Gestione della terminologia (4)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Terza parte di questo articolo

QUALI STANDARD INTERNAZIONALI FORNISCONO GUIDA SULLA GESTIONE TERMINOLOGICA?
L’Organizzazione internazionale per la normazione ha generato diversi standard che forniscono le migliori pratiche nella gestione terminologica:

ISO ISO 704:2009 Lavoro terminologico — Principi e metodi
Questo documento di 65 pagine è un eccellente introduzione alla gestione terminologica, includendo linee guida per la scrittura delle definizioni

ISO 1087-1:2000 Lavoro terminologico — Vocabolario — Parte 1: Teoria ed applicazione
Questo è un altro testo panoramico che descrive i concetti più usati nella gestione dei termini.

ISO 12616:2002 Terminologia orientata alla traduzione
Questo documento fornisce delle informazioni sulla gestione terminologica specifica per ambienti di traduzione.

ISO 12620:2009 Applicazioni informatiche nella terminologia — Categorie di dati
Questo documento specifica le categorie di dati che dovrebbero essere usati al fine di garantire uno scambio di dati semplice tra sistemi che archiviano e processano la terminologia.

Oltre alle norme appropriate per la gestione della terminologia, l’ISO pubblica letteralmente centinaia di norme che contengono glossari monolingue e multilingue. Inoltre, molti organi normativi nazionali, così come organizzazioni governative e non, pubblicano approfonditi glossari di dominio specifico che potrebbero essere utili al momento di iniziare un progetto di gestione terminologico.

QUALI SOFTWARE SONO DISPONIBILI PER LA GESTIONE TERMINOLOGICA?
Una serie di software possono aiutare la vostra organizzazione nella gestione della terminologia, tra cui i seguenti:

Fonte: Articolo scritto da Uwe Muegge e pubblicato il 01 agosto 2011 su Bepress

Traduzione a cura di:
Dott. Andrea Balice
Combinazioni linguistiche EN>ITA; ES>ITA e viceversa
Bari

Gestione della terminologia (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Approvazione e revisione del database terminologico
Semplicemente non vi è un modo per evitare che esperti del settore in oggetto revisionino i database terminologici monolingue e multilingue precedentemente alla loro pubblicazione ed utilizzo. Essi sono documenti normativi che dovrebbero essere usati come riferimento da tutti i comunicanti all’interno dell’organizzazione così come dai propri fornitori esterni di servizi d’informazione come marketing, pubblicità e traduzione. Per tale motivo, è obbligatorio che, colui che abbia familiarità sia con il settore ricoperto dal database terminologico sia con l’organizzazione che promuove il progetto terminologico, riveda ed approvi ogni singola voce. Il compito del revisore è quello di valutare l’accuratezza della definizione e, nel caso in cui una voce contenga più di un termine (sinonimi), scegliere quali tra essi sono consigliabili e dovrebbero essere usati (termini preferenziali) e quali no (termini sconsigliati). I glossari tradotti dovrebbero essere revisionati da un bilingue esperto del settore e che lavori nel paese in cui si parli la lingua target del glossario tradotto.

Manutenzione del database terminologico
Il vecchio detto, secondo cui l’unica costante nel mondo del business è il cambiamento, si applica certamente alla gestione della terminologia. Poiché sia la tecnologia che la lingua sono in continua evoluzione, dovrebbero esserlo anche i glossari ed i database terminologici. Mettiamola così: Per essere in grado di fornire ai comunicatori interni ed esterni la terminologia aggiornata di cui hanno bisogno, i database non solo devono essere continuamente ampliati, ma i dati già presenti devono essere revisionati ed aggiornati costantemente.

QUAL E’ IL MIGLIOR MOMENTO PER DARE IL VIA AD UN PROGETTO TERMINOLOGICO?
Il miglior momento per iniziare a sviluppare una terminologia per un progetto specifico è prima della stesura del primo documento originale in una campagna globale. La cerchia terminologica dell’organizzazione dovrebbe formalizzare un glossario iniziale di nuovi termini per le caratteristiche e le funzioni durante la fase di specificazione. Questo glossario crescerà e maturerà con l’evolversi del nuovo prodotto o dei nuovi servizi. Se la gestione dei termini inizia più tardi, ad esempio estraendo termini da documenti già esistenti, inevitabilmente si dovranno cambiare alcuni o tutti questi documenti al fine di armonizzare i termini.

Cambiare i documenti alla fine dei giochi comporterà inevitabilmente una perdita di tempo e di denaro: Uno studio condotto nell’industria automobilistica indica come cambiare dei termini durante la fase di manutenzione (ad esempio, dopo la pubblicazione) è 200 volte più costoso rispetto a quando ciò si verifichi durante la fase dati del prodotto (ad esempio, durante la fase di specificazione).

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Uwe Muegge e pubblicato il 01 agosto 2011 su Bepress

Traduzione a cura di:
Dott. Andrea Balice
Combinazioni linguistiche EN>ITA; ES>ITA e viceversa
Bari

Gestione della terminologia (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

QUALI SONO LE FASI COINVOLTE NELLA GESTIONE TERMINOLOGICA?
Ricerca terminologica
Non è semplice identificare parole tanto importanti da comportare il loro utilizzo coerente all’interno e tra i documenti. Se un organizzazione ha a disposizione un team di più soggetti interessati ai termini (rappresentanti di Ricerca e Sviluppo, operazioni, comunicazioni tecniche e di marketing, senza tralasciare quelle legali) che identifica e colleziona termini, la sfida sta nel trovare il consenso tra tutti i vari gruppi ed interessi.

Se non vi è una cerchia terminologica, che è lo scenario più tipico nel mondo del business al giorno d’oggi, ed i membri dei vari gruppi hanno già redatto una grande varietà di documenti (specifiche tecniche, interfaccia utente del software, documenti di assistenza utente, documenti legali e commerciali), potrebbe essere difficile analizzare tutti i documenti annessi al rilascio per verificarne la coerenza terminologica. Ed anche se tali documenti fossero disponibili in un unico posto, la mole del volume di testo potrebbe essere troppo grande per essere elaborato da persone umane.

Creazione delle voci
Una volta risolto il problema relativo a quali termini inserire nella banca dati, la domanda successiva a cui rispondere è: Quante altre informazioni aggiuntive devo inserire? E’ discutibile se abbia senso dal punto di vista commerciale collezionare qualunque cosa oltre che delle semplici liste di termini. L’ISO 12620 cataloga quasi 200 categorie di dati possibili per l’inserimento di un termine. Allo stesso tempo, l’ISO 12616 elenca solamente tre di queste categorie di dati (termine, fonte e data) come obbligatorie. Per molte, se non la maggior parte delle organizzazioni, la soluzione più pratica consisterebbe probabilmente in un modello di dati composto da meno di due dozzine di categorie di dati. Tutti i principali standard terminologici considerano le definizioni come una categoria di dati opzionale. Sebbene scrivere una definizione può essere facilmente considerata come la fase più costosa e che richiede più tempo nell’inserimento di un termine, essa è generalmente la parte più importante di quest’ultimo. Le definizioni sono particolarmente importanti nel caso in cui un database di termini venga usato come base universale di conoscenza che può essere: La definizione aiuta i membri dello staff tecnico a scegliere il termine corretto tra una vasta gamma di opzioni, ed è la definizione che permette ai nuovi impiegati di comprendere un concetto sconosciuto meglio di qualunque altra informazione contenuta nella voce. Un piccolo inciso per coloro che hanno problemi nel scrivere definizioni: Una definizione terminologica ed una voce enciclopedica sono cose molto diverse tra loro. Una buona definizione terminologica che si attenga agli standard è una affermazione concisa non più lunga di una frase che identifica un gruppo più generico al quale appartiene il termine stesso e le caratteristiche che lo contraddistinguono da termini correlati ad esso.

Esempio: scheda di memoria
Dispositivo elettronico di archiviazione di dati digitali più portatile e robusto rispetto ad un classico disco rigido.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Uwe Muegge e pubblicato il 01 agosto 2011 su Bepress

Traduzione a cura di:
Dott. Andrea Balice
Combinazioni linguistiche EN>ITA; ES>ITA e viceversa
Bari

Gestione della terminologia

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Uwe Muegge, CSOFT International Ltd.

“La gestione della terminologia può migliorare l’efficacia e l’efficienza degli sforzi comunicativi di un organizzazione attraverso diversi canali”

QUALI SONO GLI INCENTIVI PER UNA GESTIONE TERMINOLOGICA?
Una comunicazione più efficiente
Con una strategia di gestione terminologica, organizzazioni di qualunque grandezza sono in grado di usare gli stessi termini coerentemente all’interno e tra i vari documenti ed etichette che accompagnano un prodotto o un servizio. Dato che questi documenti vengono generalmente redatti in ambienti collaborativi, la gestione della terminologia è la soluzione più efficiente al fine di garantire che l’organizzazione, nel suo insieme, usi gli stessi termini per descrivere le medesime caratteristiche e funzioni.

Avere a disposizione delle banche dati terminologiche complete e progetto-specifiche sin dall’inizio di un progetto consente ai membri del team di essere liberi dal noioso compito di dover ricercare i termini per conto proprio. Inoltre, la disponibilità di termini progettuali riduce il rischio che più colleghi possano coniare più termini per descrivere la medesima caratteristica e che, se non identificati, potrebbero confondere l’utente o causare inutili spese e ritardi per la successiva armonizzazione terminologica durante il ciclo di vita del prodotto.

COSA SI RISCHIA SE UN’ORGANIZZAZIONE NON GESTISCE LA TERMINOLOGIA?
Il lancio di un prodotto potrebbe essere influenzato negativamente
Non ci sono dubbi: qualsiasi sforzo di gestione terminologica comporterà dei costi. D’altro canto, la mancata gestione terminologica da parte di un’organizzazione potrebbe comportare costi ancor più alti. Considerate ciò: Implementando un database di termini specifici per un organizzazione, quest’ultima avrà i mezzi necessari per aiutare tutti i comunicatori interni ed esterni ad usare gli stessi termini nel momento in cui si discute delle caratteristiche chiave dei prodotti e dei servizi che l’organizzazione stessa fornisce. Infatti, con un database di termini, i comunicatori e gli editori possono usare strumenti automatizzati per assicurarne la conformità con le regole terminologiche stabilite. In assenza di un database terminologico specifico, è molto complicato far sì che vi sia una coerenza tra i termini all’interno dei singoli documenti e tra più documenti, per non parlare dei documenti pluri-settoriali come il settore tecnico, marketing o documenti legali. Se il marchio conta, l’uso di un database di termini aggiornato e completo al fine di garantire un corretto utilizzo dei termini durante la sua fase di creazione permette alle organizzazioni di rilasciare i propri prodotti più velocemente rispetto a quelle che spendono un’infinità di tempo e di energie nel correggere incongruenze terminologiche durante le fasi di revisione e correzione.

Effettuare un ulteriore controllo qualitativo al fine di correggere le incongruenze terminologiche presenti nei documenti e mitigare l’impatto negativo di quest’ultimo sul budget e sul rilascio del prodotto non è il peggiore dei casi. Molto peggio sarebbe il caso di un lancio posticipato dovuto a ritardi nel processo di approvazione normativo a causa di terminologie incorrette o contrastanti nei documenti da consegnare. Conosco il caso di una consegna rifiutata all’istante da un organo normativo estero a causa di errori terminologici e di traduzione, arrecando una perdita di diversi milioni di dollari di profitto.

“Non è semplice identificare parole tanto importanti da comportare il loro utilizzo coerente all’interno e tra i documenti”.

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Fonte: Articolo scritto da Uwe Muegge e pubblicato il 01 agosto 2011 su Bepress

Traduzione a cura di:
Dott. Andrea Balice
Combinazioni linguistiche EN>ITA; ES>ITA e viceversa
Bari

Insidie nel localizzare i videogiochi (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Esempio 4
Ecco un ultimo esempio di un gioco multilingue su cui ho lavorato.
Il termine insospettabilmente insidioso era “sorrow choker”. “Choker” è il sostantivo del verbo inglese “to choke”, soffocare, strozzare. Nell’ambito della gioielleria è chiamata choker una collana girocollo, che cinge strettamente, quasi a strozzarla, la gola di chi la indossa.
Sapendo che nel gioco erano presenti molti artefatti in forma di gioiello, come gemme, ciondoli, anelli e medaglioni, molti dei traduttori hanno reso questo termine nelle rispettive lingue come “girocollo della tristezza”.
Se non che, troppo tardi, venne fuori che il “sorrow choker” era una fiaschetta di liquore. Il suo nome, letteralmente “soffoca-tristezza” derivava dal fatto che si beve per tirarsi su di morale.

Cosa ho imparato:
In questo caso il ragionamento dei traduttori è stato perfettamente logico e in linea con gli altri elementi del gioco, eppure li ha tratti in inganno.

In certi casi non ci si può aspettare che il traduttore arrivi da solo alla risposta giusta.
In tali casi commenti chiarificatori nei file consegnati ai traduttori, l’accesso al gioco in anteprima o la condivisione dei file di risorse grafiche sono pratiche in grado di risparmiare a tutte le parti coinvolte numerosi grattacapi.

In conclusione, un bravo traduttore nel settore dei videogiochi deve svolgere un lavoro che va ben oltre la conversione linguistica del testo.
Per individuare la traduzione migliore deve aggrapparsi a ogni scampolo di informazione che riesce a trovare e risalire al rapporto tra i vari elementi, alle meccaniche di gioco stesse.
Lungi dall’accontentarsi di una traduzione corretta secondo il dizionario, deve scegliere “la traduzione”, assicurandosi che tutti gli elementi siano internamente coerenti e abbiano un senso per il giocatore nella lingua d’arrivo.
Inoltre, per quanto il game designer faccia un ottimo lavoro e il traduttore faccia anch’esso un ottimo lavoro, se tra i due non sussiste comunicazione, il prodotto finale potrebbe lo stesso contenere gravi sviste che ne fanno precipitare irrimediabilmente la qualità.
Al contrario, se si apre un dialogo tra i due, il risultato sarà veramente un prodotto di cui andare fieri, che valorizza l’impegno e la professionalità profusa da entrambi.

Autrice dell’articolo:
Sara Todaro
Traduttrice freelance da inglese a italiano, giapponese a italiano

Insidie nel localizzare i videogiochi (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Esempio 2: Mostri a tema invernale
Un altro esempio che mi è rimasto impresso è l’ambiguo termine “snowman”, trovato in un videogioco tratto da una collana di libri dell’orrore per ragazzi.
Con “snowman” gli anglofoni intendono due entità molto diverse: il vecchio, caro pupazzo di neve dal naso di carota e il leggendario Sasquatch, l’abominevole uomo delle nevi.
Dal contesto non c’era modo di capire se questo essere fosse un pupazzo di neve magicamente animato oppure un vero uomo delle nevi (nei libri figuravano sia i pupazzi di neve stregati sia il Sasquatch).
Non rimaneva che chiedere delucidazioni al cliente, il quale confermò che si trattava di un pupazzo di neve mostruoso.

Cosa ho imparato:
A volte chi scrive (il narrative designer in questo caso) fa fatica a rendersi conto dei doppi sensi della propria lingua. Dopotutto si mette nei panni del giocatore, che vedrà immagine e testo insieme, non lasciando spazio a equivoci. Non farebbe però male mettersi anche un po’ nei panni del traduttore, che ha a disposizione solo il testo.
Il traduttore dovrebbe tenere sempre presenti le possibili ambiguità e, se necessario, ottenere chiarimenti direttamente dalla fonte.
I game designer, a loro volta, potrebbero abituarsi a includere commenti chiarificatori nei file che consegnano ai traduttori, dar loro accesso al gioco in anteprima o condividere le risorse grafiche.

Esempio 3: Americani, farmacie e costumi di Halloween
Ricordo poi un caso di una sottilissima differenza linguistica, in cui mi salvai da una pessima figura grazie al potere del contesto.
Si trattava di un altro gioco gestionale di costruzione di città. Nella lista di edifici compariva un “pharmacy”, che tradussi a prima vista con “farmacia”.
Continuando a tradurre altre parti del gioco, scoprii da una linea di dialogo che questa presunta farmacia vendeva costumi di Halloween.
Presa dal dubbio, approfondii la questione e appurai che nell’inglese americano contemporaneo pharmacy è ancora sinonimo interscambiabile di drugstore, (un po’ come un tempo anche da noi farmacia e drogheria erano lo stesso negozio). Chiaramente per il giocatore italiano è assurdo comprare costumi di Halloween in farmacia, ho dunque modificato la mia traduzione in “emporio”.

Cosa ho imparato:
Non importa quanto bene si conosca una lingua straniera, ci sono sempre dei piccolissimi dettagli e sfumature negli usi più quotidiani o regionali che rimangono oscuri.
Un bravo traduttore mette in discussione ogni parola. Non importa quanto pensiamo di conoscere il significato di una parola banale e comune: se anche un minimo dettaglio non ci torna (nel nostro caso i costumi di Halloween) dobbiamo approfondire, e magari impareremo qualcosa di nuovo e sorprendente.

Terza parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Sara Todaro
Traduttrice freelance da inglese a italiano, giapponese a italiano

Insidie nel localizzare i videogiochi

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Di seguito riporterò alcuni casi particolarmente insidiosi in cui mi sono cimentata durante la mia esperienza nella localizzazione di videogiochi, in particolare nella traduzione degli inventari degli elementi di gioco.

Questo articolo ha tre scopi:
- suggerire ai colleghi traduttori del settore degli spunti per non cadere nei tranelli della localizzazione, per questo sotto ogni esempio riporto una lezione che ho imparato da esso;
- dimostrare ai creatori di videogiochi, con esempi pratici, come sia importante lavorare in sinergia con il traduttore per ottenere un servizio migliore, anche suggerendo accorgimenti per evitare gaffe imbarazzanti;
- divertire tutti i lettori con i dilemmi esistenziali dei traduttori.

A mio parere, l’ostacolo maggiore che un traduttore di videogiochi deve affrontare è la mancanza di contesto.
Classica parte di molti generi di videogame è l’inventario, ovvero una lista di elementi di gioco (articoli da acquistare o raccogliere, armi, potenziamenti ecc.) presentati scevri da ogni contesto. Questa è una delle peggiori insidie per un traduttore.

Nel gioco ogni voce dell’inventario è associata a un’immagine.
In un mondo ideale il traduttore avrebbe accesso a tali immagini, ma in realtà accade di rado. Il più delle volte si ritrova una lista di nude parole, nei casi peggiori senza conoscere neanche il genere o l’ambientazione del gioco in cui andranno a collocarsi.
In questa situazione anche un traduttore esperto potrebbe commettere gaffe.

Tra l’altro, anche se, come vedremo di seguito, la colpa non è sempre imputabile al traduttore, l’errore finale è particolarmente visibile e stridente per il giocatore, che si trova davanti un’immagine e una descrizione che non corrispondono.
Per fortuna, con una più stretta collaborazione tra traduttore e game designer si possono evitare le gaffe peggiori.

Esempio 1: Frutto o colore?
Un esempio devastante nella sua banalità. Traducendo una lista di arredi urbani per un gioco di costruzione di città, mi trovai davanti il termine “orange tree”. Ovviamente la prima cosa che mi venne in mente fu l’albero di arance.
La scelta aveva senso: nel gioco si potevano raccogliere ingredienti per creare vari prodotti, tra cui l’aranciata, quindi un albero da frutto sembrava più che plausibile…
Se non che, nello stesso elenco, trovai anche il termine “yellow tree”.
“E se ‘orange’ fosse il colore, non il frutto?!” Piombai in paranoia.

Alla fine mi decisi a chiedere alla game designer: “Hai presente quell’‘orange tree’ alla cella XY? Sarebbe, tipo, un albero che fa le arance, o un semplice albero con le foglie arancioni?”
Lei ci pensò un attimo. “Questa sì che è una bella domanda! È un albero con le foglie arancioni.”

Cosa ho imparato:
Se non fosse stato per quel “yellow tree” che mi ha insospettita, avrei scelto la traduzione “sbagliata”. Sono arrivata alla soluzione non solo analizzando il singolo termine dal punto di vista linguistico, ma confrontandolo con gli altri elementi dell’inventario, anche se non erano direttamente collegati.
Un videogioco è un microcosmo, dove ogni singolo elemento ha il suo posto.

Un abile traduttore non deve limitarsi a considerare gli elementi come singoli, ma cercare attivamente schemi e connessioni con le altre parti del testo a sua disposizione.
Un indizio prezioso per comprendere un termine può celarsi nella battuta di un dialogo, in un messaggio di sistema o, come in questo caso, nella variazione tra elementi simili.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Sara Todaro
Traduttrice freelance da inglese a italiano, giapponese a italiano

Le fasi del processo traduttivo

 Categoria: Tecniche di traduzione

Nel corso delle tue prime lezioni di traduzione, ti viene insegnato che per svolgere un lavoro di qualità è necessario rispettare una serie di fasi. Alcuni traduttori inesperti appaiono disorientati davanti a questi passaggi e non sanno come procedere quando si accingono a tradurre un nuovo testo. Spesso saltano o trascurano alcune fasi del processo traduttivo e questo produce un testo misero, incoerente e inaccettabile per il lettore a cui quella traduzione si rivolge.
Ecco dunque illustrate le fasi del processo di traduzione:

1. Lettura preliminare del testo di partenza
La lettura preliminare consente al traduttore di comprendere contenuti e stile dell’autore, di individuare nozioni e termini che non conosce e giungere così ad una visione d’insieme del lavoro da tradurre.

2. Prima stesura della traduzione
Il traduttore stende la prima versione, comprende più a fondo lo stile dell’autore e ne decodifica il messaggio.

3. Lavoro di documentazione e approfondimento (seconda stesura)
In questa fase il traduttore scava in profondità nel testo e, dopo un’approfondita ricerca, traduce i termini che non conosce. Il lavoro di documentazione sul testo di partenza è infatti necessario per una perfetta comprensione dello stesso.
La cultura del traduttore si forma proprio attraverso ricerche e letture.

4. Revisione della traduzione
Dopo aver completato la seconda stesura, il traduttore confronta il testo di arrivo con quello di partenza. Questa fase è determinante in quanto il traduttore deve assicurarsi di aver tradotto il testo nella sua interezza e di non averne frainteso il messaggio.

5. Acquisire il distacco necessario dalla traduzione
Il traduttore lascia passare alcune ore o addirittura un giorno dal lavoro svolto per liberare i pensieri e tornare sul testo a mente riposata.

6. Rilettura del testo
In questa fase il traduttore dimentica di essere tale e si cala nei panni del lettore per sincerarsi che il testo sia privo di errori, si presenti logico sul piano concettuale e coeso. Questa fase appare simile alla costruzione di un puzzle: il traduttore esamina attentamente il testo sul piano sintattico-lessicale e rimodula l’ordine delle frasi per stendere una traduzione convincente e scorrevole.
Ovviamente, la traduzione finale deve tener conto del destinatario: il traduttore non può consegnare un lavoro mal eseguito e che prima non sia stato accuratamente revisionato.
Questa fase del processo traduttivo è di estrema importanza: leggere più volte il testo tradotto fa emergere errori anche gravi che mai il traduttore avrebbe immaginato di commettere, al punto da pensare: “Grazie a Dio non ho consegnato frettolosamente la traduzione!

Fonte: Articolo scritto da Wajdan Al Khanabshy e pubblicato il 20 giugno 2017 sul sito www.iamatranslator.org

Traduzione dall’arabo a cura di:
Dott.ssa Emma Interesse
Traduttrice editoriale e tecnico-scientifica AR-FR-EN> IT
Bari

Anno internazionale delle lingue indigene

 Categoria: Le lingue

Le lingue sono vitali per le comunità e le persone in tutto il mondo. Hanno implicazioni per l’identità culturale, la comunicazione, l’integrazione sociale, lo sviluppo, l’istruzione e l’accesso alle informazioni. La storia delle persone, il patrimonio culturale e le tradizioni sono trasmessi in modo intergenerazionale attraverso le lingue.

Ci sono circa 7000 lingue parlate in tutto il mondo, molte delle quali sono indigene. Questa ricca diversità linguistica contribuisce alla preservazione dell’identità culturale e della conoscenza indigena. Ma nonostante la loro importanza e valore, quasi 2.700 delle lingue indigene rischiano di scomparire, secondo i funzionari delle Nazioni Unite.

IYIL 2019
Per sensibilizzare su questo problema, le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2019 l’anno delle lingue indigene e hanno chiesto all’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO) di essere l’organizzazione guida.

L’UNESCO ha lavorato con governi, organizzazioni di popolazioni indigene, ricercatori e altre parti interessate per elaborare un piano d’azione per promuovere e proteggere le lingue indigene e migliorare la vita di coloro che le parlano.

In questo piano d’azione possiamo leggere che:

La perdita di una lingua indigena può (…) significare la perdita di conoscenze vitali che potrebbero essere sfruttate per il miglioramento umano e lo sviluppo sostenibile. Di conseguenza, la scomparsa di una lingua implica un enorme impatto negativo sulla cultura indigena interessata, nonché sulla diversità culturale globale.

Aree tematiche nel piano d’azione
L’iniziativa assumerà la forma di una serie annuale di attività raggruppate attorno a tre termini chiave: sostegno, accesso e promozione delle lingue indigene.

  • Sostegno alla rivitalizzazione e al mantenimento delle lingue indigene, utilizzando, se del caso, tecnologie linguistiche e di comunicazione, al fine di migliorare l’uso quotidiano delle lingue indigene;
  • Accesso all’istruzione, all’informazione e alla conoscenza in e sulle lingue indigene per bambini, giovani e adulti indigeni;
  • Promozione delle aree e dei valori della conoscenza delle popolazioni e culture indigene, applicazione di metodi rilevanti di comunicazione e informazione, nonché di pratiche culturali (ad esempio sport e giochi tradizionali) che possono fornire empowerment agli oratori della lingua indigena.

Impatto previsto
Ci si aspetta che gli Stati membri, le popolazioni indigene, la società civile, le istituzioni pubbliche e il settore privato si impegnino concretamente a sostenere e promuovere le lingue indigene. Ciò include l’offerta di supporto finanziario. L’impatto complessivo dovrebbe includere:

  • Attenzione globale e rispetto per la diversità linguistica e le lingue indigene;
  • Responsabilizzazione delle popolazioni indigene e delle tribù per garantire una migliore trasmissione delle lingue indigene alle generazioni future;
  • Adozione di quadri politici, legislazione e altri parametri di riferimento che riducono le disparità e attenuano la discriminazione nei confronti dei parlanti delle lingue indigene;

mettendo a disposizione strumenti adeguati, come sport tradizionali, giochi e altre iniziative che aiutano nella trasmissione delle lingue indigene.

Mettersi in gioco
Dalle organizzazioni agli individui, tutti sono invitati a partecipare al successo di IYIL 2019. Durante tutto l’anno, diverse parti interessate intraprendono azioni e partecipano a eventi per promuovere e proteggere il diritto delle popolazioni indigene a preservare e sviluppare le loro lingue.

Puoi registrarti compilando un modulo. Una volta confermato, puoi intraprendere azioni come: sviluppare un progetto; creare una comunità; suggerire strumenti e soluzioni; stabilire partnership; eseguire webinar; offrire formazione; o fornire supporto finanziario.

Fonte:  Articolo pubblicato sul blog dell’agenzia Rita Maia

Traduzione a cura di:
Francesco Caligiuri
Traduttore freelance EN>IT
Roma

L’Italia e la Russia (10)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Interferenze culturali che possono incidere sul business. Soluzioni e tecnologie linguistiche per fare con successo il business con i russi

< Nona parte di questo articolo

Il brindisi
Fare il brindisi a tavola è molto importante. Fa parte della cultura russa. Fare un brindisi con il socio commerciale aiuta a capire che persona hai davanti perché dopo il terzo brindisi si inizia a essere se stessi (“in vino veritas”). Dall’altro lato, rifiutare di fare il brindisi può essere preso come un’offesa, una mancanza di rispetto, oppure significare che il socio straniero stia nascondendo qualcosa e non voglia essere scoperto. Soluzione: Cercare di non rifiutare di fare un brindisi.

Banya
Anche la banya (in russo: баня, simile a sauna) fa parte dell’accoglienza russa. Se vi invitano di venire in banya significa che il vostro socio russo vi vuole bene, e vuole procedere con l’affare. Poiché in sauna ci si rilassa e le persone sono come sono davvero. La sauna può aver luogo durante o dopo aver stipulato un contratto. Nell’ultimo caso fa parte della tradizione russa festeggiare un affare concluso, “обмыть” (“obmyt’”).

Come vestirsi
In Russia occorre prestare la massima attenzione ai vestiti. La tuta e scarpe da tennis non sono opportune a meno che non si vada in palestra. A un incontro d’affari si consiglia di mettere un completo elegante con cravatta.
Vestirsi in modo elegante (non è necessario che sia troppo caro) vi darà qualche punto in più perché la prima impressione viene formata dall’aspetto fisico. In russo si dice: “Встречают по одѐжке, провожают по уму” “Prima si guarda come sei vestito e dopo si valuta la tua intelligenza”.

Visite nelle case
Occorre sapere che entrando in una casa russa si tolgono le scarpe. Se volete fare una buona impressione, è consigliabile portare dei piccoli regali o dolci per i vostri amici russi o soci (è opportune informarsi in anticipo se loro hanno dei figli e se sono sposati/e). Può andar bene una scatola di cioccolatini. Se donate fiori, assicuratevi che siano in numero dispari (il numero pari si usa per i funerali).

***

Con un contatto frequente fra le lingue e culture il fenomeno di interferenza culturale appare inevitabile. Tuttavia, per superare con successo un’incomprensione tra i comunicanti provenienti da nazioni diverse occorre prestare attenzione alle loro consuetudini e particolarità culturali, essere informato in anticipo sulle peculiarità comportamentali e culturali, rispettare e non violare le tradizioni e i costumi da parte di entrambi i soci.

Articolo scritto da:
Prof.ssa Olga Kobzeva
Docente di lingua russa, mediazione scritta attiva e lingua per gli affari
Presso Scuola Superiore per Mediatori Linguistici
Pisa

Bibliografia
1.Jakobson Roman (1971) Language in relation to other communication systems, SelectedWritings,vol.II, The Hague: Mouton,

2. Kobzeva Olga (2017) Corso avanzato di lingua Russa (B1) con glossario di linguistica. Modulo sette, Pisa, Arnus – Edizioni il Campano, – 130 p.,

2.Вольская, Н.П. (2014) Можно? Нельзя? Практический минимум по культурной адаптации в русской среде/ Н.П. Вольская, Д.Б.Гудков, И.В.Захаренко, В.В.Красных. – 8-е изд., стереотип. – М.: Русский язык. Курсы, – 48с.,

3.Мощинская, Н.В. (2015)«Русская культура: диалог со временем»: Учебное пособие для иностранцев, изучающих русский язык / Н.В.Мощинская, Н.М.Разинкина. – 2-е зид, стереотип. – М.: Русский язык.Курсы, – 416 с.,

4.Лысакова И.П. (2016) Методика обучения русскому как иностранному: учебное пособие для вузов / И.П.Лысакова, Г.М. Васильева, С.А.Вишнякова и др.; под ред. проф. И.П Лысаковой. – М.: Русский язык. Курсы. – 320 с.,

5.Ожегов С.И. (2012) Толковый словарь русского языка: Ок. 100 000 слов, терминов и фразеологических выражений / С.И.Ожегов; Под ред. Проф. Л.И. Скворцова. – 28-е изд., перераб. – М.: ООО «Издательство «Мир и Образование»: ООО «Издательство ОНИКСЛИТ», – 1375 с. Prof.ssa Olga Kobzeva 7

6. Перевозникова А.К. (2015) Россия: страна и люди. Лингвострановедение: Учебное пособие для изучающих русский язык как иностранный, – 4-е изд. Стереотип. – М.: Русский язык.Курсы, – 184с.

Intervistatori:
Erokhin Anatolij Viktorovič, giudice,Tribunale Arbitrale della regione Kemerovskaya

Kobzev Viktor Vladimirovič, direttore Svyaz’ – Bank, filiale Kemerovskij

Zheludkova Elena Ghennad’evna, docente di lingua francese e italiana presso l’Università Statale di Kemerovo

Igor’ Fedorovič, fisioterapista presso l’Ospedale regionale Kemerovskaya

Trillini Bruno, pensionato

L’Italia e la Russia (9)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Interferenze culturali che possono incidere sul business. Soluzioni e tecnologie linguistiche per fare con successo il business con i russi

< Ottava parte di questo articolo

Gesticolazione
La gesticolazione degli italiani è notevole. Aiuta ad esprimersi e capirsi, senza la quale non immaginiamo l’atto di comunicazione. Però per i russi troppa gesticolazione può sembrare un po’ aggressiva.
In un incontro d’affari, un russo, vedendo la gesticolazione inadeguata alle circostanze, chiede all’interprete: “Ma perché mi sta urlando il signore italiano? In realtà, il signore italiano non stava urlando, sono stati i gesti che hanno spaventato il socio russo il quale non trovando corrispettivi ai russi, aveva frainteso la comunicazione vocale – urlo.
Soluzione: Cercare di non affidarsi molto ai gesti, ma essere espliciti per via verbale.

Fattori socio-culturali
1. Salutarsi in solito modo – stringendo la mano. Però attenzione: lo fanno uomini e non donne. Non c’è l’abitudine che una donna stringa la mano a qualcuno (né alle donne, né agli uomini). Se conoscete da tanto il vostro partner è possibile anche abbracciarsi all’incontro e (o) dare tre baci sulle guance (indipendentemente dal sesso), con gli estranei e persone non conosciute tale comportamento non è tollerato.

2. Soffiarsi il naso in pubblico (soprattutto a tavola) è considerato un gesto molto scortese, maleducato e poco gradito.
Soluzione: cercare di non soffiarsi il naso.

3. Fattore cruciale è il tempo. Si dice che il tempo sia denaro («Время – деньги»), dunque non puo’ essere sprecato. La puntualita’ viene fortemente richiesta oltre che da se stessi anche dai partner. Perciò è sempre meglio presentarsi dieci minuti in anticipo all’incontro anziché farsi attendere un minuto. La puntualità è un elemento per gli italiani spesso irrilevante, ma per il russo è un segno di considerazione e di rispetto. Fare tardi significa mancanza di rispetto.
Soluzione: cercare di non fare tardi sopratutto al primo incontro.

4. L’Ospitalità e l’accoglienza è il segno distintivo della popolazione russa. Per negoziare le condizioni vi possono invitare in un ristorante. Un orario stabilito per il pranzo non esiste, si mangia quando c’è fame.

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Prof.ssa Olga Kobzeva
Docente di lingua russa, mediazione scritta attiva e lingua per gli affari
Presso Scuola Superiore per Mediatori Linguistici
Pisa

L’Italia e la Russia (8)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Interferenze culturali che possono incidere sul business. Soluzioni e tecnologie linguistiche per fare con successo il business con i russi

< Settima parte di questo articolo

Essere seri
E comunque se i russi sono seri non vuol dire che siano arrabbiati (come invece si pensa di solito). È un segno del fatto che sono molto attenti a tutto quello che viene detto loro, segno di rispetto in qualche modo, è un segno positivo, se vogliamo.

La serietà oltre all’attenzione può significare un segno di difesa. La difesa contro la truffa come comportamento inconscio è dovuta agli anni novanta, quando dopo il periodo del comunismo l’organizzazione del mercato si basava sulla criminalità e la corruzione. Perciò quando i russi vedono una persona al primo incontro sorridere senza un “motivo valido”, non lo capiscono e il fatto desta loro preoccupazione.

Va notato che la neutralità di espressione e comportamento, tanta serietà e forse freddezza sono fattori educativi in una relazione soltanto in fase iniziale.
Bisogna dire anche che i russi apprezzano l’umorismo, hanno il senso dell’umorismo e capiscono l’ironia sottile.

Soluzione.
Se si vuole proseguire nell’affare, è opportuno cercare di “copiare” il comportamento del vostro socio: non sorridere, essere seri e freddi nella fase iniziale, facendogli capire che anche voi siete della stessa opinione, siete sulla stessa onda. È possibile scherzare ma “est modus in rebus”.(c’è una misura nelle cose).

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Prof.ssa Olga Kobzeva
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L’Italia e la Russia (7)

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Interferenze culturali che possono incidere sul business. Soluzioni e tecnologie linguistiche per fare con successo il business con i russi

< Sesta parte di questo articolo

La comunicazione non verbale

Sorriso
La neutralità nei comportamenti dei russi è assai notevole per un italiano. Capita raramente che un russo sorrida se non c’è un motivo che ritenga valido. Non può avere sicuramente un sorriso di circostanza, e non lo fa perché “bisogna sorridere”. Non è facile capire neanche dall’espressione del viso se vada tutto bene. Come si fa a capire se sono contenti? In nessun modo. Ci sarà però un modo per capire se essi non sono contenti.

Il sorriso è un atteggiamento molto significativo. Nella cultura italiana, ad esempio,un sorriso può essere un segno di successo, di cortesia, un segno per attenuare le informazioni negative o ipocrite(un sorriso amaro). Mentre nella cultura russa attraverso un sorriso i russi dimostrano una vera gioia e simpatia per le persone a cui sorridono. La funzione principale di un sorriso è la manifestazione di un atteggiamento sincero e gentile verso l’interlocutore. E può essere applicato solo per le persone che i russi conoscono. È proprio per questo che non vedrete mai sorridere una commessa se entrate in un negozio russo: non vi conosce. (e poi sarebbe un sorriso di circostanza, stereotipato).

Vi sono alcuni fattori culturali che impediscono un sorriso superficiale. Si pensa generalmente che sorridere senza un motivo valido (che sarebbe una vera gioia e soddisfazione) sia un motivo per pensare se davanti a te si trovi una persona sana di mente. Infatti, tra i russi si dice scherzando: «Улыбайтесь, шеф любит идиотов» (“Sorridere, al capo piacciono gli scemi”). Esiste anche un proverbio russo: «Смех без причины – признак дурачины» (“Ridere senza motivo significa essere stupido.”)

Dall’altro lato, se vedete un russo sorridere allora significa che lo fa davvero, sarà sicuramente un sorriso sincero che viene dal cuore.
Se il vostro socio d’affari è uno sportivo, allora preparatevi perché non arriverà mai un momento in cui sorriderà.

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Prof.ssa Olga Kobzeva
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L’Italia e la Russia (6)

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< Quinta parte di questo articolo

Il modo condizionale
Nella lingua italiana il modo condizionale è molto frequente. Spesso in ambito formale sentiamo “vorrei”, “direi”, “preferirei”, “bisognerebbe fare”. Oppure per rendere una richiesta, un ordine ancora più gentile si usa il modo condizionale e congiuntivo (il quale non esiste in russo) “bisognerebbe che lo facesse”.

In russo, invece, il modo condizionale si usa soltanto in tre casi: per esprimere 1) un’irrealtà di un’azione, 2) un’azione che può avere luogo in determinate circostanze o si presume, si desidera che abbia luogo, 3) uso di cortesia del condizionale, che viene spesso usato per via del verbo “мочь” potere con la particella negativa не:

“Ты не могла бы мне принести сумку?”Letteralmente: “Non mi potresti portare la borsa? E se i russi sentono usare il modo condizionale al di là di questi tre casi nominati, sentono troppa gentilezza inadeguata alle circostanze e credono che gli italiani siano troppo cortesi. Per un italiano però può sembrare inadeguato e maleducato il fatto di non usare il condizionale nelle situazioni dove se lo aspetta. Ma non è maleducato. È solo perché quest’uso del condizionale non rientra in tre casi individuati.

Soluzione.
Per rendere una richiesta gentile e cortese si possono usare gli altri mezzi linguistici, ad esempio пожалуйста (per favore): Сделайте эту работу к понедельнику, пожалуйста! (Potrebbe fare questo lavoro per lunedì?)
Si consiglia di usare comunque il condizionale italiano dove è richiesto benché i russi non ne facciano uso.

1 Jakobson, R. (1971) Language in relation to other communication systems, Selected Writings, vol.II, The Hague: Mouton,

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L’Italia e la Russia (5)

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< Quarta parte di questo articolo

La comunicazione verbale e non verbale

La comunicazione verbale
Un tratto significativo verbale che trasmette il carattere nazionale russo è la risposta alla domanda “Как дела?” (Come stai?). Non sentiremo mai un russo dire “Хорошо” (“Bene”) come invece è richiesto (perché è quello che ci si aspetta) dalla cultura italiana. Motivo? La connotazione della parola stessa “хорошо” che impedisce di usarla in questa situazione.
Per connotazione si intendono i segni del concetto espresso da una parola che realizzino l’atteggiamento socialmente accettato, nonché la valutazione di un oggetto e di un fatto per le caratteristiche tradizionali e culturali.

Sono insiti delle caratteristiche culturali russe in questa parola. “Хорошо” trasmette la valutazione connotativa positiva, e non è solo una risposta alla domanda sull’andamento delle cose. Rispondendo positivamente alla domanda “Какдела?”significa che stiamo davvero bene. Ma se non è vero?
Per di più vi è un rischio per la scaramanzia: “se ora dico che tutto va bene, chissà se domani tutto andrà sempre bene” oppure: “se ora rispondo che tutto va bene, chissà se proverà invidia nei miei confronti”.

Per un russo la domanda “Как дела?” non è un semplice gesto di educazione come, ad esempio, accade nella cultura italiana (“Come stai” appare talvolta anche senza sfumatura interrogativa, come per dire “Ciao”) o anglo-americana, dove “How do you do?” nonostante il punto interrogativo in fondo non è una domanda ma ormai un modo per salutare.
“Как дела?” in russo invece è una domanda che esige una risposta. E se un russo non se la sente non può rispondere “Хорошо” (perché non sarà vero), ma risponde “Нормàльно” (Normale) ovvero né bene né male. (ecco che qui il russo è in contraddizione con se stesso, perché dà una risposta “intermedia”.)

Nonostante il fatto che la domanda “Как дела” esegua nella comunicazione la cosiddetta funzione fatica (phatic function1 ) ovvero la funzione per stabilire un contatto con interlocutore, i russi la trattano come un vero e proprio interessamento sulla loro vita. Per un italiano che aspetterà alla domanda “Come stai” una semplice risposta “Bene, grazie” può sembrare strana la reazione da parte dei russi quando quest’ultimi inizieranno a raccontare tutti i fatti della loro vita privata: come sta lui stesso, la sua famiglia, come vanno o non vanno le cose al lavoro, problemi alla salute, ecc.

Soluzione.
La soluzione più adatta sarà comportarsi in modo naturale e semplice e alla domanda “Какдела?” rispondere con una risposta stabilita in italiano: “Va tutto bene, grazie” sebbene il parlante sia profondamente infelice. Da parte degli italiani bisogna essere preparati per affrontare una lunga risposta nel caso in cui i russi dovessero raccontare con tutta la sincerità come va la loro vita.

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L’Italia e la Russia (4)

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< Terza parte di questo articolo

I tratti contraddittori del carattere russo
I russi possono fare affidamento sul potere supremo che può risolvere tutti i problemi, e allo stesso tempo sognare una “volontà libera”; mostrare le meraviglie del coraggio, dell’eroismo e nello stesso tempo essere sottomessi; sacrificarsi per la Patria e non rispettare il suo passato storico, il quale, a seconda della situazione politica viene considerato o positivamente,o negativamente.

Anche la religione, secondo gli scienziati, formava l’incoerenza del carattere russo. Nell’ortodossia, a differenza del cattolicesimo, ci sono solo due punti polari: il paradiso e l’inferno, ma non c’è il purgatorio. Questo fatto determinò nella mentalità russa l’esistenza di due categorie: una categoria è di «molto bene» e un’altra è di «molto male». O piena sotto missione, o un comportamento senza alcun limite. Lo scrittore russo Anton Pavlovič Čechov scriveva così su questo tratto dei russi: «Tra «Dio c’è » e « Dio non c’è » si trova un enorme spazio, il quale un vero saggio passa con grande difficoltà. Un russo, invece, conosce soltanto uno di questi due estremi, il mezzo non gli interessa».

Sul fatto che l’uomo russo spesso non ha il limite e facilmente tocca il fondo, raccontano anche i proverbi russi: «O tutto o niente», «O un petto pieno di croci (si intende croce come un premio: croce di San Giorgio), o la testa in un cespuglio».
«La mancanza della parte intermedia nel ramo culturale» – così è stato definito dai filosofi il principio della vita russa.

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L’Italia e la Russia (3)

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< Seconda parte di questo articolo

Informazioni di carattere storico-sociale. Contraddizione del carattere russo
«Умом Россию не понять» (La Russia non è comprensibile con la ragione) – queste sono le parole del poeta Fѐdor Ivanovič Tjutčev che vengono spesso ricordate quando si parla della Russia e dei russi, segnandone l’incoerenza, la mistica e l’imprevedibilità.
Senza dubbio, alcune caratteristiche del carattere russo sono legate alla posizione geografica del paese. La Russia si trova tra i due continenti, due civiltà, l’Europa e l’Asia, l’Oriente e l’Occidente. La cultura russa riunisce in se le caratteristiche sia della cultura dell’Occidente, sia di quella dell’Oriente, ma comunque peculiare.

Lo sviluppo della Russia era simile a un’oscillazione del pendolo in un orologio. Si direbbe che all’inizio della sua formazione, la Rus’ di Kiev faceva parte della civilizzazione europea, la Rus’ di Mosca, invece, faceva parte della civilizzazione orientale. Le riforme di Pietro Il Grande spostarono la Russia verso l’Occidente e poi di nuovo la Russia si voltò verso l’Oriente. L’abolizione della servitù della gleba e le riforme alla fine del XIX secolo avevano un carattere occidentale. Dopo la rivoluzione del 1917 si intensificarono i tratti orientali che si verificavano nelle particolarità del regime politico, nella struttura del potere, nella gerarchia sociale. La perestrojka (letteralmente «ristrutturazione») del 1985 rivolse il paese verso i valori occidentali.

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L’Italia e la Russia (2)

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Interferenze culturali che possono incidere sul business. Soluzioni e tecnologie linguistiche per fare con successo il business con i russi

< Prima parte di questo articolo

Tuttavia, i comunicanti saranno indotti ad agire secondo i canoni della loro educazione e avranno sempre aspettative conformi alle nozioni acquisite su ciò che ritengono “corretto” e “adeguato” in una data situazione.
Ecco che, nelle relazioni commerciali tra stranieri, contraddizioni e fallimenti indesiderabili si possono verificare già all’atto dell’approccio, a causa di reazioni comportamentali giudicate sbagliate o inadeguate da parte del partner.

Che cosa si dovrebbe fare per evitare malintesi o interpretazioni sbagliate nella comunicazione di concetti comuni tramite definizioni linguistiche differenti?
E, per quanto ci riguarda in funzione del nostro contatto, abbiamo sufficiente conoscenza dell’universo russo, di quell’ambiente e del popolo con cui interferiremo e con il quale andremo a trattare?

Sappiamo che ragioni geografiche e climatiche, percorsi storiche e culturali ci hanno resi comprensibilmente diversi anche come mentalità, per cui è logico che, all’evidenza dei fatti, non avremo le stesse reazioni.
Allora, siccome non vogliamo che questo comprometta il successo della nostra impresa, dobbiamo prepararci meglio al russo e, oltre che apprenderne la lingua, dobbiamo analizzare l’indole e scoprire il carattere del popolo russo per entrare il sintonia con loro, per cercare di capire l’anima russa.

I russi, come sono oggi, dopo tante vicissitudini?
Quanto differiscono dall’idea che ci eravamo fatta di loro, dalle nozioni storiche e dai documenti della loro straordinaria letteratura?
Come bisogna comportarsi all’atto pratico in certe situazioni, per non fare brutta figura con loro?
In questo articolo vi forniremo alcuni consigli di comportamento i quali vi potranno aiutare a superare con successo alcune interferenze interculturali, contribuendo a sviluppare in maniera vantaggiosa il vostro business.

Terza parte di questo articolo >

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Prof.ssa Olga Kobzeva
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L’Italia e la Russia

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Interferenze culturali che possono incidere sul business. Soluzioni e tecnologie linguistiche per fare con successo il business con i russi

Al giorno d’oggi si assiste a un gran numero di imprese russe che operano sul mercato italiano e ad imprese italiane sul mercato russo.
Questo è il fatto sicuramente significativo che dimostra quanto interesse ci sia, da entrambe le parti, per lo sviluppo della cooperazione economica tra i due paesi: Italia e Russia.
La crescita di scambi commerciali reciprocamente vantaggiosi e il richiamo esercitato dal rispettivo patrimonio storico-artistico e ambientale contribuiscono ad aumentare anche il flusso turistico dei cittadini russi in Italia e italiani in Russia.

Il rapporto tra due soci stranieri, qualsiasi contatto, avviene tramite una comunicazione fra soggetti che rappresentano lingue e culture diverse. Pertanto, per favorire un buon rapporto nelle relazioni socio-economiche e allo scopo di evitare contraddizioni e fallimenti indesiderati nella comunicazione interculturale, oltre a una buona padronanza tecnica della gestione del business, è necessario acquisire anche quelle conoscenze minime peculiari dell’identità dell’altro, conoscenze che aiuteranno a superare il fenomeno delle interferenze interculturali.
Per interferenze interculturali si intende un processo (conscio o inconscio) di trasferimento delle norme di comportamento, di abitudini, di conoscenze e di aspettative da una cultura ad un’altra.

Gli interlocutori, provenienti da culture diverse, in una maniera o in un’altra, automaticamente o no, intenzionalmente o meno, nella pratica dell’interscambio iniziano ad agire in conformità con i loro atteggiamenti culturali e ciascun soggetto si aspetta dall’altro un comportamento simile a quello cui sono abituati nella loro cultura d’origine.
Però non sempre tutte le nostre norme comportamentali trovano corrispondenza in altre culture, poiché altre culture possono aver determinato radicate norme comportamentali diverse dalle nostre, nel tempo.

Seconda parte di questo articolo >

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Prof.ssa Olga Kobzeva
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Pisa

Riflessioni di una traduttrice audiovisiva

 Categoria: Servizi di traduzione

È impossibile guardare una serie televisiva, un videogioco, un film o un documentario che originariamente è in una lingua straniera e non pensare a quanto siamo fortunati perché qualcuno, con il suo impegno, ci ha portato un pezzetto di mondo alla nostra portata. Questo faticoso compito è opera di un traduttore audiovisivo. Per arrivare lassù, il percorso è stato irto di ostacoli: ha dovuto spezzarsi la schiena all’università, probabilmente ha fatto un master o dei corsi di specializzazione, ha impiegato anni per padroneggiare le lingue straniere, ha lasciato il suo paese ed è andato all’estero per tuffarsi in una cultura diversa e ha fatto tutto il possibile per essere il migliore. Insomma: sangue, sudore e lacrime.

Tuttavia, in un certo senso, il traduttore audiovisivo è anche davvero fortunato poiché ha trasformato la sua passione ‒ consumare contenuto audiovisivo e imparare continuamente ‒ nel suo mestiere. Come si suol dire “fai quello che ami e non lavorerai un solo giorno della tua vita”. Pur essendo d’accordo con questo pensiero, devo ammettere che, come professionisti linguistici, abbiamo la corda al collo a causa delle numerose restrizioni di questa specializzazione. Per esempio:

-       In sottotitolaggio (la creazione di un testo a partire dal copione che si sovrappone sullo schermo) dobbiamo tenere conto della restrizione di caratteri per riga, della velocità di lettura degli spettatori, della separazione fra sottotitoli e della loro durata. Tutto questo dipende dalle preferenze del cliente.

-       In doppiaggio (“inserire” nella bocca degli attori la traduzione in modo che sembri che è l’autore originale delle parole colui che stiamo ascoltando) bisogna stare attenti al sincronismo labiale, corporale e di contenuto, come pure all’oralità prefabbricata che non risulta credibile alle orecchie dello spettatore.

-       In voice-over (la sovrapposizione della traduzione sull’audio originale in modo tale da ricevere il prodotto in due lingue simultaneamente) a volte non c’è un copione e si deve fare una traduzione direttamente.

-       In trascrizione (scrivere parola per parola quello che si dice nel documento audiovisivo) ci troviamo spesso a lottare contro rumori e musica di fondo e contro una pessima dizione del parlante.

-       In localizzazione (traduzione e adattamento culturale di videogiochi, siti web, applicazioni mobili e software) facciamo attenzione a restrizioni di spazio, differenze culturale o mancanza di materiale di supporto.

E non solo questo… Lessico specializzato, slang, espressioni gergali, riferimenti culturali, accenti forti, giochi di parole, doppi sensi, metafore, proverbi, battute… La lista è infinita.
Nonostante ciò, credeteci o no, il fatto di essere capace di superare gli ostacoli (a forza di leggere, consultare fonti affidabili e contare sull’aiuto di colleghi) ti dà una grande soddisfazione e ti fa innamorare un po’ più di questo bel lavoro.

Alla luce della mia esperienza, questo mestiere è così arduo come gratificante: è tua la responsabilità di trasmettere fedelmente il messaggio e le emozioni originali nonostante le difficoltà sopra menzionate, ma tua è anche la fortuna di essere il primo a guardare le ultime uscite, di divenire un esperto in temi molto diversi e di migliorare giorno dopo giorno.
La traduzione audiovisiva resta necessaria: è un ponte che colma il divario fra persone e culture diverse e che ci rende più ricchi intellettualmente. Lunga vita a lei!

Autrice dell’articolo:
Andrea Pérez Garcìa
Freelance Translator
Spagna

Il linguaggio influenza il modo di pensare (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Alcune strutture della lingua derivano dal modo in cui la comunità linguistica che la utilizza percepisce il mondo.

Anche gli scrittori, all’interno delle loro opere,hanno spesso ripreso il tema dell’influenza delle strutture linguistiche sullo sviluppo cognitivo e sul modo di pensare dei soggetti che parlano una determinata lingua. George Orwell, per esempio, nel suo romanzo “1984” immagina e descrive la “Neolingua”, una lingua artificiale imposta da un regime totalitario e volutamente caratterizzata da un vocabolario limitato, al fine di rendere impossibile ogni pensiero eretico (cioè contrario ai princìpi del regime). In questo caso la popolazione non può pensare all’insurrezione perché la lingua che utilizza non ha parole che esprimano questo concetto, che quindi non esiste.

Un recente studio ha inoltre evidenziato come i parlanti anglofoni tendano a dirottare i propri pensieri su aspetti diversi rispetto ai soggetti di madrelingua tedesca, quando per esempio si soffermano ad osservare un’azione. In particolare, i ricercatori hanno potuto dimostrare che gli individui di lingua inglese tendono a concentrarsi sulle dinamiche dell’azione, mentre quelli di lingua tedesca ad interrogarsi sullo scopo di quella medesima azione.

Anche gli individui bilingue hanno mostrato diverse reazioni rispetto all’azione, a seconda che essa fosse descritta in inglese o in tedesco.

Altri studi ancora hanno dimostrato come le persone tendano a prendere decisioni maggiormente orientate all’utilità e al beneficio quando sono costrette a parlare in una lingua straniera rispetto a quando parlano la propria lingua nativa. In quest’ultimo caso, infatti, si sono rilevate maggiori anche le emozioni in grado di trasparire attraverso il linguaggio verbale, ma questo è dovuto essenzialmente alla maggiore distanza emotiva che associamo alle lingue straniere.

Ovviamente, resta da verificare se questi studi, spesso condotti utilizzando un numero molto limitato di persone, siano da considerarsi validi e significativi. D’altra parte, spesso le azioni degli individui sono conseguenza del loro carattere e della loro personalità piuttosto che del loro background linguistico.

Non si può comunque negare che siano indagini molto interessanti, che stimolano una riflessione sulla relazione che intercorre tra la lingua che parliamo e lo sviluppo dei nostri pensieri e della nostra visione del mondo.

Fonte: Articolo scritto da Brigitte Schreyer e pubblicato il 18 giugno 2017 sul proprio blog

Traduzione dal tedesco a cura di:
Samantha Di Venezia
Traduttrice freelance DE/EN/ES > IT
Larciano (PT)

Il linguaggio influenza il modo di pensare

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Che cos’è il linguaggio? In che modo influisce sul nostro pensiero? Il linguaggio non è soltanto un mezzo di comunicazione fatto di suoni e parole. Diversi studi hanno infatti dimostrato che la lingua che utilizziamo influisce anche sul nostro modo di pensare.

L’ipotesi di Sapir-Whorf è soltanto uno dei numerosi studi che hanno approfondito la relazione esistente tra linguaggio e mente. Secondo questo studio sarebbe la lingua, con le sue strutture, a determinare il modo di pensare della comunità linguistica che la utilizza.

Questa ipotesi ha quindi condotto alla più importante teoria a sostegno dell’intraducibilità dei testi.

Nel diciannovesimo secolo, il linguista e scienziato Wilhelm von Humboldt fu uno dei primi a riprendere questa idea, sostenendo la teoria secondo la quale la lingua costituirebbe lo strumento di strutturazione del pensiero. Questo equivarrebbe a dire che siamo in grado di pensare soltanto a ciò che è definibile attraverso la lingua.

Circa 100 anni più tardi, il filosofo Ludwig Wittgenstein scriverà: “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. In sintesi, tutti questi pensatori consideravano il linguaggio la base di ogni pensiero: senza il primo non sarebbe esistito il secondo.

Ma ci sono emozioni e sentimenti che gli esseri umani non riescono ad esprimere a parole. Quante volte rimaniamo senza parole o riscriviamo qualcosa mille volte senza riuscire mai ad arrivare al punto e a mettere nero su bianco esattamente quello che vorremmo dire?

Si potrebbe supporre, quindi, che più ampio è il nostro vocabolario, più diversificati saranno i nostri pensieri. Di conseguenza, per i parlanti la cui lingua madre si caratterizza per un vocabolario limitato, l’apprendimento di una lingua straniera si convertirebbe in un miglioramento della capacità di espressione e in un “ampliamento del pensiero”, da cui deriverebbe l’acquisizione di un nuovo punto di vista sul mondo.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Brigitte Schreyer e pubblicato il 18 giugno 2017 sul proprio blog

Traduzione dal tedesco a cura di:
Samantha Di Venezia
Traduttrice freelance DE/EN/ES > IT
Larciano (PT)

Tradurre e insegnare lo Spagnolo (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

D: Cosa diresti a chi accusa di ingerenza un traduttore che dà lezioni di spagnolo, come nel caso di un professore di inglese che offre servizi di traduzione senza avere la formazione adeguata?

R: Uff, ingerenza. Sono d’accordo che in tutti i settori dobbiamo proteggerci da eccessi di ingerenze, ma credo anche che non tutti miriamo agli stessi clienti. Un professore di inglese e un traduttore ben formato arriveranno a clienti diversi con esigenze e necessità diverse. Allo stesso modo, un traduttore con dieci anni di esperienza arriverà a clienti che per me, che di anni di esperienza ne ho appena tre, al momento sono inaccessibili.

Forse risulto un po’ drastica, ma credo che sia molto più utile, sia personalmente che per la collettività, lottare per dimostrare il nostro valore che litigare con gli intrusi. In fin dei conti, se tutti noi ci sforziamo per dimostrare perché siamo bravi in ciò che facciamo, verremo apprezzati ancora di più e gli intrusi avranno uno spazio minore nel nostro settore.

Credo che la stessa cosa si possa applicare all’insegnamento: io non ambirò agli stessi alunni di un laureato in filologia con molti anni di esperienza, ma non credo neanche che sia più utile per lo stesso laureato in filologia impegnarsi a «scacciare» l’intruso rispetto a dimostrare perché scegliere lui come professore. Poi è a discrezione della singola persona formarsi per essere un buon professionista o meno. Ho frequentato il corso di formazione per professori di spagnolo per stranieri dell’Instituto Cervantes, sono esaminatrice dei livelli A1-A2 e frequento regolarmente corsi sull’insegnamento dello spagnolo.

Grazie mille a Inés per averci raccontato in prima persona la sua esperienza di conciliazione delle sue due professioni. Ci avevate pensato? Io stessa ho frequentato un corso di insegnamento dello spagnolo di oltre 200 ore, ma devo ammettere che non avrei mai pensato che creare la mia piattaforma fosse fattibile, semplice e proficuo. Ma a quanto pare è così! All’inizio dell’articolo trovate il link per il corso di Beatriz Mora che Inés ha frequentato, ve lo reinserisco qui.

Fonte: Articolo scritto da Merche García Lledó e pubblicato il 19 dicembre 2016 sul sito Traducir&Co

Traduzione a cura di:
Giovanni  Gemito
Traduttore freelance EN > IT – IT > ES – FR > IT
Napoli

Tradurre e insegnare lo Spagnolo (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

D: ¿Perché credi che noi traduttori dovremmo prendere in considerazione questa possibilità?
Credo che sia una magnifica possibilità per i traduttori a cui, come nel mio caso, appassiona insegnare e lavorare con lo spagnolo. È un modo per differenziare le entrate. Inoltre, insegnare lo spagnolo online, e non in presenza, ti consente di organizzare molto meglio il tuo tempo: puoi tradurre tra una lezione e l’altra o, ad esempio, dedicare la mattina a tradurre e il pomeriggio a fare lezione o viceversa. Questo è molto più difficile con le lezioni in presenza, perché finisci per perdere molto tempo tra il trasporto e le ore morte.

Inoltre credo che, in generale, a noi traduttori attira tutto ciò che si relaziona con altre lingue e culture. Diversamente dall’insegnamento in presenza, essere professore online ti consente di fare lezione a persone provenienti da qualsiasi posto nel mondo. Trovo molto stimolante parlare con alunni provenienti dal Giappone, dalla Norvegia, dalle Filippine o dal Canada e conoscere i loro punti di vista, le loro vite e le loro esperienze. Ogni giorno imparo qualcosa di nuovo.

D: Quale è stato il procedimento che ti ha portato a decidere di addentrarti in questo campo fino a quando non hai iniziato ad avere i tuoi primi alunni?

R: Il corso che ho frequentato, enseñandoespañol online, era molto pratico e dava tantissime informazioni utili con cui avrei potuto portare avanti il progetto. È stato un buon investimento nella formazione. Ho frequentato il corso per due settimane; dopo altre due avevo il mio sito web funzionante e da lì ho trovato i miei primi alunni. Inoltre, ho investito nella collocazione e nel dominio del sito web. Tutto è oramai abbondantemente ammortizzato.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Merche García Lledó e pubblicato il 19 dicembre 2016 sul sito Traducir&Co

Traduzione a cura di:
Giovanni  Gemito
Traduttore freelance EN > IT – IT > ES – FR > IT
Napoli

Tradurre e insegnare lo Spagnolo

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Gli sbocchi professionali a cui aspira un traduttore vanno oltre l’essere correttore, revisore, project manager o responsabile della qualità. Uno dei grandi sbocchi a cui molti aspirano è dedicarsi all’insegnamento dello spagnolo e, a tal proposito, oggi intervisto Inés, una traduttrice professionista che pratica entrambe le professioni. Nello specifico, lei insegna spagnolo sulla sua piattaforma online.

Inés Fernández Taboada è di A Coruña, ha studiato a Granada e vive a Salisburgo. Traduce DE/EN > ES ed è specializzata nella traduzione letteraria e audiovisiva, ma si occupa anche di traduzione tecnica e giurata. Dopo la laurea, le è stato offerto un posto di assistente di conversazione in Austria, dove da allora (2013) vive e lavora come traduttrice autonoma. Un anno dopo, si è specializzata in traduzione audiovisiva con il METAV (máster en Traducción Audiovisual) dell’Università Autonoma di Barcellona.

D: Quando hai deciso, come traduttrice, di diventare professoressa di spagnolo online? Eserciti entrambe le professioni?

R: Mentre leggevo un blog che mi piace, mi sono imbattuta in un’intervista a Beatriz Mora, una ragazza che offriva un corso per diventare professore di spagnolo online. Avevo dato lezioni di spagnolo in presenza sia durante la carriera universitaria che come assistente di conversazione e tramite lezioni private in Austria, ma non avevo mai preso in considerazione l’idea di insegnare online. Mi sono resa conto che rappresentava un’ottima possibilità per me e quindi ho avviato il mio progetto Palabrerías.

Inizialmente, avevo accantonato l’insegnamento per dedicarmi pienamente al mio progetto di traduttrice autonoma e non l’ho ripreso fino a quando non è comparsa questa possibilità. Non ci ho pensato più di tanto. Insegnare lo spagnolo è qualcosa che adoro e inoltre mi offre qualcosa di molto importante che mi mancava nel mio quotidiano: i contatti sociali.

Attualmente l’insegnamento dello spagnolo occupa circa un terzo della mia giornata lavorativa. Quando decisi di iniziare, mi organizzai in modo da non togliere tempo alla traduzione e allo stesso tempo per fare in modo che mi servisse come entrata principale e regolare per poter così tralasciare gli ambiti che mi piacciono di meno (le traduzioni tecniche). Inoltre, avere un’entrata principale mi consente di dedicare più tempo a trovare clienti migliori per la traduzione letteraria e audiovisiva, che sono le uniche due specialità a cui aspiro a dedicarmi nel medio termine.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Merche García Lledó e pubblicato il 19 dicembre 2016 sul sito Traducir&Co

Traduzione a cura di:
Giovanni  Gemito
Traduttore freelance EN > IT – IT > ES – FR > IT
Napoli

La traduzione per diverse fasce d’età

 Categoria: Servizi di traduzione

La letteratura per l’infanzia è stata per lungo tempo emarginata perché considerata inferiore a quella per gli adulti. Questo, probabilmente, a causa dei contenuti, giudicati semplici, ripetitivi e banali. Tuttavia, nonostante alle volte l’intreccio sia elementare e i personaggi siano dei tipi, ciò che rende i libri per giovani lettori estremamente interessanti è il linguaggio, lo stile e il modo in cui gli autori decidono di raccontare le loro storie. Osservando, in una libreria, i testi per bambini e ragazzi di diverse fasce d’età, vedremo che a ogni lettore modello corrisponde un particolare tipo di libro, con una struttura, un linguaggio e un layout adatto alla sua età.

Il traduttore di letteratura per l’infanzia deve prestare particolare attenzione all’età del lettore a cui il testo si indirizza così da orientare la sua traduzione in base allo sviluppo cognitivo e agli interessi del bambino.

In un testo per pre-schoolers (fanciulli in età pre-scolare), uno degli aspetti su cui il traduttore si deve concentrare maggiormente è la riproduzione delle rime, delle allitterazioni e dei fenomeni di fonosimbolismo. Poiché, appunto, tali libri sono scritti per essere letti ad alta voce da un adulto, è fondamentale che l’orecchio del bambino venga allietato e stimolato.

I libri per middle grade readers (ragazzini dai 7 agli 11 anni) sono generalmente ricchi di espressioni idiomatiche, giochi di parole e situazioni ironiche. A quest’età, infatti, i bambini iniziano a comprendere l’umorismo e il linguaggio figurato e il traduttore deve cercare di riprodurre tali aspetti. Ovviamente, essendo i pun e le idiomatic expressions spesso intraducibili, bisogna trovare nella lingua di arrivo un’espressione ugualmente efficace. Nell’ultimo libro che ho tradotto, The Everything Kids’ Environment Book di Sheri Amsel, ad esempio, mi sono trovata di fronte a un titolo di un paragrafo sui vulcani contenente un gioco di parole basato sull’omonimia di fault (in inglese ‘colpa’ ma anche ‘faglia’). Non avendo, in italiano, un termine equivalente, ho deciso di sacrificare il significato dell’espressione e ho sfruttato la fonologia per raggiungere lo stesso scopo: ottenere un titolo divertente e scherzoso. Così “Whose fault is that volcano” (cfr. “Di chi è la colpa di questo vulcano?) l’ho reso con “tutta colpa delle placche”, espressione ricca di allitterazioni.

Infine, i libri per adolescenti sono per lo più romanzi narrati in prima persona dal protagonista, un ragazzo o una ragazza che ha più o meno la stessa età del lettore. Di conseguenza, viene spesso utilizzato il così detto teen talk, linguaggio particolare che imita il modo di parlare dei teenager, con un lessico ricco di termini slang, di abbreviazioni e acronimi, alle volte vago e volgare e caratterizzato da forme non standard. Riuscire a riprodurre tale linguaggio è d’obbligo per il traduttore sia per rendere il testo accattivante per il lettore target, sia per connotare, anche nella lingua di arrivo, quel determinato personaggio e favorire così l’identificazione del destinatario con il narratore. A mio avviso, la strategia migliore per riprodurre il teen talk nella nostra lingua, oltre

che l’uso di un lessico riconosciuto come “giovanile” (“cool”, “svitato”, “para”…) è l’impiego di forme di italiano neo standard, un italiano colloquiale, normalmente utilizzato nella lingua parlata ma raramente nella lingua scritta. Esempi di forme neo standard sono l’uso di “gli” invece di “a loro”, dell’imperfetto al posto del congiuntivo e della frase scissa.

A quest’età, infatti, i bambini iniziano a comprendere l’umorismo e il linguaggio figurato e il traduttore deve cercare di riprodurre tali aspetti.

Articolo scritto da:
Greta Antonioni
Dott.ssa in Linguistica e Traduzione
Lucca

Cos’è la traduzione?

 Categoria: Problematiche della traduzione

Tradurre significa trasferire contenuti da una lingua (lingua d’origine) ad un’altra (lingua finale).
Tale processo  necessita di una particolare accuratezza, in modo tale da distaccarsi il meno possibile dal contenuto e dal significato del testo originario. In teoria, per il lettore, il risultato della traduzione dovrebbe suonare come il testo d’origine, affinché non sia riconoscibile che si tratta di una traduzione in una lingua straniera. Ad esempio avreste mai pensato che nel caso del presente  testo si trattasse di una traduzione dall’Inglese?

Tradurre rappresenta per il traduttore, per molteplici aspetti, un’autentica sfida. Tra le altre cose  bisogna andare oltre le  differenze grammaticali, culturali e contestuali tra la lingua di partenza e quella finale.
Nonostante molte lingue facciano riferimento ad una radice comune, spesso esse sono state soggette, nel recente passato, ad una diversa evoluzione, per cui  ad esempio le strutture di una frase in una lingua non possono essere trasferite in un’altra. Il traduttore pertanto, in questi casi,  si trova dinnanzi, prima che alla traduzione vera e propria, ad una nuova struttura e sintassi di base di cui deve tenere conto.

Inoltre si tratta anche di prestare attenzione alle particolarità culturali, sociali, storiche e geografiche delle lingue e di farle scorrere nella traduzione stessa, poiché immagini linguistiche come “bevor in Boehmen ein Viertel untergeht”, “Pommes rot-weiss” oppure “Das Venedig des Nordens” se tradotte in modo del tutto acritico  non hanno alcun senso per chi non possegga nessuna conoscenza delle condizioni culturali retrostanti.
Le sfide menzionate richiedono ad un buon traduttore non solo ed esclusivamente una perfetta conoscenza della sua lingua di partenza e di quella finale, bensì  parimenti una conoscenza completa delle culture che stanno alla base di ambedue le lingue.

Pertanto è molto complicato per un traduttore tradurre in più lingue, poiché proprio l’appropriazione di una nuova cultura è un  presupposto che richiede molto tempo.
Questo ostacolo viene un po’ alleggerito, per fortuna,  ai nostri tempi, tramite Internet, che permette al traduttore di fare delle ricerche veloci e mirate e di consultare testi di confronto nella lingua di partenza e  nella lingua finale, al fine di evitare,in fase di traduzione, incomprensioni e interpretazioni piene di errori. [...]

Fonte: Articolo pubblicato su International Translators

Traduzione a cura di:
Torrione Cristiana
Laurea in Lingue e letterature straniere moderne, specializzazione Tedesco
Rivarolo Canavese (To)

Le origini della linguistica dei corpora

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

L’era del digitale ha consentito un significativo sviluppo della ricerca linguistica, grazie all’enorme disponibilità di testi, di tutti i generi, in formato elettronico. Oggi, le banche dati e i corpora linguistici a disposizione, molti dei quali di libero accesso, possono essere utilizzati per rappresentare l’evoluzione storica delle lingue, per la didattica e, non da ultimo, possono costituire una preziosa risorsa per i traduttori (i corpora multilingue in modo particolare).

Ma quali sono le origini della linguistica dei corpora?

La tradizione anglosassone viene oggi considerata preponderante nel panorama mondiale. Il Brown Corpus of American Written English è stato pubblicato nel 1964, ma già negli anni Cinquanta Charles Carpenter Fries aveva dato un contributo fondamentale con la sua grammatica descrittiva della lingua inglese basata su un consistente corpus di conversazioni telefoniche.

Secondo Manuel Barbera, ricercatore dell’Università degli Studi di Torino e autore del volume “Linguistica dei Corpora e linguistica dei corpora italiana. Un’introduzione”, viene generalmente taciuto, soprattutto nella manualistica di lingua inglese, l’importante ruolo italiano nella disciplina, che ha radici ben più antiche di quelle anglosassoni. Infatti, come sottolineato più volte da Francesco Sabatini, nella storia della lingua italiana grammatici e lessicografi hanno fatto ricorso a corpora di testi fin dai tempi di Dante, anche nelle dispute linguistiche. Questo a causa della condizione particolare della nostra lingua, nata attraverso l’opera di grandi scrittori e mantenuta vitale per lungo tempo attraverso l’uso scritto.

Quindi, secondo Barbera, la tradizione italiana dovrebbe assumere un ruolo centrale nella linguistica dei corpora in primis perché, come sopra menzionato, il procedimento corpus based è alla base della storia linguistica italiana (tanto è vero che il Dizionario della Crusca del 1612 è stato costruito proprio su testi). Non solo: secondo Barbera, si dovrebbe dare adeguato rilievo anche all’opera del Padre Roberto Busa il quale, nel 1949, diede inizio all’Index Thomisticus, una lemmatizzazione, a quanto sembra già basata su conteggi elettronici, dell’opera di Tommaso D’Aquino e degli scritti a questo connessi.

Il volume di Barbera, così come il sito della Crusca, ci mettono a disposizione un ricco elenco di banche dati e corpora di varie tipologie (multilingue, traduzionali e interpretariali, giornalistici, giuridici, radiofonici e televisivi, solo per citarne alcuni)e la quantità di materiale a disposizione per la lingua italiana è davvero sorprendente.

Articolo scritto da:
Virginia Leo
Traduttrice EN-FR, IT
Cervia (RA)

Bibliografia
- Barbera Manuel (2013), Linguistica dei corpora e linguistica dei corpora italiana. Un’introduzione, Q.u.A.S.A.R. srl, Milano (l’e-book è scaricabile gratuitamente dal sito www.bmanuel.org).
Accademia della Crusca (ultimo accesso febbraio 2019)

Le abitudini dei bravi traduttori (3)

 Categoria: Traduttori freelance

< Seconda parte di questo articolo

Organizzarsi in modo da gestire al meglio il proprio tempo
State alla larga dalle scadenze irragionevoli o incompatibili con i vostri impegni. In quanto traduttori, il tempo è una delle vostre priorità. Consegnare in ritardo le vostre traduzioni avrà un impatto negativo sulla vostra agenda. Si consiglia di conservare sempre un po’ di tempo in più per gestire eventuali imprevisti e soprattutto per sviluppare il proprio marchio. Si sa che le mansioni amministrative sono poco piacevoli, ma non bisogna mai rimandarle, altrimenti diventeranno ancora più difficile da gestire.

Restare fermi sui prezzi stabiliti
Bisogna stabilire una tariffa equa e mantenerla, in modo da trovare clienti disposti a pagare per delle traduzioni di qualità. Se i prezzi vengono abbassati, in seguito, risulterà poi difficile alzarli. La guerra dei prezzi è in contrasto con l’immagine della qualità che volete offrire ai vostri clienti. D’altro canto, fate attenzione a non sopravvalutare le vostre capacità. Si tratta di un errore altresì comune quando ci si avvia in questo mercato.

Aiutarsi a vicenda e costruire il proprio marchio
Partecipate a gruppi di discussione insieme ad altri traduttori. Chiedete consigli e pareri sulle vostre traduzioni, aiutate altri traduttori a trovare il significato di parole complesse. In sintesi, coltivate la vostra rete di conoscenze! Il mondo dei traduttori è molto competitivo, perciò bisogna essere simpatici nei confronti degli altri colleghi. Esistono molte comunità di traduttori su internet, (ProZ, TranslatorsCafé, ecc.) per rimanere aggiornati sulle ultime tendenze. Tutto questo vi aiuterà a costruirvi una solida reputazione sul web soprattutto se siete dei traduttori freelance. Una volta acquisite e rispettate queste abitudini, sarete tanto più efficaci e aumenterete le vostre opportunità lavorative.

E voi? In quanto traduttori, quali altre abitudini consigliereste? Come fate a mantenerle?

Fonte: Articolo scritto da Gaëtan Demeusy e pubblicato il 15 febbraio 2017 su Eazylang

Traduzione a cura di:
Cristina Georgiana Vieru
Laureata in teorie e tecniche della mediazione interlinguistica
Combinazioni linguistiche: FR>IT IT>FR – FR>RO RO>FR – IT>RO RO>IT
Ventimiglia

Le abitudini dei bravi traduttori (2)

 Categoria: Traduttori freelance

< Prima parte di questo articolo

Il cliente ha sempre ragione, ma …
Crearsi una clientela, richiede del tempo, per questo bisogna pensare a lungo termine. Avete tutto l’interesse a rendere i vostri clienti felici del vostro rapporto in modo che si rivolgano di nuovo a voi per i loro futuri progetti. Ma spetta a voi la possibilità di scegliere! Non siete obbligati ad accettare tutte le richieste che vi vengono trasmesse. Bisogna privilegiare i clienti che rispettano i tempi di pagamento, coloro con cui siete in buoni rapporti e coloro che non cercano di continuo a negoziare le vostre tariffe, perché solo così riuscirete a risparmiare tempo ed energia.

Migliorare e fare progressi
In quanto principiante, tradurre pro bono può risultare una buona abitudine per compiere progressi, aiutando associazioni che non hanno necessariamente a disposizione un budget dedicato alle traduzioni di qualità. Avrete così, la possibilità di riscontrare le stesse problematiche riguardanti le scadenze o la localizzazione come se si trattasse di traduzioni “a pagamento”. In questo modo sarete più preparati ad affrontare ulteriori situazioni di questo genere.

Coltivare la curiosità
Ovviamente, è importante tradurre dei documenti di proprio interesse e dedicarsi a un determinato campo di specializzazione, ma allo stesso tempo bisogna anche cercare di uscire dalla propria zona di sicurezza. Anche in questo caso curare progetti di traduzione pro bono, può risultare una soluzione valida, ma contenuta. Tutti i traduttori passano dei periodi di maggese. Bisogna però far fruttare questi periodi, lanciando nuove sfide, come per esempio dedicarsi a un nuovo campo di specializzazione oppure imparare una nuova lingua.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Gaëtan Demeusy e pubblicato il 15 febbraio 2017 su Eazylang

Traduzione a cura di:
Cristina Georgiana Vieru
Laureata in teorie e tecniche della mediazione interlinguistica
Combinazioni linguistiche: FR>IT IT>FR – FR>RO RO>FR – IT>RO RO>IT
Ventimiglia

Le abitudini dei bravi traduttori

 Categoria: Traduttori freelance

Da diversi anni, si può parlare di una vera e propria esplosione del mercato della traduzione dovuta al continuo aumento della domanda in questo campo. Pertanto, la concorrenza tra traduttori è sempre più forte, tra l’altro, anche in seguito all’emergenza di soluzioni di traduzione automatica gratuite. Questa concorrenza risulta ancora più difficile da superare per i giovani traduttori che non dispongono ancora di una valida clientela. Per affrontare la concorrenza, alcuni scelgono di praticare tariffe più basse. Ma ovviamente, la soluzione migliore rimane quella di offrire un servizio di migliore qualità. Ma come si diventa il migliore nel proprio campo? Abbiamo individuato alcune buone abitudini da mettere in atto, che potranno servirvi come fonte di ispirazione e aiutarvi ogni giorno a diventare dei traduttori sempre più efficaci.

La qualità, sempre la qualità
La qualità è la parola d’ordine! Non bisogna recare pregiudizio ai propri clienti redigendo cattive traduzioni che potrebbero avere ripercussioni su di loro. Per esempio, la traduzione del foglio illustrativo di un medicinale può avere gravi conseguenze per i vostri clienti, nonché per i loro propri clienti. Noi vi incoraggiamo a lavorare quanto più possibile nelle lingue di cui avete una buona padronanza per rendere fedelmente il messaggio da tradurre. È inoltre possibile utilizzare basi di dati terminologiche del settore interessato, e chiedere aiuto ad altri traduttori che hanno una maggiore esperienza. Non bisogna mai dimenticare che il cliente ripone la propria fiducia nelle vostre capacità, scegliendovi per redigere le sue traduzioni.

Revisionare sempre le proprie traduzioni
Revisionare le proprie traduzioni è una condizione indispensabile per ottenere una traduzione di qualità. La rilettura della propria traduzione deve essere sistematica. L’ortografia, la grammatica, le coniugazioni, la punteggiatura, devono essere esaminate diverse volte, se necessario. In effetti, bisogna essere meticolosi, e accertarsi di non aver commesso alcun errore. Non esitate a leggere a voce alta la vostra traduzione, per individuare eventuali errori invisibili allo scritto. È altrettanto utile farla rileggere da altri traduttori.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Gaëtan Demeusy e pubblicato il 15 febbraio 2017 su Eazylang

Traduzione a cura di:
Cristina Georgiana Vieru
Laureata in teorie e tecniche della mediazione interlinguistica
Combinazioni linguistiche: FR>IT IT>FR – FR>RO RO>FR – IT>RO RO>IT
Ventimiglia

Il corpo rivela ciò che nella lingua si cela (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Interpretare il corpo
“Il fatto è che lei vede ma non osserva; qui sta la differenza!”[1]

Comprendere realmente una persona
Saranno innumerevoli le volte in cui ci si trova a contatto con una persona, sul posto di lavoro, in famiglia, ad una festa; qualunque siano le circostanze, si è sempre spinti ad interagire con un altro individuo e ciò può avvenire parlando o anche soltanto guardandosi negli occhi, poiché persino “guardare” è uno dei simboli più percettivi del linguaggio corporale. L’obiettivo principale è capire soprattutto  i pensieri e nonostante sia umanamente impossibile leggere nella mente, ciò che il corpo comunica è un chiaro indizio per svelare quella parte remota dell’essere. Come tutti sanno, la natura ha donato all’essere umano i cinque sensi e nella comunicazione non verbale quelli utilizzati per esprimere qualcosa sono prevalentemente il tatto e la vista;  i restanti tre, invece,  hanno una funzione decisamente passiva, giacché entrano in gioco quando si recepisce un’informazione.

C’è anche chi parla del cosiddetto “sesto senso”, considerato quasi un dono e talvolta denominato “intuito femminile”, poiché attribuito in particolar modo alle donne. Dopotutto è risaputo che esse siano più inclini ad entrare nella mente degli altri e a capire immediatamente le intenzioni della persona con cui hanno a che fare, specialmente se dello stesso sesso; questo perché, essendo tali,  sono consapevoli di certe azioni e sentimenti di altre donne, e di come potrebbero comportarsi in determinate circostanze. Del resto  non si presta molta attenzione alle proprie posture e ai propri gesti, difatti , pur quando si manifesta un certo stato d’animo le parole dicono tutt’altro.

Questa contraddizione fa notare come il linguaggio del corpo rifletta il vero e proprio stato emozionale della persona, ascoltando ciò che  si dice e cogliendo ogni minimo movimento. Per tale motivo è necessario essere percettivi, ossia leggere e captare quei piccoli dettagli presenti nei segnali non verbali per poi metterli a confronto con quelli verbali e scoprire se vi siano contraddizioni. Ad ogni modo non è così semplice come sembra; affinché si riesca a decodificare la vera personalità di un individuo, bisogna tener conto anzitutto del carattere, attuando una sorta di psicoanalisi.

Risulta essere quell’atteggiamento alla cui base  vi è infatti sia una componente psichica che somatica, le quali permettono alla persona di affrontare la vita, di porsi di fronte agli altri, al mondo. “Il linguaggio del corpo è nato dalla necessità di integrare in uno schema unitario i concetti psicoanalitici fondamentali [...] che stanno alla base della nostra terapia, unità che viene raggiunta clinicamente con l’applicazione dei principi dell’analisi del carattere.”[2]
Dunque l’obiettivo principale è quello di approfondire il modello di comportamento, che denota come ogni gesto si inserisca in un determinato contesto;  pertanto svolgere  questa analisi mostra come i processi del linguaggio del corpo possano rivelare il carattere stesso dell’individuo.

Articolo scritto da:
Francesca Dutti
Traduttrice
Foggia


[1] Arthur Conan Doyle (1859-1930).
[2] Alexander Lowen, Il Linguaggio del Corpo, Paolo di Sarcina e Maura Pizzorno, Milano 1958, p. 103

Il corpo rivela ciò che nella lingua si cela (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Probabilmente nessuno ci fa caso, ma gli umani non sono gli unici esseri viventi capaci di comunicare, difatti il linguaggio del corpo è l’unico sistema di comunicazione presente nel regno animale. A questo punto è evidente che, pur non avendo l’abilità di parlare, le varie specie riescono ugualmente ad interloquire fra loro mediante versi o movimenti del corpo. In fin dei conti, è praticamente impossibile non comunicare.

La comunicazione non verbale
Tutto ciò che non implica l’uso delle parole fa parte di un insieme di fenomeni, quali gesti, sguardi e qualità della voce che vengono trasmessi attraverso la comunicazione non verbale. Può essere percepita in maniera consapevole o inconsapevole ed essere espressa volutamente e non, dato che fornisce informazioni principalmente su stati d’animo ed emozioni. Il linguaggio non verbale fa uso di un sistema di segni, i quali sono le unità fondamentali della comunicazione. Il tipo di segno che descrive questa attività è il segnale, usato intenzionalmente o motivato naturalmente, come ad esempio uno sbadiglio, il quale può delineare noia o sonno. Molteplici studi e osservazioni sono stati portati avanti dai migliori esperti in linguaggio e comunicazione, tra i quali il noto Albert Mehrabian , psicologo e professore statunitense  di origini iraniane.

Da ciò che ha scritto in Silent Messages (1971) e confrontandosi con altri studiosi, ha poi dedotto la cosiddetta regola del 7-38-55, la quale afferma che il canale  maggiormente utilizzato per comunicare è  proprio il linguaggio non verbale, con una percentuale del 55%, mentre la restante parte è costituita dal linguaggio para verbale ( timbro, tono e ritmo della voce) con il 38% e da quello verbale (semplici parole pronunciate) con solo il 7%.

Evidentemente questo accade perché si utilizza il linguaggio del corpo al fine di rafforzare e dare più valore al messaggio e , in certi termini, tende  anche a superarlo. Ad ogni modo la comunicazione non verbale andrebbe studiata a fondo per capire ciò che realmente viene trasmesso, che sia un’emozione, uno stato d’animo o  una menzogna.

Terza parte di questo articolo >

Articolo scritto da:
Francesca Dutti
Traduttrice
Foggia

Il corpo rivela ciò che nella lingua si cela

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Non a tutti capita di osservare una persona, e per “osservare” si intende entrare in quell’immenso mondo dell’interiorità umana che non viene considerato del tutto, o almeno, non quello che realmente si vuol far vedere. Facendo una riflessione, c’è sempre una parte nascosta che non si mostra agli altri con il semplice linguaggio verbale e dunque il semplice parlare, bensì attraverso la gestualità del corpo. A volte esso è spontaneo, naturale, dovuto a sintomi o reazioni involontarie, ma qualunque sia la ragione, il corpo trova sempre il modo di comunicare. Se ci si fa caso, è sin da prima della nascita che i gesti entrano in scena, come ad esempio quel tenero momento in cui il bambino, ancora in grembo, dà dei “calcetti” ogni volta che si muove per far notare a tutti la sua presenza.

Così come il neonato utilizza i propri piedini, l’uomo, durante il suo percorso di vita, si fa capire attraverso espressioni facciali, movimenti del corpo e persino degli stessi occhi; tutto si può esprimere senza neanche aprir bocca. Qualsiasi gesto, postura o anche un semplice sguardo sono un vivo segnale di comunicazione, il che significa scambiarsi informazioni l’un l’altro. Perché si utilizza il verbo “scambiare”? Rispondere è naturale, poiché, quando una persona manda un segnale al suo interlocutore, ha come obiettivo che quest’ultimo dia una sorta di “feedback”, ossia una risposta da parte del ricevente affinché abbia percepito quella determinata informazione. Questo è comunicazione, positiva o negativa che si voglia intendere. Ebbene sì, un gesto che sembra apparentemente normale, in altri ambiti e paesi risulta totalmente diverso e talvolta offensivo. Ciò accade perché il linguaggio del corpo non è sempre lo stesso in tutto il mondo, sicché ogni cultura possiede tradizioni distinte.

Un chiaro esempio lo si può notare nel classico “gesticolare”, tipico del popolo italiano (particolarmente diffuso nel sud del Paese); ciò non significa che è l’unico a farne uso, ma uno stesso gesto eseguito altrove ne trasforma il significato, tant’è che in Gran Bretagna, ad esempio, la “V” in segno di vittoria con il palmo della mano rivolto verso di sé equivale ad un segno irriverente. Per cui bisogna prestare molta attenzione a come ci si esprime, nonostante ci sia l’abitudine di accompagnare sempre un gesto a ciò che si vuol dire. Tuttavia l’atto vero e proprio o movimento che sia ha avuto origine ancor prima del linguaggio, poiché era l’unico metodo di comunicazione primitivo dell’uomo, non essendosi ancora evoluto per poter fare uso del linguaggio verbale.

Seconda parte di questo articolo >

Articolo scritto da:
Francesca Dutti
Traduttrice
Foggia

Si può insegnare a tradurre?

 Categoria: Traduttori freelance

In questo post, rifletterò su un argomento che ha suscitato un acceso dibattito tra i traduttori negli ultimi anni: Si può insegnare a tradurre? Le università e i corsi estivi insegnano davvero agli studenti ad essere dei validi traduttori?

Al centro della questione gioca un ruolo chiave la percezione che si ha della traduzione in quanto tale: si tratta di una scienza, di una capacità da sviluppare o di una forma d’arte innata?

Forse c’è qualcosa di vero in ognuna di queste percezioni. I diversi approcci alla traduzione si basano su principi invariabili, ci sono competenze e metodi che possiamo sviluppare per diventare traduttori migliori, ma alla fine i traduttori devono trovare dentro sé stessi le parole giuste e le soluzioni migliori.

“Il linguaggio è un processo di libera creazione; le sue leggi e i suoi principi sono fissi, ma il modo in cui i principi della generazione vengono usati è libero e infinitamente vario” (Noam Chomsky).Nonostante ci sia una strategia dietro una buona traduzione, e ai traduttori di successo serva un’attitudine specifica, quest’affermazione può valere per molte professioni.

I programmi di traduzione hanno i loro limiti. Non possono insegnare la scienza esatta per risolvere i problemi che si affronteranno come traduttore. Questi problemi sono spesso unici e ci possono essere molte strade percorribili. Tuttavia, possono aiutare a comprendere meglio gli approcci da seguire, a dare la possibilità di discutere le proprie traduzioni con esperti e ad insegnare a sfruttare, in quanto traduttore, la tecnologia disponibile.

Forse, ciò che conta di più, è che i corsi di traduzione si concentrano fortemente sulla qualità. Valutandone e discutendone gli aspetti, i corsi di traduzione aiutano a promuovere un elevato standard traduttivo e incoraggiano i traduttori a valorizzare il proprio lavoro.I programmi d’istruzione, al pari dei premi di traduzione, delle conferenze e delle linee guida aziendali, mirano ad alzare lo standard per le traduzioni di qualità e a diffondere la conoscenza di quell’abilità che si cela dietro le grandi traduzioni.

E dunque? I benefici che derivano dallo studio sulla traduzione ne superano i limiti? La traduzione è un talento innato o un’abilità che può essere sviluppata?

Fonte: Articolo scritto da David Garcia-Gonzalez e pubblicato sul blog di GoLocalise

Traduzione a cura di:
Federico Acierno
Traduttore e sottotitolatore
Roma

Shakespeare è di origine italiana (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

< Prima parte di questo articolo

Il secolare legame culturale tra Italia e Inghilterra, ed in particolare tra l’Italia e Londra è stato cruciale per accrescere la fama del drammaturgo. Lo dimostra il fatto che molti italiani illustri giunsero a Londra come emigrati politici e religiosi durante l’epoca elisabettiana, e sebbene l’Italia non fosse ancora innamorata di Shakespeare fin ad allora, Shakespeare potrebbe essersi innamorato dell’Italia letteralmente, se, come ha sostenuto lo scrittore e critico Jonathan Bate, “La signora oscura” in alcuni dei sonetti è stata modellata sulla moglie del linguista John Florio, che insegnò alla corte di Elisabetta a parlare l’italiano.

Ancora più determinante è stato il contributo di generazioni di scrittori, intellettuali e dissidenti italiani in cerca di rifugio a Londra e nelle opere di Shakespeare. Giuseppe Mazzini, ad esempio, uno dei maggiori rappresentanti del Risorgimento italiano, il movimento politico fautore dell’Unità d’Italia nella metà del XIX secolo, visse a Londra come esiliato politico. Poco prima di trasferirsi nel Regno Unito, citò Shakespeare in uno dei suoi saggi letterari per definire il suo ideale di poesia democratica del futuro: “la verità che sta sotto il reale“, come “l’anima profetica del vasto mondo che sogna sulle cose a venire” (riferimento al Sonetto n.107). Esattamente come i romantici in Germania, i critici italiani vedevano in Shakespeare uno sviluppo naturale della letteratura e della cultura italiana.

Uno di loro, Francesco de Sanctis, sostenne nel 1869-70 che “le potenti figure di Dante, in piedi sui loro piedistalli, rigide ed epiche, aspettavano l’artista che le prendesse per mano e le gettasse nel tumulto della vita”; quell’artista era Shakespeare.

Il processo di scambio culturale è avvenuto in entrambe le direzioni. In particolare, nel XIX secolo, gli attori italiani in tournée riportarono Shakespeare in Gran Bretagna. Tra i più degni di nota ci furono Tommaso Salvini, Ernesto Rossi ed Eleonora Duse, che perfezionarono stili di recitazione distintivi – questi ultimi sobri e sottili, i primi due potenti, fisici e “vividamente espressivi”, come ha osservato Henry James dopo aver visto Salvini interpretare Otello a Boston nel 1882-83. Come la tradizione operistica di Verdi, questi attori contribuirono all’esportazione di uno Shakespeare italianizzato nell’Europa continentale, nel Nord America e in Inghilterra.

E la storia d’amore con l’Italia continua. Vale la pena menzionare due nobili omaggi contemporanei targati “made in Italy”. Il Cesare deve morire dei fratelli Taviani, premiato con l’Orso d’oro 2012 al festival di Berlino, e la ricostruzione del Globe, il caratteristico teatro a forma circolare (il primo in cui recitò la compagnia di Shakespeare) nei meravigliosi giardini di Villa Borghese a Roma.

Quale migliore tributo dunque, alla memoria del suo ideatore, Sam Wanamaker e alla giovane compagnia italiana impegnata ne il Giulio Cesare, in calendario nella stagione Globe to Globe, se non la splendida citazione in versi de La Tempesta, tradotti magistralmente da Agostino Lombardo per la celeberrima produzione anni ’80,firmata  Giorgio Strehler –

“O meraviglia! Quante magnifiche creature
Ci sono qui, e com’è bella
L’umanità.
O splendido nuovo mondo
Che ha gente simile dentro di sé.”

Chiunque sostenga che la poesia di Shakespeare sia perduta nei meandri della traduzione dovrà ricredersi.

Fonte: Articolo scritto da Sonia Massai e pubblicato il 25 aprile 2012 sul Guardian

Traduzione a cura di:
Cristina Scarcia
Traduttrice
Lecce

Shakespeare è di origine italiana

 Categoria: Traduzione letteraria

Una sensazionale serie di eventi che lega il drammaturgo all’Italia da cinque secoli
Secondo una fazione molto eccentrica di anti-Stratfordiani, Shakespeare non è affatto la persona che tutti si immaginano, ma addirittura non sarebbe neanche nativo inglese, bensì italiano!

Il suo cognome effettivo, secondo le loro teorie, era appunto Crollanza o Scrollalanza, (altro se non la traduzione di Shake the Speare: Scrolla la Lancia), prima di trasferirsi a Londra dalla Sicilia attraverso l’Italia settentrionale. Dunque un quacchero di origini sicule, autore di opere teatrali che anticipano i drammi del “bardo,” in fuga verso l’Inghilterra protestante.Questa fantasiosa ipotesi, emersa per la prima volta all’inizio del XX secolo, mostra fino a che punto alcuni italiani sono pronti a rivendicare orgogliosamente William Shakespeare come loro connazionale.

Più tangibile e significativa è la misura in cui Shakespeare è profondamente radicato nella cultura italiana, sia a livello intellettuale che popolare. Le acclamate traduzioni letterarie ad opera di Giuseppe Ungaretti ad esempio, che lavorò su ben 40 sonetti del drammaturgo, danno solo un senso parziale della varietà dei dialetti locali in cui Shakespeare è stato tradotto.

Una delle più divertente è la commedia in vernacolo messinese Troppu trafficu ppi nenti (Much Ado About Nothing), un omaggio ironico alle origini pseudo-siciliane di Shakespeare ad opera di Andrea Camilleri, il creatore dell’ispettore Montalbano, in onda sul canale BBC4.

Come non dimenticare il Romeo e Giulietta in versione cinematografica, un capolavoro firmato dal maestro Franco Zeffirelli, e ancora La Bisbetica Domata,  sempre firmato dal regista fiorentino ed interpretato da Richard Burton e Liz Taylor – pellicole che hanno raggiunto gli spettatori di tutto il mondo. Più recentemente la regista Roberta Torre ha presentato un progetto molto interessante, Sud Side Story ambientato anch’esso in Sicilia, un adattamento del più celeberrimo musical West Side Story in cui si rivisita nuovamente la tragedia dei due innamorati di Verona.

La musica è un altro sentiero sublime dove gli italiani sono bravissimi nel far rivivere il mito Shakespeariano. Gli amanti dell’Opera potrebbero essere più familiari con l’Otello di Verdi che con la sua fonte shakespeariana che continua nelle strofe interpretate dal grande Domenico Modugno:“Che io possa essere dannato, se non ti amo” (“Posso essere dannato, quando non ti amo”) nel cortometraggio di Pier Paolo Pasolini, Che Cosa Sono Le Nuvole? – un altro brillante adattamento del dramma.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Sonia Massai e pubblicato il 25 aprile 2012 sul Guardian

Traduzione a cura di:
Cristina Scarcia
Traduttrice
Lecce

Il sorprendente potere della lingua (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Sicuramente alcuni potranno dubitare che la lingua sia tanto potente da sovvertire le nostre convinzioni di base, nonché i valori e gli obiettivi. Ed effettivamente una persona bilingue che parla due lingue diverse non si trasforma magicamente in due persone completamente diverse. La lingua crea piuttosto un contesto ben radicato che permette di attingere dai diversi aspetti di noi stessi. Nella stessa maniera in cui potremmo diventare più caritatevoli qualora si tirasse in ballo la religione, oppure più riservati se si parlasse di malattia, così la lingua è capace di influenzarci rendendo alcune idee e ricordi più importanti di altri.

L’influenza che la lingua esercita sul nostro modo di pensare, di sentire e persino sul nostro comportamento può avere un impatto che va al di là della sfera individuale, estendendosi fino al livello sociale ed economico. Mentre gli Stati Uniti non hanno più avuto un vero e proprio presidente multilingue dai tempi di Franklin D. Roosevelt (che era fluente in inglese, francese e tedesco), prima della Seconda Guerra Mondiale il bilinguismo tra i capi di stato era la regola, e non l’eccezione. Fuori dagli Stati Uniti spesso è ancora così, con leader mondiali come Emmanuel Macron e Angela Merkel che prendono importanti decisioni usando più lingue. In un certo senso, conoscere lingue diverse garantisce alle persone una varietà di lenti attraverso le quali vedere il mondo.

Per costruire una società funzionale dobbiamo lavorare per comprendere in che modo l’utilizzo o il non utilizzo di più lingue condizioni la nostra psicologia e il nostro comportamento, che sia nelle nostre case, negli ospedali o ai più alti livelli del governo.

Fonte: Articolo scritto Viorica Marian e Sayuri Hayakawa e pubblicato il 13 luglio 2018 sul blog Psychology Today

Traduzione dall’inglese a cura di:
Violetta Giarrizzo
Dottoressa Magistrale in Lingue Straniere per la Comunicazione Internazionale
Torino

Il sorprendente potere della lingua (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Considerato il ruolo chiave che le emozioni rivestono nel nostro processo decisionale, le persone sono spesso meno parziali e più coerenti nel prendere decisioni nella lingua meno emotiva, ovvero nella lingua straniera. La lingua arriva persino a influenzare i nostri giudizi e decisioni morali. Alla domanda se sacrificherebbero la vita di una persona per salvare un gruppo, le persone che parlano più di una lingua sono notevolmente più propense a dire di sì se rispondono in una lingua straniera. I sentimenti negativi che possono impedire di prendere delle decisioni difficili si affievoliscono se viene utilizzata una lingua diversa dalla lingua madre. Per le persone che sono responsabili per le vite ed il benessere altrui il potenziale impatto potrebbe essere rilevante.

I nostri ricordi possono essere, inoltre, fortemente influenzati dal modo in cui valutiamo la probabilità e il rischio. Prendete ad esempio il fatto che ”gli attacchi terroristici” sono classificati tra le più grandi paure degli Americani, sebbene ci siano migliaia di possibilità in più di essere uccisi da un’arma da fuoco. Questo è dovuto in parte all’euristica della disponibilità, ovvero la tendenza di valutare la probabilità degli eventi sulla base di esempi chiari e immediati immagazzinati nella nostra mente. A causa della memoria dipendente dalla lingua, l’uso di lingue diverse potrebbe far venire in mente esempi diversi, modificando in questo modo la nostra percezione del rischio. Il che potrebbe portare a conseguenze sostanziali, dal momento che il grado di rischio percepito può influenzare le scelte che facciamo in qualsiasi contesto, dalle decisioni mediche, alla sicurezza nazionale. Negli Stati Uniti, ad esempio, oltre il 25% dei medici hanno origini straniere e molti dei loro pazienti parlano a loro volta almeno un’altra lingua. È importante essere consapevoli di quanto la lingua che viene parlata possa influenzare le decisioni che prendiamo noi e chi ci circonda.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto Viorica Marian e Sayuri Hayakawa e pubblicato il 13 luglio 2018 sul blog Psychology Today

Traduzione dall’inglese a cura di:
Violetta Giarrizzo
Dottoressa Magistrale in Lingue Straniere per la Comunicazione Internazionale
Torino

Il sorprendente potere della lingua

 Categoria: Le lingue

Siamo la lingua che parliamo
Non è raro vedere un giapponese che si inchina mentre parla al telefono. Una di noi due è nippo-americana ed effettivamente si inchina al telefono, ma solo quando parla in giapponese. I  comportamenti possono diventare talmente abitudinari da emergere persino quando non ce n’è bisogno. Gli individui bilingue e biculturali sanno in prima persona che il modo in cui si comportano può dipendere dalla lingua che stanno parlando. In qualità di studiose con alle spalle un’esperienza di trent’anni sommati insieme nel campo del bilinguismo e dei processi decisionali, le nostre ricerche dimostrano che chi siamo in un determinato momento può dipendere dalla lingua che stiamo utilizzando.

Questo si verifica perché nel momento in cui viviamo un’esperienza, si crea un’associazione con la lingua utilizzata. Per le persone bilingue ciò significa che alcuni ricordi sono più strettamente legati a una lingua piuttosto che a un’altra, un fenomeno noto come memoria dipendente dalla lingua. Ad esempio, è più probabile che un ricordo d’infanzia riaffiori quando viene nuovamente parlata la lingua che veniva parlata durante quel periodo di vita. Esattamente come una musica nostalgica ha il potere di trasportarci in un preciso momento della nostra vita, così la lingua che utilizziamo in un determinato momento ci aiuta ad attingere ai ricordi associati ad essa e a riportarli in superficie. I ricordi, inoltre, saranno spesso più emotivi in presenza di un legame tra la lingua parlata nel momento in cui aveva luogo l’esperienza e la lingua parlata nel momento del ricordo.

Il nostro modo di pensare e di sentire può, pertanto, cambiare in base alla lingua che usiamo. Per esempio, le persone bilingue hanno un’accentuata reazione da stress durante l’ascolto di parole tabù e di rimproveri in una lingua madre. Tale fenomeno può essere spiegato in parte dal fatto che i nostri ricordi infantili associati con l’apprendimento di ”parolacce” o con l’essere sgridati dai genitori siano avvenuti nella nostra lingua madre. Questo significa che una situazione può essere percepita come psicologicamente o emotivamente più distante se vista attraverso la lente di una lingua straniera.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto Viorica Marian e Sayuri Hayakawa e pubblicato il 13 luglio 2018 sul blog Psychology Today

Traduzione dall’inglese a cura di:
Violetta Giarrizzo
Dottoressa Magistrale in Lingue Straniere per la Comunicazione Internazionale
Torino