Il sorprendente potere della lingua (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Sicuramente alcuni potranno dubitare che la lingua sia tanto potente da sovvertire le nostre convinzioni di base, nonché i valori e gli obiettivi. Ed effettivamente una persona bilingue che parla due lingue diverse non si trasforma magicamente in due persone completamente diverse. La lingua crea piuttosto un contesto ben radicato che permette di attingere dai diversi aspetti di noi stessi. Nella stessa maniera in cui potremmo diventare più caritatevoli qualora si tirasse in ballo la religione, oppure più riservati se si parlasse di malattia, così la lingua è capace di influenzarci rendendo alcune idee e ricordi più importanti di altri.

L’influenza che la lingua esercita sul nostro modo di pensare, di sentire e persino sul nostro comportamento può avere un impatto che va al di là della sfera individuale, estendendosi fino al livello sociale ed economico. Mentre gli Stati Uniti non hanno più avuto un vero e proprio presidente multilingue dai tempi di Franklin D. Roosevelt (che era fluente in inglese, francese e tedesco), prima della Seconda Guerra Mondiale il bilinguismo tra i capi di stato era la regola, e non l’eccezione. Fuori dagli Stati Uniti spesso è ancora così, con leader mondiali come Emmanuel Macron e Angela Merkel che prendono importanti decisioni usando più lingue. In un certo senso, conoscere lingue diverse garantisce alle persone una varietà di lenti attraverso le quali vedere il mondo.

Per costruire una società funzionale dobbiamo lavorare per comprendere in che modo l’utilizzo o il non utilizzo di più lingue condizioni la nostra psicologia e il nostro comportamento, che sia nelle nostre case, negli ospedali o ai più alti livelli del governo.

Fonte: Articolo scritto Viorica Marian e Sayuri Hayakawa e pubblicato il 13 luglio 2018 sul blog Psychology Today

Traduzione dall’inglese a cura di:
Violetta Giarrizzo
Dottoressa Magistrale in Lingue Straniere per la Comunicazione Internazionale
Torino

Il sorprendente potere della lingua (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Considerato il ruolo chiave che le emozioni rivestono nel nostro processo decisionale, le persone sono spesso meno parziali e più coerenti nel prendere decisioni nella lingua meno emotiva, ovvero nella lingua straniera. La lingua arriva persino a influenzare i nostri giudizi e decisioni morali. Alla domanda se sacrificherebbero la vita di una persona per salvare un gruppo, le persone che parlano più di una lingua sono notevolmente più propense a dire di sì se rispondono in una lingua straniera. I sentimenti negativi che possono impedire di prendere delle decisioni difficili si affievoliscono se viene utilizzata una lingua diversa dalla lingua madre. Per le persone che sono responsabili per le vite ed il benessere altrui il potenziale impatto potrebbe essere rilevante.

I nostri ricordi possono essere, inoltre, fortemente influenzati dal modo in cui valutiamo la probabilità e il rischio. Prendete ad esempio il fatto che ”gli attacchi terroristici” sono classificati tra le più grandi paure degli Americani, sebbene ci siano migliaia di possibilità in più di essere uccisi da un’arma da fuoco. Questo è dovuto in parte all’euristica della disponibilità, ovvero la tendenza di valutare la probabilità degli eventi sulla base di esempi chiari e immediati immagazzinati nella nostra mente. A causa della memoria dipendente dalla lingua, l’uso di lingue diverse potrebbe far venire in mente esempi diversi, modificando in questo modo la nostra percezione del rischio. Il che potrebbe portare a conseguenze sostanziali, dal momento che il grado di rischio percepito può influenzare le scelte che facciamo in qualsiasi contesto, dalle decisioni mediche, alla sicurezza nazionale. Negli Stati Uniti, ad esempio, oltre il 25% dei medici hanno origini straniere e molti dei loro pazienti parlano a loro volta almeno un’altra lingua. È importante essere consapevoli di quanto la lingua che viene parlata possa influenzare le decisioni che prendiamo noi e chi ci circonda.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto Viorica Marian e Sayuri Hayakawa e pubblicato il 13 luglio 2018 sul blog Psychology Today

Traduzione dall’inglese a cura di:
Violetta Giarrizzo
Dottoressa Magistrale in Lingue Straniere per la Comunicazione Internazionale
Torino

Il sorprendente potere della lingua

 Categoria: Le lingue

Siamo la lingua che parliamo
Non è raro vedere un giapponese che si inchina mentre parla al telefono. Una di noi due è nippo-americana ed effettivamente si inchina al telefono, ma solo quando parla in giapponese. I  comportamenti possono diventare talmente abitudinari da emergere persino quando non ce n’è bisogno. Gli individui bilingue e biculturali sanno in prima persona che il modo in cui si comportano può dipendere dalla lingua che stanno parlando. In qualità di studiose con alle spalle un’esperienza di trent’anni sommati insieme nel campo del bilinguismo e dei processi decisionali, le nostre ricerche dimostrano che chi siamo in un determinato momento può dipendere dalla lingua che stiamo utilizzando.

Questo si verifica perché nel momento in cui viviamo un’esperienza, si crea un’associazione con la lingua utilizzata. Per le persone bilingue ciò significa che alcuni ricordi sono più strettamente legati a una lingua piuttosto che a un’altra, un fenomeno noto come memoria dipendente dalla lingua. Ad esempio, è più probabile che un ricordo d’infanzia riaffiori quando viene nuovamente parlata la lingua che veniva parlata durante quel periodo di vita. Esattamente come una musica nostalgica ha il potere di trasportarci in un preciso momento della nostra vita, così la lingua che utilizziamo in un determinato momento ci aiuta ad attingere ai ricordi associati ad essa e a riportarli in superficie. I ricordi, inoltre, saranno spesso più emotivi in presenza di un legame tra la lingua parlata nel momento in cui aveva luogo l’esperienza e la lingua parlata nel momento del ricordo.

Il nostro modo di pensare e di sentire può, pertanto, cambiare in base alla lingua che usiamo. Per esempio, le persone bilingue hanno un’accentuata reazione da stress durante l’ascolto di parole tabù e di rimproveri in una lingua madre. Tale fenomeno può essere spiegato in parte dal fatto che i nostri ricordi infantili associati con l’apprendimento di ”parolacce” o con l’essere sgridati dai genitori siano avvenuti nella nostra lingua madre. Questo significa che una situazione può essere percepita come psicologicamente o emotivamente più distante se vista attraverso la lente di una lingua straniera.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto Viorica Marian e Sayuri Hayakawa e pubblicato il 13 luglio 2018 sul blog Psychology Today

Traduzione dall’inglese a cura di:
Violetta Giarrizzo
Dottoressa Magistrale in Lingue Straniere per la Comunicazione Internazionale
Torino

Doppiaggio, lingue e accenti (4)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Terza parte di questo articolo

Sono pochi i casi in cui si adotta questo approccio per tradurre la variazione linguistica nella traduzione audiovisiva. Uno di essi, con la combinazione linguistica italiano-tedesco, è quello presentato da Heiss e Soffritti (2009) che, basandosi su Pym (2000), cercano di capire quale sia la funzione dei fenomeni dialettali concreti scelti e come si trasferisca tale funzione nella lingua di arrivo, e propongono una lista di soluzioni per compensare la perdita degli elementi dialettali delle produzioni testuali originali.

Sulla stessa falsa riga si posiziona Alemán (2005), che in un suo studio presenta una proposta di doppiaggio del film britannico Billy Elliot diversa da quella utilizzata nel doppiaggio ufficiale. Nell’audio originale la varietà diatopica geordie dei personaggi si sovrappone al loro status sociale di appartenenti alla classe operaia; tuttavia, nel doppiaggio in spagnolo europeo riservato alla proiezione nelle sale cinematografiche e alla distribuzione commerciale, l’accento diventa neutro, una perdita a cui Alemán (2005) propone di rimediare. Per l’autore i personaggi appartenenti alla classe operaia dovrebbero differenziarsi e utilizzare un castigliano popolare che, pur non inquadrandoli in una varietà diatopica, tenga conto della differenza sociale. Il pericolo che si corre con questa soluzione è che lo spettatore della lingua di arrivo abbia l’impressione che i personaggi impieghino un registro più basso della versione inglese, visto che il contesto sociale e linguistico dell’originale si perderebbe ed è probabile che non si capisca il motivo dell’uso di un castigliano popolare nel contesto originale del film».

Come potete vedere, non si tratta di un tema per niente irrilevante e che bisogna pensarci non una, ma più volte prima di sostituire un accento o un dialetto con un altro. Ma se niente di questo vi convince, pensate alla figura del lektor nella televisione polacca: nessun accento, poca intonazione e la stessa voce per tutti i personaggi.

E voi che ne pensate della soluzione del trailer? Vi convince? Come sempre, apprezzerò i commenti che lascerete. Alla prossima!

Fonte: Articolo pubblicato il 16 agosto 2018 sul blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Antonella Leoci
Neolaureata in Specialized Translation
Terlizzi (BA)

Doppiaggio, lingue e accenti (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Non voglio dilungarmi oltre, perché un blog ha i suoi limiti, ma vi propongo un frammento di un articolo di Gloria Uclés, in modo che capiate la complessità della questione e quanto questa problematica venga studiata:

«Nella pratica, quando vengono proposti dei modi di agire rispetto alla presenza di variazione diatopica nel testo di partenza, esistono principalmente due linee di pensiero: una di tendenza non interventistica e un’altra che propone di sostituire le varietà dell’originale con altre che siano equivalenti dal punto di vista funzionale. Nel primo gruppo si colloca Rabadán (1991: 97), che considera inaccettabile che si utilizzino equivalenti funzionali per tradurre la varietà diatopica e afferma che in genere questo problema si risolve mediante l’uso della forma standard della lingua di arrivo, oppure traducendo con le forme standard ed esplicitando che l’espressione dell’enunciato è in dialetto.

Focalizzandosi esclusivamente sulla traduzione audiovisiva, Agost (1999: 129) segnala la difficoltà che in essa rappresenta la presenza dei dialetti e afferma che nelle versioni doppiate in spagnolo è abituale sentire gli indios parlare all’infinito, i neri di Harlem utilizzare vari gerghi, o addirittura capita spesso che i dialetti dell’inglese vengano tradotti in catalano attribuendo a ogni personaggio una variante geografica di questa lingua (Agost, 1999: 63). Tuttavia, successivamente, sulla falsa riga di Rabadán (1991), aggiunge che adottare queste soluzioni solitamente è sconsigliabile: “Molti professionisti della traduzione ritengono che questa non sia la soluzione migliore e sono favorevoli all’idea di attribuire a ogni personaggio dei tratti linguistici particolari per caratterizzarlo, grazie ai quali lo spettatore capisca subito che ci sono delle differenze con gli altri personaggi.” (Agost, 1999: 63).

Rispetto a questa linea di pensiero, altri autori propongono come soluzione alla presenza di varietà dialettali la sostituzione del dialetto della lingua di partenza con un altro dialetto equivalente nella lingua di arrivo. Il concetto di equivalenza non va considerato come una corrispondenza geografica (cosa impossibile, visto che si tratta di due lingue diverse), ma in termini di equifunzionalità: il dialetto della lingua di arrivo deve assolvere le stesse funzioni dell’originale (Catford, 1965: 87). A questa importanza della funzione del dialetto contribuisce anche Pym (2000), che ritiene fondamentale individuare, prima di tutto, quale sia la funzione assolta dalla variazione diatopica in un testo e, una volta analizzata la stessa, Pym conclude che i traduttori devono cercare in ogni modo di riprodurre nel testo di arrivo l’effetto che il dialetto produceva nel testo originale.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato il 16 agosto 2018 sul blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Antonella Leoci
Neolaureata in Specialized Translation
Terlizzi (BA)

Doppiaggio, lingue e accenti (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Gli altri in traduzione
Nella traduzione a volte si vince e a volte si perde. Si cerca di perdere il meno possibile, ma non esiste una soluzione unica per tutto né una che accontenti tutti. È questa la realtà. Possono presentarsi dei problemi persino quando si fa riferimento alla propria lingua, il classico «Do you speak English?» («Parli inglese?») in un film statunitense che diventa in spagnolo, in un estremo tentativo di salvataggio, «¿Hablas mi idioma?» («Parli la mia lingua?») o «¿Me entiendes?» («Capisci quello che dico?»).

Un altro problema frequente è tradurre in spagnolo qualcosa che in lingua originale è già in spagnolo. Per esempio, ricordo una soap erotica di alcuni anni fa in cui i protagonisti, statunitensi, scappavano in Messico. La ragazza si sentiva un po’ persa perché non capiva lo spagnolo e il ragazzo faceva da interprete. Il problema era che quella forma di spagnolo era perfettamente comprensibile e la traduzione non avrebbe funzionato. La mia soluzione è stata quella di utilizzare forme dello spagnolo messicano ed espressioni più dialettali che erano difficili da capire per la protagonista. Tradurre è decidere cosa o chi tradire affinché il destinatario della traduzione riceva e usufruisca del prodotto come lo farebbe il destinatario della versione originale.

Senza dubbio, la difficoltà maggiore si presenta quando si deve tradurre un determinato accento. Per fortuna ora disponiamo di molti esempi, alcuni più recenti di altri, di come questi problemi siano stati risolti al cinema e in televisione, cosa che rappresenta un grande aiuto. Ecco qui alcuni illustrati da +Babbel:

[IL TRONO DI SPADE, dal 2011: accenti diversi in inglese; in tedesco parlano un tedesco senza accento; in francese parlano un francese senza accento; in italiano parlano un italiano senza accento; in spagnolo parlano uno spagnolo senza accento]

[MICKEY O’NEIL (BRAD PITT) IN SNATCH – LO STRAPPO (2000): in inglese ha una parlata pikey; in tedesco parla un tedesco farfugliato; in francese parla un francese farfugliato; in italiano usa il gergo gitano; in spagnolo usa il gergo gitano]

[TENENTE ARCHIE HICOX (MICHAEL FASSBENDER) IN BASTARDI SENZA GLORIA (2009): in inglese parla un tedesco con accento inglese; in tedesco parla un tedesco senza accento; in francese parla un francese senza accento; in italiano parla un italiano senza accento; in spagnolo parla uno spagnolo senza accento]

[IL GATTO CON GLI STIVALI (ANTONIO BANDERAS) IN SHREK (2004-2009-2011): in inglese parla un inglese con accento spagnolo; in tedesco parla un tedesco con accento spagnolo; in francese parla un francese con accento spagnolo; in italiano parla un italiano con accento spagnolo; in spagnolo usa il dialetto andaluso]

[ELIZA DOOLITTLE (AUDREY HEPBURN) IN MY FAIR LADY (1964): in inglese parla il cockney; in tedesco parla il dialetto berlinese; in francese usa un accento non meglio definito della classe operaia; in italiano parla un misto di dialetti (pugliese, napoletano, ciociaro); in spagnolo usa un accento della Spagna meridionale, tipico di gente di bassa estrazione e classe operaia]

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato il 16 agosto 2018 sul blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Antonella Leoci
Neolaureata in Specialized Translation
Terlizzi (BA)

Doppiaggio, lingue e accenti

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Quante ne hai combinate, Merida
Ed ecco l’ennesimo caos per un doppiaggio. Se ultimamente non avete frequentato molto i social network perché siete in vacanza e avete cose migliori da fare (e vi capirei tranquillamente), vi faccio un breve riassunto qui. Alcuni giorni fa è uscito il trailer del film Ralph Spacca Internet (2018), nel quale vediamo tutte le principesse Disney in una stanza, compresa Merida (Ribelle – The Brave, 2012) che parla uno scozzese stretto, con grande rapidità e articolando pochissimo le parole. Ciò che rende divertente la scena è che le altre principesse non la capiscono e una di loro chiude così la questione: «È dell’altra casa di produzione» (Pixar).

Da parecchio tempo sui social network tutti hanno iniziato a speculare su come sarebbe stato il doppiaggio in spagnolo e, vai a capire per quali meccanismi, molti hanno ipotizzato fantasiosamente un doppiaggio in murciano o galiziano. Chi era per la prima ipotesi la difendeva perché apparentemente il murciano è poco comprensibile e chi era per la seconda sottolinea le radici gaeliche del galiziano (sic).

Ad ogni modo, il trailer in spagnolo è uscito un paio di giorni fa e no, non hanno utilizzato né il galiziano né il murciano. Hanno deciso di far parlare Merida a gran velocità e in maniera incomprensibile, non articolando bene le parole. Ed è successo un gran caos. Così si perde la magia, hanno tradito l’originale, ecc.

Vediamo le due versioni:

https://www.youtube.com/watch?v=MRD6HiPupW0
https://www.youtube.com/watch?v=mS7hjGnftDA

Ma va’, che esagerazione. A me sembra una buona soluzione. Avrebbero potuto farle articolare le parole di meno o diversamente? Probabile. Ma far parlare questo personaggio con un accento o un dialetto della lingua spagnola, questo no. Innanzitutto, qui si parla di credibilità. Il cinema ha stretto un patto sacro con lo spettatore: deve credere a ciò che succede sullo schermo. Anche se si tratta di animazione, è credibile che un personaggio parli con un accento spagnolo molto marcato? Bisogna considerare che questo è il personaggio di un film ambientato in Scozia e non nell’isola murciana La Manga del Mar Menor. Tradire questa credibilità comporta delle conseguenze e, se fatto di proposito, si crea un’altra versione, che non è una semplice traduzione, ma un vero e proprio adattamento. Esempi classici ne sono i doppiaggi delle sitcom degli anni ’90 e, più di recente, film come Ted (2012), del quale abbiamo già parlato in questo articolo.

D’altro canto c’è il discorso della coerenza. Nella versione spagnola di Ribelle – The Brave Merida fu doppiata appunto in spagnolo e la si capiva perfettamente. Se nel suo film parlava uno spagnolo standard (non lo chiamo neutro per evitare equivoci) perché qui dovrebbe parlare in maniera diversa? Andiamo a vedere cosa succede nell’originale. L’accento scozzese era forte come in questo trailer? No. In Ribelle – The Brave l’accento non era così marcato, anche se l’attrice era la stessa. L’accento è diventato così marcato in Ralph Spacca Internet per far ridere. Credetemi, se ci fosse stata qualche discrepanza, sarebbe stata la stessa cosa. Ricordate che tragedia quando nel trailer spagnolo di Alla ricerca di Dory la voce di Dory non era quella di Anabel Alonso? Beh, la coerenza è essenziale.

Un altro fattore importante, almeno secondo me, è la sensibilità. In un momento in cui i “sentimenti” linguistici e territoriali sono sempre molto forti e presenti, non mi sorprenderebbe se qualcuno si lamentasse del fatto che al galiziano o al murciano siano associate queste caratteristiche dello sketch: che non si capisce, che parla come se avesse una patata in bocca, ecc.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato il 16 agosto 2018 sul blog En la luna de Babel

Traduzione a cura di:
Antonella Leoci
Neolaureata in Specialized Translation
Terlizzi (BA)

L’importanza culturale della traduzione

 Categoria: Servizi di traduzione

La traduzione è fondamentale per una buona intesa tra le istituzioni e gli individui che non sono in grado di comunicare in una stessa lingua – al fine di superare le barriere culturali attraverso la comunicazione nella lingua nativa dell’interlocutore e l’invio di messaggi rimanendo il più fedele possibile all’originale.

Tradurre non significa esclusivamente dire o scrivere qualcosa in un’altra lingua. Si tratta piuttosto di un processo impegnativo, che implica la comprensione dell’intento dell’autore e del contesto del messaggio originale e la loro trasmissione tenendo conto delle caratteristiche del pubblico a cui è diretto.

Nel campo diplomatico, quando un interprete stabilisce la comunicazione tra leader mondiali, il minimo errore nella traduzione può causare un vero e proprio incidente internazionale. Invece, una traduzione di qualità può prolungare le buone relazioni tra le nazioni.

Con tutto ciò che è in gioco nella politica internazionale, una traduzione precisa è essenziale per una buona comprensione. Proprio a tal proposito, le istituzioni pubbliche investono spesso nella traduzione e nell’interpretazione anziché nella comunicazione diretta nella stessa lingua, che non sia la lingua madre di nessuno dei relatori (l’inglese, ad esempio, essendo la più internazionale).

Questo stesso bisogno di comprensione esiste in quei luoghi in cui è necessario l’aiuto umanitario, nei paesi in via di sviluppo o in situazione di crisi, dove le barriere linguistiche possono costare delle vite umane.

Che sia tramite organizzazioni internazionali o grazie a dei volontari, come Translators Without Borders, il ruolo dei traduttori è di contribuire, attraverso l’accesso all’informazione, alla conoscenza di tematiche quali le carestie, le catastrofi naturali, l’istruzione. Oltre ai quasi 910 milioni di persone analfabete in tutto il mondo, molte persone alfabetizzate riescono a malapena a leggere e scrivere nella loro lingua madre, avendo dunque anch’essi bisogno di traduzioni.

Per questo motivo, i servizi di terminologia e localizzazione sono fondamentali per qualsiasi organizzazione, istituzione o azienda che desideri essere accessibile a tutti i tipi di pubblico, in tutte le lingue.

Cosa ancora più importante, questi servizi di traduzione sono fondamentali affinché i destinatari si sentano compresi, ecco perché le informazioni che essi trasmettono sono personalizzate e tengono conto, in particolare, della cultura di arrivo.

Fonte: Articolo pubblicato il 3 giugno 2015 sul blog dell’agenzia TraductaNet

Traduzione a cura di:
Valeria Maraventano
Traduttrice FR>IT
Palermo

Consigli per i traduttori tecnici (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

La prima risorsa sono dizionari specialistici. Dato che questi variano da una lingua all’altra, dovrai fare le tue ricerche su quali sono i migliori dizionari tecnici disponibili. Puoi senz’altro leggere le recensioni degli utenti, i commenti e le valutazioni condivise online oppure puoi semplicemente verificare con i tuoi colleghi senior o colleghi traduttori.
Una volta stabilito quali sono i dizionari più utili, sarà sicuramente necessario renderli disponibili in formato cartaceo, online o installarli sul PC.
La seconda risorsa sono i glossari tecnici. Questi sono ampiamente disponibili online e sono molto utili per qualsiasi traduttore tecnico.
La terza risorsa è Google Traduttore. Sì, Google Traduttore, ma NON fare affidamento ad esso per tradurre al posto tuo. La cosa buona di Google Traduttore è che a volte fornisce la traduzione di alcuni termini tecnici complessi per i quali potresti perdere ore e ore a cercarli altrove. Google è una risorsa molto utile se stai traducendo un testo con termini ed espressioni tecniche molto complesse.

Mettersi in discussione e ricercare
Ho trovato estremamente importante mettermi in discussione quando traduco un testo tecnico. Spiegherò il perché.
Ci sono forum di domande e risposte centrate sulla traduzione e molti dei membri di questi forum discutono la migliore traduzione per certe parole.
Sulla base della mia esperienza, molto spesso ciò che viene classificato dai moderatori del forum come “la migliore risposta” non è in realtà la versione più accurata della parola originale, e in alcuni casi può anche essere una traduzione errata.
Quindi, il mio consiglio per qualsiasi traduttore tecnico è che lui o lei DEVE mettersi in discussione e fare ricerche appropriate se si trova di fronte a un termine difficile da tradurre, senza dare per scontato ciò che è disponibile su questi forum.

Tecnologia
In qualità di traduttore tecnico, ti ritrovi a imbatterti in determinati termini ed espressioni più e più volte nel materiale che stai traducendo, quindi l’utilizzo di un software come Trados ti sarà sicuramente di grande aiuto.
Per coloro che non sanno molto di Trados, è uno strumento di traduzione assistita da computer e software di memoria di traduzione con funzionalità che aiutano i traduttori a tradurre più rapidamente e più facilmente.

Fonte: Articolo scritto da M. Ibrahim e pubblicato a ottobre 2016 su Translationdirectory.com

Traduzione a cura di:
Arianna Apollonio
Traduttore Professionista di Audiovisivi e sottotitolazione
Combinazioni linguistiche Eng/De/Fra>Ita
Roma

Consigli per i traduttori tecnici

 Categoria: Tecniche di traduzione

La traduzione di materiale tecnico da una lingua all’altra è una delle tipologie più difficili
Essendo specializzato nella traduzione di materiale tecnico – come manuali, opuscoli, linee guida ecc. – dall’arabo all’inglese e dall’inglese all’arabo, ho qualche idea, o puoi chiamarli principi guida, da condividere con chiunque sia interessato o piaccia intraprendere la carriera di traduttore tecnico.

La conoscenza è la chiave
Costruire conoscenze tecniche è essenziale per qualsiasi traduttore tecnico. Per cominciare, se non si dispone di conoscenze sufficienti su argomenti e sviluppi tecnologici e tecnici, rendere un testo tecnico da una lingua all’altra potrebbe diventare un compito insormontabile.

Ma perché costruire la conoscenza è un aspetto così importante nella traduzione tecnica? La traduzione di un testo tecnico non è questione di una resa parola per parola; è più una lettura approfondita del testo nella sua interezza, digerendolo fino in fondo e poi trasferendolo in un’altra lingua.

Se non hai abbastanza informazioni tecniche e conoscenze sull’argomento, il testo stesso diventerà bizzarro e isolato, difficile da capire e di conseguenza difficile da tradurre.
Un vantaggio fondamentale della costruzione della conoscenza tecnica è che consente al traduttore di essere esperto nel vocabolario e nello stile della scrittura tecnica.

Come raggiungerlo allora? Per acquisire conoscenze tecniche, è necessario leggere libri, articoli di stampa ben studiati, studi, articoli accademici e saggi che discutono o ruotano attorno a un argomento tecnico. Questo dovrebbe idealmente essere svolto in entrambe le lingue, quella d’origine e di arrivo.
Una volta creato un livello adeguato di conoscenza tecnica, ti sentirai estremamente sicuro quando tradurrai un testo tecnico da una lingua all’altra.

Necessità di risorse
Sebbene disporre di una base tecnica approfondita sia importante per qualsiasi traduttore tecnico, lui o lei avrebbero comunque bisogno di risorse di supporto durante l’esecuzione dell’attività di traduzione.
Sulla base dell’esperienza, direi che qualsiasi traduttore tecnico dovrebbe assicurarsi di avere accesso a tre tipi di risorse che sono piuttosto strumentali nella traduzione tecnica.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da M. Ibrahim e pubblicato a ottobre 2016 su Translationdirectory.com

Traduzione a cura di:
Arianna Apollonio
Traduttore Professionista di Audiovisivi e sottotitolazione
Combinazioni linguistiche Eng/De/Fra>Ita
Roma

Pianificare lo sviluppo professionale (2)

 Categoria: Traduttori freelance

< Prima parte di questo articolo

Sviluppare un piano di apprendimento
Ora che hai fatto chiarezza sui tuoi obiettivi, puoi cominciare a redigere il tuo piano di apprendimento. Comincia elencando i tuoi primi tre obiettivi professionali. Per ogni obiettivo, verifica se ci sono competenze o conoscenze che dovrai sviluppare per raggiungerlo. Per esempio, per tradurre testi sulle energie rinnovabili, dovrai probabilmente sviluppare competenze specifiche nel settore delle energie rinnovabili.

Adesso prendi ciascuna delle competenze o aree di conoscenza che vuoi sviluppare e inseriscile in una tabella come quella qui di seguito, sotto il rispettivo obiettivo professionale. Se necessario, aggiungi altre righe.

Quando avrai finito, il passo successivo sarà identificare i modi per poter raggiungere i tuoi obiettivi di apprendimento. Per esempio, per sviluppare le competenze in ambito di energie rinnovabili, potresti decidere di seguire un corso online su Coursera e leggere una rivista mensile di settore. Aggiungi queste due attività sotto i tuoi obiettivi di apprendimento, aggiungi anche le informazioni sulle scadenze per il completamento e le risorse necessarie.

Se non hai le idee chiare su quali siano i tuoi obiettivi di apprendimento o come raggiungerli, leggi i miei post precedenti sulle competenze più importanti per un traduttore e i modi per sviluppare queste competenze, per maggiori esempi e idee.

Piano di apprendimento

Obiettivo professionale 1
Es.diventare un traduttore specialista del settore delle energie rinnovabili nella mia combinazione linguistica
Obiettivo di apprendimento 1
Es. Sviluppare le mie competenze nel settore delle energie rinnovabili
Attività Scadenza Risorse Revisione
1 Corsi online su Coursera Entro la fine dell’anno Corso di Coursera
2 Leggere rivista di settore Mensilmente Rivista di settore
3
Obiettivo di apprendimento 2
Es. sviluppare le mie capacità redazionali nella mia lingua d’arrivo
Attività Scadenza Risorse Revisione
1 Corso di copywriting Entro la fine dell’anno Cercare un corso adeguato in aula o online
2
3
Obiettivo professionale 2
Obiettivo di apprendimento 1
Attività Scadenza Risorse Revisione
1
2
3

A questo punto, il tuo piano di apprendimento dovrebbe aver preso forma. Adesso è il momento di cominciare a imparare!
Mentre procedi con il tuo sviluppo professionale, ricordati di annotare le attività di formazione e sviluppo che hai portato a termine nel corso dell’anno. Per fare questo, puoi usare il piano di apprendimento che hai stilato e annotarvi quali attività hai svolto e quando.
Ricordati inoltre di svolgere regolarmente una revisione del piano e dei tuoi traguardi. Chiediti se hai fatto un passo avanti in direzione dei tuoi obiettivi di apprendimento e professionali, e quali potrebbero essere i passi successivi.

Cosa fare adesso?
Quindi, cosa ne pensi? Hai già l’abitudine di pianificare il tuo apprendimento e allinearlo ai tuoi obiettivi professionali, o adotti un approccio meno strutturato? O forse non hai seguito alcun sentiero di sviluppo professionale ultimamente e ora vorresti cominciare a farlo? Qualunque sia la tua situazione, ti esorto a guardare a che punto ti trovi adesso nella tua vita professionale e dove vuoi andare, a porti degli obiettivi professionali e a cominciare a imparare!

Fonte: Articolo scritto da Jayne Fox e pubblicato il 28.08.2018 sul suo blog Between Translations

Traduzione a cura di:
Francesca Nicolini
Traduttrice inglese <> italiano e tedesco > italiano
Bruxelles – Belgio

Pianificare lo sviluppo professionale

 Categoria: Traduttori freelance

Se vogliamo restare un passo avanti rispetto alle macchine e costruirci una carriera di successo come traduttori, è essenziale che continuiamo a sviluppare le nostre competenze. La formazione permanente è riconosciuta come un fattore fondamentale per sviluppare le competenze professionali in tutti i settori, e la traduzione non fa eccezione. Tuttavia, con una così grande disponibilità di formazioni e percorsi di sviluppo, può risultare difficile scegliere la direzione in cui andare. In questo articolo del blog, esaminerò come fare in modo che la tua crescita come traduttore sia in linea con i tuoi obiettivi professionali e contribuisca al raggiungimento degli stessi.

Formazione e sviluppo come metodo per raggiungere gli obiettivi professionali
Prima ancora di cominciare a pianificare il tuo sviluppo professionale, è importante fare chiarezza su quali siano i tuoi obiettivi generali per la tua carriera. Mentre ti poni questi obiettivi, pensa intensamente a cosa vuoi raggiungere nella tua vita professionale, cosa vuoi apportare di diverso tramite il tuo lavoro e per chi vuoi fare la differenza.

Fatto questo, puoi cominciare a porti degli obiettivi professionali a breve, medio e lungo termine. Per esempio, potresti voler diventare un traduttore specialista del settore delle energie rinnovabili nella tua combinazione linguistica. Una volta fatta chiarezza sui tuoi obiettivi, puoi pianificare il tuo sviluppo professionale per aiutarti a raggiungerli. Ciò farà in modo che la formazione e il percorso di sviluppo che seguirai ti aiutino a fare un passo avanti, a far crescere la tua attività e ad avere successo.

A questo punto vale anche la pena di considerare se ci sono degli ostacoli al tuo apprendimento. Se in questo momento non stai seguendo alcun sentiero di sviluppo professionale, perché non lo stai facendo? È troppo costoso? Non hai il tempo necessario? In quanto professionista, devi fare in modo di trovare il tempo per l’apprendimento. Ciò significa che non puoi trascorrere tutte le ore lavorative a tradurre – devi prevedere un po’ di tempo per lo sviluppo professionale (e fare in modo di essere pagato a sufficienza per poterlo fare!).

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Jayne Fox e pubblicato il 28.08.2018 sul suo blog Between Translations

Traduzione a cura di:
Francesca Nicolini
Traduttrice inglese <> italiano e tedesco > italiano
Bruxelles – Belgio

L’arte del tradurre (5)

 Categoria: Storia della traduzione

< Quarta parte di questo articolo

6. Conclusione: comprendere è tradurre
Stando a quanto scrive il filosofo francese Paul Ricœur nel saggio Il Paradigma della Traduzione [1], poiché la traduzione esiste, ne consegue che essa è possibile. E se quest’ultima è possibile è perché esistono delle strutture che nascondono una lingua originaria perduta che bisogna decifrare per poter poi ricostruire. Posti di fronte al problema della traduzione, esistono due procedimenti possibili: il trasferimento del messaggio verbale da una lingua all’altra oppure l’interpretazione di ogni significante di una stessa lingua. Sempre l’illustre Ricœur distoglie l’attenzione dal classico dilemma traducibile vs. intraducibile, per portare l’attenzione sull’alternativa fedeltà vs. tradimento, che si verifica ogniqualvolta ci sia da tradurre.

Ma fedeltà verso cosa?
Fedeltà rispetto al linguaggio che deve riuscire a non tradire il segreto che cela il testo originale.
Una traduzione considerata buona, infatti, mira ad ottenere un’equivalenza che sia presunta, ricercata o elaborata. Ciò che sostiene Ricœur è che, sebbene non esista un criterio assoluto per giudicare una traduzione, l’unico modo per criticare una traduzione è quello di proporne un’altra, che deve essere, anche se non per forza considerata migliore, almeno diversa.

In un certo senso, tradurre è «portare il lettore all’autore» e «portare l’autore al lettore» o, per dirla in altro modo, «tradurre è servire due padroni», sia lo straniero nel suo desiderio di impadronirsi del diverso, sia il lettore nel suo desiderio di conoscere. Inoltre, la traduzione non deve essere percepita come una minaccia verso la nostra identità linguistica, ma come un allargamento di orizzonte della propria lingua e di tutte le sue risorse. Questo perché la traduzione non è solo un mero lavoro intellettuale, teorico e pratico, ma riguarda anche il problema etico, sfiorando il rischio di tradire quella che Ricœur chiama l’ospitalità linguistica.

Chapeau quindi a tutti coloro che riescono a trovare un equilibrio fra le due sempiterne questioni della traduzione: l’ospitalità linguistica, appunto, e il lavoro della lingua su se stessa.

Autrice dell’articolo:
Francesca Peracchione
Freelance translator
Genova


[1] Paul RICŒUR, Le paradigme de la traduction (1999). Esprit 253 : 9-19.

L’arte del tradurre (4)

 Categoria: Storia della traduzione

< Terza parte di questo articolo

5. Tradurre i modi di dire
Per restare fedeli al testo originale e all’effetto che deve avere riguardo all’espressività, i traduttori possono appellarsi ad una licenza interpretativa detta rifacimento: processo in seguito al quale è quasi impossibile ritornare alla lingua di partenza. Essendo questo principio un classico esempio di target oriented, il traduttore non deve esitare a riconcepire ed a riscrivere completamente il testo (o parte di esso) sia per permettere al lettore di capire lingua e contesto del testo di partenza, sia per dare un contributo e arricchire la lingua d’arrivo. Allo stesso modo, l’operazione della modulazione permette di compiere variazioni non solo sul piano della forma ma anche su quello del discorso. Detto in parole semplici è la soluzione lampante che fa dire al traduttore “così si direbbe in italiano in una situazione di questo tipo” (J. Podeur, 2002).

L’unica pecca è che questo processo consente di formulare una frase corretta dal punto di vista grammaticale a scapito dell’originale génie. Quando le modulazioni entrano a far parte dell’uso comune vengono registrate sui dizionari, e quindi lessicalizzate, annullano il lavoro del traduttore. Purtroppo, però, i problemi si creano di fronte alla necessità di tradurre modi di dire, metafore, cliché e diverse espressioni di registro familiare: bisogna sempre tener conto di quale scelta sia più in armonia con il contesto, con lo stile dell’autore e con la capacità – da parte del traduttore – di rappresentare la stessa situazione in due culture diverse e di lessicalizzarla nel modo più appropriato.

Le modulazioni lessicalizzate possono spesso porre problemi per quanto riguarda il senso, il registro e la frequenza, tanto che a volte si innesca una vera e propria serie di modulazioni a catena. Dal momento che due lingue affini ma pertanto diverse come l’italiano e il francese vedono l’una una similitudine laddove la seconda ne vede un’altra, ciò che interessa sia similitudine che metafora, è il comparant, termine comune a entrambe le figure. Il procedimento di modulazione è largamente utilizzato dai traduttori quando si tratta di tradurre metafore o cliché e, in questi casi, si procede alla riformulazione morfo-sintattica quando la traduzione letterale non è possibile.

Quelli che rappresentano un vero problema di traduzione sono i cliché, ovvero delle metafore culturali che risultano molto chiare all’autore, ma un po’ meno al lettore; in questo caso, per non dire che sono del tutto intraducibili, è possibile aggiungere una nota esplicativa.
I procedimenti di cui si è parlato finora entrano in gioco quando c’è la necessità di far luce su avvenimenti particolari e nomi proprio del tutto sconosciuti al lettore; bisogna ammettere che purtroppo causano un notevole appiattimento stilistico, a meno che il traduttore non abbia la prontezza di sostituirli con elementi tipici del testo d’arrivo.

Quinta parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Francesca Peracchione
Freelance translator
Genova

L’arte del tradurre (3)

 Categoria: Storia della traduzione

< Seconda parte di questo articolo

3. Di cultura in cultura
Il filosofo Lefevere [1] (1992 : XIV) sostiene che “il linguaggio è forse il meno importante” ed infatti, la traduzione non va vista come un mero passaggio da una lingua all’altra, ma come un ponte tra due culture, o due enciclopedie. Ciò che il traduttore non deve mai perdere di vista sono gli elementi culturali, ancor prima delle regole linguistiche. Non è sicuramente il nostro caso, ma il lettore di opere di epoche passate deve avere consapevolezza del lessico e dell’entourage dell’autore. La traduzione può essere di due tipi: source oriented, quindi orientata al testo di partenza, o target oriented, vale a dire orientata verso il testo di arrivo. La sostanziale differenza tra questi due diversi generi di traduzione ha come scopo di permettere al lettore di immedesimarsi nell’ epoca o nella cultura del testo originale, o renderli anche solo accessibili.

Una buona traduzione dà al lettore la chiave d’accesso per entrare nell’universo linguistico e culturale del testo di partenza e per renderlo accettabile. Questo è un punto cruciale quando si fa riferimento a testi lontani nel tempo e nello spazio, ma non deve essere trascurato nemmeno quando si tratta di testi moderni.

4. I passaggi traduttivi
Secondo Podeur[2] (2002), sette sono i procedimenti centrali all’operazione traduttiva.
I primi tre sono detti di traduzione diretta o “falsi procedimenti”, in quanto sono vere proprie operazioni traduttive:

  • Il prestito: parola che una lingua prende in prestito da un’altra senza tradurla (J. Podeur, 2002, pag. 8).
  • Il calco: prestito di un sintagma straniero con traduzione letterale dei suoi elementi (J. Podeur, 2002, pag. 6).
  • La traduzione letterale: la traduzione letterale o ‘parola per parola’ sta a designare il passaggio traduttivo che porta a un testo corretto e idiomatico senza che il traduttore debba preoccuparsi d’altro se non degli obblighi linguistici (J. Podeur, 2002, pag. 48).

Gli altri quattro sono procedimenti di traduzione obliqua perché comportano una variazione lessicale, morfosintattica e – a volte – di punto di vista:

  • La trasposizione: procedimento con il quale un signifié cambia categoria grammaticale (J. Podeur, 2002, pag. 16).
  • La modulazione: variazione ottenuta cambiando il punto di vista e le categorie di pensiero (J. Podeur, 2002, pag. 11).
  • L’equivalenza: procedimento che rende conto di una stessa situazione ricorrendo ad una espressione completamente diversa (J. Podeur, 2002, pagg. 8-9).
  • L’adattamento: uso di un’equivalenza riconosciuta tra due situazioni (J. Podeur, 2002, pag. 4).

Quarta parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Francesca Peracchione
Freelance translator
Genova


[1] André LEFEVERE, Traduzione e riscrittura. La manipolazione della fama letteraria, a cura di Margherita Ulrych, Utet, Torino 1998, II ed.
[2] Josiane PODEUR, La pratica della traduzione. Dal francese in italiano e dall’italiano al francese, Napoli, Liguori Editore, 2002.

L’arte del tradurre (2)

 Categoria: Storia della traduzione

< Prima parte di questo articolo

2. Scendere a compromessi con il testo
Prima di iniziare una traduzione, è d’uopo procedere all’analisi di quest’ultimo dal punto di vista sintattico, semantico, grammaticale e anche dei contenuti. Ciononostante, bisogna tenere conto del fatto che spesso gli scrittori fanno scelte stilistiche marcate che contravvengono ai dettami della grammatica. Non bisogna poi mai perdere di vista il fatto che l’autore sia il solo a poter autorizzare eventuali modifiche del traduttore, purché non venga intaccato il significato generale dell’opera. Le modifiche possono andare dalla sostituzione di una parola all’omissione di un intero brano, a patto che le perdite vengano compensate.

Spesso il traduttore sente forte la tentazione di aiutare l’autore e cerca di sostituirsi a lui: il risultato porterà ad un’opera perfetta ma non ad una perfetta traduzione. Talvolta tradurre significa voltare le spalle alla propria lingua per evitare che produca effetti di senso che nel senso originale non erano stati previsti.

Nel libro Dire quasi la stessa cosa[1], Eco sostiene che “la traduzione, come ogni interpretazione è una chiarificazione enfatizzante” ed analizza alcuni casi di ambiguità, causati a volte dall’autore a volte dal traduttore. Quello più interessante e pertinente al nostro discorso è il caso in cui l’autore originario ha commesso un peccato di non voluta ambiguità: in questo caso non possiamo non citare i nomi propri di personaggi e luoghi. Sempre Eco suggerisce che, quando l’errore da parte dell’autore non è intenzionale, è possibile farglielo notare per poter chiarire meglio cosa intendeva dire e, magari, permettergli di riformulare in un’edizione successiva dell’opera.

Ci sono poi casi in cui il traduttore è vincolato da una scelta letteraria obbligatoria, cercando di rendere l’effetto di senso complessivo a scapito, ad esempio, di giochi di parole. Per prima cosa, quindi, è necessaria una standardizzazione della lingua di partenza: cercare di capire cosa l’autore volesse dire è il punto di partenza di ogni traduzione.

Esiste anche il caso in cui il traduttore perde qualcosa, come da sempre succede a chi tenta di tradurre: si perde perché non esiste il corrispettivo nella lingua d’arrivo, ma si guadagna qualcos’altro perché ci si scervella per parafrasarlo e per far sì che susciti lo stesso effetto nel lettore italiano.

Terza parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Francesca Peracchione
Freelance translator
Genova


[1] Umberto ECO, Dire quasi la stessa cosa, Bergamo, Tascabili Bompiani, 2012

L’arte del tradurre

 Categoria: Storia della traduzione

1. La traduzione come scienza linguistica
La teoria della traduzione è stata – a partire dalla seconda guerra mondiale – ricca di controversie da parte dei grandi traduttori che si sono più volte interrogati su questa particolare “arte”: la continua lotta tra il bisogno di conservare l’originaria fedeltà e l’eccitante scoperta che il testo potesse trasformarsi nel momento in cui veniva trasposto in un’altra lingua (spesso con l’intenzione di migliorarlo). È proprio negli anni Cinquanta che la letteratura teorica sulla traduzione inizia un vero e proprio percorso di auto riflessione con lo scopo di fornire agli esperti una serie di utili strumenti pedagogici. Questo percorso prenderà poi una piega più scientifica, consentendo alla traduzione di diventare una vera e propria scienza linguistica.

Gli studi dell’americano Eugene A. Nida portano alla conclusione che il lettore della traduzione deve reagire allo stesso modo del lettore del testo originale, ponendo quindi l’attenzione sul testo comunicativo e sulle reali intenzioni del testo, quello che vuole esprimere in rapporto alla lingua e al contesto di partenza.

Si può quindi dedurre che l’atto del tradurre consiste innanzi tutto nel decodificare il sistema interno di una lingua e la struttura del testo nella lingua di partenza, al fine di poter creare una copia del sistema testuale che abbia gli stessi effetti sul lettore di arrivo. Una buona traduzione è convincente dal punto di vista stilistico, metrico, fonosimbolico e anche da quello degli originali effetti sull’emotività del lettore.

Ciò che aumenta esponenzialmente la difficoltà della traduzione sono gli ambiti che differenziano le diverse culture, per i quali bisogna avere sempre un occhio di riguardo: l’ecologia, la cultura materiale, la cultura sociale, quella religiosa e quella linguistica (Nida, 1945) [1].

Lo sviluppo di diversi interessi semiotici e l’espansione dell’informatica sono fenomeni che spingono un numero sempre maggiore di traduttori ad usare procedimenti come il transcodage e la negoziazione, processo attraverso il quale, per ottenere qualcosa bisogna rinunciare a qualcos’altro. Tradurre significa sempre rinunciare ad alcune delle sfumature che il testo di partenza implica: l’interpretazione iniziale deve stabilire quali e quante delle possibili scelte possano essere omesse. Anche se la negoziazione non sempre appaga equamente le due parti in gioco, non bisogna mai allontanarsi troppo dal proposito iniziale. Dando per scontato che il contenuto espresso da una parola sia tutto ciò che corrisponde ad una determinata “voce” di un dizionario, bisogna tenere conto delle varie accezioni della parola stessa, non solo per quanto riguarda l’aspetto lessicale, ma anche quello sintattico, morfologico, di relazione tra suono e grafia, ecc. Spesso queste non possono essere sostituite con un sinonimo “secco”, ma con una definizione, una parafrasi o un esempio. Proprio per questo motivo, bisogna disambiguare il contesto per poter capire quale termine equivalente possa essere scelto per la lingua d’arrivo. Erroneamente, i “non addetti ai lavori” potrebbero essere portati a pensare che la traduzione letterale francese/italiano sia un semplice esercizio di sostituzione terminologica, dato che si tratta di due lingue discendenti dallo stesso ceppo latino e da culture affini.

Si può dire che, in generale, le due lingue sono false amiche.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Francesca Peracchione
Freelance translator
Genova


[1] Eugene A. NIDA, Theory and practice of Translation, Leiden, 1969.

I cinque errori dei traduttori più esperti (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Non seguire gli sviluppi
Ricordo che, quando ero un traduttore novello, seguivo tutto: leggevo tutte le riviste, mi iscrivevo a tutte le newsletter, partecipavo a tutti gli eventi possibili.
Naturalmente, non dovremmo farlo per sempre. Ma quello che ho notato, ora, è che ho sempre minor probabilità di leggere una rivista del settore, ho minor probabilità di visitare il blog di un collega, è meno probabile che mi concentri su quel che sta accadendo.

Ebbene, tutte queste fonti sono ancora lì, da qualche parte, nella periferia, ma non do più loro molta attenzione, così come facevo prima.

Mi dico che sono troppo impegnato a lavorare, che mi aggiornerò con le newsletter durante il fine settimana, che l’anno prossimo andrò a questo o a quell’evento – ma non faccio mai nulla di tutto questo.

Quel che posso fare, attualmente, è – tutt’al più – scorrere tra i titoli e le linee tematiche, per ottenere una sintesi di ciò che sta accadendo.

Ovviamente, ora sono aggiornato sui principali sviluppi, ma non ho la stessa spinta che avevo un tempo, per entrare nei dettagli.

Sono già stato lì, ho già avuto quell’atteggiamento
L’essere stati in questo settore, per alcuni anni, ti consente di ottenere abbastanza facilmente l’atteggiamento del “sono stato lì, ho fatto questo”: hai letto articoli simili, hai ascoltato discussioni simili, hai partecipato ad eventi simili o hai persino lavorato a progetti simili; quindi, non c’è nulla di nuovo per te, non riesci più a capire perché qualcuno potrebbe essere entusiasta di assistere ad una conferenza, di sostenere un’opportunità o di intervenire in un progetto; è tutto molto casuale, quasi prosaico.

Niente più ti sorprende, pochissime cose ti interessano o ti ispirano.

In una certa misura, è normale sentirsi così. Ma, a volte, possiamo fare un passo di troppo e scoraggiare un collega più giovane, o minare il suo entusiasmo, insistendo sul fatto che non sia cambiato niente.

È difficile conservare lo stesso atteggiamento da principianti; ma il permettere che l’approccio del “sono stato lì, ho fatto questo” influenzi il tuo pensiero, rischia di rendere il lavoro meno divertente per te.

O, a volte, potremmo finire col trascurare le idee utili che potrebbero aggiungersi al nostro repertorio, poiché esse si nascondono tra le cose che già conosciamo.

Fonte: Articolo scritto da Marta Stelmaszak e pubblicato il 4 novembre 2015 sul blog Want Words

Traduzione a cura di:
Francesco Ruggiero
Traduttore
Roma

I cinque errori dei traduttori più esperti

 Categoria: Tecniche di traduzione

Di recente, sono stato invitato a moderare un gruppo sulla rete di social media del Translating Europe Forum di Bruxelles.
Questa è stata, per un po’, una delle mie ultime presentazioni.
Inoltre, l’obiettivo del Translating Europe, per quest’anno, è stato quello di responsabilizzare e stimolare i giovani traduttori; quindi, la stanza era piena di studenti e neolaureati. Unendo queste due classi, finiremo inevitabilmente col riflettere… O, per lo meno, questo è quel che ho fatto io.

È più facile dar consigli ai colleghi più giovani (aspiranti, neofiti o comunque tu decida di chiamarli) e segnalare i loro errori. Ci sono stato, ho fatto questo, ho affrontato problemi simili; pertanto, posso condividere la mia esperienza. E certamente ero molto grato di ricevere simili indicazioni, quando stavo iniziando.
Ma che dire dei traduttori più esperti? Forse non commettiamo più errori, se siamo stati in giro per 3, 4, 5 o 6 anni. Forse abbiamo le nostre fonti fidate. O forse non chiediamo più questo tipo di consigli?

Nella mia riflessione, ho fatto un viaggio un po’ introspettivo, per cercare di scoprire quelli che pensavo fossero alcuni degli errori che stavo facendo (o che stavo osservando). E no, questo articolo non è un elenco di cose in cui i colleghi più esperti falliscono, ma è piuttosto una conversazione onesta con me stesso – e forse, solo forse, vi potrai trovare alcuni aspetti che risuonano con te.
Confidare troppo sulla tua memoria o sulla tua esperienza
Ovviamente, ottenere più esperienza in un’area velocizza le nostre prestazioni, ci rende migliori traduttori, ci dà maggiori entrate orarie; ma cosa succede, se diventiamo troppo dipendenti dalla memoria o dall’esperienza?
Ho già visto questa parola, ricordo come l’ho tradotta, ho lavorato su un testo simile – tutto questo può essere positivo e complicato, allo stesso tempo.

L’eccessiva dipendenza da quello che ho già fatto, in passato, mi renderà meno vigile, meno curioso, meno attento. Rifletterei su un testo, senza forse prestargli la giusta attenzione.
E che dire di un’analisi corretta del testo? La impariamo come studenti di traduzione ma, con il tempo, tendiamo a saltarla.
Cosa succede con questo potente strumento?
Si interiorizza, così come vorremmo, o diventa… smussato?

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Marta Stelmaszak e pubblicato il 4 novembre 2015 sul blog Want Words

Traduzione a cura di:
Francesco Ruggiero
Traduttore
Roma

Le difficoltà dell’interprete diplomatico (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Competenze fondamentali dell’interprete diplomatico

  • Ampio orizzonte. In caso di interpretariato per la diplomazia, è richiesta la comprensione della cultura di entrambi i Paesi, per essere in grado di trasmetterla con competenza al pubblico. I politici americani citano spesso la Bibbia nei loro discorsi, quindi quando ci si occupa della traduzione dei loro interventi, solo una persona che abbia familiarità con la Sacra Scrittura può accuratamente trasmettere il significato di quanto detto.
  • Conoscenza dei dialetti e sottigliezze della lingua. I politici cercano di attenersi alla lingua letteraria, ricordandosi dei traduttori, ma non è sempre così. Proverbi, detti, riferimenti a eventi e personalità – tutto questo non dovrebbe mettere l’interprete in un vicolo cieco.
  • Concentrazione e reazione rapida. Ciò è particolarmente vero per gli interpreti simultanei, perché devono letteralmente pensare allo stesso tempo dell’oratore. Un secondo di ritardo minaccia perdita di significato dell’intera frase.
  • Buona memoria. Oltre all’enorme vocabolario che gli interpreti tengono a mente, una buona memoria consente di ricordare con precisione il parlato dell’oratore durante la traduzione consecutiva.
  • Obiettività e neutralità politica. È importante trasmettere il discorso senza aggiungere nient’altro che si discosti da esso. Non è consentita qualsiasi sfumatura aggiunta dall’interprete che non fosse nelle parole dell’oratore.

L’interprete diplomatico: una persona nel mezzo

Se il traduttore di testi letterari sta tra lo scrittore e il lettore, l’interprete simultaneo in una conferenza scientifica sta tra lo scienziato e l’ascoltatore, quindi l’interprete diplomatico si trova tra due Stati, spesso tra due ideologie.

La traduzione di protocollo al più alto livello richiede non solo una conoscenza impeccabile di entrambe le lingue, ma anche una chiara comprensione della situazione nell’arena internazionale, la capacità di mettere in relazione le parole con il contesto politico, la conoscenza dell’etichetta diplomatica. La bellezza della parola e la scorrevolezza della stilistica cedono il posto, in questo tipo di traduzione, alla correttezza degli accenti politici, e anche le frasi frammentarie, taglienti e stravaganti sono inaccettabili.

Nell’interpretariato per la diplomazia non basta conoscere la lingua letteraria, altrimenti la traduzione del discorso di un rappresentante di qualsiasi Paese, dove ci sono diversi dialetti, può mettere uno specialista in un vicolo cieco. Nel caso dell’Inglese, è necessario avere una conoscenza sia della lingua classica di Oxford, che della lingua Inglese-Americana, poiché molti termini, in particolare quelli giuridici, non sono comparabili. È richiesta anche la conoscenza del Latino, poiché molti termini diplomatici hanno origine da questa lingua.

Fonte: Articolo scritto da Anton Rudanov e pubblicato il 18 luglio 2018 su Tranzilla.ru

Traduzione a cura di:
Dott. Alessandro Nicolini
Traduttore freelance EN˃IT / IT˃EN e RU˃IT / IT˃RU
Socio IATI, n. tessera 1259
Trento

Le difficoltà dell’interprete diplomatico

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Gli interpreti diplomatici sono dei professionisti, i cui malintesi possono costare caro al mondo.

Nell’arena internazionale essi diventano “eminenze grigie” in grado di incidere, con una parola erroneamente tradotta, sui cambiamenti della politica estera di uno Stato e sull’intera atmosfera della comunità mondiale. È particolarmente difficile tradurre per gli interpreti simultanei, visto che per orientarsi nel significato di una frase, hanno letteralmente una frazione di secondo.

Errori di interpreti passati alla storia

Anche gli interpreti diplomatici sono persone e le persone possono sbagliare. Rispetto ad altri interpreti, hanno molta più responsabilità e stress, che a volte sfocia in malintesi – divertenti o veramente pericolosi.

  • Una volta un malinteso dell’interprete ha peggiorato seriamente le relazioni tra Stati Uniti d’America e Spagna, sebbene non vi fossero assolutamente ragioni obiettive. L’allora Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Donald Rumsfeld, aveva espresso la possibilità di nuovi attacchi islamici nelle città europee. Il suo interprete invece aveva enunciato un nuovo atto terroristico che si sarebbe svolto in Spagna. Quindi il costrutto grammaticale, usato in modo scorretto, ha trasformato l’avvertimento alla prudenza in una minaccia esplicita a un altro Stato.
  • La visita di Jimmy Carter in Polonia, nel 1977, si è trasformata in un vero scandalo. Durante questo periodo la Polonia faceva parte del campo socialista, quindi un interprete russo, che conosceva abbastanza sia il Polacco che l’Inglese, è stato incaricato per l’incontro con il 39° Presidente americano. Carter ha cercato di conquistare il pubblico, il suo discorso è stato aperto e amichevole, ma a causa della mancanza di professionalità dell’interprete è stato tutto inutile. Già la prima frase del Presidente “Sono partito dagli Stati Uniti questa mattina” è stata tradotta in modo errato: secondo l’interprete, Carter [aveva detto] “Ho abbandonato gli Stati Uniti per non farvi più ritorno”. Successivamente tutto è volto al peggio: nella traduzione sono comparse allusioni alle parti intime delle donne polacche e alla forte attrazione sessuale di Carter verso i Polacchi. È stato chiamato un altro interprete con urgenza, ma all’incontro non poteva più essere posto rimedio.
  • Il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, in un suo discorso a una conferenza stampa, ha affermato che ogni Paese ha il diritto di sviluppare la tecnologia nucleare. L’interprete della CNN ha riferito ciò come una forte dichiarazione: l’Iran intende fabbricare armi nucleari. Non c’è nulla di divertente nei malintesi a questo livello.
  • Nel 2013, tutta la stampa spagnola ha discusso attivamente di uno scandalo politico senza precedenti, causato anche da traduzioni imprecise. Il Rappresentante per l’educazione dell’Unione Europea, Dennis Abbott, aveva menzionato la parola “rubbish” caratterizzando l’affermazione di Jose Vert – l’allora Ministro della Pubblica Istruzione spagnolo. La parola che può essere trasposta dall’Inglese come “qualcosa di completamente ridicolo” è stata tradotta con “spazzatura”.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Anton Rudanov e pubblicato il 18 luglio 2018 su Tranzilla.ru

Traduzione a cura di:
Dott. Alessandro Nicolini
Traduttore freelance EN˃IT / IT˃EN e RU˃IT / IT˃RU
Socio IATI, n. tessera 1259
Trento

Ricreare il testo in un’altra lingua

 Categoria: Traduttori freelance

Nel corso della mia esperienza lavorativa con la lingua inglese, ho avuto modo di sperimentare diverse tipologie di traduzione e infine sono approdata a quella che più fa per me, specializzandomi nella traduzione verso l’inglese. Certo, continuo a tradurre anche dall’inglese al russo, dal momento che la tradizione professionale ha determinato che una persona traducesse verso la propria lingua madre, ma ogni abilità può essere sviluppata con la pratica. L’enorme bonus del lavorare con la lingua più diffusa al mondo è rappresentato dalla possibilità di poter scegliere qualsiasi tematica/argomento. Non mi sognerei mai di tradurre qualcosa di medico, ma collaboro con grande piacere con il complesso museale ”Istituto dell’arte Realista Russa”, traducendo i cataloghi e le didascalie delle loro mostre, in quanto si tratta di un ambito a me molto vicino.

Non credo che nella traduzione scritta l’uomo possa essere sostituito da una macchina. D’altra parte, al giorno d’oggi manca quasi del tutto il mercato per l’interpretazione dall’inglese. Ciò che più mi piaceva era proprio fare l’interprete durante le trattative o gli incontri di lavoro, ma la domanda per questo tipo di servizio è calata quasi del tutto. Molto probabilmente, un importante datore di lavoro non assumerebbe proprio dei collaboratori che non padroneggiano la lingua. È utile conoscere una lingua straniera per integrare una qualsiasi altra professione. In diverse occasioni anche io ho dovuto riqualificarmi, occupandomi all’occorrenza di management, di marketing e di e-commerce. Sono la coordinatrice dell’intera squadra di traduttori di una compagnia internazionale che richiede materiale pubblicitario tradotto in 35 lingue.

Come traduttrice lavoro solo su raccomandazione e non ho mai avuto la necessità di cercarmi io stessa i clienti. Ultimamente noto che le persone conoscono decisamente meglio l’inglese, ma probabilmente è merito non tanto del sistema di istruzione statale, quanto di internet e della maggiore possibilità di viaggiare. L’inglese è una lingua relativamente poco complessa. E in effetti io mi sento completamente sicura in ogni incarico di traduzione in lingua inglese, sebbene non sia madrelingua. La complessità per un non madrelingua è rappresentata soprattutto dagli articoli e dalle virgole, del cui utilizzo non si può mai essere sicuri al cento per cento. È sempre meglio farsi correggere tali sfumature da un editor madrelingua.

Le persone che ho avuto modo di incontrare nell’industria delle traduzioni dall’inglese erano spesso più grandi di me, solitamente oltre la quarantina, hanno dedicato la loro intera vita a questo mestiere e probabilmente non sono più disposti a cambiare. I traduttori molto giovani, al contrario, traducono per circa un anno e poi decidono di cambiare direzione. Dopotutto, la traduzione scritta è un’attività piuttosto monotona che richiede una notevole perseveranza. Viviamo a ritmi sempre più serrati: le persone desiderano imparare il più possibile in poco tempo, invece di focalizzarsi su un solo lavoro.

Fonte: Articolo di Anastasja Pozgoriova tradotto dal russo tratto dal blog Theory&Practice

Traduzione a cura di:
Violetta Giarrizzo
Dottoressa Magistrale in Lingue Straniere per la Comunicazione Internazionale
Torino

Apprendere una lingua con Duolingo (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

I vantaggi: Duolingo deve essere raccomandato per vari motivi. È gratuito, è divertente ed è un modo abbastanza facile per apprendere le basi di una nuova lingua. Le lezioni sono molto chiare e ben progettate, e ammetto che gli espedienti di Duolingo con me funzionano (come un incantesimo!). Cerco davvero di sfruttare bene ogni piccolo attimo di tempo (in attesa di una chiamata in conferenza, in attesa di mia figlia alle lezioni di chitarra, e così via), quindi appena Duolingo mi invia un’e-mail, “Hai 5 minuti? Fai una lezione!” Io ci sono. Duolingo offre molti modi per consolidare ciò che si sta imparando: si può passare il mouse sopra una parola per sentirla pronunciata o per visualizzarne l’equivalente in Inglese.

Gli svantaggi: se si sta cercando di imparare una lingua per davvero (o più o meno per davvero), Duolingo ha anche alcuni aspetti negativi. In primo luogo, le lezioni sembrano essere meno varie e creative man mano che si progredisce nella scala. Inizialmente, il corso di Italiano coinvolgeva una vasta gamma di attività: tradurre dall’Italiano all’Inglese e dall’Inglese all’Italiano per iscritto; tradurre a vista frasi scritte in Inglese in Italiano parlato (con analisi della pronuncia), collegare le immagini con i loro sostantivi in Italiano, e così via. Ma, dal momento che ho fatto progressi, gli esercizi traducono in Inglese quasi esclusivamente frasi scritte in Italiano. Il che, se si traduce il Francese per vivere e si ha studiato un po’ di Spagnolo, non è poi così difficile, anche se non si ha la benché minima idea di come produrre quella frase in Italiano. Non è difficile indovinare che il verbo italiano “lavorare” significa “to work”, anche se non si ha la possibilità di farne uso in una frase. Quindi in questo senso, Duolingo aiuta a sviluppare le capacità di comprensione passiva più che le capacità di parlare in modo attivo.

Inoltre, la valutazione di Duolingo “You are X percent fluent in …”(n.d.T.”Tu hai padronanza dell’/ del… per l’X percento”) dà una sensazione molto gonfiata delle proprie abilità, a seconda di come la si considera. Come accennato in precedenza, Duolingo mi classifica con una padronanza dell’Italiano per il 40%. Se con ciò si intende che c’è il 40% di possibilità di comprendere un’espressione in Italiano o che io sono al 40% della conoscenza di base dell’Italiano … OK. Ma scommetto che molte persone che seguono i corsi di Duolingo interpretano tale percentuale come “Sono al 40% del percorso per parlare perfettamente questa lingua”, il che non è affatto così. Ad esempio, sulla base della mia esperienza, è impossibile che qualcuno che ha iniziato dallo 0% e raggiunto il 100% di padronanza, esclusivamente usando Duolingo, possa essere in grado di lavorare come traduttore da quella lingua.

Tuttavia, mi piace il fatto che Duolingo enfatizzi davvero la pratica costante e quotidiana e che le lezioni abbiano una durata che le rende assimilabili, senza percepire che la propria testa stia per esplodere. Esorterei altri traduttori a utilizzare Duolingo, per aumentare la padronanza discorsiva; è gratuito, divertente e molto coinvolgente nell’utilizzo.

Fonte: Articolo scritto da Corinne McKay e pubblicato il 07-12-2017 su thoughtsontranslation.com

Traduzione a cura di:
Dott. Alessandro Nicolini
Traduttore freelance EN˃IT / IT˃EN e RU˃IT / IT˃RU
Socio IATI, n. tessera 1259
Trento

Apprendere una lingua con Duolingo

 Categoria: Le lingue

Dal momento che molti traduttori sono, d’abitudine, studiosi di lingue – oltre alle nostre lingue di lavoro, sembra che cerchiamo sempre di apprenderne di nuove – ho pensato di fornire una breve panoramica della mia esperienza di studio dell’Italiano con Duolingo, un sito online gratuito per l’apprendimento linguistico. Se altri lettori hanno usato Duolingo, sarei interessata a dare ascolto alle vostre impressioni!

Le basi: Duolingo si promuove come “il modo più popolare al mondo per imparare una lingua“. È gratuito e si possono fare le lezioni sul sito web di Duolingo o tramite l’app. Attualmente vengono offerte 23 lingue (quelle che ci si aspetterebbe, oltre a sorprese come l’Esperanto e il Gallese) e il metodo per attirare interesse è che si studia la lingua con incrementi molto piccoli – ogni lezione richiede circa cinque minuti per essere completata. Duolingo è anche molto ludicizzato, dal punto di vista dei contenuti, che piaccia o meno questo tipo di cose. Si guadagnano premi e “lingotti” (tesoro virtuale che può essere riscattato per vari bonus sul sito), e si può anche seguire gli amici che studiano su Duolingo. Come molte altre piattaforme di apprendimento basate sul web, Duolingo offre una versione a pagamento senza pubblicità e consente di scaricare le lezioni per l’utilizzo offline. Gli aggiornamenti a pagamento vanno da 5,99 a 9,99 dollari al mese, a seconda di quanti mesi si sceglie di pagare in una volta.

Il mio scopo: ho iniziato il corso di italiano di Duolingo circa sei mesi fa, con l’obiettivo di riuscire a conversare in Italiano a livello base. Non aspiro a tradurre dall’Italiano. La mia famiglia ha fatto tre gite in bicicletta in Italia e uno dei miei (molti) grandi sogni è, un giorno, occuparmi di un qualche tipo di corso di musica in Italia, per approfondire i miei studi relativi al liuto (cosa posso dire … mi tiene lontano dalle preoccupazioni). Ho seguito i CD “Italian for Dummies” e ovviamente è utile l’esperienza full immersion quando si è in loco. Ma il mio obiettivo è piuttosto essenziale: essere in grado di conversare in Italiano con semplicità. Secondo Duolingo, ora ho padronanza dell’Italiano per il 40%; ne parlerò più approfonditamente in seguito.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Corinne McKay e pubblicato il 07-12-2017 su thoughtsontranslation.com

Traduzione a cura di:
Dott. Alessandro Nicolini
Traduttore freelance EN˃IT / IT˃EN e RU˃IT / IT˃RU
Socio IATI, n. tessera 1259
Trento

Ogni bilingue è un traduttore? (7)

 Categoria: Traduttori freelance

< Sesta parte di questo articolo

I talenti del traduttore non si manifestano solo in una visione ampia e comprensione profonda della vita umana ma anche in altre peculiarità: una ricettività vitale della composizione spirituale di un altro popolo, un’inusuale sensibilità verso la loro psicologia, l’abilità di acquisire i modi di un altro gruppo etnico. Non basta saper parlare una lingua, ma anche essere bilingue e biculturali. Il bilinguismo di Aitmatov, per esempio, fa parte del suo talento. Questo rivela un’importante aspetto del suo “io” artistico, e anche la traduzione dell’autore non è una ripetizione meccanica di un testo già esistente ma una nuova versione profondamente ragionata, che prende in considerazione l’etnicità del nuovo gruppo di lettori.

Come traduttore, acquisire “uno stato mentale composto da due grammatiche”, come Cook (2003) indica rimane ancora un ideale perseguito da relativamente pochi traduttori (persino in un paese “bilingue” come il Camerun), ma ciò non vuol dire che ci sono pochi bilingue, questo articolo sostiene l’idea che il bilinguismo è un continuum, dalla padronanza delle lingue ufficiali alla padronanza di due lingue nazionali.

Non potrei concludere senza sottolineare che le lingue africane convalidano tutti i criteri per fare un qualsiasi sistema di qualità per una lingua. Siccome nessuna lingua viene usata come metro di giudizio di un’altra, stigmatizzare il bilinguismo che coinvolge una lingua africana è solo snobbismo ingiustificato, perché per imparare quelle lingue richiede lo stesso sforzo per qualsiasi lingua europea. Romaine (1995) scrive: “Il bilinguismo per me è il problema fondamentale della linguistica”. Effettivamente lo è, data la realtà linguistica che tutte le lingue sono uguali in complessità e difficoltà nell’apprenderle.

Conclusioni
Come Kaya (2007) ha sostenuto, la domanda se ogni bilingue può tradurre non ha una risposta definitiva, semplicemente perché dipende da cosa s’intende col termine “traduzione”. Vorrei concludere con una frase di A. A. Potebnia, citato da Schäffner, Christina (2001): “Una persona che parla due lingue sposta il carattere e la direzione dei suoi pensieri come passa da una lingua all’altra, e li sposta in un modo che lo sforzo del suo volere… cambia il corso del suo pensiero e influenza poi il suo percorso successivo solo indirettamente. Questo sforzo può essere comparato a quello di un ferroviere che sposta un treno su un altro binario”. Ma se parliamo di cambi, rotaie, strade e le forze motivazionali del bilinguismo e le traduzioni degli autori, continuando le metafora di Potebnia, direi che la traduzione letteraria in generale, e in particolare la traduzione di un autore, non è quando una sola strada è la “primaria” e altre sono “secondarie”.

È un fatto innegabile che il bilinguismo è necessario, ma non sufficiente per essere abili ed efficienti nella traduzione. Altre requisiti includono l’abilità naturale, l’allenamento e la formazione culturale. La necessità di ogni studioso di traduzione di introdurre il suo stile, terminologia, e modo di trasmettere i significati giocano un ruolo significativo nell’attività traduttoria.

Fonte: Articolo scritto dal Dottor S. O. Kolawole e pubblicato nell’aprile del 2012 su Translation Journal

Traduzione a cura di:
Alexis Gagliardi
Laurea in Scienze della Mediazione Linguistica
Torino

Ogni bilingue è un traduttore? (6)

 Categoria: Traduttori freelance

< Quinta parte di questo articolo

Implicazioni nell’abilità innata dei bilingui per la traduzione
Psicolinguisticamente, la parola “innato” indica un’abilità linguistica ereditata, che permette al bambino di parlare prima e meglio degli altri a causa del contatto col suo ambiente. Significa anche che nei bambini esiste una predisposizione nell’imparare a parlare una lingua che sentono nel loro ambiente.

È un’attività volontaria, intrapresa quando si hanno già appreso, completamente o in parte, le strutture e il vocabolario di base della propria lingua madre. Molte persone, ovviamente, non imparano altre lingue oltre quella materna; è quando si entra in contatto con una seconda lingua che ci si rende conto di quanto sia complessa una lingua e quale sia lo sforzo richiesto per apprenderla. Quindi, conoscere una lingua è un grosso ostacolo per impararne un’altra, e non si deve pensare che la competenza in entrambe sia sufficiente per essere un traduttore perfetto. È un dato di fatto che una persona normale padroneggia la propria lingua madre con inconscia facilità, e la gente varia nell’abilità di imparare altre lingue, come variano le loro abilità intellettuali; essere bilingue non vuol dire essere qualcuno in grado di comprendere la complessità dell’altre lingue imparate. Il bilinguismo tardivo porta all’interferenza reciproca tra le lingue, in particolare nel significato delle parole, nella grammatica e a livello della struttura.

Come già menzionato, l’età non è l’unico fattore per identificare la traduzione col bilinguismo, ma ci sono altri fattori come la personalità, il contesto, la motivazione e l’ambiente, fattori essenziali da applicare alla predisposizione alla traduzione. L’abilità cresce col tempo, e ciò contrasta con l’idea di traduzione naturale legata all’età: con la pratica costante l’atto traduttorio perde di naturalezza.

Cos’è quindi la traduzione naturale ? La traduzione è stata considerata come un modo di comunicare da diversi teorici, come Catford (1965), Toury (1995), Nida (1964) e altri. Toury (1995: 248), per esempio, la definisce da una prospettiva socio-culturale come produzione di un testo comunicativo. Da questa definizione, che implica socializzazione, deriva la strategia del riscontro attraverso cui il traduttore riceve ciò che è noto come riscontro normativo. Le norme della società riflettono la lingua d’arrivo e la cultura. Non c’è comunque una sola maniera di fare una traduzione perché non esistono criteri universali di appropriatezza. Questi criteri differiscono da un gruppo sociale all’altro.

Bisogna sottolineare che prima di tutto, un bilingue precoce spesso non conosce così bene le lingue da poter tradurre, alcuni addirittura soffrono di quello che è chiamato alinguismo, uno stato in cui una persona non ha pieno controllo delle lingue che parla. In secondo luogo, i bilingue precoci non conoscono così bene la cultura della lingua d’arrivo da poter fare una traduzione di qualità o non riescono a riconoscere quali aspetti della lingua di partenza e della sua cultura vadano trattati con particolare attenzione. Terzo, a un bilingue precoce spesso mancano le abilità linguistiche analitiche per poter lavorare su un testo difficile.

D’altra parte, un bilingue tardivo può non possedere la stessa conoscenza profonda dei colloquialismi, dello slang e dei dialetti che un bilingue precoce ha, anche se secondo Bell Rogers (1976: 132) bilinguismo corrisponde a biculturalismo, il che vuol dire che chiunque si definisce bilingue deve essere ferrato anche sulle due culture coinvolte.

Settima parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto dal Dottor S. O. Kolawole e pubblicato nell’aprile del 2012 su Translation Journal

Traduzione a cura di:
Alexis Gagliardi
Laurea in Scienze della Mediazione Linguistica
Torino

Ogni bilingue è un traduttore? (5)

 Categoria: Traduttori freelance

< Quarta parte di questo articolo

La traduzione può essere considerata una capacità innata, che può essere sviluppata tramite una formazione, come qualsiasi altra capacità. Questa è chiamata traduzione naturale, che Harris e Sherwood (1978: 155) definiscono come “la traduzione compiuta da persone senza una particolare formazione nelle situazioni di ogni giorno”. Questa idea è supportata dal fatto che i bambini bilingue sanno tradurre o interpretare per gli adulti in varie situazioni, come in casi medici, legali o amministrativi. Harris e Sherwood credono che, anche se l’abilità è qualcosa di naturale, esistono degli stadi attraverso cui passa un traduttore naturale, e la traduzione è coestensiva col bilinguismo, hanno cioè una relazione simile a quella tra il saper parlare una lingua e il saper comunicare.

Toury (1995) comunque è dell’opinione che, nonostante la predisposizione alla traduzione è coestensiva col bilinguismo, l’evoluzione delle abilità del traduttore dipendono dall’interlinguismo, la capacità cioè di stabilire una relazione tra le somiglianze e le differenze tra le lingue.

Secondo Harris e Sherwood un traduttore naturale attraversa tre fasi:

- La prima è la fase di “pre-traduzione”, dove il traduttore usa per lo più singole parole; questo perché il bambino, monolingue, è ancora allo stadio in cui una parola forma una frase.
- La seconda fase è chiamata “autotraduzione”, dove il traduttore traduce ad altri che lui stesso ha detto o scritto. Questa è nota anche come “traduzione intrapersonale”; quando le parole di un soggetto vengono tradotte ad altre persone, si parla di “traduzione interpersonale”.
- L’ultima fase è nota come “trasduzione”, dove il traduttore fa da intermediario tra due persone.

Secondo Harris, l’età è il fattore rilevante che contribuisce all’abilità innata nella traduzione, ma ci sono anche altri fattori: l’età è solo il fattore biologico, ma ci sono anche quello linguistico e sociale. Limitare la discussione sul bilinguismo all’età vuol dire limitare la validità della discussione. Benché i bambini traducano senza ricevere una formazione particolare nel campo della traduzione, quel tipo di traduzione può non tener conto delle implicazioni culturali del messaggio e creare barriere nella comunicazione. La traduzione può essere funzionalmente meno ridondante e spontanea.

Si può concludere che la traduzione si identifica generalmente col bilinguismo. Infatti, Shannon (1987: 115) scrive che la traduzione è coestensiva col bilinguismo, cioè hanno una relazione simile a quella tra parlare una lingua e il saper comunicare. In risposta a questa affermazione, Toury (1995) crede che anche se la traduzione è correlata col bilinguismo, le proprie capacità di traduzione dipendono dall’abilità nello stabilire una relazione tra le somiglianze e le differenze tra due lingue. Non tutti i traduttori traducono allo stesso modo perché è la caratteristica personale di ciascun traduttore, o la loro conoscenza delle lingue, a determinare il successo o il fallimento della traduzione.

Comunque è noto che la competenza può avere qualche relazione con l’età visto che ci può essere un aumento dell’abilità linguistica man mano che si procede con l’età. È necessario aggiungere che le differenze tra traduzioni dello stesso lavoro sono dovute dal fatto che la capacità di trasferimento da una lingua all’altra è diversa da individuo a individuo. Tutto dipende dalla propria capacità interlinguistica.

Sesta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto dal Dottor S. O. Kolawole e pubblicato nell’aprile del 2012 su Translation Journal

Traduzione a cura di:
Alexis Gagliardi
Laurea in Scienze della Mediazione Linguistica
Torino

Ogni bilingue è un traduttore? (4)

 Categoria: Traduttori freelance

< Terza parte di questo articolo

La traduzione è sinonimo di bilinguismo?
Un equivoco comune nella pratica della traduzione è che la traduzione è bilinguismo e ogni bilingue è automaticamente un traduttore. Ma è davvero così ? Ogni bilingue è o può diventare un traduttore ? Prima di rispondere a questa domanda, bisogna capire chi è un bilingue e cosa fa davvero un traduttore. È anche essenziale capire la relazione tra bilinguismo e traduzione. Capirlo aiuterà il lettore a comprendere che la traduzione non è sinonimo di bilinguismo, anche se uno completa l’altro. I diversi tipi di bilinguismo (sociale, professionale e nativo) saranno discussi di seguito.

La relazione tra bilinguismo e traduzione
Il bilinguismo, secondo Kholer (1973), aiuta ad esaminare alcune domande sull’uso del linguaggio e ad imparare di più su come la mente umana gestisce diversi tipi di riformazione. Siccome la traduzione è un’applicazione pratica della teoria del significato, la comprensione del significato di un testo da parte di un traduttore può essere analizzata a diversi livelli e per diverse unità.

Le persone bilingue interpretano le parole in modo differente rispetto alle traduzioni fornite dai dizionari, e questo ha una spiegazione psicologica. I bilingue usano le parole in contesti e situazioni definiti sia dalle loro caratteristiche fisiche sia dalle loro abitudini, mentalità, inclinazioni e intenzioni nei confronti del mondo. Queste condizioni cognitive ed emozionali interessano il modo in cui le parole vengono interpretate quando vengono sentite o lette (Kholer, 1973: 283) e il significato che viene loro attribuito.

Le parole che descrivono idee politiche o etniche o emozioni hanno normalmente significati diversi in lingue e culture diverse. Anche se queste parole esistono in altre lingue, il significato che le viene attribuito differisce da cultura a cultura e questo spiega la difficoltà nel tradurre lingue culturalmente distanti tra loro e perché la traduzione di un bilingue a volte è diversa da quella di un dizionario: egli adatta il significato nell’altra cultura mentre passa da una lingua all’altra. Ciò è possibile perché essere bilingue vuol dire anche essere biculturale.

Imparare a fare una cosa in una lingua non implica saperlo fare anche nell’altra. Al contrario delle scienze naturali o delle belle arti, le lingue hanno diverse caratteristiche che interessano il processo traduttorio, rendendolo più difficile. Per esempio, se si ha a che fare con una traduzione parola per parola o frase per frase, si otterrà un risultato molto simile a quello di una traduzione automatica, perché una traduzione di questo tipo può creare un prodotto equivalente, ma anche tra lingue strettamente imparentate si presenta qualche differenza, nelle espressioni idiomatiche o nella sintassi (Malakoff e Hakuta, 1991).

Un bilingue che non pratica la sua lingua madre, o quasi per nulla, può avere difficoltà a pensare in quella lingua e trova più facile esprimersi nella sua seconda lingua. I traduttori (Lambert, 1978) sono considerati persone speciali per la serietà applicata nel catturare ogni dettaglio del messaggio del parlante e convertire tutto in un’altra lingua senza omettere nulla. Secondo Lambert, il bilinguismo nei traduttori ha l’effetto di dotarli di una speciale forma di intelligenza e sensibilità, e abilità nello scoprire cosa è inteso e cosa è implicito.

Quinta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto dal Dottor S. O. Kolawole e pubblicato nell’aprile del 2012 su Translation Journal

Traduzione a cura di:
Alexis Gagliardi
Laurea in Scienze della Mediazione Linguistica
Torino

Ogni bilingue è un traduttore? (3)

 Categoria: Traduttori freelance

< Seconda parte di questo articolo

La distinzione tra bilinguismo composto e coordinato va posta sotto esame. Negli studi fatti su persone multilingue, molti hanno mostrato un comportamento intermedio tra il bilinguismo composto e coordinato. Alcuni autori suggeriscono che la distinzione andrebbe fatta solo a livello grammaticale invece che sul vocabolario, altri usano il termine “coordinate bilingual” come sinonimo per coloro che hanno imparato due lingue fin dalla nascita, e altri hanno proposto di lasciar cadere la distinzione.

Nel bilinguismo, ci sono sempre problemi per quanto riguarda il bilinguismo bilanciato, l’idea della prevalenza  di una lingua, del perché non si può parlare di bilinguismo perfetto, per cui è difficile valutare l’equivalenza per quanto riguarda la traduzione. Si può solo misurare la dominanza di una lingua sull’altra.

A livello di competenze cognitive, quei bilingue che sono prolifici in due o più lingue, come quelli composti o coordinati, risultano avere una migliore abilità cognitiva, e imparano meglio un’ulteriore lingua in tarda età rispetto ai monolingue. Scoprire molto presto che i concetti possono essere organizzati in più di un modo dà ai bilingue un vantaggio.

Un collegamento continuo tra due lingue non mutualmente intellegibili e una che non conduce né a soppressione né a estensione di entrambe è traduzione. E quando due persone che parlano due lingue diverse devono conversare, la traduzione è necessaria anche attraverso una terza parte o direttamente. Paul Kholer (1973) discute la relazione tra bilinguismo e traduzione donando esempi studiati, considerando i livelli lessicali della traduzione e il ruolo che gioca il bilinguismo. Kholer va oltre dicendo che non esiste una traduzione automatica che sia soddisfacente per la semplice ragione che la struttura della lingua è complessa e le parole hanno più di un significato che dipende dal contesto in cui sono usate, e la traduzione automatica non può discriminare i vari significati di una parola.

La traduzione è un’applicazione pratica della teoria del significato. Il significato può essere analizzato a diversi livelli e in differenti unità, cioè dalla parola alla frase, all’enunciato, fino al testo. L’importanza del significato nella traduzione si può osservare nell’affermazione di Peter Newark (1982), il quale definisce la traduzione come “rendere il significato di un testo in un’altra lingua nel modo in cui l’autore ha inteso il testo”. Eugene Nida la definisce come “riprodurre nella lingua d’arrivo il messaggio della lingua di partenza prima in termini di significato e in secondo luogo in termini di stile”. Si osserva quindi che al significato va data priorità in qualsiasi traduzione perché il significato è la costante e va mantenuta tale; la forma può variare a seconda dello stile del traduttore o del testo.

La traduzione secondo Catford (1965: 20) implica semplicemente “la sostituzione o rimpiazzo del materiale testuale di una lingua con il materiale testuale equivalente di un’altra”. Il concetto di equivalenza pone comunque dei problemi perché può essere interpretato in varie maniere. Nell’equivalenza, non solo la parola viene presa in considerazione, ma anche il contesto.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto dal Dottor S. O. Kolawole e pubblicato nell’aprile del 2012 su Translation Journal

Traduzione a cura di:
Alexis Gagliardi
Laurea in Scienze della Mediazione Linguistica
Torino

Ogni bilingue è un traduttore? (2)

 Categoria: Traduttori freelance

< Prima parte di questo articolo

Thiery (1978) nel suo lavoro “True bilingualism and second language learning” afferma che il termine “perfect bilingual” suggerisce due cose:

  1. Una persona parla due lingue con egual competenza
  2. Una persona ha due lingue madre

Un esempio del primo scenario: i bambini inglesi che vivevano in India durante il periodo coloniale imparavano l’inglese dai loro genitori e una lingua indiana dalle loro balie o dai loro servitori. Questo caso di bilinguismo può non essere considerato di natura generale perché risulta difficile, se non impossibile, determinare se una persona è competente allo stesso modo o meno in entrambe le lingue. Il fatto è che nessun criterio di comparazione è mai stato stilato. Nel caso del secondo tipo di bilinguismo perfetto, si potrebbe voler prima esaminare cosa s’intende per lingua madre e come le lingue vengono apprese.

Thiery (1978: 146) definisce la lingua madre come “la lingua o le lingue che il bambino apprende per immersione, cioè per normale reazione ai suoni del suo ambiente al fine di poter comunicare con esso. Quindi la lingua madre non viene insegnata attraverso un’altra lingua”. Se si accetta questa definizione, una persona non può essere considerata un “vero bilingue” se ha imparato la lingua attraverso l’insegnamento, indipendentemente da quanto la parla bene. Il bilinguismo tardivo porta alla mutua interferenza tra le due lingue, la quale può avvenire a livello della pronuncia, della grammatica, e anche del significato delle parole. I bilingue spesso parlano con un “accento” perché trasportano da una lingua all’altra alcune caratteristiche della pronuncia. Quindi, un vero bilingue, secondo Thiery, è colui che è accettato dai membri di entrambe le comunità linguistiche col suo stesso livello culturale e sociale. La traduzione è idealmente una questione di bilinguismo perché riguarda due lingue. Il bilinguismo è quindi la capacità di un individuo di parlare due lingue con lo stesso livello di competenza. Ha a che fare con l’acquisizione e la conoscenza di due lingue ed è quindi necessario portare la conoscenza di entrambe sullo stesso livello. Bell Rogers classifica i bilingue in “Compound” e “Coordinate”. Lambert (1978: 137-138) concorda con questa classifica. Secondo lui:

Per bilingue composto (compound) si intende una persona che ha imparato due lingue simultaneamente fin dall’infanzia e con interlocutori che le usavano ugualmente e bene e interscambiandole spesso. È anche noto come vero bilingue o bilingue perfetto. Per i bilingue composti, parole e frasi in lingue diverse rappresentano lo stesso concetto; ciò vuol dire che, per esempio, “chien” e “dog” sono due parole per lo stesso concetto per un parlante franco-inglese di questo tipo. Questi tipi di bilingue parlano di solito fluentemente entrambe le lingue.

Un bilingue coordinato è colui che ha appreso le lingue in contesti diversi, diversi sono i tempi di apprendimento (la seconda lingua è stata imparata dopo l’infanzia) e il contesto socio-culturale. Una lingua viene di solito usata in casa e una fuori casa (a scuola o col vicinato). Questo può essere chiamato “la bilingual d’expression”, cioè saper padroneggiare una seconda lingua come lingua di lavoro ma senza dominarla del tutto. Per esempio, si può conoscere bene la lingua francese ma dominare solo la lingua inglese. Parole e frasi nella mente dei bilingue coordinati sono collegati al loro unico concetto; così per un bilingue di questo tipo “chien” e “dog” hanno associazioni diverse. In questi individui una lingua è dominante e può interferire con la seconda. Questi bilingue sono noti per usare differenti aspetti dell’intonazione e della pronuncia, e qualche volta per affermare di avere la sensazione di avere differenti personalità legate a ciascuna lingua.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto dal Dottor S. O. Kolawole e pubblicato nell’aprile del 2012 su Translation Journal

Traduzione a cura di:
Alexis Gagliardi
Laurea in Scienze della Mediazione Linguistica
Torino

Ogni bilingue è un traduttore?

 Categoria: Traduttori freelance

In tutto il mondo, la traduzione è diventata un’attività universale. Il bilinguismo come concetto rientra nel campo della psicolinguistica, ma gli studiosi hanno differenti opinioni sul suo ruolo nella traduzione. Che cos’è l’attività traduttiva? Cos’è il bilinguismo? C’è una relazione particolare tra questi due concetti? Quali sono le funzioni specifiche del bilinguismo nella teoria della traduzione? Questo articolo cercherà di dare risposta a queste domande, considerando anche la relazione tra abilità innata per la traduzione e bilinguismo. Verranno esaminati termini come traduzione naturale, bilinguismo sociale e professionale, traduzione innata. Il traduttore ha bisogno di un allenamento particolare? Che ruolo svolge la conoscenza della metalinguistica nella traduzione di un bilingue? Tutto questo formerà il nucleo della nostra discussione.

Introduzione
Nel mondo vengono parlate un diverso numero di lingue; ogni persona parla almeno una lingua, che impara durante l’infanzia e che usa quotidianamente nel parlato e nello scritto. Comunque, molte persone scelgono di imparare altre lingue, o sono costrette a farlo. Ci sono molti benefici nell’essere bilingue, si perfezionano le abilità linguistiche e metalinguistiche, migliora l’elasticità cognitiva, come nel pensiero divergente e nella formulazione di concetti, l’abilità verbale e il ragionamento.

Il bilinguismo è necessario, ma non sufficiente per avere la giusta abilità ed efficienza nella traduzione. Molte persone hanno la capacità di imparare una seconda lingua: può essere la lingua di un altro paese, oppure un’altra lingua parlata nel proprio paese. Oggi aumentano nel mondo le scuole e gli istituti che offrono corsi di lingua straniera, e molte università li hanno inclusi nei loro programmi di studi. Quando si impara un’altra lingua, bisogna comprenderne le basi grammaticali e impararne il vocabolario. Essere bilingue offre una maggiore sensibilità verso il linguaggio, maggior flessibilità nel ragionamento e un orecchio migliore all’ascolto. Migliora anche la comprensione della propria lingua madre e apre le porte verso altre culture. Oltretutto, la conoscenza di altre lingue aumenta le opportunità di lavoro e di carriera.

Il termine “bilinguismo” deriva da “Bi” e “Lingua”, cioè “due lingue”. Il “Concise Oxford Dictionary” definisce bilingue chi sa scrivere o parlare due lingue; la completa padronanza di due lingue si definisce “bilinguismo”. Normalmente, le persone apprendono all’inizio una sola lingua, detta “lingua madre”. Le altre lingue vengono apprese fino a certi gradi di competenza in varie circostanze. Questi parlanti crescono come bilingue, ma l’apprendimento di una seconda lingua o altre lingue è un’attività sovrapposta, in una certa misura, alla padronanza della propria lingua madre ed è un processo diverso intellettualmente. Il bilinguismo è un’attività volontaria quando intrapresa dopo l’adolescenza, cioè quando si sono già apprese, in tutto o in parte, le strutture e il vocabolario della propria lingua madre. È solo venendo in contatto con un’altra lingua che ci si rende conto della complessità del linguaggio e dello sforzo necessario per apprendere una lingua. In generale si possono distinguere due tipi di bilinguismo, a seconda se le due lingue vengono apprese per esperienza simultanea, cioè l’uso di entrambe avviene nello stesso ambiente e nelle stesse circostanze, o se vengono apprese per esposizione a una lingua per volta, in situazioni differenti.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto dal Dottor S. O. Kolawole e pubblicato nell’aprile del 2012 su Translation Journal

Traduzione a cura di:
Alexis Gagliardi
Laurea in Scienze della Mediazione Linguistica
Torino

L’interprete e il traduttore presso il Tribunale

 Categoria: Operatori nel settore traduzioni

Anche se l’imputato, colui che accusa o i testimoni non parlano la lingua tedesca, hanno comunque il diritto di comprendere i contenuti del dibattimento. Gli interpreti giurati hanno la funzione di agevolare la comunicazione in Tribunale.

Qualche volta la situazione può diventare piuttosto complicata: „Signor Presidente, ho l’impressione che l’imputato non capisca che cosa gli sto dicendo“. Davanti all’interprete sedeva un uomo proveniente dall’Africa. Dato che il suo paese in passato era stato una colonia francese, il Tribunale dava per scontato che lo stesso parlasse la lingua francese, quindi era stata incaricata una interprete di tale lingua. Risultava però che l’imputato comprendeva la lingua coloniale solo in modo molto limitato.

Si doveva quindi trovare una interprete che conoscesse il dialetto africano dell’imputato.E così il dibattimento proseguiva con un certo ritardo.

Casi difficili come questo si verificano comunque raramente. Normalmente la nazionalità dell’imputato si riconosce dall’atto d’accusa oppure,consultando il verbale di interrogatorio, si può evincere in quale lingua era stato sentito dalla Polizia.

In base a ciò vengono scelti gli interpreti. Normalmente questo sistema funziona molto bene. Per la ricerca di adeguati interpreti e traduttori la Landesjustizverwaltungen (N.d.Amministrazione federale della giustizia) dispone di una banca dati ove sono inseriti gli interpreti e i traduttori giurati e abilitati in tutte le lingue possibili. Solo nel caso di lingue molto inusuali come il mongolo o particolari dialetti arabi, sono rari gli interpreti qualificati.

Nei tribunali dovrebbero comparire solo interpreti e traduttori che hanno ottenuto la qualifica corrispondente. Un buon presupposto per svolgere l’attività di interprete e traduttore in tribunale e/o in ambito giuridico è avere svolto una formazione generale come interprete e traduttore attraverso uno studio universitario pluriennale, preferibilmente orientato in materia giuridica. In alternativa possono ricoprire bene questo ruolo anche coloro che hanno una formazione universitaria giuridica o che hanno svolto altri studi e che magari hanno già esercitato una professione in ambito legale. Questi possono svolgere una formazione come interpreti o traduttori e sostenere il corrispondente esame di stato.

Fonte: Articolo scritto da Sabine Olschner e pubblicato il 2 maggio 2018 su Legal Tribune Online

Traduzione a cura di:
Federica Boggio
Avvocato
Gerzen (Germania)

Viaggio nella storia della traduzione (2)

 Categoria: Storia della traduzione

< Prima parte di questo articolo

La traduzione e la scoperta dell’America
La popolarità dei traduttori continuò a crescere con la scoperta d’America risultando imprescindibile nei viaggi colombiani per comunicare con gli indigeni e, come conseguenza, le autorità spagnole si videro obbligate a regolare il lavoro degli interpreti. Questo processo di regolazione può definirsi come punto di partenza di ciò che attualmente conosciamo come traduttori e interpreti giurati, nominati da un’autorità e regolati da una normativa specifica.

Alla fine della conquista e agli albori della colonizzazione, la formazione di traduttori e interpreti continuò il suo processo di istituzionalizzazione e per la prima volta nell’anno 1563 si menzionò il concetto di “interpreti che giurano”, che faceva riferimento a quegli individui del Nuovo Mondo che rendevano possibili mediante il linguaggio parlato e la comunicazione interlinguistica le relazioni commerciali tra i colonizzatori e i nativi.

Una volta “civilizzato” il continente americano, la traduzione continua la sua “conquista” storica raggiungendo un impulso e uno sviluppo sociale e culturale di grande magnitudo grazie alla rivoluzione rinascimentale: la scoperta della stampa, che apporta nuove sfumature e suppone la diffusione della conoscenza e la cultura a tutti i mezzi, a tutti i gruppi sociali e a tutte le lingue. Un risultato storico in cui la traduzione svolse un ruolo fondamentale, riuscendo, a partire da allora, a cambiare anche la visione del mondo.

Durante i secoli successivi, continuarono ad ampliarsi gli orizzonti commerciali ed economici, contribuendo alla diffusione dell’attività traduttologica in relazione di simbiosi totale, in cui la maggiore beneficiaria fu la cultura e chi si nutriva di essa.

La traduzione nell’epoca attuale
Durante i secoli XX e XXI, la traduzione di testi specialistici conferisce a questa attività la categoria di disciplina scientifica, mettendo la spilla finale all’ultimo periodo di evoluzione storica traduttologica: l’era della traduzione e dell’interpretazione propriamente detta. I mezzi di comunicazione, le tecnologie dell’informazione, i processi di globalizzazione, le nuove domande di mercato e la massima espansione del commercio internazionale rappresentano a titolo enunciativo le nuove sfide di una professione che si è evoluta di pari passo con il genere umano, si è adattata alle sue necessità e, oggi più che mai, è necessaria per qualunque atto quotidiano e formale: per poter vedere le nostre serie preferite, leggere i nostri autori preferiti, trovare o ricoprire un posto di lavoro in un Paese straniero, realizzare studi in un’Università fuori dalla Spagna, costituire una società in un Paese emergente e anche per assistere ad un Congresso e comprendere i conferenzieri stranieri.

Se ci fermiamo per un attimo e osserviamo intorno a noi, ci renderemo conto che la traduzione è parte della nostra vita quotidiana.

Fonte: Articolo scritto da Carolina Balsa Cirrito e pubblicato il 29 aprile 2014 sul sito Traductores Oficiales

Traduzione a cura di:
Erika Corso
Studentessa Universitaria
Università degli studi di Ferrara

Viaggio nella storia della traduzione

 Categoria: Storia della traduzione

Vista la necessità intrinseca all’essere umano di relazionarsi e comunicare, la figura del traduttore e/o interprete inizia a forgiarsi quasi parallelamente alla nascita della storia dell’umanità, e la sua evoluzione e il suo sviluppo sembrano andare di pari passo, in funzione delle necessità comunicative di ogni fase storica. Attraverso un’analisi cronologica vogliamo offrire una visione dell’evoluzione storica della figura dell’interprete, precursore di questa attività, e del traduttore, che è apparso posteriormente.

La storia della traduzione- Inizi
Le prime civiltà erano caratterizzate dalla presenza nei loro gruppi sociali di una sorta di mediatori culturali, colti e, ovviamente, conoscitori delle lingue di differenti regioni vicine che iniziarono a forgiare caste di traduttori nella cultura egizia e romana, svolgendo un lavoro principalmente orale e comunicativo.

Con il passare dei secoli e vista la necessità di estendere e rendere accessibile “la parola di Dio” e diffondere i testi sacri, i sacerdoti assunsero la funzione di traduttori che iniziò come tecnica orale per poi evolversi in traduzione scritta. Non si può compiere questa analisi storica senza menzionare il patrono dei Traduttori e Interpreti, San Girolamo, il primo traduttore conosciuto che tradusse la Bibbia nel latino volgare e, in più, fu la prima persona conosciuta a riflettere e scrivere sul metodo di tradurre.

Se continuiamo a viaggiare verso la Spagna medievale, osserviamo che la traduzione godeva di una immensa importanza, dato che il territorio conquistato nel 711 dai musulmani diventa poco a poco il centro di radiazione culturale del Mediterraneo per la sua situazione peculiare tra tre mondi: l’arabo, l’ebraico e il cristiano. La città di Toledo era il fedele riflesso di convivenza di queste tre culture, convertendosi in un nuovo centro di diffusione e fondando nel XII secolo, la “Scuola di Traduttori”, il primo passo verso la costituzione della professione.

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Fonte: Articolo scritto da Carolina Balsa Cirrito e pubblicato il 29 aprile 2014 sul sito Traductores Oficiales

Traduzione a cura di:
Erika Corso
Studentessa Universitaria
Università degli studi di Ferrara

La traduzione e i rifacimenti nel Medioevo (2)

 Categoria: Storia della traduzione

< Prima parte di questo articolo

Parlando di Medioevo è opportuno tenere presente alcune caratteristiche fondamentali, che riguardano tanto la traduzione come la tradizione dei testi.

Bisogna in sostanza tener conto di due aspetti:

Secondo Paolo Folena possiamo distinguere tra traduzione “orizzontale” comprendente le traduzioni tra lingue volgari, e traduzioni “verticali”, ovvero traduzioni volgarizzate partendo dalla lingua Latina.

L’altra osservazione riguarda la tradizione manoscritta dei testi Medioevali, messa in luce da Alberto Vàrvaro, in cui si distingue tra “tradizione attiva” e“tradizione quiescente”.

La prima riguarda la mancata osservanza del copista di curarsi del testo, la seconda riguarda il rispetto verso il testo da copiare.

Il copista spesso, per varie ragioni, tende ad utilizzare più fonti, rendendo il testo pieno di contaminazioni.

Le connotazioni assunte nel medioevo dai termini: Traduzione e Rifacimento assumono nuove forme. E’ possibile affermare che la versione Medievale rappresenti il rifacimento del testo originale.

Il compito del volgarizzatore è quello di rompere e rimontare le parti di un testo, cospargere il testo di diverse soluzioni lessicali e di introdurre strutture in parallelo o in chiasmo.

I rifacimenti di un testo Medievale, possono essere distinti da un punto di vista quantitativo:

- se il testo che ha subito il rifacimento, non cambia la sua ampiezza, parliamo di parafrasi

- se il testo che ha subito il rifacimento si abbrevia ci accostiamo al compendio

- se il testo che ha subito il rifacimento si amplifica, si fa ricorso a risorse di ornatusdifficilis che espandono retoricamente un dettato piùfacilis, sia col ricorso a inserzioni e interpolazioni d’ogni genere.

Per quanto riguarda invece l’aspetto generico, riferito al genere letterario, il rifacitore passa da un genere all’altro o dalla poesia alla prosa.

I rifacimenti infine, possono essere distinti dalle traduzioni in base ad una serie d’istanze (retorica, testuale, linguistico-formale, ideologica, compilativa, antologica) in cui è possibile far luce sui problemi di rifacimento:[1]

Autrice dell’articolo:
Federica Turrisi
Laurea Magistrale in Truduzione Specialistica
Università degli studi da Bari A. Moro


[1] Alfonso D’Agostino- Traduzione e rifacimento nelle letterature romanze medievali

La traduzione e i rifacimenti nel Medioevo

 Categoria: Storia della traduzione

Nell’attività di traduzione medievale è opportuno tenere conto di tre parametri essenziali:

- <<l’indispensabilità della funzione critica ed ermeneutica che nell’accostamento ad un testo>> letterario << deve essere concomitante, se non addirittura preliminare, alla pura prassi della traslitterazione linguistico-semantica: funzione che permette di dosare, tra l’altro, il margine di libertà concesso a quel lettore privilegiato che è traduttore, legato al testo da imprescindibili vincoli di fedeltà>>.

- << la precarietà della traduzione>>

- << l’inevitabile riduttività implicita in ogni operazione del tradurre; poiché risulta illusoria qualsiasi ipotesi di recuperare tutte le implicazioni possibili del messaggio, la traduzione finisce con l’essere sempre un’operazione parziale>>[1]

Nell’ambito delle traduzioni medievali, il traduttore oltre alle conoscenze basiche e indispensabili come: la conoscenza linguistica, culturale e storica, dovrà considerare il pubblico a cui è destinata la traduzione e l’acquisizione del messaggio.

Le traduzioni in ambito medievale infatti riguardano tre diversi tipi di processi:

Il filologo medievalista, durante la sua operazione di parafrasi del testo, deve dimostrare di aver compreso esattamente il testo da lui analizzato, offrendo al lettore specialista una serie di giustificativi, mediante l’utilizzo di note e di un commento sulle scelte testuali compiute.

Un’operazione differente invece è quella della traduzione letterale, in cui il filologo riporta in una lingua d’arrivo, un testo che sia comparabile a quello di partenza nei contenuti e che permetta, anche al lettore non esperto linguisticamente e tecnicamente dell’area culturale, di comprenderne il significato nella propria lingua in parallelo con l’originale.

Infine abbiamo una terza versione, destinata ad un pubblico “ingenuo”, in cui non appare il confronto diretto con l’originale, ma in cui si garantisce comunque la professionalità della traduzione, in cui anche nella sua autonomia si garantiscono gli stessi criteri applicati nella traduzione sinottica.

In un saggio del 1959, Roman Jakobson individuò tre tipi di traduzione:[2]

- endolinguistica: caratterizzata dalla riformulazione del testo
- Interlinguistica: caratterizzata dalla traduzione propriamente detta
- Intersemiotica: riguardante la trasmutazione di un messaggio da immagini a testo

Nella cultura medievale la trasmutazione è fornita dalla traduzione di immagini pittoresche di contenuto sacro o facenti parte delle letterature agiografiche.

In età medievale si sono prodotte una serie di testi ad alto contenuto artistico, come “Lascantigas de Santa Maria” di Alfonso X di Castiglia.

La traduzione e il rifacimento rappresentano insieme alla prosificazione e ad altre manipolazioni il testo “secondo”. Il termine “secondo” testo designa quel testo che viene dopo un altro testo, oppure un testo fatto secondo un altro testo.

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Autrice dell’articolo:
Federica Turrisi
Laurea Magistrale in Truduzione Specialistica
Università degli studi da Bari A. Moro


[1] Giuseppe Tavani, TRADURRE IL MEDIOEVO: come?
[2] Roman Jakobson, Aspetti linguistici della traduzione (1959)

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Infine, l’avventura grafica in questione propone una serie di citazioni da altri videogiochi, molti dei quali non sono stati tradotti in italiano; le cose vengono rese ulteriormente complicate dal fatto che gli stessi titoli siano utilizzati all’interno di The Journey Down: Chapter One come nomi di prodotti congelati che Bwana ritrova all’interno di una cella frigorifera: starà al localizzatore cercare di creare un’espressione che richiami sia il videogioco citato sia l’appeal commerciale di un prodotto alimentare.

Nel primo caso l’espressione è Pickled Spoonbeak, che in italiano è stata tradotta come I Beccocucchi di Nelly Cootalot: all’interno è rintracciabile sia la citazione al videogioco (Nelly Cootalot, che è il protagonista dell’avventura citata) sia la creazione di un nome di fantasia per Spoonbeak, uccelli ispirati ad una specie realmente esistente caratterizzata da un becco a forma di cucchiaio, da qui la scelta di Beccocucchi, che richiama quindi le fattezze fisiche dell’uccello.

Il secondo caso propone l’espressione Gemini Rhubarb, che richiama Gemini Rue, ovvero il nome di un’avventura tradotta in italiano ma che ha conservato il titolo originale. La traduzione italiana propone Gemini Rustici, per via dell’assonanza con il titolo originale.

L’ultimo caso è Laurence’s deep fried chocolates, che cita al suo interno un personaggio del videogioco Airwave: Laurence, infatti, è un personaggio che frigge praticamente qualsiasi cosa; la traduzione italiana è Ciocofritti di Laurence, una crasi tra l’ingrediente principale, il cioccolato, e la modalità di cottura, ovvero la frittura.

Riflessioni e Conclusioni
Quando si parla di traduzione nel suo significato più tradizionale, caratteristiche quali l’accuratezza e l’equivalenza sono in genere garanzie di qualità del prodotto tradotto. D’altro canto, se si volge lo sguardo verso gli effetti di un intervento di localizzazione incentrato sulla transcreazione, quest’ultimo vede come oggetto di analisi l’aspetto creativo del prodotto, la sua non convenzionalità. Ad un rapido confronto, se nel caso della traduzione il lavoro viene condotto da una sola persona, la quale si occupa principalmente di traduzione e (a volte) revisione, l’intervento di transcreazione necessita di un team. Il team di transcreazione si preoccupa di consultare il pubblico al quale è rivolto il prodotto videogioco in modo da familiarizzare con il tipo di linguaggio utilizzato dal cosiddetto target player. Ad un’analisi più approfondita, nel caso della localizzazione videoludica, il team di transcreazione si impegna a stabilire un rapporto di comunicazione stretta con fasce di utenti di età variabile tra i cinque e i venticinque anni ai quali il gioco è destinato, investigando attentamente sulle peculiarità linguistiche  e sull’ambiente culturale che li caratterizza.

Ancora, traduzione e transcreazione non sono necessariamente ascrivibili ad una sola persona; questo perché un traduttore professionale sarà sempre in grado di fornire una traduzione fluente e corretta, ma questo non sarebbe necessariamente indice di efficacia e funzionalità. La figura di un localizzatore specializzato unicamente nel lavoro di transcreazione garantisce una certa destrezza linguistica oltre che concettuale

«the goal of trascreation isn’t to say the same thing in another language. The aim of the game with trascreation is to get the same reaction in each language, something that translation in itself won’t be able to achieve.»

Dagli studi effettuati in ambito traduttologico si evince che la Skopos theory proposta da Vermeer risulta applicabile in maniera più che soddisfacente al campo della localizzazione dei videogiochi: in questo ambito, la Skopos theory enfatizza notevolmente l’obiettivo che sottosta all’utilizzo di una determinata espressione e che vede come target una gamma variegata di giocatori. Per questo motivo, la figura del traduttore di videogiochi, in particolare  di avventure grafiche, dovrebbe possedere una solida conoscenza dell’approccio funzionalista nella traduzione videoludica e più in generale della traduzione. Soltanto attraverso un approccio funzionalista, infatti, è possibile evitare stasi legate all’attaccamento al testo della lingua di partenza, preferendo una maggiore confidenza e consapevolezza nell’alterare, adattare, rimuovere o applicare qualsiasi altro tipo di modifica che possa fornire un testo che soddisfi le aspettative dell’utente. E’ consigliabile che al traduttore venga concessa la possibilità (spesso negata) di testare l’avventura simultaneamente al processo di localizzazione, in quanto ciò potrebbe garantire un’interpretazione propriamente contestualizzata all’esperienza di gioco. Infine, sarebbe opportuno offrire al cliente la possibilità di effettuare un test preliminare sul videogioco prima del rilascio ufficiale.

Autrice dell’articolo:
Claudia Mucavero
Titolo/Qualifica: Transcreator
Taranto

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Più tecnicamente, si parla di transcreazione, ovvero quel processo attraverso il quale il traduttore esprime un concetto cercando di focalizzarsi principalmente sull’effetto che quella data espressione dovrà scatenare nella mente del giocatore. Tra gli esempi più significativi, la scelta di identificare una specie di pesce inventata dallo sviluppatore in The Journey Down: Chapter One con un nome anch’esso di fantasia: il termine inventato mudyuggler diventa in italiano fangasio (un termine che fa il verso alla specie, realmente esistente, del pangasio) in quanto il tipo di pesce concepito dallo sviluppatore è l’unica specie che stanzia tra le acque fangose e piene di rifiuti della Baia di Kingsport; l’assonanza tra il fango delle acque e il nome del pesce è così forte da giustificare la scelta transcreativa.

Sempre in The Journey Down: Chapter One si assiste ad una scena dai risvolti fortemente creativi e stimolanti per il localizzatore: Bwana vuole entrare all’interno di una nave che però viene tenuta d’occhio dal Capitano di terra, il quale è restio all’idea di permettere l’ingresso a bordo ai comuni cittadini; per entrare Bwana dovrà fingersi mozzo, ma neanche questo sembra bastare, dal momento che il capitano lo interroga sulla parola d’ordine per poter accedere alla nave. A questo punto il giocatore dovrà scegliere tra una serie di parole d’ordine proposte dal gioco, sperando che almeno una delle tre possa garantirgli l’accesso. L’aspetto divertente e creativo è caratterizzato proprio dalle parole d’ordine: Bouncing barnacles! è tradotto come Per tutti i gamberi saltellanti!, dal momento che l’accezione italiana di barnacles, ovvero cirripede, risulta troppo tecnica e poco flessibile per una forma di trasformazione creativa. Lo stesso ragionamento è stato applicato alla parola d’ordine Scurvy scallions!: lo scorbuto (scurvy) era una malattia un tempo comune tra pirati e marinai e derivava dalla mancanza di vitamina c, rintracciabile in frutta e verdure; tra gli alimenti consigliati per curare questa patologia vi erano anche le cipolle (scallions). Ne consegue che una traduzione letteraria non avrebbe potuto garantire l’umorismo delle espressioni piratesche; tuttavia, si è tenuto conto della referenza storica per proporre una parola d’ordine che vede come protagonista non la cura bensì la vittima dello scorbuto, ovvero i marinai. La parola d’ordine creata per il pubblico italiano sarà quindi Corpo di mille pirati sdentati!, a ricordare le malattie dentali che affliggevano le persone affette da scorbuto.

Nello stesso videogioco, se si cerca di far interagire il protagonista con l’insegna di una tavola calda, questi commenterà

Bwana: Mama Makena’s Diner – A shining beacon of hope for any hungry sailor!

e successivamente il solito pirata corpulento gli risponderà

Marinai: A shining beacon of bacon I’d say!

Nonostante si parli di pancetta, si è ritenuto opportuno riformulare la risposta del marinaio in modo da far risaltare l’importanza del posto in cui si svolge l’intera avventura, ovvero una località marittima; l’effetto metaforico e al tempo stesso umoristico salta subito all’occhio nella versione italiana che quindi reciterà

Bwana: La tavola calda di Mama Makena: un colpo di fortuna per un marinaio affamato!

Marinai: Un colpo di fortuna, un polpo di fortuna!

Ancora, il gioco propone una scena il cui protagonista è un marinaio che, arrivato alla tavola calda di cui sopra, chiede dell’altro caffè, dal momento che ne apprezza il gusto concentrato. Mama Makena, la proprietaria della tavola calda, è ben felice di servire il suo cliente e commenta

Mama Makena: Sure thing sailor. Another brew of Mama Makena’s volcanic rock coming right up!

La traduzione italiana della versione di partenza recita Certo, marinaio. Un altro sorso dell’acqua di fuoco di Mama in arrivo!: in questo senso si è cercata un’analogia tra il caffè concentrato di Mama Makena e il modo in cui gli indiani d’America chiamavano il liquore che veniva offerto loro dagli europei, ricercando un’associazione tra lo stordimento provocato dal caffè della proprietaria della tavola calda e quello provocato dal liquore degli europei, somministrato volontariamente per poter approfittare delle terre degli indiani, così come Mama Makena vorrebbe approfittare dei soldi dei suoi clienti.

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Autrice dell’articolo:
Claudia Mucavero
Titolo/Qualifica: Transcreator
Taranto

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In The Journey Down: Chapter One il protagonista interagisce con una figura, il cui volto è coperto da una maschera, intenta a saldare qualcosa su una nave; al saluto di Bwana, il quale si lascia andare ad un simpatico Hey, mister!, la figura non esita a rispondergli, riprendendolo ed esclamando Who are you calling mister?!, perché. come sarà visibile nel corso del gioco, si tratta di un personaggio femminile. In molti punta-e-clicca gli oggetti e/o le persone, se punti interattivi, sono solitamente indicati da un nome che li definisce sullo schermo: nel gioco, la figura analizzata prende il nome di Welder, che in inglese è privo di genere. Se ci limitassimo ad una traduzione letterale, adoperando il termine Saldatrice, non solo rischieremmo di definire in modo inappropriato il personaggio (dal momento che il termine saldatrice ha in italiano un uso più esteso per gli oggetti piuttosto che per la professione), ma porteremmo all’attenzione dell’utente il genere del personaggio prima ancora che egli vi  interagisca, di fatto rendendo inutile la scena elaborata dagli sviluppatori. Per questo motivo, si è cercato di utilizzare un termine che al suo interno non comprendesse un suffisso di genere femminile o maschile; la scelta è caduta su Macchinista.

Development of meaning. La tecnica consiste nell’esprimere un concetto utilizzando più parole, in modo da facilitare la comprensione e lo svolgimento dell’azione. In The Journey Down: Chapter One, se si prova  a far interagire la chiave inglese con un personaggio, Bwana esclamerà indignato

Bwana: Wrenching people just isn’t my thing!

In italiano l’espressione è stata tradotta come Agguati con la chiave inglese? Non è il mio stile, in virtù del fatto che la lingua italiana, al contrario di quella inglese, non costruisce i verbi a partire dal sostantivo, perciò è stato necessario aggiungere più parole per specificare la «natura» degli agguati di cui parla Bwana.

Full rearrangement. Con questa tecnica si tenta di esprimere uno stesso concetto con parole e costruzioni completamente diverse, scegliendo una modalità diversa per parlare della situazione linguistica in questione. In The Marionette il protagonista, segregato in una casa persa nello spazio-tempo della mente di Alice, ripensa alla sua situazione tenendo un diario di quello che gli succede. Si legge

Well, if she thinks it’s time to kiss and make up, she’s in for a nasty surprise…

Si è scelto di localizzare l’espressione cercando di conservare soltanto il registro stilistico colloquiale in cui Martin scrive, di fatto eliminando qualsiasi somiglianza tra le due versioni

Se spera di finirla a tarallucci e vino, si sbaglia di grosso…

Sempre nella stessa avventura grafica, se si cerca di far parlare il protagonista con una scultura a forma di mano presente nel suo studio, lo stesso protagonista commenterà

Martin: Don’t make me «talk to the hand».

L’espressione talk to the hand è spesso accompagnata da un gesto iconico per esprimere disinteresse nei confronti dell’interlocutore. Dal momento che questa espressione non è disponibile all’interno del parlato italiano, si è scelto di riformulare la frase con un significato più vicino alla lingua di arrivo

Martin: Sono un ragazzo alla mano, ma non abbastanza da parlare a una mano.

in cui il concetto di «ragazzo alla mano», ovvero di persona semplice e genuina, è sicuramente più vicino al parlato italiano.

Compensation of meaning – Transcreation. La tecnica, nelle parole di Chiaro, è

«A kind of transformation which focuses on the target of the text, its style, appropriateness of words and expressions and generally on the impact that the text will create on the reader.»

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Autrice dell’articolo:
Claudia Mucavero
Titolo/Qualifica: Transcreator
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Dalla ricerca condotta sulle aree culturo-specifiche evince chiaramente il concetto di lingua-cultural drop in translational voltage: la metafora descrive la difficoltà e la «turbolenza» inevitabilmente percepita all’interno del codice verbale quando in stretta relazione col codice visivo.

Per superare questo genere di problemi, i traduttori si avvalgono generalmente di tre tecniche di controllo sulle referenze, rispettivamente:

- chunking upwards, la quale consiste nella generalizzazione della referenza nella lingua di arrivo rispetto alla lingua di partenza, attraverso l’uso di iperonimi; un esempio può essere rintracciato in The Journey Down: Chapter One, in cui è possibile interagire con un oggetto che nella versione inglese è identificato come winch; premesso che la storia vede Bwana e Kito proprietari di una stazione di benzina così bizzarra da avere un aereo ancorato alla baia presso la quale si trovano, affinché il velivolo decolli è necessario «levare l’ancora» e per farlo bisognerà armeggiare con il suddetto winch, che letteralmente sta per argano; tuttavia, è sembrato opportuno generalizzare la referenza per evitare di inserire troppi tecnicismi all’interno di un videogioco già pieno di tecnicismi nel campo semantico della meccanica. La traduzione alternerà allora termini come àncora o manovella, più familiari all’utente medio.

- chunking downwards, tecnica che consiste nel rimpiazzare il significato di determinate referenze con altre più specifiche, peculiari della lingua di arrivo: in The Marionette si parla di knife quando in realtà si è visivamente alle prese con un taglierino. Di conseguenza si è ritenuto opportuno specializzare la referenza nella lingua di arrivo, per cui l’espressione

Martin: Is that a knife in there?

si tradurrà in

Martin: Ehi, ma quello è un taglierino!

- chunking sideways, tecnica che consiste nel sostituire la referenza culturo-specifica con equivalenti dello stesso livello: in questo caso è sufficiente dare uno sguardo al commento fatto dal Capitano di terra in The Journey Down: Chapter One in merito all’ignoranza di Bwana su argomenti prettamente marinareschi

Dockmaster: ’tis a sailors secret, and nothing for a land crab as yerself.

Dal momento che l’espressione land crab ha un corrispettivo equivalente nella lingua di arrivo, si è scelto di optare per questo tipo di tecnica di localizzazione; la versione italiana reciterà quindi

Capitano di terra: E’ roba da marinai, una tartaruga di terra come te non può capire.

Fuzzy areas

Col termine fuzzy ci si riferisce a tutte quelle situazioni linguistiche (allusioni, canzoni, poesie, metafore, frasi idiomatiche, espressioni umoristiche, interiezioni) in cui la sovrapposizione linguistica e culturale risulta inevitabile. In casi come questi, il traduttore tende solitamente a dissociarsi dall’originale assetto della lingua di partenza, preferendo di norma l’utilizzo di tecniche di trasformazione; sebbene l’uso delle trasformazioni sia considerato uno strumento linguistico piuttosto che pragmatico, questi è di gran lunga preferito rispetto all’uso di analogie; questo perché, grazie alle prime, è possibile distaccarsi dal testo originale, evitando scomodi concetti «copia-incolla», di fatto lasciando che il traduttore manipoli l’ordine, lo stile e qualsiasi altro elemento strutturale di un’espressione per rendere quest’ultima quanto più vicina alle conoscenze linguistico-culturali dell’utente.

Recker definisce diverse modalità di trasformazione, e alcune di queste sono facilmente rintracciabili in situazioni peculiari dei videogiochi presi in esame.

Differentiation of meaning. Questa tecnica trova maggiore espressione nei casi di differenziazione di genere; nelle parole di Nissen

«languages can be classified according to whether they show grammatical gender or not. The determining criterior of gender is agreement, and saying that a specific language has, for instance, two genders implies that there are two classes of nouns, which can be distinguished syntactically according to the agreements they take.»

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Autrice dell’articolo:
Claudia Mucavero
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Taranto