Creare “quasi” la stessa sfumatura (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Per chi non si interessasse di traduzione fumettistica, premetto che la dimensione ridotta delle vignette richiede spesso degli adattamenti del testo all’immagine, che riducono lo spazio fisico di intervento del traduttore. Il traduttore è così impegnato in primis in un processo di rielaborazione creativa del testo, al fine di limitare le perdite provocate dalla rielaborazione stessa. Questo implica che la sua attenzione sia rivolta allo studio del testo e alla sua riproduzione in un’altra lingua e, parallelamente, a convenzioni formali proprie del linguaggio del fumetto, dove testo e immagine dialogano in un rapporto di interdipendenza. Il suddetto graphic novel (“Idiotizadas” di Raquel Córcoles) ha come protagoniste delle ragazze sulla trentina, la cui parlata attinge a un registro molto informale e colloquiale della lingua, talvolta volutamente volgare e cacofonico, per sottolineare una serie di contraddizioni sociali contro cui il movimento femminista lotta per ottenere l’effettiva parità dei sessi.

Quando si realizza con espressioni volgari, il loro linguaggio presenta espressioni di natura irriverente, perlopiù legate al tabù del sesso, che pongono al traduttore dei dubbi di natura morale. Ci si chiede se sia il caso di tradurre senza adattamenti, mantenendo la fedeltà letterale al testo di partenza, se sia il caso di attenuare l’elemento volgare o di sostituirlo con espressioni non marcate. La strategia che ho adottato è stata quella di raccogliere e valutare gli indizi sul testo che potessero rivelare gli scopi soggiacenti alle scelte lessicali dell’autrice, nonché ragionare sull’impatto che il testo avrebbe potuto avere sul mercato italiano, in caso di pubblicazione. Laddove fosse necessario adattare il testo, ho attenuato qualche espressione, ma nella maggior parte dei casi ho ritenuto importante mantenermi fedele al tono del testo di partenza, allo scopo di allinearmi con la volontà dell’autrice di criticare i pilastri della società maschilista, utilizzando di tanto in tanto delle espressioni decisamente malsonanti per il lettore italiano.

Da tutto ciò si possono evincere le difficoltà inerenti alla traduzione: dimostrare che tradurre non è dire la stessa cosa in un’altra lingua; dimostrare che tradurre implica una forte sensibilità e passione per le lingue e le culture coinvolte; dimostrare che tradurre richiede una raccolta di indizi a livello di superficie e di nucleo interno, come se il traduttore fosse l’investigatore Poirot che deve ascoltare la voce dell’autore, cercando di radunare tutti gli elementi utili a rendere il caso comprensibile ai lettori di un’altra cultura. L’ostacolo più arduo sta nel mostrare che il “quasi” di cui parlava il maestro Eco cela la gamma delle sfumature invisibili agli occhi del lettore (non attento) di una traduzione; sfumature che solo i traduttori, collaborando come classe professionale, possono portare alla luce, per far sì che alla traduzione venga riconosciuta la dignità che merita.

Autrice dell’articolo:
Valentina Simonella
Traduttrice freelance EN>IT, ES>IT, PT>IT
Roma

Creare “quasi” la stessa sfumatura

 Categoria: Tecniche di traduzione

Un giorno mi sono posta una domanda. Dentro di me ribolliva il dubbio di non aver scelto il percorso di studi adeguato. Adeguato ai tempi, alle richieste del mercato, alle aspirazioni su cui avevo fantasticato sin da bambina? Ancora non so darmi una risposta precisa. Forse ho dato troppo spazio alle insicurezze alimentate da affermazioni come “lo spagnolo è facile”, “per parlare spagnolo basta aggiungere la -s”, “anche io mastico bene le lingue”, “mio cugino ha studiato qualche mese in (paese a caso) e adesso anche lui fa traduzioni, è bravo”. L’ignoranza e la mancanza di consapevolezza imperanti in conversazioni di questo tipo mi turbavano, perché temevo di aver preso una scelta (accademica) sbagliata. Poi sono cresciuta e ho imparato che il senso di appagamento nasce con lo svolgimento di attività che toccano l’essenza di un individuo, quelle passioni talvolta innate, talvolta approfondite nel corso del tempo da interessi inizialmente scolastici o di altra natura, che possono trasformarsi in un’attività lavorativa costruttiva per l’io interiore.

Ed eccomi qua, a scrivere di traduzione e a inneggiarla, in una società che, purtroppo, non riconosce ancora un grado di dignità professionale piena al traduttore, tale da assicurargli un futuro sicuro sul piano economico. Ma chi decide di investire le proprie energie sulla traduzione, in realtà, lo fa perché probabilmente ha sviluppato un desiderio di scavare a fondo l’impalcatura superficiale di una lingua e vedere quali reperti essa celi nei piani sottostanti. Quello che Umberto Eco avrebbe definito “il senso profondo”, che in questa sede definirei l’“anima” nascosta di un testo. Lo stesso Eco, nella sacrosanta opera “Dire quasi la stessa cosa” dà un imprinting al traduttore, avvertendolo di tenere a mente che la traduzione non implica solo un trasferimento degli aspetti superficiali di un testo da una lingua ad un’altra, ma che tali contenuti sono intrisi di un sapore culturale proprio delle lingue e delle culture coinvolte nello scambio di informazioni. Pertanto, tradurre non equivale a “masticare una lingua”, a “sapersi arrangiare” ed esprimere con espressioni equivalenti un concetto in una lingua diversa dalla lingua di partenza. Tradurre è dire “quasi” la stessa cosa nella lingua d’arrivo. Quel “quasi” nasconde un universo, quell’universo che rivela con veemenza che ogni lingua ha dei caratteri linguistici e culturali propri, che attendono di essere indagati con curiosità, passione, costanza, talvolta ironia.

Il campo della traduzione è aperto a generi testuali variegati; un traduttore, pertanto, può trovarsi a tradurre un testo di taglio tecnico, scientifico, editoriale e via dicendo, ciascuno con le proprie convenzioni stilistiche e contenutistiche da osservare e riprodurre in un’altra lingua. Ma cosa succede quando quelle stesse convenzioni richiedono degli aggiustamenti da una lingua/cultura a un’altra? Cosa succede quando tali aggiustamenti sono necessari in virtù di una differente percezione dei valori fondanti di una cultura? Mi sono scontrata con questo dubbio quando mi sono trovata a tradurre, per la mia tesi di laurea, un graphic novel spagnolo di stampo femminista.

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Autrice dell’articolo:
Valentina Simonella
Traduttrice freelance EN>IT, ES>IT, PT>IT
Roma

La passione per il russo

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

La passione per le lingue me l’ha trasmessa mio padre che mi cantava e suonava le canzoni dei Beatles con la chitarra, e mi piaceva ascoltare concetti di amore, di dolore, di solitudine espressi in un’altra lingua,e col tempo anche io ho imparato ad esprimere le mie emozioni utilizzando l’inglese, tuttavia per un caso del destino alle scuole medie fui assegnata alla classe di Francese, ma con mia grande sorpresa, la facilità di ascolto ed espressione fu pari, se non superiore a quella dell’inglese ed i tre anni  di studio che seguirono furono piacevoli e molto proficui sotto il profilo dei voti conseguiti. Di conseguenza anche al Liceo classico fui assegnata ad una sezione di Francese, ma con mio grande dispiacere, gli anni dedicati a questa lingua furono soltanto due, quelli del Ginnasio. All’Università spinta da pressioni familiari e da una cattiva informazione decisi di iscrivermi a Giurisprudenza, dove avrei conseguito comunque la Laurea, ma con pochissima soddisfazione da parte mia.

I due anni di praticantato  legale che seguirono li ricordo come un periodo molto triste, piangevo, non vedevo prospettive davanti a me ! ragion per cui decisi di iscrivermi ad un’altra facoltà per studiare il  Francese e l’Ebraico, una lingua di cui mi ero appassionata qualche anno prima. Tuttavia per ragioni di incompatibilità caratteriale col docente di lingua Francese, dopo un anno decisi di cambiare programma e di inserire la Lingua Russa. In verità avevo preso la guida universitaria ed avevo scelto la prima lingua, che dalla breve presentazione, mi sembrava  di  facile interpretazione. E così fu, fin dal primo momento del mio ingresso nell’aula di Russo. Molte soddisfazioni, voti superlativi sia agli esami scritti, sia a quelli orali e questo vale anche per l’Ebraico di cui ho studiato sia quello Biblico che quello moderno (l’Ivrit).

Quindi subito dopo la laurea, (nel frattempo avevo comunque conseguito l’abilitazione alla professione di avvocato), mi sono iscritta alla Camera di Commercio di Milano, sono stata ammessa al ruolo dei periti ed esperti in Lingua Russa, e poi ho fatto domanda al Tribunale di Milano. Devo dire che già dopo qualche mese mi arrivavano delle richieste di lavoro, tramite telefonate, che poi ho scoperto venivano smistate dal Consolato Russo che mi aveva inserita in un elenco esterno di Traduttori. Certificati e Sentenze di Divorzio, all’inizio, e poi man mano anche atti societari, Procure notarili da asseverare e legalizzare con le apostille dell’Aja. Qualche volta sono stata contattata anche dai notai per fare da interprete durante la stipula di contratti Ati. E poi l’estate scorsa ho ricevuto il mio primo incarico peritale dal Tribunale di Milano, come interprete durante un processo. Inutile dire che la mia gioia e la mia soddisfazione sono state al massimo, anche se sotto il profilo economico non si raggiungono cime, ma dal punto di vista psicologico il godimento  è assicurato.

Autrice dell’articolo:
Giovanna Fringuelli
CTU Tribunale di Milano

Imparare una lingua (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

2) Definite un obiettivo finale. Se il vostro obiettivo è quello di imparare qualche frase di sopravvivenza per i vostri viaggi all’estero una volta all’anno allora non sarà affatto complicato raggiungerlo. Ma se il vostro scopo è padroneggiare la lingua al punto di poter tenere un discorso davanti a una platea di parlanti nativi allora avete molta strada da fare e dovrete immergervi completamente in quella lingua, dovrete fare in modo che ogni azione della vostra giornata, o quantomeno del vostro tempo libero, sia finalizzata al raggiungimento del vostro obiettivo.
Dopo una prima fase di studio in cui i libri saranno gli unici amici che avete, dovrete iniziare a espandere il vostro raggio d’azione poiché, per studiare una lingua, i corsi e i libri sono importantissimi ma non sono affatto sufficienti. Oltre al corso, dovrete essere bravi a darvi delle regole che scandiscano la vostra giornata e vi permettano di raggiungere l’obiettivo nel modo più rapido ed efficace possibile. Se accendete la televisione scegliete solo canali stranieri, se siete in treno o sull’autobus ascoltate musica straniera, se volete leggere un libro prima di addormentarvi sceglietene uno nella lingua che state studiando. Se vi va di “cazzeggiare” un po’ al computer, mettete tra i preferiti solo siti stranieri, se vi va di chattare scegliete delle chat straniere. E quando arriva il weekend, fate in modo di frequentare solo persone straniere! I viaggi (che ve lo dico a fare) fateli tutti in terra straniera e senza amici italiani al seguito, altrimenti finireste per parlare tutto il tempo in italiano.

3) Definite un metodo. Non esiste un metodo giusto per tutti, quello che va bene per me magari non va bene per voi e viceversa. Dovrete trovarlo da soli man mano che avanzate. Dovrete capire cosa funziona bene per voi, cosa vi permette di imparare di più e meglio. Io per esempio mi ero dato una regola ferrea: quando mi trovavo davanti a una parola che non conoscevo, non potevo passare alla pagina successiva finché non avevo trovato il significato principale sul dizionario, l’avevo trascritto direttamente sul libro a lapis e su un’apposita rubrica. Con il tempo quella rubrica è diventata una sorta di mini-dizionario, lì dentro c’erano a portata di mano tutte le parole che avevo cercato. Così facendo, effettuavo un triplo esercizio di memorizzazione. Cercavo, leggevo, scrivevo e scrivevo una seconda volta. Il consiglio che posso darvi è proprio quello di far lavorare contemporaneamente tutte le aree della memoria: quella visuale (lettura, scrittura), quella uditiva (ascolto di musica, visione di filmati), quella motoria (espressione orale e esercitazioni scritte) e quella logica. Trovate voi ciò che vi stimola di più e riesce a farvi rimanere in testa parole e concetti.

4) Infine, ultimo consiglio ma non in ordine di importanza: è fondamentale la quantità di tempo che dedicherete allo studio ma anche e soprattutto come spalmerete sulla vostra settimana le ore da dedicargli. Quando parlo di studio non mi riferisco a tutte le attività accessorie cui ho fatto cenno in precedenza (musica, tv, chat, amici, viaggi) ma allo studio “puro e duro” con la testa piegata sul classico libro di grammatica. Ecco, per questa attività è infinitamente meglio un’ora al giorno tutti i giorni anziché 7 ore di fila una volta alla settimana. Studiare poco alla volta tutti i giorni permette di memorizzare e assimilare meglio, concentrare tutto in un giorno è del tutto improduttivo. Le cose che ci sembra di aver imparato sul momento, nel giro di qualche giorno già non faranno più parte del nostro bagaglio, avremo solo perso tempo.

Autore dell’articolo:
Guido Pasqualetti
Traduttore EN-ES-FR>IT
Webmaster Easy Languages

Imparare una lingua

 Categoria: Le lingue

Con l’aumento degli scambi internazionali sia economici che culturali, conoscere le lingue oggigiorno non è più un semplice sfizio ma quasi una necessità. La padronanza (almeno) dell’inglese è richiesta in quasi tutti i contesti lavorativi e, nella vita di tutti i giorni, accade sempre più spesso di doversi interfacciare con persone che parlano una lingua diversa dalla nostra e di dover usare una lingua veicolare per poter stabilire una comunicazione efficace.
Per non parlare dei viaggi…viaggiamo continuamente sia per lavoro che per piacere e non è pensabile sperare che ovunque andiamo le persone parlino la nostra lingua. Anzi, è altamente improbabile che ciò avvenga. Per cui rimbocchiamoci le maniche e mettiamoci sotto!

Imparare una lingua non è semplicissimo ma nemmeno impossibile. Come tutte le altre materie, per imparare qualcosa occorre studiarla a fondo. ma ci sono alcune differenze, alcune “aggiunte” rispetto allo studio delle altre discipline che vorrei puntualizzare. Lasciate che vi dia qualche consiglio, visto che ci sono passato prima di voi.

Innanzitutto la conditio sine qua non per farcela è crederci fermamente senza fermarsi mai e senza farsi prendere dallo sconforto fino a raggiungere lo scopo. Dovete essere animati da motivazioni forti, dovete essere straconvinti che alla fine avrete successo.

1) Il primo passo è iscrivervi a un corso organizzato da professionisti, una lingua non si impara da soli, ci vuole qualcuno che ce la insegni. Com’è possibile imparare a pilotare un’astronave se nessuno ti insegna come fare? Forse è possibile, studiando centinaia di manuali per decenni ma alla fine è probabile che non saremmo dei grandi piloti. Per imparare qualcosa occorre fare pratica e sbagliare. E quando sbagli ci vuole qualcuno che ti corregga e che ti spieghi dove e perché hai sbagliato. È impensabile credere di potersi autocorreggere e darsi da soli una spiegazione. Per cui il primo consiglio è quello di scegliervi un buon insegnante.
Il corso vi aiuterà anche a darvi il “ritmo” di cui avete bisogno. Dovrete fare i compiti a casa, avrete delle scadenze da rispettare e verrete sottoposti a delle verifiche, per cui, se non vi va di buttare via tempo e denaro nonché fare brutte figure con i vostri compagni di corso, sicuramente prenderete la cosa sul serio e imparerete moltissimo. Ponetevi l’obiettivo di non mancare mai alle lezioni e di non andare mai impreparati. Se uno studia a casa da solo e non deve rendere conto a nessuno se non a sé stesso tende sempre a trovare delle buone scuse per rimandare quello che dovrebbe fare.

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Autore dell’articolo:
Guido Pasqualetti
Traduttore EN-ES-FR>IT
Webmaster Easy Languages

La traduzione specialistica

 Categoria: Servizi di traduzione

La traduzione specialistica è un ramo della traduzione che può riguardare un settore specifico di carattere tecnico, scientifico, giuridico o economico. Da un punto di vista commerciale questo tipo di traduzione costituisce la parte più consistente dell’attività traduttiva, come afferma Gamero Pérez (2001), sebbene non raggiunga la stessa popolarità della traduzione letteraria (pensiamo ad esempio alla traduzione di un romanzo di successo). Attualmente la traduzione specialistica è più presente che mai nella vita di tutti i giorni: dagli articoli di giornale ai libri di testo, dalle istruzioni per l’uso degli elettrodomestici ai foglietti illustrativi dei medicinali, dai software a Internet. In genere si può dunque sostenere che i testi da tradurre in quest’ambito hanno finalità pratiche ben definite: infatti possono avere varie funzioni quali spiegare il funzionamento di un elettrodomestico, illustrare il funzionamento di un attrezzo, esplicitare una teoria scientifica o una procedura di laboratorio, oppure come nel mio caso analizzare l’inquinamento delle acque tramite definizioni, tabelle e classificazioni.

Se riflettiamo sulle rigide distinzioni che avevano caratterizzato anticamente il dibattito sulla traduzione – si pensi alla bellezza della traduzione, alla fedeltà (Salmon, 2003) – i progressi nel campo della traduttologia e i vari studi ad essa collegati hanno introdotto concetti più dinamici per definire e valutare una (buona) traduzione. Considerando la definizione contenuta nella nuova norma CEN o Comitato Europeo di Normazione (www.cen.eu/) 15038 (2006), tradurre significa “trasportare i contenutiti della lingua A nella lingua B”. Si tratta di una denominazione che racchiude in sé tutta la complessità del processo di traduzione e adattamento. In generale si può affermare che una traduzione dovrebbe avere il compito di fornire al lettore e al destinatario le stesse informazioni (grosso modo) dell’originale, “provocandone le stesse reazioni” ed evocando richiami analoghi a quelli del pubblico originario. Mentre nella traduzione letteraria lo stile, l’ordine, le rime e i vari elementi godono di grande importanza con l’obiettivo di “ottenere un’equivalenza stilistica, semantica, pragmatica” (Fernández e Arjonilla, 1998: 44) in un testo di tipo specialistico è essenziale trasmettere un messaggio rispetto alla forma in cui tale messaggio viene espresso; infatti, lo scopo principale della traduzione specialistica è pertanto la riproduzione del contenuto del testo della lingua di partenza nella lingua di arrivo (definita anche equivalenza pragmatica), avvicinando, qualora necessario, il destinatario al testo e non viceversa, come avviene nella traduzione letteraria (quindi nel nostro caso è importante che gli esperti del settore o gli studenti capiscano da un punto di vista pratico quali sono le tecniche per depurare e riciclare l’acqua inquinata).

Quindi, per semplificare, il traduttore di un romanzo non può semplificare il testo della traduzione per renderla più accessibile ai lettori né correggere eventuali scelte stilistiche magari non perfette, perché l’autore ha scelto deliberatamente di “sconvolgere” l’ordine linguistico. In tal senso, l’autorevolezza del mittente e la forma del messaggio prevalgono sul destinatario (ricevente) del messaggio. Il traduttore che invece si trova a tradurre un articolo scientifico ha il dovere di intervenire e delucidare il testo se non fosse chiaro o, peggio ancora, contenesse errori: in questo caso, il messaggio e il destinatario hanno un peso maggiore rispetto al mittente del messaggio, cioè l’autore.

Variazione e traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Quando mi chiedono che lingue ho studiato e quali traduco, rispondo, un po’ per convenzione e un po’ senza pensarci, francese e spagnolo. In verità, parlare di ‘spagnolo’ è una sorta di forzatura: se prendiamo in considerazione la vastità dei territori in cui si parla e la moltitudine di modalità che esistono, diventa riduttivo riunire tutti i parlanti ispanofoni sotto un’unica etichetta, ovvero quella di ‘spagnolo’.

Di recente mi è capitato di lavorare alla traduzione di un romanzo di uno scrittore argentino ed è stato inevitabile scontrarsi con l’affascinante realtà della variazione linguistica. Com’è noto nel campo della traduttologia, quando si incorre nella traduzione di un’opera letteraria è inevitabile non prendere in considerazione il testo in quanto prodotto di un autore e di un contesto, che diventano i perni essenziali su cui ruoterà l’intero lavoro di traduzione.

Nel mio caso, la scarsità di strumenti specifici di traduzione e l’alto livello di variazione, soprattutto lessicale, presente nel testo hanno fatto sì che la varietà argentina si presentasse in un primo momento come un ostacolo. Solo attraverso le risorse online, quali dizionari, blog e siti argentini, è stato possibile entrare a pieno nella traduzione e arrivare persino ad apprezzare la modalità argentina. Solo a quel punto, nel lessico e nella fraseologia, per non parlare dei fenomeni di variazione sintattica, come ad esempio il voseo o il leísmo, si scopre un’intera storia di interferenza e contatto tra culture che, ancora oggi rende la lingua viva e ‘inetichettabile’.

Solo una volta arrivati al termine del lungo percorso di traduzione, mi è stato possibile guardare il fenomeno di variazione da un’altra angolazione. In fondo, che cos’è la variazione se non un essere differenti? Cos’è la lingua se non un punto di unione tra culture ed esperienze? E così, la morfologia, la sintassi e il lessico diventano un mezzo per abbracciare la diversità e accoglierla poi in un nuovo fenomeno di variazione.

Traduzione medico-scientifica

 Categoria: Servizi di traduzione

La traduzione in campo medico e scientifico è la mia grande passione, professionale e non solo. È cominciata con l’interesse per le lingue, in particolare francese ed inglese, per poi diventare di grande utilità nell’affrontare gli studi in Biologia ed in Medicina. Il mondo della ricerca biomedica e della Medicina ha tempi strettissimi e le pubblicazioni, anche attraverso  le riviste online, si aggiornano di ora in ora. La lingua d’elezione in cui comunicano gli scienziati è l’inglese ed è necessario conoscerne le basi, quantomeno per tenersi aggiornati. La consultazione di testi medici e di pubblicazioni in lingua straniera talvolta è limitata dalla difficoltà di interpretazione poiché il linguaggio medico scientifico inglese o francese non è così semplice o immediato, una parola che in gergo colloquiale ha un significato, associato ad un termine clinico può averne un altro e non è semplice, spesso, trovare corrispondenze in italiano.

Una base scientifica forte, data da una laurea in materie medico-scientifiche, avvantaggia il traduttore in queste discipline perché sa affrontare (almeno è quello che ho notato con la mia esperienza) il discorso, entra nel testo con un approccio diverso. Chiaramente è necessaria anche una specializzazione in traduzione ed in traduzione medico-scientifica. Il motivo risiede nel fatto che non ci si improvvisa traduttori e, parlando del mio settore, traduttori biomedici, solo perché si esercita la professione di medico o di ricercatore. Questo è il motivo per cui esistono dei precisi percorsi formativi che è giusto intraprendere se, unita alle proprie conoscenze si ha una predisposizione ed una passione per la traduzione specialistica.

A questo proposito potrei segnalare alcuni percorsi come ad esempio dei Master o Corsi brevi in traduzione medica e scientifica. Lo IATI  ne organizza uno. Un altro corso interessante di Master lo propone l’Università di Pisa nell’ambito della traduzione all’interno del quale si può scegliere un curriculum specialistico. Un altro percorso formativo interessante è organizzato dall’Istituto Francese,  per quanto concerne la preparazione nella lingua francese a livello C, con una particolare attenzione all’ambito scientifico per un percorso e all’ambito letterario per l’altro. L’elemento importante però è qualificarsi ed avere una buona predisposizione, cosa che, per occuparsi di ricerca e medicina, è imprescindibile come parlare bene una lingua straniera.

Traduzione e seminari statunitensi (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Un saggio di Jonas Zdanys, uno dei partecipanti al seminario di traduzione di Yale sostiene l’idea che la scrittura creativa non si possa insegnare e che dunque il talento creativo sia innato, opponendosi in tal modo all’opinione tradizionale secondo cui è possibile insegnare traduzione all’università. Per Zdanys la traduzione è un’attività soggettiva che egli include nell’ambito dell’interpretazione letteraria. Afferma che lo studio della letteratura può portare a una comprensione qualitativamente “più alta”. E qui di nuovo la necessità e l’importanza del sostrato culturale della cultura di partenza e di arrivo che di fatto però non determina l’univocità dell’opera di traduzione.

I seminaristi hanno dimostrato nel tempo che il linguaggio, invece di stabilire un insieme di regole che assoggettassero il testo ad un’interpretazione limitata e unica,  determinassero una “visione completa”, in cui le traduzioni reali tendessero ad aprire nuovi modi di vedere e sovvertissero modi di vedere preordinati. Nonostante l’addestramento e la formazione all’uso delle metodologie giuste, la ricerca ha dimostrato che, dando a due traduttori di un seminario lo stesso testo, si ottengono due traduzioni diverse. I risultati quindi sono testi sempre nuovi che sono dissimili dall’originale e da altre traduzioni.

Se il seminario di traduzione americano ha dimostrato qualcosa, è che il testo tradotto sembra avere una vita propria e non risponde all’insieme di regole utilizzate da chi lo interpreta ma a leggi che sono peculiari al metodo di traduzione utilizzato. Da questa concezione dinamica delle idee, anche il “significato” di un’opera d’arte non può mai essere fisso, perché varia al variare del linguaggio. La gamma di associazioni di parole all’interno di un’opera d’arte più antica varia con il reinserimento di quest’ultima in un’epoca o in una cultura diversa. Anche il linguaggio quindi sembra avere una vita propria, un potere di adattamento, cambiamento e sopravvivenza che va al di là delle teorie che tentano di spiegare e di coglierne la complessità.

In conclusione, la traduzione oggi attraversa un momento di grande sviluppo e di successo grazie all’aumentata necessità di comunicazione tra le varie culture.
La comunicazione interculturale è un’esigenza primaria del mondo contemporaneo e la traduzione costituisce lo strumento essenziale perché possa avvenire nelle mutate condizioni socio-culturali. Da ciò deriva lo stretto rapporto tra cultura e traduzione espressa dalle teorie traduttive contemporanee.

Traduzione e seminari statunitensi

 Categoria: Servizi di traduzione

Una teoria affidabile della traduzione può essere sviluppata solo se la mente del teorico è eclettica così come la pratica stessa della traduzione. Non si tratta puramente di un trasferimento linguistico; una buona conoscenza linguistica della lingua in oggetto non è sufficiente per garantire un trasferimento appropriato. Il vero traduttore deve conoscere la “cultura” alla quale appartiene l’opera da tradurre e deve avere altresì un’ottima conoscenza della cultura d’arrivo in modo da poter stabilire una corrispondenza più o meno soddisfacente.

Il mestiere del traduttore richiede poliedricità, versatilità e una certa dose di coraggio nel momento in cui è necessario operare delle scelte che determineranno di fatto la trasmissione dell’opera nella lingua di arrivo. Grande responsabilità dunque quella del mediatore culturale, ovvero di colui che fungerà da ponte tra due culture spesso lontane ed eterogenee. La mediazione è molto più di una traduzione: il mediatore, grazie al suo contributo, mette in relazione due culture, consentendone la reciproca comprensione. Il mediatore/traduttore dovrà dunque in un certo qual modo essere biculturale, cioè dovrà conoscere in modo approfondito ed esaustivo i due contesti culturali con i quali opererà, risolvendo le disparità linguistiche e culturali di entrambi i mondi.

Naturalmente, la percezione che la cultura d’arrivo avrà del testo tradotto dipenderà sostanzialmente dal modo in cui il mediatore linguistico interpreterà il testo di partenza e la responsabilità delle scelte compiute ricadrà inevitabilmente su di lui. Quella del traduttore o mediatore culturale è talvolta una vera e propria missione, con riferimento particolare all’ambito letterario. Limitando dunque l’approccio traduttivo ai testi letterari, possiamo affermare che in molti circoli americani la traduzione letteraria è ancora considerata un’attività di second’ordine, meccanica e non creativa, non degna di attenzione da parte della critica.

All’inizio degli anni sessanta, la traduzione era considerata un’attività marginale, priva di interesse e di spazio nell’ambito universitario. Non esistevano quindi centri per la traduzione né associazioni di traduttori letterari, tantomeno pubblicazioni dedicate principalmente alle traduzioni, ai traduttori e alle loro costanti problematiche.
Negli anni settanta, invece, la disciplina iniziò a svilupparsi e a diffondersi. Venne gradualmente sempre più accettata e, ben presto, corsi e seminari di traduzione furono offerti in molte università tra cui quelle di Yale, Princeton, della Columbia, dell’Iowa, del Texas, ecc. Alla fine degli anni settanta, questi sviluppi portarono alla costituzione dell’American Literary Translators Association (ALTA), l’organizzazione professionale dei traduttori letterari americani.

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L’apprendimento di una lingua (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Lo sviluppo personale degli alunni, in quanto allievi e fruitori di due lingue, deve essere riconosciuto e sostenuto da tutte le persone delle loro cerchia più ristretta, affinché sentano che la loro scelta è approvata. La scuola e gli insegnanti devono condurre gli alunni a parlare delle loro esperienze di apprendimento linguistico. Bisogna complimentarsi con gli alunni, in particolare con gli adolescenti, ed essi devono essere incoraggiati a spingersi più lontano prendendosi la responsabilità del loro apprendimento e vivendo nelle due lingue. Affinché siano meglio ispirati, devono essere a contatto con persone che diano l’esempio. I membri della loro famiglia, i loro amici e i membri della collettività possono sostenere l’apprendimento di una lingua e rendere giustizia partecipando a delle attività culturali e organizzando degli eventi all’interno della collettività.

Un’altra maniera di sostenere l’apprendimento di una seconda lingua straniera consiste nell’esporre gli alunni a delle altre lingue e incoraggiarli ad impararne una terza.
L’acquisizione di una nuova lingua e l’apertura a un’altra cultura diventano in questo modo più facili e interessanti. Il corridoio diventa multidimensionale e non ci sono più limiti all’immaginazione dell’altro. L’apprendimento delle lingue si inserisce così di più nell’identità degli allievi.

Attraverso l’apprendimento delle lingue, gli alunni imparano a comunicare in maniere differenti, a migliorare la loro capacità di padronanza delle lingue straniere e a esplorare delle visioni differenti del mondo in relazione alla loro. Per tutti noi, l’apprendimento delle lingue è un mezzo che ci permette di diventare cittadini del mondo che hanno una coscienza personale e che sono aperti alle altre. Per tutti noi è importante riflettere sull’importanza dell’apprendimento linguistico. Qual è il ruolo dell’apprendimento linguistico nella vostra vita e nella vita dei vostri figli, della vostra famiglia, dei vostri alunni?

Fonte: Articolo di Florence Girouard e Sandra Drzystek pubblicato nel maggio 2012 sul Volume 10.2 di Éducation Manitoba

L’apprendimento di una lingua

 Categoria: Le lingue

In una società sempre più multiculturale, le competenze linguistiche e le conoscenze interculturali sono degli elementi essenziali che ciascun cittadino del mondo deve possedere. L’apprendimento di un’altra lingua non solo rafforza il cervello permettendogli di lavorare più efficacemente, ma permette anche di acquisire una consapevolezza e una flessibilità mentale che consolidano le abilità intellettuali.  L’apprendimento di un’altra lingua è una risorsa che può giovare a tutti e che noi possiamo offrire ai nostri figli affinché imparino a vivere e a lavorare con successo in quanto accorti cittadini sul piano linguistico e culturale.

John Ralston Saul, che fa la promozione dell’apprendimento del francese da parte degli alunni del Canada, si serve dell’immagine di un corridoio per mostrare questo punto di vista. Afferma che per le persone monolingue, il corridoio offre delle porte su un solo lato, mentre per le persone che parlano due lingue, ci sono delle porte sui due lati del corridoio. Padroneggiando due lingue, si ha accesso a due modi di pensiero, a due maniere di percepire il mondo e a due maniere di esprimere delle idee. Gli alunni possono così vedere le cose in maniera diversa, gettare uno sguardo nuovo sulla vita. Possono immaginare facilmente che esistono altre lingue, che ci sono altre maniere di vedere il mondo e che ci sono altri modi di interagire con il mondo. Gli alunni possono prendere consapevolezza in questo modo della propria identità culturale e aprirsi ad altre lingue e ad altre culture.

L’identità e la considerazione personale degli alunni migliorano mano a mano che si trasformano in cittadini orgogliosi e impegnati. Questo valore aggiunto è complesso, ma gioca un ruolo determinante nella vita.
Tuttavia l’apprendimento di una lingua non avviene senza insidie; il procedimento è complesso, ma fruttuoso. Affinché i giovani abbiano a cuore l’apprendimento di una lingua, è importante che sentano una connessione personale con la lingua e che constatino che la lingua ha un legame attinente alla loro vita. A tale scopo, gli alunni devono prendere coscienza della loro scelta di parlare e vivere utilizzando due o più lingue. Questa esperienza di apprendimento linguistico deve essere confermata e incoraggiata dalla loro famiglia, dai loro compagni e dalla collettività.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo di Florence Girouard e Sandra Drzystek pubblicato nel maggio 2012 sul Volume 10.2 di Éducation Manitoba

Il difficile problema del tradurre

 Categoria: Tecniche di traduzione

Il lavoro del traduttore non è un’attività semplice. Come sostiene Eco “[…] ogni traduzione presenta margini di infedeltà rispetto ad un nucleo di presunta fedeltà, ma la decisione rispetto alla posizione del nucleo e l’ampiezza dei margini dipende dai fini che si pone il traduttore” (Eco, 2003: 15).
Non è semplice tradurre un testo senza che vi siano perdite o aggiunte inserite dall’autore del testo tradotto. Nel primo caso si tende ad omettere alcuni dettagli che per l’autore possono sembrare superflui; questo può provocare nel testo-meta la perdita di alcune informazioni presenti invece nel testo originale, producendo una traduzione che potrà divergere dall’originale.

Inoltre, per approfondire questo aspetto, si può affermare che questo processo può avvenire in un modo volontario (l’autore della traduzione fa delle specifiche scelte in maniera conscia), oppure può succedere che il traduttore compia questo tipo di azione in un modo totalmente involontario, non rendendosi conto però che il testo prodotto sarà differente rispetto a quello di partenza. Un altro caso che può produrre delle perdite nel testo-meta è la mancata conoscenza enciclopedica da parte dell’autore del testo tradotto o l’impossibilità di questi, di chiedere informazioni a colui che ha redatto l’opera originale (caso in cui si traduce per esempio un’ opera datata).

Nel secondo caso, analizzando il problema delle incorporazioni, si può a volte intravedere la volontà del traduttore di imporsi sulla figura dell’autore del testo stesso. Questa operazione può essere fatta in maniera volontaria oppure involontaria. Talvolta può capitare che il traduttore, inconsciamente, senta la necessità di sostituire la figura dell’autore dell’opera originale.

Questi aspetti ci portano a pensare che il traduttore possa essere visto come un Ponte, vale a dire come un mediatore tra diverse culture e lingue. Partendo da questa idea possiamo affermare che il traduttore  è, allo stesso tempo, sia un mediatore culturale che linguistico. In questa doppia veste questa figura professionale dovrà perciò poter contare sia su un’ ottima preparazione linguistica che su una vasta conoscenza culturale, in riferimento alle sue lingue di studio. Soffermandoci ancora sulla figura del traduttore come Ponte, possiamo sostenere che il compito di questa figura professionale è quello di confrontare due distinti codici o, per meglio dire, culture: emittente e ricevente.

A questo proposito Eco sostiene che “[...] una traduzione non riguarda solo il passaggio tra due lingue, ma tra due culture o enciclopedie. Un traduttore non deve solo tener conto di regole strettamente linguistiche, ma anche di elementi culturali, nel senso più alto del termine” (Eco, 2003: 162). In questa dicotomia si nota come, normalmente, nella cultura emittente il traduttore consta di una forte competenza passiva, vale a dire che ha appreso la  lingua, le strutture  e i suoi diversi registri e stili linguistici attraverso lo studio. Per quel che riguarda la cultura ricevente, possiamo dire che il traduttore conosce la lingua in quanto questa è la sua lingua nativa.

La traduzione giuridica e i dizionari (2)

 Categoria: Strumenti di traduzione

< Prima parte di questo articolo

La mancanza di equivalenza dei sistemi giuridici
Perché ciò accade soprattutto nel campo della traduzione giuridica?
Se è vero che ogni campo della conoscenza ha la sua complessità, è anche vero che molti campi tecnici hanno differenze terminologiche solo quando si passa da una lingua all’altra. Detto con un esempio: un ingranaggio è un ingranaggio, negli Stati Uniti, in Giappone o in Argentina. È necessario solo trovare il termine equivalente in ciascuna lingua.
Con la traduzione giuridica, tuttavia, succede qualcosa di diverso. Traduttori e giuristi affrontano una difficoltà aggiuntiva, ogni paese ha il proprio sistema di leggi che deriva, inoltre, dalla propria tradizione giuridica.

Ogni tradizione si è evoluta, normalmente, in modo diverso e ha dato origine a una serie di concetti e parole propri che, in molte occasioni, non esistono nemmeno in altre tradizioni al di fuori di essa.
Pertanto, i traduttori giuridici spesso pensano di star confondendo le pere con le mele. Il nostro lavoro non è per niente facile.
Quanto sopra non dovrebbe essere affatto inteso come una lamentela. Al contrario, la difficoltà rende tutto più stimolante e ci consente di indagare sul diritto comparato da un punto di vista linguistico e concettuale.

Il problema è che i dizionari non possono raccogliere in uno spazio limitato la spiegazione dettagliata che la maggior parte delle loro voci meriterebbero. Pertanto, si limitano a offrire 3 o 4 possibili opzioni senza fornire una spiegazione su come o quando utilizzarle. Prima capire, poi tradurre.
La traduzione di testi giuridici inglese-spagnolo è caratterizzata da un chiaro esempio di ciò che abbiamo appena commentato. I documenti giuridici scritti in inglese di solito appartengono al sistema giuridico chiamato Common Law, mentre quelli scritti in spagnolo corrispondono a una diverso sistema giuridico chiamato Civil Law o Roman-Germanic Law.

Quando proviamo a tradurre un documento dall’inglese allo spagnolo o viceversa, la direzione non ha importanza, spesso scopriamo che non è possibile trasferire un concetto da una lingua all’altra, perché semplicemente non esiste.
A queste conclusioni sono giunti alcuni traduttori, ma solo quando comprendono bene ciò che viene discusso nel documento. Dunque, quando ciò non avviene e si sceglie casualmente una delle 4 opzioni che ci offre il dizionario, abbiamo il 75% di possibilità di commettere errori e solo il 25% di scegliere quella giusta. E sappiamo già quanto piacciono a Murphy queste situazioni.

L’unico modo per “indovinare” la parola giusta, quindi, è seguire questi due passaggi:
- Primo: comprendere bene il concetto o i termini complessi che abbiamo di fronte. Per questo, i campi più importanti della cultura giuridica iniziale e della cultura giuridica target devono essere ben documentati e studiati.
- In secondo luogo, è necessario utilizzare alcune delle strategie di traduzione più comuni (il prestito, passare a una traduzione esplicativa o simili). A volte è possibile utilizzare una combinazione di più di esse.

Se sei un avvocato o un traduttore giuridico ti consigliamo di non improvvisare. Consulta diverse fonti, documentati bene, cerca di capire prima il concetto che hai di fronte e poi cerca la traduzione più appropriata. Ti anticipiamo che, molte volte, la perfezione è impossibile.

Fonte: Articolo pubblicato sul blog Traduccion Juridica

Traduzione a cura di:
M.Mirella Arianna
Giurista e traduttrice giuridica bilingue

La traduzione giuridica e i dizionari

 Categoria: Strumenti di traduzione

Hai mai considerato quanto sia difficile trovare gli equivalenti di alcuni concetti giuridici? Hai provato a cercare in un dizionario e la risposta è stata deludente? Non è niente di insolito. I dizionari non hanno tutte le risposte. In questo post spieghiamo il perché.
Alcuni mesi fa abbiamo partecipato a una conferenza di traduzione giuridica.
Uno degli articoli più interessanti è stato presentato dagli autori di due dizionari giuridici bilingue.
Il loro intervento è iniziato con una citazione illuminante e sorprendente,che potrebbe essere tradotto (liberamente) così:

La traduzione giuridica è un campo in cui i dizionari hanno un’utilità limitata. In effetti, a volte possono essere decisamente fuorvianti. Il motivo è che i dizionari cercano di offrire un equivalente diretto come traduzione e molto raramente, se lo fanno, forniscono una spiegazione della traduzione”. La citazione è di Walter Cairns e Robert McKeon, e appare nel loro libro “Introduzione alla legge francese”. Non abbiamo ancora potuto leggere quel libro, ma, a giudicare dalla perspicacia dei suoi autori, dev’essere un gran libro. Potrebbe essere possibile dirlo più forte, ma non è possibile dirlo più chiaro. Questo è un problema che tutti i traduttori giuridici devono affrontare prima o poi.

Cosa succede con i dizionari?
Noi pensiamo che i dizionari non hanno tutte le risposte, anche se ci piace credere il contrario. Spesso traduttori e giuristi si rivolgono a loro alla disperata ricerca dell’equivalente preciso di un termine che hanno appena scoperto. E, naturalmente, non riescono a trovarlo.
Che si tratti di dizionari cartacei o online, la maggior parte di essi offre pochissimo contesto e pochissime opzioni per tradurre determinati termini, almeno i dizionari giuridici bilingui che conosciamo.

Queste risorse sono utili per comprendere il significato di parole semplici, univoche o molto consolidate. Ma di solito non sono utili in caso di termini polisemici che sono usati in modo diverso nei diversi campi del diritto (cosa, d’altro canto, abbastanza comune). Forse è per questo che l’uso dei dizionari tradizionali ha sempre meno senso.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato sul blog Traduccion Juridica

Traduzione a cura di:
M.Mirella Arianna
Giurista e traduttrice giuridica bilingue

La qualità in traduzione: come valutarla?

 Categoria: Tecniche di traduzione

La qualità di una traduzione è un concetto tanto fondamentale quanto difficile da definire.

Ciascuno dei partecipanti al processo traduttivo (l’emittente del testo di partenza, il traduttore, il committente e i destinatari) ha infatti un proprio particolare punto di vista sulla qualità traduttiva che può essere in contrasto con quello degli altri. Per esempio, mentre il committente può attribuire più importanza alla velocità con cui la traduzione viene consegnata, l’utente finale è solitamente più interessato alla funzionalità della stessa. È tuttavia possibile identificare alcuni criteri universali di qualità traduttiva su cui tende a convergere l’accordo di tutti: l’accuratezza, l’adeguatezza, la fruibilità e l’accettabilità.

Per ciò che concerne l’accuratezza, essa riguarda il rapporto tra testo di partenza e testo di arrivo relativamente al contenuto informativo, che deve essere trasmesso in maniera corretta e completa.
Per realizzare una traduzione accurata è quindi essenziale identificare il contenuto informativo del testo di partenza, distinguendo gli elementi fattuali o “primari”, che vanno tradotti fedelmente, dagli elementi accessori o “secondari”, che vanno invece omessi o riformulati. La distinzione tra contenuto fattuale e contenuto accessorio deve tenere conto di una serie di variabili, quali la rilevanza delle informazioni per i destinatari, l’intenzione comunicativa dell’emittente e le eventuali differenze tra le competenze culturali dei destinatari del testo di partenza e quelle dei destinatari del testo di arrivo.

Anche il criterio dell’adeguatezza concerne il rapporto tra testo originale e testo di arrivo e si misura in termini di idoneità della traduzione all’obiettivo concordato. Per il traduttore l’adeguatezza è legata all’efficienza con cui viene svolto il processo traduttivo (ed è dunque valutata sulla base del rapporto tra risorse impiegate e risultato ottenuto), per il destinatario una traduzione può definirsi adeguata se è efficace dal punto di vista comunicativo, mentre per il committente l’adeguatezza è legata alla correttezza linguistico-contenutistica della traduzione, oltre che alla sua presentazione grafica.

I parametri della fruibilità e dell’accettabilità pongono invece l’enfasi sull’aderenza della traduzione alle norme del contesto socio-culturale cui è destinata.
In particolare, con il criterio della fruibilità si fa riferimento alla comprensibilità, alla chiarezza e alla scorrevolezza del testo prodotto dal traduttore. Una traduzione fruibile deve pertanto avere un livello di leggibilità e naturalezza pari a quello del testo originale se non addirittura superiore, giacché il traduttore possiede auspicabilmente capacità di scrittura assai superiori a quelle dell’autore del testo di partenza.

Quanto al criterio dell’accettabilità, essa riguarda la conformità della traduzione alle aspettative dei destinatari in termini di regole linguistico-stilistiche. Una traduzione è quindi accettabile se rispetta una serie di convenzioni sintattiche, lessicali, ortografiche e di punteggiatura.
È chiaro dunque che, per quanto la qualità traduttiva sia un concetto essenzialmente soggettivo e variabile, i quattro criteri esaminati forniscono indubitabilmente un valido strumento nella valutazione di una traduzione.

I vantaggi del consultare il dizionario (2)

 Categoria: Strumenti di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Il procedimento descritto nell’articolo di ieri diventò più facile man mano che avanzavo nella lettura del romanzo poiché l’abitudine di consultare il dizionario divenne un automatismo. Ero capace di identificare parole ricorrenti dopo che erano apparse davanti ai miei occhi un paio di volte (fauve - “gatto grosso”, se pencher - “sporgersi”, se dresser – “stare diritto”, ecc.) e poi di riconoscerne  il significato immediatamente dalla volta successiva. In questo modo assorbivo e ricordavo circa il 50-60% del lessico in cui mi imbattevo; la crescente comprensione  del contenuto del  romanzo mi permetteva di apprezzare maggiormente la narrazione.

In effetti, forme diverse di apprendimento con il dizionario sono più efficaci per alcune persone rispetto ad altre e ammetto che per certi aspetti il metodo che ho usato per “Le Lion” era inadeguato. Alla fine, mi ricordavo molto meno lessico avendo  consultato spesso il dizionario che se avessi impiegato il tempo almeno ad annotare da una parte le parole e il loro significato.
Devo anche sottolineare che questo metodo di apprendimento con il dizionario richiede un testo appena sopra il proprio livello di conoscenza. In questo caso partivo già da una comprensione abbastanza solida della grammatica francese, coniugazione dei verbi e vocabolario. Se mentre leggevo il libro la mia conoscenza del francese fosse stata minore, avrei passato così tanto tempo a consultare il dizionario che avrei perso il senso del testo.

Inoltre, “Le Lion” è un romanzo relativamente moderno degli anni 50 e praticamente non contiene gergo, proverbi o espressioni colloquiali in francese. Può essere difficile o impossibile trovare queste tre cose in un normale dizionario. Cercare su un forum online o chiedere ad una persona madrelingua sono metodi sicuramente più proficui ma che richiedono tempo.
Ma per questo libro in particolare, e per i miei scopi specifici, leggere per capire il significato profondo dei temi del romanzo, è un metodo che ha funzionato abbastanza bene. Naturalmente l’acquisizione di nuovo lessico è cruciale nell’ apprendimento di una lingua, ed è un processo a cui ci sottoponiamo continuamente perfino nella nostra madrelingua! Ma quale metodo usare per imparare dipende dal nostro fine e dal grado di conoscenza della lingua che già possediamo. C’è il momento per esercitarsi, il momento per leggere a sommi capi e il momento per ricercare ogni parola o quasi nel dizionario.

Fonte: Articolo di Hannah Varadi pubblicato il 16 luglio 2014 su The Language Blog

I vantaggi del consultare il dizionario

 Categoria: Strumenti di traduzione

In un post precedente sul nostro blog sono stati discussi i potenziali aspetti negativi dell’apprendimento “naturale” di una lingua, cioè senza studiare la grammatica.
E per quanto riguarda la memorizzazione del lessico?
Così come la grammatica, anche la memorizzazione dei vocaboli è una delle cose più noiose nell’ apprendimento della lingua. È l’opposto del vivere la lingua, dove si assorbe il lessico attraverso l’ascolto e la lettura delle parole e si deduce il loro significato dal contesto. Ma sebbene far sì che le parole si imprimano nella mente possa essere difficoltoso all’inizio, è essenziale che ciò avvenga e ci sono modi per rendere questo processo più divertente. Un metodo per farlo è attraverso un’assimilazione “nuda e cruda” del vocabolario: una strategia che io definisco “scorrere il dizionario

In questo caso userò la parola “dizionario” per includere sia i dizionari cartacei che quelli online così come i forum sul web: cioè, risorse che danno un’idea di base di una definizione in lingua straniera, ma non nella maniera approfondita con cui una persona madrelingua conosce il significato di una parola. Mi sto riferendo solo alla lingua scritta e non a quella parlata, argomento di cui parlerò un altro giorno.
È stato la scorsa primavera, mentre leggevo il romanzo “Le Lion” dello scrittore francese Joseph Kessel per un compito universitario, che ho finalmente adottato questo metodo seriamente. Il romanzo era una spanna sopra al livello con cui leggo senza difficoltà in francese, in particolare perché si ambienta in una riserva in Kenya e racchiude descrizioni di scenari pittoreschi e animali allo stato brado.

In media ogni pagina conteneva da due a cinque parole circa in cui non mi ero mai imbattuta – la maggior parte delle quali erano cruciali per capire il senso delle frasi in cui erano collocate.
Per gestire questo aspetto, leggevo un paragrafo o una pagina descrittiva, capivo il concetto approssimativo, annotavo tutte le parole non conosciute, scorrevo il dizionario per trovare soltanto le parole sconosciute che sembravano importanti per il contesto, poi rileggevo il passaggio. Anche nei casi dove alla prima lettura approfondita indovinavo il significato di una parola basandomi sul contesto, cercare le parole nuove e poi leggere di nuovo il passaggio mi permetteva di vedere moto più chiaramente l’immagine che l’autore intendeva trasmettere.
Per esempio avevo un’immagine più concreta del sole che sorgeva sul Kilimangiaro mentre una mandria di elefanti sguazzava in uno stagno. Era anche più facile cogliere le sfumature delle interazioni fra i personaggi e il dialogo, quando capivo i singoli aggettivi.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo di Hannah Varadi pubblicato il 16 luglio 2014 su The Language Blog

La PEMT: Post Editing Machine Translation (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Questo esempio di PEMT presuppone che si tratti di una revisione completa, cioè che i revisori debbano eliminare tutti gli errori e produrre un testo che suoni come tradotto da un umano piuttosto che da una macchina. In altre parole, è come se cercassero di estrarre oro da una miniera di carbone.

Esiste anche un servizio di PEMT chiamata revisione leggera, cioè quando i revisori si limitano a eliminare gli errori che distorcono il significato, mantenendone però molti altri perché sono pagati troppo poco per fare questa operazione. Sì, avete letto bene. Non si correggono tutti gli errori del testo tradotto dalla macchina perché il cliente preferisce accontentarsi di un lavoro approssimativo per risparmiare pochi centesimi, anche se è chiaro che un testo poco curato produce nel pubblico un’impressione negativa dei suoi prodotti e dei suoi servizi. Spero vivamente che non siate quel tipo di cliente. Spero che non autorizziate la carneficina della nostra lingua permettendo ai prodotti di queste orribili macchine di popolare i nostri testi.

Dovrei menzionare anche la pre-revisione. È un passaggio che può avvenire prima della MT. Consiste nel ripulire il testo, rimuovendone la terminologia specifica, gli errori grammaticali e di battitura e le frasi sbagliate, in modo che per la macchina sia più facile riconoscere cosa c’è scritto e possa quindi produrre un testo di arrivo più comprensibile. È chiaro che un traduttore umano capirebbe subito il messaggio e correggerebbe comunque gli errori nel corso del lavoro. E se per qualche ragione avesse dei dubbi, vi contatterebbe per chiedere chiarimenti. Il dialogo è spesso una fase importante del processo e può andare a vantaggio sia del traduttore che del cliente, contribuendo a instaurare rapporti duraturi e proficui.

I traduttori si accorgono se i clienti hanno usato la MT.

Sicuramente ormai avrete capito che la PEMT è un processo estremamente faticoso, logorante e molto lungo. Poiché mi è capitato fin troppe volte di essere stata incastrata da clienti che speravano di diminuire i costi dandomi da rivedere testi tradotti da macchine, adesso metto subito le cose bene in chiaro. Se scopro che un cliente ha utilizzato la MT, e me ne accorgo sempre, interrompo la correzione e la riprendo soltanto se ci si accorda a trattare e pagare il lavoro come se fosse una traduzione vera e propria. Chiaramente, mi faccio pagare anche per tutto il tempo che ho impiegato a rivedere il testo fin lì. Usate Google Translate e simili a vostro rischio e pericolo. Vi ho avvertiti.

Fonte:  Articolo scritto da Nikki Graham e pubblicato il 30 maggio 2015 sul proprio blog My Words for a Change

Traduzione a cura di:
Gaia Giaccone
Traduttrice freelance
Roma

La PEMT: Post Editing Machine Translation

 Categoria: Tecniche di traduzione

Sapete l’ultima dell’industria della traduzione? Si chiama PEMT, che sta per l’inglese “Post-Editing Machine Translation”, ed è quando un cliente fa tradurre un testo a un programma per poi mandarlo a un traduttore per la revisione finale. Alcuni clienti utilizzano MT (Machine Translation) più sofisticate di quelle on line, ma nella mia esperienza Google Translate è lo strumento di traduzione più conosciuto e perciò quello che i clienti usano di più quando vogliono una traduzione al prezzo di una revisione (cioè circa la metà).

Sembra bello, vero? A chi non piace risparmiare qualche centesimo quando compra qualcosa? Ma il primo errore sta proprio qui. La traduzione non è una merce, ma un servizio. Non si paga soltanto il prodotto finito. Si paga la competenza che sta dietro ai passaggi necessari ad arrivare a quel prodotto finito: una traduzione che funziona, senza errori, che non suona letterale e macchinosa, adeguata al contesto o, come dice qualcuno, che canta.

Ma vediamo innanzitutto le fasi del processo traduttivo, perché i non traduttori spesso non hanno idea di quanto possa essere complesso.

TRADUZIONE UMANA
1. L’agenzia o il cliente mandano il testo originale al traduttore.
2. Il traduttore lo legge nella lingua originale.
3. Riflette.
4. Digita la traduzione.
5. La rivede attentamente.
6. La rimanda all’agenzia o a un altro traduttore per un’ulteriore revisione.
7. Il testo viene rivisto.
8. Le criticità vengono discusse e corrette.
9. Il traduttore e/o il revisore confermano la versione definitiva.
10. La traduzione viene inviata al cliente.

PEMT
1. La macchina traduce il testo.
2. Il testo di arrivo che ne risulta viene mandato al traduttore per la revisione.
3. Il traduttore legge il testo originale.
4. Legge il testo di arrivo.
5. Si accorge che la traduzione è piena di errori.
6. Riflette, ma dover leggere costruzioni linguistiche sbagliate e vedere termini e periodi totalmente inadeguati in quel contesto infiacchisce i suoi processi cerebrali.
7. Legge e rilegge il testo d’origine e quello di arrivo per assicurarsi che le sue correzioni rispettino il testo originale. Questo processo può richiedere parecchio tempo.
8. Deve usare il mouse per selezionare parole e frasi da eliminare o tagliare e incollare altrove. Anche questo fa perdere molto tempo. Il traduttore potrebbe addirittura decidere che sia più veloce cancellare intere frasi e rifarle daccapo.
9. Il traduttore rilegge la traduzione daccapo, perché ha fatto talmente tante correzioni che deve assicurarsi che abbia senso e sia scorrevole.
10. Rimanda il testo di arrivo all’agenzia o al cliente. Poiché si è trattato di una revisione, non verranno fatti ulteriori controlli, a meno che il cliente non lo richieda esplicitamente e paghi per il servizio.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte:  Articolo scritto da Nikki Graham e pubblicato il 30 maggio 2015 sul proprio blog My Words for a Change

Traduzione a cura di:
Gaia Giaccone
Traduttrice freelance
Roma

Il doppiaggio: tra finzione e realtà (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

La teoria funzionalista in traduttologia postula che il principio dominante di qualunque traduzione è il suo stesso fine. Nel caso di un testo audiovisivo, il fine ultimo è quello di intrattenere il suo pubblico; per fare ciò, sia l’autore del testo di partenza, sia il traduttore, devono lasciarsi guidare dal criterio della verosimilitudine:
il testo deve sembrare reale, deve rappresentare le situazioni di vita che viviamo quotidianamente o comunque vicine alla realtà. Lo skopos del testo audiovisivo si può riassumere dunque nel dover intrattenere il suo pubblico con la rappresentazione di situazioni credibili, verosimili e reali.

L’esperienza professionale accumulata durante gli anni mi ha permesso di sviluppare automatismi in quest’ambito utili per il compimento dello skopos ultimo del mio lavoro. In generale, per creare situazioni credibili, verosimili e reali ho cercato sempre di stabilire delle relazioni dirette tra il mondo della realtà e quello della finzione; in altre parole, la mia “regola d’oro” è stata quella di mescolare tutti gli elementi che costituiscono questi due mondi “paralleli”, facendo sempre molta attenzione a non far prevalere la realtà sulla finzione e viceversa. Grazie a questa regola, sono riuscito a creare dialoghi in lingua di arrivo in grado di mantenere (per quanto possibile) tutti gli elementi culturali presenti nei dialoghi in lingua di partenza. Il risultato finale è stato una traduzione funzionale e credibile e, di conseguenza, costantemente diretta alla cultura meta.

Concludendo, credo che l’aspetto più affascinante di chi si occupa di traduzione per il doppiaggio sia proprio quello di poter giocare con lo strumento più potente di una comunità: la lingua. Se la cultura costituisce l’unità di traduzione principale, allo stesso modo, la lingua costituisce le “viscere” della cultura. La lingua è parte di una realtà che garantisce la ricchezza e la varietà delle culture umane. Ogni lingua, persino la più strana, è un esempio di meraviglia, un miracolo dell’evoluzione che ha prodotto un insieme unico di parole, suoni e architettura grammaticale. Un insieme che rappresenta una visione del mondo originale, uno specchio del pensiero che una determinata popolazione usa per interpretare il mondo: ogni lingua è un universo!

Il doppiaggio: tra finzione e realtà

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Oggi viviamo totalmente immersi in un tipo di società influenzata e dominata dai mezzi audiovisivi che, con il passare del tempo, sono diventati il principale veicolo di trasmissione delle informazioni, della cultura e delle ideologie. Infatti, è proprio grazie alle tecniche utilizzate da questi mezzi che oggi siamo riusciti a superare le barriere linguistiche, consolidando in questo modo i contatti fra le diverse culture che popolano il nostro pianeta, contribuendo pertanto allo sviluppo del fenomeno della globalizzazione.

In quest’ambito, la traduzione è l’unica possibilità di mediazione linguistica e culturale in grado di superare tali barriere, in quanto è diventata uno strumento indispensabile nel panorama informativo e culturale di tutti gli abitanti del nostro pianeta. Tuttavia, fra le molteplici modalità di traduzione audiovisiva, la soluzione più adottata e praticata in molti Paesi europei è il doppiaggio cinematografico.
Dal mio punto di vista, si tratta di una modalità di traduzione chiaramente orientata verso la cultura meta, in quanto il suo obiettivo principale è quello di “annullare” il testo in lingua di partenza, cercando in questo modo di avvicinarsi quanto più possibile al suo pubblico destinatario. Sotto questa nuova luce, la traduzione cinematografica non deve essere concepita solo come un mero processo, bensì come un prodotto culturale. Tutto ciò fa sì che il traduttore audiovisivo lavori sempre nella consapevolezza dell’importanza della funzione del testo tradotto nella cultura di arrivo.

A tal proposito, per portare a termine l’obiettivo principale di qualunque tipo di traduzione, il traduttore dovrebbe intervenire nel testo soprattutto sul piano linguistico, in quanto il linguaggio utilizzato dai mezzi audiovisivi costituisce le “viscere” della cultura (la cui funzione principale è quella di dotare di significato il mondo e renderlo comprensibile). Pertanto, nell’ambito della comunicazione interculturale, bisogna concepire la cultura come la principale unità di traduzione. Secondo quanto appena affermato, credo che il merito principale del doppiaggio sia concretamente quello di considerare la cultura nazionale di arrivo come l’oggetto principale del processo traduttivo. Quest’ultimo aspetto, sommato alle ragioni storiche, nazionaliste e protezioniste, ha contribuito a favorire principalmente il doppiaggio rispetto al sottotitolaggio (diretto invece alla cultura di partenza).

Seconda parte di questo articolo >

Tradurre la letteratura: qualche curiosità (4)

 Categoria: Traduzione letteraria

<Terza parte di questo articolo

Una professione rischiosa
Un appunto curioso per concludere; qualcosa su cui forse non ci siamo mai soffermati riguardo ai traduttori letterari . I servizi segreti britannici sono resi a vita la vita di Salman Rushdie quando I versi satanici (1988) hanno offeso il mondo arabo. Eppure molti dei suoi traduttori non beneficiano di questa protezione ed ebbero meno fortuna. Il suo traduttore giapponese Hitoshi Igarashi fu assassinato, il traduttore italiano Ettore Capriolo fu picchiato e pugnalato a Milano e fui un attentato alla vita norvegese, William Nygaard, al quale spararono davanti alla sua casa di Oslo e fu ferito gravemente.

Rushdie, venendo a conoscenza della morte del traduttore giapponese scrisse: “la traduzione è una sorta di intimità, una sorta di amicizia, e per questo piango per la sua morte come piangerei per quella di un amico”.
Il ruolo dei traduttori nel mondo della letteratura (e in generale, evidentemente) dovrebbe essere molto più valorizzato. Sono coloro che ci permettono di intravedere le vite delle persone la cui esperienza culturale è molto distante dalla nostra. Per mezzo dei traduttori letterari viviamo altre vite. O, con le parole del traduttore di Stieg Larsson, Reg Keeland: “Let’s face it, reading good fiction from other countries is a fantastic way to learn about other cultures without leaving your armchair”.

Fonte: Articolo pubblicato il 10 ottobre 2012 sul blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Rocco Marco Misino
Traduttore ES-EN> IT
Foggia

Tradurre la letteratura: qualche curiosità (3)

 Categoria: Traduzione letteraria

<Seconda parte di questo articolo

Spaghetti al dente
Al momento, un modo di riassunto, è una traduzione che non è mai stata tradotta in lingua d’arrivo, che rispecchiano lo stile e il carattere dello scrittore originale e, allo stesso tempo, adattare quegli elementi culturali che rendonobbero più difficile l’esperienza di lettura.
Tuttavia, in fin dei conti, vi è sempre un grado di soggettività. Alfred Birnbaum, professore inglese, ha tradotto le prime opere del giapponese Haruki Murakami. Il primo passo di L’uccello che girava le viti del mondo (1997) fu redatto così:

I’m in the kitchen cooking spaghetti when the woman calls. Another moment until the spaghetti is done; there I am, whistling the prelude to Rossini’s La Gazza Ladra along with the FM radio. Perfect spaghetti-cooking music. “I hear the telephone ring but tell myself, Ignore it. Let the spaghetti finish cooking. It’s almost done, and besides, Claudio Abbado and the London Symphony Orchestra are coming to a crescendo.

Quando la fama di Murakami accrebbe, Jay Rubin fu scelto come suo traduttore ufficiale. Lo stesso passo diventò così:

When the phone rang I was in the kitchen, boiling a potful of spaghetti and whistling along with an FM broadcast of the overture to Rossini’s The Thieving Magpie, which has to be the perfect music for cooking pasta. “I wanted to ignore the phone, not only because the spaghetti was nearly done, but because Claudio Abbado was bringing the London Symphony to its musical climax.

Lo stile di Rubin è più elegante e di facile lettura. Tuttavia, molti dei primi adepti di Murakami in lingua inglese si erano ormai abituati allo stile più brusco e diretto di Birnbaum e lo consideravano l’autentica voce dello scrittore giapponese. E la “controversia” è tutt’oggi accesa. Sembra che, come in tanti altri aspetti della vita, non si possa accontentare tutti.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato il 10 ottobre 2012 sul blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Rocco Marco Misino
Traduttore ES-EN> IT
Foggia

Tradurre la letteratura: qualche curiosità (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

<Prima parte di questo articolo

Sensibilità culturali
Tradurre letteratura non è diventata specializzata relazioni aziendali. Non è un buon modo per dire, ma per ogni testo e ogni traduzione sono differenti. Parlo del fatto che non si tratta di una questione di esattezza. I traduttori letterari devono tener presente la musicalità e il ritmo che viene scritto nella lingua d’arrivo. Devono anche scegliere il trasferimento culturale da una mentalità all’altra.
In ogni caso, ci si potrebbe dilungare troppo a proposito, vieni nel caso della traduzione inglese dei grandi nomi della letteratura russa.

Constance Garnett ha tradotto 70 grandi opere russe di spessore considerevole. Per realizzare tale compito, Garnett traduceva molto frettolosamente, saltava i passaggi più difficili e commetteva molti errori. Ma la cosa peggiore fu che introdusse una sensibilità vittoriana nelle opere di Tolstoy, Gogol e Dostoyevsky. Dovette trascorrere un secolo prima che Richard Pevear e Larissa Volokhonsky elaborassero delle versioni più autorevoli delle opere russe, già negli anni novanta.
Nell’ottobre del 2007, l’edizione di Guerra e pace del traduttore britannico Andrew Bloomfield riaprì il vaso di Pandora riavviando il dibattito. Egli ridusse il romanzo da 1267 a 886 pagine e gli diede un lieto fine. Il suo editore, Ecco, fu rapito dalla versione di Bloomfield e la difese affermando che fosse “la metà più corta e quattro volte più interessante… Più pace e meno guerra”.

Traduzioni da Nobel
“Incoraggio i traduttori dei miei libri a prendere tutte le licenze che ritengano necessarie. Questo non è il gesto eroico che potrebbe sembrare, perché ho imparato, lavorando da anni con i traduttori, che il romanzo originale è, in qualche modo, esso stesso una traduzione. Non è, certamente, tradotto in un’altra lingua ma è una traduzione delle immagini nella mente dell’autore in altre immagini che si possano riportare sulla carta.”
Come dice Michael Cunningham, autore di Le ore, in questa dichiarazione estratta da un’intervista del New York Times (2 ottobre 2010), gli scrittori traducono le loro immagini mentali in parole ei traduttori le traducono a loro volta e ottengono le loro proprie immagini. Ma il traduttore in questo processo non è un elemento aggiuntivo; è essenziale.
In realtà, Gregory Rabassa delle opere di Gabriel García Marquez è uno straordinario romanzo di essere preselezionato per il premio Nobel, che alla fine vinse.

Terza parte di questo articolo>

Fonte: Articolo pubblicato il 10 ottobre 2012 sul blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Rocco Marco Misino
Traduttore ES-EN> IT
Foggia

Tradurre la letteratura: qualche curiosità

 Categoria: Traduzione letteraria

Oggi parliamo di qualche curiosità sulla traduzione letteraria . Non voglio essere pesante né importunare troppo con argomenti storici ma credo ci sono molti aspetti che non si conoscono e che valgano la pena di essere rispolverati di tanto in tanto. Per esempio, sapevate che un traduttore ha ha e ridotto Guerra e pace ? E i lettori inglesi di Murakami in discussione le traduzioni di questo scrittore giapponese? E sapevate che fare il traduttore può essere una professione rischiosa? No? Allora continua a leggere.

La traduzione come letteratura
Una delle parti migliori di I racconti di Canterbury di Chaucer è “Il racconto del cavaliere”, considerato l’apice della letteratura medievale inglese. Tuttavia, questo è un resoconto della Teseida di Boccaccio. Questo non vuol dire che il poeta inglese ha tradotto il poema italiano verso per verso. Infatti, solo un centinaio di versi del poema di Chaucer sono traduzioni approssimate di quello di Boccaccio, che conta attorno ai 10.000 versi. Ci sono altri 400 versi de “Il racconto del cavaliere” che conservano una certa similitudine verbale. La maggior parte del poema di Chaucer, di 2 250 versi, è originale. Ma non è finita qui. A sua volta, la Teseida di Boccaccio si basa, in modo similare, sulla Tabaida di Stazio.

Ci fu un’epoca in cui l’originalità in letteratura non era del tutto ben vista e gli scrittori basavano le loro storie su quelle già scritte in precedenza. Tutto cio per arrivare a dire Che l’ Abisso Che vediamo Tra scrittura e traduzione (CHE MOLTI considerano Come un Processo Più meccanico Che creativo) E Qualcosa di molto Più immaginario Che reale.
Ana Rosa Quintana quando si rilassa lo scandalo del “suo” romanzo Sabor a hiel , che contiene le opere di autrici conosciute dal grande pubblico come la nordamericana Danielle Steel e la messicana Angeles Mastretta. “Prima informata” e dopo un errore che ha fatto commettere l’errore.

Seconda parte di questo articolo>

Fonte: Articolo pubblicato il 10 ottobre 2012 sul blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Rocco Marco Misino
Traduttore ES-EN> IT
Foggia

I traduttori militari (2)

 Categoria: Operatori nel settore traduzioni

< Prima parte di questo articolo

I traduttori militari oggi
La Rivoluzione e la guerra civile interruppero brevemente la tradizione di preparare traduttori militari qualificati.  Tuttavia, il comando dell’Armata Rossa era conscio dell’enorme valore di questo tipo di quadri e, già a partire dal 1929, vennero adottate misure mirate a ripristinare la figura del traduttore militare.
Nel 1940, presso il Secondo Istituto Statale di Pedagogia delle Lingue Straniere di Mosca (in russo 2-oj MGPIIJA), venne istituita una facoltà militare speciale, che aveva lo status di ente militare di istruzione superiore. Il suo primo direttore era il generale di divisione Nikolaj Nikolaevič Bijazi, discendente di immigrati italiani. Fu un uomo dal destino incredibile, che attraversò due guerre mondiali. La sua biografia richiederebbe un lavoro dedicato, ma nell’ambito di quest’articolo, possiamo dire che fu proprio lui a posare la prima pietra di un complesso ed efficiente sistema finalizzato alla preparazione dei traduttori militari.

Nella guerra civile spagnola, nella battaglia di Khalkhin Gol, nella battaglia del lago di Chasan. nella guerra di Finlandia, ovunque, i laureati delle facoltà di lingue orientali e di lingue occidentali del nuovo istituto si rivelarono molto utili.Tuttavia, la prova del fuoco per i traduttori militari, nonché per l’intero paese, fu la Grande Guerra Patriottica.
Durante il conflitto, i traduttori assolsero a molti compiti importanti e di grande responsabilità: interrogavano i prigionieri, cercavano le spie attraverso le linee del fronte, traducevano i documenti e la corrispondenza sequestrati al nemico, facevano propaganda attraverso gli altoparlanti. Durante le battute finali della guerra, il loro lavoro diede un grosso contributo nel costringere alla resa le guarnigioni tedesche che si trovavano nelle città europee liberate dall’Armata Rossa. In tempo di guerra, fra i laureati della facoltà di traduzione c’erano anche l’attore Vladimir Etuš e lo scrittore Arkadij Strugackij.

Nel dopoguerra, i traduttori militari sovietici lavoravano in tutto il mondo: Cuba, Angola, Mozambico, Egitto, Yemen, Algeria, Libia, Vietnam, Corea e Laos.
Una grande prova fu la guerra in Afghanistan, dove i traduttori che facevano parte del contingente sovietico, sovente, si distinsero in missioni di combattimento portate a termine, spesso e volentieri, a rischio della vita.
Oggi, l’Università Militare del distretto di Mosca, erede delle gloriose tradizioni della Facoltà Militare, prepara traduttori specializzati in tutte le lingue del mondo. La rinascente potenza militare della Russia e i suoi interessi nei diversi paesi del mondo richiedono, fra le altre cose, anche i loro servigi. Il Vicino e il Medio Oriente, l’Asia meridionale e sud-orientale, il Lontano Oriente e il continente africano sono le direzioni prioritarie per la Russia e per i suoi traduttori militari.

Fonte: Articolo pubblicato sul sito histrf.ru

Traduzione a cura di:
Daniele Franzoni
PhD
Genova

I traduttori militari

 Categoria: Operatori nel settore traduzioni

Dai dragomanni ai maestri dell’interrogatorio
Il 21 maggio 1929 il vice direttore del Commissariato per gli Affari Militari e Marittimi, Iosif Unšlicht, firmò la direttiva Sull’istituzione della carica di “traduttore militare” per gli ufficiali dell’Armata Rossa. Di fatto, si trattava dell’istituzionalizzazione, nell’ambito delle forze armate sovietiche, di una carica che esisteva sin dai tempi delle corti della Rus’.

Gli antichi dragomanni
Con l’inizio dei conflitti, i condottieri e gli eserciti del mondo antico si erano trovati di fronte alla necessità di avere uomini che conoscevano la lingua del nemico. Infatti, la maggior parte delle guerre si combatteva sempre fra popoli che parlano lingue diverse. Tuttavia, alle volte, capitava che un esercito (come la Grande Armata napoleonica) fosse costituito da talmente tante nazionalità provenienti da tutta Europa, che i traduttori erano necessari anche al suo interno. Non a caso, i soldati russi ribattezzarono l’esercito di Napoleone “l’armata delle venti lingue”.
La Rus’ e la Russia erano Stati il cui territorio si estendeva fra Europa e Asia. Essendo da sempre un crocevia, da sempre avevano combattuto guerre con molti nemici, che parlavano decine di lingue differenti. Fin da tempi antichissimi, presso le corti della Rus’, si trovavano traduttori che conoscevano lo svedese, il tedesco, il polacco e i numerosi dialetti delle popolazioni della steppa che attaccavano da sud. Questi uomini venivano chiamati dragomanni e venivano tenuti in gran conto dai principi.
Più tardi, con la centralizzazione della Rus’ e l’affermazione di Mosca come forza trainante, venne fondato un dipartimento speciale, il Posol’skijprikaz (1549), costituito da 39 dragomanni che parlavano l’inglese, l’armeno, il greco, l’olandese, l’italiano, il latino, il mongolo, il persiano, il tartaro, lo svedese e altre lingue.
Le riforme di Pietro I e il processo accelerato di modernizzazione della Russia contribuirono a un’ancor maggiore penetrazione reciproca fra culture e, di conseguenza, fra lingue.Molti provvedimenti adottati dallo zar puntavano a insegnare le lingue straniere al maggior numero possibile di russi. D’altro canto, anche i molti stranieri giunti in Russia ne imparavano la lingua.Ciononostante, fino alla metà del XIX secolo la professione del traduttore non presentava specificità particolari, non aveva una “branca militare” specifica.

I traduttori dell’impero
L’ampliamento impetuoso dei confini dell’Impero Russo pose la necessità di un numero sempre maggiore di esperti di lingue straniere. L’espansione sul Baltico, sul Mar Nero, nel Caucaso, nell’Asia Centrale, in Polonia e nel Lontano Oriente richiedeva un ingente numero di traduttori, che non sempre erano dei civili. Infatti, in molte spedizioni rischiose c’era bisogno di personale militare che possedesse le conoscenze necessarie. Inizialmente si riusciva а sopperire a queste mancanze grazie alla buona istruzione degli ufficiali provenienti dai ranghi della nobiltà che, fin dall’infanzia, conoscevano due o tre lingue.
Tuttavia, la rapida crescita numerica dell’esercito aumentò la richiesta di ufficiali-traduttori presso i reggimenti е gli stati maggiori. Così, nel 1885, presso la sezione di lingue orientali del dipartimento per l’Asia del Ministero degli Esteri russo, vennero istituiti corsi di lingue straniere rivolti agli ufficiali. Si rivelarono molto popolari e ai concorsi, alle volte, arrivavano a presentarsi fino a dieci candidati per un solo posto. In tal senso, un’altra pietra miliare fu l’apertura, nel 1899, dell’Istituto Orientale di Vladivostok.  Gli ufficiali che vi si diplomavano non assolvevano solamente a funzioni militari, ma anche diplomatiche.  Inoltre, i traduttori venivano preparati anche ai corsi di lingue straniere che erano stati aperti presso i comandi dei distretti militari dell’esercito.
All’inizio della Prima Guerra Mondiale, il corpo ufficiale russo padroneggiava tutte le lingue che gli erano necessarie, mentre la maggior parte dei suoi componenti era in grado di condurre un primo interrogatorio dei prigionieri, capacità molto importante durante le operazioni.

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Fonte: Articolo pubblicato sul sito histrf.ru

Traduzione a cura di:
Daniele Franzoni
PhD
Genova

Il traduttore: tra alienazione e contatto

 Categoria: Traduttori freelance

Si è spesso parlato della solitudine dei traduttori, dell’isolamento di giornate trascorse davanti al PC a cercare di ri-dare un nome alle cose, di filtrarle dal contingente del paese di origine per osservarle nella loro essenzialità estatica e “senza patria”, per poi rivestirle di una nuova contingenza, quella di un altrove, di un “secondo dove”; il paese di destinazione appunto. Ancora più spesso si è sentito parlare nello specifico della solitudine dei rapporti lavorativi che il traduttore vive. Il traduttore fa sì parte di un tessuto sociale, ma sui generis, qui, infatti, gli attori non si danno il buongiorno, non si scambiano una stretta di mano e, in linea di massima, non conoscono nemmeno il volto che c’è dietro una mail, una chiamata, un PO o una fattura.

Oltre a ciò, temi logori e abusati sono di certo la precarietà di questo lavoro, la difficoltà di intrattenere collaborazioni costanti e proficue, la legislazione fantasma e il rischio di credersi afoni quando non è la voce di un altro a chiederci aiuto per liberarsi e raggiungere altri paesi.
Ma nondimeno, quello del traduttore resta un lavoro molto ambito.

Il come e il dove del tessuto sociale di cui il traduttore è parte comportano intrinsecamente l’isolamento; per questo i volti di colleghi, clienti, vendor manager, ecc. si negano nella quotidianità, ma tra i tanti volti negati, ne vediamo uno. È il volto più ricercato, ed è esattamente quello di cui noi traduttori siamo chiamati a consegnare il ritratto. È la musica di un libro, il volto di un film, la voce di un’intervista. È l’opera.
Ed ecco la nostra sfida: offrire un ritratto autentico, pur refrattario alla fedeltà assoluta. È la sfida di regalare un volto che sia proprio quel volto lì, ma che diventi pure qualcos’altro. Esattamente in questo passaggio il contatto vince l’alienazione, l’incontro autore-traduttore disperde le distanze virtuali. La mera traduzione diventa a sua volta creazione sui generis.

Da qui l’incanto di un lavoro che da una parte ci aliena (niente ufficio, nessun collega gomito a gomito, solo pause silenziose per noi!), ma dall’altra ci dà la possibilità di un contatto totale. “Totale” perché il contatto qui non è semplicemente auspicabile, ma è condizione stessa di esistenza della traduzione e del traduttore. Noi siamo a contatto con un’opera, la spogliamo fino a incontrarne l’essenza, preserviamo quest’essenza pur rivestendola di quello che siamo e che serve per donarla agli altri e in questo esistiamo sia con e per noi sia con e per gli altri.

Autrice dell’articolo:
Jessica Fanelli
Dott.ssa in Filosofia Estetica
Traduttrice Audiovisiva EN>IT
Italia

Chi sono i traduttori

 Categoria: Traduttori freelance

Storia della traduzione
L’atto di interpretare e tradurre è antico tanto quanto la lingua. Col passare del tempo ciascuna lingua si è evoluta in modo differente e gli uomini hanno iniziato a sentire il bisogno di potersi affidare a persone che fossero in grado di comunicare in lingue diverse dalla propria, facendo da intermediari. Comprendere le lingue di altre comunità rendeva infatti possibile commerciare, ampliare le proprie conoscenze e, in alcuni casi, semplicemente sventare una guerra. Con l’evoluzione della razza il bisogno di poter comprendersi l’un l’altro si è fatto sempre più forte, poiché ciò significava poter condividere saperi e conoscenze e potersi aprire ad un commercio in continua crescita. Così è ancora oggi: un paese difficilmente sopravvivrebbe senza aver contatti con i paesi confinanti, e questi contatti richiedono obbligatoriamente l’uso di traduzioni.

Tipi di traduzione
Esistono diversi tipi di traduzione, a seconda del tipo di documento che deve essere tradotto. I testi possono essere di natura scientifica, tecnica, commerciale, letteraria, legale o educativa, o possono anche non appartenere ad una sola categoria. Per questo motivo, di norma un traduttore opera nei settori nei quali ha avuto modo di specializzarsi: ovviamente un traduttore letterario si sentirà più sicuro nel tradurre un romanzo piuttosto che un testo tecnico riguardante la scatola del cambio di una 4×4. Si tratta insomma di una professione che necessita di tipologie diverse di traduttore, ciascuna delle quali si occupa di un determinato settore. Generalmente le traduzioni vengono suddivise in due macrocategorie: letterarie e tecniche.

La carriera del traduttore
La decisione di un traduttore di specializzarsi in un determinato settore non è sempre preterintenzionale. A volte è semplice conseguenza dell’aver accettato, agli inizi della propria carriera, un tipo di incarico che si è poi tramutato in un rapporto lavorativo duraturo con una compagnia/gruppo di compagnie. Va detto anche che, parallelamente al fenomeno della globalizzazione, la traduzione si è sempre più professionalizzata e ovunque hanno iniziato a proliferare corsi specifici presso scuole e università.
La maggior parte di questi corsi si focalizza su un particolare aspetto della traduzione, tant’è che vi sono corsi di traduzione che si occupano di un’ampia gamma di argomenti: letteratura, doppiaggio, sottotitolaggio, business, o tematiche di natura commerciale, legale, scientifica, medica o tecnica. Solitamente questi corsi accettano le candidature di studenti che già possiedono una buona padronanza della lingua di partenza, poiché il fine non è insegnare le lingue, bensì aiutare gli studenti a servirsi di esse nel campo della traduzione. Durante questi corsi i futuri traduttori apprendono i fondamenti del mestiere: dalla stipulazione di un contratto fino ad arrivare alla consegna del prodotto finito. Impareranno inoltre ad utilizzare i diversi strumenti di cui dispone un traduttore: libri, dizionari e l’ormai “onnipotente” Internet.

Il futuro dei traduttori
Un traduttore si sentirà spesso domandare quale sia la sua utilità all’interno di una società che può contare su traduttori online. La risposta è abbastanza semplice: fintanto che il materiale verrà redatto da esseri umani, saranno i soli esseri umani a poterlo tradurre correttamente. Il computer è infatti una macchina programmata per rispondere a degli ordini caricati nella sua memoria e, di conseguenza, non è in grado di mettere in discussione i propri risultati né può capire quando una certa frase sia da intendere in senso letterale o ironico. Un computer può ottenere dei risultati pressoché decenti se utilizzato per tradurre un testo semplice, non letterario e non eccessivamente tecnico, e solo nel caso in cui la traduzione offerta dalla macchina venga utilizzata come semplice bozza per quella che diventerà poi la traduzione finale.

Le condizioni lavorative del traduttore
I traduttori possono essere suddivisi in due categorie:

  • traduttori in-house, che vengono assunti come dipendenti per una compagnia che vi si affida per le proprie esigenze aziendali.
  • traduttori freelance, la stragrande maggioranza, che lavorano a contratto direttamente da casa e non hanno un datore di lavoro specifico. I traduttori letterari lavorano con editori e case editrici, mentre i traduttori tecnici vengono assunti da agenzie di traduzione e collaborano con una rete di aziende.

Fonte: Articolo pubblicato su International Translators

Traduzione a cura di:
Urtone Laura
Laurea in Scienze Linguistiche, Letterarie e della Traduzione
Traduttrice freelance
Roma

Perché gli italiani non parlano inglese? (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

(3) Fare errori viene ridicolizzato – Gli italiani fanno questo quando ridono e scherniscono le persone che non sanno parlare l’inglese “abbastanza bene”. Se sei un “Personaggio Pubblico” italiano, preparati ad essere valutato  dall’intera nazione per le tue abilità linguistiche in inglese e, poi, a farti ridere in faccia appena sbagli.

Certamente, Matteo Renzi non vincerà, a breve, concorsi linguistici per le sue competenze in inglese ma al contempo spererei che l’Italia gli riconoscesse che almeno ha cercato di parlare in inglese!

Le stesse convinzioni che si vedono dietro le aspre critiche fatte a Matteo Renzi, ovvero che gli errori sono inaccettabili e devono essere evitati a tutti i costi, vanno dalla sfera pubblica, riferito a  celebrità e personaggi pubblici, fino ad arrivare alle aule e nelle famiglie, dove hanno un impatto più devastante. Quando un italiano parla in inglese, sembra, a volte, che gli altri stiano aspettando di avventarsi su chi parla appena dice qualcosa di sbagliato, approfittandone per poter ridere. Naturalmente, se stai muovendo i primi passi verso la comunicazione in inglese, non vuoi che le altre persone, ogni volta che dici qualcosa di sbagliato, ne facciano un caso nazionale, in quanto ciò distruggerà la tua fiducia. Probabilmente, se sei italiano devi essere  poco influenzabile e non ti devi preoccupare se sembri sciocco quando parli inglese; comunque, avere una tale attitudine alla resilienza è molto più facile a dirsi che a farsi.

(4) L’arte Oratoria – In realtà, io stessa non parlo italiano, quindi quello che sto dicendo qui è semplicemente frutto delle mie impressioni nel sentire e vedere gli italiani parlare: parlare in pubblico è una forma d’arte in Italia e l’abilità di parlare bene viene meglio valutata, da un punto di vista istituzionale, che in molte altre culture. Per fare un confronto, quando una persona va all’università nel Regno Unito, tutti gli esami sono scritti. Prendere un ottimo voto nel sistema universitario britannico significa dimostrare una profonda conoscenza “scritta”. Il sistema in Italia è diverso; molti esami universitari sono esami orali. Ciò significa che per ottenere ottimi risultati bisogna essere un oratore di primo piano, abile a dibattere e discutere gli argomenti con precisione, utilizzando la parola. Al di là del sistema universitario, nella vita di tutti i giorni sembra anche che parlare ed esprimersi con amici e familiari sia una parte molto apprezzata e intrinseca della cultura. Naturalmente, tutte le persone, in tutte le parti del mondo parlano con i loro amici e i loro familiari; solo che gli italiani sembra che lo facciano con più gusto nell’esprimere se stessi, rispetto a molte altre culture. Quando si impara una lingua straniera da adulto, questo è importante, come quando si parla una lingua straniera; uno si sente come se l’intera personalità si sia persa durante le umilianti fasi iniziali dell’acquisizione del linguaggio.

Qual è la soluzione al problema della lingua inglese in Italia? – Se un numero maggiore di italiani vogliono raggiungere un alto livello di abilità nel parlare l’inglese in futuro, è necessario che ci sia un atteggiamento molto più tollerante e incoraggiante nella cultura, in relazione al “REALMENTE PROVARE” a parlare inglese. Quindi, piuttosto che demolire le persone per aver fatto piccoli insignificanti errori qua e là, quando si parla in inglese, gli italiani farebbero meglio a tenere per loro stessi le critiche su come lo fanno gli altri.

Fonte: Articolo scritto da Jade Joddle e pubblicato il 16 ottobre 2015 sul sito Speak Well

Traduzione a cura di:
Prof. Mario Costantino – docente I.I.S.S. “S. Pugliatti”
Taormina (ME)

Perché gli italiani non parlano inglese?

 Categoria: Le lingue

Ti sei mai chiesto perché così tanti italiani hanno una scarsa conoscenza dell’inglese? Suggerimento: non è quello che pensate …

NOTA BENE: le osservazioni e le riflessioni che condivido in questo post sono basate sul fatto che ho visitato l’Italia diverse volte, nell’arco di 10 anni e ogni volta sono stata ospite di diversi italiani. Come risultato di questi viaggi, ho potuto conoscere italiani di varie parti della nazione, da Nord a Sud, e di diversa estrazione sociale, appartenenti all’elite politica a alla classe operaia.

(1) Scarsa conoscenza dell’inglese – Probabilmente vi aspettate che dica che gli italiani non parlano inglese a causa dei problemi del loro sistema educativo. Potrebbero esserci svariati ipotetici problemi relativi al modo in cui l’inglese viene insegnato nelle scuole italiane, per esempio non ci sono abbastanza insegnanti madre-lingua oppure le lezioni per i bambini iniziano relativamente tardi, in confronto ad altre nazioni.  Pur considerando che questi fattori giochino un ruolo importante nella qualità dell’istruzione che gli italiani ricevono, ciò non significa che il sistema scolastico italiano si trovi nell’Oscurantismo Medioevale e che tutti gli insegnanti d’inglese siano inetti. Piuttosto, il problema dell’Italia è che il sistema scolastico formi studenti che “conoscono” l’inglese, ma non riesce a far sì che essi lo usino. Perché accade ciò?

(2) La cultura del “Il migliore; Oppure niente” – Non devi trascorrere molto tempo in Italia per capire che è un paese con un gusto per l’eccellenza in tutte le cose. Per fare un esempio, se un formaggio verrà prodotto da un italiano, sarà un formaggio eccellente, la madre di tutti i formaggi. Lo stesso vale per tutto ciò che è fatto in Italia, da un umile formaggio a un’auto da corsa. Fondamentalmente, quando gli italiani fanno qualcosa, c’è questo istinto e modo di fare dentro di loro che li spinge a voler essere i migliori in quella cosa. Se non possono esserlo, c’è un forte desiderio di rinunciare completamente per poi fingere che non gliene importi nulla, come se non fosse importante per loro. Quindi, quando applichiamo questo valore o caratteristica al parlare in inglese, possiamo capire che quando gli italiani si guardano intorno e vedono che in Europa  tutti parlano un inglese migliore del loro, questo, ad un livello psicologico profondo, li porta al ragionamento: “Che senso ha fare tutta questa fatica per parlare in inglese, se non sarò mai bravo come un tedesco?” In questo modo evitano la sensazione di frustrazione.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Jade Joddle e pubblicato il 16 ottobre 2015 sul sito Speak Well

Traduzione a cura di:
Prof. Mario Costantino – docente I.I.S.S. “S. Pugliatti”
Taormina (ME)

Gestione della terminologia (4)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Terza parte di questo articolo

QUALI STANDARD INTERNAZIONALI FORNISCONO GUIDA SULLA GESTIONE TERMINOLOGICA?
L’Organizzazione internazionale per la normazione ha generato diversi standard che forniscono le migliori pratiche nella gestione terminologica:

ISO ISO 704:2009 Lavoro terminologico — Principi e metodi
Questo documento di 65 pagine è un eccellente introduzione alla gestione terminologica, includendo linee guida per la scrittura delle definizioni

ISO 1087-1:2000 Lavoro terminologico — Vocabolario — Parte 1: Teoria ed applicazione
Questo è un altro testo panoramico che descrive i concetti più usati nella gestione dei termini.

ISO 12616:2002 Terminologia orientata alla traduzione
Questo documento fornisce delle informazioni sulla gestione terminologica specifica per ambienti di traduzione.

ISO 12620:2009 Applicazioni informatiche nella terminologia — Categorie di dati
Questo documento specifica le categorie di dati che dovrebbero essere usati al fine di garantire uno scambio di dati semplice tra sistemi che archiviano e processano la terminologia.

Oltre alle norme appropriate per la gestione della terminologia, l’ISO pubblica letteralmente centinaia di norme che contengono glossari monolingue e multilingue. Inoltre, molti organi normativi nazionali, così come organizzazioni governative e non, pubblicano approfonditi glossari di dominio specifico che potrebbero essere utili al momento di iniziare un progetto di gestione terminologico.

QUALI SOFTWARE SONO DISPONIBILI PER LA GESTIONE TERMINOLOGICA?
Una serie di software possono aiutare la vostra organizzazione nella gestione della terminologia, tra cui i seguenti:

Fonte: Articolo scritto da Uwe Muegge e pubblicato il 01 agosto 2011 su Bepress

Traduzione a cura di:
Dott. Andrea Balice
Combinazioni linguistiche EN>ITA; ES>ITA e viceversa
Bari

Gestione della terminologia (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Approvazione e revisione del database terminologico
Semplicemente non vi è un modo per evitare che esperti del settore in oggetto revisionino i database terminologici monolingue e multilingue precedentemente alla loro pubblicazione ed utilizzo. Essi sono documenti normativi che dovrebbero essere usati come riferimento da tutti i comunicanti all’interno dell’organizzazione così come dai propri fornitori esterni di servizi d’informazione come marketing, pubblicità e traduzione. Per tale motivo, è obbligatorio che, colui che abbia familiarità sia con il settore ricoperto dal database terminologico sia con l’organizzazione che promuove il progetto terminologico, riveda ed approvi ogni singola voce. Il compito del revisore è quello di valutare l’accuratezza della definizione e, nel caso in cui una voce contenga più di un termine (sinonimi), scegliere quali tra essi sono consigliabili e dovrebbero essere usati (termini preferenziali) e quali no (termini sconsigliati). I glossari tradotti dovrebbero essere revisionati da un bilingue esperto del settore e che lavori nel paese in cui si parli la lingua target del glossario tradotto.

Manutenzione del database terminologico
Il vecchio detto, secondo cui l’unica costante nel mondo del business è il cambiamento, si applica certamente alla gestione della terminologia. Poiché sia la tecnologia che la lingua sono in continua evoluzione, dovrebbero esserlo anche i glossari ed i database terminologici. Mettiamola così: Per essere in grado di fornire ai comunicatori interni ed esterni la terminologia aggiornata di cui hanno bisogno, i database non solo devono essere continuamente ampliati, ma i dati già presenti devono essere revisionati ed aggiornati costantemente.

QUAL E’ IL MIGLIOR MOMENTO PER DARE IL VIA AD UN PROGETTO TERMINOLOGICO?
Il miglior momento per iniziare a sviluppare una terminologia per un progetto specifico è prima della stesura del primo documento originale in una campagna globale. La cerchia terminologica dell’organizzazione dovrebbe formalizzare un glossario iniziale di nuovi termini per le caratteristiche e le funzioni durante la fase di specificazione. Questo glossario crescerà e maturerà con l’evolversi del nuovo prodotto o dei nuovi servizi. Se la gestione dei termini inizia più tardi, ad esempio estraendo termini da documenti già esistenti, inevitabilmente si dovranno cambiare alcuni o tutti questi documenti al fine di armonizzare i termini.

Cambiare i documenti alla fine dei giochi comporterà inevitabilmente una perdita di tempo e di denaro: Uno studio condotto nell’industria automobilistica indica come cambiare dei termini durante la fase di manutenzione (ad esempio, dopo la pubblicazione) è 200 volte più costoso rispetto a quando ciò si verifichi durante la fase dati del prodotto (ad esempio, durante la fase di specificazione).

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Uwe Muegge e pubblicato il 01 agosto 2011 su Bepress

Traduzione a cura di:
Dott. Andrea Balice
Combinazioni linguistiche EN>ITA; ES>ITA e viceversa
Bari

Gestione della terminologia (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

QUALI SONO LE FASI COINVOLTE NELLA GESTIONE TERMINOLOGICA?
Ricerca terminologica
Non è semplice identificare parole tanto importanti da comportare il loro utilizzo coerente all’interno e tra i documenti. Se un organizzazione ha a disposizione un team di più soggetti interessati ai termini (rappresentanti di Ricerca e Sviluppo, operazioni, comunicazioni tecniche e di marketing, senza tralasciare quelle legali) che identifica e colleziona termini, la sfida sta nel trovare il consenso tra tutti i vari gruppi ed interessi.

Se non vi è una cerchia terminologica, che è lo scenario più tipico nel mondo del business al giorno d’oggi, ed i membri dei vari gruppi hanno già redatto una grande varietà di documenti (specifiche tecniche, interfaccia utente del software, documenti di assistenza utente, documenti legali e commerciali), potrebbe essere difficile analizzare tutti i documenti annessi al rilascio per verificarne la coerenza terminologica. Ed anche se tali documenti fossero disponibili in un unico posto, la mole del volume di testo potrebbe essere troppo grande per essere elaborato da persone umane.

Creazione delle voci
Una volta risolto il problema relativo a quali termini inserire nella banca dati, la domanda successiva a cui rispondere è: Quante altre informazioni aggiuntive devo inserire? E’ discutibile se abbia senso dal punto di vista commerciale collezionare qualunque cosa oltre che delle semplici liste di termini. L’ISO 12620 cataloga quasi 200 categorie di dati possibili per l’inserimento di un termine. Allo stesso tempo, l’ISO 12616 elenca solamente tre di queste categorie di dati (termine, fonte e data) come obbligatorie. Per molte, se non la maggior parte delle organizzazioni, la soluzione più pratica consisterebbe probabilmente in un modello di dati composto da meno di due dozzine di categorie di dati. Tutti i principali standard terminologici considerano le definizioni come una categoria di dati opzionale. Sebbene scrivere una definizione può essere facilmente considerata come la fase più costosa e che richiede più tempo nell’inserimento di un termine, essa è generalmente la parte più importante di quest’ultimo. Le definizioni sono particolarmente importanti nel caso in cui un database di termini venga usato come base universale di conoscenza che può essere: La definizione aiuta i membri dello staff tecnico a scegliere il termine corretto tra una vasta gamma di opzioni, ed è la definizione che permette ai nuovi impiegati di comprendere un concetto sconosciuto meglio di qualunque altra informazione contenuta nella voce. Un piccolo inciso per coloro che hanno problemi nel scrivere definizioni: Una definizione terminologica ed una voce enciclopedica sono cose molto diverse tra loro. Una buona definizione terminologica che si attenga agli standard è una affermazione concisa non più lunga di una frase che identifica un gruppo più generico al quale appartiene il termine stesso e le caratteristiche che lo contraddistinguono da termini correlati ad esso.

Esempio: scheda di memoria
Dispositivo elettronico di archiviazione di dati digitali più portatile e robusto rispetto ad un classico disco rigido.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Uwe Muegge e pubblicato il 01 agosto 2011 su Bepress

Traduzione a cura di:
Dott. Andrea Balice
Combinazioni linguistiche EN>ITA; ES>ITA e viceversa
Bari

Gestione della terminologia

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Uwe Muegge, CSOFT International Ltd.

“La gestione della terminologia può migliorare l’efficacia e l’efficienza degli sforzi comunicativi di un organizzazione attraverso diversi canali”

QUALI SONO GLI INCENTIVI PER UNA GESTIONE TERMINOLOGICA?
Una comunicazione più efficiente
Con una strategia di gestione terminologica, organizzazioni di qualunque grandezza sono in grado di usare gli stessi termini coerentemente all’interno e tra i vari documenti ed etichette che accompagnano un prodotto o un servizio. Dato che questi documenti vengono generalmente redatti in ambienti collaborativi, la gestione della terminologia è la soluzione più efficiente al fine di garantire che l’organizzazione, nel suo insieme, usi gli stessi termini per descrivere le medesime caratteristiche e funzioni.

Avere a disposizione delle banche dati terminologiche complete e progetto-specifiche sin dall’inizio di un progetto consente ai membri del team di essere liberi dal noioso compito di dover ricercare i termini per conto proprio. Inoltre, la disponibilità di termini progettuali riduce il rischio che più colleghi possano coniare più termini per descrivere la medesima caratteristica e che, se non identificati, potrebbero confondere l’utente o causare inutili spese e ritardi per la successiva armonizzazione terminologica durante il ciclo di vita del prodotto.

COSA SI RISCHIA SE UN’ORGANIZZAZIONE NON GESTISCE LA TERMINOLOGIA?
Il lancio di un prodotto potrebbe essere influenzato negativamente
Non ci sono dubbi: qualsiasi sforzo di gestione terminologica comporterà dei costi. D’altro canto, la mancata gestione terminologica da parte di un’organizzazione potrebbe comportare costi ancor più alti. Considerate ciò: Implementando un database di termini specifici per un organizzazione, quest’ultima avrà i mezzi necessari per aiutare tutti i comunicatori interni ed esterni ad usare gli stessi termini nel momento in cui si discute delle caratteristiche chiave dei prodotti e dei servizi che l’organizzazione stessa fornisce. Infatti, con un database di termini, i comunicatori e gli editori possono usare strumenti automatizzati per assicurarne la conformità con le regole terminologiche stabilite. In assenza di un database terminologico specifico, è molto complicato far sì che vi sia una coerenza tra i termini all’interno dei singoli documenti e tra più documenti, per non parlare dei documenti pluri-settoriali come il settore tecnico, marketing o documenti legali. Se il marchio conta, l’uso di un database di termini aggiornato e completo al fine di garantire un corretto utilizzo dei termini durante la sua fase di creazione permette alle organizzazioni di rilasciare i propri prodotti più velocemente rispetto a quelle che spendono un’infinità di tempo e di energie nel correggere incongruenze terminologiche durante le fasi di revisione e correzione.

Effettuare un ulteriore controllo qualitativo al fine di correggere le incongruenze terminologiche presenti nei documenti e mitigare l’impatto negativo di quest’ultimo sul budget e sul rilascio del prodotto non è il peggiore dei casi. Molto peggio sarebbe il caso di un lancio posticipato dovuto a ritardi nel processo di approvazione normativo a causa di terminologie incorrette o contrastanti nei documenti da consegnare. Conosco il caso di una consegna rifiutata all’istante da un organo normativo estero a causa di errori terminologici e di traduzione, arrecando una perdita di diversi milioni di dollari di profitto.

“Non è semplice identificare parole tanto importanti da comportare il loro utilizzo coerente all’interno e tra i documenti”.

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Fonte: Articolo scritto da Uwe Muegge e pubblicato il 01 agosto 2011 su Bepress

Traduzione a cura di:
Dott. Andrea Balice
Combinazioni linguistiche EN>ITA; ES>ITA e viceversa
Bari

Insidie nel localizzare i videogiochi (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

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Esempio 4
Ecco un ultimo esempio di un gioco multilingue su cui ho lavorato.
Il termine insospettabilmente insidioso era “sorrow choker”. “Choker” è il sostantivo del verbo inglese “to choke”, soffocare, strozzare. Nell’ambito della gioielleria è chiamata choker una collana girocollo, che cinge strettamente, quasi a strozzarla, la gola di chi la indossa.
Sapendo che nel gioco erano presenti molti artefatti in forma di gioiello, come gemme, ciondoli, anelli e medaglioni, molti dei traduttori hanno reso questo termine nelle rispettive lingue come “girocollo della tristezza”.
Se non che, troppo tardi, venne fuori che il “sorrow choker” era una fiaschetta di liquore. Il suo nome, letteralmente “soffoca-tristezza” derivava dal fatto che si beve per tirarsi su di morale.

Cosa ho imparato:
In questo caso il ragionamento dei traduttori è stato perfettamente logico e in linea con gli altri elementi del gioco, eppure li ha tratti in inganno.

In certi casi non ci si può aspettare che il traduttore arrivi da solo alla risposta giusta.
In tali casi commenti chiarificatori nei file consegnati ai traduttori, l’accesso al gioco in anteprima o la condivisione dei file di risorse grafiche sono pratiche in grado di risparmiare a tutte le parti coinvolte numerosi grattacapi.

In conclusione, un bravo traduttore nel settore dei videogiochi deve svolgere un lavoro che va ben oltre la conversione linguistica del testo.
Per individuare la traduzione migliore deve aggrapparsi a ogni scampolo di informazione che riesce a trovare e risalire al rapporto tra i vari elementi, alle meccaniche di gioco stesse.
Lungi dall’accontentarsi di una traduzione corretta secondo il dizionario, deve scegliere “la traduzione”, assicurandosi che tutti gli elementi siano internamente coerenti e abbiano un senso per il giocatore nella lingua d’arrivo.
Inoltre, per quanto il game designer faccia un ottimo lavoro e il traduttore faccia anch’esso un ottimo lavoro, se tra i due non sussiste comunicazione, il prodotto finale potrebbe lo stesso contenere gravi sviste che ne fanno precipitare irrimediabilmente la qualità.
Al contrario, se si apre un dialogo tra i due, il risultato sarà veramente un prodotto di cui andare fieri, che valorizza l’impegno e la professionalità profusa da entrambi.

Autrice dell’articolo:
Sara Todaro
Traduttrice freelance da inglese a italiano, giapponese a italiano

Insidie nel localizzare i videogiochi (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

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Esempio 2: Mostri a tema invernale
Un altro esempio che mi è rimasto impresso è l’ambiguo termine “snowman”, trovato in un videogioco tratto da una collana di libri dell’orrore per ragazzi.
Con “snowman” gli anglofoni intendono due entità molto diverse: il vecchio, caro pupazzo di neve dal naso di carota e il leggendario Sasquatch, l’abominevole uomo delle nevi.
Dal contesto non c’era modo di capire se questo essere fosse un pupazzo di neve magicamente animato oppure un vero uomo delle nevi (nei libri figuravano sia i pupazzi di neve stregati sia il Sasquatch).
Non rimaneva che chiedere delucidazioni al cliente, il quale confermò che si trattava di un pupazzo di neve mostruoso.

Cosa ho imparato:
A volte chi scrive (il narrative designer in questo caso) fa fatica a rendersi conto dei doppi sensi della propria lingua. Dopotutto si mette nei panni del giocatore, che vedrà immagine e testo insieme, non lasciando spazio a equivoci. Non farebbe però male mettersi anche un po’ nei panni del traduttore, che ha a disposizione solo il testo.
Il traduttore dovrebbe tenere sempre presenti le possibili ambiguità e, se necessario, ottenere chiarimenti direttamente dalla fonte.
I game designer, a loro volta, potrebbero abituarsi a includere commenti chiarificatori nei file che consegnano ai traduttori, dar loro accesso al gioco in anteprima o condividere le risorse grafiche.

Esempio 3: Americani, farmacie e costumi di Halloween
Ricordo poi un caso di una sottilissima differenza linguistica, in cui mi salvai da una pessima figura grazie al potere del contesto.
Si trattava di un altro gioco gestionale di costruzione di città. Nella lista di edifici compariva un “pharmacy”, che tradussi a prima vista con “farmacia”.
Continuando a tradurre altre parti del gioco, scoprii da una linea di dialogo che questa presunta farmacia vendeva costumi di Halloween.
Presa dal dubbio, approfondii la questione e appurai che nell’inglese americano contemporaneo pharmacy è ancora sinonimo interscambiabile di drugstore, (un po’ come un tempo anche da noi farmacia e drogheria erano lo stesso negozio). Chiaramente per il giocatore italiano è assurdo comprare costumi di Halloween in farmacia, ho dunque modificato la mia traduzione in “emporio”.

Cosa ho imparato:
Non importa quanto bene si conosca una lingua straniera, ci sono sempre dei piccolissimi dettagli e sfumature negli usi più quotidiani o regionali che rimangono oscuri.
Un bravo traduttore mette in discussione ogni parola. Non importa quanto pensiamo di conoscere il significato di una parola banale e comune: se anche un minimo dettaglio non ci torna (nel nostro caso i costumi di Halloween) dobbiamo approfondire, e magari impareremo qualcosa di nuovo e sorprendente.

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Autrice dell’articolo:
Sara Todaro
Traduttrice freelance da inglese a italiano, giapponese a italiano

Insidie nel localizzare i videogiochi

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Di seguito riporterò alcuni casi particolarmente insidiosi in cui mi sono cimentata durante la mia esperienza nella localizzazione di videogiochi, in particolare nella traduzione degli inventari degli elementi di gioco.

Questo articolo ha tre scopi:
- suggerire ai colleghi traduttori del settore degli spunti per non cadere nei tranelli della localizzazione, per questo sotto ogni esempio riporto una lezione che ho imparato da esso;
- dimostrare ai creatori di videogiochi, con esempi pratici, come sia importante lavorare in sinergia con il traduttore per ottenere un servizio migliore, anche suggerendo accorgimenti per evitare gaffe imbarazzanti;
- divertire tutti i lettori con i dilemmi esistenziali dei traduttori.

A mio parere, l’ostacolo maggiore che un traduttore di videogiochi deve affrontare è la mancanza di contesto.
Classica parte di molti generi di videogame è l’inventario, ovvero una lista di elementi di gioco (articoli da acquistare o raccogliere, armi, potenziamenti ecc.) presentati scevri da ogni contesto. Questa è una delle peggiori insidie per un traduttore.

Nel gioco ogni voce dell’inventario è associata a un’immagine.
In un mondo ideale il traduttore avrebbe accesso a tali immagini, ma in realtà accade di rado. Il più delle volte si ritrova una lista di nude parole, nei casi peggiori senza conoscere neanche il genere o l’ambientazione del gioco in cui andranno a collocarsi.
In questa situazione anche un traduttore esperto potrebbe commettere gaffe.

Tra l’altro, anche se, come vedremo di seguito, la colpa non è sempre imputabile al traduttore, l’errore finale è particolarmente visibile e stridente per il giocatore, che si trova davanti un’immagine e una descrizione che non corrispondono.
Per fortuna, con una più stretta collaborazione tra traduttore e game designer si possono evitare le gaffe peggiori.

Esempio 1: Frutto o colore?
Un esempio devastante nella sua banalità. Traducendo una lista di arredi urbani per un gioco di costruzione di città, mi trovai davanti il termine “orange tree”. Ovviamente la prima cosa che mi venne in mente fu l’albero di arance.
La scelta aveva senso: nel gioco si potevano raccogliere ingredienti per creare vari prodotti, tra cui l’aranciata, quindi un albero da frutto sembrava più che plausibile…
Se non che, nello stesso elenco, trovai anche il termine “yellow tree”.
“E se ‘orange’ fosse il colore, non il frutto?!” Piombai in paranoia.

Alla fine mi decisi a chiedere alla game designer: “Hai presente quell’‘orange tree’ alla cella XY? Sarebbe, tipo, un albero che fa le arance, o un semplice albero con le foglie arancioni?”
Lei ci pensò un attimo. “Questa sì che è una bella domanda! È un albero con le foglie arancioni.”

Cosa ho imparato:
Se non fosse stato per quel “yellow tree” che mi ha insospettita, avrei scelto la traduzione “sbagliata”. Sono arrivata alla soluzione non solo analizzando il singolo termine dal punto di vista linguistico, ma confrontandolo con gli altri elementi dell’inventario, anche se non erano direttamente collegati.
Un videogioco è un microcosmo, dove ogni singolo elemento ha il suo posto.

Un abile traduttore non deve limitarsi a considerare gli elementi come singoli, ma cercare attivamente schemi e connessioni con le altre parti del testo a sua disposizione.
Un indizio prezioso per comprendere un termine può celarsi nella battuta di un dialogo, in un messaggio di sistema o, come in questo caso, nella variazione tra elementi simili.

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Autrice dell’articolo:
Sara Todaro
Traduttrice freelance da inglese a italiano, giapponese a italiano

Le fasi del processo traduttivo

 Categoria: Tecniche di traduzione

Nel corso delle tue prime lezioni di traduzione, ti viene insegnato che per svolgere un lavoro di qualità è necessario rispettare una serie di fasi. Alcuni traduttori inesperti appaiono disorientati davanti a questi passaggi e non sanno come procedere quando si accingono a tradurre un nuovo testo. Spesso saltano o trascurano alcune fasi del processo traduttivo e questo produce un testo misero, incoerente e inaccettabile per il lettore a cui quella traduzione si rivolge.
Ecco dunque illustrate le fasi del processo di traduzione:

1. Lettura preliminare del testo di partenza
La lettura preliminare consente al traduttore di comprendere contenuti e stile dell’autore, di individuare nozioni e termini che non conosce e giungere così ad una visione d’insieme del lavoro da tradurre.

2. Prima stesura della traduzione
Il traduttore stende la prima versione, comprende più a fondo lo stile dell’autore e ne decodifica il messaggio.

3. Lavoro di documentazione e approfondimento (seconda stesura)
In questa fase il traduttore scava in profondità nel testo e, dopo un’approfondita ricerca, traduce i termini che non conosce. Il lavoro di documentazione sul testo di partenza è infatti necessario per una perfetta comprensione dello stesso.
La cultura del traduttore si forma proprio attraverso ricerche e letture.

4. Revisione della traduzione
Dopo aver completato la seconda stesura, il traduttore confronta il testo di arrivo con quello di partenza. Questa fase è determinante in quanto il traduttore deve assicurarsi di aver tradotto il testo nella sua interezza e di non averne frainteso il messaggio.

5. Acquisire il distacco necessario dalla traduzione
Il traduttore lascia passare alcune ore o addirittura un giorno dal lavoro svolto per liberare i pensieri e tornare sul testo a mente riposata.

6. Rilettura del testo
In questa fase il traduttore dimentica di essere tale e si cala nei panni del lettore per sincerarsi che il testo sia privo di errori, si presenti logico sul piano concettuale e coeso. Questa fase appare simile alla costruzione di un puzzle: il traduttore esamina attentamente il testo sul piano sintattico-lessicale e rimodula l’ordine delle frasi per stendere una traduzione convincente e scorrevole.
Ovviamente, la traduzione finale deve tener conto del destinatario: il traduttore non può consegnare un lavoro mal eseguito e che prima non sia stato accuratamente revisionato.
Questa fase del processo traduttivo è di estrema importanza: leggere più volte il testo tradotto fa emergere errori anche gravi che mai il traduttore avrebbe immaginato di commettere, al punto da pensare: “Grazie a Dio non ho consegnato frettolosamente la traduzione!

Fonte: Articolo scritto da Wajdan Al Khanabshy e pubblicato il 20 giugno 2017 sul sito www.iamatranslator.org

Traduzione dall’arabo a cura di:
Dott.ssa Emma Interesse
Traduttrice editoriale e tecnico-scientifica AR-FR-EN> IT
Bari