Scrittori inglesi di successo all’estero (5)

 Categoria: Traduzione letteraria

< Quarta parte di questo articolo

Beckett prova a spiegare perché i suoi romanzi hanno toccato il tasto giusto in Germania.“Per esperienza, so che i lettori sono più o meno gli stessi in Germania e nel Regno Unito, solo che ce ne sono di più.”

Per quanto riguarda i traduttori che hanno portato le sue opere ad un nuovo pubblico, Beckett dice di non esserne molto in contatto, ma va d’accordo con quelli che ha incontrato.“È strano quando ti spediscono un libro con il tuo nome in copertina e tu non capisci cosa ci sia scritto dentro. La traduzione è una vera e propria abilità, e siccome io non parlo nessun altra lingua, figuriamoci 29, ho dovuto fidarmi che si trattava di una esatta rappresentazione di ciò che ho scritto.”Continua dicendo che molto dipende dalla capacità del traduttore di cogliere lo stile, il tono e l’atmosfera dell’originale. “Ma è comunque il romanzo con la storia ed i personaggi che ho creato e sudato. Una buona traduzione ne tiene conto e lo rende accessibile a chi altrimenti non sarebbe in grado di leggerlo.”

Donna Leon la vede in modo leggermente diverso: “Penso che leggere una traduzione sia un atto di fiducia.

Dobbiamo fidarci dell’intelligenza di quella persona, del suo gusto e delle sue scelte per rendere il nostro testo simile a quello in cui viene tradotto. Il traduttore deve avere una conoscenza profonda del linguaggio e della cultura del paese in cui il libro è ambientato in modo da poter capire i rimandi, le allusioni, l’umorismo e il codice morale prevalente nell’altra nazione.” Secondo la Kasischke, le associazioni culturali sono più importanti quando ci si muove nel campo della prosa. “Ho lavorato a più stretto contatto con la mia più recente traduttrice, Céline Leroy, perché, oltre ai romanzi, ha tradotto il mio primo libro di poesie.” Wild Brides, che è apparso agli inizi di quest’anno con il titolo Mariéesrebelles “richiese più colloqui rispetto al romanzo,” aggiunge, “alcune piuttosto esilaranti come: che cosa intende suggerire con sandwich arrabbiato?” Nonostante queste discussioni, il mistero fondamentale del suo successo in Francia lascia la Kasischke con una indelebile sensazione di esser stata fortunata. Dice: “è stata una inaspettatamente meravigliosa fonte di reddito per la quale non ho dovuto fare alcun lavoro, dato che stavo semplicemente scrivendo, in inglese, romanzi che avrei comunque scritto.”

Fonte: Articolo scritto da Richard Lea e pubblicato l’11 gennaio 2017 sul sito del The Guardian

Traduzione a cura di:
Dott.ssa Francesca Tramontana
Traduttrice Inglese/Spagnolo – Italiano
Reggio Calabria

Scrittori inglesi di successo all’estero (4)

 Categoria: Traduzione letteraria

< Terza parte di questo articolo

Per la Kasischke le barriere sono sia culturali che geografiche:“Se io vivessi lì e potessi parlare la lingua, e forse parlare con altri scrittori francese, o se addirittura potessi … parlare con i miei fan francesi, i loro pensieri potrebbero influenzare la mia visione della scrittura. Ma vivo a Chelsea nel Michigan – ed è molto, molto lontana dal mondo letterario francese.” Simon Beckett, scrittore inglese di gialli che ha trovato in Germania un pubblico molto più numeroso di quello concittadino, concorda che è impossibile adattare la sua scrittura per i lettori stranieri. “Non vedo come possa funzionare,” sostiene.“ Devi solo scrivere la miglior storia possibile e sperare che alla gente piaccia. Che, comunque, è quello che ho sempre fatto.”

Un paio dei suoi thriller psicologici pubblicati negli anni ’90 apparvero tradotti in tedesco. Ma, quando il primo della serie sull’antropologo forense David Hunter, La chimica della morte (The Chemistry of Death), uscì col titolo Die Chemiedes Todes nel 2007, Beckett capì che la sua carriera era passata ad un livello completamente diverso. “Mi stavo imbarcando su un areo a Leipzig quando qualcuno corse verso me gridando il mio nome”, rievoca. “Pensavo ci fosse un problema col mio biglietto, ma era una operatrice aeroportuale che mi aveva riconosciuto all’imbarco. Si era precipitata in libreria a comprare un mio romanzo e fece tutta la strada di corsa per un autografo.”

La serie di Hunter è andata bene nel Regno Unito ed è stata tradotta in 29 lingue, ma la reazione in Germania è stata differente rispetto ad ogni altra.“Sembra che abbiano moltissimi festival letterari, e i romanzi gialli in particolare sono molto popolari, così com’è nel Regno Unito. Ma, mentre qui potrei fare una chiacchierata informale in una libreria davanti a 20 o 30 persone, in Germania solitamente sarebbe in un palco davanti a un centinaio di persone. Ci sarebbe anche un intervistatore che tradurrebbe, dato che non parlo tedesco, e un attore che leggerebbe un estratto dal libro.” C’è una tale passione per i romanzi di Beckett all’estero che il suo ultimo libro apparve con la traduzione tedesca prima di venir pubblicato in inglese. Totenfang, in cui Hunter indaga su un corpo ritrovato nelle paludi dell’Essex, è balzato al vertice della classifica dei bestseller  tedeschi fin dalla sua pubblicazione ad ottobre. I lettori inglesi dovranno aspettare fino ad aprile per la risoluzione del caso in The Restless Dead.

Quinta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Richard Lea e pubblicato l’11 gennaio 2017 sul sito del The Guardian

Traduzione a cura di:
Dott.ssa Francesca Tramontana
Traduttrice Inglese/Spagnolo – Italiano
Reggio Calabria

Scrittori inglesi di successo all’estero (3)

 Categoria: Traduzione letteraria

< Seconda parte di questo articolo

Fu solo dopo l’uscita nel 2000 dell’ottavo romanzo su Brunetti in inglese e tedesco che la Leon iniziò a rendersi conto del suo impatto commerciale. L’ultimo romanzo della saga Brunetti, The Waters of Eternal Youth, figura nella classifica del New York Time dei bestseller rilegati sin da quando apparve nel 2015. Secondo la Leon, parte dell’attrazione dei tedeschi per i romanzi deriva dalla loro ambientazione a Venezia, dove l’autrice – che ora si divide tra Venezia e una piccola città nelle Alpi svizzere – visse per molti anni. “Sembra essere la città dei loro sogni, come Firenze lo è stata per gli inglesi. Non sembra dargli fastidio che i libri trattino di seri problemi politici e sociali e che battano fortemente il tamburo ecologico. Questa connotazione seria cattura l’attenzione di chi affronta simili problemi e di chi, a differenza degli americani, è disposto a parlarne e a tentare di risolverli.”

La traduttrice Katy Derbyshire concorda che i lettori tedeschi sono entusiasti dei romanzi gialli che trattino di questioni sociali e politiche, citando scrittori come Oliver Bottini, Juli Zeh e Frank Schätzing che sono stati assunti dagli editori nel Regno Unito. Sostiene che la nazione è, inoltre, appassionata dei ritratti dell’Italia fin da Goethe ma non è convinta che leggano meno “stronzate” – forse leggono complessivamente di più. “In un certo senso va bene leggere cose più leggere finché vengano bilanciate con qualcosa di più impegnativo.” Il successo internazionale può essere gratificante, ma in che modo influenza l’opera di uno scrittore? Secondo la Leon, molto poco. “L’umorismo è ancora più inglese di ogni altra cosa, e penso che il senso etico sia più anglosassone che mediterraneo. Ho vissuto per quasi 50 anni fuori dagli Stati Uniti, molti dei quali in Europa, quindi i miei interessi sono europei. La mia politica si è sicuramente allontana dal corrente pensiero manicheo che caratterizza l’attuale politica americana.”

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Richard Lea e pubblicato l’11 gennaio 2017 sul sito del The Guardian

Traduzione a cura di:
Dott.ssa Francesca Tramontana
Traduttrice Inglese/Spagnolo – Italiano
Reggio Calabria

Scrittori inglesi di successo all’estero (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

< Prima parte di questo articolo

Per il traduttore Frank Wynne, il suggerimento che i lettori continentali sono più tolleranti verso i personaggi non attraenti sembra fin troppo plausibile:“La letteratura non esiste per essere commovente – anche La Collina dei conigli (Watership Down) è pieno di violenza e ferocia – eppure c’è un gran numero di lettori che desidera il confidenziale e rassicurante, e credo che sia più evidente nei lettori britannici e americani.”

Ma le differenze nel gusto letterario sono forgiate dalle diverse strutture dell’industria editoriale nel Regno Unito e negli Stati Uniti, sottolinea Wynne. “L’editoria anglo-americana è ad oggi dominata da quattro editori. La Penguin Random House da sola ha dozzine di sigle editoriali – Heinemann, Vintage, Chatto, Harvill, Cape, Crown, Bantam, Ballantine – che danno l’idea di una maggiore varietà rispetto a quella esistente. Gli editori anglo-americani cercano libri di “evasione”, autori che “ripetano”.Questo è molto meno vero in Francia, dove gli autori si muovono ancora regolarmente tra le case editrici [e] dove le recensioni, il passaparola ed i premi possono ancora spingere le vendite dei singoli titoli.”

Wynne sostiene che la vivacità e la diversità della cultura letteraria in Francia e Spagna è ancora protetta da normative che impediscono ai rivenditori di vendere i libri più famosi a prezzi troppo scontati, restrizioni che nel Regno Unito sono sparite dal 1990, aggiungendo:

“La letteratura è una parte importante della cultura francese, infatti ci sono ancora programmi radiofonici e televisivi che parlano di libri e molti autori sono considerati importanti figure pubbliche, cosa che sarebbe del tutto impossibile nel Regno Unito o negli Stati Uniti.”

L’autrice americana di libri gialli Donna Leon, che, secondo le sue parole, deve la sua carriera all’editore svizzero Diogenes Verlag, pone il contrasto in termini più marcati. “Penso che gli europei leggono meno stronzate,” dice la Leon,“ e quelle che leggono gli arrivano dagli Stati Uniti. Dato che ciò è vero per il cibo e il divertimento, perché non dovrebbe essere vero anche sui libri?

Gli europei, soprattutto i tedeschi, leggono romanzi impegnativi, ne leggono in grande quantità, e accade spesso in situazioni sociali di sentire persone parlare seriamente e a lungo di letteratura.”

Non è un fenomeno nuovo. Dopo aver pubblicato negli anni ’90 quattro romanzi sull’Ispettore Brunetti, la Leon si ritrovò senza un editore negli Stati Uniti.“ Poi Danny Keel della Diogees ne lesse uno e gli piacque,” dice. “Ne hanno fatto tantissima pubblicità e poi sparirono. Perciò, fu la Svizzera a creare il successo dei miei libri in lingua tedesca.”

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Richard Lea e pubblicato l’11 gennaio 2017 sul sito del The Guardian

Traduzione a cura di:
Dott.ssa Francesca Tramontana
Traduttrice Inglese/Spagnolo – Italiano
Reggio Calabria

Scrittori inglesi di successo all’estero

 Categoria: Traduzione letteraria

Gli autori Donna Leon, Laura Kasischke e Simon Beckett riflettono sui misteri di come centrare il bersaglio con i lettori di lingua straniera.

Per l’autrice americana Laura Kasischke , il primo sentore della sua futura seconda vita in Francia venne quando un ex studente le scrisse per dirle che il suo ritratto era sulla copertina di Le Monde. La  Kasischke stava insegnando scrittura creativa in una università statale del Michigan con due raccolte  di poesie e un paio di romanzi  già all’attivo. Ma quando il suo primo romanzo uscì in Francia con il titolo À Suspicious River nel 1999, diede il via ad una spettacolare carriera da traduttrice che la colse completamente di sorpresa ed è ancora in corso da quasi due decenni. Ad oggi, la Kasischke è riconosciuta negli Stati Uniti come poetessa, vincendo prestigiosi premi come il National Book CriticsCircle per la sua raccolta Space, in Chain del 2011 – anche se lei scherza sul fatto che negli Stati Uniti nessuno è veramente famoso per la poesia.

Ma in Francia sono i suoi romanzi ad aver avuto maggiore successo, occupando una posizione di rilievo nelle classifiche dei bestseller; con Esprit d’hiver del 2012 vinse il Grand prix des lectrices della rivista Elle. La sua apparizione al Festival America in Vincennes di quest’anno le ha provocato una sensazione di “stupore per la richiesta di centinaia di autografi, e l’essere fermata per strada, riconosciuta, voler essere fotografata e così via”. La Kasischke è solo una di una serie di scrittori che nel nostro mondo sempre più globalizzato si sono fatti un nome ben lontano dalle loro terre natie, ad esempio autori come Robert McLiam Wilson, David Mark e Rosamunde Pilcher hanno trovato un pubblico notevole in Francia ed in Germania. La Kasischke suggerisce un possibile motivo del proprio successo – basato sulla comparazione dei commenti dei lettori francesi e americani – cioè che “ai francesi piacciono i protagonisti e narratori che non siano necessariamente simpatici in un modo che gli americani possono non gradire, inoltre i francesi hanno più pazienza con …. i finali ellittici. Queste cose sono lodate da parte della clientela francese e molto condannate da parte di quella americana.”

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Richard Lea e pubblicato l’11 gennaio 2017 sul sito del The Guardian

Traduzione a cura di:
Dott.ssa Francesca Tramontana
Traduttrice Inglese/Spagnolo – Italiano
Reggio Calabria

Bilingue = traduttore?

 Categoria: Traduttori freelance

In tutto il mondo, sempre più persone parlano due o più lingue; ci spostiamo di più a causa di un conflitto, o per lavoro o per esigenze di studio, e viviamo in un mondo dove la maggioranza dei paesi sono bilingue tanto per cominciare. Infatti, sono abbastanza pochi i paesi tradizionalmente monolingue, e le cose stanno cambiando rapidamente.

Ma cos’è esattamente il bilinguismo?
La definizione del dizionario è di solito sulle seguenti linee: Quando qualcuno parla due lingue (quasi) perfettamente, ed entrambe le lingue possono essere considerate come la sua lingua nativa. Tuttavia, raramente le cose sono così semplici. Anche se qualcuno cresce in un ambiente dove apprende due lingue, e le apprende anche bene, raramente mostra lo stesso livello di bravura con entrambe le lingue in tutte le situazioni. Le persone bilingue hanno spesso differenti livelli di conoscenza e di vocabolario, secondo la situazione, a causa dei contesti in cui hanno imparato le loro lingue. Questa è una delle ragioni per cui non puoi automaticamente imbarcarti in una carriera di interprete o di traduttore, anche se sei bilingue. Inoltre, la professione linguistica richiede molto di più. Occorre anche quanto segue:

  • Avere una buona conoscenza dei diversi dialetti e delle espressioni gergali
  • Conoscere la terminologia specialistica in entrambe le lingue in relazione alle determinate situazioni in cui si deve fare l’interprete, o ai tipi di testi che si devono tradurre
  • Avere una vasta conoscenza delle differenze culturali esistenti nelle varie aree linguistiche
  • Sapere quali parole, espressioni o temi possano rappresentare un tabù
  • Avere una buona comprensione dei livelli stilistici, e capire cosa sia appropriato nelle diverse situazioni
  • Capire bene la situazione e il target di riferimento.

Virtualmente, ogni esperienza è una buona esperienza, sia che consista in un’ampia formazione che in un’esperienza lavorativa, o in una combinazione di entrambe. La tecnologia anche è importante per entrambe le professioni, in particolar modo per i traduttori che devono saper utilizzare i computer e diversi software specializzati per eseguire il loro lavoro. Naturalmente, valide competenze linguistiche in entrambe le lingue sono molto importanti al fine di diventare un interprete o un traduttore di successo, ma dato che il compito di traduttori e interpreti è quello di trasmettere informazioni con accuratezza in una specifica situazione, sono necessarie anche delle ulteriori competenze.

Come si diventa interprete o traduttore in Svezia?
Certamente, è del tutto possibile scoprire e imparare queste abilità. Potrete scoprire di più su come si diventa un interprete a questo link. La Swedish Association of Professional Translators elenca i corsi di traduzione proposti dalle università svedesi qui. Kammarkollegiet è l’organo svedese che esamina gli interpreti e i traduttori abilitati. Per saperne di più sul processo e sui requisiti clicca qui.

Fonte: Articolo scritto da Synnöve MT e pubblicato il 3 marzo 2016 sul sito Semantix

Traduzione a cura di:
Tania Falchi
Adattatrice e sottotitolatrice di programmi TV per non udenti (SDH)
Roma

La traduzione è un mestiere?

 Categoria: Traduttori freelance

Quando qualcuno mi chiede cosa faccio per vivere e dico che sono un traduttore freelance mi fissano come se fossi un alieno. Mi domandano sempre: “Ma è un lavoro? Credevo fosse un hobby!”. Ebbene sì, questa purtroppo è la triste realtà. Ogni volta, mi tocca spiegare che è un lavoro vero e proprio, che sono pagata per quello che faccio, e che, cosa più importante, ho studiato per diventare una traduttrice. Tradurre non significa conoscere due lingue e trasferire il concetto letterale da una lingua all’altra.  Come Walter Benjamin ha detto in Illuminazione: Saggi e riflessioni: “È compito del traduttore quello di rilasciare nella sua lingua il linguaggio puro che si trova sotto l’incantesimo di un altro, per liberare la lingua imprigionata in un lavoro nella sua ricreazione di questo lavoro”.

Sì, perché la traduzione è un’arte, una nuova creazione, non è un processo ovvio e facile e abbiamo bisogno di diversi anni per farlo nel modo corretto. Abbiamo costantemente bisogno di aggiornarmenti, di sforzi. Penso che una delle cose più belle, mentre si traduce, è trovare un equivalente (nella lingua di destinazione) quando l’equivalente, in realtà, non esiste. Si lotta, si pensa a molte opzioni ma quando si arriva alla soluzione finale ci si sente dei supereroi, pieni di magia, invincibili.

Quindi, penso che tutti noi dovremmo ricordare che tradurre non è un hobby che tutti possono praticare. Bisogna studiare, esercitarsi e, a mio parere, bisogna anche essere portati per tradurre. Tradurre significa lavorare da casa, creare il proprio programma, essere il capo di sé stessi, avere un calendario, rispettare le scadenze, le cosiddette “deadlines”. A volte si può rimanere diversi giorni in attesa che qualcuno vi chiami, a volte si è sommersi di lavoro e costretti a lavorare giorno e notte, ma non importa; se davvero amate questo lavoro, amerete anche il brivido che vi darà, e penso che non c’è niente di più bello.  Voglio concludere questo articolo con una citazione di Jose Saramago: “Gli scrittori fanno letteratura nazionale, i traduttori la rendono universale”.

Articolo scritto da:
Pamela Calianno
Laurea Magistrale in Traduzione tecnico-scientifica e Interpretariato
Martina Franca (TA)

Tradurre l’arcobaleno: curiosità sui colori (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

5. La nostra lingua condiziona la nostra capacità di vedere i colori… più o meno. Tutti, tranne i daltonici, vedono gli stessi colori. Ma dato che lingue diverse classificano gli stessi colori in categorie diverse, la nostra lingua condiziona il modo in cui il nostro cervello interpreta un certo colore. La professoressa Anna Franklin dell’Università del Sussex spiega il fenomeno su Horizon Magazine: “Il russo ha due parole per dire ‘blu’, distinguendo una tinta più scura e una più chiara. Questa distinzione di base fa sì che i parlanti russo siano più ricettivi nei confronti dei colori in quell’area dello spettro visivo. Abbiamo misurato questa differenza confrontando l’attività elettrica nella corteccia cerebrale dei parlanti russo con quella dei parlanti di altre lingue alla richiesta di distinguere due sfumature di blu [...]. La lingua non cambia la capacità di vedere i colori, ma cambia il modo in cui interpretiamo le informazioni ricevute”. A questo proposito, il New York Times riporta un esperimento condotto per paragonare il modo in cui gli himba e gli occidentali vedono i colori: “I membri della tribù che hanno partecipato all’esperimento hanno riscontrato difficoltà nella distinzione fra il blu e il verde, che non è un problema per gli occidentali, ma hanno anche distinto con facilità delle sfumature di verde che sembravano identiche a occhi occidentali”. Un post del Language Log ha poi fatto chiarezza sui risultati dell’esperimento, che avevano avuto una risonanza mediatica fuori controllo: gli himba sono perfettamente in grado di distinguere il blu dal verde… solo che non lo fanno con la stessa immediatezza degli occidentali.

6. I nomi dei colori cambiano nel tempo. Nessuno sa con certezza perché culture diverse suddividano lo spettro della luce visibile in un certo modo. Ma certo è che non si tratta mai di categorie fisse: come molti altri nomi, anche i nomi dei colori si evolvono nel tempo. Ad esempio, uno studio condotto su alcune lingue degli aborigeni australiani ha dimostrato che le lingue acquisiscono nuovi nomi di colori nel corso del tempo, e ne perdono altri. Torniamo al giapponese, in cui il verde spesso è visto come una “sfumatura” di blu: entrambi i termini usati per descrivere il verde sono relativamente giovani rispetto agli altri. Midori risale all’anno 1000 DC, e guriin è stato importato dall’olandese. Secondo un articolo apparso su Empirical Zeal, il giapponese ha cominciato a distinguere midori da ao in seguito alla maggiore esposizione alla cultura occidentale. Ad esempio, a partire dal 1917 il Giappone ha cominciato a importare scatole di matite colorate. In seguito, durante l’occupazione degli Alleati, la differenza tra il verde e il blu ha cominciato a comparire nelle aule di scuola per seguire gli standard scolastici degli Alleati.

7. Ai tempi di Shakespeare, il rosa non era “pink”. In inglese, il termine pink è il più nuovo fra i nomi dei colori. Il primo riscontro dell’uso di pink per indicare il colore rosa risale al 1733, oltre un secolo dopo la morte di Shakespeare. Prima di allora, pink veniva usato per indicare un tipo di garofano.

Fonte: articolo “The Rainbow in Translation”, scritto da Alison Kroulek e pubblicato il 27 novembre 2016 sul Language Blog di K International

Traduzione a cura di:
Anna Bonazzi
Traduttrice EN, DE, FR IT > IT
Novara

Tradurre l’arcobaleno: curiosità sui colori

 Categoria: Le lingue

Una rosa resta una rosa comunque la si chiami… ma è rossa anche in un’altra lingua? Certo, tutti abbiamo gli stessi occhi per guardare, ma lingue diverse classificano i colori in modo diverso, e influenzando il modo in cui lo stesso colore viene percepito da membri di culture diverse. Volete saperne di più? Ecco sette curiosità sui colori in altre lingue, e sul come la nostra lingua condizioni il modo in cui vediamo i colori.

1. L’inglese ha undici parole per i colori di base. Forse qualcuno si ricorda degli schemini colorati che si facevano all’asilo per imparare i colori. Schemini come quelli rappresentano il modo in cui dividiamo e classifichiamo i colori. L’inglese ha undici parole per indicare i colori di base: nero, bianco, rosso, verde, giallo, blu, rosa, grigio, marrone, arancione e viola. Ma lo stesso schemino potrebbe apparire leggermente diverso in un’altra lingua. Alcune lingue hanno più parole per distinguere i colori, e altre ne hanno meno.

2. Certe lingue hanno dodici parole per i colori di base. Ad esempio, l’italiano, il russo e il greco distinguono il blu dall’azzurro, proprio come in inglese si distingue il rosso dal rosa. Altre lingue, come l’irlandese e il turco, hanno varie parole per distinguere tipi diversi di rosso.

3. La lingua pirahã ha solo due parole per descrivere i colori. Il pirahã distingue soltanto i colori “chiari” da quelli “scuri”. Per descrivere il colore di un oggetto in modo più dettagliato, in pirahã si dice che l’oggetto “assomiglia” ad un altro. Un’altra lingua famosa per avere pochi nomi di colori è lo himba. Stando a uno studio dell’Università dell’Essex (riportato su Wikipedia), lo himba ha solo quattro parole: – Zuzu: sfumature scure di blu, rosso, verde e viola – Vapa: bianco e alcune sfumature di giallo – Buru: alcune sfumature di verde e di blu – Dambu: altre sfumature di verde, rosso e marrone Secondo altre fonti, la lingua himba avrebbe anche il termine serandu per descrivere alcune sfumature di rosso, arancione e rosa. Pensate a quanto diverso potrebbe essere lo stesso schemino dei colori fatto in lingua himba!

4. Alcune lingue non distinguono il verde dal blu. Ad esempio, il giapponese ha delle parole per dire “verde” (midori e guriin) e una parola per dire “blu” (ao). Questa distinzione, però, è un concetto piuttosto recente (vedi sotto per maggiori dettagli). Spesso il verde viene ancora considerato una sfumatura di blu, e non un colore a sé stante.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: articolo “The Rainbow in Translation”, scritto da Alison Kroulek e pubblicato il 27 novembre 2016 sul Language Blog di K International

Traduzione a cura di:
Anna Bonazzi
Traduttrice EN, DE, FR IT > IT
Novara

Riscrivere il verso nella gioia e nel dolore

 Categoria: Traduzione letteraria

Qual è la ragione per cui i traduttori di testi poetici mostrano una passione smodata nel riscrivere le opere di altri autori a beneficio di lettori provenienti da diversi contesti linguistici e culturali? Forse traduciamo nel tentativo di misurare le potenzialità della Target Language (TL) di fronte alla resa di un certo tipo di poesia, magari lasciando che la prima ne risulti arricchita e rinnovata allo stesso tempo (come ad esempio avviene con Seferis e le sue traduzioni di Yeats e Eliot al greco), forse, semplicemente, perché il poeta stesso o una casa editrice ci hanno commissionato il lavoro (per ragioni economiche o di qualsiasi altro tipo), o ancora, perché sentiamo un’affinità talmente intima con la produzione dell’autore e ne siamo ispirati a tal punto da volerlo riscrivere nella nostra lingua (per ragioni personali). Potremmo voler usare il componimento come punto d’inizio per creare un’opera nuova, utilizzando meccanismi quali l’emulazione, l’imitazione o l’adattamento, e tutte quelle altre forme estreme di traduzione libera (come nel caso di Pound e Lowell); oppure ancora, il nostro obiettivo potrebbe essere quello di far conoscere un determinato autore nella cultura d’arrivo, perché ci accorgiamo di essere in presenza di una voce poetica tanto significativa e originale da meritare gli “sforzi ingrati” della traduzione (volendo citare Elytis e Seferis).

Nonostante esistano innumerevoli ragioni per ri-scrivere il lavoro di qualcun altro, la scelta del metodo è un’altra questione. La ragione per cui scegliamo di tradurre, inevitabilmente, influenzerà fortemente la maniera in cui lo faremo. Il processo di traduzione di un testo poetico è, necessariamente, un processo di ri-scrittura con specifiche finalità, che dipendono strettamente dagli obiettivi del traduttore. Gli intenti del traduttore sono fondamentali. Essi, infatti, influenzeranno la prima stesura e tutte le successive. In ogni caso, il traduttore deve accettare il fatto che esistono dei limiti a ciò che può essere restituito in traduzione; tali limiti sono intimamente connessi alle potenzialità della TL e ai vincoli e alle norme della Target Culture, ma anche all’abilità del traduttore stesso. Se è vero che la traduzione, in generale, può essere considerata una scienza e un mestiere, la traduzione poetica, invece, è un’arte e richiede talento, creatività e ispirazione. È la combinazione di tutti questi fattori, i quali fanno sì che la traduzione di un testo poetico non possa mai considerarsi conclusa e che pongono un confine al lavoro del traduttore, il quale, ad un certo punto, si vedrà costretto a fermarsi.

Fonte: Articolo di David Connolly, pubblicato sulla rivista letteraria PN Review

Traduzione a cura di:
Michela Scalia
Traduttrice EN>IT ES>IT
Palermo

Colpiti dall’aria in Italia (2)

 Categoria: Operatori nel settore traduzioni

< Prima parte di questo articolo

Dopo anni di esperienza diretta della delicata costituzione italiana, ho elaborato una teoria sul perché noi inglesi siamo molto più robusti. Se non puoi nominarlo, non può nuocerti. Se non sai dov’è, non può farti male. Tra gli amici italiani, sono considerato una specie di superumano del sistema immunitario. Posso uscire dalla palestra sudato per farmi la doccia a casa e non prendere freddo nel percorso. Posso nuotare dopo mangiato e non avere la congestione o i crampi. Posso andare in giro coi capelli bagnati e non prendermi “la cervicale”. Me ne vanto persino. Al ristorante dico: “Mi siedo io vicino allo spiffero. Starò bene. Sono inglese”.

‘Mai lamentarsi’
Ho sottoposto la mia teoria a uno psicanalista siciliano e ha detto che avevo ragione. Per esempio, gli inglesi non hanno un termine per il “colpo d’aria”. Si traduce letteralmente come “colpiti dall’aria” e sembra sia incredibilmente pericoloso per gli italiani. Possono averne uno all’occhio, all’orecchio, alla testa o in qualunque altra parte dell’addome. Per evitare di prendersi un “colpo d’aria”, almeno fino ad aprile non devono mai uscire senza una canottiera di lana, nota come “maglia della salute”. Le mamme inglesi tengono le giacche dei figli così non si accaldano e sudano mentre corrono e giocano. Al contrario, i parchi qui in Italia sono pieni di omini Michelin imbottiti e alti come pinte, imbacuccati fino al naso per impedire all’aria di entrare e colpirli. Gli italiani sono allevati per temere questi rischi per la salute, mentre la nostra ignoranza della loro stessa esistenza ci rende forti e impavidi. È anche una questione di etichetta. Siamo una nazione che “non deve lamentarsi”, addestrata dalla più tenera età che la sola risposta a “Come stai?” è “Bene, grazie.” Il nostro vocabolario lo riflette. Se abbiamo avuto il raffreddore o abbiamo trascorso sei settimane in terapia intensiva, ti diremo che siamo stati “poco bene”.

‘Cambio di stagione’
Ma la scorsa settimana ho provato un momento di panico. Mi sono svegliato debole e con la nausea. E se la differenza culturale fosse davvero contagiosa? E se anni nel paese avessero cambiato la mia costituzione e pure io stessi soffrendo un altro comune rischio per la salute italiano, il “cambio di stagione”? Ho cercato di convincermi che la colpa era della mancanza di sonno, ma non ero sicuro. Più tardi quel giorno mi sono imbattuto in una vicina e ho confessato di sentirmi “poco bene”. “Ooh”, ha detto con aria preoccupata. “Sono andata dal dottore ieri e mi ha detto che va in giro una influenza intestinale che dura 48 ore.” Poi la faccia le si è illuminata. “Ma non ti preoccupare, sei inglese, perciò a te durerà solo 24 ore!” E all’improvviso –  restaurato lo status di superumano – mi sono sentito decisamente meglio.

Fonte: Articolo scritto da Danny Miltzman e pubblicato il 3-12-2011 sul Magazine Online della BBC

Traduzione a cura di:
Giusy De Nicolo
Dottoressa Magistrale in Lettere, insegnante e scrittrice
Alton  (UK)

Colpiti dall’aria in Italia

 Categoria: Operatori nel settore traduzioni

Molti italiani, a quanto pare, sono soggetti a una gamma particolarmente vasta di malattie invernali, aiutati, apparentemente, da una profonda conoscenza dell’anatomia umana. Vivere da più di un decennio in questo paese mi ha portato a una conclusione scioccante. Essere italiano fa male alla salute. Mentre l’inverno si avvicina, la gente intorno a me soffre di una gamma di malanni spiccatamente italiani, che fa sembrare i limitati raffreddori e influenze di noi inglesi insipidi come il nostro cibo. Mentre pedalo per le strade medievali della mia città adottiva, Bologna, sorrido a me stesso, meravigliandomi del fatto che indosso ancora una giacca leggera in questa parte dell’anno.

Nessuna traduzione disponibile
Le mie controparti italiane sono meno fortunate. Hanno tirato fuori le sciarpe di lana e I cappotti imbottiti e si strofinano il collo lamentandosi della malattia italiana del mistero che preferisco, “la cervicale”. “Soffro di cervicale,” mi dicono, facendola suonare una cosa particolarmente seria. Sembra che la maggior parte delle persone sopra i trent’anni soffra di questa condizione, ma io ancora non ho idea di cosa sia esattamente e di come tradurla. L’ho cercata nel dizionario e ho trovato “cervicale” – un aggettivo che si riferisce alle vertebre cervicali, quelle piccola ossa dentro la parte posteriore del collo – ma in quanto malattia, semplicemente non c’è una traduzione in inglese. Noi non l’abbiamo! Pare inoltre che gli inglesi non abbiano quel tipo di conoscenza eccezionale della propria anatomia che gli italiani possiedono.

Benefici dell’ignoranza
Subito dopo essermi trasferito qui, ricordo che  un amico mi raccontò di non sentirsi molto bene. “Mi fa male il fegato” mi disse. In seguito diversi dottori mi assicurarono che nessuno può sentire il proprio fegato, ma ciò che mi colpì veramente  fu il fatto che sapesse dove stesse il fegato. Noi inglesi, al contrario, siamo una nazione incredibilmente ignorante sulla nostra anatomia. Gli italiani possono pure dirti se hanno dolore allo stomaco o all’intestino – e possono persino specificare se è una colica o una colite – ma per noi è tutto solo “mal di pancia”.E benché dovrei essere imbarazzato dalla mia inabilità a indicare il punto esatto dove ho la cistifellea, non lo sono. Perché? Perché credo mi renda più sano.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Danny Miltzman e pubblicato il 3-12-2011 sul Magazine Online della BBC

Traduzione a cura di:
Giusy De Nicolo
Dottoressa Magistrale in Lettere, insegnante e scrittrice
Alton  (UK)

Che c’è da ridere?

 Categoria: Le lingue

Tutti sentono il bisogno di comunicare. È una necessità intrinseca all’essere umano. Quando vogliamo interagire con una o più persone, spesso ci affidiamo al nostro repertorio comico, sia che lo facciamo per renderci simpatici o semplicemente perché sappiamo che la risata è il modo migliore per far felici gli altri (compresi noi stessi). Ma cosa succede quando vogliamo interagire con un gruppo di persone che non parlano la nostra lingua? Ci sono tantissimi temi universali con i quali è possibile interagire. La comicità fisica (fare facce stupide, cadere, ecc.) è un modo semplice per far ridere e moltissimi comici (qualsiasi sia la loro lingua) sfruttano questa risorsa per fare colpo su un pubblico più ampio.

I grandi stand-up comedian quali Jerry Seinfeld, Louis C.K, Chris Rock o Ricky Gervais hanno contribuito enormemente a plasmare il mondo della comicità anglosassone. Cercare di riproporre nella quotidianità un pezzetto dei loro spettacoli con l’intento di essere divertenti è un’impresa difficile persino quando lo si fa in lingua originale. Molti direbbero che bisogna avere una predisposizione naturale alla comicità per saper raccontare bene una barzelletta, ma, anche se non la si possiede, se la barzelletta è raccontata bene, il pubblico riderà in ogni caso; ciò che conta è infatti come la si racconta. Ma che succede quando dobbiamo comunicare qualcosa in un’altra lingua? Tradurre una battuta potrebbe essere più difficile di quanto si possa immaginare. Raccontare una barzelletta in un altro paese o a un pubblico diverso rappresenta sempre una sfida, persino quando si parla la stessa lingua. Non tutti gli americani colgono lo humor inglese e viceversa. Allo stesso modo, non tutti i paesi dell’America Latina ridono per le stesse battute, nonostante parlino la stessa lingua.

I professori di lingue straniere dicono spesso che si può dire di aver appreso appieno una lingua quando si è in grado di coglierne lo humor, e non si sbagliano di certo. Nello humor sono presenti moltissimi riferimenti culturali, per cui diventa obbligatorio adattare alcune battute o situazioni al pubblico a cui ci si rivolge. Lingua e cultura sono strettamente collegate, perciò la comprensione di quest’ultima è fondamentale quando si lavora con le lingue, indipendentemente dal settore in cui si opera. Non si tratta semplicemente di sostituire un paio di parole. È necessario selezionare con attenzione ciò che va detto in modo che rispecchi perfettamente l’originale non solo dal punto di vista linguistico, ma anche da quello culturale. A volte sembra impossibile raccontare o persino capire una battuta se non si ha anche solo un briciolo di conoscenza del background storico, culturale e comportamentale dell’interlocutore. A volte, quando ci si trasferisce in un altro paese, potrebbe sembrare difficile ambientarsi, ma, una volta iniziato a comprenderne il background, si comprenderà più facilmente anche lo humor e a quel punto l’esperienza in quel luogo sarà completamente diversa.

Fonte: Articolo pubblicato il 30 gennaio 2017 sul sito Trusted Translations

Traduzione a cura di:
Federica Boldini
Traduttrice EN>IT
Brescia

Il francese, una lingua in espansione (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Se è vero che il francese sta vivendo una fase di transizione, è altresì vero che ogni idioma evolve con il passare del tempo, per cui c’è da chiedersi  se in realtà questo divario apparentemente incolmabile tra la lingua pura e perfetta preservata dall’Académie e la lingua di tutti i giorni non rappresenti invece una tappa del processo di evoluzione sociale e, di riflesso linguistico, indipendentemente dalla presunta invasione anglofona. Peraltro, il numero di francofoni nel mondo si aggira attorno ai 275 milioni, cifra destinata ad aumentare, considerando la crescita demografica esponenziale dell’Africa, continente in cui il francese è parlato maggiormente. Inoltre, secondo uno studio condotto dall’ Istituto Europeo d’amministrazione degli Affari (INSTEAD) , il francese è la terza lingua più parlata nel mondo nel settore economico, numeri, come già detto, destinati a crescere nel giro di pochi decenni, allontanando così lo spettro di una sua possibile estinzione. Il francese è dunque destinato ad uscire dai confini nazionali , per divenire un idioma ricco e dalle molteplici sfaccettature, che si nutre delle numerose varietà locali e regionali, acquisendo così lo status di lingua di integrazione e d’unione. Ne consegue che questa nuova concezione della lingua richiede un nuovo modello di insegnamento fondato sulla comprensione e l’inclusione, per arricchire il bagaglio linguistico e, allo stesso tempo, favorire l’apprendimento del francese. È pertanto opportuno cogliere i cambiamenti sociali nella loro implicazione linguistica, restituendo in tal modo al francese il ruolo di lingua chiara, razionale ed universale, veicolo di conoscenza e di cultura nel mondo.

In conclusione, in un mondo globalizzato, dominato dalla cultura angloamericana, la lingua inglese ha avuto un ruolo considerevole nel processo di evoluzione del francese, oscurandone talvolta l’antico prestigio europeo e mondiale. Il timore che quest’influenza d’oltremanica si trasformasse presto in una vera e propria invasione, ha spinto diversi politici a passare al vaglio delle misure in grado di arginare l’avanzata inglese . Peraltro, l’impoverimento del francese dipende anche da un insegnamento che non è più in grado di trasmettere le conoscenze linguistiche necessarie ai nuovi alunni. Tuttavia il francese non è in via di estinzione, al contrario, si tratta di un idioma in piena espansione, grazie, tra l’altro, all’incredibile crescita demografica del continente africano, in  cui è stato registrata la presenza di un elevato numero di locutori francofoni. Detto ciò, è evidente che il francese si trova in una fase di prosperità e la sua evoluzione non può prescindere dalla presa di coscienza del cambiamento sociale che le istituzione scolastiche, in primis, dovrebbero sforzarsi di cogliere al fine di favorire l’apprendimento di questo idioma. Alla luce di quanto precede, è la constatazione di questo movimento eterno che potrebbe garantire al francese il ruolo di lingua mondiale di cultura e di integrazione.

Autrice dell’articolo:
Martina Iacovelli
Docente di lingua e cultura francese nella scuola secondaria di secondo grado FR, EN > IT – IT > FR
Palombara Sabina – Roma

Il francese, una lingua in espansione

 Categoria: Le lingue

La lingua francese costituisce uno degli elementi cardine su cui poggia il sistema culturale e politico della Francia, tanto da essere divenuta un vero e proprio principio costituzionale (art.2 della Costituzione , secondo cui il francese è la lingua ufficiale della Repubblica) da proteggere da eventuali attacchi esterni, in particolare dall’invasione dell’inglese, la lingua internazionale della globalizzazione, che rischia di impoverire inesorabilmente il ricco patrimonio linguistico mondiale. In Francia, l’utilizzo di parole e di espressioni inglesi nel gergo economico e tecnologico sembra essere all’origine di un presunto declino della lingua aulica di Molière e di Racine, la cui eleganza e ricchezza avevano contribuito ad elevare il francese a lingua di cultura a livello europeo, divenendo, in tal modo, emblema di perfezione, equilibrio e chiarezza.

C’è da dire che, oltre all’invasione dell’inglese, anche l’insegnamento e l’apprendimento del francese sembrano aver contribuito ad accelerare questo presunto processo di impoverimento linguistico, al punto che l’idioma francese sembra destinato ad estinguersi. Tuttavia occorre chiedersi se il francese sia realmente in pericolo o se, al contrario, si trovi in una fase di transizione di arricchimento ed evoluzione, sotto l’impulsio delle numerose varietà linguistiche regionali e mondiali, considerando, tra l’altro, i circa 275 milioni di francofoni presenti su tutti i continenti. È evidente che, a partire da tale constatazione, anziché erigere muri contro un fantomatico attacco inglese , sarebbe meglio considerare il francese come una lingua in evoluzione continua, concentrando quindi gli sforzi sulla direzione di questo cambiamento , in modo da favorire l’integrazione tra passato, presente e futuro, affinché il francese sia preservato e, di conseguenza, meglio insegnato, tenendo conto dei mutamenti sociali che inevitabilmente implicano delle trasformazioni anche a livello linguistico.

Lo scrittore René Etiemble, negli anni ’60, ha utilizzato il termine “Franglais” per designare la forte influenza linguistica anglofona sul francese, fenomeno che, alla luce dello sviluppo economico degli Stati Uniti, ha suscitato delle importanti preoccupazioni tra politici, esperti e accademici. La Francia, per arginare l’invasione linguistica dell’inglese, simbolo della supremazia economica e politica americana, ha adottato una serie di misure giuridicamente vincolanti, volte proprio ad evitare, o quantomeno limitare, questo fenomeno di appiattimento linguistico. A tal proposito, è opportuno citare la legge Bas-Lauriol (1975) così come la legge Toubon(1994), in quanto accordano all’obiettivo di difesa della lingua francese un’importanza giuridica che si esplica nell’attuazione di misure volte ad impedire o a rendere obbligatorio l’utilizzo di determinati termini o espressioni in contesti pubblici. Detto ciò, è chiaro che l’inglese è percepito come una minaccia per la preservazione della lingua francese, al punto che diversi esperti e accademici si sono opposti fermamente al progetto di legge adottato nel 2013 dal Parlamento Francese riguardante la possibilità di dispensare alcuni corsi universitari in inglese, poiché tale riforma è stata considerata una resa di fronte alla potenza anglo-americana.

Tuttavia, nonostante le diverse leggi e l’opposizione vigorosa dell’”Académie Française”, l’utilizzo di prestiti inglesi, soprattutto da parte di personalità politiche, implica tutta una serie di errori lessicali o morfosintattici che, attraverso la stampa e i mezzi di comunicazione di massa, piano piano si stanno diffondendo, per entrare nell’uso corrente della lingua. Peraltro, tale situazione è alimentata da un alto fattore allarmante e, purtroppo, molto diffuso tra gli alunni francesi, che, in prima media, ancora hanno numerose difficoltà in lettura e in scrittura. Se da un lato la predominanza della cultura angloamericana ha certamente contribuito a diminuire il prestigio del francese, dall’altro occorre riflettere sul modo in cui questa lingua viene insegnata nelle scuola, istituzione che sembra non tener conto dei mutamenti sociali, fattori, quest’ultimi, determinanti nel processo di trasformazione di una qualunque forma di comunicazione.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Martina Iacovelli
Docente di lingua e cultura francese nella scuola secondaria di secondo grado FR, EN > IT – IT > FR
Palombara Sabina – Roma

La sfida di tradurre García Márquez (5)

 Categoria: Traduzione letteraria

< Quarta parte di questo articolo

Solo in seguito a un provvidenziale incontro a Parigi con uno scrittore giapponese, García Márquez si tranquillizzerà sulla possibilità di poter trasporre in modo fedele la sua opera a lingue per lui del tutto ignote. Quello scrittore, infatti, che aveva letto “Cent’anni di solitudine” in giapponese, in una versione fatta a partire in modo congiunto dalle versioni inglese e francese, gli parlò per due lunghe ore del romanzo, con una tale proprietà, in modo talmente dettagliato e introspettivo, e con tanto entusiasmo, che Gabo si convinse della enorme capacità del suo traduttore – o della sua traduttrice – al giapponese. “Da quel momento smisi di preoccuparmi per questo, mi rallegrai e ora sono totalmente sicuro che ciò che i miei lettori leggono in altre lingue è proprio il libro che ho scritto”.

Il suo grande rispetto e la sua ammirazione per il lavoro del traduttore rimase inciso con lettere indelebili (almeno per i praticanti di tale mestiere), in un articolo intitolato: “I poveri bravi traduttori”, apparso nel luglio del 1982 sul quotidiano madrileno “ElPaís”. “Qualcuno ha detto che tradurre è la miglior maniera di leggere. Io penso che è anche la più difficile, la più ingrata e la meno pagata”; così iniziava il testo, per poi passare a elogiare i grandi traduttori di tutti i tempi e di tutte le lingue, i cui apporti personali a ciascuna opera tradotta raramente vengono esplicitati, mentre si tende a ingigantire le sviste o le imprecisioni.

Alla fine dell’articolo confessava, inoltre, che da molto tempo stava traducendo – assai lentamente, goccia a goccia – i Canti di Giacomo Leopardi, però che lo faceva di nascosto e pienamente consapevole che “non sarà questa la via della gloria né per me né per Leopardi. Lo considero uno di quei passatempi simili alle abluzioni che i padri gesuiti chiamavano piaceri solitari. Però il solo fatto di averci provato mi è bastato a capire quanto sia difficile, e quanta abnegazione richiederebbe, tentare di contendere il pane ai traduttori professionisti”.

Fonte: Articolo scritto da Juan Fernando Merino e pubblicato il 12 aprile 2015 su El Pais.com.co.

Traduzione a cura di:
Miriam Mezzera
Bogotà (Colombia)

La sfida di tradurre García Márquez (4)

 Categoria: Traduzione letteraria

< Terza parte di questo articolo

García Márquez e i suoi traduttori
La relazione del Nobel colombiano con i suoi traduttori è sempre stata di grande rispetto ma di scarsa prossimità personale o epistolare. Secondo quanto raccontò al giornalista Darío Arizmendi in una lunga intervista realizzata via radio in due giorni (tra il 30 e il 31 maggio 1991), all’inizio, quando cominciò a essere tradotto in altre lingue, García Márquez stava molto attento alle traduzioni che venivano fatte. Controllava quelle nelle lingue a lui accessibili, come il francese, l’italiano e l’inglese; rispondeva diligentemente alle domande dei traduttori e suggeriva loro perfino sfumature di significato. Con il tempo però, e con il moltiplicarsi delle traduzioni, cominciò a perdere questo interesse, e lasciava semplicemente che “i libri andassero per la loro strada”. Ciononostante, continuò a rispondere ai dubbi principali dei traduttori, attività dalla quale trasse una conclusione molto particolare:

“Praticamente tutti i traduttori delle lingue diciamo occidentali mi mandano, subito dopo aver letto il libro, una lista di dubbi, che io gli spiego. La cosa curiosa è che in genere questa lista è sempre la stessa nelle diverse lingue. I primi 17 punti sono sempre uguali. Alcuni non sono dubbi riferiti al significato della parola, quanto piuttosto alla sfumatura che io gli ho dato, perché sono parole che hanno diverse accezioni e che ho usato in modo metaforico”.

Con le lingue di cui non aveva la minima nozione, García Márquez non poté fare altro che fidarsi dei suoi traduttori e sperare che le versioni uscite dalle mani di un vietnamita, un bengalese o un ucraino fossero il più possibile fedeli all’originale; o almeno che le perdite non fossero eccessive. “Come faccio a sapere io come saranno i miei libri in arabo o in cinese?”commentava in quella stessa intervista. “Soprattutto per il fatto che i cinesi, per quello che so, non traducono linea per linea, non fanno una traduzione letterale, ma prendono il libro e lo rielaborano all’interno di una struttura che è il modo di raccontare cinese, completamente diverso dalle strutture dei miei libri… Perciò mi chiedo, che risultato darà questa operazione?”

Quinta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Juan Fernando Merino e pubblicato il 12 aprile 2015 su El Pais.com.co.

Traduzione a cura di:
Miriam Mezzera
Bogotà (Colombia)

La sfida di tradurre García Márquez (3)

 Categoria: Traduzione letteraria

< Seconda parte di questo articolo

Tornando a “Cent’anni di solitudine”, che nel 1968 era già stata tradotta in francese e in italiano, con l’apparizione di “One Hundred Years of Solitude” nel 1970 e la sua immediata risonanza internazionale, iniziarono presto a moltiplicarsi le traduzioni alle lingue considerate letterariamente più importanti. Fu così che tra il ‘70 e il ‘73 furono pubblicate versioni in tedesco, ceco, danese, sloveno, ungherese, svedese, norvegese, serbocroato, portoghese e giapponese, tra le altre.  Qualche anno dopo, ecco anche le versioni vietnamita, bengalese, ucraina, giavanese, e molte altre, fino a giungere a 38 traduzioni in altrettante lingue. Nel 1992 arriverà l’esperanto grazie al giornalista e filologo spagnolo Fernando de Diego, con il titolo “Cent jaroj da soleco”.

E si presume che, come una specie di ritorno all’origine, si stia realizzando una traduzione alla lingua Wayuunaiki (una delle lingue indigene colombiane, ndt), coordinata dal gestore culturale e compositore di musica popolare Félix Carrillo. Lo si presume perché dopo un lancio fatto con tanto clamore, nel quale si annunciò che lo stesso García Márquez avrebbe scritto il prologo, e che a metà del 2011 la traduzione sarebbe terminata, grazie al lavoro di un gruppo di indigeni Wayúcolombiani e venezuelani, quattro anni dopo il progetto è ancora in sospeso. Carrillo non ha più fatto sapere nulla del compenso per i traduttori, e aumentano i dubbi sul fatto che il prologo sia davvero stato scritto dal Nobel.

Particolarmente complicate furono le traduzioni in cinese e in russo, seppur per ragioni diverse. Nel primo caso, dopo una decina d’anni di edizioni pirata, che infrangevano ogni regola sui diritti d’autore, finalmente e dopo lunghe negoziazioni con Carmen Balcells – l’agente di García Márquez –, nel maggio del 2011 si pubblicò una nuova traduzione cinese di “Cent’anni di solitudine”; la prima edizione contò 300.000 copie. Dato curioso: il suo traduttore Fan Ye, che sarebbe diventato una celebrità nel suo paese, impiegò esattamente un anno a tradurre il libro, e una volta pubblicato era lungo 360 pagine, un numero magico per certe culture ancestrali cinesi.

Nel caso della versione russa, la traduzione di Valeri Stolbov fu sottoposta a censura dal regime sovietico, e vari passaggi presumibilmente erotici furono omessi. Quando nel ‘79 un giornalista chiese conto al traduttore della parte censurata, questi si difese affermando: “Certo, non possiamo trascurare nell’opera di García Márquez l’elemento erotico, che è qualcosa di profondamente umano. Però voglio che sia chiaro che non c’è stata una volontà di censurare: se così fosse stato, non si sarebbe pubblicato il libro. Bisogna tenere a mente che il romanzo ha avuto la tiratura più ampia che si sia vista nella storia; nel solo mondo socialista tre milioni e mezzo di copie rappresenta qualcosa di totalmente inaudito”.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Juan Fernando Merino e pubblicato il 12 aprile 2015 su El Pais.com.co.

Traduzione a cura di:
Miriam Mezzera
Bogotà (Colombia)

La sfida di tradurre García Márquez (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

< Prima parte di questo articolo

Questo significava una formidabile rampa di lancio per la diffusione del romanzo, e contribuì a proclamare ai quattro venti e fino agli estremi confini del globo che era nato un capolavoro della letteratura universale. Lo stesso Rabassa sapeva che quella traduzione sarebbe stata una grande sfida e una bella avventura. Anche se come regola generale non leggeva mai un’opera prima di tradurla, per permettere che l’emozione della scoperta ispirasse il suo lavoro, con “Cent’anni di solitudine” fece un’eccezione.

“Avevo già letto il libro”, racconta Rabassa “e mi ero reso conto che se avessi applicato il mio solito metodo di lavoro il risultato sarebbe stato un poco diverso. Non so se migliore o peggiore. Mi chiedo se la traduzione verrebbe beneficiata se la facessi oggi, dopo averci speso così tanta energia nei miei corsi, e dopo aver letto ciò ne hanno detto altri. Quello che voglio dire è che ogni volta che leggiamo un libro questo si trasforma”.

Se la traduzione di Rabassa fu eccellente, tuttavia, non tutte le traduzioni delle altre opere del Nobel colombiano ebbero la stessa sorte. Sono celebri molti equivoci commessi nel passare dal castigliano alla lingua di Shakespeare: espressioni colloquiali, frasi idiomatiche o parole che probabilmente esistono sono nella terra del realismo magico.

Il gabologo (esperto nell’opera di García Márquez, ndt) Conrado Zuluaga, che ha navigato per decenni tra le pagine del premio Nobel, si è trasformato anche in un cacciatore di strafalcioni macondiani. Nella ricerca condotta insieme a Margaret S. de Oliveira, ha scovato assurdità come queste: ne “L’autunno del patriarca” il traduttore trasformò la burundanga in un frutto, quando in realtà è un alcaloide; uno zampapalo – vale a dire una zuffa o un battibecco – in una danza; e la marimonda – un tizio giocoso, burlone – in niente meno che un omosessuale. Tutto ciò nella versione inglese. Scivoloni peggiori si trovano nelle versioni tedesca e francese dello stesso romanzo. Qui il traduttore ebbe la leggerezza di trasformare un macaco (una scimmia, ovviamente) in un pappagallo, e di riferirsi alla pava, cioè alla sfortuna, come alla femmina del pavo (il tacchino in spagnolo, ndt). E la lista sarebbe ancora lunga.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Juan Fernando Merino e pubblicato il 12 aprile 2015 su El Pais.com.co.

Traduzione a cura di:
Miriam Mezzera
Bogotà (Colombia)

La sfida di tradurre García Márquez

 Categoria: Traduzione letteraria

Quando alla fine del 1968 Gabriel García Márquez decise, in seguito all’enorme successo che stava avendo la versione originale di “Cent’anni di solitudine”, che era giunto il momento di tradurlo in inglese, chiese consiglio al suo amico Julio Cortázar, che aveva viaggiato molto più di lui, parlava diverse lingue e iniziava persino a fare le sue prime traduzioni letterarie dal francese e dall’inglese al castigliano.

“Rabassa!” gli rispose senza esitazioni lo scrittore argentino. “È l’unico che può fare una traduzione del romanzo come si deve”.

Cortázar aveva motivi validi per saperlo. Gregory Rabassa, un professore universitario e un lettore inveterato, nato a Yonkers da padre cubano e madre newyorkese, aveva fatto un’impeccabile traduzione in inglese della straordinaria e criptica “Rayuela” (che in italiano si conosce come “Il gioco del mondo”, ndt). La sua traduzione fu considerata superiore a quella francese, nonostante il testo originale fosse colmo di strutture grammaticali francesi – e l’anno della sua pubblicazione vinse negli Stati Uniti il Premio nazionale del Libro nella categoria Traduzione. Gabo dette ascolto al suo amico, ma fu preso dallo sconforto al ricevere il cordiale rifiuto di Rabassa: non aveva tempo, stava traducendo niente di meno che la “Trilogia delle banane” del Nobel guatemalteco Miguel Ángel Asturias.

“Aspettalo quanto necessario”, consigliò nuovamente Cortázar a García Márquez quando questi gli raccontò del suo tentativo fallito con Rabassa. “Ma aspettalo”.

Fu così che iniziò la storia di una delle traduzioni più celebri di tutta la letteratura latino-americana. Oltre alla sua ammirevole lealtà al testo originario – quando non addirittura fedeltà esatta – e del suo enorme valore artistico e letterario, al punto che Gabo stesso affermò in più di un’occasione che preferiva questa versione all’originale, la traduzione in inglese di “Cent’anni di solitudine” fu ricevuta magnificamente dalla critica specializzata, a partire dalla recensione colma di elogi del New York Times e della rivista The New Yorker, e anche dai lettori anglosassoni.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Juan Fernando Merino e pubblicato il 12 aprile 2015 su El Pais.com.co.

Traduzione a cura di:
Miriam Mezzera
Bogotà (Colombia)

La traduzione delle lezioni universitarie

 Categoria: Tecniche di traduzione

La traduzione simultanea delle lezioni universitarie, non è più un’utopia?

Stando alle notizie diffuse dalla stampa, l’Università Karlsruhe, che da qualche anno si chiama KIT (“Karlsruher Institut für Technologie” o in inglese “Karlsruhe Institute of Technology”), ha sviluppato un sistema di traduzione automatica per le lezioni universitarie. Questo “traduttore di lezioni” deve riconoscere la voce del professore e inserirla nel testo. Poi il testo riconosciuto viene tradotto in inglese in tempo reale, chiaramente all’Università Karlsruhe, e viene visualizzato sui portatili o meglio sui cellulari degli studenti. Sebbene il risultato “non deve essere sempre perfetto”, il servizio di traduzione automatica deve “garantire un valido studio delle barriere linguistiche”. Secondo il prof. Hippler, presidente dell’università, giovani studenti stranieri di talento devono essere attratti da questo metodo. L’ufficio stampa dell’università sostiene che il traduttore delle lezioni viene testato attualmente in quattro diverse lezioni nei dipartimenti di ingegneria meccanica e di informatica.

Come traduttore umano in relazione con il sistema di riconoscimento della voce, io naturalmente sono scettico riguardo alla sua efficacia. Il primo passo per avviare la lingua: per il riconoscimento vocale come lo conosciamo noi ad esempio abbiamo il software Dragon Naturally Speaking, che di solito  prevede una percentuale di errore da 1 a 5, presupponendo comunque che il microfono funzioni, che il parlante si sia allenato un po’ con il software di riconoscimento vocale e che parli chiaramente (possibilmente la varietà standard e nel caso del tedesco,  l’Hochdeutsch )  e anche che funzioni l’acustica.  Inoltre la persona che detta deve parlare anche grazie alla punteggiatura, quindi non può semplicemente eseguire il proprio compito come vuole, piuttosto si deve attenere alle esigenze del dettato.   Tuttavia durante una lezione all’università è impossibile parlare con punti e virgole. L’acustica difficile di un’aula universitaria turberà ulteriormente il lavoro di riconoscimento e se il computer  è del prof, l’acustica è improbabile nel momento in cui il prof parla più ad alta voce e in modo confuso.   Chi al lavoro utilizza il riconoscimento vocale, sa come funziona. Durante il dettato il software Dragon comprende quasi tutto perfettamente, finché si detta. Però si parla anche con i colleghi o a telefono e ci si dimentica di spegnere il microfono, allora il software riconosce molto poco, forse solo il 50 % dei suoni. Anche per quanto riguarda il riconoscimento vocale di questo servizio di traduzione simultaneo parto da una percentuale di errore di almeno 10%.

Lo stesso vale per la traduzione automatica. Due anni fa abbiamo testato un software di traduzione all’avanguardia. Ai nostri occhi critici il lavoro di traduzione era pagato male. Il tempo dedicato al miglioramento della traduzione era superiore al tempo che necessita una traduzione manuale. La traduzione automatica – esattamente delle lezioni in inglese – richiede sempre segni d’ interpunzione per poter riconoscere il contesto. Se così non fosse, come potrebbe un software di traduzione riconoscere  dove comincia e dove finisce una frase? Come già detto, la lezione parlata non prevede segni d’interpunzione. Allora può il software di traduzione riconoscere le frasi in modo adeguato? Anche per quanto riguarda la traduzione automatica fisserei, perciò, una percentuale di errore di almeno 10%. Le due percentuali di errore supposte producono insieme una precisione dell’81% (0,9×0,9). Per gli studenti stranieri è sufficiente comprendere l’80% di una lezione, visto che la maggior parte di questi studenti non sono madrelingua inglese? E come possiamo valutare questi studenti, quali parti della lezione sono state tradotte in modo giusto e quali in modo sbagliato? Questo è sempre stato uno dei punti critici della traduzione automatica: solo chi padroneggia entrambe le lingue, può valutare cosa è giusto e cosa è sbagliato nella traduzione.

Per avere un giudizio complessivo, osserverò il sistema e continuerò ad informare a questo proposito.

P.S.: la presentazione del sistema si può vedere su YouTube a questo link

Fonte: Articolo scritto da Georg Eisenmann il 13 giugno 2012 su Eisenmann – der Übersetzer-Blog von Eisenmann Übersetzungen

Traduzione a cura di:
Jessica Mele
Dottoressa Magistrale in Lingue e Letterature Moderne
Salerno

Lingua, identità e convivenza (4)

 Categoria: Le lingue

< Terza parte di questo articolo

In effetti è vero che può capitare che alcune forme aspettuali non siano traducibili in italiano oppure, se lo sono, richiedono una maggiore profusione di parole per restituire il senso di una frase che non è restituibile alla perfezione, nemmeno ricorrendo ad un repertorio di tempi verbali che in italiano è ben più ampio di quelli disponibili nelle lingue slave. Qualcuno potrebbe pensare che questa caratteristica renda lo sloveno, e in generale le lingue slave, più potenti sotto il profilo espressivo, non a caso tracce di questo sentimento possono essere ritrovate in alcune culture slave [1].

Fu nel 1883, quindi poco prima di morire, che Turgenev, stretto nel contrasto tra l’ammirazione dell’occidente e l’amore per la patria abbandonata, coniò la frase “bella e potente lingua russa” [2]. Probabilmente una sorta di risarcimento nostalgico alla sua lingua materna che si sentiva di aver tradito per aderire ad un mondo culturale apparentemente più interessante, ricco e soprattutto moderno, ma anche privo di quell’aura emozionale offertagli dalla madre patria. La frase, nata in circostanze molto specifiche, si è invece radicata in maniera profonda nella mentalità di quel popolo, in modo tale che oggi risuona con vigore anche in rete, e comunque tanto da aver permesso a qualcuno di affermare che: “Con la lingua russa puoi fare prodigi … poiché nessuna lingua al mondo possiede tante sfumature semantiche.” [3]

Prendendo sempre ad esempio la presenza più o meno intensa dell’aspetto verbale nelle lingue, cosa dovremmo concludere, quando osserviamo che questa caratteristica si è andata perdendo, come sostengono i grecisti e i latinisti, proprio nell’evoluzione delle lingue occidentali più importanti (inglese, italiano, spagnolo, tedesco, francese) o, potremmo dire, dominanti? Mentre si è conservata in altre oltre a quelle slave, e soprattutto in quelle di origini non indoeuropee che qualcuno potrebbe considerare marginali. [4] E’ chiaro che il gioco di chi vorrebbe costruire una gerarchia di valori delle lingue, e quindi delle culture, non è poi tanto difficile da…. Sgamare!

Articolo scritto da:
Igor Jogan
Traduttore da En e Slo >>Ita e Slo
Padova


[1] Ricordiamo il detto serbo: Govori srpski da te čitav svet razume (tr. It. Parla serbo che tutto il mondo ti capisce).
[2] “ВЕЛИКИЙ, МОГУЧИЙ РУССКИЙ ЯЗЫК”
[3] https://moiarussia.ru/russkij-yazyk-velikii/
[4] https://it.wikipedia.org/wiki/Aspetto_(linguistica)

Lingua, identità e convivenza (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Tutto ciò premesso, limitiamoci ora a considerare un aspetto ben conosciuto a chi traduce, ad esempio, dalle lingue latine a quelle slave, o nel mio caso dall’italiano allo sloveno e viceversa. Per la parte slovena è sempre stato motivo d’orgoglio sapere che, messi a confronto due testi dai contenuti identici, sia l’uno sorgente e l’altro destinazione o l’inverso, o siano addirittura ambedue destinazioni della stessa sorgente, il testo sloveno sarà inevitabilmente più breve, e non di poco. Infatti, se prendiamo ad esempio un testo di cui si hanno versioni più che autorevoli come la Costituzione europea, possiamo facilmente rilevare che il testo sloveno è più breve del 16% rispetto a quello italiano. La domanda che viene da porci a questo punto – posto che il dato appena descritto sia veramente tale, dato che non esistono evidenze sperimentali confermate scientificamente su questo tema, ma unicamente voci e luoghi comuni frutto dell’esperienza – è se questo sia sufficiente a motivare sentimenti di superiorità linguistica da parte slovena rispetto all’italiano. Chi scrive è convinto che in passato si sono verificati atteggiamenti di questo tipo, fors’anche nel tentativo di dare una risposta maldestra a quelli sprezzanti che provenivano dall’altra parte: come ad esempio il non riconoscere la nazione slovena confondendola con i gruppi linguistici degli slavi o degli jugoslavi, o l’ associare il termine “slavo”, più che alla sua origine endogena (slovo=parola) all’espressione risalente ai tempi dei latinisti medievali (sclavus).

Al fine di capire meglio i motivi di questa disparità nella lunghezza di testi nelle due lingue, non disponendo di fonti più appropriate,  proviamo ad utilizzare una ricerca recente che cerca di chiarire il problema per quanto riguarda le traduzioni dall’inglese allo sloveno. Da questo studio [1] risulta chiaramente che la maggior brevità del testo sloveno non è attribuibile a omissione o condensazione del testo, ma ai diversi caratteri delle due lingue. Degli otto motivi sollevati dagli autori prendiamo quelli che più si adattano al nostro caso, ossia alla traduzione dall’italiano: (1) l’assenza degli articoli in sloveno; (2) la prevalente maggiore sinteticità degli aggettivi diminutivi, vera specificità della parlata slovena, in quanto vengono usati in modo più diffuso che in altre lingue (es. caffettino, ovetto o addirittura Deuccio, il Dio dei bambini…); (3) una certa sovrabbondanza in italiano di unità lessicali composte dal verbo e dal suo complemento (scuotere il capo, fare un passo, fare attenzione, fare schiuma,  prendere fuoco, perdere le staffe….) che in sloveno, così come in altre lingue slave, vengono espressi tramite l’aggiunta di prefissi o suffissi alla radice di un verbo che può essere anche facilmente traslato in forma sostantivata; (4) infine, e forse questo è il motivo più evidente, l’esistenza in sloveno (come in altre lingue slave) di una gamma più ricca di forme verbali aspettuali (soprattutto perfettive e imperfettive), anche in questo caso formate tramite prefissi, che aiutano a ridurre la lunghezza delle frasi: “Si pojedel?”, chiede la madre slovena al proprio figlio, al quale ha lasciato la cena sul tavolo della cucina. Per porre la stessa domanda la madre italiana dovrà dire “hai mangiato tutto?” o anche “hai finito di mangiare?”, quindi 9 caratteri in sloveno contro i 16  o addirittura 19 caratteri in italiano. E ciò grazie ad un semplice prefisso “po” che ha il potere (come in altre lingue slave) di spiegare che l’azione descritta nel verbo prefissato in quel modo è un azione che si è conclusa, la cena è stata “consumata” dal figlio.

Quarta parte di questo articolo >

Articolo scritto da:
Igor Jogan
Traduttore da En e Slo >>Ita e Slo
Padova


[1] Medved, V. e Vasić, Ž. (2010) Eksplicitacija v Gradišnikovem prevodu šeste knjige o Harryju Potterju,  Univerza v Ljubljani, Lubiana.

Lingua, identità e convivenza (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Questa difficoltà ci costringe a fare una scelta, al fine di garantire coerenza al modesto approfondimento che segue in questa nota. La scelta ricade sul concetto di identità “verso dove”, per il semplice motivo che la nostra è un’epoca che trabocca di identità per lo più forti, avide e battagliere che appaiono solo in parte determinate dal loro passato (il “da dove”), in quanto esibiscono spesso e con vigore indicazioni di soluzioni da perseguire (quindi “verso dove”), delle quali la nostra società, bisogna dirlo, considerato il carattere asfittico della politica che la guida, è sempre più deficitaria. L’identità “verso dove” si collega immediatamente all’idea della convivenza che è necessario affrontare, comunque vadano le cose nel mondo reale (e quindi a prescindere dal grado di successo che una politica di respingimento possa avere), soprattutto per quanto concerne la convivenza interetnica. Questa, sia chiaro, appartiene ad una condizione non facile da raggiungere, per il semplice motivo che le identità sono conflittuali “in sé”, anche prescindendo dell’orientamento che i vari gruppi esprimono nelle loro pratiche discorsive sul problema dell’accoglienza o del respingimento, poiché solo il fatto di capire e soprattutto comprendere “l’altro”, ossia “il diverso”, rappresenta per noi un costo più o meno grande, comunque un costo inevitabile che ricade per lo più sull’individuo più che sulla collettività o la comunità.

Molto probabilmente è questo il motivo principale per cui le differenze culturali vengono utilizzate per sancire la supremazia di un gruppo identitario rispetto ad un altro, o per creare pregiudizi e discriminazioni di tipo razziale, che favoriscono l’insorgere di forme di vittimizzazione psicologica e di autocompassione. Le “altre identità” non vengono ammirate per la loro diversità, ma discriminate in quanto ritenute portatrici di narrazioni definite inferiori perché rispondenti a canoni differenti dai nostri.  La chiusura di gruppo si combina spesso con il fenomeno chiamato “etnocentrismo”, ovvero la diffidenza verso gli estranei, e quando questo sentimento giunge alle condizioni estreme di odiare l’altro perché non è come lo vorremmo noi, o perché comunque può rappresentare o di fatto rappresenta una minaccia, si ha l’insorgere della “xenofobia”. In ambedue i casi si crea nell’ambito delle identità più forti o maggioritarie il convincimento che le culture debbano essere ordinate secondo una scala gerarchica che va da quelle minori a quelle superiori, tra le quali naturalmente troviamo la nostra. Tutto ciò, lo ripetiamo, al fine di non pagare quanto appena esposto, ossia il “tributo alla convivenza”.

L’idea, su cui si fonda questa nota, parte invece dall’assunto che l’opera di mediazione linguistica può, per lo meno in parte, favorire le tendenze alla convivenza, nella misura in cui riesce a farci capire che non vi è alcuna gerarchia tra le culture e che, soprattutto se guardiamo alla varietà delle lingue, ognuna di esse presenta, se confrontata con le altre, dei pro e dei contro: non esiste una lingua che possa essere considerata in assoluto superiore ad un’altra. La sfida è semmai capire di quali altre forme discorsive, che a noi non sono concesse, siano capaci gli altri e provare a immaginare quali possano essere le conseguenze prodotte da queste diversità sui singoli mondi vitali.

Terza parte di questo articolo >

Articolo scritto da:
Igor Jogan
Padova
Traduttore da En e Slo >>Ita e Slo

Lingua, identità e convivenza

 Categoria: Le lingue

Come tutti sanno, i tempi in cui viviamo sono segnati da una forte ripresa del conflitto interetnico causato, da un lato, dalle forti pressioni che le popolazioni di altre civiltà esercitano in varie forme (soprattutto migrazioni e insicurezza) sulle società occidentali, e dall’altro, dalla reazione a questo fenomeno nei contesti locali per mezzo dell’affermazione di valori di tipo etnocentrico. Il terreno di coltura di questi valori è composto da due ingredienti principali che si influenzano a vicenda: la paura dell’altro e il disinteresse a conoscere la realtà altrui. Dato che solo attraverso la conoscenza dell’altro è possibile agire in modo tale da attenuare questa crescente avidità di conflitto identitario, diventa sempre più rilevante il ruolo del traduttore, che può, e forse deve, andare anche oltre il compito specifico che gli è attribuito dalla società, che è quello di tradurre narrazioni orali e scritte, per ergersi su un terreno più vasto che è quello della mediazione culturale oltre che linguistica. Scorrendo le pagine web della copiosa offerta di mediatori linguistici disponibile in rete ci si rende conto che questa esigenza appena descritta è nei fatti già perseguita da molti operatori, anche se ciò avviene spesso più per motivi di mercato che per scopi culturali. Va comunque ulteriormente incoraggiata, poiché dalla conoscenza delle lingue, quando questa riesce ad allargarsi al modo in cui i rispettivi sistemi semantici sono vissuti, è più facile che vengano costruiti più ponti che steccati tra i vari gruppi linguistici.

Prima di passare ad esaminare qualche caso concreto, varrà la pena di ritornare sul concetto di identità, che in altre pagine di questo blog ha già avuto la dovuta attenzione. I meno giovani forse ricorderanno che, negli anni ’80 del secolo che ci precede, si è avuta nella saggistica sociologica italiana [1] una sorta di esplosione di scritti teorici sull’argomento, quando gli esperti di questa disciplina si resero improvvisamente conto che, nonostante la sua importanza rilevabile nelle narrazioni di ogni giorno (era il periodo in cui emergevano i movimenti identitari in Europa), l’argomento tendeva a non concedersi all’analisi sociologica, proprio perché gli strumenti concettuali di quest’ultima (quali classe, ruolo, interesse e altri ancora) si rilevavano inadatti a svelare le innumerevoli facce che questo fenomeno poteva assumere nella realtà [2]. Per quanto sia difficile sintetizzare in poche parole le conclusioni di quel dibattito, è possibile comunque avanzare qualche ipotesi interpretativa: quel dibattito si è arenato sia di fronte alla constatazione della pluralità e della sovrapposizione dei “mondi vitali” dai quali le identità collettive traevano origine,  sia di fronte alla molteplicità delle facce che questo fenomeno presentava all’analista (identità per sé e in sé, identità da dove e verso dove, identità individuale e collettiva, pendolarismo dell’identità). Non a caso una figura autorevole della sociologia italiana ebbe allora a scrivere che “il concetto di identità è nella zona più malferma del lavoro sociologico.”[3] Noi possiamo aggiungere che tale è rimasta sino ad oggi, per quanto stia riemergendo con forza, e non da poco, l’interesse a discernere i rapporti tra “noi” e “gli altri”.

Seconda parte di questo articolo >

Articolo scritto da:
Igor Jogan
Traduttore da En e Slo >>Ita e Slo
Padova


[1] Cfr. Sciolla, L., 1983, ( a cura di) Identità, percorsi di analisi sociologica, Rosenberg e Sellier, Torino.
[2] cfr. Thompson, R.H. (1989). Theories of Ethnicity. New York: Greenwood Press, o anche: Rositi, F. (1983) “Tipi di identità e tipi di mezzi”, in Rassegna Italiana di Sociologia, n.1.
[3] Rositi F. (1983) cit.

Dodici falsi miti sui bambini bilingue (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

E cosa ne sappiamo oggi…

Mito 1
Non esiste alcuna prova scientifica a sostegno di questa affermazione. Bilingue e monolingue hanno la stessa capacità di sviluppo.
Mito 2
In realtà, i bambini bilingue tendono ad avere una curva di apprendimento più rapida dei monolingue.
Mito 3
I bambini sembrano avere più facilità degli adulti ad imparare le lingue ma non bisogna sottovalutare lo sforzo che costa loro né aspettarsi che parlino perfettamente fin dall’inizio.
Mito 4
I bilingue hanno capacità che i monolingue non hanno. Spesso i bilingue parlano una lingua dominante allo stesso livello di un monolingue, alla quale se ne aggiunge un’altra, più debole, che utilizzano meno spesso. Nel corso di una conversazione, il bilingue sa scegliere se optare per il modo monolingue o per quello bilingue.
Mito 5
Nella prima infanzia, imparare una lingua non richiede un dono o un talento particolari, ma fa semplicemente parte della vita , come camminare o vedere da entrambi gli occhi.
Mito 6
I testi linguistici standardizzati vertono solo su attitudini linguistiche parziali del bilingue (ovvero una sola lingua) che sono confrontate con le attitudini linguistiche complete del monolingue. I risultati mediocri di un bilingue a questi test non tengono conto dei diversi schemi di dominanza linguistica. Attualmente non esiste nessun test specifico per i bambini bilingue.
Mito 7
Pochissimi immigrati latino americani parlano inglese e non ci sono abbastanza strutture d’insegnamento dell’inglese per accoglierli tutti. I programmi che coniugano lo spagnolo e l’inglese lo fanno in parte perché ciò permette ai bambini bilingue di imparare l’inglese meglio e più rapidamente.
Mito 8
Le lingue primitive o « senza grammatica » non esistono. Tutte le lingue sono complesse ma comunque “imparabili”.
Mito 9
Forse è esatto, però non ci si deve aspettare che tutti i bambini la pensino così. Bisogna dare un senso all’apprendimento della lingua, facendo frequentare al bambino delle persone interessanti che fanno cose divertenti nell’altra lingua.
Mito 10
Anche questo forse è vero, a condizione però che il bambino non abbia mai sentito parlare un’altra persona, cosa abbastanza rara se i genitori non sono nativi della lingua, dominante o minoritaria che sia.
Mito 11
Non esiste nessuna prova di questo. I bambini che hanno difficoltà con due lingue ne hanno generalmente anche con una sola.
Mito 12
I genitori sono gli unici esperti in questo campo. L’unico modo di  crescere male un bambino bilingue è quello di insegnargli una lingua sola. Se non è già stato fatto, non è mai troppo tardi per fare meglio.

Fonte:  Articolo scritto da Corey Heller e pubblicato sul sito Multilingual Living

Traduzione a cura di:
Simona Grisendi
Traduttrice EN-FR-PT>IT – IT>FR
Neuilly Plasance – Francia

Dodici falsi miti sui bambini bilingue

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Interessatissima al bilinguismo dei bambini da quando sono diventata mamma di un piccolo italo-francese che crescerà bilingue in ambienti monolingui e in una società che, sebbene relativamente aperta al multiculturalismo, resta scettica sul bilinguismo precoce, ho trovato interessante il seguente articolo di blog. Aspetto di vedere cosa succede dal vivo…

Mito 1
I bambini bilingue iniziano a parlare più tardi dei monolingue.
Mito 2
I bambini bilingue accumulano un ritardo scolastico che non colmeranno mai.
Mito 3
I bambini piccoli assorbono le lingue come delle spugne.
Mito 4
I bilingue sono come due monolingue in una sola persona.
Mito 5
Bisogna essere portati per le lingue per impararne due contemporaneamente.
Mito 6
Se i bilingue hanno risultati inferiori ai test linguistici standardizzati significa che hanno capacità inferiori ai bambini monolingue che sono nella media.
Mito 7
Gli immigrati latino americani negli Stati Uniti rifiutano l’apprendimento dell’inglese e impongono a tutti l’uso dello spagnolo.
Mito 8
Alcune lingue sono più primitive di altre e quindi più facili da imparare. Molta gente parla inglese perché in questa lingua ci sono meno regole di grammatica.
Mito 9
Parlare una seconda lingua è di per sé una ricompensa.
Mito 10
I genitori che non parlano perfettamente una lingua trasmettono i loro errori e il loro accento ai bambini.
Mito 11
Se un bambino ha difficoltà d’espressione in una o due lingue, il problema scompare  nel momento in cui ne abbandona una delle due.
Mito 12
Esiste un modo solo per crescere bene un bambino bilingue.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte:  Articolo scritto da Corey Heller e pubblicato sul sito Multilingual Living

Traduzione a cura di:
Simona Grisendi
Traduttrice EN-FR-PT>IT – IT>FR
Neuilly Plasance – Francia

Sottotitolaggio collaborativo presso Arte (3)

 Categoria: Servizi di traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Un’idea che la convenzione di Berna e il codice della proprietà intellettuale contrasterebbero con un articolo. «è opportuno ricordare che i traduttori di opere letterarie sono autori delle loro traduzioni, è nella legge. » Per quanto riguarda il confronto con il modello collaborativo, l’argomento è troppo debole : « In primo luogo, non si dà un libro da tradurre a dieci persone: è uguale per i sottotitoli. » In secondo luogo, l’enciclopedia online non ha nessuna vocazione commerciale – questa è una grande differenza con l’intenzione di Arte. « Infine, scrivere o modificare articoli dell’enciclopedia non è un lavoro d’autore. » Naturalmente, in un quadro sperimentale definito, il progetto sarebbe interessante. « Inoltre, alcuni dei nostri membri fanno dei lavori gratuiti di traduzione per delle associazioni, ma non è mai per uno scopo commerciale . » In ogni caso, l’ombra della CE continua a salire: « è questo fascino per la tecnologia, destinato a potere risolvere qualsiasi problema, con la mania di creare nuove piattaforme … Non solo non si tratta di una soluzione a tutto, ma, sopratutto, cerca di limitare ulteriormente il contatto umano: con questo modello non abbiamo più bisogno di parlarci. E’ il colmo, quando si parla di traduzione ! » Il potere ai tecnocrati.

Fra i traduttori, alcuni sono un po’ più vendicativi. « Ci vuole una società gestita da tecnocrati come Arte per avere il coraggio di impegnarsi nella commercializzazione di un modello collaborativo », si dice. « Tutto questo non ha nessuna razionalità economica o culturale, e nemmeno buonsenso. Arte, che dovrebbe mostrare l’esempio, si è smarrito. » La direzione del canale franco-tedesco ne sentirà parlare a lungo. « Sembra che la CE tasti il terreno per capire fino a dove può spingersi », precisa un traduttore. « è un paradosso molto strano: tradurre e trasmettere i testi in buone condizioni, far vivere i professionisti, dovrebbe essere lo scopo di Arte. Ora ci troviamo nel percorso inverso: la diversità e la cultura non sono più viste come delle ricchezze, sono soltanto dei costi, degli ostacoli . » E conclude : « Quando i tecnocrati vedono una riga di spese in una tabella Excel, provano a farla sparire. Ed ecco come ci si ritrova in questa situazione. »

Fonte: Articolo scritto da Nicolas Gary e pubblicato il 10 ottobre 2016 sul giornale online ActuaLitté

Traduzione a cura di:
Amande Dionne
Traduttrice

Sottotitolaggio collaborativo presso Arte (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Eppure, si tratta di un milione di euro che è stato portato in finanziamento dalla commissione europea. Quale politica europea ? L’attitudine dell’Europa diviene difficile da capire, in termini di traduzione. « Pretende di voler sviluppare il mestiere di traduttore, ma utilizza dei programmi di messa a punto di traduzione automatica. Tra cui, uno in particolare è considerato come una grave violazione dei diritti dei traduttori, perché supporta un programma che sviluppa la traduzione “collaborativa” dei sottotitoli, famosa per i suoi risultati pietosi e, a volte, involontariamente buffi. Non si andrà mai avanti cosi, oppure andremmo avanti ma molto male », ritiene il nostro interlocutore. Sylvestre Meininger vice-presidente dell’associazione dei traduttori/adattatori dell’audiovisivo vede, in questo approccio, un ruolo della politica europea. « La commissione ha dichiarato guerra al diritto d’autore – non al copyright. In un caso, difendiamo gli individui, nell’altro, gli investitori. Ma il diritto d’autore è presentato come un ostacolo alla circolazione delle opere, quindi bisogna combatterlo in tutti i modi », spiega la vice-presidente ad ActuaLitté. Come lo sottolinea l’ATAA : Se fosse necessario dimostrare l’assurdità di questa iniziativa, dovremmo spingere l’argomento fino alla fine: l’ostacolo principale alla diffusione dei programmi sarebbe il costo del sottotitolaggio.

Tuttavia, se c’è una necessità di tradurre, questa è dovuta alla diversità linguistica e quindi, della ricchezza culturale dell’Europa. In altre parole, il principale ostacolo alla cultura… è la cultura. “La Commissione ha dichiarato guerra ai diritti d’autore” Cosi, il progetto diviene « epifenomeno di questo comportamento ». E il rapporto tra Arte e le istituzioni europea è famoso. « Un’azienda privata non avrebbe mai avuto il coraggio di realizzare un progetto cosi assurdo: il calcolo giuridico ed economico, e i problemi incorsi avrebbero fermato tutti molto prima. » Inoltre, secondo il vice-presidente dell’ATAA, il modello non funzionerà a lungo:« Dopo qualche diffusione e reclamo da parte degli spettatori, saranno necessari correttori, per modificare traduzioni difettose o errate. Inghiottirà il piccolo risparmio fatto con il sottotitolaggio gratuito. » In breve, una decisione ideologica, «per allontanare il rispetto dei diritti d’autore, e per affermare che quelli che fanno le traduzioni non devono pensarsi come dei veri autori. ».

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nicolas Gary e pubblicato il 10 ottobre 2016 sul giornale online ActuaLitté

Traduzione a cura di:
Amande Dionne
Traduttrice

Sottotitolaggio collaborativo presso Arte

 Categoria: Servizi di traduzione

A fine settembre, il canale Arte ha deciso di proporre un progetto sorprendente: un modello di sottotitolazione collaborativo vincolato ad alcuni programmi. L’idea è di dare agli utenti la possibilità di intervenire in tutte le lingue, ad eccezione dell’inglese, dello spagnolo e del francese. Ma il crowdsourcing non è ben accolto. Se Arte inizia a fare sottotitolaggi “collaborativi”, allora il mestiere di traduttore di sottotitoli, che già è messo male negli ultimi anni, potrebbe indebolirsi ancora di più. E non dovremmo essere sorpresi quando vedremo un giorno un’opera di Shakespeare sottotitolata “di essere oppure di non essere?” indica un traduttore letterario. Ma ciò che sembra ancora più significativo nel comunicato di Arte, è che la comunità europea ne sia coinvolta. Di fatto, il progetto mira ad evidenziare la diversità linguistica in Europa.

Alcuni affermano che abbiamo raggiunto “il massimo del cinismo”, considerando che l’annuncio è stato fatto alla vigilia della giornata della traduzione. Promuovere le trasmissioni di nicchia Per Telerama, Arte precisa la sua posizione: contrattualmente, i partecipanti a questo modello di traduzione trasferiscono il loro diritto d’autore ad Arte. In questo modo, non potrà essere presentata nessuna pretesa . Sarebbe quindi un tipo di fansubbing, in cui gli utenti realizzano loro stessi dei sottotitolaggi di vari programmi in lingua straniera. Il canale prova a valorizzare questo sistema collaborativo, simile nel concetto a quello dell’enciclopedia Wikipedia. « Tutti i contenuti proposti passano ovviamente tra le mani dei nostri traduttori per essere moderati prima di essere messi online » Precisiamo anche che « gli utenti di Youtube sono informati che la versione visualizzata è una versione prodotta come parte della fansubing». Questo sistema servirebbe a promuovere la diffusione di una piccolissima parte dei programmi. Niente che possa «danneggiare la professione di traduttore ».

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nicolas Gary e pubblicato il 10 ottobre 2016 sul giornale online ActuaLitté

Traduzione a cura di:
Amande Dionne
Traduttrice

Lost in “Trumpslation” (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Trasmettere un’impressione in un’altra lingua
Il processo di traduzione implica la trasposizione delle parole ma, soprattutto, di un modo di pensare, di una personalità per «trasmettere al lettore la stessa impressione e suscitare la stessa riflessione del lettore originale». Il vocabolario estremamente scarno di Trump obbliga colui che ha il compito di trasmettere il suo discorso in un’altra lingua a trovare degli stratagemmi per enfatizzare la sua dichiarazione. Bérengère Viennot parla di un vocabolario monopolizzato da iperboli. «Great» viene utilizzato ben 45 volte nell’intervista al New York Times, seguito da «tremendous», «incredible», «strong» e «tough». Tali aggettivi possono essere tradotti in francese in diversi modi con conseguenti molteplici gradi di correzione. Ecco l’esempio di una dichiarazione: « I mentioned them at the Republican National Convention! And everybody said: “That was so great.” » Bérengère Viennot ha preso la decisione di utilizzare un registro famigliare e tradurre con « stato fantastico». «Dovevo tradurre l’espressione di un entusiasmo puerile e soddisfatto e, quindi, se avessi scelto di tradurre con: “E il mio discorso ha fatto l’unanimità.” Il significato sarebbe stato lo stesso ma avrei trasmesso una fittizia forma d’espressione del locutore.»

Strategia di campagna o pensiero limitato?
Per constatare l’importanza della scelta del registro la traduttrice rievoca l’esempio del comunista George Marchais, un classico prototipo nel mondo della traduzione: nell’URSS la traduzione dei suoi discorsi era affidata solamente ad un interprete dal «linguaggio raffinato». Ciò ha permesso di trasmettere un’immagine elegante, in totale disaccordo con quella riconosciuta in Francia. Ecco la grande responsabilità del traduttore giornalistico, che Bérengère Viennot descrive più dettagliatamente della rivista letteraria Los Angeles Review of Books, pochi giorni dopo la nomina del presidente Trump. Non si tratta solamente di parole ma di un’immagine trasmessa da un uomo politico, divulgata consciamente da quest’ultimo o meno. Ecco il dilemma del traduttore: scegliere di tradurre Trump esattamente nel modo in cui si esprime e lasciare ai lettori francesi un discorso poco comprensibile e di scarsa qualità? Oppure ristrutturare la sintassi e prendere il rischio di lasciar credere che Trump si esprima con normalità come un uomo politico qualunque? Come spiega la traduttrice in Slate, utilizzare un vocabolario semplice per colpire la gente e distinguersi dall’élite politica considerata sconnessa dalla realtà sarebbe potuta essere una strategia «valida» durante la campagna. Ma «nel caso di Trump non si trattava di una strategia: è, dunque, evidente che il suo vocabolario scarno traduce delle concezioni limitate e circoscritte.»

Fonte: Articolo pubblicato il 19 gennaio 2017 sul blog Big Browser a cura della redazione de “Le Monde”

Traduzione di:
Giulia Cazzola
Traduttrice specializzata Francese-Italiano
Bordeaux (Francia)

Lost in “Trumpslation”

 Categoria: Tecniche di traduzione

Tradurre l’uomo nella sua reale forma d’espressione o ristrutturare la sintassi creando un’illusoria impressione di un’ordinaria eloquenza?

Lo scorso dicembre Bérengère Viennot ha confidato a Slate le numerose difficoltà riscontrate nel tradurre Donald Trump in francese: le «dichiarazioni shock», i «tweets assassini» e i discorsi pubblici pre e post elezioni «di facile comprensione» ma estremamente poveri dal punto di vista lessicale rendono il lavoro del traduttore assai complicato. La scorsa primavera un famoso studio,realizzato dall’università Carnegie Mellon negli Stati Uniti, aveva rivelato che il livello grammaticale dei discorsi di Donald Trump poteva essere collocato al di sotto dei parametri della scuola media superiore. Bérengère Viennot riporta come esempio l’intervista accordata al New York Times lo scorso novembre.

Dal suo punto di vista, quando Donald Trump si esprime improvvisando, senza un discorso scritto in precedenza, esso «si aggrappa disperatamente ad alcune parole presenti nella domanda posta senza riuscire a formulare una risposta precisa». Esempio: il Capo Redattore Dean Baquet lo interroga sui discorsi tenutasi durante la campagna con scopo di «galvanizzare» («energize») l’estrema destra.

La sua risposta: «Non credo, Dean. Prima di tutto non voglio galvanizzare il gruppo. Il mio obiettivo non è quello di galvanizzarli. Non voglio galvanizzare il gruppo, al contrario voglio rinnegarlo. Non so se la colpa sia dei giornalisti. Non so dove fossero quattro anni fa, con Romney, Mc Cain e tutti gli altri, non lo so, non avevo nessun elemento di paragone. Ma non è un gruppo che voglio galvanizzare e, se sono galvanizzati, voglio capire il perché.»

Questo esempio evidenzia il fatto che Donald Trump, tenendo conto delle difficoltà che tutti possono riscontrare nell’improvvisazione di una risposta, si accontenta di «ripetere in continuazione le stesse parole e gli stessi concetti.»

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato il 19 gennaio 2017 sul blog Big Browser a cura della redazione de “Le Monde”

Traduzione di:
Giulia Cazzola
Traduttrice specializzata Francese-Italiano
Bordeaux (Francia)

Lavoro da un solo cliente: è un problema? (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Gli altri rischi di avere un cliente principale sono:

  • la richiesta di abbassare le tariffe, nonché la preoccupazione di veder diminuire i propri ricavi qualora si accettasse o quella di perdere il cliente in caso di risposta negativa;
  • l’improvvisa riduzione del carico di lavoro, se il tuo cliente principale è un’agenzia che perde il cliente per cui lavori solitamente;
  • l’acquisizione di un’eccessiva familiarità con quel determinato cliente, per cui materiali pubblicitari e piani di marketing non vengono più aggiornati in quanto il cliente si sente al sicuro;
  • la perdita del cliente, se questo fallisce, si ritira o il tuo contatto principale ti molla, ecc.

Cosa fare quindi? Ecco alcuni suggerimenti.

  • Se hai un cliente principale, assicurati che sia una decisione consapevole e ponderata. C’è una bella differenza tra pensare “voglio che l’80% dei miei ricava provenga da questo cliente per le ragioni X, Y e Z” e “Cavoli… Quanto ho guadagnato da questo cliente quest’anno?? E ora fallisce?”
  • Metti da parte qualcosa per la tua attività. Quando ho perso il mio cliente principale non sono andata nel panico. È stato un peccato perché mi piaceva il loro lavoro, ma sapevo che potevo recuperare qualche soldo dai miei risparmi, qualora ce ne fosse stato il bisogno (in quanto mi ero imposta di mettere qualcosa in quel fondo per momenti come questo). Il fondo per le emergenze ti può salvare dal dilemma di cui vi ho scritto prima, cioè quando ti senti intrappolata in una di quelle spiacevoli situazioni in cui un cliente non vuole stare alle tue tariffe.
  • Elabora un piano B. Se domani il tuo cliente principale ti abbandona, che fai? Hai tutto il tuo materiale pubblicitario in ordine? Con che tipo di cliente vorresti rimpiazzarlo? Cosa faresti per ricostruire da zero l’80% del tuo carico di lavoro?
  • Se il tuo cliente principale è un’agenzia, fai attenzione alla provenienza del lavoro. Proviene da un singolo cliente finale o da più clienti finali? Se proviene da uno solo, sei doppiamente a rischio perché sei soggetto non solo alle vicissitudini dell’agenzia ma anche alla sua potenziale perdita del cliente finale. Se invece lavori per diversi clienti finali allora le cose saranno un pochino meno rischiose.

In conclusione: non sono del tutto contraria all’idea di avere un cliente principale ma dev’essere una decisione risoluta e consapevole. Prima di tutto avrai bisogno di un fondo di emergenza per poterti rimettere in sesto nel caso in cui perdessi il cliente e in secondo luogo dovrai elaborare un piano per trovare un nuovo progetto qualora succedesse.

Fonte: Articolo scritto da Corinne McKaye e pubblicato il 3 febbraio 2017 sul blog Thoughts on Translation

Traduzione a cura di:
Utmos Translation Team
Translation unit freelance EN/ES/FR> IT
Roma

Lavoro da un solo cliente: è un problema?

 Categoria: Servizi di traduzione

“Ricevo troppo lavoro da un solo cliente, dovrei preoccuparmi?”

Questa è una domanda che ho sentito pronunciare spesso dai traduttori freelance, specialmente da coloro che lavorano per conto di agenzie. È un problema che il 50%, il 60% o addirittura l’80% dei ricavi provenga da un singolo cliente? Da una parte,chi ha un lavoro retribuito e a tempo pieno riceve il 100% dei propri ricavi da un solo “cliente”, il proprio datore di lavoro. E di questi tempi, molti lavori retribuiti non sono poi così tanto più costanti rispetto al lavoro di un freelance. Il traduttore stipendiato potrebbe essere licenziato con poco preavviso e liquidazione minima e addirittura senza alcuno stipendio. In un mondo ideale si avrebbero 20 clienti e ognuno costituirebbe il 5% dei ricavi, in modo tale da diversificare il lavoro. Ma il mondo reale dei freelance non gira sempre così.

A volte si lavora con clienti che commissionano un’infinità di lavori importanti, che pagano bene e con i quali è facile collaborare; non è dunque insensato lasciare che diventino i clienti principali. Inoltre, un minor numero di clienti significa meno tempo da dedicare alle fatture. È necessario conoscere le procedure dei clienti, al fine di ridurre i tempi di contrattazione delle tariffe e delle scadenze, di capire le preferenze stilistiche del cliente, ecc. Dall’altra parte, avere un cliente principale può essere fonte di problemi. Voglio condividere con voi quello che mi è successo l’anno scorso.

Ho iniziato nel 2010 la traduzione di piccoli progetti per conto di un cliente diretto e, con il passare degli anni, la mole di lavoro è aumentata parecchio. Non si trattava di un cliente principale però era comunque un cliente importante. Poi un bel giorno (riuscite a sentire l’inquietante musichetta in sottofondo?), ho ricevuto un’e-mail da parte del cliente che mi informava del fatto che aveva trovato per una posizione part-time un parlante madrelingua inglese che aveva lavorato anche come traduttore; così aveva deciso di assumere quella persona a tempo pieno e includere la traduzione tra le varie mansioni da svolgere. Quindi, letteralmente da un giorno all’altro,sono passata da lavori a quattro zeri a lavori da poche centinaia di dollari all’anno (quando il traduttore in-house era pieno di lavoro o non disponibile).

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Corinne McKaye e pubblicato il 3 febbraio 2017 sul blog Thoughts on Translation

Traduzione a cura di:
Utmos Translation Team
Translation unit freelance EN/ES/FR> IT
Roma

Le difficoltà traduttive

 Categoria: Problematiche della traduzione

“E’ facile essere traduttore: basta comprendere l’inglese, no?”… Niente affatto, non ci si inventa traduttori dopo un soggiorno all’estero e sì, è molto più semplice leggere un menù in un ristorante di Madrid che tradurre. Sarebbe ora di sfatare questi miti relativi alla pratica della traduzione. Tradurre significa trasmettere intenzioni, sentimenti, messaggi impliciti osservando le sfumature di significato, l’accuratezza e l’eleganza della lingua. Tradurre vuol dire anche comunicare e a volte significa essere poeta, antropologo e linguista, altre volte psicologo e scrittore.  Allora facciamo il punto su alcune delle principali difficoltà legate alla bellissima professione del traduttore.

La polisemia
Non è detto che un termine di uso comune sia semplice da tradurre. Soffermiamoci sull’America latina. Come si fa ad essere un buon traduttore in quest’area del pianeta, quando persino una parola di base come “fresa” (“fragola” nella maggior parte dei paesi di lingua spagnola) definisce  un figlio di papà del Messico, un omosessuale in Colombia,  una persona presuntuosa in Ecuador, mentre in Argentina questo frutto delizioso è semplicemente “una frutilla” (letteralmente “un piccolo frutto”)? Peggio ancora “el chuco”: è una prigione in Cile, un cane in Messico e un animale di compagnia qualsiasi in Spagna. In Venezuela, se vi chiamate “Jesύs” (nome tipico ispanico), vi soprannomineranno Chuco; in Guatemala i “chuchos” sono dei buongustai e in Honduras sono persone avare. Ciò dimostra che molte parole sembrano insignificanti ma in realtà hanno diverse connotazioni.

I falsi amici
Parliamo dei famosi falsi amici. Come possiamo dare fiducia a qualcuno che chiama il pericolo “azzardo” e l’azzardo “chance”? I falsi amici sono proprio questi termini che si traducono a priori letteralmente, ma che in realtà hanno tutt’altro significato. In Gran Bretagna, vi consiglieranno di rivolgervi a un fisico quando sembrerete pallidi e non comprerete un berretto se avrete un’insolazione. Quanto agli Stati Uniti, non stupitevi se  il giorno della consegna dei diplomi sarete invitati alla cerimonia di “Commencement”, così viene chiamata la consegna dei diplomi.

I giochi di parole e le battute
Tuttavia il peggior incubo del traduttore è rappresentato dai giochi di parole. E bisogna ammettere che alcune lingue, tra cui l’inglese ne fanno un uso eccessivo. A questo proposito, il traduttore dispone di pochi metodi per preservare l’essenziale: allora deve necessariamente ricorrere alla propria immaginazione. Se le battute fanno ridere nella maggior parte dei casi è perché riguardano la cultura. È in questi casi che entra in scena il lato comico del traduttore (e non è un gioco di parole). Spetta proprio al traduttore il compito di ritrovare l’equivalente culturale in base ai singoli destinatari, senza allontanarsi troppo dalla battuta originale. Ad esempio, osserviamo lo slogan originale di Haribo: “Haribo macht Kinder froh, und Erwachsene ebenso”, letteralmente significa: “Haribo rende felici i bambini e anche gli adulti”. Dalla rima tra froh e ebenso è nato lo slogan francese: “ Haribo c’est beau la vie, pour les grands et les petits!” e quello italiano: “Haribo è la bontà, che si gusta ad ogni età.” Purtroppo non esiste la traduzione perfetta e può accadere che il traduttore debba ricorrere a una spiegazione, a discapito dell’aspetto comico.

Dunque, è davvero così semplice la traduzione?

Fonte: Articolo scritto da Gaelle Hardy e pubblicato il 24 agosto 2016 su Cultures Connection

Traduzione a cura di:
Jessica Mele
Dottoressa in Lingue e Letterature Moderne
Salerno

I benefici di imparare una seconda lingua (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Il multitasking viene più naturale
Uno studio dell’università statale della Pennsylvania ha riscontrato che una persona bilingue riesce ad avere prestazioni migliori rispetto a una monolingue nel gestire più progetti simultaneamente. È più naturale per una mente bilingue eliminare rapidamente le informazioni irrilevanti e concentrarsi solo su ciò che è importante. I ricercatori hanno individuato le basi di questa sviluppata capacità nel modo in cui la mente bilingue si destreggia tra i due linguaggi: la trattativa interiore necessaria per parlare funge da “palestra mentale”, allenando la mente a percepire e valutare rapidamente le priorità.

Prendere decisioni è più semplice in una lingua straniera
I ricercatori dell’università di Chicago hanno scoperto che utilizzare una lingua straniera per valutare i pro e i contro di una decisione permette di pensare in maniera più razionale e con meno pregiudizi. Sorprendentemente, l’utilizzo di una lingua straniera riduce anche la repulsione nei confronti della sconfitta. I ricercatori attribuiscono questi effetti al fatto che la lingua straniera consente di mantenere una maggiore distanza emotiva e cognitiva nel valutare i rischi di una decisione.

La memoria è più protetta
Uno studio condotto in Lussemburgo ha dimostrato che coloro che parlano più di due lingue hanno un rischio inferiore di sviluppare problemi di memoria come l’Alzheimer e la demenza. Infatti, il multilinguismo avrebbe “un effetto protettivo sulla memoria negli anziani che hanno utilizzato lingue straniere nella loro vita o a scuola”. Questo beneficio potrebbe essere esponenziale, dato che il rischio di malattie legate alla memoria è ancora più basso in coloro che parlano fluentemente quattro o più lingue.

La mente acquisisce maggiori dimensioni
Uno studio del 2014 intitolato “L’età in cui si impara una lingua modella la struttura cerebrale” ha riscontrato che lo spessore della corteccia cerebrale(normalmente associato a una maggiore intelligenza) delle menti bilingue si modifica solamente quando l’apprendimento di una seconda lingua avviene dopo che è stata acquisita competenza nella prima. Più tardi si impara una seconda lingua, più grande è l’effetto sulla struttura cerebrale, secondo questo studio. Inoltre, le persone bilingue che usano frequentemente entrambi gli idiomi potrebbero avere più materia grigia nelle regioni della mente responsabili dell’attenzione, dell’inibizione e della memoria a breve termine, secondo uno studio recente della Georgetown University Medical Center.

Fonte: articolo scritto da Richelle Szypulski, pubblicato il 2 febbraio 2017 in Travel and Leisure

Traduzione a cura di:
Cristina Tormen
Traduttrice editoriale
Bologna

I benefici di imparare una seconda lingua

 Categoria: Le lingue

Imparare una seconda lingua fa bene al cervello
Il desiderio di imparare una seconda lingua nasce spesso dalla volontà di vivere un’esperienza più completa quando siamo all’estero. Quando si viaggia in un paese la cui lingua è diversa dalla propria, le applicazioni online per la traduzione possono essere utili solo fino a un certo punto. Ci permettono di decifrare un menù, ma non necessariamente di iniziare una conversazione con il nostro cameriere. Una conoscenza fluente della lingua locale permette di aumentare il proprio potenziale di scoperta.  Imparare a parlare una seconda lingua può senz’altro essere ostico, questo perché alleniamo la nostra mente a fare qualcosa di molto più complesso che imparare a memoria nuovi termini e la loro corretta pronuncia; ampliamo la nostra capacità di ragionare, in diversi modi.

Il bilinguismo porta benefici che vanno oltre la capacità di chiedere indicazioni o di ordinare un caffè senza ricevere per sbaglio un vassoio di paste (incidente felice comunque, no?).

La mente dei poliglotti opera in maniera diversa rispetto a quella dei monolingui. L’utilizzo frequente di una seconda lingua affina diverse capacità cognitive, e pare che ci faccia addirittura apparire più attraenti. Ci sono migliaia di possibilità per acquisire nuove competenze linguistiche: iscriversi a un corso, scaricare un’applicazione come ad esempio Duolingo, o provare dei software più intensivi, come Rosetta Stone (che al momento sta offrendo lo sconto del 40% sul pacchetto completo fino a febbraio 2017). Per ciascuna di queste opzioni la chiave del successo è l’impegno. Esercitarsi costantemente, anche solo per un quarto d’ora al giorno, permette già di vedere i primi benefici che accompagnano l’apprendimento di una seconda lingua.

L’attenzione migliora, e molto velocemente
Non è una scusa valida per arrendersi non appena le coniugazioni verbali iniziano a spaventarci, ma la ricerca ha dimostrato che è sufficiente un periodo breve di apprendimento di una lingua per aumentare l’agilità mentale. Uno studio dell’Università di Edimburgo del 2016 ha esaminato 33 studenti tra i 18 e i 78 anni che hanno preso parte a un corso di gaelico scozzese di una settimana. I risultati hanno dimostrato un miglioramento in diversi aspetti della lucidità mentale (indipendentemente dall’età) maggiore rispetto a quello di un gruppo di studenti di un corso non linguistico e di un gruppo che non ha preso parte ad alcun corso.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: articolo scritto da Richelle Szypulski, pubblicato il 2 febbraio 2017 in Travel and Leisure

Traduzione a cura di:
Cristina Tormen
Traduttrice editoriale
Bologna

Il latino: lingua ufficiale della UE? (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Nicola Gardini mette in rilievo la figura di Seneca. E si congratula della gioia che ci ha conferito il maestro stoico. Sia nella forma trasparente della sua letteratura, sia nelle sfumature concettuali. Vivere il presente –sebbene il carpe diem sia di Orazio-, evitare la superstizione della speranza, godere di ciò che si ha piuttosto di frustrarsi a causa di quello che non si ha. “Il latino di Seneca”, scrive Gardini, “è il riflesso diretto della sua lucidità e della sua propensione alla sintesi, va diretto al nocciolo delle questioni, senza complicazioni, senza alzare la voce. Un latino spontaneo. Il latino di chi medita e di chi trasforma le idee in regole di vita”. È il perfetto antagonismo all’ampollosa retorica di Cicerone, sebbene Gardini non la rimproveri. Al contrario, le attribuisce un valore molto superiore all’artificio linguistico. Afferma che Cicerone dice cose adeguate con una forma adeguata. E che la sua oratoria è una scienza di emozioni, ma anche lo strumento grazie al quale si scorpora tutto un sistema di valori. “Parlare bene è una filosofia.  Scrivere bene è una forma di fare il bene. E Cicerone lo ha dimostrato, esponendo la sua stessa eloquenza al servizio di una società minacciata dalla tirannia. Fu il nemico giurato di qualsiasi dispotismo e fu un eroico portavoce del Senato. La sua arma era una parola: libertas ”( libertà, nel caso in cui ci fosse bisogno della traduzione).

Tornare al latino, secondo il parere di Gardini, non sarebbe né una regressione né una stravaganza anacronistica, bensì una risorsa dell’Europa per riconoscersi nella sua identità e nella lingua che l’ha strutturata nella sua idiosincrasia civilizzatrice. Scrivere e parlare in latino ci renderebbe delle buone persone, come Cicerone. E oscene, come Catullo. E commoventi, come Virgilio. E profondi, come Lucrezio, sebbene tale monumento della lingua latina non sarebbe mai nato senza l’evangelizzazione di Catone (234-149 a.C.) e di Plauto (250-184 a.C.). Sono stati loro a fissare le colonne della lingua, a predisporre il primo alito di un prodigio sopravvissuto molto più del suo tempo e del suo spazio.

Lo dimostrano le cerimonie pontificie e gli “schiaffi” che diamo al dizionario latino (de motu propio, a grosso modo, el quiz de la cuestión..), così come l’adesione alla lingua che fece distinguere nel corso dei secoli Petrarca, Milton, Ariosto, Tommaso Moro, ma anche Rilke, Montale, Beckett, Joyce o Jorge Luis Borges. “Non senza una certa vanagloria, avevo cominciato a quei tempi lo studio metodico del latino”, scrisse il saggio argentino. Gardini evoca la frase all’inizio del suo saggio. O bisognerebbe dire nell’incipit, dato che qualunque libro è pieno di espressioni o abbreviazioni latine (circa, sic, op. cit.), come le briciole di pane che il professore italiano ha lasciato cadere davanti a noi per proseguire il cammino fino alla “pienezza culturale” e la resistenza ciceroniana. “Bisogna studiare il latino”, conclude Gardini, “non solo per il piacere di farlo, ma anche per educare lo spirito, per offrire alle parole tutta la forza trasformatrice che vive in esse”. E per capirsi con un prete tedesco buttato sulla strada con la macchina guasta. E dirgli: “Desolatus”.

Fonte: Articolo scritto da Rubén Amón e pubblicato il 9 Febbraio 2017 sulla sezione “Cultura” del quotidiano El País.

Traduzione a cura di:
Michela  Pusceddu
Dottoressa in Lingue e Letterature Straniere
Milano

Il latino: lingua ufficiale della UE?

 Categoria: Le lingue

Il successo editoriale di un professore italiano dimostra che la lingua fondativa della cultura europea gode di buona salute e potrebbe risorgere come tema identitario per un continente che sta vivendo un periodo di sfiducia e immobilismo.

Una delle scene più colorite del film Il sorpasso (Dino Risi, 1962) riguarda il passaggio in cui alcuni sacerdoti tedeschi fermano l’Alfa Romeo decapottabile in cui viaggiano Vittorio Gassman e Jean-Luis Trintignant. Si è guastata la macchina, hanno bucato, hanno bisogno di un cric, ma non sanno come spiegarlo ai loro interlocutori. Ed è così che uno dei preti decide di farlo in latino: “Elevator nobis necesse est”. Trintignant, che è francese, spiega il problema a Gassman, che è italiano, ma non può soddisfare il bisogno urgente dei religiosi. E risponde in modo chiaro: “Non habemus gato, desolatus”. La scena illustra con chiarezza il vincolo del latino nella cultura occidentale. La sua forza come prova di comunicazione. E perfino il suo valore identitario nella tradizione del continente, in ancora di più ora che le pressioni di Trump e Putin hanno spronato una sorta di reazione e di orgoglio. L’inglese predomina sulle altre lingue ed è la più diffusa nei piani scolastici. Il problema è che identifica anche un sabotaggio, il sabotaggio della Brexit. E che potrebbe sconvolgersi, fino all’azione estrema di convertire il latino nella lingua egemone dell’Unione Europea. Fino a tollerare anche espressioni così macaroniche come il “desolatus” di Gassman.

L’idea, la provocazione, nasce da un professore italiano, Nicola Gardini, e dalla celebrità – febbrile – che ha ottenuto nel suo Paese un saggio, un libro, concepito, in realtà, senza le benché minime ambizioni commerciali. Ha ottenuto tale successo come se la società pretendesse un esercizio retrospettivo di autostima verso una lingua che è troppo viva per essere considerata morta. La LOMCE spagnola (2013), per esempio, lo ha abilitato nuovamente come materia fondamentale e obbligatoria della maturità, ma il latino rappresenta anche un veicolo di comunicazione straordinario nell’ambito del diritto, della medicina, della filosofia, della liturgia religiosa, dell’esercito, dell’ingegneria, dell’architettura e del linguaggio quotidiano. Diciamo motu proprio, quid pro quo, de facto, ergo, ex profeso o in extremis, forse non troppo coscienti del fatto che stiamo evocando una pietra miliare e fondativa della cultura europea, il cui respiro è ancora capace di far comunicare sull’asfalto un prete tedesco e un latin lover italiano. È il contesto in cui è risultata provvidenziale la pubblicazione di “Viva il latino, storie e bellezza di una lingua inutile“.

L’iniziativa di Garzanti Editore presenta otto edizioni, e il titolo non ha bisogno di traduzione in spagnolo, proprio per la radice comune della lingua. E perché la Spagna fu uno dei territori più fertili della romanizzazione e anche tra i più dotati nell’esportazione di talenti all’impero. Non tanto per le figure di Adriano o Traiano nella lista degli imperatori, bensì per l’entità dei filosofi e degli scrittori che contribuirono ad arricchire il latino.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Rubén Amón e pubblicato il 9 Febbraio 2017 sulla sezione “Cultura” del quotidiano El País.

Traduzione a cura di:
Michela Pusceddu
Dottoressa in Lingue e Letterature Straniere
Milano

Il difficile mestiere del traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

Fare il traduttore può spesso apparire come il lavoro ideale: lavorare dove, quando e come si vuole (anche in pigiama!), poter gestire autonomamente i propri tempi, leggere libri in anteprima, guadagnarsi da vivere comodamente seduti al computer, svolgere un lavoro appassionante e interessante. Tutte cose verissime. Eppure quello del traduttore non è certo un lavoro perfetto, a volte, la sua vita può essere davvero dura. Perché? Ecco qua:

1) Lavorare dove si vuole, tipo da casa, è un bel vantaggio certo, ma… quando il postino suona nel bel mezzo di un passaggio complicato? Quando in casa guardano la televisione o ascoltano musica a tutto volume e la concentrazione sfugge in ogni momento?

2) Lavorare da soli sì, che bello, potersi organizzare il proprio tempo, però bisogna anche saperselo organizzare. Evitare distrazioni ma comunque sapersi porre dei limiti. Insomma, non bisogna distrarsi ma neanche andare avanti a oltranza. È necessario imparare a un certo punto a spegnere il computer. Solo così un traduttore potrà avere una vita “normale”.

3) Le prove da superare non finiscono mai. Per lavorare con una nuova casa editrice o agenzia di traduzione ci sarà sempre un test di traduzione da affrontare. È comprensibile. Ma, pur facendo un ottimo lavoro, non è detto che il test andrà bene, ci potrà infatti essere sempre qualcuno con più esperienza o con tariffe più basse che verrà preferito.

4) Il pagamento, altro tasto dolente. La maggior parte dei clienti chiede il classico lavoro fatto “per ieri” eppure i pagamenti spesso tardano ad arrivare, soprattutto quando si parla di clienti privati. Ecco dunque che arriva a un certo punto il momento di sollecitare il pagamento per il lavoro svolto, magari già da qualche mese. C’è chi è più bravo in queste cose e chi lo è meno. Ad ogni modo è una vera scocciatura.

5) La sfida della traduzione in sé stessa è, per la maggior parte delle volte, davvero stimolante per chi questo mestiere lo fa con vera passione. A volte però il compito di riportare un concetto in una lingua diversa dall’originale si fa davvero arduo. La preparazione linguistica da sola non basta, ad esempio, per tradurre giochi di parole, slogan o battute divertenti, ciò che serve è una grande creatività e una profonda conoscenza delle due culture.

6) E comunque, per essere un traduttore, non basta “conoscere le lingue”, bisogna avere anche una grande padronanza della propria lingua madre (quella verso cui si traduce), bisogna costantemente aggiornarsi e mai sospendere la propria formazione. In questa professione non si può mai dire di essere arrivati. Ci sarà sempre qualcosa in più da imparare.

7) Il tutto deve poi essere fatto nel rispetto dell’autore, del suo stile, delle sue intenzioni. Il traduttore c’è, ma quello più bravo è quello che non si vede, quello che riesce a farsi invisibile. Quindi, se è davvero bravo probabilmente il suo lavoro certosino non verrà nemmeno notato.

Diciamocelo dunque, quello del traduttore è un mestiere davvero difficile, eppure pieno di tutte le cose più belle che la vita ha da offrire: sfide, parole, storie, creatività, conoscenza, nuovi mondi. Quindi, probabilmente – anzi, sicuramente – ne vale la pena!

Autrice dell’articolo:
Eleonora Tedeschi
Traduttrice, editor, giornalista
Firenze