matite ed evidenziatori, magari anche con un gattone nero acciambellato lì vicino. Il passare degli anni, la fatica derivata dagli studi, le condizioni economico-culturali del nostro paese, la bella Italia, hanno parzialmente distrutto questa immagine idilliaca.

Terminata l’università, i giovani traduttori come me si affacciano al mondo del lavoro pieni di speranze e desiderosi di imparare, esercitarsi, fare esperienza, ma nella maggior parte dei casi ci si trova a dover stabilire: ore di lavoro, numeri di cartelle, prezzo di parole e più che professionisti ci si sente un po’ dei contabili. Però, finché la soddisfazione provata di fronte ad un’ottima traduzione sarà più grande di tutto questo…traduciamo!

Regole per i traduttori

 Categoria: Traduttori freelance

1. Sii sempre uno scrittore mentre traduci, e ogni volta che te ne dimentichi, ricordatelo.

2. La cosa più importante nella struttura di una frase è l’ordine in cui vengono trasmessi i vari pezzi dell’informazione.

3. Se il testo originale non è ben scritto, sei fregato; sentiti libero di disperarti.

4. Se l’originale è ben scritto, assicurati di aver capito esattamente cosa lo rende un buon testo, cioè quali sono i tratti caratteristici dello stile di questo scrittore. Azzeccare il tono giusto è fondamentale.

5. Alzati dal tuo computer almeno una volta ogni ora per stiracchiarti e camminare. Se stai traducendo mentre sei in uno stato di torpore, non andrà a finire bene per nessuno.

6. La fonte più importante che puoi avere è il tesauro internazionale Roget’s. Indicizzato, non in forma di dizionario. Sì, fa la differenza. E no, non esiste un dizionario di sinonimi disponibile online che possa reggere il confronto con un buon Roget’s.

7. No, non va ancora abbastanza bene, continua a correggere.

8. Non posso crederci che tu me lo stia chiedendo di nuovo. Continua a correggere.

9. Leggi tutto ciò che traduci ad alta voce, preferibilmente ad un ascoltatore che ama i libri e che aggrotterebbe le sopracciglia se una frase suonasse strana.

10. Leggi tanti, ma tanti libri meravigliosi in ogni momento in modo da riempire costantemente la tua mente con le cadenze della grandezza letteraria.

11. Ricorda che, per quanto sia difficile, tradurre dovrebbe essere divertente; se ti ritrovi costantemente a non divertirti mentre traduci, perché non provi qualcos’altro che ti faccia anche guadagnare dei soldi?

Fonte: Traduzione libera dell’articolo scritto da Susan Bernofsky & Hala Salah Eldin Hussein e pubblicato sul sito Arablit

Non è mai troppo tardi

 Categoria: Le lingue

Sono nata e cresciuta nell’URSS, in un paese che non esiste più. Il russo era obbligatorio, ma il popolo locale parlava in ucraino, che in quei tempi era considerato una lingua inferiore.  Da bambina ero molto curiosa e imparavo tutto in fretta, avevo una bella memoria e parlavo bene tutte e due le due lingue. Quando sono andata a scuola, alle mie due lingue ho aggiunto la terza- l’inglese. Nonostante fosse molto diversa dalle mie lingue d’origine, la nuova lingua mi piaceva tanto e sono stata attratta da lei, come un uomo potrebbe essere attratto da una bella donna. L’inglese presentava per me un altro mondo: bello ed incantevole!

Quante persone famose parlavano in questa lingua! Winston Churchill, Margaret Thatcher, Ronald Reagan, Nelson Mandela e  tanti altri. Quante belle canzoni si cantavano  in inglese! Dai “Beatles” ai “Rolling Stones”, da Elvis Presley a Michael Jackson. Quanti bei libri erano scritti  in inglese e fra di loro c’era il mio preferito- Jane Eyre di Charlotte Bronte!  Oramai, l’inglese e’ diventata la lingua più diffusa al mondo e per questo motivo volevo impararla  a tutti i costi.

Non è stato facile per una ragazzina sovietica scrivere parole nuove e capire il loro significato. Con tutta la mia forza di volontà sono riuscita ad arrivare ad un bel risultato: dopo un anno di studi potevo leggere e scrivere abbastanza bene in inglese e questo fatto mi ha dato tanta soddisfazione. Adesso so già tre lingue e sono piena di orgoglio! Non ho mai pensato d’imparare la quarta lingua, ma nella vita  “ Mai dire mai”. A 42 anni dovevo imparare l’italiano, che era diventato la mia quarta lingua.

Se qualcuno mi dicesse, che la imparerò, non gli crederei neanche, perché da giovane non ho mai pensato di farlo. L’ho sempre trovata molto melodica,  partendo dal fatto che tutti  i cantanti lirici cantavano in italiano. Fedor Shalyapin, Maria Callas, Monserrat Caballè non erano italiani, ma le loro voci  erano incantevoli , come le loro canzoni.  Anche la cultura italiana era eccellente. Michelangelo, Leonardo da Vinci hanno immortalato le loro opere nei  secoli, come Dante e Petrarca. Per me imparare la loro lingua e’ stato il primo passo per avvicinarmi alla  cultura italiana.

Nel mondo esistono tante lingue e tante culture e sono tutte ben diverse fra di loro. Non e’ possibile impararle tutte, ma ogni tanto ci penso ad imparare qualche lingua nuova, ma poi riguardo la mia età e ci ripenso. Chissà?

Nella vita “ Mai dire mai”

Autrice dell’articolo:
Iryna Bocharnikova
Traduttrice freelance IT< RU/ UK
Novara

La Créolie

 Categoria: Traduzione letteraria

Douce comme l’amour, acide comme la jalousie,
Tu distilles sur nos papilles saisies
Des saveurs tendres, des spasmes chlorhydriques.
Goût d’enfance sous les tropiques.

Negli anni della mia formazione linguistica, spinta dalla mia sensibilità e curiosità verso la lingua francese parlata lontano dalla “Métropole”, verso la storia di questi luoghi ed i loro controversi rapporti con la madrepatria, mi ritrovavo spesso a sfogliare pagine e pagine, reali e virtuali, sull’argomento.

Durante la mia permanenza a Lione ebbi poi il privilegio di incontrare molti amici originari di queste terre.  Ascoltavo spesso i loro racconti: storie personali, tradizioni familiari, paesaggi esotici, canti popolari. Una cultura magica, la loro, ricca di valori e intrisa di una straordinaria forza immaginativa. Con curiosità decisi, su consiglio dei miei nuovi amici, di immergermi nella lettura di diversi testi della tradizione folclorica reuinionese:  poesie della tradizione creola, filastrocche, ninne nanne, espressioni umane e spontanee tra il nostalgico, il folcloristico e il divertente.

Anni dopo, divenuta già una professionista e alle prese con la traduzione di un complesso progetto editoriale sulle identità culturali francofone, fui incoraggiata a documentarmi approfonditamente sul tema in oggetto e mi ritrovai così a leggere alcuni componimenti del libro di Claude Moy de Lacroix-Mignard, dal titolo“Chansons douces et chansons tristes. Chansons nostalgiques de l’ile de la Réunion”: un’incantevole raccolta poetica dove i toni lirici si amalgamano sapientemente con i temi folclorici dello spirito creolo.

Mi diedi come missione quella di arrivare a conoscere l’autrice.

Dopo un iniziale contatto conoscitivo via email con Claude, neurologa di professione e scrittrice per passione, vennero a crearsi dapprima una leale collaborazione e poi una simpatica amicizia. Due strumenti assolutamente indispensabili per comprendere i contenuti emotivi di quelle “canzoni” così intime, che narrano le miserie e le gioie dell’isola. Durante la lettura riflettevo su quanto sarebbe stato affascinante poter tradurre l’opera di Claude immaginando, al contempo, le difficoltà che avrei potuto incontrare nel “tradurre senza tradire” la bellissima autenticità dei suoi componimenti.

Nei versi di Claude, vere e proprie istantanee dei fantastici paesaggi naturali scaldati dal sole dei tropici e della gente che abita queste terre, ho rivissuto tutta la mia esperienza di studentessa a Lione appassionata di francofonia, di curiosa linguista che nella magia del folclore creolo ha ritrovato un certo “goût d’enfance”.

Tanti colorati animali esotici la fanno da padrone: “lesMacabis”, ”lesRouges” e “lesBonites” sono pesci protagonisti di divertenti poesie ispirate alla fauna acquatica; il tipico “Merle de Maurice” fa la sua apparizione mentre si ciba di frutti sugli alberi. E poi ancora le piante, i fiori e gli alberi con le foglie “pointillées” fanno del libro un vero e proprio quadro impressionista. Altre poesie, invece, hanno un tono più serio e a tratti drammatico: raccontano della povertà della gente, di ragazzini che per sopravvivere vendono frutta agli angoli delle strade e della loro dipendenza dall’alcool.
Un intero componimento, infine, tratta l’argomento della schiavitù, raccontando una pagina molto triste della storia dell’isola.

Ritmo e musicalità sono il filo conduttore che attraversa l’opera di Claude, dove i testi sono redatti ora in francese, ora in creolo reunionese, ora mescolando le due lingue, in un tripudio di figure retoriche, rime, toponimi e lessico idiosincratico.

Grazie, Claude. Perché il tuo percorso intimo e personale è stato per me fonte di ispirazione e spunto importante di riflessione sul mio vissuto e sulla mia esperienza di lettrice e traduttrice.

Articolo scritto da:
Manuela Romeo
Interprete e traduttrice
Bologna

Il traduttore professionista (4)

 Categoria: Traduttori freelance

< Terza parte di questo articolo

La competenza specialistica di settore è uno dei motivi per cui molti traduttori tecnici possiedono un background diverso da quello linguistico e, avendo una padronanza pressoché perfetta di una o più lingue straniere, hanno deciso di dedicarsi alla traduzione con ottimi risultati proprio per via della conoscenza della materia.

Ciò che contraddistingue un traduttore professionista è quindi la formazione, sia essa in campo tecnico, seguita da anni di esperienza nel settore, o in ambito linguistico e traduttivo. In questo modo il traduttore è in grado di dotarsi di tutti le tecniche e gli strumenti necessari a garantire un servizio professionale e di qualità, apprendere capacità di analisi e di ricerca avanzate, prestare attenzione a ogni dettaglio e cogliere la minima sfumatura di ciascuna parola, avere la professionalità di lavorare unicamente verso la propria lingua madre per far sì che il testo tradotto sia reso in modo naturale nella lingua di arrivo.

I tanti pregiudizi sulla figura del traduttore costituiscono ancora un grosso problema per il riconoscimento della professione. Nonostante la situazione sia in via di miglioramento, in molti paesi europei (Italia compresa) il traduttore manca ancora di un riconoscimento ufficiale, di un albo e, di conseguenza, di un regolamento per l’accesso alla professione, motivo per cui potenzialmente chiunque potrebbe avviare un’attività come traduttore. Ad oggi, per sentirci tutelati come professionisti e poter dare prova della qualità del nostro servizio, possiamo aderire a una delle numerose associazioni professionali di traduttori e interpreti (come ad esempio AITI, ITI, CIOL, etc.), dotate di codici di condotta e best practice da seguire come linee guida e possono persino certificare i traduttori a seguito di una prova che ne attesti le capacità.

In quanto linguisti siamo i primi a elogiare la bellezza di imparare nuove lingue, una passione che apre molte porte e soprattutto la mente! Ma concordiamo sul fatto che per essere un buon traduttore è necessario dotarsi anche di competenze culturali, tecniche, specialistiche e professionali. La nostra figura sta acquisendo visibilità negli ultimi anni grazie agli sforzi di molti professionisti e di enti professionali che hanno portato e continuano a portare all’attenzione delle autorità competenti la necessità di una regolamentazione. Ci auguriamo che tale impegno venga ripagato al più presto e che venga colmata quanto prima la disinformazione in merito alla figura del traduttore, dando importanza all’empatia culturale e al lungo e impegnativo cammino di formazione intrapreso da chi ha deciso di dedicarsi alla meravigliosa professione del traduttore.

Articolo scritto da:
Francesca Cassina
Traduttore e Revisore EN/ES>IT
Milano

Il traduttore professionista (3)

 Categoria: Traduttori freelance

< Seconda parte di questo articolo

La competenza del traduttore, in questo contesto, sta nel decidere in quali occasioni è utile e opportuno utilizzare gli strumenti che possiede per poterli sfruttare al meglio.

E questo è quanto mai vero quando si parla di traduzione automatica (o machine translation): i motori di traduzione automatica, tanto temuti anche da chi è del mestiere, non sono altro che uno strumento a disposizione del traduttore. Se utilizzata correttamente, con i testi appropriati e nelle giuste occasioni (sempre mantenendo la trasparenza con il cliente e rispettando i vincoli di riservatezza), la machine translation può velocizzare notevolmente il lavoro del traduttore, che può ricorrere alla pratica del PEMT (Post-Editing di Machine Translation). Si tratta di una tecnica recente che consiste in una revisione più o meno approfondita della traduzione automatica svolta dalla macchina e che è sempre più richiesta, specialmente dalle agenzie di traduzione.

Per noi traduttori è pertanto cruciale tenerci aggiornati sulle nuove tecnologie e le nuove tecniche di traduzione, per rimanere sempre al passo con i tempi ed evolverci nella stessa direzione del nostro settore.

Inoltre, è importante continuare a formarsi e informarsi anche in merito alle aree di specializzazione di cui ci occupiamo. Un traduttore professionista, infatti, possiede delle competenze specialistiche in uno o più settori che gli permettono di fornire un servizio dal valore aggiunto grazie alla conoscenza approfondita dei temi che tratta. Avendo oramai chiarito che il traduttore si occupa di trasmettere concetti e non di tradurre le singole parole, viene da sé che è necessario comprendere appieno il testo per poterlo rendere al meglio in un’altra lingua. Soprattutto nel caso di testi specialistici, questo è possibile solo se il traduttore è ben preparato sull’argomento di cui traduce. Prendiamo, ad esempio, il bilancio di una società, testo già di per sé complesso nella nostra lingua madre se non ci occupiamo o non siamo appassionati di finanza: è necessario che il traduttore abbia delle competenze finanziarie per poter comprendere e rendere nella maniera più corretta la terminologia di settore e tradurre, quindi, “liabilities” con “passività” invece che con “responsabilità”, come suggerirebbe la prima voce di un dizionario bilingue. Per non parlare poi di settori ancora più delicati e complessi come quello medico. Si pensi anche solo di leggere un testo che descrive una procedura chirurgica quando le conoscenze mediche di cui disponiamo derivano da anni di bingewatching di E.R. o di Grey’s Anatomy: siamo certi di poter comprendere perfettamente il testo? E se il bingewatcher fosse il traduttore, metteremmo la nostra salute o addirittura la nostra vita nelle mani di quella traduzione?

Quarta parte di questo articolo >

Articolo scritto da:
Francesca Cassina
Traduttore e Revisore EN/ES>IT
Milano

Il traduttore professionista (2)

 Categoria: Traduttori freelance

< Prima parte di questo articolo

Un po’ meno considerata, ma certamente non meno importante, è invece la competenza culturale: il traduttore, oltre a conoscere le lingue con le quali lavora, ha necessità di comprendere profondamente anche le culture dei paesi della lingua di origine e di arrivo del testo che traduce per poter veicolare i concetti nel modo più naturale possibile per i lettori finali.

L’utilizzo del termine “concetti” non è affatto casuale, poiché è proprio di questo che si occupa un traduttore: trasmette un concetto da una lingua e una cultura di origine a una lingua e cultura di arrivo, senza limitarsi a tradurre esclusivamente parole. Se così fosse, i tanto discussi motori di traduzione automatica funzionerebbero alla perfezione da soli. Le parole non sono altro che il “carburante” del traduttore: senza benzina (le parole) la macchina (il testo tradotto) non funziona, ma bisogna anche accertarsi di scegliere quella giusta e metterla nel posto giusto perché l’auto parta. Allo stesso modo, dunque, bisogna accertarsi che la parola che utilizziamo nel nostro testo di arrivo sia la più appropriata al contesto della frase in cui la inseriamo.

Arriviamo così alle competenze tecniche, intese sia a livello di tecniche traduttive – grazie alle quali il traduttore sarà in grado di decidere se è necessario, ad esempio, sostituire un gioco di parole con un’espressione corrispondente nella lingua di arrivo, se tradurre letteralmente o riformulare una frase, se è necessaria una Nota del Traduttore per spiegare un termine intraducibile, ecc. – sia a livello di strumenti da utilizzare.

Oggi abbiamo la fortuna di disporre di un’ampia gamma di software di traduzione assistita (CAT Tool) molto avanzati che permettono di incrementare la nostra produttività e migliorare la qualità delle nostre traduzioni.Grazie alle funzioni presenti in questi programmi è possibile rendere più uniformi le nostre traduzioni e assicurare l’utilizzo dei termini preferiti dai nostri clienti attraverso l’associazione di un glossario, che ci consiglia quali termini utilizzare e quali no, o di una o più memorie di traduzione, che ci consentono di reperire terminologia e frasi ricorrenti sia dalla traduzione in corso che da traduzioni effettuate in passato.

Terza parte di questo articolo >

Articolo scritto da:
Francesca Cassina
Traduttore e Revisore EN/ES>IT
Milano

Il traduttore professionista

 Categoria: Traduttori freelance

Persino con gli strumenti altamente tecnologici e l’odierna facilità di informazione di cui disponiamo, restano diversi pregiudizi e molta confusione sulla figura del traduttore e la sua attività professionale.

Mi è capitato più volte di sentire: “Basta usare Google traduttore”, “C’è un collega che è stato sei mesi a Londra, se ne occupa lui” o il classico “Lo faccio tradurre a mio cugino che sa l’inglese”, avviando così una discussione infinita e senza via d’uscita sull’importanza della figura del traduttore e sul fatto che, senza nulla togliere al cugino, è necessario avere certe competenze per fornire un servizio di qualità.

Partiamo dalle basi. Quante volte dopo aver detto che facciamo i traduttori ci siamo sentiti dire: “Ah, bello! Quindi fai la simultanea?” e (a meno che non siamo anche interpreti) rispondiamo che no, non facciamo la simultanea perché in quanto traduttori ci occupiamo di testi scritti. In genere la domanda seguente è: “Quindi traduci libri?” e noi, che magari siamo traduttori legali, finanziari o tecnici, ci troviamo nuovamente a smentire le aspettative dei nostri interlocutori spiegando che non tutti i traduttori traducono letteratura; anzi, buona parte si occupa di documenti, articoli, pubblicità, comunicati stampa, schede prodotto, manuali, contratti e altri testi specialistici per cui sono richieste competenze molto diverse.

Ma di quali competenze parliamo? E qual è il valore aggiunto di avvalersi dei servizi di un traduttore professionista piuttosto che chiedere a quel collega che è stato sei mesi a Londra?

Certamente, la prima e fondamentale competenza è quella linguistica: per fare il traduttore bisogna conoscere alla perfezione almeno una lingua straniera, ma non basta. È necessario avere anche un’ottima padronanza della propria lingua madre (sembra scontato, ma non lo è) e soprattutto buone capacità di analisi del testo di partenza e di produzione scritta nella lingua di arrivo.

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Articolo scritto da:
Francesca Cassina
Traduttore e Revisore EN/ES>IT
Milano

La Ritraduzione (8)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Settima parte di questo articolo

Berman quindi distingue due spazi: quello delle prime traduzioni e quello delle ritraduzioni:

D’accordo con Goethe, Berman ritiene che l’intento comunicativo sia oggetto solo della prima traduzione, condannata a una posizione etnocentrica; una volta ‘sbarazzatosi’ della funzione traghettatrice derivata dalla prima traduzione esistente, il ritraduttore sarebbe l’uomo della traduzione etica e poetica […].[22]

Cosa intende Berman con “posizione etnocentrica”? La definizione di “etnocentrismo”, secondo la Treccani, corrisponde a:

In sociologia e psicologia sociale, tendenza a giudicare i membri, la struttura, la cultura, la storia e il comportamento di altri gruppi etnici con riferimento ai valori, alle norme e ai costumi del gruppo a cui si appartiene, per acritica presunzione di una propria superiorità culturale.[23]

Per Berman, dunque, il problema delle “prime traduzioni” non risiede unicamente negli eventuali errori commessi dal traduttore, ma anche dalle influenze che egli stesso subisce dalla propria cultura, che muta da un’epoca all’altra. Ne deduciamo che anche la nuova traduzione potrà essere influenzata da una nuova posizione etnocentrica di un nuovo traduttore ma questa, tendenzialmente, sarà in linea con quella del nuovo lettore in quanto si adatterà al panorama culturale in cui si inserisce.

Scopo principale di una ritraduzione, quindi, è allinearsi a una cultura di ricezione cambiata rispetto alla data di pubblicazione della prima traduzione. Nel panorama italiano, inoltre, nell’ultimo decennio abbiamo assistito a un grosso mutamento della lingua che, oggi, è molto più influenzata dall’inglese, tanto è vero che la maggior parte dei neologismi che sono entrati a fare parte della nostra lingua negli ultimi anni sono di origine anglosassone. Forse anche per questo, l’italiano è diventata una lingua molto più tollerante nei confronti degli anglicismi e lo si riscontra nelle più recenti traduzioni ma anche nelle ritraduzioni.

Autore dell’articolo:
Andrea Facci
Traduttore
Bologna

[22] B. Banoun, A Monte e a Valle: Le Ragioni del Ritradurre, a cura di Andrea Chiurato in Testo a Fronte, vol. 47, p.20.
[23] http://www.treccani.it/vocabolario/etnocentrismo/

La Ritraduzione (7)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Sesta parte di questo articolo

Un altro interessante contributo teorico risiede in La retraduction comme éspace de la traduction di Antoine Berman, in cui il critico francese afferma che esistono delle “grandi traduzioni” che non invecchiano. Si tratta di opere come La Vulgata di San Girolamo, la Bibbia di Lutero o l’Authorised Version: opere che continuano a esistere e che, sebbene necessitino di una modernizzazione, continuano ad avere un pubblico di lettori, anche se limitato. Una “grande traduzione”, secondo Berman, ha caratteristiche ben definite:

Elle se caractérise par une extrême systématicité, au moins égale à celle de l’original.

Elle est le lieu d’une rencontre entre la langue de l’original et celle du traducteur.

Elle crée un lien intense avec l’original […].

Elle constitue […] un précédent incontournable.

[…] ce sont toutes des retraductions.[19]

Il motivo per cui, secondo Berman, tutte le grandes traductions sono ritraduzioni è che

Toute traduction est marquée par de la « non-traduction ». Et les premières traductions sont celles qui sont le plus frappées par la non-traduction. […] La retraduction surgit de la nécessité non certes de supprimer, mais au moins de réduire la défaillance originelle.[20]

Le ritraduzioni, quindi, secondo Berman, sono da considerarsi qualitativamente migliori rispetto alle “prime traduzioni” in quanto, a distanza di tempo, si cerca di attuare modifiche e correzioni volte a migliorare tutte quelle parti in cui il primo traduttore poteva aver riscontrato delle difficoltà. Questo punto di vista è condiviso anche da Xu Jianzhong, che afferma:

Literary retranslation is an artistic recreation and should surpass the former translation(s) because any translated version of the original cannot be perfect. Retranslation is a necessity because of the translator’s desire to surpass. The successive retranslations represent the translator’s perseveringly striving for artistic perfection. It is because of this persevering strife that makes the translated version of literary works, especially famous works, better and better.[21]

Ottava parte di questo articolo >

Autore dell’articolo:
Andrea Facci
Traduttore
Bologna

[19] A. Berman, La Retraduction comme Espace de la Traduction, cit., p. 3.
[20] Ivi, p.5.
[21]X. Jianzhong, Retranslation: Necessary or Unnecessary, p. 193, in E. Skibińska, Autour de la Retraduction. Sur l’Example des Traductions Françaises de Pan Tadeusz, Université de Wroclaw, Institut de Philologie Romane, Wroclaw, p. 395.

La Ritraduzione (6)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Quinta parte di questo articolo

Caso diverso è quello delle numerosissime ritraduzioni, contenute nelle cosiddette ‘collane tascabili’, che spesso non sono eseguite a regola d’arte, ma sono commissionate solo per ragioni economiche:

Assistiamo così a uno sfruttamento dello stesso titolo da più editori, ciascuno dei quali preferisce commissionare una nuova ritraduzione perché questa costa meno che pagare i diritti d’autore a coloro che detengono il copyright di precedenti traduzioni. […] Di certo sono da considerarsi ‘non necessarie’ perché la ritraduzione nasce dall’esigenza di fornire una lettura innovativa del TP e/o una scrittura che ‘aggiorni’ la lingua del TA.[15]

Anche Enrico Monti conferma questa teoria:

[…] une nouvelle traduction peut être par exemple justifiée parce que l’opération s’avère plus rentable que la réédition d’une traduction existante. […] D’ailleurs, selon une pratique « dénoncée » par Jean-Pierre Lefebvre, les rétracteurs seraient souvent moins bien payés que les traducteurs, du fait que leur travail serait « facilité » par les traductions déjà existantes[16] et peut-être aussi en raison du prestige qu’il y a à devenir la nouvelle voix d’une œuvre canonique.[17]

I diritti d’autore sono garantiti per tutta la vita dello scrittore e, dal 2014, anche ai suoi eredi per un periodo di settant’anni dalla sua morte. Gli eredi di Andrea Camilleri, deceduto nel 2019, godranno quindi di questo diritto fino al 2089 e, a partire da quell’anno, ci si potranno aspettare numerose nuove edizioni e ritraduzioni in altre lingue delle sue produzioni, visto che da quel momento le case editrici non dovranno pagare alcun compenso ai suoi eredi per poterne pubblicare le opere. Analogamente:

L’année 2011 a été marquée, par exemple, par une explosion de retraductions des œuvres de Francis Scott Fitzgerald et notamment de The Great Gatsby qui, seulement dans ce début d’année a connu, entre autres, 6 retraductions en italien, 3 en allemand, 2 en espagnol, 1 en français, ce qui nous donne un aperçu de l’importance des facteurs économiques dans ces choix. Les exemples en ce sens sont nombreux : entre 1997 et 1999, on trouve au moins cinq nouvelles traductions des Duineser Elegien de Rilke en anglais – Rilke est mort en 1926. On peut déjà s’attendre, dans les prochains moins, à une augmentation des retraductions des œuvres de James Joyce et Virginia Woolf, vu qu’ils sont décédés en 1941 – sans doute plusieurs retraducteurs partout en Europe et ailleurs sont déjà à l’œuvre…[18]

Settima parte di questo articolo >

Autore dell’articolo:
Andrea Facci
Traduttore
Bologna

[15] P. Pierini, La Ritraduzione in Prospettiva Teorica e Pratica in L’Atto del Tradurre. Aspetti Teorici e Pratici della Traduzione, cit., p. 67.
[16]J.P. Lefebvre, «Retraduire», Traduire, n° 218, 2008, p. 12.
[17] E.Monti, Introduction – La retraduction, un état des lieux, in E. Monti, P. Schnyder, Autour de la Retraduction – Perspectives littéraires européennes, Orizons, Paris, 2011, pp. 17-18.
[18] Ivi, p.19.

La Ritraduzione (5)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Quarta parte di questo articolo

Patrizia Pierini propone un’interessante prospettiva sul mondo editoriale che determinerebbe i tempi e le modalità della ritraduzione.

In un modello teorico della traduzione ‘professionale’ come atto di comunicazione, viene oggi inserito, accanto ai fattori tradizionalmente riconosciuti come costitutivi di ogni atto di comunicazione (traduttore, ricevente, contesto, ecc.), anche il ‘committente’, che si può definire come la persona o l’istituto […] che commissiona la traduzione al traduttore. Nella fattispecie le case editrici influenzano l’attività pratica della ritraduzione in più modi: danno il via al processo decidendo quali testi ritradurre, e intervengono anche sulle modalità del tradurre, sia a livello micro, ad esempio stabilendo di non inserire note esplicative al testo, sia a livello macro, intervenendo sulla funzione del TA.[11]

In alcuni casi, quindi, vengono commissionati dei lavori di ritraduzione non tanto per adattare il testo a un linguaggio più moderno, quanto piuttosto per creare nuove edizioni della stessa opera, indirizzate a destinatari diversi. È il caso, ad esempio, dei classici adattati in libri per bambini (come L’Eneide Raccontata ai Bambini di Mondadori, appartenente alla collana Oscar Junior Classici) su cui vengono effettuati interventi di semplificazione e riduzione del testo di partenza per far sì che il nuovo target possa fruire di un testo adatto alla categoria di lettori a cui è indirizzato.

Così dai Gulliver’s Travels di Swift sono stati lasciati fuori riferimenti e allusioni all’Inghilterra del Settecento, che ha perso così la sua funzione di satira politica; i romanzi di Dickens hanno perduto la loro funzione di critica di taluni aspetti della società vittoriana; le fiabe raccolte dai fratelli Grimm come testimonianze di una ‘letteratura popolare’ di dignità pari alla letteratura ‘colta’, sono diventate storie destinate ai bambini.[12]

Un esempio di questo genere di adattamento è La Divina Commedia a cura di Alberto Cristofori dove,

All’interno di ciascun capitolo si trova il racconto in prosa, condotto sulla falsariga del poema e intercalato da alcuni versi del testo originale, scelti fra i più famosi e memorabili. Il loro significato è sempre spiegato nel testo in prosa, subito prima o subito dopo la citazione. Il libro è quindi anche una sintetica antologia della Divina Commedia.[13]

L’opera non può essere definita come una “ritraduzione” in quanto il testo originale fa parte della letteratura italiana, piuttosto esso è assimilabile a un’attualizzazione dell’originale. Tuttavia, rappresenta un ottimo esempio che illustra la natura di questa tipologia editoriale:

2. La selva oscura

- Dante smarrito

Nel mezzo del cammin di nostra vita
Mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Era la primavera dell’anno 1300. Avevo quindi trentacinque anni, e siccome la vita degli uomini, se si svolge perfettamente, è per sua natura di settant’anni, mi trovavo proprio a metà del cammino. Mi trovavo anche perduto in una foresta buia, aspra e terribile, che mi terrorizzava e che ancora adesso, nel ricordo, mi suscita spavento. [14]

Sesta parte di questo articolo >

Autore dell’articolo:
Andrea Facci
Traduttore
Bologna

[11] P. Pierini, La Ritraduzione in Prospettiva Teorica e Pratica in L’Atto del Tradurre. Aspetti Teorici e Pratici della Traduzione, cit., p. 66.
[12] Ivi, p. 67.
[13] Dante Alighieri, La Divina Commedia, a cura di Alberto Cristofori, ELI Edizioni, Loreto (AN), 2013
[14] Ivi,, cap. “La Selva Oscura”.

La Ritraduzione (4)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Terza parte di questo articolo

Nel 2014, infatti, Einaudi ha pubblicato una nuova traduzione di quest’opera affidandola a Matteo Colombo, traduttore piemontese che si è occupato di autori del calibro di DeLillo, Eggers, Chabon, Sedaris e Palahniuk. Il brano di seguito è un breve frammento estratto dalla versione originale, dalla traduzione di Motti e da quella di Colombo:

Anyway, it was December and all, and it was cold as a witch’s teat, especially on top of that stupid hill.[7]

Ad ogni modo, era dicembre e tutto quanto, e l’aria era fredda come i capezzoli di una strega, specie sulla cima di quel cretino di un colle.[8]

E comunque era dicembre e via dicendo, un freddo cane, specie in cima a quella stupida collina.[9]

Il linguaggio di Colombo è molto ringiovanito rispetto all’edizione 1961. D’altronde, da una versione all’altra sono passati più di cinquant’anni ed è quindi normale che la lingua italiana sia cambiata notevolmente. A prima vista, la traduzione di Motti sembra più fedele al significato originale, dato che ricalca l’espressione cold as a witch’s teat rendendola in “aria fredda come i capezzoli di una strega”. In realtà, l’espressione inglese è una frase idiomatica, di registro informale, usata dai giovani per esprimere l’idea di freddo. Analogamente, Colombo decide di utilizzare un’espressione che abbia lo stesso effetto in italiano, scegliendo “freddo cane”. La versione spagnola compie una scelta simile a quella di Colombo, infatti, nella traduzione di Carmen Criado, si legge:

Bueno, pues era diciembre y todo eso y hacía un frío que pelaba, sobre todo en lo alto de aquella estúpida colina.[10]

Frío que pelaba è un’espressione idiomatica spagnola appartenente allo stesso registro dell’originale (e di Colombo), e supporta quindi la teoria che nella nuova versione de Il Giovane Holden, almeno in questo caso, sia stato applicato un canone di maggior fedeltà alla forma originale.

Il testo italiano del 2014, quindi, non ha subito solo un processo di modernizzazione ma, grazie all’evoluzione degli studi traduttivi avvenuta nel frattempo, riesce anche a rispettare maggiormente il testo di partenza con un italiano che svolge le stesse funzioni comunicative.

Quinta parte di questo articolo >

Autore dell’articolo:
Andrea Facci
Traduttore
Bologna

[7]] J.D. Salinger, The Catcher in the Rye, Penguin Books, 2010, p. 4.
[8] J.D. Salinger, Il Giovane Holden, 1961, cit., p. 6.
[9] J.D. Salinger, Il Giovane Holden, Torino, Einaudi, 2014, p. 7.
[10] J. D. Salinger, El Guardián Entre el Centeno, Madrid, Alianza Editorial, 2010, p. 15.